Il monastero di S. Pietro “de Marcani” prima e poi “a Carbonara” a Majerà

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcune notizie intorno alle donazioni dei Principi Longobardi ad alcuni monasteri e cenobi italo-greci del basso Cilento, come il cenobio basiliano poi Abbazia di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro ed i suoi possedimenti “extra moenia” in territorio Calabrese, come ad esempio la Grancia di Majerà.

majera

Majerà

Maierà (Majerà in greco bizantino) è un comune italiano di 1 198 abitanti della provincia di Cosenza, in Calabria. Maierà è molto conosciuto per via della sua caratteristica posizione: infatti, il centro abitato è separato dal vicino comune di Grisolia per mezzo di un profondo burrone. Il nome del paese deriva dal ebraico per la presenza di molte grotte a Maierà . La parola ebraica più comune per “grotta” è מְעָרָה mə’ārāh. Secondo altri fondi deriva dal greco machairas (pronuncia maheràs) che significa “coltellaio”. Centro posto sul fianco sinistro del vallone del torrente Vaccata, presso la costa tirrenica; è compreso nel Parco Nazionale del Pollino. Di origini incerte, appartenne a varie famiglie, fra cui i Lauria, i Carafa e infine i Catalano-Gonzaga. La chiesa di Santa Maria del Piano è una ricostruzione cinquecentesca di un edificio preesistente e conserva affreschi di epoca rinascimentale. Le chiese di San Pietro e di San Domenico sono invece di origine italo-greca. L’origine della denominazione Maierà non è del tutto chiara, ci sono due correnti di pensiero, che in ogni caso non danno una conferma certa. La prima sostiene che il nome Maierà derivi dalla parola ebraica M’ara, che significa grotta, proprio per la presenza di cavità naturali nell’area; la seconda invece, fa derivare la denominazione dal greco Makhairas, che significa coltellaio, supposizione possibile, in quanto il territorio fu abitato per secoli da monaci basiliani, che di fatto parlavano il greco. Questa seconda ipotesi, trova riscontro anche nel manoscritto del 1750 di Francesco Antonio Vanni, maieraioto del tempo, notaio del conte Spinelli di Scalea; in cui descrive gli abitanti di Maierà “quali uomini impetuosi come coltelli”. Inoltre, a sostenere l’ipotesi della derivazione greca, è anche un antico stemma che presenta un braccio che impugna un coltello che campeggia sulla dicitura “Universitas Macherae”. Le prime tracce abitative certe nel territorio di Maierà risalgono ai monaci basiliani, che giunsero in queste terre tra il VI ed il VII secolo, provenienti dall’oriente. Questo dato, fa dedurre che queste terre in quel tempo erano spopolate o scarsamente popolate, poiché i basiliani, erano soliti edificare le loro lauree proprio in aree poche popolate, meglio dedite alla meditazione. A partire dall’XI secolo, si hanno le notizie di un primo impianto dell’abitato, edificato intorno al castello del luogo, dagli abitanti dell’area costiera. Il primo dei feudatari di Maierà fu un certo Roberto, che nel 1152 compare come Barone di Maierà. Nel XIII secolo, Sotto Carlo d’Angiò, Maierà era sotto l’egida della famiglia Matera, che fece costruire la chiesa Madre. Nel 1329 fu feudatario Ruggiero Sanbiase, signore di Verbicaro, avendo sposato Costanza Isabella Sangineto, signora di Maierà. Nel XVI secolo furono signori di Maierà i Loria, che edificarono il Palazzo Ducale e ampliarono la Chiesa di Santa Maria del Piano. Dai Loria, Maierà passò ai Perrone, poi ai Guerra, finché il feudo passò nel 1666 a Francesco Carafa e si trasformò in ducato. I Catalano-Gonzaga furono gli ultimi feudatari di Maierà fino al 1806, anno in cui il governo francese decretò la fine della feudalità. Nel 1811 al comune di Majerà, fu accorpato il territorio di Cirella, il cui borgo antico era stato distrutto nel 1808, dalle truppe francesi del Generale Massena. Cirella si separerà spontaneamente nel 1876 per unirsi al comune di Diamante.

La chiesa di S. Pietro in Casale a Majerà

La Chiesa di San Pietro di Maierà è una chiesa di piccole dimensioni. Un tempo era parte integrante dell’Abazia Basiliana di San Pietro a Carbonara, una delle più antiche abazie basiliane della costa tirrenica cosentina.

L’origine della colonizzazione di comunità provenienti dall’Oriente di alcuni luoghi della Calabria e del basso Cilento

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti, traduzione di p. 16) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno (XI secolo) scriveva che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…. Dunque, il Laudisio, nel suo interessante passo della sua ‘Sinopsi’ racconta che intorno agli inizi dell’XI secolo, scriveva “proprio in quegli anni”, riferendosi al periodo dei primi Normanni di Roberto il Guiscardo, “moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47)”,……giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota”. Il Laudisio sulla scorta del Platina (…) riferiva la notizia storica della migrazione di monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, si rifugiarono nelle Abbazie italo-greche di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro. Proseguendo il suo racconto il Laudisio, scriveva pure che queste due Abbazie, di cui ho già scritto e che si trovano nel basso Cilento erano “costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità”, ma aggiunge che “quei venerabili monaci”, si distinguevano “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc..”. Con questa frase, il Laudisio dice chiaramente che alcuni paesi del basso Cilento, come i villaggi di Morigerati, Battaglia e forse pure Sicilì, furono originati da famiglie greche. Cosa intendeva il Laudisio per “comunità greche”. Erano forse famiglie di origine Orientale stanziatisi nel basso Cilento ?. E quando vennero queste comunità greche o d’Oriente nel nostro basso Cilento ?. Dunque, come scrisse il Laudisio, questi monasteri (italo-greci) erano costituiti da una comunità di monaci che si distinguevano “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati”. Dunque, il Laudisio sosteneva che i villaggi di Battaglia e Morigerati furono fondati secoli prima da comunità greche. Secondo il Laudisio, i due villaggi di Battaglia e di Morigerati furono fondati da comunità greche. Dunque, il Laudisio ci dice due notizie. La prima riguarda la cacciata di monaci dalla Calabria e dalla Puglia da parte di Roberto il Guiscardo, dunque epoca Normanna dunque si tratta dell’XI secolo. L’altra notizia riguarda le comunità greche, incluso i monaci delle due Abbazie di S. Giovanni a Piro e di S. Cono. Il Laudisio scrive che queste comunità greche (famiglie e monaci provenienti dall’Oriente che fondarono i villaggi di Morigerati, Battaglia e Sicilì. Dunque, il punto che mi preme sottilineare è quello dell’origine di questa migrazione di comunità greche o Orientali nel basso Cilento. Quando arrivarono ?. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 17 in proposito scriveva che: “Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero di nuovi con nomi presida santi introdotti appunto da quei religiosi. 4. Le fonti sono concordemente mute sull’esistenza di un patrimonio locale della Santa Sede. Le terre possedute dalla Chiesa in Lucania non uguagliavano di certo il grande complesso noto come “Patrimonium Bruttium Sancti Petri”, per il cui potenziamento non si escludeva, a dire di Gregorio Magno (35), la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. L’Ebner, a p. 17, nella sua nota (36) postillava che: “(37) Ernesto Pontieri, Tra i Normanni nell’Italia Meridionale, Napoli, 1948, ecc…”. Nell’interessante passaggio l’Ebner ci parla di papa S. Gregorio Magno (…) che non “escludeva…..la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. Le “massae” di Calabria. Cosa sono le ‘massae’ di Calabria ? Inoltre, Pietro Ebner a p. 18, in proposito scriveva pure che: “Sulla immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’ (odierna frazione di Vallo della Lucania), ‘Massicelle (………) ecc….Questi romiti angoli del Principato, se da un lato non conobbero l’ingerenza dei Vescovi (38), dall’altro subirono forti carenze spirituali nonchè l’eco del malgoverno bizantino che altrove inaspriva le popolazioni con la “gravance, injiure, servitute, vergoigne” (39).”. Pietro Ebner (….), a p. 18, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a cura di V. De Bartolomeis”. Si tratta del testo: Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese / a cura di Vincenzo De Bartholomaeis. Riguardo il fenomeno migratorio di intere “massae”, monaci e famiglie Calabresi che dalla Calabria si spostarono verso le nostre terre del basso Cilento, ai tempi dei primi Normanni (X secolo), Ebner citava alcuni toponimi simili al termine “massae”, come Massicelle, Massa, ecc.. Questo passaggio dell’Ebner è particolarmente interessante in quanto cita la notizia che nel basso Cilento vi furono turbe di monaci e familiari al seguito immigrati dalla vicina Calabria verso alcuni piccoli borghi del basso Cilento dove esistevano dei piccoli monasteri. Ebner però non fornisce alcun riferimento bibliografico e dice solo che vi sono alcuni toponimi presenti nel basso Cilento la cui matrice è Calabrese. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 cita le frequenti incursioni dei Saraceni  ed in proposito scriveva che: Quei monaci provenivano via mare dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria, Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta (a. 726) e all’invasione araba o risalendo la Penisola verso la Calabria per sfuggire alla occupazione araba della Sicilia (IX secolo) con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari. Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Ebner (…), dunque citava il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92, ci parlava dei monasteri del basso Cilento e del Mercurion. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Sicilia o in Calabria furono costretti a spostarsi di nuovo nell’IX secolo a causa dell’invasione Araba della Sicilia. Ebner scriveva che i monaci vennero qui “con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari.”. Sulle origini asiatiche dei monaci che emigrarono e colonizzarono interee aree del nostro basso Cilento cito in proposito ciò che scriveva lo studioso Orazio Campagna (….), studioso di Majerà, nel suo ‘Storia di Majerà’, a pp. 29-30, dove ci parla della storia di questo antichissimo monastero di cui abbiamo documenti risalenti all’anno 1000. Il Campagna in proposito scriveva che: “Nota fu l’Abbazia di S. Pietro dei Marcani (35), fra le tante della “Regione mercuriense”. Ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (35) postillava che: “(35) E’ probabile che “Marcani” sia nome composto, da Mardi e Ircani, abbreviato in Marcani per motivi fonetici. Sia i Mardi che gli Ircani erano tribù delle coste del mar Caspio, non lontano da Georgia e Armenia. Presenze Armene sono attestate a Maratea, e messe in relazione con le persecuzioni iconoclastiche, in “La Regione Mercuriense”, etc.,  op. cit.,  pag. 250.”. Il Campagna postillava dell’origine del toponimo “Marcani” che a suo dire è una abbroviazione fonetica la cui derivazione proviene da due popolazioni Orientali e Armene. Il Campagna postillava che “Marcani” è un toponimo che deriva da “Mardi” e da “Ircani” che egli vuole due tribù delle coste del Mar Caspio, vicine alla Georgia ed all’Armenia. Forse proprio quelle popolazioni che nel VII o VIII secolo si spostarono verso la Calabria e successivamente verso il basso Cilento per colonizzarle e riempirle di asceteri e Cenobi basiliani. Del resto la presenza di tribù Bulgare il nostro basso Cilento è pieno di riferimenti. E’ comunque un’ipotesi da non scartare ed eventualmente da approfondire. L’Ircania era un’antica satrapia persiana localizzata nei territori degli odierni Golestan, Mazandaran, Gilan e parte del Turkmenistan, a sud del Mar Caspio. I Greci erano soliti chiamare il Mar Caspio “Mare Ircanio”. Il nome Ircania deriva dal greco “Hyrcania”, nome con cui i Greci chiamavano questa satrapia. Hyrcania deriva a sua volta dall’antico persiano Verkâna. Verkā significa “lupo” in antico persiano e di conseguenza, “Hyrcania” significa “Terra dei Lupi“. L’Ircania si trovava in Asia. Confinava a nord con il Mar Caspio, che era chiamato in antichità Oceano ircano, e con i monti Alborz a sud e a ovest. Il paese aveva un clima subtropicale ed era molto fertile. I Persiani la consideravano una delle “buone terre e buoni paesi” che il loro supremo dio Ahura Mazdā aveva creato di persona. A nordest, l’Ircania confinava con le steppe dell’Asia Centrale, dove tribù di nomadi avevano vissuto per secoli. Sul territorio, diciamo così, dell’attuale Diocesi di Policastro, all’epoca degli ultimi Longobardi e dei primi Normanni, Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Sull’origine greca di alcune comunità e villaggi del basso Cilento, Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani’, nel 1963, a p. 23, parlando dell’afflusso ascetico nel Mezzogiorno d’Italia, scriveva in proposito che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale. Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ricevono una conferma preziosa e precisa dalla documentata notizia secondo la quale, nel 1008, Giovanni igumeno del monastero di S. Arcangelo de Cilento chiamava Kallino, greco di Calabria e, naturalmente, altri per adibirli alla delle terre del monastero; mentre da un altro documento del 1017 transumato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria di Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli, poi a p. 33, nella sua nota (40), postillava che: “(40) Paleocastren Dioceseos etc., op. cit., pp. 34 s.” e, nella sua nota (41), postillava che: “(41) Codex Diplomat. Cavensis., IV, p. 122; VI, p. 18. Per S. Maria di Pattano, vedi il saggio: ‘I basiliani ai confini calabro-lucani-campani nel sec. XV, in questo volume.”. Dunque, Biagio Cappelli confermava l’ipotesi della colonizzazione dei monaci Basiliani o italo-greci che, ai tempi dell’Impero Bizantino e dei primi Longobardi si spostarono verso le nostre contrade. Il Cappelli scriveva che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale.”. Ma, il Cappelli dice di più. Il Cappelli scriveva che: “Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, il Cappelli scriveva che i piccoli borghi del basso Cilento come Morigerati, Vibonati, Battaglia e Sicilì furono in origine costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, l’origine di alcuni piccoli centri del basso Cilento fu dovuta in parte ad interi nuclei familiari Calabresi che da lì emigrarono nelle nostre terre chiamati ed accolti da igumeni e monaci dei monasteri italo-greci o basiliani che già da tempo ivi esistevano. Questi villaggi furono ripopolati da comunità di famiglie Calabresi chiamate dai monaci italo-greci o basiliani ovvero monaci aderenti alla regola di S. Basilio. I monaci o egumeni dei piccoli e tanti monasteri basilani o italo-greci erano arrivati nelle nostre terre (il Cappelli chiama questa regione “Lucania occidentale”) desolate da carestie e pestilenze facendo una vera e propria “opera di colonizzazione”. Dunque, furono i monaci basiliani che, arrivati e stanziatisi nelle nostre terre, nei secoli VIII (epoca Longobarda) fondarono ed incrementarono le già esistenti piccoli comunità di alcuni piccoli centri della Lucania occidentale. Infatti, a riprova di questa ipotesi, il Cappelli a p. 323, scriveva pure che: “In base a quanto ho esposto potrei concludere che questo S. Fantino era probabilmente nativo della Calabria superiore Jonica dalla quale, nulla vieta supporre, fosse passato nei territori intorno al monte Mula prima di arrivare nella finitima regione del Mercurion e quindi nel prossimo Cilento meridionale.”. Infatti, S. Fantino, insieme ad altri monaci Calabresi si trasferirono dalla loro Calabria nei monasteri dei nostri piccoli centri. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Dunque, in questo passaggio, il Campagna scriveva che  I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria.”. Il Campagna scriveva che i monaci del basso Cilento mantennero sempre contatti con le altre Eparchie della Calabria del Nord, quella che confinava con la Lucania Occidentale. Sul fenomeno migratorio di famiglie e di monaci dalla Calabria al basso Cilento, il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Russo (…), a p. 264, scriveva che vi era da molto tempo una continua relazione e scambi tra i monaci dei monasteri del basso Cilento e quelli della Calabria, scrivendo che da alcuni documenti vaticani si evince che Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota.”, e parlando di Camerota Orazio Campagna (…) a p. 264, scriveva che: “Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Infatti, lo storico calabrese Francesco Russo (….), nel suo ‘Regesto Vaticano per la Calabria’, pubblicato a Roma nel 1974-75, vol. I-II, ha citato alcuni documenti conservati nell’Archivio segreto della Biblioteca Vaticana, che citavano l’antico monastero basiliano di S. Pietro di Camerota (dice il Russo), ma sarebbe di Licusati, da cui dipendeva il casale di Camerota. I documenti citati dal Russo (…), sono: il n. 7272, 7299, 7431 nel vol. I e, nel vol. II, troviamo il n. 12562. Ho cercato questi documenti e il testo di Francesco Russo (…) e, li ho avuti in concessione dalla sig.ra Anna Stabile, presso la Biblioteca della Fondazione Adele Caterini di Laino Borgo (CS), una ricca Biblioteca che possiede circa ventimila volumi. Dunque, Orazio Campagna (…), sulla scorta del Regesto Vaticano di Francesco Russo (…) citava alcuni documenti vaticani dove si citava il monastero di S. Pietro di Licusati e scriveva che monaci (igumeni basiliani) del monastero di Camerota (S. Cono di Camerota e monaci di S. Pietro di Licusati), venivano trasferiti in alcuni monasteri della Calabria e viceversa. In particolare, in alcuni documenti del Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI del 1300, si scrive che questi monaci, per diversi motivi, venivano trasferiti nel monastero di S. Adriano in Calabria, nella Diocesi di Rossano Calabro. Nei documenti citati dal Campagna (…), a p. 264, e citati dal Russo (…), troviamo citati i monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati. Nel Regesto Vaticano etc di Francesco Russo (…), nel vol. I, nel regesto di Innocenzo VI (1352-1362) troviamo il documento n. 7272 del 9 gennaio 1353 a p. 463 e, il documento n. 7299, del 3 aprile 1353 lo troviamo a p. 465; il documento n. 7431, a p. 478; nel vol. II, troviamo il documento n. 12562 a p. 463, nel regesto di Sisto IV (1471-1484). Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” (‘I monaci greci in Calabria ecc..’, v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), citava Francois Lenormant (…) che, nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, ha scritto sui monasteri italo-greci sorti sulle nostre terre. Il Lenormant (…), anche sulla scorta del Racioppi (…), a p. 346, vol. I, scriveva che: “……………………”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Si tratta dell’opera agiografica del biografo di S. Nilo che racconta la ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata da vari autori tra cui Germano Giovannelli (…), nel………., nel suo ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955). Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata. Julius Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102 ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…”. Il Racioppi cita il testo di Giuseppe Volpi (….), (Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132). Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpi (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove scriveva che: “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”Il Volpi (…), a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”.

L’indagine glottologica, conferma la presenza di monasteri italo-greci nell’area

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Lo sviluppo storico-culturale del Cilento coincide in effetti largamente con quello del territorio confinante a sud. Entrambi furono nell’antichità sede di colonie greche. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Il nome della località S. Giovanni a Piro con il suo ex monastero basiliano ‘Abbatia S. Ioannis ab Epiro (…………………………….) mostra ancora oggi nel suo secondo nome chiare tracce di questo influsso del monachesimo greco (13). Anche nel toponimo ‘Metuoju’ (presso Roccagloriosa), che risale al bizantino ……………. “cortile del monastero”, c’è una reminescenza del monachesimo greco. Ancora nell’XI e XII sec. i documenti di questo monastero sono redatti prevalentemente in lingua greca (14). Va ricordato inoltre che il rito greco in alcuni centri del Cilento (tra cui Castellabate, Pisciotta e Roccagloriosa) ha resistito molto a lungo alla chiesa romana (15). Il rito greco è attestato molto a lungo a Cuccaro (fino al 1493), Camerota (1551 circa) e Morigerati (a. 1608) (16). Anche il toponimo ‘Papajanni’ (presso Roccagloriosa) e il cognome ‘Papaleo’ (per es. a Camerota) sono legati ai riti greci. I due nomi rimandano chiaramente al periodo in cui in queste località il religioso (bizantino ………..) aveva cura della vita spirituale della comunità.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) In Laudisius, ecc.. a p. 34 si legge “…””. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Il Rohlfs, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”.

Nel 1065, “Boemundo”, giudice della Calabria nel periodo Normanno e nativo di Padula

Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 22, in proposito scriveva che: “Ma i rapporti con la Clabria rimangono vivi nella fondazione di Santa Maria della Mattina, omonima di quella guiscardiana presso San Marco Argentano in Val di Crati, e sono favoriti dal gran giudice di Calabria Boemundo, nativo di Padula.”. Il Tortorella, a p. 46, in proposito scriveva ancora che: “Un ultimo impianto religioso, cronologicamente ben definibile, è da individuare in Santa Maria della Mattina (165), che nel titolo conserva evidente la derivazione, o almeno una filiazione culturale (166), dalla fondazione ominima che Roberto il Guiscardo nel 1066 stabilì presso San Marco Argentano in Calabria (167): pure in età normanna si pongono in evidenza i rapporti puntuali del nostro paese con la Calabria superiore, in particolare la valle del Crati, così come abbiamo visto col ‘Mercurion’ per l’età precedente.”. Dunque, il Tortorella oltre a dirci che a Padula esiste una chiesa intitolata “Santa Maria della Mattina”, intitolazione simile a quella della nota in Calabria fondata da Roberto il Guiscardo e da sua moglie, ci dice pure che ll’intitolazione della chiesa a Padula “conserva evidente la derivazione, o almeno una filiazione culturale (166)”. La derivazione culturale, dice il Tortorella è il giudice di Calabria, “Boemundo”, di origine della città del Vallo. Boemundo era presente alla donazione del Guiscardo. Infatti, il Tortorella, a p……, nella nota (166) postillava: “(166) Ritengo che non vi possano essere dubbi su tale accostamento, anche se tra le carte dell’abbazia cistercense calabrese non compaiono atti che attestino la dipendenza della Santa Maria padulese da questa (cfr. A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini (“Studi e Testi”, 197), Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1958): un solo documento di quelli pubblicati dal Pratesi (numero 64, pp. 162-164), concessione e conferma di precedenti donazioni a Luca, abate di Santa Maria della Sambucina, da parte di Federico II re di Sicilia, del 1201, nomina un ‘Boemundus de Padula’, signore “nella zona di Altomonte”, ‘cum haberet predictam terram Braale’. Costui, se è davvero d’origine padulese – come segna nell’indice Pratesi – potrebbe essere colui che fece conoscere nel paese di provenienza il titolo della dedicazione guiscardiana. Senza dubbio è la medesima persona il κυρος βαιμουνδος της παδουλης (kjiros Vaimundhos tis Padhuljis: ‘il signor Boemundo di Padula’), prima del 1194 της καλαβριας μεγας κριτης: ‘gran giudice di Calabria’), che aveva giudicato il contrasto fra il monastero di Santo Stefano ‘de Nemore’ e alcuni uomini ‘de regione Agriotherum’, qustione ripresa, dietro istanza degli stessi monaci, da Lamberto μεγας κριτης καλαβριας, σιγνου και λαινης και χωρας ιορδανου (mnhjeghas kritis paris Kalavrias, Sighnu kjè Lainhjis kjè khoras Iodhanu: ‘gran giudice di tutta la Calabria, di Sinni, di Laino e della regione del Giordano’) e residente nella città di Gerace (cfr. Trinchera, op. cit., documento CCXXXIX, pp. 322-324″.”.

L’antico monastero italo-greco di “San Pietro Marcanito” o de “Marcani”  a Majerà

Orazio Campagna (….), studioso di Majerà, nel suo ‘Storia di Majerà’, a pp. 29-30, ci parla della storia di questo antichissimo monastero di cui abbiamo documenti risalenti all’anno 1000. Il Campagna in proposito scriveva che: “Nota fu l’Abbazia di S. Pietro dei Marcani (35), fra le tante della “Regione mercuriense”. A S. Pietro marcanito, nella seconda metà del X secolo, un monaco greco, colpito da un fulmine, riebbe la parola, grazie all’intercessione di Saba da Collesano (36). Fu conquistata da Roberto il Guiscardo, difatti, nel 1065, lo stesso la donò, fra le altre conquiste, alla neo-abbazia benedettina di S. Maria della Matina, “…abbatiam Sancti Petri que dicitur Marcanito…” (37). E’ ovvio che l’abbazia basiliana di S. Pietro, messa alle dipendenze di S. Maria della Matina, dovette conformarsi al rito latino, o cessare del tutto come istituzione monastica. Ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (35) postillava che: “(35) E’ probabile che “Marcani” sia nome composto, da Mardi e Ircani, abbreviato in Marcani per motivi fonetici. Sia i Mardi che gli Ircani erano tribù delle coste del mar Caspio, non lontano da Georgia e Armenia. Presenze Armene sono attestate a Maratea, e messe in relazione con le persecuzioni iconoclastiche, in “La Regione Mercuriense”, etc.,  op. cit.,  pag. 250.”. Il Campagna postillava dell’origine del toponimo “Marcani” che a suo dire è una abbroviazione fonetica la cui derivazione proviene da due popolazioni Orientali e Armene. Il Campagna postillava che “Marcani” è un toponimo che deriva da “Mardi” e da “Ircani” che egli vuole due tribù delle coste del Mar Caspio, vicine alla Georgia ed all’Armenia. Forse proprio quelle popolazioni che nel VII o VIII secolo si spostarono verso la Calabria e successivamente verso il basso Cilento per colonizzarle e riempirle di asceteri e Cenobi basiliani. Del resto la presenza di tribù Bulgare il nostro basso Cilento è pieno di riferimenti. E’ comunque un’ipotesi da non scartare ed eventualmente da approfondire. L’Ircania era un’antica satrapia persiana localizzata nei territori degli odierni Golestan, Mazandaran, Gilan e parte del Turkmenistan, a sud del Mar Caspio. I Greci erano soliti chiamare il Mar Caspio “Mare Ircanio”. Il nome Ircania deriva dal greco “Hyrcania”, nome con cui i Greci chiamavano questa satrapia. Hyrcania deriva a sua volta dall’antico persiano Verkâna. Verkā significa “lupo” in antico persiano e di conseguenza, “Hyrcania” significa “Terra dei Lupi“. L’Ircania si trovava in Asia. Confinava a nord con il Mar Caspio, che era chiamato in antichità Oceano ircano, e con i monti Alborz a sud e a ovest. Il paese aveva un clima subtropicale ed era molto fertile. I Persiani la consideravano una delle “buone terre e buoni paesi” che il loro supremo dio Ahura Mazdā aveva creato di persona. A nordest, l’Ircania confinava con le steppe dell’Asia Centrale, dove tribù di nomadi avevano vissuto per secoli. Il Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (36) postillava che: “(36) E’ detto …………………..presso Orestes Patriarca Hierosolymitanus de Historia et laudibus, etc., op. cit., XXVI, pag. 151.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (37) postillava che: “(37) A. Pratesi, Carte latine, etc., op. cit., pgg. 5-9.”. Dunque, secondo gli antichi documenti questo monastero italo-greco di Majerà, S. Pietro di Marcaneto fu donato da Roberto il Guiscardo alla vicina Abbazia di Santa Maria della Matina. Ho scritto un saggio ivi su questo blog sul Monastero di S. Pietro di Marcaneto. Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a pp. 93-96, continuando il suo racconto, scriveva in proposito che: “Da “Carte Latine di abbazie calabresi, provenienti dall’Archivio Aldobrandini” (71), nella “dedicatio” ecc…ecc.. – abbiamo notizie di due importanti monasteri, quello di S. Pietro “que dicitur Marcanito”, e di S. Nicola o dell’abate Clemente (Moulét-zes).”. Il primo ebbe origini più remote, difatti viene anche menzionato nella Vita di S. Saba di Collesano per un miracolo che il Santo vi operò (74). Dovrebbe essere identificato col monastero di S. Pietro, in territorio di Majerà, edificato sui resti di colonia romana e divenuto, successivamente, filiazione carbonense insieme col monastero di S. Pietro, di cui il 6 maggio 1149 papa Eugenio III confermava il possesso alla Badia di Cava, veniva ubicato “apud Didascaleam” insieme con l’”ecclesiam S. Marie de ospitali”, ma veniva identificato con S. Pietro “de Grasso”, presso Papasidero (75). ecc…”. Il Campagna, a p. 96, nella sua nota (74), postillava che la notizia di S. Saba era tratta dal “Cozza-Luzi, Historia et laudes, etc., op.cit.; da D. Martire, La Calabria sacra e profana, I, op. cit. pag. 306 e s.”. Il Campagna, nella sua nota (75), postillava che: “(75) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX, luglio-dicembre, 1976; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando delle “Cap. IX – Comunità costiere a nord del Lao”, parlando di Scalea e di Papasidero in Calabria,  parla del monastero di S. Pietro de Grasso e scriveva che: “Nel 1130-1137 l’antipapa Anacleto II riconfermava all’abate Simeone di Cava “omnia iura et possessiones” in Calabria, di cui “apud Scaleam monasterium S. Petri et ecclecia S. Marie cum hospitali” (18), possessi riconosciuti al monastero cavense da papa Eugenio III, nel 1149.”. Il Campagna, nella sua nota (18), postillava che: “(18) F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I, pag. 72. Sul monastero di S. Pietro, S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX (1976), pag. 128 e sgg.; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando.”. Lo studioso calabro Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, pubblicato nel 1985, riferendosi a Majerà e del vicino Casale di S. Maria e il suo territorio, conquistato dai normanni, a p. 16, in proposito scriveva che: “Il più antico documento che riguarda Majerà, se si accettua il riferimento, per altro incerto, al monastero melchita di Màkaros, del 1060-1061 (1), è il Diploma del duca Ruggero del luglio 1100, nel quale viene menzionata, fra le altre donazioni al monastero benedettino di S. Maria della Matina, l’”ecclesiam Sancte Marie in territorio castelli quod dicitur Machera. Dal documento si rileva che la chiesa di S. Maria o sopravvisse alle conquiste normanne o fu opera normanna, e, pertanto, dagli stessi messa alle dipendenze di S. Maria della Matina; che doveva disporre di rendite da platee, già monastiche; che il nome ebraico di “Grotta”, M’arà, già del Casale, grecizzato in “Machera” era passato ad indicare il castello e il nucleo che intorno ad esso si andava costruendo. La donazione venne confermata nel maggio del 1114 in un Diploma del duca Guglielmo e in un altro Diploma del Principe Boemondo del 1122. I documenti sono riportati dal Pratesi (16).”. Il Campagna, a p. 16, nella sua nota (16) postillava che: “(16) A. Pratesi, Carte latine, etc., cit., alle pag. 18-19, 23-25, 30-32.”. Sempre il Campagna a pp. 29-30 ancora sul monastero di “S. Pietro a Marcanito” a Majerà aggiungeva che: “Era sorta fra i nuclei greci e romani. I resti dell’abbazia, da qualche anno del tutto scomparsi, della chiesetta, nell’ansia del nuovo, è stata completamente deturpata l’antica struttura, evidenziando l’opus mixtum e l’uso del materiale romano sottratto a precedenti costruzioni. Ecc….”. Il Campagna (….), a p. 30 scrivendo che: “L’inventario del 1695-96 eseguito per conto della Cappella romana del S. Presepe, presso S. Maria Maggiore, riporta “una Chiesa con Cortile, et mura di due Cammare seu Celle al p.te dirute, et la d.ta Chiesa che si stà rinnovando è sotto il titolo di S. Pietro a Carbonaro” (38). Ecc…”. Dunque, il Campagna (….), a p. 30, sulla scorta del manoscritto del Vanni (….) scriveva che il monastero di S. Pietro di Marcaneto, nell’inventario del 1695-96 (“Platea dei Beni e delle Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, redatta dal notaio Domenico Magliano, di cui ho pubblicato gli inediti), eseguito per conto della Cappella del SS. Presepe presso la Basilica di S. Maria Maggiore di Roma, a cui era stato annesso con bolla papale da Papa Sisto V, riporta la descrizione del luogo ecc..e poi dice sempre il Campagna che il monastero di S. Pietro di Marcaneto a Majerà non era più sotto questo titolo ma riportava il nuovo titolo di San Pietro a Carbonaro. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a pp. 147-150-151 ecc.. parlando della “Regione mercuriense” ed in particolare della Terra di Majerà, in proposito scriveva che: “Completamente autonoma dalla Terra di Majerà fu l’abbazia basiliana di “S. PIETRO A’ CARBONARA”. Non ci è dato conoscere la data di fondazione, ma, certamente, per essere ubicata nei pressi di “Romano”, di “S. Anario”, “Schiavo” e “Prato” (128), non lontano da “Ftia”, “Campora” e “Pirgolo” (129), località dove la presenza greca e romana ha lasciato tracce indelebili, ma soprattutto per essere su una delle più trafficate vie istimiche per le coste joniche, da “Bocca Palombaro”, e quindi a breve distanza dalla “Badia” di S. Sosti (130), per le stesse strutture murarie, di quel poco che resta, dove sono rilevanti gli avanzi romani, l’abbazia di “S. Pietro a’ Carbonara” fu fra le più arcaiche della costa. Miracolosamente sopravvisuuta alle scorrerie normanne, o ricostruita dopo il consolidamento delle conquiste, godette a lungo il beneficio di “platea”. Sappiamo dall’Historia di S. Saba che nell’area dell’Eparchia mercuriense vi era il monastero di S. Pietro, detto dei “Marcani”, dove il Santo operò un miracolo, ridando la parola e l’udito ad un monaco colpito da un fulmine (131). Lo stesso monastero viene ricordato nella “Dedica” di S. Maria della Matina e nel relativo “Diploma” di Roberto il Guiscardo del 1065, entrambi “falsificazioni” di un originale perduto. Dalle pergamene risulta che l’abbazia era ubicata “in valle que Mercurii nuncupatur” (132). Prima che l’abbazia divenisse filiazione carbonense (133), doveva essere dei “Marcani”. I ruderi, andati distrutti da qualche anno, evidenziano le caratteristiche della struttura muraria romana. Del vasto complesso monastico, ora, rimane la sola chiesetta dedicata all’Apostolo (134). Il monastero disponeva di un vasto territorio, delimitato dai confini delle Terre di Majerà, di Cirella, di Belvedere, e di Buonvicino, riportati nella platea del 1545-1546 da Sebastiano della Valle (135). Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”. Il Campagna (….), a p. 147, nella sua nota (128) postillava che: “(128) Nella “Notizia Dedicationis” del 1065 e in successivi documenti relativi a S. Marai della Matina, A. Pratesi, op. cit., viene menzionato un “vico” o “casale” del “Prato”. Non è facile stabilire se trattasi di “Prato” presso S. Pietro, tuttavia la nostra località ha resti arcaici, di cui molti romani, soprattutto sulla costa ai confini con contrada “Campora”, campus-erat. Sull’autonomia di S. Pietro a Carbonara da Majerà, F. A. Vanni, ms. cit.. L’Autore, oltre ai documenti notarili in proprio possesso, fa riferimento alla delimitazione della Platea del 1545-46, ad opera di Sebastiano della Valle.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a pp. 147-150-151 ecc.. parlando della “Regione mercuriense” ed in particolare della Terra di Majerà, in proposito scriveva che: “Prima che l’abbazia divenisse filiazione carbonense (133), doveva essere dei “Marcani”.”. Il Campagna (….), a p. 150, nella sua nota (133) postillava che: “(133) L’Archimandritato carbonense, fondato nel 1167-68, disponeva d’un territorio vastissimo, da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere, in B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano’, in “BBGG”, n.s. XXIV (1970).”.

Origini dell’antico monastero italo-greco di “S. Pietro di Marcaneto” poi in seguito detto di “S. Pietro a Carbonaro” a Majerà

Orazio Campagna (….), studioso di Majerà, nel suo ‘Storia di Majerà’, a pp. 29-30, ci parla della storia di questo antichissimo monastero di cui abbiamo documenti risalenti all’anno 1000. Il Campagna in proposito scriveva che: “Nota fu l’Abbazia di S. Pietro dei Marcani (35), fra le tante della “Regione mercuriense”. A S. Pietro marcanito, nella seconda metà del X secolo, un monaco greco, colpito da un fulmine, riebbe la parola, grazie all’intercessione di Saba da Collesano (36). Fu conquistata da Roberto il Guiscardo, difatti, nel 1065, lo stesso la donò, fra le altre conquiste, alla neo-abbazia benedettina di S. Maria della Matina, “…abbatiam Sancti Petri que dicitur Marcanito…” (37). E’ ovvio che l’abbazia basiliana di S. Pietro, messa alle dipendenze di S. Maria della Matina, dovette conformarsi al rito latino, o cessare del tutto come istituzione monastica. Ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (35) postillava che: “(35) E’ probabile che “Marcani” sia nome composto, da Mardi e Ircani, abbreviato in Marcani per motivi fonetici. Sia i Mardi che gli Ircani erano tribù delle coste del mar Caspio, non lontano da Georgia e Armenia. Presenze Armene sono attestate a Maratea, e messe in relazione con le persecuzioni iconoclastiche, in “La Regione Mercuriense”, etc.,  op. cit.,  pag. 250.”. Il Campagna postillava dell’origine del toponimo “Marcani” che a suo dire è una abbroviazione fonetica la cui derivazione proviene da due popolazioni Orientali e Armene. Il Campagna postillava che “Marcani” è un toponimo che deriva da “Mardi” e da “Ircani” che egli vuole due tribù delle coste del Mar Caspio, vicine alla Georgia ed all’Armenia. Forse proprio quelle popolazioni che nel VII o VIII secolo si spostarono verso la Calabria e successivamente verso il basso Cilento per colonizzarle e riempirle di asceteri e Cenobi basiliani. L’Ircania era un’antica satrapia persiana localizzata nei territori degli odierni Golestan, Mazandaran, Gilan e parte del Turkmenistan, a sud del Mar Caspio. I Greci erano soliti chiamare il Mar Caspio “Mare Ircanio”. Il nome Ircania deriva dal greco “Hyrcania”, nome con cui i Greci chiamavano questa satrapia. Hyrcania deriva a sua volta dall’antico persiano Verkâna. Verkā significa “lupo” in antico persiano e di conseguenza, “Hyrcania” significa “Terra dei Lupi“. L’Ircania si trovava in Asia. Confinava a nord con il Mar Caspio, che era chiamato in antichità Oceano ircano, e con i monti Alborz a sud e a ovest. Il paese aveva un clima subtropicale ed era molto fertile. I Persiani la consideravano una delle “buone terre e buoni paesi” che il loro supremo dio Ahura Mazdā aveva creato di persona. A nordest, l’Ircania confinava con le steppe dell’Asia Centrale, dove tribù di nomadi avevano vissuto per secoli. Del resto la presenza di tribù Bulgare il nostro basso Cilento è pieno di riferimenti.  Il Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (36) postillava che: “(36) E’ detto …………………..presso Orestes Patriarca Hierosolymitanus de Historia et laudibus, etc., op. cit., XXVI, pag. 151.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (37) postillava che: “(37) A. Pratesi, Carte latine, etc., op. cit., pgg. 5-9.”. Dunque, secondo gli antichi documenti questo monastero italo-greco di Majerà, S. Pietro di Marcaneto fu donato da Roberto il Guiscardo alla vicina Abbazia di Santa Maria della Matina. Ho scritto un saggio ivi su questo blog sul Monastero di S. Pietro di Marcaneto. Orazio Campagna (…) che, nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 96, scriveva che: “Il primo ebbe origini più remote, difatti viene anche menzionato nella Vita di S. Saba di Collesano per un miracolo che il Santo vi operò (74). Dovrebbe essere identificato col monastero di S. Pietro, in territorio di Majerà, edificato sui resti di colonia romana e divenuto, successivamente, filiazione carbonense insieme col monastero di S. Pietro, di cui il 6 maggio 1149 papa Eugenio III confermava il possesso alla Badia di Cava, veniva ubicato “apud Didascaleam” insieme con l'”ecclesiam S. Marie de ospitali”, ma veniva identificato con S. Pietro “de Grasso”, presso Papasidero (75). ecc…”. Il Campagna, a p. 96, nella sua nota (74), postillava che la notizia di S. Saba era tratta dal “Cozza-Luzi, Historia et laudes, etc., op.cit.; da D. Martire, La Calabria sacra e profana, I, op. cit. pag. 306 e s.”. Il Campagna, nella sua nota (75), postillava che: “(75) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX, luglio-dicembre, 1976; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando delle “Cap. IX – Comunità costiere a nord del Lao”, parlando di Scalea e di Papasidero in Calabria,  parla del monastero di S. Pietro de Grasso e scriveva che: “Nel 1130-1137 l’antipapa Anacleto II riconfermava all’abate Simeone di Cava “omnia iura et possessiones” in Calabria, di cui “apud Scaleam monasterium S. Petri et ecclecia S. Marie cum hospitali” (18), possessi riconosciuti al monastero cavense da papa Eugenio III, nel 1149.”. Il Campagna, nella sua nota (18), postillava che: “(18) F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I, pag. 72. Sul monastero di S. Pietro, S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX (1976), pag. 128 e sgg.; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando.”. Lo studioso calabro Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, pubblicato nel 1985, riferendosi a Majerà e del vicino Casale di S. Maria e il suo territorio, conquistato dai normanni, a p. 16, in proposito scriveva che: “Il più antico documento che riguarda Majerà, se si accettua il riferimento, per altro incerto, al monastero melchita di Màkaros, del 1060-1061 (1), è il Diploma del duca Ruggero del luglio 1100, nel quale viene menzionata, fra le altre donazioni al monastero benedettino di S. Maria della Matina, l’”ecclesiam Sancte Marie in territorio castelli quod dicitur Machera. Dal documento si rileva che la chiesa di S. Maria o sopravvisse alle conquiste normanne o fu opera normanna, e, pertanto, dagli stessi messa alle dipendenze di S. Maria della Matina; che doveva disporre di rendite da platee, già monastiche; che il nome ebraico di “Grotta”, M’arà, già del Casale, grecizzato in “Machera” era passato ad indicare il castello e il nucleo che intorno ad esso si andava costruendo. La donazione venne confermata nel maggio del 1114 in un Diploma del duca Guglielmo e in un altro Diploma del Principe Boemondo del 1122. I documenti sono riportati dal Pratesi (16).”. Il Campagna, a p. 16, nella sua nota (16) postillava che: “(16) A. Pratesi, Carte latine, etc., cit., alle pag. 18-19, 23-25, 30-32.”. Sempre il Campagna a p. 29 ancora sul monastero di S. Pietro a Marcaneto a Majerà (?) aggiungeva che: “Era sorta fra i nuclei greci e romani. I resti dell’abbazia, da qualche anno del tutto scomparsi, della chiesetta, nell’ansia del nuovo, è stata completamente deturpata l’antica struttura, evidenziando l’opus mixtun e l’uso del materiale romano sottratto a precedenti costruzioni. Ecc…”. Il Campagna a p. 30 riguardo questa abbazia scriveva che: “Anche presso questa Abbazia, come presso le altre della costa, vi è il toponimo Foresta, che ricorda antiche donazioni di zona boscosa e coltivata, o meno probabilmene, l’estraneità dei Basiliani, in tempi mutati, e nella lingua e nel rito (46). A sud della Foresta si apre la grotta di S. Angelo: S. Michele, l’Angelo per antonomasia. Presso S. Pietro e S. Anario vi è Prato. Un “locus” dallo stesso nome è più volte menzionato in “Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini” (47), e, nelle stesse “Carte”, localizzato presso S. Marco Argentano (48). Il nostro, ricco di resti greci e latini, conquistato dal Guiscardo, avrà tratto il nome dalla omonima località argentanese.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (40) postillava che: “(46) Il nome, già usato nella toponomastica normanna, indica un vasto territorio, boschivo e coltivato. Nella Platea dei beni e rendite, etc., la Foresta viene delimitata, e la grancia di S. Pietro disponeva che “dal dì di tutti i Santi insino alla Vigilia di Natale, s’intende chiusa, et chi ci và a pascolare, o dannifica per d.to tempo paga alla d.to Chiesa di pena carlini quindeci per ciaschduna volta…”.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (47) postillava che: “(47) A. Pratesi, cit.”. Il Campagna a p. 30 in proposito aggiungeva che: “L’inventario del 1695-96 eseguito per conto della Cappella romana del S. Presepe, presso S. Maria Maggiore, riporta “una Chiesa con Cortile, et mura di due Cammare seu Celle al p.te dirute, et la d.ta Chiesa che si stà rinnovando è sotto il titolo di S. Pietro a Carbonaro” (38). Ecc…”. Dunque, il Campagna (….), a p. 30, sulla scorta del manoscritto del Vanni (….) scriveva che il monastero di S. Pietro di Marcaneto, nell’inventario del 1695-96 (“Platea dei Beni e delle Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, redatta dal notaio Domenico Magliano, di cui ho pubblicato gli inediti), eseguito per conto della Cappella del SS. Presepe presso la Basilica di S. Maria Maggiore di Roma, a cui era stato annesso con bolla papale da Papa Sisto V, riporta la descrizione del luogo ecc..e poi dice sempre il Campagna che il monastero di S. Pietro di Marcaneto a Majerà non era più sotto questo titolo ma riportava il nuovo titolo di San Pietro a Carbonaro. Il Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (38) postillava che: “(38) Platea dei beni e delle rendite della Badia di S. Giovanni a Piro” (fol. 139-141, recto et verso), inventario ms. del 1695-96, estratto dall’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino.”. Sempre il Campagna a p. 30 prosegue scrivendo che: “Dopo la crisi, seguita alle prime conquiste normanne, le nostre istituzioni basiliane godettero d’una notevole fioritura, grazie all’egemonia esercitata su di esse dall’Archimandritato di Carbone (39), così che S. Pietro “marcanito” divenne “a’ Carbonara”. Ecc…“. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Il monastero di SS. Elia ed Anastasio, posto presso Latinianon, nella “Regione superiore”, “superiore” rispetto ai Mercuriensi, fu fondato da S. Luca di Armento. Archimandritato, disponeva di un territorio vastissimo, che andava da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere. Sul celebr monastero, G. Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970).”. Sempre il Campagna a p. 30 parlando sempre della nuova intitolazione latinizzata di monastero di “S. Pietro a Carbonara”, in proposito scriveva che: “Amministrava una vasta platea, che comprendeva gran parte dell’attuale territorio di Majerà (40). Confinava col territorio di Buonvicino, di Belvedere, di Cirella, e a settentrione, dopo contrada Massacarbone, con quello della stessa Majerà (41).”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Dalla Platea di Sebastiano della Valle, presso F.A. Vanni, cit.,”. Sempre il Campagna a p. 30, nella sua nota (41) postillava che: “Nell’accezzione esatta, e non “Mezzacarbone”, toponimo con cui la contrada è erroneamente conosciuta.”. Sempre il Campagna a p. 30 aggiungeva che: “Nel 1587, in qualità di grancia, era alle dipendenze della Cappella del S. Presepe, unita, o in subordinazione, all’abbazia di S. Giovanni a Piro (42). Così afferma il Vanni, anche se l’unione doveva essere avvenuta già da qualche decennio, difatti nel 1574 l’abate del monastero di S. Giovanni, D. Girolamo de Vio, aveva promosso un giudizio per usurpazione contro D. Giovanni Scielzo, della “Terra di Cirella”. Il processo che si celebrò in Lauria, si concluse sfarevolmente per il de Scielzo (43). Ecc…”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Il Vanni, cit.,  ne fissa la data al 28 agosto 1587, con la Bolla n. 58 di papa Sisto V. Riferimenti in G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, Città del Vaticano, 1935, pag. 213, nota 3.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il processo è riportato in sintesi da P.M. Di Luccia, l’Abbadia di S. Giovanni a Piro etc…, pagg. 72-75, e da F. Palazzo, Il cenobio basilano di S. Giovanni a Piro, Bosco, Scario, ed. Di Giacomo, Salerno, 1960, in libera traduzione, alle pagg. 225-228.”.

Gli antichi documenti provenienti dai Monasteri italo-greci nel sud d’Italia

Riguardo l’antico monastero basiliano di S. Pietro a Carbonaro vorrei riproporre quanto scrissi sui documenti antichi che riguardarono il monastero di San Giovanni a Piro. Da questo saggio credo si possano dedurre interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. Questi monaci e questi stabilimenti, la cui esistenza tende a minare i fondamenti di una rigida dicotomia tra Oriente e Occidente, troppo spesso avanzati per il Medioevo, divennero scrittori e curatori di archivi. Così, è in gran parte grazie alla presenza monastica greca nell’Italia medievale che la documentazione notarile italo-greca costituisce, dopo gli archivi di Athos, il secondo fondo medievale più grande in lingua greca – e anche la prima per il Medioevo centrale. Dopo André Guillou (…), che ha pubblicato una parte significativa di questa ‘corpus’, Cristina Rognoni continua l’attività editoriale con la pubblicazione di atti privati ​​greci di Messina convento archimandrital di Saint-Sauveur che sono legati alla Calabrie. I fondi non pubblicati sono ormai rari, ma resta il fatto che alcuni archivi sono accessibili solo nelle vecchie edizioni, che meritano di essere ripresi. Si tratta di opere greche dell’Abbazia della Santissima Trinità di Cava de ‘Tirreni, provincia di Salerno, pubblicato nel 1865 da Francesco Trinchera (…), che sono stati oggetto di recente attenzione. Un altro fondo è stato particolarmente abusato da edizione incompleta e ha notevolmente invecchiato – ha già superato il punto di vista dell’editoria criteri scientifici, al momento della sua uscita: gli atti del monastero greco bizantina di S. Elia di Carbone, pubblicato da una sconosciuta inglese, Gertrude Robinson (…). Questa situazione dannosa per la conoscenza di un monastero e una popolazione greca immersi in un ambiente latino (il sud della Basilicata e Taranto zona) può essere riparato da una riedizione impresa ambiziosa dei documenti greci, l’XI e prodotti nel XII secolo, associato alla pubblicazione degli atti latini del fondo, un numero quasi equivalente. Una panoramica preziosa delle relazioni tra popolazioni greche e latine in Basilicata medievale. Gastone Breccia (…), nell’introduzione ad un suo pregevole saggio sull’“Archivum Basilianum”, di Pietro Menniti (…), nel corso della sua lunga permanenza quale Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. Nel suo saggio, Breccia (…): Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci”, oltre a delineare una piccola storia dell’attività del Menniti, ci racconta dei codici e degli antichi documenti greci (pergamene, privilegi, ‘nonnula et monimenta’ ecc…, tanti dei quali provenienti dagli antichi monasteri basiliani, quasi tutti posti nell’Italia Meridionale, commendati dalla Santa Sede nel XVI secolo e poi soppressi dalle leggi Napoleoniche nel 1809. Il Breccia (…), scriveva che: “…Tra editi e inediti  sono conosciuti più di mille documenti greci medievali provenienti dall’Italia meridionale e dalla Sicilia. Si sono conservati in originale, in copia medievale o moderna, oppure in traduzione latina o italiana. (…). Una parte di questo materiale d’archivio, che si estende lungo un arco di circa quattro secoli (dalla fine del X a tutto il XIV secolo), proviene dai monasteri del meridione della penisola e della Sicilia: monasteri greci – ovvero, secondo la denominazione adottata dall’occidente, monasteri ‘ordinis Sancti Basilii’ – depositari per lungo tempo, dopo la fine della dominazione diretta dell’Impero d’Oriente, del rito e della cultura liturgica Bizantina in terra d’Italia. I documenti seguirono, com’è naturale, la sorte di rapida e irreversibile decadenza che interessò il monachesimo italo-greco nel suo complesso a partire dall’età angioina. Già alla fine del medioevo le perdite – sia quantitativamente che qualitativamente – dovevano essere senza dubbio considerevoli, almeno a quanto si può dedurre dal resoconto della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (1457)”. Nel suo pregevole studio sui documenti e codici provenienti dai monasteri Basiliani, raccolti dal Menniti nel XVIII secolo, e citati nel suo ‘Bullarium Basilianum’, Gastone Breccia (…), a pp. ……, scriveva che tra i monasteri in esso citati vi è quello di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Gastone Breccia (…), in un suo pregevole studio sugli antichi documenti provenienti dai Monasteri italo-greci sorti nell’Italia meridionale: ‘Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, scriveva che: “Scrive il Montfaucon: “Regni vero Neapolitani et Siciliae diplomata non pauca vidimus in monasterio S. Basilii Romae, et aliquot exscripsimus: ex iis vero novem selegimus, quod aliis praestantiora videantur, et typis damus .. .” (21) Non sapremo mai, purtroppo, quanti fossero i “diplomata non pauca” che l’erudito francese ebbe sotto gli occhi. I documenti da lui trascritti provengono comunque soltanto da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni di Piro (dioc. Policastro, documento latino del 1473); ecc..”. Gastone Breccia (…), in un suo pregevole studio sugli antichi documenti provenienti dai Monasteri italo-greci, scriveva in proposito che: “In ogni caso, dei quattro monasteri da cui provengono i documenti editi dal Montfaucon, tre sono compresi nell’elenco dell’Agresta e non pongono quindi ulteriori problemi, mentre il quarto (S. Giovanni di Piro) era “passato l’anno 1587 (…) sotto il dominio della Insigne Cappella Sistina”: (25) è probabile quindi che il documento in questione, forse con altri dello stesso archivio, sia giunto alla casa-madre romana molto prima della raccolta del Menniti (26).”. Nelle sue note (25) e (26), il Breccia postillava in proposito: “(25) P. M. Di Lucia, L’abbadia di S. Giovanni a Piro, Roma 1700, p. 15. La cappella citata è quella del SS. Presepe in S. Maria Maggiore, eretta e riccamente dotata da Sisto V. Di L u c ci a , L’abbadia (cit. n. 25), pp. 15-17, pubblica la bolla di Sisto IV (5 novembre 1473, la stessa edita in seguito anche dal Montfaucon e oggi parte del Vat. lai. 13118, pergamena n. 12) “ex originali in carta membrana desumptum, quod asservatur Romae in archivio collegii S. Basilii Magni”. Considerando che l’opera del Di Luccia apparve nel 1700 è molto improbabile che questo documento fosse stato portato al S. Basilio dal Menniti.”. Il Breccia, nella sua nota (68), a p. 35, postillava in proposito: ” (68) Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – G i l l o u , Le, Liber Visitationis* (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246. Il Calceopulo trovò al S. Giovanni di Piro cinque monaci, uno dei quali espresse opinioni decisamente poco lusinghiere sul cardinale Bessarione e sui Greci in generale, per il quale motivo venne trasferito al monastero di S. Maria di Carrà. Forse distratto da questo avvenimento, il Calceopulo non si curò di stendere l’usuale inventario dei beni del monastero, per cui nulla sappiamo sulla presenza e l’eventuale consistenza di un fondo d’archivio.”. Gastone Breccia (…), nell’introduzione ad un suo pregevole saggio sull’“Archivum Basilianum”, di Pietro Menniti (…), nel corso della sua lunga permanenza quale Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. Nel suo saggio, Breccia (…): Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci”, oltre a delineare una piccola storia dell’attività del Menniti, ci racconta dei codici e antichi documenti greci (pergamene, privilegi, nonnula et monimenta ecc…, tanti dei quali provenienti dagli antichi monasteri basiliani, quasi tutti posti nell’Italia Meridionale, commendati dalla Santa Sede nel XVI secolo e poi soppressi dalle leggi Napoleoniche nel 1809. Il Breccia (…), scriveva che: “…Tra editi e inediti  sono conosciuti più di mille documenti greci medievali provenienti dall’Italia meridionale e dalla Sicilia. Si sono conservati in originale, in copia medievale o moderna, oppure in traduzione latina o italiana. (…). Una parte di questo materiale d’archivio, che si estende lungo un arco di circa quattro secoli (dalla fine del X a tutto il XIV secolo), proviene dai monasteri del meridione della penisola e della Sicilia: monasteri greci – ovvero, secondo la denominazione adottata dall’occidente, monasteri ‘ordinis Sancti Basilii’ – depositari per lungo tempo, dopo la fine della dominazione diretta dell’Impero d’Oriente, del rito e della cultura liturgica Bizantina in terra d’Italia. I documenti seguirono, com’è naturale, una sorte di rapida e irreversibile decadenza, che interessò il monachesimo italo-greco nel suo complesso a partire dall’età Angioina. Dal resoconto della vita apostolica di Atanasio Calceopulo (1457), il quale,…..ci mostra ben 36 dei 55 monasteri visitati senza più traccia di fondi archivistici.”. Uno di questi monasteri visitati da Atanasio fu proprio quello di S. Giovanni Battista a San Giovanni a Piro, che si presentava come scrive l’Ebner (…), con soli due monaci. “Alla fine del ‘600, di fronte alla situazione di pressochè totale abbandono in cui versavano gli Archivi monastici dell”ordo Sancti Basilii’, venne intrappreso un importante quanto isolato tentativo di salvare i fondi superstiti raccogliendoli in due Archivi centrali: il ‘San Basilio de Urbe per quanto riguardava i monasteri d’Italia meridionale e l’altro per quelli provenienti dai monasteri della Sicilia. Responsabile di questa decisione fu Pietro Menniti, Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia  dal 1696 al 1718.  Le vicende storiche successive, tuttavia, ne vanificarono in gran parte l’opera: l’archivio del SS. Salvatore andò perduto in circostanze non chiare mentre quello del S. Basilio, in seguito alla soppressione del monastero durante la dominazione napoleonica (1810), venne trasferito a Parigi e quindi parzialmente disperso; quanto ne sopravvisse, restituito alla Santa Sede dopo il Congresso di Vienna, è l’oggetto principale di questo studio. Originali greci e latini, copie moderne, traduzioni: i resti di un archivio che era già, a sua volta, una raccolta di relitti. Il tentativo di recupero intrapreso dal Menniti è dunque un passaggio fondamentale nella tradizione moderna della documentazione italo-greca. È il solo sforzo compiuto per impedirne la dispersione completa, o il completo abbandono; la misura stessa della sua riuscita e del suo fallimento possono almeno in parte indicare quanto fosse ancora reperibile attorno al 1700 e quanto fosse già perduto o avesse preso strade diverse, in particolare quella delle collezioni private delle grandi famiglie romane. Il primo problema che si pone affrontando lo studio della raccolta mennitiana è quello di identificare i fondi d’archivio effettivamente raggiungibili dalla raccolta stessa; in altre parole, determinare quali monasteri basiliani sopravvivessero alla fine del XVII secolo in Italia meridionale. A questo proposito esiste una testimonianza apparentemente piuttosto precisa, anche se di circa vent’anni più antica: Apollinare Agresta, generale dell’ordine basiliano prima del Menniti, fornisce infatti nella sua Vita del protopatriarca S. Basilio Magno (pubblicata a Roma nel 1681) un elenco dettagliato dei monasteri ancora esistenti in Italia meridionale. Questi gli estremi rappresentanti della grande tradizione cenobitica italo-greca: – in Basilicata: S. Elia di Carbone (diocesi di Anglona);– nella Calabria Citeriore: S. Maria del Patir (presso Corigliano Calabro) e S. Adriano (presso S. Demetrio Corone, entrambi nella diocesi di Rossano); – nella Calabria Ulteriore ecc…Gli archivi di questi monasteri, ancora esistenti nel 1681, erano quindi raggiungibili dalla raccolta del Menniti; a meno che, naturalmente, qualcuno di essi non fosse stato soppresso proprio nell’ultimo ventennio del XVII secolo. Ad essi andranno eventualmente aggiunti – qualora sia dimostrabile caso per caso – altri monasteri non inclusi per errore nell’opera dell’Agresta. L’elenco ora riportato costituisce dunque una prima base utile per definire quali documenti potessero trovarsi effettivamente conservati al S. Basilio de Urbe. Accanto ad esso possiamo subito collocare le poche testimonianze dirette sulla composizione dell’archivio della casa-madre basiliana: quella di Bernard de Montfaucon, che all’inizio del ‘700 trascrisse nove diplomi greci e quattro latini “ex instrumentis monasterii S. Basilii Romae”, e quella di Pietro Menniti, il quale sia nel suo “Bullarium Basilianum” che in una raccolta, purtroppo mutila, di privilegi imperiali e reali (Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani XXXIIP0) dà alcuni ragguagli sulla composizione dell’archivio stesso. Non sapremo mai, purtroppo, quanti fossero i “diplomata non pauca” che l’erudito francese ebbe sotto gli occhi. I documenti da lui trascritti provengono comunque soltanto da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni di Piro (dioc. Policastro, documento latino del 1473); ecc..”. Per il documento di San Giovanni a Piro, il Breccia (…), a p. 35, scriveva: “S. Giovanni di Piro (68) 1. VaL lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” e, nelle sue note 68 e 69 postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u , Le Liber Visitationis… (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246. Il Calceopulo trovò a S. Giovanni di Piro cinque monaci, uno dei quali espresse opinioni decisamente poco lusinghiere sul cardinale Bessarione e sui Greci in generale, per il quale motivo venne trasferito al monastero di S. Maria di Carrà. Forse distratto da questo avvenimento, il Calceopulo non si curò di stendere l’usuale inventario dei beni del monastero, per cui nulla sappiamo sulla presenza e l’eventuale consistenza di un fondo d’archivio. Il S. Giovanni di Piro non è più menzionato nell’elenco del 1551, di cui sopravvive una copia forse di mano del Menniti e certo prodotta al S. Basilio, attualmente a Parigi (Paris, lat. 13081, ff. 1-6; pubblicata da M o n t f a u c o n [cit. n. 18] p. 112 e ripubblicata più recentemente da Batiffol, L’abbaye [cit. n. 8] pp. 115- 116). Edizioni: 1. Di Lucia, L’abbadia (cit. n. 25) pp. 15-17; 2. M o n t f a u c on (cit. n. 18) pp. 431-432.”. Riguardo la pergamena del 1473, pubblicata dal Di Luccia (…), il Breccia (…), nelle sue note 25 e 26, postillava a riguardo che: “P. M. Di Lucia, L’abbadia di S. Giovanni a Piro, Roma 1700, p. 15. La cappella citata è quella del SS. Presepe in S. Maria Maggiore, eretta e riccamente dotata da Sisto V. Di L u c i a , L’abbadia (cit. n. 25), pp. 15-17, pubblica la bolla di Sisto IV (5 novembre 1473, la stessa edita in seguito anche dal Montfaucon e oggi parte del Vat. lat. 13118, pergamena n. 12) „ ex originali in carta membrana desumptum, quod asservatur Romae in archivio collegii S. Basilii Magni”. Considerando che l’opera del Di Lucia apparve nel 1700 è molto improbabile che questo documento fosse stato portato al S. Basilio dal Menniti.”. Purtroppo, il documento del 1473 (la pergamena n. 12), contenuta nel Codice Vaticano Latino 13118 e conservata alla Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), non è stato possibile riprodurlo in quanto esso non è stato digitalizzato. Dunque, il documento pubblicato dal Menniti (…), nel suo “Archivum Basilianum”, citato dal Breccia (…), è la Bolla di Papa Sisto IV, del 1473, con cui il papa, ………………….Il documento citato, del 1473, che riguarda il Cenobio basiliano di San Giovanni Battista a San Giovanni a Piro, è una copia che come dice il Breccia (…): “…forse di mano del Menniti e certo prodotta al S. Basilio, attualmente a Parigi (Paris, lat. 13081, ff. 1-6.”, fu rintracciato dal Menniti (…), pubblicato prima dal Di Luccia (…), e poi in seguito dal de Montfaucon (…) e dal Batifol (…), a pp. 115-116, che ripubblicò i documenti rintracciati dal Menniti e poi pubblicati dal de Montfaucon (…).  Di questo antico documento ne parla anche Salvatore Lilla (…), che ha elencato ed esaminato gli antichi documenti presenti negli Archivi Vaticani.

Montfaucon, p. 431

Montfaucon, p. 432

(Fig….) La bolla di Sisto IV, il documento del 1473, di cui si parlava riguardo al Menniti e a San Giovanni a Piro, tratta da Bernard de Montfaucon (…) ‘Palegraphia graeca’, libro VI, pp. 431-432

Padre Marco Petta (…), dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), a p. 97, parlando del monastero di SS. Elia di Carbone scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Battifol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”.

Nel 1077, ‘ALFENUS DE SICILISIO’, in una donazione di Ugo di Chiaromonte secondo l’Ughelli nel tomo VII

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(Fig…) Antonini (…), ‘Lucania’, disc. X, p. 415, ci parla di un documento Normanno del 1077

La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI e, dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca, come quello di cui ci parla l’Antonini (…), a p. 415, parlando di una donazione di Ugo di Chiaromonte, in cui figura quale testimone un certo “Alfenus de Sicilisio”. Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, nel discorso IX a p. 415 parlando del casale di Morigerati in proposito scriveva che: “Trovo anche fin dal MLXXVII memoria di questo luogo; poichè in una donazione, che in detto anno fanno Ugon di Chiaromonte, e Gimarga sua moglie al Monistero di Carbone, v’interviene per testimonio ‘Alfenus de Sicilisio’, siccome leggesi nel ‘tom. 7 dell’Ughellio.’“. Dunque, l’Antonini (…) scriveva che il toponimo di Sicilì veniva citato già nell’anno 1077, in un’antichissima pergamena proveniente dal Monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone dove risulta un testimone di Sicilì ad una donazione che ‘Ugo di Chiaromonte’ e la moglie ‘Gimarga’ fanno al detto Monastero. Dunque la pergamena citata dall’Antonini (…) parla anche di un Ugo di Chiaromonte e della moglie “Gimarga”. Dunque, l’Antonini (…) scriveva che il toponimo di Sicilì veniva citato già nell’anno 1077, in un’antichissima pergamena proveniente dal Monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone e riguarda una donazione che ‘Ugo di Chiaromonte’ e la moglie ‘Gimarga’ fanno al detto Monastero e dove risulta tra i testimoni un “Alfenus di Sicilisio”. La pergamena citata dall’Antonini (…) parla anche di un Ugo di Chiaromonte e della moglie “Gimarga”. L’Antonini, postillava che la notizia era tratta dal tomo VII dell‘”Italia Sacra” di Ferdinando Ughellio (…). Io credo che alcuni centri come Vibonati, Morigerati, Battaglia e Sicilì ricadessero nella diocesi di Marsico (Marsico Nuovo), l’antica diocesi di Cassano Jonico di cui ha scritto lo stesso Laudisio (…). Del resto sappiamo dell’esistenza documentata e certa di alcuni centri come Sicilì in quel periodo come è attestato in un documento oggi introvabile di una donazione di Ugone di Chiaromonte dell’anno 1077, dove figura un “Alphenus de Sicilisio”.

Ughelli, vol. VII, II ed., pp. 71 e s

Nel 1077, ‘UGO DI CHIAMONTE’  (“Ugo de Clermont” per la Robinson)

Hubert Houben (…), nel suo “L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni”, a p. 111 parlando dei 1) ‘I Normanni e i monasteri greci e latini’, citando alcuni documenti greci parlava anche di Ugo di Chiaromonte e scriveva che: “Possiamo presumere che la sentenza di Alessandro di Senise a sfavore di Carbone sia stata imparziale, perchè egli e suo suocero Ugo di Chiaromonte, entrambi normanni, erano grandi benefattori di quest’abbazia (6). Ugo di Chiaromonte era, per esempio, nello stesso tempo benefattore dell’abbazia greca di Carbone, alla quale aveva donato, nel 1091, il monastero di S. Nicola di Benega, e dell’abbazia latina di Venosa, alla quale donò nel 1092 un porto (forse sul fiume Agri) e un monastero dedicato a S. Saba (9). Nel “libro del capitolo” di Venosa, Ugo (morto dopo il 1102) e sua figlia Alberada, signora di Colobraro e di Policoro (morta 1122/22), sono ricordati nell’elenco dei benefattori, mentre sua moglie Guimarca (morta prima del 1111) viene commemorata nel necrologio come ‘amica’ della comunità (10).”.

NEL 1144 ‘ALFERIUS DE SICELA’

Nel 1144, Ugo di Chiaromonte e “ALFERIUS OF SICELA”, in un documento proveniente da monastero di SS. Elia e Anastasi del Carbone

Ma il nome di questo milite o feudatario “Alpherius de Sicela”, risulta anche nel ‘Catalogus Baronum’ redatto intorno all’anno del 1144 e in un documento proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasii di Carbone. Lo stesso documento però è datato anno 1144 dalla Gertrude Robinson (….), che nell’anno 1928 lo pubblicò insieme ad altri documenti greci provenienti da quel Monastero nel suo ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’. Il documento in questione è pubblicato a pp. 30 e s. ed è il n° XXXVII – 85, dove a p. 33 si vede citato un “Alpherius of Sicela.

Robinson, p...., doc. XXXVII, 85

Robinson, pp. 34-35, doc. XXXVII,

Robinson, pp. 33-34,

Robinson, 36-37

Robinson, pp. 38-39

Robinson, pp. 40-41

Robinson, p. 41

(Fig…) Robinson Gertrude, op. cit., pp. 30 e s.

Questa antichissima pergamena che l’Antonini datava anno 1077 e la Robinson datava anno 1144 fu citato anche dalla Evelin Jamison (…) e, da Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commentario al Catalogus Baronus’, quando a p. 162 commentava il n° 601 del ‘Catalogus Baronum’ su “GIBEL DE LORIA”, di cui ho già parlato in altri miei scritti. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. 1144. γιβλλος λωριας (Ghibellus de Loria = Lauria, Prov. Potenza, nel distretto di Val Sinni), è giustiziere di Val Sinni, insieme a ……………….(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII).”. Dunque, Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commento’ al ‘Catalogus’, confermava la citazione dell’Ebner che scriveva sulla scorta della Jamison (…). Il Cuozzo, riguardo il n. 601 del ‘Catalogus Baronum’, ovvero (lui scrive): “GIBEL DE LORIA” (o “Ghibellus de Loria”) = 1144. γιβλλος λωριας”,  sulla scorta della Jamison (…), scriveva che egli era feudatario di Gisulfo di Padula (vedi n. 599) e “giustiziere” (la Jamison dice “reale”) del distretto di Val Sinni (o della Contea di Marsico ?), lui dice, insieme a Roberto de Cles (v. n. 507). La Jamison e il Cuozzo, dicono pure che egli aveva (teneva) tre villani a Policastro (vedi n° 586). Sulle origini di questo vassallo di Gisulfo di Padula (a sua volta vassallo di Silvestro Guarna (II) conte di Marsico) “Ghibellus de Loria”, il Cuozzo (…), nella sua nota al n° 601 del ‘Catalogus’, a p. 162, citava “(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII). Ricordo che in questa antichissima pergamena pubblicata dalla Robinson e da ella datata all’anno 1144 vengono citati altri personaggi dei nostri luoghi, personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”. L’antica pergamena è stata citata anche da Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, dove, a p. 263, parlando del ‘Latinianon’ e di S. Saba, in proposito scriveva che: “Cosa del resto, quella cioè di dichiarare la propria appartenenza al predetto monastero di S. Saba, che così ci lascia il suo ultimo ricordo, che faceva anche l’abate Clemente che apparisce in un altro testo, il quale per i nomi dei presenti all’atto, che compariscono in vari anch’essa del Carbone del 1144 (27).”. Il Cappelli, a p. 273 nella sua nota (27) postillava che: “(27) G. Robinson, op. cit., XIX – 1, p. 32”, e si riferiva proprio al documento in questione. Il Cappelli (…), scriveva di questo documento del 1144 anche a proposito dei feudatari di Aieta e degli Scullando. Il Cappelli (…), a p. 220, parlando dei feudatari di Aieta e, riferendosi a Goffredo, feudatario di Aieta scriveva che: “A questi è del tutto presumibile succedesse quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando. Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5)”, ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). Sempre il Cappelli, sugli Scullando, a p. 224, nella sua nota (5) postillava che: “(5) G. Robinson, History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone, in “Orientalia Christiana”, Roma, 1928-1930, voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss. Un ‘Rogkerius Scelland (i) appare tra i presenti all’atto di donazione di alcuni beni, come dirò in seguito, alla chiesa di S. Maria della Mattina.”. Dunque a proposito del Roberto di Aieta, che il Cappelli dice forse avere assunto il Cognome di Scullando, il Cappelli citava alcune carte greche pubblicate da Gertrude Robinson (…). Cappelli citava alcune carte greche pubblicate da Gertrude Robinson (…), nel suo ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, pubblicato nel 1928. Dunque, in questo documento greco del 1144, proveniente da Carbone, insieme a Roberto di Lagonegro e Genete di Torraca, figurava anche Roberto Scullando. Ma chi era questo Roberto Scullando di Aieta che figura in un documento del 1144 ?. Il Cappelli, parlando dei feudatari di Aieta, riferendosi a Goffredo dice che: (riferendosi all’abitato di Aieta): “e di questo antico abitato era feudatario Goffredo di Aita e quindi Normanno ed Adelizia che compariscono nel documento redatto verso la fine del sec. XI o al principio del secolo seguente. A questi è del tutto presumibile successe quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando.”. Dunque, il Cappelli scrive che da questa pergamena greca del 1144, in cui figurava anche “Gibel de Loria“, e “Roberto Scullando di Aieta” che il Cappelli dice “quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando”, dunque il Cappelli dice essere quel Roberto, figliastro di Normanno o forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che “in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando.”. Dunque Roberto Scullando come è scritto pure nel documento citato dal Cappelli. Ma chi era il personaggio, il Signore di Aieta, Matteo, figlio del “fu Riccardo e di Clementa” ?. Di Riccardo di Clementa e del figlio Matteo ne parla Biagio Cappelli, citando un altro documento, un altra pergamena sempre di Aieta, dove si parla dell’antico monastero di S. Nicola di Tremulo. Il documento che fu pubblicato da Leone Mattei- Cerasoli è datato al secolo XI-XII. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, dove parla nell’intero capitolo dal titolo: Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”. Il Cappelli (…), a p. 219, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Badia di Cava si custodisce la seguente carta, mancante dell’anno in cui fu redatta ma assegnabile per l’esame paleografico alla fine del sec. XI o ai primi del sec. XII (1).”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il documento che ha la segnatura Arca CXV, n. 86 è stato pubblicato da D. L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’ (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-178.”.

Dal 1167 al 1168, Guglielmo II d’Altavilla e l’affiliazione Carbonense di alcuni monasteri italo-greci e basiliani

La comunità di Carbone affonda le proprie radici in un passato che risale, grossomodo, all’anno mille. La graduale costituzione dei primi focolai residenziali si registra intorno all’area di quello che ormai è stato ridefinito come “Parco Monastico“. Il documento più antico, ad oggi rinvenuto, circa la presenza del monastero e quindi dei primi insediamenti monastici è dell’anno 1041. I monaci bizantini provenienti dall’Oriente, dopo aver attraversato la Sicilia, incrementarono la loro presenza nelle regioni centro-meridionali fondando numerose comunità giungendo anche a Carbone. E proprio qui edificarono un monastero, intitolato ai Santi Elia ed Anastasio, “unico nel suo genere”: si trattava di un’abbazia che mantenne inalterate le proprie funzioni fino all’anno 1809. Nell’anno 1167 il cenobio carbonese divenne “il baricentro” del sistema basilino dell’intero Mezzogiorno d’Italia: all’abate Bartolomeo venne affidato il controllo materiale e spirituale di tutti i monasteri basiliani situati tra le attuali Puglia e Calabria. Inoltre, da questa data e fino all’anno 1716, il monastero e quindi l’intera comunità di Carbone, risultarono essere ‘nullius diocesis’ (letteralmente: “di nessuna diocesi”) e dipendenti solamente dalla potestà della Santa Sede di Roma. Ulteriore evidenza storica che sottolinea l’assoluta importanza dell’abbazia è costituita dal fatto che nel Seicento ne fu affidata la sua “gestione” al Cardinale Giovan Battista Pamphilj, il quale fu eletto Papa nell’anno 1644 con il nome di Innocenzo X. Pietro Ebner (….), nel suo “Monasteri bizantini nel Cilento – S. Maria di Pattano*”, saggio pubblicato in ‘Rassegna Storica Salernitana’, anno XXIX-XLIII, 1968-1983, a pp. 175 e sgg, a p. 192 parlando del monastero italo-greco di S. Maria di Pattano in epoca Normanna in proposito scriveva che: “E’ importante far osservare che nel riordinamento dei monasteri italo-greci, re Guglielmo (1167-1168) riunì sotto la giurisdizione dell’archimandrita dei SS. Elia e Anastasio del Carbone tutti i cenobi esistenti tra Salerno, Eboli, Valle del Bradano e Metaponto fino a Trebisacce e Belvedere Marittima. Pertanto, anche S. Maria di Pattano, veniva a trovarsi sotto la giurisdizione di quell’archimandrita.”. Pietro Ebner si riferiva al dominio Normanno sulla regione da parte di Guglielmo II° detto il Buono. Guglielmo II di Sicilia, detto il Buono (Palermo, dicembre 1153 – Palermo, 18 novembre 1189), discendente della famiglia degli Altavilla, fu Re di Sicilia dal 1166 alla morte; era figlio di Guglielmo I il Malo e di Margherita di Navarra. Viene ricordato come uno dei monarchi siciliani che godette di maggiore popolarità. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro cita anche S. Giovanni a Piro ed in proposito scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109).”. Il Campagna, nel suo “La Regione Mercuriense etc…”, a p. 262 parlando di Policastro in proposito postillava che: “(109) D. Martire, ‘La Calabria sacra e profana’, op. cit., I, pgg. 150-151; B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), pag. 29. G. Robynson M.A., History and Cartulary of the Greek etc…’, op. cit.; M. Spena, ‘Storia del monastero di Carbone’, Napoli, 1831.”. Riguardo invece l’antica “Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà”, il Campagna nella sua nota (112) a p. 263 postillava che: “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo”  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Dunque, il Campagna riassume un pò la cronistoria degli avvenimenti che riguardarono questi due monasteri. Il Campagna (….), anche sulla scorta del Di Luccia (….) scriveva dei due monasteri che subirono la stessa sorte. Infatti, dopo l’aggregazione dei due monasteri all’Archimandriato Carbonense. Sull’affiliazione carbonense il Campagna, a p. 150, nella sua nota (133) postillava che: “(133) L’Archimandritato carbonense, fondato nel 1167-68, disponeva d’un territorio vastissimo, da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere, in B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano’, in “BBGG”, n.s. XXIV (1970).”. Sempre il Campagna a p. 256, in proposito scriveva che: “I Carbonensi, che avevano ridato impulso al monachesimo greco sulla costa, esercitarono una certa egemonia da Belvedere a S. Giovanni a Piro, fino a quando non furono estromessi dalle organizzazioni religiose della Cappella del Presepio, presso S. Maria Maggiore, in Roma. (60).”. Il Campagna a p. 256, nella sua nota (60) postillava che: “(60) L’Archimandritato di Carbone fu a capo di un feudo vastissimo, da Salerno raggiungeva Metaponto, Trebisacce e, sul Tirreno, Belvedere, in B. Cappelli, ‘Il Monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano’, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), e Cronicon Carbonense. Insieme col monastero di S. Giovanni a Piro erano unite alla Cappella del Presepio, presso S. Maria Maggiore in Roma, molte grangie della costa. Tra noti monasteri e grangie vengono ricordati S. Pietro a Carbonara di Majerà, S. Nicola di Grisolia, il monastero dei Siracusani di Scalea, S. Maria Maggiore di Tortora e Maratea, S. Costantino di Trecchina, S. Nicola di Sapri, S. Fantino di Torraca, S. Benedetto di Policastro, un non identificato monastero di S. Maria delli Piani, i monasteri di S. Pietro e di S. Croce di Camerota e numerose altre istituzioni monastiche, in D. Damiano, op. cit..”. Riguardo l’opera citata dal Campagna del Cronicon Carbonense si tratta dell’opera di Paolo Emilio Santoro (….) e del suo “Historia monasterii Carbonensis Ordinis Sancti Basilii”, pubblicato nel 1601. Santoro stilò una Historia monasterii Carbonensis (1601) in cui ricostruì, con tanto di fonti trascritte, il passato del cenobio. Tra i pochi testi citati (p. 14) figura il ‘De antiquitate et situ Calabriae’ di Gabriele Barrius (1571), attribuito a Guglielmo Sirleto; e alla stregua di quel libro l’opera appare come una storia sacra della Calabria e della Lucania a partire dal 10° secolo. I Normanni sono lodati per aver restaurato il cristianesimo in Sicilia e per le crociate; ma alle loro conquiste risaliva il potere di quei «tyrannunculi» (i baroni) che iniziarono a vessare, e vessavano ancora, i monaci e le popolazioni locali (pp. 46-47). La storia del Regno di Napoli fa da sfondo alla narrazione fin dalla lotta tra Federico II e il papato, difensore dell’Italia dalla crudeltà germanica. L’opera fu tradotta e continuata nel 1859 da Marcello Spena (v. nuova ed. di L. Branco, 1998). Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 30 scrivendo che: “Dopo la crisi, seguita alle prime conquiste normanne, le nostre istituzioni basiliane godettero d’una notevole fioritura, grazie all’egemonia esercitata su di esse dall’Archimandritato di Carbone (39), così che S. Pietro “marcanito” divenne “a’ Carbonara”. Ecc…“, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Il monastero di SS. Elia ed Anastasio, posto presso Latinianon, nella “Regione superiore”, “superiore” rispetto ai Mercuriensi, fu fondato da S. Luca di Armento. Archimandritato, disponeva di un territorio vastissimo, che andava da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere. Sul celebre monastero, G. Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970).”. Dunque, il Campagna, scriveva che molti monasteri italo-greci o basiliani che erano tantissimi sulle nostre terre subirono le sorti di molte istituzioni monastiche che, in seguito al passaggio del potere dai Longobardi ai Normanni, rifiorirono nuovamente grazie all’influenza esercitata su di esse dall’Archimandriato del monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone in Basilicata. Il Campagna nella sua postilla citava i testi ed i documenti trovati e pubblicati da Gertrude Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; “Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; Biagio Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), tutti testi che ho studiato e verificato attentamente. Su questi testi e sul loro contenuto ha pubblicato un interessante studio Gustavo Breccia (….). Il Campagna poi nin particolare sul monastero di S. Pietro a Carbonara di Majerà, a p. 30 parlando sempre della nuova intitolazione latinizzata di monastero di “S. Pietro a Carbonara”, in proposito scriveva che: “Amministrava una vasta platea, che comprendeva gran parte dell’attuale territorio di Majerà (40). Confinava col territorio di Buonvicino, di Belvedere, di Cirella, e a settentrione, dopo contrada Massacarbone, con quello della stessa Majerà (41).”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Dalla Platea di Sebastiano della Valle, presso F.A. Vanni, cit.,”. Sempre il Campagna a p. 30, nella sua nota (41) postillava che: “Nell’accezione esatta, e non “Mezzacarbone”, toponimo con cui la contrada è erroneamente conosciuta.”. Il Campagna (….), nella sua “Storia di Majerà” a p. 30 riferendosi al monastero di S. Pietro a’ Carbonara di Majerà aggiungeva che: “Nel 1587, in qualità di grancia, era alle dipendenze della Cappella del S. Presepe, unita, o in subordinazione, all’abbazia di S. Giovanni a Piro (42). Così afferma il Vanni, anche se l’unione doveva essere avvenuta già da qualche decennio, difatti nel 1574 l’abate del monastero di S. Giovanni, D. Girolamo de Vio, aveva promosso un giudizio per usurpazione contro D. Giovanni Scielzo, della “Terra di Cirella”. Il processo che si celebrò in Lauria, si concluse sfarevolmente per il de Scielzo (43). Ecc…”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Il Vanni, cit.,  ne fissa la data al 28 agosto 1587, con la Bolla n. 58 di papa Sisto V. Riferimenti in G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, Città del Vaticano, 1935, pag. 213, nota 3.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il processo è riportato in sintesi da P.M. Di Luccia, l’Abbadia di S. Giovanni a Piro etc…, pagg. 72-75, e da F. Palazzo, Il cenobio basilano di S. Giovanni a Piro, Bosco, Scario, ed. Di Giacomo, Salerno, 1960, in libera traduzione, alle pagg. 225-228.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro cita anche S. Giovanni a Piro ed in proposito scriveva che: “La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Riguardo invece l’antica “Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà”, il Campagna nella sua nota (112) a p. 263 postillava che: “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Dunque, il Campagna riassume un pò la cronistoria degli avvenimenti che riguardarono questi due monasteri. Il Campagna (….), anche sulla scorta del Di Luccia (….) scriveva dei due monasteri che subirono la stessa sorte. Infatti, dopo l’aggregazione dei due monasteri all’Archimandriato Carbonense e, dopo la Commenda del 1462 al Cardinale Bessarione, nel 1587 l’Abbazia di S. Giovanni a Piro e la Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà  fu aggregata alla Cappella del SS. Presepe o Cappella Sistina (dentro le mura della Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma), con la bolla n. 58 di Papa Sisto V. In particolare il Campagna aggiunge pure che: “E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Il Campagna (….), a p. 262, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Dunque, queste notizie ancora una volta provengono dalla manoscritto del 1750 del Vanni (….) di cui ho già detto. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la “platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Per quanto riguarda gli antichi documenti che riguardano le affiliazioni carbonensi di alcuni monasteri vorrei citare il saggio di Padre Marco Petta. Padre Marco Petta (…), dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), “I manoscritti greci di S. Elia di Carbone” (….), a pp.. 97-98, parlando del monastero di SS. Elia di Carbone scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Battifol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”. Dunque, padre Marco Petta (….) scriveva  Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia.” e aggiungeva che dei 29 manoscritti superstiti dell’Abbazia di Grottaferrata, nel 1700 furono prelevati da Pietro Menniti e fatti portare al Collegio di S. Basilio a Roma (7) che, nel 1786 furono venduti alla Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV)(8). Il Petta (….) scriveva che: “….sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata”. Dunque non sono più quelli che possaimo vedere collegandoci alla BAV Archivio Barberini – Abbadie I e Abbadie II ma sono conservati presso la Biblioteca di Grottaferrata. Il Petta cita il Batiffol (…) che credeva che furono trasferiti a Grottaferrata dal Menniti stesso.

Il Monastero e la Chiesa di “S. Pietro a Carbonaro” a Majerà

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a pp. 147-150-151 ecc.. parlando della “Regione mercuriense” ed in particolare della Terra di Majerà, in proposito scriveva che: “Completamente autonoma dalla Terra di Majerà fu l’abbazia basiliana di “S. PIETRO A’ CARBONARA”. Non ci è dato conoscere la data di fondazione, ma, certamente, per essere ubicata nei pressi di “Romano”, di “S. Anario”, “Schiavo” e “Prato” (128), non lontano da “Ftia”, “Campora” e “Pirgolo” (129), località dove la presenza greca e romana ha lasciato tracce indelebili, ma soprattutto per essere su una delle più trafficate vie istimiche per le coste joniche, da “Bocca Palombaro”, e quindi a breve distanza dalla “Badia” di S. Sosti (130), per le stesse strutture murarie, di quel poco che resta, dove sono rilevanti gli avanzi romani, l’abbazia di “S. Pietro a’ Carbonara” fu fra le più arcaiche della costa. Miracolosamente sopravvisuuta alle scorrerie normanne, o ricostruita dopo il consolidamento delle conquiste, godette a lungo il beneficio di “platea”. Sappiamo dall’Historia di S. Saba che nell’area dell’Eparchia mercuriense vi era il monastero di S. Pietro, detto dei “Marcani”, dove il Santo operò un miracolo, ridando la parola e l’udito ad un monaco colpito da un fulmine (131). Lo stesso monastero viene ricordato nella “Dedica” di S. Maria della Matina e nel relativo “Diploma” di Roberto il Guiscardo del 1065, entrambi “falsificazioni” di un originale perduto. Dalle pergamene risulta che l’abbazia era ubicata “in valle que Mercurii nuncupatur” (132). Prima che l’abbazia divenisse filiazione carbonense (133), doveva essere dei “Marcani”. I ruderi, andati distrutti da qualche anno, evidenziano le caratteristiche della struttura muraria romana. Del vasto complesso monastico, ora, rimane la sola chiesetta dedicata all’Apostolo (134). Il monastero disponeva di un vasto territorio, delimitato dai confini delle Terre di Majerà, di Cirella, di Belvedere, e di Buonvicino, riportati nella platea del 1545-1546 da Sebastiano della Valle (135). Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”. Il Campagna (….), a pp. 147-148, nella sua nota (128) postillava che: “(128) Nella “Notizia Dedicationis” del 1065 e in successivi documenti relativi a S. Marai della Matina, A. Pratesi, op. cit., viene menzionato un “vico” o “casale” del “Prato”. Non è facile stabilire se trattasi di “Prato” presso S. Pietro, tuttavia la nostra località ha resti arcaici, di cui molti romani, soprattutto sulla costa ai confini con contrada “Campora”, campus-erat. Sull’autonomia di S. Pietro a Carbonara da Majerà, F. A. Vanni, ms. cit.. L’Autore, oltre ai documenti notarili in proprio possesso, fa riferimento alla delimitazione della Platea del 1545-46, ad opera di Sebastiano della Valle.”. Il Campagna a p. 147 nelle sue note da 129 a 130 postillava della disamina di alcune sue considerazioni che avvalorassero la sua tesi che tuttavia riprendeva i testi manoscritti di alcune Platee di Beni compilate del XVII secolo. Il Campagna, nella sua nota (131), postillava che: “(131) Cozza-Luzi”, nella nota (132), cita il Pratesi (…), nella nota (133), cita il Cappelli (…). Appare interessante la sua nota (134), dove postillava che: “Sul versante meridionale di S. Pietro a’ Carbonara, non lontano dalla grotta di S. Angelo, si possono notare i resti con affreschi d’un altra chiesetta, che mi è stato detto essere di “S. Pietro Alcam” (Alcamo?), forse parte d’un complesso abbaziale, ora abitazione del Sig. Giuseppe Russo.”. Il Campagna (…), a p. 151, scriveva in proposito che: “E’ vero che l’abbazia di S. Pietro sopravvisse alla latinizzazione, ma fu sopravvivenza asfittica (138).”. Il Campagna (…), a p. 151, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Già nel 1574, per questioni di usurpazioni, D. Girolamo De Vio, abate di San Giovanni a Piro, intentò un processo contro D. Giovanni De Scielzo di S. Pietro a’ Carbonara. La sentenza, sfavorevole allo Scielzo, fu emessa dal rev. D. Raimondo Corso, e resa esecutiva in Lauria dal notaio Angelo De Juvenibus, della Curia vescovile di Policastro. Divenuti i Carafa, padroni di Majerà, anche l’abbazia di S. Pietro veniva considerata “nullus dioceseos”, e pertanto sottoposta alle mire dell’Episcopato e del Conte. P.M. Di Luccia; F. Palazzo; Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96, ms. Doc. Episc. Policastro Bussentino.”. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza. Lo studoso calabro Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 30 prosegue scrivendo che: “Dopo la crisi, seguita alle prime conquiste normanne, le nostre istituzioni basiliane godettero d’una notevole fioritura, grazie all’egemonia esercitata su di esse dall’Archimandritato di Carbone (39), così che S. Pietro “marcanito” divenne “a’ Carbonara”. Ecc…“. Dunque, Orazio Campagna scriveva che l’antichissimo monastero italo-greco o basiliano di S. Pietro di Marcanito a Majerà “divenne “a’ Carbonara” in quanto questo monastero dipendeva dall’Archimandritato di Carbone ovvero dall’Archimandritato del monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone in Basilicata. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, pubblicato nel 1985, a pp. 29-30 riferendosi all’antico monastero italo-greco di S. Pietro di Marcanito a Majerà, oggi del tutto scomparso e, riferendosi proprio all’antica struttura scriveva che: “I resti dell’abbazia, da qualche anno del tutto scomparsi, della chiesetta, nell’ansia del nuovo, è stata completamente deturpata l’antica struttura, evidenziando l’opus mixtum e l’uso del materiale romano sottratto a precedenti costruzioni. L’inventario del 1695-96 eseguito per conto della Cappella romana del S. Presepe, presso Santa Maria Maggiore, riporta “una Chiesa con la d.ta Chiesa che si stà rinnovando è sotto il titolo di S. Pietro a Carbonaro” (38)”.”. Dunque, il Campagna scriveva che già nel 1695-96, ai tempi in cui fu conpilata la “Platea dei Beni e delle Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, l’antica struttura che faceva riferimento all’antico monastero di S. Pietro a Marcanito figurava con il titolo di “S. Pietro a Carbonaro”.  Il Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (38) postillava che:“(38) Platea dei beni e delle rendite della Badia di S. Giovanni a Piro” (fol. 139-141, recto et verso), inventario ms. del 1695-96, estratto dall’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino.”. Dunque, Orazio Campagna (….), a p. 30, sulla scorta del manoscritto del Vanni (….) scriveva che il monastero di S. Pietro di Marcaneto, nell’inventario del 1695-96 (“Platea dei Beni e delle Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, redatta dal notaio Domenico Magliano, di cui ho pubblicato gli inediti), eseguito per conto della Cappella del SS. Presepe presso la Basilica di S. Maria Maggiore di Roma, a cui era stato annesso con bolla papale da Papa Sisto V, riporta la descrizione del luogo ecc..e poi dice sempre il Campagna che il monastero di S. Pietro di Marcaneto a Majerà non era più sotto questo titolo ma riportava il nuovo titolo di San Pietro a Carbonaro. Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 30 scrivendo che: “Dopo la crisi, seguita alle prime conquiste normanne, le nostre istituzioni basiliane godettero d’una notevole fioritura, grazie all’egemonia esercitata su di esse dall’Archimandritato di Carbone (39), così che S. Pietro “marcanito” divenne “a’ Carbonara”. Ecc…“, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Il monastero di SS. Elia ed Anastasio, posto presso Latinianon, nella “Regione superiore”, “superiore” rispetto ai Mercuriensi, fu fondato da S. Luca di Armento. Archimandritato, disponeva di un territorio vastissimo, che andava da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere. Sul celebre monastero, G. Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970).”. Dunque, riguardo l’antichissimo monastero italo-greco o basiliano di “S. Pietro di Marcanito” a Majerà, il Campagna faceva esplicito riferimento alla sua nuova intitolazione (come risulta dalla Platea dei Beni etc del 1695-95), ovvero a S. Pietro a Carbonara e faceva esplicito riferimento all’antico monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone in Basilicata. Il Campagna nella sua postilla citava i testi ed i documenti trovati e pubblicati da Gertrude Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; “Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; Biagio Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), tutti testi che ho studiato e verificato attentamente. Su questi testi e sul loro contenuto ha pubblicato un interessante studio Gustavo Breccia (….). Il Campagna poi nin particolare sul monastero di S. Pietro a Carbonara di Majerà, a p. 30 parlando sempre della nuova intitolazione latinizzata di monastero di “S. Pietro a Carbonara”, in proposito scriveva che: “Amministrava una vasta platea, che comprendeva gran parte dell’attuale territorio di Majerà (40). Confinava col territorio di Buonvicino, di Belvedere, di Cirella, e a settentrione, dopo contrada Massacarbone, con quello della stessa Majerà (41).”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Dalla Platea di Sebastiano della Valle, presso F.A. Vanni, cit.,”. Sempre il Campagna a p. 30, nella sua nota (41) postillava che: “Nell’accezione esatta, e non “Mezzacarbone”, toponimo con cui la contrada è erroneamente conosciuta.”. Sempre il Campagna a p. 30 aggiungeva che: “Nel 1587, in qualità di grancia, era alle dipendenze della Cappella del S. Presepe, unita, o in subordinazione, all’abbazia di S. Giovanni a Piro (42). Così afferma il Vanni, anche se l’unione doveva essere avvenuta già da qualche decennio, difatti nel 1574 l’abate del monastero di S. Giovanni, D. Girolamo de Vio, aveva promosso un giudizio per usurpazione contro D. Giovanni Scielzo, della “Terra di Cirella”. Il processo che si celebrò in Lauria, si concluse sfarevolmente per il de Scielzo (43). Ecc…”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Il Vanni, cit.,  ne fissa la data al 28 agosto 1587, con la Bolla n. 58 di papa Sisto V. Riferimenti in G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, Città del Vaticano, 1935, pag. 213, nota 3.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il processo è riportato in sintesi da P.M. Di Luccia, l’Abbadia di S. Giovanni a Piro etc…, pagg. 72-75, e da F. Palazzo, Il cenobio basilano di S. Giovanni a Piro, Bosco, Scario, ed. Di Giacomo, Salerno, 1960, in libera traduzione, alle pagg. 225-228.”. Il Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 31 riguardo questa abbazia scriveva che: “Anche presso questa Abbazia, come presso le altre della costa, vi è il toponimo Foresta, che ricorda antiche donazioni di zona boscosa e coltivata, o meno probabilmene, l’estraneità dei Basiliani, in tempi mutati, e nella lingua e nel rito (46). A sud della Foresta si apre la grotta di S. Angelo: S. Michele, l’Angelo per antonomasia. Presso S. Pietro e S. Anario vi è Prato. Un “locus” dallo stesso nome è più volte menzionato in “Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini” (47), e, nelle stesse “Carte”, localizzato presso S. Marco Argentano (48). Il nostro, ricco di resti greci e latini, conquistato dal Guiscardo, avrà tratto il nome dalla omonima località argentanese.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (40) postillava che: “(46) Il nome, già usato nella toponomastica normanna, indica un vasto territorio, boschivo e coltivato. Nella Platea dei beni e rendite, etc., la Foresta viene delimitata, e la grancia di S. Pietro disponeva che “dal dì di tutti i Santi insino alla Vigilia di Natale, s’intende chiusa, et chi ci và a pascolare, o dannifica per d.to tempo paga alla d.to Chiesa di pena carlini quindeci per ciaschduna volta…”.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (47) postillava che: “(47) A. Pratesi, cit.”. Il Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (38) postillava che: “(38) Platea dei beni e delle rendite della Badia di S. Giovanni a Piro” (fol. 139-141, recto et verso), inventario ms. del 1695-96, estratto dall’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro cita anche S. Giovanni a Piro ed in proposito scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Il Campagna, nel suo “La Regione Mercuriense etc…”, a p. 262 parlando di Policastro in proposito postillava che: “(109) D. Martire, ‘La Calabria sacra e profana’, op. cit., I, pgg. 150-151; B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), pag. 29. G. Robynson M.A., History and Cartulary of the Greek etc…’, op. cit.; M. Spena, ‘Storia del monastero di Carbone’, Napoli, 1831.”. Riguardo invece l’antica “Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà”, il Campagna nella sua nota (112) a p. 263 postillava che: “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Dunque, il Campagna riassume un pò la cronistoria degli avvenimenti che riguardarono questi due monasteri. Il Campagna (….), anche sulla scorta del Di Luccia (….) scriveva dei due monasteri che subirono la stessa sorte. Infatti, dopo l’aggregazione dei due monasteri all’Archimandriato Carbonense e, dopo la Commenda del 1462 al Cardinale Bessarione, nel 1587 l’Abbazia di S. Giovanni a Piro e la Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà  fu aggregata alla Cappella del SS. Presepe o Cappella Sistina (dentro le mura della Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma), con la bolla n. 58 di Papa Sisto V. In particolare il Campagna aggiunge pure che: “E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Infatti, Biagio Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, sulla scorta del Di Luccia (…) e del Palazzo (…), ne parla a pp. 43-44. Dunque, il Campagna scriveva che il monastero di S. Pietro a Carbonara di Majerà sarà subordinato all’abbazia di S. Giovanni a Piro. Ma vediamo cosa postillava il Campagna. Il Campagna (….), a p. 262, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Dunque, queste notizie ancora una volta provengono dalla manoscritto del 1750 del Vanni (….) di cui ho già detto. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la “platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’.

Nel 1320, in un documento del re Carlo II d’Angiò risulta che il Monastero di “S. Petri de Maiera grancia” dipendeva dal Monastero o Abbazia di S. Giovanni a Piro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, dove, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, sulla scorta del Di Luccia (…) ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e non solo e, ci segnala che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Pietro Ebner traeva queste notizie dal testo di Pietro Marcellino di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, a pp. 11-12-13-14, parlando dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Che detto Territorio di S. Giovanni: fosse stato dato alla Chiesa dalli Rè di Napoli non se ne può dubitare, mentre oltre al dominio dal Monastero de PP. Basiliani in quello eretto, e dal suo Abbate pro tempore esercitato il tutto risulta dalle risposte, che facevano li habitatori di d. loco le quali in recognitione di dominio pagavano le risposte al Monastero, e dalla narrativa di una Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero, e dalla lettera scritta dal Rè Ludovico dell’anno 1348 al signore Conte di Policastro per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone dell’Abbate di S. Giò: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi anche un Breve di Sisto IV dell’anno 1473. dal quale si deduce che in quel tempo vi era detto Monastero, & in oltre, da una commissione del Rè Carlo Secondo inserita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Giò: & il conte di Policastro nell’anno 1567 per l’atti del Caro, e diretta alli Giustizieri del Principato Citra che non gravino con Commissari l’Vniversità & huomini del casale di S. Gio: essendo sottoposti alla chiesa, con tali parole: “Prefatos homines umanè….ecc..”. Nel 1320, con il quale il re ordinava “alli giustizieri del Principato Citra, che non gravino con commissari l’Università et huomini” del casale di San Giovanni essendo sottoposto alla chiesa:

Di Luccia, p. 11

Nella trascrizione integrale del documento del 1320, pubblicato dal Di Luccia a pp. 12-13 possiamo leggere che: “Abbatis e Conventus Monastery S. Ioannis ad Pirum fuit Excellentiae nostra nuper expositum, quod cum ipsi per se, e alios eorum nomine tenentes, e possidentes, tenuerint, e possiderint, ac teneant, e possideant tenimentum S. Petri de Maiera situm in pertinentijs Castri Maiera de iurisdictione vestra, Dominus Guglielmus de Molinis praefatos Abbatem, ecc…”. Dunque, in questo documento del 1320 del re Carlo II d’Angiò veniva espressamente citato il Monastero di S. Pietro di Majerà quale grangia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca Angioina ai tempi della Regina Giovanna I di Napoli. Il Di Luccia postillava che il documento negli atti del Caro si trovava nei registri Angioini: “In Registro Caroli, fol. 1320, l. c. anno. 246. a ter.”. Poi il Di Luccia, sempre a p. 12, prosegue pubblicando l’intera trascrizione del documento con sigillo del 1583: “Carolus & c. Justitiarijs Valli Grata, etc…”. Dunque, il Di Luccia, in questo passo di p. 12 afferma che esisteva una “narrativa” di una “Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna, istituì una Commissione: “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”:

di luccia, p. 13

(Figg…) Di Luccia (…), op. cit., pp. 11-12-13

Nel 1545-46, la “Platea di Beni e di Rendite del monastero di S. Pietro di Carbonaro a Majerà”, compilata da Sebastiano della Valle

Riguardo Sebastiano della Valle (…), Giuseppe Galasso (…), nel suo ‘Economia e società nella Calabria del Cinquecento’, parlando dei Carafa e dei Sanseverino, a p. 292, in proposito scriveva che: “Lo stesso Sebastiano della Valle operò in seguito la reintegrazione dello stato del Duca di Montalto, nel 1550 (60); e quasi contemporaneamente viene operata la reintegra nelle terre ecc..”. Il Galasso (…), a p. 292, nella sua nota (60) postillava che: “(60) ASN. Processi antichi. Pandetta nuovissima, n. 71/ 56.990.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Il Campagna (…), a p. 141, nella sua nota (109), postillava che: “(109) Apprezzo della Terra di Majerà del 1723, ms. cit.”. Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Infatti, Biagio Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, sulla scorta del Di Luccia (…) e del Palazzo (…), ne parla a pp. 43-44. Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 150, parlando della “Regione mercuriense” e di Majerà, parlando del Monastero e dell’Abbazia di S. Giovanni a piro, scriveva in proposito che: “Il monastero disponeva di un vasto territorio, delimitato dai confini delle Terre di Majerà, di Cirella, di Belvedere, e di Buonvicino, riportati nella platea del 1545-1546 da Sebastiano della Valle (135). Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”. Il Campagna, nella sua nota (131), postillava che: “(131) Cozza-Luzi”, nella nota (132), cita il Pratesi (…), nella nota (133), cita il Cappelli (…). Appare interessante la sua nota (134), dove postillava che: “Sul versante meridionale di S. Pietro a’ Carbonara, non lontano dalla grotta di S. Angelo, si possono notare i resti con affreschi d’un altra chiesetta, che mi è stato detto essere di “S. Pietro Alcam” (Alcamo?), forse parte d’un complesso abbaziale, ora abitazione del Sig. Giuseppe Russo.”. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la “platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Il Campagna (…), a p. 151, scriveva in proposito che: “E’ vero che l’abbazia di S. Pietro sopravvisse alla latinizzazione, ma fu sopravvivenza asfittica (138).”. Il Campagna (…), a p. 151, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Già nel 1574, per questioni di usurpazioni, D. Girolamo De Vio, abate di San Giovanni a Piro, intentò un processo contro D. Giovanni De Scielzo di S. Pietro a’ Carbonara. La sentenza, sfavorevole allo Scielzo, fu emessa dal rev. D. Raimondo Corso, e resa esecutiva in Lauria dal notaio Angelo De Juvenibus, della Curia vescovile di Policastro. Divenuti i Carafa, padroni di Majerà, anche l’abbazia di S. Pietro veniva considerata “nullus dioceseos”, e pertanto sottoposta alle mire dell’Episcopato e del Conte. P.M. Di Luccia; F. Palazzo; Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96, ms. Doc. Episc. Policastro Bussentino.”. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza. Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 96, continuando il suo racconto, scriveva in proposito che: “Il primo ebbe origini più remote, difatti viene anche menzionato nella Vita di S. Saba di Collesano per un miracolo che il Santo vi operò (74). Dovrebbe essere identificato col monastero di S. Pietro, in territorio di Majerà, edificato sui resti di colonia romana e divenuto, successivamente, filiazione carbonense insieme col monastero di S. Pietro, di cui il 6 maggio 1149 papa Eugenio III confermava il possesso alla Badia di Cava, veniva ubicato “apud Didascaleam” insieme con l’”ecclesiam S. Marie de ospitali”, ma veniva identificato con S. Pietro “de Grasso”, presso Papasidero (75). ecc…”. Il Campagna, a p. 96, nella sua nota (74), postillava che la notizia di S. Saba era tratta dal “Cozza-Luzi, Historia et laudes, etc., op.cit.; da D. Martire, La Calabria sacra e profana, I, op. cit. pag. 306 e s.”. Il Campagna, nella sua nota (75), postillava che: “(75) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX, luglio-dicembre, 1976; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando delle “Cap. IX – Comunità costiere a nord del Lao”, parlando di Scalea e di Papasidero in Calabria,  parla del monastero di S. Pietro de Grasso e scriveva che: “Nel 1130-1137 l’antipapa Anacleto II riconfermava all’abate Simeone di Cava “omnia iura et possessiones” in Calabria, di cui “apud Scaleam monasterium S. Petri et ecclecia S. Marie cum hospitali” (18), possessi riconosciuti al monastero cavense da papa Eugenio III, nel 1149.”. Il Campagna, nella sua nota (18), postillava che: “(18) F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I, pag. 72. Sul monastero di S. Pietro, S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX (1976), pag. 128 e sgg.; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando.”.

Nel 1564, l’“Inventarium bonorum” conservata alla Biblioteca Apostolica Vaticana

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Ecc…(13)….”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. Dunque, secondo Francesco Barra, negli Archivi del Capitolo Vaticano di San Pietro in Vaticano si trova la documentazione che riguarda alcune Abbazie.

Nel 1574, la causa tra Girolamo De Vio, Commendatore dell’Abazia di S. Giovanni a Piro e il Monastero di S. Pietro de Carbonaro a Majerà (Calabria)

Il sacerdote Rocco Gaetani, a p. 152 parlando di S. Fantino morto a Tessalonica, in proposito così scriveva che: “Nè incuria degli uomini, nè l’audacia del tempo sono giunte a distrugere le robuste pareti della sua Chiesa fabbricata in mezzo a una vasta tenuta, la quale vi signoreggiava sontuosamente. La ricca Grancia di San Fantino a Torraca con le Grance di San Benedetto a Policastro, di San Gaudioso a Rivello, di San Nicola in Maratea, di San Costantino a Trecchina, di San Pietro in Maiera, di San Nicola in Grisolia appartennero alla doviziosa e antica Abbadia dè monaci Basiliani (43) di San Giovanni a Piro, che ebbe vicende or prospere or infauste, fino a che Sisto V nel 1587, con speciale bolla, l’unì ed incorporò alla insigne cappella del Santo Presepe eretta dentro la grande basilica di Santa Maria Maggiore (2). L’Abbadia Basiliana così liquidata, ecc…”. Dunque è proprio in questo passo che il Gaetani si richiama all’“importante documeno del 1695”. Dunque, il Gaetani scriveva che l’antica Abbazia italo-greca di San Giovanni a Piro, nel 1587 fu aggregata alla Cappella del SS. Presepe eretta nella Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 495, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Interessanti del pari due sentenze, una penale, emessa a seguito di querela esposta “exposita per Laudoniam Triparum Terrae qualiter et adversus Donnum Carolum Pistacchium eiusdem Terrae qualiter noctis tempore ausus ire domun dictae Laudoniae et ianuam aperire et ingredi domum praedictam occasione ipsam carnaliter congnoscendi” che liberava “a meritis dictae querelae totiusque Causae” il predetto D. Carlo e un’altra sentenza emessa da D. Rainaldo Corso contro D. Giovanni de Scielso  per usurpazione dei poteri spirituali sul monastero di Cirella e grancia dipendente, come pure sulla “rurali Ecclesia d. Monasteri S. Petri ad Carbonaro sita in territorio di Majera S. Marci Dioecesis”. Il vicario e visitatore apostolico espressamente delegato da papa Gregorio XIII, Rainaldo Corso, a “istantia inter Rev. D. Hieronymum de Vio Clericum Gaietanum Commendatarium Monasterij S. Ioannis ad Pirum, ordinis S. Basilij, et grancia, seu membro ipsius Monasterij sub vocabulo S. Petri ad Carbonaro sit. in Territorio de Maierari Dioecesis S. Marci” imponeva “supradicto D. Ioanni Scielso Terrae Cirellae” di pagare tutte le spese essendo stato ritenuto colpevole dell’imputazione ascrittagli (17 agosto 1574).”. Orazio Campagna (…), a p. 151, scriveva in proposito che: “E’ vero che l’abbazia di S. Pietro sopravvisse alla latinizzazione, ma fu sopravvivenza asfittica (138).”. Il Campagna, dunque a p. 151, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Già nel 1574, per questioni di usurpazioni, D. Girolamo De Vio, abate di San Giovanni a Piro, intentò un processo contro D. Giovanni De Scielzo di S. Pietro a’ Carbonara. La sentenza, sfavorevole allo Scielzo, fu emessa dal rev. D. Raimondo Corso, e resa esecutiva in Lauria dal notaio Angelo De Juvenibus, della Curia vescovile di Policastro. Divenuti i Carafa, padroni di Majerà, anche l’abbazia di S. Pietro veniva considerata “nullus dioceseos”, e pertanto sottoposta alle mire dell’Episcopato e del Conte. P.M. Di Luccia; F. Palazzo; Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96, ms. Doc. Episc. Policastro Bussentino.”. Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, scrisse un trattato dal titolo: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Secondo Ferdinando Palazzo (…), le notizie intorno alle origini delle donazioni. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Col tempo questa fiorentissima Università andò in decadenza, sia per la diminuzione dei Padri e sia per fattori che resero inconsistente la sua reggenza. Cosa avvenne? Quando l’Abate Nicola, in seguito alla presa di possesso della Diocesi di Policastro, dovette sostituire il nuovo abate infermo, suo successore nella Badia, incominciò pian piano a usurpare i poteri spirituali (giurisdizione), mentre il Conte di Policastro usurpava i poteri temporali. E così fecero pure gli altri vescovi e conti, finchè nel 1574 il Commendatore D. Girolamo De Vio fu costretto ad intentare un guidizio contro D. Giovanni De Scielzo del Monastero di S. Pietro in Carbonaro di Majerà (Cosenza), Diocesi di S. Marco, per la medesima ragione. Questo giudizio fu definito con sentenza di condanna dell’usurpatore, pronunciata dal Rev. D. Raimondo Corso, Referendario di Gregorio XIII, e resa esecutiva in forma pubblica in Lauria dal Notaio Angelo De Juvenibus, fiduciario della Curia Vescovile di Policastro, che ne rilasciava copia il 3 settembre 1574. – Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo. – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram Dioecesis Polycastren cujus curam, ecc…”. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). ”. Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dallo Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna (…), nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”.

Nel 15 agosto 1585, Lelio Carafa, V conte di Policastro, avendo sposato Vittoria di Loria, divenne anche barone di Majerà

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 260, parlando della contea di Policastro dopo la morte e la successione di Alfonso di Loria, nel 1597, nella sua nota (87), in proposito postillava che: “(87) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F.A. Vanni, ‘Cronica di Majerà’, ms. cit.”. Però, sempre Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà”, a p. 75, in proposito scriveva che: “Nel 1566 sposò Giulia di Bernardo di Cosenza, vissuta fino al 1625. Dal loro matrimonio nacquero Vittoria e Beatrice. Vittoria, che, in prime nozze, sposò Lelio Carafa dei Conti di Policastro, Capitoli del 15 Agosto 1585, ratificati il 18 gennaio 1587, fu l’ultima baronessa di Casa Loria a Majerà. Ebbe in dote la Terra, con rendite, “jussi”, vassallaggio, giurisdizione delle prime e seconde cause, il Castello, il bestiame e tutto quanto Alfonso possedeva (19). Lo stesso Alfonso intervenne per salvare la Contea di Policastro in crisi, difatti ottenne da Giovan Giacomo Palamolla di Scalea 9.000 ducati in prestito, con l’interesse del nove per cento, che devolvette ai Conti di Policastro, e la Contea non fu venduta (20). Vittoria restò vedova giovanissima. Lo stato vedovile la rattristò tanto che condusse vita da suora, secondo la regola dominicana, nel Castello di Majerà. Da Lelio e Vittoria erano nate due figlie, Giulia e Maria Carafa.”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Vanni cit.”. Il Campagna a p. 75, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Vanni cit.”. Il Camapgna si riferisce a F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono.  Riguardo Lelio Carafa ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava che: Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).”. Il testo di Giuseppe Campanile (….), ‘Notizie di Nobiltà etc.’. Giuseppe Campanile fu un genealogista. Figlio di Filiberto Campanile (….), membro di una famiglia nobile originaria di Tramonti, Giuseppe nacque a Diano (l’odierna Teggiano) intorno al 1616. Nel 1672 pubblicò la sua ultima ma più celebre opera, le Notizie di nobiltà, che tratta del significato degli stemmi delle famiglie nobili del Regno di Napoli e della loro origine e genealogia. Dunque, il Campagna scriveva che la Baronessa Vittoria di Loria era la figlia primogenita di Alfonso Loria. Vittoria di Loria sposò il conte di Policastro Lelio Carafa e gli portò in dote la terra di Majerà. Vittoria di Loria e Lelio Carafa ebbero un unica figlia erede Giulia Carafa della Spina che poi in seguito sposò lo zio Fabrizio Carafa a cui portò in dote la terra di Majerà. Riguardo il Conte di Policastro Fabrizio Carafa. Dunque, secondo Pietro Ebner, Fabrizio Carafa, quarto figlio di Federico Carafa, per “…evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa.”. Dunque, secondo l’Ebner, Fabrizio Carafa, 4° figlio di Federico Carafa, sposò la nipote Giulia Carafa, figlia di Lelio Carafa e unica erede della Contea di Policastro. Ebner, proseguendo il suo racconto sui Carafa diceva pure che: “Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).”. Ebner si riferiva al testo di Filiberto Campanile (….), ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195. Dunque, secondo l’Ebner (…), Lelio Carafa fu l’unico erede maschio di Federico Carafa, Conte di Policastro e di Giulia Russo. Ebner scrive pure che “Da costui solo Giulia, contessa di Policastro”. Dunque, l’Ebner scrive che Giulia Carafa fu l’unica erede femmina di Lelio Carafa e Giulia Russa. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Lelio (+ ca. 1603), 5° Conte di Policastro e Patrizio Napoletano. = Vittoria di Lauria, figlia di Alfonso Signore di Maierà (divenne erede del feudo alla morte del fratello). E1. Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa.”. Riguardo Lelio Carafa della Spina, Conte di Policastro, ha scritto Orazio Campagna (….), che a pp. 145-146 parlando di Majerà in Calabria, e dei ‘Loria’ in proposito scriveva che: “I Loria, così entrati nella storia della Terra, per oltre un secolo e mezzo ne determinarono le sorti (120). Ultima baronessa fu Vittoria, primogenita di Alfonso, la quale, nel 1598, eredito Majerà ecc…Figlia ed erede di Vittoria Loria fu Giulia Carafa, che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122). Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Il Campagna (…), a p. 145 nella sua nota (122) postillava che: “(122) Di Giulia Carafa si legge la seguente iscrizione incisa sul marmo nella chiesa di S. Maria del Casale; in alto vi è lo stemma dei Carafa della Spina: “D. Iuliae Carafae Polycastri comitissa Polycastrensis domus jam collabentis instauratrici coniugi amatissimae D. Fabritius Carafa unico vitae suae oblectamento immature viduatus obiit MDCVIII etatis sue XXI”. I Carafa furono signori di Policastro dal 1496. Fabrizio, sposo di Giulia, ne fu il VII conte. Apparentati ai Sismondi di Pisa, i Carafa ebbero un papa, Paolo IV (Giampietro Carafa), ecc…”. Sempre il Campagna parlando dei Carafa a p. 145, nella sua nota (122) postillava che: “(122) Da Anonimo, ms. del 1719, “Osservazioni intorno alla scrittura uscita per la primogenitura dè Signori di Forlì nella Famiglia Carafa della Spina, colle quali si dimostra essere gli Principi della Roccella i Primogeniti della universale famiglia Carafa, D.S.G.F.A.P.d.R, anno 1691″, presso Arch. Episc. di Policastro Bussentino; G. Campanile, ‘Notizie di nobiltà, etc., cit.; V. Nocito, ‘Notizie storiche della città di Belvedere Marittimo, etc., Genova, 1947.”

I Palamolla di Scalea ed i dissesti finanziari della Contea di Policastro

Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà”, a p. 75 parlando di Alfonso di loria, Signore di Majerà, in proposito scriveva che: “Lo stesso Alfonso intervenne per salvare la Contea di Policastro in crisi, difatti ottenne da Giovan Giacomo Palamolla di Scalea 9.000 ducati in prestito, con l’interesse del nove per cento, che devolvette ai Conti di Policastro, e la Contea non fu venduta (20). Ecc…”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Vanni cit.”. Il Campagna a p. 75, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Vanni cit.”. Il Camapgna si riferisce a F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono. Dunque, il Campagna, sulla scorta del manoscritto di Vanni (….) scriveva che Giovan Giacomo Palamolla di Scalea prestò 9.000 ducati ad Alfonso di Loria che li donò al consuocero Lelio Carafa, conte di Policastro e sposo di Vittoria di Loria per salvare la Contea di Policastro dai gravi dissesti finanziari e debiti in cui Lelio versava. 

Nel 1579, gli Archivi del Capitolo Vaticano e la“Tabula generalis omnium rendentium” conservati alla Biblioteca Apostolica Vaticana

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Sappiamo, comunque, che i territori di S. Nicola erano stati in parte censuati, alla fine del medioevo, proprio ad abitanti di Centola, come documenta la “Tabula generalis omnium rendentium” di S. Nicola del 1579, che ricorda i nomi di Annibale di Rinaldo, Andrea Stanzione, Agrimonte Clarello, Annibale di Florio, Belardo Stanzione, Beneduce Grippo, Berardino Ciccariello, Colella Serpe, Cesare Paciello e Antonio Grasso (quest’ultimo di Camerota)(13). Ecc..”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è stata la Cappella di S. Maria Laurentana, dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco.  Riguardo questo eremo o laura basiliana ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno” in proposito scriveva che: Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Riferimento bibliografico digitalizzato e raggiungibile sul link: http://www.mss.vatlib.it/guii/scan/link1.jsp?fond=Arch.Cap.S.Pietro. Riguardo il riferimento al Cappelli, il Barra si riferisce a Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro e, riferendosi ad un possedimento dell’Abbazia di Bosco nella sua nota (13) cita la ‘Tabula generalis omnium rendentium’ di S. Nicola di Centola del 1579, che si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati- possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta. Dunque, il Barra (…), nella sua nota (13) cita la ‘Tabula generalis omnium rendentium’ di S. Nicola di Centola del 1579, che si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati- possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta.

Nel 28 agosto 1587, papa Sisto V con un suo breve (o bolla “Gloriosa”) stabilì che molte Abbazie della nostra terra passasero in dominio perpetuo  alla Cappella del SS. Presepe presso S. Maria Maggiore (ex ‘Liberiana’) di Roma

Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “La fede degli avi nostri etc…” , a p. 152 parlando della cappella di S. Fantino a Torraca, in proposito così scriveva che: “…..appartennero alla doviziosa e antica Abbadia dè monaci Basiliani (43) di San Giovanni a Piro, che ebbe vicende or prospere or infauste, fino a che Sisto V nel 1587, con speciale bolla, l’unì ed incorporò alla insigne cappella del Santo Presepe eretta dentro la grande basilica di Santa Maria Maggiore (2). Ecc..”. Il Gaetani a p. 152 nella sua nota (2) postillava che: “(2) L’Abbazia di S. Giovanni a Piro unita dalla Santa Memoria di Sisto V alla sua Insigne Cappella del SS. Presepe eretta dentro la Sacrosanta Basilica di Santa Maria Maggiore. Trattato Historico Legale, nel quale si tratta della sua Baronia Vassallaggio, Dominio, e Giurisdizione del Dott Pietro Marcellino di Luccia ecc.. Roma. L’anno del Giubileo 1700. Luca Antonio Chracas.“. Dunque, il Gaetani, sulla scorta del Di Luccia scriveva che l’antica Abbazia un tempo italo-greca o basiliana di San Giovanni Battista di San Giovanni a Piro fu unita ed incorporata alla Cappella del SS. Presepe eretta dentro la Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma da papa Sisto V. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – millennio della fondazione etc…”, a pp. 68-69 nel capitolo “III Periodo – Dal passaggio della Commenda Basiliana alla Cappella Sistina (1587) al giudizio contro il Vescovo e il Conte di Policastro”, in proposito scriveva che: “Della Commenda Basiliana di S. Giovanni a Piro, giunta ormai ad un grave stato di deperimento fu disposto il passaggio, nel 1587, alla diretta dipendenza della Cappella del SS. Presepe (Cappella Sistina), eretta da Papa Sisto V nella chiesa di S. Maria Maggiore o Liberiana in Roma. Sisto V (42), acquistò dal Capitolo di S. Maria Maggiore l’area necessaria per costruirvi una cappella, che, per devozione alla Vergine Maria, volle intitolare al SS. Presepe. Tale concessione ecc…L’opera così completata divenne Ente morale e fu dotata di un ricco patrimonio. Ecco quello che attesta il Di Luccia: “L’Abbadia di S. Leonardo in Salerno, appartenente ai padri Benedettini con i suoi membri, pertinenze e grangie dette di Caprignano, S. Maria di Casanova, S. Cristoforo in Sarcuni, ed effetti in Battipaglia e in Eboli, in Cipriano, cioè la Baronia di Monte Cervino, nella città di Campagna, nella terra dell’Oliveto delle Serre in Giffoni ed altri beni spettanti alla stessa Abadia di S. Nicola de Butrano de P.P. Basiliani, e di S. Giovanni a Piro della medesima famiglia religiosa Basiliana con diverse grange, Chiese e Cappelle a loro soggette, tutte a detta insigne Cappella, come anche successivamente dalla santa memoria di Clemente VIII (43) furono riunite la Badia di S. Pietro de Cellarijs di Calavello di S. Stefano in Marsico, S. Maria delli Piani, di S. Biagio in Anzi e di S. Silvestro in Lorenzano; furono tutte sottoposte immediatamente alla Sede Apostolica e tutte esenti da qualsiasi giurisdizione dell’Ordinario con tutte le loro ragioni, azioni, rendite e beni, come si legge nella Costituzione adottata, in vigore della quale, correndo l’anno terzo del suo pontificato, detta Cappella il dì 13 novembre 1587, prese possesso dell’Abbadia di S. Giovanni a Piro. In base alle norme costitutive dell’Ente in 30 articoli, la Cappella Sistina ebbe una Commissione Amministrativa (Cardinale, Sacristia, 4 Cappellani, 4 Chierici) che, eccetto il Cardinale, doveva avere i requisiti di idoneità, specie nella cultura, per ottenere la nomina, che veniva conferita con Bolla papale, con l’obbligo di celebrare messe ecc…Trasferito il Cenobio di S. Basilio di S. Giovanni a piro alla Cappella Sistina, il Papa Sisto V, invece di inviare sul posto un Vicario per curare l’amministrazione, ne incaricò il Vescovo di Policastro. Di qui la perdita della giurisdizione, prevista dai cittadini di detta terra. Le usurpazioni si erano già previste prima, sia da parte del Vescovo di Policastro, Mons. Spinelli (46), che da parte del Conte Carafa. Infatti, ecc….Le usurpazioni continuarono, ……., finchè, nel 1574, D. Girolamo De Vio fu costretto ad intentare un giudizio contro D. Giovanni De Scelzo del Monastero di S. Pietro a Carbonaro in Majerà, Diocesi di S. Marco, dipendente dalla Badia di S. Giovanni a Piro, ecc….Quando, il 1° novembre 1587, la Commenda Basiliana passò alla Cappella Sistina on atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, il Vescovo di Policastro, Mons. Ferdinando Spinelli, prese accordi già fissati in precedenza ed amministrò il Cenobio, ormai decaduto da ogni attività. Così il vasto territorio della Badia e l’annesso Casale di S. Giovanni a Piro divenne vero “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti. Ecc…”. Papa Sisto V, nato Felice di Peretto da Montalto e a trent’anni Felice Peretti (morto il 27 agosto 1597), è stato il 227º papa della Chiesa Cattolica (226º successore di Pietro) dal 1585 alla morte; apparteneva all’ordine dei Frati minori Conventuali. Sisto V fu eletto papa il 24 aprile 1585 in Vaticano e fu incoronato nel Palazzo apostolico il 1º maggio da Ferdinando dè Medici, cardinale protodiacono. Assunse il nome pontificale di Sisto in memoria del predecessore  Sisto IV (1471-1484), appartenente anch’egli all’Ordine francescano. Realizzò il completamento della cupola di San Pietro, che il Fontana eseguì insieme a Giacomo della Porta. Nel 1587 Sisto V acquistò dai Carafa la villa di Monte Cavallo (sul colle Quirinale) per farne la sua primaria residenza estiva. La fabbrica dell’edificio fu ampliata fino a raggiungere le dimensioni di un grande palazzo: divenne così il Palazzo di monte Cavallo, poi portato a termine dai pontefici successivi (oggi è il Palazzo del Quirinale). Sisto V inoltre concepì un progetto di grande riqualificazione urbana nell’Urbe, incentrato attorno alla basilica di Santa Maria Maggiore, comprendente l’apertura di sei nuove strade. La papale arcibasilica maggiore arcipretale liberiana di Santa Maria Maggiore, conosciuta semplicemente con il nome di basilica di Santa Maria Maggiore o basilica Liberiana” (perché sul suo sito si pensava ci fosse un edificio di culto fatto erigere da papa Liberio, cosa tuttavia smentita da indagini effettuate sotto la pavimentazione), è una delle quattro basiliche di Roma, situata in Piazza dell’Esquilino sulla sommità dell’omonimo colle, sul culmine del Cispio, tra il Rione Monti e l’Esquilino. È la sola basilica di Roma ad aver conservato la primitiva struttura paleocristiana, sia pure arricchita da successive aggiunte. Sisto V, grande protagonista della trasformazione urbanistica di Roma alla fine del XVI secolo, scelse la basilica come sede di fastosa sepoltura per sé medesimo, per la propria famiglia e per il suo grande protettore papa Pio V. A questo scopo incaricò il suo architetto Domenico Fontana, nel 1585, di erigere una nuova cappella monumentale, dedicata al Santissimo Sacramento, memorabile – oltre che per gli arredi e i materiali impiegati – perché integrava in sé l’antico oratorio del Presepe, con le sculture di Arnolfo, le connesse reliquie e la mangiatoia. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 495, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1587 l’abbazia passava in dominio perpetuo (bolla “Gloriosa” di Sisto V, 1585-1590) alla Cappella del Presepe (29). Nell’atto costitutivo della Cappella il papa stabilì che alla morte degli abati commendatari passassero alla cappella predetta i beni “Sancti Nicolai de Butrano, Sancti Ioannis de Piro Policastren. et S. Leonardi Salernitan. Civitatem, vel Dioeces. monasteria Ordinum S. Basilij et S. Benedicti”. A Roma vennero portati la biblioteca e tutti i preziosi, eccetto la stauroteca che era stata portata a Gaeta. S. Giovanni era tassato per 40 e S. Leonardo per 50 fiorini d’oro “in libris Camerae apostolice taxati reperiuntur”. Di S. Giovanni a Piro venne preso possesso il 13 novembre 1587 (29). Il Di Luccia trascrive molti documenti (pp. 75-96) relativi alla giurisdizione spirituale della Badia usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria.”. Pietro Ebner, a p. 495, del vol. II, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Istrumento per notar G. Antonio Molfesi di Bosco. Cfr. Ughelli, VII, p. 762.”. Pietro Ebner, riguardo la notizia che l’antico cenobio e poi abbazia di S. Giovanni a Piro che, la bolla n. 58 di Papa Sisto V aggregava alla Cappella del SS. Presepe  presso S. Maria Maggiore in Roma, citava l’Ughelli (…), nel suo vol. VII dell”Italia Sacra’, col. 762. Dal punto di vista storiografico alcune notizie storiche sulle Abbazie del luogo ci arrivano dall’Ughelli (…), che nel 1654, nel suo tomo VII, della sua ‘Italia Sacra’, scrisse sulla Diocesi di Policastro. Il Di Luccia (…), citava l’Ughelli (…), dove vi erano i primi accenni ai Cenobi basiliani e benedettini dell’area e, scriveva correttamente che egli parlava del Monastero di San Nicola di Bosco, nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, a p. 759 e 760. L’Ughelli (…), parlando della ‘Policastrenses Episcopi’ (Diocesi di Policastro), scriveva del “Altera S. Nicolai de Bosco”. L’abate Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, col. 762 parlando della ‘Policastrenses Episcopi’, scriveva di Bosco:  Abbatiae in hac dioecesi duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vaticanae Basilicae, altera sancti Ioannis ad Pinam unita capellae Praesepis S. Mariae Maioris de Vrbe, beneficia simplicia quam plura, virorum coenobia quatuor, Sanctimonialium septum nullum, quod enim erat in oppido Rocca gloriosa, Turca sustulerunt, hospitalia quatuor, laicorum sodalitia in singulis oppidis singula. Huius civitatis Episcoporum seriem ex actis Concistorialibus, & aliis erutam, monumementis hic ex fide subiecimus, interruptam tamen, & clumbem, cum nullum, relictum sit huius Ecclesia monumentum ab immani Turcarum direptione, miserè enim cum ciuitate omnia in cinerem redacta fuerunt. Sis monasterii Ord. S. Benedicti abitum Monachictum induit in eodem, deinde Cluniacum pergens sub disciplina S. Vgonis Abbatis per aliquot vixit annos, Restitutus est exinde suo Ganensi cenobio, vbi cum virtutibus excellere cepisset; petentibus Clero, & populo una eum Gisulpho Salerni Principe in Episcopopum Policastrensis Ecclesia ordinatus est, qui cum breve tempus illic expendisset exterioris vitae strepitum non ferens, relicta insula, ad monasterium rediit …”, che tradotto significa: “Le due abbazie della Diocesi di Policastro (in questa diocesi), sono state completamente lasciate in questa diocesi e l’abbazia, e l’altro di San Nicola di Bosco uniti al Capitolo della Basilica del Principe degli Apostoli del Vaticano, e l’altra è stata unita alla Cappella del presepe di Santa Maria Maggiore e le azioni di San Giovanni al Piro della costruzione della città, i benefici sono semplici, piuttosto che molti, degli uomini di suore appartenenti alle quattro, delle Suore del setto dell’assenza della giustizia, che nel comune di Rocca Gloriosa, perché era il glorioso, turco raccolse, gli ospedali, e quattro, e ciascuno dei laici dai loro compagni che in ogni città. Concistorio una serie di vescovi della città, sulla base delle evidenze di questo, e per gli altri, cioè, monumenti. Questo è uno della fede, è di interrompe, però, e Clumber, con l’assenza di giustizia, che è stato lasciato è la Chiesa, il memoriale di questo dal sfrenato saccheggio i turchi, sono stati ridotti in cenere misere, mentre eravamo tutti nella città di. Si prega di monastero ORD. S. outlet Monachictum lo stesso vestito, per poi tornare sotto la disciplina di Cluny abate di S. Vgonis vissuto per diversi anni dopo che è stato riportato al suo convento Ganensi, dove eccellono e la sua gente; su richiesta del clero, e alle persone in quello del principe di Salerno, l’Episcopopum Policastrensis Gisulphus la Chiesa è stato nominato da lui, che, quando rifletteva la vita esteriore, o il rumore di essere in grado di sopportare un breve periodo di tempo lì, ha lasciato l’isola, è tornato al monastero,..” :

ughelli, p. 759

(Fig….) Ughelli (…), tomo VII, p. 760

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Ughelli, vol. VII, p. 759

Ughelli, vol. VII, p. 760, sulle abbazie

(Fig…) Ughelli (…), Italia Sacra, vol. VII, p. 759-760

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 F 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Dunque, Ebner (…) citava il Marino Freccia (…), ovvero il suo: “De subfeudis”, in “dè Origine Baronum”,

Freccia Marino, subfendis, Abbati, foglio (pagina) 26, n. 28.PNG

(Fig…) Freccia Marino (…), op. cit., “Abbati”, foglio (pagina) 26, n. 28

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 150 parlando della “Regione mercuriense” ed in particolare della Terra di Majerà, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”. Dunque, il Campagna scriveva che il 28 agosto l’abbazia di San Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro veniva unita da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe (o cappella Sistina), dentro le mura della Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma. Il Campagna a p. 150, nella sua nota (136) postillava che: “(136) Vanni, ms, cit.; G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessiones sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”.”. Il Campagna si riferisce al testo di Giovanni Mercati, Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Studi e Testi 68, anno 1935. Orazio Campagna (….), nella sua “Storia di Majerà” a p. 30 riferendosi al monastero di S. Pietro a’ Carbonara di Majerà aggiungeva che: “Nel 1587, in qualità di grancia, era alle dipendenze della Cappella del S. Presepe, unita, o in subordinazione, all’abbazia di S. Giovanni a Piro (42). Così afferma il Vanni, anche se l’unione doveva essere avvenuta già da qualche decennio, difatti nel 1574 l’abate del monastero di S. Giovanni, D. Girolamo de Vio, aveva promosso un giudizio per usurpazione contro D. Giovanni Scielzo, della “Terra di Cirella”. Il processo che si celebrò in Lauria, si concluse sfarevolmente per il de Scielzo (43). Ecc…”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Il Vanni, cit.,  ne fissa la data al 28 agosto 1587, con la Bolla n. 58 di papa Sisto V. Riferimenti in G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, Città del Vaticano, 1935, pag. 213, nota 3.”. Dunque, il Campagna riguardo la bolla di papa Sisto V del 28 agosto 1587 scriveva che in Giovanni Mercati vi sono riferimenti e cita la nota (3) di p. 213. Il Mercati, fa riferimento alle relazioni dei vescovi dell’antica Diocesi di S. Marco Argentano il cui Archivio è andato in gran parte distrutto. Inoltre, il Campagna fa riferimento al manoscritto del 1750 di F.A. Vanni che prende le mosse dal Di Luccia. Tuttavia sulla bolla n. 58 di papa Sisto V vi sono dei ripensamenti. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il processo è riportato in sintesi da P.M. Di Luccia, l’Abbadia di S. Giovanni a Piro etc…, pagg. 72-75, e da F. Palazzo, Il cenobio basilano di S. Giovanni a Piro, Bosco, Scario, ed. Di Giacomo, Salerno, 1960, in libera traduzione, alle pagg. 225-228.”. Orazio Campagna (…), a p. 150, parlando della “Regione mercuriense” e di Majerà, scriveva in proposito che: “Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”. Orazio Campagna, a p. 150, nella sua nota (136), in proposito postillava che:  “(136) Vanni, ms. cit., G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci, etc’, cit.,: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitolorum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc, Roma, 1700.”. Dunque, Orazio Campagna (…) postillava del Di Luccia e del Mercati (…). Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F. A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro cita anche S. Giovanni a Piro ed in proposito scriveva che: “La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Riguardo invece l’antica “Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà”, il Campagna nella sua nota (112) a p. 263 postillava che: “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Dunque, il Campagna riassume un pò la cronistoria degli avvenimenti che riguardarono questi due monasteri. Il Campagna (….), anche sulla scorta del Di Luccia (….) scriveva dei due monasteri che subirono la stessa sorte. Infatti, dopo l’aggregazione dei due monasteri all’Archimandriato Carbonense e, dopo la Commenda del 1462 al Cardinale Bessarione, nel 1587 l’Abbazia di S. Giovanni a Piro e la Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà  fu aggregata alla Cappella del SS. Presepe o Cappella Sistina (dentro le mura della Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma), con la bolla n. 58 di Papa Sisto V. In particolare il Campagna aggiunge pure che: “E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Il Campagna (….), a p. 262, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Dunque, queste notizie ancora una volta provengono dalla manoscritto del 1750 del Vanni (….) di cui ho già detto. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la “platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Riguardo la “Platea dei beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Nicola di Bosco”, redatta nel 1565 da Giacomo De Vio (…), Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”. Il Campagna (…), a p. 151, scriveva in proposito che: “E’ vero che l’abbazia di S. Pietro sopravvisse alla latinizzazione, ma fu sopravvivenza asfittica (138).”. Il Campagna (…), a p. 151, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Già nel 1574, per questioni di usurpazioni, D. Girolamo De Vio, abate di San Giovanni a Piro, intentò un processo contro D. Giovanni De Scielzo di S. Pietro a’ Carbonara. La sentenza, sfavorevole allo Scielzo, fu emessa dal rev. D. Raimondo Corso, e resa esecutiva in Lauria dal notaio Angelo De Juvenibus, della Curia vescovile di Policastro. Divenuti i Carafa, padroni di Majerà, anche l’abbazia di S. Pietro veniva considerata “nullus dioceseos”, e pertanto sottoposta alle mire dell’Episcopato e del Conte. P.M. Di Luccia; F. Palazzo; Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96, ms. Doc. Episc. Policastro Bussentino.”. La “Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96”, è un documento conservato all’Archivio Diocesano di Policastro ed è stato ivi da noi pubblicato per la prima volta. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza.

Dal 13 novembre 1587 al 15…, il Vescovo di Policastro Mons. Ferdinando Spinelli amministrerà per conto della Santa Sede i Beni e delle Rendite della ex Commenda Basiliana di S. Giovanni a Piro e di altre grange da esso dipendenti

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata  da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo.  – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Le terre concesse dai Longobardi alla Chiesa, legittimate poi dai re di Napoli, furono materia di esoso sfruttamento a danno delle comunità religiose e dei cittadini del casale (si riferisce al casale di S. Giovanni a Piro), ecc…L’ingerenza dei Vescovi e dei Conti di Policastro nella predetta ‘Badia nullis Dioceseos’ fu per salvare il salvabile, poichè sarebbe lo stesso finita in mano altrui ecc…Dopo il 1587 le cose peggiorarono anche nel campo della giustizia penale, che veniva usurpata dal Conte di Policastro, che a sua volta amministrava la Giustizia mediante luogotenenti capaci di di ogni sorta di vessazioni….”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 495, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Il Di Luccia trascrive molti documenti (pp. 75-96) relativi alla giurisdizione spirituale della Badia usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria.”. Dunque, l’Ebner (….), sulla scorta del Palazzo citava il “Trattato” Di Lùccia (…) dove sono trascritti diversi documenti relativi al Cenobio Basiliano (ex Commenda) di S. Giovanni a Piro e della sua giurisdizione spirituale “usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria.”. Pietro Ebner si riferiva al “Trattato” di Pietro Marcellino Di Lùccia (….) ed al suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato a Roma nel 1700. Infatti, Ferdinando Palazzo (….), nel suo “Il “Cenobio” basiliano di S. Giovanni a Piro“, nel suo cap. IV ci parla del passaggio della Commenda Basiliana alla Cappella Sistina (Anno 1587), a pp. 84-85, in proposito scriveva che: “Passata la Commenda Basiliana alla dipendenza della Cappella Sistina (o del SS. Presepe), la Santa Sede avrebbe dovuto inviare sul posto un Vicario per l’amministrazione dell’Abbadia; invece, incaricò all’uopo il Vescovo di Policastro ponendo, così – come dice il Di Lùccia – “la spada in mano all’inimico, donde poi è venuta la totale perdita della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra”, ……mentre la Sede Vescovile di Policastro era occupata da Monsignor Ferdinando Spinelli, il quale, in conformità di precedenti intercorsi accordi, assumeva l’amministrazione del “Cenobio” Basiliano, ormai decaduto da ogni sua attività. Così il vasto territorio della Commenda e quello dell’annesso “Casale”, il cui perimetro complessivo – a quanto afferma il Di Lùccia – misurava ben “quindici miglia” divenne difatto un vero feudo diocesano, con evidenti manifestazioni di indebiti arricchimenti e con oppressioni di ogni genere, degne del più oscuro medioevo. Ecc…Le terre concesse dai Longobardi ecc…ecc…Data la chiarezza dei Documenti riportati dal Di Lùccia nel suo “Trattato”, non potremmo attribuire direttamente al Vescovo di Policastro, Monsigor Ferdinando Spinelli (o Ferrante) Spinelli la responsabilità dei rilevanti o deprecati abusi. Riteniamo, piuttosto, che lo stesso dovette dare segno di estrema debolezza nei confronti dei suoi “affittatori”, i quali, agendo in suo nome, non osservavano, nell’esercizio del proprio mandato, ecc…ecc…”. Proseguendo il Palazzo trascrive e cita la lettera del 25 settembre 1587 che monsignor Spinelli scriveva al Cardinale Mont’Alto ecc…Riguardo il vescovo Ferdinando Spinelli, il Palazzo a p. 90 nella sua nota (7) postillava che: “(7) Si fa presente che, mentre nel “Trattato” del Di Luccia si parla del Vescovo “Ferrante Spinello o Spinelli”, nella Sala degli Stemmi del Palazzo Vescovile di Policastro si trova “Ferdinando Spinelli”. Sempre il Palazzo a p. 94 scriveva che: “Intanto, dopo il passaggio della Commenda Basiliana alla Cappella Sistina, le cose si andarono sempre più aggravando, anche nel campo della giurisdizione giudiziaria penale, la quale veniva usurpata dal Conte di Policastro, che amministrava la giustizia a mezzo di luogotenenti poco scrupolosi e capaci di ogni sorta di vessazione.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – millennio della fondazione etc…”, a pp. 68-69 nel capitolo “III Periodo – Dal passaggio della Commenda Basiliana alla Cappella Sistina (1587) al giudizio contro il Vescovo e il Conte di Policastro”, sulla scorta del Palazzo, in proposito scriveva che: Trasferito il Cenobio di S. Basilio di S. Giovanni a piro alla Cappella Sistina, il Papa Sisto V, invece di inviare sul posto un Vicario per curare l’amministrazione, ne incaricò il Vescovo di Policastro. Di qui la perdita della giurisdizione, prevista dai cittadini di detta terra….. Ecc…Quando, il 1° novembre 1587, la Commenda Basiliana passò alla Cappella Sistina on atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, il Vescovo di Policastro, Mons. Ferdinando Spinelli, prese accordi già fissati in precedenza ed amministrò il Cenobio, ormai decaduto da ogni attività. Così il vasto territorio della Badia e l’annesso Casale di S. Giovanni a Piro divenne vero “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti. Ecc…”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo. – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. . Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, scrisse un trattato dal titolo: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, scrisse un trattato dal titolo: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Pietro Marcellino Di Luccia, nel 1700, pubblicò il suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, a p. 8 ci parla del passaggio della contea di Policastro a Giovanni Carafa (della Spina). Continuando il suo racconto, il Di Luccia (…), ci parla delle ingerenze e delle indebite usurpazioni del conte di Policastro, il milite Giovanni Carafa della Spina che nel 1496 ebbe Policastro. Pietro Marcellino Di Lùccia (…), a p. 76, scrivendo del “Terzo Stato di S. Giovanni a Piro”, così scriveva di Bosco e di S. Giovanni a Piro:

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Di Luccia, p. 77

(Figg…) Di Luccia (…), pp. 75-76-77 e s.

Alfonso di Loria e la contea di Majerà

Vittoria di Loria e la Baronia di Majerà

Nel 1598, Vittoria Loria, figlia primogenita di Alfonso di Loria erediterà Majerà

Orazio Campagna (….) parlando di Majerà in Calabria, e dei ‘Loria’ , a pp. 145-146 in proposito scriveva che: “I Loria, così entrati nella storia della Terra, per oltre un secolo e mezzo ne determinarono le sorti (120). Ultima baronessa fu Vittoria, primogenita di Alfonso, la quale, nel 1598, eredito Majerà ecc…Figlia ed erede di Vittoria Loria fu Giulia Carafa, che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122). Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Dunque, il Campagna scriveva che la Baronessa Vittoria di Loria era la figlia primogenita di Alfonso Loria. Vittoria di Loria sposò il conte di Policastro Lelio Carafa e gli portò in dote la terra di Majerà. Vittoria di Loria e Lelio Carafa ebbero un unica figlia erede Giulia Carafa della Spina che poi in seguito sposò lo zio Fabrizio Carafa a cui portò in dote la terra di Majerà. 

Nel 22 settembre 1598, l’inventario dei beni della Terra di ‘Majerà’ appartenuti a Vittoria Loria

Orazio Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.”.

Nel 1599, l’inventario dei beni di S. Pietro a Carbonaro fatto redigere da Giovanna Carafa della Spina

Sempre il Campagna (…), nel suo “Storia di Majerà” a p. 30 aggiungeva che: “Negli Inventari del Feudo, fino al 1599, quando dopo la morte di Vittoria di Loria, ne vennero eseguiti due, un per gli eredi Carafa, Giulia e Maria, e l’altro per la figlia di secondo letto, Olivia Bologna, i beni della grancia di S. Pietro erano stati considerati “liberi” (44). Nel 1650 e nel 1695-96 il Capitolo di S. Maria Maggiore, e, nel 1728, Benedetto XIII facevano inventariare i beni del monastero tramite rappresentanti di S. Giovanni a Piro e della Curia vescovile di Policastro. Nel 1724 ne era abate frà Antonio Magurno, forse l’ultimo abate, difati nel 1750 la chiesa era affidata al sacerdote D. Lorenzo Pignata (45). Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (44) postillava che: “(44) F.A. Vanni, cit. Non sappiamo quanto sia stata determinante, proprio in quegli anni, la presenza dei Carafa di Policastro, nella terra di Majerà.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (45) postillava che: “(45) F.A. Vanni, cit.”.

Nel ……., Giulia Carafa, figlia di Vittoria Loria, baronessa di Majerà e di Lelio Carafa, Conte di Policastro

Nel 22 luglio 1601, Fabrizio Carafa e la nipote Giulia Carafa, conti di Policastro e di Majerà si sposano con dispensa apostolica

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).”. Ebner si riferiva al testo di Filiberto Campanile (….), ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195. Il testo di Giuseppe Campanile (….), ‘Notizie di Nobiltà etc.’. Giuseppe Campanile fu un genealogista. Figlio di Filiberto Campanile (….), membro di una famiglia nobile originaria di Tramonti, Giuseppe nacque a Diano (l’odierna Teggiano) intorno al 1616. Nel 1672 pubblicò la sua ultima ma più celebre opera, le Notizie di nobiltà, che tratta del significato degli stemmi delle famiglie nobili del Regno di Napoli e della loro origine e genealogia. Un’altra notizia interessante che riguarda i Carafa della Spina, conti di Policastro ci è sempre riferita dal Campagna (…) che a p. 163 in proposito scriveva che: “Nel 1639 il dott. Marc’Aurelio Perrone, “Galantuomo di Buonvicino”, dopo aver venduto la Terra di Majerà a Giuseppe Guerra (aveva acquistato quel feudo da Francesco Carafa (191) il 3 aprile dell’anno precedente per 34.500 ducati), ecc…”. Il Campagna a p. 163 nella sua nota (191) postillava che: “(191) Figlio di Fabrizio e di Giulia, primogenita di Vittoria di Loria, morta all’età di 21 anni, come si rileva da una lapide in “S. Maria di Casale”, ora S. Domenico, di Majerà.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava che: “…..Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Ecc…”. Dunque, secondo l’Ebner (…), Lelio Carafa fu l’unico erede maschio di Federico Carafa, Conte di Policastro e di Giulia Russo. Ebner scrive pure che “Da costui solo Giulia, contessa di Policastro”. Dunque, l’Ebner scrive che Giulia Carafa fu l’unica erede femmina di Lelio Carafa e Giulia Russa. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Lelio (+ ca. 1603), 5° Conte di Policastro e Patrizio Napoletano. = Vittoria di Lauria, figlia di Alfonso Signore di Maierà (divenne erede del feudo alla morte del fratello).”. Dunque, secondo l’Ebner, Fabrizio Carafa, 4° figlio di Federico Carafa, sposò la nipote Giulia Carafa, figlia di Lelio Carafa e unica erede della Contea di Policastro. Sempre il Celico (…), nel suo libro su Tortora, parlando di Majerà, a p. 34 in proposito scriveva che: “Da Alfonso fu trasferita a Luise nel 1549 e poi ad Alfonso junior fino al 1558 e da Vittoria, primogenita di Alfonso junior, nacque D. Giulia moglie di D. Fabrizio Carafa conte di Policastro, che portò a titolo e feudo in quella casata, nella quale si estinse questo ramo dei Loria, mantenuti quasi ininterrottamente fino al 1718. D. Giulia, morta nel 1608 a soli ventuno anni e senza eredi, fu sepolta nella Chiesa di S. Domenico di Majerà ove riposava anche il nonno Alfonso……I Carafa, dal 1667 duchi di Majerà, trasferitisi da Pisa a Napoli ecc…”. Dunque, il Celico scriveva che donna Giulia Carafa, figlia di Alfonso Junior Carafa e di Vittoria di Loria, diventò moglie di suo zio Fabrizio Carafa, conte di Policastro e figlio di Federico Carafa. Fabrizio e Giulia si sposarono il 22 luglio 1601 e Giulia Carafa, sua moglie morì nel 1608 all’età di 21 anni. Infatti, Fabrizio poi si risposò.  Chi erano i coniugi, conti di Policastro, Fabrizio e Giulia Carafa ?. Ritornando ai coniugi Carafa, Fabrizio, Conte di Policastro e sua moglie Giulia Carafa, contessa di Majerà, figlia ed erede di Vittoria Loria, contessa di Majerà in Calabria e nipote di Fabrizio Carafa, conte di Policastro che sposò. Dal ‘Libro d’Oro della Nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Fabrizio (+ post 3-1630), Patrizio Napoletano. a) = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 sua nipote Giulia Carafa 6° Contessa di Policastro b) = 30-4-1609 Eleonora, figlia del Nobile Giovan Girolamo Santacroce e di Cornelia Gaeta, già vedova di Michele Gentile. E1. Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa”. Dal ‘Libro d’Oro etc..’, leggiamo che il VII° conte di Policastro, Fabrizio Carafa con Dispensa Apostolica del 22 luglio 1601 sposò nel 1608 sua nipote Giulia Carafa che diviene così la VI contessa di Policastro e “che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122)”. Riguardo invece gli sposi e congiunti don Fabrizio Carafa e Giulia Carafa sua nipote, nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che “Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, Fabrizio Carafa, quarto figlio di Federico Carafa, per “…evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa.”. Orazio Campagna (….), che a pp. 145-146 parlando di Majerà in Calabria, e dei ‘Loria’ in proposito scriveva che: “I Loria, così entrati nella storia della Terra, per oltre un secolo e mezzo ne determinarono le sorti (120). Ultima baronessa fu Vittoria, primogenita di Alfonso, la quale, nel 1598, eredito Majerà ecc…Figlia ed erede di Vittoria Loria fu Giulia Carafa, che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122). Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Il Campagna (…), a p. 145 nella sua nota (122) postillava che: “(122) Di Giulia Carafa si legge la seguente iscrizione incisa sul marmo nella chiesa di S. Maria del Casale; in alto vi è lo stemma dei Carafa della Spina: “D. Iuliae Carafae Polycastri comitissa Polycastrensis domus jam collabentis instauratrici coniugi amatissimae D. Fabritius Carafa unico vitae suae oblectamento immature viduatus obiit MDCVIII etatis sue XXI”. I Carafa furono signori di Policastro dal 1496. Fabrizio, sposo di Giulia, ne fu il VII conte. Apparentati ai Sismondi di Pisa, i Carafa ebbero un papa, Paolo IV (Giampietro Carafa), ecc…”. Sempre il Campagna parlando dei Carafa a p. 145, nella sua nota (122) postillava che: “(122) Da Anonimo, ms. del 1719, “Osservazioni intorno alla scrittura uscita per la primogenitura dè Signori di Forlì nella Famiglia Carafa della Spina, colle quali si dimostra essere gli Principi della Roccella i Primogeniti della universale famiglia Carafa, D.S.G.F.A.P.d.R, anno 1691″, presso Arch. Episc. di Policastro Bussentino; G. Campanile, ‘Notizie di nobiltà, etc., cit.; V. Nocito, ‘Notizie storiche della città di Belvedere Marittimo, etc., Genova, 1947.”. Dunque, il Campagna scriveva che la Baronessa Vittoria di Loria era la figlia primogenita di Alfonso Loria. Vittoria di Loria sposò il conte di Policastro Lelio Carafa e gli portò in dote la terra di Majerà. Vittoria di Loria e Lelio Carafa ebbero un unica figlia erede Giulia Carafa della Spina che poi in seguito sposò lo zio Fabrizio Carafa a cui portò in dote la terra di Majerà. Riguardo il Conte di Policastro Fabrizio Carafa. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 260, parlando della contea di Policastro dopo la morte e la successione di Alfonso di Loria, nel 1597, nella sua nota (87), in proposito postillava che: “(87) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F.A. Vanni, ‘Cronica di Majerà’, ms. cit.”Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 76, dopo aver parlato di Vittoria di Loria, figlia di Alfonso e sposa di Lelio Carafa, Conte di Policastro, la cui contea il padre Alfonso aveva contribuito a salvare dai dissesti finanziari, in proposito scriveva che: “Intanto il 2 Ottobre dello stesso anno (1597) moriva Alfonso di loria, che veniva seppellito nella Chiesa di S. Domenico (21). Il quattro settembre del 1598 da Vittoria e Fabio Bologna nacque Olimpia, che diventerà monaca presso S. Marcellino di Napoli. Dopo il parto, per infezione puerperale, il 22 Settembre moriva Vittoria (22). Nel 1601 è barone di Majerà Fabrizio Carafa, conte di Policastro e marito di Giulia (23), che aveva ereditato il feudo da Vittoria. A Fabrizio successe il figlio Francesco Carafa. Nel 1638, ecc…”. Il Campagna a p. 76, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Si concluse, così, la vita travagliata di questa baronessa ecc..in Vanni etc.”. Il Campagna a p. 76, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Giulia Carafa morì all’età di 21 anni, 1608, lasciando il Feudo al figlio, Francesco Carafa, che presentò il “Rilievo” nel 1640. Di Giulia si legge su una lapide posta in S. Maria del Casale: “……”L’iscrizione è sormontata dallo stemma dei Carafa della Spina.”.

Il Campagna si riferisce di F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono.

Nel 1608, Francesco Carafa della Spina, VII° conte di Policastro e signore di Majerà e Tommasina Lucrezia Carafa, III° duchessa di Forli

Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ legiamo che: “E1. (ex 1°) Don Francesco (* 1602 ca. + 7-9-1647), 7° Conte di Policastro, Signore di Majerà dal 1608 e Patrizio Napoletano. = 4-9-1629 Donna Tommasina Lucrezia Carafa 3° Duchessa di Forli, figlia di Giovanni Antonio Barone di Forli e di Diana Capece Minutolo (* 22-1-1605 + 7-9-1646)“. Dunque, secondo il ‘Libro d’Oro della Nobiltà Mediterranea’, don Francesco Carafa della Spina, figlio nato dall’unione con Fabrizio Carafa e Giulia Carafa, conti di Policastro e di Majerà sposò donna Tommasina Lucrezia Carafa, III° Duchessa di Forli e figlia di Giovanni Antonio Carafa, Barone di Forli e di Diana Capece Minutolo. Don Francesco Carafa, signore della Terra di Majerà lo ritroviamo citato in Orazio Campagna (….), che a pp. 145-146 parlando della terra di Majerà in Calabria, riferendosi a Fabrizio Carafa ed a suo figlio Francesco in proposito scriveva che: “Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Dunque, secondo Orazio Campagna, Francesco Carafa, VII° conte di Policastro, nel 1638 vendette la terra di Majerà. Un’altra notizia interessante che riguarda i Carafa della Spina, conti di Policastro ci è sempre riferita dal Campagna (…) che a p. 163 in proposito scriveva che: “Nel 1639 il dott. Marc’Aurelio Perrone, “Galantuomo di Buonvicino”, dopo aver venduto la Terra di Majerà a Giuseppe Guerra (aveva acquistato quel feudo da Francesco Carafa (191) il 3 aprile dell’anno precedente per 34.500 ducati), ecc…”.

Nel 1638, don Francesco Carafa vendette la terra di Majerà a Marco Aurelio Perrone, Galantuomo di Buonvicino

Orazio Campagna (….), che a pp. 145-146 parlando della terra di Majerà in Calabria, riferendosi a Fabrizio Carafa ed a suo figlio Francesco in proposito scriveva che: “Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Dunque, secondo Orazio Campagna, Francesco Carafa, VII° conte di Policastro, nel 1638 vendette la terra di Majerà. Un’altra notizia interessante che riguarda i Carafa della Spina, conti di Policastro ci è sempre riferita dal Campagna (…) che a p. 163 in proposito scriveva che: “Nel 1639 il dott. Marc’Aurelio Perrone, “Galantuomo di Buonvicino”, dopo aver venduto la Terra di Majerà a Giuseppe Guerra (aveva acquistato quel feudo da Francesco Carafa (191) il 3 aprile dell’anno precedente per 34.500 ducati), ecc…”.

Francesco Antonio Vanni

Nel 1650, l’inventario del Monastero di “S. Pietro de Carbonaro” a Majerà redatto dal Vescovo di Policastro su incarico del Capitolo della Cappella del SS. Presepe in S. Maria Maggiore

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro cita anche S. Giovanni a Piro ed in proposito scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Il Campagna, nel suo “La Regione Mercuriense etc…”, a p. 262 parlando di Policastro in proposito scriveva che: “(109) D. Martire, ‘La Calabria sacra e profana’, op. cit., I, pgg. 150-151; B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), pag. 29. G. Robynson M.A., History and Cartulary of the Greek etc…’, op. cit.; M. Spena, ‘Storia del monastero di Carbone’, Napoli, 1831.”. Orazio Campagna (…), nel suo “Storia di Majerà” a p. 30 aggiungeva che: “Negli Inventari del Feudo, fino al 1599, quando dopo la morte di Vittoria di Loria, ne vennero eseguiti due, un per gli eredi Carafa, Giulia e Maria, e l’altro per la figlia di secondo letto, Olivia Bologna, i beni della grancia di S. Pietro erano stati considerati “liberi” (44). Nel 1650 e nel 1695-96 il Capitolo di S. Maria Maggiore, e, nel 1728, Benedetto XIII facevano inventariare i beni del monastero tramite rappresentanti di S. Giovanni a Piro e della Curia vescovile di Policastro. Nel 1724 ne era abate frà Antonio Magurno, forse l’ultimo abate, difati nel 1750 la chiesa era affidata al sacerdote D. Lorenzo Pignata (45). Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (44) postillava che: “(44) F.A. Vanni, cit. Non sappiamo quanto sia stata determinante, proprio in quegli anni, la presenza dei Carafa di Policastro, nella terra di Majerà.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (45) postillava che: “(45) F.A. Vanni, cit.”.

Nel 1669, la causa civile tra i Conti di Policastro Carafa della Spina e il casale e l’Abbazia di S. Giovanni a Piro

Ferdinando Palazzo (…) che, sulla scorta di Pietro Marcellino di Luccia (…) e del suo ‘Trattato Historico-Legale‘, che dopo il 1587, anno in cui il feudo di Policastro, passò nelle mani del Conte di Policastro: “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Poi esiste l’altro documento citato, il ‘Trattato historico legale’,  scritto dall’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia nel 1700 (3) che, nel 1669, fu incaricato dall’amministrazione della Cappella romana del SS. Presepe (Cappella Sistina) – a cui era passata nel 1587 per Commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (3) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che come scriveva il Palazzo (15): “…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei due enti.”. Dopo il 1587come scrive il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Ecc…”Quando nel 1700 l’Avvocato Giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia (…), prima di consegnare alle stampe la sua L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale‘. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 45, così scriveva dell’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia (…), che nel 1700, scrisse un Trattato Storico-Legale sull’antica Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’. Il Cataldo (…), in proposito scriveva che: “L’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia, nonostante i suoi interventi in favore della Cappella Sistina, contro il Vescovo di Policastro, valendosi della “Bulla in Coena Domini” di papa Gregorio XIII (1° novembre 1579) contro gli usurpatori dei diritti appartenenti ad Enti autonomi religiosi, non riuscì ad appianare la situazione.”.

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(Fig…) Cataldo Giuseppe (…), op. cit., p. 45 (dattiloscritto – Archivio Attanasio)

Quando nel 1700 l’Avvocato Giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia (…), prima di consegnare alle stampe la sua L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, in seguito all’incarico datogli dalla Curia Romana di redigere un trattato storico sull’antica abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, uno degli ultimi documenti che consultò fu una ‘platea dei beni e delle rendite’ che l’ultimo Abbate dell’antica Abbazia, ………………….., nel 1565, fece redigere.

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas (Archivio Attanasio)

Lo studioso locale Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicato nel 1991, a p. 50, in proposito scriveva che: “Il trattato del Di Lùccia riguarda la controversia sorta tra il Cenobio e l’Università di S. Giovanni a Piro e il Vescovo e il Conte di Policastro, i quali avevano usurpato i poteri spirituali e temporali sui due enti, di competenza del Baronato e della Commenda Basiliana. L’autore dedica il libro al Card. Alfonso d’Aragona, che era intervenuto nella controversia giudiziaria e rendeva noto l’intento di volersi svincolare dalla indebita ingerenza del Vescovo e del Conte di Policastro, Carafa della Spina, con l’aiuto del Sindaco Oliviero di Lianza, 1° eletto del tempo, dell’eletto Francesco di Miele e dei cittadini.”. Pietro Ebner (…), riferendosi al casale di San Giovanni a Piro, scriveva in proposito: L’ampia memoria storica legale del Di Luccia, dimostrò le indebite usurpazioni subite dalla badia dei poteri spirituali etemporali sul casale.”, che senza alcun dubbio spettavano alla Commenda basiliana per la sua stessa natura di Baronato. Infatti, proprio a causa di queste controversie legali e delle usurpazioni dei Conti Carafa della Spina – foraggiate dalla Curia Vescovile di Policastro – che il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’ ecc.., scritta poi nel 1831, ha scritto quasi nulla sul Cenobio basiliano, sulla sua lunga storia e sui suoi possedimenti nel territorio.”. Ferdinando Palazzo (…) che, sulla scorta di Pietro Marcellino di Luccia (…) e del suo ‘Trattato Historico-Legale‘, che dopo il 1587, anno in cui il feudo di Policastro, passò nelle mani del Conte di Policastro: “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Poi esiste l’altro documento citato, il ‘Trattato historico legale’,  scritto dall’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia nel 1700 (3) che, nel 1669, fu incaricato dall’amministrazione della Cappella romana del SS. Presepe (Cappella Sistina) – a cui era passata nel 1587 per Commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (3) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che come scriveva il Palazzo (15): “…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei dueenti.”. Dopo il 1587come scrive il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Ecc…”Infatti, il Di Luccia (…), nel suo trattato dedica la IV parte a dal 1587 al 1699 alla giudizio (Causa civile) intentata dai cittadini del Casale di S. Giovanni a Piro e dell’Abbate commendatario dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi e il conte di Policastro Carafa della Spina. Fu proprio a causa della controversia sorta soprattutto contro le indebite usurpazioni del Conte Carafa che il Di Luccia fu incaricato di scrivere il dotto trattato storico e legale. E’ proprio sulla scorta del Di Luccia che Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e non solo e, ci segnala che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”.

(Fig…) Marino Freccia, op. cit., p…..

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 408, parlando del casale e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Ma già dopo il 1417, approfittando dell’infermità dell’abate pro-tempore, il vescovo della diocesi avocò la giurisdizione spirituale del casale e, contemporaneamente, il feudatario di Policastro usurpò quella temporale di S. Giovanni a Piro ad abbatiam ipsam pertinens (…) et occupatus tenet fructus et redditibus”. Sempre a proposito dell’interessante causa intentata nel 1669 dai cittadini di S. Giovanni a Piro, sulla scorta del Palazzo (….), a quanto ciò detto vorrei ricordare l’interessante notizia riguardante il passaggio della Commenda Basiliana di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina ricordata da Carlo Bellotta (….), in un suo studio recente che, a p. 13 riferendosi alla Causa civile intentata dai cittadini di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo di Policastro ed i Conti di Policastro Carafa della Spina di cui il Di Lùccia fu incaricato di istruire l’ampia sua memoria o “Trattato” (pubblicato nel 1700), in proposito scriveva che: “i “poteri” rivali della comunità sangiovannese non rinunciarono alle loro pressanti richieste sul territorio, dato che la causa giunse nel 1789, quasi un secolo dopo il suo inizio, all’attenzione di un tribunale. Il 12 giugno di quell’anno fu redatta una memoria, scritta per la Cappella del SS. Presepe e presentata alla Suprema Real Camera di Napoli in cui si percorrevano le vicende delle abbazie di San Giovanni a Piro, di San Leonardo in Salerno e di San Nicolò in Butramo e del loro passaggio alle dipendenze della Cappella Sistina. Purtroppo anche di questa causa non si hanno sentenze; l’unica certezza è che il Cenobio sangiovannese rimase in possesso della Cappella Sistina fino alle leggi eversive della feudalità emanate il 2 agosto 1806.”. Dunque esiste una “Memoria” scritta del 12 giugno 1789, scritta per la Cappella del SS. Presepe e redatta e presentata in una Causa tra vertente presso la Real Camera di Santa Chiara. La Real Camera di Santa Chiara era un organo del Regno di napoli nel periodo borbonico, con funzioni giurisdizionali e consultive, incaricato altresì di conservare gli atti della Cancelleria del Regno in sostituzione dell’abolito Consiglio Collaterale, di estrazione vicereale. La Real Camera fu istituita con una prammatica sanzione di Carlo di Borbone datata 8 giugno 1735, quando il sovrano era da pochissimo salito al trono ed era intenzionato ad istituire un “governo giusto, forte, uniforme e tranquillo, duraturo e incorruttibile“.

Nel 1695-96, la Platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro redatta dal notaio Domenico Magliano

Riguardo l’interesantissimo documento ho dedicato un mio saggio ivi pubblicato a cui rimando per ulteriori approfondimenti.

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(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; Manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (…)

In questo studio, pubblico un interessantissimo documento inedito – le cui immagini originali – sebbene fosse stato più volte citato dagli studiosi – non sono mai state pubblicate. Questo studio, ha il duplice scopo di restituire agli studiosi un documento originale conservato all’Archivio della Diocesi di Policastro ma mai pubblicato e, nel contempo – attraverso questo antico documento testimonianza del nostro passato – vorrebbe restituire un breve tratto della nostra storia. Si tratta, come vedremo di un documento notarile del 1695-96, redatto dal Notaio Domenico Magliano (…) (Fig. 1). Si tratta di un documento citato più volte da alcuni studiosi di storia locale come il Gaetani (…) che, pubblicò uno stralcio trascritto. Il documento (3) in questione “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96 (Fig. 1), redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96. L’antico documento notarile manoscritto su carta vergata, del 1695-96 – di cui quì pubblichiamo alcune pagine originali che riguardano i possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro, posseduti nel territorio di Torraca e quindi anche del territorio Saprese – che a quel tempo era sottoposto alla baronia dei Palamolla di Torraca –  è conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (A.D.P.)(3) (Figg. da 1 a s.). Dal punto di vista bibliografico e storiografico, l’antico documento (…), è stato più volte citato dal Gaetani (4). Il Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri o ricordi storici della chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, a p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. ‘Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano’. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (17). Il Tancredi (6), alla nota (1), scrive: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. ecc..”. In questo mio saggio pubblico per la prima volta alcune pagine originali tratte dal manoscritto conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, avuto per gentile concessione dal Bibliotecario Don Pietro Scapolatempo. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (4), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (4), ma il Laudisio (7-8), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare  gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (7-8), scrive in proposito a p. 93 (8): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”. Per cercare di capire a quali documenti si riferisse il Gaetani e prima ancora il Menta, rileggendo ciò che scrive l’Ebner (…), a p. 435, su Policastro, a proposito delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, egli, sulla scorta del Ronsini (…), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29). Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. L’Ebner, alla nota (27), scrive: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo di Rofrano, con il fisco per pagamenti contestati, con il Principe di Bisignano per i confini di Sanza e, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino (31).”. Alla nota (28), dice che: “ne scrive il Ronsini (…)  a p. 29.”. Alla nota (29), scrive: “Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso, basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura.”. L’Ebner alla nota (30), scrive: “La cronostassi del Laudisio parla del 1110 al 1211 (Gerardo Arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (vedi Sinossi, cit. p. 131, sg.), elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto: “Ego Guido Policastrensis episcopus, ecc…”. Pertanto, rileggendo il Ronsini (…), a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Quindi, l’Ebner, traendo notizie dal Ronsini che citava il ‘Libro di memorie’ di Placido Tosone, avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino. L’Ebner (…), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc….Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. Tuttavia il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (30), a p. 113. Nel 1587, il territorio saprese che, apparteneva alla baronia dei Palamolla di Torraca (signori di Scalea) e, la Curia vescovile, vi furono sempre continui conflitti legali (10-11-12-13).

Nel 1695-96, la “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96

Dopo il Palazzo (15) ed il Cataldo (…), che la citarono, Luigi Tancredi (6), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990′, pubblicato nel 1991, nel capitolo “Esame della Platea del 1695” (1), p. 73 e s., (3), la esaminò, scrivendo nelle sue note: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. PARVULUS DATUS EST NOBIS CUI NOMEN ‘J.H.S.’. Die primo mensis 8bris anni currentis millesimi sexcentesimi nonagesimi quinti in Terra Sancti Joanni ad Pyrum. Constitutis in nostra praesentia praesentibus pro pro testibus RR. D. Francisco Zito, D. Joseph de Lianza Sacerdotibus dictae Terrae, U.J.D. Joanne Antonio Ursaja, et Doctore Physico Joanne Baptista de Alesio, Ill.mus ac Rev.mus D.nus Egidius Surrentino ejusdem Terrae Sancti Joannis ad Pyrum Procurator Generalis, ac ad hoc specialiter deputatus ab Ill.mo et Rev.mo Domino D. Vincenzo Petra Signaturae Justitia SS.mi Domini nostri Papae votans Insignis Cappellae SS.mi Praesepis in Sacrosancta Basilica S. Mariae Majors de Urbe Praepositus, et ab aliis Dominis Cappellanis dictae Venerabilis Cappellae pubblico Procutatoris mandato fierique rogamus manu nostri Simonis de Comitus sub die decima quarta Maij praesentis anni 1695 Romae, cujus tenor talis est, ut videtur.”. Nel suo “Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (6), a p. 73 del suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’ esaminando i Beni descritti nell’antico documento (3) del 1695, scriveva in proposito: “L’entità dei beni consiste in terreni coltivati da vassalli o custodi. Nel comprensorio di San Giovanni a Piro sono 1444, mentre in altre località sono 261. Sono compresi pure alcuni casalini  o case ed introiti vari (censi in grano, mosto, olio, ecc..). I vassalli sono 482, compreso i membri del Clero, a sè stante, con 13 sacerdoti singolarmente, una Congrega, un Monastero, 14 Cappelle. Le località extra sono 10: Bosco, Majera, Grisolia, Maratea, Trecchina, Rivello, Lentiscosa, Torraca, Roccagloriosa e Policastro.”. Nel suo “Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (6), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (3) del 1695, scriveva in proposito: “La Platea manoscritta, comprende n. 170 fogli (= 340 pagine, recto (r.) et verso (v.), complete quasi tutte, formato protocollo. Fu redatta dal Sig. Domenico Magliano Notaio di S. Giovanni a Piro negli anni 1695-96. E’ un libro o Registro di Amministrazione. Inizia con un indice alfabetico dei nomi dei titolari dei beni affittati, procede un cappelletto storico legale di 5 pagine, e segue l’esposizione dei fondi rustici, indicati col termine di generico di beni (bona) e relative rendite (in ducati, carlini, grana e tarì). Alla fine di ogni pagina c’è il risultato complessivo (totale parziale). I beni (bona) sono generalmente indicati secondo il tipo di coltivazione o produzione (vigne, castagneti, oliveti, orti, ecc..); manca l’esatta ubicazione e la misura estensiva in ettari. Semplicemente è indicata la contrada (in loco dicto…) ed i confini con altri beni o poderi (juxta bona…, fine…).”.

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(Fig…..) I Beni dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro secondo il Tancredi (6)

Nel 1695-96, i possedimenti nelle “Località Extra” dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, citati nella “Platea dei beni e delle rendite etc.” compilata dal notaio Magliano

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(Fig…..) Pag. 139 della ‘Platea dei beni dell’Abazia di S. Giovanni a Piro del 1695-96′ – possedimenti “Extra” a Mayerà (Calabria)

Da questi tre documenti citati (3-17-18), quasi contemporanei tra loro e, scritti a causa delle controversie sorte e, le usurpazioni subite – si possono trarre le notizie storiche sull’Abbazia e sulla storia del nostro territorio di cui l’Abbazia è stata testimone da lunghi secoli. Il documento del notaio Magliano (3) è, quasi contemporaneo di altri due importantissimi documenti che riguardano la storia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e dei suoi possedimenti. Si tratta di due importantissimi ed unici documenti da cui è possibile trarre alcune uniche notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni Battista a  S. Giovanni a Piro ed i suoi possedimenti sul nostro territorio ed in particolare in quello Saprese. Il documento (3), di cui il Gaetani (4), riporta alcuni passi, verrà citato poi in seguito studiato anche dal Cataldo (9) e dal Tancredi (6). Il documento (3), di cui quì pubblichiamo alcune pagine originali, descrive i limiti ed i confini di alcuni possedimenti appartenuti all’anticihissima abbazia basiliana S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, in alcuni paesi della nostra zona – tra cui anche quello Saprese – all’epoca della stesura dell’antico documento, facenti parte della Baronia di Torraca. I beni e possedimenti dell’antica Abbazia basiliana, arrivavano fino in Calabria. Questi beni e possedimenti erano il frutto di donazioni Longobarde e Normanne e quindi erano molto ma molto più antiche dell’epoca di stesura del documento (3) stesso. Il documento notarile della fine del ‘600, conferma alcune notizie sui possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro, citate dal Di Luccia (5), circa la presenza in altri luoghi di alcuni beni come ad esempio le due Grangie di S. Nicola e di S. Fantino (S. Phantini), nel territorio Saprese e di Torraca (5) – di cui peraltro, abbiamo pubblicato ivi uno studio a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. Questi possedimenti – tra cui le grangie di S. Nicola a Sapri e di S. Fantino a Torraca (in realtà era sita nell’attuale territorio saprese), esistevano dall’anno 1000, ma purtroppo se ne riparlerà solo in occasione di alcune cause pendenti tra i conti Carafa della Spina di Policastro e la Curia. Il documento notarile manoscritto (3) del 1695-96, “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro”, redatta dal Notaio Domenico Magliano, oggi conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, è particolarmente interessante per la storia di molti centri della zona. Il Di Luccia (5) scriveva che: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, ecc..”. Infatti, dall’“Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (6), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (3) del 1695, scriveva in proposito: “Le località extra sono 10: Bosco, Majera, Grisolia, Maratea, Trecchina, Rivello, Lentiscosa, Torraca, Roccagloriosa e Policastro.”. Il documento (3), è interessante anche per la storia di Sapri,  dell’Università (Comune) di Torraca e quindi del territorio Saprese a cui in quel tempo apparteneva. La notizia ci arriva da Ebner (…) che scrive in proposito: “Il Di Luccia (citt., p. 3) afferma che l’abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva la grancia a Sapri di S. Nicola, senza specificare però l’epoca di fondazione.”. Il Di Luccia (5), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, ecc..” . Il Gaetani (4), a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano.” (10). Il Cappelli (…), a p. 313, nelle sue note (55) postillava: “(55) V. il mio saggio, in questo volume, ‘Il Monachesimo basiliano e la grecità medioevale nel mezzogiorno d’Italia’.”. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci dal Laudisio (…), secondo cui, i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati, insieme a quelli dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, furono assegnate alla chiesa madre di Rivello (come risulta da un Atto pergamenaceo del 1341). La notizia potrebbe essere connessa con quanto asseriva il Cappelli (…) che a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, scriveva che: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Patirion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Dunque il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc.. (39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Il Cappelli (…), citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, e cioè….ecc…”. Nell’elenco che nel 1877, a pp. 150-151, riporta Domenico Martire (…), dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma:……”, a cui abbiamo dedicato ivi un nostro saggio, e poi aggiunge che: “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3. fa menzione di altri Monasteri, chiamati Badie, unite dal Papa Clemente 8° alla detta Basilica, cioè: …..ecc…. (come si può vedere nell’immagine) e: “Altri Monasteri mentovati nella vita di S. Sabba.”, al n. 25, cita il “Monastero de’ Marcari”. Il Martire (…), quando scrive di “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3″, si riferisce a Pietro Marcellino Di Luccia (…), che, nel 1700, scrisse ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’.

martire, p. 150

Martire D., p. 151

(Figg…) Martire Domenico (…), op. cit., pp. 150-151

Nel 1700, il Catasto Onciario ed i possidenti di Sapri conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli

Il Catasto onciario, precursore degli odierni catasti, rappresenta l’attuazione pratica delle norme dettate da re Carlo di Borbone nella prima metà del XVIII secolo per un riordino fiscale del regno di Napoli, progettato e diretto da Bernardo Tanucci. Nonostante fosse un catasto descrittivo, poiché non prevedeva la rappresentazione geometrica dei luoghi, fu uno strumento teso ad eliminare i privilegi goduti dalle classi più abbienti che facevano gravare i tributi fiscali sempre sulle classi più umili e di fatto rappresenta uno dei più brillanti esempi del tempo di ingegneria finanziaria e di ripartizione proporzionale del peso fiscale.  Il catasto era basato su un sistema di duplice tassazione, che prevedeva sia una imposizione di tipo reale cioè sui beni e sia personale cioè sulla capitazione o testatico e sulle attività dei contribuenti e dei loro nuclei familiari.  Dall’imposizione catastale per antico privilegio era esentata la città di Napoli. Si chiamò Onciario perché la valutazione dei patrimoni sia immobiliari che da bestiame o finanziari (per es. da censi attivi), veniva stimato in base all’unità monetaria teorica di riferimento, l’oncia, corrispondente a sei ducati. Era anche detta Oncia di carlini tre, in quanto ogni tre carlini di rendita, capitalizzati al tasso di interesse fissato al 5% (solo per il bestiame era fissato al 10%), equivalevano a 60 carlini, pari a sei ducati e quindi 1 Oncia di capitale o patrimonio. Veniva così introdotta anche una distinzione tra unità monetarie di riferimento per la valutazione delle rendite, adottando le valute correnti del grano, il carlino e il ducato, e per i patrimoni usando delle unità monetarie di conto come il tarì e l’oncia. È chiaro come un meccanismo volutamente semplice poteva assicurare nelle intenzioni, un prelievo fiscale generalizzato ed accertamenti molto rapidi. Per il calcolo delle imposte le persone erano distinti in diverse categorie. Una prima distinzione era effettuata fra cittadini e forestieri: i primi formavano i “fuochi” (ovvero le famiglie) dell’Università; i secondi erano solamente iscritti nell’Onciario o perché vi possedevano beni o perché vi esercitavano un’attività. La consultazione dell’Onciario, conservato in originale per tutte le università del Regno presso la Regia Camera della Sommaria (S.R.C.) poi nell’Archivio di Stato di Napoli, oltre che in copia in alcuni pochi archivi comunali, è ancora oggi, pur con tutti i suoi limiti e omissioni, una fonte preziosa di informazioni sul periodo.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

Di Luccia

(3) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 8 e s. Si veda pure in proposito: Cataldo G. (…) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017. Si veda pure: Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giobanni a Piro e cenni storici ecc.., ed. Di Giacomo, Salerno, 1961, ristampa 2006, p. 19

(4) Sac. Porfirio Gaetano, Policastro, stà in ‘D’Avino, Cenni storici sulle chiese arcivescovili, vescovili e prelatizie del Regno delle due Sicilie, Napoli, ed. Ranucci, 1848, p. 537 e s.

(3) (3- Anastasi. Bibl. in papa Paulo, opud Bern. hist. haer. tomo 2, seculo 8, pag. 399). Si tratta dell’opera di Anastasio Bibliotecario. L’opera è contenuta in Bernino Domenico (…), Storia di tutte l’eresie o “Hitoriae Haeresiae”, tomo II°, secolo VIII, p. 399.

(5) Antonini Giuseppe, La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(6) Racioppi Giacomo, Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania, Roma, Hoesche, pp. 102 e 134.

(7) Pellegrino Camillo, Historia principum Longobardorum, Napoli, ed. tip. de Simone, 1753, to-mo IV, p…. Si veda pure: Pellegrino C., Historia principum Longobardorum, Tomo III, Napoli, ed. de Simone, 1751. Si veda pure dello stesso autore: Apparato alle antichità di Capua, ovvero discorso della Campania Felice, Napoli, ed. Sauio, 1651

(8) Ammirato Scipione, Delle famiglie nobili napoletane, Firenze, ed. Marescotti Giorgio, 1780.

(9) Niceforo, Ioannis Antiocheni Fragmenta ex Historia chronica, stà in………………………….

(10) Hirsch F., Ducato di Benevento sino alla caduta del Regno Longobardo, traduzione di M. Schipa, ed. L. Roux e C., Torino, 1890, p. 56

(12) Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323. Il Cappelli, nelle sue note a p. 345, dice: nota 20: Di Luccia P.P., op. cit., pp. 8; 3 (5. Il Cappelli, nella la nota 21 dice: Trinchera F. (3), p. 80; poi alla nota (22), il Cappelli, scrive: “Laudisio N.M. (9), p. 73.”. Si veda pure: Caffi A., Santi guerrieri di Bisanzio nell’I-talia meridionale, app. a P. Orsi, le chiese basiliane nella Calabria, Firenze, 1929, p. 295.

(13) Natella P. Peduto P., Pixous – Policastro, estratto da ‘Universo’, rivista di I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.; Si veda pure: Gay I, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, Firenze, 1917, p. 253.

(14) Pontieri Ernesto, I Normanni nell’Italia meidionale, p. 54

(15) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e 593. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, p. 536, parla di Policastro.

(16) Rohlfs G., ‘Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria’, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996; si veda pure: Rohlfs G., Scavi linguistici della Magna Grecia, Roma MCMXXXIII; si veda pure: Rohlfs G., Colonie galloitaliche sul Golfo di Policastro (Galloitalienische Sprachkolonien am Golf von Policastro (Lukanien), in Zeitschrift fur Romanische Philologie, 61, 1941, pp. 79-113, stà in Rohlfs G.,  Studi linguistici sulla Lucania e sul Cilento, ed. Congedo, Galatina (LE), 1988, ristampa anastatica, pp. 39 e s.

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(17) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 69 e p. 73 del testo di Visconti, p. 17 e s.

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(…) Palazzo Ferdinando, Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 (Archivio Attanasio)

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(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Attanasio); dello stesso autore si veda:

(….) Campagna Orazio, Storia di Majerà, ed. Brenner, Cosenza, 1985 (Archivio Attanasio)

(…) Gaetani Rocco, La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21

(…) Savaglio Antonello, ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’, ed. Orizzonti Meridionali, 2014 (Archivio Attanasio)

(…) Azzarà G., I Sanseverino nella storia d’Italia, nella rivista “Studi Meridionali”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335

(…) Campanile Filiberto, L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Sgnor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (Archivio Attanasio)

(….) Vacchiano Amito, Scalea antica e moderna – Storia e protagonisti dalle origini al Settecento, ed. Salviati, Scalea, 2006 (Archivio Attanasio)

(….) Celico Giovanni, Tortora e terre vicine cronaca e storia dal 1600 al 1700, ed. Editur Calabria, Soveria Mannelli, Catanzaro, 1998 (Archivio Attanasio)

(….) Campolongo Amato e Giovanni Celico, Vanni Francesco Antonio, Memorie della terra di Majerà, editur Calabria (Archivio Attanasio)

Robinson Gertrude

(….) Robinson Gertrude M.A., ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, in “Orientalia Christiana”, Roma, 1928-1930, voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss.

Jamison, The norman etc.PNG

(…) Jamison Evelin M., ‘The Norman Administration of Apulia and Capua, more Especially under Roger II and William I, 1127-1166 , in: Papers of the British School at Rome 6 (1913) 211- 481; Reprint of the Edition 1913, edited by Dione Clementi and Theo Kölzer, Aalen 1987 (Archivio Attanasio)

(…) Jamison Evelyn M. – Ady C.M. – Vernon K.D. – Sanford C., Italy medieval and modern a histori, ed. Clarendon, Oxford, 1019, p…..(Archivio Attanasio)

(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71

Nel 1097, Scido (Sapri ?) in un documento Normanno

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche della epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo Piano Regolatore Generale di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Oggi pubblichiamo un documento unico per la nostra storia, pubblicato da uno studioso nel 1865. Si tratta di un documento dell’anno 1097 – un privilegio Normanno concesso nel territorio di Sapriin cui si fa riferimento a ‘Scido’ ed a un monaco di Vibonati (Bonati) (Figg. 1-2-3), andato perso nelle note vicende belliche (7), ma pubblicato nel 1865 dal Trinchera (3) (Fig. 1).

Cattura

Scido e S. Phantini

(Fig. 1) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco,  tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (3)

Alcune considerazioni sui documenti pubblicati dal Trinchera

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a pp. 436-437, nel capitolo “2. Adelasia reggente”, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, in proposito scriveva che: “Non rare volte Ruggero, nei suoi frequenti viaggi attraverso la Calabria e la Sicilia, suoi diretti domini, desiderò di essere accompagnato dalla giovane consorte (55); ed ella, da parte sua, non esitò a seguirlo fin sui campi di battaglia.”. Pontieri, a p. 437, nella nota (55) postillava: “(55) Ciò risulta da alcuni diplomi di concessioni fatte da Ruggero durante queste sue peregrinazioni; qualcuno di essi è firmato dalla stessa Adelasia. Il suo nome o il suo ricordo appare anche in alcuni atti di donazioni di terre da parte del conte Ruggero a Bruno di Colonia, il fondatore della celebre certosa di Calabria, sorta e favorita per il contributo che veniva a dare all’opera di rilatinizzazione di questa regione. Gravano però su questi documenti – tra i quali pure quelli firmati da Adelasia – fortissimi sospetti di falsificazione; vengono, ad esempio, denunciati i documenti: a) anno 1094, in ‘Regii Neapolitani Archivi Monumenta edita et illustrata, vol. V (Neapoli, MDCCCLVII), pp. 208-211, n. CCCCLXXX; b) anno 1098, Ibidem, pp. 245-46, n. CCCCXIV; anno 1098, Ibidem, pp. 249-54; d) anno 1102, Ibidem, pp. 278-80; e) anno 1097, in Trinchera, Syllabus graecarum membranarum, cit., pp. 77-78, n. LX; f) anno 1101, Ibidem, pp. 86-88, n. LXIX. Gli originali di questi documenti, già conservati in gran parte nell’Archivio di Stato di Napoli, sono andati distrutti, per cui svanisce il desiderio di un riesame di essi dal lato sia paleografico, che diplomatico. Ma già tali carte, in seguito alla pubblicazione fattane dal Tromby, Storia critico-cronologica-diplomatica del patriarca S. Brunone e del suo ordine Cartusiano, Napoli, 1773-79 (tomi 10), furono oggetto di accalorate controversie: la loro autenticità sostenuta dal Tromby, fu impugnata dal Vargas-Macciuca, Esame delle vantate carte e dei diplomi dei RR. PP. della Certosa di S. Stefano del Bosco in Calabria, Napoli 1775, dal Di Meo, Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età, nel tomo VIII, e da altri (v. B. Capasso, Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 558 al 1500, ed. E. Mastroianni, Napoli, 1902, p. 96-7, n. 1). In tempi a noi più vicini un’analisi diplomatica, piutosto sommaria, è stata fatta da Chalandon, op. cit., vol. I, pp. 304-07, in nota. Certamente non pochi sono i documenti spuri relativi alla formazione del patrimonio terriero della Certosa di Calabria; tuttavia, senza entrare nell’intimo della grossa questione, mi pare che una condanna totale sia eccessiva. Ho l’impressione, per esempio, che il documento precedentemente indicato con b, appartenente al 1098 e collegantesi all’assedio di Capua, sia autentico non solo perchè in regola col formulario diplomatico della cancelleria del conte di Sicilia, ma anche perchè i dati storici ivi ricordati concordano con quelli analoghi forniti da altre fonti.”. Dunque, il Pontieri faceva alcune considerazioni sulle antiche pergamene greche pubblicate dal Trinchera scrivendo che alcuni autori hanno ritenute false questi antichissimi documenti. Altre considerazioni le faccio io su ciò che scriveva Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 20, in proposito scriveva che: “Che il Vallo e il Cilento meridionale si trovassero al di qua della linea – peraltro alquanto mobile – di confine tra il Principato longobardo di Salerno e il Catepanato vien confermato, inoltre, dall’espansione del monachesimo occidentale, etc…Tanto più che il Cilento, e pertanto anche il contiguo Vallo di Diano – ad esclusione dell’Actus Lucaniae o Cilenti, sede del solo gastaldato longobardo sicuramente presente in terra lucana e delimitato a oriente e mezzogiorno dal corso dell’Alènto, ‘ad duo flumina’ -, riceveva il controllo giuridico bizantino, dal momento che ancora nel 1097 in una carta greca di Vibonàti, ‘in ambitu civitatis Bonati, si sottrae alle competenze di ‘stratego’, ‘visconte’ e ‘tumarca’ l’oggetto della donazione contenuta nel documento, secondo la formula della secolare consuetudine notarile, probabilmente ormai ripetuta macchinalmente, μιτε στρατιγος μιτε υισχομης μιτε τουρμαρχης, mnhjite mnhjite viskòmnhjis mnhjite tumarkhjis (F. Trinchera, LXIV, pp. 80-81). A Padula, come in tutto il Cilento meridionale e nelle regioni italiane di diretta pertinenza di Bisanzio etc…”. In questo passaggio, Tortorella cita proprio il documento che viene illustrato nell’immagine posta sopra. Si tratta di un’antichissima pergamena greca conservata nel grande Archivio di Napoli, ormai andata persa a causa della distruzione causata da un incendio nel 1943 dalle truppe tedesche dell’Archivio all’epoca trasferito a S. Paolo Belsito. Il Documento è il n. LXIV pubblicato da Francesco Trinchera (…..), nel suo “Syllabus graecarum membranarum”, pubblicato a Napoli, nel ……… a p. 80 per l’anno 1097, come si può vedere nell’immagine sopra. In primo luogo il Tortorella citando il documento in questione scriveva che riguardava “Bonati”, ovvero Vibonati. Il toponimo di “Bonati” è il toponimo che veniva utilizzato al tempo in cui il Trinchera pubblicò le antiche pergamene e veniva usato per indicare il piccolo e antico paese di Vibonati, non molto distante da Sapri. Fu il Trinchera che nella traduzione del testo greco dell’antica pergamena scrisse “Bonati” pensando che si trattasse di “Bonati” cioè Vibonati. Ma nel testo greco dell’antica pergamena del 1097, non è scritto “Bonati” ma è scritto “Scido”. Il toponimo di “Scido” è quello a cui è riferita l’antico privilegio concesso al monaco Sergio. In questo saggio dimostrerò che l’antica pergamena greca del 1097 riguarda un privilegio concesso al monaco Sergio di “Scido” e dimostrerò che per “Scido” si intendeva il territorio di Sapri. Il Trinchera nell’intestazione sua dell’antica pergamena, a p. 80 scriveva: “Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias Sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facoltate aedificandi ibidem monachorum domos.”, ovvero che: Oddone Marchese dona al monaco Sergio le chiese di San Fantino e di Santa Ciriaca, con la facoltà di costruirvi case per i monaci.”. Il Trinchera nel tradurre il testo dal greco al latino, a p. 80 scriveva: “Cum exploratum mihi sit te esse virum fidelem ac prudentem, et in viis domini in ambitu civitatis Bonati monastica vita celebrari, secundum Apostolum Paolum, qui diserte ait: Diligentibus deo omnia etc..”, che tradotto significa: Quando mi seppi che eri un uomo fedele e prudente, e che la vita monastica si celebrava secondo le vie del Signore nelle vicinanze della città di Bonati, secondo l’apostolo Paolo, che dice eloquentemente: Tutte le cose da coloro che amano Dio etc…”. Dunque, è il Trinchera che traduce “Bonati. Inoltre, il Trinchera, a p. 81 continuando la traduzione del testo greco dell’antica pergamena scriveva in latino che: “……et rogatu ac postulatione meorum procerum et famulorum, trado tibi venerabile templum sancti patris nostri Phantini de Scido, et venerabile templum sanctae et invictae martyris Cyricae de Phitali (cum facultate) aedificandi ibidem manachorum domos. Item dono tibi praedicta (templa) cum suo utrusque ambitu; quorum qui ad sanctum Phantinum spectat (incipit) a Surbiano extante ad partem superiorem ecclesiae, et discendit vallis, ubi occurrunt Sancti Latices, et vadit ad confluentem Nigri, et ascendit Armus usque ad virgulta, et recta ducit ad verticem, et clauditur ad praedictum Surbianum. Ambitus vero sanctae Cyriacae (incipit) ab Agrimilia, quae respicit superiorem partem ecclesiae, et descendit recta usque ad flumen, retcaque ascendit domum Phillae de Tangaria, et pergit ad Abbuccos superiores, et clauditur ad praedictam Agrimiliam.”, che tradotto significa:  “…..e su richiesta e richiesta dei miei nobili e servi, ti consegno il venerabile tempio del nostro santo padre Fantino di Scido, e il venerabile tempio della santa e invincibile martire Cirica di Phitalis (con la capacità di costruire case per i monaci Là). Parimente vi do i suddetti (templi) con i rispettivi ambienti; di cui colui che guarda verso San Fantino (parte) da Surbianus, stando nella parte superiore della chiesa, e discende la valle, dove incontrano i Santi di Latices, e va alla confluenza del Nigris, e risale l’Armus come fino ai cespugli, e conduce diritto alla cima, e chiude al suddetto Surbianus. Ma il circuito della santa Ciriaca (parte) da Agrimilia, che sovrasta la parte alta della chiesa, e scende diritto al fiume, e va diritto fino alla casa di Fila di Tangaria, e prosegue fino agli Abbucci superiori, e chiude presso la suddetta Agrimilia.”. Dunque, il Trinchera scriveva “ti consegno il venerabile tempio del nostro santo padre Fantino di Scido etc…”.

Scido e S. Phantini

(Fig. 1) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco,  tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (3)

Il Trinchera, a p. 81 traduceva in latino che la chiesa di S. Fantino Parimente vi do i suddetti (templi) con i rispettivi ambienti; di cui colui che guarda verso San Fantino (parte) da Surbiano, stando nella parte superiore della chiesa, e discende la valle, dove incontrano i Santi di Latices, e va alla confluenza del Nigro, e risale l’Armus come fino ai cespugli, e conduce diritto alla cima, e chiude al suddetto Surbiano.”. Cerchiamo di capire questo passaggio. Oggi la chiesetta di S. Fantino si può vedere in un podere oggi ricadente nel Comune di Torraca ma molto distante dal centro abitato di Torraca. Non è moltissimo distante dall’attuale comune di Sapri. Innanzi spiegherò meglio dove essa si trova. Nel passo del Trinchera troviamo i toponimi di “San Phantini”, “Surbianus”, “Sancti Latices”, “Nigrus”, “Armus”.

Nel 1097, quali contee e quali dominatori ?

Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando dela Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 20, in proposito scriveva che: Che il Vallo e il Cilento meridionale…. –  riceveva il controllo giuridico bizantino, dal momento che ancora nel 1097 in una carta greca di Vibonàti, ‘in ambitu civitatis Bonati, si sottrae alle competenze di ‘stratego’, ‘visconte’ e ‘tumarca’ l’oggetto della donazione contenuta nel documento, secondo la formula della secolare consuetudine notarile, probabilmente ormai ripetuta macchinalmente, μιτε στρατιγος μιτε υισχομης μιτε τουρμαρχης, mnhjite mnhjite viskòmnhjis mnhjite tumarkhjis (F. Trinchera, LXIV, pp. 80-81).”. Il Tortorella, sulla scorta di ciò che aveva scritto il Trinchera sul documento poco fa esaminato, scriveva che “…..si sottrae alle competenze di ‘stratego’, ‘visconte’ e ‘tumarca’ l’oggetto della donazione contenuta nel documento.” perchè ripete la formula tradotta dal greco dal Trinchera: μιτε στρατιγος μιτε υισχομης μιτε τουρμαρχης”. Il Trinchera, a p. 81, traducendo il testo greco scriveva in latino che:  “Item et ex monachis qui sint ex mea iurisdictione, quoscumque arcessere potueris, habeas ipsos, amota omini molestia et detrimento, usque ad finem vitae tuae; et memo habeat potestatem te tuosque successores vexandi, nec filii mei, nec aliquis ex parte mea, neque Strategus, neque Vicecomes, neque Turmarcha, nec faciendi……usque ad unum obulum, nisi mihi meisque successoribus hoc tu feceris: et nostri commemorationem facias in sacris diptychis, nec alium agnostas dominum praeter me, meosque successores; etc…”, che tradotto vuol dire: Allo stesso modo, tra i monaci che sono della mia giurisdizione, chiunque tu possa trovare, allontanali dal presagio di difficoltà e perdita, fino alla fine della tua vita; e lasciami avere il potere di molestare te e i tuoi successori, né i miei figli, né nessuno dalla mia parte, né Stratego, né Viceconte, né Turmarca, né di fare… fino a una cosa, a meno che tu non mi faccia questo e i miei successori: e fate una commemorazione dei nostri nei sacri dittici, e non riconoscete altro signore che me e i miei successori; etc…”. Dunque, questa traduzione vuole dirci che nel 1097, i dominus dell’antica concessione, Odo Marchisio ed Emma, dicevano al monaco Sergio, monaco di “Scido” che, né Stratego, né Viceconte, né Turmarca” avevano o avrebbero potuto avere in futuro il potere di modificare il privilegio che loro gli avevano concesso. Dunque, la notizia del Tortorella non è del tutto corretta a mio parere perchè, in quel periodo, nell’anno 1097, come io credo, la costa ed il territorio interno del Cilento meridionale, fino al Vallo di Diano si trovava conteso dai vicini Bizantini che premevano da parte della Calabria e delle Puglie, ma vi era anche la guerra che era scoppiata tra i Normanni dellepoca, ovvero Boemondo I, figlio di Roberto il Guiscardo, i cui possedimenti erano quasi tutti in Puglia e di cui era molto probabile che Emma e Odo Marchisio non si rassegnavano alla successione del fratellastro Ruggero Borsa. Dunque, in questo periodo, anno 1097, in cui a Boemondo, veniva riconosciuto il Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, secondo l’antica pergamena del 1097, la sorella di Boemondo I, Emma d’Hauteville e suo marito Oddone Marchisio, ebbero un ruolo fondamentale sulle nostre terre. Ma trattandosi dell’anno 1097, credo che i dissidi tra i due fratellastri, Ruggero Borsa e Boemondo non centrino nulla con i due personaggi della pergamena, Odo Marchisio e Emma, loro zii. Nel 1089 Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia con il fratellastro Boemondo I. Ruggero Borsa, nel 1092, qualche anno prima dell’anno dell’antica pergamena (1097), si era sposato con Adela di Fiandra dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia. Dopo la sua morte, qualche anno dopo il 1097, nel 1111, Ruggero Borsa morì e si aprì la successione ed il figlio Guglielmo II di Puglia fu Duca di Puglia e Calabria dal 1114 al 1127. Subito dopo la morte di Ruggero Borsa, essendo il figlio Guglielmo minorenne dal 1111 al 1114, vi fu la reggenza della madre Adala di Fiandra. Alla morte del marito Adelaide governò come reggente per il figlio dal 1111 al 1114 per poi morire un anno dopo nel mese di aprile del 1115. Dunque cosa avvenne nell’anno 1097 ? Ruggero Borsa era ancora il dominus di queste nostre terre fino alla sua morte avvenuta nell’anno 1111 ?. Nel maggio del 1098, sollecitato dalle richieste del cugino Riccardo II di Capua, diede inizio insieme allo zio Ruggero di Sicilia all’assedio della città di Capua, dalla quale il principe era stato esiliato sette anni prima in quanto minorenne. In cambio, il duca ebbe da Riccardo un formale atto di sottomissione alla sua signoria. Ruggero mantenne l’impegno assunto e Capua cadde dopo quaranta giorni di assedio. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, a p. 227, in proposito scriveva che: “Scomparso il Guiscardo, l’erede duca Ruggero (cap. 42) non ha l’autorità e la forza occorrenti per reprimere le pretese del fratello Boemondo e i disordini della Puglia. E’ necessità ricorrere all’aiuto del Conte di Sicilia, il più forte ed il più autorevole dei signori normanni sopravvissuti al Guiscardo. Il conte Ruggero interviene e stabilisce la pace fra i due fratellastri (L. IV, cap. 4); nè in seguito egli si astiene dal ridare il suo appoggio al nipote duca Ruggero, ogni qual volta contro di lui insorgono feudatari riottosi, come Mihera e Guglielmo di Grantmesnil (cap. 9, 10, 21), o città insofferenti di freno, quali Cosenza, Rossano, Castrovillari (capp. 17, 22)…..il Duca di Puglia fa allo zio concessioni, che finiscono col rendere quest’ultimo unico signore della contea di Calabria e di Sicilia, annullando praticamente il legame feudale che la rendeva dipendente dal ducato di Puglia.”. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 62, nella nota (152) postillava: “(152) Proprio nel 1086 Ruggiero, succeduto nell’anno precedente al padre Guglielmo il Guiscardo, insieme col fratello Boemondo ai signori normanni di Calabria e di Lucania, firmando nel ‘Palazzo’ di Salerno i diplomi di donazione all’arcivescovo di Bari, a Pietro abate di Cava, alla Santissima Trinità di Venosa. Concesse altre donazioni in Palermo e ancora, nel 1094 in Salerno, alla Trinità di Cava (Cfr. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, Paris, 1907 (cito dalla ristampa New York, Burt Franklin, 1969), I, pp. 289-300, e II, pp. 584-585). Cfr. pure Guillaume, op. cit., 70-73.”.

EMMA D’ALTAVILLA e ODDONE BONMARCHIS

Wikipedia leggiamo che Roberto il Guiscardo, dall’unione con Alberada di Buonalbergo ebbe due figli, Emma e Boemondo. Emma (1052 circa – ?), che sposò Oddone Bonmarchis ed ebbe per figlio Tancredi, principe di Galilea (c.1072 – 1112). Da Wikipedia leggiamo che Alberada di Buonalbergo (Buonalbergo, 1033 circa – luglio 1122) fu la prima moglie di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e Calabria dal 1059 al 1085. Anch’ella di stirpe normanna, sposò il Guiscardo tra il 1051 e il 1052, quando questi era ancora un piccolo nobile dedito a ruberie e atti di brigantaggio. Era la zia, la sorella del padre, di Gerardo di Buonalbergo, che all’epoca offrì il proprio sostegno all’ascesa di Roberto facendogli dono di duecento cavalieri, che Alberada gli portò in dote al momento del matrimonio. Dall’unione nacquero due figli:

  • Emma, madre di Tancredi principe di Galilea, sposa di Oddone Bonmarchis (della famiglia dei signori del Monferrato)
  • Boemondo, primo principe di Taranto e di Antiochia

Su Wikipedia leggiamo “Emma Guiscardo Altavilla”. Mario Caravale (…) che nel suo ‘Dizionario Biografico degli Italiani’, vol. LXIII. Rome, sostiene che: Emma di Hauteville (verso il 1080 a 1120 circa) era figlia di Roberto Guiscardo e Alberada di Buonalbergo. Secondo Ralph di Caen, sposò Odo il buon marchese e ebbe due figli: Tancredi e Guglielmo, che parteciparono entrambi alla prima crociata. Tancredi divenne Principe di Galilea e Guglielmo morì in Terra Santa. Sua figlia Altrude sposò Riccardo del Principato e fu madre di Ruggero di Salerno. Emma era morta nel 1126, quando la seconda moglie e vedova di Odo, Sichelgaita, fece una donazione per la memoria della sua famiglia.”. Pierre Aubè (…), nel suo ‘Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo’, nella ‘Parte Prima’, nello schema “Discendenza di Roberto il Guiscardo”, egli spiega che Roberto il Guiscardo, ebbe dalla prima moglie “Alberada di Buonalbergo”, due figli: la figlia “Emma”, primogenita e “Boemondo I, principe di Aniochia (1098-1111)”. Boemondo I, sposò Costanza, figlia di Filippo I re di Francia da cui ebbe Boemondo II, principe di Antiochia, mentre la sorella Emma, primogenita di Roberto il Guiscardo, sposò “Eude (Oddone), il buon marchese (Odobono Marchisio)”, da cui nacque “Tancredi, principe d’Antiochia (1111-1112)”. Aubè, conferma inoltre la discendenza del Guiscardo con la seconda moglie, la principessa Sichelgaita, figlia di Guaimario IV. Dunque, secondo l’Aubè, la prima figlia di Roberto il Guiscardo era Emma, sorella dunque di Boemondo e sposa a Odobono Marchisio, ovvero il personaggio della pergamena del 1097, dove si cita “Scido”. Aubè dice pochissimo su Odobono Marchisio, di cui non si conosce bene l’origine. Alcuni hanno scritto che Oddone (Otton, Odobonus, Eudes) di Monferrato, detto “Le Bon marquis” (in francese) o il ‘Buon marchese’ (in italiano), tra il 1065 e il 1075, abbia sposato la Emma de Hauteville (d’Altavilla), la figlia primogenita di Roberto il Guiscardo nata dalle nozze con la prima sua moglie (d’Aubrèe) Alberada di Buonalbergo. Questo personaggio del Monferrato, pare sia stato il figlio di Oddone (Otton) 1° degli Aleramici, il primo marchese del Monferrato in Piemonte. Altri addirittura scrivono che l’Odo Marchisii, sposato con Emma, sia stato il signore di S. Chirico Raparo (PZ), in Basilicata. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “3. Normanni di Sicilia alla Crociata“, a pp. 373-374-375, in proposito scriveva che: “E Tancredi, l’eroe immortalato dal Tasso, ch’ebbe, d’accordo o in contrasto con Boemondo, una parte di primo piano nella Crociata? Era egli “Sicilien d’origine, du còtè de son père, Odon le Bon”, come affermava il Michaud ? (23). E suo fratello Guglielmo, che lo seguì nella suggestionante impresa ?. In realtà non possediamo nè su Tancredi, nè su Guglielmo alcun elemento documentario sino al momento in cui, sedotti dal gesto di Boemondo, non pensarono di emularlo. Erano giovanissimi (24). La crociata li tolse improvvisamente dall’oscurità: il loro posto è quindi nella storia di essa, non in quella del sud Italia normanno, nel quale non avevano avuto nè tempo nè occasione per lasciarvi una loro traccia. Non mancano invece notizie sui genitori di Tancredi e di Guglielmo, nonostante che le fonti correlative presentino lacune, divergenze e contraddizioni anche gravi. Tuttavia conviene spigolarne qualcuna fra le più sicure, perchè solo attraverso di esse è possibile individuare la loro figura e stabilire se e quali rapporti essi avevano con la Sicilia e con Ruggero I. Entrambi, stando alle testimonianze contemporanee più accreditate, erano figli del marchese Ottone o Odobono e di Emma, per alcuni sorella, per altri figlia di Roberto il Guiscardo (25). Odobono ‘Marchisius’ (il marchese) possedeva dei feudi in Sicilia, quivi assegnatigli dal conte Ruggero: essi, o alcuni di essi, siti nel territorio di Corleone, sono ricordati in un documento del 1094, nel quale anno Odobono si associava al conte Ruggero nel far dono di alcune decine di villani alla chiesa arcivescovile di Palermo (26); può dedursene che la loro estensione non fosse modesta e che, data l’ubicazione, fossero anche fertili. Ignoriamo quando Odobono, “le bon Marquiz”, sia venuto i n Sicilia. Neanche possiamo asserire se la sua persona sia da identificare con quell'”Othonus”, ricordato dal Malaterra fra coloro che nel 1079 valorosamente si batterono nell’assedio di Taormina e la ridussero alla capitolazione (27). Di positivo c’è che il nome “Ottone” e la qualificazione feudale di “marchese” richiamano non solo l’origine monferrina del suddetto o dei suddetti personaggi, ma altresì la loro discendenza da quella casa degli Aleramici, ossia dei marchesi per autonomasia in Italia, ad uno dei cui rami, quello dei Del Vasto, apparteneva la contessa Adelasia, che Ruggero I sposò nel 1087, passato a terze nozze (28). Fu l’incertezza del domani, provocata dalle lotte a sfondo patrimoniale che nel secolo XII misero l’uno contro l’altro i rami della vetusta casata feudale, la causa per cui parecchi cadetti di essa, generalmente designati con l’appellativo di ‘Marchisii’, discesero nell’Italia meridionale, si posero al servizio dei Normanni, che venivano sconvolgendo l’assetto politico del paese, e vi fecero fortuna. Uno di questi immigrati fu Odobono: la miglior riprova della prodezza con cui si battè e della potenza e del prestigio che gliene derivò, è data dal suo matrimonio con Emma d’Hauteville e dai feudi ottenuti in Sicilia. Di là dal Faro, ove non sappiamo se si fosse stabilito prima oppure dopo le suaccennate nozze, egli emerse in mezzo a quell’aristograzia cosiddetta ‘lombarda’, che Ruggero I trattò con particolare riguardo, come quella che, costituita da elementi latini di origine italica o franca, gli serviva di sostegno o di contrappeso di fronte agli altri elementi etnici che si trovavano nell’isola. Erano i suoi figli al seguito dello zio Ruggero sotto le mura di Amalfi ? Anche questo ci è ignoto. Sappiamo però che presa la croce si associarono al cugino Boemondo….Celebrando quella gloria, pur nell’enfasi del suo stile, Raul di Caen la riteneva degna della stirpe dei Guiscardi – “Viscardes” – e della stirpe dei Marchesi – “Marchisida” (29).”. Il Pontieri, a p. 376, nella nota (29) postillava che: “(29) Gesta Tancredi principis in expeditione Hierosolimitana, auctore RADULPHO CADOMENSI, in Muratori, RR. II. SS., t. V.,, p. 786; cfr. De Saulcy, op. cit., p. 309-10. Guglielmo cadde nella battaglia di Dorileo: ‘Histoire Anonime, p. 51.”.  Il Pontieri, a p. 374, nella sua nota (25) riferendosi a Tancredi e Guglielmo, figli di Emma, postillava che: “(25) …..Per Anna Commena, ed. Leib, XI, 2, p. 17, egli sarebbe nipote “…………..”, essendo nato – aggiunge l’editore citato – dalla sorella di lui Emma e dal marchese Eude de Bon verso il 1071. L’Anonimo, Histoire, p. 20-21, lo presenta come “Marchisi filius”, e per l’editore di essa, il Bréhier, p. 15, n. 2, egli sarebbe figlio di Emma, sorella del Guiscardo. Altrettanto si ritrova in Guglielmo di Tiro. Anche la Jamison, Some notes, p. 196, rimane incerta. Essendo state tali divergenze accuratamente esaminate dal De Saulcy, rimandiamo alle sue indagini e alle conclusioni che ne ha desunto, ritenendole le più plausibili. Credo opportuno soltanto accennare che, quanto al padre, Otto o Odo Bonus ‘Marchisius’, vedo nel termine “Marchisio” una qualificazione feudale, non un patronimico, com vorrebbe lo CHALANDON, op. cit., vol. II, p. 569: ciò in base ai più recenti accertamenti documentari sui rami siciliano e pugliese della casa marchionale degli Aleramici.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (26) postillava che: “(26) C. A. Garufi, Adelaide nipote di Bonifazio del Vasto, in ‘Rendiconti e memorie della R. Accademia di Acireale’, S. III, vol. IV, (1905), pp. 189-190; Idem, ‘Gli Aleramici e i normanni in Sicilia e nelle Puglie. Documenti e ricerche, in ‘Centenario della nascita di Michele Amari’, Palermo, 1910, vol. I, pp. 48-9, n. 5; Idem, ‘Censimento e catasto amministrativo dei Normanni in Sicilia, etc., dall'”Arch. Stor. Sic.”, N.S., XLIX (1927), p. 22. Nel 1097 un “Odo Marchisius” è ricordato anche in un documento greco edito dal Trinchera, Syllabus graecarum membranarum (Napoli, MDCCCLXV), p. 80, n. LXIV. Vedi inoltre le precisazioni della Jamison, Some notes on the “Anonimi Gesta Francorum etc.”, cit., pp. 195-7.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Malaterra, III, 18, p. 67.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Pontieri, La madre di re Ruggero: Adelaide del Vasto, contessa di Sicilia, regina di Gerusalemme’, in questo volume, nel saggio seguente.”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a p. 94, in proposito scriveva che: “…..è certo che Roberto contrasse le prime nozze proprio in questo periodo. La sposa era una certa Alberada, che sembra sia stata la zia di un potente barone della Puglia, Gherardo di Buonalbergo – a quell’epoca Alberada doveva essere poco più che una bambina, perchè la ritroviamo ancora viva settant’anni più tardi, dopo essersi risposata per ben due volte; infatti, nel 1122 fece, una grossa donazione al monastero benedettino di La Cava, vicino a Salerno. Non si sa con esattezza quanti anni avesse quando morì; ma nella chiesa, molto restaurata, dell’Abbazia della SS. Trinità a Venosa si può ancora vedere la sua tomba.”. Dunque, secondo il Norwich, Alberada di Buonalbergo, sposata in prime nozze con Roberto il Guiscardo, era la zia di Gherardo di Buonalbergo, un “potente Barone della Puglia”. Dunque, il personaggio citato nella pergamena del 1097 potrebbe essere un parente di Roberto il Guiscardo e di suo figlio Ruggero Borsa.

Nel 1097, Scido (Sapri) in un documento greco d’epoca Normanna

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “3. Normanni di Sicilia alla Crociata“, a p. 375, nella sua nota (26) riferendosi ai genitori di Tancredi, Emma e Odobono Marchisii postillava che: “(26) Nel 1097 un “Odo Marchisius” è ricordato anche in un documento greco edito dal Trinchera, Syllabus graecarum membranarum (Napoli, MDCCCLXV), p. 80, n. LXIV. Vedi inoltre le precisazioni della Jamison, Some notes on the “Anonimi Gesta Francorum etc.”, cit., pp. 195-7.”. Dunque, oltre al Cappelli (…), anche il Pontieri citava l’antico documento greco pubblicato dal Trinchera. Già Giacomo Racioppi (59), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1909, nel suo “Cap. V – Lo stato di Melfi nei secoli XI-XII-XIII”, parlando delle antiche donazioni Normanne alla chiesa in Lucania, a pp. 158-159 (si veda l’edizione ristampata), per la prima volta citava un’interessantissima notizia che riguarda il nostro territorio e che ci riporta indietro di molti secoli nella ricostruzione storiografica delle nostre terre e questa in particolare di Sapri. Il Racioppi (59), a pp. 158-159, in proposito scriveva che: “Altro capo è Tancredi, valoroso quanto pio e discreto cavaliere nelle epiche cronache delle Crociate, e sì nobile, delicato ed ideale carattere nei versi del Tasso. Fu anche lui della famiglia degli Altavilla; era figlio, come credono i più, ad Emma, sorella di Guiscardo, e ad un Odone Bon, od Ottobono Marchisio, che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. In questo passo, il Racioppi ci parla di Tancredi d’Altavilla, nipote di Boemondo I d’Antiochia (figlio di Roberto il Guiscardo) e fratello di Emma d’Hauteville, figlia di Roberto il Guiscardo. Il Racioppi (…), ci parla del marito di Emma e padre di Tancredi, ovvero ci dice di un “Odone Bon” o di un “Ottobono Marchisio”, di cui parlerò innanzi. La notizia è intressante sopratutto per ciò che il Racioppi postilla nella sua nota (1), ovvero egli trae la notizia da un’antica pergamena dell’anno 1097, che fu pubblicata nel 1865 da Francesco Trinchera (…), di cui parlerò. Nell’antica pergamena (7) si parla di un Monaco Sergio di Vibonati che doveva costruire la cappella o il monastero di S. Fantino a “Scido”. Il Racioppi (59), a p. 159 (ristampa), nella sua nota (1) postillava che: “(1) V. Di Meo, Ann. dipl. ad ann. 1096 4. – Per le carte di Bonati (Libonati ?) v. ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’, p. 80 – Per quella di S. Chirico oltre all’Antonini, Lucan., p. 490), vedi ‘Le notizie del comune di San Chirico Raparo’, in appendice alla ‘Vita di Santa Sinfarosa’ di D. Paolino Durante. Napoli, 1833, pagg. 136 e 144 – In queste notizie del Durante ecc…”. Stessa notizia, forse sulla scorta del Racioppi (59) è citata da Biagio Cappelli (2), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 323, parlando del monachesimo basiliano nelle nostre zone, cita un antico documento pubblicato dal Trinchera (3). L’antico documento del 1097, da cui abbiamo tratto le immagini che pubblichiamo (Fig. 1-2-3), era stato pubblicato nel 1865 dal Trinchera , nel suo ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’ (3), dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Si tratta di un antichissimo documento datato Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (7), che tradotto è: Nel mese di Settembre indizione VI. Odo Marchisius, dà al monaco Sergio la facoltà di costruire sante chiese nel luogo santo Phantinus e santa Ciriaca con la possibilità di costruire case per i monaci.”. Questo antichissimo documento è di estrema importanza per la collocazione temporale e la ricostruzione storica sul territorio e di ciò che già il Di Luccia (…), affermava sulle due Grancie di S. Nicola e di S. Fantino (o S. Infantino) nel territorio saprese, che facevano parte della platea dei beni (possedimenti) appartenuti all’antica Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – di cui abbiamo già parlato in un altro nostro studio. L’antico documento (7), che pubblichiamo (Figg. 1-2-3), già pubblicato dal Trinchera (3) – non in originale ma trascritto e tradotto dal greco al latino –  andrebbe ulteriormente indagato. Il documento del 1097, pubblicato dal Trinchera (3), fa luce su alcune notizie storiche in epoca Normanna, che riguardano il nostro territorio e, cita il toponimo di Scido – che noi crediamo fosse il toponimo che indica il luogo di Sapri. Il documento Normanno del XII secolo (7), è forse una delle poche testimonianze medievali del territorio e sebbene fu pubblicato dal Trinchera (3) nel 1865, è stato del tutto ignorato o sconosciuto agli studiosi locali. L’antico documento è stato citato per la prima volta da Giacomo Racioppi e poi da Biagio Cappelli (…). L’antico documento del XII secolo, restituisce un modesto contributo alla ricostruzione storica del nostro territorio nel medioevo territorio e, delle scarse fonti anche alla luce dei documenti esaminati dal Di Luccia (5), allorquando si occupò di una causa pendente con il Vescovado Bussentino e, delle scarse fonti e riferimenti bibliografici per le notizie storiche da lui forniteci –  delle notizie che egli riporta sull’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, sui suoi antichi possedimenti longobardi – documenti e fonti mai del tutto ritrovati. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, questo antico documento rappresenta un unicum.

Nel 1097 a ‘Scido’ la chiesetta di ‘Sancti Phantini’ (S. Fantino)

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(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

Le notizie di alcuni possedimenti nel territorio saprese dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro le cui origini – e quindi anche i suoi possedimenti a Sapri – sono molto più antiche di alcuni documenti pubblicati dal Di Luccia (5). Infatti, il Cappelli (2), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, cita un documento di estrema importanza per la collocazione temporale e la ricostruzione storica sul territorio e di ciò che già il Di Luccia affermava sulle due Grancie di S. Nicola e di S. Fantino (o S. Infantino) nel territorio saprese. Il Cappelli (2), a p. 323, oltre a citare importanti notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro, parlando di S. Nilo e di S. Fantino, trae importanti notizie dal Trinchera (3) che, nel 1865 pubblicava ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae’, dove si riportano antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Il Cappelli (2), sulla scorta del Trinchera (3) a proposito della cappella (e forse della grangia) di S. Fantino – che secondo il Di Luccia (5), faceva parte dei possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – scriveva: “Nel Cilento, infatti, il culto di San Fantino è pienamente documentato dalla denominazione di S. Fantino che prima possedeva la località dove sorse l’abitato di S. Giovanni a Piro, dipendente dal monastero basiliano omonimo, dal quale dipendeva anche una chiesetta campestre, a S. Fantino dedicata (20), e di cui rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. Chiesetta che è ricordata in un documento, forse degli inizi del secolo XII (21), con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ed all’altra di S. Ciriaca.” (3). Il Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (21), postillava che: “(20) P. M. Di luccia, op. cit., pp. 8; 3”, poi nella sua nota (21), postillava che: “(21) F. Trinchera, op. cit., p. 80.” e, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica synopsis…N.M. Laudisii etc, Neapoli, 1931, pp. 34 e s.; v. in questo volume ‘Il monachesimo basiliano e la grecità medievale etc.”Il Cappelli (2), nella sua nota (21), cita l’interessantissimo ed antico documento (7), pubblicato dal Trinchera (3) e, aggiunge anche la citazione bibliografica che riguarda il personaggio di ‘Odo Marchisii’, citato nell’antico documento del 1097. Il Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (21), oltre a citare l’antico documento che fu pubblicato dal Trinchera (…), nel 1865 (…), cita anche gli studi di Gertrude Robinson (…), dove dice: “(21) La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the Greek monastery of St. Elias and St. Anastastasius of Carbone, in “Orientalia Christiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone).”. Lo storico Luigi Russo (…), in un suo recente saggio su “Tancredi e i Bizantini”, a proposito della stirpe dei Marchisio, e riferendosi all’autore del maggiore dei cronisti dell’epoca Normanna, Rodolfo Cadomense o di Caen (…), scrive: “Scarsamente interessato alla discendenza paterna del suo signore (il pade Odone Marchisio apparteneva all’aristocrazia subalpina), Rodolfo, concentra invece tutte le sue attenzioni nei riguardi della discendenza normanna rappresentate dal ramo materno con la madre Emma, sorella del Guiscardo. (29).”. Russo (…), dunque, alla sua nota (29), postillava: “Sui genitori di Tancredi vedi E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”. Biagio Cappelli (…), parlando di S. Fantino e del Cilento meridionale, cita l’antichissimo documento ma dice solo che: con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ecc..” , e a questo punto ci siamo incuriositi:

Cattura

(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

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(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

Odo Marchisii, p. 82

(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

Nel 1092, nasce Simone di Sicilia, futuro conte di Policastro, figlio naturale di Ruggero I d’Altavilla, gran conte di Sicilia e di “Adelasia” o Adelaide del Vasto

Indagando sulle origini di “Simone”, conte di Policastro, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a p. 436, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero Sclavo, (in latino Rogerius Sclavus), (XII secolo – post 1177), è stato un nobile del Regno di Sicilia nel XII secolo, uno dei capi della rivolta baronale del 1161 contro Guglielmo I di Sicilia. Ruggero Sclavo era il figlio illegittimo di Simone Del Vasto, conte di Butera, di Paternò, di Policastro e signore di Cerami. Simone era a sua volta figlio di Enrico del Vasto e di Adelaide. Ruggero Sclavo era figlio illegittimo di Simone del Vasto, conte di Policastro. Ruggero apparteneva quindi ai Del Vasto, ramo degli Aleramici, ed era fratellastro di Manfredo del Vasto, e nipote della normanna Flandina d’Altavilla, figlia di Ruggero gran conte di Sicilia. Nel marzo 1161 fallì la rivolta popolare promossa a Palermo da Matteo Bonello contro il re Guglielmo I e i musulmani che ancora vivevano in Sicilia, considerati usurpatori. Alcuni degli sconfitti si rifugiarono nei territori aleramici dell’isola abitati da lombardi (Butera, Piazza Armerina), immigrati nell’isola al seguito dei del Vasto. Ruggero Sclavo, come Tancredi, rientrò in Sicilia dopo la morte del re 1166 ed era ancora documentato in vita nel gennaio 1177. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 437, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Nel 1098 Ruggero era stato chiamato in suo aiuto dal principe di Capua, il normanno Riccardo II Drengot, contro cui, due anni prima, era insorta la popolazione longobarda della capitale, costringendolo ad allontanarsene. Il conte di Sicilia, al quale Riccardo, in cambio dei soccorsi richiesti, aveva ceduto i diritti che Capua vantava su Napoli, accorse in testa a compatte schiere di armati, in mezzo ai quali spiccavano intrepidi manipoli di musulmani di Sicilia. Capua, vigorosamente assediata dal conte Ruggero e da suo nipote Ruggero I di Puglia che lo fiancheggiava, capitolò. Durante questa vicenda, ….Adelasia seguì il marito, sostando con lui e con le soldatesche che li seguivano dappima in Calabria e da ultimo nelle terre attigue a Benevento, donde, dopo essersi incontrati col pontefice Urbano II, che invano si era fatto mediatore tra i belligeranti, i due coniugi mossero verso Capua (56).”. Pontieri, a p. 438, nella nota (56) postillava: “(56) Sull’assedio di Capua vedi Malaterra, I. IV, 27, p. 125, e cfr. Schipa, Storia del Ducato napoletano, cit., p. 349; Idem, Il Mezzogiorno anteriormente alla Monarchia. Ducato di Napoli e Principato di Salerno, pp. 196-97.”.  Pontieri, a p. 438, scriveva pure che: “Già Adelasia aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); alcuni anni dopo lo rese padre una seconda volta, dandogli Ruggero, il futuro unificatore delle conquiste fatte dai suoi antenati in Italia (58).”. Pontieri, a p. 438, nella nota (57) postillava: “(57) Il Malaterra. I. IV, 19, p. 98, pone la nascita di Simone dopo la morte di Giordano, suo fratello, ossia nel 1092. Il 26 aprile di questo anno, Giordano, come risulta da un atto di donazione fatta dal conte Ruggero al monastero di S. Agata di Catania, era ancora vivo: cfr, Kehr, Die Urkunden der normannischen-sicilischen Konige, cit., p. 14. Tale data è da preferirsi all’altra segnata nel ‘Necrologium Panormitanum’, ed. Winkelmann, in “Forshungen zur deutschen Gesch.”, XVIII, (1878), p. 474, secondo cui ‘critiques sur quelches diplomes normands de l’Archivio Capitolare di Catania, estr. dal “Bullettino dell’Archivio Paleografico italiano”, N.S., I-III (1956-1957), p. 149.”. Sempre il Pontieri, su Simone, a pp. 438-439, nella nota (58) postillava: “(58) Terminata la narrazione dell’assedio di Capua, il Malaterra, I. IV, 26, p. 105, aggiunge, in un’annotazione cronologica curiosa quanto generica: “ibi se impregnavit comitissa Adelasia de comite Rogerio”; in breve, il futuro re Ruggero II sarebbe stato concepito nel 1098 (primavera). Senonchè Romualdo Salernitano, ed. Garufi, p. 236, informatissimo della biografia di Ruggero II, dà elementi cronologici inconciliabili col contenuto della annotazione del Malaterra; infatti, registrata al 1152 (ma al 1154), la morte di Ruggero, egli aggiunge: “mortuus est…anno vite sue quinquagesimo octavo, mensibus duobus, diebus quinque, vicesimo septimo die mensis Februari, anno regni sui vicesimo IIII, anno Dominice incarnationis MCLII, Indic., I.”; di modo che, fondando i calcoli su questi elementi anagrafici, che collimano con quelli delle fonti, Ruggero II sarebbe nato il 22 dicembre 1095, e cioè poco più di due anni dopo suo fratello Simone. Questa data viene accettata sia dall’Amari, Musulmani, cit., vol. III, p. 199, che dallo Chalandon, op. cit., vol. I, p. 352-53. e dal Caspar, Roger II, cit., pp. 21-22. Rimane però inspiegabile la bizzarra nota del Malaterra etc…”.

Nel 1098, Ruggero I di Sicilia, conte di Calabria e di Sicilia contro Riccardo II Drengot

Indagando sulla figura di Odobono Marchisio ed Emma sua moglie, che nell’antica pergamena del 1097 donavano a Sergio, monaco di “Scido” (Sapri), il privilegio di costruire una cappella di S. Fantino, cerchiamo di capire anche le signorie Normanne che si contendevano o che avevano un ruolo importante nelle terre del basso Cilento. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 439, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Il 22 giugno 1101 Ruggero moriva a Mileto, in Calabria, sua dimora domestica preferita, e quivi i suoi resti vennero sepolti (59). Gli succedeva il figlio Simone; etc…”. Pontieri, a p. 439, nella nota (59) postillava: “(59) Vedi ‘Necrologium Casinense’, in Muratori, ‘Antiquitates Italicae Medii Aevi’, t. V, p. 76; Lupo Protospatario, Chronicon, ed. Pertz, in M.G.H., SS., p. 115; Romualdo Salernitano etc…”. Dunque, in quell’anno, nel 1098, dominava queste terre Ruggero I d’Altavilla, frateloo di Roberto il Guiscardo. Ruggero I era gran Conte di Calabria e di Sicilia e dimorava quasi stabilmente a Mileto in Calabria, dove fu tumulato alla sua morte nel 1101. In seguito la sua morte, nel 1101, resse le sorti del ducato di Sicilia e di Calabria, l’ultima sua consorte Adelasia perchè il figlio, Simone, legittimo successore era minorenne. Ma cosa centra quindi Odone Marchisio o Bonmarquiz con Ruggero I d’Altavilla e soprattutto con l’antica pergamena in cui si parla di “Scido” e della cappella di S. Fantino ?.  Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 437, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Nel 1098 Ruggero era stato chiamato in suo aiuto dal principe di Capua, il normanno Riccardo II Drengot, contro cui, due anni prima, era insorta la popolazione longobarda della capitale, costringendolo ad allontanarsene. Il conte di Sicilia, al quale Riccardo, in cambio dei soccorsi richiesti, aveva ceduto i diritti che Capua vantava su Napoli, accorse in testa a compatte schiere di armati, in mezzo ai quali spiccavano intrepidi manipoli di musulmani di Sicilia. Capua, vigorosamente assediata dal conte Ruggero e da suo nipote Ruggero I di Puglia che lo fiancheggiava, capitolò. Durante questa vicenda, ….Adelasia seguì il marito, sostando con lui e con le soldatesche che li seguivano dappima in Calabria e da ultimo nelle terre attigue a Benevento, donde, dopo essersi incontrati col pontefice Urbano II, che invano si era fatto mediatore tra i belligeranti, i due coniugi mossero verso Capua (56).”. Pontieri, a p. 438, nella nota (56) postillava: “(56) Sull’assedio di Capua vedi Malaterra, I. IV, 27, p. 125, e cfr. Schipa, Storia del Ducato napoletano, cit., p. 349; Idem, Il Mezzogiorno anteriormente alla Monarchia. Ducato di Napoli e Principato di Salerno, pp. 196-97.”.

Curiosità

Nel 1960-61, Vincenzo Saletta (….), nel suo “Il Mercurio e il Mercuriano – Problemi di Agiografia bizantina” (estratto dal Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata – vol. XIV-XV), a pp. 62-63 parlando del monastero di S. Nazario e di S. Nilo, in proposito scriveva che: “Si spiega così come mai in epoca niliana si trovi a pochi chilometri dal mare un’organizzazione politico-amministrativa di tipo feudale con Gastaldi e Conti, uno dei quali appare nel Bios del Santo come il tiranno della popolazione abitante attorno al monastero di S. Nazario (66), e si spiega così il pomposo titolo di stratega di Calabria e di Longobardia assunto dai governatori bizantini, a cui corrispondeva soltanto un generico atto di vassallaggio dei superstiti principi longobardi, ed un dominio territoriale che non andava al di là delle città costiere. Dall’esame del ‘Syllabus Membranarum Graecarum’ del Trinchera (Regesta Petri Diaconi), si desume, infatti, che i possedimenti dei principi longobardi erano situati nel tema di Longobardia (Reg. Petri Diaconi, fol. LXVII, n. 149) ed in quello di Calabria (fol. LXV, n. 137) frammisti a quelli bizantini, mentre al foglio LXIX n. 153, per l’anno 956, si legge che Stratega di Calabria e di Langobardia era il patrizio Mariano ed una ‘Membrana Cassinese’ riportata dal Trinchera alla pag. 22, si legge il nome di ‘Leo Spatharocandidatus iudex Langobardiae et Clabriae” (67).”. Questo passaggio del Saletta è interessante perchè citava Francesco Trinchera ed il suo “Syllabus Membranarum Graecarum”. Il Saletta, a p. 62, nella nota (66) postillava che: “(66) Vedi Bios di S. Nilo cap. 9, lett. E. pag. 289. Per il 1097 abbiamo un ‘Codex Membranacaeus’ dell’Archivio Napoletano N. 8 di cui il Trinchera (op. cit. pag. 81) riporta un atto con cui Oddone Marchese Longobardo concede al monaco Sergio la chiesa di S. Fantino di Scido nei pressi del territorio taurianese.”. Sempre il Saletta, a p. 63, nella nota (67) postillava che: “(67) F. Trinchera, Syllabus Membranarum Graecarum, Napoli, 1845”. Il Saletta (….) citava il testo di Francesco Trinchera (…..), “Syllabus Membranarum Graecarum”,  dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo come ad es. il “Registrum Petri Diaconi” di Montecassino. In primo luogo devo subito precisare che il Saletta citando il documento in questione ci parla di una donazione a Scido in Calabria, egli scrive Oddone Marchese Longobardo concede al monaco Sergio la chiesa di S. Fantino di Scido nei pressi del territorio taurianese”, dando al toponimo citato nel documento membranaceo del 1097 il luogo del territorio taurianese in Calabria, ma dall’esame che si è fatto dell’antico documento del 1097 questo luogo corrisponde a Sapri ed ad una grancia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, di cui parlò anche Biagio Cappelli, come pure ho scritto ivi in un mio saggio. La citazione del Saletta, però è interessante perchè citando l’antico documento membranaceo del 1097 (pubblicato dal Trinchera) ci parla di “Odo Marchese” e scriveva Oddone Marchese Longobardo”. Il Saletta ci parla di patentati Longobardi che, per “l’intesa-politico-militare-amministrativa” che all’epoca i nuovi Bizantini stipularono con la chiesa e con i superstiti principi e conti Longobardi, i “Patrizi”. Recentemente, il Comune di Padula ha curato la ristampa di una tesi di laurea di Antonio Tortorella (….), laureatosi a Salerno con il Prof. Paolo Peduto: “Padula – un insediamento medievale nella Lucania bizantina” che pubblicò nel 1983. Il Tortorella, a p…… cita l’antico documento del 1097 che molti anni fa segnalai ivi in un altro mio saggio. Egli, nel capitolo primo: “Un breve profilo storico”, a p. 20, in proposito scriveva che:  “Tanto più che il Cilento, e pertanto anche il contiguo Vallo di Diano – ad esclusione dell”Actus Lucaniae’ o ‘Cilenti’, sede del solo gastaldato longobardo sicuramente presente in terra lucana e delimitato a oriente e mezzogiorno dal corso dell’Alènto, ‘ad duo Flumina’ – , riceveva il controllo giuridico bizantino, dal momento che ancora nel 1097 in una carta greca di Vibonàti, ‘in ambitu civitatis Bonati’, si sottrae alle competenze di ‘stratego’, ‘visconte’ e ‘tumarca’ l’oggetto della donazione contenuta nel documento, secondo la formula della secolare consuetudine notarile, probabilmente ormai ripetuta macchinalmente, μιτε στρατιγος μιτε υισχομης μιτε τουρμαρχης, (non un generale, non un codardo, non un generale), mnhjite stratighòs mnhjite viskòmnhjis mnhjite turmàrkhjis (F. Trinchera, LXIV, pp. 80-81). A Padula, come in tutto il Cilento meridionale e nelle regioni italiane di diretta pertinenza di Bisanzio etc…”. Ecco che il Tortorella cita lo stesso documento membranaceo e greco del 1097 pubblicato da Francesco Trinchera nel suo “Syllabus Membranarum Graecarum” per dire che, il territorio del Cilento, e pertanto anche il contiguo Vallo di Diano – ad esclusione dell”Actus Lucaniae’ o ‘Cilenti’, sede del solo gastaldato longobardo”, riceveva il controllo giuridico bizantino.

Nel 1097, Scido (Sapri) in un documento greco d’epoca Normanna

Dunque, stando a Biagio Cappelli (…), che parlando di S. Fantino e del Cilento meridionale, scriveva sull’antico documento pubblicato dal Trinchera (…): con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ecc..”. Stando all’antico documento (7), datato anno 1097 (XII secolo), pubblicato dal Trinchera (3), il monaco Milano Sergio, abitante in Vibonati, nell’anno 1097, riceveva daOdo Marchisius’, il privilegio – Sigillum factumdi costruire un monastero intorno alle predetta chiesetta campestre dedicata a S. Fantino a Scido’ – e, di cui – il Cappelli (2), dice – rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. L’antica pergamena d’epoca Normanna, manoscritta in greco (7) – stando alla traduzione dal greco al latino che fa il Trinchera (3) (Fig. 2), recita e parla di “trado tibi venerabile templum sancti patris nostri Phantini de Scido”. L’antico documento (7) (Fig. 2), parla della Cappella di S. Fantino a ‘Scido’. Secondo l’antica pergamena, nell’anno 1097, il monaco ‘Sergio’, abitante di Vibonati, poteva costruire un monastero intorno ad un’antica cappella dedicata a S. Phantino (S. Fantino), a ‘Scido’. La citazione di un monastero da costruire a ‘Scido’ – il documento chiama il luogo ‘Scido’ – è interessante perchè il toponimo dovrebbe indicare un luogo che, nella tradizione popolare e nella bibliografia antiquaria viene generalmente indicato posto a Sapri. Riguardo al toponimo di ‘Scido‘, citato nell’antica pergamena dell’anno 1079 (7) e, della sua localizzazione a Sapri o vicino il suo antico porto o baia naturale, è interessante notare quale fosse il toponimo di Sapri o del Porto di Sapri, all’epoca Normanna. Se la notizia fosse confermata, secondo l’antico documento membranaceo (7), Sapri, nell’anno 1097, era chiamato con il nome di ‘Scido’.

Scido e S. Phantini.PNG

(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

Esaminiamo meglio il toponimo (nome di luogo) di ‘Scido‘, citato nell’antico documento del 1097. A quale luogo si riferisce il toponimo ‘Scido’ citato/a nell’antica pergamena greca?. Secondo la traduzione del Cappelli (2), il monaco Sergio, era un abitante di Vibonati e quindi il Cappelli (2), accosta Vibonati (del monaco Sergio), al “templum sanctae patris nostri Phantini de Scido”, citata nella pergamena manoscritta in greco. Secondo il Cappelli (2), l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, possedeva una chiesetta campestre dedicata a S. Fantino, posta in una contrada tra Torraca e Vibonati (Fig. 2). Quindi è lo stesso Cappelli (2), che dal testo in greco dell’antica pergamena del 1097, crede si tratti della cappella dedicata a S. Fantino e sita a ‘Scido’ e, siccome si parla di un monaco ‘Sergio’, abitante di Vibonati, il Cappelli (2), crede si tratti di una cappella (dedicata a S. Fantino), postra nelle campagne tra Torraca (territorio di Sapri) e Vibonati. La ‘Scido’ citata, è sicuramente un luogo vicino Policastro e vicino Vibonati o Bonati. La notizia, andrebbe ulteriormente indagata ma, non ci sono motivi per non ritenere la ‘Scido’ – citata nell’antico documento (7) – non fosse Sapri. Si deve dire che in Calabria, in provincia di Catanzaro, alle propaggini dell’Aspromonte, vi è una località chiamata Scido, ma non crediamo che l’antico documento d’epoca Normanna si riferisca allo Scido in Calabria, in quanto nell’antica pergamena, oltre a Scido, si citava un monaco di Vibone e si citava una cappella di S. Fantino, luoghi e cose che sappiamo essere nella nostra area, dove anche il Cappelli (2), li colloca. Il Cappelli (…), però, oltre ad accennare al personaggio di “Odo Marchisii”, citato nell’antico documento del 1097, pubblicato nel 1865 dal Trinchera (…), a p. 323, sosteneva che, il monaco Sergio Milano, abitante a Vibonati: “…che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), e fa risalire questa notizia dal Laudisio (…). Il Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (22), postillava che la notizia della tradizione locale è tratta dal Laudisio (…), op. cit., p. 34. Il Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (22), postillava che: “(21) F. Trinchera, op. cit., p. 80.” e, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica synopsis…N.M. Laudisii etc, Neapoli, 1931, pp. 34 e s.; v. in questo volume ‘Il monachesimo basiliano e la grecità medievale etc.”. Dunque secondo il Cappelli (…), il Laudisio (…), sosteneva che, il piccolo borgo medievale di Vibonati, era voluto dalla tradizione locale, costituito da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani dei monasteri italo-greci del posto.

Roberto d’Altavilla (detto il Guiscardo) e i suoi figli Emma, Boemondo I e Ruggero Borsa

E’ un’interessantissima notizia che si incrocia con altre nostre recente intuizioni che, meritano ulteriori approfondimenti. La pergamena in questione (Figg. 1-2-3), è datata anno 1097. Nell’area, dominava da poco Roberto il Guiscardo che morì di malattia il 17 luglio nel 1085 durante l’assedio di Cefalonia, dando l’avvio della sua successione ai due fratellastri eredi Boemondo figlio di Alberada di Buonalbergo, prima moglie del Guiscardo e Ruggero Borsa che poi diventerà il successore di Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo. L’antica pergamena del 1097 (…), è un privilegio o concessione di un ‘Odo Marchisii’, un nobile personaggio Normanno che come vedremo aveva sposato Emma,  sorella di Boemondo (i due figli di Roberto il Guiscardo avuti con la prima moglie Alberada di Buonalbergo). Dunque, il nobile personaggio normanno citato nell’antica pergamena del 1097, che interessa Sapri, è il genero di Roberto il Guiscardo. Roberto il Guiscardo, nel 1053, ripudierà la prima moglie, la madre di Boemondo, Alberada di Buonalbergo, per sposare la principessa Longobarda Sighelgaita, dalla quale avrà Ruggero Borsa e Guido (nato nel 1061). Abbiamo già visto in altri nostri saggi, ivi pubblicati, come Ruggero Borsa, avrà una notevole influenza sui nostri territori, ma solo dal momento che lui sarà l’effettivo successore di suo padre Roberto. Fino a che il Guiscardo, però, sarà in vita, i suoi primi figli Emma e Boemondo, avranno un ruolo, sia pur secondario ma restavano sempre i suoi primi figli.  Il Normanno Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo, aveva sposato in seconde nozze la principessa Sighelgaita, sorella di Gisulfo II. Dall’unione con Sighelgaita il Guiscardo ebbe un figlio, Ruggero Borsa (Ruggero I). Alla morte del Guiscardo, nel 1085, sua moglie Sighelgaita, fece di tutto per dare il potere al suo figlio Ruggero Borsa, a danno dell’altro figlio del Guiscardo, Boemondo, nato dalle prime nozze del Guiscardo con Alberada di Buonalbergo. Dalle prime nozze il Guiscardo aveva avuto una figlia,  Emma sposata poi con Odone Marchisio di cui come vedremo in avanti, sarà un personaggio che ricorre spesso in alcuni documenti dell’epoca che riguardano le nostre terre. Nel 1073, Ruggero fu proclamato erede, mentre il Guiscardo veniva colpito da malattia durante un soggiorno a Trani, ma dopo la morte di suo padre nel 1085, Boemondo, il fratellastro scartato dalla successione, rispose con le armi all’ascesa di Ruggero e con l’appoggio del principe Giordano I di Capua, prima di giungere ad un accordo di pace nel marzo del 1086. Boemondo diventò di fatto coreggente insieme al fratello, ma già nell’estate del 1087 diede vita ad una nuova ribellione contro il fratellastro. Insomma in quegli anni, il dominio di Ruggero Borsa, non era assoluto e quindi, l’Odo Buonmarquis (cognato di Boemondo), aveva un certo peso.  Ruggero Borsa, vincerà la lotta di successione al padre Guiscardo ma non sarà mai in grado di eguagliare la potenza del fratellastro Boemondo, né di portare quest’ultimo sotto il proprio controllo. Lo scontro fra i due fratelli si concluse solo con la mediazione di papa Urbano II, il quale riconobbe a Boemondo il possesso del Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, mentre Ruggero gli garantì anche il feudo di Cosenza e la titolarità di fatto di altri domini. Nel 1089, Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia. Non sappiamo se in quegli anni, Ruggero Borsa, che morì a Salerno nell’anno 1111, in che modo abbia influito sulla demaniale Policastro e sulle nostre terre. Dopo l’inizio dell’avventura siciliana, nel 1061, di Ruggero I, le terre del futuro ‘Cilento‘ e della vicina Policastro, passarono sotto la definitiva unificazione di tutto il meridione d’Italia con la Sicilia di Ruggero II d’Altavilla, figlio di Ruggero I. Di quegli anni, e più esattamente nel 1079, il Trinchera (…), pubblicava un’antica pergamena di un privilegio di ‘Odo Bonmarquis’ o ‘Odo Marquiis’, che dimostra come i conti normanni avessero influenza sulle nostre terre. Ma qual’è il collegamento storico dell’antica pergamena (membrana) medievale d’epoca Normanna dell’anno 1097 (…), con i monasteri Calabresi, dove essa era conservata ?. Il De Blasiis (…), forse sulla scorta del Trinchera (…), sempre nella sua nota (1) di p. 54, ci parla anche dei due documenti che quì abbiamo pubblicato: Odo Marchisio era vivo nel Settembre del 1097 quando donò ad un monaco due Chiese in Calabria. Syllab. Graec. Memb. p. 80.”, riferendosi e citando l’antica pergamena, già pubblicata dal Trinchera (…). Poi aggiunge: “Egli ebbe oltre Emma un’altra moglie chiamata Sighelgaita, la quale nel 1126 si dice: Marchisia et uxor defuncti Odonis Marchisii, come rilevasi da un diploma Greco, ivi p. 128.“, riferendosi ad un altro privilegio illustrato nell’altra immagine.

Odonis Marchisii, i

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(Fig. 3) L’antica pergamena del 1126 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 128-129.

Il De Blasii, su ‘Oddone Bon Marchisio’

Lo storico De Blasiis (…), nel 1873, nel suo libro ‘L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI’, ci parla di un Tancredi Marchisio e, dei suoi genitori: Emma e di ‘Oddone Bon Marchisio’. De Blasiis (…), parlando della prima Crociata in Terrasanta, scrive: “Fra i più nobili s’unirono a Boemondo suo fratello Guido, Tancredi (1) e Guglielmo suoi cugini figli di Oddone Bon Marchisio;”. Nella nota (1), spiega: “De Meo crede Tancredi nipote di Boemondo, ed il Pirri con più grave errore lo dice figlio del Duca Roberto e di Ala. Chr. Reg. Sic. p. 13. Per testimonianza di Rodolfo Cadomense egli nacque da Oddone Bon Marchisio e da Emma, che Ord. Vit. dice sorella del Guiscardo. Dal titolo di Marchisio argomenta il Muratori che Tancredi fu di stirpe italiana R.I.T.V. p. 282, ed alcuni cronisti gli danno per fratello di Guglielmo. Anon. Gest. Franc. Bald. Hist. Jeros.”. Il Rodolfo Cadomense sarebbe il cronista Raoul Caen (..), di cui parleremo in appresso. Il De Blasiis (29), forse sulla scorta del Trinchera (3), nella sua nota (1) di p. 54, ci parla anche dei due documenti che quì abbiamo pubblicato (Figg. 2-3- -4): Odo Marchisio era vivo nel Settembre del 1097 quando donò ad un monaco due Chiese in Calabria. Syllab. Graec. Memb. p. 80.”, riferendosi e citando proprio l’antica pergamena da noi quì riportata (Figg. 2-3, pubblicata dal Trinchera (3)). Poi aggiunge: “Egli ebbe oltre Emma un’altra moglie chiamata Sighelgaita, la quale nel 1126 si dice: Marchisia et uxor defuncti Odonis Marchisii, come rilevasi da un diploma Greco, ivi p. 128.”, riferendosi all’altro antico documento (Fig. 4). Il De Balasiis (29), alla sua nota (2) di p. 54, parla di  “Gerardo Buonalbergo nipote di Sighelgaita, prima moglie di Roberto il Guiscardo.”. In questo caso, crediamo che il De Blasiis, abbia preso un abbaglio in quanto Sighelgaita è stata la seconda moglie del Guiscardo. L’Ebner (…), nel suo “Chiesa, popoli e baroni ecc..”, nel suo vol. II a p. 422 che nel 1305, era signore di Roccagloriosa, Montecalvo e Buonalbergo Matteo Mansella (50). Alla sua nota (50), l’Ebner, scrive che trae la notizia da Mazza A., p. 113.

Odonis Marchisii, i

(Fig. 2) L’antica pergamena del 1126 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 128-129

Il documento Normanno del 1097 (7), pubblicato dal Trinchera (3).

Dovrà essere ulteriormente indagata l’origine dell’antica pergamena (7) membranacea, manoscritta, d’epoca Normanna, pubblicata dal Trinchera (Figg. 1-2-3) nel 1865 (3). Il Trinchera, pubblicava l’antico documento (7), nel suo ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’ (Fig. 6)(3), dove si riportano gli antichi documenti membranacei dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo – come quello di cui parliamo (7) – che, trae da: “ex membrana Archivi Neapolitani – n.° 8”, conservati all’Archivio di Stato di Napoli. Il documento (7) membranaceo pubblicato dal Trinchera (Figg. 1-2-3) è un’antica pergamena manoscritta medievale (membranaceo), che il Trinchera (3), nella sua nota (3), afferma, provenisse dall'”Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco, Documenti pag. XVIII.”, contenuta nell’ “ex membrana Archivi Neapolitani – n.° 8″. Il Trinchera, ritrovò, ordinò e, pubblicò le antiche carte greche contenute in un armadio della ‘Sezione Diplomatica’, conservate presso l’Archivio di Stato (ex Grande Archivio Regio) di Napoli – di cui egli era Direttore Generale (3). L’antico documento membranaceo, manoscritto in greco e, pubblicato e tradotto in latino dal Trinchera (3),  a p. 80, è il n. LXIV, intitolato: “Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (7) (Figg. 1-2-3), è la membrana n. 64 o pagina XVIII, contenuta in un fondo di carte greche, proveniente dalle Carte e diplomi del Monastero di S. Stefano al Bosco”, contenuta nel volume n. 8 e, conservato negli ‘Archivi Napoletani’. Dell’antica pergamena, oggi rimane la sua trascrizione pubblicata dal Trinchera (3), in quanto l’antichissimo fondo di carte greche, secondo Salemme – attuale Direttore dell’Archivio – il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andato distrutto, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera..”. Sull’origine dell’antica pergamena (7), il Trinchera (3) a p. XXV, a proposito dell’antico documento (7) membranaceo n. 64 (Membrana 64 o LXIV, postillava che:

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“Membrana LXIV. Quoniam Odonis Marchisii mentio habetur in membrana anni 1126 a nobis edita sub num. XCVIII, in qua Sichelgaita vidua dicitur eiusdem Odonis, atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucca edito (3) inter testes ipse Odo se subscribit, ideo nos anco membranam anno 1097, in cuius mense Septembri indictio VI decurrebat, et Odonem in vivis egisse ex memorata subscriptione regii diplomatis constat, signandam coniecimus., che tradotto significa: “Membrana LXIV. Per Odones Marchisii (Odone Marchisio) si fa menzione della membrana dell’anno 1126 che abbiamo pubblicato sotto il numero “XCVIII – anno 1126 – mese di Luglio – Indizione IV” (Fig. 4, pubblicato a p. 128), in cui Sighelgaita marchisia e la vedova di Odonis Marchisii conferma che il Leone di S. Maria della Torre (a Leone il Priore degli Eremiti) è stato quello di concedere alcune aziende agricole agli Eremiti e, la lettera del conte Ruggero dell’anno 1098 un Vargas-Macciucea è contenuto tra i testimoni se stesso, Odo stesso a firmare, è quindi abbiamo membrana per l’anno 1097, nel mese di Settembre, dell’Indizione VI e Odo fatto in un avallo di vita del brevetto citato costante confinamento firma.”. Dunque, il Trinchera (…), nell’Introduzione al suo testo ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae’, che pubblicò nel 1831, commentava il documento n. 64 (LXIV) del 1097 (…) e, citava anche il personaggio di Odo Marchisio, dicendo che esso era menzionato anche nell’altro documento pubblicato a pp. 128-129, il XCVIII, del Luglio 1126, di cui parleremo in seguito. Il Trinchera (…), data il nostro documento LXIV nella VI Indizione del mese di Settembre dell’anno 1097.

Nel 1097, “Scido” (Sapri e non Vibonati), in un documento greco che cita un “Odobono Marchisio”, marito di Emma, forse i genitori di Tancredi d’Altavilla o di Lecce che, nel 1096, si recò insieme a Boemondo alla prima Crociata

Sul personaggio della carta greca del 1097, un antichissimo documento datato Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” che qui si riporta:

Cattura

Scido e S. Phantini

(Fig. 1) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco,  tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (….).

dunque, di questo “Odo Marchisio”, che Nel mese di Settembre – indizione VI…….dà al monaco Sergio la facoltà di costruire sante chiese nel luogo santo Phantinus e santa Ciriaca con la possibilità di costruire case per i monaci.”, ha scritto Giacomo Racioppi (….), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1909, nel suo “Cap. V – Lo stato di Melfi nei secoli XI-XII-XIII”, vol. II, a p. 158, parlando di: “Era già vivissima in Occidente l’agitazione dei popoli pel passaggio in Terra Santa a liberare il sepolcro di Cristo da mano dei Turchi, Bandita la Crociata nel 1095 nel Concilio di Clermont dallo stesso Urbano II, scesero l’anno dopo a frotte, a truppe, gli armati e i pellegrini nel ducato di Puglia per imbarcarsi nei porti di Bari, di Trani, di Brindisi, più prossimi alla Dalmazia. Boemondo, che sentiva troppo angusto campo al’ambizione sua il principato di Taranto e che già era esperto della guerra di oltre mare, prende di un tratto la croce, e si dà opera a crearsi un esercito; confortato senza dubbio dal fratello che gli dov’è esser largo di aiuti, perchè l’irrequieto s’allontanasse dalla Puglia. Ben settemila uomini si raccolsero alle sue bandiere, tra Pugliesi, Calabri, Salernitani, Basilicatesi (1); etc…”. Il Racioppi, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Un cronista-poeta delle crociate, Folco Carnotense o di Chartres, contava, con reminescenze dotte dell’antichità: “…etc…”. Ap. Di-Meo, ad ann. 1096.”. Dunque, il Racioppi, parlando della Crociata bandita dai Normanni e da papa Urbano II nel 1095, ci parla di Boemondo d’Altavilla, che con l’aiuto del fratello Ruggero Borsa, al tempo a capo del Ducato di Puglia, sempre a p. 158, aggiunge che: “Altro capo è Tancredi, valoroso quanto pio e discreto cavaliere nelle epiche cronache delle Crociate, e sì nobile, delicato ed ideale carattere nei versi del Tasso. Fu anche lui della famiglia degli Altavilla; era figlio, come credono i più, ad Emma, sorella di Guiscardo, e ad un Odone Bon, od Ottobono Marchisio, che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. In questo passo, il Racioppi ci parla di Tancredi d’Altavilla, nipote di Boemondo I d’Antiochia (figlio di Roberto il Guiscardo) e fratello di Emma d’Hauteville, figlia di Roberto il Guiscardo. Il Racioppi (…), ci parla del marito di Emma e padre di Tancredi, ovvero ci dice di un “Odone Bon” o di un “Ottobono Marchisio”, di cui parlerò innanzi. La notizia è intressante sopratutto per ciò che il Racioppi postilla nella sua nota (1), ovvero egli trae la notizia da un’antica pergamena dell’anno 1097, che fu pubblicata nel 1865 da Francesco Trinchera (…), di cui parlerò. Dunque, su Tancredi d’Altavilla, che seguì lo zio Boemondo nella storica Crociata in Terra Santa del1096, il Racioppi scriveva che: Fu anche lui della famiglia degli Altavilla; era figlio, come credono i più, ad Emma, sorella di Guiscardo, e ad un Odone Bon, od Ottobono Marchisio, che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. Dunque, in questo passaggio, il Racioppi ci parla di un personaggio Normanno imparentato con la casata di Roberto il Guiscardo. Lo chiama “OTTOBONO MARCHISIO” e scrive che che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. Dunque, il Racioppi scrive che Ottobono Marchisio (forse il personaggio della carta greca del 1097 sia stato “Signore di Vibonati”. Infatti, il Racioppi scriveva di “…che alcune carte dicono signore di Bonati”. A quali carte si riferiva il Racioppi. Egli si riferiva proprio alle carte da me pubblicate in questo saggio,  “Nel 1097, Scido (Sapri ?) in un documento Normanno”, carte greche che furono pubblicate da Francesco Trinchera prima della loro distruzione nel rogo di S. Paolo Belsito dove furono portate in deposito (sic!), le carte del Grande Archivio di Stato di Napoli, nel 1941, ad opera dei tedeschi ed in seguito nel 1943 a Pizzofalcone. Nell’antica pergamena (7) si parla di un Monaco Sergio di Vibonati che doveva costruire la cappella o il monastero di S. Fantino a “Scido”. Ma come si è visto non si trattava di “Bonati” (odierna Vibonati) ma, si trattava del territorio di Sapri (SA) perchè in questo documento si parla della cappella di S. Fantino che effettivamente si trova tra Sapri e l’attuale Comune di Torraca. Dunque, a mio avviso, il toponimo di cui parla l’antichissimo documento pubblicato dal Trinchera nel 18…., “Scido” è Sapri, non è Vibonati come scriveva il Racioppi e come scrissero altri in seguito. Infatti, Il Racioppi, postillava dell’antica pergamena trascritta e pubblicata dal Trinchera, postillando: “(1)….Per le carte di Bonati (Libonati ?) v. ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’, p. 80.”. L’antico documento del 1097, da cui abbiamo tratto le immagini che pubblichiamo (Fig. 1-2-3), era stato pubblicato nel 1865 dal Trinchera , nel suo ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’ (3), dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Il documento del 1097, pubblicato dal Trinchera (3), fa luce su alcune notizie storiche in epoca Normanna, che riguardano il nostro territorio e, cita il toponimo di Scido – che noi crediamo fosse il toponimo che indica il luogo di Sapri. Il documento Normanno del XII secolo (7), è forse una delle poche testimonianze medievali del territorio e sebbene fu pubblicato dal Trinchera (3) nel 1865, è stato del tutto ignorato o sconosciuto agli studiosi locali. L’antico documento è stato citato per la prima volta da Giacomo Racioppi e poi da Biagio Cappelli (…). L’antico documento del XII secolo, restituisce un modesto contributo alla ricostruzione storica del nostro territorio nel medioevo territorio e, delle scarse fonti anche alla luce dei documenti esaminati dal Di Luccia (5), allorquando si occupò di una causa pendente con il Vescovado Bussentino e, delle scarse fonti e riferimenti bibliografici per le notizie storiche da lui forniteci –  delle notizie che egli riporta sull’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, sui suoi antichi possedimenti longobardi – documenti e fonti mai del tutto ritrovati. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, questo antico documento rappresenta un unicum. Sulle origini di questo parente di Roberto il Guiscardo, “Odobono Marchisio”, il Racioppi, che tuttavia lo chiamava “Ottobono”, a p. 159, nella nota (1) postillava che: “(1) V. Di Meo, Ann. dipl. ad ann. 1096 4. – Per le carte di Bonati (Libonati ?) v. ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’, p. 80 – Per quella di S. Chirico olte all’Antonini, Lucan., p. 490), vedi ‘Le notizie del comune di San Chirico Raparo’, in appendice alla ‘Vita di Santa Sinfarosa’ di D. Paolino Durante. Napoli, 1833, pagg. 136 e 144 – In queste notizie del Durante è una carta in cui Marchisio, Emma e il loro figlio Roberto, nel 1080, donano all”Ecclesia S. Aarcangeli de Raparo et tibi abati Nynpho collapsum castellum nominatum Saracenum cum omnib. tenimentis ejus. Tu vero redificabis et relevabis ipsum ad apparitionem (?) et confectionem, et facies habitationes hominum…’ – Pietro Diacono IV-II, che riferisce i nomi dei baroni che seguirono Boemondo, nomina prima ‘Tancredus Marchesii filius…’V. Troyli, Stor. gen. del reame di Napoli, vol. III, p. 440.”. Dunque, il Racioppi postillava del Di Meo (….), ovvero del suo “Ann. dipl. ad ann. 1096 4.”, ovvero l’opera di Alessandro Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, per l’anno 1096, 4 (nel vol. IX), in proposito scriveva che:

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(Fig…) Di Meo (…), vol. IX, p. 14, scrive di Tancredi d’Altavilla e di Oddone Marchisio

Il Di Meo (…), come scrive il Racioppi, in proposito a Tancredi d’Altavilla, riportando i personaggi che si recarono in Crociata in Terrasanta insieme a Boemondo I (d’Antiochia), sulla scorta di Falcone Beneventano (…), scriveva che: “Scrive il suddetto Pietro Diacono, che andarono con Boemondo ‘Capitanei hi: Tancredus Marchisii filius’. Figliuol di Marchiso lo dice Romoaldo Salernitano. Il Muratori lo vuole figlio di ‘Odone, Oddone o Ottone Buono’ Marchese, e di ‘Emma’ sorella del Duca Roberto il Guiscardo, e quindi cugino di Marco Boemondo, e di nazione Italiano. Da altri è detto nipote di Boemondo, e quindi figliuol di una figlia, non di una sorella del Guiscardo; e questo mi sembra più verificabile, perchè in questi tempi egli era giovanetto, e prese moglie nel …..ecc…ecc..”Riguardo a questi passi del Di Meo vedremo più avanti ciò che scriveva in proposito il De Blasi (…), che non concordava sull’origine del padre di Tancredi, ovvero di Odobono Marchisio. Il Di Meo scriveva dell’origine di Tancredi d’Altavilla, nipote di Boemondo e figlio di Emma che: “Scrive il suddetto Pietro Diacono, che andarono con Boemondo ‘Capitanei hi: Tancredus Marchisii filius’.“. Dunque, il Di Meo cita Pietro Diacono (….) ed il suo Chronicon. Molte delle sue opere letterarie ed agiografiche sono conservate nei codici autografi Casinense 361 e 257 (Montecassino, Archivio dell’Abbazia) e nel Casinense 518, il cd. Registrum S. Placidi. La sua nota attività di falsificatore emerge in tre gruppi di opere che possono classificarsi come: Falsificazioni relative a san Placido (testi riguardanti la figura di san Placido, primo discepolo di san Benedetto), Falsificazioni relative a Odone circa san Mauro (le interpolazioni operate sulla Translatio S. Mauri di Odone di Glanfeuil databile all’863 ecc…Il Di Meo cita pure Figliuol di Marchiso lo dice Romoaldo Salernitano.”. Il Di Meo scriveva pure che: Il Muratori lo vuole figlio di ‘Odone, Oddone o Ottone Buono’ Marchese, e di ‘Emma’ sorella del Duca Roberto il Guiscardo, e quindi cugino di Marco Boemondo, e di nazione Italiano.”. Dunque, secondo il Di Meo, i tre autori vorrebbero che Tancredi d’Altavilla fosse “Tancredi Marchisio” cioè figlio di “Marchisio”. Romualdo Salernitano lo vuole figlio di “Marchisio” e, Muratori, lo vuole figlio di “Odone” o “Ottone Buono Marchese” e di Emma, sorella del Duca Roberto il Guiscardo, e quindi cugino (e non nipote) di Boemondo d’Altavilla. Il Di Meo diceva pure che Tancredi d’Altavilla era pure: Da altri è detto nipote di Boemondo, e quindi figliuol di una figlia, non di una sorella del Guiscardo; e questo mi sembra più verificabile, perchè in questi tempi egli era giovanetto, e prese moglie nel …..ecc…ecc..”. Il Di Meo, su Tancredi, su Emma (la madre) e su “Odobono Marchisio” (il padre) argomenta anche altre origini di cui parlerò in seguito.  Il Racioppi, nel suo passo, cita anche il Troyli (…), che effettivamente, riguardo l’origine di Tancredi d’Altavilla, fa una buona disamina del caso nel suo vol. III, pp. 439-440 ecc..:

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(Fig….) Troyli (…), vol. III, pp. 439-440

Stessa notizia, forse sulla scorta del Racioppi (….) è citata da Biagio Cappelli (….), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 323, parlando del monachesimo basiliano nelle nostre zone, cita un antico documento pubblicato dal Trinchera (….). Il Racioppi (…), ci parla di un “Odone Bon” o di un “Ottobono Marchisio”, e proprio riguardo questo personaggio, citato nell’antica pergamena (7), il Racioppi ci dice che che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. Dunque, il Racioppi, sulla scorta di alcuni autori, credeva che “Ottobono Marchisio” fosse Signore di San Chirico Raparo, un paese in Provincia di Potenza, noto in antichità anche per la presenza di un’antichissimo Monastero basiliano poi in seguito divenuto Abbazia Benedettina. Anche l’Antonini credeva che “Odobono Marchisio” fosse un feudatario normanno di S. Chirico Raparo. L’Antonini (…), credeva si trattasse di un feudatario di S. Chirico Raparo. Riguardo ciò che si è scritto intorno alle assonanze di Odobono Marchisio con S. Chirico Raparo, scriverò in seguito. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel Discorso II, Parte III, a p. 490, della sua prima edizione (1745), parlando di Castelsaraceno, un borgo in Lucania, vicino Latronico, diceva che: In mezzo a questo posto è Castelsaraceno….una valle con un Monistero di Cappuccini. Fu così detto da i Saraceni (I), che vi si fortificarono, e di quell’opere ancora le reliquie si osservano al di sopra del paese. In effetto nella donazione, che nell’anno del mondo 6594, fanno Manchisio o forse Marchisio (2), ed Emma sua moglie al Monistero di S. Angelo a Raparo, ed all’Abate Ninfo, che in greco si legge, prodotta in varj atti del S. C. di Napoli, trovasi nominato questo Castello diruto, colla facoltà di abitare, perchè allora non ci erano abitatori. ..Il monistero posto sulla Montagna ridotto in Commenda senza monaci, va da un giorno all’altro in rovina……Sei miglia lontano da Castelsaraceno trovasi la grossa terra di Carbone, ….In mezzo a questo è posto Castelsaraceno, …..ebbe una rinomatissima Badia di Basiliani greci, padroni del luogo; delle di cui prerogative e fondazione, una ben scritta storia compose Paolo Emilio Santoro Vescovo d’Urbino.”.

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Antonini, 1745, parte III, p. 490, note

L’Antonini, a p. 490, nella nota (2) postillava: “(2) Alcuni han preteso, che di questi fosse stato figlio Tancredi ricavandole dalle parole di Roberto di Caen, dove dè fatti di questo Principe scrive: “Tancredus clarae stirpis germen clarissimum, parentes eximios Marchisium habuit, et Emmam”; ma gli storici ci dicono, che fosse stato figlio di Ruggiero Normando.”. (Fig…) La nota dell’Antonini (51), a p. 490 che riporta il passo di Rodolfo Cadomense o di Caen sui Marchisio e Tancredi suo figlio. Dunque, questo scrisse l’Antonini (…), su Tancredi (…), figlio di Odo Marchisius e di Emma. Di Odo Marchisius o Odobono Marchisius, si parla spesso nelle cronache del tempo di alcuni cronisti testimoni che scrissero sulle gesta di suo figlio Tancredi. Le cronache che si occuparono delle vicende storiche dell’epoca Normanna nell’Italia Meridionale, sono diverse. Tra loro spiccano le Cronache di: Rodolfo di Caen (…) o Rodolfo Cadomense; di Guglielmo Arcivescovo di Tiro (…); di Ugone Falcando (…); di Orderico da Vitale (Ordone Vitalis). La studiosa Vera Falkenhausen (…), cita questa famiglia nel suo saggio ‘Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina’ (49), e dice: “In Basilicata, i Normanni favorirono monasteri come S. Angelo di Raparo, fondato dal monaco greco Vitale alla fine del X secolo (55) e beneficiato tra altri da Odobono Marchisius ed Emma, sorella di Roberto il Guiscardo (51), e appunto – Carbone. Dalla donazione della chiesa di S. Nicola all’igumeno Biagio nel 1070/1071 risulta che, nonostante i vari danni subiti e in contrasto con le sorti di altri monasteri della regione, S. Anastasio di Carbone era sopravvissuto alla presa di potere dei Normanni. L’Abate greco cercò presto la protezione delle nuove autorità rivolgendosi nel 1074 ad Ugo di Chiaromonte, signore feudale della Basilicata meridionale.”. La Falkenhausen (49), a p. 69, nella sua nota (56), riguardo la notizia della famiglia Marchese, postillava che: “G. Antonini, La Lucania, I Discorsi, Napoli, 1745, p. 490, menziona una donazione dell’anno 6594 (= 1085/1086), ora perduta, con la quale Marchisio ed Emma, offrono “al monistero di S. Angelo a Raparo ed all’Abate Ninfo” il castello distrutto di Castelsaraceno “con la facoltà di farlo abitare, perchè allora non ci erano abitatori”. Scrive sempre la Falkenhausen nella sua nota (56) che: “I due donatori sono probabilmente i genitori dei due cavalieri Tancredi Tancredi e Guglielmi, che nel 1096 accompagnarono Boemondo I in Terra Santa (v. E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a pp. 374-375, in proposito scriveva che: “Ignoriamo quando Odobono, “le bon Marquiz”, sia venuto in Sicilia. Neanche possiamo asserire se la sua persona sia da identificare con quell'”Othonus”, ricordato dal Malaterra fra coloro che nel 1079 valorosamente si batterono nell’assedio di Taormina e la ridussero alla capitolazione (27). Di positivo c’è che il nome “Ottone” e la qualificazione feudale di “marchese” richiamano non solo l’origine monferrina del suddetto o dei suddetti personaggi, ma altresì la loro discendenza da quella casa degli Aleramici, ossia dei marchesi per autonomasia in Italia, ad uno dei cui rami, quello dei Del Vasto, apparteneva la contessa Adelasia, che Ruggero I sposò nel 1087, passato a terze nozze (28). Fu l’incertezza del domani, provocata dalle lotte a sfondo patrimoniale che nel secolo XII misero l’uno contro l’altro i rami della vetusta casata feudale, la causa per cui parecchi cadetti di essa, generalmente designati con l’appellativo di ‘Marchisii’, discesero nell’Italia meridionale, si posero al servizio dei Normanni, che venivano sconvolgendo l’assetto politico del paese, e vi fecero fortuna. Uno di questi immigrati fu Odobono: la miglior riprova della prodezza con cui si battè e della potenza e del prestigio che gliene derivò, è data dal suo matrimonio con Emma d’Hauteville e dai feudi ottenuti in Sicilia.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Pontieri, La madre di re Ruggero: Adelasia del Vasto, contessa di Sicilia, regina di Gerusalemme, in questo volume, nel saggio seguente.”. Dunque, Ernesto Pontieri ci parla di questo personaggio “Odobono le bon Marquiz”.

Le Grancie di S. Nicola a Sapri e di S. Fantino nel territorio Saprese, oggi Torraca

Dal documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (3), conservato nellArchivio Diocesano di Policastro, di cui il Gaetani (4), ha pubblicato un piccolo stralcio trascritto e che noi quì pubblichiamo alcune pagine originali, si possono trarre interessantissime notizie storiche sulle origini ed i possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e su alcuni suoi possedimenti nel territorio Saprese. Infatti, questo documento (…), è interessante anche per la storia di Sapri,  dell’Università (Comune) di Torraca e quindi del territorio Saprese a cui in quel tempo apparteneva. La notizia ci arriva da Ebner (…) che scrive in proposito: “Il Di Luccia (citt., p. 3) afferma che l’abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva la grancia a Sapri di S. Nicola, senza specificare però l’epoca di fondazione.”. Il Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, ecc..” . Il Di Luccia (…), affermava che l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, possedeva a Sapri la Grancia di San Nicola e la Grancia di S. Fantino a Torraca, ma non specificava niente altro. La notizia di della Grancia di S. Fantino a Torraca, è citata anche in seguito dal Gaetani (…) che, in proposito, fa luce.  Il Gaetani (…) nel suo libro su Torraca: ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, riporta uno stralcio dell’antico documento notarile manoscritto del 1695 (…) il quale, parla della Grancia di San Fantino’, che apparteneva in origine all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, quindi confermando la notizia del Di Luccia (…), descrivendone limiti e confini nel territorio saprese. Il documento (…), descrive le Grancie di S. Fantino e di S. Nicola, site nel porto di Torraca (o di Sapri) che, però erano molto più antiche del documento in questione. Il documento del notaio Magliano (…) è, quasi contemporaneo di altri due importantissimi documenti che riguardano la storia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e dei suoi possedimenti. Si tratta di due importantissimi ed unici documenti da cui è possibile trarre alcune uniche notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni Battista a  S. Giovanni a Piro ed i suoi possedimenti sul nostro territorio ed in particolare in quello Saprese.

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(Fig…..) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (5) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.

La Cappella di S. Fantino, posta nel territorio Saprese

S. Fantino

Nel documento illustrato nell’immagine sopra, si legge, nel territorio di Torraca. La quì sottoscritta Badia di S. Fantino e ducati annue rendite in doti dieci carlini sottoposto a due terzi è stata venduta dal Rag : Zifao al Don Francesco Falci di Napoli, come da Istrumento del Rag. Notaro Nunzio Pacileo di Napoli, al quale a me presentato. Die Xma (decima) gbri ibgS (?), con ordine e dal D. Falce ceduto alli fratelli D: Zif… D: Filippo ed Alfieri e D: Francesco Brandi di Torraca; anche Pasquale Falce. Cappella di S. Fantini, sita et posta in Tra (terra) Torraca Provinciae Salernitana et Diocesis Paleocastrens, et Grancia ….de alys est et est annesa et unita Abb.e (Abbazia) …..Joanni a Pyro Abba acque est annesa S. Capp.e Presepy in Basilica S. Maria Maiory de Urbe quoque ……concessi fuerunt con………..Rev. D. Egidio Sorrentino…..Joanny a Pyro……….ecc… D. Michele Brancaleone et F.sco Tomaso Mercadante..”. Il Gaetani (…), in proposito alla ‘Cappella di S. Fantino’, pubblicò il passo trascritto del documento illustrato in Figg….., tratto dal documento notarile del Magliano (…), del 1695. Sappiamo che questi antichi edifici sorgevano nel territorio Saprese che all’epoca dipendeva dall’Università (Comune) di Torraca, che apparteneva ai Baroni Palamolla. Il documento notarile del Magliano (…), fu citato dal Gaetani (…), che in proposito alla ‘Grancia di San Fantino’, possedimento dell’antica Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, pubblicò il contenuto del documento illustrato nelle Figg…. e….: La Venerabile Cappella di Santo Infantino dimostra magnificenza di spesa nell’edificio per essere di ampiezza et altezza con pietre d’intaglio tutti i fondamenti, i quattro cantoni et il frontespizio, et anco un arco sopra l’altare medesimo di pietre scalpellate, stimandosi che tale edificio sia stato costruito in tempo di opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che oggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, perchè s’aprì il monte ed entrò il mare; la detta cappella era diruta, senza tetto, et per divozione del Santo fu l’anni passati sotto lì 16 d’agosto 1689 ricorso dal Rev. mo D. Michele Brandaleone alla f.m. di P.P. Innocenzo XI et commesso al q.m. mons. Rosa Vescovo di Policastro ecc….

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(Fig….) Particolare di pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (…) – il documento che descrive la ‘Cappella di S. Fantino’ e “la sua magnificenza ecc..”. 

L’origine della pergamena del 1097

Il Trinchera (…), nella sua ‘Introduzione’, ci dice pure che questo documento del 1097, assomiglia al documento pubblicato a pagina XVIII del testo di Vargas-Macciucca. L’antico documento membranaceo d’epoca Normanna (7), ci parla di un ‘Odo Marchisius’ (Figg. 1-2-3) o ‘Odone Marchisio’. Quì il Trinchera (…), sempre a p. XXV, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Vargas-Macciucca, ‘Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco’, Documenti pag. XVIII.”. Dunque, il Trinchera (…), cita il testo di Francesco Vargas-Macciucca, ‘Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco’. Il Trinchera (…), nella sua nota (3), cita il documento pubblicato a pagina XVIII, del testo di Vargas-Macciucca (44) ‘Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco’, Napoli, stamperia Simoniana, 1765, dove in Appendice, a p. XVIII, riportava questo documento:

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(Fig….) Vargas-Macciucca F. (…), documento a p. XVIII

Dello Studio Legale degli Avvocati ‘Vargas-Macciuccea’, ne parla il testo “Biografia universale antica e moderna, Venezia, 1827, vol. XXXIV, che a p. 219, scrive: “L’avvocato Duca de Vargas Machuca, Marchese … X. 1708, Avvocato fiscale dell’Udienza della Calabria Ultra con Privilegio dato a…che, nel 1749, passò alla carica di Presidente della Regia Camera della Sommaria e, che nel Luglio del 1752, fu promosso a quello dell’avvocato fiscale del Real Patrimonio, dove in una causa, fu costretto a confutare alcune carte, che i Certosini di S. Stefano del Bosco in loro favore vantavano.” che, pubblicò “Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco, Napoli, stamperia Simoniana, 1765. Il Capalbi (25), sulla scorta del Tromby (26), scriveva in proposito: “Degli archivi calabresi esistiti già, e che per esplulsione de’ Frati avvenuta in quella provincia…Il primo, e forse il più grandioso e magnifico, per l’antichità, e pel numero delle scritture si fu certamente quello della Certosa di S. Stefano del Bosco.”. Il Trinchera (3), pubblicava a p. 128, anche un’altro documento in cui veniva citato il personaggio Normanno ‘Odo Marchisii’, in un’altra pergamena:  “XCVIII – anno 1126 – Mese di Iudo – Indict. IV” (Fig. 4). Il Trinchera (3), riteneva che l’antica pergamena pubblicata a p. 128, sotto il numero XCVIII – anno 1126 – mese di Luglio – Indizione IV”, in cui Sighelgaita ‘marchisia’ e la vedova di Odonis Marchisii conferma che il Leone di S. Maria della Torre (a Leone il Priore degli Eremiti) è stato quello di concedere alcune aziende agricole agli Eremiti e, la lettera del conte Ruggero dell’anno 1098 un Vargas-Macciucea è contenuto tra i testimoni se stesso, Odo stesso a firmare, è quindi abbiamo membrana per l’anno 1097, nel mese di Settembre, dell’Indizione VI e Odo fatto in un avallo di vita del brevetto citato costante confinamento firma.”. Il Trinchera (3), nella sua nota (3), afferma, che l’antichissimo fondo di carte greche da cui è stata tratta quella in questione (Figg. 1-2-3), provenisse dall’“Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco, Documenti pag. XVIII.”. Pare che l’antica pergamena (7), provenisse da un’antico monastero in Lucania, il monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ), le cui carte nel 1809, confluirono nel Monastero di S. Stefano del Bosco in Calabria. Solo con l’Unità d’Italia, queste antiche carte, confluirono nel Grande Archivio di Napoli, che in occasione delle vicende belliche del 1943, andarono distrutte. Il Trinchera (3), per l’origine di questo antichissimo privilegio Normanno, fa riferimento ad una causa intentata dallo Studio Legale dei Vargas-Macciuccea. Dello Studio Legale degli Avvocati ‘Vargas-Macciuccea’, ne parla il testo ‘Biografia universale antica e moderna’, Venezia, 1827, vol. XXXIV, che a p. 219, scrive: “L’avvocato Duca de Vargas Machuca, Marchese X. 1708, Avvocato fiscale dell’Udienza della Calabria Ultra con Privilegio dato a…che, nel 1749, passò alla carica di Presidente della Regia Camera della Sommaria e, che nel Luglio del 1752, fu promosso a quello dell’avvocato fiscale del Real Patrimonio, dove in una causa, fu costretto a confutare alcune carte, che i Certosini di S. Stefano del Bosco in loro favore vantavano.” che, pubblicò “Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco”, Napoli, stamperia Simoniana, 1765. Infatti, nella causa fiscale in questione, il Vargas-Macciuccea, esaminò e relazionò sul grande patrimonio di alcuni Monasteri poi in seguito soppressi (vedi nota sui Vargas-Macciuccea). Tra questi antichissimi privilegi, vi era anche l’antica pergamena (7), pubblicata dal Trinchera (3). L’antica pergamena del 1097, si trovava in una Certosa in Calabria, la Certosa di S. Stefano del Bosco in Calabria. La certosa di Serra San Bruno (anche Certosa dei Santi Stefano e Bruno) è un monastero certosino situato vicino all’omonima cittadina in provincia di Vibo Valenzia. Il legame con l’antica pergamena ed il luogo dove essa era conservata, verrà svelato da una citazione della studiosa Gertrude Robinson (citata dal Cappelli nella sua nota (21) a p. 345), nella sua ‘History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone’ (…). La Robinson (…), affermava che “La famiglia Marchese….fu una delle benefattrici del monastero del Carbone” e, questa notizia conferma che l”Odo Marchisius’ – di cui si parla nell’antica pergamena – fosse collegato con l’antico monastero di Carbone in Lucania, in provincia di Potenza (un paese vicino Latronico). Infatti, molte notizie storiche dell’epoca sono state tratte da pergamene d’epoca Normanna, appartenute ad organizzazioni ecclesiastiche di cui tutto il Mezzogiorno dell’epoca era disseminato – Monasteri soppressi molti secoli dopo con la venuta di Giuseppe Bonaparte. Il Cappelli (…), sulla scorta della Robinson (…) e del Rodotà (13), collegava l’antica pergamena Normanna (…), all’antico monastero di S. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), in quanto, nel luogo soggiornò S. Nilo da Rossano – che in seguito passò a vivere nel monastero basiliano dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Noi crediamo che il legame tra l’antica pergamena d’epoca Normanna e le nostre terre, fosse la presenza di  S. Nilo nelle nostre terre. S. Nilo, fu discepolo di S. Fantino che viveva nel ‘Mercurion’ che, il Cappelli (…), ritiene fosse vissuto nelle nostre terre. Si narra che S. Nilo, si ritirò in un recondito eremo e in una caverna dove c’era un altare consacrato a san Michele Arcangelo, vicino ‘Mercurion’. Quì doveva trovarsi il Cenobio di S. Nazario fondato da S. Nilo (…) e più precisamente nei pressi del Monte Bulgheria (…). (Fig….) p. 191, tratta dal Libro II, Cap. XI del Rodotà (…). Il Rodotà (…), nella sua nota (2) di p. 190 (vedi immagine), parlando del monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), trae alcune notizie dal testo di Apollinare Agreste (48),  ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, dove si parla della storia di S. Basilio e dei monastri Basiliani nell’Italia Meridionale. Infatti il Rodotà scrive alla sua nota (2): “Agresta. Vita di S. Basilio. Bulla Innoc. X. an. 1649”, che fa riferimento alla bolla papale di papa Innocenzo X che dava in commenda alla chiesa di Roma molti di questi monasteri tra cui quello del Carbone. Il Rodotà, ci dice che di questo monastero ne descrisse la storia e dei suoi numerosi privilegi concessi dai Normanni, il Santoro (…), che poi fu tradotto dallo Spena (…). Lo Spena, che ha tradotto il Santoro (…), scrive verso p. 43, che alcuni privilegi del monastero del Carbone, furono ritrovati nel monastero Certosino di S. Lorenzo in Padula, e lui li riporta. Il Rodotà (…) ed il Santoro (…), citano la presenza di S. Nilo di Rossano in questo eremo anichissimo e ne narrano la vita. Noi crediamo che il legame tra l’antica pergamena d’epoca Normanna e le nostre terre, fosse la presenza di  S. Nilo nelle nostre terre. S. Nilo, fu discepolo di S. Fantino che viveva nel ‘Mercurion’ che, il Cappelli (2), ritiene fosse vissuto nelle nostre terre. Si narra che S. Nilo, si ritirò in un recondito eremo e in una caverna dove c’era un altare consacrato a san Michele Arcangelo, vicino ‘Mercurion’. Quì doveva trovarsi il Cenobio di S. Nazario fondato da S. Nilo (25) e più precisamente nei pressi del Monte Bulgheria (26). La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020 allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9. Vi era anche il Monastero di S. Maria sul luogo dell’odierno cimitero di Centola. S. Nilo, in occasione della sua permanenza nel monastero lucano, essendo molto ben voluto dai regnanti Normanni dell’epoca, ricevette numerosi privilegi e diversi ne fece ricevere ai Monasteri basiliani in Calabria, prima che egli passò a vivere – come riteneva il Cappelli (2), nel Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro. E’ proprio la presenza di monaci basiliani e dei Cenobi – molti provenienti dalle Calabrie – che ipotizzano il legame all’antica pergamena (7) ed alle notizie in essa contenute. I forti legami, attestati dai continui lasciti e privilegi, con i Principi Normanni ed alcuni monaci basiliani provenienti dalle Calabrie, in seguito, stabilitisi nelle nostre terre, come S. Nilo da Rossano – forse dovuti alle incombenti minaccie nelle terre Calabre – spiega i due privilegi (Figg. 2-3-4), in cui viene citato il nobile Normanno Oddone Bon Marchise. Infatti, il Rodotà (…), scrive che il Monastero di S. Elia a Carbone (PZ), porta ancora l’antica denominazione del “Carbone”, e, Roberto il Guiscardo, suo figlio Boemondo, e il re Ruggero, e Riccardo Siniscalco, Albenda sua moglie, lo arricchirono di beni. Il monastero, fu frequentato da S. Nilo di Rossano, dove poi andò a vivere definitivamente. Il Rodotà, scrive che questo monastero fu descritto dal cardinale Paolo Emilio Santoro (…) che, pubblicò diverse bolle e privilegi concessi a questo monastero, nel suo ‘Historia Monasteri Carbonensis ordinis Sanctii Bailii’ (…), che poi fu tradotta e continuata da Marcello Spena (…), nel suo ‘Paolo Emilio Santoro, Storia del Monastero di Carbone dell’Ordine di S. Basilio’, Napoli, 1831, ma questa II edizione, ed. Pellizzone, 1859, che parla del Monastero del Carbone. Del Monastero di S. Elia in Carbone, ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. Il Monastero di Carbone è stato uno dei più famosi Monasteri basiliani in Italia. Il Cappelli, collega il documento Normanno (7), con S. Nilo che abitò in questo Monastero basiliano del Carbone e poi passò a vivere nell’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – a cui è collegato il documento (7), pubblicato dal Trinchera (…).

Santoro, S. aNASTASI E s.eLIA

Santoro P.E., i benefattori del monastero

Infatti, come vediamo dal Santoro (…), tra i benefattori del Monastero di S. Anastasi e S. Elia del Carbone, posto in Lucania, tra Calabria e Basilicata, vicino Latronico, secondo il Santoro (…), vi era anche ‘Hugo Marchesius’, che il Santoro (…), cita a p. 8

Hugo Marchesius

(Fig….) p. 8 tratta dal Santoro (…), dove si cita ‘Hugo Marchesius’

Il Santoro (…) cita il personaggio Normanno, ‘Hugo Marchesius’, ma egli segnala solo che fu uno dei benefattori del Monastero di S. Anastasio ed Elia del Carbone in Lucania ed oggi in provincia di Potenza. Non si dice l’anno dell’eventuale donazione, e quindi non possiamo dire se l”Hugo Marchesius’ sia collegato con l’Oddonis Marchisii della pergamena del 1097, pubblicata dal Trinchera (…). Ritroviamo un ‘Hugo Marchisius’, al n. 777 del ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185 ai tempi della III Crociata di re Guglielmo II. Il ‘Catalogus’ fu tradotto e pubblicato dalla Evelyn Jamison (…). Nel n. 777, del ‘Catalogus baronum’, è scritto: “Manfridus Marchisius filius Hugonis Marchisii (I) et frater eius tenent de eodem Hugone Lupariam (2) ecc..”. Hugonis Marchisii, figura nel ‘Catalogus’ al n. 793 e vi è scritto che egli: “Manfridus Marchisius (7) tenuit de eo Campum de Prada (e), ecc..”. Certo è che questi feudatari Normanni della famiglia dei ‘Marchisio’, appaiono anche nel ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185. Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, ne parla a p. 310, vol. II, alle voci ‘Marchese’ Giambattista, Orazio e Annibale’, tutti sotto il Comune di Camerota. Bozza scrive: “Marchese (Giambattista) della famiglia dei marchesi di Camerota, fu eletto a vescovo di Catanzaro nel corso del 18 secolo; Marchese (Orazio) di Camerota, valente capitano del 16 secolo, ottenne pei suoi servigi in guerra il titolo di Marchese di Camerota; Marchese (Annibale) dei marchesi di Camerota 1685-1753, fu poeta e compose molte opere: Carlo VI il Grande, pema, 4, Napoli 1720 – Polistena. Crispo, tragedie. 12 Venezia 1722 – Tragedie cristiane. 4, Napoli, 1729, vol. 2. – Il Vitichindo poema ecc..”. Sempre il Bozza (…), alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che nel paesino della Lucania, “nel mandamento di Latronico dal quale è lontano 12 chm. nel circondario di Lagonegro. Vera in origine solo il Monastero di S. Elia dell’ordine di S. Basilio, edificato nella seconda metà del VI secolo come si ha dal Santoro che ne descrive la storia,……, poichè (la sua terra) il detto monastero l’ebbe in feudo dai principi Normanni, e sono annoverati nel registro del 1178 due baroni, Giovanni e Riccardo di Carbone. L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. Come vediamo dal Rodotà (…), tra i benefattori del Monastero di S. Anastasio e S. Elia del Carbone, in Calabria, vi era anche ‘Hugo Marchesius’, che il Santoro (…), cita a p. 8. Il Del Giudice (15), nell’introduzione al suo testo, in cui sono stati raccolti leggi, statuti e privilegi, spiega che “Nella sala diplomatica del grande Archivio di Napoli, veggosi ligate in 347 Volumi tutte le pergamene, che furon rinvenute tra le carte de’ Monasteri soppressi al tempo dell’occupazione militare de’ Francesi; e tra le altre quelle del Monastero di S. Stefano del Bosco.. Si tratta proprio delle carte pubblicate dal Trinchera (3). Il Capalbi (25) a p. 6, fa una breve disamina dei documenti greci conservati nell’antico Monastero e poi riferisce che su di esso ha scritto il Tromby (26) che, ci conferma alcune notizie storiche contenute nelle pergamene greche pubblicate dal Trinchera (3). In particolare, il Tromby (26), nella sua grande opera, pubblicò molte pergamene medievali manoscritte e le stampò – dice il Capalbi – “contro gli avvocati fiscali Vargas Macciucca, e Ferrari,..nelle gravi liti civili, ch’ebbe a sostenere la Certosa medesima.”. Dunque il Tromby (…), pubblicava proprio alcune carte della vertenza fiscale con l’avvocato Vargas Macciucca (o Macciuccea), intentata contro i monaci, di cui parla l’antico documento (7) pubblicato dal Trinchera (3). Il Del Giudice (15), ha spiegato che, le antiche pergamene greche d’epoca Normanna, “furon rinvenute tra le carte de’ Monasteri soppressi al tempo dell’occupazione militare de’ Francesi. Infatti, l’antico Monastero di S. Stefano del Bosco (…), fu soppresso dalle leggi sulla feudalità del 1808 nel decennio francese. Ma, l’origine e la provenienza delle antichissime pergamene greche d’epoca anteriore alla monarchia Normanna, tra cui il documento (7) (Figg. 1-2-3), pubblicato dal Trinchera (3), era si da un antico monastero basiliano ma, non quello di S. Stefano del Bosco in Calabria (diventata poi Certosa di S. Bruno) – dove molti documenti confluirono in seguito alla soppressione dei Monasteri a seguito delle Leggi sulla feudalità nel decennio francese, ma era il Monastero dei SS. Elia e Anastasio a Carbone, un paesino posto tra Latronico (PZ) e San Chirico Raparo su cui ha scritto Paolo Emilio Santoro (…) e poi Marcello Spena (…) che l’ha tradotto dal latino. Le carte di questo antichissimo monastero, confluirono nell’archivio del Monastero di S. Stefano del Bosco in Calabria. Sulla Certosa di S. Bruno, prima Monastero di S. Stefano del Bosco, si veda pure l’inedito ‘Martyrologium Cartusianum singulis mensibus iuxta calendarii formamaccomodatum’, tradito nel ms. cartaceo Brancacciano II C 11 (Biblioteca Nazionale di Napoli), opera di Camillo Tutini (1594-1667), per i tipi di Rubbettino, ristampa anastatica – 2008, opera strettamente connesso al Martirologio della Certosa di Santo Stefano del Bosco. Tutini, è un erudito la cui esperienza personale nella Certosa di San Martino a Napoli, legata a quella di Serra San Bruno in Calabria, dove riposano le spoglie del Santo fondatore, l’avevano spinto ad approfondire la storia di quell’ordine eremitico, del quale sembra aver fatto parte in gioventù, inserendo anche una breve cronaca del monastero calabrese nel ‘Prospectyus historiae ordinis Carthusiani. Additum est Breue chronicon Monasterij S. Stephani de Nemore eiusdem ordinis. Nec non series Carthusiarum per orbem…….Noi crediamo che l’origine del nostro documento fosse diversa. Secondo la nota (21) al testo del Cappelli (12), si trattava dell’antichissimo Monastero basiliano di S. Elia e Anastasio di Carbone. Infatti, il Cappelli (2), nella sua nota (21), sulla scorta del Robinson (12), parlando dell’‘Odo Marchisius‘ – citato nell’antico documento (7) – afferma che: “La famiglia Marchese ….fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Il Robinson (12), ha scritto uno studio sull’antico Monastero di S. Elia e Anastasio di Carbone. Il Monastero di S. Elia e Anastasio di Carbone, è citato anche da Rodotà (2),  che, scriveva:S. Elia, nella Diocesi di Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”. Del Monastero di Carbone, ne parla anche il Santoro (2), Il monastero di Carbone, Napoli, ed. Pellizzone, 1859. E’ stato uno dei più famosi Monasteri basiliani in Italia –  poi soppresso dai francesi nel 1808 (fondato molti secoli prima del Monastero di S. Stefano del Bosco) – le cui antiche pergamene manoscritte – rinvenute dal Trinchera (3),  nell’Archivio di Stato di Napoli (3), confluirono nei fondi dei Monasteri che furono portati alla Certosa di S. Bruno (ex Monastero di S. Stefano del Bosco), nel decennio francese che li aveva soppressi.

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Il Cappelli, collegava l’antico documento Normanno (7), con S. Nilo che abitò nel Monastero basiliano del Carbone del Bosco e poi passò a vivere nella Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – a cui è collegato il documento (7), pubblicato dal Trinchera (3). L’antica pergamena manoscritta in greco e d’epoca Normanna – probabilmente proveniente dalle antiche pergamene del Monastero di S. Elia e Anastasio di Carbone – si trovava nel carteggio del meno antico Monastero di S. Stefano del Bosco (diventata Certosa di S. Bruno), in quanto, dopo le leggi sull’eversione della Feudalità del 1808, che soppressero anche l’antico Monastero di Carbone in Basilicata, alcune antiche pergamene furono utilizzate dal Tutini e pure dal Tromby (26), per studiarle e preparare la difesa legale nella vertenza (Causa della Serra), sorta tra alcuni ‘maligni Serresi’, nella Causa dell’avvocato Francesco Vargas Macciucca, contro i monaci, ovvero proprio la causa pendente intentata contro i monaci ed il Cenobio da alcuni feudatari che volevano impossessarsi dei beni dei monaci, donati dai Principi Normanni, dice il Capalbi“contro l’avvocato fiscale Vargas Macciucca, e Ferrari,….nelle gravi liti civili, ch’ebbe a sostenere la Certosa medesima.”. Moltissimi dei documenti d’epoca Normanna, molti dei quali erano pergamene membranacee e redatte con scrittura in greco, erano documenti provenienti da monasteri basiliani o di antica fondazione. Molti di questi documenti, come alcuni di quelli che abbiamo citato in quanto riguardano il personaggio Normanno ‘Odo Marchisio’, erano privilegi compilati per concessioni fatte al Monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (…), che dopo varie vicissitudini ed anche a seguito alla soppressione dei Monasteri del 1809, confluirono nell’Abazia di S. Maria di Grottaferrata presso Tuscolo, nel Lazio, che nel 1600, fu commendata dal Cardinale Bessarione, il quale incaricò alcuni suoi collaboratori di redigere quello che oggi viene comunemente chiamato “Regestum Bessariones”, che cita moltissimi di questi antichissimi documenti. Agli inizi del XVIII secolo, Pietro Menniti (…), su incarico del Bessarione, redisse il ‘Chronicon Carbonense’ e il ‘Bullarium Cryptense’, dove vennero trascritti moltissimi dei documenti posseduti dall’Abazia di Grottaferrata, provenienti dal monastero di Carbone (…). La storica Vera von Falkenhausen (49) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Gastone Breccia (…), in un suo pregevole studio in onore di Arnold Ersch (…), scriveva che alla fine del XVII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (…), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. Scrive sempre il Breccia che il Menniti (…), utilizzò alcuni antichissimi manoscritti greci, provenienti dalla Badia di Grottaferrata a Tuscolo, per la redazione del ‘Bullarium Basilium’ all’inizio del XVIII secolo (2), come pure per le copie sciolte oggi all’Archivio di Stato di Roma (3)”. Il Breccia nelle sue singole note dalla (2) alla nota (6), dice: la nota (2): Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, vol. 32. Che il Menniti si sia servito sia dello Z. D. XII che del ms. 523 è provato dalle note apposte in margine al suo ‘Bullarium Cryptense’”. Riguardo l’opera del Bessarione e del Menniti (…), si veda il testo di  Pera (…) ‘Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae’. Per gli antichi documenti del monastero di Carbone (PZ), si vedano pre gli studi  di Enrica Follieri (…). La vecchia parte dei fondi fu pubblicata nel 1928-1930 da Gertrude Robinson (…). Oggi questi documenti, quasi tutti risalenti al XI secolo  (originali, copie, traduzioni) sono ora sparsi tra l’Archivio Doria Pamphili (Roma) e all’Archivio Segreto Vaticano. Un paio di altri fondi, o conservati in antiche edizioni, in particolare nel libro di Paolo Emilio Santoro (…).

‘Odo Marchisii’, o ‘Odonis Marchisii’ in un documento del 1097 e, in uno del 1126

Odonis Marchisii, i

(Fig. 2) L’antica pergamena del 1126 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 128-129

Chi è l'”ODO MARCHISIUS, citato nell’antico documento (Fig. 1), pubblicato dal Trinchera (3), o l”Odo Marchese’ (di cui parla il Cappelli) che, nell’anno 1097 – “…concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, la facoltà (il privilegio) di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino a Scido“. L’antica pergamena (7), non parla di ‘Odo Marchese’ – come scrive il Cappelli – ma parla di un ‘ODONIS MARCHISII’. Il Trinchera (3) a p. XXV, a proposito dell’antico documento (7) membranaceo n. 64 (Membrana 64 o LXIV, scrive: Quoniam Odonis Marchisii mentio habetur in membrana anni 1126 a nobis edita sub num. XC-VIII, in qua Sichelgaita vidua digitur eiusdem Odonis, atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subscriptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.“, che tradotto significa: “Per Odonis Marchisii (Odone Marchisio) si fa menzione della membrana dell’anno 1126 che abbiamo pubblicato sotto il numero “XCVIII – anno 1126 – Mese di Iudo – Indict. IV” (Fig. 4, pubblicato a p. 128), in cui Sighelgaita marchese e la vedova Odonis Marchisii conferma che il Leone di S. Maria della Torre (a Leone il Priore degli Eremiti) è stato quello di concedere alcune aziende agricole agli Eremiti e, la lettera del Conte Ruggerio dell’anno 1098 un Vargas-Macciucea è contenuto tra i testimoni se stesso, Odo stesso a firmare, è quindi abbiamo membrana per l’anno 1097, nel mese di settembre, del lavoro-6 run e Odo fatto in un avallo di vita del brevetto citato costante confinamento firma.”. L’antico documento membranaceo d’epoca Normanna (7), ci parla di un ‘Odo Marchisius’ (Figg. 1-2-3) o ‘Odone Marchisio’. Il Trinchera (3), pubblicava a pp. 128-129, anche un’altro documento in cui veniva citato il personaggio Normanno ‘Odo Marchisii’, in un’altra pergamena:  XCVIII – anno 1126 – Mese di Iudo – Indict. IV” (Fig. 3-4).

Odonis Marchisii in greco

Odonis Marchisii 1126 in latino

(Fig. 4) Un’altra pergamena d’epoca Normanna, datata 1126, manoscritta in greco, tradotta e pubblicata dal Trinchera (3) a pp. 128-129

Mario Caravale (…) che nel suo ‘Dizionario Biografico degli Italiani’, vol. LXIII. Rome, sostiene che: Emma di Hauteville (verso il 1080 a 1120 circa) era figlia di Roberto Guiscardo e Alberada di Buonalbergo. Secondo Ralph di Caen, sposò Odo il buon marchese e ebbe due figli: Tancredi e Guglielmo, che parteciparono entrambi alla prima crociata. Tancredi divenne Principe di Galilea e Guglielmo morì in Terra Santa. Sua figlia Altrude sposò Riccardo del Principato e fu madre di Ruggero di Salerno. Emma era morta nel 1126, quando la seconda moglie e vedova di Odo, Sichelgaita, fece una donazione per la memoria della sua famiglia.”. Pierre Aubè (…), nel suo ‘Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo’,nella ‘Parte Prima’, nello schema “Discendenza di Roberto il Guiscardo”, egli spiega che Roberto il Guiscardo, ebbe dalla prima moglie “Alberada di Buonalbergo”, due figli: la figlia “Emma”, primogenita e “Boemondo I, principe di Aniochia (1098-1111)”. Boemondo I, sposò Costanza, figlia di Filippo I re di Francia da cui ebbe Boemondo II, principe di Antiochia, mentre la sorella Emma, primogenita di Roberto il Guiscardo, sposò “Eude (Oddone), il buon marchese (Odobono Marchisio)”, da cui nacque “Tancredi, principe d’Antiochia (1111-1112)”. Aubè, conferma inoltre la discendenza del Guiscardo con la seconda moglie, la principessa Sichelgaita, figlia di Guaimario IV. Dunque, secondo l’Aubè, la prima figlia di Roberto il Guiscardo era Emma, sorella dunque di Boemondo e sposa a Odobono Marchisio, ovvero il personaggio della pergamena del 1097, dove si cita “Scido”. Aubè dice pochissimo su Odobono Marchisio, di cui non si conosce bene l’origine. Alcuni hanno scritto che Oddone (Otton, Odobonus, Eudes) di Monferrato, detto “Le Bon marquis” (in francese) o il ‘Buon marchese’ (in italiano), tra il 1065 e il 1075, abbia sposato la Emma de Hauteville (d’Altavilla), la figlia primogenita di Roberto il Guiscardo nata dalle nozze con la prima sua moglie (d’Aubrèe) Alberada di Buonalbergo. Questo personaggio del Monferrato, pare sia stato il figlio di Oddone (Otton) 1° degli Aleramici, il primo marchese del Monferrato in Piemonte. Altri addirittura scrivono che l’Odo Marchisii, sposato con Emma, sia stato il signore di S. Chirico Raparo (PZ), in Basilicata. In ogni caso, l’epoca di cui tratta l’antica pergamena del 1097, è quella in cui, dopo la morte del Guiscardo, nel 1085, il fratello di Emma, Boemondo I, non si rassegna molto presto alla successione del fratellastro Ruggero Borsa, che era stato proclamato erede già nel 1073 e con il quale raggiunse un accordo solo nel 1089, grazie alla mediazione di papa Urbano II. Dunque, l’antica pergamena o atto di donazione del 1097, di cui parlo, non riguarda il periodo di co-reggenza di Boemondo I, fratellastro di Ruggero Borsa, divenuto erede del Guiscardo nel 1073, ma ancora piccolo, ma riguarda il periodo in cui i due fratellastri, Boemondo I e Ruggero Borsa, avevano raggiunto un accordo grazie alla mediazione di papa Urbano II, nel 1085 e, dunque essendo la pergamena datata 1097, si tratta del periodo in cui già era avvenuta la spartizione dei territori.  Lo scontro fra i due fratelli si concluse solo con la mediazione di papa Urbano II, il quale riconobbe a Boemondo il possesso del Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, mentre Ruggero gli garantì anche il feudo di Cosenza e la titolarità di fatto di altri domini. Dunque, in questo periodo, anno 1097, in cui a Boemondo, veniva riconosciuto il Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, secondo l’antica pergamena del 1097, la sorella di Boemondo I, Emma d’Hauteville e suo marito Oddone Marchisio, ebbero un ruolo fondamentale sulle nostre terre. Il Marchisio o Odo Marchisius, è citato in un altro interessantissimo documento d’epoca Normanna. Dunque con questo documento, di cui parliamo ora, siamo arrivati a tre documenti che citano questo dignitario Normanno. La studiosa Vera Falkenhausen (…), cita questa famiglia nel suo saggio ‘Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina’ (49), e dice: “In Basilicata, i Normanni favorirono monasteri come S. Angelo di Raparo, fondato dal monaco greco Vitale alla fine del X secolo (55) e beneficiato tra altri da Odobono Marchisius ed Emma, sorella di Roberto il Guiscardo (51), e appunto – Carbone. Dalla donazione della chiesa di S. Nicola all’igumeno Biagio nel 1070/1071 risulta che, nonostante i vari danni subiti e in contrasto con le sorti di altri monasteri della regione, S. Anastasio di Carbone era sopravvissuto alla presa di potere dei Normanni. L’Abate greco cercò presto la protezione delle nuove autorità rivolgendosi nel 1074 ad Ugo di Chiaromonte, signore feudale della Basilicata meridionale.”. La Falkenhausen (49), a p. 69, nella sua nota (56), riguardo la notizia della famiglia Marchese, postillava che: “G. Antonini, La Lucania, I Discorsi, Napoli, 1745, p. 490, menziona una donazione dell’anno 6594 (= 1085/1086), ora perduta, con la quale Marchisio ed Emma, offrono “al monistero di S. Angelo a Raparo ed all’Abate Ninfo” il castello distrutto di Castelsaraceno “con la facoltà di farlo abitare, perchè allora non ci erano abitatori”. Scrive sempre la Falkenhausen nella sua nota (56) che: “I due donatori sono probabilmente i genitori dei due cavalieri Tancredi Tancredi e Guglielmi, che nel 1096 accompagnarono Boemondo I in Terra Santa (v. E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”. Dunque, la Falkenhausen (49), cita un antica pergamena citata dall’Antonini (51), a p. 490, parte III, della sua prima edizione della ‘Lucania’, che parlando di Castelsaraceno, un borgo in Lucania, vicino Latronico, diceva che:

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Antonini, 1745, parte III, p. 490, note

Dunque, l’antica donazione o privilegio, citata dall’Antonini (51) e, dalla Falkenhausen (49), è dell’anno 6594 che, secondo la studiosa, dovrebbe corrispondere all’anno 1085/1086. In questo altro documento, simile a quello da noi citato, ma molto più tardo, ci conferma la presenza nelle nostre terre della famiglia di “Odobono Marchisius”, come lo chiama la Falkenhausen. La studiosa, sulla scorta di Evelin Jamison (…), che ha pubblicato il ‘Catalogus Baronum’ (…), afferma che Emma, sorella di Roberto il Guiscardo ed Odobono Marchisius, fossero i genitori dei due fratelli Tancredi e Guglielmi, che entrambi seguirono Boemondo I alla prima Crociata in Terra Santa. La studiosa Falkenhausen (…), cita il personaggio Normanno del nostro documento (7) e aggiunge pure chi fosse il padre di Tancredi e di Guglielmo, che si unirono nel 1093 allo zio Boemondo per seguirlo nella prima Crociata. L’Antonini (…), scrive che: “In effetti, nella donazione che nell’anno del mondo 6594, fanno Manchisio o forse Marchisio (2), ed Emma sua moglie, al Monistero di S. Angelo a Raparo, ed all’Abate Ninfo, che in greco si legge, prodota in vari atti della S. C. di Napoli, trovasi nominato questo castello diruto…“. L’Antonini (51), nella sua nota (2) sui ‘Marchisio’, postillava che: “Alcuni han preteso, che di questo fosse stato figlio Tancredi, ricavandolo dalle parole di Roberto di Caen, dove dè fatti di questo Principe scrive:”

Cattura 

(Fig…) La nota dell’Antonini (51), a p. 490 che riporta il passo di Rodolfo Cadomense o di Caen sui Marchisio e Tancredi suo figlio

Dunque, questo scrisse l’Antonini (…), su Tancredi (…), figlio di Odo Marchisius e di Emma. Di Odo Marchisius o Odobono Marchisius, si parla spesso nelle cronache del tempo di alcuni cronisti testimoni che scrissero sulle gesta di suo figlio Tancredi. Le cronache che si occuparono delle vicende storiche dell’epoca Normanna nell’Italia Meridionale, sono diverse. Tra loro spiccano le Cronache di: Rodolfo di Caen (…) o Rodolfo Cadomense; di Guglielmo Arcivescovo di Tiro (…); di Ugone Falcando (…); di Orderico da Vitale (Ordone Vitalis).

Nel 1089, Odo Marchese o Marchisius sposò Emma d’Altavilla, figlia di Roberto il Guiscardo

Leggendo Wikipedia alla voce “Tancredi di Galilea” apprendiamo che secondo alcuni autori egli fu figlio di Odo Marchese e di Emma d’Altavilla. Di Tancredi scriverò in seguito. Chi erano i due personaggi citati nell’antica pergamena del 1097 pubblicata da Francesco Trinchera ?. Da Wikipedia leggiamo che Oddobuono Marchese ed Emma d’Altavilla, erano i genitori di Tancredi noto come di Galilea. Emma d’Altavilla era sorella di Boemondo I detto d’Antiochia. Entrambi, Emma e Boemondo erano i figli di Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo e della prima sua moglie Alberada di Buonalbergo. Dunque, secondo alcuni autori Wikipedia scrive che Oddobuono apparteneva alla famiglia dei Marchese.  Secondo un’altra versione, il padre di Tancredi risulta appartenente invece non alla famiglia Marchese, bensì alla famiglia degli Aleramici dei marchesi del Monferrato, a sua volta figlio di Teuto di Savona e Berta di Torino. Wikipedia alle note (1-2-3-4) postillava rispettivamente che: “(1-2-3-4. Berardo Candida Gonzaga, Memorie delle famiglie nobili delle province meridionali d’Italia, vol. 6, Bologna, Arnaldo Forni Editore, 1875, p. 108; ^ Biagio Aldimari, Memorie historiche di diverse famiglie nobili, così napoletane, come forastiere, Napoli, 1691, p. 376; ^ Catholic Encyclopedia; ^ Ferrante della Marra, p. 225.”. Ferrante della Marra (….), nel suo “Discorsi delle famiglie estinte, forestiere, o non comprese nè Seggi di Napoli, imparentate colla Casa della Marra”, Napoli, 1641. Secondo la prima versione Oddobuono Marchese era unito in matrimonio Emma d’Altavilla, figlia di Roberto il Guiscardo e sorella di Boemondo. Da Wikipedia, alla voce “Boemondo I d’Antiochia” leggiamo che Tancredi era figlio di Oddone Bonmarchis, detto Marchisius “il Buon Marchese”, della famiglia dei signori del Monferrato, e di Emma di Altavilla sorella di Roberto il Guiscardo. – Emma era anche il nome di una sorella di Boemondo I d’Altavilla, la cui omonimia ha spesso creato confusione in alcuni autori, i quali, confondendo il grado di parentela tra i due rampolli della casa normanna, hanno erroneamente indicato Tancredi quale nipote di Boemondo principe di Antiochia, anziché suo cugino – Da: Tancredus di Rodolfo di Caen. Dalla Treccani on-line, alla voce “Emma d’Altavilla”, leggiamo che Emma d’Altavilla, era figlia di Tancredi d’Altavilla, come sembra accertato, e sorella di Roberto il Guiscardo e di Ruggero, raggiunse i fratelli in Italia, quando questi avevano ormai consolidato la loro potenza, intorno al 1080. Secondo alcuni cronisti, Emma sarebbe stata invece una delle figlie del Guiscardo, ma ciò è contraddetto dalle fonti coeve (fra cui particolarmente probante Raoul di Caen, De rebus gestis Tancredi principis, cap. 1, confidente e poeta del figlio dell’Altavilla, Tancredi, principe di Antiochia), che la dicono sorella e non figlia del Guiscardo. Intorno all’anno 1089, quando insieme con le nozze di Ruggero, conte di Sicilia, con Adelaide del Vasto, si contrassero numerosi parentadi fra Normanni e nobili subalpini, Emma d’Altavilla sposò Oddone “Marchisius” o “Bonus Marchisius”, a cui diede almeno due figli, Tancredi, il famoso crociato, e Guglielmo, morto in Terrasanta. Essa era morta parecchi anni prima del 1126, quando una Sichelgaita, vedova di Oddone “Marchisius”, fece una donazione, per sé, per i figli e per la buona memoria del marito (F. Trinchera, Syllabus graecarum membranarum, Neapoli 1865, pp. 128 s., p. 98). Per Emma d’Altavilla la Treccani riporta la seguente bibliografia: Radulphi Cadomensis De rebus gestis Tancredi principis, cap. 1, in Recueil des Historiens des Croisades, Historiens Occidentaux, III, Paris 1860, p. 605; R. Jamison, Some notes on the Anonimi Gesta Francorum with special references to the Norman contingent from South Italy and Sicily in the first Cruisade, in Studies in French Language and Mediaeval Literature presented to Professor Mildred K. Pope, Manchester 1939, pp. 193-195. Un’altra notizia interessante è quella tratta sempre da Wikipedia alla voce “Alberada di Buonalbergo”, da cui leggiamo che: Anch’ella di stirpe normanna, sposò il Guiscardo tra il 1051 e il 1052, quando questi era ancora un piccolo nobile dedito a ruberie e atti di brigantaggio. Era la zia, la sorella del padre, di Gerardo di Buonalbergo, che all’epoca offrì il proprio sostegno all’ascesa di Roberto facendogli dono di duecento cavalieri, che Alberada gli portò in dote al momento del matrimonio. Dall’unione nacquero due figli: – Emma, madre di Tancredi principe di Galilea, sposa di Oddone Bonmarchis (della famiglia dei signori del Monferrato); – Boemondo, primo principe di Taranto e di Antiochia. Sul blog ‘Casalenews’ (un blog del Monferrato) leggiamo che – Diversi testi di storici locali fanno riferimento a un antichissimo documento (pergamena in lingua greca) del Mezzogiorno d’Italia, all’epoca della dominazione normanna (con specifico riferimento a territori campani e calabresi), datato settembre 1097: “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos”, si cita un signore normanno: ‘Odo Marchisius’, che nell’anno 1079 concedeva un privilegio a un monaco di Vibonati per costruire un monastero a Scido (in Aspromonte, provincia di Reggio Calabria). Si tratta del documento ivi da me pubblicato. Il personaggio Normanno ‘Odo Marchisio’, ricorrerà spesso su altri documenti dell’epoca ed è sempre citato con il titolo di marchese e donerà terre per costruire monasteri in Calabria e Campania, rivelando pertanto di essere un personaggio di nobile lignaggio e piuttosto benestante e generoso. – La Famiglia Normanna dei Marchisio, secondo alcuni storici locali, aveva in feudo in quell’epoca alcune terre del Cilento (attualmente in Campania ma anticamente era Lucania) che pare disponessero del rango di marchesato, cosa alquanto insolita nei domini normanni che erano prevalentemente contee e ducati, non mi risulta infatti vi fossero nobili “normanni” con l’investitura di marchesi. È molto probabile che il cognome Marchisio loro attribuito derivi dal titolo di marchese e sia stato assunto molto successivamente all’investitura feudale, oppure è stato attribuito impropriamente dagli autori, che avranno confuso il titolo nobiliare col cognome della dinastia, non essendo avvezzi a tale titolo nel Medioevo nel Mezzogiorno d’Italia. Del resto è comune che la storiografia locale pecchi di questi errori, assai diffusi, sia per una certa dose di improvvisazione, e sia perché mancano sufficienti basi storiche agli autori, non potendo oltretutto pretendere che chiunque si accinga a scrivere di cose storiche abbia letto e appreso tutto lo scibile umano inerente precedentemente pubblicato. – Alcuni storici locali nei loro testi sono convinti che Oddone Bonmarchis (il Buon Marchese, a volte denominato Oddone Buon Marchisio), fosse sposo di Emma, figlia primogenita di Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo (duca di Puglia e Calabria e Signore di Sicilia) e quindi sorella di Boemondo principe di Taranto, e appartenesse alla nobile famiglia dei signori di Monferrato (altri storici locali si limitano a definirlo di origine e provenienza “piemontese”). Se così stessero le cose sarebbe indubbiamente il padre di Tancredi d’Altavilla. Il un altro blog su “Odo il buon marchese” leggiamo che Odo (o Eudes ) il buon marchese ( sec . XI fl ), a volte chiamato Odobonus, era un nobile normanno o lombardo che governava una regione sconosciuta dell’Italia meridionale. Ha sposato Emma, una figlia di Roberto Guiscard, e hanno avuto almeno tre figli, Tancredi e William, entrambi famosi crociati, e Roberto, oltre a una figlia (nome sconosciuto) che ha sposato Riccardo di Salerno . Odo è conosciuto solo in relazione a sua moglie e ai suoi figli. L’unica fonte per dare al padre di Tancred il nome Odo è Orderico Vitalis, che, come Ralph di Caen, crede che sia un cognato e non genero di Guiscard. In un passaggio scrive che, vedendo la sua fine, “il magnanimo Roberto [Guiscardo], duca, conte, ecc., Chiamò attorno a sé Odo il Buono, il marchese, il [marito] di sua sorella, e altri parenti e nobili”. Quando Orderic in seguito elenca i crociati del 1096, menziona “Tancredi, figlio del marchese Odo il Buono”. La nota erudizione di Orderico, e la sua contemporaneità con Tancredi, rendono la sua testimonianza la migliore disponibile sulla paternità di quest’ultimo. Solo sulla parentela della moglie di Odo, Emma, ​​Orderic sembra sbagliarsi. Poiché Tancredi e suo fratello William erano entrambi giovani al tempo della prima crociata, è improbabile che la loro madre potesse essere una figlia dell’omonimo di Tancredi, Tancredi d’Altavilla . Evelyn Jamison identifica il padre di Tancredi con il margravio Odobonus che assistette a un documento emesso dal conte Ruggero I di Sicilia a Palermo nel 1094 e con l’Odobonus Marchisus che compare in una causa del 1097, ora archiviata ad Agrigento . Un terzo riferimento, a Otone, che comandava una divisione del conte Roger a Taormina nel 1078, potrebbe essere anche al padre di Tancredi. Paulin Paris ha suggerito che il vero nome del padre di Tancred era l’ arabo Maḳrīzī, corrotto in Marchisus. Ha sostenuto che il padre di Tancred era in realtà un arabo dell’Italia meridionale e ha presentato come sua prova la Chanson d’Antioche (c. 1180), che chiama Tancred fils a l’Asacant e fils a l’Amirant (figlio dell’emiro ). Questa teoria non ha un ampio supporto. Jamison suggerisce che Tancred sia così chiamato semplicemente perché conosceva l’arabo. Ci sono molte fonti che identificano il padre di Tancredi come un margravio ( marchio latino o marchisus, da cui marchese ), ma non lo nominano . Il grado di marchese era sconosciuto in Normandia all’epoca e questo suggerisce che Odo fosse italiano, forse siciliano o lombardo, sebbene il titolo fosse più comune nel nord Italia. Alcuni italiani del nord sono noti per essersi stabiliti nel sud con i Normanni. Roberto il Monaco, elencando i crociati che accompagnarono Boemondo, menziona “i principi più nobili, vale a dire Tancredi, suo nipote [cioè, Boemondo] e figlio del marchese …”, confermando il rango di suo padre ma non il suo nome. L’arcivescovo Baldric di Dol registra, con un latino più corretto, che Tancredi era nipote di Robert Guiscard e figlio di un marchese. Chiama anche il fratello di Tancred, William marchese ( marchisus ). Guiberto di Nogent, esprimendo qualche dubbio sul fatto che tutte le sue informazioni siano corrette, dice che Tancredi era il figlio di un certo marchese, che aveva accompagnato lo zio Boemondo nella prima crociata e che suo fratello Guglielmo accompagnava Ugo il Grande. Ci sono altre fonti pertinenti all’identità del padre di Tancred, dal momento che menzionano la sua relazione con Boemondo attraverso la sorella di quest’ultimo Emma. Alberto d’Aix, un contemporaneo, conferma che Tancredi era figlio della sorella di Boemondo, ma non menziona né suo padre né suo fratello. Tuttavia, ricorda che Ruggero da Salerno era un “figlio della sorella di Tancredi”, che doveva quindi essere la moglie di Riccardo di Salerno. Marino Sanuto il Vecchio registra che Tancredi era “il nipote di Boemondo di sua sorella”. Due fonti contraddicono la prima, facendo erroneamente Tancredi un cugino e non un nipote di Boemondo, ma non nominano suo padre. La Gesta Francorum expugnantium Gerusalemme di Fulcher di Chartres lo chiama “cugino di Boemondo” e Jacques de Vitry si riferisce a “Boemondo con suo cugino Tancredi”. Da Wikipedia leggiamo pure che secondo un’altra versione ed altri autori, il padre di Tancredi risulta appartenente invece non alla famiglia Marchese, bensì alla famiglia degli Aleramici dei marchesi del Monferrato, a sua volta figlio di Teuto di Savona e Berta di Torino. Però Wikipedia postilla del blog del Monferrato “Casalenews”, nel quale è citato solo il documento del 1097 che io ho pubblicato e, non fornisce nessun riferimento bibliografico.

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a pp. 374-375, in proposito scriveva che: “Ignoriamo quando Odobono, “le bon Marquiz”, sia venuto in Sicilia. Neanche possiamo asserire se la sua persona sia da identificare con quell'”Othonus”, ricordato dal Malaterra fra coloro che nel 1079 valorosamente si batterono nell’assedio di Taormina e la ridussero alla capitolazione (27). Di positivo c’è che il nome “Ottone” e la qualificazione feudale di “marchese” richiamano non solo l’origine monferrina del suddetto o dei suddetti personaggi, ma altresì la loro discendenza da quella casa degli Aleramici, ossia dei marchesi per autonomasia in Italia, ad uno dei cui rami, quello dei Del Vasto, apparteneva la contessa Adelasia, che Ruggero I sposò nel 1087, passato a terze nozze (28). Fu l’incertezza del domani, provocata dalle lotte a sfondo patrimoniale che nel secolo XII misero l’uno contro l’altro i rami della vetusta casata feudale, la causa per cui parecchi cadetti di essa, generalmente designati con l’appellativo di ‘Marchisii’, discesero nell’Italia meridionale, si posero al servizio dei Normanni, che venivano sconvolgendo l’assetto politico del paese, e vi fecero fortuna. Uno di questi immigrati fu Odobono: la miglior riprova della prodezza con cui si battè e della potenza e del prestigio che gliene derivò, è data dal suo matrimonio con Emma d’Hauteville e dai feudi ottenuti in Sicilia.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Pontieri, La madre di re Ruggero: Adelasia del Vasto, contessa di Sicilia, regina di Gerusalemme, in questo volume, nel saggio seguente.”. Dunque, Ernesto Pontieri ci parla di questo personaggio “Odobono le bon Marquiz”.

Nel 1096, Tancredi Marchese, detto ‘Tancredi d’Altavilla‘ e noto come ‘Tancredi di Galilea’ e la I Crociata

Da Wikipedia leggiamo che Tancredi Marchese, detto impropriamente Tancredi d’Altavilla e noto come Tancredi di Galilea per il possesso del principato di Galilea (1072 – Antiochia, 1112), è stato un cavaliere medievale normanno, principe di Galilea e reggente del principato d’Antiochia, noto per essere stato uno dei capi della prima crociata in Terrasanta, nonché uno dei personaggi della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. Tancredi era il figlio di Oddobuono Marchese e di Emma d’Altavilla, sorella di Boemondo, principe di Taranto. Secondo un’altra versione, il padre di Tancredi risulta appartenente invece non alla famiglia Marchese, bensì alla famiglia degli Aleramici dei marchesi del Monferrato, a sua volta figlio di Teuto di Savona e Berta di Torino. Inoltre talvolta il nome del padre viene riportato anche come Eude. Wikipedia alle note (1-2-3-4) postillava rispettivamente che: “(1-2-3-4. Berardo Candida Gonzaga, Memorie delle famiglie nobili delle province meridionali d’Italia, vol. 6, Bologna, Arnaldo Forni Editore, 1875, p. 108; ^ Biagio Aldimari, Memorie historiche di diverse famiglie nobili, così napoletane, come forastiere, Napoli, 1691, p. 376; ^ Catholic Encyclopedia; ^ Ferrante della Marra, p. 225.”. Ferrante della Marra (….), ed il suo “Discorsi delle famiglie estinte, forestiere, o non comprese nè Seggi di Napoli, imparentate colla Casa della Marra”, Napoli, 1641. Nel 1096, ventiquattrenne, si unì allo zio Boemondo e partì alla volta di Costantinopoli insieme agli eserciti della prima crociata in Terrasanta. Giunto nella capitale bizantina, subì forti pressioni (soprattutto dal generale bizantino Giorgio Paleologo) affinché prestasse giuramento di fedeltà all’imperatore Alessio Comneno, con la promessa di rendere al sovrano qualsiasi terra conquistata durante la campagna militare. Tancredi si rifiutò di farlo, sebbene molti altri cavalieri avessero fatto giuramento senza alcuna intenzione di rispettarlo. Nel 1097, prese parte all’assedio di Nicea, ma la città fu conquistata dalle truppe di Alessio a seguito di negoziati segreti con i Turchi Selgiuchidi. L’episodio spinse Tancredi ad una prudente diffidenza verso i Bizantini. Entro la fine dell’anno conquistò Tarso ed altre città della Cilicia e fu testimone dell’assedio di Antiochia del 1098. Di seguito è riportata l’ascendenza di Tancredi di Galilea. La Gesta Tancredi è una biografia di Tancredi scritta in latino da Radulfo di Caen, un normanno che prese parte alla prima crociata in Terrasanta e fu al servizio suo e di Boemondo. Per quanto riguarda gli antenati da parte del padre Oddobuono, per ogni membro il grafico è stato suddiviso in due parti: la riga soprastante riporta gli avi della famiglia Marchese, mentre la riga sottostante quelli della famiglia degli Aleramici dei marchesi del Monferrato.

Tancredi Marchisio Principe di Galilea

Per capire chi fosse l’Odo Marchisii, citato nelle due pergamene d’epoca Normanna (Figg. 1-2-3-4), abbiamo visto che la sua origine non è conosciuta, ne quella della sua nobile famiglia ma, di lui si parla spesso nelle cronache del tempo di alcuni cronisti testimoni che scrissero le gesta di suo figlio Tancredi. Le cronache che si occuparono delle vicende storiche dell’epoca Normanna nell’Italia Meridionale, sono diverse. Tra loro spiccano le Cronache di: Rodolfo di Caen; di Guglielmo Arcivescovo di Tiro; di Ugone Falcando; di Rodolfo Cadomense (Raoul Caen)(…); di Orderico da Vitale (Ordone Vitalis). Il Caen (…), scrive di Tancredi: Tancrede, un protagonista molto illustre di un’illustrazione illustre, aveva gli autori dei suoi giorni il Marchese e Emma.”, e poi, parlando del padre, Odo Marchese, alla nota scrive: “Le Mar quis Odon ou Guillaume; son nom et ses Etats soint incertaints.” che tradotto significa: “Il Marchese Odon o William, il suo nome ei suoi Stati erano incerti. Quindi, Emma d’Altavilla, primogenita del Guiscardo e Oddone Bonmarchis (Oddone detto Marchisius “il Buon Marchese”, della famiglia dei signori del Monferrato ?). Emma era anche il nome di una sorella di Roberto il Guiscardo, la cui omonimia ha spesso creato confusione in alcuni autori, i quali, confondendo il grado di parentela tra i due rampolli della casa normanna, hanno erroneamente indicato Tancredi quale cugino di Boemondo principe di Antiochia, anziché suo nipote. Nel 1096, ventiquattrenne, Tancredi si unì allo zio Boemondo e partì alla volta di Costantinopoli insieme agli eserciti della prima Crociata. Giunto nella capitale bizantina, subì forti pressioni (soprattutto dal generale Bizantino Giorgio Paleologo) affinché prestasse giuramento di fedeltà all’imperatore Alessio I Commeno, con la promessa di rendere al sovrano qualsiasi terra conquistata durante la campagna militare. Tancredi si rifiutò di farlo, sebbene molti altri cavalieri avesero fatto giuramento senza alcuna intenzione di rispettarlo. Instaurato il Regno di Gerusalemme, Tancredi, fu nominato principe di Galilea e quando nel 1100 Boemondo, divenuto nel frattempo Principe di Antiochia, fu fatto prigioniero dai Danishmen didi, Tancredi fu nominato reggente. Durante il suo regno il territorio del Principato si espanse grazie all’annessione di terre sottratte ai Bizantini e a nulla valsero i decennali tentativi di Alessio di riportare queste regioni sotto il proprio controllo. Riguardo Tancredi (nipote del Guiscardo) e suo cugino il Principe d’Antiochia Boemondo I (figlio primogenito del Guiscardo), si veda il testo di  Barile (30) ed il manoscritto del cronista dell’epoca Ordone Vitale (31). Vi sono delle notizie a riguardo citate da Ebner (…), tratte dal ‘Catalogus Baronum’, compilato nel 1185, in occasione della Crociata di re Guglielmo II detto il Buono, e che sarebbe interessante metterle in relazione alla famiglia Marchese a Camerota e a Tancredi. L’Ebner (…), alle sue note (24) e (25), cita due documenti del 1136, conservati all’Archivio della Badia di Cava dei Tirreni (ABC). Ebner scrive che si tratta di due documenti (I-XXIV-2, agosto a. 1136, XIV, Salerno: nel monastero ‘puellarum sancti georgii’, esistente nella città di Salerno, di cui domna aloara dei gratia venerabilis abbatissa prehest, alla presenza del giudice Oto, la monaca Mabilia, figlia del fu Landolfo, olim domini de Policastro, vendette a Boemondo figlio del fu Erberto detto capo d’Asino (l’abbiamo visto genero di Troisio di S. Severino) unum hominem censilem spettantegli di nome Rocco, con moglie e figli, per 50 tarì salernitani. Grimoaldo notaio.”Infatti, l’Ebner (…), a proposito di Camerota, traendo notizie dal ‘Catalogus’, non cita affatto la notizia riferitaci dal Gatta (…) ma, parlando di Licusati nel vol. I (p. 120), scrive: “Vanno ricordati pure gli atti di violenza contro il feudatario Marchese verificatisi a Camerota (v.), il 23 Luglio 1647 e il 24, quando peggiorarono per il “romore, tumulto, risse, homicidi et precipue, la morte successe in persona di Giovanni Battista di Rutolo del casale di Licusati.”. Lo storico Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 195, riguardo la famiglia Marchisio di Camerota, scriveva in proposito che: “.., anche mozzando le teste degli sgherri del signore di Camerota…(53).”. Ebner (…), con la  sua nota (53), sulla scorta del Capecelatro (….) e di altri, postillava e parlava della famiglia nobile dei Marchese, di Camerota che si trovarono al centro dei tumulti popolani che sorsero nel Salernitano durante il Viceregno Spagnolo e, scriveva che: “De Turri, ‘Dissid. descrisc. receptaeque Neapol.’, Insulis, 1651, p. 305: “Ducem sane Camerotae, de gente Marchisia, plurima exulum satelitio ferocem circumvenientes populari sui: caesis exulibus quorum capita recisa Neapolim ostentui detulere, ducem ipsum captivum abduxere”. Sulle violenze di Paolo Marchese, “Marchio Camerotae e casalis Lentiscosae e Cusatorum” , v. pure ASN, ‘Collater partium’, vol. 151, ff. 100 e 165; vedi pure Capecelatro, ‘Diario’, cit. I, p. 178 e II p. 42.”. Come abbiamo visto, l’origine della famiglia Marchese di Camerota, non ne parla espressamente l’Ebner ma ne parleranno altri, che ne faranno risalire l’origine al normanno Bonmarchis. Per quanto riguarda il feudo di Camerota, nel ‘Catalogus Baronum’, di cui quì riportiamo i nn. 454-455-456-457, del ‘Catalogus’, pubblicato dalla Jamison (…), Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento‘, da p. 581 in poi, proprio sulla scorta della Jamison (…), scriveva in priposito: “Dal ‘Catalogus baronum’ (7) si rileva che Florio di Camerota, signore di Corbella….”. L’Ebner (…), ci parla di “e dodici per il demanium suum Florio di Camerota (n. 454), da cui eredi, l’abbate Cavense Marino acquistò Stabiano nel 1168 e l’abate Benincasa nel 1172 ben nove feudi.”, anni quelli indicati che riguardano la dominazione Normanna ma molto dopo la morte del Guiscardo e, prima della conquista Sveva. Poi l’Ebner prosegue il suo racconto sui Florio. L’Ebner, nel suo, vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 580 e s., parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum‘, sulla scorta della Jamison (…), scriveva in proposito: “Dal Catalogus baronum (7), si rileva che Florio di Camerota, signore di Corbella…..Grande personaggio del Regno, Florio venne inviato in Inghilterra con i vescovi Elia di Troia e Arnolfo di Capaccio da re Guglielmo il Buono (II, 1166-1188) a re Enrico II per chiedergli la mano della figliuola Giovanna, sorella di Riccardo Cuor di Leone, che accompagnarono in Sicilia nel 1176 (8).”. “8- L’evento è ricordato da Romualdo Guarna (Cronaca ad a.): Interea rex W (ilielmus) consilio Papae Alexandri (III, 1151-1189), Eliam Troianum electum, Arnulphum Caputaquense ecc…”. “Florio nella crociata del 1188 fornì 63 militi e 50 uomini d’arme.”. Scrive in proposito l’Ebner, nelle sue note che: “L’evento è ricordato da Romualdo Guarna in ‘Cronaca ad a.’. Ruggiero D’Honwrdea, negli ‘Annali d’Inghilterra’, ricorda Florio come conte e nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…Ebner dice che ne parla anche l’Antonini, I, p. 411. Poi a p. 582, l’Ebner, scrive Florio è ricordato ancora da Falcando (LIII: “Floriu camerotensis iudiciarius”). Il Capecelatro ricorda Guglielmo di Camerota, giustiziere del Principato, ai tempi (a. 1177) di re Guglielmo il Buono, con Luca Guarna.”. La notizia riportata da Ebner, riguarda re Guglielmo II e Camerota è quella secondo cui fallito il progetto di matrimonio di Guglielmo con la principessa bizantina, Maria, figlia dell’imperatore Manuele I Commeno, papa Alessandro III si oppose nel 1173 al matrimonio tra il re normanno e Sofia, figlia di Federico I Barbarossa. Nel 1176 fu inviato Alfano di Camerota, arcivescovo di Capua, a negoziare il matrimonio con la figlia di Enrico II d’Inghilterra, per instaurare un’alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti. La missione fu svolta con successo e la principessa fu condotta nella capitale. A Palermo il 13 febbraio 1177 Guglielmo sposò Giovanna Plantageneto (1165-1199), sorella di Riccardo Cuor di Leone. Alfano di Camerota (1158 circa – 1182 circa) fu arcivescovo di Capua dal 1158 fino alla sua morte. Amico intimo di papa Alessandro III, ricevette da costui nel 1163 una lettera che lo avvertiva di una congiura contro il re Guglielmo I di Sicilia. Tramite suo nipote Florio di Camerota, Gran Giustiziere del Principato di Salerno, Alfano avvertì il re. Come ambasciatore di re Guglielmo II il Buono, nell’autunno del 1176 si recò in Inghilterra per negoziare il matrimonio di Giovanna, figlia di Enrico II, con Guglielmo II, allo scopo di creare un’alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti. Durante il viaggio fu accompagnato da Richard Palmer, arcivescovo inglese di Messina, e il conte Roberto di Caserta. La trattativa ebbe successo e il matrimonio – con la susseguente proclamazione di Giovanna quale regina di Sicilia – ebbe luogo il 18 febbraio 1177 a Palermo. Ma, ritornando a Tancredi, Giosuè Musca (13), a proposito di Odo Marchisio, così scrive: Ainsi Tancredi, principal lietunant, pur suppleant (1101 -1103) et successeur (1104 -1112) de Boemond, est le fils d’Odo Marchisius (Eudes le Bon Marquis) et d’Emma, sceur de Robert Guiscard (Raoul de Caen l’appelle frequembien attestee en Normandie, ecc..”, che tradotto significa: “Così Tancredi, capo tenente, allora soppiantato (1101- 1103) e successore (1104-1106) di Boemondo, è figlio di Odo Marchisius (detto il Buon Marchese) e Emma, sorella di Roberto il Guiscardo (Raoul de Caen), era figlio di Tancredi (1101-1103) e successore ecc…”. Così, Musca (13), sulla scorta del maestro normanno Rodolfo di Caen (Raoul de Caen) – che visse buona parte della sua vita (a partire dal 1108) in Terrasanta – autore di un’opera storica: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’ (ma nota fino ad ora come ‘Gesta Tancredi’), parlando di Tancredi Principe di Galilea e, successore del ‘cugino’ (lo zio) Boemondo I d’Altavilla – dice che egli era figlio di Odo Marchisius e di Emma d’Altavilla. Il Caen nel suo celebre scritto sulle gesta in Terrasanta in occasione della prima Crociata, racconta le gesta di Tancredi – condottiero crociato Tancredi Marchisio – figlio di Emma e Bonmarchis e, nipote del defunto Roberto il Guiscardo. Racconta il Caen, che il giovane Tancredi, partecipò alla prima Crociata insieme allo zio Boemondo I d’Antioca (fratello della madre nelle prime nozze del nonno Guiscardo con Alberada. Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen (…), lo chiamaMarchisio’. Nel Cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), vi è una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. La Greca ed altri (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, v. A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. L’autore del testo, a p. 48, del Cap. III, poi ci parla invece di Florio e scrive che: “Indubbiamente, i primi duci longobardi di Camerota rivolsero le loro attenzioni al nascente cenobio di S. Pietro a Licusati che anche sotto i Normanni non cessò di essere al centro di interessi, se andiamo ad interpretare un’ennesima leggenda che narra di come quì sostarono i crociati in partenza per la Terra santa nel 1188 (terza crociata).”. Quì gli autori del saggio, sulla scorta di Ebner (…), riportano le notizie sulla ‘leggenda’, ovvero sulla partecipazione di Florio alla terza crociata e di ciò che raccontava Ebner (…), sull’argomento. A p. 42, gli autori ci parlano di un Barone di Camerota nel 1136 e, poi citano Florio che figura nel ‘Catalogus Baronum’ (…), compilato nel 1185, epoca della terza Crociata di re Guglielmo II. Secondo, il cronista Rodolfo Cadomense (Roul Caen)(…), il feudatario di Camerota e Licusati doveva chiamarsi ‘Marchisio’, da Bon Marchisii o ‘Bonmarchis’, già esisteva nel 1185, anno della compilazione del nuovo ‘Catalogus baronum’, compilato per la III Crociata di re Guglielmo, ove figurava un ‘Florio di Cameroto’. Quindi nel 1185 ma secondo la citazione dei due autori (…), nel 1136 (circa 50 anni prima), esisteva un feudataro di Camerota chiamato ‘Marchisio’. Dunque, i Florio erano gli eredi dei Marchisio?.

Rodolfo di Caen (…) e le gesta di Tancredi Marchisio figlio di Emma d’Altavilla e di Odo Marchisio

Dal punto di vista bibliografico, il primo a parlare del ‘Marchisio’ è stato Rodolfo di Caen o Rodolfo Cadomense (…) che, scrisse una cronaca dell’epoca sulle gesta di Tancredi nella prima Crociata. La prima biografia di Tancredi, Gesta Tancredi ( Gesta di Tancredi) di Ralph di Caen, lo elogia come “il figlio più famoso di una stirpe famosa, [avendo] genitori scelti, il margravio ed Emma”. Era “davvero il figlio di un padre per niente ignobile”, anche se questo padre rimane senza nome da Ralph e dalla maggior parte degli altri autori. In tutto il Gesta Ralph chiama Tancred Marchisides, usando il suffisso greco -ides, che significa “figlio di”, quindi “figlio del marchese”. Altrove mette insieme Tancredi e Boemondo come Wiscardides (“figli / discendenti di Guiscard”), anche se erroneamente credeva che Emma fosse una sorella e non una figlia di Robert Guiscard. Dà anche a Tancredi un fratello di nome Robert, altrimenti sconosciuto: “i Guiscardidi, Tancredi ei suoi fratelli William e Robert“. Rodolfo di Caen (Raoul de Caen) – che visse buona parte della sua vita (a partire dal 1108) in Terrasanta – autore di un’opera storica: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’ (ma nota fino ad ora come ‘Gesta Tancredi’), parlando di Tancredi Principe di Galilea e, successore del ‘cugino’ (lo zio) Boemondo I d’Altavilla (l’altro figlio di Emma e di Roberto il Guiscardo), scriveva che Tancredi era figlio di Odo Marchisius e di Emma d’Altavilla. Il Caen nel suo celebre scritto sulle gesta in Terrasanta in occasione della prima Crociata, racconta le gesta di Tancredi. Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen (…), lo chiamaMarchisio’. Condottiero crociato Tancredi Marchisio – figlio di Emma e Bonmarchis e, nipote del defunto Roberto il Guiscardo. Racconta il Caen, che il giovane Tancredi, partecipò alla prima Crociata insieme allo zio Boemondo I d’Antioca (fratello della madre nelle prime nozze del nonno Guiscardo con Alberada. Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen (13), lo chiamaMarchisio’. Dopo la morte di Tancredi nel 1112, Radulfo di Caen, redige le sue ‘Gesta Tancredi’ per ricordare le imprese del valoroso nobile normanno, Tancredi d’Altavilla, nipote di Roberto il Guiscardo, cugino di Boemondo e uno degli eroi della Crociata (1095-1099). L’opera fu scritta prima del 1118 ma si ferma bruscamente nel 1105, il resto del documento essendo certamente andato perduto. Questa storia, tutta in lode di Tancredi, non è peraltro meno preziosa per la storia generale della prima spedizione dei crociati in Oriente. Se Radulfo non ha visto tutte le cose che narra, era però quanto meno ben a conoscenza di ciò che raccontava, meglio di ogni altra persona, relativa al periodo 1096-1107. Detta cronaca è stata redatta in capitolo, alcuni dei quali in prosa, altri in versi poetici. Radulfo, in quanto storico, deve essere esaminato con attenzione particolare per chiarire o correggere alcuni punti storici, dal momento che egli differisce nel suo racconto da quelli degli altri autori a lui contemporanei. L’opera ha avuto una vicenda particolarmente sfortunata, sia sotto il profilo della tradizione, che sotto quello della considerazione quale fonte storica. L’unico manoscritto (Bruxelles, KBR, 5373, saec. XII), forse almeno parzialmente autografo, è rimasto sconosciuto per tutto il Medioevo, riemergendo e salvandosi dall’incendio che bruciò l’abbazia di Gembleux nel sec. XVIII. Trattato maldestramente con reagenti chimici, è arrivato fino a noi in uno stato assai scadente. Il fatto che il testo racconti gli eventi dal 1096 al 1106, anni in cui l’autore non era in Terrasanta, lo ha fatto considerare come un esercizio di mera encomiastica (a causa anche della patina retorico-stilistica altissima che lo caratterizza). Una cronaca sulla I Crociata pertanto “inutile”, a fronte di testimonianze dirette come i famosi ‘Gesta Francorum’. Per il manoscritto del Caen, si veda: Radulphi Cadomensis, Tancredus, a cura di E. D’Angelo, 2011, stà in Corpus ‘Christianorum Continuatio Mediaevalis’, oppure si veda il testo di Edmond Martène (53) che scoprì l’antico manoscritto del Caen (…), in un monastero della francia nel 1716 e lo pubblicò nel 1717. Lo storico Giosuè Musca (13), a proposito di Odo Marchisio, così scrive: Ainsi Tancredi, principal lietunant, pur suppleant (1101 -1103) et successeur (1104 -1112) de Boemond, est le fils d’Odo Marchisius (Eudes le Bon Marquis) et d’Emma, sceur de Robert Guiscard (Raoul de Caen l’appelle frequembien attestee en Normandie, ecc..”, che tradotto significa: “Così Tancredi, capo tenente, allora soppiantato (1101- 1103) e successore (1104-1106) di Boemondo, è figlio di Odo Marchisius (detto il Buon Marchese) e Emma, sorella di Roberto il Guiscardo (Raoul de Caen), era figlio di Tancredi (1101-1103) e successore ecc…”. Lo storico Luigi Russo (…), in un suo saggio su “Tancredi e i Bizantini”, parlando di Tancredi e delle sue gesta in Terra Santa, ci dice del  testo di un antichissimo manoscritto di Roul de Caen (…), ritrovato da Edmondo Martène (…), nel 1716, in un antico monastero francese di “Gesta Tancredi”, e che poi pubblicò nel 1717: “Alberti Aquensis Historia Hierosolymitana, Recueil des historiens des croisades, Historiens occidentaux”, riportava il passo in cui Rodolfo Cadomense (…) o Roul de Caen, ci dice chi fosse Tancredi e suo padre Odo Marchisio.

Russo L.,

Martène E., tomo III, p. ...

(Fig….) Il passo di Rodolfo di Caen (…), sul ‘Odo Marchisio’ padre di Tancredi

Lo storico Luigi Russo (…), in un suo recente saggio su “Tancredi e i Bizantini”, a proposito della stirpe dei Marchisio, e riferendosi all’autore del magiore dei cronisti dell’epoca Normanna, Rodolfo Cadomense o di Caen (…), scrive: “Scarsamente interessato alla discendenza paterna del suo signore (il pade Odone Marchisio apparteneva all’aristocrazia subalpina), Rodolfo, concentra invece tutte le sue attenzioni nei riguardi della discendenza normanna rappresentate dal ramo materno con la madre Emma, sorella del Guiscardo. (29).”. Russo (…), dunque, alla sua nota (29), postillava che: “Sui genitori di Tancredi vedi E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”. Sempre il Russo, nella sua nota (29), sui genitori di Tancredi, ovvero su Emma d’Altavilla e Odo Marchisio, cita il Manselli, ‘Italia e italiani’, p. 116, e aggiunge: “Si noti che entrambi gli studiosi forniscono il nome di Odobono per il padre di Tancredi invece di Odone (ma lo studioso italiano ha corretto tale svista nella voce da lui stesso curata, ‘Emma d’Altavilla, in Dizionario Biografico degli italiani, II, Roma, 1960, pp. 541-542). Accettiamo invece l’interpretazione fornita dalla studiosa inglese che vede in Emma, la sorella e non la figlia di Roberto il Guiscardo (dunque Tancredi era cugino e non nipote di Boemondo) basandosi sul passo di Rodolfo di Caen quì citato, dove Odone è definito nei confronti del Guiscardo ‘Soriorum suum’.”. Dunque lo storico Russo (…), fa notare come alcuni ritenessero la sposa di Odone Marchisio, sorella del Guiscardo ed altri la ritenessero figlia primogenita. Troviamo un Odonis Marchisii’, anche in un’altra pergamena (Fig….), datata 1126, anche questa pubblicata dal Trinchera (3). Si tratta di un’altra pergamena:  “XCVIII – anno 1126 – Mese di Iudo – Indict. IV” (Fig….), dove si citava Sighelgaita Marchisia’, la Principessa Longobarda e poi Normanna, figlia del principe Longobardo Guaimario V, Principe di Salerno e, sorella di Gisulfo II che, fu la seconda moglie di Roberto il Guiscardo e, nell’antica pergamena viene chiamata ‘Marchisia’. La ‘Sighelgaita’ indicata, era la seconda moglie di Roberto il Guiscardo e, nell’antico documento del 1126, si confermava un privilegio ricevuto precedentemente dal Guiscardo. Forse, l’antico documento confermava privilegi del figlio di Sighelgaita e del Guiscardo, Ruggero Borsa che vincerà la lotta di successione al padre Guiscardo. Il nobile personaggio Normanno, Odo Marchese o Odo Marchisii, citato nell’antica pergamena, datata anno 1097 (7), era il marito di Emma d’Altavilla, figlia primogenita di Roberto il Guiscardo, nata dall’unione con Alberada di Buonalbergo. Il Normanno Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo (lo scaltro), arrivato in Italia, per rendere servigi ai Principi Longobardi del Ducato di Benevento, sposò tra il 1051 e il 1052, Alberada Buonalbergo che era anch’ella di stirpe normanna. Alberada, sposò il Normanno Roberto d’Altavilla, quando questi era ancora un militare al soldo di chi lo chiamava e, dedito a ruberie e atti di brigantaggio. Dal matrimonio del Normanno Roberto il Guiscardo e Alberada di Buonalbergo, naquero due figli: Emma e Boemondo (detto Boemondo I, poi Principe d’Antiochia). Emma, figlia primogenita di Roberto d’Altavilla (detto il Guiscardo) e di Alberada Buonalbergo, sposò Oddone di Bonmarchise, da cui ebbe un figlio: Tancredi (detto di Taranto o Principe di Galilea). L'”ODO MARCHISSIUS, citato nell’antica pergamena manoscritta in greco (7), pubblicata dal Trinchera (3), è Oddone Bonmarchis (il Buon Marchese), sposo di Emma, figlia primogenita di Roberto il Guiscardo. Oddone Bonmarchis, della nobile famiglia dei signori di Monferrato, divenne il genero di Roberto d’Altavilla il Normanno (detto il Guiscardo e, Duca di Puglia e di Calabria), sposando la prima figlia Emma, nata dalla prima unione del Guiscardo con la prima moglie Alberada di Buonalbergo. Alberada di Buonalbergo, era anch’ella di stirpe normanna. Guiscardo, l’aveva ripudiata nel 1058, poco dopo la sua ascesa al comando supremo dei Normanni. Alberada – madre di Emma – sua figlia primogenita e, sposa di Oddone Bonmarchise (il Buon Marchese) – fu ripudiata dal Guiscardo che fece annullare le nozze, perché avvenute tra consanguinei e fu la prima volta che si ricorse a tale motivazione allo scopo di sciogliere un matrimonio. Alberada si fece in disparte, confinata nella rocca di Melfi (ma poi si risposerà con Riccardo, figlio di Drogone), mentre il Guiscardo si risposerà con la Principessa Longobarda Sighelgaita, figlia del principe Longobardo Guaimario V, Principe di Salerno e, sorella di Gisulfo II. Il Cappelli (2), nella sua nota (21) all’antica pergamena (7) (Figg. 1- 2-3), sulla scorta del Musca (13) e del Robinson (12), spiega chi fosse l”Odo Marchisii’, citato nell’antica pergamena (7) e, scrive: “La famiglia Marchese, fu una delle benefattrici del monastero del Carbone“. Odo (o Eudes) il buon marchese (XI secolo) era un nobile italo-normanno che governava una regione sconosciuta del sud Italia. Sposò Emma, ​​una figlia di Robert Guiscard, e avevano almeno tre figli, Tancred e William, entrambi famosi crociati, e Robert, oltre a una figlia (nome sconosciuto) che sposò Riccardo di Salerno. Odo è conosciuto solo in relazione a sua moglie e ai suoi figli. Ci sono molte fonti che identificano il padre di Tancred come un margravio (marchio o marchisus, da cui il marchese) – che è sufficiente a confermare che era un italiano – ma non lo nominano. Molti identificano ulteriormente un fratello di nome William che era anche un “figlio del marchese”. Secondo Guglielmo di Tiro, “Tancredi [era] il figlio di Guglielmo il Marchese” (Tancredum Wilhelmi marchisi filium), ma la parola latina filium (figlio) è probabilmente un errore dei copisti successivi dove originariamente leggeva fratrem (fratello). Che Tancredi possedesse un fratello di nome Guglielmo è affermato dalla ‘Gesta Dei per Francos’, che registra un “Guglielmo, figlio del marchese, fratello di Tancredi” (‘Wilhelmus, marchisi filius, frater Tancredi’) tra i seguaci dello zio Boemondo di Taranto , alla prima crociata. In quello stesso documento, Tancredi viene chiamato solo “il figlio del marchese” (marchisi filius). Robert the Monk, elencando i crociati che hanno accompagnato Boemondo, menziona “i principi più nobili, cioè Tancredi, il suo nipote [cioè, il Boemondo] e il figlio del marchese …”. (“nobilissimi principes, Tancredus videlicet nepos suus e marchisi filius”), confermando il rango di suo padre ma non il suo nome. L’arcivescovo Baldric di Dol registra, con un latino più appropriato, che Tancredi era nipote di Roberto Guiscardo e figlio di un marchese (marchionis filius). Chiama anche il fratello di Tancredi, William Marchisus. Guibert di Nogent, esprimendo qualche dubbio sul fatto che abbia tutte le sue informazioni corrette, dice che Tancredi era il figlio di un certo marchese, accompagnato suo zio Boemondo alla prima crociata, e che suo fratello William accompagnava Ugo il Grande (“Tancredum marchionis cuiusdam ex Boemundi , nisi fallor, sorore filium; cuius frater cum Hugone magno praecesserat, cui Guillelmus erat vocabulum”). Ci sono altre fonti pertinenti all’identità del padre di Tancred, dal momento che menzionano la sua relazione con Boemondo attraverso la sorella di quest’ultima, Emma. Alberto di Aix, un contemporaneo, conferma che Tancredi era un figlio della sorella di Boemondo (“Tankradus sororis filius Boemundi”), ma non menziona né suo padre né suo fratello. Tuttavia, fa notare che Ruggero di Salerno era un “figlio della sorella di Tancredi” (“Rotgerum … filium sororis Tankradi”), che quindi doveva essere la moglie di Riccardo di Salerno. Marino Sanuto il Vecchio riporta che Tancredi era il “nipote di sua sorella” di Boemia (ex sorore nepos). Due fonti contraddicono il primo, facendo di Tancred un cugino e non un nipote di Boemondo, ma non nominare suo padre. La Gesta Francorum expugnantium Gerusalemme di Fulcher di Chartres lo chiama “cugino di Boemondo” (“Boiamundi cognatum”) e Jacques de Vitry si riferisce a “Boemia con suo cugino Tancred” (Boamundus cum Tancredo cognato ipsius). [3]. La prima biografia di Tancred, Rodolfo  de Caen in ‘Gesta Tancredi’ (‘Deeds of Tancred’), lo elogia come “il figlio più famoso di un lignaggio famoso, [avendo] genitori scelti il ​​margravio ed Emma” (clarae stirpis germen clarissimum, parentesi eximios marchisum habuit et Emmam” ). Tancredi era “il figlio di un padre non meno ignobile”, anche se questo padre non è stato nominato da Ralph e dalla maggior parte degli altri autori. In tutta la Gesta Ralph chiama ‘Tancred Marchisides’, usando il suffisso greco-ides, che significa “figlio di”, quindi “figlio del marchese”. Altrove riunisce Tancredi e Boemondo come Wiscardides (“figli / discendenti di Guiscard”), anche se crede che Emma sia stata una sorella e non una figlia di Robert Guiscard. Aggiunge anche come fratello, Robert, “i Guiscardidi, Tancredi e suo fratello William e Robert” (‘Wiscardidas, Tancredum et fratres Willelmum Robertumque’). L’unica fonte per dare al padre di Tancredi il nome Odo è Orderico Vitale, che, come Rodolfo di Caen, crede che sia un cognato e non un genero di Guiscardo. In un passo, scrive che, vedendo arrivare la sua fine, “il magnanimo Robert [Guiscard], duca, conte, ecc., Chiamò attorno a sé Odo il Bene, il marchese, [il marito] di sua sorella e altri parenti e nobili. Quando Orderico elenca in seguito i crociati del 1096, menziona “Tancredi, figlio del marchese Odo il Buono” (‘Tancredum, Odonis Boni marchisi filium’). L’erudizione conosciuta di Orderico e la sua contemporaneità con Tancredi rendono la sua testimonianza la migliore disponibile sulla paternità di quest’ultimo. Solo sulla questione della moglie di Odo, Emma, ​​l’Orderico sembra sbagliato. Dal momento che Tancredi e suo fratello William erano entrambi giovani ai tempi della prima crociata, è improbabile che la loro madre potesse essere figlia dell’omonimo Tancredi, Tancredi di Hauteville (d’Altavilla). 

Il Gatta (18), sulla Famiglia Marchese a Camerota

Gatta sulla familgia Marchese.PNG(Fig. 5) Gatta (18), sulla famiglia ‘Marchese’ a Camerota

Una altra interessante notizia che riguarda l”Odo Marchisii’, citato nell’antica pergamena (7), pubblicata dal Trinchera (3), la leggiamo dal Gatta (18) che, nelle sue ‘Memorie ecc..’, a p. 292, forse sulla scorta del manoscritto inedito del Mannelli (21), parlando di Camerota, così scriveva: “Questa Terra con titolo di Marchesato, si possiede dalla Famiglia Marchese, non men Nobile, ed Illustre, che antica, come quella che trae l’origine da’ Principi Normanni, (a), dalla qual generosa prosapia, ne son sorti uomini, non sol nella condotta delle armi, che per letteratura: fra’ militari fu celebre Tancredi, figlio di Giovanni Marchese, per le prodezze praticate nella Guerra Sacra, (b) nè fu minore nella vita militare Astone Marchese, che sconfisse nella Puglia una schiera di 4000 Saraceni; e nei tempi più bassi, sotto l’Austriaco dominio, han fiorito pure nelle armi Domizio, Ottavio, ed Orazio primo Marchese di Camerota.”Poi il Gatta, disserta su un’opera di poesia e la laude al Duca Annibale Marchese, ‘Tragedie Cristiane’ (a). Il Gatta (18), dunque, fornisce delle notizie certe sull’origine dell ‘Odo Marchisii’ e, sulla presenza di questa importante Famiglia Normanna nel ‘basso Cilento’, nel primo decennio dell’anno mille. Nella sua nota (a) al testo, il Gatta (18), scrive che le notizie sono state tratte da: “Nel Registro della Regia Zecca di Napoli” forse i Registri conservati in seguito nell’Archivio Regio di Stato di Napoli e, pubblicati dal Trinchera (3), o forse si riferiva al ‘Catalogus Baronum’, compilato nel 1185, ai tempi della Crociata di re Guglielmo II detto il Buono. Nel ‘Catalogus baronum’, pubblicato dalla Jamison (…), , alla voce ‘Bonalbergo’, troviamo “Robertus comes de Bono Herbergo, Bonialberghi, 806-807; v. etiam 344-349”. Sempre nel ‘Catalogus baronum’, pubblicato dalla Jamison (…), troviamo un “‘Marchisius’, v. Guillelmus; Hugo; Johannes; Manfridus”.  L’altra notizia su Tancredi ‘Marchese’ che si reca alla prima crociata, è dal Gatta tratta (vedi nota (b)) dalla ‘Guerra Santa’, un’opera dell’dell’Arcivescovo di Tiro (28). Il Gatta (18), sulla scorta di un’altro cronista dell’epoca, Guglielmo Arcivescovo di Tiro, Historia della Guerra Sacra di Gerusalemme (28), scrive che Tancredi (Principe di Galilea), era figlio di Giovanni Marchese”. Il Gatta, quindi, lo chiama Giovanni Marchese e non ‘Odo Marchisi’. Il Volpe (16), parlando dell’origine di Camerota, cita le notizie riportate dal Gatta, ma lo confuta e aggiunge che alcuni credevano che essa “essa fosse accresciuta dagli abitatori scampati dalla depredata Melfe”, facendo la similitudine con il promontorio della ‘Molpa’ o ‘Melpe’. In effetti, questa remota ipotesi andrebbe ulteriormente indagata in quanto esiste un collegamento con la città lucana di Melfi, in quanto,  la suocera di Oddone Bonmarchis (o Giovanni Marchisio come lo chiama il Gatta), Alberada di Buonalbergo (nonna di Tancredi), dopo essere stata ripudiata dal Guiscardo, si fece in disparte e, si ritirò sulla rocca di Melfi. E con questa notizia storica, arretriamo di qualche secolo le notizie che riguardano alcuni centri come Camerota. Infatti, l’Ebner (11), a proposito di Camerota, traendo notizie dal ‘Catalogus’, non cita affatto la notizia riferitaci dal Gatta (15) ma, parlando di Licusati nel vol. I (p. 120), scrive: Vanno ricordati pure gli atti di violenza contro il feudatario Marchese verificatisi a Camerota (v.), il 23 Luglio 1647 e il 24, quando peggiorarono per il “romore, tumulto, risse, homicidi et precipue, la morte successe in persona di Giovanni Battista di Rutolo del casale di Licusati.”. L’Ebner (11), ci parla di “e dodici per il demanium suum Florio di Camerota (n. 454), da cui eredi, l’abbate Cavense Marino acquistò Stabiano nel 1168 e l’abate Benincasa nel 1172 ben nove feudi.”, anni quelli indicati che riguardano la dominazione Normanna ma molto dopo la morte del Guiscardo e, prima della conquista Sveva. Nel Catalogus baronum sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. L’Alfano (32), parlando di Licusati, scriveva: “feudo dei marchesi dei Marchese di Camerota.”. 

I Marchisio ed i Florio nei regesti dei documenti della Certosa di Padula (…)

Lo studioso Carmine Carlone (…), pubblicò nel 1969, una serie di documenti provenienti dagli Archivi Cavensi ma appartenenti alla Cerosa di San Lorenzo di Padula, dove si trovano citati i Marchisio ed i Florio. Per lo più documenti di epoca angioina al tempo di Re Roberto d’Angiò o di Luigi II d’Angiò. In questi documenti, vengono citati: 1 – Marchisio di Catania: doc. n. 959, anno 1391, p. 357; 2 –  Marchisio di Caterina: doc. n. 223, anno 1330, p. 95; 3 – Marchisio di Sirange: doc. n. 436, anno 1352, p. 173-174; 4- Marchisio Matteo: doc. n. 302, anno 1339 (1338), p. 124; 5- Marchisio Nicola: doc. n. 559, anno 1362, p. 211.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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(2) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323. Il Cappelli, nelle sue note a p. 345, dice: nota (20): Di Luccia P.P., op. cit., pp. 8; 3 (5.  Il Cappelli, nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Riguardo il Monastero di S. Elia, citato dal Robinson (…), abbiamo visto che viene citato in un testo di Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190 (…). Rodotà, scrive: “S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”. Il Cappelli, nella la nota (21) dice: Trinchera F. (3), p. 80; poi alla nota (22), il Cappelli, scrive: “Laudisio N.M. (9), p. 73.”.

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(3) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli eccc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..

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(4) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 (Archivio Storico Attanasio), si veda pure la ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Gal-zerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880.

(5) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (8) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(6) Natella P. Peduto P., Pixus – Policastro, estratto da ‘Universo’, rivista di I.G.M., Anno  LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512.

(7) (Fig. 1-2-3) Settembre 1097 (XII secolo) – “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cy-riacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.”. Il documento è stato citato dal Cappelli (2), p. 323 (vedi note 21 e 22) e, pubblicato dal Trinchera F., op. cit. (3), pp. 80-81-82. Il Trinchera (3), trae l’antico documento da: “ex membrana Archivi Neapolitani – n.° 8″. Il Trinchera (3), nella sua nota al testo, a p. XXV, parlando del documento ““Membrana LXIV. Quoniam Odonis Marchisii mentio habetur in membrana anni 1126 a nobis edita sub num. XC-VIII, in qua Sichelgaita vidua digitur eiusdem Odonis, atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subscriptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.”, e alla nota (3) dice: Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco, Documenti pag. XVIII.”. L’antico documento membranaceo è scritto in greco ed è stato tradotto in latino dal Trinchera. Riguardo l’origine dell’antica pergamena (membrana), del 1079, pubblicata dal Trinchera (3), si veda lo stesso Trinchera: ‘Archivi Napoletani, relazione per il Ministro della Pubblica Istruzione’, Napoli, Stamperia del Fibreno, 1872, pp. 241, Tav. VI, “pergamenne latine de’ monasteri soppressi”, conservati nella Sezione Diplomatica dell’Archivio di Stato di Napoli, all’epoca del Trinchera e pubblicati in 6 vol. in “Regii Neapolitani Archivi monumenta edita ac illustrata 1845-1861”. Recentemente abbiamo chiesto all’Archivio di Stato di Napoli, la fotoriproduzione del documento ed abbiamo appreso la triste notizia (sic!) dal dott. Fernando Salemme dell’ASN che ci rispondeva : “Gentile Professore, Il fondo Pergamene Greche, originali tratti effettivamente dagli archivi di Cava, Montecassino e Montevergine, un tempo sezioni del nostro Istituto, era composto da 326 volumi con documenti dall’anno 885 all’anno 1304: il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andata distrutta, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera, in accordo col progetto di pubblicare integralmente i documenti anteriori alla Monarchia Normanna: in questo modo la distruzione del fondo avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, per le notisime vicende dell’incendio della villa di San Paolo Belsito, ci ha lasciato almeno la conoscenza del testo ma pochissime immagini pubblicate in appendice all’opera stessa. Di questo importantissimo fondo per la storia medievale dell’Italia Meridionale restano nel nostro Museo alcuni repertori antichi: – Museo 99 C 49 – Regesti dei Voll. 3-7 delle pergamene anteriore alla monarchia.”

(8) Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Si veda pure: Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 e pure: Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(9) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos hi- storico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 73.

(10) “Restaurazione della Diocesi di Policastro, centri che la costituiscono, confini, beni.“, è stato citato da Ebner (11), che lo colloca come ( a. 166 /67); Si veda pure: Keher P.F., Re-gesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 ( rist.), pp. 371-372. Il documento, viene citato anche dal Laudisio (9). Nel 1976, lo storico Gian Galeazzo Visconti (9), pubblicò uno studio del Vescovo di Policastro, Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, pubblicato nel 1831. Il Visconti, nella sua pre-fazione alla ‘Sinossi’ del Laudisio, dice che il Laudisio, riferisce di alcune interessanti no-tizie storiche e toponomastiche sulla Diocesi di Buxentum (Policastro) e, aggiunge che il manoscritto del Laudisio (9), contiene la ‘Bolla di Alfano’, datata 1079: “Restaurazione del-la Diocesi di Policastro, centri che la costituiscono, confini, beni.“. Infatti, il Laudisio (9), parlando della Diocesi nella sua ‘Synopsi’, dice: “Non appena il monaco benedettino Pietro Pappacarbone fu consacrato vescovo di Policastro, l’Arcivescovo che lo aveva consacrato si diede subito cura di rendere noto…”.

(11) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, per Camerota si veda, vol. I, pp. 581. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo le famiglie di Camerota, si veda p. 239, tomo I. Riguardo la famiglia ‘Marchese’ di Camerota, si veda: vol. I, p. 120; si veda pure dello stesso autore: ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 195. Riguardo la notizia del Malaterra (…), su Policastro in epoca Normanna si veda p. 537. Si veda pure: Hirsh – Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002.

(12) Robinson Getrude, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, I. History, Orientalia Christiana, vol. XI.5, num. 44, Rome, 1928. II. Cartulary, Orientalia Christiana, stà in “Orientalia cristiana”, (1929) Roma, vol. XV-2, n. 53, p. 195, e poi anche: II-ii Cartulary, Orientalia Christiana, vol. XIX.1, num. 62, Roma, 1930, è citato dal Cappelli (2), che nella sua nota (21) a p. 345, dice che secondo il Robinson: “La famiglia Marchese, fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Secondo il Cappelli (…) e la Falkenhausen (…), ci parla del Monastero di Carbone e delle donazioni della famiglia ‘Marchese’. Il Cappelli (…), nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Robinson Gertrude  1930: G. Robinson, Some Cave Chapels of Southern Italy, dans Journal of Hellenic Studies, 50-2, 1930, p. 186-209. DOI : 10.2307/626810. Il ventesimo secolo è rappresentato per la prima volta da Gertrude Robinson. Questo grecista britannico ha dato Orientalia Christiana Analecta, in tre consegne nel 1928, 1929 e 1930, la sua storia e cartulario del monastero greco di Sant’Elia e S. Anastasio di Carbone (92) (introduzione storica I, II e II atti -2, un quarto volume doveva seguire). In primo luogo, ripercorre la storia dell’abbazia e dei suoi archivi prima di dare un’edizione di 56 atti greci (tutti), 14 atti latini (o traduzioni latine di atti greci) e due atti bilingue: uno William II archimandritat creazione (n XLVI), l’altra Costanza (n LXVI), per un totale di 72 atti (93), tutte prese dall’Archivio Doria Pamphili e prima del 1200, mentre Holtzmann stima che, combinando le varie fonti preservate, si raggiungerebbero cento atti per lo stesso periodo. Aggiungiamo che anche i documenti latini del tardo Medioevo (che a volte contengono atti più vecchi inseriti) sono numerosi. I rimproveri che possono essere fatti all’edizione di Gertrude Robinson sono evidenti: questo ellenista non aveva chiaramente ricevuto addestramento in diplomazia o storia; lascia le abbreviazioni non risolte; le sue letture di latino non sono sicure; la sua edizione non soddisfa assolutamente i criteri scientifici del XX secolo; infine, ha preso in considerazione solo gli atti conservati presso l’Archivio Doria Pamphili. Tuttavia, ha avuto il merito di far emergere questa collezione ricca e originale, l’unica veramente bilingue conservata e che consente di utilizzarla entro certi limiti. Gertrude Robinson afferma di aver visto, grazie al Dott. Barletta di San Chirico [Raparo], una platea del monastero di Carbone, quindi in possesso di un avvocato De Nigris, amico di Barletta (94). In Fonseca-Lerra (65), 1994, troviamo la fotografia della prima pagina di una “regia platea” del 1741. Secondo Gertrude Robinson (Robinson 1928-1930, I, 313), negli anni 1540, l’abate commendatario Ferdinando Ruggieri (1540-1542) aveva presentato a Napoli gli atti di Boemondo II, Riccardo il Siniscalco, Alessandro e Riccardo da Chiaromonte, rinvenuti presso la Certosa di Padula e tradotto in latino, su sua richiesta, dai napoletani Giampaolo Vernalione e Vittorio Tarentino.

(13) Giosuè Musca, Mezzogiorno Normanno-Svevo e le Crociate, ed. Dedalo, Hoepli, p. 233

(14) Malaterra G., De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscar- di ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. 

(15) Del Giudice, Codice diplomatico del Regno di Carlo I e II D’Angiò, collezioni di leggi statuti e privilegi dal 1265 al 1309, raccolti annotati e pubblicati da Del Guidice, Stamperia della R. Università, Napoli, 1863, Vol. I, p. II.

(16) Volpe G., Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, p. 117. Si veda pure p. 132 e p. 137, dove il Volpe parla del Porto di Sapri; riguardo invece le sue congetture intorno all’origine di Camerota, si veda p. 122; Si veda pure: De Giorgi C., Da Salerno al Cilento, ed. Cellini, Firenze, 1882, ristampa anastatica ed. Galzerano, Casal velino scalo, 1995.

(17) Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Co-lumnum) da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli, op. cit. (16), p. 136 nota (c).

(18) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., o- pera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie…, op. cit., p. 292-293.

(19) Acocella N., Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI), stà in Rassegna storica Salernitana, Anno XXIII,  Salerno, 1963, parte II, p. 6.

(20) Troyli Placido Abate, Istoria Generale del Reame di Napoli, Napoli, 1747, tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135. 

(21) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, inedito conservato nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, 1891, pag. 153. Il mano-scritto del Mannelli viene citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’, op. cit. , p. 486, e dice: “Lucania sconosciuta, ms in Biblioteca Nazionale di Napoli, XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Arturo Didier, scriveva in proposito: ” la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un illustre dianese, Luca Mandelli, monaco agostiniano. Egli, grande erudito, iniziò a descrivere il territorio lucano incominciando dai paesi costieri, poi si inoltrò nelle zone interne fino a raggiungere il Vallo di Diano, dove riuscì a descrivere, via via, la Valle, Polla, Atena e Diano. Finito di scrivere il profilo storico del suo paese natale, il Mandelli morì nel 1672. La sua opera, “Lucania sconosciuta”, rimasta incompiuta, è conservata manoscritta (oltre seicento fogli vergati con una scrittura fitta e non sempre chiara e leggibile) nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Io ho avuto l’onore e il piacere di trascriverne tutta la parte riguardante il Vallo di Diano e pubblicarla nel mio libro “Diano, città antica e nobile”, nel 1997.”Di Luca Mandelli ne parla Vittorio Bracco, ‘Padula’, ed. Cantelmi, Salerno, 1976, nel libro – che mi fu donato da Gerardo Ritorto – a p. 520 e 521, nelle sue note dice che si era imbattuto nel manoscritto e che “la vera grafia del cognome era Mandelli, che è quella segnata nel catalogo dei manoscritti della Biblioteca Nazionale di Napoli, dove l’opera è conservata e che abbiamo creduto di voler ripristinare”. Poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, La Lucania, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit. dice nella sua nota 59 a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Si veda pure: Costantino Gatta, La Lucania illustrata, Napoli, Antonio Abri, 1723. Frammenti del manoscritto intitolato la ‘Lucania sconosciuta’ del P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine è conservato Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Gaetani Rocco, L’antica Bussento oggi Policastro Bussentino e la sua prima sede episcopale: studio storico critico del sacerdote Rocco Gaetani, Roma, ed. A. Befani, 1882. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Strazzullo Franco, La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976. Lo Strazzullo, a p. 294, ci parla del testo di Padiglione C., La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Martino in Na-poli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati, Napoli, 1876, che a pag. 261-263, riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dello Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine (21) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio, nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane” Sempre il Ludisio, nelle sua nota 36, afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”.

(22) Giustiniani L., Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, p. 226, cita alcune notizie su Policastro tratte dal manoscritto del marchese di S. Giovanni, alla sua nota (4) dice: fol. 121 e, alla nota (5), cita Goffredo Malaterra (14): lib. 2.

(23) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, part. I, p. 139.

(24) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 8.

(25) Brancaccio G., Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda: 1- Il libro del Re Ruggero di al-Idrisi, cap. 4, p. 79; Per il Libro di Re Ruggero di al-Idrisi si veda: Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition; si veda anche: Edrisi, Il Libro di Ruggero, nella traduzione di U. Rizzitano, ed. Flaccovio, Palermo, 1994, pp. 91-92; si veda pure il testo del francese Jaubert nel 1840, che si basò su diversi manoscritti del Libro di Re Ruggero, ha fatto una mirabile traduzione del testo scritto in arabo; si veda pure: Santagati L., La Sicilia di al-Idrisi ne il Libro di Re Ruggero, ed. Salvatore Sciascia, Caltanisetta, 2010.

(26) Capalbi Vito, Sugli archivi delle due Calabrie ulteriori, rapido cenno, Napoli, Tipografia di Porcelli, 1845, introduzione e p. 6 e s.

(27) Tromby Benedetto, Storia critica cronologica diplomatica del Patriarca di S. Brunone e del suo Ordine Cartusiano, Napoli, presso Vincenzo Orsino, 1877, Tomo VII.  

(28) Caffi A., Santi guerrieri di Bisanzio nell’Italia meridionale, app. a P. Orsi, le chiese basiliane nella Calabria, Firenze, 1929, p. 295.

(29) Riguardo l’origine della famiglia Marchisio, si veda: Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, p. 292-293. Per l’origine dei Marchisio, si veda pure l’opera di Raoul di Caen o Jumiegès. Caen Rodolfo (Raoul de Caen), cronista dell’epoca Normanna, autore dell’opera: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’, nota fino ad ora come «Gesta Tancredi in Expeditione Hierosolymitana»; si veda pure: Camillo Minieri-Riccio, Studi storici sui fascicoli Angioini dell’Archivio della Regia Zecca di Napoli, Napoli, ed. Detken, 1863; si veda pure: Alfano N.M., op. cit. (32) e Ebner P., op. cit. (11). Per l’origine dei Marchisio, si veda pure: Guglielmo Arcivescovo di Tiro ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562, dove si può leggere dell’origine della famiglia Marchisio e di Tancredi figlio di Emma e di OdoLo storico Luigi Russo (…), dunque, alla sua nota (29), di un suo saggio su Tancredi d’Altavilla, figlio di Emma e di Odo Marchisio, postillava che: “Sui genitori di Tancredi vedi E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”.

(29) De Blasiis G., L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI, Napoli,  ed. A. Dekten, 1873, vol. III, cap. II, p. 54.

(30) Barile N. L., La figlia del re di Francia e il principe normanno. Il matrimonio di Costanza e Boemondo d’Altavilla, stà in ‘Con animo virile‘, a cura di Patrizia Mainoni, ed. Viella, Roma, 2010, p. 85 e s.

(31) Orderico da Vitale (Ordonis Vitalis), Historia Ecclesiastica.  Orderico Vitale (Atcham, 16 febbraio 1075 – Saint-Evroult, 1142) è stato un monaco cristiano, storico e cronista inglese, tra i più importanti storiografi della sua epoca. La Historia ecclesiastica è la sua opera principale, alla quale ha lavorato dal 1114 al 1142, è composta da 13 libri. Oderici Vitalis o Oderico Vitale, Oderico Vitalis o Oderico Vitale, ‘The Gesta Normannorum Ducum of William of Jumièges’, Orderic Vitalis o Vitale and Robert of Torigni, edited and translated by Elisabeth M. C. Van Houts, Clarendon Press, Oxford, 1995.

(32) Alfano N. M., Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli, ed. Vincenzo Manfredi, 1795, p…

Jamison, Cataloggo dei baroni

(33) Jamison Evelyn M., Additional Work on the Catalogus baronum, Bollettino dell’Istituto Storico Italiano, LXXXIII, 1971, pp. 1–63, oppure (a cura di ), Catalogus Baronum (Fonti per la Storia d’Italia, 101), Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma, 1972,  n. 492 (Archivio Storico Attanasio). Lo storico Luigi Russo (…), dunque, alla sua nota (29), di un suo saggio su Tancredi d’Altavilla, figlio di Emma e di Odo Marchisio, postillava che: “Sui genitori di Tancredi vedi E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”. (Archivio Storico Attanasio)

(34) Jamison Evelyn M. – Ady C.M. – Vernon K.D. – Sanford C., Italy medieval and modern a histori, ed. Clarendon, Oxford, 1019, p…..(Archivio Storico Attanasio).

(35) Poma I., Sulla data della composizione originaria del Catalogus Baronum, Archivio Storico Siciliano XLVII, 1926/27, pp. 233–239.

(36) Raoul di Caen o Jumiegès. Caen Rodolfo (Raoul de Caen), cronista dell’epoca Normanna, autore dell’opera: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’, nota fino ad ora come «Gesta Tancredi in Expeditione Hierosolymitana». Per l’opera di Caen, si veda: Histoire de Tancrede, par Raoul de Caen, stà in: Guizot M., Collection des memoires relatifs a l’Historire de France – Notice sur Raoul de Caen et Robert Le Moine – Faits et gestes du Prince Tancrede, Paris., ed. Chez J. – L-J. Briere, 1825, p…..Caen è citato da alcuni studiosi tra cui il Musca (…); si veda The Gesta Normannorum Ducum of William of Jumièges, Orderic Vitalis and Robert of Torigni, edited and translated by Elisabeth M. C. Van Houts, Clarendon Press, Oxford, 1995. Per il manoscritto del Caen, si veda: Radulphi Cadomensis, Tancredus, a cura di E. D’Angelo, 2011, stà in ‘Corpus Christianorum Continuatio Mediaevalis’, oppure si veda Edmond Martène (…), che nel 1717, pubblicò l’antico manoscritto ritrovato nel 1716, in un antico monastero francese.

(37) Capecelatro F., Diario, I, Napoli, 1850, p….

(38) Lubin A., Abbatiarum Italiae brevis notitia, Roma, 1693, p…..

(39) Pertusi Agostino, Aspetti organizzativi e culturali dell’ambiente monacale greco dell’Italia meridionale, in ‘L’eremitismo in Occidente nei secoli XI e XII’, in Atti della seconda Settimana Internazionale di studio (Mendola 30 Agosto- 6 settembre 1962), Milano, 1963, pp. 383-417.

(40) Rodotà Pietro Pompilio, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma, ed. Salomoni, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, e poi anche 1763 (Archivio Storico Attanasio), ci parla nel suo capitolo dedicato al Monastero di S. Maria di Grottaferrata e ‘Dei Monasteri nel Reame di Napoli’, ci parla di S. Nilo e del Monastero di S. Elia. Secondo il Cappelli (…), che lo cita, nella sua nota (21) a p. 345, trae notizie dal Robinson (…), riguardo il Monastero di S. Elia, che cita il testo di Rodotà. Rodotà, scrive: “S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”

Santoro P.E.,

(41) Santoro Paolo Emilio, Historia Monasteri Carbonensis, Ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601, che racconta la storia del Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ). Del Monastero di S. Elia a Carbone (PZ), ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. E’ molto raro. Infatti, per la sua traduzione al latino all’italiano, Marcello Spena, scrive che: “Così rara che si conviene solamente nella Biblioteca Brancacciana di S. Angelo a Nilo a Napoli, d’onde ne abbiamo ritratto una copia manoscritta.”. Interessantissima la ricostruzione storica che fa il Santoro, che possiamo leggere nella traduzione di Marcello Spena (42), parlando della storia del Monastero del Carbone, ci narra di S. Nilo da Rossano e di S. Luca e di S. Bartolomeo da Rossano, poi ci parla dei Normanni, del Guiscardo ecc..

(42) Spena Marcello, Paolo Emilio Santoro, Storia del Monastero di Carbone dell’Ordine di S. Basilio, Napoli, 1831, ma questa II edizione, ed. Pellizzone, 1859 (Archivio Storico Attanasio da Google libri), che parla del Monastero del Carbone. Del Monastero di S. Elia in Carbone, ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. L’esemplare del Santoro (…), è molto raro. Infatti, per la sua traduzione al latino all’italiano, Marcello Spena, scrive che: “Così rara che si conviene solamente nella Biblioteca Brancacciana di S. Angelo a Nilo a Napoli, d’onde ne abbiamo ritratto una copia manoscritta.”.

(43) Il Trinchera (…), citava una causa intentata dallo Studio Legale dei Vargas-Macciuccea. Il Trinchera (…), scriveva che l’antico privilegio del 1097, provenisse dall’Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco”, scriveva: “…atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subs-criptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.”. Di ‘Vargas-Macciuccea’, ne parla il testo ‘Biografia universale antica e moderna’, Venezia, 1827, vol. XXXIV, che a p. 219, scrive: “L’avvocato Duca de Vargas Machuca, Marchese … X. 1708, Avvocato fiscale dell’Udienza della Calabria Ultra con Privilegio dato a…che, nel 1749, passò alla carica di Presidente della Regia Camera della Sommaria e, che nel Luglio del 1752, fu promosso a quello dell’avvocato fiscale del Real Patrimonio, dove in una causa, fu costretto a confutare alcune carte, che i Certosini di S. Stefano del Bosco in loro favore vantavano. che, pubblicò “Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco”, Napoli, stamperia Simoniana, 1765. Infatti, nella Causa fiscale in questione, il ‘Vargas-Macciuccea’, esaminò e relazionò sul grande patrimonio di alcuni Monasteri poi in seguito soppressi (vedi nota sui Vargas-Macciuccea). Tra questi antichissimi privilegi, vi era anche l’antica pergamena (85), pubblicata dal Trinchera (84). L’antica pergamena del 1079, si trovava in una Certosa in Calabria, la Certosa di S. Stefano del Bosco in Calabria. La certosa di Serra San Bruno (anche Certosa dei Santi Stefano e Bruno) è un monastero certosino situato vicino all’omonima cittadina inprovincia di Vibo Valenzia. Nel 2003, Francesco Volpe, nel pubblicare un manoscritto inedito di Francesco Antonio Ventimiglia, un antico manoscritto apocrifo dell’erudito di Vatolla. Il manoscritto, “Cilento illustrato”, è uno dei documenti posseduti dallo stesso Volpe, in quanto lui stesso scrive, consegnato alla sua moglie dai due eredi dei Ventimiglia di Vatolla, e che per questo si salvò dalla scomparsa prima della morte dei due eredi di famiglia Ventimiglia. Il Volpe (…), scrive che a Vatolla, la famiglia Ventimiglia, aveva allestito una ricca ed opulenta biblioteca ed in particolare un copioso archivio di antichissime pergamene e privilegi. La ricca biblioteca privata dei Ventimiglia di Vatolla, fu studiata ed esaminata anche Matteo Mazziotti e  da Pietro Ebner che spesso la frequentava. Il Volpe, a proposito dei Vargas-Macciuccea, scriveva in proposito: “La biblioteca di famiglia, che si era già costituita con un primo nucleo proveniente dal vicino convento francescano e che poi, proprio con Francesco Antonio, acquisì il vastissimo fondo dei Vargas Macciucca, che allora tenevano il feudo di Vatolla col munifico marchese Francesco. Questi testi figurano oggi nella biblioteca Ventimiglia della nostra Università e su taluni si può ancora rilevare qualche chiosa annotata da Francesco Antonio.”. Dunque, sui Vargas-Macciucca, il Volpe, dice che i Ventimiglia di Vatolla nel 1700, acquisirono il vasto fondo di carte e che oggi questo fondo di carte, si trova all’Università di Salerno. Infatti, il Volpe, scrive che: “Dopo la morte di Francesco Antonio, i suoi discendenti conservarono in ogni generazione la sua passione bibliofila, continuando ad ampliare la raccolta con testi pregiati, fino a portarla a consistenza dei settemila volumi donati all’Università di Salerno nel 1973.”Il duca TOMMASO Vargas Macciucca, marchese di Vatolla, Cavaliere Gerosolimitano, Grande di Spagna, Regio Consigliere, Giudice della Gran Corte della Vicaria, nel 1777 divenne confratello dell’ Augustissima Compagnia della Disciplina della Santa Croce, prima arciconfraternita laicale sorta a Napoli nel 1290 con il silenzioso auspicio del Pontefice Nicolò III, al secolo Giovanni Gaetano Orsini (1216 † 1280), ricordato anche da Dante (Inferno, XIX, 70-72).

Vargas-Macciucca

(44) Vargas-Macciucca, Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco, Napoli, stamperia Simoniana, 1765.

(45) Sulla Certosa di S. Bruno, prima Monastero di S. Stefano del Bosco, si veda pure l’inedito ‘Martyrologium Cartusianum singulis mensibus iuxta calendarii formam accomodatum’, tradito nel ms. cartaceo Brancacciano II C 11 (Biblioteca Nazionale di Napoli), opera di Camillo Tutini (1594-1667) a cura di Pietro De Leo per i tipi di Rubbettino, ristampa anastatica – 2008, opera strettamente connesso al Martirologio della Certosa di Santo Stefano del Bosco. Tutini, è un erudito la cui esperienza personale nella Certosa di San Martino a Napoli, legata a quella di Serra San Bruno in Calabria, dove riposano le spoglie del Santo fondatore, l’avevano spinto ad approfondire la storia di quell’ordine eremitico, del quale sembra aver fatto parte in gioventù, inserendo anche una breve cronaca del monastero calabrese nel ‘Prospectyus historiae ordinis Carthusiani. Additum est Breue chronicon Monasterij S. Stephani de Nemore eiusdem ordinis. Nec non series Carthusiarum per orbem…….Noi crediamo che l’origine del nostro documento fosse diversa. Secondo la nota (21) al testo del Cappelli (…), si trattava dell’antichissimo Monastero basiliano di S. Elia e Anastasio di Carbone.

(46) Guglielmo Arcivescovo di Tiro ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562, dove si può leggere dell’origine della famiglia Marchisio e di Tancredi figlio di Emma e di Odo.

(47) Sul Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ), ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “nel mandamento di Latronico dal quale è lontano 12 chm. nel circondario di Lagonegro. Vera in origine solo il Monastero di S. Elia dell’ordine di S. Basilio, edificato nella seconda metà del VI secolo come si ha dal Santoro che ne descrive la storia,……, poichè (la sua terra) il detto monastero l’ebbe in feudo dai principi Normanni, e sono annoverati nel registro del 1178 due baroni, Giovanni e Riccardo di Carbone. L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. Come vediamo dal Rodotà (…), tra i benefattori del Monastero di S. Anastasi e S. Elia del Carbone in Provincia di Potenza, vi era anche ‘Hugo Marchesius’, che il Santoro (…), cita a p. 8. Noi crediamo che l’origine del nostro documento fosse diversa. Secondo la nota (21) al testo del Cappelli (…), si trattava dell’antichissimo Monastero basiliano di S. Elia e Anastasio a Carbone (PZ). Riguardo questo antichissimo monastero, ha scritto il Rodotà P. P. (40), Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma, ed. Salomoni, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, e poi anche 1763, ci parla nel suo capitolo dedicato al Monastero di S. Maria di Grottaferrata e ‘Dei Monasteri nel Reame di Napoli’, ci parla di S. Nilo e del Monastero di S. Elia. Secondo il Cappelli (…), che lo cita, nella sua nota (21) a p. 345, trae notizie dal Robinson (…), riguardo il Monastero di S. Elia, che cita il testo di Rodotà. Rodotà, scrive: S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”Moltissimi dei documenti d’epoca Normanna, molti dei quali erano pergamene membranacee e redatte con scrittura in greco, erano documenti provenienti da monasteri basiliani o di antica fondazione. Molti di questi documenti, come alcuni di quelli che abbiamo citato in quanto riguardano il personaggio Normanno ‘Odo Marchisio’, erano privilegi compilati per concessioni fatte al Monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (…), che dopo varie vicissitudini ed anche a seguito alla soppressione dei Monasteri del 1809, confluirono nell’Abazia di S. Maria di Grottaferrata presso Tuscolo, nel Lazio, che nel 1600, fu commendata dal Cardinale Bessarione, il quale incaricò alcuni suoi collaboratori di redigere quello che oggi viene comunemente chiamato “Regestum Bessariones”, che cita moltissimi di questi antichissimi documenti. Agli inizi del XVIII secolo, Pietro Menniti (…), su incarico del Bessarione, redisse il ‘Chronicon Carbonense’ e il ‘Bullarium Cryptense’, dove vennero trascritti moltissimi dei documenti posseduti dall’Abazia di Grottaferrata, provenienti dal monastero di Carbone (…). La storica Vera von Falkenhausen (49) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Gastone Breccia (…), in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch (…), scriveva che all’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (…), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. Scrive sempre il Breccia che il Menniti (…), utilizzò alcuni antichissimi manoscritti greci, provenienti dalla Badia di Grottaferrata a Tuscolo, per la redazione del ‘Bullarium Basilium’ all’inizio del XVIII secolo (2), come pure per le copie sciolte oggi all’Archivio di Stato di Roma (3)”. Il Breccia nelle sue singole note dalla (2) alla nota (6), dice: la nota (2): Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, vol. 32. Che il Menniti si sia servito sia dello Z. D. XII che del ms. 523 è provato dalle note apposte in margine al suo ‘Bullarium Cryptense’”. Riguardo l’opera del Bessarione e del Menniti (…), si veda il testo di  Pera (…) ‘Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae’. Per gli antichi documenti del monastero di Carbone (PZ), si vedano pre gli studi  di Enrica Follieri (…). Recentemente, Adele Di Lorenzo, Jean-Marie Martin et Annick Peters-Custot, hanno scritto sul Monastero di Carbone (PZ), che: Le monastère grec de St-Élie et St-Anastase de Carbone a été fondé à la fin du Xe siècle lorsque des moines grecs venus de Calabre se sont installés en Basilicate. Le roi Guillaume II fait en 1168 de son abbé l’archimandrite des monastères grecs de Basilicate. L’abbaye décline aux XIIIe et XIVe siècles, perd peu à peu son caractère grec, passe en 1474 sous le régime de la commende. Les abbés commendataires Giulio Antonio Santoro, Paolo Emilio Santoro et Giovanni Battista Pamphili, qui se succèdent de 1570 à 1644, puis l’abbé général des Basiliens Pietro Menniti à la fin du XVIIe siècle ont permis de conserver de nombreux documents, grecs et latins, du XIe siècle au début de l’époque moderne ; ces documents (originaux, copies, traductions) sont aujourd’hui dispersés entre l’Archivio Doria Pamphili (Rome), le fonds Basiliani de l’Archivio Segreto Vaticano, quelques autres fonds, ou conservés dans des éditions anciennes, notamment dans le livre de P. E. Santoro. La partie ancienne du fonds a été publiée en 1928-1930 par Gertrude Robinson, de façon peu satisfaisante ; Walther Holtzmann, puis Gastone Breccia en ont aussi édité des éléments. On se propose de donner une édition scientifique des actes grecs et latins de ce fonds bilingue, le plus important pour l’histoire de la Basilicate médiévale et du monachisme grec en Italie.”.

(48) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681

(49) von Falkenhause Vera, Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina, stà in “Il Monastero di S. Elia di Carbone e il suo territorio dal Medioevo all’età Moderna Nel millenario della morte di S. Luca Abate“, a cura di Cosimo Damiano Fonseca e Antonio Lerra, ed. Congedo, Università degli Studi della Basilicata, Potenza, 16, Atti e Memorie, ed. Congedo, Lavello (PZ), 1996, p. 61 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(50) Antonini Giuseppe, La Lucania, I Discorsi, I° ed. Benedetto Gessari, 1745, parte III, p. 490, si parla di Odo Marchisio e di suo figlio Tancredi.

(51) Russo Luigi, Tancredi e i Bizantini, sui Gesta Tancredi in Hexpeditione Hierosolymitana di Rodolfo di Caen,

(52) Martène Edmond, Gesta Tancredi auctore Radolfo Cadomensi eius familiari, stà in ‘Thsaurus novus anecdotorum’, Tomo III, Paris, 1717, p. 107.

(53) Menniti Pietro, Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. La storica Vera von Falkenhausen (49) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105 (Archivio Storico Attanasio). La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77.

(54) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A.(Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228 (Archivio Storico Attanasio).

(55) Pera L., Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, si veda p. 147 e s. e si veda p. 379 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(56) Follieri Enrica, ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997 (Archivio Storico Attanasio).

(57) Per quanto riguarda i documenti greci, provenienti da alcuni monasteri italo-greci come quello di Carbone, oggi sono sparpagliati tra l’Archivio Doria Pamphili, la collezione “Basiliani” dell’Archivio Segreto Vaticano e vecchie edizioni di documenti scomparsi oggi. Recentemente, Adele Di Lorenzo, Jean-Marie Martin et Annick Peters-Custot (…), hanno scritto sul Monastero di Carbone (PZ), un saggio il cui estratto si trova on-line. Essi scrivono che: “…molti documenti, greci e latini, dall’XI secolo all’inizio dei tempi moderni; questi documenti (originali, copie, traduzioni) sono ora sparsi tra l’Archivio Doria Pamphili (Roma), ecc..”. Il ventesimo secolo è rappresentato per la prima volta da Gertrude Robinson (…). Questo grecista britannico ha dato ‘Orientalia Christiana Analecta’, in tre consegne nel 1928, 1929 e 1930, la sua storia e cartulario del monastero greco di Sant’Elia e S. Anastasio di Carbone (…) (introduzione storica I, II e II atti -2, un quarto volume doveva seguire). In primo luogo, ripercorre la storia dell’abbazia e dei suoi archivi prima di dare un’edizione di 56 atti greci (tutti), 14 atti latini (o traduzioni latine di atti greci) e due atti bilingue: uno William II archimandritat creazione (n XLVI), l’altra Costanza (n LXVI), per un totale di 72 atti (…), tutte prese dall’Archivio Doria Pamphili e prima del 1200, mentre Holtzmann (…) stima che, combinando le varie fonti preservate, si raggiungerebbero cento atti per lo stesso periodo. L’Archivio Doria Pamphili, nos 53, 59, 61, 72, 76, 77, 84, 88, 89, 93, 95, 97, 99, 102, ed. Robinson 1928-1930, nos IV, X, XII, XXV, XXVII, XXVIII, XXXVI, IX, XL a, XLIV, XLIX, LII, LIV, LXIV. Alcuni documenti che riguardano il monastero di Carbone si trovano all’Archivio Doria Pamphili: fonfo ‘Basiliani 1, f° 86v.’ ed altri si trovano conservati nell’Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani, t. I. Robinson 1928-1930. La parola “cartulario” è usata impropriamente per descrivere il chartrier conservato presso l’Archivio Doria Pamphili. Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou. Si veda Holtzmann W. (65) nel 1956, Holtzmann Walther, Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone. Il Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti riprodotti. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…). 

(58) Holtzmann W., nel 1956, Holtzmann Walther, Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone; ha dovuto occuparsene con André Guillou (scuola francese di Roma) che si sarebbe occupato degli atti greci (…). Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou.

(59) Racioppi Giacomo, Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata, ed. Loesher, Roma, 1909, si veda ristampa anastatica ed. Deputazione di Storia Patria per la Lucania, Roma, 1970 (Archivio Storico Attanasio), vedi pp. 158-159

(…) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, Napoli, 1796

(…) Pietro Diacono (Roma, 1107/1110 – Montecassino, dopo il 1159) è stato un monaco cristiano, scrittore e bibliotecario italiano. La fama di Pietro Diacono dopo la sua morte non si diffuse oltre Montecassino, pur essendo stato egli impegnato in un’attività letteraria notevole sebbene spesso viziata da una fervida e sovrabbondante fantasia. Molte delle sue opere letterarie ed agiografiche sono conservate nei codici autografi Casinense 361 e 257 (Montecassino, Archivio dell’Abbazia) e nel Casinense 518, il cd. Registrum S. Placidi. La sua nota attività di falsificatore emerge in tre gruppi di opere che possono classificarsi come: Falsificazioni relative a san Placido (testi riguardanti la figura di san Placido, primo discepolo di san Benedetto), “Falsificazioni relative a Odone circa s. Mauro” (le interpolazioni operate sulla Translatio S. Mauri di Odone di Glanfeuil databile all’863, e le contraffazioni intorno ad una presunta dipendenza del monastero di Glanfeuil da Montecassino, recepita dall’antipapa Anacleto II nel 1133 e confermata da papa Eugenio III nel 1147); infine le “Falsificazioni relative ad Atina” (Vite di santi e testi storici sulla città del suo esilio). Pietro fu anche autore di trattati esegetici sulla Sacra Scrittura e sulla Regola di s. Benedetto: Scolia in diversis sententiis, Scolia in Quaestionibus Veteris Testamenti, Exortatorium ad monachos, Expositio in Regulam S. Benedicti. Se in quest’ultima opera egli mostra di dipendere abbondantemente da Smaragdo, nell’Exortatorium attinge piuttosto ad Ugo di San Vittore e Ildeberto di Lavardin. Nelle prime due invece la fonte è costituita da una versione latina delle Quaestiones ad Thalassium di Massimo il Confessore. Le due opere fondamentali che testimoniano la dimestichezza di Pietro con le fonti documentarie cassinesi sono: 1) la continuazione della Chronica sacri monasterii casinensis di Leone Ostiense, già proseguita alla morte di quest’ultimo da Guido fino al 1127, e poi dallo stesso Pietro Diacono condotta fino al 1138; 2) il cosiddetto Registrum Petri Diaconi (Reg. 3: Archivio dell’Abbazia di Montecassino), uno dei più famosi cartolari medioevali. Tra i due testi esiste una stretta correlazione nella quale appare come l’autore per la composizione del Registrum in larga parte abbia preso a modello la Chronica (Hoffmann, Chronik, infra). Un omaggio alla storia spirituale e letteraria di Montecassino sono poi rispettivamente l’Ortus et vita iustorum cenobii Casinensis e il Liber illustrium virorum archisterii Casinensis. Un altro profilo dell’attività letteraria di Pietro Diacono, che ne fa quasi un unicum nel panorama culturale del suo tempo e in certa misura un precursore dell’Umanesimo, è quello classicistico. Oltre alla Graphia aureae urbis Romae, la cui paternità gli è stata riconosciuta di recente da Herbert Bloch (Graphia, infra), Pietro Diacono trascrisse diverse opere che ci sono trasmesse grazie all’autografo codice Casinense 361 (il trattato De aquaeductu urbis Romae di Frontino, la sezione topografica su Roma del De lingua latina di Varrone, l’Epitome rei militaris di Vegezio) oppure in una sua copia tardo-quattrocentesca: Napoli, Bibl. Nazionale, IV D 22 bis (l’Itinerarium Antonini Augusti, brani tratti da Firmico Materno, un sunto da Solino, il Liber dignitatum Romani imperii). Egli inoltre, a parte un Liber de locis sanctis (Casin. 361), stando alla sua autobiografia, compose tra l’altro un compendio del De architectura di Vitruvio, lapidari, trattati sulle qualità magiche delle pietre. Ed ancora per volontà dell’abate Senioretto, in collaborazione con l’autore, emendò la “Visione” composta dal monaco cassinese Alberico da Settefrati. Una così abbondante produzione letteraria, nel momento stesso in cui declinava lo splendore irradiatosi da Montecassino quale centro di riforma della Chiesa nella seconda metà del secolo XI, sembra mossa da due obiettivi fondamentali: da una parte la celebrazione dell’abbazia cassinese e dall’altra l’acuto desiderio di tramandare la memoria di sé, della sua versatilità, di quella spiccata autocoscienza del suo ruolo di erede e trasmettitore delle memorie cassinesi, unita ad una quasi, e perciò esorbitante, identificazione con la lunga storia del suo monastero. Nell’insieme la sua figura è rappresentativa di un ancor vivo, seppur declinante, fervore culturale nella Montecassino del XII secolo: lettore vorace, erudito e poligrafo di grande rilievo, non sempre è considerato ugualmente attendibile. Herbert Bloch, uno dei massimi studiosi della storia del monastero cassinese, ha indicato le notizie sulla storia dei vescovi di Atina come un esempio tipico della sua “disinvoltura storiografica” e della sua attitudine a manipolare le fonti.

(…) Durante Paolino, Vita di Santa Sinforosa protettrice di San Chirico Raparo in Lucania, Napoli, 1883, pp. 144, 145 (Archivio Storico Attanasio),  che viene citato in ‘La Diocesi di Tursi-Anglona terra di incontro tra greci e latini’, in Atti del Convegno Internazionale di Studi promosso dall’Università di Basilicata sulla Diocesi di Tursi-Anglona, 1978.

Carlo Pisacane a Sapri e l’inizio dell’Unità d’Italia

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(Fig. 1) La statua bronzea  di Carlo Pisacane – opera dello scultore Gaetano Chiaromonte (Foto Archivio Attanasio)

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Lo studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri, oggi conservato negli Archivi del Comune, scrivevo anche sull’epopea dello sfortunato Carlo Pisacane e sulla sua impresa storica da cui è iniziata l’Unità d’Italia. Dello studio, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti, oggi, in occasione della rievocazione dello storico sbarco, volentieri pubblico ciò che scrissi nel 1987.

INCIPIT

Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a p. 53, in Apendice doc. XXIV, in proposito scriveva che: “Del resto Marsala riabilita Sapri, come Pisacane precorse Garibaldi. – I cui volontari piansero toccando, vincitori la spiaggia di Sapri e la terra di Sanza, che Pisacane ebbe cosparsa di sangue.”. E’ indubbio che l’eroica missione di Carlo Pisacane precorse quella dei “Mille” di Giuseppe Garibaldi. E’ per tale concetto e pensiero che ho deciso di scriverne quale titolo di questo mio saggio che a Sapri iniziò l’Unità d’Italia. Stesso concetto ripeteva il Racioppi che scrisse sulla scorta di documenti inediti e sul testo del Venosta (…). Infatti, il Racioppi, a p. 46, nella nota (1) postillava: “(1) Venosta, Pisacane e compagni, martiri a Sanza, Milano, 1863.”. Da Wikipedia leggo che la spedizione fallita ebbe in effetti il merito di riproporre all’opinione pubblica italiana la “questione napoletana”, la liberazione cioè del Mezzogiorno italiano dal malgoverno borbonico che il politico inglese William Ewart Gladstone definiva «negazione di Dio eretta a sistema di governo». Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Sulla storica spedizione, che aprì la strada a Garibaldi ed all’Unità d’Italia, etc…”.

Nell’8 luglio 1848, dopo l’eccidio del Carducci, il colonnello Recco con la nave ‘Tancredi’ da Napoli arriva a Sapri per salvare il prete Peluso ed il 9 luglio 1848 riparte per Napoli col Peluso

Il sacerdote Mario Vassaluzzo (….), nel suo “Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana”, a p. 201 e sulla scorta del Mazziotti (….) parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Il cadavere del Carducci fu trascinato nel ripiano detto ‘Jazzine’ e precipitato nel burrone scavato tra le due altissime rocce. Temendo una insurrezione popolare, dietro segnalazione del Peluso, il giorno 8 luglio, il colonnello Recco, proveniente da Napoli, a bordo del “Tancredi”, sbarcò a Sapri. Ma poichè tutto era apparentemente calmo, egli ne partì il giorno 9 in compagnia del Peluso.”. Le “Ricordanze” di Luigi Settembrini (….), ricordano il triste episodio e come il prete Peluso, responsabile di quell’orrendo delitto, fu protetto alla Corte di Ferdinando II di Borbone il quale, inviò a Sapri la nave militare Tancredi per salvare il Peluso e portarlo impunito a Napoli. In seguito, tutti quei personaggi che avevano attivamente partecipato al triste episodio, furono lautamente ricompensati dal Re, che talvolta concesse pensioni e ricompense in danaro (…).

Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: Il Prete Peluso, vecchio ‘calderaro’, partiggiano anzi sicario di casa Borbone, etc…”.

Nel 1848, la reazione borbonica e l’arresto del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109, sulla scorta del Cassese (….) proseguendo il suo racconto sul Gallotti ed i suoi figli scriveva pure che: Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa.”. Paolo Emilio Bilotti, nel suo “La Spedizione di Sapri – Da Genova a Sanza”, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Sapri, 22 settembre 1860. Lettera del sindaco di Sapri al Governatore della provincia di Salerno in merito all’adesione del comune al nuovo governo di Vittorio Emanuele (ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f.lo 5). La lettera è firmata, oltre che dal Sindaco, dal capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti. Vi è descritta la cerimonia che accompagnò l’adesione del comune di Sapri al nuovo regime: musica, spari, colpi di cannone e, nella chiesa illuminata a giorno, il canto del Te Deum in onore del nuovo sovrano, al quale fece seguito il discorso dell’avvocato Salvatore Gallotti, figlio del suddetto capitano, che terminò col grido di “Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Re d’Italia e viva Garibaldi”. La cerimonia si concluse con un lauto banchetto offerto dal capitano della Guardia Nazionale agli indigenti. E’ da ricordare che i figli di Giovanni Gallotti, in occasione della spedizione di Sapri, diedero ospitalità a Pisacane ed ai suoi compagni al Fortino, mentre il Gallotti stesso ed il figlio Salvatore, che avevano conosciuto il carcere della Vicaria dopo i moti del Quarantotto, fuggirono a Lagonegro. Giovanni Gallotti, nel 1852, aveva riportato la condanna a venti anni di carcere per reati politici, che fu per grazia sovrana ridotta prima a dieci anni e poi del tutto condonata. La fuga a Lagonegro, tuttavia, non valse a salvare dal carcere i Gallotti, che furono di nuovo arrestati il 6 luglio 1857.”. La Tagliè, a p. 175 pubblicava il la lettera del Sindaco di Sapri, datata 22 settembre 1860 conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, “Prefettura – Gabinetto”, b.1, f.lo 5. La Tagliè pubblica la lettera e scrive: “Adesione del comune di Sapri al nuovo regime.”.

L’arciprete di Sapri Don Nicola Timpanelli

E’ noto che la Famiglia Timpanelli, a Sapri, fosse particolarmente impegnata nelle vicende storiche che videro la restaurazione del Regno delle delle due Sicilie e del Monarca Borbonico Ferdinando IV – poi Ferdinando II, dopo il breve decennio Francese di Giuseppe Bonaparte e poi di Gioacchino Murat. La Famiglia Timpanelli, particolarmente attiva in quegli anni nella fede anti-borbonica, insieme ad altri liberali di Sapri come i Gallotti, che si opponevano all’altra fazione dei Peluso e del Prete Vincenzo Peluso in particolare che era al contrario convinta filo-borbonica e per la Restaurazione della monarchia nel Regno delle due Sicilie. Sebbene su queste vicende alcuni storici del tempo come il Mazziotti (….) ed il Pesce (….), abbiano contribuito a far luce sugli avvenimenti di quegli anni, che hanno visto in prima fila la cittadinanza di Sapri, partecipe e protagonista delle vicende che poi hanno portato all’Unità d’Italia e, che attraverso l’epopea di Carlo Pisacane l’hanno resa famosa in tutto il mondo, restano poco chiari alcuni aspetti che andrebbero ulteriormente indagati, come ad esempio la vicenda del martirio di Costabile Carducci, di cui il Dr. Vincenzo Timpanelli, nel ricordo del fratello, D. Antonio, arciprete di Sapri, forse contrubuì con le sue memorie alla stesura del libro di Carlo Pesce. Dall’epitaffio sulla lapide marmorea nella Chiesa dell’Immacolata (Fig. …), sappiamo essere stato Don Antonio Peluso, nato nel 1795, sposato con Rosa Maria Branda e morto nel 28 Agosto 1820, che lasciava orfane le sue tre figlie Carolina, Maria Clementina, Mariannina.  Don Antonio Peluso, Vice-Console del Consolato Britannico di Sapri era figlio dei sig.ri Vincenzo Peluso ed Anna Brandi. Il documento è di notevole importanza per la storia del nostro paese anche per la descrizione e la citazione di luoghi e di toponimi ancora non del tutto sufficientemente indagati e conosciuti. Nell’epitaffio della lapide marmorea posta nella Chiesa dell’Immacolata (Fig…..) viene citato anche il sacerdote Timpanelli che, raccontò i fatti accaduti sull’eccidio di Costabile Carducci di cui rimane la memoria nel manoscritto del cav. Carlo Pesce (….), manoscritto olografo di cui posseggo le foto concessimi dagli eredi del canonico Arciprete di Sapri Timpanelli, la Famiglia Tavernese che lo possedeva dopo la morte di Gennaro Tavernese (Fig…..). Il Palazzo della Famiglia Timpanelli, oggi Tavernese, di cui si è salvato solo lo splendido portale e, lo stemma araldico (Figg…..), dimora dell’arciprete diacono Don Nicola Timpanelli, della curia di Sapri, ricordato nella lapide marmorea posta all’interno dell’androne della Chiesa Madre di Sapri in Piazza del Plebiscito ( Fig…..). Paolo Emilio Bilotti (13), nel 1907, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, a pp. 186-187, parlando dei fatti dello Sbarco dei trecento di Carlo Pisacane a Sapri, così ricordava la figura dell’illustre arciprete e patriota don Nicola Timpanelli di Sapri, postillando nella sua nota (3), di p. 186, in proposito scriveva che: “(3) Arch. di Salerno – Fasc. 39 del 1850 – Atti politici. L’arciprete Timpanelli malgrado le difese che lui faceva monsignor Laudisio, era dalla polizia tenuto per capo ed istruttore dei liberali di Sapri, che riuniva numerosi quasi ogni quindici giorni. Non gli fu mai data tregua per aver tentato, dopo il 4 luglio 1848, di liberare il Carducci dalle mani di coloro che poco dopo ne fecero strage. Non potendo resistere in Sapri alle continue insidie di don Vincenzo Peluso e degli altri preti, erasi rifugiato in Salerno, dove il 2° sergente Vignes lo arrestò il dì 8 febbraio 1851, appena ebbe terminato di celebrare la messa nella chiesa del Purgatorio. Eppure egli si trovava alla dipendenza della gran corte crim. col mandato pel palazzo. Ma la polizia napolitana interveniva dovunque e quando credeva. Dopo l’avvenimento di Sapri si ridusse in Rivello, dove non cessò mai, fino alla morte, di favorire la causa della libertà, benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua. Arch. di Salerno  – Fasc. 283 – Inv. di pol. In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio, ma non è vero poi quello che si compiaccque di asserire il Fischietti, che cioè egli fosse divenuto amico del Borbone per avere, col pane somministrato ai rivoltosi, evitato il sacco a Sapri. Aggiunge anzi il Fischietti che al Timpanelli fosse stata donata la medaglia d’oro dell’ordine di Francesco I; ma è falso, poichè le persone insignite di quella onoreficenza furono soltanto dieci e i loro nomi sono stati pubblicati da Michele La Cava a pagina 218 della sua ‘Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860.’.”.

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(Fig…) Stemma lapideo scolpito della famiglia Timpanelli che sormonta un portale in C.so Umberto I a Sapri

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(Fig…..) Portale e stemma araldico del palazzo Timpanelli in C. so Umberto I a Sapri

Nel 28 settembre 1852, a Sapri la visita di re Ferdinando II di Borbone e Francesco suo figlio al prete Peluso, malato che aveva 75 anni

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, a p. 75 in proposito scriveva che: “Nell’autunno del 1852 il re Ferdinando II volle visitare la Basilicata e la Calabria. Sbarcato da Napoli il mattino del 28 settembre sul lido di Sapri, nel golfo di Policastro, col figlio quindicenne, Francesco, duca di Calabria, e col fratello, il Conte di Trapani, Aiutante Generale del grado di Brigatiere, visitò e confortò il vecchio D. Vincenzo Peluso nelle sua villa; indi proseguì per Torraca, Casaletto Spartano, Battaglia e Lagonegro. Il Peluso morì il 4 ottobre.”. Infatti, anche Mario Vasalluzzo (…), nel suo “Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana”, a p. 202 e sulla scorta del Mazziotti (….) parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Il 28 settembre settembre del 1852, Sapri riceveva la visita del Re. Il sovrano accompagnato da un nutrito seguito e scortato da quattro navi, approdò al Fortino, a circa un chilometro dalla cittadina. Ferdinando, saputo della sua infermità, volle far visita al Peluso. Fu l’ultimo saluto col suo fedele collaboratore: Vincenzo Peluso infatti, a sei giorni da quello storico incontro, cessava di vivere la sua esistenza agitata e tormentata (5).”. Il Vassalluzzo a p. 204, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Mazziotti M., Costabile Carducci ed i Moti…., op. cit., vol. II, pp. 16, 17, 30, 110, 119. De Cesare R., La fine di un Regno, Città di Castello, 1900, vol. I, pag. 18.”. Dunque, il sacerdote Mario Vassalluzzo cita il Matteo Mazziotti (….) e cita anche Raffaele De Cesare (….) ed il suo “La fine di un Regno, Città di Castello, 1900, vol. I, pag. 18. E’ proprio sulla scorta del De Cesare (….), che lo storico coevo, Giorgio Mallamaci scrivendo la storia di Torraca ci parla dello storico evento distorcendone i fatti. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848”, dopo aver parlato di Costabile Carducci che dice essere stato ucciso “sul Monte Spina” (che non esiste), continuando a parlare di Torraca, a p. 88, riferendosi al re Ferdinando IV di Borbone, “divenuto Ferdinando II, re delle Due Sicilie”, in proposito scriveva che: “Il Peluso si ritirò in una casa di campagna a Torraca, dove trascorse in solitudine gli ultimi giorni della sua esistenza, e dove prima di morire ebbe l’onore di essere visitato dal suo amato sovrano. In quell’occasione, Re Ferdinando si imbarcò a Napoli, sulla nave ammiraglia il ‘Fulminante’, scortata dal ‘Guiscardo’, dal ‘Ruggiero’, dal ‘Sannita’ e dal ‘Carlo III’ e giunse nella rada di Sapri il 28 settembre. la stessa sera raggiunse a piedi Torraca, dove fu accolto dalla popolazione con festose manifestazioni: luminarie, spettacoli, giochi di fuoco e danze. Il re fu ospitato nel castello, dal vecchio marchese Biagio Palamolla. Quest’ultimo, a causa di una grave caduta da cavallo, si era ritirato venti anni prima dall’incarico di guardia del re con il grado di brigadiere e portastendardo. Il sovrano prima di lasciarlo, gli donò una carrozza in segno di gratitudine e poi conferì all’ospite il titolo di Duca di Torraca. Fu questa la sola volta, in cui Ferdinando di Borbone accettò ospitalità da privati. Re Ferdinando, durante la visita al marchese di Poppano, Biagio Palamolla, saputo che a poca distanza dal castello era in fin di vita il vecchio prete, assassino del Costabile Carducci, volle andare a visitarlo, con suo figlio, il principe ereditario Francesco, di quindici anni e con il seguito di corte. Si racconta, che il Peluso aveva 75 anni, provato dalla malattia, ed emozionato dall’inaspettata visita, baciò ripetutamente la mano del re, e poco dopo spirò. Era il 4 ottobre del 1852.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nell’altro suo libro “Storia della città di Lagonegro”, dove, a p. 373 e ssg. parlando della visita del Re Ferdinando II (già Ferdinando IV): “Nell’autunno del 1852 il Re Ferdinando volle visitare un’altra volta questa parte della Basilicata e le Calabrie, etc…ordinò, partisse per le calabrie. Il movimento delle truppe, oltre 20 mila soldati, ebbe luogo dal 23 al 26 Settembre concentrandosi tutta la colonna in Lagonegro e nei dintorni (1). Tuttavia quasi d’una marcia militare, che i liberali del tempo dissero fatta per intimorire le popolazioni. Il Re,  imbarcatosi la sera del 27 settembre a Napoli, sulla fregata a vapore Fulminante, col figlio allora quindicenne Francesco, Duca di Calabria, e col fratello il Conte di Trapani, sbarcò nel mattino del 28 Settembre nella rada di Sapri. Quivi, avendo appreso che il Prete Vincenzo Peluso, l’esecrando assassino del gran patriota Costabile Carducci, era infermo e presso a morte, volle visitarlo, e recatosi a piedi nella villa, dove il vecchio era accasciato da idropisia e dagli anni, lo confortò e lo esortò a bene sperare nella divina misericordia. Da Sapri, il Re, a cavallo, percorrendo una traccia di rotabile, costruita da un negoziante per lo scarico di legname al porto, passò a Torraca, dove alloggiò e pernottò nel castello medievale, dalle torri merlate, del Marchese di Poppano (Biagio Palamolla), il quale a perpetuo ricordo della visita reale, fece murare sulla facciata del Castello una lapide con lunga ed enfatica iscrizione latina….Su quella spiaggia, presso al casino bianco, levarono il grido – Italia degli Italiani”. Pesce, a p. 372, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la ‘Fine di un Regno’ di Raffaele De Cesare, vol. I, pag. 18, 3° ediz., dove nel vol. III è pure riportata questa narrazione, già da me pubblicata nel giornale il ‘Foglietto’.”. Infatti, Raffaele De Cesare (….) ed il suo “La fine di un Regno, ed. Longanesi, Milano, 1969, nel suo “capitolo II”, a p. 32 parlando del viaggio del Re Ferdinando II in Calabria, sulla scorta di Carlo Pesce (….), in proposito scriveva che: “Sulla fine di settembre del 1852, il re vole dare….., partisse alla volta delle Calabrie. Il movimento delle truppe ebbe luogo nei giorni 23, 24, 25 e 26 settembre, concentrandosi tutta la colonna nei dintorni di Lagonegro. Il re s’imbarcò la sera del 27 settembre a Napoli sul ‘Fulminante’, insieme col principe ereditario, che contava quindici anni, e col conte di Trapani. Il suo seguito era formato dal principe D’Aci, dai brigatieri Ferrari e Del Re, dai colonnelli Nunziante e De Steiger, dal tenente colonnello Letizia, dai maggiori Severino, Anziani e De Angelis, dai capitani Grenet, Schumacher e Salvatore Nunziante. Il colonnello Afan de Ribera, che era pure del seguito, comandava l’atiglieria; il brigatiere Garofalo era capo dello stato maggiore, e il maggiore La Tour seguiva, come aiutante in campo, il conte di Trapani. I direttori Scorza e Murena partirono per posta ed attesero il sovrano a Lagonegro. Il re aveva seco il suo cameriere particolare, Gaetano Galizia, mentre un cuoco e un sottocuoco, con servizio completo, di cucina in apposito furgone, procedevano il corteo di un giorno. Il ‘Fulminante’, seguito dal ‘Giuscardo’, dal ‘Ruggiero’, dal ‘Sannita’ e dal ‘Carlo III’, giunse la mattina del 28 nella rada di Sapri. La sera di quel giorno il re dormì a Torraca, facendo la prima tappa, da Sapri a Torraca, a piedi per mancanza di strade. Alloggiò nel castello del marchese di Poppano, Biagio Palamolla: castello medioevale, con le torri merlate. Lo ricevette il vecchio marchese che, per grave caduta da cavallo, si era ritirato venti anni prima, dalle guardie del Corpo, col grado di brigatiere e portastendardo. Il re, prima di allontanarsi, conferì all’ospite il titolo di duca di Torraca; e il marchese, a perpetuo ricordo, fece cingere con una catena di ferro l’ingresso del castello e murare sulla facciata una lunga lapide latina, della quale ecco la chiusa: ……..Fu quella la sola eccezione che Ferdinando fece al suo proposito di non accettare, a nessun patto, ospitalità da privati. Saputo che, a poca distanza di là, in una casa di campagna, era in fin di vita il vecchio prete Peluso, l’assassino di Costabile Carducci, volle andare a visitarlo, e vi andò a piedi, seguito dal figlio e dagli aiutanti, ed esortò quel tristo a sperare nella divina Provvidenza. Il Peluso, accasciato dagli anni e dal male, baciò ripetutamente la mano del re, e poco dopo morì (1). Alla Taverna del Fortino trovò una berlina di corte ecc….”. Il De Cesare, a p. 33, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Avv. Carlo Pesce, ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda’, Lagonegro, Tipografia Lucana, Matteo Tancredi, 1905. E’ un breve scritto, che si legge con viva commozione. Devo anche al signor Pesce un curioso diario sul passaggio del re da Lagonegro, pubblicato dal giornale ‘il foglietto’ di quella città. (Vedi Parte III, Documenti).”. Dunque, il De Cesare ci parla dell’episodio del passaggio del re a Sapri sulla scorta del libretto dello storico di Lagonegro Carlo Pesce (…), di cui una sola copia si trova nei miei archivi e alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Io posseggo anche copia del manoscritto olografo del Pesce (…) che ho pubblicato in un altro mio saggio. E’ molto probabile che il racconto del Pesce sia stato influenzato da notizie di prima mano di un parente dell’arciprete Timpanelli. Ma il Pesce (….), non scrive ciò che ha scritto il De Cesare e sulla cui scorta ha scritto il Mallamaci. Dunque, il racconto del Mallamaci, cambia anche la data di arrivo di re Ferdinando II a Sapri, ponendola non al 28 settembre 1852 ma al 4 ottobre 1852. Stessa divergenza di date e di notizie ritrovo anche in Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di policastro ecc..”, dove parlando di Torraca a p. 196 in proposito scriveva che: “Il 15 ottobre 1852 Torraca ebbe l’onore di ospitare il re Ferdinando II, il quale, diretto in Calabria, si fermò al castello Palamolla su invito dell’amico barone Biagio. Sul portale del salone principale del maniero dovrebbe ancora far mostra di sè la lapide che ricorda l’avvenimento.”. Il Pesce dunque riporta la data scolpita sulla lapide apposta sulla facciata del Castello di Torraca ed in particolare parlando dell’amico barone Biagio si riferiva al barone Biase Palamolla. Di Biagio Palamolla il Guzzo (…), ne parla a p. 193 ed in proposito scriveva che: “Nel 1805, morto Vespasiano, diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla, Marchese di Poppano, ecc….”In quella occasione e nel corso della visita il re Ferdinando II donò al Peluso morente l’anello di oro col sigillo di casa reale che portava seco, oggi custodito dalla famiglia Martorelli erede Peluso.

Anello di re Ferd

(Fig….) L’anello di oro con sigillo reale di re Ferdinando II di Borbone che donò al prete Vincenzo Peluso (Archivio Attanasio)

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel 1905, nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della Rivoluzione Napoletana del 1848‘, (non quello citato dal De Cesare), Napoli, Stabilimento Tipografico Palazzo della Cassazione, 1895, di cui io posseggo una copia, in proposito a p….. scriveva che:

Pesce, su Peluso e la visita del re

Nel 4 ottobre 1852, a Sapri, a 75 anni, ormai infermo muore il prete Vincenzo Peluso

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, a p. 75 in proposito scriveva che: Il Peluso morì il 4 ottobre.”. Infatti, anche Mario Vasalluzzo (…), nel suo “Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana”, a p. 202 e sulla scorta del Mazziotti (….) parlando di Sapri in proposito scriveva che: Vincenzo Peluso infatti, a sei giorni da quello storico incontro, cessava di vivere la sua esistenza agitata e tormentata (5).”. Il Vassalluzzo a p. 204, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Mazziotti M., Costabile Carducci ed i Moti…., op. cit., vol. II, pp. 16, 17, 30, 110, 119. De Cesare R., La fine di un Regno, Città di Castello, 1900, vol. I, pag. 18.”.

Nel 29 settembre, 1852, Ferdinando II, con l’esercito suo al Fortino di Casaletto e a Lagonegro

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 374, in proposito scriveva che: “Nel mattino seguente, il Re, passando per Casaletto Spartano e pel villaggio di Battaglia, raggiunse la strada consolare alla taverna del Fortino, sul monte Cervaro, memorabile nella storia e descritto a pag. 136. Colà attendevano il Re modeste berline di Corte, tirate dai cavalli della posta, ed il numeroso esercito, venuto da Napoli, e disposto lungo la via. Era di scorta al Sovrano un brillante Stato Maggiore, di cui facevano parte i brigadieri De Sangro, Ferrari, Del Re e Roberti, ed i colonnelli Nunziante, Afan De Rivera, De Steiger, Letizia ed altri. Accompagnavano inoltre il Re il Principe d’Aci ed i due Direttori, funzionanti da Ministri, Murena per i lavori pubblici, e Scorza per gli affari ecclesiastici e l’istruzione pubblica, i quali erano partiti da Napoli con la vettura postale ed attesero il Re a Lagonegro (1). Giunse il corteo reale verso le 4 p.m. di quello stesso giorno 29 settembre.”. Sempre il Pesce, a p. 380, in proposito scrriveva che: “In occasione di quel viaggio Ferdinando, per lasciare un attestato di sovrana munificenza alle popolazioni, e con intendimenti strategico-militari, decretò co’ rescritti del 5 Ottobre e del 5 Novembre 1852, la costruzione delle due arterie stradali, la Sapri – Ionio per la valle del Sinni, e l’altra per la Valle dell’Agri, le quali, partendo da Sapri, mettono in comunicazione il golfo di Policastro con quello di Taranto, come s’è discorso a pag. 156.”.

Nel 1848 e 1857, i LIBERALI nel basso Cilento e le loro attività patriottiche prodromiche alla Spedizione

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) nella nota (165) postillavo che: (165) Cassese L., op. cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B.77;  vedi pure Bilotti P.E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, p. 195; vedi pure Fischietti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovena e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “Sapri, naturalmente, non poteva essere assente in questa gara, guardando al futuro con trepidazione e speranza. Attesa la posizione felicissima, sul mare, crocevia di tre regioni, la vigilanza era intensa: i messaggi arrivavano piuttosto tempestivamente. E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. Sulla figura di Giovanni Del Prete, Luigi Tancredi, a p. 118, in proposito scriveva che: “Giovanni Del Prete, liberale di provata fede, fu perseguitato in modo violento dai gendarmi; per sfuggire alle loro insidie, fu costretto ad emigrare in Brasile, ove morì. Si disse che, prima di partire, fu convocato con un pretesto da giudice Fischietti, nella Pretura di Vibonati, ove gli furono rivolte parole altamente offensive, ma egli seppe dignitosamente rispondere, senza affatto tradire la sua fede di liberale.”.  Tancredi, per i fatti del Carducci, a p. 118, nella nota (5) citava il testo di Matteo Mazziotti (….), “Costabile Carducci e i moti del Cilento nel 1848”, Albrighi e Segati, Milano, 1909, vol. II, pag. 13 e ss. Tancredi, a p. 119, scriveva pure che: “Contro Sapri, forse unico paese liberale, più temuto, si rivolsero, nel tempo, i rigori più gravi. Riportiamo l’atto di accusa contro il Timpanelli, il Tinelli e il Del Prete, emesso dalla Gran Corte Criminale di Principato Citra. Copia autentica dell’atto fu rilasciata dalla Procura del Re presso il Tribunale di Salerno in data 28 marzo 1884, debitamente vistata. Suona così: “Imputati di attentato e cospirazione, aventi per oggetto il distruggere e cambiare il Governo e di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’autorità reale, nonché di aver eccitato la guerra civile fra gli abitanti di una stessa popolazione, discorsi tenuti in luoghi pubblici e in pubbliche adunanze, provocato direttamente gli abitanti del Regno a commettere i reati predetti e di altri discorsi sediziosi, tendenti allo stesso reo fine di cambiare il Governo”.”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovena e antica”, a p. 120, in proposito scriveva che: “Non mancavano, poi, i liberali, malgrado l’accurata sorveglianza borbonica, come precedentemente indicato (6).”. Tancredi, a p. 120, nella nota (6) postillava: “(6) Tra i paesi della zona, che parteciparono all’impresa di Pisacane, ricordiamo Scario con alcuni appartenenti alla famiglia Bruno e Santa Marina con membri della famiglia Maccarone: uno di essi, Maccarone Domenico, fu catturato, processato e imprigionato.”. Infatti, riguardo ai sobillatori e rivoltosi controllati dalla polizia, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”.  Il Bilotti, a p……, nell’“Elenco generale dei compromessi disposti per ordine alfabetico dei rispettivi comuni di origine”, a p….., troviamo un “Vallato Carmine di Cuccaro; 241. Lazzaro Luigi di Policastro; Smimmero Luigi di Polla; Tropeano Gaetano di San Pietro di Polla; 285. Maccarone Giovanni di Santa Marina; 299. Tuoti Francesco di Scalea; 327. Raele Raffaele (forse di Lagonegro o di Lauria)”. Dunque, secondo i documenti consultati dal Bilotti, Giovanni Maccarone, era di Santa Marina-Policastro (non di Scario) e vi era anche un altro Maccarone Domenico di Santa Marina-Policastro che fu tradotto a Montesano. Sulla figura del patriota e liberale Mansueto Brandi citato dal Bilotti, ho scritto nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, etc…. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 185-186 parla dell’ingresso dei Trecento a Sapri e scriveva che: “….unico ad avvicinarsi fu Mansueto Brandi da Torraca, pregiudicato politico di vecchia data, il quale non solo simpatizzò subito coi capi, ma si offerse a medicare la mano ferita a Giuseppe Colacicco, e si unì poi alla Spedizione (1).”. Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Atto di accusa, p. 40”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, etc…”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 64, in proposito scriveva che: “….c’era un uomo semplice, al quale il comitato di Napoli non aveva pensato, perchè non sapeva governare la penna per sostenere una corrispondenza: Mansueto Brandi. Conosciuto da tutti come brav’uomo, pieno d’entusiasmo e d’iniziativa, etc…”. Ancora sui sorvegliati politici del tempo, il Bilotti, nel capitolo IX “Tra Salerno e Gaeta” raccontando dell’arresto di un traditore: “Un traditore fra i cospiratori – Arresto dei fratelli Taiani e sequesto di corripondenze compromettenti – Sospettati rapporti di Nicola Taiani nel distretto di Salerno etc…”, a p. 160 e sgg., in proposito egli scriveva che: “…le autorità giudiziarie non prendevano riposo, massime dopo l’arresto “degli emissari demagogici” Nicola e Salvatore Taiani da Maiori. I due fratelli giravano pel regno il primo coonestando i suoi viaggi col qualificarsi tipografo ambulante etc….Ad entrambi si erano sequestrate etc…a Salvatore varie carte e principalmente “una lettera enigmatica” con firma di un tale Gennaro Siniscalco, etc…Gli si trovò anche una carta di passaggio etc…Si seppe inoltre che il Nicola Taiani era stato più volte in segrete ferenze con D. Giovanni Amatruda da Agerola allora dimorante in domicilio forzoso a Napoli, ma compromesso in politica fin dal 1843. Nel portare una lettera dell’Amatruda al De Curtis in Roccagloriosa il Taiani vi era stato festeggiatissimo; con altre lettere, certamente sovversive, era poi di lì partito, dirigendosi successivamente da De Luca in Torreorsaia, da Cavaliere in Capitello, e da D. Gennaro Siniscalchi in Cardile. Non si comprende come tali notizie fossero pervenute alla polizia, ma è certo che furono impartiti ordini pressanti ai giudici regi di Torreorsaia, Vibonati e Gioi perchè procedessero ad immediate perquisizioni e nel caso, all’arresto dei ‘pervenuti’, e poi anche ai giudici etc…”. Sempre il Bilotti, a p. 183 scriveva pure che: “Avveniva intanto a Montemurro verso la metà di maggio 1857, l’arresto di tal Vincenzo Gerbasi, soprannominato ‘Fatariello’, che fu uno dei più fidati emissari dei liberali di Padula; etc..”. Dunque, sempre il Bilotti scriveva che dalle carte sequestrate al Taiani di Maiori si seppe che, nel portare una lettera dell’Amatruda al De Curtis in Roccagloriosa il Taiani vi era stato festeggiatissimo; con altre lettere, certamente sovversive, era poi di lì partito, dirigendosi successivamente da De Luca in Torreorsaia, da Cavaliere in Capitello, e da D. Gennaro Siniscalchi in Cardile. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Pisacane recandosi a casa del noto liberale don Giovanni Gallotti trovò solo i fratelli Emanuele Gallotti ed il sacerdote don Filomeno Gallotti che spiegò a Pisacane che suo padre, il barone don Giovanni Gallotti, insieme ai due fratelli, Salvatore Gallotti e Raffaele Gallotti erano al Fortino. Dunque, secondo il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. In primo luogo non ho chiarito se i due fratelli, Salvatore e Raffaele Gallotti fossero i fratelli del barone don Giovanni Gallotti o fossero altri due fratelli del sacerdote don Filomeno Gallotti. Inoltre, il luogo dove si trovassero i due fratelli, Salvatore e Raffaele, insieme al padre, è sicuramente il Fortino di Casaletto in quanto sarebbe stato strano che i tre si sarebbero uniti al manipolo di urbani di Sapri per andare contro i rivoltosi a punta Fortino a Sapri. Il Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri e, a p. 186, in proposito scriveva che: “Pisacane inoltre sapeva che al suo arrivo a Sapri si sarebbe dovuto trovare il sarto Matteo Giordano da Omignano, persona indicata dai corrispondenti, da cui avrebbe dovuto far capo, perchè fidatissimo dipendente della famiglia Magnone (2); ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottointendente di Sala a 16 giugno 1860.”.  Bilotti, a p. 204, in proposito scriveva pure che: “…e, quindi scrisse ad Albini, a Libertini ed a Magnoni, il quale ultimo, specialmente, avrebbe dovuto a mezzo di suo nipote Ferdinando Vairo far trovare a Sapri, all’arrivo della Spedizione, uomini ed armi come aveva fatto, benchè inutilmente, in occasione del progettato e non effettuato sbarco del giorno 13 (1).”. Bilotti, a p. 204, nella nota (1) postillava: “(1) De Monte – Cronaca.”. Il Bilotti, a p. 205, in proposito scriveva ancora che: “Il Magnoni assicurò d’avere immediatamente scritto al nipote quanto occorreva, ma comunicò ancora che in Salerno vi era stato in quella giornata grande movimento di truppe dirette nel Cilento ed in Calabria dove “correva voce fosse avvenuto uno sbarco”. Il testo citato dal Bilotti è quello di Luigi De Monte (….), ovvero “Cronache del comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Non soltanto gli emissari di Magnone dovevano incontrarlo a Sapri, ma anche gli “attendibili” (sospetti politici) specialmente il sarto Matteo Giordano, e il possidente Giovanni Gallotti che dovevano sollevare la città, e ingrossare le file con numerosi amici.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Questo gruppo di sapresi furono soprattutto dei Sanfedisti. Essi furono molto attivi nella rivolta del 1799, ai tempi della “Repubblica Partenopea”. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p…., nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sempre il Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. I testi citati sono: P. Russo, Un brandello dell’impresa dei Mille. Dal Fortino ad Auletta, Salerno, Grafespres, 2000.  Inoltre, è citato il testo di Ferruccio Policicchio (….), “Le camicie rosse del Golfo di Policastro” in AA. VV., Garibaldi e garibaldini in Provincia di Salerno,  Salerno, Plectica, 2005.

Sui Gallotti ha scritto anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”.

Nel 1848, nel 1857 e nel 1860, il barone don Giovanni Gallotti di Battaglia (frazione di Casaletto Spartano)

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di Battaglia, a p. 550, in proposito scriveva che: L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (morto il 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia del padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio.”.

Casaletto, palazzo Gallotti

(Fig…..) Battaglia – Palazzo Gallotti

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”.  Montesano, continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150).”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848.

Nel 1857, il barone don Giovanni Gallotti ed il figlio Salvatore, si erano consegnati al giudice di Lagonegro

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa. Malgrado ciò furono lo stesso arrestati ed indagati, anche se non risultano inseriti nell’atto di accusa del Procuratore Generale del Re Francesco Pacifico presentato contro “Giuseppe Nicotera ed altri molti detenuti” utilizzato per imbastire il “megaprocesso” che si tenne nei mesi successivi, con enorme risalto della stampa non solo italiana ma di tutta Europa, a Salerno. Alla fine di questa défaillance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua.. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, scriveva che i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. Il Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Sui Gallotti ha scritto anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”.

Nel 27 giugno, 1852, Vincenzo Peluso, Capourbano di Sapri e nipote del famigerato prete

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, invece parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, all’epoca, i due nipoti del famigerato prete Vincenzo Peluso, uno era Leopoldo Peluso che era capourbano e l’altro, Vincenzo Peluso che era Sindaco di Sapri. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 189-190, scriveva pure che: “….in Sapri, ….Nicotera ed altri pochi si diressero a sorprendere la casa Peluso nella speranza di rinvenire il capo-urbano D. Vincenzo. Costui però si era messo in salvo, fuggendo in Vallo insieme col figlio D. Annibale, capurbano di Ispani. Nicotera uscito col suo seguito di cinque militi dalla casa del capo-urbano, si recò all’abitazione del ricevitore demaniale, D. Giovanni Peluso; ma non riuscì a rinvenire neanche lui e solo s’impossessò di due schioppi e di alquante munizioni, senza chiedere danaro od altro e trattando con rispetto e con maniere gentili la moglie di lui (2). Il Peluso osò poi dichiarare al giudice Fischietti che gli fossero stati tolti ducati 113, ma l’assertiva sua era bugiarda, come posteriormente affermò lo stesso Fischietti (3).”. Bilotti, a p. 190, nella nota (2) postillava: “(2) Sentenza luglio 1858 – p. 170.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (3) postillava: “(3) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p. 39.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Secondo il sacerdote Luigi Tancredi (…), nella sua “Sapri giovane e antica” a p. 89 elenca i “Sindaci del Comune di Sapri” e cita il “12) Vincenzo Peluso nel 1852”. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) non si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Il Bilotti (…), dedica quattro pagine allo storico sbarco ed in proposito scriveva che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 196-197, in proposito scriveva che: Una perizia fatta eseguire dal giudice Fischietti provò il contrario, come un’altra perizia disposta in Sapri dallo stesso magistrato, provò non veritiera la denunzia del capurbano V. Peluso che pretendeva fosse stato esploso un colpo di fucile contro la porta di casa sua.”.  

Nel 28 giugno, 1852, Leopoldo Peluso, Sindaco di Sapri e nipote del famigerato prete

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, in proposito così scrivevo che: I rivoltosi…Si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito.”. Nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, ecc..”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci.

NEL 1857, CARLO PISACANE E LA SPEDIZIONE DI SAPRI

Carlo Pisacane, duca di San Giovanni (Napoli, 22 agosto 1818 – Sanza, 2 luglio 1857), è stato un rivoluzionario e patriota italiano, di ideologia socialista libertaria e di orientamento federalista d’impronta proudhoniana. Partecipò attivamente all’impresa della Repubblica Romana, assieme a Giuseppe Mazzini, Goffredo Mameli e Giuseppe Garibaldi, ma rimase particolarmente celebre per aver guidato il fallimentare tentativo di rivolta nel Regno delle Due Sicilie nel regno di re Ferdinando II, che ebbe inizio con lo sbarco sulla spiaggia dell’Oliveto, vicino Sapri, quasi di fronte all’attuale Cimitero di Sapri che all’epoca si trovava nel tenimento di Vibonati. Il tentativo di Pisacane diretto a Sapri fu represso nel sangue a Sanza. Il 25 giugno 1857, a Genova, Pisacane s’imbarcò con altri ventiquattro sovversivi, tra cui Giovanni Nicotera e Giovan Battista Falcone, sul piroscafo di linea Cagliari, della Società Rubattino, diretto a Tunisi. Pilo si occupò nuovamente del trasporto delle armi, e partì il giorno dopo su alcuni pescherecci. Ma anche questa volta Pilo fallì nel compito assegnatogli e lasciò Pisacane senza le armi e i rinforzi che gli erano necessari. Pisacane continuò senza cambiare piani, impadronitosi della nave durante la notte, con la complicità dei due macchinisti inglesi, si dovette accontentare delle poche armi che erano imbarcate sul Cagliari. Il 26 giugno sbarcò a Ponza dove, sventolando il tricolore, riuscì agevolmente a liberare 323 detenuti, poche decine dei quali per reati politici, per il resto delinquenti comuni, aggregandoli quasi tutti alla spedizione. Il 28, il Cagliari ripartì con Pisacane, i suoi compagni e i detenuti liberati e muniti delle armi sottratte al presidio borbonico. La sera i congiurati sbarcarono a Sapri, ma non trovarono ad attenderli quelle masse rivoltose che si attendevano, anzi furono affrontati dalle falci dei contadini ai quali le autorità borboniche avevano per tempo annunziato lo sbarco, descritto come opera di una banda di ergastolani e delinquenti comuni evasi dall’isola di Ponza. Il 1º luglio, a Padula, vennero circondati e 25 di loro furono massacrati dai contadini. Gli altri, per un totale di 150, vennero catturati e consegnati ai gendarmi.

ritratto di Pisacane di Domenico Morelli

(Fig. 3) Ritratto di Carlo Pisacane di Domenico Morelli esposto al Museo del Risorgimento di Roma

Nel 28 giugno 1857 “La spedizione di Sapri” e lo sbarco a Sapri dei “Trecento” di Carlo Pisacane

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Nove anni più tardi, nasce a Genova, in un’ambiente mazziniano, l’idea voluta da Mazzini, Fabbrizi, Fanelli e Nicotera, di una spedizione rivoluzionaria antiborbonica. D’accordo con il Comitato Napoletano, Carlo Pisacane decide di sbarcare a Sapri……Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (ove attualmente è il cimitero di Sapri). Sulla storica spedizione, che aprì la strada a Garibaldi ed all’Unità d’Italia, esiste un’ampia trattazione bibliografica ma quello che ancora oggi risulta essere lo studio storico più completo ed attendibile è “La Spedizione di Sapri” di Leopoldo Cassese, pubblicato da La Terza (166), basato principalmente sullo studio delle fonti giudiziarie dei processi che in seguito agli avvenimenti i tribunali borbonici intentarono contro i superstiti. Noi riferiremo i fatti svoltisi a Sapri (167). Purtroppo la ‘Spedizione di Sapri’ nacque male, perchè liberando alcuni detenuti politici a Ponza, vennero liberati molti detenuti comuni, per cui si era sparsa la voce che sarebbe sbarcata una banda di delinquenti, consentendo alle autorità di aizzare le umili popolazioni contro Pisacane. Per tal motivo molti si unirono alle truppe Regie quando fu il momento di combattere, attirati anche dalla promessa di ricompense in danaro, che poi effettivamente furono date; alla popolazione di Sanza 2000 ducati e a quella di Torraca 300 ducati poi ridotti a 30 (168).”. Nella mia nota (165) postillavo che: (165) Cassese L., op. cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B.77;  vedi pure Bilotti P.E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, p. 195; vedi pure Fischietti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.”. Nella mia nota (166) postillavo che: (166) Cassese L., La Spedizione di Sapri, Bari, La Terza, 1969.”. Nella mia nota (167) postillavo che: (167) Archivio di Stato di Salerno, vedi Busta 197, vari volumi, incartamento; vedi pure Albini D., La Spedizione di Sapri e la Provincia di Basilicata, Roma, 1891; vedi pure Pifano Cesare, Pisacane da Sapri a Sanza, ed. Galzerano, 1977.”. Nella mia nota (168) postillavo che: (168) Rosselli N., Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.”. Nella mia nota (169) postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Nasce a Genova, in un’ambiente mazziniano, l’idea voluta da Mazzini, Fabbrizi, Fanelli e Nicotera, di una spedizione rivoluzionaria antiborbonica. D’accordo con il Comitato Napoletano, Carlo Pisacane decide di sbarcare a Sapri. Un mese prima dello sbarco, apparvero sui muri di Sapri delle scritte come: “Muora il tiranno Ferdinando II. Viva Luciano Murat re di Napoli. Viva il governo francese. Viva la repubblica napoletana” e si erano viste in circolazione monete di oro e di argento con l’effige di Luciano Murat e con la leggenda ‘Lucien Murat’ nel recto e ‘Roi de Naples’ al tergo (….). Sulla storica spedizione, che aprì la strada a Garibaldi ed all’Unità d’Italia, esiste un’ampia trattazione bibliografica ma quello che ancora oggi risulta essere lo studio storico più completo ed attendibile è “La Spedizione di Sapri” di Leopoldo Cassese, pubblicato da La Terza (…), basato principalmente sullo studio delle fonti giudiziarie dei processi (….) che, in seguito agli avvenimenti, i tribunali borbonici intentarono contro i superstiti (….). Purtroppo la ‘Spedizione di Sapri’ nacque male, perchè liberando alcuni detenuti politici a Ponza, vennero liberati molti detenuti comuni, per cui si era sparsa la voce che sarebbe sbarcata una banda di delinquenti, consentendo alle autorità di aizzare le umili popolazioni contro Pisacane. Per tal motivo molti si unirono alle truppe Regie quando fu il momento di combattere, attirati anche dalla promessa di ricompense in danaro, che poi effettivamente furono date; alla popolazione di Sanza 2000 ducati e a quella di Torraca 300 ducati poi ridotti a 30 (….). Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: “Trecentoventitre de’ relegati salirono a bordo; di altro numero non era capace la nave; e fu forza abbandonarli, dando voce che si tornerebbe a prenderli. Il Cagliari lasciò l’isola la notte del 27. E a bordo di esso Pisacane ordinò gli uomini in tre compagnie, nominò gli uffiziali; diè le istruzioni e le armi; prese gli ultimi concerti.”.

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(Fig. 4) Il piroscafo ‘Cagliari’, utilizzato da Carlo Pisacane per la sua storica impresa 

Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, del 1913, vol. II, a p. 489, si limitò a dire che: “Su questi accordi della provincia di Basilicata faceva assegnamento, e non a caso, il disegno fortunoso di Carlo Pisacane. E interrotti un qualche tempo ai tragici rovesci della sua spedizione di Sapri, non passò guari, e l’indomito amore al libero vivere ne riannodò le filamenta.”. Dunque, non si sprecò molto il Racioppi, anzi per le cose dette per gli avvenimenti al Fortino, che in questo libro non cita affatto, ricevette anche una lettera di doglianze dal generale Giuseppe Garibaldi, (si veda il Bilotti a p……). Giacomo Racioppi, però, scrisse pure “La Spedizione di Carlo Pisacane con documenti inediti per Giacomo Racioppi”, pubblicato a Napoli, nel 1863.

Nel 27 giugno 1857, Sapri, il giorno prima dello sbarco

Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: XIX. Sul vespro del 28 il piroscafo fu nel Golfo di Policastro alla vista di Sapri; – oggi povera borgata surta dove già ‘Scidro’ o ‘Sipro’, città che fu della Magna-Grecia, – e che tornerà nel non lontano avvenire alla grandezza di città, quando un porto sarà scavato nella quiete sue piagge ai commerci di quelle, oggi affatto inapprodabili, coste del Tirreno. La rada, nappo di acque se non amplo, tranquillo, s’ingolfa con purissima linea entro due colli, e di mezzo alla rada un seno entro terra s’incurva, natural porto nell’avvenire, oggi come in tutta quanta la spiaggia disagevole approdo. Gli ultimi poggi dell’Appennino chiudono da presso l’orizzonte di quella rada; dai quali dirompe un torrente, povero di acque, ricco di ghiaie, che di suoi lenti e secolari depositi ha creato il ripiano, ove tra lietissimi ulivi siede Sapri novella; e tra essi serpeggia. Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione.Nell’introdurre l’avvenimento dello storico sbarco a Sapri, il Racioppi ci parla di Sapri, accennando ad alcune notizie di natura storica, ci parla dell’ampiezza e capacità importante della sua baia, porto naturale e luogo di approdo privilegiato che ai suoi tempi era diventato per i commerci marittimi. Il Racioppi ci parla anche del Torrente Brizzi e dei detriti collinari che nei secoli scendendo a valle hanno modificato la linea di costa spostando la spiaggia più verso l’esterno.  Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 continuando il suo racconto scriveva che: “…e non conveniva quindi ritadare la Spedizione, si rinunciò al Cilento e si fissò diffinitivamente Sapri, punto strategico per la vicinanza alla Basilicata, ed opportuno perchè dava facile e diretto accesso al Vallo di Diano dove si aveva ragione di riporre larghe speranze. Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula da Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio etc…”. Michele Lacava (…), nel suo Capo III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, nel suo  ‘Cronistoria della rivoluzione in Lucania e Basilicata del 1860′, nel 1870, a pp. 180-181, in proposito scriveva che: “Compiuto brillantemente questo audacissimo colpo di mano, si imbarcarono sul Cagliari in numero di 457; così divisi: relegati evasi da ponza 400 (2); equipaggio del Cagliari 32; patrioti congiurati 25. Furono divisi in tre compagnie etc…. Andrea Guglielmini (…), nel 1877, nel suo “L’eroe superstite di Sapri – Schizzi storici per Andrea Guglielmini “, a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Sapri è un piccolo Comune che segna il confine tra le Provincie del Principato Citra e di Basilicata, facile allo approdo, e quivi giunsero giorno 28 verso le prime ore della sera e vi discesero senza ostacolo alcuno. Nell’entusiasmo creato da un fervente patriottismo che animava pure quei generosi, fuvvi però a osservare un primo e giustificato sconforto; perlocchè in quel posto non rinvennero aiuto alcuno che avvisati li avessero di incalcolate e subitanee novità; anzi fu manifesto che l’arrivo di quei prodi sulla spiaggia di Sapri non era peranco aspettato da qualcuno che poteva servir loro di necessaria guida in mezzo a contrade sconosciute ed a gente poco proclive ad infiammarsi per la libertà. Ad ogni modo Pisacane, Nicotera ed i di loro compagni erano decisi di vincere o morire, ed animati da un santo coraggio entrarono nell’abitato di Sapri e percorrendone le vie al grido di viva l’Italia invitavano quei naturali ad insorgere contro la tirannia che li opprimeva.”.  

Nel 27 giugno 1857, a Sapri, il giorno prima dello sbarco dei “Trecento” a Sapri, alcuni erano già fuggiti

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Un mese prima dello sbarco, apparvero sui muri di Sapri delle scritte come: “Muora il tiranno Ferdinando II. Viva Luciano Murat re di Napoli. Viva il governo francese. Viva la repubblica napoletana” e si erano viste in circolazione monete di oro e di argento con l’effige di Luciano Murat e con la leggenda ‘Lucien Murat’ nel recto e ‘Roi de Naples’ al tergo (165).”. Nella nota (165) postillavo che: (165) Cassese L., op. cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B.77;  vedi pure Bilotti P.E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, p. 195; vedi pure Fischietti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.”. Un mese prima dello sbarco, apparvero sui muri di Sapri delle scritte come: “Muora il tiranno Ferdinando II. Viva Luciano Murat re di Napoli. Viva il governo francese. Viva la repubblica napoletana” e si erano viste in circolazione monete di oro e di argento con l’effige di Luciano Murat e con la leggenda ‘Lucien Murat’ nel recto e ‘Roi de Naples’ al tergo ……..Nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, in proposito così scrivevo che: Intanto, al comando del Nicotera e di Falcone, il gruppo più attivo dei rivoltosi, al grido di “Viva l’Italia, recatosi a casa del capo urbano Vincenzo Peluso allo scopo di vendicare la morte di Costabile Carducci non avendolo trovato perchè era fuggito a Sala, appiccano il fuoco alla porta di casa.”. Infatti, il giorno prima dello sbarco, il 28 giugno, alcuni realisti di Sapri, avendo avuto sentore dell’arrivo di Pisacane fuggirono sulle montagne vicine raggiungendo i nascondigli già usati in occasione dei moti del ’48. Dagli atti dei processi emerge che i “trecento” di Pisacane si recarono presso le residenze di Giuseppe Magaldi e del Sindaco di Sapri o Capourbano, Leopoldo Peluso ma essi erano fuggiti. Risultò introvabile anche il nipote del Sindaco, Annibale, che si erano machiati di orrendi delitti nei moti del ’48. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, in proposito così scrivevo che: I rivoltosi…Si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito.”. Nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, ecc..”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Secondo il sacerdote Luigi Tancredi (…), nella sua “Sapri giovane e antica” a p. 89 elenca i “Sindaci del Comune di Sapri” e cita il “12) Vincenzo Peluso nel 1852”. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: E quivi presso sbarcando i nuovi argonauti al buio della sera è fama ricercando anzitutto gli abitatori di quelle mura; perchè la nemesi della rivoluzione punisse il delitto, che la bieca giustizia sociale aveva già coronato di premio. Fu fortuna, che i sospettosi abitatori ai primi tumulti sgombrassero; e fu tolta alla nemesi del popolo l’occasione di un delitto; che, non che instaurare il diritto, aggravava l’antico; lavando sangue innocente con sangue innocente.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 186 continuando il suo racconto scriveva che: Non trovarono che tenebre e solitudine, mentre non pareva che a Sapri non vi dovessero essere dei partigiani della rivoluzione, giacchè otto giorni prima dello sbarco si eran rinvenuti nella marina dei cartelli con la scritta: “Armatevi, chè la rivoluzione è vicina”. Bilotti, a p. 195, in proposito scriveva pure che: “Era invece atteso lo sbarco Murattiano, tanto che all’arrivo di Pisacane qualcuno esclamò: “Viva Murat”, e la voce si dovette subito coprirla col grido: “Viva l’Italia”. E che in favore del Murattismo si fosse fatta discreta propaganda in quei luoghi, si desume dal fatto che nel mese di maggio in sei diversi punti di Sapri si erano rinvenuti cartelli con la scritta: “Muoia il tiranno Ferdinando II. Viva luciano Murat Re di Napoli. Viva il Governo francese”; e nel tempo medesimo si erano vedute girare in Sapri, come in Napoli ed in Salerno, alcune monete di oro e di argento con l’effige del pretendente francese e la leggenda: ‘Lucien Murat, Roi de Naples’ (1).”. Bilotti, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri, – p. 6.”. In quel periodo e nei mesi precedenti furono diversi i segni che misero in allarme le autorità già da molto tempo prima. Infatti, il Bilotti, a p. 48, in proposito scriveva che: “Le preoccupazioni crebbero poi nel febbraio del 1857 in conseguenza dell’arrivo di una fregata inglese denominata “Malacca” della cui venuta nelle acque del golfo salernitano non si conosceva il motivo, e più ancora perchè in data 18 di quel mese l’intendente aveva mandata ai giudici regi, dei circondari posti lungo la intiera costa, la seguente circolare ordinatagli dalla direzione della polizia: “Laddove pervenisse nelle acque del litorale di sua giurisdizione qualche legno inglese etcc…La nave inglese si era fermata presso Pesto, ponendosi in panno alla cappa per mantenersi in pareggi e con una lancia avea messo a terra sei uomini armati di fucile….La preoccupazione era grande etc…E poichè quella fragata aveva tirato molti colpi a palla ed a mitraglia verso mare ed il capitano che era sceso a terra con gli altri armati, interrogato, aveva risposto che “trattavasi di un semplice simulacro di guerra”, le preoccupazioni aumentavano, etc….All’alba del giorno seguente il legno apparve ad Agropoli ed ivi produsse maggiore allarme, perchè lentamente procedendo e poi ritornando lungo le marine del Cilento, pareva cercasse ora e luogo opportuni per operare uno sbarco. Etc…”. Oltre a questi episodi, il Bilotti racconta che la Spedizione di Sapri era già da tempo decisa ed oltre al Pisacane vi doveva partecipare anche Giuseppe Garibaldi. Il Bilotti racconta che fu il Mazzini ad organizzare il tutto e che la prima volta la spedizione che doveva partire il 13 dovette saltare e quei preparativi avevano messo in allarme le autorità borboniche già da diverso tempo. Bilotti, a p. 67 in proposito scriveva: “Il ritiro di Garibaldi, il rifiuto di Cosenz, lo scoraggiamento di Medici che pur accettando di essere il tesoriere del fondo peri 10.000 fucili, etc..”.

Nel 28 giugno 1857, l’arrivo del Cagliari e dei “Trecento” nel mare di fronte la spiaggia del Buondormire vicino Punta Fortino (di fronte l’attuale Ospedale Civile di Sapri)

Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 181-182, in proposito scriveva che: “Mentre tutto ciò si disponeva dai capi e dai principali patriotti, il piroscafo prendeva le acque di Sapri e si fermava, per non mettersi in vista, dietro un piccolo promontorio tra quella baia e la spiaggia detta dell’oliveto, sul limite del tenimento di Vibonati, per trattenervisi, come fece, fino all’ora fissata per lo sbarco.”. Michele Lacava (…), nel suo Capo III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, nel suo  ‘Cronistoria della rivoluzione in Lucania e Basilicata del 1860′, nel 1870, a pp. 180-181, in proposito scriveva che: Giungono a Sapri alle 8 della sera del 28 giugno, sbarcarono la notte, e la mattina seguente alle ore 8 a. m. abbandonano Sapri e si rivolgono verso Torraca, ove giungono alle ore 10 a. m. etc…”. Il Lacava, a p. 180, nella nota (2) postillava: “(2) il numero esatto deli sbarcati a Sapri varia nei diversi autori che hanno scritto di questa spedizione. Noi abbiamo seguito il Fischietti, che da lo stato nominativo dei seguaci di Pisacane, e che trova conferma in diversi documenti.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 184, in proposito scriveva che: Anche i fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, inpiegati telegrafici nel posto dello Scialandro, erano stati tra i primi ad accorgersi che un legno estero sprovvisto di bandiera approdava nella spiaggia, accosto al Fortino.”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Carlo Pisacane decide di sbarcare a Sapri……Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’.”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (ove attualmente è il cimitero di Sapri).”. Bilotti, proseguendo il suo racconto, a pp. 183-184, in proposito scriveva pure che: “A bordo del “Cagliari” la Spedizione aveva lasciato oltre ai tre rivoltosi feriti, sette passeggeri e parte dell’equipaggio (1), e il legno si era quindi allontanato di nuovo bordeggiando tra il golfo di Policastro e la punta di Licosa (1) per riprendere più tardi la rotta, durante la quale, come sappiamo, cadde in potere delle fragate regie.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (1) postilava: “(1) Atto di accusa, p. 36”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Il giorno dell’arrivo della nave di Pisacane, il regio giudice di Vibonati, Fischetti, era in missione a San Cristofaro, oggi San Cristoforo. Di là si ha una spettacolare visione del Golfo. A Fischetti non interessava la bellezza della veduta, ma una nave che nelle ore pomeridiane doppiava la Punta dei Rinfreschi (limite del Golfo verso tramonto), e andava avanti molto lentamente. Noi sappiamo perchè: non voleva arrivare a Sapri prima del buio.”.

Nel 28 giugno 1857, gaetano Fischetti, giudice regio del mandamento di Vibonati, prima a S. Cristofaro e poi a Sapri, l’arrivo e l’avvistamento della nave ‘Cagliari’ nel golfo di Policastro, che da Ponza trasportava Pisacane ed i suoi Trecento

Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 181-182, in proposito scriveva che: “Mentre tutto ciò si disponeva dai capi e dai principali patriotti, il piroscafo prendeva le acque di Sapri e si fermava, per non mettersi in vista, dietro un piccolo promontorio tra quella baia e la spiaggia detta dell’oliveto, sul limite del tenimento di Vibonati, per trattenervisi, come fece, fino all’ora fissata per lo sbarco. I primi a scoprirlo furono un tale Infranzi che suppliva il controlloro del distretto con residenza in Capitello (Ispani) e che si affrettò di spedire avviso al posto doganale perchè stesse in guardia, ed il signor G. Fischietti, giudice regio in Vibonati, il quale per ragioni di servizio si trovava in San Cristofaro in compagnia di tal D. Gennaro Campano. Il Fischietti che già da tempo aveva, come tutti gli altri suoi colleghi, avuto l’ordine di sorvegliare le coste, appena accortosi del legno estero, si fece accompagnare da un capitano mercantile e salì alla sommità del colle S. Cristoforo per distinguere meglio. Riunitisi in Capitello, egli e l’Infranzi, decisero di recarsi subito in Sapri per conoscere meglio da vicino di che si trattasse, e seguiti dal sostituto cancelliere D. Gioacchino Giffoni, dal commesso D. Saverio Cangiano, montarono in una piccola barca. Presso porto di Sapri però si accorsero che il legno estero muoveva loro incontro con l’evidente fine di investirli, sicchè temendo di venir sommersi, volsero la prora verso la riva e a forza di remi raggiunsero presto la spiaggia delle Camerelle, saltando a terra sollecitamente. Il loro sbarco fu salutato da un colpo di boccaccio partito dal vapore il quale per non dare in secco si era avvicinato solo fino a due tiri di pistola dalla spiaggia (1). Da Camarelle l’Infranzi si recò al posto doganale; il giudice Fischietti corse a Sapri, dove gli riuscì di raccogliere subito una trentina di urbani ai quali inculcò di prestare giuramento di fedeltà al Re, e fece coraggio perchè “affrontassero con fierezza i male intenzionati”. Bilotti, a p. 182, nella nota (1) postillava che: “(1) Nota 30 giugno 1857 del giudice regio di Vibonati al procuratore gen.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La mattina di quel lunedì del 29 giugno….Anche il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti, che era stato tra i primi a scorgere lo sbarco dei rivoltosi dal Cagliari, avvenuto presso la spiaggia dell’Oliveto, immediatamente aveva allertato i capourbani della zona.”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (ove attualmente è il cimitero di Sapri). Sin dalle prime ore del mattino la nave Cagliari  era stata seguita dal Giudice del mandamento di Vibonati Gaetano Fischietti che allarmatosi e non potendo dare l’allarme poichè l’unico telegrafo presente della zona, quello di Capitello, era inservibile a quell’ora, a Sapri, riunì i pochi urbani e fattili giurare fedeltà al Re, li  mandò incontro ai rivoltosi che incominciavano a sbarcare nel tratto di spiaggia di fronte all’attuale Cimitero di Sapri, indicato dal Nicotera, nei pressi dell’attuale casa degli eredi Stoppelli. (169).”. Nella mia nota (169) postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Il giorno dell’arrivo della nave di Pisacane, il regio giudice di Vibonati, Fischetti, era in missione a San Cristofaro, oggi San Cristoforo. Di là si ha una spettacolare visione del Golfo. A Fischetti non interessava la bellezza della veduta, ma una nave che nelle ore pomeridiane doppiava la Punta dei Rinfreschi (limite del Golfo verso tramonto), e andava avanti molto lentamente. Noi sappiamo perchè: non voleva arrivare a Sapri prima del buio. Fischetti vide immediatamente che questa nave non era un peschereccio, né il postale di Scario, ma la nave veniva di proposito, perchè Fischetti aspettava una promozione, e, quindi, occorreva dimostrarsi zelante. (Lo sappiamo dai ricordi che Fischetti pubblicò nel 1877). Egli corse giù alla spiaggia di Capitello, prese una barca della Dogana e seguì la nave. Visto l’approdo e lo sbarco di centinaia di uomini, corse a Sapri, avvertì i cattadini (anzi i sudditi e le autorità), e raccomandò a tutti di ritirarsi a Tortorella, fortezza naturale e facilmente difendibile. Il giorno dopo si vedrà con quale effetto. Sapri apparteneva alla sua giurisdizione.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 63, in proposito scriveva che: “Durante la notte il giudice Fischetti l’aveva preceduto, spargendo le stesse voci, come a Sapri. Poi tornò precipitosamente a Capitello, dove funzionava il telegrafo ottico, e all’alba inviò telegrammi al inistero di Grazia e Giustizia (che non c’entrava ma era utile ai fini della promozione), alla Polizia, all’Intendente della Provincia; oggi l’Intendente si chiama Prefetto, ma i suoi poteri non sono così ampi. Questo posto telegrafico, lo si vede ancora oggi a Capitello. Sopra l’abitato è una torre molto massiccia che gli abitanti chiamano Torre Normanna. Fu costruita mezzo millennio dopo l’occupazione normanna, da Filippo II, Re di Spagna, su piani di suo padre Carlo V, l’imperatore “nel cui regno il sole non tramontava”, e quando finì il pericolo saraceno, abbandonata. Sotto Gioacchino Murat c’era da temere un colpo di mano Inglese e le torri furono alzate e munite di cannoni, per tener la spiaggia sotto controllo. Le segnalazioni erano simboliche, come si usava fra le navi, prima dell’introduzione della telegrafia senza fili. Nel 1857 era già in uso l’alfabeto Morse e da Salerno a Brindisi esisteva il telegrafo elettrico che seguiva press’a poco l’antica via Appia. Nei calcoli di Pisacane il telegrafo elettrico era compreso. Appena arrivato a Fortino, lo mise fuori uso. Il telegrafo ottico di Capitello era sfuggito alla sua attenzione. Con i telegrammi del giudice Fischetti e l’arrivo etc…”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a pp. 71-72, in proposito scriveva che: “Quella domenica sera (e la notte e la giornata seguente) la figura centrale della prima fase della spedizione fu il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti, il quale vent’anni dopo si improvvisò pure storico scrivendo una memoria (3) sugli eventi. Per primo avvistò il Cagliari dalla collina di San Cristoforo, ne spiò le mosse, corse a Sapri a dare l’allarme e allertò tutti gli urbani che poté per impedire lo sbarco dei ‘rivoltosi (4), inviò messaggi ai capiurbani della zona, si portò (o fuggì ?) a Torraca etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: “Trecentoventitre de’ relegati salirono a bordo; di altro numero non era capace la nave; e fu forza abbandonarli, dando voce che si tornerebbe a prenderli. Il Cagliari lasciò l’isola la notte del 27. E a bordo di esso Pisacane ordinò gli uomini in tre compagnie, nominò gli uffiziali; diè le istruzioni e le armi; prese gli ultimi concerti. XIX. Sul vespro del 28 il piroscafo fu nel Golfo di Policastro alla vista di Sapri; – oggi povera borgata surta dove già ‘Scidro’ o ‘Sipro’, città che fu della Magna-Grecia, – e che tornerà nel non lontano avvenire alla grandezza di città, quando un porto sarà scavato nella quete sue piagge ai commerci di quelle, oggi affatto inapprodabili, coste del Tirreno. La rada, nappo di acque se non amplo, tranquillo, s’ingolfa con purissima linea entro due colli, e di mezzo alla rada un seno entro terra s’incurva, natural porto nell’avvenire, oggi come in tutta quanta la spiaggia disagevole approdo. Gli ultimi poggi dell’Appennino chiudono da presso l’orizzonte di quella rada; dai quali dirompe un torrente, povero di acque, ricco di ghiaie, che di suoi lenti e secolari depositi ha creato il ripiano, ove tra lietissimi ulivi siede Sapri novella; e tra essi serpeggia.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 51-52, in proposito scriveva che: “III. Da Sapri a Sanza. Sull’imbrunire del 28 giugno, dopo una giornata di navigazione durante la quale si corse pericolo di incappare nella squadra navale napoletana (1), il Cagliari giunse in vista del golfo di Policastro, la cui punta più avanzata nel mare, verso occidente è il capo di Infreschi. Appena doppiato questo, si presenta una teoria di digradanti colline dalle quali si affacciano S. Giovanni a Piro, Policastro, Ispani con la marina di Capitello, Vibonati e, più a sud, in una breve insenatura, Sapri, che dista dodici miglia circa in linea retta dalla punta degli Infreschi. Una nave che spunti da tale capo cade quindi subito in vista di chi guardi da uno di codesti paesi. Fu perciò facile al regio giudice di Vibonati, Gaetano Fischetti, scorgere il Cagliari dal villaggio di S. Cristofaro presso Ispani, dove si trovava per ragioni di servizio. E poiché la nave bordegiava a rilento, come volesse attendere la notte, il solerte giudice si insospettì, tanto più che l’intendente della provincia, Luigi Ajossa, con la sua lettera riservata del 18 febbraio ’57 lo aveva invitato a vigilare attentamente se qualche legno inglese effettuasse segnalazioni con i paesi rivieraschi. Si aggiunga che un mese prima dell’invasione apparvero sui muri delle abitazioni di Sapri etc…(2).”. Cassese, a p. 51, nella nota (2) postillava: “(2) Gabinetto dell’Intendenza, B., 77, fascicoli intitolati: “Sul voluto arrivo della corvetta inglese Malacca” e “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”; ibid., B. 76: “Voci allarmanti per l’arrivo del figlio di Murat”. Cfr. anche G. Fischetti, Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5 sgg.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 52, in proposito scriveva che: “Il Fischetti, dunque, ebbe fondati motivi per mettersi in allarme e per scendere sollecito dai monti di S. Cristofaro giù alla marina di Capitello, dove, appena giunto, ontò insieme ad altri impiegati del posto sulla scorridora doganale e si mise a seguire il Cagliari a rispettosa distanza per spiarne le mosse. Erano le otto di sera quando la nave gettò l’ancora in località detta ‘Spiaggia dell’Oliveto’ in tenimento di Vibonati, distante mezzo miglio circa dal confine del tenimento di Sapri e un miglio e mezzo dall’abitato di quest’ultimo paese (3).”. Cassese, a p. 52, nella nota (3) postillava: “(3) V. in B. 197, vol. I, c. 197, il verbale del sopralluogo effettuato dal procuratore Pacifico insieme con esperti nautici per assodare il punto preciso in cui approdò il Cagliari.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La mattina di quel lunedì del 29 giugno….Anche il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti, che era stato tra i primi a scorgere lo sbarco dei rivoltosi dal Cagliari, avvenuto presso la spiaggia dell’Oliveto, immediatamente aveva allertato i capourbani della zona. Successivamente si recò a Torraca, e qui spedì altri messaggeri a Tortorella e Casaletto per avvisare del pericolo imminente. La mattina del 29 giugno, da Capitello, inviò un accorato telegramma per avvisare il re di quanto stava accadendo in quella zona. Da questi episodi che coinvolsero il giudice Fischetti, si intuisce che il gruppo di Carlo Pisacane era atteso a Torraca il giorno precedente alla loro venuta, pertanto le autorità del paese ne erano al corrente.”.

Nella domenica del 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” secondo la testimonianza dei due domestici di Pisacane, salvatisi, arrestati e resa davanti all’Ajossa 

Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, a pp. 204-205, in proposito scriveva che: “Interrogatorio di Antonio Ventorino e Domenico Catapano domestici ed attendenti di Pisacane (1). L’anno 1857 il giorno 4 luglio alle ore 5, ed un quarto p.m. Noi Comm. Luigi de’ Marchesi Aiossa Intendente della Provincia di Principato Citra, assistiti dal Capo del Gabinetto sig. Condò. Essendo arrivati da Sala i due arrestati che facean parte dell’orda sbarcata in Sapri, e volendone ricevere l’interrogatorio, etc…Entrato il primo di essi, …Antonio Venturino figlio della fu Fortuna, e di Padre incerto, di ani 36, nato in Napoli, di professione cocchiere. Come sorvegliato di Polizia, etc…Appartenente alla classe dei cosiddetti Camorristi, fin dal suo primo arrivo a Ponza, etc….(p. 206)….Degli individui della compagnia di punizione che appartenevano la maggior parte degli associati alla banda, è di circa un centinaio per reati Viaggiarono dalle 3 e mezzo della sera di sabato, fino a circa le 23 ore della giornata di domenica, quando arrivarono al paese in cui poi sbarcarono, dalle ore 23 fino ad un’ora di notte il legno bordeggiò nelle vicinanze di Sapri; verso quest’ora cominciò la gente a scendere, e finì il disbarco verso le ore 4 di quella notte. Come furono tutti sbarcati si trattennero per poco nel bosco, e quindi cominciarono a marciare: quelli che erano partiti da Ponza andavano innanzi, i forestieri chiudevan la marcia; serbano tutti un silenzio perchè ciò si era ordinato da’ capi dell’orda. Nel mattino dopo due o tre ore da che il giorno era comparso, entrarono in Sapri, suonarono le campane a gloria, perchè ricorreva la festività de’ SS. Pietro e Paolo. Non incontrarono che pochissima gente, perchè tutti erano fuggiti, e presero un vecchio, e lo volevano uccidere, perchè diceano che era stato l’uccisore di Carducci, ma le preghiere che vennero ad essi dirette, vennero a licenziarlo. Da Sapri andarono ad altro paese di cui si ignora il nome, dove non trovarono che pochissima gente, come nell’altro paese, perchè tutti erano fuggiti; elevavano le grida sediziose, cioè che avevano fatto eziando in Sapri, un’ora, andarono via. Si diressero quindi al fortino; precisamente al luogo ov’è la taverna. In quel punto i Capi comprarono quattro Castrati, e 49 pani, ognuno di un rotolo, e se ne divideva uno fra sette persone. Dal Fortino si avviarono al paese in cui ebbe luogo nel seguente mattino il conflitto; il sedicente Generale, etc…etc…Antonio Ventorino (p. 209)….Interrogatorio Catapano….Nel corso del giorno di Domenica esso era addetto a servire il Capo de’ ribelli sedicente Generale. Ad un’ora e mezzo di notte arrivati a Sapri cominciarono a sbarcare; finito lo sbarco rimasero appiattati in quelle boscaglie, e nel mattino si diressero verso il Pese di Sapri, di là andarono a Torraca, e fu allora che seppero quali erano le vedute de’ ribaldi. I Paesi di Sapri e di Torraca erano deserti, in Sapri i rivoltosi andavano in cerca della famiglia Peluso che volevano ammazzare, ed in Torraca si abbracciarono con un falegname che era un solo che vi si trova nel Paese. Da Torraca si diressero al così detto Fortino, ed ebbero Pane e Carne, ma nella quantità di non eccedere l’importo di un tornese. Mentre erano nel Fortino vi arrivava un Barone che se non erro era di cognome Gugliotti, o Gallotti, accompagnato da un vecchio, e dissero entrambi che si fossero avviati perchè li avrebbero raggiunti. Etc…”. Nell’interrogatorio, il Catapano parlando del Fortino accennava al barone di Battaglia don Giovanni Gallotti e dei suoi due figli.

Nel 2 luglio 1857 in Sala, l’interrogatorio di Luciano Marino

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a pp. 211-212, in proposito scriveva che: “10. Interrogatorio di Luciano Marino del 2 luglio 1857 in Sala (ASS, Processi politici, B. 207, vol. II, c. 21 sgg. Copia di questo interrogatorio trovasi in B. 214, Interrogatori, vol. I, c. 43 sgg.; v. anche la dichiarazione autografa del Marino, intitolata ‘Cose segrete riguardo alle sette di Napoli (Sala, 4 luglio), in B. 216, vol. I, c. 55 sgg.). ‘L’anno 1857 il giorno due luglio in Sala……Nella sera de’ 28 a circa mezz’ora di notte approdammo in un punto della marina di questa Provincia che intesi chiamarsi Sapri. Ivi sbarcati ci fecero rimanere in quella spiaggia, e Pisacane e Nicotera con una decina di esteri si diressero nel paese dicendo che dovevano avere nelle mani un tal Peluso, che nel 1848 aveva fatto uccidere il noto Carducci, non ché i parenti, cioè un Capo urbano e gli altri impiegati. Ritornati dopo un’ora o più condussero carcerato un vecchio con mustacchi e con un occhio guercio. Portarono un cappotto, e se non erro delle armi che dissero aver preso in un posto Doganale di quelle vicinanze. Nel seguente mattino 29 giugno entrammo tutt’in Sapri ove non trovammo che vecchi, ragazzi e donnicciuole. Gli altri abitanti erano fuggiti. Cominciammo a gridare come sopra giusta gli ordini de’ suddetti Capi, ed obbligammo quella gente di ripetere le grida, ma poco fummo corrisposti. Alcune donne a premura del Generale presentarono del pane, vino e formaggio che fu pagato. Mangiammo e subito si partì per l’altro paese che intesi chiamarsi Torraca. Quivi arrivati verso le ore 17 suonarono le campane a festa e vennero ad incontrarci una decina di galantuomini e Sacerdoti, i quali pieni di giubilo si insignirono di nocche tricolori al petto, come la maggior parte di noi altri andavamo, e gridarono con noi: “Viva l’Italia, Viva la Libertà, Viva la Repubblica”. Fecero delle cortesi esibizioni di viveri e quant’altro il Generale desiderava. Intanto fu somministrato da un un individuo, di anni 32 in 33 statura alta di condizione proprietario, del vino e taralli senz’aver voluto paga perché si mostrava molto confidente del Generale. Dopo circa un’ora di riposo proseguimmo il viaggio verso la taverna del Fortino sullastrada che mena a Calabria ove giungemmo alle ore ventidue. Ivi per ordine del capo Nicotera fu tagliato ed abbattuto la corda elettrica come intesi tra la banda medesima, dal tavernaro a nome Vincenzo, che si mostrò tutto nostro, dicendo che teneva il fucile nascosto e ci attendeva da più giorni, furono uccisi degli animali pecorini per farci mangiare. Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia dicendo che in Padula, Sala ed altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione. La nottata la passammo al Fortino anzidetto, e la seguente mattina de’ 30 proseguimmo il viaggio, e giunt’in Casalnuovo etc… (p. 215). D. – Essendo sbarcati in Sapri con chi si ebbe abboccamento da’ vostri capi tanto colà, che lungo la linea sino a Padula ? R. – Signore, da’ nostri Capi si diceva sempre che nel mettere piede a Sapri si trovavano pronti armi, munizioni, e più di mille individui che si sarebbero aggregati al nostro partito per promuovere la interna rivoluzione del Regno; che in Padula etc…In Sapri non mi accorsi se alcuno ebbe abboccamento con il Generale o altri Capi. In Torraca vi furono quei pochi come sopra che ci animarono a proseguire il viaggio. Al Fortino venne a conferire col Generale e diede le stesse prevenzioni a noi quel vecchio indicato, e fors’il figlio che io riconobbi perch’era stato con me detenuto nella Vicaria per imputazione politica. In Casalnuovo fummo incoraggiati da uno di Torraca che si spacciava per medicastro, e che aveva medicato la mano del compagno Colacicco. Egli aveva l’età di 34 in 35 anni, di statura piuttosta lata, barba nera, folta. Diceva che era fuggito da Torraca perché i realisti volevano ucciderlo, e che dietro grazia Sovrana si era ritirato e stava in Casalnuovo alla piazza.”.        

Nel 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” secondo i foglietti trovati nel portafogli di Pisacane spiegati da Nicotera a Pacifico

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 191, in proposito scriveva che: “3. Portafogli di Carlo Pisacane (I documenti originali si trovano nel vol. VI dei ‘Documenti’ e furono restituiti nel 1861 alla figliuola di Pisacane, Silvia: cfr. L. Cassese, Note intorno alla figliuola di C. P., p. 761, nn. 1 e 4. I docc. che qui si pubblicano furono inviati in copia dal P.G. Pacifico al ministro di grazia e giustizia, con nota dell’11 luglio ’57, indicando le “spieghe” date dal Nicotera. Essi si trovano in ASN, Ministero di G. e G., F. 5268, fasc. II, parte 1°, cc. 2-16. “Spieghe” e note del Pacifico sono riportate qui di seguito in corsivo.).”. Stranamente il Cassese scrive del Proclama di Pisacane ma non scrive che esso si trovava nel portafogli di Pisacane ritrovato a Padula. Cassese, a p. 193, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 5° vi sono indicati i nomi di’: Giovanni Gallotti al Fortino. Venanzio Aldini. Antonio S. Elmo.”. ‘Per le spieghe date dallo stesso Nicotera eran quelli da cui si dovea far capo nello sbarcare a Sapri’. ‘Nel fol. 5° t. si leggono le circostanze relative allo sbarco in Sapri e sono le seguenti:’ Giunti a Sapri alle 8 di sera. Terminato lo sbarco alle 10. Su di una spiaggia alla destra di Sapri guardando il mare. Quindi si cambiò fronte, e si marciò in Sapri. Bivaccammo la notte innanzi Sapri. Un distaccamento comandato da Nicotera per prendere il Sindaco ed avere de’ viveri ed il Cpourbano Pelosi per ammazzarlo. Tutti erano fuggiti, si guadagnarono sette o otto pessimi fucili tolti agli urbani. La mattina alle 4 abbiamo potuto avere dei viveri pagandosi e mangiato un pezzettino di pane ed un poco di formaggio. Alle sette partimmo per Torraca con la certezza che bisognava attaccare.”.

LO SBARCO DEI TRECENTO DI PISACANE: IL LUOGO DELLO SBARCO

Nel 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” sulla spiaggia dell’“Oliveto del Fortino” (l’oliveto antistante la spiaggia del Buondormire, oggi nei pressi del Faro Pisacane non distante dall’Ospedale civile di Sapri

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Carlo Pisacane decide di sbarcare a Sapri……Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’.” e poi aggiungevo che: “…..prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino etc…”. Dunque, nella mia Relazione scrivevo che si trattava della “spiaggia dell’oliveto del Fortino”, ovvero la spiaggia antistante l’oliveto in località “Fortino” dove oggi si trova il piazzale parcheggio ed il Faro Pisacane. Scrivevo nella mia relazione che il Giuseppe Gallotti, in assenza del capourbano Vincenzo Peluso che era fuggito, prese il comando di una dozzina di sapresi e li lasciò sulla spiaggia di Sapri per recarsi nella vicina località “Fortino” dove vi era un oliveto e la stradina sterrata che portava a Villammare. Infatti vi sono foto del ‘900 che illustrano la località di S. Croce a Sapri, molto vicina alla località Fortino, dove si vede che tutta la fascia litoranea brullica di maestosi ulivi. Ivi vi era un Oliveto e la zona non era urbanizzata.La spiaggia è ancora detta “spiaggia del Buondormire”. Infatti, vi sono dei documenti che attstano che sul litorale della spiaggia del Buondormire vi era una grande torre detta appunto “Torre del Buondormire”, a cui ho dedicato ivi un mio saggio storico. La torre del Buondormire esisteva ai tempi del barone Antonini che nel 1745 scrisse “La Lucania – Discorsi”. Vi era un posto doganale per il passaggio verso i territori del vicino mandamento di Vibonati e di proprietà della principessa Carafa di Policastro. Nella mia Relazione, continuando il mio racconto scrivevo pure che: I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di spiaggia dell’Oliveto, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri.”. Oggi, non molto distante dalla spiaggia detta del Buondormire vi è il ristorante di “Noè a mare”. All’epoca vi era il “posto doganale”, dove infatti si recò il capourbano (elettosi) Giuseppe Gallotti che fu arrestato dai trecento di Pisacane. Al posto doganale della spiaggia del Buondormire ho dedicato u mio saggio. Fu istituito dai francesi di Gioacchino Murat e poi in seguito dai Borbone di Napoli. Infatti, non molto distante sorse un Fortilizio borbonico da cui oggi la località viene detta “località Fortino”. Infatti, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 181-182, in proposito scriveva che: “Mentre tutto ciò si disponeva dai capi e dai principali patriotti, il piroscafo prendeva le acque di Sapri e si fermava, per non mettersi in vista, dietro un piccolo promontorio tra quella baia e la spiaggia detta dell’oliveto, sul limite del tenimento di Vibonati, per trattenervisi, come fece, fino all’ora fissata per lo sbarco.” aggiungendo pure che: Gli urbani si recarono all’Oliveto per tenere d’occhio il piroscafo e spiarne le mosse, ma egli non ebbe tempo a rasserenarsi, perchè i rivoluzionarii erano sbarcati con sorprendente sveltezza e dato assalto al posto doganale e disarmatolo, avevano in un moento invasa larga zona gridando: Viva l’Italia.”. Inoltre, il Bilotti parlando del posto doganale e degli urbani sapresi che ivi si erano recati (sul posto dello sbarco) e arrestati dai rivoltosi di Pisacane, a p. 184, in proposito aggiunge che: Anche i fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, inpiegati telegrafici nel posto dello Scialandro, erano stati tra i primi ad accorgersi che un legno estero sprovvisto di bandiera approdava nella spiaggia, accosto al Fortino.”. Dunque, secondo la versione del Bilotti è chiaro che il punto dello sbarco era “la spiaggia dell’oliveto del Fortino” che non deve essere confusa con la “spiaggia dell’Oliveto”, oggi antistante il cimitero di Sapri. Oggi la “località Fortino” a Sapri, nel Comune di Sapri ancora oggi, è la località dove insiste l’Ospedale civile di Sapri e lì vi è la spiaggia detta del “Buondormire” perchè in epoca antica vi era una torre Angioina o Aragonese oggi scomparsa. Vicinissima la spiaggia del Buondormire, luogo dello sbarco, vicino la “punta del Fortino”, dove oggi è il “Faro Pisacane“, è un luogo non molto distante dalla “spiaggetta del Buondormire” ed è pure un luogo o una rada della costa che non si vede dal paese. Dunque era il luogo ideale per il Cagliari che, così facendo, si avvicinò al paese ma in tutta sicurezza per non essere visti. Il Cagliari, come vedremo, fu avvistato dagli operatori del posto telegrafico dello Scialandro che era situato sul monte Ceraso cioè dall’altra parte della baia di Sapri, all’esatto opposto. Tutte queste piccole ma importanti località, importanti per la storia di Sapri, dovrebbero essere indicate in una apposita segnaletica che io da tempo ho proposto all’Amministrazione di Sapri.

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(Fig…..) “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: “cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno”. Il disegno dipinto a colori che rappresenta Sapri è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, Sezione ‘Stampe Antiche’: (n. 141142). Particolare pubblicato da Giulio Schmiedt (…), tratto dal disegno: “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”.

Nel 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” sulla spiaggia dell’“Oliveto del Fortino” (l’oliveto antistante la spiaggia del Buondormire, oggi nei pressi del Faro Pisacane non distante dall’Ospedale civile di Sapri

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: “…..prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino etc…”. Dunque, nella mia Relazione scrivevo che si trattava della “spiaggia dell’oliveto del Fortino”, ovvero la spiaggia antistante l’oliveto in località “Fortino” dove oggi si trova il piazzale parcheggio ed il Faro Pisacane. Scrivevo nella mia relazione che il Giuseppe Gallotti, in assenza del capourbano Vincenzo Peluso che era fuggito, prese il comando di una dozzina di sapresi e li lasciò sulla spiaggia di Sapri per recarsi nella vicina località “Fortino” dove vi era un oliveto e la stradina sterrata che portava a Villammare. Infatti vi sono foto del ‘900 che illustrano la località di S. Croce a Sapri, molto vicina alla località Fortino, dove si vede che tutta la fascia litoranea brullica di maestosi ulivi. Ivi vi era un Oliveto e la zona non era urbanizzata.La spiaggia è ancora detta “spiaggia del Buondormire”. Infatti, vi sono dei documenti che attstano che sul litorale della spiaggia del Buondormire vi era una grande torre detta appunto “Torre del Buondormire”, a cui ho dedicato ivi un mio saggio storico. La torre del Buondormire esisteva ai tempi del barone Antonini che nel 1745 scrisse “La Lucania – Discorsi”. Vi era un posto doganale per il passaggio verso i territori del vicino mandamento di Vibonati e di proprietà della principessa Carafa di Policastro. Nella mia Relazione, continuando il mio racconto scrivevo pure che: I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di spiaggia dell’Oliveto, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri.”. Oggi, non molto distante dalla spiaggia detta del Buondormire vi è il ristorante di “Noè a mare”. All’epoca vi era il “posto doganale”, dove infatti si recò il capourbano (elettosi) Giuseppe Gallotti che fu arrestato dai trecento di Pisacane. Al posto doganale della spiaggia del Buondormire ho dedicato u mio saggio. Fu istituito dai francesi di Gioacchino Murat e poi in seguito dai Borbone di Napoli. Infatti, non molto distante sorse un Fortilizio borbonico da cui oggi la località viene detta “località Fortino”. Bilotti (…), nel suo Capo III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, nel suo  ‘Cronistoria della rivoluzione in Lucania e Basilicata del 1860′, nel 1870, a p. 181, in proposito scriveva che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino ove però otto di loro, insieme ai due impiegati del telegrafo, etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 184, in proposito scriveva che: “Anche i fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati telegrafici nel posto di Scialandro, erano stati tra i primi ad accorgersi che un legno estero sprovvisto di bandiera approdava nella spiaggia, accosto al Fortino. Etc…”. Dunque, anche il Bilotti sostiene che il primo sbarco avenne sulle due spiaggette molto vicine al “Fortino” dell’Oliveto. La località “Fortino” si trovava e si trova ai confini del mandamento di Vibonati, ovvero dove oggi è l’Ospedale Civile di Sapri e la spiaggetta è quella detta del “del Buondormire”, quella che oggi conosciamo vicina al ristorante “Noè a mare”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a p. 119, nella nota (1) postillava che: “(1) Nello stesso punto, al Fortino, sbarcò poi il Pisacane il 28 giugno 1857.”.

Andrea Guglielmini (…), nel 1877, nel suo “L’eroe superstite di Sapri – Schizzi storici per Andrea Guglielmini “, a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Sapri è un piccolo Comune che segna il confine tra le Provincie del Principato Citra e di Basilicata, facile allo approdo, e quivi giunsero giorno 28 verso le prime ore della sera e vi discesero senza ostacolo alcuno. Nell’entusiasmo creato da un fervente patriottismo che animava pure quei generosi, fuvvi però a osservare un primo e giustificato sconforto; perlocchè in quel posto non rinvennero aiuto alcuno che avvisati li avessero di incalcolate e subitanee novità; anzi fu manifesto che l’arrivo di quei prodi sulla spiaggia di Sapri non era peranco aspettato da qualcuno che poteva servir loro di necessaria guida in mezzo a contrade sconosciute ed a gente poco proclive ad infiammarsi per la libertà. Ad ogni modo Pisacane, Nicotera ed i di loro compagni erano decisi di vincere o morire, ed animati da un santo coraggio entrarono nell’abitato di Sapri e percorrendone le vie al grido di viva l’Italia invitavano quei naturali ad insorgere contro la tirannia che li opprimeva.”.  

Nel 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” sulla spiaggia dell’Oliveto (davanti il cimitero di Sapri) ?

Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari (Fig….), gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (di fronte al cimitero di Sapri). Sulla storica spedizione, che aprì la strada a Garibaldi ed all’Unità d’Italia, esiste un’ampia trattazione. Io riferirò i fatti svoltisi dallo sbarco nella vicina spiaggia dell’Oliveto, la notte del 29 a Sapri (….) e la risalita a Torraca. Sin dalle prime ore del mattino la nave Cagliari  era stata seguita dal Giudice del mandamento di Vibonati Gaetano Fischetti (….), che allarmatosi e non potendo dare l’allarme poichè l’unico telegrafo presente della zona, quello di Capitello, era inservibile a quell’ora, a Sapri, riunì i pochi urbani e fattili giurare fedeltà al Re, li mandò incontro ai rivoltosi che incominciavano a sbarcare nel tratto di spiaggia di fronte all’attuale Cimitero di Sapri, indicato dal Nicotera, nei pressi dell’attuale casa dei Stoppelli (la casina bianca di fronte al centro commerciale)(….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: D’accordo con il Comitato Napoletano, Carlo Pisacane decide di sbarcare a Sapri…..Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (ove attualmente è il cimitero di Sapri).”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (ove attualmente è il cimitero di Sapri). Sin dalle prime ore del mattino la nave Cagliari  era stata seguita dal Giudice del mandamento di Vibonati Gaetano Fischietti che allarmatosi e non potendo dare l’allarme poichè l’unico telegrafo presente della zona, quello di Capitello, era inservibile a quell’ora, a Sapri, riunì i pochi urbani e fattili giurare fedeltà al Re, li  mandò incontro ai rivoltosi che incominciavano a sbarcare nel tratto di spiaggia di fronte all’attuale Cimitero di Sapri, indicato dal Nicotera, nei pressi dell’attuale casa degli eredi Stoppelli. (169).”. Nella mia nota (169) postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Purtroppo, sebbene su Pisacane vi sia un ampia trattazione anche su wikipedia leggiamo che lo storico sbarco avvenne a Vibonati. Su Wikipedia alla voce “Carlo Pisacane” leggiamo che:  “ma rimase particolarmente celebre per aver guidato il fallimentare tentativo di rivolta nel Regno delle Due Sicilie, che ebbe inizio con lo sbarco a Vibonati diretto verso Sapri ecc…”. L’equivoco è dovuto al semplice fatto che la “spiaggia dell’Oliveto”, luogo dello sbarco dei “Trecento”, oltre a rappresentare un luogo sicuro per i rivoltosi a causa dell’assenza di abitazioni, l’unica abitazione era la “casina bianca” segnalata dal Fanelli al Pisacane e che ancora oggi è ivi, una proprietà indivisa degli eredi Stoppelli, Sapienza ecc…, oggi si trova nel Comune di Vibonati ma all’epoca il grande spiaggione detto dai sapresi dell’Oliveto apparteneva al mandamento giurisdizionale di Vibonati, mandamenti creati da Gioacchino Murat nel 1809 ma, all’epoca il territorio in cui ricadeva la “spiaggia dell’Oliveto”, a parte che era molto distante da Vibonati, ricadeva negli ex territori del barone Palamolla di Torraca e del Principe Carafa di Policastro, territori di Sapri. Infatti, a riprova che la “casina bianca” segnalata dal Fanelli al Pisacane ricade in territorio saprese vi è il fatto che l’attuale Cimitero di Sapri è posto quasi di fronte. Il Cimitero di Sapri sorge con l’Unità d’Italia grazie alla volontà del dott. Nicola Gallotti. Mi chiedo come avrebbe fatto Gallotti a costruire ai primi del novecento il Cimitero di Sapri in un territorio di Vibonati se non perchè questo territorio facesse già parte di Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Sin dalle prime ore del mattino la nave Cagliari  era stata seguita dal Giudice del mandamento di Vibonati Gaetano Fischietti che ecc…”. Vibonati era sede di mandamento ma era pure molto distante. Ritornando mia nota (169) dove postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”, in effetti, Giovanni Nicotera, uno dei pochi superstiti dell’impresa di Pisacane, dopo l’Unità d’Italia diventò Ministro degli Interni e in una visita a Vibonati, ancora sede di mandamento giurisdizionale, ribadì e chiarì dove fosse il luogo preciso dello storico sbarco dei “Trecento”.

Nel 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” sulla spiaggia di Sapri, antistante il “casino bianco” (forse il palazzotto del Peluso, oggi in corso Garibaldi) ?

Giacomo Racioppi, però, sulla scorta del testo del Venosta (….), scriveva che la “casina bianca”, indicata negli Atti come luogo dello sbarco, non era quella sulla spiaggia dellOliveto ma, secondo la versione del Venosta doveva essere il palazzotto del prete Peluso a Sapri che si trovava, all’epoca, in prossimità della linea di costa della baia di Sapri. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: XIX. Sul vespro del 28 il piroscafo fu nel Golfo di Policastro alla vista di Sapri; – etc…Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione. Quella casina apparteneva a un tale uomo, che ha legato alla nostra storia un nome infamato, e che riempe oggi il racconto, dimani forse la leggenda, de’ popoli a Sapri circostanti. Il Prete Peluso, etc….Su quella spiaggia, presso al casino bianco, invano levarono il grido – Italia degli Italiani – ; non fu chi rispose ‘e gl’ Italiani per essa’ –  come l’aspettata guida avrebbe dovuto a segnale di riconoscimento. Con poco favorevoli auspici toccarono terra: etc…”. Dunque, il Racioppi, forse sulla scorta del Venosta (….) scriveva che il luogo dello sbarco non era la spiaggia dell’Oliveto, coe hanno scritto tanti, ma secondo il Racioppi, il luogo dello sbarco dei “Trecento” e di Carlo Pisacane fu davanti la “casina bianca” che egli indica come il palazzotto del prete Peluso, che all’epoca doveva trovarsi molto vicino alla spiaggia di Sapri. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a p……, in proposito scriveva che: “Sul vespro del 28 il piroscafo fu nel Golfo di Policastro alla vista di Sapri….Accosto al torrente prossima al mare, dal lato orientale sorge una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto visto e scelto da mare dal capo della spedizione. Quella casina apparteneva a tale un uomo, che ha legato alla nostra storia un nome infamato, e che riempe oggi il racconto, dimani forse la leggenda, de’ popoli a Sapri circostanti. Il Prete Peluso, vecchio ‘calderaro’ partigiano anzi sicario di casa Borbone, spirito bizzarro quanto feroce, cinico e manesco, quanto inculto e grossiero, che del sacerdote altro non si ebbe che il crisma indelebile, e del brigante ebbe tutto, meno il capestro, vivea parte dell’anno tra quelle mura tra cinici gusti e bizzarri; irrequieto ed inquieto per mala coscienza. Quivi, agli assassinii assueto, macchinò nel 1848 l’assassinio di Costabile Carducci, e l’eseguì poscia, di fredda mano nella prossima Acquafredda. Quivi infermo, qualche anno dipoi, fu colpito di visita da Re Ferdinando di Borbone; che il raccomandando santamente a Nostra Donna di Novi, gli strinse la mano insanguinata; – grazie di regio carnefice ad assassino da macchia. Quivi morì; legando l’ombra del nome al loco e alle mura; cui poscia il cieco flusso della rivoluzione  volle punite, quasi di ossa e di polpe, in memoria di chi li ebbe costrutte. E quivi presso sbarcando i nuovi argonauti….”. Ricordiamo che, nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) nella mia nota (169) io postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. La notizia merita ulteriori approfondimenti. La “casina bianca”, che molti indicarono come quella (attuale proprietà indivisa della famiglia Stoppelli, antistante il centro commerciale di Villammare, lungo la statale SS. 18) e all’epoca quasi vicino al futuro costruendo Cimitero di Sapri (dunque in territorio che apparteneva alla Principessa Carafa di Policastro e che il governo del Regno d’Italia dispose che questo territorio, conteso nel 1600, tra i Carafa e i Palamolla, rientrasse tra i confini del Comune di Vibonati, il quale in seguito cedette al Comune di Sapri, il terreno per costruire il Cimitero. E’ da approfondire la notizia del Racioppi, che sulla scorta del Venosta scriveva che:   “Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione. Quella casina apparteneva…”, al prete Peluso. La casina del prete Peluso, come scrive il Racioppi era all’epoca il palazzotto che oggi vediamo in Corso Garibaldi a Sapri, ma che all’epoca doveva essere la “casina bianca” accosto al torrente Brizzi, prossima alla spiaggia ed al mare, sul lato orientale di Sapri, isolata e che, nel 1895 venne descritta anche dal Cav. Carlo Pesce (….) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci: ‘Costabile Carducci, Il dramma d’Acquafredda – Conferenza per un episodio della Rivoluzione Napolitana del 1848′, edito a Napoli, nel 1895 e, di cui ho pubblicato ivi in un altro mio saggio, e dove, a p……, in proposito scriveva che: “Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene. In mezzo al mare su d’uno scoglio aveva eretto il casino dei bagni; alla marina di Vibonati altra casetta, che chiamava la Babilonia, e ad Acquafredda l’altra villa piccola, per quanto deliziosa e pittoresca.”. Il vecchio palazzotto fortificato sito in C.so Garibaldi a Sapri, residenza dell’Avvocato Vincenzo Peluso e delle due sue sorelle, era di antica fattura.

il Palazzo Peluso

(Fig….) Particolare del Palazzotto Peluso tratto dallo schizzo del 1817 “Croquì di Sapri

Sapri nel 1819, ten. Blois

(Fig….) Particolare tratto dal disegno del rilievo di Sapri del Ten. Blois del 1819, illustrato nell’immagine della Fig….., “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000. In questo particolare si vede il centro abitato di Sapri come doveva apparire al Genio Militare Borbonico nel 1 gennaio 1819.

Ecco cosa scriveva Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”,riguardo il “casino bianco”, il luogo indicato per lo sbarco. Bilotti,  a p. 185 parlando dell’ingresso dei Trecento a Sapri e scriveva che: Si corse al ‘casino bianco’, punto convenuto, e si levò più volte il grido: Italia degli Italiani; non vi fu chi rispondesse: E gli italiani per essa (4).. Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Atto di accusa, p. 40”.  Bilotti, a p. 185, nella nota (4) postillava: “(4) Il governo tenne una lunga corrispondenza per accertare quale fosse il casino bianco dove i ribelli avrebbero dovuto trovare persone note. I casini di quel colore erano tre, e le indagini rimasero quasi infruttuose.”.

Nel 1857, la stazione telegrafica di ‘Scialandro’ sul monte Ceraso a Sapri

Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 184, in proposito scriveva che: Anche i fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati telegrafici nel posto dello Scialandro, erano stati tra i primi ad accorgersi che un legno estero sprovvisto di bandiera approdava nella spiaggia, accosto al Fortino.”. Il Bilotti (…) sbagliando il cognome dei due “impiegati” chiamati ‘Montesanto’ ma era ‘Montesano’, dico io. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’. I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di spiaggia dell’Oliveto, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri. I due impiegati, accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco e lì scoperti dai rivoltosi furono arrestati. Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni.”. Dunque, sulla scorta della cronaca di Nello Rosselli (…..) scrivevo che  i due impiegati del “telegrafo dello Scialandro”, i fratelli Domenico e Giuseppe Montesano “accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco dove furono scoperti e arrestati dai rivoltosi. Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni.”. Nella mia nota (168) postillavo che: (168) Rosselli Nello, Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.”. Nella mia nota (169) postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Dunque, la notizia che riportavo sul mio studio era stata tratta dal Daneri (….) che scrisse sulla “Spedizione di Sapri”. In questa notizia si fa cenno ai due fratelli Domenico e Giuseppe Montesano che figurano come “impiegati del telegrafo di Scialandro”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 63, in proposito scriveva che: “Durante la notte il giudice Fischetti l’aveva preceduto, spargendo le stesse voci, come a Sapri. Poi tornò precipitosamente a Capitello, dove funzionava il telegrafo ottico, e all’alba inviò telegrammi al inistero di Grazia e Giustizia (che non c’entrava ma era utile ai fini della promozione), alla Polizia, all’Intendente della Provincia; oggi l’Intendente si chiama Prefetto, ma i suoi poteri non sono così ampi. Questo posto telegrafico, lo si vede ancora oggi a Capitello. Sopra l’abitato è una torre molto massiccia che gli abitanti chiamano Torre Normanna. Fu costruita mezzo millennio dopo l’occupazione normanna, da Filippo II, Re di Spagna, su piani di suo padre Carlo V, l’imperatore “nel cui regno il sole non tramontava”, e quando finì il pericolo saraceno, abbandonata. Sotto Gioacchino Murat c’era da temere un colpo di mano Inglese e le torri furono alzate e munite di cannoni, per tener la spiaggia sotto controllo. Le segnalazioni erano simboliche, come si usava fra le navi, prima dell’introduzione della telegrafia senza fili. Nel 1857 era già in uso l’alfabeto Morse e da Salerno a Brindisi esisteva il telegrafo elettrico che seguiva press’a poco l’antica via Appia. Nei calcoli di Pisacane il telegrafo elettrico era compreso. Appena arrivato a Fortino, lo mise fuori uso. Il telegrafo ottico di Capitello era sfuggito alla sua attenzione. Con i telegrammi del giudice Fischetti e l’arrivo etc…”. Dunque, il Tancredi, ci parla del giudice regio Gaetano (che correttamente chiama Fischetti) e del telegrafo ottico installato nella torre Vicereale di Capitello e, da cui il giudice regio Fischetti lanciò i primi messaggi scritti con Tlegrammi alle autorità. Il Tancredi dice pure che nei piani del Pisacane figurava il telegrafo elettrico su fili che esisteva nella zona e che, in seguito al Fortino furono tagliati i fili, ma al teddagliato piano del Pisacane era sfuggito il “telegrafo ottico”, la cui postazione allo Scialandro e a Capitello permisero al giudice regio di avvertire le autorità. Dunque, secondo il Tancredi, lungo il litorale del Salernitano e nel Golfo di Policastro vi erano dei punti con il “telegrafo ottico o telegrafo di Chappe”.  Da Wikipedia leggiamo che Il telegrafo di Chappe (detto anche semaforo di Chappe) fu un sistema di comunicazioni immediate a distanza inventato dai fratelli Chappe in Francia alla fine del XVIII secolo. Si trattava di un sistema “ottico”, con il quale mediante “stazioni” poste lungo una linea e opportunamente distanziate, il messaggio veniva trasmesso da una alla successiva, che lo decifrava e lo ritrasmetteva, fino a giungere al termine di questa “linea” predeterminata. Questo implicava che:

  • le stazioni distassero non oltre l’estensione del campo visivo dell’operatore della stazione (tra i 10 e i 15 km)
  • la trasmissione poteva aver luogo solo se tutti gli operatori erano contemporaneamente presenti sulle rispettive “stazioni” della linea
  • le trasmissioni potevano aver luogo solo durante le ore di visibilità naturale (diurne), sempre che questa fosse sufficiente, lungo tutto il percorso della linea di “stazioni”.

Nel suolo italiano le linee semaforiche di Chappe furono erette per la necessità di Napoleone di comunicare rapidamente coi territori conquistati. il tratto da Milano a Mantova fu sancito con decreto imperiale del 18 giugno 1805, cui seguì un secondo decreto il 13 novembre dello stesso anno per il prolungamento della linea da Milano verso Parigi, sino al confine col Piemonte. Infine, il 1º settembre 1809, il Viceré d’italia Eugenio Napoleone di Francia decretò che la linea telegrafica fosse continuata fino a Venezia. Altre notizie sulla stazione telegrafica dello ‘Scialandro’ esistente a Sapri all’epoca della “Spedizione di Sapri”, stazione probabilmente installata dal governo Borbonico sul Monte Ceraso e, di cui sono stati rinvenuti dei resti, si possono trarre ance dal libretto del giudice Fischetti (….). Il giudice del mandamento di Vibonati, Gaetano Fischetti (…), che nel suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857’, scritto nel 1877 per ingraziarsi il Ministro degli Interni da poco eletto e compagna della Spedizione, Nicotera, a p. 34, in proposito scriveva che: “Erano mal capitati ancora e fatti prigionieri Antonio Perazzo di Vibonati, Domenico e Giuseppe Montesano, come pure Francesco Eboli di Sapri.”. Ricordo che il giudice Fischetti (…), è stato un diretto testimone di quei tragici eventi che hanno segnato la storia di Sapri. Dunque, io credo che la notizia di un telegrafo allo ‘Scialandro’ sia ancora tutta da verificare. Riguardo il posto telegrafico, ricordo che il Pesce (…), sulla base del manoscritto del Timpanelli (…), nel suo ‘Costabile Carducci ed il dramma d’Aquafredda’, scriveva che il Peluso, trovandosi presso la ‘Rotondella’ ad Acquafreda, fece chiamare dalla vicina “Torre, residenza delle guardie doganali”, ma sappiamo che il Pesce (…), come altri, si rifacevano a ciò che avevano scritto altri confondendo alcune cose. Sarà proprio lui che nel suo ‘Storia della Città di Lagonegro’, edito nel 1905, a p. 382, parlando proprio del telegrafo elettrico ad asta dirà: “E Lagonegro ebbe in quell’anno stesso l’uffizio telegrafico, che fu innaugurato solennemente” e si riferiva al 1857. E poi ancora, il Pesce diceva che: “Per lo innanzi il solo telegrafo ad asta, impiantato su torri lunghesso le coste del mare, era servito per trasmettere le notizie più urgenti, mediante segnali, per conto del governo.”. Dunque non è escluso che a Sapri, come pure a Lagonegro, il Governo Borbonico, dopo l’occupazione del ventennio Napoleonico, abbia deciso di impiantare un telegrafo elettrico ad asta. Di sicuro possiamo dire che nei pressi dello scoglio o della scomparsa Torre costiera detta dello ‘Scialandro’, sul monte Ceraso, vi possa essere stato impiantato un piccolo edificio per il richiamo telegrafico e l’avvistamento. A tal proposito, vorrei citare Leopoldo Cassese (…) che, riguardo i fatti del Pisacane a Sapri, menzionava il “contadino Carmine Perazzo” che insieme a Francesco Eboli, furono costretti a fare marcia indietro ed accompagnare Pisacane a Sapri. Il Cassese (…), a p. 54, nella sua nota (11), riguardo le deposizioni di alcuni cittadini di Sapri postillava che: “(11) L’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a guidare i rivoltosi per la contrada, nonchè quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”, non mi fanno dubitare del Cassese (…), ma di certo la questione del telegrafo sul monte Ceraso andrebbe ulteriormente indagata, in quanto questo è proprio uno dei punti rimasti a mio parere non del tutto chiariti.  Il Cassese, a p. 53, scriveva che il Fischetti (…) “corre sul far dell’alba da Vibonati a Capitello e fa trasmettere da quel telegrafo messaggi al Re.”. Dagli atti processuali, si evince che la deposizione del sacerdote di Sapri F.M. Timpanelli, furono confermate alcune circostanze. Recentemente sul monte Ceraso è stato rinvenuto un edificio con una piccola torretta, posto non lontano dal posto o luogo chiamato “Casale del Confine”, ovvero non lontano dal luogo citato nella carta d’epoca Aragonese, una carta inedita e da me scoperta (vedi fig…..). Non posso dire se l’edificio recentemente rinvenuto sulle alture del monte Ceraso, segnalatoci dall’amico Domenico Smaldone, fosse un edificio borbonico che si trovasse sul luogo che esisteva già in epoca aragonese chiamato sulla carta in questione “Casale del Confine”. Recentemente, a seguito del rinvenimento sul monte Ceraso di un piccolo fabbricato, forse d’epoca borbonica,  Angelo Gentile, in un suo saggio “Sapri, torna alla luce l’antica Stazione telerafica ad asta”, apparso a stampa su una rivista locale, scrive che: “Citazioni storiche a seguito dello sbarco di Pisacane, 1857, indicano l’esistenza di una stazione telegrafica a Sapri, detta dello Scialandro. Vengono anche citati i nomi dei fratelli Domenico e Giuseppe Montesano, ecc..ecc..”. Il Gentile (….) avanzava l’ipotesi che la piccola torre annessa a questo piccolo fabbricato recentemente rinvenuto da escursionisti di Sapri sulle falde del monte Ceraso, fosse adibito a posto telegrafico. Riguardo una probabile stazione telegrafica d’epoca borbonica esistente al tempo dei fati di Pisacane, nel 1857, sebbene Leopoldo Cassese (…), traendo le notizie dagli atti processuali (…), allorquando si avvicinò alla rada della ‘Spiaggia dell’Oliveto’ il Cagliari di Carlo Pisacane, esistevano nel Golfo di Policastro, a p. 52, in proposito scrivesse che: “Due telegrafi ad asta erano nel golfo, uno a capo degli Infreschi, ed un altro a Capitello.”, escludendo che vi fossero nel Golfo di Policastro altri telegrafi, ipotesi questa tutta da verificare e del Bilotti (…), del Pifano (…), che scriveva proprio sulla scorta del Bilotti (…). Cesare Pifano (…), a p. 38 del suo ‘Pisacane da Sapri a Sanza’, in proposito scriveva che: “La presenza di una imbarcazione, che, sotto vapore stava approdando nella zona, non era sfuggita ai fratelli Montesano, Domenico e Giuseppe, che espletavano l’ufficio di impiegati telegrafici dello Scialandro.”. Dunque, Pifano (…), senza riferire la fonte bibliografica, sosteneva che vi fosse una stazione telegrafica dello ‘Scialandro’. Notizia peraltro mai confermata dal Pesce (…). Pifano (…), nella sua nota (3), riferiva di una relazione che il ministro degli Interni, divenuto, Nicotera, in una visita a Vibonati, ribadì all’assessore al Comune, Giovannino Vita. La notizia di un posto telegrafico dello ‘Scialandro’, proviene da Paolo Emilio Bilotti (…), che, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, nel 1907, quindi più o meno della stessa epoca in cui scriveva il Pesce (…).

Nel 28 giugno 1857, Francesco Eboli, insieme ai due fratelli Montesano si reca sul luogo dello sbarco dei rivoltosi di Pisacane

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’. I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di spiaggia dell’Oliveto, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri. I due impiegati, accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco e lì scoperti dai rivoltosi furono arrestati. Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni.”. Dunque, sulla scorta della cronaca di Nello Rosselli (…..) scrivevo che  i due impiegati del “telegrafo dello Scialandro”, i fratelli Domenico e Giuseppe Montesano “accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco dove furono scoperti e arrestati dai rivoltosi. Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni.”. Nella mia nota (169) postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 184, in proposito scriveva che: Anche i fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati telegrafici nel posto dello Scialandro, erano stati tra i primi ad accorgersi che un legno estero sprovvisto di bandiera approdava nella spiaggia, accosto al Fortino. Spinti da zelo o da curiosità, si diressero subito verso il punto di approdo, accompagnati da un tal Francesco Eboli con cui si incontrarono per via; ma trovarono lo sbarco già in gran parte avvenuto. Obbligati a dichiarare la loro qualità, furono arrestati e dovettero seguire i rivoltosi, dalle mani dei quali riuscirono a sfuggire solo a tarda ora, quando la stanchezza ed il sonno ebbero vinti i loro custodi. Fu unico loro pensiero quello di correre al posto telegrafico e mandare le prime segnalazioni. La notte intanto si avanzava. L’Infranzi, il giudice e gli altri che li seguivano, compreso di che si trattava, ripiegarono indietro e si misero in salvo ad un miglio circa da Sapri, dove si divisero quando giunse il Calderaro, malconcio per una caduta, ad annunziare che i ribelli nel numero di circa 500 si disponevano ad invadere Sapri, donde molti cittadini con le rispettive famiglie erano già fuggiti verso i monti. L’Infranzi si recò allora a Capitello richiamandovi anche la forza di Scario, etc…”. Sulla figura di Francesco Eboli ha scritto pure dal libretto del Fischetti (….).  Il giudice del mandamento di Vibonati, Gaetano Fischetti (…), che nel suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857’, scritto nel 1877 per ingraziarsi il Ministro degli Interni da poco eletto e compagna della Spedizione, Nicotera, a p. 34, in proposito scriveva che: “Erano mal capitati ancora e fatti prigionieri Antonio Perazzo di Vibonati, Domenico e Giuseppe Montesano, come pure Francesco Eboli di Sapri.”. Dunque, l’episodio viene riportato anche dal giudice Fischetti (….), che cita Francesco Eboli di Sapri. Perchè i due impiegati del telegrafo dello Scialndro, i fratelli Domenico e Giuseppe Montesano furono accompagnati da Francesco Eboli ? Chi era Francesco Eboli e perchè accompagnò i due sul posto dello sbarco dei rivoltosi di Pisacane ? Quale funzione o carica egli rivestiva ?. Riguardo il Francesco Eboli di Sapri ha scritto anche Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”. Il Cassese (…), che riguardo i fatti del Pisacane a Sapri, menzionava il “contadino Carmine Perazzo” che insieme a Francesco Eboli, furono costretti a fare marcia indietro ed accompagnare Pisacane a Sapri. Il Cassese (…), a p. 54, nella sua nota (11), riguardo le deposizioni di alcuni cittadini di Sapri postillava che: “(11) L’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a guidare i rivoltosi per la contrada, nonchè quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”. Dunque, stando al racconto del Cassese (…) agli atti processuali esiste l’interrogatorio di Francesco Eboli di Sapri. Leopoldo Cassese (…) a p. 54, nella sua nota (11) postillava che “(11) …..in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”.

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(Fig. 5) Attanasio Francesco – Punta Fortino a Sapri – Faro Pisacane e spiaggia del Buondormire – disegno matita carboncino su carta – Archivio Attanasio

Il 28 giugno 1857, primo scontro al “posto doganale” di Punta Fortino (attuale faro ‘Pisacane’, di fronte l’Ospedale)

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino ove però otto di loro, insieme ai due impiegati del telegrafo, furono accerchiati e fatti prigionieri, erano Domenico Esposito, Francesco Cajafa, Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale, Filippo Fiorentino, Alfonso Panico e Nicola Calderaro, nipote del Peluso, che nel 1848 aveva fatto parte della comitiva che aveva sacrificato la vita del Carducci; solo il Gallotti ed altri due si salvarono. I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di spiaggia dell’Oliveto, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri. I due impiegati, accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco e lì scoperti dai rivoltosi furono arrestati. Ecc…”. Le piccole barche o scialuppe cariche dei rivoltosi, insieme al Pisacane lasciata la nave Cagliari che si trovava al largo e che fu avvistata dal posto telegrafico dello Scialandro posto sul monte Ceraso a Sapri sbarcarono pure verso l’attuale Ospedale Civile di Sapri dove, tra le due spiaggette del Buondormire e quella vicina al ristorante “Noè a mare”, nel luogo dove oggi vi è il “Faro pisacane” ospitavano “il posto doganale” borbonico con un Fortino. Sempre nella mia Relazione (1) scrivevo che: “Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, ecc…”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Secondo il sacerdote Luigi Tancredi (…), nella sua “Sapri giovane e antica” a p. 89 elenca i “Sindaci del Comune di Sapri” e cita il “12) Vincenzo Peluso nel 1852”. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Riguardo lo sbarco di Pisacane, Michele La Cava (…), citato dal Bilotti (…), nel suo Capo III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, nel suo  ‘Cronistoria della rivoluzione in Lucania e Basilicata del 1860′, nel 1870, a p. 181, si limitò a dire che: “Giungono a Sapri alle ore 8 della sera del 28 giugno, sbarcarono la notte, e la mattina seguente alle ore 8 a.m. abbandonarono Sapri e si rivolgono verso Torraca, ove giungono alle ore 10 a.m., ecc…”. Evidente il tentativo da parte del La Cava, di sminuire lo storico sbarco e gli avvenimenti svoltisi proprio nella cittadina che lo accolse, sia pure con pochi onori ma lo accolse. Invece, il Bilotti (…), dedica quattro pagine allo storico sbarco ed in proposito scriveva che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino ove però otto di loro, insieme ai due impiegati del telegrafo, furono accerchiati e fatti prigionieri, erano Domenico Esposito, Francesco Cajafa, Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale, Filippo Fiorentino, Alfonso Panico e Nicola Calderaro, nipote del Peluso, che nel 1848 aveva fatto parte della comitiva che aveva sacrificato la vita del Carducci; solo il Gallotti ed altri due si salvarono. I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto (sbaglia il cognome che non è Montesanto ma bensì Montesano), impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di ‘spiaggia dell’Oliveto’, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri. I due impiegati, accompagnati da Francesco Eboli (mio avo), si recarono subito sul luogo dello sbarco e lì scoperti dai rivoltosi furono arrestati. Scrive il Bilotti (…), che: “Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni”. Nel frattempo, a mezzo dei corrieri, il pettinatore Giuseppe Pasquale ed il colono Giovanni Mariosi, di Sapri, ordinava ai capiurbani del circondario di marciare con la metà della guardia su Sapri.

Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 181-182 e p. 184, in proposito scriveva che: Gli urbani si recarono all’Oliveto per tenere d’occhio il piroscafo e spiarne le mosse, ma egli non ebbe tempo a rasserenarsi, perchè i rivoluzionarii erano sbarcati con sorprendente sveltezza e dato assalto al posto doganale e disarmatolo, avevano in un moento invasa larga zona gridando: Viva l’Italia……Al primo incontro con gli sbarcati gli urbani temendo d’essere accerchiati, si diedero a precipitosa fuga. I più svelti si posero subito al sicuro, gli altri raggiunti vennero disarmati (2), rimanendovi prigionieri Domenico Esposito, Francesco Coia (o Cajafa), Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale e Nicola Calderaro (3). Quest’ultimo, nipote del Peluso, era stato uno della comitiva che aveva nel 1848 sacrificato il Carducci. Rimasero del pari prigionieri la guardia di dogana Filippo Fiorentino ed Alfonso Panico. Anche i fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati telegrafici nel posto dello Scialandro, erano stati tra i primi ad accorgersi che un legno estero sprovvisto di bandiera approdava nella spiaggia, accosto al Fortino. Spinti da zelo o da curiosità, si diressero subito verso il punto di approdo, accompagnati da un tal Francesco Eboli con cui si incontrarono per via; ma trovarono lo sbarco già in gran parte avvenuto. Obbligati a dichiarare la loro qualità, furono arrestati e dovettero seguire i rivoltosi, dalle mani dei quali riuscirono a sfuggire solo a tarda ora, quando la stanchezza ed il sonno ebbero vinti i loro custodi.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (2) postillava: “(2) Telegramma 1° luglio 1857, dell’intend. al generale Scotti in Nocera.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (3) postillava: “(3) Sentenza 19 luglio 1858 – p. 119.”.

Nella notte del 28 giugno 1857, il sotto-capo don Giuseppe Gallotti

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino ove però otto di loro, insieme ai due impiegati del telegrafo, furono accerchiati e fatti prigionieri, erano Domenico Esposito, Francesco Cajafa, Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale, Filippo Fiorentino, Alfonso Panico e Nicola Calderaro, nipote del Peluso, che nel 1848 aveva fatto parte della comitiva che aveva sacrificato la vita del Carducci; solo il Gallotti ed altri due si salvarono.”. Dunque, scrivevo che del manipolo di urbani che si erano recati da Sapri a punta Fortino dove vi era il posto doganale e dove, presso la vicina spiaggetta del Buondormire era sbarcato il grosso dei “Trecento”, furono accerchiati ed arrestati dai rivoltosi. Solo il sotto capo urbano don Giuseppe Gallotti si salvò insieme ad altri due. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 183-184, in proposito scriveva che: Gli urbani si recarono all’Oliveto per tenere d’occhio il piroscafo e spiarne le mosse, ma egli non ebbe tempo a rasserenarsi, perchè i rivoluzionarii erano sbarcati con sorprendente sveltezza e dato assalto al posto doganale e disarmatolo, avevano in un momento invasa larga zona gridando: Viva l’Italia……Al primo incontro con gli sbarcati gli urbani temendo d’essere accerchiati, si diedero a precipitosa fuga. I più svelti si posero subito al sicuro, gli altri raggiunti vennero disarmati (2), rimanendovi prigionieri Domenico Esposito, Francesco Coia (o Cajafa), Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale e Nicola Calderaro (3). Quest’ultimo, nipote del Peluso, era stato uno della comitiva che aveva nel 1848 sacrificato il Carducci. Rimasero del pari prigionieri la guardia di dogana Filippo Fiorentino ed Alfonso Panico.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (2) postillava: “(2) Telegramma 1° luglio 1857, dell’intend. al generale Scotti in Nocera.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (3) postillava: “(3) Sentenza 19 luglio 1858 – p. 119.”. Infatti, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 189-190, scriveva pure che: Il sotto-capo D. Giuseppe Gallotti dal canto suo temendo l’incontro coi ribelli, si nascose dietro alcuni scogli e poco dopo si allontanò del tutto, traversando a nuoto un piccolo seno di mare (1).”. Bilotti, a p. 190, nella nota (1) postillava: “(1) Rapporto 1° agosto 1857 del sottointendente di Sala sulle benemerenze.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Non soltanto gli emissari di Magnone dovevano incontrarlo a Sapri, ma anche gli “attendibili” (sospetti politici) specialmente il sarto Matteo Giordano, e il possidente Giovanni Gallotti che dovevano sollevare la città, e ingrossare le file con numerosi amici. L’avviso non li aveva raggiunto, ed essi avevano lasciato la città….il giovane Nicotera…..per cercare l’amico Giordano. Non c’era nessuno.”.

NEL 28 GIUGNO 1857, A SAPRI

Nel 28 e 29 giugno 1857 Pisacane ed i “Trecento” arrivano a Sapri

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni. Nel frattempo, a mezzo dei corrieri, il pettinatore Giuseppe Pasquale ed il colono Giovanni Mariosi, di Sapri, ordinava ai capiurbani del circondario di marciare con la metà della guardia su Sapri. Ma i due corrieri del Fischietti vennero arrestati dai rivoltosi. Mentre lo sbarco proseguiva nella notte alle undici di sera, a Sapri si diffuse la notizia che circa 500 rivoltosi volessero invadere il paese, il che provocò paura e panico ed indusse a fuggire nelle vicine campagne. Ecc…”.

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(Fig….) Lapide marmorea a ricordo dell’Amore per la Libertà e di Carlo Pisacane

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(Fig….) Monumento commemorativo lo storico sbarco – località S. Croce a Sapri

NEL 28 GIUGNO 1857, A SAPRI

Tra la notte del 28 ed il giorno del 29 giugno 1857 Pisacane è a Sapri

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Intanto, al comando del Nicotera e di Falcone, il gruppo più attivo dei rivoltosi, al grido di “Viva l’Italia, viva la Repubblica” assaliva il corpo della Guardia urbana di Sapri e ne distruggeva gli stemmi, poi recatosi a casa del capo urbano Vincenzo Peluso allo scopo di vendicare la morte di Costabile Carducci non avendolo trovato perchè era fuggito a Sala, appiccano il fuoco alla porta di casa. Queste gesta ed i sequestri di armi e munizioni effettuate in numerose case di sapresi contribuirono non poco ad impaurire la popolazione che all’alba del giorno 29 non si mostrò particolarmente accogliente nei confronti di tutta la massa dei rivoltosi che penetrando nel paese con la bandiera spiegata gridava incitazioni alla rivolta. In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, che era ferito, ed incitò tutti a far buon viso per coloro che erano venuti per liberarli e poi li precedette al Fortino insieme a Filomeno Gallotti che pure aveva sposato la causa del Pisacane. I rivoltosi si recarono anche a casa dell’arciprete Nicola Timpanelli che li accolse offrendo loro pane e formaggio. Si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito. Pisacane, a questo punto decide di lasciare Sapri e la mattina di lunedì 29 risale a Torraca ove era già giunto Mansueto Brandi che in quei giorni fu infaticabile a rassicurare ed animare la popolazione impaurita. Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano. Ecc…”. Nella mia nota (165) postillavo che: (165) Cassese L., op. cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B.77;  vedi pure Bilotti P.E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, p. 195; vedi pure Fischietti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.”. Nella mia nota (166) postillavo che: (166) Cassese L., La Spedizione di Sapri, Bari, La Terza, 1969.”. Nella mia nota (167) postillavo che: (167) Archivio di Stato di Salerno, vedi Busta 197, vari volumi, incartamento; vedi pure Albini D., La Spedizione di Sapri e la Provincia di Basilicata, Roma, 1891; vedi pure Pifano Cesare, Pisacane da Sapri a Sanza, ed. Galzerano, 1977.”. Nella mia nota (168) postillavo che: (168) Rosselli N., Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.”. Nella mia nota (169) postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: Su quella spiaggia, presso al casino bianco, invano levarono il grido – Italia degli Italiani – ; non fu chi rispose ‘e gl’ Italiani per essa’ –  come l’aspettata guida avrebbe dovuto a segnale di riconoscimento. Con poco favorevoli auspici toccarono terra: non però scorati, occuparono il povero villaggio; e invano tentarono di svolgere nei suoi rari abitatori istinti generosi di patria e di libertà. L’ombra del prete brigante agghiadava tutti i cuori: non uno si unì ad essi. Procedetero, il mattino 29, da Sapri alla prossima Torraca.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 184-185, in proposito scriveva che: L’Infranzi, il giudice e gli altri che li seguivano, compreso di che si trattava, ripiegarono indietro e si misero in salvo ad un miglio circa da Sapri, dove si divisero quando giunse il Calderaro, malconcio per una caduta, ad annunziare che i ribelli nel numero di circa 500 si disponevano ad invadere Sapri, donde molti cittadini con le rispettive famiglie erano già fuggiti verso i monti. L’Infranzi si recò allora a Capitello richiamandovi anche la forza di Scario, etc…. Il Bilotti, a p. 185, in proposito scriveva pure che: “Prima di allontanarsi però avea trasmessi gli ordini ai diversi comuni del circondario perchè le guardie urbane si raccogliessero tutte in un punto; i corrieri poi, e tra essi Giuseppe Pasquale e Giovanni Mariosi, caddero nelle mani dei rivoluzionari, i quali prima del Fischietti ne uscisse avevano effettivamente circondato Sapri piantando nella piazza la bandiera tricolore e proclamando la rivolta (3).”. Bilotti, a p. 185, nella nota (3) postillava: “(3) Id. id.”. Bilotti, a p. 185, nella nota (3) si riferiva alla nota (2) dove postillava:“(2) Nota 30 giugno 1857 del giudice regio di Vibonati al procuratore generale.”. Bilotti, a pp. 185-186 parla dell’ingresso dei Trecento a Sapri e scriveva che: “L’entrata in Sapri fu delle più sconfortanti; nessuno sulla marina a ricevere i patriotti; nessuna casa aperta; gli uomini atti alle armi tutti fuori dell’abitato, solo donne, vecchi e fanciulli si affacciavano dalle finestre per curiosare. Si corse al ‘casino bianco’, punto convenuto, e si levò più volte il grido: Italia degli Italiani; non vi fu chi rispondesse: E gli italiani per essa (4). Si tentò di destare sentimenti generosi di patria nei pochi cittadini che si rinvennero sulla piazza, usciti da una prossima osteria, ma non si ebbe risultato; forse il ricordo del feroce prete Peluso li atterriva, forse la paura dell’omonimo e non degenere nipote di lui ne agghiacciava i cuori; ed unico ad avvicinarsi fu Mansueto Brandi da Torraca, pregiudicato politico di vecchia data, il quale non solo simpatizzò subito coi capi, ma si offerse a medicare la mano ferita a Giuseppe Colacicco, e si unì poi alla Spedizione (1).”. Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Atto di accusa, p. 40”.  Bilotti, a p. 185, nella nota (4) postillava: “(4) Il governo tenne una lunga corrispondenza per accertare quale fosse il casino bianco dove i ribelli avrebbero dovuto trovare persone note. I casini di quel colore erano tre, e le indagini rimasero quasi infruttuose.”. Bilotti, a pp. 186-187 continuando il suo racconto scriveva che: “La delusione fu quindi immensa per tutti, specialmente perchè non si supponeva che l’azione dei rivoluzionari nulla, proprio nulla avesse fatto in quel comune, il quale essendo destinato allo sbarco, doveva dare il primo buono esempio che sarebbe riuscito di incoraggiamento e di spinta per gli altri a far lo stesso. Non trovarono che tenebre e solitudine, mentre non pareva che a Sapri non vi dovessero essere dei partigiani della rivoluzione, giacchè otto giorni prima dello sbarco si eran rinvenuti nella marina dei cartelli con la scritta: “Armatevi, chè la rivoluzione è vicina”. Pisacane inoltre sapeva che al suo arrivo a Sapri si sarebbe dovuto trovare il sarto Matteo Giordano da Omignano, persona indicata dai corrispondenti, da cui avrebbe dovuto far capo, perchè fidatissimo dipendente della famiglia Magnone (2); ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (3) postillava: “(3) Arch. di Salerno – Fasc. 39 del 1850 – Atti politici. L’arciprete Timpanelli malgrado le difese che di lui faceva monsignor Laudisio, era dalla polizia tenuto per capo ed istruttore dei liberali di Sapri, che riuniva numerosi quasi ogni quindici giorni. Non gli fu data mai tregua per avere tentato, dopo il 4 luglio 1848, di liberare il Carducci dalle mani di coloro che poco dopo ne fecero strage. Non potendo resistere in Sapri alle continue insidie di don Vincenzo Peluso e degli altri preti, erasi rifugiato in Salerno, dove il 2° sergente Vignes lo arrestò il dì 8 febbraio 1851, appena ebbe terminato di celebrare la messa nella chiesa del Purgatorio. Eppure egli si trovava alla dipendenza della gran corte crim. col mandato pel palazzo. Ma la polizia napolitana interveniva dovunque e quando credeva. Dopo l’avvenimento di Sapri si ridusse in Rivello, dove non cessò mai, fino alla morte, di favorire la causa della libertà, benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua. Arch. di Salerno  – Fasc. 283 – Inv. di pol. In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio, ma non è vero poi quello che si compiaccque di asserire il Fischietti, che cioè egli fosse divenuto amico del Borbone per avere, col pane somministrato ai rivoltosi, evitato il sacco a Sapri. Aggiunge anzi il Fischietti che al Timpanelli fosse stata donata la medaglia d’oro dell’ordine di Francesco I; ma è falso, poichè le persone insignite di quella onoreficenza furono soltanto dieci e i loro nomi sono stati pubblicati da Michele La Cava a pagina 218 della sua ‘Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860.’.”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberli di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Bilotti, a pp. 188-189, in proposito scriveva pure che: “Il dado però era tratto e null’altro restava a fare che affidarsi agli eventi ed industriarsi di utilizzarli dominandoli. Cercò quindi di far pubblicare nei comuni più prossimi il seguente proclama: “Cittadini – E’ tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando Secondo etc… – Viva l’Italia (1).”. Bilotti, a p. 189, nella nota (1) postillava: “(1) Id. Sentenza luglio 1858 – p. 87”. Bilotti, a pp. 189-190, scriveva pure che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con alcuni uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) e mentre un buon numero di militi attendeva al disarmo del posto doganale e degli urbani catturati, Nicotera ed altri pochi si diressero a sorprendere la casa Peluso nella speranza di rinvenire il capo-urbano D. Vincenzo. Costui però si era messo in salvo, fuggendo in Vallo insieme col figlio D. Annibale, capurbano di Ispani. Il sotto-capo D. Giuseppe Gallotti dal canto suo temendo l’incontro coi ribelli, si nascose dietro alcuni scogli e poco dopo si allontanò del tutto, traversando a nuoto un piccolo seno di mare (1). Nicotera uscito col suo seguito di cinque militi dalla casa del capo-urbano, si recò all’abitazione del ricevitore demaniale, D. Giovanni Peluso; ma non riuscì a rinvenire neanche lui e solo s’impossessò di due schioppi e di alquante munizioni, senza chiedere danaro od altro e trattando con rispetto e con maniere gentili la moglie di lui (2). Il Peluso osò poi dichiarare al giudice Fischietti che gli fossero stati tolti ducati 113, ma l’assertiva sua era bugiarda, come posteriormente affermò lo stesso Fischietti (3). Dalla casa Gallotti Pisacane ebbe polvere, alquante munizioni ed altri aiuti, ma non nelle proporzioni che si aspettava da un liberale notissimo, quantunque non legato ai nazionalisti (4).”. Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe de grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (1) postillava: “(1) Rapporto 1° agosto 1857 del sottointendente di Sala sulle benemerenze.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (2) postillava: “(2) Sentenza luglio 1858 – p. 170.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (3) postillava: “(3) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p. 39.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 63, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, la truppa di Pisacane marciò attraverso le strade, al grido di Viva l’Italia, ma riscontrò glaciale mutismo. In quei tempi senza luce elettrica, il giorno cominciò al levar del sole. Dopo l’inutile passaggiata per la città, alle ore 7 del mattino, Pisacane si mise in marcia per Torraca.”. Ma come abbiamo e vedremo le cose non stanno proprio così. Andrea Guglielmini (…), nel 1877, nel suo “L’eroe superstite di Sapri – Schizzi storici per Andrea Guglielmini “, a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Sapri è un piccolo Comune che segna il confine tra le Provincie del Principato Citra e di Basilicata, facile allo approdo, e quivi giunsero giorno 28 verso le prime ore della sera e vi discesero senza ostacolo alcuno. Nell’entusiasmo creato da un fervente patriottismo che animava pure quei generosi, fuvvi però a osservare un primo e giustificato sconforto; perlocchè in quel posto non rinvennero aiuto alcuno che avvisati li avessero di incalcolate e subitanee novità; anzi fu manifesto che l’arrivo di quei prodi sulla spiaggia di Sapri non era peranco aspettato da qualcuno che poteva servir loro di necessaria guida in mezzo a contrade sconosciute ed a gente poco proclive ad infiammarsi per la libertà. Ad ogni modo Pisacane, Nicotera ed i di loro compagni erano decisi di vincere o morire, ed animati da un santo coraggio entrarono nell’abitato di Sapri e percorrendone le vie al grido di viva l’Italia invitavano quei naturali ad insorgere contro la tirannia che li opprimeva.”.

Nel 29 giugno 1857, Pisacane, a Sapri si reca nella casa del barone don Giovanni Gallotti in via Nicodemo Giudice dove incontra solo i figli Emanuele, Raffaele ed il sacerdote don Filomeno e Salvatore  

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(Fig….) Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice – lapide commemorativa del passaggio di Giuseppe Garibaldi ospite – foto Francesco Attanasio

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”. Montesano, continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150).”.

Casaletto, palazzo Gallotti

(Fig…..) Battaglia – Palazzo Gallotti

Montesano, continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150).”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque scrivevo che a Sapri, Pisacane recandosi a casa del noto liberale don Giovanni Gallotti trovò solo i fratelli Emanuele Gallotti ed il sacerdote don Filomeno Gallotti che spiegò a Pisacane che suo padre, il barone don Giovanni Gallotti, insieme ai due fratelli, Salvatore Gallotti e Raffaele Gallotti erano al Fortino. Ad esser sincero in questo passaggio non sono stato molto chiaro. In primo luogo non ho chiarito se i due fratelli, Salvatore e Raffaele Gallotti fossero i fratelli del barone don Giovanni Gallotti o fossero altri due fratelli del sacerdote don Filomeno Gallotti. Inoltre, il luogo dove si trovassero i due fratelli, Salvatore e Raffaele, insieme al padre, è sicuramente il Fortino di Casaletto in quanto sarebbe stato strano che i tre si sarebbero uniti al manipolo di urbani di Sapri per andare contro i rivoltosi a punta Fortino a Sapri. Altre notizie sui Gallotti ci vengono da  Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Bilotti, a pp. 189-190, scriveva pure che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con alcuni uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…..Dalla casa Gallotti Pisacane ebbe polvere, alquante munizioni ed altri aiuti, ma non nelle proporzioni che si aspettava da un liberale notissimo, quantunque non legato ai nazionalisti (4).”. Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54.”. Sempre sui Gallotti, il Bilotti ne parla nel capitolo dedicato al Fortino. Il Bilotti, a p….., in proposito scriveva che: “….e vi si fermarono non soltanto per riposare e prendere un pò di cibo fornito alla meglio dal Cioffi, ma anche per attendere aiuti promessi o richiesti. Fu inutile però aspettare, perchè Pisacane da nessuno ebbe visite, fuorchè da due figli del barone Giovanni Gallotti, cioè da Raffaele e da Filomeno, i quali poco dopo si distaccarono, forse con la promessa di affrettare l’arrivo di uomini e di vetttovaglie. Il loro padre, e l’altro fratello, Salvatore, rimpatriati da appena un mese per sovrana indulgenza, si trovavano in Lagonegro, ivi forse fuggiti, come opina il Fischietti, alla notizia dello sbarco dei rivoltosi. Essi avevano molto sofferto ed avevano legittima paura di nuve compromissioni (1).”. Bilotti, a p. 200, nella nota (1) postillava che: “(1) Tale precauzione del resto non valse a preservarli da un nuovo arresto.”. Dunque, secondo il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberli di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Sui Gallotti ha scritto anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”.

Nel 29 giugno 1857, Pisacane, a Sapri cerca di Matteo GIORDANO, sarto di Omignano ed emissario di Michele  MAGNONE

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Intanto il 14 maggio Fanelli era riuscito a riallacciare i rapporti con Michele Magnone, il quale dal carcere di Salerno, per mezzo di un nipote, dirigerà poi le operazioni nel Cilento con grande difficoltà e pericolo, ma con scarso risultato (54). A Genova, la sera del 4 giugno, alla presenza di Mazzini, viene fissata la data della spedizione per il 10 giugno. Si avverte Fanelli, il quale ne dà comunicazione a Magnone. Costui dovrà far trovare a Sapri, all’alba del 13 persona fidatissima (il sarto Matteo Giordano), che si presenterà ai capi appaena sbarcati facendosi riconoscere con la parola d’ordine: “L’Italia per gl’Italiani, e gl’Italiani per essa”; poi, dopo aver spedito messi in Basilicata e a Salerno, farà da guida alle forze rivoluzionarie: Magnone, appena appresa la notizia, invierà corrieri nel Cilento, che faranno insorgere quelle popolazioni (55).”. Purtroppo le cose non andranno così. Cassese, a p. 27, nella nota (54) postillava: “(54) De Monte, op. cit., pp. CCIX sgg.”. Cassese, a p. 28, nella nota (55) postilla: “(55) De Monte, op. cit., p. CCX.”. Il testo citato dal Cassese è di Luigi De Monte (….), ed il suo “Cronaca del Comitato Segreto di Napoli sulla Spedizione di Sapri accompagnata da etc…”, Napoli, 1877. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 191, in proposito scriveva che: “3. Portafogli di Carlo Pisacane (I documenti originali si trovano nel vol. VI dei ‘Documenti’ e furono restituiti nel 1861 alla figliuola di Pisacane, Silvia: cfr. L. Cassese, Note intorno alla figliuola di C. P., p. 761, nn. 1 e 4. I docc. che qui si pubblicano furono inviati in copia dal P.G. Pacifico al ministro di grazia e giustizia, con nota dell’11 luglio ’57, indicando le “spieghe” date dal Nicotera. Essi si trovano in ASN, Ministero di G. e G., F. 5268, fasc. II, parte 1°, cc. 2-16. “Spieghe” e note del Pacifico sono riportate qui di seguito in corsivo.).”. Cassese, a p. 199, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 18° vi è la descrizione delle forze del partito e degli ostacoli a doversi superare’….Condizioni generali”,  ( e a p. 200) aggiungeva: “A Sapri. Matteo Giordano, sarto, con altri (scritto nel biglietto di carattere del socio: questa è la persona che desiderate). Italia per gli Italiani, e gl’Italiani per essa. Cercate a Sapri del Barone Gallotti.”. Dunque, secondo il biglietto (il n° 18) ritrovato nel portafogli di Carlo Pisacane a Sanza, si evince che egli doveva incontrare il sarto Matteo Giordano. Perché Pisacane voleva incontrare questa persona ? Chi era Matteo Giordano ?. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: “Esaurita l’azione in Sapri senza alcun risultato apprezzabile, Pisacane, avendo invano atteso quel Matteo Giordano che avrebbe dovuto incontrare colà, si mosse alla volta di Torraca (20).”. Cassese, a p. 56, nella nota (20) postillava: “(20) Il nome di Giordano fu trovato negli appunti di Pisacane. Questo bravo popolano il mese avanti compì puntualmente il suo dovere; questa volta, non essendo stato avvertito in tempo, rimase inattivo. V. l’incartamento che lo riguarda in B. 197, vol. 11.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri e, a p. 186, in proposito scriveva che: “Pisacane inoltre sapeva che al suo arrivo a Sapri si sarebbe dovuto trovare il sarto Matteo Giordano da Omignano, persona indicata dai corrispondenti, da cui avrebbe dovuto far capo, perchè fidatissimo dipendente della famiglia Magnone (2); ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottointendente di Sala a 16 giugno 1860.”.  Bilotti, a p. 204, in proposito scriveva pure che: “…e, quindi scrisse ad Albini, a Libertini ed a Magnoni, il quale ultimo, specialmente, avrebbe dovuto a mezzo di suo nipote Ferdinando Vairo far trovare a Sapri, all’arrivo della Spedizione, uomini ed armi come aveva fatto, benchè inutilmente, in occasione del progettato e non effettuato sbarco del giorno 13 (1).”. Bilotti, a p. 204, nella nota (1) postillava: “(1) De Monte – Cronaca.”. Il Bilotti, a p. 205, in proposito scriveva ancora che: “Il Magnoni assicurò d’avere immediatamente scritto al nipote quanto occorreva, ma comunicò ancora che in Salerno vi era stato in quella giornata grande movimento di truppe dirette nel Cilento ed in Calabria dove “correva voce fosse avvenuto uno sbarco”. Il testo citato dal Bilotti è quello di Luigi De Monte (….), ovvero “Cronache del comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Non soltanto gli emissari di Magnone dovevano incontrarlo a Sapri, ma anche gli “attendibili” (sospetti politici) specialmente il sarto Matteo Giordano, e il possidente Giovanni Gallotti che dovevano sollevare la città, e ingrossare le file con numerosi amici.”. Andrea Guglielmini (…), nel 1877, nel suo “L’eroe superstite di Sapri – Schizzi storici per Andrea Guglielmini “, a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Sapri è un piccolo Comune che segna il confine tra le Provincie del Principato Citra e di Basilicata, facile allo approdo, e quivi giunsero giorno 28 verso le prime ore della sera e vi discesero senza ostacolo alcuno. Nell’entusiasmo creato da un fervente patriottismo che animava pure quei generosi, fuvvi però a osservare un primo e giustificato sconforto; perlocchè in quel posto non rinvennero aiuto alcuno che avvisati li avessero di incalcolate e subitanee novità; anzi fu manifesto che l’arrivo di quei prodi sulla spiaggia di Sapri non era peranco aspettato da qualcuno che poteva servir loro di necessaria guida in mezzo a contrade sconosciute ed a gente poco proclive ad infiammarsi per la libertà. Ad ogni modo Pisacane, Nicotera ed i di loro compagni erano decisi di vincere o morire, ed animati da un santo coraggio entrarono nell’abitato di Sapri e percorrendone le vie al grido di viva l’Italia invitavano quei naturali ad insorgere contro la tirannia che li opprimeva.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Effettuato lo sbarco, due manipoli guidati rispettivamente da Pisacane e da Nicotera entrano in Sapri quando ormai era già sera inoltrata. Pisacane cercò subito colui che doveva essere il suo punto di riferimento così come gli aveva comunicato Fanelli con la lettera (già riportata) del 27 di maggio, il sarto di Omignano Matteo Giordano, ed altri liberali, tra i quali essenzialmente i Gallotti, che si dovevano far conoscere “col motto ‘Italia per gli Italiani, e gli Italiani per essa” (10). Non si trovò né Giordano né Giovanni Gallotti, vecchio liberale tanto attivo nel ’48, probabilmente perchè non informati. Fanelli, nella lettera del 20 maggio a Pisacane, era stato, senza volerlo, giusto profeta: “L’insurrezione giungerà inattesissima, ma desiderata da tutti come la mamma…”(11). In realtà molti non volevano tale “mamma”, per i molteplici motivi che abbiamo già esposto, ed in seguito all’allarme dato dal Fischetti erano fuggiti (12) o si erano barricati in casa.”. Fusco, a p. 288, nella nota (10) postillava: “(10) Cfr. cap. V, n. 36. Negli scritti trovati addosso a Pisacane figurava il nome del sarto di Omignano (ivi, P. s.S., Atti Istruttori, b. 197, vol. XI).”. Fusco, a p. 288, nella nota (11) postillava: “(11) Cfr. cap. V, n. 35.”. Dunque, Matteo Giordano era il sarto di Omignano, dunque era fiduciario della famiglia patriottica di Magnone., in contatto con il Comitato Napoletano e col Fanelli.

Nel 28 e 29 giugno 1857, Mansueto Brandi medicò Colacicco, uno dei “Trecento” rimasto ferito e si prodrigò tantissimo anche a Torraca e a Casaletto

In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, che era ferito, ed incitò tutti a far buon viso per coloro che erano venuti per liberarli e poi li precedette al Fortino insieme a Filomeno Gallotti che pure aveva sposato la causa del Pisacane. I rivoltosi si recarono anche a casa dell’arciprete Nicola Timpanelli che li accolse offrendo loro pane e formaggio. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, che era ferito, ed incitò tutti a far buon viso per coloro che erano venuti per liberarli e poi li precedette al Fortino insieme a Filomeno Gallotti che pure aveva sposato la causa del Pisacane……..Pisacane, a questo punto decide di lasciare Sapri e la mattina di lunedì 29 risale a Torraca ove era già giunto Mansueto Brandi che in quei giorni fu infaticabile a rassicurare ed animare la popolazione impaurita. Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano. Ecc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 185-186 parla dell’ingresso dei Trecento a Sapri e scriveva che: “L’entrata in Sapri  fu delle più sconfortanti; nessuno sulla marina a ricevere i patriotti; nessuna casa aperta; etc…ed unico ad avvicinarsi fu Mansueto Brandi da Torraca, pregiudicato politico di vecchia data, il quale non solo simpatizzò subito coi capi, ma si offerse a medicare la mano ferita a Giuseppe Colacicco, e si unì poi alla Spedizione (1).”. Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Atto di accusa, p. 40”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 64, in proposito scriveva che: “L’appuntamento con gli amici di Sapri era fallito, ma c’era un uom semplice, al quale il comitato di Napoli non aveva pensato, perchè non sapeva governare la penna per sostenere una corrispondenza: Mansueto Brandi. Conosciuto da tutti come brav’uomo, pieno d’entusiasmo e d’iniziativa, si dimostra di grande utilità. Corre a Torraca che è in festa per S. Pietro e Paolo, incontra fuggiasschi, paurosi dei “masnadieri”, e li tranquillizza. Calma gli animi allarmati di Torraca ed evita il panico. Quando arrivano gli uomini di Pisacane, ricevono vino, cibi e acclamazioni….ma nessuno li segue. Il sospetto è assopito, ma un fondo di incertezza è rimasto.”.

Nel 29 giugno 1857, Nicotera, con un manipolo di uomini si reca nella casa del realista Giuseppe Magaldi

Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: E quivi presso sbarcando i nuovi argonauti al buio della sera è fama ricercando anzitutto gli abitatori di quelle mura; perchè la nemesi della rivoluzione punisse il delitto, che la bieca giustizia sociale aveva già coronato di premio. Fu fortuna, che i sospettosi abitatori ai primi tumulti sgombrassero; e fu tolta alla nemesi del popolo l’occasione di un delitto; che, non che instaurare il diritto, aggravava l’antico; lavando sangue innocente con sangue innocente.”. Si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, in proposito così scrivevo che: I rivoltosi…Si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito.”.

Nel 29 giugno 1857, i trecento di Pisacane si recarono a casa dell’arciprete Timpanelli

I rivoltosi si recarono anche a casa dell’arciprete Nicola Timpanelli che li accolse offrendo loro pane e formaggio. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, in proposito così scrivevo che: “A Sapri, ….I rivoltosi si recarono anche a casa dell’arciprete Nicola Timpanelli che li accolse offrendo loro pane e formaggio.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187 continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? etc…”. Bilotti, a p. 186, nella nota (3) postillava: “(3) Arch. di Salerno – Fasc. 39 del 1850 – Atti politici. L’arciprete Timpanelli….Arch. di Salerno  – Fasc. 283 – Inv. di pol. In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio, ma non è vero poi quello che si compiaccque di asserire il Fischietti, che cioè egli fosse divenuto amico del Borbone per avere, col pane somministrato ai rivoltosi, evitato il sacco a Sapri. Aggiunge anzi il Fischietti che al Timpanelli fosse stata donata la medaglia d’oro dell’ordine di Francesco I; ma è falso, poichè le persone insignite di quella onoreficenza furono soltanto dieci e i loro nomi sono stati pubblicati da Michele La Cava a pagina 218 della sua ‘Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860.’.”.

Nel 29 giugno 1857, Nicotera si reca nella casa del capo-urbano Vincenzo Peluso

Intanto, al comando del Nicotera e di Falcone, il gruppo più attivo dei rivoltosi, al grido di “Viva l’Italia, viva la Repubblica”, assaliva il corpo della Guardia urbana di Sapri e ne distruggeva gli stemmi, poi recatosi a casa del capo urbano Vincenzo Peluso allo scopo di vendicare la morte di Costabile Carducci non avendolo trovato perchè era fuggito a Sala, appiccano il fuoco alla porta di casa. Queste gesta ed i sequestri di armi e munizioni effettuate in numerose case di sapresi contribuirono non poco ad impaurire la popolazione che all’alba del giorno 29 non si mostrò particolarmente accogliente nei confronti di tutta la massa dei rivoltosi che penetrando nel paese con la bandiera spiegata gridava incitazioni alla rivolta. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri,….Intanto, al comando del Nicotera e di Falcone, il gruppo più attivo dei rivoltosi, al grido di “Viva l’Italia, viva la Repubblica” assaliva il corpo della Guardia urbana di Sapri e ne distruggeva gli stemmi, poi recatosi a casa del capo urbano Vincenzo Peluso allo scopo di vendicare la morte di Costabile Carducci non avendolo trovato perchè era fuggito a Sala, appiccano il fuoco alla porta di casa.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 189-190, scriveva pure che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con alcuni uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) e mentre un buon numero di militi attendeva al disarmo del posto doganale e degli urbani catturati, Nicotera ed altri pochi si diressero a sorprendere la casa Peluso nella speranza di rinvenire il capo-urbano D. Vincenzo. Costui però si era messo in salvo, fuggendo in Vallo insieme col figlio D. Annibale, capurbano di Ispani. Nicotera uscito col suo seguito di cinque militi dalla casa del capo-urbano, si recò all’abitazione del ricevitore demaniale, D. Giovanni Peluso; ma non riuscì a rinvenire neanche lui e solo s’impossessò di due schioppi e di alquante munizioni, senza chiedere danaro od altro e trattando con rispetto e con maniere gentili la moglie di lui (2). Il Peluso osò poi dichiarare al giudice Fischietti che gli fossero stati tolti ducati 113, ma l’assertiva sua era bugiarda, come posteriormente affermò lo stesso Fischietti (3).”. Bilotti, a p. 190, nella nota (2) postillava: “(2) Sentenza luglio 1858 – p. 170.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (3) postillava: “(3) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p. 39.”.Devo però precisare che il titolo corretto del libretto del Fischetti (….), giudice regio del mandamento di Vibonati, Gaetano Fischetti, del 1877 è: “Cenno storico della Invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti giudice allora di quel circondario con note e osservazioni.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 196-197, in proposito scriveva che: Una perizia fatta eseguire dal giudice Fischietti provò il contrario, come un’altra perizia disposta in Sapri dallo stesso magistrato, provò non veritiera la denunzia del capurbano V. Peluso che pretendeva fosse stato esploso un colpo di fucile contro la porta di casa sua.”.

Nel lunedì, 29 giugno 1857, la decisione di partire presto per Torraca

Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 191-192, in proposito scriveva che: “Nulla avendo a sperare in Sapri, la Spedizione, la quale aveva passata la notte sulla spiaggia, pensò di liberare i prigionieri, meno Giuseppe Pasquale, Domenico Menta e Nicola Schettino che trattenne per guide, e decise di partire subito per Torraca.”. Dunque, a Sapri, Pisacane liberò alcuni prigionieri, tra cui Giuseppe Pasquale, Domenico Menta e Nicola Schettino che erano stati fatti prigionieri dalla truppa al posto doganale del Fortino. Sempre il Bilotti continua a scrivere che a Sapri, Pisacane decide di non idugiare e: “E fu bene presa quella decisione, quantunque alcuni proponessero di indugiare in Sapri almeno fino a mezzogiorno, in attesa di quegli aiuti che si sarebbero dovuti trovare all’ora dello sbarco e che forse erano in cammino. Ma aiuti non ne erano e non ne sarebbero andati, e ritardando si sarebbe corso rischio di veder demoralizzata quella massa composta in gran parte da persone che non avevano veduto armi se non in mano ai gendarmi od ai soldati. Nè tardarono a manifestarsi i primi sintomi di pericoloso scoramento, poichè non vedendo in Sapri le promesse forze, disertarono subito, quasi appena sbarcati, quattro uomini della Spedizione, cioè Bartolomeo Sapio da Monteforte, Luigi Diano da Nocera ed altri due che si diressero verso il distretto di Lagonegro dove il giorno seguente caddero in potere della polizia (1).”. Bilotti, a p. 192, nella nota (1) postillava: “(1) Arch. di Salerno – Disb. vol. 10”.

Andrea Guglielmini (…), nel 1877, nel suo “L’eroe superstite di Sapri – Schizzi storici per Andrea Guglielmini “, a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Di là passarono nel vicino comune di Tortorella e vi lessero un proclama eccitante alla insurrezione e ripetettero le stesse grida, e poscia proseguendo vittoriosamente per quei vicini villaggi giunsero a Padula nella sera del giorno 30.. Nel suo libretto di lodi a Giovanni Nicotera, il Guglielmini (….), di cui ho pubblicato integralmente le pagine della sua opera in un altro mio saggio, pare che scriva che Pisacane si fermi a Tortorella, dove avrebbe letto il suo ultimo proclama, e non a Torraca. 

NELLA MATTINATA DEL 29 GIUGNO 1857, PISACANE VERSO TORRACA

Nel lunedì, 29 giugno 1857, Pisacane con i suoi trecento, ed altri, si recò a Torraca

Pisacane, a questo punto decide di lasciare Sapri e la mattina di lunedì 29 risale a Torraca ove era già giunto Mansueto Brandi che in quei giorni fu infaticabile a rassicurare ed animare la popolazione impaurita. Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 192, in proposito scriveva che: “Sul far del giorno si posero quindi in cammino. Apriva la marcia un drappello composto dai tre capi, dagli ‘esteri’ e da una quindicina di soldati, con un tamburo che era stato preso in Ponza; quindi il grosso della Spedizione con in mezzo la bandiera spiegata, e poi una retroguardia di circa altri quindici soldati della compagnia di punizione, come riferì Saverio Nocera, da Castel s. Giorgio, soprannominato ‘Palladoro’ (2). Ai fianchi della colonna piccoli gruppi di tre a cinque individui. Torraca era in festa: i rivoluzionari che vi giunsero alle ore dieci italiane, ossia alle 6 del mattino, mentre si portava in processione la statua di S. Pietro, furono ricevuti da molti giovani ornati di coccarda tricolore, capitanati da Francesco Fiorito e da due armati i quali regalarono del vino a tutti, accompagnandoli nella partenza un’ora dopo, al grido di: “Viva l’Italia, viva la libertà!” (3).”. Bilotti, a p. 192, nella nota (2) postillava: “(2) Pel trasporto dei pochi effetti furono noleggiate due mule di tal Giuseppe Viggiano e le condusse un tal Pasquale Gravina.”. Bilotti, a p. 192, nella nota (3) postillava: “(3) Nota 19 luglio 1857 del maggiore De Liguoro al proc. gen.”. Bilotti, a p. 195, scriveva pure che: “Durante la breve permanenza in Torraca Pisacane licenziò anche Domenico Menta per le preghiere che gli indirizzarono la moglie e la figlia di lui e fece leggere ad alta voce nella piazza il proclama, già precedentemente pervenuto.”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a p. 44, in proposito scriveva che: Procedetero, il mattino 29, da Sapri alla prossima Torraca. La stessa sorpesa, la stessa miserabile paura fra quei terrieri. Ma lessero un proclama sulla pubblica via (1); e il grido d’Italia trovò quivi un eco fra quella gente, che prese almeno i colori d’Italia, – fugace dimostrazione di povera gioia, che però nulla, neppure un compagno frutto agli arrivati.”. Racioppi, a p. 44, nella nota (1) postillava: “(1) E’ riferito nell’Atto di accusa….. a p. 37”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La mattina di quel lunedì del 29 giugno a Torraca ci si accingeva a festeggiare San Pietro, eletto protettore nel 26 aprile del 1776. Nulla faceva supporre, specialmente a coloro dediti al solito lavoro dei campi e lontani dalla politica, che in quella solenne giornata potessero arrivare più di trecento persone tra cui anche due donne. Erano al seguito di un individuo dall’aspetto signorile, il quale si esprimeva correttamente in italiano, ma che si rivolgeva ai torracchesi con inflessione prettamente campana. Nella salita che da Sapri si inerpica fino al piccolo borgo di Torraca, quell’uomo che capeggiava la comitiva, ebbe l’occasione di ammirare il panorama che spaziava sul golfo, reso ancor più bello dalle prime luci del giorno. La splendida vista gli aprì l’animo verso un fiero ottimismo sulla missione che aveva intrapreso. Etc…”. Proseguendo il suo racconto, a p. 90, il Mallamaci scriveva: “Aveva riunito la gente in Piazza dell’Olmo, alla quale lesse il seguente proclama: “Cittadini. E’ tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II. A voi basta volerlo. L’odio contro di lui è universalmente inteso. L’esercito è con noi. La capitale aspetta dalle provincie il segnale della ribellione etc…ra impossibile pertanto non chiedersi come mai individui come ‘Luigi Lazzaro’ di Policastro, ‘Luigi Smimmero’ e ‘Gaetano Tropeano di Polla, nonché quel tale saprese ‘Samuele Lacorte’, tutti personaggi di pessima nomea, invece di essere rinchiusi nel carcere di Ponza, circolassero liberamente in compagnia di quelle persone. Sicuramente, come asseriva il loro parroco, anche coloro con cui si accompagnavano erano gente della loro stessa risma. Comunque a sostenerli vi era anche la presenza del vescobo Nicola Maria Laudisio, noto per la sua fedeltà borbonica, giunto a Torraca per l’occasione della festività di S. Pietro, il quale dovette nascondersi per motivi di sicurezza. Solo dopo la partenza dei trecento diretti verso il Fortino, poté mostrarsi e celebrare una messa per lo scampato pericolo. Un’altra versione storica riguardante il vescovo Laudisio, è che accolse i rivoltosi con la dovuta diplomazia, e per aggraziarsi la loro simpatia, fece distribuire del buon vino locale e delle belle ciliege. Quest’ultima ipotesi, sicuramente non è tra le più credibili, poiché era nota la sua fama di fedeltà al Re, etc….A mettere in guarda la popolazione, intervennero anche alcune delle famiglie più in vista del paese e di consolidata fede Borbonica. Tra queste vi fu quella dei ‘Perazzi’, che circa un mese prima, in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante. Il vescovo, insieme al sacerdote ed ai Perazzi, convinse la popolazione di Torraca che i nuovi arrivati erano un’organizzata banda di briganti. Ad avvalorare la sua tesi intervennero anche incresciosi eventi. Alcuni dei nuovi arrivati, con la scusa di cercare armi, si introdussero nelle abitazioni, al solo scopo di effettuare dei furti. Ad un certo Carmine Viggiano vennero sottratte sei piastre e fu proprio la figlia Angela ad indicare al loro capo (Pisacane) chi li aveva derubati. Poiché le monete non furono tutte ritrovate, il Pisacane diede loro la parte mancante. Un altro furto fu denunciato da Giovanni Tancredi, un fattore della ferriera dei Perazzi situata a Morigerati, in questo caso si trattava della sottrazzione di un fucile. Oltre al Viggiano e al Tancredi, denunciano furti anche: Paolo Filizzola, Antonio Flora, Carmine Gallotti, Luigi Mercadante e Francesco Rocco.”. Mallamaci, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II. Tra quest’ultimi che mostravano orgogliosamente la coccarda tricolore, si annoverano ‘Francesco Fiorito’, il quale guidò il gruppo di liberali incontro ai rivoltosi; ‘Carmine Barra’, un commerciante che aveva obbligato il sacrestano della chiesa di San Pietro a suonare a festa le campane; ‘Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino; ‘Vicenzo Cioffi’, gestore o proprietario della taverna del Fortino ed originario di Tortorella, il quale si prodrigò per fornire le cibarie ai rivoltosi. Il Cioffi, più volte fece sfornare il pane alla propria moglie per sfamare i liberatori. Ai predetti fecero seguito: ‘Michele Albano’, Pasquale e Nicola Bifano, Pasquale Brandi, Francesco Cesarino, Anna e Antonio Falce, Giuseppe Falce, Carmine Falco, Biagio Filizzola, Vincenzo Gallo, l’arciprete Pietro Gravina, Giovanni Lanza di Roccagloriosa, Nicola Mercadante, Vincenzo Mugno, Giuseppe Petrizzo originario di Padula, Raffaele Petrizzo, Carlo Viggiano, Domenico e Pasquale Zipparo. L’accoglienza da parte di costoro fu calorosa e spontanea, qualcuno ha anche gridato “Viva Murat e viva la Repubblica”, però nessuno di questi ebbe il coraggio di seguire i trecento nella loro impresa.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 196-197, in proposito scriveva che: “Contrariamente a quanto pretesero di poter affermare i borbonici, nessuna violenza ebbe in animo di commettere la Spedizione e nessun sopruso, se non soltanto quando si trattava di raccogliere armi (1) e qualche indumento; anzi si provò che proprio in Torraca, essendo due dei rivoltosi penetrati nella casa di tal Carmine Viggiano ed avendogli estorte sei monete di carlini dodici, la figlia di lui, Angela Maria, che si presentò a Pisacane per lagnarsene e per indicargli uno dei ladri, riebbe il suo danaro cioè le tre piastre che effettivamente possedeva il milite indicato ed oltre tre che cacciò del suo Pisacane medesimo. Fu simulata quindi la dichiarazione del prete Antonio Flora che denunziava d’aver avuto derubate 40 piastre, mentre gli era stata tolta soltanto poca biancheria, e fu falsa la denunzia del capourbano Luigi Mercadante, il quale assumeva che gli fosse stata forzata la porta di casa. Una perizia fatta eseguire dal giudice Fischietti provò il contrario, come un’altra perizia disposta in Sapri dallo stesso magistrato, provò non veritiera la denunzia del capurbano V. Peluso che pretendeva fosse stato esploso un colpo di fucile contro la porta di casa sua.”.  

Nel 29 giugno 1857, la strada vicinale detta della “Verdesca” percorsa dal Fischetti per salire a Torraca e spiare Pisacane

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(Fig….) Ponte d’epoca medievale posto lungo un sentiero che da località Mocchie di Sapri risale verso Torraca. L’immagine ci è stata inviata dal Gruppo di escursionisti di Sapri “Golfo Trek”.

Pare che questa strada vicinale o sentiero risalisse dalla località ‘Mocchie’ a Sapri, su per il monte Olivella, attraverso i territori nel Comune di Torraca e da lì proseguiva verso Torraca o verso il Fortino del Cervaro, si chiamasse “Verdesca”, forse la stessa strada carovaniera che attraversava la contrada della “Carnale”, dove furono trovati dai G.A.S., antichissimi insediamenti Enotri e Lucani, in gran parte distrutti dall’incuria delle autorità preposte  per il passaggio della condotta del gas metano. Andrebbe ulteriormente indagata la presenza di alcune strade mulattiere presenti sul nostro territorio in quanto esse sono state frequentate in epoche in cui si è persa la memoria del tempo. Infatti, questa strada vicinale ed alpestre, prima che arrivasse nei pressi di Torraca, a metà strada, si trova un sito oggi chiamato “Agriturismo S. Fantino”. Io credo che l’intera area fosse stata anticamente l’area dove sorgeva la grancia di S. Fantino, di cui ho già parlato ivi in un altro mio saggio. La probabile epoca di fondazione della grancia di S. Fantino, può riferirsi molto probabilmente all’anno 1097, allorquando, secondo una pergamena d’epoca normanna, veniva concesso a Sergio, monaco di Vibonati, di costruire una cappella a S. Fantino, che doveva essere una località posta tra Sapri e Torraca, come risulta dall’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna) illustrata nella Fig. 2, di cui ho parlato. La testimonianza della strada vicinale e di campagna detta la “Verdesca”, ci è data da uno dei principali protagonisti dello sbarco a Sapri dei ‘trecento’ di Carlo Pisacane, il giudice di Vibonati Gaetano Fischetti (…), che nel suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857’, scritto nel 1877 per ingraziarsi il Ministro degli Interni, da poco eletto, Giovanni Nicotera. Il Fischetti (…), a p. 35, parlando della notte in cui Pisacane sostava a Sapri, in proposito scriveva che: “…ed io con pochi amici mi avviai sopra Torraca per la via cosiddetta della ‘Verdesca’, impraticabile quasi, montuosa ed alpestre assai, per evitare la solita via pubblica, laddove quelli avessero voluto inseguirmi.”. Nella tradizione orale popolare, nel nostro dialetto, il termine di “Verdesca”, stà ad indicare un pesce di mare, una specie di pescecane simile allo squalo. Sempre nella tradizione popolare orale, vi è un termine simile “Ventresca”, la pancia o la pelle del ventre di un certo tipo di squalotto di mare. La strada “Verdesca”, verrà poi in seguito, nel 1907, citata anche dal Bilotti (…).

Infatti, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fischietti effettivamente avea fatto prodigi di attività: partito da Sapri poco prima della mezzanotte, percorse a piedi e con la paura dell’anima, la quasi impraticabile via detta ‘Verdesca’, la quale benchè fatta di alpestri e pericolosi sentieri, era da preferire alla strada ordinaria per dove avrebbero potuto inseguirlo i ‘male intenzionati’.”.

Con l’indagine geo-storica, possiamo stabilire quale e dove fosse questa stradina o sentiero di campagna, assai disagevole per i tempi a cui si riferiscono i fatti di Pisacane. Si trattava di un percorso o un sentiero di campagna che risaliva le campagne in direzione di Torraca, che partendo dalla località a Sapri detta le “Mocchie”, risalisse verso Torraca. Dalla località detta le “Mocchie” a Sapri, posta subito dopo la contrada saprese della “Marinella”, si inerpicano due sentieri che risalgono alle pendici del Monte dell’Olivella, verso i territorio di Torraca. Io credo che le “Mocchie”, dove ancora oggi è rimasto un gruppo di antichissime case, molte di queste solo recentemente ristrutturate, sia una contrada di Sapri prossima ad un molo o un antico porticciolo. La contrada delle “Mocchie”, infatti, si trova quasi a ridosso della vecchia spiaggia o insenatura formatasi del torrente detto “Brizzi”, di cui ancora oggi non si conosce l’esatto significato dell’etimo. Il torrente “Brizzi” e il suo alveo, dopo un lungo percorso dalle montagne poste nel Comune di Tortorella a confine con quello di Torraca e di Sapri, scende a valle e sversa le sue acque a Sapri e, lungo il suo percorso attraversa la contrada delle “Mocchie” che è posta quasi posta di fronte alla collina dell’altra antica contrada del “Timpone”. Recentemente, alcuni membri del locale gruppo di trekking di Sapri “Golfo Trek” hanno percorso e smacchiato questo vecchio sentiero che risale dalle Mocchie e si inerpica tra balze e dirupi verso il territorio un tempo di Torraca. Io credo che il nome di questo sentiero fosse proprio quello di “Verdesca”, il nome che citava il Bilotti (…) e prima ancora il giudice vibonatese Fischetti (…). Lungo questo percorso vi sono alcuni ruderi di un ponte medievale che lasciano pensare ad un’antichissima frequentazione e forse, come io credo, questo sentiero doveva essere quello che collegava il piccolissimo approdo delle Mocchie con l’antichissima grangia di “S. Fantino”, dipendente dal cenobio basiliano di San Giovanni a Piro. Della grangia di S. Fantino (…), come vedremo, ci parlano gli antichissimi documenti ma i suoi ruderi non sono stati mai individuati. Infatti, risalendo l’immagine satellitale con l’amico Giamberto del locale gruppo di escursionisti, si può vedere che nel territorio prossimo più a Sapri che a Torraca, si scorgono dei duderi o degli edifici che lasciano pensare all’antica grancia di S. Fantino, di cui parla il Di Luccia (…) e il Martire (…), ma che non è stata mai del tutto localizzata. L’antica grancia o masseria o addirittura l’Abbadia di S. Fantino di cui si parla in antichi testi, non solo esisteva dall’epoca Normanna come attesta l’antica pergamena del 1097 pubblicata dal Trinchera (…) e poi dal Cappelli (…), ma era posta nel territorio di Sapri, divenuto solo nei primi del ‘500 appartenente al feudo di Torraca. Credo pure che questo percorso sia proprio quello che percorrevano i monaci abitanti dell’antica grangia di S. Fantino per scendere al porto di Sapri che forse era posto proprio nella contrada detta le “Mocchie”, per il trasporto via mare delle merci essendo questo piccolo ma nascosto e sicuro approdo collegato con i piccoli porti della costa velina. Non sono mai state del tutto individuate alcune cappelle e costruzioni religiose di cui ci parlano alcuni studiosi locali nei primi del ‘900 come il Gallotti (…) e il Gaetani (…). Molte costruzioni si pensa fossero nel territorio di Torraca ma solo perchè il territorio di Sapri, fu delineato nei suoi attuali confini solo dopo l’Unità d’Italia, ma in realtà alcune costruzioni o manufatti citati dal Cappelli (…), dal Martire (…), ecc.., si trovavano prossimi al territorio saprese, ovvero posti si nella campagne ma molto prossimi al vicino piccolo approdo della costa saprese. Infatti, nell’antichità per il trasporto delle merci e per i traffici si preferiva percorrere le vie marittime anzicchè quelle sulla terra ferma molto più frequentate ed insicure. I monaci lo sapevano bene. Nell’anticihità le località e le comunità rivierasche erano molto più fiorenti e popolate rispetto a quelle interne che si ripopolarono specialmente dopo la Guerra del Vespro e sopratutto in epoca Vicereale a discapito di quelle rivierasche che al contrario si spopolarono. I documenti ci parlano di una grangia o di un piccolo cenobio di monaci basiliani o benedettini, la grangia di S. Fantino, che doveva essere attiva e fiorente all’epoca medievale ovvero XII-XIII secolo.

Nel 1857, il vescovo della Diocesi di Policastro, Nicola Maria Laudisio

Nel 29 giugno 1857, a Torraca, il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “Il Fischietti fuggito a Torraca, riunisce gli urbani, li fa giurare fedeltà al Re, e avverte il Vescovo sanfedista Laudisio ed alle tre del mattino comunca al sottintendente  del distretto di Sala, Calvosa, dell’avvenuto sbarco. Sempre il Fischietti, ligio al dovere ed agli onori, fa trasmettere dal telegrafo di Capitello, al Re ad altri organi dello Stato, messaggi con richieste di soccorso.”. Intando devo ammettere l’errore perchè scrissi “Fischietti” e non “Fischetti”. Si tratta del giudice regio del mandamento di Vibonati, Gaetano Fischetti che, in seguito, nel 1877 scrisse il libretto “Cenno storico della Invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti giudice allora di quel circondario con note e osservazioni.”. Il Fischetti (….), si era portato di nascosto a Torraca, in parte per spiare le mosse dei “Trecento” che pure, da Sapri si erano diretti a Torraca e, riunisce gli urbani, li fa giurare fedeltà al Re, e avverte il Vescovo sanfedista Nicola Maria Laudisio (…) ed alle tre del mattino comunca al sottintendente  del distretto di Sala, Calvosa, dell’avvenuto sbarco. Sempre il Fischietti, ligio al dovere ed agli onori, fa trasmettere dal telegrafo di Capitello, al Re ad altri organi dello Stato, messaggi con richieste di soccorso. Infatti, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fischietti effettivamente avea fatto prodigi di attività: partito da Sapri poco prima della mezzanotte, percorse a piedi e con la paura dell’anima, la quasi impraticabile via detta ‘Verdesca’, la quale benchè fatta di alpestri e pericolosi sentieri, era da preferire alla strada ordinaria per dove avrebbero potuto inseguirlo i ‘male intenzionati’. Giunto a Torraca spedì subito al sottointendente il corriere Pietro Filizzola per annunziare l’avvenuto sbarco e dispose quanto occorreva per raccogliere forse e concentrarle in Tortorella, luogo di facile difesa e di facile offesa, per essere l’abitato posto su di una roccia tagliata a picco e inaccessibile; fece sveliare i cittadini etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, a p. 90, il Mallamaci scriveva: Anche il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti, che era stato tra i primi a scorgere lo sbarco dei rivoltosi dal Cagliari, avvenuto presso la spiaggia dell’Oliveto, immediatamente aveva allertato i capourbani della zona. Successivamente si recò a Torraca, e qui spedì altri messaggeri a Tortorella e Casaletto per avvisare del pericolo imminente. La mattina del 29 giugno, da Capitello, inviò un accorato telegramma per avvisare il re di quanto stava accadendo in quella zona. Da questi episodi che coinvolsero il giudice Fischetti, si intuisce che il gruppo di Carlo Pisacane era atteso a Torraca il giorno precedente alla loro venuta, pertanto le autorità del paese ne erano al corrente.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 186, in proposito scriveva che: L’Infranzi si recò allora a Capitello richiamandovi anche la forza di Scario, e il giudice Fischietti credette utile di retrocedere sopra Torraca ed altri punti minacciati più da vicino, nel fine di procurar di sostenere lo spirito pubblico, giacchè una gran paura doveva aver invaso tutti, non escluso il vescovo di Policastro monsignor Laudisio (1), che si trovava allora in Torraca (2).”. Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Sulla ragione di temere che aveva monsignor Laudisio vedi l’Appendice.”. Bilotti, a p. 185, nella nota (2) postillava: “(2) Nota 30 giugno 1857 del giudice regio di Vibonati al procuratore generale.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fischietti effettivamente avea fatto prodigi di attività: partito da Sapri poco prima della mezzanotte, percorse a piedi e con la paura dell’anima, la quasi impraticabile via detta ‘Verdesca’, la quale benchè fatta di alpestri e pericolosi sentieri, era da preferire alla strada ordinaria per dove avrebbero potuto inseguirlo i ‘male intenzionati’. Giunto a Torraca spedì subito al sottointendente il corriere Pietro Filizzola per annunziare l’avvenuto sbarco e dispose quanto occorreva per raccogliere forse e concentrarle in Tortorella, luogo di facile difesa e di facile offesa, per essere l’abitato posto su di una roccia tagliata a picco e inaccessibile; fece sveliare i cittadini i quali avrebbero potuto, magari con pietre, impedire ai ribelli il passaggio per la via sottostante; prese accordi con monsignor Laudisio perchè con la sua autorità spirituale incoraggiasse il popolo alla resistenza, e partì per Vibonati dove giunse all’alba e donde spedì al sottointendente di Sala, per Francescantonio Sansone, un altro messaggio. Di lì subito alla marina di Capitello..

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(15) Fischetti Gaetano, Cenno storico dell’invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti Giudice allora di quel circondario con note e osservazioni, Tip. Italiana, Liceo V.E. al Mercatello, Napoli, 1877

Nel 4 settembre 1860, a Torraca, Garibaldi dormì in casa dell’ABATE DON NICOLA GALLOTTI di Torraca ?

Alcuni storici locali e non hanno scritto che Garibaldi, nel percorso che fece da Sapri per risalire al Fortino del Cervaro passò da Torraca ed alcuni scrivono addirittura che egli dormì in casa Gallotti a Torraca. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni” (Cap. III), in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 223, in “Documenti”, in proposito scriveva che: “11 settembre 1860. Bollettino della Rivoluzione Salernitana (per concessione di Maria Teresa Parascandalo). Il bollettino apparteneva alla famiglia Gallotti, famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi. Infatti l’Abate Antonio Gallotti fu il basista di Pisacane. Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. La notizia di un “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” di proprietà della famiglia “Gallotti”, famiglia vicina a Pisacane prima e a Garibaldi poi, e l’altra notizia di un “Abate Antonio Gallotti basista di Pisacane” a Sapri, è degna di considerazione e meritevole di ulteriori approfondimenti. In primo luogo la notizia proviene dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” che pare fosse di proprietà della famiglia Gallotti. Ad Anna Sole, il Bollettino è stato concesso da Maria Teresa Parascandalo, documento conservato ed inserito nel “Catalogo della Mostra documentaria” tenutasi a Salerno presso l’Archivio di Stato in occasione del 150 anniversario della proclamazione dell’Unità d’Italia (2007-2008). Riguardo la notizia tratta dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, che sarebbe appartenuta alla famiglia Gallotti, scriveva che “(per concessione di Maria Tresa Parascandalo)”, che, nel medesimo testo, a p. 153, “Garibaldi  Salerno. Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007-giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, a p. 155, in proposito scriveva: “Si ringraziano per aver concesso in prestito cimeli e documentazione”, la dott.ssa Maria Teresa Parascandolo. Dunque, il prezioso cimelio che sarebbe stato appartenuto alla famiglia Gallotti di Torraca, il Bollettino della Rivoluzione Salernitana, fu fornito dalla dott.ssa Parascandolo. Anna Sole scriveva che il Bollettino, datato 11 settembre 1860 “…apparteneva alla famiglia Gallotti, famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi. Infatti l’Abate Antonio Gallotti fu il basista di Pisacane.”, e aggiunge:Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. Dunque, Anna Sole, parlando di Pisacane ci dice che, Garibaldi, nella risalita verso il Fortino di Battaglia, egli sostò in casa Gallotti a Torraca. Oltre alla notizia di una sosta di Garibaldi a Torraca, Anna Sole scriveva che a Torraca vi era “l’Abate Antonio Gallotti” che “fu il basista di Pisacane” e dove “nel 1860, Garibaldi sostò in casa sua”. Queste notizie sono le uniche che abbiamo ritrovato circa il passaggio di Garibaldi da Torraca o dal suo territorio per risalire al Fortino di Battaglia. Inoltre, queste notizie di Anna Sole, riguardano un altro Gallotti. Non riguardano il don Giovanni Gallotti, basista di Pisacane a Sapri, ma l’abate (sacerdote) Antonio Gallotti che viveva a Torraca e dove secondo questo Bollettino (notizia di Anna Sole) dimorava e forse risiedeva a Torraca dove aveva una casa, dove pare si fosse fermato Garibaldi. Sulla figura dell’abate don Antonio Gallotti, che aveva una casa a Torraca, possiamo dire che Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”“….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. E’ probabile che l’abate don Nicola Gallotti sia un familiare congiunto del Sindaco di Torraca, don Carmine Gallotti, che fu Sindaco dal 1855 al 1857, cioè fino al passaggio di Pisacane. Troviamo altre notizie che riguardano la famiglia dei Gallotti di Torraca, al tempo del passaggio di Carlo Pisacane. Di sicuro i Gallotti di Torraca non erano i Gallotti, baroni di Battaglia che avevano una casa a Sapri ed al Fortino. Una Gallotti, Antonia, era sposa del Del Vecchio di Vibonati, la famiglia che secondo alcuni avesse ospitato Garibaldi a Vibonati. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, abbiamo una Gallotti Antonia, consorte di Del Vecchio, a Vibonati, forse congiunta del Sindaco di Torraca al tempo di Pisacane, Gallotti Carmine, e dell’abate don Antonio Gallotti. Sui Gallotti di Torraca dovremo ancora indagare. Altri Gallotti a Torraca vengono citati nel testo di Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 128 scriveva: “Solo nel 1831 apprendiamo di altri due medici che avevano conseguito la “patente” di “condottato” (Carmine Gallotti e Antonio Brandi) per cui costoro, etc…”. Sempre il La Greca, a p. 165, in proposito scriveva: “Nel 1820 era maestro ancora il Gallotti (297), che però l’anno successivo (delibera decurionale del 19 marzo)(298) venne rimosso dal sindaco “considerando che il detto Sacerdote non solamente per lo passato, ma come al presente non esercita detta carica perchè più volte si è allontanato da questo Comune andando in Napoli, ed in Basilicata per più mesi, per cui l’infelice padre di famiglia vedendo la mancanza del detto Gallotti etc…”. Dunque, è forse questo il Sacerdote don Antonio Gallotti di Torraca ?. Non si tratta di don Antonio Gallotti di cui parla la Sole ma si tratta del prete don Francesco Maria Gallotti il quale, su collecito dell’Intendente Mazziotti, nel 1810, fu nominato dal Sindaco di Torraca, quale maestro della prima scuola pubblica in Torraca. Sempre il La Greca citava un altro Gallotti in Toccaca, a p. 245, in proposito scriveva: “Doc. n. 2. Terne di eleggibili. 1831-1839 (In ASS, Intendenza, B. 492, fasc. 27)…..21 ottobre 1832: terna per la carica di Sindaco: Giuseppe Gallotti, civile, anni 34, ;…..10 gennaio 1833: nuova terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo di Pietro Paolo, negoziante, anni 26, etc…”. La Greca, a p. 247, in proposito scriveva: “1849-1857 (In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 35) 21 ottobre 1849: giuramento di Domenico Gallotti, immesso nella carica di Secondo Eletto (Sindaco Luigi Gaetano) etc…”. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 75, parlando del periodo francese, in proposito scriveva: “Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di Policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine d controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il Sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa, che avvenne l’episodio più grave.”. L’epoca di cui si parla risale al 1806, di cui ho ampiamente parlato in un altro mio saggio. Dunque, Mallamaci, presumo sulla scorta del Barra (….) scriveva che nel 1806, alcuni membri della famiglia Gallotti a Torraca furono uccisi dal piccolo esercito di Rocco Stoduti. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 93, parlando della visita di Carlo Pisacane a Torraca, in proposito scriveva: “Oltre al Viggiano ed al Tancredi, denunciarono furti anche: Paolo Filizzola, Antonio Flora, Carmine Gallotti, Luigi Mercadante e Francesco Rocco.”. In conclusione, dalle ricerche fin qui condotte, la notizia della Anna Sole, di un “Gallotti di Torraca, basista di Pisacane”, non risulta nulla. Come non risulta nulla sul pernottamento di Garibaldi in una casa a Torraca, casa dell’abate Antonio Gallotti. Tuttavia, visti i legami di sangue con alcuni Gallotti di Torraca ed alcune familgie di Vibonati, queste notizie dovranno essere ulteriormente approfondite. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Dunque, Bilotti citava, fra i sorvegliati speciali dalla polizia borbonica, “18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca;”. Riportando il Bilotti l’elenco dei sorvegliati speciali anche Raffaele Gallotti, al n. 18, quale “da Sapri = Torraca” potrebbe far pensare che il “Torraca” del documento fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole sia in realtà “Sapri”, ovvero si riferisca ai Gallotti di Sapri e non di Torraca. Dunque, il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, apparteneva alla famiglia Gallotti di Sapri, non di Torraca. Vi è però da approfondire la figura dell’Abate don Antonio Gallotti di Torraca. Riguardo poi alla notizia secondo cui Garibaldi da Sapri arrivò a Vibonati e poi da Vibonati passò per Torraca alcuni storici hanno scritto ciò che dirò in seguito.  Vi era un abate don Antonio Gallotti di Torraca ? Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque, secondo gli Atti del Processo per la Spedizione di Carlo Pisacane, nella famiglia Gallotti, che aveva una casa a Sapri, in via Nicodemo Giudice, vi era un “sacerdote don Filomeno”, figlio del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti. Sempre per i fatti di Pisacane a Torraca, Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II. Tra quest’ultimi che mostravano orgogliosamente la coccarda tricolore, si annoverano ‘Francesco Fiorito’, il quale guidò il gruppo di liberali incontro ai rivoltosi; ‘Carmine Barra’, un commerciante che aveva obbligato il sacrestano della chiesa di San Pietro a suonare a festa le campane; ‘Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino; etc…”. Il Mallamaci, sulla scorta del Bilotti scriveva che, a Torraca, andarono incontro festosamente a Pisacane  “….’Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino.”. Riguardo poi alla notizia secondo cui Garibaldi da Sapri arrivò a Vibonati e poi da Vibonati passò per Torraca alcuni storici hanno scritto ciò che dirò in seguito. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pare che la notizia che Garibaldi, partitosi da Vibonati, per risalire al Fortino del Cervaro abbia percorso una strada che passasse per Torraca. La notizia trova riscontro solo in Pesce e nel sacerdote don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Altre notizie su Torraca, nel periodo di Garibaldi, sono discordanti tra loro ed imprecise. In seguito, alcuni autori, più vecchi ed alcuni nuovi ci dicono che Garibaldi, nel risalire al Fortino di Battaglia, fece lo stesso percorso che fece Carlo Pisacane, nel 1857. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia…..Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per riconsegnarla all’Italia.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), etc…”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi, partitosi da Sapri, passò da Vibonati da dove per risalire al Fortino del Cervaro percorse la stessa strada che fece Pisacane nel 1857, ovvero secondo il Mallamaci, Garibaldi passò per Torraca. Sulla strada che percorse Pisacane ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 22, nelle sue memorie scriveva che: “Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Etc…”. Dunque, sebbene Rustow racconta di essersi avviato in marcia con la sua brigata, da Vibonati di buon mattino, ci testimonia che da Vibonati (?), Garibaldi era già sulla strada per raggiungere il Fortino. Ma, dalla testimonianza di Rustow si evince da dove si partì Garibaldi ?. Rustow (vedi Porro, a p. 19), in proposito scriveva che dopo che la sua colonna si mise in marcia da Sapri: “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali e si mise esso stesso alla testa alla colonna.”. Dunque, Rustow racconta che Garibaldi e Cosenz arrivarono verso Villammare e si misero in testa alla colonna. Poi, sempre a p. 19, Rustow racconta che tutti, Garibaldi compreso, andarono a Vibonati. Infatti, a p. 19 scriveva il Porro che: “Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Rustow, però non dice nulla di Garibaldi a Vibonati. Rustow scriveva a p. 20 che: “I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate…..Alle 5 di mattina del giorno 4 ripresimo la marcia.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane etc…”.

Nel 1857, don Pietro Paolo Perazzi (io credo Perazzo), filoborbonco a Torraca, i Perazzo di Vibonati, i Gallotti di Morigerati, i Peluso e i Magaldi a Sapri  

Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. Devo però precisare che il Mazziotti, riguardo a Torraca scriveva di una lettera del suo caro amico, don Paolo Perazzi ed a p. 132, in proposito scriveva che: Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo,  ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. In effetti, Pier Paolo Perazzi di Torraca, era Sindaco di Torraca e si attivò con il Decurionato della ridente cittadina per le truppe Garibaldine di stanza a Sapri. Sulle attività svolte a Torraca in quei frangenti, ed in particolare su alcune notizie su Torraca, provenienti dal Sindaco Pier Paolo Perazzi, il tutto ruota intorno all’alacre attività del giudice di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo che raccolse fondi presso le casse comunali tra cui anche quella di Torraca. I fondi raccolti dal giudice Cajazzo furono devoluti a Magnoni che in seguito li consegnò a Garibaldi. Le notizie che riguardano Torraca sono conservate presso l’Archivio di Stato di Salerno e di Napoli ma riguardano soprattutto le attività nel periodo successivo al Plebiscito. In quel periodo, tutti i comuni e i decurionati del Circondario di Vallo e di Vibonati si attivarono con la Dittatura di Garibaldi per la restituzione dei fondi spesi nei primi di Settembre per le truppe e non è difficile che molti Sindaci iniziarono a millantare fesserie. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 124-125, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro…etc…Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15). Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (13) postillava: “(13) ASS, Intendenza Gabinetto, b. 109, f. 74.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva che: “In casa Del Vecchio Garibaldi……V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente” (10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Dunque, mi par di capire che la notizia dataci dal Policicchio secondo cui Garibaldi avrebbe incontrato il Giudice Francesco Saverio Cajazzo in casa del Vecchio a Vibonati provenga dal verbale del Decurionato del Comune di Torraca. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Sulla figura del sindaco di Torraca, Pietro Paolo Perazzi, che a mio avviso era Perazzo, ha scritto, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969 che,  parlando degli attendibili e delle famiglie potenti cilentane e del loro facile voltafaccia, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2). Giusto tre anni dopo il De Petrinis, diventato maggiore delle truppe garibaldine, ebbe l’onore di ospitare Giuseppe Garibaldi quando giunse a Sala il 5 settembre. Cfr. M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860, in Arch. Stor. Sal., I (1921), p. 136.”. Su Pietro Paolo Perazzo (….), futuro Sindaco di Torraca, ha scritto Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”“….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. La Greca, a p. 204 pubblica la foto della via di Torraca intitolata a Pietro Paolo Perazzo. Sebbene il testo riporti pochissimi, se non niente, documenti che riguardino l’epopea di Garibaldi, a causa della dispersione di documenti del periodo preunitario, merita degli approfondimenti. Su Pietro Paolo Perazzo e la famiglia Perazzo di Torraca, a p. 124, nella nota (222) postilla: “(222) E’ lo stesso al quale è intitolata una delle vie principali di Torraca. Fu costui l’ultimo sindaco di Torraca del periodo borbonico e il primo dopo l’Unità. Era figlio di quel Pietro Paolo, il principale attore della vita economica di Torraca fino agli anni Cinquanta; era infatti il più grosso proprietario di animali vaccini del luogo negli anni Trenta e titolare di una conceria, lo stesso che aveva acquistato le terre dell’ex barone di Policastro nel periodo francese, di cui abbiamo detto all’inizio di questo libro; dal punto di vista politico la famiglia era stata molto “fredda” verso il governo borbonico anche se, per proteggere i suoi interessi, non si era esposta né nei moti del ’28 né in quelli del ’48. Il figlio omonimo, questo in parola, in gioventù era stato un osservato speciale del governo borbonico; infatti da studente universitario nel 1855 dovette avere il benestare delle autorità per poter vivere a Napoli. In una lettera della Polizia napoletana, datata 14 aprile 1855, indirizzata al sottintendente di Sala, troviamo scritto: “La prego manifestarmi se la famiglia del giovane D. Pietro Paolo Perazzo di Torraca sia conosciuta benemerita e degna di fiducia nel Real Governo sotto il rapporto politico e morale; o se Ella a norma del Real Rescritto di massima in vigore per gli studenti creda di potersi permettere al Sig. Perazzo di soggiornare in Napoli come studente”. E il Sottointendente il 28 aprile ne dava informativa all’Intendente: “Sig. Intendente, la condotta politica, morale e religiosa di D. Pietro Paolo Perazzo di Torraca è stata sempre buona, né si può fare la minima osservazione etc…., giusta la informazioni accasatesi da questa Sottointendenza fra i quali dal Vescovo di Policastro, egli etc…”. In ASS, Intendenza, Istruzione, B. 1840, fasc. 87.”. Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 248 scriveva: “(In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 41) Torraca, 6 agosto 1854: Terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo fu Pietro Paolo, anni 47, negoziante, ducati 136.19, etc..”. Su Pietro Paolo Perazzo ha scritto Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A mettere in guarda la popolazione, intervennero anche alcune delle famiglie più in vista del paese e di consolidata fede Borbonica. Tra queste vi fu quella dei ‘Perazzi’, che circa un mese prima, in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante. Il vescovo, insieme al sacerdote ed ai Perazzi, convinse la popolazione di Torraca che i nuovi arrivati erano un’organizzata banda di briganti. Ad avvalorare la sua tesi intervennero anche incresciosi eventi. Alcuni dei nuovi arrivati, con la scusa di cercare armi, si introdussero nelle abitazioni, al solo scopo di effettuare dei furti…..Un altro furto fu denunciato da Giovanni Tancredi, un fattore della ferriera dei Perazzi situata a Morigerati, in questo caso si trattava della sottrazzione di un fucile.”. Dunque, secondo il Mallamaci, alcuni componenti della famiglia Perazzi, ma io credo fossero i “Perazzo”, che possedevano una ferriera a Morigerati, a Torraca si prodigarono, un mese prima prima dell’avvenuto sbarco, quindi nel mese di Maggio, a Sapri,  in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante.”. A Torraca, in occasione del passaggio di Pisacane, un loro dipendente della ferriera di Morigerati, il fattore Giovanni Tancredi, denunciò un furto a casa sua e chiese la restituzione del maltolto. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 233 scriveva ancora: I soldati ebbero dono di ciriege a spese del vescovo, i capi furono ricevuti in casa di D. Pietro Paolo Perazzi, dove furono consigliati di proseguire per Casaletto Spartano invece che volgere al Fortino etc…”. Bilotti, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p 46 e seg.”. Dunque, il Bilotti, sulla scorta del libretto del giudice regio Fischetti scriveva che a Torraca, il giorno dopo l’arrivo e partenza del Pisacane, ovvero il giorno dell’arrivo delle truppe borboniche sbarcate a Sapri, i capi del drappello militare borbonico giunto da Sapri furono ricevuti in casa di don Pietro Paolo Perazzi. A tal proposito, vorrei citare Leopoldo Cassese (…) che, riguardo i fatti del Pisacane a Sapri, menzionava il “contadino Carmine Perazzo” che insieme a Francesco Eboli, furono costretti a fare marcia indietro ed accompagnare Pisacane a Sapri. Il Cassese (…), a p. 54, nella sua nota (11), riguardo le deposizioni di alcuni cittadini di Sapri postillava che: “(11) L’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a guidare i rivoltosi per la contrada, nonchè quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”, non mi fanno dubitare del Cassese (…), ma di certo la questione del telegrafo sul monte Ceraso andrebbe ulteriormente indagata, in quanto questo è proprio uno dei punti rimasti a mio parere non del tutto chiariti. Sui Perazzo ha scritto anche Felice Fusco (….), sulla scorta del Bilotti. Egli, nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68, in proposito scriveva che: “In una lettera a Fanelli già ricordata egli così delineava la cospirazione vallese: etc….”….In questa provincia si sta organizzando un partito reazionario sotto la direzione di Perazzo di Vibonati, Palmieri di Polla, e Coletti di Diano, i quali promettono a ciascun individuo 5 carlini per giorno….etc….(52).”. Fusco, a p. 283, sempre sulla tecnica delle scatole cinesi, nella nota (52) postillava che: “(52) Cfr. n. 36.”. Fusco a p. 282, nella nota (36) postillava che: “(36) L. De Monte, Cronaca del Comitato segreto etc…, cit., p. XCVIII sg. – Il testo originale della lettera di Vincenzo Padula si conserva presso il Museo Centrale del Risorgimento di Roma, b. 346, n. 27.”. Il testo citato è quello di Luigi De Monte, “Cronaca del Comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”, del 1877. Dunque, il De Monte (….) pubblicava la lertera del prete Vincenzo Padula al Fanelli dove venivano interessanti rivelazioni sui filoborbonici del basso Cilento. Della lettera, ne ha parlato anche Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 scriveva ancora: “Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato che il suo comune offiva duecento militari tutti armati, etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio vi sarebbe stato a temere etc…(2).”. Bilotti, a p. 71, nella npota (2) postillava: “(2) De Monte, Id. – Lettera di V. Padula al comitato, febbraio, 1857.”. Fusco, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Fusco a p. 283, nella nota (53) ostillava: “(53) Sui Perazzo di Torraca cfr. F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81.”. Fusco, a p. 284, nella nota (55) postillava: “(54) Sui Gallotti di Morigerati, cfr. L. Cassese: La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 79 e F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81. Il potere dispotico di questa famiglia (Diomede, Gaetano, Francesco, Nicola) era tale che il sottointendente Giuseppe Calvosa ordinò due inchieste sul loro conto affidando la prima al giudice regio di Sanza Vincenzo Leoncavallo e la seconda al sindaco (e consigliere distrettuale) Donato Orlando da Caselle. Uno dei Gallotti, il decurione Francesco, fu rinchiuso nel convento dei Minori Osservanti di Sanza perchè espiasse le colpe!”. Il testo di Felice Fusco, Caselle in Pittari Economia e Società fra Otto e Novecento, vol. I, a p. 81. Fusco, a p. 284, nella nota (60) postillava: “(60) ASS, Gabbinetto dell’Intendenza, ivi, b. 197, vol. I, c. 75 ss.”. Fusco, a p. 284, nella nota (61) postillava: “(61) L. Cassese, La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 80, n. 71.”. Si tratta del testo di Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri, ed. Laterza, Bari, 1969.

Nel 29 giugno, 1857, Pisacane, partenza da Torraca ed arrivo al Fortino del Cervaro (di Casaletto Spartano)

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano. Intanto, tutti a Corte già sapevano e si mise in moto la macchina repressiva borbonica.”. Oggi la “Taverna del Fortino”, il fabbricato dove si fermò, prima il Pisacane e poi in seguito Giuseppe Garibaldi è gestito ed è proprietà della famiglia Colombo. Nel 1975, il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 64, in proposito scriveva che: “Avanti va la marcia e a notte si arriva a Fortino, dove l’oste ha preparato pane, vino, formaggio e quattro pecore. Si abbatte il palo del telegrafo elettrico e si raccolgono notizie, brutte e belle. Il sacerdote Vincenzo Padula che ha organizzato la sommossa dell’intero Vallo di Diano, è stato arrestato col suo collaboratore, il sacerdote Cardillo.”. Oggi la strada che passa dal Fortino di Cervara (il Fortino frazione del Comune di Casaletto Spartano) è la Strada Provinciale 349. Il “Fortino” cosiddetto è una piccola borgata. Tra le poche case vi è una “Taverna”, da sempre gestita dalle famiglie Cioffi e Colombo. Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 63, in proposito scriveva che: Nel 1857 era già in uso l’alfabeto Morse e da Salerno a Brindisi esisteva il telegrafo elettrico che seguiva press’a poco l’antica via Appia. Nei calcoli di Pisacane il telegrafo elettrico era compreso. Appena arrivato a Fortino, lo mise fuori uso. Il telegrafo ottico di Capitello era sfuggito alla sua attenzione. Con i telegrammi del giudice Fischetti e l’arrivo etc…”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. Sul Fortino del Cervaro ha scritto pure Raffaele De Cesare (….) ed il suo “La fine di un Regno, ed. Longanesi, Milano, 1969, nel suo “capitolo II”, a p. 32 parlando del viaggio del Re Ferdinando II in Calabria. Sulla liberazione di alcuni che il Pisacane fece, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 383, in proposito scriveva pure che: “Vari fuggiaschi furono arrestati qua e là per le campagne e mandati pel processo a Salerno, e tra le molte onoreficenze e pensioni concesse dal Re, va qui ricordata la medaglia d’argento del Real Ordine di Francesco I, conferita al nostro concittadino Agostino Ferraro, detto ‘scellerato’, il quale, trasportato a schiena la corrispondenza postale per Chiaromonte, potè fermare per le campagne, tradurre a Lagonegro e consegnare alle autorità due seguaci di Pisacane, i quali, dopo la sconfitta di Padula, eransi sbandati e dispersi. Questa fu l’unica onoreficenza cavalleresca, che s’ebbe in Lagonegro durante il governo borbonico.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II. Tra quest’ultimi che mostravano orgogliosamente la coccarda tricolore, si annoverano ‘Francesco Fiorito’, il quale guidò il gruppo di liberali incontro ai rivoltosi; ‘Carmine Barra’, un commerciante che aveva obbligato il sacrestano della chiesa di San Pietro a suonare a festa le campane; ‘Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino; ‘Vicenzo Cioffi’, gestore o proprietario della taverna del Fortino ed originario di Tortorella, il quale si prodrigò per fornire le cibarie ai rivoltosi. Il Cioffi, più volte fece sfornare il pane alla propria moglie per sfamare i liberatori. Ai predetti fecero seguito: ‘Michele Albano’, Pasquale e Nicola Bifano, Pasquale Brandi, Francesco Cesarino, Anna e Antonio Falce, Giuseppe Falce, Carmine Falco, Biagio Filizzola, Vincenzo Gallo, l’arciprete Pietro Gravina, Giovanni Lanza di Roccagloriosa, Nicola Mercadante, Vincenzo Mugno, Giuseppe Petrizzo originario di Padula, Raffaele Petrizzo, Carlo Viggiano, Domenico e Pasquale Zipparo. L’accoglienza da parte di costoro fu calorosa e spontanea, qualcuno ha anche gridato “Viva Murat e viva la Repubblica”, però nessuno di questi ebbe il coraggio di seguire i trecento nella loro impresa.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) etc…”. Pesce, a p. 398, nella nota (1) postillava: “(1) Nell’opuscolo ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda’ ho discorso della triste sorte toccata a quel glorioso patriotta, che può considerarsi come precursore di Carlo Pisacane, come questi, a sua volta, fu precursore di Garibaldi. Ed ecco come i nostri martiri della libertà si succedono e si riannodano in una unica catena, che mette capo al grande e fortunato Liberatore.”.”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pag. 325.”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382.”.

Nel 30 giugno, 1857, Pisacane ed i suoi “Trecento”, al Fortino del Cervaro (di Casaletto Spartano)

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”. Montesano, sulla scorta del Cassese (….) proseguendo il suo racconto sul Gallotti ed i suoi figli scriveva pure che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150). Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa. Malgrado ciò. Malgrado ciò furono lo stesso arrestati ed indagati, anche se non risultano inseriti nell’atto di accusa del Procuratore Generale del Re Francesco Pacifico presentato contro “Giuseppe Nicotera ed altri molti detenuti” utilizzato per imbastire il “megaprocesso” che si tenne nei mesi successivi, con enorme risalto della stampa non solo italiana ma di tutta Europa, a Salerno. Alla fine di questa défaillance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua..

Nel 30 giugno, 1857, il maggiore Marulli e le fregate Ettore Fieramosca e Tancredi approdarono nella baia di Sapri

Intanto, tutti a Corte già sapevano e si mise in moto la macchina repressiva borbonica. La nave Cagliari (Fig….), appena doppiato il Capo Palinuro fu catturata e sei compagnie di cacciatori si mettevano in marcia da Salerno alla volta di Sapri. La mattina del 30 a Sapri sbarcarono le truppe provenienti da Gaeta, le stesse che a bordo delle fregate Fieramosca e Tancredi, avevano catturato il Cagliari. Da Sapri, circa 600 cacciatori, al comando del Maggiore Marulli. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano. Intanto, tutti a Corte già sapevano e si mise in moto la macchina repressiva borbonica. La nave Cagliari, appena doppiato il Capo Palinuro fu catturata e sei compagnie di cacciatori si mettevano in marcia da Salerno alla volta di Sapri. La mattina del 30 a Sapri sbarcarono le truppe provenienti da Gaeta, le stesse che a bordo delle fregate Fieramosca e Tancredi, avevano catturato il Cagliari. Da Sapri, circa 600 cacciatori, al comando del Maggiore Marulli, si avviavano in marcia verso Sala Consilina, per andarsi ad unire alle truppre Regie del maggiore De Liguoro e scontrarsi poi con i Trecento a Padula.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 95 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: Il giorno 30, a Sapri intanto erano sbarcati dalle fregate Ettore Fieramosca e Tancredi, 600 soldati provenienti da Gaeta, sotto il comando del maggiore Gennaro Marulli e del capitano Giuseppe Musitano, quast’ultimo vecchio amico di Pisacane. Dopo lo sbarco, l’intero battaglione, con il giudice Fisichetti (?) che gli indicava la strada, si avviarono per Torraca, dove vennero accolti festosamente dal vescovo Laudisio con tutto il codazzo del clero e da numerosi notabili.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 95 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: Il Liberale torracchese Mansueto Brandi, che aveva organizzato l’accoglienza a Torraca, si prodrigò anche per partecipare l’arrivo al Fortino e nel Vallo di Diano. Dalla parte avversa tutto era perfettamente organizzato anche per il tempestivo interessamento del giudice Fisichetti (?). Alla guardia urbana di Sapri, Torraca e Sala, raccolta dal giudice di Torchiara, forte di trecento uomini, vi si erano uniti anche duecento gendarmi, tutti schierati nei pressi di Padula per combattere i ribelli.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 230, riferendosi al maggiore De Liguoro, in proposito scriveva che: “Nelle vicinanze dell’abitato apprendeva che i rivoltosi erano passati di lì tranquilli, perchè le regie truppe, giunte a Sapri la sera innanzi, 29 giugno, quantunque sbarcate fin dalle 6 a.m., non erano ancora in vista. Spedì quindi subito senz’armi per la via dei monti e nella direzione di Sapri due urbani pratici dei luoghi etc…”. Bilotti, a p. 231, in proposito scriveva che: “Uno di tali gruppi, oltre a quello disertato subito da Sapri, formato da cinque uomini e caduto nelle mani degli urbani di Vibonati, fu condotto innanzi al contro ammiraglio De Roberti; di un altro, composto da quattro uomini, fu scritto che inseguito dagli urbani di Tortorella, Battaglia e Casaletto, si fosse messo in conflitto e che il suo capo fosse rimasto morto ed i suoi militi caduti prigionieri. La verità intorno a questo gruppo, guidato da tal Vito Jannuzziello da Casalnuovo di Conza (1), fu però falsata dai capiurbani di fede borbonica, sia per acquisirsi merito presso le autorità, sia per evitarsi il pericolo di un processo per assassinio, come era stato per capitare nel 1848 agli uccisori di Costabile Carducci (2)…”. Bilotti, a p. 231, nella nota (1) postillava: “(1) Cap. Vincenzo Cristini – Notamento sommario dei ribelli.”. Bilotti, a p. 233 scriveva ancora: “Le due navi da guerra che erano partite da Mola di Gaeta sotto il controllo dell’ammiraglio Roberti all’una a.m. del giorno 29 e che toccate successivamente le isole di Ventotene e S. Stefano, avevano catturato e rimorchiato il “Cagliari”, giunsero la sera stessa in Sapri; ma i cacciatori non mostrarono alcune premura di eseguire sollecito lo sbarco. Se ne diedero le disposizioni alla mattina seguente e dopo che il giudice Fischietti ebbe provveduto ai mezzi pel trasporto dei bagagli e di due e di due pezzi da campagna, e dopo pure che ebbe offerto il suo cavallo al maggiore Marulli e fatto offrire quello del suo cancelliere all’aiutante maggiore. Per ordine dello stesso Fischietti seguirono i cacciatori alcuni urbani che si erano raccolti ponendo una parodia di quartier generale in S. Giocondo, presso Sapri, cioè a 15 miglia di distanza dal punto in cui si trovavano i rivoltosi e quando già avevano appresa la artenza di questi da Torraca per la direzione del Fortino (1). Il maggiore Marulli si pose sulla via di Torraca, forse senza alcun disegno prestabilito, forse anche col fine di seguire il cammino della Spedizione ed assaltarla alle spalle, mentre i cacciatori partiti da Salerno l’avrebbero aggredita di fronte. In Torraca gli andò incontro monsignor Laudisio vestito di sacri paramenti e processionalmente seguito dal clero: il loro prolungato abbraccio espressione dell’alleanza dei loro padroni, fu salutato da entusiastiche grida di omaggio al re etc…I soldati ebbero dono di ciriege a spese del vescovo, i capi furono ricevuti in casa di D. Pietro Paolo Perazzi, dove furono consigliati di proseguire per Casaletto Spartano invece che volgere al Fortino etc…”. Bilotti, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p 46 e seg.”.

L’epilogo e la morte di Pisacane

Da Sapri, circa 600 cacciatori, al comando del Maggiore Marulli, si avviavano in marcia verso Sala Consilina, per andarsi ad unire alle truppre Regie del maggiore De Liguoro e scontrarsi poi con i Trecento a Padula. Pochi si salvarono e Pisacane morì in circostanze poco chiare a Sanza. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: Da Sapri, circa 600 cacciatori, al comando del Maggiore Marulli, si avviavano in marcia verso Sala Consilina, per andarsi ad unire alle truppre Regie del maggiore De Liguoro e scontrarsi poi con i Trecento a Padula. Pochi si salvarono e Pisacane morì in circostanze poco chiare a Sanza. A commemorazione delle eroiche gesta del Pisacane che aprirono la strada alla Unità d’Italia, Sapri, ospita a S. Croce un monumento che ne ricorda lo sbarco e, nella villa Comunale, la bella sta tua bronzea (fig. 57) che rappresenta la bella figura del valoroso patriota. Il sacrificio eroico del Pisacane e dei suoi valorosi uomini è ricordato nei commoventi versi della poesia di Luigi Mercantini: “La Spigolatrice di Sapri”, che ancora oggi, conosciuti in tutta la penisola insieme allo storico evento costituiscono l’emblema più usato per indicare Sapri. Oltre ai numerosi componimenti poetici ispirati alla Spedizione di Sapri (170), molti furono gli studiosi che si interessarono a questo triste evento della storia del Risorgimento italiano: tra questi figura anche Pier Paolo Pasolini. (171).”. Nella mia nota (162) postillavo che: (171) Pasolini, Memorie raccolte da suo figlio, le impressioni destate su Pio IX, allora in viaggio nelle Legazioni, dalle notizie della Spedizione di Sapri.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 68, in proposito scriveva che: “Il capourbano di Santa Marina cav. Felice Pecorelli, anche lui per chiedere una ricompensa, chiamava Pisacane “Socialista”, e altri l’hanno imitato. Dubitiamo che Pecorelli sapesse cosa fosse il socialismo, ma lo intendeva semplicemente come insulto. Il fatto storico è che Pisacane era mazziniano. E Mazzini era tanto poco marxista, quanto Marx era mazziniano. E’ tutt’è due non sono sospetti di fascismo”. Se qualcuno voglia spiegarmi cosa volese intendere con queste sue parole il Tancredi gliene sarò grato. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 95 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: Il Pisacane, dopo avere appreso la strada per il Fortino, lo stesso giorno del suo arrivo, decise di lasciare il paese per raggiungere la predetta località. Il Liberale torracchese Mansueto Brandi, che aveva organizzato l’accoglienza a Torraca, si prodrigò anche per partecipare l’arrivo al Fortino e nel Vallo di Diano. Dalla parte avversa tutto era perfettamente organizzato anche per il tempestivo interessamento del giudice Fisichetti (?). Alla guardia urbana di Sapri, Torraca e Sala, raccolta dal giudice di Torchiara, forte di trecento uomini, vi si erano uniti anche duecento gendarmi, tutti schierati nei pressi di Padula per combattere i ribelli.”.  

Nel 29 gennaio 1859, il Processo ai rivoltosi superstiti

Alfredo De Crescenzo (….), nel suo saggio “La prima udienza del processo di Sapri”, in “Archivio Storico per la provincia di Salerno”, anno III, fasc. IV, a p. 249 e ssg., in proposito scriveva che: “”Di questo importante processo, ebbe un carattere politico, sia per le cause, che lo produssero, sia per gl’imputati che vi furono coinvolti, riportiamo una interessante descrizione dei preparativi e delle precauzioni che la Giustizia prese in questa circostanza, ricavandola dalla medesima Cronaca (1) del Mottola, di cui ho fatto menzione in fascicoli precedenti di questa Rivista. La precisazione e la minuzia dei particolari, nonchè le opinioni e i giudizi del pubblico, cose che non si rintracciano in altri documenti, rendono la narrazione simpatica e interessante.”. 1859 – 29 gennaio, S’è cominciata la causa di quelli che calarono a Sapri per mettere la rivolta, e siccome la sala della Gran Corte Criminale non era capace di contenere 400 circa imputati, così s’è prescelto il locale del Quartiere militare nelle circostanze di S. Domenico. Etc…”. De Crescenzo, a p. 250, nella nota (1) postillava: “(1) G. Mottola, Cronaca (Archivio Privato).”.

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(Fig. 7) Saggio di Alfredo De Crescenzo (21), sul Processo ai rivoltosi superstiti

Nel 1877, la tradica Spedizione di Sapri’ nel racconto di Gaetano Fischetti, giudice del mandamento di Vibonati

Nel 1877, Gaetano Fischetti (…), giudice del mandamento di Vibonati che ebbe un ruolo fondamentale all’epoca della tragica e sfortunata “Spedizione di Sapri” dei “Trecento” di Carlo Pisacane del 28 e 29 giugno 1857 pubblicò il libretto ‘Cenno storico dell’invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti Giudice allora di quel circondario con note e osservazioni, Tip. Italiana, Liceo V.E. al Mercatello, Napoli. Pare che il Fischetti avesse pubblicato il suo ricordo di quelle tragiche giornate in cui Carlo Pisacane sbarcò a Sapri sulla spiaggia dell’Oliveto per ingraziarsi l’allora Ministro degli Interni Giovanni Nicotera che si salvò dalla repressione borbonica e che nell’Italia Unitaria fu nominato Ministro.

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(15) Fischetti Gaetano, Cenno storico dell’invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti Giudice allora di quel circondario con note e osservazioni, Tip. Italiana, Liceo V.E. al Mercatello, Napoli, 1877.

La contessa Gioconda Walvescky: ‘La signora di Sapri’, romanzo storico di Rocco Baldanza del 1879

Baldanza Rocco, La signora

Baldanza, pp. 238-239

Nel 1879 lo scrittore Rocco Baldanza (…) pubblicò una serie di racconti romanzati sull’epopea Garibaldina e Risorgimentale. Nel volume II della sua trilogia pubblicò a Roma, per i tipi di Adolfo Paolini, il volumetto II° dal titolo ‘La signora di Sapri: storia dei nostri tempi‘. In questo piccolo volumetto il Baldanza racconta della permanenza a Sapri della compagna di Giovan Battista Falcone, che morì a Sanza insieme a Carlo Pisacane. Il Baldanza parla della giovane contessa Gioconda Valvescky o Walvescky figlia di Ignazio Walvescky parente di Napoleone III. La Walvescky, compagna di  Giovan Battista Falcone venne ad abitare a Sapri dove morì di tubercolosi. Spesso si recava al sepolcro di Giovan Battista Falcone e Pisacane a Sanza devolvendo le sue ricchezze ai poveri bambini di Sanza. Il testo è conservato presso tre biblioteche, di cui anche la Biblioteca di storia moderna e contemporanea – Roma – RM. Pare che una copia del vol. II sia di proprietà dell’amico Tonino Luppino che lo segnalò per la prima sul blog Golfonetwork su indicazione dell’amico ALfonso Monaco. Bellissimo e commovente il racconto del Baldanza che scrive una pagina di storia del nostro paese, citando personaggi e luoghi dell’epoca postuma a Pisacane.

Nel 4 settembre 1860 viaggiando da Sapri a Vibonati s’imbattè in un manipolo di garibaldini cilentani che dissuasi ad andare a Sapri a incendiare la casa dei Peluso si recarono a Policastro alla casa del Cav. Pecorelli

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 398, in proposito scriveva pure che: “III. Garibaldi….. – s’imbattè in una Colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento, con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Celentani allora, dopo aver dato alle fiamme il palazzo del Cav. Pecorelli in Policastro, ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 2 Luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. Sul cav. Pecorelli filoborbonico di Policastro Bussentino (Santa Marina), ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 234, in proposito scriveva che: “I cacciatori quindi recatisi a Tortorella ed ivi raggiunti anche dal cav. Felice Pecorelli con la sua squadriglia, proseguirono per Casaletto dove giunsero nelle ore pomeridiane e si accamparono nel largo detto Campo (2) per passarvi la notte. Il giorno seguente ripresero il cammino per Buonabitacolo.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La loro morte fu segnata non dalle truppe garibaldine che si erano limitate ad arrestarli, ma da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa. Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre anni prima.”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi nel viaggio a cavallo da Sapri a Vibonati incontrò  alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri”Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 68, in proposito scriveva che: “Il capourbano di Santa Marina cav. Felice Pecorelli, anche lui per chiedere una ricompensa, chiamava Pisacane “Socialista”, e altri l’hanno imitato. Dubitiamo che Pecorelli sapesse cosa fosse il socialismo, ma lo intendeva semplicemente come insulto. Il fatto storico è che Pisacane era mazziniano. E Mazzini era tanto poco marxista, quanto Marx era mazziniano. E’ tutt’è due non sono sospetti di fascismo”. Se qualcuno voglia spiegarmi cosa volese intendere con queste sue parole il Tancredi gliene sarò grato.

Le commemorazioni, gli studi ed i componimenti lirici

Nella mia nota (170) postillavo che: (170) Il Rosselli (Rosselli N., op. cit., p. 361), in proposito così dice: “La Spedizione di Sapri dette luogo a numerosi componimenti poetici, quasi tutti assai scadenti, seppure calorosi ed ispirati. Vanno citati, in ordine di tempo: Mercantini L., La Spigolatrice di Sapri, stampata la prima volta nel Movimento, Genova, 3 Agosto 1857; Ricciardi C., Novissima Verba, Carme ai caduti di Sapri, in La Gazzetta del Popolo, Torino, 29 luglio 1857; Vecchi C. A., Canto funebre, ivi, 17 agosto 1857; Curzio F., L’eroe di Sapri (4 sonetti), 1858, ristampati in Poesie edite ed inedite di F.C., Milano, 1883; Lombardi E., La Spedizione di Sapri; Quarta A., La Spedizione di Sapri. Versi, Roma, 1877; versi di Terzi R., e di Capasso G., sul giornale ‘Masuccio’, Salerno, 2 luglio 1903; Fra gli stranieri che cantarono la spedizione si veggano Swinborne, Song of Italy; Harriet Hamilton-King, The disciples, London, 1873 (vedi il brutto poemetto ‘Nicotera’) Carducci dedica due versi a Pisacane in una delle sue odi barbare (Scoglio di Quarto). E’ noto che anche Victor Hugo tessè l’apologia di Pisacane, dicendolo più grande di Garibaldi nello stesso modo che Brown era da considerarsi più grande di Waschington.”. Oltre ai numerosi componimenti poetici ispirati alla Spedizione di Sapri (9), molti furono gli studiosi che si interessarono a questo triste evento della storia del Risorgimento italiano, tra questi figura anche Giuseppe Pasolini (10) nelle sue ‘Memorie raccolte da suo figlio – 1815-1876′, le impressioni destate su Pio IX, allora in viaggio nelle Legazioni, dalle notizie della Spedizione di Sapri. Nel 1932, Nello Rosselli (10), nel suo ‘Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano’, pubblicato a Torino per Einaudi, a p. 361), in proposito così scriveva: “La Spedizione di Sapri dette luogo a numerosi componimenti poetici, quasi tutti assai scadenti, seppure calorosi ed ispirati”. Vanno citati, in ordine di tempo: Mercantini L., La Spigolatrice di Sapri, stampata la prima volta nel Movimento, Genova, 3 Agosto 1857; Ricciardi C., Novissima Verba, Carme ai caduti di Sapri, in La Gazzetta del Popolo, Torino, 29 luglio 1857; Vecchi C.A., Canto funebre, ivi, 17 agosto 1857; Curzio F., L’eroe di Sapri (4 sonetti), 1858, ristampati in Poesie edite ed inedite di F.C.,  Milano, 1883; Lombardi E., La Spedizione di Sapri; Quarta A., La Spedizione di Sapri. Versi, Roma, 1877; versi di Terzi R., e di Capasso G., sul giornale ‘Masuccio’, Salerno, 2 luglio 1903. Fra gli stranieri che cantarono la spedizione si veggano Swinborne, Song of Italy, Harriet Hamilton-King, The disciples, London, 1873 (vedi il brutto poemetto ‘Nicotera’) Carducci dedica due versi a Pisacane in una delle sue odi barbare (Scoglio di Quarto). E’ noto che anche Victor Hugo tessè l’apologia di Pisacane, dicendolo “più grande di Garibaldi nello stesso modo che Brown era da considerarsi più grande di Waschington.”; Rosselli N., Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani- La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.

La poesia ‘La Spigolatrice di Sapri’ di Luigi Mercantini

A commemorazione delle eroiche gesta del Pisacane che aprirono la strada alla Unità d’Italia, Sapri, ospita a S. Croce un monumento che ne ricorda lo sbarco e, nella villa Comunale, la bella statua bronzea (Fig….) che rappresenta la bella figura del valoroso patriota. Il sacrificio eroico del Pisacane e dei suoi valorosi uomini è ricordato nei commoventi versi della poesia di Luigi Mercantini: “La Spigolatrice di Sapri”, che ancora oggi, conosciuta in tutta la penisola, insieme allo storico evento costituiscono l’emblema più conosciuto per indicare Sapri e la tragica impresa del valoroso Pisacane.

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Il Monumento a Carlo Pisacane a Sapri di Gaetano Chiaromonte

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(Fig. 1) La statua bronzea  di Carlo Pisacane – opera dello scultore Gaetano Chiaromonte (Foto Archivio Attanasio)

Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 68, in proposito scriveva che: “Il monumento. A Sapri, nei giardini del municipio, si trova il monumento a Pisacane, e sulla strada da Caselle a Sanza, un cippo, sul posto dove Pisacane sarebbe caduto. Il monumento a Pisacane porta una dedica fascistoide; inevitabile! In periodo fascista non si potevano erigere monumenti senza tale dedica, come, nel tempo borbonico, non si potevano redigere atti senza inneggiare all’amatissimo sovrano, il che dimostra che la sciocchezza è immortale. E non vediamo nemmeno perchè la scritta si dovrebbe togliere. E’ un documento storico, etc…”.

Nel 5 settembre 1860, a Sala, Garibaldi ordinò di erigere un monumento a Sapri in onore di Carlo Pisacane e dei Trecento

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 135, in proposito scriveva che: “In casa Gallotti sbrigò affari politici e di governo, rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane (4) e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore. Infatti, subito dopo la partenza di Garibaldi da Sala, il Segretario del Governo provvisorio, nonché delegato interino civile e militare del Distretto, Antonio Alfieri d’Evandro si adoperò per delle sottoscrizioni volontarie, anche a mezzo del giornale ‘Il Popolo d’Italia’, per un monumento a Pisacane: “…a modo di riparazione Nazionale in questo Distretto più specialmente ove ebbe tomba il prode dei prodi Carlo Pisacane ed i suoi generosi compagni, si promuova una soscrizione Nazionale per erigere loro un monumento.”. Un garibaldino nel suo diario annotò: “Chiuderò questa mia con darvi una notizia che conforterà il vostro cuore italiano, ed è che Garibaldi ha dato ordine che si eriga un monumento ai fratelli Bandiera a Cosenza, ed un altro a Pisacane a Sapri “(….)(5).”. Policicchio, a p. 135, nella nota (5) postillava: “(5) Bertani e Garibaldi, il 25 settembre assegnarono “una pensione di ducati sessanta al mese vita durante, a contare dal primo ottobre prossimo, a Silvia Pisacane figlia dell’eroico Carlo Pisacane trucidato a Sanza nel luglio 1857 mentre combatteva per la liberazione dei fratelli”.”.

Nel 19 novembre 1935, a Sapri inaugurato il Monumento a Carlo Pisacane di Gaetano Chiaromonte

A commemorazione delle eroiche gesta del Pisacane che aprirono la strada alla Unità d’Italia, Sapri, ospita a S. Croce un monumento che ne ricorda lo sbarco e, nella villa Comunale, la bella statua bronzea (Fig….) che rappresenta la bella figura del valoroso patriota. Qui di seguito riporto e ripubblico alcune pagine del saggio del saggio di Carlo Carucci (23), dal titolo “Il Monumento a Carlo Pisacane a Sapri” raro ed introvabile ed in mio possesso che il Carucci dedicò al Monumento a Carlo Pisacane, nella Villa Comunale di Sapri (Fig. 1):

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(Fig. 8) Saggio di Carlo Carucci (23), sul Monumento a Carlo Pisacane, nella Villa Comunale di Sapri (Fig. 1) (Archivio Attanasio)

Nel 1877, Andrea Guglielmini

Nel 1877, Andrea Guglielmini (….), pubblicò ‘L’Eroe superstite di Sapri, Schizzi storici per Andrea Guglielmini’,
Salerno, per i tipi dello Stabilimento Tipografico Migliaccio. Anche questo piccolo libretto edito nel 1877 è rarissimo ed in mio possesso. Il libretto del Guglielmini è stato da me ripubblicato ivi nel mio saggio dal titolo “Giovanni Nicotera l’eroe superstite di Sapri” di cui ivi ripropongo la p….

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Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ”Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sapri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

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(2) Mazziotti Matteo, Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848, ed. Società editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati & C., Milano-Roma, vol. I, 1909. Oggi l’originale in mio possesso.

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(3) Mazziotti Matteo, La Rivolta del Cilento nel 1828, ed. Società editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati & C., Milano-Roma, vol. I, 1906. Oggi l’originale in mio possesso. (Archivio Attanasio)

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(…) Mazziotti Matteo, ‘Memorie di Carlo De Angelis a cura di Matteo Mazziotti, Roma, Milano, ed. Dante Alighieri di Albrighi e Segati & C., 1908 (Archivio Attanasio);  oppure si veda dello stesso autore ‘Memorie di Carlo De Angelis a cura di Matteo Mazziotti, ristampa ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, 1995 (Archivio Attanasio)

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(…) Mazziotti Matteo, Ricordi di famiglia (1780-1860), ed. Società Dante Alighieri di Albrighi e Segati, Milano, 1916 (Archivio Attanasio)

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(4) Timpanelli Vincenzo, manoscritto inedito sulla vicenda dell’uccisione di Costabile Carducci (Archivio digitale Attanasio).

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(5) Pesce Carlo, Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda – Conferenza per un episodio della Rivoluzione Neapolitana del 1848 – Conferenza per un episodio della Rivoluzione Neapolitana del 1848, Stabilimento Tipografico – Palazzo della Cassazione, Napoli, 189 (Archivio Storico Attanasio).

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(6) Pesce Carlo, Appendice alla Storia della Città di Lagonegro, Versi sparsi chiamati a raccolta, Tip. Auleta succ. M. Cantarella, 1939 (Arcivio Attanasio)

Carlo Pesce

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(7) Pesce Carlo, Storia della città di Lagonegro, Napoli, Reale Stab. Tip. Pansini, 1913 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso esiste la ristampa anastatica a cura delle Tip. Dino Ricca, Lagonegro (PZ), (con la prefazione del 1913), ristampa a cura delle Tip. Neograf, Diamante, p. 398 e s. (Archivio Storico Attanasio).

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(8) Cassese Leopoldo, La Spedizione di Sapri, ed. Laterza, Bari, B.C.M., 1969, vedi nota al testo n. 14, p. 55 e pp. 51-52 e s; vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B. 77; si veda pure nota al testo n. 14, p. 55 e vedi pure Cassese L., Contadini e operai nel Salernitano nei moti del Quarantotto, stà in “Rassegna storica salernitana”, IX, 1948, pp. I-IV (Archivio Attanasio); si veda pure Cassese L.,op.cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B. 77

(9) Archivio di Stato di Salerno, vedi Busta 197, vari volumi, incartamento.

(10) Rosselli Nello, Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.

(11) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.

(12) Il Rosselli (Rosselli N., op. cit., p. 361), in proposito così scriveva: “La Spedizione di Sapri dette luogo a numerosi componimenti poetici, quasi tutti assai scadenti, seppure calorosi ed ispirati”. Vanno citati, in ordine di tempo: Mercantini L., La Spigolatrice di Sapri, stampata la prima volta nel Movimento, Genova, 3 Agosto 1857; Ricciardi C., Novissima Verba, Carme ai caduti di Sapri, in La Gazzetta del Popolo, Torino, 29 luglio 1857; Vecchi C.A., Canto funebre, ivi, 17 agosto 1857; Curzio F., L’eroe di Sapri (4 sonetti), 1858, ristampati in Poesie edite ed inedite di F.C.,  Milano, 1883; Lombardi E., La Spedizione di Sapri; Quarta A., La Spedizione di Sapri. Versi, Roma, 1877; versi di Terzi R., e di Capasso G., sul giornale ‘Masuccio’, Salerno, 2 luglio 1903; Fra gli stranieri che cantarono la spedizione si veggano Swinborne, Song of Italy, Harriet Hamilton-King, The disciples, London, 1873 (vedi il brutto poemetto ‘Nicotera’) Carducci dedica due versi a Pisacane in una delle sue odi barbare (Scoglio di Quarto). E’ noto che anche Victor Hugo tessè l’apologia di Pisacane, dicendolo più grande di Garibaldi nello stesso modo che Brown era da considerarsi più grande di Waschington.”; Rosselli N., Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani- La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.

(13) Pasolini Giuseppe, Memorie raccolte da suo figlio – 1815-1876, le impressioni destate su Pio IX, allora in viaggio nelle Legazioni, dalle notizie della Spedizione di Sapri (Archivio Attanasio)

(14) Pifano Cesare, Pisacane, da Sapri a Sanza, ed. Galzerano, Casalvelino Scalo (SA), 1977 (Archivio Attanasio)

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(15) Fischetti Gaetano, Cenno storico dell’invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti Giudice allora di quel circondario con note e osservazioni, Tip. Italiana, Liceo V.E. al Mercatello, Napoli, 1877.

(16) Valente A., Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino (1965), 1976.

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(17) Bilotti Paolo Emilio, La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, Stab. Tip. Fratelli Jovane, 1907, p. 195 (Archivio Storico Attanasio).

Racioppi G., La spedizione di Carlo Pisacane

(18) Racioppi Giacomo, La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri, con documenti inediti per Giacomo Racioppi, ed. Giuseppe Margheri, 1863, si veda Cap. XIX da p. 43 e s.; si veda pure dello stesso autore: ‘Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermine nel 1860′, Napoli, Tip. di Achille Morelli, 1867.

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(19) Moscati R., Il Mezzogiorno d’Italia nel Risorgimento, ed. G. D’Anna, Messina, 1953

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(20) Petrucci Luigi, Fra gli artigli del falco o la Rivolta in Lucania nel 1828, ed. Casa del Libro, Roma, 1935 (Archivio Attanasio)

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(Fig…) Dott. Nicola Gallotti, Sindaco di Sapri, dipinto olio su tela, propr. Gallotti

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(21) Gallotti Nicola, Sapri nella Storia e nella tradizione popolare – Brevi cenni del Dottor Nicola Gallotti, Napoli, Tipografia Giuseppe Golia, 1899 (Archivio Attanasio). Si veda pure Gallotti N., Condizioni igienico sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lagonegrese, 1891; si veda pure: L’Acqua potabile di Sapri – ricordi per il Dott. Nicola Gallotti, Tip. Francesco Graniti, Napoli.

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(22) De Crescenzo Alfredo, La prima udienza del processo di Sapri, stà in ‘Archivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno III, Fasc. IV-Ottobre-Dicembre, 1935 XIV, pp. 249 e s.

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(…) Pisacane Carlo, Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49 – narrazione di Carlo Pisacane, Genova, ed. Giuseppe Pavesi, 1851 (Archivio Attanasio)

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(23) Pisacane Carlo, Saggi Storici-Politici-Militari sull’Italia, vol. III, Napoli, oppure dello stesso autore si veda: Pisacane C., Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49, Genova, ed. Giuseppe Pavesi, 1851 (Archivio Storico Attanasio).

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(24) Carucci Carlo, Il Monumento a Carlo Pisacane a Sapri, saggio di C.C., stà in ‘Archivio Storico per la Provincia di Salerno’, diretta da Carlo Carucci, Napoli, Tip. Lorenzo Barca, Anno II, Fasc. IV. Ottobre-Dicembre, 1934, XIII, 1935 – XIII, pp. 283-284 (Archivio Storico Attanasio).

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(25) Settembrini Luigi, Ricordanze della mia vita, con prefazione di Francesco De Sanctis, a cura di Francesco Torraca, Napoli, ed. A. Morano, 1916 (Archivio Attanasio)

Atto Vannucci

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(…) Vannucci Atto, I martiri della libertà italiana dal 1794 al 1848, Memorie raccolte da Atto Vannucci, ed. III, Firenze, Le Monnier, 1860 (Archivio digitale Attanasio); si veda pure dello stesso autore: I martiri della libertà italiana dal 1794 al 1848, Memorie raccolte da Atto Vannucci‘, Milano, ed. Tipografia Bortolotti di Giuseppe Prato, 1887 (Archivio Attanasio)

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(26) Guglielmini Andrea, L’Eroe superstite di Sapri, Schizzi storici per Andrea Guglielmini,
Salerno, Stab. Tip. Migliaccio, 1877 (Archivio Attanasio)

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(27) Pollini Leo, La tragica spedizione di Sapri (1857), ed. A. Mondadori, Verona, 1935 (Archivio Attanasio)

(28) Albini D., La Spedizione di Sapri e la Provincia di Basilicata, Roma, 1891 (Archivio Attanasio)

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(29) Nisco Nicola, Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli, vol. I-II-III, ed. Morano, Napoli, 1889. Originale in mio possesso (Archivio Storico Attanasio)

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(30) Lacava Michele,  Cronistoria della rivoluzione in Lucania e Basilicata del 1860, Napoli, , si veda Capo III, ‘Sbarco di Sapri’, da pp. 177 e s.

Baldanza Rocco, La signora

(31) Baldanza Rocco, La signora di Sapri: storia dei nostri tempi, voll. I-II, Roma, ed. Tipografia di Adolfo Paolini, 1879 (Archivio digitale Attanasio). Il testo è conservato presso tre biblioteche, di cui anche la Biblioteca di storia moderna e contemporanea – Roma – RM, collocazione RM0255 e IEI02, di cui su concessione della dott.ssa Giudice ho ottenuto parte della copia scansita in digitale. Il testo è conservato anche presso la Biblioteca comunale Labronica Francesco Domenico Guerrazzi. Sezione catalografica e magazzino librario – Livorno – LI

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(…) Venosta Felice, Carlo Pisacane e compagni martiri a Sanza, notizie storiche di Felice Venosta, Milano, 1863, ed. Barbini, Via Larga, 1863

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(…) Bentivegna Francesco, Carlo Pisacane e compagni martiri a Sanza, ed. Carlo Barbiti, via Larga Milano, 1863 (Archivio Attanasio)

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(…) Lombardi Eliodoro, La Spedizione di Sapri, poemetto epico-lirico, Biblioteca Universale n. 123, ed. Sonzogno, Milano, 18…., (Archivio Attanasio), si veda pure  Lombardi E., La Spedizione di Sapri; Quarta A., La Spedizione di Sapri. Versi, Roma, 1877

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(…) Mario Jessie White, In memoria di Giovanni Nicotera per Jessie White Mario, Firenze, Tipografia di G. Barbèra, 1894 (Archivio Attanasio)

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(…) Orlando Ruggero, Pisacane, ed. Ardita, Roma, anno XIII, 1935 (Archivio Attanasio)

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(…) Guida Giuseppe, Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche ed economico-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille, ed. Istituto Meridionale di Cultura, diretto da Gerardo Raffaele Zitarosa, Napoli (Archivio Attanasio)

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(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Attanasio)

(…) Barra Francesco, ‘Il Principato Citra nel 1806′, in “Fonti e Memorie – Il Principato Citra nell’insurrezione antifrancese dell’estate 1806”, stà in Rassegna Storica del Risorgimento, anno LXXIX, fascicolo II, Aprile-Giugno 1992, ed. Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

(….) Gentile Angelo, “Sapri, torna alla luce l’antica Stazione telerafica ad asta”, apparso a stampa diretta da Angelo Guzzo

(…) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58 (Archivio Attanasio)

(…) Archivio di Stato di Napoli, Sezione militare, pandette Ministero della Guerra e Segreteria di Guerra, fasci: 442, 437, 1960, 2306, 2325, 2364, 2409, che vanno tutti sotto il nome di “Sapri” e “Piazza di Sapri”.

(…) Archivio di Stato di Salerno, vedi Busta 197, vari volumi, incartamento

(…) De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli,1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”.

(169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni

(…) Dumas Alexandr, I Borboni di Napoli, Napoli, ed. Mario Miliano, 1870 (Archivio Attanasio).

Nel 1695-96, la ‘Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro ed il suo vasto patrimonio

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(Fig. 1) “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (3).

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Gli studi

Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, ini- ziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informa-zioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche del-l’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta poca memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri, oggi conservato negli Archivi del Comune, scrivevo che, dal XV secolo in poi, le notizie su Sapri si fanno sempre più documentate. I quattro documenti (3-10-17-18)(Figg. 3-24-25), citati in questo studio – il primo del XII secolo (Fig. 24) – e gli altri tre – quasi coevi tra loro – del XVIII secolo – sono le uniche testimonianze in cui – per ragioni strettamente economiche – viene fatta una prima ricostruzione storica dei luoghi e dei possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e attraverso queste uniche testimonianze – i cui originali pubblichiamo per la prima volta – dal punto di vista bibliografico e storiografico, rappresentano un unicum.

Monte Bulgheria

(Fig….) Il Monte Bulgheria visto da Policastro

Bosco, carta del Cilento

(Fig….) Particolare tratto dalla carta corografica: ‘Principato Citra – Regno di Napoli’, carta manoscritta e dipinta a colori, d’epoca Aragonese, di autore Anonimo e non datata, inedita e da me rintracciata all’Archivio di Stato di Napoli il 16 maggio 1981 e pubblicata nel 1987, in un mio saggio a stampa (…) (Archivio Storico Attanasio)

Incipit

Quando nel 1700 l’Avvocato Giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia (…), prima di consegnare alle stampe la sua ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, in seguito all’incarico datogli dalla Curia Diocesana di Policastro di redigere un trattato storico sull’antica abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, uno degli ultimi documenti che consultò fu una ‘platea dei beni e delle rendite’ che l’ultimo Abbate dell’antica Abbazia, ………………….., nel 1565, fece redigere. Si tratta di un documento del 1565, non più esistente ma che è di grande importanza per la storia del nostro territorio in quanto la sua storia è antichissima ed i suoi beni e possedimenti arrivavano fino alla Calabria. Atraverso questi ed altri documenti, non di minore importanza, possiamo tentare la ricostruzione storiografica di altri centri come Torraca, Sapri in Campania, Majerà e Grisolia in Calabria, Trecchina e Rivello in Lucania ed altri ancora. Attraverso questa documentazione manoscritta, ci viene data conferma di alcune notizie storiche intorno ai centri che ho elencato. Si tratta della “Platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro”, redatta da Girolamo De Vio nel 1565. Riguardo la “Platea dei beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro”, redatta nel 1565 da Giacomo De Vio (…), Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”. Di questo documento parlerò ivi. Oltre alla “Platea” del 1565, citata, il Di Luccia (…), visionò altri documenti ancora più recenti ma pure interessantissimi come ad esempio un altra platea di beni dell’Abbazia che fu compilata nel 1695-96 dal notaio Domenico Magliano che ivi per la prima volta pubblichiamo alcune pagine originali tratte da un manoscritto conservato presso l’Archivio Vescovile della Diocesi di Policastro.

Di Luccia

(…) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Storico Attanasio)

Lo studioso locale Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicato nel 1991, a p. 50, in proposito scriveva che: “Il trattato del Di Luccia riguarda la controversia sorta tra il Cenobio e l’Università di S. Giovanni a Piro e il Vescovo e il Conte di Policastro, i quali avevano usurpato i poteri spirituali e temporali sui due enti, di competenza del Baronato e della Commenda Basiliana. L’autore dedica il libro al Card. Alfonso d’Aragona, che era intervenuto nella controversia giudiziaria e rendeva noto l’intento di volersi svincolare dalla indebita ingerenza del Vescovo e del Conte di Policastro, Carafa della Spina, con l’aiuto del Sindaco Oliviero di Lianza, 1° eletto del tempo, dell’eletto Francesco di Miele e dei cittadini.”.

L’Abbazia italo-greca di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro

Recentemente, continuando ad indagare sull’argomento, sulla scorta del Peduto e Natella (16), abbiamo trovato un testo del Porfirio (20) che riporta interessantissime notizie su Policastro e quindi sul nostro territorio. Pietro Ebner (2), su S. Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Il villaggio, nel passato, era noto per l’omonima fiorente Badia di S. Giovanni Battista, la cui fondazione sembra possa porsi anche prima del 990. Esso è ubicato alle falde del monte Bulgheria, toponimo ci ricorda l’immigrazione bulgara in Italia del 667 (28))”. I due studiosi Natella e Peduto, in un loro pregevole studio (16), scrivevano in proposito: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (25), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (…).”.  Il Laudisio (7-8), sulla scorta del Malaterra (26) e del Mannelli (22), scriveva che nel XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati.…Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello. Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Giovanni a Piro….I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa.”. Si veda note nn. 47-48-49-50-51 del Laudisio (2). Notizie poi in seguito, confermate dall’’Ebner (2), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Natuaralmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou)(27), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Dopo il 1587, come scrive il Di Luccia (5) e il Palazzo (15): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Un altro documento citato, il ‘Trattato historico legale’,  scritto dall’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia nel 1700 (3) che, nel 1669, fu incaricato dall’amministrazione della Cappella romana del SS. Presepe (Cappella Sistina) – a cui era passata nel 1587 per Commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (3) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che come scriveva il Palazzo (15): “…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei due enti.”. Scrive poi in proposito l’Ebner (19): L’ampia memoria storica legale del Di Luccia, dimostrò le indebite usurpazioni subite dalla badia dei poteri spirituali e temporali sul casale.”, che senza alcun dubbio spettavano alla Commenda basiliana per la sua stessa natura di Baronato. Infatti, proprio a causa di queste controversie legali e delle usurpazioni dei Conti Carafa della Spina – foraggiate dalla Curia Vescovile di Policastro – che il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (7-8), nella sua ‘Synopsi’ ecc.. , scritta poi nel 1831, ha scritto quasi nulla sul Cenobio basiliano, sulla sua lunga storia e sui suoi possedimenti nel territorio. Il Laudisio (7) che, pur scrivendo una pregevole storia sulla Diocesi, dice pochissimo (riportiamo la traduzione della ‘Synopsi’ scritta in latino che fa il Visconti – 8): “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del pontificato e quella di S. Giovanni a Piro unita alla basilica di S. Maria del Presepe di Roma; ma in seguito questa Abbazia divenne di patronato regio e di collazione straordinaria (8) e, non riporta alcuna nota a riguardo. Dal momento della sua riorganizzazione  – che fece l’umanista Teodoro Gaza –  che, da Cenobio basiliano abbandonato e la formazione degli Statuti con l’Università (aragonese) di S. Giovanni a Piro da parte del Gaza su intercessione del Cardinale Bessarione e, fino al 1587, i Commentatori e Abbati dell’Abbazia di San Giovanni a Piro furono sempre in conflitto con i Carafa ‘della Spina’ e, con i Palamolla di Torraca. Il Palazzo (15), argutamente scriveva: “deve pur trovarsi nell’Archivio della Cappella Sistina, dove, dopo l’avvenuto passaggio della Commenda basiliana a quell’Ente, furono trasportati atti e documenti, come afferma il Di Luccia, il quale, per averlo attestato, dovette prenderne personale cognizione durante la sua lunghissima permanenza a Roma.”.

Le donazioni dei principi Longobardi,  confermate in seguito dai Duchi Normanni

Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), a p. 107, dedica un intero capitolo “Cenni storici sulla frazione di Bosco – L’Abbadia di “San Nicola” e le origini della frazione Bosco”, e a pp. 110-111, scriveva che “Sappiamo dal Di Luccia (6) che anche l’Abbazia di Bosco – come quella basiliana di San Giovanni a Piro – era dotata da un vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa dell’anno 571, ecc..”. Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”. Il Palazzo (…), nelle sue note (6) e (7), postillava che dette notizie erano tratte dal Di Luccia (…). Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, scrisse un trattato dal titolo: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Secondo Ferdinando Palazzo (…), le notizie intorno alle origini delle donazioni Longobarde ad alcuni monasteri del basso Cilento, come quello di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, sono tratte dal Di Luccia (…), che ne scrisse nel suo Trattato a p. 26. Dunque, il Palazzo (…), citava questa interessantissima notizia riportata dal Di Luccia (…), circa i beni dell’Abbazia di San Nicola di Bosco, donati dai Longobardi nel 571, e da lui visti elencati in una platea di beni compilata per l’Abbazia di S. Giovanni a Piro nel 1565. Di detta ‘platea di beni’, il Di Luccia, scriveva che: come dal lib. 11. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.” e, il Palazzo (…), sulla ‘Platea dei beni’, sulla scorta del Di luccia (…), scriveva che: il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe. Noi, nel corso dei nostri studi intensi a accertare la storia del nostro glorioso passato, abbiamo avuto modo di vedere, in casa dei Signori Carboni-Viviani della frazione di Bosco, antica famiglia del luogo, copia di detta “platea”, che abbiamo potuto esaminare attentamente, rendendoci perfettamente conto dell’importanza patrimoniale dell’Abbadia Benedettina.”. Sulla citazione dei beni donati all’Abbazia di Bosco un vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa dell’anno 571“, citato dal Palazzo (…), il Di Luccia, lo aveva già scritto in un’altra sua pagina del suo ‘Trattato’. Il Di Luccia (…), a pp. 10-11, parlando delle origini dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, ipotizzandone l’origine sia della Badia che di alcuni Monasteri sorti all’epoca Longobarda, sulla scorta di Rocco Pirro (che si rifaceva al Baronio ed al Fazello) a all’ Eugenio (…), scriveva che: “Vado però considerando, secondo le notizie anche ricevute, che detto territorio di S. Giovanni fosse stato dato dalla Chiesa al tempo dei Longobardi, i quali per ottenere il perdono dal Signore Iddio delle loro colpe avessero fatto donazione di diversi luoghi alla Chiesa, per cui poi si verifica che per la varietà delli Reami si siano perse le notizie, e li strumenti dai quali si potrebbe cavare la verità del fatto, il che quando fosse vero conforme e verosimile, ne nascerebbe che detto Territorio di S. Giovanni, sarebbe venuto in mano della Chiesa Basiliana circa l’anno 571 poichè dopo che l’Imperio Romano fu trasferito in Grecia, il Regno di Napoli, fu assalito dalle Nazioni Barbare dei Goti, Ostrogoti, Vandali, e Saraceni, e fù oppresso dalla Tirannide, e mercè dell’ingratitudine usata dall’Imperatore Giustiniano, che nell’anno 568 successe al Zio a Narsete suo Capitano, quale havea cacciati li Goti furono dalla Pannonia chiamati i Longobardi in Italia sotto il Re Alboino, quale per opra della sua Moglie morì nell’anno 571 con l’avere lasciato la successione a Clephe ammazzato poi nell’anno 572. E disprezzato al tal fine il Reale Dominio da detti Longobardi furono eletti nel Regno 36 Duchi, ma creato nell’anno 583 Rè Autari figliolo di Clephe questo fino alla Città di Reggio arrivato pose il termine al Regno dei Longobardi, ebbe in donazione dal Duca Zotone di Benevento la Lucania, e la Calabria, e quanto havea in queste provincie acquistato, e diviso il Ducato di Benevento in tre Principati come di Capua, Benevento, e Salerno sotto questo Principato andava il Territorio di S. Giovanni venuto poi per successione in mano di Roggieri Normanno Conte di Sicilia, confermato Rè della Sicilia istessa, Puglia, e Calabria dal Pontefice Innocenzo II dell’anno 1139 come porta l’Eugenio nella descrizione del nostro Regno.”.

Di Luccia, p. 11

Dunque, il Di Luccia (…), a pp. 10-11, fa risalire le donazioni Longobarde alla Chiesa del basso Cilento, a: “li strumenti dai quali si potrebbe cavare la verità del fatto, il che quando fosse vero conforme e verosimile, ne nascerebbe che detto Territorio di S. Giovanni, sarebbe venuto in mano della Chiesa Basiliana circa l’anno 571, ecc..”, aggiungendo che dette notizie sono tratte dal come porta l’Eugenio nella descrizione del nostro Regno.”. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro’, a p. 50-51, sulla scorta del Palazzo (…), e soprattutto di ciò che nel suo trattato, nel 1700, aveva già scritto il Di Luccia (…), parlando dei padri basiliani che fondarono il celebre cenobio, scriveva che: “I Padri Basiliani furono Baroni delle terre del Cesareto e di quelle donate dai Longobardi alla Chiesa nel 571, ecc.. . La notizia era stata tratta dal Di Luccia (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 45, così scriveva:  “Le terre concesse dai Longobardi alla Chiesa, legittimate poi dai re di Napoli, ecc..”. La notizia, era tratta dal Di Luccia (…), che nel 1700, scrisse ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro –  Trattato historico legale’, e che a pp. 10-11, del cap. II, parlando delle origini dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, ipotizzando l’origine sia della Badia che di alcuni Monasteri sorti all’epoca Longobarda, scriveva che: “Vado però considerando, secondo le notizie anche ricevute, che detto territorio di S. Giovanni fosse stato dato alla Chiesa al tempo dei Longobardi, i quali per ottenere il perdono dal Signore Iddio delle loro colpe avessero fatto donazione di diversi luoghi alla Chiesa, per cui poi si verifica che per la varietà dei Reami si siano perse le notizie e gli strumenti dai quali si potrebbe ottenere la verità dell’accaduto ecc…”. Il Di Luccia, scriveva che: “Dell’anno 750 cacciati li Padri Basiliani quali si trovavano nell’Ordine dall’esecrando Imperatore Copronimo, questi vennero nell’Italia, nella quale nell’anno 827 e 990 perseguitati dai Saraceni, che avevano sorpreso il Regno di Napoli furono di nuovo reintegrati dal valore della Regia Spada Normanna assieme con il Regno, secondo ciò che ne adduce Rocco Pirro nella Sicilia Sacra, perchè sotto l’assistenza del Conte Ruggiero nel Regno istesso furono eretti molti Cenobi, tra quali uno fu il Monastero di S. Giovanni, del quale Monastero benchè io non abbia le notizie in che tempo sia stato fondato, e da chi, tuttavia trovo che questo era annoverato nel numero delli Cenobij esistenti nel Regno assieme con il Monastero di S. Pietro di Camerota come vuole il detto Padre Agresta nel Cap. 5.”.

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Anche Angelo Guzzo, nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia, a p. 53 e s., parlando di Bosco, sulla scorta di Palazzo (…), parlando dell’origine della chiesa di S. Nicola di Bosco, scriveva in proposito che: Essa faceva parte di un’importante Abbazia fondata dai monaci basiliani intorno all’anno Mille e dotata di un ingente patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa (1).. Il Guzzo, nella sua nota (1), postillava che la notizia era tratta dal Palazzo (…), p. 18, che, sulla scorta del Di Luccia (…), riferiva delle donazioni dei principi Longobardi ai cenobi basiliani o italo-greci dell’area tra cui quello di San Nicola a Bosco. La notizia delle donazioni Longobarde alla Chiesa locale, citate anche dal Palazzo, dal Cataldo e poi dal Guzzo, si possono ascrivere al Di Luccia (…). Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca Angioina ai tempi della Regina Giovanna I di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna, istituì una Commissione: “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Il Di Luccia (…), ha cercato gli Atti di donazioni con cui i Principi Longobardi del Principato di Salerno, concessero diversi privilegi e donazioni, quelli che il Menniti (…), in seguito chiamerà i “nonnula et monimenta”, a cui abbiamo dedicato ivi un nostro saggio. Il Di Luccia (…), cita Apollinare Agresta (…), che nel 1681, scrisse ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’. Il Di Luccia (…) a p. 10, anche sulla scorta di Rocco Pirro (…), riferendosi alle donazioni dei successivi Normanni, scriveva che: “Poichè sotto l’assistenza del conte Ruggiero, nel Regno stesso, furono eretti molti Cenobi, tra i quali uno fu il Monastero di S. Giovanni, del quale Monastero benchè io non abbia le notizie in che tempo sia stato fondato, e da chi, tuttavia trovo che questo era annoverato nel numero dei Cenobi esistenti nel Regno assieme al Monastero di S. Pietro di Camerota come indica il Padre Agresta nel Cap. 5.”. Il testo di Apollinare Agresta (…), è stato poi in seguito ripreso pari pari dal Rodotà (…): Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia’. Apollinaire Agresta, cita i Monasteri suddetti a p. 351, nel suo Cap. VI. Il Di Luccia (…), forse, ha suffragato la notizia delle donazioni Longobarde ai padri basiliani, sulla scorta del passo dell’Agreste (…), che a p. 342, parlando del Monastero Italo-greco di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, fondato da S. Nilo, dopo che il santo si fosse fermato proprio nei monasteri fondati prima nella nostra area, scriveva: “Posseggono i nostri Padri nella Campagna Tuscolana dodici miglia distante da Roma, il Sacro Monastero di Grotta ferrata fondato dal nostro Padre S. Nilo di Rossano, venuto dalla Calabria circa l’anno 998 per fuggire l’impero dè Saracini, che scorrevano quelle contrade, commettendo ogni sorte di sceleraggine.”. Il riferimento all’Abazia di Grottaferrata a Rofrano, legatasi poi in seguito a quella di Tuscolo vicino Roma, ci riporta alle numerose donazioni Longobarde poi in seguito confermate dai Principi Normanni, nuovi signori del luogo, come è stato più volte dimostrato da eminenti studiosi. Si veda in proposito il nostro saggio dedicato al ‘Crisobollo’ di re Ruggero. Sarà Carlo Carucci (…), nel suo ‘La Provincia di Salerno ecc..’, nel suo Cap. IX, sulla scorta del Paesano (…), che a p. 176, scrivendo a proposito dei ‘Le Chiese e i Monasteri della Provincia di Salerno. Prime loro dotazioni – Formazione del patrimonio immobiliare delle principali chiese e Abbazie della Provincia. Formazione del patrimonio ecclesiastico nelle terre del Cilento ecc..‘, confermerà alcune cose scritte dal Di Luccia (…). Il Carucci, sulla scorta di Giuseppe Paesano (…), ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, e di Erasmo Gattola (…), a p. 176, nella sua nota (2), postillava: “Paesano, op. cit., I, pp. 33-34.”, nel capitolo “Le chiese e i monasteri nella provincia di Salerno. Prime loro donazioni.”, dedicato a p. 178, scriveva che: “Documenti particolari di dotazioni a chiese della Provincia anteriori al VII secolo non ne restano, ma ciò non dice che prima di quel tempo anche qui come altrove il patrimonio ecclesiastico  non esistesse ancora”. Continua scrivendo che: “Tutte queste chiese ed abbazie, già provvedute di beni dai fondatori, furono da principi protetti e ricolmi di privilegi, e si costituirono in breve un immenso patrimonio immobiliare, preparandosi per tempi assai lontani vere e proprie immunità giurisdizionali. Ed assistiamo ad una vera gara di concessioni e di donazioni, fatte in generale colla formula ‘pro remedium et salbationem animae nostrae’ (1), o coll’altra ‘hanc offeronnipotentis misericordiam pervenire (2). Le donazioni venivan dai principi, da piccoli proprietari, da artigiani, da gente di ogni classe (3). E assieme colle donazioni aumentavano il patrimonio gli acquisti fatti col danaro. E di tali acquisti e donazioni è bene ricordare alcuni per avere un’esatta conoscenza della formazione dell’immenso patrimonio immobiliare delle chiese e dei monasteri.”. Infatti, l’Ebner, sulla scorta di Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. Ebner, riguardo la notizia del privilegio di Guaimario V, concesso a S. Bartolomeo, aggiunge nel suo racconto che:Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.e poi alla sua nota (88), scrive: “Codice Z d 12 di Grottaferrata, f. 88 sgg. A ff 56 e 58 elenco minuzioso di tutti i vasti possedimenti che l’abbazia aveva a Rofrano ai tempi del cardinale Bessarione.”. La studiosa Falcone (…), nel suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’, parlando delle precedenti donazioni dei signori Normanni e di Ruggero Borsa, che ereditò dal padre Roberto il Guiscardo parte del Principato Longobardo di Gisulfo II, la Falcone (…), scriveva: Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200). Per la nota (200), della Falcone (…), si veda nota (43). Nella sua nota (200), la Falcone, scrive:Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e da Caciorgna (…). Lo studioso Gastone Breccia, in un suo pregevole studio sulla Badia di Grottaferrata a Rofrano ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, scriveva in proposito: “Pietro Ebner, che pure ha pubblicato il crisobollo di re Ruggero, non vi dà alcuna importanza, e fa risalire la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata addirittura al 1045 e alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, ecc…”. Della vicenda delle donazioni del Principe Longobardo Guaimario ci siamo già occupati in un nostro saggio ivi. Il Breccia, aggiungeva, riportando un passo dell’Ebner, tratto dalla ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno ecc..’, XII, 2), P. 32: “E’ Proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, ….all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del Monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze.”. Dunque, il Breccia, anche se non era del tutto d’accordo con la tesi sostenuta da Ebner, fa risalire le donazioni ai monasteri del basso Cilento all’epoca Longobarda, a molti anni prima del Crisobollo di re Ruggero, datato all’anno 1131, in piena epoca Normanna. La studiosa Giovanna Falcone (…), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II (‘Crisobollo di Re Ruggero’), scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”. La Falcone (…), cita un episodio, precedentemente citato da Giovanelli e poi da Ebner. La Falcone (…), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in sostanza, i due studiosi, citano un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre.  Lo studioso locale Giuseppe Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (…), a p. 33, cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Si tratta dell’atto che citava la Falcone (…). L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò a Salerno a fare visita a Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. La notizia della concessione del principe Guaimario V, è citata da Pietro Ebner (…), che scriveva che: “Fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta. E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo signore di Capaccio e Corneto (Corleto Monforte) e della moglie Teodora di Tuscolo, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe Longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Pietro Ebner (…), nella presentazione al testo di Carmine Troccoli (…), a pp.10-11, scriveva in proposito: “Dei cenobi che hanno costellato il Cilento tutto mappa completa, sebbene molto si apprenda dalle loro pergamene recuperate dai benedettini di Cava che ne occuparono i cenobi abbandonati. Tra essi quello di S. Mango che i benedettini potenziarono quasi a competere con il Cenobio di S. Maria di Pattano, ove si veneravano i sacri resti del taumaturgo igùmeno S. Filadelfo. Da Velia e dal ridente seno naturale di Scario si inoltrarono nel territorio del basso Cilento, altri monaci italo-greci che fondarono cenobi a S. Giovanni a Piro (ab Epiro), poi calogerato come quello di S. Cono di Camerota, a S. Pietro di Licusati, a S. Maria di Centola. Vi sono tracce di altri monaci provenienti dalla Sicilia e dalla Calabria attraverso gli incerti confini, oltre Policastro, con l’antico gastaldato longobardo di Laino riconquistato dal futuro Imperatore Niceforo Foca. Essi giunsero ‘en tois maresi ton prinkipion’, nella quieta regione dei principi longobardi di Salerno,  – si rileva da un antico sinissario di Grottaferrata.”. Il ‘sinissario’ di Grottaferrata a cui si riferiva Ebner, era il bios o la vita di S. Nilo. Padre Germano Giovannelli (…), ieromonaco basiliano, nel suo ‘Vita di S. Nilo da Rossano’, il bios (la biografia della vita) di San Nilo (…), ripubblicata da padre Rocchi (…), che sulla scorta della biografia del S. Nilo, diceva che: “Egli penetrò in una regione tutta longobarda ma pure ricchissima di eremi e cenobi bizantini.”.

Nel 1466, gli Statuti redatti da Teodoro Gaza

Le origini dei possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, e delle Grancie di San Nicola a Sapri e di S. Fantino sita nel porto di Torraca (o di Sapri), sono molto più antiche del documento del Notaio Domenico Magliano: la “Platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a piro del 1695-96” (3), citata dal Gaetani (4) e, di cui il Gaetani (…) pubblicò alcuni passi dei documenti ivi contenuti, manoscritti. Riguardo alcuni possedimenti nelle “Località Extra”, come quelli nel “Portus Saprorum” (all’epoca territorio di Torraca), come le Grangie di S. Fantino e quella di S. Nicola a Sapri – citate nell’antico documento notarile del 1695-96 (3)), venivano citate anche in uno dei 9 Statuti o Capitoli aggiunti ai 47 Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, pubblicati dal Di Luccia (…) e dal Cataldo (…). Il Cataldo (…), sulla scorta del Di Luccia (…), segnala che Teodoro Gaza (…), il 7 ottobre 1466, compilò gli Statuti o Capitoli della Terra di S. Giovanni a Piro. Il Cataldo (9), dice che gli Statuti “…comprendevano 47 articoli”, redatti dal Gaza in qualità di Abbate pro-tempore, per regolare la vita dell’Università (Comune Aragonese) di S. Giovanni a Piro e dell’Abbazia e, a cui ne vennero aggiunti altri 9 capitoli dagli Abati d’Aragona e De Bacio – successori del Gaza –  e tolti due da Monsignor De Nigro. Al capitolo o Statuto n. 41, pubblicato dal Di Luccia a p. 39, si scrive: “Constituimo, che li peccerilli da sette anni in giuso, che moreno siano sepelliti a S. Fantino, & chi se mette dentro l’Ecclesia paga tarì…. Dunque, lo statuto n. 41, parla di un cimitero a S. Fantino. Secondo gli Statuti (aggiunti) dell’Abbazia di San Giovanni a Piro, alla Grancia di San Fantino (a Sapri), doveva esserci un cimitero dove si dovevano seppellire i bambini morti al di sotto dei sette anni. Ma si trattava del S. Fantino di cui l’Abbazia possedeva una Grangia a Torraca (o territorio saprese)?. Era il S. Fantino di cui parla il Di Luccia (…) ?. Scrive il Tancredi (…), a p. 60 che Teodoro Gaza “Fu il grande organizzatore del Cenobio Basiliano, in fase di decadenza. Procurò ogni mezzo per ricondurre all’antico splendore. Per regolare la vita dei due enti, dettò i celebri “Statuti”, che costituirono il “Diritto positivo” dell’Abbadia e dell’Università poichè contenevano norme di diritto Civile, Penale, Amministrativo, di Pubblica sirurezza ed altre norme relative alla tutela della proprietà, dell’igiene, al sistema tributaro ed all’amministrazione della giustizia, che, con il concorso degli esperti di diritto era nelle mani dell’Abate….Detti statuti del 7 ottobre 1466, Ind. XI, contenevano 49 articoli con altri 7 aggiunti dagli altri commendatori e una nota notarile, per opportune modifiche agli articoli precedenti. Esaminando questi provvedimenti di natura prettamente economica, ecc…”. Gli Statuti, tra l’Università di S. Giovanni a Piro e la Baronia ecclesiastica dell’Abbazia basiliana – compilati da Teodoro Gaza – pubblicati dal Di Luccia (…) – risalgono al 1466 e, lo Statuto n. 41 che riguarda proprio la  Grancia di S. Fantino, attesterebbe che molti beni e proprietà dipendenti ed appartenenti all’antica Abbazia come ad esempio la grangia di S. Fantino nel territorio Saprese esisteva già nel 1466, epoca di fondazione degli Statuti redatti dall’Abbate pro-tempore Teodoro Gaza. Di certo si ha un ulteriore documento dell’epoca degli statuti che confermerebbe una grangia nel territorio saprese.

Nel 1541, “l’apprezzo di Sapri” redatto da Pietro Gaglierano contenuto nella Causa di limiti vertente tra i Palamolla di Torraca ed il Conte di Policastro Carafa della Spina, Atti conservati all’Archivio di Stato di Napoli

Oltre alle liti che sorsero tra la Curia Vescovile, le Abbazie basiliane come quella di San Giovanni a Piro, i suoi ampi possedimenti, anche nel territorio Saprese, e i Carafa, conti di Policastro, sorsero delle liti anche fra gli stessi feudatari del posto, come ad esempio la lite riportata in un documento del 1541. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia secondo cui nell’Archivio di Stato di Napoli esistono gli atti di una vertenza giudiziaria sorta nel 1551: la Causa di possesso e di limiti del 1551, che fu intentata davanti alla Real Corte di Napoli da Carafa, Conte di Policastro ed i feudatari di Torraca, i Palamolla. I Palamolla di Scalea detenevano la Baronia ed il Feudo di Torraca e dunque anche l’attuale territorio di Sapri. Nel 1541, il notaio Pietro Gaglierano, compilò “l’apprezzo di Sapri”, una dettagliata descrizione dei beni, dei terreni e delle proprietà, e dei confini dell’apprezzo di Sapri, posto nel feudo di Torraca che, in passato appartenevano e dipendevano dall’antica Abbazia di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. La notizia, proviene da Rocco Gaetani (10), che nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, a p. 9, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “Si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente (1).”. Il Gaetani, a p. 10, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Processi della causa vertente tra la casa di Palamolla e il Conte di Policastro dipendente dagli atti del Patrimonio del duca di Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso Vincenzo Quaranta. Fol. 161, vol. I. Grande Archivio di Stato, Napoli.”. Il documento citato dal Gaetani (…) si trova conservato nell’Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”. Il Gaetani, prosegue il suo racconto:  “Sono state sempre del barone di Torraca il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi baroni di Torraca e posseduti da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri” (2).”. Il Gaetani (…), a p. 10, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Fol. 217, P.O. Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. F. Palamolla, pronipote di Decio. Copia tratta dall’originale. Grande Archivio di Stato di Napoli.”. Dunque, secondo l’antico documento notarile (…), nel 1541, il territorio di Sapri (il feudo i Sapri) era ‘un’apprezzo’, posseduto dal Barone di Torraca Decio Palamolla e, che il suo pronipote Don Francesco Palamolla, nel 1541, presentò istanza alla Real Corte di Napoli, ed intentò una causa di confini con il Conte di Policastro. Secondo l’antico documento notarile, il territorio del feudo di Sapri, confinava con Vibonati e con Tortorella “Sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente.. Il Gaetani (…), scrive pure che secondo il documento del notaio Pietro Gaglierano (…), sono appartenute al barone di Torraca “…il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino,…”. Dunque, nel territorio dell’appezzo di Sapri, erano compresi le contrade di S. Martino, della Fenosa e di S. Domenica. Dopo il 1587, come scrive il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Ecc…”. Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “.

Nel 1565 (2 ottobre), la “Platea di Beni e di Rendite” compilata da Giacomo De Vio e l’elenco del vasto patrimonio terriero donato nel 501 dai Longobardi alla Chiesa

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram Dioecesis Polycastren cujus curam, ecc... Infatti, il Di Luccia (…), sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, riportava il passo del documento scritto al tempo del Petrucci e scritto dalla Commssione della Regina Giovanna, il 26 agosto 1442, che diceva: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”, la cui traduzione è la seguente:  “Oltre all’Abbazia di San Giovanni Piras (Pyrus) Diocesi Polycastren cura che, a causa della debolezza degli abati, vescovi hanno ricevuto dall’Abbazia ecc..ecc..”. Giuseppe Cataldo (…), a p. 44, sulla scorta di ciò che sosteneva il Di Luccia (…), aggiungeva: “Le terre concesse dai Longobardi alla Chiesa, legittimate poi dai re di Napoli, furono materia di esoso sfruttamento a danno della comunità religiosa e dei cittadini del casale di S. Giovanni a Piro, poichè esse, medianti appositi fittatari, erano date ad enfiteusi temporanea, quasi fitto, con diritto di preferenza ai naturali del luogo, che dovevano pagare, invece delle decime, cospicui canoni annuali. Da ciò le cause, dell’impoverimento economico. L’ingerenza dei vescovi e dei conti di Policastro nella predetta Badia “nullius dioceseos” fu per salvare il salvabile, poichè sarebbe lo stesso finita in malora.”. Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 107, dedica un intero capitolo “Cenni storici sulla frazione di Bosco – L’Abbadia di “San Nicola” e le origini della frazione Bosco”, e a pp. 110-111, scriveva che “Sappiamo dal Di Luccia (6) che anche l’Abbazia di Bosco – come quella basiliana di San Giovanni a Piro – era dotata da un vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa dell’anno 571, ecc..”. Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”. Ferdinando Palazzo (…), sempre a pp. 110-111, riferendosi sempre alla “Platea dei Beni e delle Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro, compilata nel 1565 da Giacomo De Vio, nominato Procuratore della Badia, scriveva pure che l’avesse vista e consultata in casa della famiglia CarbonI-Viviani di Bosco: Noi, nel corso dei nostri studi intensi a accertare la storia del nostro glorioso passato, abbiamo avuto modo di vedere, in casa dei Signori Carboni-Viviani della frazione di Bosco, antica famiglia del luogo, copia di detta “platea”, che abbiamo potuto esaminare attentamente, rendendoci perfettamente conto dell’importanza patrimoniale dell’Abbadia Benedettina. Con nostro vivo rincrescimento, però, abbiamo dovuto constatare come tale documento – che avrebbe potuto essere l’unico atto probatorio per poter dimostrare i diritti territoriali di questo Comune, di fronte ai Comuni contermini – non può avere alcuna efficacia giuridica perchè manca della firma del compilatore o, comunque, di autentica di pubblico ufficiale, per cui non ha alcun valore probatorio per poter accertare i veri confini territoriali del nostro Comune, l’incertezza dei quali fa sorgere continue e dispendiose controversie, specialmente con Camerota.”. Il Palazzo (…), nelle sue note (6) e (7), postillava che dette notizie erano tratte dal Di Luccia (…). Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, scrisse un trattato dal titolo: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Secondo Ferdinando Palazzo (…), le notizie intorno alle origini delle donazioni Longobarde ad alcuni monasteri del basso Cilento, come quello di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, sono tratte dal Di Luccia (…), che ne scrisse nel suo Trattato a p. 26. Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa dell’anno 571, il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva lencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio..”. Dunque, il Palazzo (…), citava questa interessantissima notizia riportata dal Di Luccia (…), circa i beni dell’Abbazia di San Nicola di Bosco, donati dai Longobardi nel 571, e da lui visti elencati in una platea di beni compilata per l’Abbazia di S. Giovanni a Piro nel 1565. Di detta ‘platea di beni’, il Di Luccia, scriveva che: come dal lib. 11. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo, nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Sette furono gli Abati-Commendatori: – Teodoro Gaza (1462-68); Mons. Alfonso D’Aragona (1468-1503); D. Antonio Terracina (1503-20); D. Antonio De Bacio (1520-34); Card. Tommaso De Vio (1534); D. Andrea De Vio (1534-61); D. Girolamo De Vio (1561-87). Un Abate Basiliano di questo Cenobio, NICOLA, fu eletto Vescovo di Policastro nel 1417; gli successe Mons. Nicola Principato nel 1430. Col tempo questa fiorentissima Università andò in decadenza, sia per la diminuzione dei Padri e sia per fattori che resero inconsistente la sua reggenza. Cosa avvenne? Quando l’Abate Nicola, in seguito alla presa di possesso della Diocesi di Policastro, dovette sostituire il nuovo abate infermo, suo successore nella Badia, incominciò pian piano a usurpare i poteri spirituali (giurisdizione), mentre il Conte di Policastro usurpava i poteri temporali. E così fecero pure gli altri vescovi e conti, finchè nel 1574 il Commendatore D. Girolamo De Vio fu costretto ad intentare un guidizio contro D. Giovanni De Scielzo del Monastero di S. Pietro in Carbonaro di Majerà (Cosenza), Diocesi di S. Marco, per la medesima ragione. Questo giudizio fu definito con sentenza di condanna dell’usurpatore, pronunciata dal Rev. D. Raimondo Corso, Referendario di Gregorio XIII, e resa esecutiva in forma pubblica in Lauria dal Notaio Angelo De Juvenibus, fiduciario della Curia Vescovile di Policastro, che ne rilasciava copia il 3 settembre 1574. – Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo. – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram Dioecesis Polycastren cujus curam, ecc…”. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro’, a p. 50-51, sulla scorta del Palazzo (…), e soprattutto di ciò che nel suo trattato, nel 1700, aveva già scritto il Di Luccia (…), parlando dei padri basiliani che fondarono il celebre cenobio, scriveva che: “I Padri Basiliani furono Baroni delle terre del Cesareto e di quelle donate dai Longobardi alla Chiesa nel 571, con giurisdizione autonoma spirituale e temporale. Di questa autonomia riferiscono non solo gli atti di ordinaria amministrazione dei Padri, ma soprattutto Mons. Angelo Oliverio, Vescovo di Acerra, quando, ordinando Diacono Antonio Ferrari della terra di S. Giovanni a Piro, con la dicitura ‘NULLIUS DIOCESEOS’ (14), afferma che il territorio Basiliano, cui il Ferrari apparteneva, era fuori di ogni giurisdizione diocesana.”. La notizia era stata tratta dal Di Luccia (…). Il Vescovo di Acerra, Mons. Oliviero, ordinò Antonio Ferrari, diacono della terra di S. Giovanni a Piro, nel…….e, la notizia del documento venne poi riportata dal Di Luccia (…), nel 1700, all’epoca del suo trattato istorico-legale. Il Cataldo (…), a p. 44, ci ricorda che le notizie intorno ai beni e possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, oltre che dal Di Luccia (…) e dal Palazzo (…), sono state tratte anche dalla “Platea di Beni e di Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96”, di cui, ivi abbiamo pubblicato un nostro studio e le immagini originali. Riguardo la detta ‘Platea dei beni’ dell’Abbazia di S. Nicola di Bosco, citata dal Di Luccia (…), fatta compilare nel 1565 dal’Abate Commendatario di S. Giovanni a Piro, possiamo citar quella scoperta da Pietro Ebner (…), una ‘Platea dei beni’ del monastero di S. Pietro di Licusati, compilata nel 1480, di cui parleremo in seguito. Il Campagna (…), a p. 151, scriveva in proposito che: “E’ vero che l’abbazia di S. Pietro sopravvisse alla latinizzazione, ma fu sopravvivenza asfittica (138).”. Il Capagna, dunque a p. 151, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Già nel 1574, per questioni di usurpazioni, D. Girolamo De Vio, abate di San Giovanni a Piro, intentò un processo contro D. Giovanni De Scielzo di S. Pietro a’ Carbonara. La sentenza, sfavorevole allo Scielzo, fu emessa dal rev. D. Raimondo Corso, e resa esecutiva in Lauria dal notaio Angelo De Juvenibus, della Curia vescovile di Policastro. Divenuti i Carafa, padroni di Majerà, anche l’abbazia di S. Pietro veniva considerata “nullus dioceseos”, e pertanto sottoposta alle mire dell’Episcopato e del Conte. P.M. Di Luccia; F. Palazzo; Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96, ms. Doc. Episc. Policastro Bussentino.”. La “Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96”, è un documento conservato all’Archivio Diocesano di Policastro ed è stato ivi da noi pubblicato per la prima volta. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza. Il Di Luccia, a p. 26, parlando del VI Commendatore dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, Andrea De Vio, scriveva del suo collaboratore Giacomo che:

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Il Di Luccia (…), cita la “Platea”, dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro e dell’Abbazia di San Nicola di Bosco, compilata nel 1565. Scrive il Di Luccia, riferendosi al monastero di S. Giovanni a Piro, detta “Badia” (Abbazia): “Giacomo de Vio suo Procuratore alli 2 Ottobre 1565. fece la Platea delli beni spettanti all’Abbadia posti nel Bosco come dal lib. 11. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”. Dunque, secondo il Di Luccia (…), che a p. 26, ci parla di Giacomo De Vio (nipote del Cardinale De Vio), nominato Procuratore dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, scriveva che, il De Vio, il 2 ottobre 1565, compilò una Platea di Beni e di Rendite che appartenevano alle due Abbazie di S. Giovanni a piro e S. Nicola di Bosco. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). . Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dal Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna (…), nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Biagio Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, sulla scorta del Di Luccia (…) e del Palazzo (…), ne parla a pp. 43-44. Il Capagna (…), a p. 151, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Già nel 1574, per questioni di usurpazioni, D. Girolamo De Vio, abate di San Giovanni a Piro, intentò un processo contro D. Giovanni De Scielzo di S. Pietro a’ Carbonara. La sentenza, sfavorevole allo Scielzo, fu emessa dal rev. D. Raimondo Corso, e resa esecutiva in Lauria dal notaio Angelo De Juvenibus, della Curia vescovile di Policastro. Divenuti i Carafa, padroni di Majerà, anche l’abbazia di S. Pietro veniva considerata “nullus dioceseos”, e pertanto sottoposta alle mire dell’Episcopato e del Conte. P.M. Di Luccia; F. Palazzo; Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96, ms. Doc. Episc. Policastro Bussentino.”. La “Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96”, è un documento conservato all’Archivio Diocesano di Policastro ed è stato ivi da noi pubblicato per la prima volta. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza.

Nel 1695-96, la “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal notaio Domenico Magliano

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(Fig. 2) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; Manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (3).

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(Fig. 3) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 – Cappelletto storico

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(Fig. 11) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 – Cappelletto storico

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(Fig. 12) Pag….. della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta l’Indice alfabetico dei nomi dei titolari dei beni affittati.

In questo studio, pubblichiamo un interessantissimo documento inedito – le cui immagini originali – sebbene fosse stato più volte citato dagli studiosi – non sono mai state pubblicate. Questo studio, ha il duplice scopo di restituire agli studiosi un documento originale conservato all’Archivio della Diocesi di Policastro ma mai pubblicato e, nel contempo – attraverso questo antico documento testimonianza del nostro passato – vorrebbe restituire un breve tratto della nostra storia. Si tratta, come vedremo di un documento notarile del 1695-96, redatto dal Notaio Domenico Magliano (3) (Fig. 1). Si tratta di un documento citato più volte da alcuni studiosi di storia locale come il Gaetani (4) che, pubblicò uno stralcio trascritto. Il documento (3) in questione “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96 (Fig. 1), redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96. L’antico documento notarile manoscritto su carta vergata, del 1695-96 – di cui quì pubblichiamo alcune pagine originali che riguardano i possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro, posseduti nel territorio di Torraca e quindi anche del territorio Saprese – che a quel tempo era sottoposto alla baronia dei Palamolla di Torraca –  è conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (A.D.P.)(3) (Figg. da 1 a s.). Dal punto di vista bibliografico e storiografico, l’antico documento (3), è stato più volte citato dal Gaetani (4). Il Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri o ricordi storici della chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, a p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. ‘Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano’. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (17). Il Tancredi (6), alla nota (1), scrive: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. ecc..”. In questo mio saggio pubblico per la prima volta alcune pagine originali tratte dal manoscritto conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, avuto per gentile concessione dal Bibliotecario Don Pietro Scapolatempo. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (4), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (4), ma il Laudisio (7-8), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare  gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (7-8), scrive in proposito a p. 93 (8): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”. Per cercare di capire a quali documenti si riferisse il Gaetani e prima ancora il Menta, rileggendo ciò che scrive l’Ebner (…), a p. 435, su Policastro, a proposito delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, egli, sulla scorta del Ronsini (…), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29). Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. L’Ebner, alla nota (27), scrive: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo di Rofrano, con il fisco per pagamenti contestati, con il Principe di Bisignano per i confini di Sanza e, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino (31).”. Alla nota (28), dice che: “ne scrive il Ronsini (…)  a p. 29.”. Alla nota (29), scrive: “Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso, basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura.”. L’Ebner alla nota (30), scrive: “La cronostassi del Laudisio parla del 1110 al 1211 (Gerardo Arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (vedi Sinossi, cit. p. 131, sg.), elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto: “Ego Guido Policastrensis episcopus, ecc…”. Pertanto, rileggendo il Ronsini (…), a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Quindi, l’Ebner, traendo notizie dal Ronsini che citava il ‘Libro di memorie’ di Placido Tosone, avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino. L’Ebner (…), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc….Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. Tuttavia il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (30), a p. 113. Nel 1587, il territorio saprese che, apparteneva alla baronia dei Palamolla di Torraca (signori di Scalea) e, la Curia vescovile, vi furono sempre continui conflitti legali (10-11-12-13).

Nel 1695-96, la “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96

Dopo il Palazzo (15) ed il Cataldo (…), che la citarono, Luigi Tancredi (6), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990′, pubblicato nel 1991, nel capitolo “Esame della Platea del 1695” (1), p. 73 e s., (3), la esaminò, scrivendo nelle sue note: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. PARVULUS DATUS EST NOBIS CUI NOMEN ‘J.H.S.’. Die primo mensis 8bris anni currentis millesimi sexcentesimi nonagesimi quinti in Terra Sancti Joanni ad Pyrum. Constitutis in nostra praesentia praesentibus pro pro testibus RR. D. Francisco Zito, D. Joseph de Lianza Sacerdotibus dictae Terrae, U.J.D. Joanne Antonio Ursaja, et Doctore Physico Joanne Baptista de Alesio, Ill.mus ac Rev.mus D.nus Egidius Surrentino ejusdem Terrae Sancti Joannis ad Pyrum Procurator Generalis, ac ad hoc specialiter deputatus ab Ill.mo et Rev.mo Domino D. Vincenzo Petra Signaturae Justitia SS.mi Domini nostri Papae votans Insignis Cappellae SS.mi Praesepis in Sacrosancta Basilica S. Mariae Majors de Urbe Praepositus, et ab aliis Dominis Cappellanis dictae Venerabilis Cappellae pubblico Procutatoris mandato fierique rogamus manu nostri Simonis de Comitus sub die decima quarta Maij praesentis anni 1695 Romae, cujus tenor talis est, ut videtur.”. Nel suo “Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (6), a p. 73 del suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’ esaminando i Beni descritti nell’antico documento (3) del 1695, scriveva in proposito: “L’entità dei beni consiste in terreni coltivati da vassalli o custodi. Nel comprensorio di San Giovanni a Piro sono 1444, mentre in altre località sono 261. Sono compresi pure alcuni casalini  o case ed introiti vari (censi in grano, mosto, olio, ecc..). I vassalli sono 482, compreso i membri del Clero, a sè stante, con 13 sacerdoti singolarmente, una Congrega, un Monastero, 14 Cappelle. Le località extra sono 10: Bosco, Majera, Grisolia, Maratea, Trecchina, Rivello, Lentiscosa, Torraca, Roccagloriosa e Policastro.”. Nel suo “Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (6), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (3) del 1695, scriveva in proposito: “La Platea manoscritta, comprende n. 170 fogli (= 340 pagine, recto (r.) et verso (v.), complete quasi tutte, formato protocollo. Fu redatta dal Sig. Domenico Magliano Notaio di S. Giovanni a Piro negli anni 1695-96. E’ un libro o Registro di Amministrazione. Inizia con un indice alfabetico dei nomi dei titolari dei beni affittati, procede un cappelletto storico legale di 5 pagine, e segue l’esposizione dei fondi rustici, indicati col termine di generico di beni (bona) e relative rendite (in ducati, carlini, grana e tarì). Alla fine di ogni pagina c’è il risultato complessivo (totale parziale). I beni (bona) sono generalmente indicati secondo il tipo di coltivazione o produzione (vigne, castagneti, oliveti, orti, ecc..); manca l’esatta ubicazione e la misura estensiva in ettari. Semplicemente è indicata la contrada (in loco dicto…) ed i confini con altri beni o poderi (juxta bona…, fine…).”.

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(Fig. 13) I Beni dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro secondo il Tancredi (6).

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(Fig. 16) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 – possedimenti a S. Giovanni a Piro

Nel 1695-96, i possedimenti nelle “Località Extra” dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, citati nella “Platea dei beni e delle rendite etc.” compilata dal notaio Magliano

Da questi tre documenti citati (3-17-18), quasi contemporanei tra loro e, scritti a causa delle controversie sorte e, le usurpazioni subite – si possono trarre le notizie storiche sull’Abbazia e sulla storia del nostro territorio di cui l’Abbazia è stata testimone da lunghi secoli. Il documento del notaio Magliano (3) è, quasi contemporaneo di altri due importantissimi documenti che riguardano la storia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e dei suoi possedimenti. Si tratta di due importantissimi ed unici documenti da cui è possibile trarre alcune uniche notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni Battista a  S. Giovanni a Piro ed i suoi possedimenti sul nostro territorio ed in particolare in quello Saprese. Il documento (3), di cui il Gaetani (4), riporta alcuni passi, verrà citato poi in seguito studiato anche dal Cataldo (9) e dal Tancredi (6). Il documento (3), di cui quì pubblichiamo alcune pagine originali, descrive i limiti ed i confini di alcuni possedimenti appartenuti all’anticihissima abbazia basiliana S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, in alcuni paesi della nostra zona – tra cui anche quello Saprese – all’epoca della stesura dell’antico documento, facenti parte della Baronia di Torraca. I beni e possedimenti dell’antica Abbazia basiliana, arrivavano fino in Calabria. Questi beni e possedimenti erano il frutto di donazioni Longobarde e Normanne e quindi erano molto ma molto più antiche dell’epoca di stesura del documento (3) stesso. Il documento notarile della fine del ‘600, conferma alcune notizie sui possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro, citate dal Di Luccia (5), circa la presenza in altri luoghi di alcuni beni come ad esempio le due Grangie di S. Nicola e di S. Fantino (S. Phantini), nel territorio Saprese e di Torraca (5) – di cui peraltro, abbiamo pubblicato ivi uno studio a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. Questi possedimenti – tra cui le grangie di S. Nicola a Sapri e di S. Fantino a Torraca (in realtà era sita nell’attuale territorio saprese), esistevano dall’anno 1000, ma purtroppo se ne riparlerà solo in occasione di alcune cause pendenti tra i conti Carafa della Spina di Policastro e la Curia. Il documento notarile manoscritto (3) del 1695-96, “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro”, redatta dal Notaio Domenico Magliano, oggi conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, è particolarmente interessante per la storia di molti centri della zona. Il Di Luccia (5) scriveva che: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, ecc..”. Infatti, dall’“Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (6), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (3) del 1695, scriveva in proposito: “Le località extra sono 10: Bosco, Majera, Grisolia, Maratea, Trecchina, Rivello, Lentiscosa, Torraca, Roccagloriosa e Policastro.”. Il documento (3), è interessante anche per la storia di Sapri,  dell’Università (Comune) di Torraca e quindi del territorio Saprese a cui in quel tempo apparteneva. La notizia ci arriva da Ebner (…) che scrive in proposito: “Il Di Luccia (citt., p. 3) afferma che l’abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva la grancia a Sapri di S. Nicola, senza specificare però l’epoca di fondazione.”. Il Di Luccia (5), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, ecc..” . Il Gaetani (4), a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano.” (10). Il Cappelli (…), a p. 313, nelle sue note (55) postillava: “(55) V. il mio saggio, in questo volume, ‘Il Monachesimo basiliano e la grecità medioevale nel mezzogiorno d’Italia’.”. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci dal Laudisio (…), secondo cui, i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati, insieme a quelli dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, furono assegnate alla chiesa madre di Rivello (come risulta da un Atto pergamenaceo del 1341). La notizia potrebbe essere connessa con quanto asseriva il Cappelli (…) che a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, scriveva che: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Patirion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Dunque il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc.. (39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Il Cappelli (…), citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, e cioè….ecc…”. Nell’elenco che nel 1877, a pp. 150-151, riporta Domenico Martire (…), dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma:……”, a cui abbiamo dedicato ivi un nostro saggio, e poi aggiunge che: “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3. fa menzione di altri Monasteri, chiamati Badie, unite dal Papa Clemente 8° alla detta Basilica, cioè: …..ecc…. (come si può vedere nell’immagine) e: “Altri Monasteri mentovati nella vita di S. Sabba.”, al n. 25, cita il “Monastero de’ Marcari”. Il Martire (…), quando scrive di “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3″, si riferisce a Pietro Marcellino Di Luccia (…), che, nel 1700, scrisse ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’.

martire, p. 150

Martire D., p. 151

(Figg…) Martire Domenico (…), op. cit., pp. 150-151

Secondo il Martire (…), Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo cap. III, scrive che tra i beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, vi sono alcuni monasteri, chiamate Badie, che furono unite da papa Clemente VIII alla Cappella del Presepe in Roma. Fra queste badie vi erano quelle elencate dal Martire (…), dal n. 18 al n. 31 che è il Monastero di S. Pietro di Camerota, forse il monastero di S. Pietro di Licusati. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, Domenico Martire (…), nel suo ‘La Calabria sacra e profana’, nel 1876, citava i monasteri di S. Fantino a Torraca ed il Monastero di S. Nicola a Sapri (?), e le poneva come grangie dell’antico monastero di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Infatti, il Martire (…), scriveva che “11- Monastero di San Giovanni a Pero, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma.”. Il Martire (…), traeva dette notizie dal Di Luccia, e infatti scriveva che: “17 S. Costantino alle Tracchine. Pietro di Lucca nella sua Moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3 fa menzione di altri monastei chiamati Badie ecc..”, e va avanti con un altro elenco di altri monasteri. Il Pietro di Lucca citato dal Martire è Pietro Marcellino Di Luccia (…), che scrisse il suo ‘Trattato Istorico-legale ecc..”. Orazio Campagna (…), a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dal Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Infatti, Biagio Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, sulla scorta del Di Luccia (…) e del Palazzo (…), ne parla a pp. 43-44.

                                                TORRACA E TERRITORIO SAPRESE

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(Fig. 17) Pag. …. della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta i possedimenti a Torraca

Nel 1689, i confini del territorio della Grancia di S. Fantino in ‘Terra di Torraca’ (territorio di Sapri ?)

La Grancia di S. Fantino, nel 1689, dipendeva sempre dall’Abbadia di S. Giovanni a Piro, i cui beni erano stati però incamerati dalla Cappella del SS. Presepe eretta dentro la sacrosanta Basilica di S. Maria Maggiore – quindi gestiti dalla Chiesa – e non più dipendente dagli Abbati dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro come era in origine e, che secondo il Gaetani (4): “L’Abbadia basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina”. La ‘Grangia’, secondo il Visconti (…): “Era particolarmente nelle Abbazie benedettine, il magazzino destinato alla conservazione dei prodotti agricoli che i monaci ricavavano dai loro terreni. Faceva parte di solito, del complesso monastico, ma nei monasteri dei Cistercensi, a causa dello sviluppo delle abbazie, la grangia venne costruita anche in località non lontane dall’Abbazia stessa, ed ospitava i conversi che sotto la guida di un monaco anziano erano addetti ai lavori nei campi.”. Il Gaetani (4), che, in proposito alla ‘Grancia di San Fantino’, possedimento dell’antica Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, sita nel territorio Saprese (Torraca), pubblicò anche la trascrizione del contenuto del documento (5) illustrato nell’immagine di Fig. 9 (pag…..), dove si descrivono i confini del territorio della ‘Grancia di S. Fantino’ riferendosi al documento (…), da cui trae il passo, nel suo ‘La fede degli Avi nostri o Ricordi storici della chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, a pp. 152-153, in proposito pubblicava la trascrizione del testo estratto di una o due pagine tratte dal documento del 1695-96 redatto dal notaio Domenico Magliano “La Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, che riguardavano la chiesa di S. Fantino a Torraca e la grancia di S. Fantino posta in territorio saprese: “Tolgo da importante documento del 1695, la descrizione del tempietto e dei limiti delle sue larghe e molte possessioni.”. Dunque, il Gaetani (…), a pp. 152-153, scrive che sulla scorta del suo amico Canonico Domenico Menta, cita e si riferisce alla “Platea di Beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro, del 1695-96”, redatta dla notaio Domenico Magliano, trascrivendone il testo di alcune pagine: “La Venerabile Cappella di S. Fantino dimostra magnificenza di spesa nell’edificio per essere d’ampiezza et altezza con pietre d’intaglio tuti i fondamenti; li quattro cantoni, ed il frontespitio, et anco un arco sopra l’altare medesimente di pietre scarpellate, stimandosi che tal edificio sia stato costrutto in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi vien detta la marina, et porto di Sapri, perchè s’aprì il monte, et entrò il mare; la detta Cappella era diuta senza tetto, et per divozione del Santo fu l’anni passati sotto lì 16 d’agosto 1689 ricorso dal Rev. D. D. Michele Brandaleone alla f. m. di P. P. Innocenco XI et commesso al q.m. mons. Rosa Vesc.vo di Policastro, et incaricato dal suddetto D. Michele, il quale n’ebbe cura, et con l’entrate di detta Cappella rifece le mura, la ricoverse, fece l’astraco Porte et Altare et di più di suo proprio, e per sua divotione ci fece intempiata, valtaltare, carta di gloria et candelieri.”, poi continua la trascrizione del testo che riguarda i confini della Grancia di S. Fantino: “Incomincia il territorio di detta Grancia, sita et posta nel territorio di detta Terra di Torraca, da Ponente vi è il vallone che sparte la foresta de Cercole del Barone della Torraca detto lo Saracino, et và a basso per detto vallone insino allo vallone detto della Chiusa della Sorba, poi saglie per la via pubblica, per sopra il scariazzo di m.ro Francesco Brando, et circuisce detta via detto territorio, et poi circuisce la Chiusura, che fu del q.m D. Flaminio Barra renditia à detta Grancia et per sopra la vigna fu di Mario Campanella, che hoggi si possiede dal Abbate D. Francesco Magaldo, et p. sopra la Chiusura del D.co Tommaso Mercadante, per sopra la vigna di Francesco di Loise, per sopra la vigna di Gio Tommaso Brando, per sopra la vigna di D. Daniele mangia, per sopra le Castagne, et cerque di Luca Palamolla, et Domenico mercadante pe sopra le Cerque furno di q.m. Cesare Brando, per sopra la Chiusura della Coia, poseduta da Francesco Brando di Celio, per sopra le Cerque di D. Giacomo Antonio Brando, et per sopra la terra possedeva il q.m Gio. Antonio Alias Cisina, hoggi devoluta à dètta Grancia et scende al’ vallone sparte la foresta del Barone, da parte di Ponente chiamata la foresta dello Saraceno (1).”. Dalla descrizione delle terre annesse alla Grancia di S. Fantino, dei confini del suo territorio e dei proprietari confinanti che riporta il Gaetani, non siamo riusciti ad individuare l’esatta sua localizzazione che aveva nel 1695-96. Possiamo solo dire in proposito che la Grancia di S. Fantino si trovava nel territorio Saprese (Terra di Torraca) a ridosso del vallone di S. Martino o di Ischitello, un tempo chiamato “Piscitello” come ci dice lo stesso Gaetani (…) e, che detti terreni confinavano con i possedimenti del Barone Palamolla (“Barone della Torraca detto lo Saracino”), da cui dipendeva l’intero territorio Saprese.

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(Fig….) Pag…. della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (3) – In questo documento si descrive la Grancia di S. Fantino ed i suoi confini, posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro nel territorio Saprese (Torraca).

Infatti, il Gaetani (4), nel suo ‘La fede degli Avi nostri o Ricordi storici della chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, a pp. 152-153, nel trascrivere il testo di alcune pagine tratte dal documento del 1695-96 redatto dal notaio Domenico Magliano “La Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, che riguardavano la chiesa di S. Fantino a Torraca e la grancia di S. Fantino posta in territorio saprese, in proposito trascriveva che: “La Venerabile Cappella di S. Fantino……stimandosi che tal edificio sia stato costrutto in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi vien detta la marina, et porto di Sapri, perchè s’aprì il monte, et entrò il mare;…”. Dunque secondo il testo della ‘Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro’, che era stata redatta nel 1695-96, Sapri ed il suo territorio era chiamato: “….che hoggi vien detta la marina, et porto di Sapri, perchè s’aprì il monte, et entrò il mare;…”. Sapri era detto “la marina e porto di Sapri”, ovvero un piccolo porto che i monaci basiliani usarono per i loro traffici fin dall’antichità.

Lo Statuto n. 41 dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro cita le Grancie di S. Nicola e di S. Phantini (S. Fantino) a Sapri

Le origini dei possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, e delle Grancie di San Nicola a Sapri e di S. Fantino sita nel porto di Torraca (o di Sapri), sono molto più antiche del documento del Notaio Domenico Magliano, pubblicato dal Gaetani (4) che riportava uno stralcio dell’antico documento notarile manoscritto (3). La Grancia di S. Fantino – citata nell’antico documento notarile del 1695-96 (3)), veniva citata in uno dei 9 Statuti o Capitoli aggiunti ai 47 Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, pubblicati dal Di Luccia (…) e dal Cataldo (…). Il Cataldo (…), afferma sulla scorta del Di Luccia che Teodoro Gaza, il 7 ottobre 1466, compilò gli Statuti o Capitoli della Terra di S. Giovanni a Piro. Il Cataldo (9), dice che gli Statuti “…comprendevano 47 articoli”, redatti dal Gaza in qualità di Abbate pro-tempore, per regolare la vita dell’Università (Comune Aragonese) di S. Giovanni a Piro e dell’Abbazia e, a cui ne vennero aggiunti altri 9 capitoli dagli Abati d’Aragona e De Bacio – successori del Gaza –  e tolti due da Monsignor De Nigro. Al capitolo o Statuto n. 41, pubblicato dal Di Luccia a p. 39, si scrive: “Constituimo, che li peccerilli da sette anni in giuso, che moreno siano seppelliti a S. Fantino, & chi se mette dentro l’Ecclesia paga tarì…. Siccome gli Statuti, tra l’Università di S. Giovanni a Piro e l’Abbazia basiliana – compilati da Teodoro Gaza – pubblicati dal Di Luccia – risalgono al 1466, e lo Statuto n. 41 che riguarda proprio la  Grancia di S. Fantino, se ne deduce che la Grancia di S. Fantino nel territorio saprese era presente nel 1466 – epoca di fondazione degli Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro – che la possedeva, già molto prima che fosse citata nell’antico documento notarile del 1695-96 (3). Inoltre, secondo gli Statuti (aggiunti) dell’Abbazia di San Giovanni a Piro, alla Grancia di San Fantino (a Sapri), doveva esserci un cimitero dove si dovevano seppellire i bambini morti al di sotto dei sette anni. Vi era un cimitero a San Fantino? Lo Statuto n. 41 non sembra così strano se consideriamo che il vecchio cimitero o camposanto o fossa comune, di Sapri, non era dove si trova attualmente ma si trovava proprio sulle colline di Sapri, sulla dorsale che sale verso Torraca, dove oggi viene chiamata la località ‘Trovatella’. Fino ai primi dell’800, il vecchio cimitero di Sapri era dove oggi si trova una chiesetta dedicata alla Madonna della Trovatella, da cui prende il nome l’omonima borgata di Sapri. Quando in seguito all’ultimo conflitto mondiale, in mezzo al cimitero ed alla piccola cappella annessa e l’ossario, fu ritrovata intatta una statuina della Madonna, che la popolazione venera chiamandola ‘Trovatella’, venne poi costruita la piccola chiesetta proprio dove sorgeva il vecchio cimitero di Sapri. In un libretto del 1928 il Magaldi (…), scrive in proposito: “In contrada S. Giovanni, a ridosso della collina d’Ischitello, sorse anche un piccolo tempio che appartenne fino all’anno 1778 al clero di Torraca e il cui sotterraneo divenne cimitero antico del luogo: la fossa comune.”. Riguardo il vecchio cimitero “Camposanto”, nel 1891, il dott. Gallotti (…), così scriveva: ”Il Camposanto di Sapri, non solo è in posizione antigienica…io credo non avesse neppure la distanza dall’abitato….verso il 1825 proponevo al Consiglio Comunale di provvedere al più presto a spostare il Camposanto di Sapri in altro luogo che sia distante dal centro abitato. Debbo pur far notare come la ferrovia, di cui si è già parlato, lambisce quasi il Camposanto di Sapri.”. Il Gallotti che era medico, lamentava la posizione del preesistente e vecchio cimitero di Sapri e ne auspicava il suo spostamento in luogo più salubre, ma conferma il fatto che il vecchio cimitero o “fossa comune” fosse ubicato lungo la dorsale ferroviaria, sulle colline che traguardano il centro abitato. Mia zia Maria, racconta che il vecchio cimitero fosse posto ove oggi è la chiesetta della Madonna della ‘Trovatella’.  

                                                                        MARATEA

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(Fig. 18) Pag. 144 s. della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Maratea

                                                                         TYILICUM

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(Fig. 19) Pag….. della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Tyilicum

                                                              MAYERA’ (CALABRIA)

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(Fig. 20) Pag. 139 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Mayerà (Calabria)

I beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro a Majerà in Calabria

Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: ….finchè nel 1574 il Commendatore D. Girolamo De Vio fu costretto ad intentare un guidizio contro D. Giovanni De Scielzo del Monastero di S. Pietro in Carbonaro di Majerà (Cosenza), Diocesi di S. Marco, per la medesima ragione. Questo giudizio fu definito con sentenza di condanna dell’usurpatore, pronunciata dal Rev. D. Raimondo Corso, Referendario di Gregorio XIII, e resa esecutiva in forma pubblica in Lauria dal Notaio Angelo De Juvenibus, fiduciario della Curia Vescovile di Policastro, che ne rilasciava copia il 3 settembre 1574. – Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo. – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram Dioecesis Polycastren cujus curam, ecc…”.

Oreste Campagna, situa il monastero di “S. Pietro di Marcaneto” a Papasidero e a Majerà (Calabria)

Interessante è l’ipotesi di Orazio Campagna (…) che, nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 96, scriveva che: “Il primo ebbe origini più remote, difatti viene anche menzionato nella Vita di S. Saba di Collesano per un miracolo che il Santo vi operò (74). Dovrebbe essere identificato col monastero di S. Pietro, in territorio di Majerà, edificato sui resti di colonia romana e divenuto, successivamente, filiazione carbonense insieme col monastero di S. Pietro, di cui il 6 maggio 1149 papa Eugenio III confermava il possesso alla Badia di Cava, veniva ubicato “apud Didascaleam” insieme con l'”ecclesiam S. Marie de ospitali”, ma veniva identificato con S. Pietro “de Grasso”, presso Papasidero (75). ecc…”. Il Campagna, a p. 96, nella sua nota (74), postillava che la notizia di S. Saba era tratta dal “Cozza-Luzi, Historia et laudes, etc., op.cit.; da D. Martire, La Calabria sacra e profana, I, op. cit. pag. 306 e s.”. Il Campagna, nella sua nota (75), postillava che: “(75) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX, luglio-dicembre, 1976; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando delle “Cap. IX – Comunità costiere a nord del Lao”, parlando di Scalea e di Papasidero in Calabria,  parla del monastero di S. Pietro de Grasso e scriveva che: “Nel 1130-1137 l’antipapa Anacleto II riconfermava all’abate Simeone di Cava “omnia iura et possessiones” in Calabria, di cui “apud Scaleam monasterium S. Petri et ecclecia S. Marie cum hospitali” (18), possessi riconosciuti al monastero cavense da papa Eugenio III, nel 1149.”. Il Campagna, nella sua nota (18), postillava che: “(18) F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I, pag. 72. Sul monastero di S. Pietro, S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX (1976), pag. 128 e sgg.; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando.”. Lo studioso calabro Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, pubblicato nel 1985, riferendosi a Majerà e del vicino Casale di S. Maria e il suo territorio, conquistato dai normanni, a p. 16, in proposito scriveva che: “Il più antico documento che riguarda Majerà, se si accettua il riferimento, per altro incerto, al monastero melchita di Màkaros, del 1060-1061 (1), è il Diploma del duca Ruggero del luglio 1100, nel quale viene menzionata, fra le altre donazioni al monastero benedettino di S. Maria della Matina, l’”ecclesiam Sancte Marie in territorio castelli quod dicitur Machera. Dal documento si rileva che la chiesa di S. Maria o sopravvisse alle conquiste normanne o fu opera normanna, e, pertanto, dagli stessi messa alle dipendenze di S. Maria della Matina; che doveva disporre di rendite da platee, già monastiche; che il nome ebraico di “Grotta”, M’arà, già del Casale, grecizzato in “Machera” era passato ad indicare il castello e il nucleo che intorno ad esso si andava costruendo. La donazione venne confermata nel maggio del 1114 in un Diploma del duca Guglielmo e in un altro Diploma del Principe Boemondo del 1122. I documenti sono riportati dal Pratesi (16).”. Il Campagna, a p. 16, nella sua nota (16) postillava che: “(16) A. Pratesi, Carte latine, etc., cit., alle pag. 18-19, 23-25, 30-32.”. Sempre il Campagna nel suo ‘Storia di Majerà’, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Nota fu l’Abbazia di S. Pietro dei Marcani (35), fra le tante della “Regione mercuriense”. A S. Pietro marcanito, nella seconda metà del X secolo, un monaco greco, colpito da un fulmine, riebbe la parola, grazie all’intercessione di Saba da Collesano (36). Fu conquistata da Roberto il Guiscardo, difatti, nel 1065, lo stesso la donò, fra le altre conquiste, alla neo-abbazia benedettina di S. Maria della Matina, “…abbatiam Sancti Petri que dicitur Marcanito…” (37). E’ ovvio che l’abbazia basiliana di S. Pietro, messa alle dipendenze di S. Maria della Matina, dovette conformarsi al rito latino, o cessare del tutto come istituzione monastica. Era sorta fra i nuclei greci e romani. I resti dell’abbazia, da qualche anno del tutto scomparsi, della chiesetta, nell’ansia del nuovo, è stata completamente deturpata l’antica struttura, evidenziando l’opus mixtun e l’uso del materiale romano sottratto a precedenti costruzioni. L’inventario del 1695-96 eseguito per conto della Cappella romana del S. Presepe, presso S. Maria Maggiore, riporta “una Chiesa con Cortile, et mura di due Cammare seu Celle al p.te dirute, et la d.ta Chiesa che si stà rinnovando è sotto il titolo di S. Pietro a Carbonaro” (38). Dopo la crisi, seguita alle prime conquiste normanne, le nostre istituzioni basiliane godettero d’una notevole fioritura, grazie all’egemonia esercitata su di esse dall’Archimandritato di Carbone (39), così che S. Pietro “marcanito” divenne “a’ Carbonara”. Amministrava una vasta platea, che comprendeva gran parte dell’attuale territorio di Majerà (40). Confinava col territorio di Buonvicino, di Belvedere, di Cirella, e a settentrione, dopo contrada Massacarbone, con quello della stessa Majerà (41). Nel 1587, in qualità di grancia, era alle dipendenze della Cappella del S. Presepe, unita, o in subordinazione, all’abbazia di S. Giovanni a Piro (42). Così afferma il Vanni, anche se l’unione doveva essere avvenuta già da qualche decennio, difatti nel 1574 l’abate del monastero di S. Giovanni, D. Girolamo de Vio, aveva promosso un giudizio per usurpazione contro D. Giovanni Scielzo, della “Terra di Cirella”. Il processo che si celebrò in Lauria, si concluse sfarevolmente per il de Scielzo (43). Negli Inventari del Feudo, fino al 1599, quando dopo la morte di Vittoria di Loria, ne vennero eseguiti due, un per gli eredi Carafa, Giulia e Maria, e l’altro per la figlia di secondo letto, Olivia Bologna, i beni della grancia di S. Pietro erano stati considerati “liberi” (44). Nel 1650 e nel 1695-96 il Capitolo di S. Maria Maggiore, e, nel 1728, Benedetto XIII facevano inventariare i beni del monastero tramite rappresentanti di S. Giovanni a Piro e della Curia vescovile di Policastro. Nel 1724 ne era abate frà Antonio Magurno, forse l’ultimo abate, difati nel 1750 la chiesa era affidata al sacerdote D. Lorenzo Pignata (45). Anche presso questa Abbazia, come presso le altre della costa, vi è il toponimo Foresta, che ricorda antiche donazioni di zona boscosa e coltivata, o meno probabilmene, l’estraneità dei Basiliani, in tempi mutati, e nella lingua e nel rito (46). A sud della Foresta si apre la grotta di S. Angelo: S. Michele, l’Angelo per antonomasia. Presso S. Pietro e S. Anario vi è Prato. Un “locus” dallo stesso nome è più volte menzionato in “Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini” (47), e, nelle stesse “Carte”, localizzato presso S. Marco Argentano (48). Il nostro, ricco di resti greci e latini, conquistato dal Guiscardo, avrà tratto il nome dalla omonima località argentanese.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (35) postillava che: “(35) E’ probabile che “Marcani” sia nome composto, da Mardi e Ircani, abbreviato in Marcani per motivi fonetici. Sia i Mardi che gli Ircani erano tribù delle coste del mar Caspio, non lontano da Georgia e Armenia. Presenze Armene sono attestate a Maratea, e messe in relazione con le persecuzioni iconoclastiche, in “La Regione Mercuriense”, etc.,  op. cit.,  pag. 250.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (36) postillava che: “(36) E’ detto …………………..presso Oreste Patriarca Hierosolymitanusde Historia et laudibus, etc., op. cit., XXVI, pag. 151.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (37) postillava che: “(37) A. Pratesi, Carte latine, etc., op. cit., pgg. 5-9.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (38) postillava che: “(38)Platea dei beni e delle rendite della Badia di S. Giovanni a Piro” (fol. 139-141, recto et verso), inventario ms. del 1695-96, estratto dall’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Il monastero di SS. Elia ed Anastasio, posto presso Latinianon, nella “Regione superiore”, “superiore” rispetto ai Mercuriensi, fu fondato da S. Luca di Armento. Archimandritato, disponeva di un territorio vastissimo, che andava da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere. Sul celebr monastero, G. Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970).”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Dalla Platea di Sebastiano della Valle, presso F.A. Vanni, cit.,”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Il Vanni, cit.,  ne fissa la data al 28 agosto 1587, con la Bolla n. 58 di papa Sisto V. Riferimenti in G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, Città del Vaticano, 1935, pag. 213, nota 3.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il processo è riportato in sintesi da P.M. Di Luccia, l’Abbadia di S. Giovanni a Piro etc…, pagg. 72-75, e da F. Palazzo, Il cenobio basilano di S. Giovanni a Piro, Bosco, Scario, ed. Di Giacomo, Salerno, 1960, in libera traduzione, alle pagg. 225-228.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (44) postillava che: “(44) F.A. Vanni, cit. Non sappiamo quanto sia stata determinante, proprio in quegli anni, la presenza dei Carafa di Policastro, nella terra di Majerà.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (45) postillava che: “(45) F.A. Vanni, cit.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (406postillava che: “(46) Il nome, già usato nella toponomastica normanna, indica un vasto territorio, boschivo e coltivato. Nella Platea dei beni e rendite, etc., la Foresta viene delimitata, e la grancia di S. Pietro disponeva che “dal dì di tutti i Santi insino alla Vigilia di Natale, s’intende chiusa, et chi ci và a pascolare, o dannifica per d.to tempo paga alla d.to Chiesa di pena carlini quindeci per ciaschduna volta…”.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (47) postillava che: “(47)A. Pratesi, cit.”.

Il possedimento di Mayerà secondo la ‘Platea dei beni e rendite ect…’, del 1695-96

Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, pubblicato nel 1985, a p. 115 e s. riportava un estratto della: “Dalla Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, aggiungendo che: “manoscritto del 1695-96, inventario dei beni del monastero di S. Pietro a Carbonara, 1696 (2)”. Il Campagna, a p. 115, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Estratto dall’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (Salerno), fol. 139-141, recto et verso. Archivista Bibliotecario G. Cataldo.”. Il Campagna, trascriveva un estratto dei fogli n. 139, 140, 141, retro e verso:

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(Fig….) Trascrizione del fol. 130 (vedi Fig. 20) tratto dalla ‘Platea di beni e rendite etc’ del 1695-96 per il possedimento di Mayerà (Calabria) trascrizione pubblicata da Campagna (…), op. cit., p. 115.

Nel 1545-46, la “Platea di Beni e di Rendite del monastero di S. Pietro di Carbonaro a Majerà”, compilata da Sebastiano della Valle

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).. Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dal Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Infatti, Biagio Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, sulla scorta del Di Luccia (…) e del Palazzo (…), ne parla a pp. 43-44. Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 150, parlando della “Regione mercuriense” e di Majerà, parlando del Monastero e dell’Abbazia di S. Giovanni a piro, scriveva in proposito che: Il monastero disponeva di un vasto territorio, delimitato dai confini delle Terre di Majerà, di Cirella, di Belvedere, e di Buonvicino, riportati nella platea del 1545-1546 da Sebastiano della Valle (135). Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”. Il Campagna, nella sua nota (131), postillava che: “(131) Cozza-Luzi”, nella nota (132), cita il Pratesi (…), nella nota (133), cita il Cappelli (…). Appare interessante la sua nota (134), dove postillava che: “Sul versante meridionale di S. Pietro a’ Carbonara, non lontano dalla grotta di S. Angelo, si possono notare i resti con affreschi d’un altra chiesetta, che mi è stato detto essere di “S. Pietro Alcam” (Alcamo?), forse parte d’un complesso abbaziale, ora abitazione del Sig. Giuseppe Russo.”. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la “platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Il Campagna (…), a p. 151, scriveva in proposito che: “E’ vero che l’abbazia di S. Pietro sopravvisse alla latinizzazione, ma fu sopravvivenza asfittica (138).”. Il Campagna (…), a p. 151, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Già nel 1574, per questioni di usurpazioni, D. Girolamo De Vio, abate di San Giovanni a Piro, intentò un processo contro D. Giovanni De Scielzo di S. Pietro a’ Carbonara. La sentenza, sfavorevole allo Scielzo, fu emessa dal rev. D. Raimondo Corso, e resa esecutiva in Lauria dal notaio Angelo De Juvenibus, della Curia vescovile di Policastro. Divenuti i Carafa, padroni di Majerà, anche l’abbazia di S. Pietro veniva considerata “nullus dioceseos”, e pertanto sottoposta alle mire dell’Episcopato e del Conte. P.M. Di Luccia; F. Palazzo; Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96, ms. Doc. Episc. Policastro Bussentino.”. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza. Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 96, continuando il suo racconto, scriveva in proposito che: “Il primo ebbe origini più remote, difatti viene anche menzionato nella Vita di S. Saba di Collesano per un miracolo che il Santo vi operò (74). Dovrebbe essere identificato col monastero di S. Pietro, in territorio di Majerà, edificato sui resti di colonia romana e divenuto, successivamente, filiazione carbonense insieme col monastero di S. Pietro, di cui il 6 maggio 1149 papa Eugenio III confermava il possesso alla Badia di Cava, veniva ubicato “apud Didascaleam” insieme con l’”ecclesiam S. Marie de ospitali”, ma veniva identificato con S. Pietro “de Grasso”, presso Papasidero (75). ecc…”. Il Campagna, a p. 96, nella sua nota (74), postillava che la notizia di S. Saba era tratta dal “Cozza-Luzi, Historia et laudes, etc., op.cit.; da D. Martire, La Calabria sacra e profana, I, op. cit. pag. 306 e s.”. Il Campagna, nella sua nota (75), postillava che: “(75) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX, luglio-dicembre, 1976; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando delle “Cap. IX – Comunità costiere a nord del Lao”, parlando di Scalea e di Papasidero in Calabria,  parla del monastero di S. Pietro de Grasso e scriveva che: “Nel 1130-1137 l’antipapa Anacleto II riconfermava all’abate Simeone di Cava “omnia iura et possessiones” in Calabria, di cui “apud Scaleam monasterium S. Petri et ecclecia S. Marie cum hospitali” (18), possessi riconosciuti al monastero cavense da papa Eugenio III, nel 1149.”. Il Campagna, nella sua nota (18), postillava che: “(18) F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I, pag. 72. Sul monastero di S. Pietro, S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX (1976), pag. 128 e sgg.; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando.”.

                                                            GRISOLIA (CALABRIA)

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(Fig. 21) Pag. 144 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Grisolia

Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p…., ci parla pure di Grisolia e delle sue grangie, appartenute all’Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro.

                                                         TRICLINA (TRECCHINA)

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(Fig. 22) Pag. 148 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Trecchina

                                                                          RIVELLO

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(Fig. 23) Pag. 150 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Rivello

                                                                     LENTISCOSA

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(Fig. 24) Pag. 153 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Lentiscosa

                                               LENTISCOSA – AIRA DELL’ABBATE

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(Fig. 25) Pag… della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Lentiscosa e ‘Aria dell’Abbate’

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(Fig. 26) Pag. 157 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Lentiscosa

                                                                          BOSCO

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(Fig. 27) Pag. 158 della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta i possedimenti a Bosco.

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(Fig. 28) Pag….. della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta i possedimenti a Bosco.

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(Fig. 29) Pag. 159 della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta i possedimenti a Bosco.

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(Fig. 30) Pag….. della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta i possedimenti a Bosco

                                                   ROCCAGLORIOSA E POLICASTRO

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(Fig. 31) Pag. 169 della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta i possedimenti a Roccagloriosa e Policastro

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(Fig. 32) Pag. 170 della ‘Platea dei beni ecc..’ – Ultima pagina

Nel 1577, Leandro Alberti voleva che Policastro avesse origine da Velia

Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 345, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (82) ripete dall’Antonini che Policastro, nel Medioevo nota come ‘Paleocastrum, Policastrum, Pollicastrum, è sita su una collina bagnata dal mare, e che è città vescovile suffraganea di Salerno, dalla quale dista 76 miglia. Respinge l’opinione dell’Ughelli e del di Luccia che “la vogliono figlia dell’antica Velia”, che ubica a Castellammare della Bruca; riporta il brano di Goffredo Malaterra (83) sulla distruzione da parte di Guglielmo il Guiscardo e dice che il vescovo e i canonici se ne vanno a maggio a Torre Orsaia, tornandovi a dicembre. Ecc…”. Ebner, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. VII, p. 224 parlando di Policastro, scriveva: “L’Abate ‘Ferdinando Ughelli’ e, poi il dott. Pietro Marcellino di Luccia, la vogliono figlia dell’antica Velia (2); ma figlia di Velia è certamente Castellammare della Bruca (3), posto in dubbio, non senza meraviglia dall’Egizio, nella lettera diretta all’Abbate Langhet colla quale gli va correggendo gli errori presi nella sua geografia toccante il nostro Regno”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi il suo articolo, t. 3, pag. 302.”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi la sua scrittura intitolata: L’Abadia di S. Gio a Piro, stampata in Roma nel 1700, in 4 pag. 4 seg.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita alla sa. maestà ……Trattato historico-legale etc…”, nel 1700, a p. 7, in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia; E benchè trà l’antichi Scrittori sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, o pure ne Brutij, nientedimeno io adherendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: ‘E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania’, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone lib. 6 e tanto narra Ferdinando Ughelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’. Ecc…”. Dunque, Pietro Marcellino di Luccia scriveva che Leandro Alberti (…..), nella sua “Descrittione di tutta l’Italia & Isole pertinenti ad essa”, del 1577, parlando di Policastro scriveva che vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia”e che scriveva anche che: E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania”. Sempre su Policastro, il Di Luccia scrive che ne aveva parlato anche il Burdonio (….), il quale, nella sua “Italia” scriveva che Policastro essere vicino Palinuro”. Il Di Luccia, a p. 7 aggiunge pure che: E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’.”. Il Di Luccia citava pure il Burdonio (….). Questo autore non sono riuscito a capire chi fosse. E’ citato anche da Ottavio Beltrano (….), nella sua “Breve descrizione del Regno di Napoli”, a p. 251 dove parla di Policastro ed anche da altri autori. Il Di Luccia cita anche l’Abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra”.

Di Luccia, p. 7 su Policastro

La storia del territorio attraverso i possedimenti dell’Abbazia basiliana di San Giovanni a Piro

La notizia di alcuni possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a Giovanni a Piro nel territorio Saprese e le sue origini, di cui parleremo – sono molto più antiche del documento (3) del Notaio Domenico Magliano. Il Cappelli (13), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, cita un documento di estrema importanza per la collocazione temporale e la ricostruzione storica sul territorio di ciò che già il Di Luccia (5), affermava sulle due Grancie di S. Nicola e di S. Fantino ( o S. Infantino) nel territorio Saprese. Il Cappelli (13), oltre a citare importanti notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro, parlando della Grangia di S. Fantino, trae importanti notizie dal Trinchera (14) che nel 1865, pubblicava ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’, dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Il Cappelli (13), sulla scorta del Trinchera (14) a proposito della Cappella e della Grangia di S. Fantino, che secondo il Di Luccia (3), faceva parte dei possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Nel Cilento, infatti, il culto di San Fantino è pienamente documentato dalla denominazione di S. Fantino che prima possedeva la località dove sorse l’abitato di S. Giovanni a Piro, dipendente dal monastero basiliano omonimo, dal quale dipendeva anche una chiesetta campestre, a S. Fantino dedicata (5), e di cui rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. Chiesetta che è ricordata in un documento, forse degli inizi del secolo XII (18), con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (7-8), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ed all’altra di S. Ciriaca.” (14-18).

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(Fig. 24) Pag. 81, tratta dal Trinchera (14), il documento dell’anno 1097 (18).

Stando all’antico documento membranaceo del XII secolo (18) (datato anno 1097), pubblicato dal Trinchera (14), un abitante di Vibonati, il monaco Milano Sergio, aveva ricevuto da Odo Marchese, il permesso – Sigillum factum – di costruire un monastero intorno alla chiesetta campestre dedicata a S. Fantino, di cui, scive il Cappelli (13), rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. Il documento: “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (18), pubblicato dal Trinchera (14), è un antichissimo documento manoscritto in greco su pergamena (membrana), datato Settembre 1097 (XII secolo), tratto da antichissimi codici membranacei manoscritti in greco, risalenti a prima dell’anno ‘1000, oggi andati persi o dispersi a causa degli eventi bellici dell’ultima guerra Mondiale, i cui bombardamenti colpirono l’Archivio di Stato di Napoli, dove essi erano conservati e catalogati dallo studioso Francesco Trinchera (14). L’antichissimo documento (18), ci riporta di molti secoli indietro nella ricostruzione storica delle origini delle nostre terre e per la localizzazione di un antica cappella di S. Fantino nel territorio saprese. L’antico documento pubblicato da Trinchera (14), recita e parla di “trado tibi venerabile templum sancti patris nostri Phantini de Scido”. Dunque, l’antico documento parla della S. Fantino di Scido. A parte la citazione di ‘Scido’ – il documento chiama il luogo Scido – è interessante perchè il luogo non è Vibonati ma è ‘Scido’,  quindi, probabilmente Sapri. Doveva trattarsi di un luogo vicino a Policastro – quindi Sapri. Le notizie intorno a S. Fantino ed ai possedimenti dell’antichissima Abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, dopo questo documento si fanno più labili.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ” Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sa- pri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 593. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo le famiglie di Camerota, si veda p. 239, tomo I. Riguardo la famiglia Marchese di Camerota, si veda: vol. I, p. 120. Riguardo la notizia del Malaterra, su Policastro in epoca Normanna si veda p. 537. Si veda pure: Hirsh – Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002.

(3) (Figg. da n. 1 a n. 22 ecc..) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il documento fu citato dal Gaetani R., op. cit. (4) e dal Cataldo (9). In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (3), a p. 154, alla nota (4) (nota 1), e dice di aver tratto lo stralcio del documento in questione dal suo amico Canonico Giuseppe Menta (17), che troviamo citato su un’antico testo scaricabile da Google libri gratis. Il Gaetani, op. cit., p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. ‘Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano’. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (17). Il Cataldo (9), nelle sue note (p. 19, nota n. 71), a proposito della “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a…”, scrive che essa è un manoscritto (Ms.), conservato all’A.D.P. (Archivio della Diocesi di Policastro). Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte da un documento: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (di Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. Si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 73 e s., si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”. Il Tancredi, alla nota (1), scrive: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. ecc..”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (…), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (17). Il Gaetani (4), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta (17). Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano (17). Le immagini che noi quì pubblichiamo (Figg. da n. 1 in poi), sono tratte dal manoscritto originale conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (Fig. 1), da cui abbiamo tratto le pagine finali che riguardano i possedimenti a Torraca e del territorio Saprese. 

(4) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

Di Luccia

(5) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

Tancredi Luigi

(6) Tancredi L., Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978, e pure in ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 280. Il Tancredi, parlando dell’antica città di Avenia, cita il documento notarile (3) (vedi nota 4 di p. 23), al posto di “Velia“, riporta “Avenia“, p. 23; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, si veda “Esame della Platea del 1695” (1), p. 73 e s. (Archivio Storico Attanasio)

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(7) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831 (Archivio Storico Attanasio)

(8) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.

(9) Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

(10) Gaetani R., op.cit. (4), p. 9, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano.”. Il documento citato dal Gaetani si trova in: Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”.

(11) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P.O.: “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. F. Palamolla.”.

(12) Archivio della Badia di Cava dei Tirreni, Aprile 1481, XV, LXXXV, 98; e citata da Ebner P., op. cit., vol. II, p. 592.

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(13) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, Deputazione di storia patria per la Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, Cap. IX, pp. 323. Il Cappelli poi nelle sue note a p. 345, dice: nota (20): Di Luccia P.M., op. cit., pp. 8; 3. Poi la nota (21): Trinchera F. (14), p. 80; poi la nota (22): Laudisio N.M. (7-8), pp. 34 e s. Si veda pure Cappelli, B., “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci”, ‘Bollettino Badia di Grottaferrata’, n. 8, vol. XI, 1957, p…. e,  stà in Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, …

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(14) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino.

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(15) Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006, p. 23.

(16) Natella P. Peduto P., Pyxous – Policastro, estratto dalla rivista dell’I.G.M. ‘L’Universo’, ed. I.G.M., Firenze, Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512.

(17) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (4), a p. 154, alla nota 4 (nota 1), scrive in proposito al documento: “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (3) (Figg. 1-2-3-4-5-6-7-8-9-10-11 ecc..) che, trae le dette notizie e questo documento dal Canonico Giuseppe Menta. Il Gaetani, op. cit. (4), p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (4), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta, che redasse la “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani (4), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il canonico Giuseppe Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (4), ma il Laudisio (7-8), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare  gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (7-8), scrive in proposito a p. 93 (8): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”. Per cercare di capire a quali documenti si riferisse il Gaetani e prima ancora il Menta, rileggendo ciò che scrive l’Ebner (…), a p. 435, su Policastro, a proposito delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, egli, sulla scorta del Ronsini (…), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29). Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. L’Ebner, alla nota (27), scrive: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo di Rofrano, con il fisco per pagamenti contestati, con il Principe di Bisignano per i confini di Sanza e, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino (31).”. Alla nota (28), dice che: “ne scrive il Ronsini (…)  a p. 29.”. Alla nota (29), scrive: “Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso, basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura.”. L’Ebner alla nota (30), scrive: “La cronostassi del Laudisio parla del 1110 al 1211 (Gerardo Arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (vedi Sinossi, cit. p. 131, sg.), elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto: “Ego Guido Policastrensis episcopus, ecc…”. Pertanto, rileggendo il Ronsini (…), a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Quindi, l’Ebner, traendo notizie dal Ronsini che citava il Libro di memorie di Placido Tosone, avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino. L’Ebner (32), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. Tuttavia il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (30), a p. 113.

(18) (Fig. 24) Settembre 1097 (XII secolo) – “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.”. Il documento è stato pubblicato dal Trinchera F., op. cit. (14), pp. 80-81-82.

(19) Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1979, Tomo II, p. 409.

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(20) Porfirio G., Policastro, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili, vescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539.

(21) Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(22) (Fig. 25) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (16) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (2), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (…), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit., dice nella sua nota 59 a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Pare che il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (…). Si veda pure Padiglione C. (…), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata “La Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine” (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio (7-8), nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”. Sempre il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (23), op. cit., oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, op. cit. (4), trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (23), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (4), scriveva in proposito: Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.  Sul manoscritto di Mannelli, abbiamo pubblicato ivi lo studio: “Il manoscritto inedito di Luca Mannelli”, dove abbiamo pubblicato tutte le pagine del manoscritto originale conservato alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, recentemente acquisiti nel nostro Archivio. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, conservato e richiesto alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, su nostra richiesta e che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r e 51v. 

(23) Volpicella Luigi, Notamento delle Opere relative alla Storia ed alla Topografia della Provincia di Basilicata tratto da un lavoro inedito intitolato: La Biblioteca Storica e Topografica del Regno di Napoli, raccolta e pubblicata nel 1795 da Lorenzo Giustiniani, ed ora corretta, accresciuta ed in miglior ordine disposta ecc..estratto dal Giornale Economico-letterario della Basilicata, nuova serie, anno 1852, fascicolo terzo.

(24) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio), “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione MAFFEI, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527)

(25) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377

(26) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, Cap. XXXVII e s.; stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

Liber Visitationis

(27) Laurent M.H. – Guillou G., Le liber ‘visitationis’ d’Athanase ChalkeopoulosContribution a listoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano, 1960.

(28) Cardinal de Luca, Adnotationes ad Concilii Tridentini, Disc. VIII, n. 25 e disc. XIV, n. 21, stà nella nota (21) del Volpe G., op. cit. (23), p. 120 (non sappiamo a quale autore si riferisca, forse a Matteo Egizio, nipote dell’Antonini.

(29) Ronsini Domenicantonio, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stabilimento Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore.

(30) Cervellino L., Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per la sua retta Amministrazione, Napoli, 1776, p. 113, si veda per l’Università di Rofrano.

(31) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(32) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo le famiglie di Camerota, si veda p. 239, tomo I.

(33) Frecciae Marini, De Subfendis, in de Origine Baronum, Venezia, ed. De Bottis, 1597, 3.28, parla di Abbas Sancti Joannis ad Pirum,

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(…) Cariello Franco, San Giovanni a Piro, Chiese, Cappelle e Confraternite, ed. Tipografia MDD, Sapri, 2010 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. L’Agresta è citato spesso da P.M. Di Luccia. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”.

(…) Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.

Martire Domenico

(…) Martire D., La Calabria Sacra e Profana, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s.

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Campagna Orazio, Storia di Majerà, ed. Brenner, Cosenza, 1985 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mercati Giovanni, Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p…. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’, ed. Orizzonti Meridionali, 2014 (Archivio Storico Attanasio)

(…) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio)

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(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)

Il Fortino borbonico di Sapri: un progetto e carte inedite all’Archivio di Stato di Napoli

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Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico restano di estremo interesse. In questo mio saggio vorrei fare il punto di quanto emerso circa il periodo in cui queste terre furono interessate da progettazione e opere di rinforzo e consolidamento, opere di costruzione, di batterie e fortini. Si tratta del ventennio francese e quello successivo prima della definitiva caduta del Regno Borbonico delle Due Sicilie.

La conquista del Regno delle due Sicilie e le fortificazioni costiere a Sapri

Durante il decennio dell’occupazione francese del Regno delle due Sicilie (1806-1815), il meridione d’Italia visse una vera e propria guerriglia civile, che si manifestò col cosiddetto “brigantaggio”, alimentato dai borboni e dagli inglesi, respinti ed arroccati in Sicilia. Anche il Cilento venne coinvolto, tanto dalle operazioni terrestri tanto da quelle navali, per la difesa delle coste (7). Nel Regno delle due Sicilie, durante il breve periodo di occupazione napoleonica di Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo, il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. Il rafforzamento e l’ingrandimento delle fortificazioni militari esistenti, fu certamente oggetto di particolare attenzioni del governo napoleonico, in epoca murattiana, come risulta da alcuni disegni manoscritti, da me ritrovati presso la Biblioteca Nazionale di Napoli (2) e da me pubblicati nell’ ’87. Alcuni disegni manoscritti simili e di simile provenienza, furono pubblicati molti anni dopo, nel 1989, in uno studio di Antonio Caffaro (8). Molti di questi disegni, ma non quelli trovati da noi e qui riportati, furono già citati dal Vassalluzzo nel suo “Castelli, torri e borghi della costa cilentana” (9) e poi successivamente pubblicati da Adriano Caffaro, “Le fortificazioni della costa cilentana attraverso alcuni disegni inediti” (8) che, si limitava alle batterie e fortificazioni progettate fino a Palinuro. La particolare attività di rilievo lungo la costa del litorale saprese a fini militari, sia durante il decennio francese (1806-1815), durante il breve periodo di occupazione napoleonica, con Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo, il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. L’Esercito del Regno di Napoli, attivo durante il decennio francese, ovvero allorquando il regno fu conquistato e governato dai napoleonidi, fu una forza armata di terra che prese parte, al fianco della Grande Armata, a molte delle principali campagne delle guerre napoleoniche. Con l’occupazione napoleonica del 1806 il trono napoletano venne affidato in un primo momento a Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone. Nel 1808, fino al 1815, il trono napoletano fu occupato invece da Gioacchino Murat, uno dei più brillanti comandanti militari dell’impero napoleonico.

Nei primi dell’800, le fortificazioni militari costruite ed esistenti a Sapri attraverso alcuni disegni inediti

Il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. Nel 1891, il Dott. Nicola Gallotti (5), uno tra i primi Sindaci di Sapri dell’Italia unitaria, in alcuni suoi scritti su Sapri, riportava interessanti notizie storiche su Sapri e così scriveva: “Devo ricordare, a titolo di cronaca locale, l’esistenza di un vecchio fortino, munito pure un tempo di diversi cannoni, e sito sul lembo occidentale estremo dell’antica Sapri. Ora il Fortino è del tutto smantellato, dappoichè parecchi anni indietro ne furono tolti financo i cannoni. Intanto vi fu un momento, in cui nel 1860, Garibaldi voleva attivare a difesa questo vecchio spaldo.”. Il Gallotti, medico, in un suo pregevole scritto dell’epoca, riferiva che il Re Gioacchino Murat, visitò il paese per ispezionare il Fortino situato nell’omonima zona, la quale era guarnita di cannoni (5), mentre il Pesce, ricordava che, moschetti, cannoni e mortaretti, alcuni dei quali furono mandati nel sec. XVII a guarnire il Fortino presso il mare di Sapri e Vibonati (6). Si trattava di una piccola fortificazione borbonica, costruita ove attualmente si trova il Faro ‘Pisacane’ a Sapri o nei pressi dell’attuale Ospedale civile di Sapri, in località ‘Fortino’, forse rinforzato  durante il decennio Napoleonico sotto il Regno dei francesi di Gioacchino Murat. La ricca documentazione inedita, conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, da me ritrovata e pubblicata nel 1994 (1-3), attesta come anche con il ritorno della Monarchia Borbonica, dal 1819 al 1833, le fortificazioni di Sapri furono oggetto di vari movimenti e lavori di trasformazione rivolti a trasformare i riferimenti costieri come si può vedere anche dal documento (Fig. 7), in mio possesso. Si tratta di una Carta di Passaggio (lasciapassare) rilasciata dall’Intendente borbonico della Provincia di Bari a Giuseppe Immediato, nativo di Sapri. Nel presente studio, pubblichiamo una serie di documenti originali manoscritti e rari tratti dall’Archivio di Stato di Napoli e dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, le cui fotoriproduzioni digitali tratte dagli originali richieste ed ottenuto recentemente. Esse rappresentano parte della documentazione da me rinvenuta oltre trenta anni fa, presso l’Archivio di Stato di Napoli e la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. Nel 1981, ancora studente, iscritto alla Facoltà di Architettura  dell’Università ‘Federico II’ di Napoli, frequentavo spesso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, ed in particolare le due sue Sezioni: la “Napoletana” e “Manoscritti e Rari”, che custodivano diversi documenti inediti che riguardano la nostra storia passata. E’ proprio alla Biblioteca Nazionale di Napoli che trovai una serie di documenti inediti che, in seguito ne pubblicai a stampa su alcune riviste, i resoconti storici in alcuni miei studi, come Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, pubblicato a stampa sulla rivista ‘Progetto‘, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3, 4 (1) (Figg…..) e, quello pubblicato già nel lontano 1987 sulla rivista “I Corsivi”, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“. Molti dei miei studi, in seguito sono stati riassunti nel 1998, allorquando mi occupai della redazione della Relazione di Analisi Urbana:  sull'”Evoluzione storico-urbanistica di Sapri“, redatta per il nuovo Piano Regolatore Generale del Comune di Sapri, di cui fui incaricato e, depositata in Comune. In questi articoli, frutto di studi e ricerche durati anni, pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri e sul Golfo di Policastro ed in particolare alcune carte manoscritte ed inedite da me rinvenute alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. In particolare, rinvenni due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, custoditi presso la Sezione “Manoscritti e Rari“. Questi disegni, da una parte ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, da sempre prima linea di difesa alla conquista del Regno e causa principale dello spopolamento delle sue coste, dall’altra, costituiscono testimonianze che contribuiscono a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca (3).

Un disegno del Genio Militare Napoletano pubblicato da Schmiedt (4)

Già lo studioso Giulio Schmiedt, nel suo studio sui “Antichi porti d’Italia” (4) sui porti della Magna Grecia, pubblicava un interessante disegno Particolare della costa occidentale della baia di Sapri e, scriveva in proposito: “….dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle.” (Fig. 1),  di cui abbiamo ivi pubblicato lo studio “Sapri in due studi di Giulio Schmiedt”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. Nellinteressante disegno di rilievo planimetrico dell’area di S. Croce a Sapri, come doveva apparire al giovane Tenente del Genio Militare Napoletano nel 1819, si vede anche la Torre del Fortino, oggi scomparsa, indicata ove si vede scritto la Marinella (4). Forse proprio il vecchio Fortino di cui ci parla il Gallotti (3) e, di cui fu in seguito proposto il progetto di potenziamento, da noi rinvenuto e che voleva rinforzarlo (Figg. 14-15-16), di cui parlerò più avanti. La batteria costiera preesistente disegnata nello schizzo del 1819 del Tenente C. Blois (Fig. 1), là dove oggi è il Faro “Pisacane” (Fig. 2-3), di fronte all’Ospedale civile di Sapri, è un’antica batteria borbonica costiera che i Borboni volevano rinforzare. Il Genio militare Borbonico – dopo il decennio di occupazione francese diede incarico al Tenente C. Blois, del Genio militare Napoletano, di disegnare lo schizzo del rilievo planimetrico delle preesistenze del luogo, come si vede nella Fig. 1. Il vecchio schizzo eseguito a mano libera nel 1819 dal Tenente C. Blois, pubblicato dallo Schmiedt (4) (Fig. 1), è particolarmente interessante in quanto rappresenta il particolare della batteria costiera di cui più tardi parlerà il Gallotti (3) in un suo pregevole scritto. Nel vecchio schizzo d’epoca Borbonica è riportato il disegno della Torre del Fortino”, segnato nel punto indicato “La Marinella”, a Punta del Fortino, lungo il litorale saprese, dove oggi è il ‘Faro Pisacane’. Si notino i resti delle ‘Cammerelle’ e delle ‘Pilae’, dove è scritto “Antico molo”. Il disegno del Tenente C. Blois (Fig. 1), riporta la sagoma architettonica del Fortino preesistente le cui basi e fondamenta ancora si vedono sotto il Faro “Pisacane”, in località ‘Fortino’, a Punta del Fortino, lungo il litorale saprese, costituendo le preesistenti fondazioni poste sulla scogliera adiacente la battigia del mare (Fig. 3-4).

Località Fortino a Sapri

(Fig. 2) Località Fortino a Sapri – veduta da satellite.

Il Fortino borbonico in località ‘Fortino’ a Sapri

Nel 1891, il Dott. Nicola Gallotti (3), in alcuni suoi scritti su Sapri, riportava interessanti notizie storiche su Sapri e così scriveva: “Devo ricordare, a titolo di cronaca locale, l’esistenza di un vecchio fortino, munito pure un tempo di diversi cannoni, e sito sul lembo occidentale estremo dell’antica Sapri. Ora il Fortino è del tutto smantellato, dappoichè parecchi anni indietro ne furono tolti financo i cannoni. Intanto vi fu un momento, in cui nel 1860, Garibaldi voleva attivare a difesa questo vecchio spaldo. ” (3). Il Gallotti (…), medico, in un suo pregevole scritto dell’epoca, nel suo ‘Sapri nella storia e nella tradizione popolare’, del 1899, cita il vecchio Fortino Borbonico di Sapri e, parlando di Sapri, a p. 16, riferiva che E, oltre, agli accennati Garibaldi, Pisacane – Nicotera, ecc.. che illustrarono con i loro avvenimenti – anche quei di casa Borbone, un tempo, un tempo vi si recarono, e, tra i più autorevoli * (postillava fra tutti quelli che vi vennero”), senza dubbio, annoverato il Re Murat, che volle pure personalmente visitare il nostro amenissimo paese, ma forse più per ispezionare, sotto il rapporto strategico, il così detto Fortino di Sapri, il quale, in quel tempo, era munito pure di cannoni. Degli spaldi di esso però, oggi-dì, si riscontrano appena le parvenze.”. In un altro suo scritto, il Gallotti, scriveva pure: “Gioacchino Murat, visitò il paese per ispezionare il Fortino situato nell’omonima zona, la quale era guarnita di cannoni (3), mentre il Pesce (11), ricordava che, moschetti, cannoni e mortaretti, alcuni dei quali furono mandati nel sec. XVII a guarnire il Fortino presso il mare di Sapri e Vibonati. Dunque, stando alle parole del Gallotti (…), che scriveva nel 1899, a Sapri, il Fortino, non esisteva e, nel 1899  “si riscontrano appena le parvenze.”. Si trattava di una piccola fortificazione borbonica, costruita ove attualmente si trova il Faro “Pisacane” (Figg. 2-3), a Sapri, nei pressi dell’attuale Ospedale civile di Sapri, proprio in località ‘Fortino’,  forse rinforzato  durante il decennio napoleonico, durante il decennio francese e del Regno di Gioacchino Murat e, rinforzato poi in seguito al ritorno della  della monarchia borbonica, dal 1819 al 1833, come attesta la documentazione da noi rinvenuta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli, di cui parleremo (12). Lo Schmiedt (4), scriveva in proposito a Vibonati-Sapri-Maratea: “Dopo il Porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172) elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicam e che il secondo fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino (173).”. Il vecchio Fortino borbonico a Sapri, è stato citato anche da Pifano (13) che sulla scorta di Leopoldo Cassese (14), parlando dello sbarco di Pisacane il 28 giugno 1857,  in proposito così scriveva: “Il punto prescelto per lo sbarco distava dall’abitato circa due chilometri e mezzo ed era altresì lontano dalla località indicata nelle mappe del tempo col nome di Fortino  (chiamata oggi comunemente zona del Villaggio) ove era un posto doganale.”. Lo storico Leopoldo Cassese (14), parlando dello sbarco di Carlo Pisacane, scriveva in proposito: Essendo assente il capo, d. Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Peluso, ne prese il comando d. Giuseppe Gallotti, il quale lasciava una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino.”. 

Punta Fortino a Sapri

(Fig. 3) Punta del Fortino in località Fortino a Sapri – veduta da satellite.

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(Fig. 4) Attanasio F., Faro Pisacane a Sapri, disegno su carta e carboncino, 1994

La documentazione sulle batterie militari a Sapri scoperta all’Archivio di Stato di Napoli

In questi anni, oltre ad alcuni reperti e alle fonti archivistiche, si è rivelata utile la documentazione inedita, conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, da me rinvenuta e rimasta inedita fino alla mia pubblicazione a stampa in alcuni miei studi nel 1987 e poi nel 1994 (1-12). La documentazione rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli,  attesta non solo come anche con il ritorno della monarchia borbonica, dal 1819 al 1833, le fortificazioni di Sapri furono oggetto di vari movimenti e lavori di trasformazione rivolti a modificare  i riferimenti costieri, come si può vedere anche dal documento (Fig. 4), ma soprattutto, a noi interessa, tale documentazione in nostro possesso, attesta l’esistenza in epoca borbonica e forse ancora preesistente a quel periodo, in località ‘Fortino’ a Sapri, vi fossero delle fortificazioni e delle batterie costiere. Nei primi anni ’80, rinvenni dei documenti d’epoca borbonica che riguardano le batterie costiere e fortificazioni militari del Regno delle due Sicilie nel Golfo di Policastro, Palinuro, Centola ecc.. I documenti sono manoscritti e inediti. Presso l’Archivio di Stato di Napoli, ove restavano conservate, rinvenni la seguente documentazione: pandette Ministero Guerra e Segreteria di Guerra, fasci: 2306, 2409, 1960, 2325, 2364, 2325, 442, 437, Sezione militare, pandette Ministero della Guerra e Segreteria di Guerra, fasci: 442, 437, 1960, 2306, 2325, 2364, 2409, che vanno tutti sotto il nome di Sapri e Piazza di Sapri. Si trattava di una documentazione interessantissima perchè riguardava le fortificazioni e le batterie costiere a Sapri, Palinuro, Centola ecc…e, nel Golfo di Policastro fino ad Agropoli, dell’esercito del Regno Borbonico delle Due Sicilie, nel primo trentennio dell”800. La documentazione che avevo rinvenuto all’Archivio di Stato di Napoli e che avevo già pubblicato in altri miei studi è quella illustrata nelle Figg. 5 e 6 (1-12), che facevano parte di un fondo di n. 13 fogli tratti dal Fondo Ministero Guerra (12), datati Napoli, 3 Aprile 1833, inediti. Uno del 1832 (i fogli numerati 4 e 6), è indirizzato alla Direzione del Genio del Tirreno da D. Francesco Antonio Peluso Sindaco del Comune di Sapri. La documentazione rinvenuta, ci consente di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, da sempre prima linea di difesa alla conquista del Regno e causa principale dello spopolamento delle sue coste, dall’altra, costituiscono testimonianze che contribuiscono a chiarire alcuni aspetti della progettazione e del rafforzamento militare dell’epoca nelle nostre zone costiere (6). Due dei 13 fogli, datati 1832 (quelli numerati 4 e 6 – Figg. 5 e 6), indirizzati alla Direzione del Genio del Tirreno da D., sono due processi Verbali stilati nel 1832 a Sapri dal Commissario di Guerra della Piazza di Sapri del Regno delle due Sicilie in epoca borbonica, Don Francesco Antonio Peluso Sindaco di Sapri che effettuava la disdetta di alcuni locali di proprietà del Barone Palamolla di Torraca, “tenuti in affitto dalla Guerra per uso di Magazzino delle Munizioni di Artiglieria”. I locali di proprietà del Barone Decio Palamolla, erano stati affittati dal Genio militare Napoletano che li avevano adibiti a Caserma e spalto difensivo. Dal documento si evince che detti locali erano muniti anche di batterie, essendovi munizioni, e quindi doveva essere un piccolo fortilizio armato (Figg. 5-6). Per questa documentazione, si rimanda al mio studio ivi pubblicato: “I disegni e le carte inedite del Genio militare napoletano, da me scoperte all’Archivio di Stato di Napoli.” e, “I disegni e le carte inedite del Genio militare napoletano, da me scoperte alla Biblioteca Nazionale di Napoli.”

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(Fig. 5) Foglio n…. della documentazione inedita, da me scoperta all’ASN, riguardante le fortificazioni militari di Sapri, durante la dominazione Borbonica ai primi dell”800 (12)

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(Fig. 6) Foglio n. 4 della documentazione inedita, da me scoperta all’ASN, riguardante le fortificazioni militari di Sapri, durante la dominazione Borbonica ai primi dell”800 (12)

I documenti acquisiti recentemente presso l’Archivio di Stato di Napoli

Pubblichiamo pure due documenti inediti, datati 1832, simili a quelli delle Figg. 3 e 4, di cui abbiamo acquisito solo recentemente le fotoriproduzioni dagli originali conservati all’Archivio di Stato di Napoli (12). Si tratta di documenti manoscritti e inediti,  riguardante le fortificazioni militari di Sapri ai primi dell”800 e, del Genio Militare Napoletano Borbonico e, che fanno parte di un fondo e documentazione che vanno tutti sotto il nome di Sapri” e “Piazza di Sapri“, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, Sezione militare, pandette Ministero della Guerra e Segreteria di Guerra, fascio 2325 relativo agli edifici militari”, del fascicolo 627, datato 9 marzo 1833 contenente due sottofascicoletti aventi ad oggetto “Piazza di Sapri, esercizio 1832″. In particolare quelli delle Figg. 5 e 6, fanno parte di un fondo di n. 21 fogli tratti dal Fondo Ministero Guerra, fascio 2325, (inc. 1609?), indirizzato alla Direzione del Genio del Tirreno da D. Francesco Antonio Peluso Sindaco del Comune di Sapri: “Processo verbale di continuazione di fitto per l’anno 1832 di un locale in Sapri di proprietà del Sig. Barone Pallamolla, per uso di magazzino delle munizioni di artiglieria” il primo, e “[…] per uso di caserma di artiglieria” il secondo.”  Per questa documentazione, si rimanda al mio studio ivi pubblicato: “I disegni e le carte inedite del Genio militare napoletano, da me scoperte all’Archivio di Stato di Napoli.” (12).

8 - Sapri

(Fig. 7) Documento della documentazione inedita, da me scoperta all’ASN, riguardante le fortificazioni militari di Sapri, durante la dominazione Borbonica ai primi dell”800 (12)

5 - Sapri

(Fig. 8) Documento della documentazione inedita, da me scoperta all’ASN, riguardante le fortificazioni militari di Sapri, durante la dominazione Borbonica ai primi dell”800 (12)

20 - Sapri

(Fig. 9) Documento della documentazione inedita, da me scoperta all’ASN, riguardante le fortificazioni militari di Sapri, durante la dominazione Borbonica ai primi dell”800 (12)

16 - Palamolla terra in Salerno

(Fig. 10) Documento della documentazione inedita, da me scoperta all’ASN, riguardante le fortificazioni militari di Sapri, durante la dominazione Borbonica ai primi dell”800 (12)

Carta di passaggio (lasciapassare) per un cittadino Saprese

La Fig. 9, illustra un lasciapassare o ‘Carta di Passaggio’, datato 24 dicembre 1838, rilasciato dall’Intendente borbonico della Provincia di Bari a Giuseppe Immediato nativo di Sapri.

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(Fig. 9) Lasciapassare del 1838 o ‘Carta di Passaggio’, rilasciata a Giuseppe Immediato di Sapri (Archivio Storico Attanasio).

I disegni da me scoperti alla Biblioteca Nazionale di Napoli

Nel 1982, ancora studente, iscritto alla Facoltà di Architettura  dell’Università ‘Federico II’ di Napoli, frequentavo spesso la Biblioteca Nazionale di Napoli che, al suo interno ed in particolar modo nelle due sue Sezioni: la “Napoletana” e “Manoscritti e Rari“, custodiva diversi documenti inediti che riguardano la nostra storia passata. E’ proprio alla Biblioteca Nazionale di Napoli che trovai una serie di documenti inediti che, in seguito ne pubblicai il resoconto storico in alcuni articoli su alcune riviste, come “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, pubblicato a stampa sulla rivista ‘Progetto‘ (1) e, quello pubblicato già nel lontano 1987 sulla rivista ‘I Corsivi’, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi” che, in seguito pubblicai nel 1998 nella relazione “Evoluzione storico-urbanistica di Sapri“, redatta per il nuovo Piano Reglatore Generale del Comune di Sapri, di cui fui incaricato e, depositata in Comune. In questi articoli, frutto di studi e ricerche durati anni, pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri tratte da alcuni disegni e documenti inediti.

L’antica Batteria a Sapri in località Fortino in uno schizzo a mano libera del Genio Militare Napoletano

In alcuni miei articoli a stampa (1) e studi (1), pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri. In particolare, pubblicai dei saggi su due disegni manoscritti inediti, da me scoperti e tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari’ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli (2) (Figg. 10-11-14-15-16). Questi disegni (2), da una parte costituiscono una testimonianza che contribuisce a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca su queste terre, da sempre in prima linea per la difesa o la conquista del Regno di Napoli Angioino ed Aragonese prima e del Regno delle due Sicilie dei Borboni in seguito, ma ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, ed in particolare del centro abitato di Sapri all’epoca dell’occupazione napoleonica del Regno delle due Sicilie.

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(Fig. 10) ‘Croquì di Sapri’, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Sezione “Manoscritti e rari” della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (2)

Si tratta di uno dei due disegni (2) tratti da una ricca documentazione grafica e topografica, redatta dal corpo del Genio Militare Napoletano Murattiano, nel decennio francese (1806-1815), del Regno delle due Sicilie. In particolare, il disegno manoscritto quì riportato in Fig. 10, riporta la scritta: Croquì di Sapri”. Il significato in lingua francese di ‘croquis‘ o croquì o croqui è ‘schema o schizzo‘ (Fig. 10). Questo disegno documenta la particolare attività di rilievo lungo la costa del litorale saprese a fini militari, sia durante il decennio francese (1806-1815), durante il breve periodo di occupazione napoleonica, con Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo e, il programma di organizzazione strategico militare che promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la progettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. E’ un disegno manoscritto, una sorta di schizzo disegnato a mano libera e in bianco e nero con inchiostro su carta, redatto all’impronta su carta bianca, di dimensioni cm. 27,5 x 28, senza indicazione di scala che, documenta l’assetto topografico ed urbano di Sapri e della baia, agli inizi dell’800 ed illustra una sommaria veduta planimetrica di Sapri, della baia, del porto naturale e del suo immediato entroterra. Nello schizzo planimetrico, una veduta planimetrica d’insieme e dall’alto di Sapri all’epoca. In esso vengono riportate alcune informazioni utili alla ricostruzione urbana del paese del tempo – primo decennio dell”800. Nello schizzo (Fig. 10), viene indicata una batteria costiera che esisteva sul lato occidentale del paese (Fig. 11). Si vede l’orografia del sito, con l’indicazione della larghezza della baia naturale a mare (T. 200), l’indicazione dei contorni (litorale saprese), dei toponimi dei luoghi e dei torrenti, con la dislocazione delle fortificazioni esistenti e quelle proposte. In basso a sinistra vi è, la scritta ‘Croquì di Sapri’, in basso a destra vi è riportata una leggenda: “C. Batteria proposta’, posta all’altezza della contrada del ‘Rosario’ ad occidente, ‘D. Ridotto, idem’; E. F. idem; A.B. linea del buon ancoraggio.“. All’interno dello schizzo si vede ad oriente una T. Scialandro e dall’altra parte ad occidente un’ antica batteria con una ‘T. Buondormire‘, (la Torre del Buondormire), torre cavallara Vicereale oggi scomparsa ma che doveva essere posta dove attualmente si trova l’Ospedale civile di Sapri o dove oggi si vede il Faro Pisacane, presso l’omonima località ‘Fortino’. Inoltre si vede come la strada di comunicazione con l’interno fosse la vecchia postale borbonica che risaliva a Torraca e da li a Vibonati.

La Torre costiera detta “Torre del Buondormire” a Sapri

E’ molto probabile che il luogo fosse lo stesso dove nel ‘600 vi era una Torre di avvistamento costiera detta la ‘Torre del Buondormire’, come si può ben vedere rappresentata nel disegno del Genio militare francese, inedito e da noi scoperto di Fig. 8 (partilare tratto dallo schizzo di Fig. 10, di cui parliamo in un altro nostro studio ivi pubblicato. Nel 1815 la Torre del Buondormire era ancora visibile tanto che il Romanelli (5), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (5). Della Torre del Buondormire, ne ha parlato anche l’Antonini (6) ed il Gallotti (3) in seguito.

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(Fig. 11) Particolare dello schizzo ‘Croquì di Sapri’ eseguito dal  Genio militare Napoletano, disegno a mano libera – particolare della Batteria costiera “antica Batteria” e della “Torre Buondormire” (2)

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(Fig. 12) Particolare tratto dalla Carta manoscritta e inedita “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2., da me scoperta e da me pubblicata nellAnalisi: “Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“,per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1978 (1)

Nel 1813, il progetto: “Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata Torricella” del Sotto Direttore della Fortificazione Salati, funzionario del Genio militare dell’Esercito Murattiano

Questi disegni e carte sono state tratte da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti ad un Fondo non inventariato appartenente all’ex Biblioteca Provinciale di Napoli, oggi custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari‘ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli – B.N.N. Sezione ‘Manoscritti e Rari’ ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2) idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3). Si veda nota bibliografica (160), dello studio per il P.R.G. del Comune di Sapri (1). Il progetto, illustrato in Figg……., è collocato come segue: coll. Ba 25a (32. I resoconti storici e bibliografici della documentazione in questione, sono stati da me pubblicati nello studio: “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, stà in “Progetto”, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3-4 (Figg. 6-7). Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro A., op. cit. (8). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro, e fa una buona disamina di questo carteggio inedito conservato alla BNN. Il disegno a colori acquerellato su carta ( Figg……), Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata TorricellaVi è la pianta topografica di Sapri e de suoi contorni” (Fig……). Si tratta di un progetto del Colonnello Costanzo del Genio militare Napoletano dell’Esercito del Regno delle due Sicilie, per la costruzione di un fortilizio con batteria di cannoni dove oggi si vede il Faro Pisacane o forse nel luogo dove oggi sorge l’Ospedale Civile di Sapri. Non sappiamo se la costruzione militare progettata dal Genio Militare fosse mai stata realizzata. Il disegno a colori ed acquerellato, di dimensioni 25 x 41, è inserito in un doppio riquadro, di cui all’interno più spesso, con sopra a sinistra l’indicazione di un numero 6; in alto a sinistra vi è indicato una leggenda, e a destra il ‘ Profilo della linea A B C ‘; in basso a sinistra vi è indicata la ‘scala per la pianta‘ che è di mm. 68= 22 mt.; in basso al centro, vi è riportata la firma del Colon. Dir. del Genio/ /Costanzo’, che Adriano Caffaro (….), apprendiamo essere stato nel 1813, preposto a Direttore del Genio militare dell”Esercito’ (….) francese nel Regno delle Due Sicilie, dopo la divisione del Genio militare. Si tratta di un disegno (….) tratto da una ricca documentazione grafica e topografica, redatta dal corpo del Genio Militare Napoletano Murattiano, nel decennio francese (1806-1815), del Regno delle due Sicilie. Nel 1989, alcuni disegni e carte simili, circa dieci anni dopo la mia scoperta furono pubblicate da Caffaro Adriano (….), op. cit. (…). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro, e fa una buona disamina di questo carteggio inedito conservato alla BNN. Anche in questo caso, come pure nel “Croquì di Sapri”, il disegno acquerellato in questione del progetto Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata TorricellaVi è la pianta topografica di Sapri e de suoi contorni, non è datato e, non vi è scritto nulla a riguardo una possibile datazione. Sul disegno (Fig…..) è scritto: “Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata Torricella – Vi è la pianta topografica di Sapri e de suoi contorni‘ “ e, poi anche: “V (vedi) B = Colon.lo Dir. del Genio/ /Costanzo”. Nell’intestazione questo disegno o progetto è scritto pure “vedi la pianta topografica di Sapri e dè suoi contorni”. Queste le uniche informazioni sul documento. Per una possibile datazione dell’opera, del documento in questione ho cercato di confrontare simili documenti che nel lontano 1989, circa dieci anni dopo il mio rinvenimento alla BNN pubblicò Adriano Caffaro (…), nel suo “Le fortificazioni della costa cilentana attraverso alcuni disegni inediti”. Infatti, il Caffaro (…), pubblicò i documenti simili che riguardavano solo le batterie esistenti o da costruirsi sulla costa da Palinuro ad Agropoli. Nel suo pregevole studio Adriano Caffaro (….) pubblicò questi documenti riguardanti le batterie da Agropoli e Palinuro, tralasciando quelli esistenti da Palinuro fino alla Calabria e si rifece in parte alle citazioni contenute da Mario Vassalluzzo (…). Infatti, Adriano Caffaro (…), nel suo testo citato cita il Colonnello del Genio Costanzo, che dal nostro documento pare sia l’autore del progetto in questione. Caffaro (…) a p. 25, in proposito scriveva che: “Estendendo la nostra indagine ad altre località fortificate della costa cilentana, troviamo un interessante disegno a colori di mm. 425 x 310, senza indicazione di scala, segnato B a 21 853, di epoca murattiana, raffigurante il porto degli Infreschi presso Camerota. La ‘Pianta figurativa del porto degli Infreschi’ è inserita in un doppio riquadro, di cui l’esterno più spesso. In basso a destra è la firma ‘Il Diret. Colon. o del / Genio Costanzo (14).”. Passaggio interessantissimo. Dunque, il disegno non è lo stesso nostro e non è neanche simile ma il Caffaro cita il colonnello Costanzo per un disegno della stessa epoca a Palinuro. Il Caffaro (…) a p. 25 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cfr. F. Barra, ‘Cronache del brigantaggio meridionale 1806-1815, Salerno-Catanzaro, 1981, pp. 123-125. Il corpo del Genio fu diviso nel 1813 in due parti: Genio dell’esercito al quale fu preposto Costanzo e Genio dell’armata attiva Colletta (N. Cortese, ‘Corpi e scuole militari dell’esercito napoletano dal 1806 al 1815, Estr. “Rassegna Storica Napoletana”, a. I, n. 4, 1933, pp. 27-28.”. Dunque, il Caffaro in questo caso, parlando del Genio Militare Napoletano all’epoca di Gioacchino Murat, cita Francesco Barra (…) e Nicola Cortese (…) e scriveva che nel 1813 il Colonnello Costanzo fu preposto al corpo del Genio dell’Esercito. Ma la cosa più interessante è l’autore del progetto. Si tratta dell’Intendente Salati, dipendente dall’ufficio del Genio dell’Esercito Colonnello Costanzo. Infatti, sul disegno in questione è scritto: “Il Sotto Dirett: Salati”. Infatti, sempre dal Caffaro apprendiamo a p. 38 che: “Il disegno a colori, firmato Il Tenente Marotti / Col mio Intervento / Il Sotto Direttore della Fortificazione Salati. Il Direttore Colonnello del Genio Costanzo, ecc…”, per un disegno simile, un progetto di una batteria da costruirsi a Palinuro.

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(Fig. 14) Disegno di Progetto: “Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata Torricella – Vi è la pianta topografica di Sapri e de suoi contorni‘ “, progetto di un fortino da costruirsi a Sapri, disegno del Genio militare francese, a firma del ‘Colon. Dir. del Genio/ /Costanzo’ (2), epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Biblioteca Nazionale di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari‘ (2).

Non sappiamo se il progetto del Genio militare Napoletano (Figg. 14-15-16), fosse stato mai realizzato o fosse stato proposto per rinforzare un fortino borbonico preesistente nei pressi della Torre di Buondormire, che si trovava dove attualmente si trova il presidio ospedaliero di Sapri o dove attualmente si trova il Faro di Sapri. In quell’area di Sapri, doveva già trovarsi un piccolo Fortino munito di cannoni come ci ricorda il Gallotti (3) ed il Pesce (11) e, come si può vedere nel rilievo del Ten. C. Blois (Fig. 1)(4), del 1819,  che cita una Torre del Fortino (che doveva essere la Torre del Buondormire), oggi scomparsa. Riguardo i Fortini o batterie presenti a Sapri nell”800, il particolare (Fig. 11), tratto dallo schizzo (Fig. 10) da noi rinvenuto e pubblicato, cita all’estremo lembo della baia di Sapri, ad occidente, un’ ‘antica batteria’ e  una ‘T. Buondormire‘ , la Torre del ‘Buondormire’, torre costiera e marittima di avvistamento, oggi scomparsa, ma costruita molto prima della costruzione delle Torri costiere fatte costruire dai Vicerè Spagnoli alla fine del ‘500, come la Torre dello Scialandro, del Lubertino e di Capobianco a difesa delle coste. La Torre detta  del “Buondormire”, si trovava dove attualmente è l’Ospedale civile di Sapri o dove si trova il Faro ‘Pisacane‘ (Figg. 2-3). Sarebbe interessante guardare i progetti dell’Ospedale, realizzato “sulla collina nominata Torricella”, forse il rilevato stradale o collinetta dove attualmente sorge l’Ospedale di Sapri. Infatti è lì che ai primi dell”800, sorse un piccolo ‘Villaggio’. Dalla leggenda dello schizzo “Croquì di Sapri” (Fig. 10-11), posta in alto a sinistra, si evince che al punto ‘C’ = Batteria Proposta’, “alt. del Rosario’,  veniva proposta la costruzione di una nuova Batteria, la costruzione di un nuovo Fortino dotato di batteria di cannoni posto su un’altura detta ‘del Rosario’ che doveva trovarsi sopra la località ‘Fortino’. Si trattava forse proprio della nuava batteria di cui abbiamo i disegni di progetto del prospetto principale (Figg. 14-15-16).

particolare del Fortino

(Fig. 15) Particolare del Progetto di Fig. 10 (2).

particolare del Fortino - Copia

(Fig. 16) Particolare del Progetto illustrato in Fig. 10 (2).

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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(Fig. 17) Attanasio F., Le fortificazioni primo-ottocentesche del litoralesaprese attraverso alcuni disegni inediti”, pubblicato sulla rivista a stampa ‘Progetto‘, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3, 4 (1).

(2) (Figg. 10-11-12-14-15-16) Questi disegni e carte sono state tratte da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti ad un Fondo non inventariato appartenente all’ex Biblioteca Provinciale di Napoli, oggi custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari‘ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli – B.N.N. Sezione ‘Manoscritti e Rari’ ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2) idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3). Si veda nota bibliografica (160), dello studio per il P.R.G. del Comune di Sapri (1). Lo schizzo Croquì di Sapri” (Figg. 10-11), ha la seguente collocazione: coll. Ba 25a  (71. e 2, mentre il progetto, illustrato in Figg. 14-15-16, è collocato come segue: coll. Ba 25a (32. I resoconti storici e bibliografici della documentazione in questione, sono stati da me pubblicati nello studio: “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, stà in “Progetto”, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3-4 (Figg. 6-7). Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro A., op. cit. (8). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro, e fa una buona disamina di questo carteggio inedito conservato alla BNN.

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(3) Gallotti Nicola, Sapri nella storia e nella tradizione popolare, Napoli, Tip. G. Golia, 1899, pp. 39-40. Si veda pure Gallotti Nicola, Condizioni igienico sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lagonegrese, 1891; si veda pure: L’Acqua potabile di Sapri – ricordi per il Dott. Nicola Gallotti, Tip. Francesco Graniti, Napoli.

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(4) Schmiedt G., ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia’, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79 (Archivio Attanasio)

(Fig. 1) “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, tratto da Giulio Schmiedt, op. cit., p. 78-79. Schmiedt, alla nota 173 di p. 78, scrive in proposito: “un vecchio schizzo eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”. Il disegno originale è conservato all’I.G.M. di Firenze – Nuovo Archivio, Sede S. Marco, classificazione catastale, 75-11, armadio 93, cartella 82, doc. n. 52, scans. 93 (Archivio Attanasio)

(5) Romanelli Domenico, Antica topografia Istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815, Stamperia Reale, ristampa de: Il Cilento, Paestum e il Picentino, a cura di La Greca F., ed. Galzerano, 1990, p. 101.

(6) Antonini Giuseppe, La Lucania, I Discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1795, parte II, disc. XI, p. 430 e p. 435.

(7) Colletta Pietro, Storia del Reame di Napoli dal 1734 sino al 1825, Tomo III, Capolago, Tip. Elvetica, 1834, p….

(8) Caffaro Adriano, Le prime fortificazioni della costa cilentana, ed. Palladio, 1989. Vedi anche: Caffaro A., Le fortificazioni primo-ottocentesche della costa Cilentana attraverso alcuni disegni inediti, ed. Palladio, Salerno, 1989. Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro A., op. cit. (8). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro.

(9) Barra Francesco, Cronache del brigantaggio meridionale 1806-1815, Salerno-Catanzaro, 1981, pp. 123-125

(…) Cortese N., Corpi e scuole militari dell’esercito napoletano dal 1806-1815, Estratto da “Rassegna storica Napoletana”, a. I, n. 4, 1933, pp. 27-28

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(10) (Fig. 12) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita, fu da me pubblicata nellAnalisi: “Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“,per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1998 (1).

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(11) Pesce Carlo, Costabile Carducci, Il dramma d’Acquafredda – Conferenza per un episodio della Rivoluzione Napolitana del 1848, Napoli, 1895, Stabilimento Tipografico – Palazzo della Cassazione, p. 9 e s. Gran parte delle notizie storiche ivi riportate sono state tratte dall’Archivio del Tribunale di Lagonegro (PZ) (Archivio Attanasio)

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(12) Avv. Pesce Carlo, Storia della Città di Lagonegro, Reale Stabilimento Tipografico Pansini, Napoli, 1913, pp. 200 e sgg. (Archivio Storico Attanasio); vedi pure ristampa anastatica, ed. Neograf, Lagonegro (PZ) (Archivio Attanasio)

(13) (Figg. 5-6-7-8) Le immagini illustrano la documentazione fotoriprodotta digitalmente, recentemente acquisita presso l’Archivio di Stato di Napoli. Nel corso dei miei studi e frequentazioni presso l’Archivio di Stato di Napoli, oltre trent’anni fa, rinvenni dei documenti d’epoca borbonica che riguardano le batterie costiere e fortificazioni militari del Regno delle due Sicilie nel Golfo di Policastro, Palinuro, Centola e Sapri. Si tratta di documenti manoscritti e inediti. Della documentazione rinvenuta all’ASN, nel lontano 1987, eseguii delle copie in b/n (Figg. 5-6). Tale documentazione era del tutto inedita e la pubblicai a stampa su alcuni miei studi (1). Recentemente, ho chiesto all’Archivio di Stato di Napoli di acquisirne le fotoriproduzioni digitali degli originali. In seguito, l’Archivio di Stato di Napoli, mi ha inviato le fotoriproduzioni in digitale della documentazione che ivi pubblico (Figg. 7-8) che è simile a quella che rinvenni e pubblicai negli anni ’80.  I documenti rinvenuti all’epoca, erano in bianco e nero e, sebbene facessero pare dello stesso fondo d’Archivio, sono differenti da quelli acquisiti recentemente, che pure sono inediti e che pure riguardano lo stesso fondo d’archivio. In particolare, i documenti rinvenuti negli anni ’80 (Fig. 8), facevano parte di un fondo di n. 13 fogli tratti dal Fondo Ministero Guerra, fascio 2325, inc. 1609. In particolare, tra quelle carte, vi è una datata Napoli, 30 Settembre 1832, indirizzata alla Direzione del Genio del Tirreno da D. Francesco Antonio Peluso Sindaco del Comune di Sapri. Tutti si trovano conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, ove rinvenni la seguente documentazione: pandette Ministero Guerra e Segreteria di Guerra, fasci: 2306, 2409, 1960, 2325, 2364, 2325, 442, 437, Sezione militare, Segreteria di Guerra, fasci: 442, 437, 1960, 2306, 2325, 2364, 2409, che vanno tutti sotto il nome di Sapri e Piazza diSapri. I documenti citati, andavano sotto la segnatura di fascio 2325, inc. 1609. Recentemente, ho chiesto all’Archivio di Stato di Napoli, di ottenere le fotoriproduzioni digitali che mi sono state inviate ma, sebbene siano simili e di grande interesse per Sapri e le sue fortificazioni militari, essi sono diversi. Ecco cosa ci ha scritto la dott.ssa Orciuoli: Gentile Studioso, in riferimento alla Sua richiesta si comunica che sono stati consultati i fasci nn. 437, 442, 2306, 2325, 2409, mentre i fasci 1960 e 2364 sono risultati mancanti. In particolare, il fascio 437, contenente un solo fascicolo, riguarda le pensioni; il fascio 442, le richieste di licenza e approvazione di matrimoni; i fasci 2306 e 2409 sono relativi rispettivamente a Difesa della frontiera e delle coste (Pescara,  Civitella delTronto, Capua, Gaeta) e alle Piazze di Nola, Brindisi, Messina, Palermo e Napoli. Solo nel fascio 2325, relativo agli edifici militari, oltre che a quelli di Torre Annunziata, Caserta, Castellammare, Baia, Portici, Granatello, Aversa, Otranto, Napoli, è presente un fascicolo 627, datato 9 marzo 1833 contenente due sottofascicoletti aventi ad oggetto “Piazza di Sapri, esercizio 1832, Processo verbale di continuazione di fitto per l’anno 1832 di un locale in Sapri di proprietà del Sig. Barone Pallamolla, per uso di magazzino delle munizioni di artiglieria” il primo, e “[…] per uso di caserma di artiglieria” il secondo.”. Le carte acquisite recentemente ed illustrate nelle (Figg. 7-8), sono documenti che fanno parte della documentazione manoscritta inedita, da me scoperta all’ASN, riguardante le fortificazioni militari di Sapri ai primi dell”800 e, del Genio Militare Napoletano Borbonico e, fanno parte di un fondo e documentazione che vanno tutti sotto il nome di Sapri” e “Piazza di Sapri“, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, Sezione militare, pandette Ministero della Guerra e Segreteria di Guerra, fascio 2325 “relativo agli edifici militari”, del fascicolo 627, datato 9 marzo 1833 contenente due sottofascicoletti aventi ad oggetto “Piazza di Sapri, esercizio 1832, Processo verbale di continuazione di fitto per l’anno 1832 di un locale in Sapri di proprietà del Sig. Barone Pallamolla, per uso di magazzino delle munizioni di artiglieria” il primo, e “[…] per uso di caserma di artiglieria” il secondo.”.

(14) Pifano Cesare, Pisacane, da Sapri a Sanza, ed. Galzerano, Casalvelino Scalo (SA), 1977, p. 38 (Archivio Attanasio)

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(15) Cassese Leopoldo, La Spedizione di Sapri, ed. Laterza, Bari, B.C.M., 1969, p. 52

(16) Maldonato Franco, Teste mozze – Romanzo storico, ed. Iride, Soveria Mannelli, 2015

(17) Scarfone Antonio, “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in ‘Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA.

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(18) Fischietti Gaetano, Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss. (Archivio Attanasio)

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(19) Bilotti Paolo Emilio, La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, Salerno, Stab. Tip. Fratelli Jovine, 1907 (Archivio Attanasio), p. 195

(….) (Fig…..) Carta geografica di Mario Cartaro e Stelliola, in cui vengono segnate le Torri Vicereali costiere costruite dai Vicerè Spagnoli

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(…) Cassese Leopoldo, La “Statistica” del Regno di Napoli del 1811 – Relazioni sulla provincia di Salerno, Salerno, 1955

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(…) Beguinot Corrado, Il Cilento – Problemi urbanistici, ed. del Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, collana diretta da Ruggero Moscati, VIII, Napoli, 1960 (Archivio Attanasio)

(…) Valente A., Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino (1965), 1976

(…) Acciarino Mario, ‘Segreteria di guerra e marina, ramo guerra. Inventari dei documenti riguardanti gli edifici militari e le fortificazioni. Anni 1753-1823, Napoli, Archivio di Stato, 1974 (Archivio Attanasio)

(….) Cisternino Riccardo, Torri costiere e Torrieri del Regno di Napoli (1521-1806), Istituto Italiano dei Castelli, Roma, 1977, edizione realizzata da ‘Typos di Lissone’, 1978 (Archivio Attanasio), contiene anche un saggio di Vittorio Faglia

Gli Eboli di Sapri e Don Gennaro, primo parroco di Sapri

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(Fig. 1) Lapide marmorea con epitaffio nell’ambulacro della Chiesa dell’Immacolata in Piazza del Plebiscito a Sapri. Sulla lapide è inciso l’ epitaffio in ricordo del Vice-Console Britannico D. Antonio Peluso, posta nell’ambulacro della Chiesa dell’Immacolata. La lapide ricorda anche l’elogio funebre del mio avo, il sacerdote Don Giovanni Eboli

La discendendenza con gli Eboli, miei avi

La famiglia Eboli è stata un’antica famiglia di Sapri e di antichissime origini. Pietro Ebner (…), in un suo famoso scritto, cita gli Eboli tra i partecipanti alla famosa Congiura di Capaccio filo papale e ordita nel Salernitano nell’anno 1242 contro l’Imperatore Federico II di Svevia, padrone della Sicilia. La madre di mia nonna paterna Rosa Pasquale era Teresa Eboli. La mia discendenza con gli Eboli è dovuta a mia nonna paterna, Rosa Maria Pasquale, era figlia  di Teresa Eboli, che mia zia paterna Maria Attanasio chiamava vava’, termine dialettale grecismo o di chiara derivazione greca che, sta per indicare la nonna o la bisnonna. Teresa Eboli era la mia bisnonna paterna. Teresa Eboli era figlia del fu Francesco Eboli (padre) e di…………………… Il padre della mia bisnonna Teresa Eboli, Francesco Eboli, aveva avuto tre figli: Nicola, Teresa e Concetta. Il fratello di Francesco Eboli, era l’Arciprete di Sapri Nicola Eboli, che si incaricò di fare studiare a Napoli, suo nipote Nicola Eboli – fratello della mia bisnonna Teresa – che poi in seguito si laureò in medicina e sposò una sua cugina, Giuseppina Mileo figlia di Ferdinando Mileo. La mia bisnonna paterna, Teresa Eboli, viveva a Sapri con il fratello Pompeo e con la figlia Rosa Pasquale. Suo marito Francesco Pasquale era emigrato in Brasile a Porto Allegre o Manaus. Mia zia mi raccontava che al matrimonio di mia nonna Rosa Pasquale, il padre Francesco, arrivò dal Brasile per le nozze di mia nonna Rosa, sua figlia, e portò oro e mille doni. Ripartendo per il Brasile, Francesco Pasquale non rivide mai più l’Italia a causa della Prima Guerra Mondiale.

Nel 1600, nel Porto di Sapri, Scipione Eboli e Giovanna Rosa

Secondo il sacerdote Luigi Tancredi il primo parroco di Sapri, Don Gennaro Eboli nacque nel 1692 e morì nel 1805. Il Tancredi dice pure che Gennaro nacque dall’unione di Scipione Eboli coniugato con Giovanna Rosa. Scipione Eboli lo ritroviamo anche nel documento del 1719. Se il figlio Gennaro Eboli nacque nel 1692 è molto probabile che il matrimonio tra Scipione e Giovanna si ebbe o lo stesso anno (1692) o l’anno prima (1691). I matrimoni a Sapri vennero offciati dai sacerdoti della chiesa di Torraca di cui però non abbiamo i registri delle nascite. Presso l’Archivio di Stato di Salerno, i registri delle nascite per Torraca iniziano nel 1809.

Nel 1692, nel Porto di Sapri nasce Gennaro Eboli

Secondo il sacerdote Luigi Tancredi il primo parroco di Sapri, Don Gennaro Eboli nacque nel 1692 e morì nel 1805. Il Tancredi dice pure che Gennaro nacque dall’unione di Scipione Eboli coniugato con Giovanna Rosa. Scipione Eboli lo ritroviamo anche nel documento del 1719. Se il figlio Gennaro Eboli nacque nel 1692 è molto probabile che il matrimonio tra Scipione e Giovanna si ebbe o lo stesso anno (1692) o l’anno prima (1691). I matrimoni a Sapri vennero offciati dai sacerdoti della chiesa di Torraca di cui però non abbiamo i registri delle nascite. Presso l’Archivio di Stato di Salerno, i registri delle nascite per Torraca iniziano nel 1809. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nella sua “Sapri giovane e antica”, a pp. 72-73 parlando della chiesa parrocchiale di Sapri in proposito scriveva che: “La vita del primo parroco Don Gennaro Eboli, figlio di Scipione e di Giovanna Rosa, fu molto lunga, perchè si protrasse per oltre un secolo. Ebbe una fibra vigorosa e guidò il popolo ecc…”. Sempre il Tancredi a p. 75, nell’elenco dei Sacerdoti di Sapri elenca “D. Gennaro Eboli, 1692-1805”. Dunque secondo il Tancredi il primo parroco di Sapri, Don Gennaro Eboli nacque nel 1692 da Scipione Eboli e dall’unione di Giovanna Rosa.

Nel 9 maggio 1714, il chierico Gennaro Eboli, il fratello Matteo, il padre Scipione Eboli, la madre Giovanna Rosa in un verbale di Visita Pastorale del Vescovo Andrea De Robertis

Sulle origini del prete, mio avo, Gennaro Eboli vi sono alcune notizie. La notizia di un chierico “accolito” Gennaro Eboli del Porto di Sapri è tratta da un documento diocesano che vedremo in seguito. Nel 1888, il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, fa luce su un documento del 9 maggio 1714 citato dal vescovo di Policastro Mons. Laudisio (….) nella sua ‘Synopsi’. Il Gaetani (…), nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, a pp. 41-42 in proposito scriveva che: “Io so che Sapri nel 1714, nello stato di anime segnava 345 persone, oltre tre case di Vibonati, e che in Torraca, in questo stesso anno, si presentò alla sacra visita di Monsignor De Robertis, l’accolito Gennaro Eboli del porto di Sapri, e presentò le bolle di ordinazione e fu approvato pel Suddiaconato (1); ecc…”. Il Gaetani (…) a p. 41, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio de Robertis, 9 maggio 1714: Visitavit Acolythum Januarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras Testimoniales suorum ordinum et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”. Inoltre il Gaetani (…), sulla base del documento conservato alla Curia Vescovile di Policastro dice che nel 1714 si presentò davanti al Vescovo Mons. Andrea De Robertis “l’accolito Gennaro Eboli del Porto di Sapri”. Dunque, secondo il documento diocesano del 9 maggio 1714, redatto in occasione della visita pastorale a Sapri del vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis, a Sapri esisteva un chierico chiamato Gennaro Eboli. Secondo questo documento, il chierico di Sapri Gennaro Eboli si presentò al vescovo di Policastro “presentando le bolle di ordinazione e fu approvato pel Suddiaconato”: “(1) Visitatio de Robertis, 9 maggio 1714: Visitavit Acolythum Januarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras Testimoniales suorum ordinum et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”. Secondo il sacerdote Luigi Tancredi (2), parlando della Sapri sacra nel suo libro “Sapri giovane e antica”, riferisce che il primo parroco della Parrocchia della Chiesa dell’Immacolata Concezione di Sapri è stato Don Gennaro Eboli. Il Tancredi, scriveva in proposito: “il primo parroco, D. Gennaro Eboli (41) ebbe vita lunghissima; le sue firme risultano dal 1719 al 1805; sembra incredibile. Possiamo immaginare con quale forza fisica e morale resse questa nuova parrocchia, sebbene piccola, ma di ben diversa dimensione, se nel 1790 contava 1500 anime”. Il Tancredi (2), trae queste notizie da un documento diocesano (3) e, nella sua nota 41 dice: “A.D.P. (Archivio Diocesi di Policastro), SS. Visite Pastorali di A. De Robertis, anno 1714: nello Stato d’anime si rileva che Don Gennaro Eboli, chierico, era figlio di Scipione e di Giovanna Rosa ed aveva un solo fratello, Matteo.”. Dunque, riepilogando le informazioni forniteci dal Laudisio e dal Tancredi, Gennaro Eboli del Porto di Sapri era chierico nel 9 maggio 1714, inizia a firmare documenti come primo parroco di Sapri nel 1719, muore molto anziano nel 1805. Inoltre dal Tancredi sappiamo che Gennaro Eboli era figlio di Scipione Eboli e di Giovanna Rosa ed aveva un solo fratello di nome Matteo Eboli. Nel documento che illustro nella Fig…., in seguito – le famiglie del Porto di Sapri che versarono le decime nell’agosto 1719 per la Madonna dei Cordici – tratto a p. 44 dal Gaetani (….), si legge un Giovanni Antonio Rosa. Forse il fratello della Giovanna Rosa, madre di Gennaro Eboli.  Come si può leggere nel documento dell’agosto del 1719, i cognomi delle famiglie di Sapri o “Portus Saprorum”. Si possono leggere i nomi di alcuni Eboli. Si leggono i nomi di Eboli: Giuseppe, Scipione, Biasi Antonio, Nicola, Francesco, Pietro. Dunque, secondo il documento del 9 maggio 1714, il chierico Gennaro Eboli del Porto di Sapri si presentò al Vescovo. Mi chiedo quanti anni poteva avere Gennaro Eboli ?, una ventina ? ciò potrebbe significare che in un improbabile registro delle anime egli sia nato intorno al 1694.Purtroppo per risalire alla nascita di Gennaro Eboli non è possibile consultare i registri delle nascite per gli anni antecedenti al XVIII secolo perchè essi non esistono. Possiamo vedere di individuare l’atto di morte. Sappiamo che don Gennaro Eboli morì molto vecchio. Purtroppo anche per il documento di morte del 1805 non si trova. Nell’Archivio di Stato di Salerno troviamo i registri dei “morti” per il Comune di “Torraca” dal 1809. Riguardo “Sapri” si trovano i registri dello “Stato della Restaurazione” dove troviamo i registri più antichi di Sapri ma i primi, i “nati” risalgono al 1822. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 40, in proposito aggiungeva che: “La popolazione di Sapri s’incrementò rapidamente nell’arco di due secoli, tanto da superare i 7.000 abitanti. Infatti, dallo stato d’anime, il nucleo saprese documentava 345 unità nel 1714 e 414 nel 1719 (36). Quindi saliva a 508 nel 1726, a 1046 nel 1757 e a 1131 nel 1761 (37)”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (36) postillava che: “(36) Gaetani Rocco, o.p., p. 41.”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (37) postillava che: “(37) A.D.P.: SS. Visite Pastorali di A. De Robertis (Vis. Portus Saprorum)(ann. 1726) e di G.B. Minucci (ann. 1757 e 1761).”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, parlando di Sapri e sulla scorta di Rocco Gaetani (…), a p. 41 in proposito scriveva che: “Da uno stato d’anime del 1714, riportato integralmente dal Parroco D. Daniele Mangia nelle visite Pastorali di Mons. De Robertis, conosciamo che in Sapri vivevano 345 persone, distinte in 65 famiglie, da un minimo di due ed un massimo di 12 membri ciascuna (39).”. Il Tancredi (…), a p. 41, nella sua nota (39) postillava che: “(39) A.D.P.: SS. Vis. Past. di A. De Robertis (9-10) maggio 1714): – Le famiglie denominate, coi rispettivi membri, erano, per casati e cognomi (ceppi genealogici) 32, e cioè: Cannella 2, Nicodemo 1, Calderaro 8, Eboli 6, Cavaliere 1, ecc….(Segue stato completo delle famiglie predette). Nella nota è aggiunto “oltre tre case che dicon esser dè Bonati, e ne pagano la decima”. Il numero dei membri, in assoluto, per famiglie, distinte in casati, è: Barra 8, Bello, 25, ecc…, Eboli 13, ecc…”. Poi a pp. 42-43 il Tancredi riporta uno specchietto con “Lo Stato d’anime di Sapri nel 1714”. Sempre il Tancredi a p. 47, parlando della popolazione e delle famiglie sapresi nel 1714 a seguire, in proposito scriveva che: “Questo nucleo originario comprendeva 68 famiglie, cioè case abitate o focolari domestici, tenendo conto delle tre case di Vibonatesi; solo 7 famiglie erano senza figli, due gruppi di persone vivevano per conto proprio, non coniugati. Le donne vedove, con relative famiglie, erano 8. I casati, distinti dai cognomi, erano 43, come già detto alla nota n. 13. Le origini, come appare chiaramente, erano di Torraca e di Vibonati; qualcuno, come i Maimone e gli Schettino, erano di Trecchina o di Maratea. Ecc..”. Dunque, secondo l’antico documento del 1714: “lo stato d’Anime” citato dal Gaetani e poi dal Tancredi, a Sapri si contavano 13 membri in assoluto della famiglia Eboli. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 71, in proposito scriveva pure che: “Tutto venne eseguito con Bolla Vescovile del 1à settembre 1719 e con strumento rogato dal Notaio Gian Pietro Biscardo di Vibonati (49). ……il primo Parroco fu Don Gennaro Eboli, coadiuvato da Don Francesco Mileo (51).”. Sempre il Tancredi (…) a p. 71 scriveva che: “Don Gennaro Eboli era nativo di Sapri e si era già presentato al Vescovo, recatosi in Visita pastorale a Torraca il 9 maggio 1714, per essere ordinato suddiacono. Nella Pentecoste del 5 giugno 1729, il clero di Sapri aveva, oltre ai due sacerdoti nominati, anche un Diacono, Don Giovanni Battista Calderaro, e due chierici, Biagio La Corte e Antonio Mileo…..La vita del primo parroco di Sapri Don Gennaro Eboli, figlio di Scipione e di Giovanna Rosa, fu molto lunga, perchè si protrasse per oltre un secolo. Ebbe una fibra vigorosa e guidò il popolo, che era in continuo aumento: la popolazione, infatti, saliva da 414 a 1500 unità. Potette redigere di proprio pugno, con scrittura ampia, chiara e ferma tutti i documenti fino al 1805, anno di sua morte.“. Sempre il Tancredi a p. 74 nell’elencare i parroci di Sapri scriveva che: “D. Gennaro Eboli 1719-1805; D. Biagio Antonio La Corte 1806-1818; D. Giovanni Eboli 1819-1834; D. Antonio Eboli 1834-1835; D. Nicola Timpanelli 1836-1857; D. Pietro Timpanelli 1858-1914 ecc…”. Sempre il Tancredi a p. 75, parlando dei “Sacerdoti di Sapri” scriveva che: D. Gennaro Eboli 1692-1805; ecc…”. Dunque, secondo il Tancredi il primo parroco di Sapri, Don Gennaro Eboli nacque nel 1692 e morì nel 1805.

Nel 9 maggio 1714, il chierico Gennaro Eboli e la visita pastorale a Torraca del Vescovo di Policastro, Mons. A. De Robertis

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 594 parlando della ‘Chiesa’ di Sapri in proposito scriveva che: “Sapri fu eretta in parrocchia solo il 1° settembre 1719 da mons. Andrea de Robertis col titolo dell’Immacolata. Nella visita del 1735 non si è notizia di cappelle, nè del clero. Nell’800 vi erano a Sapri solo tre cappelle intra moenia S. Giovanni Battista, S. Antonio di Padova al Timpone e S. Rosario. Nel giugno del 1832 visitò la chiesa mons. Laudisio. Decreto. Ecc..”. Devo far notare in proposito che quando Ebner scriveva che nella visita a Sapri nel 1735 non vi è notizie di cappelle, forse è dovuto al fatto che le cappelle a Sapri esistevano ma appartenevano al clero di Torraca. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), parlando della Sapri sacra nel suo libro “Sapri giovane e antica”, parlando della chiesa dell’Immacolata concezione a Sapri, a p……, nella sua nota (41) postillava che: “A.D.P. (Archivio Diocesi di Policastro), SS. Visite Pastorali di A. De Robertis, anno 1714: nello Stato d’anime si rileva che Don Gennaro Eboli, chierico, era figlio di Scipione e di Giovanna Rosa ed aveva un solo fratello, Matteo.”. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi (….), il documento che contiene alcune interessanti notizie circa l’origine della Chiesa Madre di Sapri, la Chiesa dell’Immacolata concezione sono contenute in un verbale della visita pastorale del vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis, per l’anno 1714. Vediamo in dettaglio la notizia. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi (….), il verbale delle visite pastorali di Mons. De Robertis attesta che nel 1714, don Gennaro Eboli era chierico. Sul documento citato da Laudisio (….), ancor prima del Tancredi ha scritto e fa luce il sacerdote Rocco Gaetani (…). Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, a pp. 41-42 in proposito scriveva che: “Io so che Sapri nel 1714, nello stato di anime segnava 345 persone, oltre tre case di Vibonati, e che in Torraca, in questo stesso anno, si presentò alla sacra visita di Monsignor De Robertis, l’accolito Gennaro Eboli del porto di Sapri, e presentò le bolle di ordinazione e fu approvato pel Suddiaconato (1); ecc…”. Il Gaetani (…) a p. 41, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio de Robertis, 9 maggio 1714: Visitavit Acolythum Januarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras Testimoniales suorum ordinum et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”. Dunque, secondo il Gaetani (….), egli sapeva che nel 1714 Sapri segnava 345 persone. Inoltre il Gaetani (…), sulla base del documento conservato alla Curia Vescovile di Policastro dice che nel 1714 si presentò davanti al Vescovo Mons. Andrea De Robertis “l’accolito Gennaro Eboli del Porto di Sapri”. Dunque, secondo il documento diocesano del 9 maggio 1714, redatto in occasione della visita pastorale a Sapri del vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis, a Sapri esisteva un chierico chiamato Gennaro Eboli. Secondo questo documento, il chierico di Sapri Gennaro Eboli si presentò al vescovo di Policastro “presentando le bolle di ordinazione e fu approvato pel Suddiaconato”: “(1) Visitatio de Robertis, 9 maggio 1714: Visitavit Acolythum Januarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras Testimoniales suorum ordinum et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”. Sempre il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, pubblicato nel 1914, parlando delle origini di Sapri e dei Sapresi, a p. 11 (si veda l’altro a p. 289), in proposito scriveva che: “Lo stato delle famiglie di Sapri nel 1714 segnava 345 anime, oltre tre case di Vibonati e, in quell’anno, 9 maggio, l’accolito Gennaro Eboli, saprese, si presentò al proprio Ordinariato De Robertis che in corso di Santa visita era in Torraca, sottopostosi agli esami, approvato si ebbe, la promozione al sacro ordine del suddiaconato (1).”. Il Gaetani (…) a p. 289 della ‘Fede degli avi nostri ecc…’ , nella sua nota (1) postillava che: “(1) Archivio Bussentino. Visitatio De Robertis, 9 maggio 1714: “Visitavit Acoljtum Ianuarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacra Testimoniales ordinum et fuit appobatus ad Sacrum Bubdiaconatus ordinem”. In un mio scritto, per la nota (9) postillavo che: (9) Gaetani Rocco, op. cit., pp. 42-43, si legge che le Visite pastorali “in dicto loco est necessariissima Cappella, quia confluunt gentes in dicto portu, praeter eos cui permanent”. Al Carafa fu poi intitolata dalla cittadinanza una strada detta appunto Via del Conte“. La chiesa di Sapri fu consegnata a Don Gennaro Eboli, primo parroco di Sapri e mio avo e, coadiuvato da Don Francesco Mileo. Il documento attesta che il primo futuro Parroco di Sapri, don Gennaro Eboli, era figlio di Scipione Eboli e di Giovanna Rosa. Il documento attesta pure che don Gennaro Eboli nel 1714 aveva un fratello chiamato Matteo Eboli. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, a pp. 41-42 in proposito scriveva che: “Io so che Sapri nel 1714, nello stato di anime segnava 345 persone, oltre tre case di Vibonati, e che in Torraca, in questo stesso anno, si presentò alla sacra visita di Monsignor De Robertis, l’accolito Gennaro Eboli del porto di Sapri, e presentò le bolle di ordinazione e fu approvato pel Suddiaconato (1); ecc…”. Il Gaetani (…) a p. 41, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio de Robertis, 9 maggio 1714: Visitavit Acolythum Januarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras Testimoniales suorum ordinum et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”. Dunque, secondo il Gaetani (….), egli sapeva che nel 1714 Sapri segnava 345 persone. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 40, in proposito aggiungeva che: “La popolazione di Sapri s’incrementò rapidamente nell’arco di due secoli, tanto da superare i 7.000 abitanti. Infatti, dallo stato d’anime, il nucleo saprese documentava 345 unità nel 1714 e 414 nel 1719 (36). Quindi saliva a 508 nel 1726, a 1046 nel 1757 e a 1131 nel 1761 (37)”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (36) postillava che: “(36) Gaetani Rocco, o.p., p. 41.”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (37) postillava che: “(37) A.D.P.: SS. Visite Pastorali di A. De Robertis (Vis. Portus Saprorum)(ann. 1726) e di G.B. Minucci (ann. 1757 e 1761).”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, parlando di Sapri e sulla scorta di Rocco Gaetani (…), a p. 41 in proposito scriveva che: “Da uno stato d’anime del 1714, riportato integralmente dal Parroco D. Daniele Mangia nelle visite Pastorali di Mons. De Robertis, conosciamo che in Sapri vivevano 345 persone, distinte in 65 famiglie, da un minimo di due ed un massimo di 12 membri ciascuna (39).”. Il Tancredi (…), a p. 41, nella sua nota (39) postillava che: “(39) A. D.P.: SS. Vis. Past. di A. De Robertis (9-10) maggio 1714): – Le famiglie denominate, coi rispettivi membri, erano, per casati e cognomi (ceppi genealogici) 32, e cioè: Cannella 2, Nicodemo 1, Calderaro 8, Eboli 6, Cavaliere 1, ecc….(Segue stato completo delle famiglie predette). Nella nota è aggiunto “oltre tre case che dicon esser dè Bonati, e ne pagano la decima”. Il numero dei membri, in asoluto, per famiglie, distinte in casati, è: Barra 8, Bello, 25, ecc…, Eboli 13, ecc…”. Poi a pp. 42-43 il Tancredi riporta uno specchietto con “Lo Stato d’anime di Sapri nel 1714”. Sempre il Tancredi a p. 47, parlando della popolazione e delle famiglie sapresi nel 1714 a seguire, in proposito scriveva che: “Questo nucleo originario comprendeva 68 famigli, cioè case abitate o focolari domestici, tenendo conto delle tre case di Vibonatesi; solo 7 famiglie erano senza figli, due gruppi di persone vivevano per conto proprio, non coniugati. Le donne vedove, con relative famiglie, erano 8. I casati, distinti dai cognomi, erano 43, come già detto alla nota n. 13. Le origini, come appare chiaramente, erano di Torraca e di Vibonati; qualcuno, come i Maimone e gli Schettino, erano di Trecchina o di Maratea. Ecc..”.

Nel 1719, Don Gennaro Eboli, primo Parroco della Parrocchia dell’Immacolata a Sapri

Il sacerdote Luigi Tancredi (2), parlando della Sapri sacra nel suo libro “Sapri giovane e antica”, riferisce che il primo parroco della Parrocchia della Chiesa dell’Immacolata Concezione di Sapri è stato Don Gennaro Eboli. Il Tancredi, scriveva in proposito: “il primo parroco, D. Gennaro Eboli (41) ebbe vita lunghissima; le sue firme risultano dal 1719 al 1805; sembra incredibile. Possiamo immaginare con quale forza fisica e morale resse questa nuova parrocchia, sebbene piccola, ma di ben diversa dimensione, se nel 1790 contava 1500 anime”. Il Tancredi (2), trae queste notizie da un documento diocesano (3) e, nella sua nota 41 dice: “A.D.P. (Archivio Diocesi di Policastro), SS. Visite Pastorali di A. De Robertis, anno 1714: nello Stato d’anime si rileva che Don Gennaro Eboli, chierico, era figlio di Scipione e di Giovanna Rosa ed aveva un solo fratello, Matteo.”. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi (….), il verbale delle visite pastorali di Mons. De Robertis attesta che nel 1714, don Gennaro Eboli era chierico. Sul documento citato da Laudisio (….), fa luce il sacerdote Rocco Gaetani (…) ancor prima del Tancredi. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, a pp. 41-42 in proposito scriveva che: “Io so che Sapri nel 1714, nello stato di anime segnava 345 persone, oltre tre case di Vibonati, e che in Torraca, in questo stesso anno, si presentò alla sacra visita di Monsignor De Robertis, l’accolito Gennaro Eboli del porto di Sapri, e presentò le bolle di ordinazione e fu approvato pel Suddiaconato (1); so che nel 1719 lo stesso Vescovo, con autorità ordinaria, eresse la parrocchia, ‘sub invocatione Sanctae Mariae Immaculatae Conceptionis’ , e creò Arciprete il sopradetto D. Gennaro Eboli, il quale nella prima visita pastorale presentò lo stato di anime ascendere a 508, ed un sacerdote, D. Francesco Mileo (2), e che nel 1761, le anime ascendevano a 1131, i preti a sette ed i chierici ad otto: ‘crescit eundo’. Ecc…”. Sempre il Gaetani (…) a p. 41, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio de Robertis, 9 maggio 1714: Visitavit Acolythum Januarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras Testimoniales suorum ordinum et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”. Sempre il Gaetani a p. 41, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Visitatio Personalis Portus Saprorum (Fol. 128). “Visitavit personaliter R. D Januarium Eboli Archipres (r) Novae Parocchialis Ecclesiae sub invocatione San.tae Mariae Immacolatae Conceptionis Portus Saprorum authoritate ordinaria erecta etc: et de anno 1719 ab Ill.mo et Rev. D.no Archiepiscopo de Robertis Ep. Policastren, ut ex Bullis erectionis et provisionis prospective, legitime ecc…”. Questi i due documenti in questione citati dal Gaetani. Sempre il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, pubblicato nel 1914, parlando delle origini di Sapri e dei Sapresi, a p. 11 (si veda l’altro a p. 289), in proposito scriveva che: “Dopo cinque anni (1° settembre 1719) il porto di Sapri contava 414 abitanti “ad numerum quatuor centum quatuordecim insimul cohabitantibus” che con umile preghiera domandarono al Vescovo di essere separati dalla Chiesa di S. Pietro Apostolo di Torraca, per le gravi difficoltà di lontananza e per i pericoli di vie disastrose, che impedivano ai fanciulli, ai mal fermi, ai vecchi di andare e compiere i doveri religiosi nella distante parrocchia. Furono ascoltati, trovate giuste le ragioni, si obbligarono al beneficio di dotazione, con decime, cera, denaro, oltre gli assegni, i proventi e le sovvenzioni di diritto, senza servitù di gius patronato, con istrumento erogato il 4 agosto 1719, dal notaio Gian Pietro Biscardo da Vibonati (2). Si ordinò che la Chiesa Madre fosse eretta nel luogo chiamato “L’Aria del Re”, sub invocatione SS. Conceptionis Virginis Mariae. La piccola popolazione ebbe assegnato alla cura l’Arciprete D. Gennaro Eboli con uffici e diritti propri, rispettando le ragioni del parroco e della Chiesa di Torraca, che permisero lo smembramento e concessero, fino a che non si edificasse la Matrice, il fonte battesimale, la custodia degli olii sacri, e il decente Tabernacolo nella cappella di S. Giovanni……Il popolo del porto di Sapri passò a far corpo a sè ed ebbe chiesa propria, parroco proprio, ma a piè pari il Vescovo fondatore ne saltò la determinazione dei confini: “parochiae certis finibus distinguendae” (Cond. Tride., Sess. 24, Cap. 13).”. Il Gaetani, a p. 289 di La Fede ecc…, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Archivio Bussentino, Bullarium, Fol. 17. Andres Archiepiscopus De Rubertis, Dei et Apostolicae sedis grazia Episcopus Policastren. Bero etiam Terrarum Turris Ursaiae, Castri Rogerii, Feudi Seleucii ecc…”. Con istrumento erogato, il 4 agosto 1719, dal notaio Gian Pietro Biscardo da Vibonati (9), il Vescovo di Policastro Andrea De Robertis ordinò che la Chiesa Madre, la Chiesa dell’Immacolata posta nell’attuale Piazza del Plebiscito, fosse eretta nel luogo chiamato ” l’Aria del Re” che era stato donato per l’occasione dal Conte di Policastro Ettore Carafa che espresse il desiderio che la nuova parrocchia fosse dedicata alla Vergine Immacolata. Dunque, secondo il documento diocesano del 9 maggio 1714, redatto in occasione della visita pastorale a Sapri del vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis, a Sapri esisteva un chierico chiamato Gennaro Eboli. In un mio scritto, per la nota (9) postillavo che: (9) Gaetani Rocco, op. cit., pp. 42-43, si legge che le Visite pastorali “in dicto loco est necessariissima Cappella, quia confluunt gentes in dicto portu, praeter eos cui permanent”. Al Carafa fu poi intitolata dalla cittadinanza una strada detta appunto Via del Conte“. La chiesa di Sapri fu consegnata a Don Gennaro Eboli, primo parroco di Sapri e mio avo e, coadiuvato da Don Francesco Mileo. Il documento attesta che il primo futuro Parroco di Sapri, don Gennaro Eboli, era figlio di Scipione Eboli e di Giovanna Rosa. Il documento attesta pure che don Gennaro Eboli nel 1714 aveva un fratello chiamato Matteo Eboli.

Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39 in proposito scriveva che: “Il primo dei cosiddetti “Baroni di Torraca e Signori del Porto di Sapri” fu Decio Palamolla, che vomprò il feudo il 25 maggio 1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati (32). Decio era figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice di Alitto dei Baroni di Papasidero; sposò Donna Brianna Gaetano del seggio di Nido. Non mancano riferimenti successivi all’agro saprese. In alcuni processi, circa i limiti tra la baronìa di Torraca e la contea di Policastro, per la causa vertente e dipendente dagli atti del Patrimonio del Duca di Bernalda in Banca (nel 1914 di D. Luigi presso Vincenzo Quaranta), il signor Pietro Gaglierano nel 1641 fece l’apprezzamento di Sapri, specificando i confini dei due feudi, precisò che “Policastro toccava Vibonati e Torraca, che sino al verde era territorio di Torraca e sino al mare terminato dal vallone di S. Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo di Fenosa da oriente (33)”. L’appartenenza di Sapri alla Baronia di Torraca si deduce da altri atti così indicati: “Sono stati sempre del Barone di Torraca il ‘seminatorio’ di Fanuele desscritto per quanto sia il verde sino la mare, il vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi Baroni di Torraca e posseduto da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri (34). La colonia marittima torrachese, ecc….Il barone esercitava una specie di monopolio coi sapresi, possedendovi una ‘taverna’, e, volendo, tutto a suo vantaggio, pur non avendo il diritto di proibire (jus prohibendi) vietò ogni commercio e con esso la costruzione e l’apertura di altre osterie. I torrachesi, che erano stati sempre liberi cittadini e non servi e vassalli, mossero querela al Re di Napoli, per l’aggravio ed ebbero giustizia; la sentenza favorevole è datata 20 marzo 1614 (35).”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (34) postillava che: “(34) Arch. di Stato di Napoli: Atti de li esami presso dell’Esaminatore del S. C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, P.O. fol. 217.”. Sempre il Tancredi (…), a p. 40, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Arch. di Stato di Napoli: “Gravamina pro Unitate huius Terrae Turracae contra Detium Palamolla primum Baronem ex ……….Cap. 38, f. 6: Si gravano, come alcuni cittadini tengono certe vigne nella Marina, ecc….Risposta: “Sub die duodecimo decembris millesimi sexcentesemi decimi quarti. Baro non impediatur exigere terraticum in Demanio et terris Baronalibus juxta solitum”, fol. 6 e 7. = Si gravano che il barone proibisce ecc…..”. Sempre il Tancredi a p. 40, sulla scorta del Gaetani in proposito aggiungeva che: “La popolazione di Sapri s’incrementò rapidamente nell’arco di due secoli, tanto da superare i 7.000 abitanti. Infatti, dallo stato d’anime, il nucleo saprese documentava 345 unità nel 1714 e 414 nel 1719 (36). Quindi saliva a 508 nel 1726, a 1046 nel 1757 e a 1131 nel 1761 (37)”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (36) postillava che: “(36) Gaetani Rocco, o.p., p. 41.”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (37) postillava che: “(37) A.D.P.: SS. Visite Pastorali di A. De Robertis (Vis. Portus Saprorum)(ann. 1726) e di G.B. Minucci (ann. 1757 e 1761).”.

Nel 1719 o nel 1725 la costruzione e l’elevazione a parrocchia della Chiesa dell’Immacolata

Con istrumento erogato, il 4 agosto 1719, dal notaio Gian Pietro Biscardo da Vibonati (9), il Vescovo di Policastro Andrea De Robertis ordinò che la Chiesa Madre, la Chiesa dell’Immacolata fosse eretta nel luogo chiamato ” l’Aria del Re” (l’area dove sorge la chiesa antistante l’attuale Piazza del Plebiscito) che era stato donato per l’occasione dal Conte di Policastro Ettore Carafa che espresse il desiderio che la nuova parrocchia fosse dedicata alla Vergine Immacolata. Ai  Carafa fu poi intitolata dalla cittadinanza una strada detta appunto Via del Conte. La chiesa di Sapri fu consegnata a Don Gennaro Eboli, primo parroco di Sapri e mio avo e, coadiuvato da Don Francesco Mileo (2, p. 71-9, p. 41 ). La chiesa di Sapri fu consegnata a Don Gennaro Eboli, primo parroco di Sapri e mio avo e, coadiuvato da Don Francesco Mileo. Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 200 parlando di Sapri, nella sua nota (3) postillava che: “Laudisio M. Nicola, op. cit., p. 61.”. Infatti, il Laudisio (…), ovvero Nicola Maria Laudisio (….), vescovo di Policastro ed il suo ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831. Il Laudisio, nel testo con note di Galeazzo Visconti, a p. 88, in proposito scriveva che: “Nel 1725 aveva eretto in parrocchia la chiesa di Sapri (9).”. Il Visconti, nella sua edizione con note al Laudisio a p. 88 nella sua nota 89) postillava che: “(9) Da un documento conservato nell’archivio della Curia di Policastro risulta però che la chiesa di Sapri fu eretta nel 1719.”. Devo però precisare che riguardo alcune notizie che riguardano il vescovo di Policastro de Robertis è noto il periodo controverso che vi fu per il suo mandato episcopale nella Diocesi di Policastro a causa dei continui dissidi con il feudatario della Contea di Policastro, il Carafa. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 594 parlando della ‘Chiesa’ di Sapri in proposito scriveva che: “Sapri fu eretta in parrocchia solo il 1° settembre 1719 da mons. Andrea de Robertis col titolo dell’Immacolata. Nella visita del 1735 non si è notizia di cappelle, nè del clero. Il 14 giugno 1765 mons. Pantuliano si recò a Sapri nella chiesa locale dove visitò il SS. , il fonte e l’olio. Altare maggiore della Concezione. Altare di S. Vito martire. Coro e libri corali. Corpo, campanile. Elenco dei beni patrimoniali. Dalla visita di mons. Giuseppe de Rosa si rileva che a Sapri vi erano 12 sacerdoti e 2 chierici. Dalla prima visita di mons. Laudisio risulta che vi erano 9 sacerdoti e 5 chierici. Nell’800 vi erano a Sapri solo tre cappelle intra moenia S. Giovanni Battista, S. Antonio di Padova al Timpone e S. Rosario. Nel giugno del 1832 visitò la chiesa mons. Laudisio. Decreto. Ecc..”

Nel 4 agosto 1719, il rogito notarile firmato da mons Andrea De Robertis per la costruzione della Chiesa dell’Immacolata nell’“Aria del Re” oggi Piazza del Plebiscito a Sapri

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(Fig…) Chiesa dell’Immacola Concezione eretta nell’area dell’attuale piazza del Plebiscito a Sapri

Riguardo la costruzione e l’elevazione a parrocchia della Chiesa dell’Immacolata concezione oggi in Piazza del Plebiscito a Sapri, si hanno poche e frammentarie notizie. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 594 parlando della ‘Chiesa’ di Sapri in proposito scriveva che: “Sapri fu eretta in parrocchia solo il 1° settembre 1719 da mons. Andrea de Robertis col titolo dell’Immacolata. Nella visita del 1735 non si è notizia di cappelle, nè del clero. Il 14 giugno 1765 mons. Pantuliano si recò a Sapri nella chiesa locale dove visitò il SS. , il fonte e l’olio. Altare maggiore della Concezione. Altare di S. Vito martire. Coro e libri corali. Corpo, campanile. Elenco dei beni patrimoniali. Dalla visita di mons. Giuseppe de Rosa si rileva che a Sapri vi erano 12 sacerdoti e 2 chierici. Dalla prima visita di mons. Laudisio risulta che vi erano 9 sacerdoti e 5 chierici. Nell’800 vi erano a Sapri solo tre cappelle intra moenia S. Giovanni Battista, S. Antonio di Padova al Timpone e S. Rosario. Nel giugno del 1832 visitò la chiesa mons. Laudisio. Decreto. Ecc..”. Ebner non dava nessun riferimento bibliografico ma è indubbio che la notizia sulla chiesa di Sapri è stata tratta dal Laudisio (…). Infatti, Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 200 parlando di Sapri in proposito scriveva che: “La chiesa del porto di Sapri – come si legge dal Volpe – fu eretta in Parrocchia nell’anno 1725, al tempo del Vescovo Andrea de Robertis (3). Nel 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne conteneva 1368 (4).”. Il Vassalluzzo a p. 200, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Volpe, op. cit., pag. 137.”. Il Vassalluzzo citava il Volpe, ovvero il testo di Giuseppe Volpe (…), Notizie storiche delle antiche città ecc…”, p. 137. Infatti, il sac. Giuseppe Volpe (…), parlando degli “Antichi porti del Cilento” a p. 137, in proposito scriveva che: “VIII. A 28 chilometri evvi l’ottavo ed ultimo porto, ecc….Questo porto….”. Il Vassaluzzo per la notizia della Parrocchia di Sapri o di “Portus e Terram Saprorum” citava anche il Laudisio (….), ovvero Nicola Maria Laudisio (….), vescovo di Policastro ed il suo ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831. Il Vassalluzzo a p. 200 nella sua nota (3) postillava pure che: “Laudisio M. Nicola, op. cit., p. 61.”. Infatti, il Laudisio (…) a p. 61 (si veda p. 88 dell’edizione di Galeazzo Visconti) in proposito scriveva che: “Nel 1725 aveva eretto in parrocchia la chiesa di Sapri (9).”. Il Visconti, nella sua edizione con note al Laudisio a p. 88 nella sua nota 89) postillava che: “(9) Da un documento conservato nell’archivio della Curia di Policastro risulta però che la chiesa di Sapri fu eretta nel 1719.”. Devo però precisare che riguardo alcune notizie che riguardano il vescovo di Policastro de Robertis è noto il periodo controverso che vi fu per il suo mandato episcopale nella Diocesi di Policastro a causa dei continui dissidi con il feudatario della Contea di Policastro, il Carafa. Stessa cosa il Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri”, parlando di Sapri, a p. 225 in proposito scriveva che: “Nell’anno 1719, per la seconda volta nella sua storia, Sapri fu eretta a parrocchia dal Vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis. Il suolo per la costruzione della cattedrale fu offerto dal Conte Carafa di Policastro.”. Riguardo la nota del Visconti (….), nella sua edizione con note al Laudisio a p. 88 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Da un documento conservato nell’archivio della Curia di Policastro risulta però che la chiesa di Sapri fu eretta nel 1719.”. Dunque, il vescovo di Policastro Mons. Nicola Maria Laudisio (…), secondo il Visconti (….) fa riferimento ad un documento conservato nell’Archivio della Curia di Policastro (Archivio Diocesano di Policastro) dove, perlatro, il Visconti scrive che da questo documento si evince che la chiesa dell’Immacolata di Sapri fu eretta nel 1719 e non nel 1725. Sul documento citato dal Laudisio (…), il sacerdote Luigi Tancredi (….) parlando della Sapri sacra nel suo libro “Sapri giovane e antica”, parlando della chiesa dell’Immacolata concezione a Sapri, a p……, nella sua nota (41) postillava che: “A.D.P. (Archivio Diocesi di Policastro), SS. Visite Pastorali di A. De Robertis, anno 1714: nello Stato d’anime si rileva che Don Gennaro Eboli, chierico, era figlio di Scipione e di Giovanna Rosa ed aveva un solo fratello, Matteo.”. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi (….), il documento che contiene alcune interessanti notizie circa l’origine della Chiesa Madre di Sapri, la Chiesa dell’Immacolata concezione sono contenute in un verbale della visita pastorale del vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis, per l’anno 1714. Sul documento citato da Laudisio (….), fa luce il sacerdote Rocco Gaetani (…) ancor prima del Tancredi. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, a pp. 41-42 in proposito scriveva che: “Io so che Sapri nel 1714, nello stato di anime segnava 345 persone, oltre tre case di Vibonati, e che in Torraca, in questo stesso anno, si presentò alla sacra visita di Monsignor De Robertis, l’accolito Gennaro Eboli del porto di Sapri, e presentò le bolle di ordinazione e fu approvato pel Suddiaconato (1); so che nel 1719 lo stesso Vescovo, con autorità ordinaria, eresse la parrocchia, ‘sub invocatione Sanctae Mariae Immaculatae Conceptionis’ , e creò Arciprete il sopradetto D. Gennaro Eboli, il quale nella prima visita pastorale presentò lo stato di anime ascendere a 508, ed un sacerdote, D. Francesco Mileo (2), e che nel 1761, le anime ascendevano a 1131, i preti a sette ed i chierici ad otto: ‘crescit eundo’. Ecc…”. Sempre il Gaetani (…) a p. 41, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio de Robertis, 9 maggio 1714: Visitavit Acolythum Januarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras Testimoniales suorum ordinum et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”. Sempre il Gaetani a p. 41, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Visitatio Personalis Portus Saprorum (Fol. 128). “Visitavit personaliter R. D Januarium Eboli Archipres (r) Novae Parocchialis Ecclesiae sub invocatione San.tae Mariae Immacolatae Conceptionis Portus Saprorum authoritate ordinaria erecta etc: et de anno 1719 ab Ill.mo et Rev. D.no Archiepiscopo de Robertis Ep. Policastren, ut ex Bullis erectionis et provisionis prospective, legitime ecc…”. Questi i due documenti in questione citati dal Gaetani. Sempre il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, pubblicato nel 1914, parlando delle origini di Sapri e dei Sapresi, a p. 11 (si veda l’altro a p. 289), in proposito scriveva che: “Dopo cinque anni (1° settembre 1719) il porto di Sapri contava 414 abitanti “ad numerum quatuor centum quatuordecim insimul cohabitantibus” che con umile preghiera domandarono al Vescovo di essere separati dalla Chiesa di S. Pietro Apostolo di Torraca, per le gravi difficoltà di lontananza e per i pericoli di vie disastrose, che impedivano ai fanciulli, ai mal fermi, ai vecchi di andare e compiere i doveri religiosi nella distante parrocchia. Furono ascoltati, trovate giuste le ragioni, si obbligarono al beneficio di dotazione, con decime, cera, denaro, oltre gli assegni, i proventi e le sovvenzioni di diritto, senza servitù di gius patronato, con istrumento erogato il 4 agosto 1719, dal notaio Gian Pietro Biscardo da Vibonati (2). Si ordinò che la Chiesa Madre fosse eretta nel luogo chiamato “L’Aria del Re”, sub invocatione SS. Conceptionis Virginis Mariae. La piccola popolazione ebbe assegnato alla cura l’Arciprete D. Gennaro Eboli con uffici e diritti propri, rispettando le ragioni del parroco e della Chiesa di Torraca, che permisero lo smembramento e concessero, fino a che non si edificasse la Matrice, il fonte battesimale, la custodia degli olii sacri, e il decente Tabernacolo nella cappella di S. Giovanni……Il popolo del porto di Sapri passò a far corpo a sè ed ebbe chiesa propria, parroco proprio, ma a piè pari il Vescovo fondatore ne saltò la determinazione dei confini: “parochiae certis finibus distinguendae” (Cond. Tride., Sess. 24, Cap. 13).”. Il Gaetani, a p. 289 di La Fede ecc…, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Archivio Bussentino, Bullarium, Fol. 17. Andres Archiepiscopus De Rubertis, Dei et Apostolicae sedis grazia Episcopus Policastren. Bero etiam Terrarum Turris Ursaiae, Castri Rogerii, Feudi Seleucii ecc…”. Con istrumento erogato, il 4 agosto 1719, dal notaio Gian Pietro Biscardo da Vibonati (9), il Vescovo di Policastro Andrea De Robertis ordinò che la Chiesa Madre, la Chiesa dell’Immacolata posta nell’attuale Piazza del Plebiscito, fosse eretta nel luogo chiamato ” l’Aria del Re” che era stato donato per l’occasione dal Conte di Policastro Ettore Carafa che espresse il desiderio che la nuova parrocchia fosse dedicata alla Vergine Immacolata. Al Carafa fu poi intitolata dalla cittadinanza una strada detta appunto Via del Conte. La chiesa di Sapri fu consegnata a Don Gennaro Eboli, primo parroco di Sapri e mio avo e, coadiuvato da Don Francesco Mileo.

Nell’agosto 1719, gli Eboli cittadini del “Porto di Sapri” che pagavano le decime per la cappella di San Giovanni Battista a Sapri

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, parlando del “Porto di Sapri” e delle sue origini a pp. 42-43-44, riferendosi alla Cappella di San Giovanni Battista a Sapri, in proposito scriveva che: “Nè deve ignorarsi; ……dovuta al nostro barone Dezio Palamolla, ecc….; e che la cappella di S. Giovanni fu fatta costruire anche dal nostro barone, con sussidii, a fine di tenerla nelle domeniche aperta al culto, mantenutovi dal nostro Clero (1), a cui fino al 1719, i buoni sapresi pagarono le decime (2).”. Il Gaetani (….), parlando della cappella di San Giovanni Battista a Sapri, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio Felicei etc. Cappella S.ti Joannis: Haec Cappella constructa in maritma Portus Saprorum a D. Barone Turracae, tunc quando erat Dominus illius Feudi, celebratur ibidem singulis Dominicis diebus cun congrua elemosyna. Cappella est competenter ornata cum omnibus necessariis, nempe calice planeta ecc…”. Poi, sempre il Gaetani (….) a p. 44 nella sua nota (2) postillava il documento di seguito riportato dell’immagine della Fig….che, è intitolato: “(2) Decime di quest’anno finito ad Agosto 1719 Procuratore in detto Anno il Rev. D. Gaetano Magaldo, ecc…” :

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(Fig….) Decime versate dai Sapresi nell’agosto 1719 per la Madonna dei Cordici – da Rocco Gaetani (…), op. cit.

Come si può leggere nel documento dell’agosto del 1719, i cognomi delle famiglie di Sapri o “Portus Saprorum”. Si possono leggere i nomi di alcuni Eboli. Si leggono i nomi di Eboli: Giuseppe, Scipione, Biasi Antonio, Nicola, Francesco, Pietro:

1- Giuseppe Eboli

2 – Scipione Eboli

3 – Biase (Biagio) Antonio Eboli

4 – Nicola Eboli

5 – Francesco Eboli

6 – Pietro Eboli

Nel 1799, Rocco Stoduti e le sue probabili origini con gli Eboli di Ispani (o di Torraca)

Nel 1998, su incarico dell’Amministrazione Comunale di Sapri redassi uno studio di analisi storico-urbanistico per la redazione del Piano Regolatore Generale redatto dal Prof. Francesco Forte. Lo stusio si intitolava, l’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri”. Verso la fine del testo in proposito scrivevo che: “I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali.I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, Monsignor Nicola Laudisio, plenipotenziario ‘Sanfedista’ nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. Il 23 gennaio 1799 il Regno di Napoli cadde in seguito al fallimento della spedizione dell’esercito borbonico, al comando del generale austriaco Karl von Mack per liberare Roma dai francesi. La controffensiva dei transalpini costrinse alla ritirata le truppe di Ferdinando IV, il quale fuggì a Palermo imbarcandosi sul Vanguard dell’ammiraglio Horatio Nelson con tutta la famiglia (21 dicembre 1798). Nella città fu proclamata la Repubblica Napoletana (“sorella” di quella francese) e fu innalzato l’albero della libertà. Il nome divenne celebre nel 1799 per le gesta degli insorgenti nel Regno di Napoli e nello Stato Pontificio. La parola “sanfedismo” deriva infatti da “Esercito della Santa Fede“, l’armata creata dal cardinale calabrese Fabrizio Ruffo che, tra il febbraio ed il giugno del 1799, prese parte attiva alla restaurazione del dominio borbonico a Napoli, ponendo fine alla Repubblica Napoletana. All’inizio della primavera, il cardinale Fabrizio Ruffo annunciò la costituzione di un’Armata Cristiana e Reale. Decine di migliaia di volontari accorsero da ogni parte del Regno. Il nucleo dell’Armata sanfedista fu composto da contadini, borghesi, ufficiali, finanche preti, pronti ad abbandonare famiglia, lavoro, case, chiese, per difendere la monarchia e la santa fede (da cui il nome sanfedisti), dalle truppe francesi rivoluzionarie. All’esercito si unirono anche banditi e recidivi nella speranza di vedere perdonati i propri reati, distinguendosi molto spesso in episodi di crudeltà gratuita. Guidata dal cardinale, l’armata contribuì a mettere fine all’esperienza della Repubblica Napoletana, con il conseguente ritorno sul trono di Napoli della dinastia Borbone (giugno 1799). Il cardinale Fabrizio Ruffo è sbarcato il 7 febbraio in Calabria con l’assenso regio e pochi compagni, riuscendo a costituire in poco tempo un’armata popolare (l’Esercito della Santa Fede) e a impadronirsi rapidamente della regione e quindi della Basilicata e delle Puglie. Nell’esercito di Ruffo militarono anche diversi briganti come Fra Diavolo, Panedigrano, Mammone e Sciarpa, che si distinguono con metodi feroci e sanguinari, tant’è che lo stesso Ruffo ne rimane amareggiato e non riesce a placare del tutto la loro efferatezza.

Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “Repubblica Partenopea” (anno 1799) e del Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (…), a pp. 65- 66-67 e s. in proposito scriveva che: “Per ottenere in breve tempo ottimi risultati, l’intrepido vescovo si circondò di elementi validi ma principalmente fidatissimi, tra questi molto sanguinari e noti briganti, come Nicola Gualtieri detto Panedigrano e Michele Pezza alias Fra Diavolo. Tra gli uomini che accorsero al richiamo del Ludovici è doveroso citare il capomassa Rocco Stoduti, al quale lo stesso vescovo affidò un’armata di ben sedicimila uomini. Alcuni storici lo vogliono nativo di San Cristoforo, una frazione di Ispani, altri affermano invece che sia nato a Torraca. La seconda ipotesi sembrerebbe la più attendibile perchè suffragata dal fatto che in merito vengono forniti precisi dati, come la località e la data di nascita, i nomi dei suoi genitori ed anche l’esatta provenienza della mamma, della moglie ed il nome del figlio nato dal loro matrimonio. Se si accettano tali presupposti, dobbiamo ammettere quanto affermano i secondi storici, ossia che lo Stoduti è nato a Torraca nel 1756 da Carmine e Anna Eboli di Ispani, ha sposato una certa Antonia Eboli, anch’essa nativa di Ispani e dalla loro unione è nato Francesco, il quale ha seguito incondizionatamente le orme del padre. L’errore dovuto all’imprecisa collocazione del paese di nascita di Stoduti, potrebbe essere stato causato dalla provenienza della mamma e della moglie, entrambe native di Ispani. La conferma che costui sia torracchese, viene ancor più avvalorata dal fatto che in alcuni documenti del XVII e del XVIII sec. riportati dal Rev. Rocco Gaetani nel testo “La fede degli avi nostri”, questo cognome si legge di frequente. In una scrittura datata 1656, contenente il “Voto fatto dall’Università di Torraca a favore del clero di essa”, compaiono Carlo e Fabritio Stodut(o). In un altro del 1671, inerente ad un registro in cui venivano annotate le messe, spiccano i nomi di Guglielmo e Vittorio Stodut(i); ed ancora, in un elenco del 1733, ove vengono elencati i sacerdoti del paese, si fa menzione di Don Donato e Domenico Stoduti. Per finire, in un Regio Memoriale del 1778, in cui sono trascritte le regole inerenti la fondazione della Confraternita delle Anime del Purgatorio, si nominano appartenenti a tale organizzazione religiosa, Domenico e Rocco Stoduti. Da quanto accennato e dagli sparuti elementi, sarebbe azzardato affermare incondizionatamente che quest’ultimo, sia la stessa persona al quale il Vescovo di Policastro ha affidato il comando di un vero e proprio esercito, ma le coincidenze sono senz’altro numerose, specialmente le date. Come si è potuto constatare dal 1656 al 1778, degli otto Stoduti citati, nei tre documenti esiste uno solo con il nome Rocco, che in qualche modo potrebbe essere colui che nel 1799, anno della controrivoluzione monarchica intrapresa dal Cardinale Ruffo, sia stato uno degli artefici che ha portato al fallimento il sogno della Repubblica Partenopea. La fedeltà alla corona farà sì che nel primo decennio del XIX secolo lo ritroveremo ancora una volta in prima linea con suo figlio e vari torracchesi a combattere contro gli invasori francesi. La capitolazione lo costrinse a riparare con altri compaesani in Sicilia, presso la corte del re Ferdinando IV, ove sembra sia deceduto nel 1826. Dopo la sua fuga, cosa alquanto strana, non si ha traccia nel paese di qualcuno che porti tale cognome. Non è possibile neanche attingere ulteriori notizie dai registri parrocchiali., poichè sono andati distrutti dall’incendio provocato dai soldati napoleonici.”.

Mallamaci, p. 67

Dunque, nell’interessante passaggio, il Mallamaci (….), scrive che lacuni storici, senza citarli, ritenevano che il Rocco Stoduti della reazione Sanfedista del Cardinale Ruffo fosse nato a Torraca nel 1756 da Carmine Stoduto e Anna Eboli di Ispani. Il Mallamaci scrive che: “Alcuni storici lo vogliono nativo di San Cristoforo, una frazione di Ispani, altri affermano invece che sia nato a Torraca. La seconda ipotesi sembrerebbe la più attendibile perchè suffragata dal fatto che in merito vengono forniti precisi dati, come la località e la data di nascita, i nomi dei suoi genitori ed anche l’esatta provenienza della mamma, della moglie ed il nome del figlio nato dal loro matrimonio. Se si accettano tali presupposti, dobbiamo ammettere quanto affermano i secondi storici, ossia che lo Stoduti è nato a Torraca nel 1756 da Carmine e Anna Eboli di Ispani, ha sposato una certa Antonia Eboli, anch’essa nativa di Ispani e dalla loro unione è nato Francesco, il quale ha seguito incondizionatamente le orme del padre. L’errore dovuto all’imprecisa collocazione del paese di nascita di Stoduti, potrebbe essere stato causato dalla provenienza della mamma e della moglie, entrambe native di Ispani.”. Dunque, secondo il Mallamaci, il Rocco Stoduto sposò Antonia Eboli, anch’essa nativa di Ispani e con cui ebbe un figlio di nome Francesco Stoduto. Il Mallamaci, cita il “Regio Memoriale, Regole e fondazione della pia e laicale confraternita delle Anime del Purgatorio, 1778”, pubblicato dal Rocco Gaetani nel suo “La Fede degli Avi nostri ecc..”, a pp. 260-261 e s. dove veniva citato il Rocco Stoduti ed altri Stoduti di Torraca.

I sacerdoti D. Donato e D. Domenico Stoduti di Torraca che esercitarono a Sapri

Sulle origini di Rocco Stoduti è interessante notare che a Sapri vi era un Arciprete chiamato Domenico Stoduti. Infatti, rileviamo dal sacerdote Luigi Tancredi (….), nella sua “Sapri giovane e antica”, a pp. 72-73 parlando della chiesa parrocchiale di Sapri in proposito scriveva che: “Si veniva, intanto formando un nuovo clero: nel 600 c’erano già 50 sacerdoti, appartenenti a famiglie distinte, come risulta da apposito elenco, che dettero vita e slancio operativo a Sapri, sotto la direzione pastorale di Don Francesco Magaldi, Don Daniele Mangia (54) Don Domenico Stoduti. Quest’ultimo è citato nel 1717. La vita del primo parroco Don Gennaro Eboli, figlio di Scipione e di Giovanna Rosa, fu molto lunga, perchè si protrasse per oltre un secolo. Ebbe una fibra vigorosa e guidò il popolo ecc…”. Dunque, secondo il Tancredi nel 1717 si citava un Don Domenico Stoduti forse un sacerdote proveniente dalla chiesa di Torraca. Sempre il Tancredi a pp. 73-74 parlando del “Clero di Torraca che ha operato a Sapri dal primo ‘600 al 1719” cita un “D. Donato Stoduti 1670-1727”; e anche un “D. Domenico Stoduti 1688-1733.”.

Nel 1812, furono aggiunte le due Torri ai lati della facciata della Chiesa Madre

Nel 28 agosto 1820, don Giovanni Eboli, parroco del ‘Porto di Sapri’

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(Fig. 1) Lapide marmorea con epitaffio nell’ambulacro della Chiesa dell’Immacolata in Piazza del Plebiscito a Sapri. Sulla lapide è inciso l’ epitaffio in ricordo del Vice-Console Britannico D. Antonio Peluso, posta nell’ambulacro della Chiesa dell’Immacolata. La lapide ricorda anche l’elogio funebre del mio avo, il sacerdote Don Giovanni Eboli.

Dall’epitaffio sulla lapide marmorea nella Chiesa dell’Immacolata (Fig. …), sappiamo essere stato Don Antonio Peluso, nato nel 1795, sposato con Rosa Maria Branda e morto nel 28 Agosto 1820, che lasciava orfane le sue tre figlie Carolina, Maria Clementina, Mariannina.  Don Antonio Peluso, Vice-Console del Consolato Britannico di Sapri era figlio dei sig.ri Vincenzo Peluso ed Anna Brandi. Il documento è di notevole importanza per la storia del nostro paese anche per la descrizione e la citazione di luoghi e di toponimi ancora non del tutto sufficientemente indagati e conosciuti. Nell’epitaffio della lapide marmorea posta nella Chiesa dell’Immacolata (Fig….) viene citato anche il sacerdote Timpanelli che, raccontò i fatti accaduti sull’eccidio di Costabile Carducci di cui rimane la memoria nel manoscritto del cav. Carlo Pesce (….), manoscritto olografo di cui posseggo le foto concessimi dagli eredi del canonico Arciprete di Sapri Timpanelli, la Famiglia Tavernese che lo possedeva dopo la morte di Gennaro Tavernese (Fig…..).

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(Fig. 2) Lo stemma della Famiglia Peluso a cui si riferisce l’epitaffio scolpito sulla lapide di Fig. 1, nella Chiesa dell’Immacolata in Piazza del Plebiscito a Sapri – foto Attanasio

Gli Eboli figurano tra i primi sacerdoti di Sapri

Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Sapri giovane e antica’, a pp. 74-75 riportava l’elenco dei “Parroci di Sapri” e quello dei “Sacerdoti di Sapri”. In questi figurano i sacerdoti mie avi: “D. Gennaro Eboli 1719-1805; D. Giovanni Eboli 1819-1834; D. Antonio Eboli 1834-1835”. Il primo Parroco, il terzo ed il quarto. L’Arciprete don Giovanni Eboli, forse nipote del precedente e primo arciprete di Sapri don Gennaro Eboli, figura a pp. 74-75 nell’elenco dei “Parroci di Sapri”“D. Giovanni Eboli 1819-1834”. Sempre nel Tancredi, nell’elenco dei “Sacerdoti di Sapri” figurano come Eboli i seguenti sacerdoti: “D. Gennaro Eboli 1692-1805″; D. Francesco Antonio Eboli 1731-1795; D. Michele Eboli, 1748-1783; D. Antonio Eboli, 1762-1835; D. Giovanni Eboli I°, 1763-1835; D. Giovanni Eboli II°, 1780-1847; D. Giovanni Eboli III°, 1792-1826; D. Giovanni Eboli IV°, 1812-1847; D. Biagio Antonio Eboli, 1812-1852; D. Pasquale Eboli, 1813-1876; D. Biagio Eboli 1828-1850; D. Nicola Eboli 1825-1881; D. Giovanni Eboli V°, 1836-1892; D. Vincenzo Eboli, 1859-1896; D. Giuseppe Settmio Eboli, 1860-1915; D. Giovanni Eboli VI°, 1877-1930”.

Nel 1820, l’Arciprete di Sapri don Giovanni Eboli ottenne da papa Pio VII le reliquie di S. Biagio e di S. Vito

Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Sapri giovane e antica’, a p. 63, parlando della chiesa parrocchiale di Sapri dell’ “Immacolata concezione”, in Piazza del Plebiscito, in proposito a S. Vito, scriveva che: “In chiesa si custodiscono due reliquie di Santi: una di San Biagio, ottenuta da Papa Pio VII nel 1820, tramite il parroco Don Giovanni Eboli, l’altra di San Vito ottenuta precedentemente.”. Inoltre, il Tancredi, cita l’iscrizione sull’Atare di S. Vito, in detta chiesa: “Salvatore Sollazzo e Raffaella La Corte 1881.”. Scrive il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica” che, l’altro mio avo, Don Giovanni Eboli – successore del primo Parroco di Sapri, Don Gennaro Eboli – nel 1820, ottenne da Papa Pio VII, due reliquie di Santi che sono oggi conservate dentro la Chiesa Madre dell’Immacolata Concezione, di cui l’Eboli era parroco. Si tratta della reliquia di S. Biagio che l’Eboli ottenne dal Papa nel 1820, mentre l’altra – che era stata ottenuta precedentemente-  è la reliquia di S. Vito, patrono di Sapri. Secondo il Tancredi (…), il mio avo l’Arciprete don Giovanni Eboli, forse nipote del precedente e primo arciprete di Sapri don Gennaro Eboli, figura a pp. 74-75 nell’elenco dei “Parroci di Sapri”“D. Giovanni Eboli 1819-1834”.

L’arciprete di Sapri che prese a calci la sorella incinta

Il Basilici a p. 115 segnala un aneddoto che riguarda la famiglia Eboli a Sapri ed in proposito continua a scrivere che: Il punto iniziale sono stati i racconti della famiglia, (146) di seguito è riportato un estratto. ‘Il più antico Eboli si chiamava Biagio e viveva a Sapri (Salerno). Questi si sposò una prima volta con una certa Felicia ed in seconde nozze con una donna il cui nome non è noto. Biagio e Felicia ebbero un figlio, Francescantonio. Diventato grande, Francescantonio non andava d’accordo con la matrigna a tal punto che un giorno la riempì di botte da crederla morta per i colpi inferti. Per questo scappò da Sapri e si stabilì a Poggio Cinolfo.”. Il racconto riportato dal Basilici è tratto da un opuscoletto a stampa di Eligio Eboli. Il Basilici, nella sua nota (146) a p. 115 postillava che: “(146) Eboli Eligio, figlio di Pietro, ha stampato un opuscolo che riporta notizie su personaggi della famiglia. L’opuscolo, fornitomi da Eboli Annarita, ha il titolo: ‘Sotto il segno del Leone, Eboli Pietro….papà’. Da questo opuscolo sono state estratte alcune notizie sull’origine della famiglia.”. Sull’episodio della matrigna presa a calci da Francescantonio Eboli raccontato nell’opuscolo a stampa di Eligio Eboli e citato nella nota (146) dal Basilici, dovrà essere ulteriormente approfondito e documentato con ulteriori elementi. Un simile episodio mi veniva raccontato da mia zia paterna Maria Attanasio la quale, mi raccontava spesso aneddoti della famiglia di mia nonna paterna Rosa Pasquale, la famiglia Eboli di Sapri. Mia zia paterna, Maria raccontava di un episodio simile a quello riferito da Eligio Eboli di Pereto. Mia zia paterna, Maria Attanasio mi raccontava che la “vava” (così chiamava riferendosi alla mamma di sua nonna Teresa Eboli) morì proprio a causa dei calci al ventre dategli dall’arciprete di Sapri, suo fratello, che in un gesto di impeto e di rabbia la ridusse a mal partito. Mia zia Maria non ricordava il nome della reietta sua bisnonna e non ricordava il nome dell’arciprete che la ridusse in quel modo. Nei racconti di mia zia Maria, spesso veniva accomunato ai fatti e aneddoti degli Eboli, il nome di Pompeo Eboli, fratello della “vava”, della sua nonna, Teresa Eboli che a suo dire era un giovane di bell’aspetto. La mia bisnonna paterna, Teresa Eboli, viveva a Sapri con il fratello Pompeo e con la figlia Rosa Pasquale. Suo marito Francesco Pasquale era emigrato in America a Porto Allegre in Brasile. Mia zia mi raccontava che al matrimonio di mia nonna Rosa Pasquale, il padre Francesco, arrivò dal Brasile per le nozze di mia nonna Rosa, sua figlia, e portò oro e mille doni. Ripartendo per il Brasile, Francesco Pasquale non rivide mai più l’Italia a causa della Prima Guerra Mondiale.

Gli Eboli trasferitisi a Poggio Cinolfo

Nel 6 giugno 1841, “Francescantonio” Eboli

Degli Eboli di Sapri vi sono documenti contenuti nei Registri dei “matrimoni” ecc…conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno. Infatti, guardando i documenti on-line scansiti per l’anno 1841 dei registri dei “Matrimoni” nel Regno delle Due Sicilie “Stato civile della Restaurazione” conservati all’Archivio di Stato di Salerno. Secondo una recente segnalazione dell’amico Massimo Basilici, studioso di Pereto, un paese dell’Abruzzo, dai Registri conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, risultano alcune evidenze su alcuni Eboli di Sapri trasferitisi a Poggio Cinolfo. Basilici ha condotto delle ricerche anagrafiche e storiche sulle famiglie e cognomi comuni di Pereto servendosi della ricca documentazione conservata presso gli Archivi di Stato dell’Aquila ed altro. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente in proposito scriveva che: “Agli inizi dell’Ottocento a Poggio Cinolfo visse Francescantonio di professione ‘calderaro’. (66).”. Nella sua nota (66) egli postillava che: (66) ASAq, Poggio Cinolfo, Nati, anno 1844. Da segnalare che in altre registrazioni anagrafiche di Poggio Cinolfo si trova distinta la professione di ‘ferraro’.”. Basilici (….) per “ASAq”, intende l’Archivio di Stato di Aquila. Basilici riferendosi a Francescantonio Eboli scriveva pure che: Sposò Gallotti Rosa, di professione ‘filatrice’ (68), domiciliata in Poggio Cinolfo che sarebbe nata intorno all’anno 1811. (68).”. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente, a p. 117 in proposito scriveva che: “Da quanto rinvenuto nei registri di Poggio Cinolfo e quelli di Sapri, si possono estrarre delle considerazioni: – il cognome Eboli ad inizio Ottocento era presente in entrambi i paesi con un certo Francescantonio. A Sapri di Eboli ve ne erano diversi, mentre a Poggio Cinolfo uno solo. – a Sapri si trovano diverse persone che di professione erano ramaioli, ovvero era una professione diffusa che in altri paesi, come ad esempio Poggio Cinolfo, erano chiamati calderari. Ecc..”. Dunque, l’amico Basilici ci parla dell’antica Famiglia degli Eboli a Sapri e a Pareto. Basilici, nell’“Appendici” al suo testo, a p. 115 riferendosi agli “Eboli” in proposito scriveva che: “Le Origini. Di seguito sono riportate le ricerche condotte per trovare informazioni sulle origini degli Eboli di Poggio Cinolfo.”. In realtà ed inconsapevolmente, l’amico Basilici attraverso la sua ricerca trova diversi documenti interessantissimi sugli Eboli di Sapri. Il Basilici, a p. 116 egli in proposito scriveva che: “Prendendo in considerazione la provenienza da Sapri, è stata condotta una ricerca sui matrimoni a Sapri dal 1844, andando a ritroso fino all’anno 1828. Non si trova alcun matrimonio con Rosa Gallotti. Si trova invece il matrimonio di un certo Francescantonio Eboli, di professione pastore, il 6 giugno 1841 di anni 26. Era figlio di Biagio, anche lui pastore, e di Anna Maria Gerbasi. Sposò Maddalena Pasquale (Pasquale è il cognome) di 17 anni di Sapri (147).”. Basilici a p. 116 nella sua nota (147) postillava che: “(147) ASSa, matrimoni, anno 1841, registrazione numero 8.”. Infatti, all’Archivio di Stato dell’Aquila, troviamo al fascicolo 5762, registrazione n° 8 (immagine n° 36), il 6 giugno 1841 troviamo un certo “Francescantonio” Eboli, forse mio avo, di professione pastore e figlio di Biagio Eboli, anche lui pastore e Anna Maria Gerbasi. Sposò Maddalena Pasquale (Pasquale è il cognome), di 17 anni di Sapri.

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(Fig….) Archivio di Stato di Salerno – Registri di Sapri: “Matrimoni”, anno 1841, n° d’ordine 8

Sempre il Basilici a p. 116 in proposito scriveva che: “Per celebrare il matrimonio fu predisposto un ‘processetto’; (148) in questo si trovano delle carte autografe che forniscono altre informazioni. Francescantonio sarebbe nato il 13 marzo 1815 da ‘Biase’ (scritto per Biagio), mentre Maddalena sarebbe nata il 22 marzo 1824 (149). Il registro delle nascite di Sapri dell’anno 1815 è mancante, quindi non si hanno altre informazioni sulle origini di Francescantonio. E’ stata svolta anche una ricerca nelle registrazioni delle nascite di Sapri per trovare riferimenti al cognome Gallotti, con l’obiettivo di trovare una eventuale Rosa Gallotti. Nell’anno 1823 trovo tre registrazioni di nascite con il cognome Gallotti. Trovo tra queste una Rosa Maria Gallotti, figlia di Domenico, di professione ‘ramaio’, e Milo Maria, nata il 31 agosto 1823 (150).”. Basilici, a p. 116, nella sua nota (150) postillava che: “(150) ASSa, nati, anno 1823, registrazione numero 36.”.

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(Fig….) Archivio di Stato di Salerno – Registri di Sapri: “Nati”, anno 1823, n° d’ordine 36

Dunque, il Basilici, trova tre registrazioni di nascite a nome di Rosa Gallotti

Nel 1857, Francesco Eboli, insieme ai due fratelli Montesano si reca sul luogo dello sbarco dei rivoltosi di Pisacane

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di spiaggia dell’Oliveto, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri. I due impiegati, accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco e lì scoperti dai rivoltosi furono arrestati. Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni.”. Dunque, sulla scorta della cronaca di Nello Rosselli (…..) scrivevo che  i due impiegati del “telegrafo dello Scialandro”, i fratelli Domenico e Giuseppe Montesano “accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco dove furono scoperti e arrestati dai rivoltosi. Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni.”. Nella mia nota (168) postillavo che: (168) Rosselli Nello, Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.”. Nella mia nota (169) postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Sulla figura di Francesco Eboli ha scritto pure dal libretto del Fischetti (….).  Il giudice del mandamento di Vibonati, Gaetano Fischetti (…), che nel suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857’, scritto nel 1877 per ingraziarsi il Ministro degli Interni da poco eletto e compagna della Spedizione, Nicotera, a p. 34, in proposito scriveva che: “Erano mal capitati ancora e fatti prigionieri Antonio Perazzo di Vibonati, Domenico e Giuseppe Montesano, come pure Francesco Eboli di Sapri.”. Dunque, l’episodio viene riportato anche dal giudice Fischetti (….), che cita Francesco Eboli di Sapri. Perchè i due impiegati del telegrafo dello Scialndro, i fratelli Domenico e Giuseppe Montesano furono accompagnati da Francesco Eboli ? Chi era Francesco Eboli e perchè accompagnò i due sul posto dello sbarco dei rivoltosi di Pisacane ? Quale funzione o carica egli rivestiva ?. Riguardo il Francesco Eboli di Sapri ha scritto anche Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”. Il Cassese (…), che riguardo i fatti del Pisacane a Sapri, menzionava il “contadino Carmine Perazzo” che insieme a Francesco Eboli, furono costretti a fare marcia indietro ed accompagnare Pisacane a Sapri. Il Cassese (…), a p. 54, nella sua nota (11), riguardo le deposizioni di alcuni cittadini di Sapri postillava che: “(11) L’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a guidare i rivoltosi per la contrada, nonchè quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”. Dunque, stando al racconto del Cassese (…) agli atti processuali esiste l’interrogatorio di Francesco Eboli di Sapri. Leopoldo Cassese (…) a p. 54, nella sua nota (11) postillava che “(11) …..in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”.

Nel 1848, gli Eboli in occasione dell’eccidio di Costabile Carducci

Nel 1857, gli Eboli in occasione dello sbarco di Pisacane

Nel …………, 1861, a Sapri, Tommaso EBOLI

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 200, in proposito scriveva che: “Sul conto del Torre risultò un precedente: un danno volontario di tre ducati in pregiudizio di D. Tommaso Eboli di Sapri; nulla sul conto di Michele Fusco. Il giudice Francesco Saverio Cajazzo, per affetto della sovrana indulgenza del 17 febbraio 1861, dichiarò abolita l’azione penale del procedimento (11). Da Tommaso Eboli, nel 1818, il Comune di Sapri comprò il terreno su cui venne realizzato, nei pressi dell’odierna Trovatella, il primo camposanto del paese, poi dismesso dopo essere stato interessato da una frana. Egli, insieme ai figli Gaetano, Giuseppe e Domenico, era inserito nella terza classe degli attendibili politici perchè “nel 1848 aderirono alla corrente liberale senza eccedenza e senza decisa volontà”. Un altro figlio, Vincenzo, era incluso, invece, nella seconda classe degli attendibili: “nel 1848 spargeva notizie allarmanti ed esultava nel progresso del liberalismo”. Tommaso, anche a nome dei figli, chiese la cancellazione dalle “abominevoli liste” e, assicurando d’essere sempre stato attaccato al Re, così motivò la richiesta: “….quando l’Augusta persona del Sovrano si recò in Sapri, che spontaneamente gli esponenti, con i loro travagliatori, appianarono l’alpestre strada che da Sapri mena a Torraca (12) per dove S. M. passò e gli esponenti erano contenti per il solo bene di aver prestato a Lei.”. Le informazioni assunte sul conto della famiglia Eboli, facendo restare incompleto il carteggio, furono più lunghe e complicate del solito perché il Sottintendente si dovette rivolgere ai Giudici di Vibonati e Sanza in quanto la loro dimora era in ambo i Circondari (13). Avevano spostato i loro interessi economici a Sanza, dove vive ancora oggi la discendenza (14).”. Policicchio, a p. 200, nella nota (11) postillava: “(11) Testimonianza di D. Emmanuele Gaetani fu Vincenzomaria, di anni 75, proprietario di Torraca.”. Policicchio, a p. 200, nella nota (12) postillava: “(12) Il Re, prima di andare a Torraca, il 28 settembre 1852, fece sosta a Sapri per visitare il sacerdote, moribondo, Vincenzo Peluso, per i servigi resi durante i rivolgimenti del 1848 conclusisi con la morte di Costabile Carducci.”.

La chiesa dell’immacolata in Piazza del Plebiscito a Sapri

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(Fig….) Sapri – Chiesa dell’Immacolata in Piazza del Plebiscito a Sapri – foto Attanasio

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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(2) Tancredi Luigi, Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 48 (Archivio Storico Attanasio)

(3) A.D.P. (Archivio Diocesi di Policastro), SS. Visite Pastorali di A. De Robertis, anno 1714

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(4) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos hi- storico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831.

(5) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Ro- ma, 1976, per la traduzione del testo latino si veda pp. 70, 71, 72, 73,74

(6) Gaetani Rocco, La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154; In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (12) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il do-cumento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (15). Riguardo l’altra notizia a cui fa riferimento la presente nota, si veda pure: Gaetani R., Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, Tip. del Senato, Roma, 1914, p. 9; Sulla scorta di questa notizia, il Tancredi (Tancredi L., Il Golfo di Policastro, Napoli, 1976, e pure in ‘Sapri giovane e antica’, 1985, Villa S. Giovanni, ed. Parallelo 38, pp….Il documento citato dal Gaetani si trova in: Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”.

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(7) Gallotti Nicola, Sapri nella storia e nella tradizione popolare, Napoli, Tip. G. Golia, 1899 (Archivio Attanasio)

(8) Ebner Pietro, Chiesa Baroni e Popoli nel Cilento, p. 592 (Archivio Attanasio)

(9) Gaetani Rocco, op. cit., pp. 42-43, si legge che le Visite pastorali “in dicto loco est necessariissima Cappella, quia confluunt gentes in dicto portu, praeter eos cui permanent”

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(…) De Rosa Gabriele, Vescovi popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 172-174 (Archivio Attanasio)

(….) Mallamaci Giorgio, Torraca – Storia di un borgo del Cilento, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2009

L’antico ‘camposanto’ di Sapri

Il Gaetani (2) nel suo libro su Torraca  ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chie-sa di Torraca’, riporta uno stralcio dell’antico documento notarile manoscritto del 1695 (4) il quale, parla della Grancia di San Fantino, che apparteneva in origine all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, quindi confermando la notizia del Di Luccia (3), descrivendone limiti e confini nel territorio saprese. Il Gaetani (2), scrive in proposito: “tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia “. Sia i documenti del Di Luccia (3), che quello del Notaio Domenico Magliano (4) pubblicato dal Gaetani (2), non ci danno informazioni sul luogo dove erano costruiti questi due edifici. Riguardo il documento no-tarile del Magliano (4), pubblicato dal Gaetani (2), si parla della “Cappella di S. Infantini sita et posita in Terra Torracae… Nota sul Porto di Sapri“. Sappiamo che questo antico e- dificio sorgeva a Sapri o nel suo limitrofo territorio che apparteneva ai Baroni Palamolla. Il Gaetani (2), in proposito alla Grancia di San Fantino, traendo alcune notizie dal docu-mento notarile del Magliano (4) e, pubblicandone un breve stralcio, parla e descrive la Cappella di San Fantino, di cui abbiamo dedicato uno studio quì pubblicato. Dalla des-crizione delle terre annesse alla Grancia di S. Fantino, dei suoi confini e dei proprietari confinanti che riporta il Gaetani, non siamo riusciti ad individuarne l’esatta sua localiz-zazione nel 1689. Possiamo solo dire in proposito che la Grancia di S. Fantino si trovava nel territorio saprese a ridosso del vallone di S. Martino o di Ischitello, un tempo chiama-to “piscitello” – come ci dice lo stesso Gaetani e, che detti terreni confinavano con i pos-sedimenti del Barone Palamolla da cui dipendeva l’intero territorio saprese. Possia-mo aggiungere che la Grancia di S. Fantino, nel 1689, non dipendeva più dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro – come era stato in origine – i cui beni erano stati però incamerati dalla Cappella del SS. Presepe eretta dentro la sacrosanta Basilica di S. Maria Maggiore – quin-di gestiti dalla Chiesa. Il Gaetani (2): “L’Abbadia basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina”. Le origini dei possedimenti della Abbazia di S. Gio-vanni a Piro, e delle Grancie di San Nicola a Sapri e di S. Fantino sita nel porto di Torraca (o di Sapri), sono molto più antiche del documento del Notaio Domenico Magliano (4),  pubblicato dal Gaetani (2) che riportava uno stralcio dell’antico documento notarile ma-noscritto (4). La Grancia di S. Fantino – citata nell’antico documento notarile del 1695-96 (4)), veniva citata in uno dei 9 Statuti o Capitoli aggiunti ai 47 Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, pubblicati dal Di Luccia (3) e dal Cataldo (5). Il Cataldo (5), afferma sulla scorta del Di Luccia che Teodoro Gaza, il 7 ottobre 1466, compilò gli Statuti o Capitoli della Terra di S. Giovanni a Piro. Il Cataldo (5), dice che gli Statuti “…comprendevano 47 articoli”, redatti dal Gaza in qualità di Abbate pro-tempore, per regolare la vita dell’U- niversità (Comune Aragonese) di S. Giovanni a Piro e dell’Abbazia e, a cui ne vennero aggiunti altri 9 capitoli dagli Abati d’Aragona e De Bacio – successori del Gaza –  e tolti due da Monsignor De Nigro. Al capitolo o Statuto n. 41, pubblicato dal Di Luccia a p. 39, si scrive: “Constituimo, che li peccerilli da sette anni in giuso, che moreno siano sep-pelliti a S. Fantino, & chi se mette dentro l’Ecclesia paga tarì…. Siccome gli Statuti, tra l’Università di S. Giovanni a Piro e l’Abbazia basiliana – compilati da Teodoro Gaga- pubblicati dal Di Luccia – risalgono al 1466, e lo Statuto n. 41 che riguarda proprio la  Grancia di S. Fantino, se ne deduce che la Grancia di S. Fantino nel territorio saprese era presente nel 1466 – epoca di fondazione degli Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro – che la possedeva, già molto prima che fosse citata nell’antico documento notarile del 1695-96 (4). Inoltre, secondo gli Statuti (aggiunti) dell’Abbazia di San Giovanni a Piro, alla Grancia di San Fantino (a Sapri), doveva esserci un cimitero dove si dovevano seppellire i bambini morti al di sotto dei sette anni. Sulla scorta di queste notizie citate, a Sapri, nel 1466 – epoca di fondazione degli Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, vi erano le Grancie di S. Nicola, di San Infantino dove secondo lo Statuto n. 41, dovevano essere sep- pelliti i bambini morti al di sotto dei sette anni. In un libretto del 1928 il Magaldi (6), scri-veva in proposito: “In contrada S. Giovanni, a ridosso della collina d’Ischitello, sor-se anche un piccolo tempio che appartenne fino all’anno 1778 al clero di Torraca e il cui sotterraneo divenne cimitero antico del luogo: la fossa comune.”. Riguardo il vecchio cimitero “Camposanto”, nel 1891, il dott. Gallotti (7), così scriveva: ” Il Campo-santo di Sapri, non solo è in posizione antigienica….io credo non avesse neppure la distanza dall’abitato….verso il 1825 proponevo al Consiglio Comunale di provvedere al più presto a spostare il Camposanto di Sapri in altro luogo che sia distante dal centro abitato. Debbo pur far notare come la ferrovia, di cui si è già parlato, lambisce quasi il Camposanto di Sapri.”. Il Gallotti che era medico, lamentava la posizione del preesistente e vecchio cimi-tero di Sapri e ne auspicava il suo spostamento in luogo più salubre, ma conferma il fat-to che il vecchio cimitero o “fossa comune” fosse ubicato lungo la dorsale ferroviaria, sul-le colline che traguardano il centro abitato. Mia zia Maria, racconta che il vecchio cimite-ro fosse posto ove oggi è la chiesetta della Madonna della trovatella.Certo è che la noti- zia di un vecchio cimitero sito nella Grancia di S. Fantino (o San Infantino; fantintino o infante = bambino), tratta dallo Statuto n. 41 dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro che nel 1466, la possedeva a Sapri, non è strana se consideriamo che il vecchio cimitero o cam-posanto o fossa comune, di Sapri, non era dove si trova attualmente ma si trovava pro-prio sulle colline di Sapri, sulla dorsale che sale verso Torraca, dove oggi viene chiamata la località ‘Trovatella’. Fino ai primi dell’’800, il vecchio cimitero di Sapri era dove oggi si trova una chiesetta dedicata alla Madonna della Trovatella, da cui prende il nome l’omo-nima borgata di Sapri. Quando in seguito all’ultimo conflitto mondiale, in mezzo al cimi-tero ed alla piccola cappella annessa e l’ossario, fu ritrovata intatta una statuina della Madonna, che la popolazione venera chiamandola ‘Trovatella’, venne poi costruita la piccola chiesetta proprio dove sorgeva il vecchio cimitero di Sapri. Dobiamo prendere per buone le tre notizie, ovvero che un vecchio camposanto si trovava nella tenuta o grancia di S. Infantino, il cui territorio è descritto dallo stralcio dell’antico documento notarile (4), riportato dal Gaetani (2) e, poi si è spostato dove è descritto dal Magaldi (6). Sarà poi in seguito, nel 1891, che il Gallotti (7) parlerà del Cimitero di Sapri e poi in se- guito ne parlerà anche il Tancredi (8).    

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10. Si veda pure: Silvestri A., ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, Salerno, 1956; vedi pure Attanasio F., ‘I villaggi deserti del Cilento’, stà i “I Corsivi”, pp. 12, 13; Si veda pure: Attanasio F., “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale ( P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

(2) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Gal-zerano, pp. 151, 152, 153, 154; In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (3) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il docu-mento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (15).Riguardo l’altra notizia a cui fa riferimento la presente nota, si veda pure: Gaetani R., Giovan Gia-como Palamolla detto il Palemonio, Roma, Tip. del Senato, Roma, 1914, p. 9; Sulla scorta di questa notizia, il Tancredi (Tancredi L., Il Golfo di Policastro, Napoli, 1976, e pure in ‘Sa-pri giovane e antica’, 1985, Villa S. Giovanni, ed. Parallelo 38, pp….Il documento citato dal Gaetani si trova in: Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa ver-tente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro, dipen-dente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”.

(3) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3;

(4) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il documento fu citato dal Gaetani R., op. cit. (2) e dal Ca- taldo (5). In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (3) che cita. Il Gaetani, cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (4), a p. 154, alla nota 4 (nota 1) e, pare che trae questo anti- co documento dal Canonico Giuseppe Menta, che troviamo citato su un’antico testo sca- ricabile da Google libri gratis. Il Gaetani, op. cit., p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposi- to: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Ma- gliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giu-seppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. Difesa tecnico legale pel Semi-nario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Riguardo poi al documento in questione, ne parla anche il Cataldo (16), che, nelle sue note (p. 19, nota n. 71) in proposito scrive che il documento è un ma-noscritto (Ms.), conservato all’A.D.P. (Archivio della Diocesi di Policastro). Infatti, per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, si veda pure Cataldo (5).

(5) Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (4), si veda p. 19, nota 71.

(6) Magaldi Josè, Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni, Incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, Sapri, Marzo 1928, Anno VI; questo scritto di cui noi possediamo una copia donataci dall’autore, è inedita ma depositata a Salerno. Il Ma- galdi scrisse detta relazione a seguito dei lavori di scavo per conto della Regia Soprinten- tenza che si tennero a S. Croce nel 1928. Nello scritto, il Magaldi racconta che i rinveni-menti maggiori si ebbero nel 1884, in occasione delle opere e lavori che portavano a  compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Cro-ce, con Sindaco il dott. Nicola Gallotti che nel 1899, scrisse diversi libretti (7).

(7) Gallotti N., Sapri nella storia e nella tradizione popolare, Napoli, Tip. G. Golia, 1899, pp. 39-40.  Si veda pure: Gallotti N., Condizioni igienico sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lagonegrese, 1891, pp. da 23 a 27 (copia in mio possesso).

(8) Tancredi L., Il Golfo di Policastro, Napoli, 1976, e pure in ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p……

Nel XIII sec., gli ultimi Svevi e gli Agioini nel Cilento

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) questo mio studio sulle origini ed il ruolo dello scalo na-turale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la  ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta  chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli.

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(Fig. 1) Ingrandimento della carta nautica detta ‘Carta Pisana’, con il particolare delle coste tirreniche dell’Italia meridionale, tratta dal testo di Jerry Brotton (10)

Le fortificazioni

Le torri ed i castelli, costruiti dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II ed in seguito dai Vicerè Spagnoli. Amedeo La Greca, scriveva che: “Nel 1233 Fedrico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Il La Greca (…), nell’elencare alcune delle Torri fatte costruire a difesa dall’Imperatore Svevo Federico II, si ferma a San Giovanni a Piro, ovvero ad alcune torri costruite lungo la costa di Scario. Ma l’elenco continua e, poco si è scritto su di esse. Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle  povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (…), vi erano alcune Torri preesistenti. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “La contea di Policastro fu sempre considerata un caposaldo difensivo e per le comunità del Cilento e per Salerno, infatti, anche sotto Federico II il “castrum” subì rifacimenti, finanche col contributo della baronia di Camerota (79). Il campanile a torre, nel XI secolo (80), contribuiva alla difesa del centro (81). Contro l’avanzata degli Almugaveri, durante la guerra del Vespro, fu preposto alla difesa della costa, da Salerno a Policastro, Tommaso Sanseverino (82).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Nel Codice Diplomatico Salernitano, I.”; sempre il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (80), postillava che: “(80) E’ nota una iscrizione del 1167, in G. Cataldo, op. cit.”. . Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(81) O. Siviero, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925. Il colonnato della cripta fa risalire il tempio originario ad epoca costantiniana.”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) Gli Almugaveri o Almugavari erano soldati di fanteria, velocissimi nell’attacco, feroci contro la popolazione della costa. Erano alle dipendenze di un “adil” (duce). Inizialmente erano costituiti da arabi catalani, guasconi, aragonesi, navarresi, majorchini. Furono apprestate fortificazioni anche a S. Maria, a Capitello, a Bosco, a Camerota, e presso il monte Bulgheria. A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”. Continuando il suo racconto il Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata. Nella seconda metà del XV secolo, i Petrucci ne avevano notevolmente ampliato il territorio nel basso Cilento (85). Dopo la congiura dei Baroni e il sequestro dei beni ai congiurati (86), la contea di Policastro he era stata avocata a sè dalla Corona, fu acquistata da Giovanni Carafa della Spina (87).”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (85), postillava che: “(85) E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il conte di Policastro’, Bari 1926.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (86), postillava che: “(86) ASN, Privilegi della Sommaria, nei voll. 18 e sgg.; E. Perito, ‘La congiura ….’, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(88) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F. A. Vanni, ‘Cronica di Majerà, ms, cit.”. Sui Sanseverino e sui Carafa ha scritto anche Carlo Pesce (…), nella sua ‘Storia della città di Lagonegro’.

Dopo la ‘Congiura di Capaccio’ contro l’Imperatore Federico II di Svevia

Anche quì il traduttore dello storico tedesco forse è caduto in errore parlando di Veglia e non di Velia. Scrive il Vassalluzzo (….), che: Papa Clemente, intanto, offriva l’investitura del Regno a Carlo I d’Angiò il quale, una volta in possesso della Corona, con l’appoggio dei Guelfi, sconfiggeva Manfredi a Benevento. Era l’anno 1266. Carlo passava quindi a punire coloro che avevano patteggiato per gli Svevi.” di Manfredi, ultimo sovrano del Regno di Sicilia, figlio illegittimo di Federico II di Svevia a cui era succeduto. Fu reggente per il nipote Corradino dal 1254, poi re di Sicilia dal 1258. Morì durante la battaglia di Benevento, sconfitto dalle truppe di Carlo I d’Angiò. Il re è legato indissolubilmente alla città pugliese di Manfredonia, da lui fondata il giorno di San Giorgio nel 1256 e alla quale conferì il proprio nome in segno di prestigio e potenza e che figura sulla Carta Pisana, la più antica conosciuta. Rileva il Carucci (…) che per il parlamento  poi tenuto a Foggia nell’anno 1240 – quindi prima della Congiura di Capaccio – Federico II di Svevia (detto il Barbarossa), invitò insieme ai rappresentanti di Salerno, Eboli e Amalfi, anche quelli di Policastro, il cui castello fu avocato alla curia regia in età angioina e custodito (a. 1284) dal milite Taddeo di Firenze.

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(Fig…) Policastro, Torre

Nel 1253, Guglielmo, Conte di Rivello, al tempo di Corrado di Svevia

Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parla di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a p. 442, continuando il suo racconto su Rivello, a p. 442, nella sua nota (I), posillava in proposito che: “(I) Fu Conte di Rivello Guglielmo, che dopo la morte di Federico II, conosciuto da Corrado, per uomo di gran senno e di consumata prudenza, fu destinato per la riformazione del Regno. Il ‘Collenuccio lo chiama erroneamente Enrico  e nel lib. 4 di sua ‘Storia’, dice che fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”Per i fatti, di cui ha parlato anche l’Antonini a p. 443 della sua ‘Lucania’, prendendo le mosse dal racconto che fece lo storico della fine del ‘600, Pandolfo Collenuccio (…), nel libro IV del suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’, edito nel 1591. Il Colenuccio (…), nel suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’ (ed. del 1613), nel cap. IV, a p. 57 a, parla di ‘Guglielmo, ribelle di Federico II’. Il Collenuccio (…), ci parla del ribelle Guglielmo, Conte di Lauria (dice l’Antonini), che secondo l’Antonini “…fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”. Il Collenuccio, nel cap. IV a p. 57, in proposito alla ‘Congiura di Capaccio’, scriveva di questo Guglielmo: “Capi del trattato erano Pandolfo da Fasanella, & Giacomo da Morra; Compagni nel tradimento erano Tebaldo, Guglielmo, & Francesco da S. Severino, ecc..”. Federico II di Svevia, morì a Ferentino di Puglia, nel 1250. Ma chi era questo Corrado di cui parla l’Antonini, dove dice che egli, dopo la morte di Federico II di Svevia, conosciuto Guglielmo Conte di Rivello, gli lascio la restaurazione del Regno. Il Collenuccio, a p. 60, in proposito scriveva che: “Lasciò erede universale nel Regno di Napoli, et in tutto l’Imperio di Roma, suo figlio Corrado Re d’Alemagna. Ad Enrico, minor figliuolo ancora legittimo, lasciò il Regno di Sicilia: oltra il Faro, il qual però havesse a tenere secondo la volontà di Corrado predetto, et lasciolli centomila once d’oro. ecc…ecc…”. Il Collenuccio (…), a p. 62, in proposito scriveva che: “Avuto adunque Napoli in questo modo Corrado, fu  Re universale del Regno senza alcuna contradittione, et la riformatione di esso, commise ad Enrico, vecchio Conte di Rivello, et il governo di Napoli. Stando adunque in istato pacifico volto ai piaceri, Enrico fanciullo suo fratello, figliuolo della Regina Isabella, partì di Sicilia, à chi Federico l’havea lasciata, per venire a far riverenza al Re. In sua compagnia vi era un Capitano Saracino detto Giovanni Moro, ecc…ecc..”. Dunque, l’Antonini (…), riguardo a Rivello, sulla scorta del Collenuccio, in proposito scrive che Guglielmo, Conte di Rivello, fu conosciuto da Corradino di Svevia, come uomo di gran senno e di consumata prudenza, destinandolo alla riformazione del Regno. L’Antonini (…), scrive pure che il Collenuccio, l’aveva chiamato erroneamente Enrico, il quale (secondo il Collenuccio), era stato uno dei primi a ribellarsi durante la Congiura dei Baroni contro Federico II di Svevia. Intanto l’Antonini, ci parla di Lagonegro, l’antica ‘Nerulo’, ‘Lagonegro e sue montagne’, p. 183, Parte II, Discorso I. Corrado IV di Svevia, alla morte del padre l’Imperatore Federico II, insieme a suo fratello Manfredi, ereditò gran parte dei Regni del padre. La successione al trono del Regno di Sicilia, avvenuta dopo la morte dell’Imperatore Federico II, nel 1250, di cui venne a conoscenza probabilmente in gennaio, procurò a Corrado la successione in tre Regni ma peggiorò anche notevolmente la sua posizione. Corrado, scomunicato dal papa il 13 aprile 1251, decise di partire per l’Italia per trasferire la sua base nel Regno di Sicilia, del quale rivendicava l’eredità. Corrado, per punire la ribellione di Napoli ne trasferì l’Università a Salerno. Corrado, ridusse i diritti di sovranità al fratello Manfredi, restandogli il principato di Taranto e, negò il proprio consenso ad alcuni provvedimenti di governo di Manfredi, in primo luogo i ricchi infeudamenti dei Lancia, suoi parenti per parte di madre. Nell’estate del 1252, Corrado, diede inizio all’offensiva contro i ribelli e, nel 1253, bandì i Lancia dal Regno minacciandoli di punizioni, con la sola esclusione di Bertoldo di Hohenburg, marito di Isotta Lancia. Ricordiamo che, dopo la ‘Congiura di Capaccio’, contro l’Imperatore Federico II di Svevai, e lo sterminio dei Sanseverino – fatto prigioniero ed esule alla corte del Papa, il piccolo Ruggero unico sopravvissuto – Galvano Lancia, fu investito della Contea del Cilento dall’Imperatore Federico II, di cui abbiamo già parlato ivi in un altro saggio dedicato alle nostre terre al tempo di Federico II di Svevia. Corrado IV, morì il 21 maggio 1254, e si disse che fosse stato avvelenato da Manfredi. A quel tempo, scrive Pietro Ebner nel suo ‘Baroni, popoli ecc..’, sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 89), parlandoci di Policastro, in proposito scriveva che: Nel 1254, come vedremo in seguito, vi fu mandato il vescovo salernitano Giovanni Castellomata, che restò a capo della diocesi per un paio di anni, e dopo, per tutto il secolo XIII, si ricordano i nomi di Mario, Fabiano e Bartolomeo. Quest’ultimo è ricordato per l’anno 1278, e dopo di lui, fino al 1358, non si hanno documenti attestanti che nomine si sian fatte.”. L’Ebner, continuando il suo racconto, sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 274), scriveva che: “Il 13 ottobre 1254 Innocenzo IV, da Anagni, ordinò a Guglielmo di S. Eustachio, cardinale diacono e legato del Capitolo di Policastro per la nomina a vescovo di quella diocesi di Giovanni Castellomata medico e canonico salernitano. Nell’informare il cardinale che si attendeva una nomina immediata si augurava che quel canonico, con i suoi amici e parenti, gli fossero utili in un affare impreso a trattare a Salerno.. Nelle sue disposizioni testamentarie, Corrado IV, prima di morire, nominava come proprio successore il figlio Corradino di Svevia, nato in Baviera il 25 marzo 1252 dopo la sua partenza per l’Italia. Il Collenuccio e l’Antonini, si riferivano a Corrado IV, o si riferivano forse a Corradino di Svevia figlio di Corrado IV di Svevia ?. Nell’anno 1266, dopo la morte di Re Manfredi, nel settembre del 1267 discese in Italia il giovane Corradino di Svevia, figlio di Corrado IV e di Elisabetta di Baviera, ultimo degli Hohenstaufen, chiamato dai partigiani dell’Impero. In seguito a lunghe trattative con i papi Urbano IV e Clemente IV, quest’ultimo nel 1265 scelse come nuovo re di Sicilia Carlo I d’Angiò. Il 22 febbraio 1266 Manfredi fu sconfitto e ucciso nella battaglia di Benevento. I suoi sostenitori meridionali si rivolsero quindi a Corradino che decise di scendere in Italia e rivendicare il trono di Sicilia. Accolto trionfalmente a Roma, ma il 23 agosto 1268, presso Scurcula Marsicana (Fucino), Corradino venne sconfitto da re Carlo d’Angiò. Scampato alla battaglia venne poi catturato presso la Torre di Astura e consegnato a Carlo, che lo fece condannare a morte (Napoli, piazza del Mercato, 29 ottobre 1268). In una lettera inviata al giustiziere di Principato e Terra Beneventana nel 1279, Re Carlo I evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, in proposito citava una lettera di Carlo I d’Angiò del 1279 (7). Ebner, in proposito alla citata lettera, postillava nella sua nota (7) e, in proposito scriveva che: “ricorda una pagina minore, ma non meno importante, delle attese che si ripromettevano i partigiani dell’Impero dalla venuta di Corradino di Svevia in Italia.”. Poi l’Ebner, continuando il suo racconto a proposito della lettera di Carlo d’Agiò, scriveva che: “Da questa lettera si apprende di cavalieri con predicato locale, Carlo d’Angiò segnala nella sua lettera che il milite Roberto de Bertanoni, il milite Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Anselmo de Offiza della Terra di Tortorella, al tempo delle ultime irruzioni nemiche nel Regno presero le parti di Corradino. Anzi all’approssimarsi delle galee condotte da Federico Lancia e da Riccardo Filangieri al litorale di Policastro, i predetti si recarono a incontrare il vascello imperiale. Ricevuti i sopravvenuti come capitani, questi furono condotti nel feudo di Tortorella e venne affidato nelle loro mani l’amministrazione e il governo dell’università. Alla venuta di Corradino fecero poi solenni e pubbliche feste. Dopo la sconfitta di Corradino, re Carlo ordinò a Ruggiero Sanseverino, conte di Marsico, di fare arrestare i traditori di Tortorella, i quali si erano già messi in salvo con la fuga. Carlo I d’Angiò, ordinò di distruggere le loro case, svellere le loro vigne, distruggere i raccolti e dare i loro beni in amministrazione, prima ad un certo Arduino, e poi a Giovanni Gallina, i quali se ne erano già impadroniti. Il Re pertanto ordinò al giustiziere di estromettere costoro prendendo in consegna tali beni. Vi è pure notizia che Margherita Guarna, vedova del fu Matteo di Padula, concesse l’annua “previsione” di once XX sui beni del ribelle Giovanni da Procida, in cambio dei casali di Tortorella e di Casalnuovo quae tenebat pro dodario (8). È del 1289 un ordine perentorio di Re Carlo II ai salernitani Riccardo de Ruggiero e Riccardo D’Aiello di recarsi immediatamente, sotto pena di confisca dei loro beni, rispettivamente al castello di Tortorella e a quello di Sanza, di cui erano possessori, per custodirli diligentemente “ne gravetur ab hostibus” (9)”. Ebner, a p. 676, nella sua nota (7), postillava che il documento è “(7) Reg. 33, f. 93 = vol. XX, p. 141, n. 324, a. 1279.”. Sempre l’Ebner, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 1272, XV ind. f. 88 = vol. VIII, p. 163, n. 312.”. Ancora Ebner, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Reg. 46, f. 314 t., 1298, settembre, Napoli = Carucci cit., II, p. 204, n. 97.”.

La dominazione Angioina e Carlo I d’Angiò

Le vicende del feudo di Policastro subirono una svolta importante dopo la morte dell’imperatore Federico II (13 dicembre 1250), quando sappiamo che passò in potere del conte Giovanni Ruffo (di Calabria) mentre, durante gli anni precedenti, sembra che sia rimasto devoluto transitoriamente alla regia corte. La signoria di Galvano Lancia (signore Federiciano del Cilento) non durò a lungo e terminò nel 1266 quando Carlo I d’Angiò, con la vittoria di Benevento si impossessò del Regno con l’aiuto di Ruggero di Sanseverino che ebbe restituito i suoi feudi nel Cilento. Sotto i Sanseverino, di nuovo il Cilento ebbe di nuovo una relativa crescita demografica ed economica. Anche Policastro ricevè attenzioni dal nuovo feudatario e dalla corte Angioina e con esso anche il territorio di Sapri, dove era il porto. Il maniero dei Sanseverino a S. Severino di Centola (SA), grazie alla sua posizione strategica fece sì che durante la guerra del Vespro diventasse teatro di guerra, in particolare innumerevoli sofferenze soffrì la popolazione per le scorrerie degli Almugaveri, tanto che nel 1291 per disposizione di Carlo I d’Angiò, l’attuale paese di S. Severino di Centola, assieme ad altri centri del Cilento, venne esentato dal pagamento delle tasse. La tradizione orale parla con riferimento a questo triste periodo di un grande battaglia nella valle del Mingardo, con grande numero di morti e feriti, scontro che portò alla caduta di San Severino e alla sua presa da parte degli Aragonesi. A seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona (Guerra del Vespro), Policastro ed il suo territorio, si trovò al centro degli scontri.

Carta del Cilento

(Fig. 3) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘ (….), di probabile epoca Aragonese, inedita e da me scoperta, conservata all’Archivio di Stato di Napoli.

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(Fig. 4) Carlo I d’Angiò – particolare del busto della sua statua marmorea posta sulla facciata principale del Palazzo Reale di Napoli

Il Guzzo (….), a p. 175, a proposito di Policastro all’epoca Angioina, sulla scorta del Di Luccia, scriveva che: “Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il secolo XIII e, al tempo degli Angioini, raggiunse un’importanza strategica e castrense notevolissima (Di Luccia, p. 8). Nel 1284, troviamo Policastro custodita dal milite e giudice Taddeo di Firenze, affiancato e coadiuvato da 65 soldati armati.”. 

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(Figg. 5) Policastro all’epoca Angioina, tratta dal Carucci (3), pp. 147-148-149-150-151

Carlo I d’Angiò

Carlo I d’Angiò, figlio del re di Francia, Luigi VIII il Leone e di Bianca di Castiglia, fu re di Sicilia dal 1266, allorquando fu incoronato da papa Clemente IV fino alla sua cacciata dall’isola nel 1282 in seguito ai Vespri Siciliani (La prima Guerra del Vespro). Continuò a regnare sui territori peninsulari del Regno, con capitale Napoli, con il titolo di re di Napoli, fino alla sua morte, avvenuta nel 1285. Il Pontefice diede l’incarico d’incoronare Carlo come re di Sicilia. La cerimonia si tenne il giorno dell’Epifania del 1266, nella Basilica Lateranense a Roma, dove, alla presenza di baroni francesi e provenzali, di magistrati e di numerosi prelati, l’Angioino prestò il giuramento di obbedienza alla Chiesa e di osservanza assoluta dei patti sottoscritti, ricevendo infine la corona del Regno di Sicilia insieme con la moglie Beatrice. Carlo, raggiunto a quel punto dal grosso del suo esercito, iniziò l’attacco a Manfredi il 10 febbraio 1266  e subito i baroni della Terra di Lavoro (Puglia) si schierarono con lui, abbandonando il sovrano svevo, che fu costretto a ripiegare su Benevento. Qui, nei pressi del ponte sul fiume Calore, il 26 febbraio 1266 avvenne lo scontro decisivo, che portò alla sconfitta e morte di Manfredi nella celebre battaglia di Benevento. Con questa vittoria, Carlo, non solo conquistò il regno di Sicilia, ma fece sì che tutta l’Italia passasse sotto il dominio dei guelfi. Nel 1282, fu cacciato definitivamente dalla Sicilia. Ucciso Corradino di Svevia, fatto decapitare a Piazza del Mercato a Napoli, l’Angioino riprese a governare in modo ancor più rigidamente dispotico, sostituì i baroni ribelli con nobili francesi, confiscò tutti i beni agli avversari e trasferì la capitale del regno da Palermo a Napoli, all’epoca principale centro della Terra di Lavoro. Nel XIII secolo la Guerra del ‘Vespro’, ovvero la guerra tra Carlo I d’Angiò e poi in seguito tra Carlo II d’Angiò e Pietro d’Aragona, si sviluppò a lungo sotto le mura di Castellabate e nel Cilento in generale, ove incise sulle condizioni già precarie delle popolazioni. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle Calabrie tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. I piccoli villaggi o centri, soprattutto costieri, delle nostre terre, ebbero certamente un ruolo non marginale nelle operazioni militari di terra e di mare durante i continui scontri dell’Agioino Carlo I con i re Svevi che dominavano sul Regno di Sicilia. In questo saggio esamineremo un documento tratto dalla Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i ‘fuochi’ dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri.In un mio studio (1) che pubblicavo nel 1987, scrivevo: “Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri ed in particolare dopo la Congiura dei Baroni” (1). Nel documento (…) tratto dalla Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (…), dal Minieri-Riccio (…), e citato anche dal Del Mercato e da Infante (…), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi (focolai, famiglie): “…Cedola de focolaribus que inveniuntur diminuta per collationem factam”. Sul finire del XIII secolo, vi fu un arresto dello sviluppo di tutto il ‘Cilento‘ ed anzi il ritorno a condizioni di vita difficili a causa della ‘Guerra del Vespro’, la guerra tra gli Angioini (francesi) e gli Aragona (Spagnoli in Sicilia) che volevano impossessarsi del Regno di Napoli. Nel XIII secolo, alcuni centri del ‘basso Cilento‘ come Policastro e la baia ed il porto naturale di Sapri, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi che, dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. Nel XIII secolo la ‘Guerra del ‘Vespro’, ovvero la guerra tra Carlo II d’Angiò contro Pietro d’Aragona ed i saraceni Almugaveri che volevano conquistare il Regno di Napoli, si sviluppò a lungo sotto le mura di Castellabate e nel Cilento in generale, incidendo sulle condizioni già precarie delle popolazioni. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. La baia naturale di Sapri, ha sempre costituito un approdo sicuro e naturale alle imbarcazioni di una certa portata ed il suo piccolo porticciolo, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro, che era porto franco, riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare. A causa delle operazioni militari della guerra del ‘Vespro’, la guerra intrapresa dagli Aragonesi che volevano conquistare il Regno di Napoli angioino. Il piccolo borgo marinaro di Sapri, subì notevoli danni, tanto che Sapri, non compare sul documento (6), in questione. I piccoli borghi della nostra zona, subirono notevoli danni, tanto che, alcuni di essi compaiono in un documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i ‘fuochi’ dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro degli Angioni (i francesi) di Carlo I d’Angiò contro gli Aragonesi (spagnoli), i Saraceni Almugaveri. Purtroppo, gran parte dei documenti contenuti nei Registri Angioini, sono andati persi. Infatti, il documento (6) in questione, non fu esaminato dal Silvestri (…).  Nel 1975, lo studioso Mario Vassalluzzo (…), sulla scorta di precenti studi del Silvestri (…), pubblicò un interessante saggio  ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, da cui abbiamo tratto alcune interessanti considerazioni. Il Vassalluzzo, scriveva in proposito: Oggi per nostra fortuna, se siamo in possesso di dati demografici per il sessantennio aragonese e per il primo censimento vicereale, lo dobbiamo alla pazienza e alla solerzia di Alfonso Silvestri (3), il quale raccogliendo in volume le carte risparmiate dalla distruzione che subì l’Archivio di Stato di Napoli nell’ultima guerra, ha messo alla portata di tutti la ‘Numeratio terre Castris Abbatis Casalibus’, dalla quale attingiamo le notizie dei fuochi del periodo Aragonese e del primo censimento vicereale, limitatamente ai Casali dipendenti al Castello dell’Abate, e la ‘Numerazione Rocce Cilenti cum Casalibus'”. Nel 1987, pubblicai a stampa lo studio: “I Villaggi deserti del Cilento” (1), dove esaminai e citai questo documento (6).  Purtroppo, il documento in questione (6), non esiste a causa della sua distruzione che subì nel 1943 insieme all’enorme mole di documentazione d’epoca Angioina, allora conservata nel Grande Archivio di Napoli. Il 30 settembre del 1943 una squadra di guastatori dell’esercito tedesco in ritirata appiccava il fuoco al deposito antiaereo ubicato a San Paolo Belsito presso Nola e in quel rogo andò perduta tutta la documentazione più antica dell’Archivio di Stato di Napoli. Il fondo più importante e meglio noto del Diplomatico era quello della cancelleria angioina, dove era conservato ciò che era rimasto dell’antico Archivio della r. zecca (…). Si è calcolato che i documenti tràditi prima che andassero perduti nel rogo di San Paolo Belsito fossero più di cinquecentomila. Per fortuna, gran parte di questa documentazione, fu trascritta e pubblicata da ben 350 studiosi, tra i quali il Filangieri, il Capasso, il Minieri-Riccio che avevano lavorato su questi documenti. In seguito, altri studiosi come il Carucci (…), esaminarono e pubblicarono alcuni documenti come quello che ivi presentiamo e di cui parliamo. Il Carucci (…) e Del Mercato (…), riportano interessanti documenti dell’epoca angioina. Il Carucci (…) nel suo  Codice diplomatico salernitano del XIII secolo, cita un interessantissimo documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina e che il Del Mercato (…), riporterà più tardi in stralcio. Il Del Mercato (…), scriveva in proposito: “Per quantificare l’entità dei danni, prodotti dalla Congiura e dalle operazioni militari, basti pensare che in un documento del 1271, relativo alle terre del Regno, la cui popolazione era diminuita, è citato il Cilento che risultava avere una popolazione di 110 fuochi (…)Infatti, nel documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina (6), datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (…) e dal Del Mercato (…), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie): La popolazione era calata sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi (focolai, famiglie): “Cedola de focolaribus quae invenientur diminuita collationem factam: – riportiamo solo i centri del Golfo di Policastro Pissotta 27 (Pisciotta), Cuculum 477 (Cuccaro vetere ?), S. Severinus de Camerota 9 (S. Severino di Camerota), Cornetum 2 (Corneto), Camarota 77 (Camerota), Rofranum 2 (Rofrano), Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88 (Roccagloriosa), S. Johannes ad Pirum 6 (S. Giovanni a Piro), Policastrum 124 (Policastro), ecc…Ma il documento Angioino di Carlo I, del 1271, è utile per conoscere i toponimi locali dei piccoli centri che vengono ivi citati. Nel documento alcuni centri non vengono citati come ad esempio il piccolo centro di Sapri con la sua ampia baia e porto naturale, che forse, aveva all’epoca un altro toponimo, ma è probabile che il motivo fosse che la sua popolazione fosse inclusa in quella del vicino centro di Policastro, che non aveva un vero porto ma era centro demaniale o ‘porto franco’ essendo più importante segnato sulle carte nautiche dell’epoca in rosso. Infatti, è probabile che intorno ai primi decenni del ‘300, la presenza genovese nella zona, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca, come poi vedremo. Forse a quei tempi, le strutture portuali e l’ampia baia naturale di Sapri, costituivano il Portus saprorum di Policastro (1). Il Carucci (…), nel suo pregevole studio, il vol. I, “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), del suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (4), a p. 400 e s., scriveva in proposito al documento: “1271, (a. VII di Carlo d’Angiòre di Sicilia)” (riferendosi a re Carlo I d’Angiò), “, XV indizione, 1 dicembre, Napoli. Carlo d’Angiò ordina l’esazione dei residui della tassa sui fuochi imposta per l’anno della XII indizione, e il 1° dicembre 1271 manda al giustiziere del Principato e della Terra Beneventana la cedola dei fuochi delle due provincie. Dell’odierna provincia di Salerno sono nella cedola notati i seguenti paesi: Pissotta 27 (Pisciotta), Cuculum 477 (Cuccaro vetere ?), S. Severinus de Camerota 9 (S. Severino di Camerota), Cornetum 2 (Corneto), Camarota 77 (Camerota), Rofranum 2 (Rofrano), Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88 (Roccagloriosa), S. Johannes ad Pirum 6 (S. Giovanni a Piro), Policastrum 124 (Policastro).. Poi, come possiamo vedere dall’immagine ivi, postillava: “Napoli, archivio di Stato, reg. ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, ed. MINIERI-RICCIO, Il regno di Carlo I, ecc. p. 41”  e alla sua nota (3), postillava: V. l’elenco di tutti i paesi del Principato Citra nel 3° vol. in un doc. del 9 Agoso 1299″.

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(Fig. 6) Documento (6) d’epoca Angioina, del 1271, pubblicato dal Carucci (3) e citato dal Del Mercato (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.

Il Carucci (…), trae il documento (6) dal Minieri-Riccio (…), che lo pubblicava a p. 41 (Fig…). Il Minieri-Riccio, nel documento (6), in questione che pubblicò nel 1852, scriveva in proposito come si può leggere nell’immagine di Fig. 3: “1 Dicembre. Ivi. Re Carlo ordina a Gualtiero di Collepietro Giustiziere di Principato e Terra Beneventana, di raccogliere il residuo della esazione de’ fuocolari dell’anno della 12° indizione, ed all’uopo gli manda la ‘Cedola de focolaribus quae invenientur diminuita per collactionem factam de quaternis particularibus generalis subventionis ad quaternos de focolaribus pro quibus subscripte terre et loca tenentur ad rationem de augustali uno proquolibet foculari pro primo et secundo mense sub magistratu Gualterii de Collepetro Iustidiarii Principatus et Terre Beneventane in anno XII Indictionis. Le quali terre sono: con i seguenti focolari Ecc..”, ed elenca i centri con la nota (172)(6). I paesi con i relativi corrispondenti focolari registrati che riguardano le nostre terre, sono: “Cilento f. 110. on. 27 t. 15, Pisciotto f. 27. on. 6. t. 22 1/2, Alfano f. 3 t. 22 1/2, Cucculo f. 477. on. 119. t. 7 1/2, S. Severino di Cammarota f. 9. on. 2. t. 7 1/2, Cammarota (Camerota) f. 77. on. 19. t. 7 1/2, Corneto f. 2. t. 15, Tropano f. 3 t. 22 1/2, Rofrano f. 2. t. 15, Sansa f. 33. on. 8. t. 7 1/2, Padula f. 78. on. 19 t. 15, Rocca Gloriosa f. 88. on. 22., S. Giovanni a Piro f. 6. on. 1. t. 15, Policastro f. 124. on. 31.”. Poi aggiunge: “Et pro secundo mense in subscriptis terris ribelibus de prescriptis videlicet: – Policastro f. 124 ecc..”.

p. 41p. 42p. 44

(Fig. 7) Stesso documento Angioino del 1271 (6), pubblicato Minieri-Riccio (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.

Il documento Angioino (6) è stato citato da Del Mercato P.F., Infante A. (…), Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (25).  Il Del Mercato, dice a p. 39, nota (25) che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. 

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(Fig. 8) Documento (6) d’epoca Angioina, del 1271, pubblicato dal Carucci (…) e citato dal Del Mercato (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.

Sapri ed il suo porto, nel 1271, durante la Guerra del Vespro tra gli Angioini e gli Aragonesi

Sul finire del XIII secolo, vi fu un’arresto dello sviluppo di tutto il ‘Cilento‘ ed anzi il ritorno a condizioni di vita difficili a causa della ‘Guerra del Vespro’, la guerra tra gli Angioini (francesi) e gli Aragona (Spagnoli in Sicilia) che volevano impossessarsi del Regno di Napoli. Nel XIII secolo, alcuni centri del ‘basso Cilento‘ come Policastro e la baia ed il porto naturale di Sapri, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi che, dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. Nel XIII secolo la ‘Guerra del ‘Vespro’, ovvero la guerra tra Carlo II d’Angiò contro Pietro d’Aragona ed i saraceni Almugaveri che volevano conquistare il Regno di Napoli, si sviluppò a lungo sotto le mura di Castellabate e nel Cilento in generale, incidendo sulle condizioni già precarie delle popolazioni. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso ba-luardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle ‘Ca-labrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. La baia naturale di Sapri, ha sempre costituito un approdo sicuro e naturale alle imbarcazioni di una certa portata ed il suo piccolo porticciolo, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, ris-petto a quello più importante del centro demaniale di Policastro, che era porto franco, riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare. A causa delle operazioni militari della guerra del ‘Vespro’, la guerra intrapresa dagli Aragonesi che volevano conquistare il Regno di Napoli angioino. In un mio studio (1) che pubblicavo nel 1987, scrivevo: “Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. “ (1). Il piccolo borgo marinaro di Sapri, subì notevoli danni, tanto che Sapri, non compare su un documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i ‘fuochi’ dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Il Carucci (4) e Del Mercato (5), riportano interessanti documenti dell’epoca angioina. Il Carucci (4) nel suo  Codice diplomatico salernitano del XIII secolo, cita un interessantissimo documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina e che il Del Mercato (5), riporterà più tardi in stralcio. Il Del Mercato (5), scriveva in proposito: ” Per quantificare l’entità dei danni, prodotti dalla Congiura e dalle operazioni militari, basti pensare che in un documento del 1271, relativo alle terre del Regno, la cui popolazione era diminuita, è citato il Cilento che risultava avere una popolazione di 110 fuochi (6)Infatti nel documento tratto dalla Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (4) e dal Del Mercato (5), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie): La popolazione era calata sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi (focolai, famiglie): “Cedola de focolaribus quae invenientur diminuita collationem factam” : – riportiamo solo i centri del Golfo di Policastro Pissotta 27 (Pisciotta), Cuculum 477 (Cuccaro vetere ?), S. Severinus de Camerota 9 (S. Severino di Camerota), Cornetum 2 (Corneto), Camarota 77 (Camerota), Rofranum 2 (Rofrano), Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88 (Roccagloriosa), S. Johannes ad Pirum 6 (S. Giovanni a Piro), Policastrum 124 (Policastro), ecc…Dal documento antichissimo, alcuni centri non vengono citati ma è chiaro che il piccolo centro costiero di Sapri che aveva il porto, rientrava nella popolazione di Policastro che non aveva un porto ma era centro demaniale o porto franco essendo più importante segnato sulle carte nautiche dell’epoca in rosso. Il centro di Sapri e la sua popolazione, con la sua ampia baia naturale, essendo il porto o scalo marittimo di Policastro, pur non figurando nel documento angioino, aveva subito una sensibile diminuzione della popolazione e diversi danni, come è accaduto per gli altri centri. Sapri, nel XIII secolo, pur non figurando nel documento era un piccolo centro con il suo porto al servizio del centro demaniale e regio di Policastro. Infatti, è probabile che intorno ai primi decenni del ‘300 , la presenza genovese nella zona, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca, come poi vedremo. Forse a quei tempi, le strutture portuali e l’ampia baia naturale di Sapri, costituivano il Portus saprorum di Policastro (1).

Nel 16 ottobre 1290, Roberto d’Angiò, conte d’Artois a Policastro

L’Ebner (…), nel suo Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento, vol. II, p. 334, scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia e indi restituite ai rispettivi antichi possessori da Re Carlo, come risulta dai Registri Angioini, come si può leggere nella pagina 337, di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’ di Pietro Ebner (…):

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(Fig. 9) Policastro all’epoca Angioina, p. 337, tratta da ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’.

L’Ebner (23), in proposito scriveva che: Dai registri Angioini si rileva un’ordinanza di Re Carlo I d’Angiò (Reg. 1269 S, f. 45) che invitava le autorità a non molestare Nicola de Jannuccio (Giannucci), per la ribellione commessa da Policastro perchè questa si era verificata durante la sua assenza. Vi è pure un ordine di riscuotere dall’erede del giudice Ruggero di Policastro l’ammontare della bagliva: VIII once d’oro e XV tarì. Nel Reg. 6, f. 16 è la notizia della donazione di Re Carlo all’ostiario Rinaldo di Poliolio del castello di Vineolo in Basilicata e di ‘alia bona’ in Policastro “quae fuerunt Andrea de Torraca proditoris”. Dl Reg. 10, f. 41 t l’ordine “de exibitione decimarum Episcopo Policastrensis”. Nel Reg. 10, f. 110 t e 115 bis, l’ordinanza che il baiulo di Policastro era “prepositus” alle strade del ponte del Sele a Polla, da Policastro a S. Giovanni a Piro e da Policastro a Tropea. Vi è pure un’ordinanza per la riscossione di 121 oncie per aver occultati 124 fuochi. Nel Reg. 1271, A f. 111, l’ordine al milite di Alessandro di Policastro di prendere possesso del monastero di Curacio (Castelluccio) donategli dal Re.”.

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Carucci, p. 182

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Il 16 ottobre 1290 il Conte d’Artois comunicò all’Università che Policastro sarebbe stata sempre demaniale. Il Guzzo (….), a p. 175, a proposito di Policastro all’epoca Angioina, sulla scorta del Carucci (vol. II, pp. 252-253-254), scriveva in proposito: Documento notevolissimo e probante della rilevanza politica raggiunta in quel tempo da Policastro, è quello che porta la data del 16 ottobre 1290, con il quale il conte d’Artois da Spinazzola informava i rappresentanti di Policastro che la loro città sarebbe stata sempre demaniale, sempre fortificata e mai distrutta (Muri civitatis eiusdem propter guerram presentem fortificentur in melius nec occasione aliqua diruatur), parole che poche città meridionali possono vantare a loro fama.”.

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(Fig. 10) Alcuni documenti della Cancelleria Angioina, pubblicati dal Carucci (3).

Sapri e Policastro nel 1290 nella carta nautica più antica conosciuta detta ‘Carta Pisana’

A proposito del porto e di Sapri, l’Ebner (8) scrisse: “Mancano notizie in età normanna ed angioina del villaggio e del suo approdo monopolizzato dal vicino e più importante porto di Policastro.”. Forse a quei tempi, le strutture portuali e l’ampia baia naturale di Sapri, costituivano il Portus saprorum di Policastro (1). Io credo che Policastro non avesse un porto e che fin dall’epoca dei romani, il porto di Policastro fosse il “portum” di Sapri. Certo che Sapri, nel XIII secolo era uno scalo marittimo conosciuto con il toponimo di Saprà, come risulta dalla più antica carta nautica conosciuta la ‘Carta Pisana’, datata intorno al 1290 (Fig. 5). Sulla Carta Pisana, ha scritto il Caraci (14): “La ‘Carta Pisana’, è la più antica carta nautica conosciuta di cui disponiamo (così chiamata perchè appartenente un tempo a una famiglia di Pisa), attualmente conservata nella Biblioteca Nazionale di Parigi (…). Priva di data e del nome del suo autore (con tutta probabilità un genovese), viene generalmente ritenuta della fine del XIII secolo: sicuramente posteriore al 1256, in quanto rappresenta la città di Manfredonia sulle coste Pugliesi, fondata in quell’anno e, forse precedente al 1291 o di poco posteriore ecc..”. Per noi la carta Pisana e la sua datazione è particolarmente interessante a causa del fatto che in essa vengono riportati i toponimi  di Sapri e di Policastro, come abbiamo già visto in un nostro studio ivi pubblicato. Infatti, è probabile che intorno ai primi decenni del ‘300 , la presenza genovese nella zona, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca, come poi vedremo. Il piccolo porticciolo e la baia naturale di Sapri, ebbero certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro (porto franco), nelle operazioni militari che si svolgeranno via mare durante la Guerra del Vespro (7). L’indagine toponomastica, condotta attraverso lo studio delle fonti e della cartografia manoscritta medievale, dei peripli, delle carte nautiche e portolani, identifica, sia pure solamente porto e non come un vero e proprio centro abitato quale è stato Policastro (segnato in rosso), Sapri, insieme a Palinuro, Maratea e Policastro, viene annoverato come luogo tra gli scali marittimi della nostra costa, segnati nelle carte nautiche esistenti più antiche che conosciamo come la ‘Carta Pisana’ (Fig. 5), risalente a forse prima del 1290 (10) (Fig. 5). Nella ‘Carta Pisana’, sotto i porti di Policastro, segnato in rosso ‘Panecastro, si può leggere il toponimo di Saprà o Sapra. La presenza dello scalo marittimo di Sapri sulla più antica carta nautica conosciuta e risalente proprio all’epoca della ‘Guerra del Vespro’ che fu combattura proprio sulle nostre coste, attesta che il centro marittimo di Sapri esisteva ed era perfettamente conosciuto.

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(Fig. 1) Ingrandimento della carta nautica detta ‘Carta Pisana’, con il particolare delle coste tirreniche dell’Italia meridionale, tratta dal testo di Jerry Brotton (10).

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10 (Archivio Attanasio)

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(3) Carucci C.,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito Il Vol. II ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994.

(4) Del Mercato P.F., Infante A., Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (24-25). Nella sua nota (25), a p. 39, postilla che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Ho scritto era perchè purtroppo la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”.

(…) (Fig…..) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1981 e da me pubblicata per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio).

(6) (Figg…..) “…Cedola de focolaribus que inveniuntur diminuta per collationem factam: “, datato 1 Dicembre 1271, era conservato al Grande Archivio di Napoli, oggi Archivio di Stato di Napoli. E’ un documento d’epoca Angioina, “….in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita”. Il documento Angioino è stato citato da Del Mercato P.F., Infante A. (…), Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (25).  Il Del Mercato, dice a p. 39, nota (25) che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Il documento è stato pubblicato anche dal Carucci C., Codice diplomatico salernitano del secolo XIII,  (…), vol. I, ovvero ” 1201-1281- Salerno durante la dominazione sveva e quella del primo angioino – a cura di Carlo Carucci”, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, p. 400 e 401, che postillava a p. 400 che era stato tratto da Minieri-Riccio  che a sua volta l’aveva tratto da “Napoli. Archivio di Stato. Reg. Ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, in Minieri Riccio, p. 41”.  Minieri-Riccio (…), op. cit. p. 41 e s., pubblica il documento a p. 41 sotto “Anno 1271, indizione 15°, dal 1 Settembre 1271 al 31 Agosto 1272”, e che nella sua nota (172), a p. 118, postillava che il documento era così collocato: “Reg. 1272 A. n. 13 fol. 186-187 t.”. Purtroppo, questo documento angioino non esiste in originale. Gli autori come il Minieri Riccio o il Filangieri, hanno pubblicato, solo la loro trascrizione integrale che è quella che ci resta.  Purtroppo, la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”. Riguardo i Registri Angioini all’Archivio di Stato di Napoli, i Registri di Carlo I d’Angiò, si veda Filangieri R., I registri della Cancelleria angioina ricostruiti, vol. I, a cura di R. Filangieri, Napoli 1950, reg. VI, 427 p. 299; si veda pure: Dierreu Paul, Les Archives Angevines de Naples, etude sur les Registres du Roi Charles I (1265-1285), par Paul Durrieu, Tomo I, Paris, ed. E. Thorin, 1886; Mazzoleni Jole……………………………………………

(7) Natella P. Peduto P., Pyxous – Policastro, estratto da ‘L’Universo’, rivista di I.G.M., ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.; Si veda pure: Gay J. (o Giulio), L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, Firenze, 1917, p. 253 e vedi pure Pontieri E., op. cit., 54.

(8) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 592-593. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo le famiglie di Camerota, si veda p. 239, tomo I. Riguardo la famiglia Marchese di Camerota, si veda: vol. I, p. 120. Riguardo la notizia del Malaterra, su Policastro in epoca Normanna si veda p. 537. Si veda pure: Hirsh – Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002.

(9) Almagià R., Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in   “Monumenta Italia Cartographica”, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Appendice I, p. 67, 68.

(10) (Fig. 1) l’immagine è tratta dalla carta nautica più antica conosciuta ‘Carta Pisana’,  l’ingrandimento ed il particolare delle coste tirreniche dell’Italia meridionale, tratta dal testo di Jerry Brotton, Le grandi mappe, editore Gribaudo, 2014, pagg. 52, 53.

(11)

(12) (Fig….) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto “‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, (…) e il Valerio (…), in un suo pregevole saggio. Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio scrive: “Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: Incommunicable pour raison de conservation’

(13) Volpe G., Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento, ed. Ripostes, Roma, 1888, p. 117.

(14) Caraci G., Segni e colori degli spazi medievali, Italiani e Catalani nella primitiva cartografia nautica medievale, ed. Diabasis, Reggio Emilia, 1993, p. XIX.

(20) Vassalluzzo M., ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, Cap. V, p. 207 e s., stà in ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, p. 191.

(21) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, p. 117.

(23) Ebner P., op. cit., Economia e Società nel Cilento Medievale, vol. II, p. 337. Si veda pure p. 537 e s. su Policastro.

(24) Giustiniani L., Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, Tomo VII, p. 225 e s. su Policastro e su Torre Orsaja e Castelruggiero, si veda Tomo IX, p. 215 e s.

(25) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377.

(27) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(29) Gli Archivi Angioini, conservati nel Grande Archivio di Napoli. Il 30 settembre del 1943 una squadra di guastatori dell’esercito tedesco in ritirata appiccava il fuoco al deposito antiaereo ubicato a San Paolo Belsito presso Nola e in quel rogo andò perduta tutta la documentazione più antica dell’Archivio di Stato di Napoli. Il fondo più importante e meglio noto del Diplomatico era quello della cancelleria angioina, dove era conservato ciò che era rimasto dell’antico Archivio della r. zecca, tradizionalmente articolato in tre serie distinte, i Registri, i Fascicoli e le Arche, a loro volta ripartite in Arche in pergamena e Arche in carta bambagina. Esso conteneva non solo gli atti amministrativi, ma anche quelli politici del regno dal 1265 al 1435, constava di una serie principale di 378 registri di cancelleria, più 4 volumi composti dai frammenti fatti rilegare da Capasso, i così detti «Registri angioini nuovi», per un totale di 382 unità, delle quali 379 in pergamena e 3 in carta, di 42 volumi cartacei nei quali erano stati rilegati i fascicoli superstiti (più alcuni frammenti conservati a parte in 12 buste) e 69 volumi di atti originali rilegati, 49 in pergamena e 20 in carta, che costituivano le due serie delle Arche. Si è calcolato che i documenti tràditi prima che andassero perduti nel rogo di San Paolo Belsito fossero più di cinquecentomila. Queste stesse serie fin dal secolo XVI erano state tra le più studiate tra quelle napoletane: Filangieri calcolò, sulla base dei registri della Sala di studio dell’Archivio, che nei primi quarant’anni del secolo XX ben trecentocinquanta studiosi avevano lavorato su questo materiale, una cifra enorme, se pensiamo al limitato numero di domande di studio di quegli anni. Furono questi dati a indurre il sovrintendente a concepire l’ardito disegno di una ricostruzione dell’archivio della cancelleria angioina. Dal 1944 è in corso un paziente lavoro di ricerca mirante a ricostruire il contenuto dei registri dell’archivio della Cancelleria angioina, attraverso le testimonianze, i regesti, le descrizioni e le riproduzioni fotografiche di quei documenti. Nel 1943 Jole Mazzoleni dirigeva la Sezione politico-diplomatica dell’Archivio, la più duramente colpita dalle offese belliche, praticamente privata di tutto il diplomatico, e perciò trasformata in un ufficio di ricostruzione. La ricerca sulla scorta della tradizione indiretta, manoscritta e bibliografica, di documenti tratti dall’Archivio della r. zecca fu coordinata e realizzata da lei in prima persona, insieme con i suoi più diretti collaboratori, funzionari di quella Sezione. Si costituì così il primo gruppo di studiosi che attese fin dal 1944 al lavoro sui repertori degli antichi archivari e poi sulle trascrizioni degli archivisti napoletani, le copie legali tratte dai registri perduti, la tradizione manoscritta indiretta antica (erudita, ecclesiastica, gentilizia e comunale), sparsa negli archivi e nelle biblioteche d’Europa, e quella più recente costituita dagli archivi personali di studiosi dei secoli XIX e XX, le pergamene originali spedite dall’antica cancelleria e conservate negli archivi dei destinatari di provvedimenti regi, l’immensa letteratura sul periodo, oltre, ovviamente, gli svariati codici diplomatici editi e, non da ultimo, l’ingente patrimonio di fotografie, microfilm e trascrizioni, raccolto a Napoli, grazie all’appello del Filangieri, rivolto agli studiosi, allora ancora in vita o morti da poco, che avevano lavorato sulle carte d’età angioina nei primi quarant’anni del secolo. Queste sono le principali direttive del lavoro del Filangieri e della Mazzoleni, che con ininterrotta continuità di metodo continua ancor oggi, e che ha consentito di acquisire un’immensa congerie di trascrizioni, fotografie o semplici notizie di atti perduti delle tre serie che costituivano un tempo l’archivio della cancelleria, e ora custodite sulla scorta delle segnature archivistiche originarie. Con il ritorno della Sezione politico-diplomatica dell’Archivio alle normali attività d’Istituto, già negli anni della Direzione Mazzoleni (1956-1973), l’Ufficio della ricostruzione della cancelleria angioina è diventato una struttura di ricerca comune all’Archivio di Stato di Napoli e all’Accademia pontaniana, coordinato dal responsabile della collana di «Testi e documenti di storia napoletana», Filangieri prima, al quale subentrò nel 1959 la stessa Mazzoleni e dal 1993 Stefano Palmieri, alla cui attività editoriale attendono principalmente gli allievi più meritevoli della Scuola di paleografia, diplomatica e archivistica dell’Archivio di Stato di Napoli. Le schede dei ricostruttori non sono messe in consultazione, dal momento che non costituiscono un fondo d’archivio, ma sono frutto dell’attività di ricerca di chi negli anni ha atteso all’intrapresa, tuttavia l’Ufficio fornisce informazioni bibliografiche e archivistiche sul materiale di studio accumulato a chiunque ne faccia richiesta.

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Storico Attanasio)

Vibona, Vibone “Lucana”, la necropoli, la colonia romana, sede vescovile nelle campagne di Sapri

La collina di S. Martino a Sapri

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Nei secoli bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche che, come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli, le sue origini e l’evoluzione storico-urbana del centro costiero. Questo saggio vuole fare il punto di tutte le notizie storiche raccolte e documentate su alcune ipotesi sull’origine  di Sapri. In particolare vorrei riassumere gli studi e le ipotesi circa un’antica cittadella pre-romana sorta sulle colline di Sapri, le cui sparse evidenze storico-arceologiche non sono state del tutto sufficientemente indagate. In altri miei saggi ivi ho parlato della colonia sibaritica di “Scidro” e in un altro mio saggio ho detto della città etrusca di “Avenia”. In questo saggio vorrei fare il punto sull’antica “Vibone”, città italiota pre-romana forse di origine Lucana di cui oggi il suo toponimo viene spesso confuso con la città calabra di Vibo Valenzia. Da Wikipedia leggia pure che altri studiosi ipotizzano una sua fondazione da parte di esuli fenici provenienti da Tiro, visto che una parte del paese è denominata Tirone.

VIBONATI

Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 68-69 parlando di Maratea e di Sicca, in proposito scriveva che: “Già il Magnone dimostrò all’Antonini l’equivoco di aver trasmutato un Sicca, che era un uomo ed un ospite di Cicerone a Vibo-Valentia, in uno scoglio ! detto Sicca, presso Maratea o Bonati (Lett. al Bar. Antonini, 1763, p. 36). Ma l’acre correzione del Magnone non pare sia accetta agli archeologi epicòrei, che ancora fanno eco all’Antonini. – Il paese che modernamente è scritto Vibonati, al popolo e alle vecchie carte (conf. Giustiniani, Diz. v. Bonati) è non altrimenti che Libonati: e deriva il nome dal tema medioevale ‘bonna’, limiti artefatti, e ‘bonare è metas figere’. Attesta il Ducange, che fino ai suoi tempi il popolo diceva ‘terres abonnéés’ quei predii, che tra limiti determinati e in virtù di un annuo compreso erano franchi di qualsiasi altra prestazione (ad v. ‘bonna’). E’ il senso di questo Li-bonati, medievale. Ed è la spiegazione etimologica della parola franco-italica di “abbonamento”. Ecco spiegato il perchè dall’ottocento in poi anche il territorio di Sapri, che era nel feudo dei principi Carafa prima e dei baroni Palamolla di Torraca dopo, veniva quasi sempre ascritto e riferito al territorio di Vibonati. Simile errore è stato fatto quando si parla di Torraca perchè a mio avviso impropriamente si parla di Sapri ed impropriamente si dice Torraca. Lorenzo Giustiniani, nel suo “Dizionario geografico ecc…”, alla voce “BONATI, o Libonati”, a pp. 313-314-315, vol II, in proposito scriveva che: “Ne’ Quinternioni ella è detta ‘Bonati’, seu ‘Bonatorum’, e li ‘Bonati’, o Libonati’, come nelle situazioni del 1648 e 1669, e mai ‘Vibonati’ secondo si vuole appellare da ‘Giuseppe Antonini’, ecc..”.

ENOTRI, SANNITI e LUCANI

Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a pp. 3-4, in proposito scriveva che: La colonia di Micito non durò a lungo: nel V e IV secolo si moltiplicarono le invasioni barbariche che minacciarono seriamente la civiltà greca. Alcune tribù appenniniche (Sanniti, Irpini, Japigi, Lucani, Messapi, Frentani ecc.) migrarono a più riprese a sud e si estesero fino alla Puglia e alla Calabria. In Calabria i Bruzii insorsero contro i Lucani dominatori, e, con l’aiuto di Alessandro d’Epiro, li sconfissero nella grande battaglia di Paestum nel 330 a.C. Di certo in questo anno i fuggitivi di Paestum ripararono a Pixunte. Da questo momento i lucani si ritirarono definitivamente nella regione situata tra i quattro fiumi principali (Sele, Lao, Crati e Bradano), cioè la Lucania.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: “4. Il mondo indigeno enotro-lucano, pur arretrando inizialmente a seguito della crescente presenza greca sulla costa, è comunque ben presente nell’area tra V e IV sec., con il significativo insediamento di Roccagloriosa, e con una serie di insediamenti minori “disposti quasi a corolla all’interno del golfo di Policastro” (34), prendendo alla fine il sopravvento anche sulle città costiere. Dal V secolo a. C. fino agli inizi del III fiorisce il frurion o fortezza lucana di Roccagloriosa, poi abbandonata con l’arrivo dei Romani. Gli scavi archeologici (35) hanno restituito mura, strade, edifici d’abitazione e sacri, iscrizioni, tombe a camera principesche con ori e vasi diproduzione pestana. Importante è un frammento bronzeo con iscrizione osca, datata al 300 a.C., relativa a una legge della città, e con riferimento a magistrati chiamati meddices. Il sito di Roccagloriosa è legato ad un mercato o centro di raccolta e scambio di beni, e ad uno sfruttamento intensivo dello spazio agrario nel IV e nel III sec.; le indagini archeologiche hanno attestato una economia agricola basata sulla policoltura, con un ruolo preminente occupato dalla coltivazione della vite. Inoltre, l’analisi dei dati faunistici su un campione di ossa presenta un panorama articolato, con un 30% di bovini e un 16% di suini (36). Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V / prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V sec., vasi a vernice nera tra cui un frammento figurato di cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (37). Tutto ciò evidenzia “una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec. organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa e occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte” (38). Di fine IV – inizi III sec. è una tomba a camera monumentale in località Laurelli di Caselle in Pittari: la camera, rettangolare e alta oltre quattro metri, è preceduta da un lungo dromos o corridoio tagliato nel pendio collinare e dotato di canalette per il drenaggio; la porta era decorata con capitelli dorici; del corredo sono stati recuperati solo frammenti di vasi a vernice nera e un balsamario (39). Da quest’area provengono anche moltissimi frammenti di ceramica di IV-III sec., pesi da telaio, macine (40). Altri insediamenti indigeni sono attestati a Morigerati ed a Tortorella (41)”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (34) postillava che: “(34) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (35) postillava che: “(35) GUALTIERI – FRACCHIA 1990; GUALTIERI – FRACCHIA 2001; GUALTIERI 2001”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (36) postillava che: “(36) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 56”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (37) postillava che: “(37) JOHANNOWSKY 1983a.”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (38) postillava che: “(38) GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (39) postillava che: “(39) JOHANNOWSKY 1983b; GIUDICE 2005”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (40) postillava che: “(40) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 53”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (41) postillava che: “(41) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18; FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 32”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…).. L’archeologa Giovanna Greco (….): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (…) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (….) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Si tratta del testo di autori vari: Greco Giovanna, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32 e p. 38. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “Ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v.  “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il ………………..Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 269, parlando di Palinuro, in proposito scriveva che: “Ho già detto (vedi a Molpa) del contrario avviso di M. Napoli circa l’evento prodigioso. Pertanto solo gli scavi potranno portare ulteriori elementi atti a chiarire in via definitiva l’affascinante problema.”. In questo ultimo passaggio l’Ebner cita Mario Napoli (…), Archeologo e Soprintendente alle Antichità della Campania. Si tratta del testo di Mario Napoli (…) ‘Civiltà della Magna Grecia’, ed. Biblioteca di Storia Patria, Roma, 1969 e poi ristampato nel 1978. Mario Napoli che aveva rinfocolato alcune scoperte di Amedeo Maiuri a Velia, a p. 89, nel suo capitolo dedicato a “Popolazioni italiche all’arrivo dei Greci”, in proposito scriveva che: “E’ proèprio degli Enotri che si può, forse, cominciare a tracciare un tentativo di ricostruzione storica, con l’ausilio delle recenti indagini archeologiche. Un’ampia regione, che ha come confini orientali il Bradano e settentrionali l’Ofanto, e che si estende sino al mare Jonio e al Tirreno, all’incirca coincidente con i confini normalmente assegnati all’Enotria, presenta, a partire dalla fine del nono o i principi dell’ottevo secolo avanti Cristo, un aspetto culturale molto omogeneo, caratterizzato da una ceramica geometrica tutta particolare, aspetto culturale che, da un particolare motivo decorativo della ceramica, chiamiamo ‘decorazione a tenda’. Vedremo meglio quest’area quando discorreremo delle regioni interne della Magna Grecia; segnaliamo per ora che i rinvenimenti di Cancellara, Melfi, Pietragalla, Serra di Vaglio, nel potentino, di Sala Consilina, nel Vallo di Diano, di Palinuro, sul Tirreno, documentano l’unità e l’estensione del territorio enotrio.”. Da Wikipedia leggiamo che Paestum, fino al 1926 Pesto, è un’antica città della Magna Grecia, chiamata dai Greci Poseidonia in onore di Poseidone, ma devotissima ad Atena ed Era. Dopo la sua conquista da parte dei Lucani venne chiamata Paistom, per poi assumere, sotto i Romani, il nome di Paestum. L’estensione del suo abitato è ancora oggi ben riconoscibile, racchiuso dalle sue mura greche, così come modificate in epoca lucana e poi romana. In una data collocabile tra il 420 a.C. e 410 a.C., i Lucani presero il sopravvento nella città, mutandone il nome in Paistom. A parte sporadici riferimenti nelle fonti, non si conoscono i particolari bellici della conquista lucana, probabilmente perché non dovette trattarsi di una conquista repentina. È un processo che è possibile riscontrare in altre località (ad esempio nella non distante Neapolis), dove vi fu una lenta, graduale, ma costante infiltrazione dell’elemento italico, dapprima richiamato dagli stessi Greci per i lavori più umili e servili, per poi divenir parte della compagine sociale mediante il commercio e la partecipazione alla vita cittadina, fino a prevalere e a sostituirsi nel potere politico della città. Sebbene letterati e poeti greci riportino il rimpianto dei Poseidoniati per la perduta libertà e per la decadenza della città, l’archeologia testimonia che il periodo di splendore proseguì ben oltre la “conquista” lucana, con la produzione di vasi dipinti (talora firmati da artisti di prim’ordine quali Assteas, Python e il Pittore di Afrodite), con sepolture copiosamente affrescate e preziosi corredi tombali. Tale ricchezza doveva derivare in larga misura dalla fertilità della piana del Sele, ma anche dalla produzione stessa di oggetti di grande qualità, parte cospicua di quei commerci instauratisi durante il periodo precedente. Neanche il carattere greco della città scomparve del tutto, come attestano, oltre la produzione dei vasi dipinti, anche la costruzione del bouleuterion e la monetazione, che preservò le sue prerogative elleniche. Breve parentesi fu aperta nel 332 a.C., quando Alessandro il Molosso, re dell’Epiro – giunto in Italia su richiesta di Taranto in difesa contro Bruzi e Lucani – dopo aver riconquistato Eraclea, Thurii, Cosentia, giunse a Paistom. Qui si scontrò con i Lucani, sconfiggendoli e costringendoli a cedergli degli ostaggi. Ma il sogno del Molosso di conquistare l’Italia meridionale ebbe breve durata: la parentesi si chiuse nel 331 a.C., con la sua morte in battaglia presso Pandosia. Paistom ritornò così sotto il dominio lucano.

Paola Bottini e, l’insediamento del VII-VI sec. a.C. scoperto al “Timpone”

Riguardo gli antichi insediamenti d’epoche passate presenti nell’area Saprese, andrebbe ulteriormente e meglio indagata la notizia citata dallo studioso Domenico Di Lascio (…), nel suo ‘Dal Sele al Lao – le vie Romane del Lagonegrese’, dove a p. 121, parlando di Sapri, citava una notizia tratta dalla studiosa Paola Bottini (…), in ‘Archeologia, Arte e Storia alle sorgenti del Lao’, ed in proposito scriveva che: “In località “Timpone” è venuto alla luce un sito antropico risalente al VII-VI secolo a. C. simile a quello trovato in prossimità della foce del Busento nei pressi di Policastro Bussentino (CAS95).”. Il Di Lascio (…), a p. 62, spiegava il significato di GAS, scrivendo che: “I dati emersi della ricerca Archeologica vengono analizzati e tratti dalle seguenti opere: CAS – (Castelluccio), P. Bottini, Archeologia Arte e Storia alle sorgenti del Lao.”. In effetti, il testo della Bottini stà nel Catalogo della mostra a Castelluccio (PZ) che fu curato da Paola Bottini e la prefazione di Dinu Adamesteanu. In effetti, Paola Bottini ed altri autori, hanno parlato approfonditamente degli insediamenti e dei recenti ritrovamenti archeologici negli Atti del Convegno che si tenne a Taranto nel 1990 e pubblicati in AA.VV. (…), ‘A Sud di Velia – I, Ricognizioni e ricerche 1982-1988′, a cui rinvio per gli opportuni approfondimenti. Nel testo citato, a p. 17, la studiosa Giovanna Greco, in proposito scriveva che: “Un recente recupero a Sapri, alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase tardo arcaica ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro (16) subcolonia sibarita dove, secondo Erodoto, si rifugiarono i Sibariti dopo la distruzione della propria città (Her. VI, 21).”. Nello stesso testo, da p. 34 e sgg., nella ricognizione dei ritrovamenti nel territorio saprese, le studiose Fiammenghi e Maffettone (…), non citano nulla di quanto affermato dal Di Lascio (…), sulla scorta della Bottini (…), ma citano alcuni significativi ritrovamenti fatti in località ‘Canale’ e ‘Giammarone’. In particolare io credo che la Bottini (…), si riferisca all’insediamento “stagionale” ritrovato in località “Carnale”, a cui rimando per gli opportuni approfondimenti. In particolare la Bottini (…), in questo testo, pubblicò “La ricerca Archeologica nell’area del Lagonegrese”, dove però la Bottini, connette i ritrovamenti in località “Colla”, nel territorio di Rivello, con i porti Velini ecc..

SCIDRO, LAO, PIXUNTE E PESTO ERANO CITTA’ CONQUISTATE DAI LUCANI

Parlando del toponimo “Scidro”, Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” scriveva che: “….consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana….Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. Etc…” Dunque, il Battisti, riguardo il toponimo di “Scidro” scriveva che detto toponimo non solo era “pre-italiano” ma è probabile che il toponimo “Scidros” possa essere un toponimo “traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano”. Nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, nella mia nota (32) postillavo che: “(32)  Battisti C., Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964.”. Si tratta di Carlo Battisti (….) e del suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, 1964. Sul periodo pre-lucano vi sono delle evidenze archeologiche ed altro. Lo studioso locale Felice Cesarino (….), in proposito scriveva che: “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”.  Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “5. La Lucania viene occupata dai Romani successivamente alla guerra contro Taranto e Pirro, ma la loro presenza era già consistente durante le guerre sannitiche. Poseidonia diventa colonia latina con il nome di Paestum nel 273 a.C.; etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) ….ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, Griech. Gesch. Ià 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a pp. 289-299, in proposito scriveva che: Trattavasi invece di Alessandro d’Epiro o il Molosso, ch’era venuto in Italia (3) alla difesa delle città italiote minacciate dai Bruzzi e Lucani (a. 334-31); etc…”. Il Ciaceri, a p. 299, nella sua nota (3) postillava che: “(3) E, questa, del resto, la vecchia opinione del Mueller”. Interessantissimo è ciò che scrisse Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nel capitolo “Cap. I – Lotte tra le popolazioni indigene ed intervento straniero”, a p. 11, dopo aver detto del tentativo dei Tarantini di richiesta di intervento a Sparta, tentativo andato vano, scriveva pure che: La vittoria così poteva dirsi completa; ed al Molosso non restava che far ritorno alle spiagge dell’Ionio percorrendo la via più agevole, la litoranea, lungo la quale avrebbe avuto modo di far dimostrazione di forza dinanzi alle cittadine italiote che da lungo tempo eran state occupate dai Lucani, Pissunte, cioè, Scidro e Lao (3). E forse di là risalendo alle sorgenti del Laino e quindi prendendo il corso del Sinno veniva a posare in Eraclea. Etc…”. Dunque, in questo passaggio, il Ciaceri, sulla scorta del Pais (….) dice che le piccole città italiote di Pissunte, Scidro e Lao, “da lungo tempo eran state occupate dai Lucani”. Il Ciaceri (…), a p. 11, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il particolare che lo storico Lico reggino narrando le gesta di Alessandro ricordava Scidro (Stepha. B. s. v.) deve, a nostro giudizio, riferirsi al viaggio di ritorno del re da Pesto.”. Il Ciaceri, a p. 11, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Liv. VIII 24, 4-6. Certo, con esagerazione Livio parlava di 300 famiglie illustri prese come ostaggi.”. Dunque, Pixunte, poi in seguito Bussento, Scidro e Lao erano già città soggette ai Lucani.

La fascia costiera di Sapri, dopo la preistoria e prima dell’epoca romana

Nel 1995, in occasione della stesura del nuovo Piano Regolatore Generale del Territorio di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, fui incaricato dal Comune di Sapri di redigere uno studio di Analisi e Storia. Nell’Aprile del 1995, consegnai a mia firma la Relazione sull’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“. Nello studio, raccoglievo e citavo tutti i miei precedenti studi fatti sulla zona di Sapri, i documenti e le testimonianze del passato che da anni erano stati oggetto dei miei studi. Nella Relazione, a p. 7, parlando di alcuni rinvenimenti riferibili ad un’epoca precedente a quella romana, citavo le archeologhe Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone, che in un loro pregevole studio sulle ricognizioni e ricerche nel Golfo di Policastro (…) così si esprimevano: “La lettura globale dei dati raccolti lascia immediatamente   intravvedere una documentazione straordinariamente ricca per le fasi più antiche della presenza umana dell’ambito in esame. Essa, infatti, si estende per lungo periodo che va dal Paleolitico inferiore sino all’età del Bronzo.”(7). Nella mia nota (7), postillavo che: “(7) Fiammenghi C.A., Maffettone R., ‘Ricognizioni e ricerche effettuate nel Golfo di Policastro’, stà in “A Sud di Velia – I, Ricognizioni e ricerche 1982-1988.”, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, pag. 36.”. Continuando il mio racconto in proposito scrivevo che: “La carenza di documentazione dal Bronzo finale e per la successiva età del Ferro, peraltro più volte sottolineata, sembra allo stato attuale dalle indagini, da connettere probabilmente più alla lacunosità delle ricerche che non ad una effettiva mancanza di testimonianze.”. Continuando il mio racconto, citavo ciò che in proposito scriveva l’archeologa Giovanna Greco (…) e scrivevo che significativo in proposito è quanto scriveva a p. 18, dell’op. cit:  “; ed infine, estremamente significative sono le tombe recuperate a Torraca (22) i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte (23).”. Giovanna Greco, a p. 18, nella sua nota (22), postillava che: “(22) W. Johannowsky, Atti, XXII, CSMG, Taranto, 1982, p. 422.”. Johannowski, citato dalla Greco, si riferiva ai ritrovamenti fatti in località Madonna dei Cordici. La Greco (…), nella nota (23), postillava che: “(23) Il modello di “colonizzazione indigena della costa” proposto per la prima volta da E. Greco va sfumato ed articolato in quel più complesso fenomeno di incontro-scontro tra le diverse realtà cantonali indigene e quella greco-coloniale dove la possibilità di una comune gravitazione tirrenica consente la partecipazione alle grandi vie di traffico commerciale marittimo ed all’interno, con il controllo dei valichi, forme di contratatto e grado di intensità di traformazioni di volta in volta differenti ed articolati.”. A p. 7, continuavo il mio racconto e parlando di ‘Scidro’, citando l’Archeologa Giovanna Greco (…), in proposito scrivevo che ella, in un suo scritto, sosteneva che: “Il recente recupero a Sapri alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase arcaica ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro.” (…). Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (…). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…).. Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone, nello stesso testo, a p. 38, in proposito ai rinvenimenti nell’area scrivevano che: “I rinvenimenti di ceramica a vernice nera della fine del V sec. a. C. da Vibonati (loc. S. Lucia), Tortorella (loc. Reggiano), Torraca (loc. Madonna dei Cordici) e Sapri stessa (loc. S. Croce), sono già da correlare ad una trasformazione dell’assetto territoriale legata al fenomeno della “sannitizzazione”.”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 1, in proposito scriveva che: “Non lontano dalla sponda sinistra del fiume Bussento, su una ridente e lussureggiante collina sovrastata dall’imponente e maestosa mole del vecchio castello, sorge l’antichissimo centro di Policastro Bussentino. Molti autori dell’antichità greca e romana hanno scritto dell’esistenza di Policastro definendolo con un nome ben preciso: Pixunte (greco) e Buxentum (latino). Secondo un’interpretazione di origine naturalistica il significato di questo nome, identico nelle due lingue perchè sorto dalla stessa radice “……….”, deriverebbe dal “bosso” (Buxus sempervirens), arbusto sempreverde delle Buxacee, dal legno giallo e duro, ideale per i lavori di tornio. Questa pianta cresceva rigogliosa nella zona di Policastro al tempo della sua fondazione tanto da lasciare il suo nome (Bussento) al fiume e alla città.”.

Un’antica città scomparsa posta nelle campagne sulle colline di Sapri

Dell’esistenza d’una città antichissima nel sito attuale di Sapri è dimostrata da alcuni rinvenimenti oltre che da alcune fonti. Secondo alcuni, nel luogo detto ‘Marina di Torraca‘, o ‘Porto Saprorum’ o Sapri, sarebbe sorta in tempi remoti un grande centro popolato. Dell’ esistenza di un’antica città scomparsa, ne parlano gli anziani del luogo che, attraverso la tradizione orale popolare si crede e si vuole che, in seguito ad un violento maremoto, fosse stata inghiottita la celebre ‘città d’Avenia. Fu allora, a seguito di questo violento cataclisma, che il nome mutò in Saprì ( si aprì ) e poi in Sapri. Intorno alla città scomparsa d’Avenia o ‘città d’Avenia’, rimandiamo allo studio ivi pubblicato: ‘La città d’Avenia ed il maremoto che l’inghiottì’. Riguardo l’eventuale localizzazione di una città d’epoca pre-romana a Sapri o nel suo entroterra, lo studioso Fernando La Greca (9), scriveva in proposito: “Il territorio di Torraca presenta scarse testimonianze archeologiche per l’epoca greco-romana, ma soltanto perchè non sono stati mai effettuati scavi sistematici. La scarsezza di fonti certe e di documentazione certa non danno conforto all’attestazione del sito di Sapri.”. Bisognerebbe ulteriormente indagare sulle affermazioni di alcuni eruditi del ‘600 e del ‘700 che la credevano localizzata nell’entroterra saprese. Riguardo il toponimo di ‘Avenia’ o di ‘città d’Avenia‘, non è stato ancora precisato il sito, si sa solo che, questo era il nome di un antica famiglia romana. Andrebbero ulteriormente indagati i toponimi di “Avenia“, o “città d’Avenia” e quello di ‘Bibo ad Sicam‘. Nello studio già pubblicato, scrivevo: “Sappiamo di resti antichi, forse di una antica città, rinvenuti nelle campagne tra Sapri e Torraca.” e, pubblicavo una carta (Fig. 1), dove si vede segnato un toponimo interessantissimo per la ricostruzione storica di Sapri e delle sue origini. Nella carta (Fig. 1-2)(2), il luogo, figura con il toponimo di ‘Bibo ad Sicam odie rui.ed esso viene scritto proprio nell’ entroterra saprese. Lo studioso locale, Josè Magaldi (5), nel 1928, su incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, in occasione delle opere e lavori che portavano a compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, scrisse un libretto rimasto indedito e di cui possediamo la copia originale donataci dall’autore: Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni’. Il Magaldi (6), riprendendo alcuni passi del Gallotti (6), disserta fra le numerose notizie – sulle origini di Sapri ed in proposito alla città d’Avenia di cui ha sempre parlato la tradizione orale popolare, scriveva:  La collina rocciosa che da Santa Domenica a Santo Martino scende al mare e si estende fino al Faro ‘Pisacane’ e alla ridotta del Fortino era segnalata dai vecchi del luogo, fino al secolo scorso, come il punto dove in antichi tempi, sorgeva una città antica che impropriamente essi chiamavano l’antica città di Avenia, ma che giustamente ritenevano sommersa, giacchè la denominavano anche “la città dei romani”. Il Magaldi, poi prosegue il racconto scrivendo: “Un viottolo vicinale attraversava quella zona e metteva in comunicazione Sapri  con i paesi circonvicini ed occidentali tra i quali il più importante tra i quali Vibonati colonia dell’antica Vibone dell’Antonini.“Ciò che segnala il Magaldi (5) – anche sulla scorta del Gallotti (6) e, della tradizione orale popolare di Sapri che credeva esservi stata un’antica città – scomparsa – sulle colline della contrada saprese di S. Martino – oggi ricadente nel Comune di Torraca – è di estrema importanza per la ricostruzione storica delle origini di Sapri. Riguardo a queste notizie, citate sia dal Gallotti (6) nel 1899 che, dal Magaldi (5) nel 1928, ci conforta anche l’immagine Fig. 1-2 (2), della carta d’epoca aragonese – da noi scoperta a Napoli – che, riveste una particolare importanza ed interesse non solo perchè riporta nomi di luoghi, alcuni dei quali ancora oggi poco conosciuti, ma anche in quanto è forse l’unica testimonianza scritta del luogo citato ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘. Probabilmente i resti dell’antica città di cui parlava Cicerone nelle sue famose lettere allo amico Attico. Bibo ad Siccam odie ruin.. Cosa significa questo termine o toponimo citato nella carta?. E’ sicuramente un toponimo, ovvero un nome di un luogo. ‘Bibo’ stà per Vibo o Bibone o Vibone. ‘Ad Siccam odie ruin.‘, si riferisce ad un luogo ove si vedono delle rovine, odie ruinata, oggi rovinata, forse un’antica città in rovina ed abbandonata. Letteralmente la scritta in latino ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘ si traduce: ‘Bevo alla spada oggi rovinata’ (?).  Della carta corografica e manoscritta del ‘Basso Cilento’ e della scritta: “Bibo ad Siccam odie ruin.” (Bevo alla spada oggi rovinata), abbiamo già parlato in un altro studio (Fig. 1-2) (2). La carta d’epoca aragonese da noi scoperta, avvalora le notizie di una antica città  scomparsa e sita nelle campagne e colline sopra Sapri, tramandateci dalla tradizione orale popolare e dagli innumerevoli e recenti rinvenimenti avutisi nell’area. Sappiamo dal Curzio (4) che il luogo di ‘Vibone ad Sicam’, fu visitato da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dallo Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio, il Vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, dove raggiunse Buxentum e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (4). Come forse voleva e si riferiva il Corcia (13) nel 1874 e, poi anche Gallotti (6), sull’area adiacente e a ridosso del Seminario ‘Fanuele’, da cui si può vedere Sapri, e delle colline degradanti della contrada ‘S. Martino’, sopra Sapri, insiste una grande necropoli antichissima. Alla luce di queste considerazioni andrebbe ulteriormente indagata e rivista tutta la politica archeologica delle autorità sapresi e della Soprintendenza della Campania, al fine di mettere in luce e di meglio valorizzare tutta l’area archeologica compresa fra il Seminario ‘Fanuele’ e ‘Madonna dei Cordici’, e le colline che degradano fino ai versanti sapresi delle contrade di ‘Fortino’, di ‘S. Martino’ e forse ‘Fenosa’. L’attuale documentazione dei rinvenimenti in quell’area, attesta e conforta la tesi di una città sepolta e scomparsa tesi questa suffragata dagli innumerevoli ritrovamenti puntualmente occultati dalle stesse autorità che, forse timorosi di non potere attuare le loro politiche clientelari, hanno preferito girarsi dall’altra parte. Non si capisce per quale motivo le residenze dei Carabinieri di Sapri, fossero state costruite in località S. Martino, in un area scarsamente urbanizzata e distante dal locale centro abitato. Le evidenze e le notizie delle non scarse testimonianze archeologiche in quell’area, fanno ritenere ad un piano criminoso tendente ad occultare invece che valorizzare.

Piante e Disegni, cartella XXXII, conv. 3

(Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta, conservata all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (2)

Piante e Disegni, cartella XXXII, conv. 4

(Fig. 2) L’immagine illustra uno stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli( Fig. 1), da me scoperta nel 1981 e conservata all’Archivio di Stato di Napoli (2)

Il luogo dove sorgeva l’antica città scomparsa

Il Magaldi (5), scriveva: “La collina rocciosa che da Santa Domenica a Santo Martino scende al mare e si estende fino al Faro ‘Pisacane’ e alla ridotta del Fortino…Un viottolo vicinale attraversava quella zona e metteva in comunicazione Sapri  con i paesi circonvicini ed occidentali tra i quali il più importante tra i quali Vibonati…” L’area segnalata dal Magaldi (5), come proprio quella ove la tradizione popolare credeva fosse un’antica città scomparsa, è quella che si estende – per capirci – sulle colline che, dal Seminatorio vescovile ‘Fanuele’ ( il Seminario ), abbandonato da secoli, e le colline dei Cordici, dalla proprietà Spaguolo (l’Hotel …………… (versante occidentale verso il Cimitero di Sapri) (“Località Torrette Tempe”), degradano verso il litorale Saprese e fino alla collinetta di S. Croce in località ‘Fortino’ a Sapri. Da piccolo, andavo spesso in quei luoghi di sterpaglie e di sughereti con mio nonno a raccogliere asparagi selvatici – di cui facevo incetta soprattutto quando trovavo sterpaglia bruciata. Man mano che dalla collina di S. Croce si risaliva il crinale verso Torraca, cioè verso l’imbocco con la strada provinciale 16 che corre verso il Seminario Fanuele e la Madonna dei Cordici, risalendo dalla Contrada saprese del ‘Fortino’ – così detta per la costruzione di un fortilizio militare borbonico – costruito dove attualmente è l’Ospedale civile di Sapri. Tutta l’area che abbiamo descritta, oggi con molte costruzioni di villette disseminate, dovrebbe essere studiata e meglio indagata da parte delle autorità. Sappiamo che recentemente in occasione della costruzione di alcune ville nei terreni vicini al Seminario ‘Fanuele’, come ad esempio nella proprietà dei Borea, sono state scoperte tombe. Si sa pure di liti con tombaroli o avventori. Sappiamo che in quella zona, un ragazzo di Sapri, un certo Palmieri aveva scoperto un cunicolo che, dalla Chiesa di S. Croce risale fino a quelle campagne. L’imboccatura del cunicolo che risale fino alle campagne del seminario ‘Fanuele’ è posto all’interno del vano illustrato dall’immagine  (Fig. 4), posto al di sotto della Chiesa di S. Croce – di recente costruzione – e quindi facente parte delle antiche strutture ivi preesistenti d’epoca romana e, probabilmente serviva a mettere in comunicazione la Curia vescovile che aveva fatto costruire l’episcopio detto Seminario ‘Fanuele’, con i frati Bigi di S. Croce. Certo è che alcuni terreni adiacenti il Seminario – allo sbocco di questo cunicolo, appartenevano ad un Brandi, ferroviere, che abitava nel Palazzo Borea, in via Fanuele a Sapri e che era l’ultimo erede dei baroni di Torraca Palamolla. Infatti, il Branda era proprietario del Castello di Torraca, poi acquistato dal Comune di Torraca. Il Branda, era anche proprietario di terreni adiacenti o confinanti con il seminatorio ‘Fanuele’, poi ceduti ai Borea. Il cunicolo sotterraneo, che da S. Croce, risale fino ai pressi del Seminario ‘Fanuele’, fu utilizzato dai tedeschi in occasione dell’ultimo conflitto mondiale. Il mio amico Domenico Smaldone, mi ha riferito di importanti rinvenimenti avutisi in quelle campagne come ad esempio quelli avuti in occasione della costruzione delle residenze dei Carabinieri in Contrada S. Martino. La località ‘Torrette Tempe’, posta a ridosso della SS. 16 che corre verso Torraca, ma vicinissima a Sapri, prima della Madonna dei Cordici.

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(Fig….) Vano posto sotto le rampe di scala della Chiesa di S. Croce a Sapri

La via San Paolo sulle colline di Sapri

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(Fig…) Via S. Paolo

Da secoli, esiste un collegamento stradale che, nell’antichità, univa alcuni centri della corolla collinosa a ridosso della fascia costiera. Si tratta di una strada interpoderale che corre lungo la dorsale costiera, chiamata via S. Paolo. Nel territorio saprese, un tempo facente parte del feudo dei Palamolla di Torraca, si imbocca all’altezza dell’attuale locale ‘Capannelle’, che si può ritrovare lungo la SS. che da Sapri corre verso Torraca. Come si può vedere dalla vista del satellite di google maps, la via S. Paolo, corre lungo la dorsale costiera e collega le campagne Sapresi, con Vibonati e da lì porta a S. Marina. L’attuale località vicino il locale ‘le Capannelle’, denominata ‘Torrette Tempe’, molto vicina alla contrada dei ‘Codici’, è limitrofa ad un’altra località che un tempo doveva essere abitata e, nelle cui prossimità dovevano preesistere diverse necropoli. Proprio nei pressi, negli anni ’70, furono scoperti diversi sacelli, tanto da farci ipotizzare la preesistenza di città scomparse. Le località di ‘S. Martino’ e del ‘Fortino’, ecc.., poste sulle alture di Sapri, a metà strada con la vicina Torraca, la località dei ‘Cordici’, scende dal crinale del versante saprese e in alto, verso le ‘Capannelle’, esiste una stradina, indicata sulle mappe come ‘via S. Paolo’, che corre lungo il crinale, oltrepassa l’attuale Cimitero di Sapri, arriva fino alle ‘Ginestre’ e si prolunga fino al cimitero di Vibonati. Doveva essere la strada che in origine collegava le campagne interne dei due centri. Proprio in quelle contrade, oltre ai ruderi della chiesetta di Santa Maria di Porto Salvo che vediamo illustrati nell’immagine, vi è anche una strada interpoderale e sterrata, sulle mappe chiamata “via San Paolo”. Questa contrada è stata sempre nel territorio della Baronia di Torraca, prima Universitas Aragonese e poi infine Comune, ma come si può ben vedere nell’immagine del satellite essa è posta non molto distante dalla costa di Sapri, con la sua ampia baia. Nei pressi di queste collinette vi è il Santuario dedicato a Santa Maria dei Cordici e il Seminario vescovile di ‘Pietradama’ che, Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, scriveva a p. 248 (v. ristampa curata da Rossella Gaetani): “…guardando in alto, vedo il colossale e incompleto Seminario di Pietradama, che spaventò il dittatore d’Italia nelle acque di Sapri.”. Oggi, guardando le mappe, la località è chiamata “Torrette Tempe”. Vibonati, è stato da secoli collegato con il territorio Saprese, da una strada interpoderale, di campagna, che corre lungo la dorsale costiera, all’altezza del locale le ‘Capannelle’. Proprio l’attuale località denominata ‘le Capannelle’, molto vicina alla contrada dei ‘Cordici’ , è limitrofa ad un’altra località che un tempo doveva essere abitata e, nelle cui prossimità dovevano preesistere diverse necropoli. Proprio nei pressi, negli anni ’70, furono scoperti diversi sacelli, tanto da farci ipotizzare la preesistenza di città scomparse. Le località di ‘S. Martino’ e del ‘Fortino’, ecc.., poste sulle alture di Sapri, a metà strada con la vicina Torraca, la località dei ‘Cordici’, scende dal crinale ……….del versante saprese e in alto, verso le ‘Capannelle’, esiste una stradina, indicata sulle mappe come ‘via S. Paolo’, che corre lungo il crinale, oltrepassa l’attuale Cimitero di Sapri, arriva fino alle ‘Ginestre’ e si prolunga fino al cimitero di Vibonati. Doveva essere la strada che in origine collegava le campagne interne dei due centri. Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (…), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella  sua descrizione del ‘Principato Citra’ (o Citeriore), a pag. 79, scrive anche di Sapri: Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano‘Seno Saprico’dalla città di Sapri , oggi nominata Li Bonati…” (…). Scipione Mazzella Napolitano, forse sulla scorta di altri che lo precedettero, affermava che il luogo di Sapri nel 1568, fosse nominato ‘Li Bonati’. La carta d’epoca aragonese dell’immagine Fig. 1, riveste una particolare importanza ed interesse non solo perchè riporta nomi di luoghi, alcuni dei quali ancora oggi poco conosciuti, ma anche in quanto è forse l’unica testimonianza scritta del luogo citato ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘. Probabilmente i resti dell’antica città di cui parlava Cicerone nelle sue famose lettere allo amico Attico. Bibo ad Siccam odieruin., cosa significa questo termine o toponimo citato nella carta?. E’ sicuramente un toponimo, ovvero un nome di un luogo. ‘Bibo’ stà per Vibo o Bibone o Vibone. ‘Ad Siccam odie ruin.‘, si riferisce ad un luogo ove si vedono delle rovine, odie ruinata, oggi rovinata, forse un’antica città in rovina ed abbandonata. Letteralmente la scritta in latino ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘ si traduce: ‘Bevo alla spada oggi rovinata’ (?). La carta in questione da noi pubblicata (Fig. 1), colloca il toponimo Bibo ad Siccam odie ruin. tra un Bibone novo, forse l’odierna cittadina di Vibonati, Torraca e Sapri. E’ forse da collegare a questa antica carta d’epoca aragonese la curiosa prima citazione di Sapri. La carta in questione colloca il toponimo tra le campagne delle odierne Vibonati, Sapri e Torraca. Sappiamo di resti antichi, forse di un’antica città, rinvenuti nelle campagne tra Sapri e Torraca, nell’area dell’antico ‘Seminario‘ vescovile ‘Fanuele’. Infatti nella carta in questione il luogo viene proprio posto nell’entroterra saprese, sulla dorsale che sale verso Torraca. Sappiamo anche di reperti archeologici rinvenuti nelle campagne che da Sapri vanno sulla dorsale verso Torraca ed in particolare in località Madonna dei Cordici. Sappiamo di importanti rinvenimenti anche recenti rimasti occultati in località Seminario Arcivescovile (abbandonato dalla Curia da due secoli), oggi nella proprietà dei Borea che ivi hanno costruito e che si sono sapute voci di scorribande di tombaroli in quei luoghi. Questo territorio, presenta delle importanti fonti sorgive che alimentavano certamente in epoca romana, le ville romane e le strutture portuali a S. Croce in epoca romana, attraverso gli acquedotto che scendono al Porto di Sapri. Inoltre, dobbiamo segnalare che le fonti sorgive presenti nella località dove oggi è presente una chiesetta detta la Madonna dei Cordici, potrebbero avvalorare l’ipotesi del significato dell’etimo: ‘Bibo ad Siccam odie ruin. si traduce: “Bevo alla spada oggi rovinata” (?). Alla luce di queste considerazioni, andrebbe ulteriormente indagata e rivista tutta la politica archeologica delle autorità Sapresi e della Soprintendenza della Campania, al fine di mettere in luce e di meglio valorizzare tutta l’area archeologica compresa fra il Seminario ‘Fanuele’ e ‘Madonna dei Cordici’, e le colline che degradano fino ai versanti sapresi delle contrade di ‘Fortino’, di ‘S. Martino’ e forse ‘Fenosa’. L’attuale documentazione dei rinvenimenti in quell’area, attesta e conforta la tesi di una città sepolta e scomparsa tesi questa suffragata dagli innumerevoli ritrovamenti puntualmente occultati dalle stesse autorità che hanno permesso lo scempio edilizio di proprietari stupidi ed ignoranti. Non si capisce per quale motivo le residenze dei Carabinieri di Sapri, fossero state costruite in località S. Martino, in un area scarsamente urbanizzata e distante dal locale centro abitato. Le evidenze e le notizie delle non scarse testimonianze archeologiche in quell’area, fanno ritenere ad un piano criminoso tendente ad occultare invece che valorizzare. Sappiamo dal Curzio (…) che il luogo di Vibone ad Sicam’, fu visitato da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio (…), il Vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, dove raggiunse Buxentum e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di un vescovado bussentino a Vibona o Vibone o ‘Hipponion’ – notizia tratta dall’epistola di Papa S. Gregorio magno (Papa Gregorio I), che fu Papa nel 540 d.C.. Secondo il Laudisio (…), l’epistola (lettera) è la Lib. 8, ep. 49, lib. 11,ep. 18′ (…), dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi dell’antica sede vescovile di ‘Vibona’. Il Cappelli (…), sulla scorta del Laudisio (…), che sulla scorta del Barrio (12), scriveva in proposito di una sede vescovile a Vibonati: “…a Bonati, una città sorta, come pensa qualche studioso, sulle rovine dell’antica Vibona, un volta sede vescovile, tant’è vero che S. Gregorio Magno, scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere identificata con Vibonati” (…). Vibonati, è stato da secoli collegato con il territorio saprese, da una strada interpoderale, di campagna, che corre lungo la dorsale costiera, all’altezza del locale le ‘Capannelle’. Proprio l’attuale località denominata ‘le Capannelle’, è limitrofa ad un’altra località che un tempo doveva essere abitata e, nelle cui prossimità dovevano preesistere diverse necropoli. Proprio nei pressi, negli anni ’70, furono scoperti diversi sacelli, tanto da farci ipotizzare la preesistenza di città scomparse. Le località di ‘S. Martino’ e del ‘Fortino’, ecc.., poste sulle alture di Sapri, a metà strada con la vicina Torraca, la località dei ‘Cordici’, scende dal crinale del versante saprese e in alto, verso le ‘Capannelle’, esiste una stradina, indicata sulle mappe come ‘via S. Paolo’, che corre lungo il crinale, oltrepassa l’attuale Cimitero di Sapri, arriva fino alle ‘Ginestre’ e si prolunga fino al cimitero di Vibonati. Doveva essere la strada che in origine collegava le campagne interne dei due centri.

la via s. paolo da vibonati cimitero alle capannelle

(Fig…) l’antichissima via S. Paolo che dal territorio saprese nei pressi del locale “le Capannelle” e, della Madonna dei Cordici, corre sul crinale collinare e arriva a Vibonati e da li a S. Marina

Mia zia, Maria Attanasio raccontava che sua nonna Teresa Eboli (la “vava”), gli diceva che andava con sua madre a pregare nella Cappella di Santa Maria di Porto Salvo, sita nelle contrade sopra le colline di Sapri, nei pressi della Madonna dei Cordici e poco dopo l’attuale locale chiamato “le Capannelle”. In quei luoghi, vi era anticamente una chiesetta intitolata a “Santa Maria di Porto Salvo”. Mia zia Maria, racconta che, molte famiglie Sapresi, si recavano a piedi, a far visita alla Madonna di Porto Salvo, una statuetta lignea di cui si sono perse le tracce, per farsi benedire. Oggi, di quella cappella si sono perse le tracce e sono rimati in piedi i suoi ruderi.  Proprio in quelle contrade, oltre ai ruderi della chiesetta di Santa Maria di Porto Salvo che vediamo illustrati nell’immagine, vi è anche una strada interpoderale e sterrata, sulle mappe chiamata “via San Paolo”. Questa contrada è stata sempre nel territorio della Baronia di Torraca, prima Universitas Aragonese e poi infine Comune, ma come si può ben vedere nell’immagine del satellite essa è posta non molto distante dalla costa di Sapri, con la sua ampia baia. Nei pressi di queste collinette vi è il Santuario dedicato a Santa Maria dei Cordici e il Seminario vescovile di ‘Pietradama’ che, Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, scriveva a p. 248 (v. ristampa curata da Rossella Gaetani): “…guardando in alto, vedo il colossale e incompleto Seminario di Pietradama, che spaventò il dittatore d’Italia nelle acque di Sapri.”. Oggi, guardando le mappe, la località è chiamata “Torrette Tempe”. Vibonati, è stato da secoli collegato con il territorio Saprese, da una strada interpoderale, di campagna, che corre lungo la dorsale costiera, all’altezza del locale le ‘Capannelle’. Proprio l’attuale località denominata ‘le Capannelle’, molto vicina alla contrada dei ‘Cordici’ , è limitrofa ad un’altra località che un tempo doveva essere abitata e, nelle cui prossimità dovevano preesistere diverse necropoli. Proprio nei pressi, negli anni ’70, furono scoperti diversi sacelli, tanto da farci ipotizzare la preesistenza di città scomparse. Le località di ‘S. Martino’ e del ‘Fortino’, ecc.., poste sulle alture di Sapri, a metà strada con la vicina Torraca, la località dei ‘Cordici’, scende dal crinale ……….del versante saprese e in alto, verso le ‘Capannelle’, esiste una stradina, indicata sulle mappe come ‘via S. Paolo’, che corre lungo il crinale, oltrepassa l’attuale Cimitero di Sapri, arriva fino alle ‘Ginestre’ e si prolunga fino al cimitero di Vibonati. Doveva essere la strada che in origine collegava le campagne interne dei due centri. Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (…), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella  sua descrizione del ‘Principato Citra (o Citeriore), a pag. 79, scrive anche di Sapri: Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano‘Seno Saprico’dalla città di Sapri , oggi nominata Li Bonati…” (…). Scipione Mazzella Napolitano, forse sulla scorta di altri che lo precedettero, affermava che il luogo di Sapri nel 1568, fosse nominato ‘Li Bonati’. La carta d’epoca aragonese dell’immagine Fig. 1, riveste una particolare importanza ed interesse non solo perchè riporta nomi di luoghi, alcuni dei quali ancora oggi poco conosciuti, ma anche in quanto è forse l’unica testimonianza scritta del luogo citato ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘. Probabilmente i resti dell’antica città di cui parlava Cicerone nelle sue famose lettere allo amico Attico. Bibo ad Siccam odieruin., cosa significa questo termine o toponimo citato nella carta?. E’ sicuramente un toponimo, ovvero un nome di un luogo. ‘Bibo’ stà per Vibo o Bibone o Vibone. ‘Ad Siccam odie ruin.‘, si riferisce ad un luogo ove si vedono delle rovine, odie ruinata, oggi rovinata, forse un’antica città in rovina ed abbandonata. Letteralmente la scritta in latino ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘ si traduce: ‘Bevo alla spada oggi rovinata’ (?). La carta in questione da noi pubblicata (Fig. 1), colloca il toponimo Bibo ad Siccam odie ruin. tra un Bibone novo, forse l’odierna cittadina di Vibonati, Torraca e Sapri. E’ forse da collegare a questa antica carta d’epoca aragonese la curiosa prima citazione di Sapri. La carta in questione colloca il toponimo tra le campagne delle odierne Vibonati, Sapri e Torraca. Sappiamo di resti antichi, forse di un’antica città, rinvenuti nelle campagne tra Sapri e Torraca, nell’area dell’antico ‘Seminario‘ vescovile ‘Fanuele’. Infatti nella carta in questione il luogo viene proprio posto nell’entroterra saprese, sulla dorsale che sale verso Torraca. Sappiamo anche di reperti archeologici rinvenuti nelle campagne che da Sapri vanno sulla dorsale verso Torraca ed in particolare in località Madonna dei Cordici. Sappiamo di inportanti rinvenimenti anche recenti rimasti occultati in località Seminario Arcivescovile (abbandonato dalla Curia da due secoli), oggi nella proprietà dei Borea che ivi hanno costruito e che si sono sapute voci di scorribande di tombaroli in quei luoghi. Questo territorio, presenta delle importanti fonti sorgive che alimentavano certamente in epoca romana, le ville romane e le strutture portuali a S. Croce in epoca romana, attraverso gli acquedotto che scendono al Porto di Sapri. Inoltre, dobbiamo segnalare che le fonti sorgive presenti nella località dove oggi è presente una chiesetta detta la Madonna dei Cordici, potrebbero avvalorare l’ipotesi del significato dell’etimo: ‘Bibo ad Siccam odie ruin.. Alla luce di queste considerazioni, andrebbe ulteriormente indagata e rivista tutta la politica di tutela del Patrimonio dei Beni Culturali e le scelte delle  Autorità sapresi e della Soprintendenza della Campania, al fine di mettere in luce e di meglio valorizzare tutta l’area archeologica compresa fra il Seminario ‘Fanuele’ e ‘Madonna dei Cordici’, e le colline che degradano fino ai versanti sapresi delle contrade di ‘Fortino’, di ‘S. Martino’ e forse ‘Fenosa’. L’attuale documentazione dei rinvenimenti in quell’area, attesta e conforta la tesi di una città sepolta e scomparsa tesi questa suffragata dagli innumerevoli ritrovamenti puntualmente occultati dalle stesse autorità che hanno permesso lo scempio edilizio di proprietari stupidi ed ignoranti. Non si capisce per quale motivo le residenze dei Carabinieri di Sapri siano state costruite in località S. Martino, in un area scarsamente urbanizzata e distante dal locale centro abitato. Le evidenze e le notizie delle non scarse testimonianze archeologiche in quell’area, fanno ritenere ad un piano criminoso tendente ad occultare invece che valorizzare.

Nel IV sec. a.C., Vibonati, colonia dei Fenici scampati alla distruzione di Tiro

Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro  – natura – mito – storia”, a p. 158, in proposito scriveva che: “Bosio, nelle sue “Note alla VII Epistola ad Attico di Cicerone”, lasciò intendere che Vibonati, nel IV secolo a.C., fosse colonia dei Fenici, definendola “Vibo oppidum Thuriorum”. La notizia, anche se non confermata può essere ritenuta di una certa attendibilità. Difatti, Alessandro il Grande, una volta sconfitto Dario III nella grande battaglia di Isso (333 a.C.) volendo completare la conquista dei paesi costieri del Mediterraneo, invase la Fenicia e, dopo un lungo assedio, prese e distrusse, in quello stesso anno, la famosa e fiorentissima città di Tiro (12).”. Il Guzzo, a p. 158, nella nota (12) postillava:  “(12) U. Nicolini, Storia Orientale e Greca – Torino – Utet, 1960, pag. 282”. Ugo Nicolini (….), nel suo “Storia Orientale e Greca”, nel cap. V dedicato alla “Storia dei Fenici”, a p. 53, in proposito scriveva che:  “Fu poi conquistata da Ciro, re dei Persiani, e infine da Alessandro Magno, il quale la sottomise nel 332, dopo aver assediata e distrutta Tiro, che si difese a lungo con grande ardimento.”. Il Nicolini, a p. 282 ci parla di Dario III che fuggì verso l’interno dell’Asia abbandonando la famiglia ma ovviamente non dice nulla di Vibone o Vibonati come afferma il Guzzo. Da Wikipedia leggiamo che i Fenici, dopo la battaglia di Isso contro Dario III,  una volta ricostruita Sidone nel 345 a.C., poiché fondamentale base strategica, si arrende spontaneamente insieme ad Arado e Biblo all’arrivo di Alessandro. Tiro si oppone e viene cinta d’assedio: il conquistatore unisce l’isola alla terraferma e conquista la città, che tuttavia mostra in seguito una ripresa. La cultura greca, già nota dai commerci, presenta un’accelerazione dell’ellenizzazione: gli influssi artistici e le assimilazioni divine evidenziano un’interazione fra le due culture (Bonnet)[non chiaro], e un fatto lento e con ritorni (Moscati).[non chiaro] Dal I secolo a.C. si osserva l’intervento di Roma, che nel 64 a.C. istituisce la provincia di Siria, comprendendo le città fenicie. Il periodo sarà economicamente benefico, arricchito dallo splendore delle città di Tiro e Beirut. Il Guzzo continuando il suo racconto, in proposito scriveva ancora che: “I Fenici scampati alla devastazione ed all’eccidio della loro capitale, fuggirono, con le loro agilissime navi, per le coste occidentali del Mediterraneo, rifugiandosi in vari paesi. Alcuni di essi sbarcarono nel Sinus Vibonensis e attratti dalla fertilità dei campi, dalla rigogliosa vegetazione dei boschi circostanti e dalla grande ricettività del litorale che molto somigliava a quello dell’abbandonata patria, vi si stabilirono e vi fondarono alcune colonie. Una di esse dovette essere Vibone, e tae avvenimento sembra essere confermato dal nome che ancora oggi il rione più alto di Vibonati porta di “Tirone”, da Tiro appunto. Ma i Fenici non trovarono disabitate queste terre. Etc…”.Dunque, il Guzzo riporta una notizia di Bosio (….), che, secondo lui: “…nelle sue “Note alla VII Epistola ad Attico di Cicerone”, lasciò intendere che Vibonati, nel IV secolo a.C., fosse colonia dei Fenici, definendola “Vibo oppidum Thuriorum”.”. Intanto bisogna chiarire se questa fosse una notizia di Bosio o si trattasse di una notizia dataci da Cicerone nelle sue “Epistole ad Attico”. Cicerone, nelle sue lettere all’amico Attico, scrisse che in diverse occasioni si era fermato ad “Hipponem”. Sempre parlando di questa località, nel Bruzio e non distante da Reggio Calabria, Cicerone riportò delle notizie storiche riguardanti le origini di quei luoghi, delle poplazioni che ivi si femarono probabilmente già prima dell’VIII secolo a.C.. Ma Cicderone si riferiva alla Hipponium. Da Wikipedia leggiamo che Vibo Valentia, già Monteleone fino al 1863 e Monteleone di Calabria dal 1863 al 1928. Corrisponde all’antica Hipponion (Ἱππώνιον), importante città della Magna Grecia su cui sorse poi la colonia romana di Valentia. Tuttavia, è vero che sulle lettere di Cicerone vi sono delle distanze che non tornano e molti pensano che la Hipponion citata da Cicerone non fosse la colonia romana di Valentia ma si trattasse della “Vibone Lucana” che poi sarebbe Sapri. La questione è stata da me trattata quando parlo di Cicerone e delle sue lettere e dei riferimenti al “Fundus Siccae”.

‘VIBONE LUCANA’, come riteneva l’Antonini, o ‘Vibo Valentia’ come riteneva il Barrio

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 parlando dei monaci e delle famiglie calabresi trasferitisi in alcuni paesi nostri ai tempi del Guiscardo, in proposito scriveva pure che: “…..Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), una volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati. Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Soffermiamoci sulla sua frase “…..Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), una volta sede vescovile ecc…”. Rileggendo il testo di Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 (v. Visconti, p. 16 (…)), leggiamo che: “Turba graecorum plurima advenit ea tempestate in dioecesim, expulsa a duce Guiscardo ex Calabria et Apulia (47), ad abbatiam S. Johannis ab Epyro et ad alteram S. Coni Camerotae se confugiens, opera Calogerorum ecc…”. Il Laudisio (…), nella versione del Visconti (…), a pp. 16-17, nella sua nota (48), postillava che: “(48) Bar., Ant. Luc., part. 1, pag. 139.”, nella nota (49), postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”. Sulla notizia della sede vescovile di Vibona, il Laudisio a p. 73 (p. 17, versione latino della versione curata dal Visconti) postillava nella sua nota (48) che: “(48) Bar., Ant. Luc., part. 1, pag. 139.”. Il Laudisio scrivendo Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile.” si riferiva a Gabriello Barrio (….) ed al suo testo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s., scritto e pubblicato molto prima dell’Ughellio (…). Il Barrio a p. 139 parlando dell’antica città di Vibone scriveva che era “una città una volta sede vescovile” (come scrive anche il Laudisio) ma credeva che questa città non fosse una “Vibone” in Lucania ma fosse l’antica “Hipponium” che credeva fosse la città calabra di “Vibo Valentia” :

bARRIO, P. 139

(Fig….) Barrio Gabriele, De Antiquitate et situ Calabriae, Tomo V, parte I, libro II, p. 139

Dunque, la prima notizia circa una sede episcopale a Vibona, proviene dal Barrio (…) (Fig…). L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, da p. 420 e s., dedica molte pagine a Vibonati ed al suo toponimo e, disserta sull’origine del toponimo ‘Vibone’, spiegando le tesi del Barrio (…) nel suo “De antiquitate et Situ Calabriae” che, critica e confuta la sua tesi. Infatti, l’Antonini scrive che il Barrio confutava Plutarco (….), il quale, al contrario parlava di una Vibonem in Lucania’ . Il Barrio (…), bistrattava Plutarco (…) e, scriveva: “Nec solus Strabo Calabriam cum Lucania confuntit, Plutarchus, ut infra vedebimus, Vibonem in Lucania esse dicit.”. Antonini, parlando di Vibone’, dà torto a Barrio (…) e cita anche Pomponio Mela. Il Barrio (…), nel tomo V, parte I, libro II, a p. 139, in proposito ad “Hipponium” (la città dei cavalli), in proposito scriveva che: “………………”. L’Antonini, a p. 420 in poposito alle critiche a Barrio scriveva che: “‘Gabriel Barrio’ nella, per altro, eruditissima ‘de situ Calabrie’, al lib. 2., per tirar tutto alla sua Regione, non solo volle a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso di ‘Vibo Valentia’, cioè l”Hypponium’ ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’, siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: “Ut Plutarcus, qui Vibonem in Lucania esse scribit”; ed a fede di lui standone l’Abate Aceti ecc…”. Dunque, come abbiamo visto, l’Antonini dava torto al Barrio che non la credeva “Vibone” in Lucania ma credeva che Plutarco e Cicerone si riferissero alla “Vibo Valentia” in Calabria. Anche Gaetano Porfirio (…), nel 1848, parlando della Diocesi di ‘Policastro’, a pp. 537-538, forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Laudisio (…) affermava che: a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi in grazia dell’etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco esse si ebbero alcune di queste ancorate famiglie.”. Riguardo ciò che scrisse il Barrio (….) ed in proposito Plutarco, Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro  – natura – mito – storia”, a p. 157, in proposito scriveva che: Plutarco, trattato in malo modo dal Barrio, nella sua opera “Vita di Cicerone” chiude definitivamente la questione in quanto, ragionando del predetto viaggio, afferma che Cicerone, per raggiungere Brindisi, “Lucaniam predestri itinere percurrit” e chiama “Hipponem” il nostro Vibone dicendo di essere in Lucania.”.

Lorenzo Giustiniani, nel suo “Dizionario geografico ecc…”, alla voce “BONATI, o Libonati”, a pp. 313-314-315, vol II, in proposito scriveva che: “Ne’ Quinternioni ella è detta ‘Bonati’, seu ‘Bonatorum’, e li ‘Bonati’, o Libonati’, come nelle situazioni del 1648 e 1669, e mai ‘Vibonati’ secondo si vuole appellare da ‘Giuseppe Antonini’, e che in latino detta si fosse nell’antichità ‘Vibo ad Sicam’, o ‘Siccam’, da un’isoletta, che le sta all’incontro poche miglia all’oriente di ‘Maratea’, anche addì nostri chiamata ‘Sicca’ a differenza di ‘Vibo Valentia’, ch’è ‘Monteleone’, detto già ‘Ipponium’, o ‘Hypponium’ (1). ‘Pasquale Magnoni’ (2) e l’eruditissimo ab. D. Francescantonio Soria (3) rivelarono però questa svista dell’Antonini poichè siccome per un passo di Cicerone (4),  che prima della correzione ‘Gronoviana’ corrottamente leggeasi in Macrobio (5) il dotto Barrio (6) de’ golfi Pestano, e Vibonese coniò uno scrittore col nome di ‘Pestanus Vibonensis’ che poi fu seguito da tutti gli altri scrittori Calabresi, a segno, che il P. Amato (7) avvisò che questo personificato golfo fose stato poeta, oratore ed anche filosofo per aver scritto un trattato ‘de ventis’ (8) per cui con molta lepidezza il suddivisato Soria gli dice, che i ‘golfi per verità s’intendeano benissimo di cotal materia’, così un tale sbaglio fu poi adottato anche dall’Antonini, avvegnacchè oltre all’aver dato a codesto ideal ‘Pestano’ la cittadinanza di un altro ‘Vibone’ da lui creato in Lucania col cognome di ‘Siccam’, e propriamente ove è la terra di ‘Bonati’ rivolse tutto ciò che Cicerone in varie lettere avea scritte ad Attico (I) intorno al suo amico ed ospite ‘Sicca’, alla detta isoletta, o piuttosto scoglio alquanto da essa terra distante, nominato ‘Secca’, e corrottamente ‘Sicca’ per essere quasi a fior d’acqua, e non sempre nell’onde bagnato. Il Magnoni con grazia dice nella sua lettera, che l’Antonini aveva trasformato un golfo in uomo, e un uomo in isola. Il signor Francesco Mazzarella Farao però ha preteso difendere l’Antonini in una sua lettere apologetica (2), etc…”. Insomma, il Soria dà torto all’Antonini. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Magnoni, lettera critica al Barone Antonini, p. 22”. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Soria, Lettera intorno alle sviste di alcuni autori, nel vol. LXXV, del Giornale Letterati di Napoli “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Ciceron. Ad Atticum, l. 16, epist. 6”. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Macrobio, Saturnali, lib. 6, cap. 4 “.  Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Barrio, De antiquit. de situ Calabrie, lib. 2, cap. 12 “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Amato nella sua ‘Pantopologia Calabra’ “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Si legga la lettera del mio dotto amico D. Michelangelo Macrì nel vol. LIX, del citato Giornale dei Letterati di Napoli “.

giustiniani, p. 313

giustiniani, su vibonati, 314

(Figg…) Lorenzo Giustiniani (…), su ‘Bonati’, vol. II, pp. 313-314-315

Dunque, Cicerone, nella lettera ad Attico del 25 luglio 44 a.C. (Cicer., Ad Att., op. cit., Libro XVI, 6) scriveva che:  “Ego adhuc (perveni enim Vibonem ad Sicam) magis commode quam strenue navigavi; remis enim magnam partem; prodomi nulli: illud fatis opportune. Duo Sinus fuerunt, quos transmitti oportet, Paestanus, & Vibonensis. Utrumque pedibus (2) aequis transmisimus. Veni igitur ad Siccam octavo die a Pompeiano, cum uno die Veliae constitissem, ubi quidem fui fane libenter apud Talnam nostrum, nec potui accipi, illo absente praesertim, liberalius, IX. Kal. igitur ad Sicam (3).”, che il Di Spigno pubblica a pp. 1460-1461 con la seguente traduzione: Cicerone ad Attico. I I I Fino ad ora (sono giunto a casa di Sicca a Vibo Valentia) ho compiuto il viaggio per mare più placidamente che rapidamente: in gran parte a remi; il soffio dei vènti di nord-nord-est non si è sentito affatto. E’ capitato ben a proposito perchè due erano i golfi che bisognava oltrepassare, quello di Pesto e l’altro di Vibo: Abbiamo attraversato ciascuno dei due a pié fermo. Dunque sono arrivato da Sicca sette giorni dopo che ero partito dalla mia villa di Pompei,etc…”. Questo passaggio della lettera di Cicerone suscita diverse opinioni da parte del Soria e del Magnoni che criticheranno l’Antonini e che sono state riassunte dal Giustiniani. Riguardo la lunga lettera, riportata dal Di Spigno (….), devo segnalare ciò che scrive Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro  – natura – mito – storia”, a p. 156, in proposito scriveva che: (6) Ma si può aggiungere di più: per andare colà, il grande oratore passò due Golfi: quello di Pesto, oggi di Salerno, ed il Vibonese, oggi di Policastro. Se avesse dovuto recarsi a Vibo Valentia, invece, avrebbe dovuto passare anche un terzo Golfo, vale a dire il Terineo, o Nepentino, oggi di Santa Eufemia. “Tum consilio repente mutato, iter a Vibone Brundusium terra petere contendi, nam maritimos cursus praecludebat hyemis magnitudo: cum omnia illa municipia, quae sunt a Vibone Brundusium in fide mea, judices, essent, iter mihi tutum multis minitantibus magno cum suo metu praestiterunt (7).”. Il Guzzo, a p. 156, nella nota (7) postillava: G. Antonini, Op. cit., pag. 430″. Questa frase è citata dall’Antonini (I edizione del 1745), a p. 426 dove in proposito scriveva che: “Anzi (siccome dall’Orazione pro Cn. Plancio) stando nel nostro Vibone, pensò andarsene per terre fino a Brindisi:  “Tum consilio repente mutato, iter a Vibone Brundusium terra petere contendi, nam maritimos cursus praecludebat hyemis magnitudo: cum omnia illa municipia, quae sunt a Vibone Brundusium in fide mea, judices, essent, iter mihi tutum multis minitantibus magno cum suo metu praestiterunt”. Se questo Vibone, ora nominato da Cecerone senza altro aggiunto, fosse stato il Vibo Valentia, molta poca fatica aveva a durare per passare in Sicilia, ed all’incontro lunghissimo cammino per andare a Brindisi: Ma essendo come fu il ‘Vibo ad Siccam’, di cui aveva parlato, scrivendo al suo Attico, risparmiava la metà del viaggio.”. La traduzione della frase di Cicerone è: Poi improvvisamente mutato piano, mi sforzai di dirigermi da Vibone a Brundusio, perché i corsi del mare erano sbarrati dalla grandezza dell’inverno.”. Tuttavia, il Guzzo cita il passaggio successivo della lettera ad Attico di Cicerone, n. 6 del Libro XVI.

Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 9 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori, Le città più antiche e più vicine al sito di Lauria, che avessero coniato monete proprie furono Laino ed Hipponium (o Vibo ad Siccam) sul mare della Lucania occidentale, la quale ultima si ebbe per distintivo sulle monete di argento una prua di nave. Dopo il periodo delle piccole repubbliche della Magna Grecia si eclissò Laino, in seguito a sconvolgimenti politici e tellurici ed emerse Blanda, città ricordata da Livio, la quale fin dai primi secoli dell’Era Cristiana divenne città vescovile. Laus o etc….Tra l’odierna Maratea e Tortora sorgeva Blanda, ricordata da Livio come sopra ho detto. Da qualche poco erudito scrittore del Medio Evo la si voleva designare come sorta presso l’odierna Belvedere calabra. Niente è più assurdo di tutto ciò. Basta dare uno sguardo alla Tavola Peuntingeriana per accertarsi di ciò, quant’anche non si volesse prestar fede a Livio che la chiama città Lucana……”.

Nel 27 a.C., (I sec. a.C.), una fonte: Tito Livio, la nostra zona in “Ad Urbe condita libri”

Da Wikipedia leggiamo che Tito Livio (in latino: Titus Livius; Patavium, 59 a.C. – Patavium, 17 d.C.) è stato uno storico romano, autore della Ab Urbe condita, una storia di Roma dalla sua fondazione fino alla morte di Druso, figliastro di Augusto, nel 9 a.C. Iniziata nel 27 a.C., la raccolta Ab Urbe condita si componeva di 142 libri che narravano la storia di Roma dalle origini (nel 753 a.C.) fino alla morte di Druso (9 a.C.), in forma annalistica; è molto probabile che l’opera si dovesse concludere con altri 8 libri (per un totale di 150) che proseguissero fino alla morte di Augusto, avvenuta nel 14 d.C. I libri furono successivamente divisi in decadi (gruppi di 10 libri) che avrebbero dovuto coincidere con determinati periodi storici. Dell’intera opera ci è pervenuta solo una piccola parte, per un totale di 35 libri, cioè quelli dall’I al X e dal XXI al XLV (la prima, la terza, la quarta decade e cinque libri della quinta). Gli altri sono conosciuti solo tramite frammenti e riassunti (“Periochae”). I libri che si sono conservati descrivono in particolare la storia dei primi secoli di Roma dalla fondazione fino al 293 a.C., fine delle guerre sannitiche, la seconda guerra punica, la conquista della Gallia cisalpina, della Grecia, della Macedonia e di una parte dell’Asia Minore. L’ultimo avvenimento importante che si trova è relativo al trionfo di Lucio Emilio Paolo a Pidna.

Nel 274 a.C. (III sec. a.C.), SCIDROS passò alla lega di Roma

Riguardo poi al toponimo “Sipron” che la storiografia locale persiste a riesumare, sulla scorta della citazione dell’Antonini, e di cui il Corcia credeva fosse un abbaglio, Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, diceva, tra l’altro che: “….consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi”. Infatti, il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, diceva, tra l’altro che: In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. ”. Nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, nella mia nota (32) postillavo che: “(32)  Battisti C., Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964.”. Si tratta di Carlo Battisti (….) e del suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, 1964. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “5. La Lucania viene occupata dai Romani successivamente alla guerra contro Taranto e Pirro, ma la loro presenza era già consistente durante le guerre sannitiche. Poseidonia diventa colonia latina con il nome di Paestum nel 273 a.C.; etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.. 

Nel 218 a.C. (III sec. a.C.), la 2° guerra Punica detta guerra Annibalica

Da Wikipedia leggiamo che la seconda guerra punica (chiamata anche, fin dall’antichità, guerra annibalica) fu combattuta tra Roma e Cartagine nel III secolo a.C., dal 218 a.C. al 202 a.C., prima in Spagna e Italia (per sedici anni) e successivamente in Africa. La guerra cominciò per iniziativa dei Cartaginesi, che intendevano recuperare la potenza militare e l’influenza politica perduta dopo la sconfitta subita nella prima guerra punica; è stata considerata anche dagli storici antichi il conflitto armato più importante dell’antichità per il numero delle popolazioni coinvolte, per i suoi costi economici e umani, e soprattutto per le decisive conseguenze sul piano storico, politico e quindi sociale dell’intero mondo mediterraneo. Evento decisivo per la guerra in Italia fu la conquista di Taranto (213-212 a.C.). Annibale, con l’aiuto di un traditore, prese la città ma non la rocca che bloccava il porto, che, rimasta in mani romane, poteva essere rifornita dal mare. Così Annibale non poteva usare lo scalo, più capiente di quello di Locri (già in suo possesso) per ricevere i necessari aiuti da Cartagine. Nel 209 a.C. Quinto Fabio Massimo in persona marciò su Taranto e la riconquistò, grazie anche all’aiuto dell’esercito proveniente dalla Sicilia, che era sbarcato a Brundisium, e a un tradimento, prima che il Cartaginese potesse arrivare in suo soccorso; i Romani si comportarono brutalmente e 30.000 abitanti furono venduti come schiavi. Asdrubale condusse con abilità la marcia del suo esercito verso l’Italia; dopo avere attraversato senza grandi difficoltà i Pirenei e le Alpi giunse in Gallia cisalpina agli inizi del 207 a.C. con 20.000 armati, dove poté rafforzare il suo esercito con mercenari galli (per un totale ora di 30.000 armati), ma perse tempo prezioso assediando inutilmente Placentia; la situazione di Roma appariva molto grave, il console Marco Livio Salinatore si diresse a nord per fermare la marcia di Asdrubale, mentre l’altro console Gaio Claudio Nerone cercava di bloccare Annibale nel Bruzio, ma il condottiero cartaginese riuscì a muovere verso l’Apulia, respingendo i Romani nella battaglia di Grumento, e con una marcia laterale raggiunse prima Venosa e poi Canosa, dove si fermò attendendo notizie sui piani del fratello Asdrubale. Scullard aggiunge che con quattro legioni di fronte (Claudio Nerone) e due alle sue spalle a Taranto, Annibale non poteva avanzare oltre Canosa senza correre seri pericoli. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto sugli eventi che portarono alla morte di Asdrubbale, a p. 177, in proposito scriveva:“Col nuovo anno (a. 209), infatti, avendo i Romani le mani libere in Italia, dopo aver ripreso Capua e, con Siracusa ed Agrigento, conquistata e pacificata tutta la Sicilia per opera di Marcello e quindi di M. Valerio Levino (a. 210), si accinsero all’impresa con straordinario vigore. Trattavasi di recuperare le terre perdute, dalla Lucania al Bruzzio, fino alle città italiote bagnate dallo Ionio. Prima fra queste era naturalmente Taranto. All’uopo fu affidato il comando degli eserciti ai più sperimentati duci: ai due consoli, e cioè all’astuto e prudente Q. Fabio Massimo, il Temporeggiatore, e a Q. Fulvio Flacco, il terribile conquistatore di Capua, oltre che al valorosissimo Marcello, proconsole. Sembra che la suprema direzione della guerra avesse Fabio, il quale mirando all’obiettivo ultimo cui volgeva tutti i suoi pensieri, la ripresa cioè di Taranto (2), assegnava a Fulvio e a Marcello il compito d’oprare nella Lucania e nel Bruzzio superiore, in guisa da chiudere al Cartaginese le vie di comunicazione fra queste regioni e le Puglie e tenerlo quindi a bada, mentre egli stesso, giungendo nella Sallentina, avrebbe cercato di prendere alle spalle la città di Taranto. Sarebbe stato coadiuvato da Valerio Levino, che dalla Sicilia gli avrebbe inviato una flotta di 30 quinquiremi.”.

Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, pubblicato nel 1976, a p. 16, parlando di Blanda, in proposito a Tito Livio scriveva che: “Ma notizie più interessanti fornisce lo storico Tito Livio (14) (59 a.C. – 17 d.C.) nel rievocare le imprese compiute dal console Quinto Fabio Massimo nella seconda guerra punica (219-201 a.C.): “Fabius………………………………………” “Fabio mosse in territorio sannita a devastare i campi e a piegare con la forza delle armi le città che erano passate dalla parte dei Cartaginesi. Il territorio dei Sanniti di Caudio fu devastato in modo disastroso: i campi furono incendiati per vasto tratto, si fece gran bottino di bestiame e d’uomini. Furon conquistate con la forza le città fortificate Compulteria, Telesia (presso i Caudini), quindi Compsa (degli Irpini), Fagifulae e Orbitanium; fra le città lucane fu espugnata Blanda, tra quelle apule Aecae. In queste città furon fatti prigionieri o uccisi 25.000 nemici e ne furono presi 370 che s’eran dati alla fuga. Costoro, mandati a Roma dal console, furono tutti fustigati a sangue alla presenza del popolo e precipitati da una rupe. Queste le imprese compiute da Q. Fabio nello spazio di pochi giorni”. Questo dice il Fulco traducendo Tito Livio. Il Fulco a p. 16 scriveva ancora che: “Dalla testimonianza di Livio – valutata nel contesto di tutto il XXIV libro – si desume: 1) che Blanda era centro lucano di primaria importanza se viene citata tra le città che nella seconda guerra punica si schierarono dalla parte di Annibale; 2) che nel 214 a.C. fu espugnata da unità del Console Quinto Fabio Massimo, lo stesso che aveva conquistato Taranto (15), per essersi alleata con i Cartaginesi al fine di contrastare l’espansione romana nell’Italia meridionale; 3) che anche i Blandani subirono la sorte degli abitanti di altre città lucane, espugnate per non aver rispettato gli accordi sanciti nell’alleanza con Roma stipulata nel 298 a.C. (16). Blanda è inoltre citata da Claudio Tolomeo (17), cosmografo del II sec. d.C., come città lucana nel seguente ordine: Compsa, Potentia, Blanda, Grumentum, ed è considerata città mediterranea della Lucania. Ciò s’accorda con la testimonianza di Livio e non contrasta con quella di Pompeo Mela, che la vuole città rivierasca.”.

Nel 218 a.C.,  il console Tiberio Sempronio Longo (padre dell’omonimo futuro console di Buxentum), nella 2° guerra Punica fu sconfitto da Annibale

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 27-28 parlando della fondazione della colonia latina di Buxentum, in proposito scriveva che: Quasi sicuramente della deduzione di Bussento fu incaricato Sempronio Longo, interessato alla Lucania e appartenente alla stessa famiglia di Tiberio Sempronio Gracco, che durante la guerra contro Annibale aveva combattuto in Lucania, ed aveva allacciato rapporti di amicizia e di clientela con i notabili della regione (46). Etc…”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (46) postillava che: “(46) Livio, XXIII, 37, 10-11; XXIV, 15; 20; 44, 9; XXV, 1, 5; 15, 18-20; 16-17”. I “Semproni Gacchi” furono molto attivi nella Lucania occidentale. Don Giovanni Di Ruocco (….), nel suo “Le sedi vescovili del Cilento” parlando di Paestum, a p. 28, in proposito scriveva che: “Negli anni 281 e 273 Paestum fu una colonia Romana. Nell’anno 125 Caio Gracco stimò Paestum come Colonia Romana.”. Tiberio Sempronio Longo, i console a cui fu affidata la nascente colonia marittima di Buxentum nel 194 a.C.,  era figlio di Tiberio Sempronio Longo, console nel 218 a.C.. In Wikipedia, alla voce “Gens Semproni” leggiamo che Questo nome probabilmente derivava da un antenato molto alto di statura”. Sempre su Wikipedia leggiamo che Tiberio Sempronio Longo (1) (latino: Tiberius Sempronius Longus) (… – 174 a.C.) è stato un politico romano. Figlio del console omonimo, sconfitto da Annibale nel 218 a.C., sostituì il padre come decemviro sacris faciundis nel 210 a.C. e nello stesso anno divenne anche augure (al posto di Tito Otacilio Crasso) (2) e tribuno della plebe. Da Wikipedia leggiamo che Tiberio Sempronio Longo (260 a.C. circa – 210 a.C.) fu un console romano durante la seconda guerra punica e fu contemporaneo di Publio Cornelio Scipione. Divenne console nel 218 o nel 219 a.C. (come sostiene Tito Livio). Allo scoppio della seconda guerra punica nel 218 a.C., Sempronio fu inviato in Sicilia per organizzare la spedizione in Africa con 160 quinqueremi, mentre Scipione avrebbe dovuto marciare verso la Spagna per impegnare Annibale. Come prima operazione, Sempronio riuscì a occupare Malta, con una flotta uscita da Lilibeo. Nel 215 a.C., Sempronio si scontrò con Annone a Grumentum (in Lucania, attuale Basilicata). L’esercito di Sempronio fece 2.000 morti nelle linee nemiche e più di 280 prigionieri, cacciando Annone dalla Lucania verso il Bruttium (attuale Calabria) e permettendo quindi a Roma di riconquistare e mettere a ferro e fuoco (poiché avevano parteggiato per Annibale) le roccaforti irpine di Vercellium, Vescellium e Sicilinum, localizzate probabilmente nei monti della Daunia. Più di 5 000 prigionieri furono venduti all’asta, il resto del bottino fu distribuito ai soldati e l’esercito venne ricondotto a Luceria. Fu in seguito decemvir sacris faciundis e morì nel 210 a.C.. Sul “Tiberio Sempronio Longo” (figlio) citato da Tito Livio ha scritto pure Emilio Magaldi (….), nel suo “Lucania Romana”. Egli, nella Parte I, nel cap. IV, dedicato alla II guerra Punica contro Annibale p. 132, in proposito scriveva che: “Nel 214 a.C. il proconsole Ti. Gracco comandava parecchie coorti arruolate in Lucania (4). Lo stesso Livio, riferendo un avvenimento del 212 a.C., dice chiaramente che se una parte dei Lucani era passata ad Annibale, un’altra era rimasta con i Romani (5). Etc…. Il Magaldi, a p. 132, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. Livio, XXIV, 20, 1: ‘Graccus in Lucanis aliquot cohortes in ea regione conscriptas cum praefecto socium in agros hostium praedatum misit’.”. Il Magaldi, a p. 136, scriveva pure: “Non sappiamo se il viaggio di andata o in quello di ritorno, pare più probabile in quest’ultimo (4), Annone si scontrò in Lucania, presso Grumento, con Ti Sempronio Longo, il console del 218. Ascoltiamo Livio: “Negli stessi giorni che Cuma fu liberata dall’assedio, anche in Lucania, presso Grumento, Ti Sempronio, cognominato Longo, si scontrò con esito favorevole con il cartaginese Annone. Gli procurò oltre 2000 morti, mentre egli perdè solo 280 uomini, e gli prese 41 insegne militari. Scacciato dal territorio lucano, Annone si ritirò nel Bruzio”(5). Alle parole che abbiamo riferite di Livio si è negato ogni valore da qualche studioso moderno, e nell’episodio esposto o si è vista una reduplicazione anticipata dello scontro che avvenne l’anno seguente fra Annone e Ti. Sempronio Gracco, o addirittura vi si è riconosciuta la mano falsificatrice di Valerio Anziate che, per essere un annalista poco degno di fede, diventa spesso il capro espiatorio delle situazioni scabrose della critica liviana.”. Il Magaldi, a p. 136, nella nota (5) postillava: “(5) Cfr. Livio, XXIII, 37, 10 segg.: ‘Quibus diebus…etc…Cfr. De Sanctis, o.c., III, 2, p. 255 e 360”. Il Magaldi, a p. 138, in proposito scriveva pure che: “Intanto in Campania Casilino, assediata contemporaneamente dai due consoli, cadeva, e il colpo fu accusato anche da Capua, che vedeva approssimarsi il suo giorno. Dopo la caduta di Casilino,, mentre Marcello tornava presso Nola, Fabio si diresse verso il Sannio per punire e recuperare alcune città che avevano defezionato. Fra le città nominate in questo punto della narrazione di Livio, troviamo ricordata la lucana ‘Blanda’, di cui si dirà a suo luogo (2).”. Il Magaldi, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. Livio, XXIV, 20, 5 seg.: ‘oppida vi capta Compulteria, Telesia, Compsa inde, Fagisulae et Orbitanium, ex Lucanis Banda et Apulorum Aecae oppugnatae’. Sull’identificazione di queste città v. De Sanctis, o.c., III, 2, p. 262. Abbiamo già detto che Compsa era presso il confine dell’Irpinia con la Lucania. Il Racioppi, o. c., I, p. 359, n. 1, propone che al posto di Blanda si legga Bantia. Il Racioppi non trova “verosimile che Fabio dal Sannio, o anche da Consa, venisse ad espugnare Blanda sul Tirreno, e tornasse quindi subito nel Sannio ed in Apulia, ove prende Eca; mentre, invece, nelle terre prossime a Blanda era l’esercito di Tito Sempronio”. La emendazione del Racioppi è dichiarata arbitraria dal De Sanctis, il quale ricostruisce così l’azione dei Romani in Lucania: “Nella Lucania, dove la maggior parte della regione costiera era rimasta fedele, procedettero riconquistando verso mezzogiorno, e con l’occupazione di Blanda ricacciarono, può dirsi, i Cartaginesi nell’interno del paese. Occupazione questa che fu effettuata probabilmente da Ti. Gracco mentre Annibale si trovava altrove e l’esercito di Annone, battuto a Benevento, non poteva nel momento tener testa ai ‘volones’. Tale offensiva in Lucania mirava soprattutto, occupando colà il nemico, a impedire che si usassero altrove le forze indigene e puniche stanziate in quella regione. Con la offensiva nel paese degli Irpini ed in Puglia si era invece raggiunto l’effetto, strategicamente etc…”.  Il Magaldi, a p. 139, in proposito scriveva che: “Nel 213 furono creati consoli Q. Fabio Massimo, figliuolo del precedente, e Ti. Sempronio Gracco per la seconda volta. I due consoli partirono l’uno per l’Apulia, l’altro per la Lucania (2)…..Nello stesso anno 213 il console Sempronio in Lucania fece molte piccole battaglie, nessuna degna d’essere ricordata, ed espugnò alquante città secondarie dei lucani (2).”. Il Magaldi prosegue il suo racconto e descrive la fine del console Tiberio Sempronio Gracco verso il Vallo di Diano per alcuni e per altri si è pensato a Pesto, secondo il racconto Liviano e forse tradito da Fabio Massimo. Il Magaldi, in proposito citava Giacomo Racioppi (….), che, nel suo “Storia dei Popoli della Lucana e della Basilicata”, vol. I, cap. XVII, a p. 359, così si esprime: “Intanto Casilino, non potuta soccorrere a tempo da Annone, fu presa da Fabio,…..Di qua, fa punta nella Lucania settentrionale e s’impadronisce di Bantia (1). Quindi passa in Apulia etc…”. Il Racioppi, a p. 359, nella nota (1) postillava: “(1) Livio, lib. IV, dec. III, cap. 20: “Fabius in Samnium ad ….recipiendas armis quae defecerant urbes processit. Oppida vi capta, Compulteria, Telesia, Compsa, Melae, Fulfulae, et Orbitanium. Ex Lucanis, Blandae, Apulorum Aecae appugnatae….Haec inter paucos dies gesta….”. Qui, in luogo di Blandae, io penso si abbia a leggere Bantiae. Blanda, se non fu Maratea, fu di certo prossima al mare Tirreno, sulla spiaggia che corre da Pesto a Laino; ed oggi, con probabilità maggiore, è allogata a Tortora. – In Lucania era Tito Sempronio, mentre nel Sannio era Fabio, di cui (dice Livio ivi stesso) ‘circa Luceriam provincia erat’. Non pare, dunque, verosimile che Fabio dal Sannio, od anche da Consa, venisse ad oppugnare Blanda sul Tirreno, e tornasse quindi subito nel Sannio ed in Apulia, ove prende Eca; mentre, invece, nelle terre prossime a Blanda era l’esercito di Tito Sempronio. Questa inverisimiglianza è rimossa del tutto, se, nel passo di Livio, si legga “Bantiae”.”. Dunque, il Racioppi, non lo chiama “Tiberio Sempronio” ma lo chiama “Tito Sempronio” perchè si riferiva a “Tito Sempronio Gracco” che durante la guerra Annibalica aveva un esercito in Lucania. Il Racioppi, a p. 358, in proposito scriveva che: “Tito Sempronio continua la sua campagna devastatrice in Lucania: e combattendo qui e qua, prende molte castella, che per la poca nobiltà loro, non furono a noi tramandati di nome dagli storici (4): i quali invece ricordano, che passò oltre i Bruzii, e dei dodici popoli Bruzii che si erano dati in fede ai Cartaginesi (5), due tornarono in soggezione ai Romani, cioè quei di Cosenza e quei di Turii, i più prossimi alla Lucania.”. Il Racioppi, a p. 358, nella nota (4) riporta il passo di Livio, lib. V, dec. III, cap. 1 e, nella nota (5) postillava: “(5) Livio, lib. V, dec. III, cap. 1”.

Nel 218 a.C., la flotta cartaginese nell’AGER VIBONENSIS, secondo la testimonianza di Tito Livio

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7. Testimonianze dubbie sono quella di Livio che ricorda un’escursione della flotta cartaginese nell’ager Vibonensis nel 218 a.C. (67), e di Cesare, ….Etc..”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (69) postillava: “(67) Livio, XXI, 51, 5-6”.

Nel 210 a.C. (III sec. a.C.), Tito Livio e la battaglia navale di “SAPRIPORTO”  a 15 miglia da Taranto

Da Wikipedia leggiamo che Tito Livio racconta della sconfitta della quadra romana di Dezio Quinzio mentre scortava un convoglio di grano dalla Sicilia a Taranto. Forse riguardo una citazione del “Sapriporto” di cui parla Livio è in Luca Holstenio citato dal Laudisio. Tito Livio, Ad urbe condita libri, libro XXIV, cap. 20, 5-6. Tito Livio ci parla di una battaglia navale avvenuta a Sapriporto nel corso della 2° guerra Punica o contro Annibale. La cosa strana è il nome di questo specchio di golfo chiamato da Livio “Sapriporto” in quanto si trattava di un toponimo che indica un luogo a 15 miglia dalla città di Taranto, dove appunto si svolse la battaglia navale tra le forse cartaginesi di Annibale e quelle Romane. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III, nell’indice generale, alla voce “Sapriporto”, a p. 345, in proposito scriveva:“Sapriporto, battaglia navale fra Tarantini e Romani, III 175 sg.”. Infatti, il Ciaceri, a pp. 175-176 del vol. III, in proposito scriveva che:“Vero è che in quei giorni le cose non erano andate bene per i Tarentini che, uscita dalla città a foraggiare in numero di alcune migliaia s’eran visti improvvisamente assaliti dalle milizie romane di presidio, lasciate fuori dalla roca da M. Livio, e, mentre eran sparsi e vaganti per la campagna, sbaragliati e posti in fuga; (2) ma intorno allo stesso tempo eran riusciti a far partire sul mare la sconfitta ad una squadra romana che scortava un carico di grano proveniente dalla Sicilia e destinato al presidio di Taranto. Era stato affidato l’incarico della scorta a Decio Quinzio, noto per i suoi atti di valore, il quale era arrivato ad avere sotto il suo comando circa venti navi, dopo che 12 ne aveva ottenute dal contributo delle città di Pesto, Velia e Reggio. Partitosi il convoglio da Reggio, la squadra andava a vele lungo le coste del Bruzzio, non immaginando il Romano di dover combattere; ma nelle vicinanze di Crotone e di Sibari rinforzava le navi di remiganti e, tenuto conto della grandezza di esse, veniva ad avere una flotta ottimamente provveduta ed armata. Tranquillamente proseguirono attraverso il grande golfo, ma quando furono giunti a circa quindici miglia da Taranto, presso Sapriporto, da lontano videro venirsi incontro una squadra tarentina di egual numero di navi al comando di Democare; etc…nella romana stava lo stesso Quinzio, nella tarantina Nicone, sommamente odiato dai Romani in quanto era stato egli, come sappiamo, uno dei capi della fazione che aveva dato la città ad Annibale……A leggere oggi la descrizione che lo storico antico ci ha lasciato di questa battaglia, verrebbe fatto di pensare che nell’animo dei Tarentini etc…”. Il Ciaceri, a p. 175, nella nota (2) postillava: ” (2) Liv. XXVI, 39, 20-23″. Il Ciaceri, a p. 176, nella nota (1) postillava: ” (1) Liv. XXVI, 39, 1-19″. Pietro Ebner dice che Livio parla di un Sapriporto’ in, XXVI, 39, 1-19. Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a pp. 590 e 591 parlando di Sapri e riferendosi al Laudisio, dice che Livio parla di un Sapriporto’ in, XXVI, 39, 1-19. Riguardo la citazione di Tito Livio (…), Pietro Ebner (…), a p. 591 nella sua nota (13) parlando di Sapri e di ‘Scidro’, in proposito postillava che: ” (13)……Innanzi tutto Sapri non ha nulla a che vedere con il Sapriporto di Livio, XXVI, 39, 1-19 che scrive della sconfitta della quadra romana al comando di Decio Quinzio (scortava un convoglio di grano dalla Sicilia al presidio di Taranto) ad opera della squadra tarantina al comando di Democara.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (12) a p. 591 postillava che: “(12) Blanda, stazione XVI nella Tavola Peuntingeriana’ tra Vibona ‘Valentia’ e Salernum’ ha scritto anche M. Lacava, ‘Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana. Ecc..”. Pietro Ebner (…) dice che Livio parla di un Sapriporto’ in, XXVI, 39, 1-19. Dunque Ebner parlando di Sapri e di ‘Scidro’ citava il “Sapriportico” citato da Tito Livio e scrive che Tito Livio (…) nel libro 26 (XXVI), 39, 1-19 parlava della sconfitta della quadra romana al comando di Decio Quinzio (scortava un convoglio di grano dalla Sicilia al presidio di Taranto) ad opera della squadra tarantina al comando di Democara.”. Felice Grippa (….), nel suo Sapri –  Appunti di storia e geologia”, a p. 15, in proposito scriveva che: Tito Livio, nel Libro XXXIX della sua ‘Storia’, che nel 211, durante la seconda guerra punica, nel corso di un tentativo di liberazione della guarnigione romana assediata a Taranto dai Cartaginesi, la flotta romana subì una dura sconfitta nelle “vicinanze di Sapriponte”. Scrisse esattamente “ad Sapripontem”. Il prefisso “Sapri”, pertanto, doveva essere un nome di luogo ben conosciuto se il più insigne storico dell’antichità lo introdusse nei suoi Annali, scritti nel 27. Livio precisò che “Sapripontem” distava da Taranto circa 15 miglia. Poichè la flotta romana proveniva dalla zona dell’attuale Reggio Calabria, ne consegue che “Sapripontem” dovrebbe essere localizzabile intorno a Marina di Gioiosa Ionica. Però in quella zona – ed in tutto l’arco costiero percorso dalla flotta romana – non si rintracciano, oggi, località che anche solo lontanamente possano essere accostate al suono “Sapri”.”.

Nel 209 a.C. (III sec. a.C.), i fratelli VIBIO e PACCIO, nobili e possidenti lucani si arresero ai Romani 

Sui personaggi citati da Cicerone, personaggi che ospitarono Cicerone nel suo peregrinare sulle ville della costa, tra cui questo Vibio” è “Vibio” sul quale Emanuele Ciaceri è categorico. Il Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III, nell’indice generale, alla voce “Vibio”, a p. 350, in proposito scriveva:“Vibio, nobile lucano, III, p. 179”. Infatti, il Ciaceri, a p. 179 del vol. III, in proposito scriveva che:“Ma mentre Marcello nelle Puglie chiudeva ad Annibale la linea Venosa-Canusio, il console Fulvio assolveva brillantemente il suo compito di riprendere la Lucania, ove si vedeva consegnare i presidi cartaginesi da genti che egli accoglieva con spirito di clemenza e con dolcezza di modi (2), tanto da dover fare meraviglia che così comportasse il fiero punitore dei Campani; ma in tal guisa egli non faceva che seguire la politica blanda suggeritagli dal comandante supremo, Fabio, il quale notoriamente era solito farne uso, per cui di lui si narrarono al proposito varie cose (3). E di siffatto calcolo non tardarono a vedersi i buoni risultati; chè anche nella parte del Bruzzio confinante con la Lucania si manifestava la tendenza d’arrendersi ai Romani, come dimostrò la condotta dei fratelli Vibio e Paccio, i più nobili del paese, che vennero dal console dichiarando di volersi dare ai Romani agli stessi patti, che i Lucani (4). Intanto Fabio, etc…”. Il Ciaceri, a p. 179, vol. III, nella nota (4) postillava che:“(4) Liv. XXVII, 15, 3”. Dunque, in questo passo, il Ciaceri parlando della guerra contro Annibale e della conquista della Lucania da parte dei consoli Romani e, sulla scorta del racconto di Tito Livio (….), cita i due fratelli Lucani, “Vibio e Paccio”, di cui egli dice essere “fratelli Vibio e Paccio, i più nobili del paese, che vennero dal console dichiarando di volersi dare ai Romani agli stessi patti, che i Lucani (4)”. Dunque, secondo il Ciaceri, Vibio e Paccio erano due fratelli Lucani apartenenti ad una famiglia di nobili e possidenti della Lucania. Secondo il Ciaceri, Vibio fu uno dei primi ad arrendersi al console Romano Fulvio ……….. consegnandogli gran parte delle guarnigioni e presidi cartaginesi “nella parte del Bruzzio confinante con la Lucania si manifestava la tendenza d’arrendersi ai Romani”. Dunque, questa è una delle notizie che abbiamo del “Vibio” di cui ci parla Cicerone nelle sue Epistole, e di cui abbiamo conferma in Plutarco (….), come vedremo. La sua villa, o il “fundus Siccae” era a “Vibone Lucana”, la città scomparsa che si estendeva lungo le pendici delle colline di Sapri fino ai Cordici, che è nel comune di Torraca ma molto vicina a Sapri e, fino al cimitero di Vibonati ?. Questo nobile lucano chiamato “Vibio” o “Vibius” era colui che ospitò Cicerone ?.  Intanto, la località da cui Cicerone scriveva le sue lettere, non era Vibo Valentia ma doveva trattarsi di una località non molto distante da “Nares Lucana”. Il Ciaceri parlando dei nobili e possidenti fratelli lucani “Vibio e Paccio” è molto chiaro e scriveva sulla scorta di Tito Livio essere un fondo o proprietà “nella parte del Bruzzio confinante con la Lucania“. Dunque, non si trattava della parte finale della Calabria ma della porzione di territorio che corrisponde al basso Cilento, ovvero la parte di territorio al confine tra la Calabria e la Lucania.

VIBONE LUCANA, E “BIBO AD SICAM”, CITTA’ SCOMPARSE SULLE COLLINE DI SAPRI ?

Su Wikipedia, alla voce “Vibo Valenzia” leggiamo che poco dopo la morte di Agatocle ci sarà lo scontro delle città della Magna Grecia con i Romani e l’intervento di Pirro. Dopo la fine della guerra, Hipponion, come gli altri centri italioti e Bruzi, passerà sotto il controllo dei Romani e verrà insediato un presidio romano. Il controllo romano sarà assente durante la seconda guerra punica, quando i Brettii passati dalla parte di Annibale se ne impossesseranno. Nel 192 a.C., pochi anni dopo la fine della II Guerra punica, i Romani dedurranno a Hipponion una colonia a diritto latino (Liv., XXXV, 40, 5-6) chiamata Valentia, con diritto di zecca e varie autonomie. Il nome Valentia (attestato sulle monete della colonia e dall’epigrafe di Polla che ricorda la costruzione della via Popilia), in latino significa forza, potenza militare, insieme al massiccio invio di coloni superiore a tutti gli altri centri del Bruzio: 4.000 soldati, di sicuro con donne e figli, fa comprendere come la capitale dell’Impero riconosceva al centro tirrenico grande importanza strategica ed economica. Successivamente, dall’89 a.C. quando divenne municipio, Vibo Valentia fu il nome utilizzato per indicare la città (Strabone, Plinio il vecchio, ecc.). Dunque, secondo gli storiografi la notizia di Livio, della colonia Romana sorta nel 192 a.C., subito dopo le Guerre Puniche, col nome di Vibo Valentia, riguarda la città di Vibo Valenzia in Calabria e non Vibonati. Leggendo Wikipedia alla voce “Vibonati” apprendiamo che: Chiamato in passato li Bonati, Libonati o semplicemente Bonati, secondo storici locali, Vibonati sarebbe stata fondata da coloni romani e sia la Vibo ad Siccam di cui parla Cicerone. Altri studiosi ipotizzano una sua fondazione da parte di esuli fenici provenienti da Tiro, visto che una parte del paese è denominata Tirone. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a p. 19, in proposito scriveva che: “Il territorio di Torraca presenta scarse testimonianze archeologiche per l’epoca greco-romana, ma soltanto perché non sono stati mai effettuati scavi sistematici. Non si tratta di una caso isolato: molte località del Cilento meriterebbero indagini approfondite, ma la cronica mancanza di risorse fa sì che il poco disponibile sia indirizzato verso i siti maggiori, Paestum e Velia. Eppure, gli scavi fortuiti in loc. Madonna dei Cordici nel 1982 facevano intravedere un importante insediamento indigeno di fine V – inizio IV secolo a.C., a ridosso di una città greca sulla costa nel sito di Sapri, dotata di un porto naturale, alla quale le fonti permettono di attribuire il nome di Scidro.”. In primo luogo l’avere posto Sapri, Scidro e Vibo, nel territorio di Torraca è molto indicativo della confusione che talvolta notiamo in alcuni autori coevi. Sapri, è stato nel territorio di Torraca, che è luogo relativamente giovanissimo, solo dall’epoca dell’acquisto dei Palamolla, ovvero a metà del 1500. Il territorio di Sapri, prima di quel periodo dipendeva dalla contea di Policastro. Il La Greca continuando il suo racconto, a p. 19, in proposito aggiungeva la notizia di una città chiamata “Vibo” e, dopo averla chiamata “Scidro” scriveva che: “La città, successivamente, dovette cadere nelle mani dei Lucani e poi diventare colonia latina con nome di Vibo (dando il suo nome al golfo), infine municipio e colonia romana con nome di Caesariana o Cesernia. La grande villa di Santa Croce, lungo la costa, evidenzia gli stretti e costanti rapporti esistenti tra la fascia costiera e l’interno, con insediamenti minori e coltivazioni intensive, senza trascurare le vie di collegamento con aree più distanti.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a p. 34, in proposito scriveva che: A Vibo, dunque, doveva corrispondere Sapri, e le numerose testimonianze romane da Sapri, con carattere di monumentalità e di dislocazione su una vasta area, testimoniano “una vera e propria fioritura di questo sito che sembra configurarsi con un impianto a carattere urbano” (69). Questo cippo funerario da Sapri, del I sec. d.C., menziona il duovir des(ignatus) Lucio Sempronio Prisco (71), e attesta che la colonia (Vibo) era retta da magistrati annuali, i duoviri, tipici delle colonie latine; forse la città ricevette anche una colonia di veterani al tempo delle guerre civili. L’iscrizione porta un buon sostegno all’ipotesi della colonia di Vibo, e non occorre attribuire il personaggio, come è stato fatto, a Blanda o a Bussento.”. In questo passaggio il La Greca crede e attribuisce la stele funeraria romana (rinvenuta dall’Antonini e visibile oggi a Sapri in Piazza del Plebiscito) alla “colonia di Vibo”, ovvero egli crede che sulle colline di Sapri vi fosse la città, colonia romana di “Vibo”. Il La Greca, a p. 33, nella nota (69) postillava: “(69) FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 38”. Il La Greca, a p. 34, nella nota (71) postillava: “(71) CIL X 461. Vd. GUZZO 1991”. Il La Greca si riferisce al testo di Angelo Guzzo (….) “A. GUZZO, La stele funeraria di Sapri, “Annali Cilentani”, III, n. 5, 1991, pp. 145-146”. In questo passaggio il La Greca, sulla scorta del Guzzo crede e attribuisce la stele funeraria romana (rinvenuta dall’Antonini e visibile oggi a Sapri in Piazza del Plebiscito) alla “colonia di Vibo”, ovvero egli crede che sulle colline di Sapri vi fosse la città, colonia romana di “Vibo” di cui parlerò. Abbiamo visto come la “gens Sempronia” si possa collegare alla colonia romana di Buxentum. Inoltre, sebbene propenda per l’ipotesi della Villa romana di S. Croce appartenente come proprietà ai “Sempronii”, duumviri, probabilmente parenti a Tiberio Sempronio Longo, della colonia romana di Buxentum, non ritengo valida l’ipotesi che i “Sempronii”, probabilmente proprietari della villa di Sapri, ricoprissero la carica di duumviri (o duumviro edile) per disporre della colonia di Vibo ma essi disponevano della colonia romana e Sillana di Buxentum. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7. Nell’area del Golfo di Policastro esisteva, a quanto pare, anche un’altra città, una colonia latina chiamata Vibo o Vibon, forse ricordata dal moderno nome di Vibonati; avendo lo stesso nome di Vibo Valentia in Calabria, è stata molto spesso confusa con quest’ultima città. Le colonie latine, a differenza di quelle romane, avevano per scopo principale un massiccio popolamento del territorio ed il suo controllo da parte di coloni di umili origini e senza risorse, ma per questo disposti a trasferirsi anche in zone lontane in cambio dell’assegnazione di consistenti lotti di terra. Grande sostenitore dell’esistenza della città di Vibo in Lucania è stato nel Settecento il barone Giuseppe Antonini, che ha raccolto e commentato le fonti relative (53). Pietro Ebner ed altri studiosi hanno ritenuto di escludere l’ipotesi dell’Antonini, in quanto le prime testimonianze medioevali su Vibonati chiamano tale insediamento in modi diversi, che fanno escludere una derivazione: casalis Libonatorum, Bonatorum, Bonati, Li Bonati, e solo in epoca moderna Vibonati (54). Ma tutto ciò non sembra avere a che fare conla città antica: la questione non è sulle origini di Vibonati, ma sull’esistenza o meno nella zona di una città romana di nome Vibo. Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (53) postillava: “(53) Antonini, 1795, vol. I, pp. 419-428”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (54) postillava: “(54) Ebner, 1982, II, pp. 740-744”. Antonini, a pp. 421-422 in proposito citava un passo di Strabone (libro 6) in cui parla della colonia dei Romani inviata ad Hipponio e, che muterà il suo nome in “Vibonem Valentiam” aggiungeva che: “Era l’anno di Roma circa il DXV., e forse nel Consolato di M. Manilio Turrino, e di Q. Valerio Faltone, quando furono mandati i Coloni ad Hipponio, chiamato da ‘Velleio’ specialmente ‘Valentia’. Ecco le di lui parole nel Libro I, dalle quali l’uno, e l’altro si ricava: “Proximoque anno (I), Torquato, Sempronioque Cofs. Brundusium, et post triennium Spoletium, quo anno floralium ludorum factum est initium; postque briennium deducta Valentia”. Di questa deduzione non si trova in Livio fatta menzione, per la mancanza della Deca 2. Nè nell”Epitoma’ XX, dove esser dovrebbe, affatto se ne fa parola. Aggiugnesi che lo stesso Livio nel libro 37 numerando le Colonie, che ajuto, o denaro ai Romani esibirono, o negarono, non fa di ‘Valentia’ menzione alcuna. Ciò che fu già dal ‘Sigonio’ notato nel c. 5, lib. 2, de antiq. jur Italiae, ecc..”, l’Antonini si riferiva al testo di Carlo Sigonio (….), De antiquo jure Romanorum, Italiae, provinciarum (1560):

Antonini, p. 422

Anto, p. 423

(Fig…) Antonini, op. cit., pp. 422-423

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Questo cippo funerario da Sapri, del I sec. d.C., menziona il duovir des(ignatus) Lucio Sempronio Prisco (71), e attesta che la colonia (Vibo) era retta da magistrati annuali, i duoviri, tipici delle colonie latine; forse la città ricevette anche una colonia di veterani al tempo delle guerre civili. L’iscrizione porta un buon sostegno all’ipotesi della colonia di Vibo, e non occorre attribuire il personaggio, come è stato fatto, a Blanda o a Bussento. Etc…”. E’ interessante l’ipotesi del La Greca sulle origini della città di Vibone, che in sostanza riprende ciò che aveva in precedenza scritto e creduto l’Antonini. Non è chiaro se il La Greca, nel riferirsi alle rovine di S. Croce si riferisca ad una città di origine sabellica o Lucana o si riferisca alla colonia latina di Vibona. Si è visto che, sebbene si propenda per l’ipotesi della Villa romana di S. Croce appartenente come proprietà ai “Sempronii”, duumviri, probabilmente parenti a Tiberio Sempronio Longo, della colonia romana di Buxentum, non ritengo valida l’ipotesi che i “Sempronii”, probabilmente proprietari della villa di Sapri, ricoprissero la carica di duumviri (o duumviro edile) per disporre della colonia di Vibo ma essi disponevano della colonia romana e Sillana di Buxentum. Il La Greca, a p. 34 continuando il suo discorso sull’area di S. Croce scriveva pure che: “Ricerche recenti nell’area della villa romana di Santa Croce a Sapri (72)  hanno stabilito che il livello del mare in epoca storica era più basso dell’attuale di circa 1,80 m. La linea di costa tuttavia presentava qui un andamento particolare, e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto, l’area successiva del lungomare, che oggi ospita edifici abitativi moderni, costituiva allora una piccola insenatura marina.”. Il La Greca, a p. 34, nella nota (72) postillava: “(72) Toccaceli 2003”. Il La Greca, a p. 34, nella nota (72) si riferiva al testo del geologo Romeo Toccaceli (….), ed a p….., nella bibliografia scriveva: “(72) TOCCACELI 2003 = R. M. TOCCACELI, Evidenze geoarcheologiche della variazione del livello del mare in età storica: l’insediamento romano di S. Croce (Sapri – Golfo di Policastro), in ALBORE LIVADIE – ORTOLANI 2003, pp. 255-264. TRA LAZIO E CAMPANIA 1995 = AA. VV., Tra Lazio e Campania.”, su cui contenuto nutro dei dubbi. Il La Greca si riferisce ad uno studio geomorfologico del geologo Romeo Toccaceli di Sapri che, nel 2003 riteneva che “…il livello del mare in epoca storica era più basso dell’attuale di circa 1,80 m.”. Il Toccaceli (ed in questo caso il La Greca, ritenevano che in epoca storica, senza peraltro specificare quale epoca storica a cui si riferisse, il livello del mare era più basso di circa mt. 1, 80. Dunque, essi ritenevano che nell’antichità, l’area delle rovine di S. Croce, il livello del mare era molto più basso dell’attuale, tanto che, il La Greca affermava che in epoca antica: “La linea di costa tuttavia presentava qui un andamento particolare, e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto, l’area successiva del lungomare, che oggi ospita edifici abitativi moderni, costituiva allora una piccola insenatura marina.”. Il La Greca riteneva che il molo frangiflutti (le pilae) e le “cammerelle”, in epoca antica non erano bagnate dal mare, ovvero erano all’asciutto. Se pur ammettendo l’evidenza geologica che nell’antichità la linea costa presentasse un andamento particolare, non mi pare possibile, invece che “un andamento particolare”, l’avesse pure la linea orografica del sottosuolo di Sapri e della baia di Sapri. Inoltre, ammettendo per buona l’ipotesi e gli studi di Toccaceli da cui risuta che tutta la villa ed il molo (le pilae), rovine che insistono nell’area di S. Croce, in parte sommersi dall’acqua, siano state in epoca antica  “e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto”, mi chiedo come risulta possibile che, la tipologia costruttiva del molo frangiflutti (dalla tradizione chiamato le “Pile” (da “Pilae”, ovvero pilone) denoti una diversa tipologia costruttiva adatta alle costruzioni marine ?. Mi spiego meglio. Dall’analisi della costruzione della Pilae, un molo frangiflutti costruito a protezione delle opere prossime alla battigia del mare a S. Croce, si vede chiaramente quale sia stato sempre il livello del mare. Le “Pilae”, di Sapri sono costituite da una porzione posta sotto l’acqua del mare e, un’altra porzione che affiora dal livello del mare, visibile al visitatore. Esse sono state costruite con due tipologie costruttive diverse tra loro. La porzione di opera sottomarina è stata costruita usando una malta idraulica a base di pozzolana. Questo dimostra che i romani costruirono le “Pilae” nell’acqua del mare che, all’epoca, già era presente. Infatti, l’opera serviva a proteggere la piccola insenatura dai flutti marini, marosi, che in certi giorni di burrasca si vedono infrangersi proprio verso la Pilae. Dunque, se a S. Croce, il livello del mare è stato, come io credo, almeno dall’epoca romana come è attualmente, ne va da se che l’ipotesi del La Greca e di altri non hanno fondamento. A S. Croce, il mare c’è sempre stato così come lo vediamo ora e con lo stesso livello. Era talmente sostanziale la presenza del mare che i romani dovettero costruire il molo frangiflutti a divesa dei venti di mezzogiorno particolarmente rovinosi nelle giornate di burrasca. Felice Grippa (….), nel suo Sapri –  Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 73 e 74, venivano pubblicati due disegni ricostruttivi della villa d’epoca romana che mostrano chiaramente la Villa disposta all’asciutto e su un pianoro leggermente rialzato rispetto alla linea della battigia del mare. La ricostruzione dell’autore dei disegni, però, nella sua ricostruzione a volo d’uccello (dall’alto) della villa di S. Croce, non tiene minimamente conto delle opere portuali, del criptoportico delle “Camerelle” e del molo frangiflutti. Le evidenze archeologiche in sito denotano, è vero, delle opere murarie ad un livello superiore a quello marino ma queste costituiscono un tutt’uno con le opere murarie sottostanti, quelle cioè che si vedono dalla battigia del mare, che sono opere portuali e che, nel caso del molo frangiflutti (chiamato Pila), posto un pò più avanti, erano opere costruite con le loro fondamenta nel mare stesso, dunque opere portuali.

Nel 194 a.C., Tiberio Sempronio Longo, curatore e nominato console della colonia marittima romana di Buxentum

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: Quasi sicuramente della deduzione di Bussento fu incaricato Sempronio Longo, interessato alla Lucania e appartenente alla stessa famiglia di Tiberio Sempronio Gracco, che durante la guerra contro Annibale aveva combattuto in Lucania, ed aveva allacciato rapporti di amicizia e di clientela con i notabili della regione (46). ….Etc..”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (46) postillava che: “(46) Livio, XXIII, 37, 10-11; XXIV, 15; 20; 44, 9; XXV, 1, 5; 15, 18-20; 16-17”. Da Wikipedia leggiamo che Tiberio Sempronio Longo (latino: Tiberius Sempronius Longus) (… – 174 a.C.) è stato un politico romano. Figlio del console omonimo, sconfitto da Annibale nel 218 a.C., sostituì il padre come decemviro sacris faciundis nel 210 a.C. e nello stesso anno divenne anche augure (al posto di Tito Otacilio Crasso) e tribuno della plebe. Nel 197 a.C. fu edile curule fu scelto come triumviro per la fondazione di nuove colonie a Puteoli, a Buxentum ed in altre località. Nel 196 a.C. fu pretore in Sardegna e mantenne la carica per un biennio. Nel 194 a.C. fu eletto console con Publio Cornelio Scipione Africano; durante il consolato svolse anche la funzione di triumviro per seguire la fondazione delle colonie che aveva già stabilito nel 197 a.C.. Combatté anche contro i Galli Boi, ma senza riportare vittorie definitive. L’anno seguente (193 a.C.) fu legato sotto il console Lucio Cornelio Merula durante la campagna contro i Galli Boi; nel 191 a.C. fu legato sotto il console Manio Acilio Glabrione durante la campagna contro Antioco il Grande in Grecia. Nel 184 a.C. si presentò candidato per la censura, ma fu sconfitto. Morì nel 174 a.C. durante la grande pestilenza che colpì Roma. Le note postillate di Wikipedia sono tutte su Tito Livio (….), nella sua opera “Ad Urbe condita”. Nel 2014, Antonio Scarfone (….), “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, sulla scorta di Werner Johannowsky (….) scriveva in proposito che: D’altronde, alcuni esponenti della Gens Sempronia, una delle più antiche e potenti stirpi romane, erano noti nel Golfo di Policastro sin dall’età repubblicana. Infatti, come ci narra Tito Livio, nel 194 a.C., il triumviro Tiberio Sempronio Longo fu uno dei magistrati cui fu affidato il compito, avendo acquisito la suprema carica di console, della cura della vicina e sicuramente più importante colonia di Buxentum (11).”. Scarfone, a p. 451, nella nota (11) postillava che: “(11) Questi i passi di Tito Livio, in cui viene narrata la fondazione della colonia di Bussento, Libro XXXII, 29, I: etc…”……” (….), il tribuno della plebe Caio Atinio propose di fondare cinque colonie etc…Vi si aggiunse Bussento. Si decretò di mandare etc….”.  Questi i passi di Tito Livio in cui viene narrata la fondazione della colonia di Bussento. Libro XXXII, 29, I: […] “C. Atinius, tribunus plebis, tulit ut quinque coloniae in oram maritimam deducerentur, duae ad ostia fluminum Vulturni Liternique, una Puteolos, una ad Castrum Salerni: his Buxentum adiectum; trecentae familiae in singulas colonias iubebantur mitti. Tresviri deducendis iis, qui per triennium magistratum haberent, creati M. Servilius Geminus Q. Minucius Thermus Ti. Sempronius Longus.” […] che tradotto significa: “Il tribuno della plebe Caio Atinio propose di fondare cinque colonie sulla costa, due alla foce dei fiumi Volturno e Literno, una a Pozzuoli, una a Castro di Salerno. Vi si aggiunse Bussento. Si decretò di mandare in ogni colonia trecento famiglie. Furono creati triumviri per la fondazione di quelle colonie Marco Servilio Gemino, Quinto Minucio Termo, Tiberio Sempronio Longo.” (Traduzione a cura di RONCONI & SCARDIGLI, 1980). Libro XXXIX, 23, I: […] “Extremo anni, quia Sp. Postumius consul renuntiaverat peragrantem se propter quaestiones utrumque litus Italiae desertas colonias Sipontum supero, Buxentum infero mari invenisse, triumviri ad colonos eo scribendos ex senatus consulto ab T. maenio praetore urbano creati sunt L. Scribonius Libio, M. Tuccius, Cn. Baebius Tamphilus.” […] “Alla fine dell’anno, poiché Sp. Postumio console aveva riferito che nel percorrere le due coste d’Italia per via dei suoi processi aveva trovato spopolate le colonie di Siponto sull’Adriatico e di Bussento sul Tirreno, il pretore urbano T. Menio, secondo un senatoconsulto, elesse triumviri, per il reclutamento dei coloni da mandare là, L. Scribonio Libone, M. Tuccio, Cn. Bebio Tanfilo.” (Traduzione a cura di RONCONI & SCARDIGLI, 1980).”.

LA GENS SEMPRONIA 

Da Wikipedia leggiamo che Sempronia era il nomen di una gens dell’antica Roma, con un ramo patrizio e uno plebeo.

  • Sempronius, maschile singolare (nomen)
  • Sempronia, femminile singolare (nomen)
  • Sempronianus, maschile singolare (cognomen) per i maschi che erano nati all’interno della gens e poi adottati da altri.

Sebbene la più famosa gens Sempronia plebea non fosse imparentata con quella patrizia, questa era considerata una delle più importanti famiglie durante il periodo della repubblica. La gens raggiunse l’apice del potere tra il 304 a.C. e il 121 a.C., dando i natali a parecchi consoli, censori, pretori e tribuni della plebe. La gens era divisa i diversi rami, tra i quali i più importanti politicamente erano: Semproni Blesi, questo ramo ebbe due consolati, tenuti da Gaio Sempronio Bleso nel 253 e nel 244 a.C. Sulla “Gens Sempronia” sapiamo che vi erano i Semproni Gracchi, questo ramo ebbe tre consoli, tutti di nome Tiberio Sempronio Gracco, che tennero cinque consolati (il primo divenne console nel 238; il secondo, figlio del primo, nel 215 e 213; il terzo, nipote del secondo, nel 177 e 163 a.C.), un censore (sempre l’ultimo dei tre, nel 169 a.C.) e due tribuni della plebe (i fratelli Gaio Sempronio Gracco e Tiberio Sempronio Gracco, figli dell’ultimo dei tre Tiberii, quello due volte console e censore). Nel 170 a.C. per volere del censore Tiberio Sempronio Gracco fu eretta la Basilica Sempronia. Questo ramo apparentemente era ancora attivo intorno al 2 a.C., quando Giulia, la figlia di Augusto, fu esiliata con il suo amante Tiberio Sempronio Gracco. I figli di quest’ultimo morirono piccoli; oltre ai Semproni Gracchi, vi era un altro ramo, quello dei Semproni Longi, questo ramo ebbe due consoli, padre (Tiberio Sempronio Longo (console nel 218 a.C.)) e figlio (Tiberio Sempronio Longo (console nel 194 a.C.)). Questo nome probabilmente derivava da un antenato molto alto di statura. Semproni Sofi, faceva parte di questo ramo Caius Sempronius Sophus, il primo console plebeo della gens Sempronia. Un suo omonimo, probabilmente suo figlio, divenne console nel 268 a.C., fu più noto per aver divorziato dalla moglie per partecipare ai Ludi Romani senza la sua conoscenza. Entrambi divennero censori. Semproni Tuditani, questo ramo ebbe tre consoli, il più distinto fu Publio Sempronio Tuditano, eletto nel 204 a.C., partecipò alla battaglia di Canne come tribuno militare.

Nel 192 a. C. (II sec. a.C.), VIBONE (Lucana), la fondazione della colonia latina secondo Tito Livio

Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a pp. 206-207 parlando delle nuove colonie romane o latine sorte, in proposito scriveva: “E nel caso nostro le deduzioni delle colonie in Crotone e Temesa (2), in Turio ed Ipponio (3) furoo promosse da Scipione, che in quell’anno (a. 194) era console per la seconda volta. Trattavasi di colonie di carattere prevalentemente militare, mediante le quali venivasi a circondare d’una corona di piazze forti la regione dei Bruzzi, che tanto avevan dato da fare a Roma nella guerra precedente, specialmente quelli della parte inferiore, i quali eran rimasti con Annibale sino in ultimo. Quelle colonie eran state ideate dall’Africano nei giorni in cui coi suoi maneggi re Antioco di Siria, s’era di già rifugiato Annibale, etc…lo stesso anno in cu ne promuoveva la deduzione, e cioè mentre era console, egli conduceva a compimento lo stanziamento delle colonie marittime di Volturno, Literno, Puteoli, Salerno e Bussento, le quali, alla loro volta, provvedevano alla sicurezza delle coste a salire in su dal Bruzzio alla Lucania ed alla Campania.”. Il Ciaceri, a p. 206, nella nota (3) postillava che: “(3) In Turio: Liv. XXXIV 53, 1-2; cfr. XXXV 9, 7. In Ipponio (Vibo): Liv. XXXIV 53, 1-2; XXXV 40, 5-6. Su Vell. I 14, 8, che vi fa fondare la colonia già nel 237, v. sopra a p. 81 n. 7”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7. Nell’area del Golfo di Policastro esisteva, a quanto pare, anche un’altra città, una colonia latina chiamata Vibo o Vibon, forse ricordata dal moderno nome di Vibonati; avendo lo stesso nome di Vibo Valentia in Calabria, è stata molto spesso confusa con quest’ultima città. Le colonie latine, a differenza di quelle romane, avevano per scopo principale un massiccio popolamento del territorio ed il suo controllo da parte di coloni di umili origini e senza risorse, ma per questo disposti a trasferirsi anche in zone lontane in cambio dell’assegnazione di consistenti lotti di terra. Grande sostenitore dell’esistenza della città di Vibo in Lucania è stato nel Settecento il barone Giuseppe Antonini, che ha raccolto e commentato le fonti relative (53). Pietro Ebner ed altri studiosi hanno ritenuto di escludere l’ipotesi dell’Antonini, in quanto le prime testimonianze medioevali su Vibonati chiamano tale insediamento in modi diversi, che fanno escludere una derivazione: casalis Libonatorum, Bonatorum, Bonati, Li Bonati, e solo in epoca moderna Vibonati (54). Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (53) postillava: “(53) Antonini, 1795, vol. I, pp. 419-428”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (54) postillava: “(54) Ebner, 1982, II, pp. 740-744”. Il La Greca, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “A sostegno di questa tesi, l’Antonini cita Livio, il quale parla della fondazione della colonia latina di Vibone nel 192 a.C., con 4000 famiglie, affermando che il suo territorio era vicino al Bruzio (Bruttiorum proxime), e che i Bruzi l’avevano strappato ai Greci (58). Allacolonia fu data, come solitamente accadeva, un’aristocrazia “artificiale” con 300 cavalieri, che ricevettero 30 iugeri di terra ciascuno, circa otto ettari. Ai fanti, in numero di 3700, ne fu data la metà, 15 iugeri, circa quattro ettari. I magistrati che curarono la deduzione furono Quinto Nevio, Marco Minucio, Marco Furio Crassipede. Etc…”.  Il La Greca, a p. 30, nella nota (58) postillava: “(58) Tito Livio, XXXV, 40, 5-6”. Il La Greca, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…Testimonianze dubbie sono quella di Livio che ricorda……Senza stare a distinguere quale fonte sia nel giusto e quale no, è probabile che vi fosse una certa confusione fra gli stessi scrittori antichi, di fronte a due insediamenti relativamente vicini e con lo stesso nome. Comunque, il territorio del Golfo di Policastro è molto vasto, e la sola Buxentum, con trecento famiglie iniziali, appare povera cosa rispetto alle possibilità della zona. Così, seguendo Livio, è possibile che nel 192, a soli due anni dalla fondazione di Buxentum colonia romana, sia stata fondata qui la colonia latina di Vibo, colonia di popolamento, con 4000 famiglie. La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.. Già il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, a p. 423 e ssg., nel suo “Capitolo XI – Di Vibonati, e Sapri”,  in proposito scriveva che: “L’aver Livio scritto semplicemente ‘Vibonem Colonia deducta est’, senza soggiungervi ‘Valentiam’, è altro indubitato segno, che parò del nostro Vibone, detto poi ad Sicam, e ben doveva egli saperlo, come colui ch’ebbe sotto gli occhi i pubblici atti, onde trasse le notizie per la sua storia. Etc..”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, p. 62 parlando della città scomparsa di “Vibona” in proposito scriveva che: “Nel 338 a. C. il tiranno di Siracusa, Dionisio il Vecchio, distrusse la città di Hipponion ed il nome scomparve (8). Pochi anni dopo, nel 379 i Cartaginesi ricostruirono la città ed appare il nome di Vibona, in greco Viponion (9). Per quasi due secoli la città esiste sotto questo nome finchè, nel 194 a.C., cade in possesso dei Romani, che la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10). Non è l’unica di questo nome. Ancora oggi esiste ‘Valencia’ in Spagna, ‘Valence’, in Francia ecc..Per distinguere questa Valentia dalle altre, si trascina insieme al nuovo nome anche quello vecchio, e quindi abbiamo “Vibo Valentia” a partire dal 194 a.C. (11). Durante il governo romano decade la città, come tutta la Magna Grecia, dall’antico splendore. Ecc…”. Il Tancredi nella sua nota (8) postillava che: “(8) Diodoro Siculo, op. cit., XIV, 107”. Il Tancredi nella sua nota (9) postillava che: “(9) Diodoro Siculo, op. cit., XVI, 15”. Il Tancredi nella sua nota (10) postillava che: “(10) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, 40.”. Il Tancredi nella sua nota (11) postillava che: “(11) Tito Livio, op. cit.”. Dunque, il Tancredi scrive che secondo Livio (….), “nel 194 a.C., cade in possesso dei Romani, che la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10)”. Il Tancredi nella sua nota (10) postillava che: “(10) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, 40.”. Sempre il Tancredi parlando della “3. Decadenza romana” di “Pyxous-Policastro”, (dunque in questo caso riferendosi a Policastro), a p. 14 in proposito scriveva che: “Nel 194 a. C. fu inviata da Roma una colonia di 30 famiglie per ripopolare la città abbandonata (18). Si tratta evidentemente di una fondazione nuova; la Pyxous greca porta d’ora in avanti, per circa sette secoli, il nome romano di ‘Buxentum’. Il Tancredi, a p. 14, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Tito Livio, Storie “ab Urbe condita”, lib. XXXII, cap. 29, 4.”. Il Tancredi, a p. 14, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Tito Livio, Storie “ab Urbe condita”, lib. XXXIX, cap. 22, 4″, che poi in seguito vedremo meglio. Il Tancredi, a p. 15 riferendosi a Buxentum (Policastro) scriveva pure che: “I Romani tentarono almeno due volte di far rivivere Buxentum. Sotto il console P. Cornelio Scipione Africano, verso il 194 a. C., come abbiamo già detto, va inviata una colonia (20).”. Il Tancredi a p. 15 nella sua nota (20) postillava che: “(20) Tito Livio, op. cit., XXXII, c. 29, 4 (= 560 di Roma, “ad Urbe condita”).”. Dunque, pur riferendosi a Policastro (l’antico Pyxous), il Tancredi ci parla delle storie raccontate da Tito Livio e della colonia romana ivi mandata nel 194 a. C. Mi chiedo se la colonia romana di cui parlava Livio era a Pyxous o era a Vibone ?. Ritorniamo al Tancredi quando ci parla della colonia romana di Vibone citata da Livio. Dunque, il Tancredi scrive che secondo Livio (….), “nel 194 a.C., cade in possesso dei Romani, che la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10)”. Il Tancredi nella sua nota (10) postillava che: “(10) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, 40.”. Dunque, il Tancredi si riferiva al libro XXXV, 40 delle storie di Tito Livio in cui ci parla della Storia di Roma e scrive che Tito Livio scriveva della colonia romana che fu mandata nel 194 a.C., allorquando sia l’antica ‘Buxentum’ (Policastro), cadde in possesso dei Romani. Su ciò che scriveva Livio (….), il Tancredi argomentava che: “Siamo titubanti d’accettare le pur convincenti deduzioni, perchè 4000 coloni, con mogli e bambini, formano una popolazione di almeno 10.000 anime.”. Tancredi, a pp. 71-72, dopo aver detto e citato la città di “Scidron” negando che “si trovava in questi paraggi, essa era da secoli scomparsa e, al tempo della costruzione del porto, radiata dalla memoria umana”, postillando nella sua nota (4) Erodoto, proseguendo il suo racconto e parlando del “Porto di Vibona”, in proposito scriveva che: “Non possiamo evitare di mettere in discussione in questo punto un’affermazione, che noi stessi abbiamo fatta poche pagine prima. Livio parla dei 3700 coloni e 300 cavalieri, che Vibona ricevette sotto il consolato di Quinzio Flaminio e Domizio Enobardi (5).”. Il Tancredi cita alcune notizie tramandateci da Tito Livio che scriveva che nel 194 a.C., i Romani inviarono nella nuova “Vibone”: “dei 3700 coloni e 300 cavalieri, che Vibona ricevette sotto il consolato di Quinzio Flaminio e Domizio Enobardi (5).”. Il Tancredi, a p. 71, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, cap. 31”. Il Tancredi, a p. 15, in un altro passo riferendosi questa volta a Buxentum (Policastro) scriveva pure che: “I Romani tentarono almeno due volte di far rivivere Buxentum. Sotto il console P. Cornelio Scipione Africano, verso il 194 a. C., come abbiamo già detto, va inviata una colonia (20).”. Il Tancredi a p. 15 nella sua nota (20) postillava che: “(20) Tito Livio, op. cit., XXXII, c. 29, 4 (= 560 di Roma, “ad Urbe condita”).”. Dunque, in sostanza Tito Livio racconta che i Romani per ripopolare alcuni luoghi che avevano conquistato mandarono delle colonie nell’anno 194 a.C.. Il Tancredi scriveva che nel caso della colonia inviata dai romani a Buxentum, Livio ne parlava nel Libro XXXII, cap. 29, 4 e nel caso, invece, di Vibone, ne parlava nel Libro XXXV, cap. 31. Buxentum ricevette una colonia nell’anno 194 a. C., sotto il consolato di P. Cornelio Scipione Africano e, sempre nell’anno 194 a.C., Vibone ricevette una colonia sotto il consolato di Quinzio Flaminio e Domizio Enobardi. Il Tancredi riferendosi al passo di Tito Livio in “ab Urbe condita”, Libro XXXV, 40 scriveva che i Romani “la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10)”. Il Tancredi, a p. 71 scriveva pure che:  Il Tancredi a p. 71 scriveva ancora che: “Questa colonia è normalmente ascritta a Vibo Valentia; ecc…”. Infatti, molti storici hanno sempre ritenuto che Livio si riferisse alla cittadina calabra di Vibo Valentia e non alla nosta Vibone Lucana. Il Tancredi a questo proposito a p. 71 citava le argomentazioni dell’Antonini che dice portava: valide e logiche ragioni per dimostrare che la datazione di Valentia è contenuta nella seconda decade di Livio (perduta), mentre quella del 31° capitolo si riferisce a Vibona Lucana.”. Infatti, un autore che avanzava l’ipotesi che si trattasse di Vibone (che alcuni chiamarono Lucana per distinguerla da Vibo Valentia in Calabria fu proprio l’Antonini che, nella sua Lucania argomentò con diverse notizie questa ipotesi. L’Antonini, oltre a confutare il Barrio (….) cita Pomponio Mela (….) e l’Itinerario Antonino. L’Antonini lo chiama “Vibonem ad Siccam” (vedi p. 428).

VIBONE LUCANA, il suo porto e la città scomparsa e sepolta sulle colline di Sapri

Luigi Tancredi (…), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, pp. 63-64 parlando della città scomparsa di “Vibona” in proposito scriveva che: “L’altra ‘Vibona’, invece, che nel Medioevo troviamo spesso citata col nome di “Vibona Lucana”, è oggi completamente scomparsa. Le strade e le costruzioni, che le carte topografiche del sec. XVII ancora tracciano, sono coperte da una fitta vegetazione. Vibone lucana (13) si trovava circa a metà strada fra l’odierna Sapri e l’odierna Policastro Bussentino, alla foce del piccolo fiume che formava un bacino portuale, prima di gettarsi nel mare: quindi, il tipico porto per la navigazione antica. Il bacino è oggi terra ferma e i detriti hanno avanzato la spiaggia di circa 200 metri. Questo è il comune destino di quasi tutti i porti antichi del basso Tirreno; essi erano situati alle foci dei fiumi. Quando iniziò la decadenza della Magna Grecia, sia per le pressioni dei Bruzii e dei Lucani, sia per la costruzione della Via Appia e della Via Popilia, poi per le invasioni barbariche e i sisastrosi governi bizantini, angioini e aragonesi, mancavano i mezzi per la manutenzione dei porti fluviali; essi insabbiavano, si formavano paludi e la malaria seppellì le fiorenti città, se non lo fecero i Saraceni. Vibone Lucana era già poco importante quando, nel X secolo (forse intorno al 915-950), gli abitanti fondarono la nuova città di ‘Vibonati’ a pochi chilometri verso l’interno, sulla prima collina che si prestava allo scopo. Durante le invasioni del secolo XVI la città scomparve completamente e non fu più ricostruita (14). Aveva anche perduto la sua ragione di vita, perchè la nuova formazione del terreno la fece inusabile come porto e il nuovo porto (del quale parleremo) risentiva della desolata decadenza della regione. Che un’altra città, ribattezzata dai Romani col nome di “Potentia” sia da identificare con Vibone Lucana, riteniamo improbabile; ……..Nel secolo XVII Vibone Lucana è già un ricordo lontano, citato come ‘Bibo’ (16) ed al suo posto si trova un villaggio, detto “Petrasia” (17), che poco dopo scompare e rinasce col nome di ‘Villammare (Marina di Vibonati). Anche Potentia è effimera etc….Dall’antichità abbiamo certi riferimenti a Vibona Lucana (e ne parleremo più avanti), ma ci sono periodi, durante i quali la città parrebbe scomparsa. E un fatto che si presenta anche con Blanda, Policastro ed altri porti. Si è pensato ad un vuoto di notizie, semplicemente non pervenuteci. Dato, però, che questi vuoti si presentano per diverse città e per varie epoche, pensiamo piuttosto che molti porti diventano impraticabili e malsani; gli abitanti se ne vanno e del luogo non si parla più. poi le paludi si solidificano con nuovi detriti, il fiume si rode un nuovo letto, la malaria etc….”. Il Tancredi a p. 64, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Laudisio N.M., op. cit., p. 44”. Il Tancredi a p. 64, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cfr. nota n. 13. Ferrario Filippo (cit. dal Troyli, Tomo I, P. II, p. 178) in “Additionis ad Calepinum” la dice “Bibone”. Il Tancredi a p. 63, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Archivio di Stato di Napoli, Sez. Piante Topografiche, carta 32a, n. 2 (Bibo ad Siccam odie ruin.), anno 1600.”. Riguardo questo passaggio dell’Antonini (….), Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 740 parlando di Vibonati in proposito scriveva che: “Naturalmente è da escludere l’ipotesi dell’Antonini (3) che vuole Vibonati denominato da un’isoletta che le sarebbe quasi di fronte “Vibo ad Sicam, e Siccam” e che ubica ivi la Vibone di Cicerone (4). Già il Troyli (5) aveva fatto giustizia di questa ipotesi quando scriveva “lasciando da parte l’opinione di qualche altro Autore, che per amore della sua Lucania la vorrebbe ne’ Bonati; da Vibone diducendolo Vibonati, con una etimologia molto nuova”. Dello stesso parere il Soria (6), più incisivo il Magnoni (7).”. Ebner a p. 740 nella sua nota (5) postillava che: “(5) Troyli, cit., I, p. 419, p. 178.”. Ebner a p. 740 nella sua nota (6) postillava che: “(6) F. A. Soria, Lettera intorno alle sviste di alcuni autori, “Giornale letterario di Napoli”, vol. LXXV.”. Dunque Pietro Ebner (….) dando torto all’Antonini citava l’opera dell’abbate Troyli (….) riferendosi al tomo I, p. 419 e p. 178 del suo ‘Istoria generale del Reame di Napoli etc…’ dove a p. 176 del tomo I parlando di Vibo Valenzia in proposito scriveva che:

Troyli, tomo I,, p. 177

Troyli, tomo I, p. 178

Il Tancredi postillava della “Carta del Cilento” che gli mostrai all’epoca e che scoprì all’Archivio di Stato di Napoli dove è conservata. Della carta in questione, che cita il toponimo “Bibo ad Siccam odie ruin.” disegnata verso le colline di Sapri e nell’area corrispondenti all’attuale contrada dei Cordici, ho detto in un altro mio saggio. La carta non è del 1600 come sosteneva il Tancredi ma è di epoca molto più anteriore, forse aragonese, perchè pare che questa carta appartenesse ad un gruppo di carte corogrrafiche trafugate da Carlo VIII quando calò nel Regno di Napoli ai tempi di Ferrante d’Aragona. Sulla città scomparsa (eventuale) di “Vibo” o Bibo ad Siccam” citata nella carta da me scoperta, il Tancredi, parlando di “Il porto di Vibona (Sapri antica)”, a p. 72, in proposito scriveva pure che: “E sulla collina che riteniamo sede della città di Vibona, una tale posizione non è facilmente immaginabile. Le cifre che indica Livio sono normalmente esatte e non occorre aplicare come per molte altre fonti il beneficio dell’inventario. Quindi, per sottoporre la notizia al vaglio storico, abbiamo effettuato diversi sopralluoghi e queste sono state le nostre deduzioni. La nostra conoscenza del sito di Vibona si basa principalmente sulla carta topografica che dev’essere stata compilata verso il principio del sec. XVII.”. Il Tancredi si riferiva a questa carta, da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli:

Piante e Disegni, cartella XXXII, conv. 4

(Fig. 2) L’immagine illustra uno stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra –Regno di Napoli( Fig. 1), da me scoperta nel 1981 e conservata all’Archivio di Stato di Napoli (2)

Il Tancredi scriveva pure che: “Vibona subì una prima distruzione nei primi decenni del sec. X, ad opera dei Saraceni di Agropoli e di Camerota (6). A quel tempo risalgono le prime costruzioni di Vibonati, luogo di rifugio dei Vibonesi. La città di Vibonati, fu ricostruita, probabilmente su tono minore, e durante il periodo normanno, che dava ordine e pace alla contrada, e si sarà ripresa…..Sulla carta del XVII secolo le strade sono chiaramente tracciate; le case sono in rovina, ma non si tratta di mucchi di macerie, dove non si sa più dove una casa finisce e l’altra incomincia. Passa ancora il tempo e due secoli dopo non c’è più nulla: sono vigneti che hanno preso il posto della città, e la città è tutta coperta dalla vegetazione. Non così in riva al mare, dove le vestigia rimangono.”. Il Tancredi a p. 72, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cirelli F., op. cit., p. 36”. Si tratta di Filippo Cirelli (….). Il Tancredi, a p. 72 continuava scrivendo che: “E se è vero che arrivarono 4000 coloni, se la città aveva il suo anfiteatro e le sue terme alla riva del bacino di Sapri, si deve concludere che l’antica Vibona non era limitata alla collina, ma si estendeva fino al suo porto sul bacino. Con questa nuova concezione si spiegherebbero molti, se non tutti i problemi che finora abbiamo incontrato. Perchè la nostra visione venga confermata, bisogna scoprire le mura di cinta, sotto la fitta vegetazione.”. Il Tancredi, sopratutto nell’ultimo passaggio si è sbizzarrito in una confusione totale. Sebbene il Tancredi sia stato il primo a sostenere la tesi dell’Antonini che voleva che l’antica città sepolta o scomparsa di Vibone (Lucana, di cui parlava Tito Livio e Velleio Patercolo e per distinguerla dalla Vibo Valentia), sia stata molto probabilmente un’antichissima città, forse di origine etrusca sorta sulle colline di Sapri, le colline che si trovano sopra il cimitero di Sapri lungo via S. Paolo. Devo però precisare che l’ipotesi che faceva il Tancredi, ovvero di una città antica verso il fiumara di Vibonati di un porto verso la sua foce, non la ritengo plausibile. Secondo il Tancredi, in antichità sarebbe esistito un porto ed un’antica città di Vibone nei pressi della fiumara di Vibonati ed in prossimità del mare e poi solo in seguito i “Vibonensi” l’avrebbero abbandonato a causa della malaria ed avrebbero incentivato la città di Bibo ed il suo porto presso le colline di Sapri.

Nel 186 a.C. (II sec. d. C.), Tito Livio ed il console LIVIO SPURIO POSTUMIO e, la seconda colonia di Buxentum

Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 231 parlando delle colonie latine sorte, in proposito scriveva:Buxentum, ove la colonia romana del 194 ebbe vita effimera, …….nonostante che alcuni anni dopo (a. 186) si sia tentato di rinforzarla con nuovi coloni (3), etc…”. Il Ciaceri, a p. 231, nella nota (3) postillava che: “(3) Liv. XXXIX 23 “. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 212, in proposito scriveva che: La colonia romana di Bussento fu impiantata nel territorio della abbandonata città greca di Pissunte con la partecipazione di trecento coloni. Ma non ebbe una esistenza florida, si che nel 186, a meno di un decennio dalla fondazione, si sentì il bisogno di ripopolarla, avendola il console Postumio trovata a metà deserta (1).”. Il Magaldi (…), a p. 212, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Livio, XXXIV, 23, 3 seg. (a. 185): ‘Extremo anni, quia Sp. Postumius consul renuntiaverat peragrantem se propter quaestiones utrumque litus Italiae desertas colonias Sipontum supero, Buxentum infero mari invenisse, triumviri ad colonos eo scribendos ex senatus consulto ab T. Maenio praetore urbano creati sunt L. Scribonius Libo M. Tuccius Cn. Baebius Tamphilus. Cfr. Pais, o. c., p. 342”. Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” ed a p. 63 riporta l’iscrizione dell’Antonini, ed in proposito scriveva che: “Nel 558 di Roma…. etc……Ma non passavano più di sei anni e nuovi coloni furono mandati a Bussento, perchè il Console Spurio Postumio, il quale faceva per l’Italia la famosa inquisizione de’ Baccanali, trovava abbandonata la colonia speditavi prima (3), ed a questi tempi appartenne al certo il seguente frammento epigrafico (4), che serbavaci memoria di quella specie di assegnazione nelle rendite de’ boschi per la riparazione delle pubbliche mura, solta a stabilirsi per le colonie romane (5): etc….”.

Corcia, p. 63.PNG

Il Corcia, a p. 63, nella nota (3) postillava: “(3) Liv. XXXIX, 23”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (4) postillava che: “(4) Antonini, op. cit., t. I, p. 370”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (5) postillava che: “(5) Hygin. De limit. const. ap. Frontin. p. 193 seq.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 331, parlando di Policastro Bussentino scriveva che: “Nel 186 il console Spurio Postumio riferì al Senato di aver trovato deserta la città (11) che venne poi (89-87 a.C.) ascritta alla tribù Pompitina. Etc…”.  L’Ebner, a p. 331, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Per decreto del Senato il pretore urbano T. Menio nominò un triumvirato (L. Scribonio Libo, M. Tuccio e Gneo Rubio Tampila) per la ricolonizzazione.”. Antonio Scarfone (….), “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri” proponeva i passi di Tito Livio sulla fondazione di Bussento ed in particolare quelli  del “Libro XXXIX, 23, I: […] “Extremo anni, quia Sp. Postumius consul renuntiaverat peragrantem se propter quaestiones utrumque litus Italiae desertas colonias Sipontum supero, Buxentum infero mari invenisse, triumviri ad colonos eo scribendos ex senatus consulto ab T. maenio praetore urbano creati sunt L. Scribonius Libio, M. Tuccius, Cn. Baebius Tamphilus.” […] “Alla fine dell’anno, poiché Sp. Postumio console aveva riferito che nel percorrere le due coste d’Italia per via dei suoi processi aveva trovato spopolate le colonie di Siponto sull’Adriatico e di Bussento sul Tirreno, il pretore urbano T. Menio, secondo un senatoconsulto, elesse triumviri, per il reclutamento dei coloni da mandarelà,L. Scribonio Libone, M. Tuccio, Cn. Bebio Tanfilo.” (Traduzione a cura di RONCONI & SCARDIGLI, 1980).”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: Tuttavia, date le premesse e il comportamento dei Ferentinati, che molto prima già si sentivano cittadini romani, non c’era da aspettarsi, da parte dei coloni, un grande attaccamento al sito di Buxentum. Infatti, quando nel 186 a.C. il console Spurio Postumio ritorna a Roma dopo aver tenuto una serie di processi nelle città dell’Italia meridionale contro i fedeli del dio Bacco, accusati di congiurare contro lo Stato, annuncia in senato di aver trovato deserte le colonie di Bussento e di Siponto (in Puglia). È facile immaginare l’accaduto: al primo censimento utile (i censimenti si tenevano di solito ogni cinque anni) i coloni di Bussento si sono recati a Roma per farsi censire tra i cittadini romani, e vi sono rimasti, perché questo era il loro scopo principale. Si rende necessario per Bussento e Siponto ripetere tutte le operazioni di deduzione: si nomina una nuova commissione di magistrati (Lucio Scribonio Libone, Marco Tuccio, Gneo Bebio Tanfilo), e si accettano le iscrizioni di nuovi coloni disponibili (50). Interessante è la presenza fra i curatori di Marco Tuccio, cittadino e patrono di Paestum, entrato nella clientela degli Scipioni, senatore e magistrato a Roma quale edile e poi pretore, a capo di un esercito e incaricato di far rispettare l’ordine pubblico e le leggi in Puglia, Lucania e Calabria (51). Probabilmente anche questa volta i coloni di Bussento vanno via, dopo aver ottenuto la cittadinanza, se lo storico Velleio Patercolo, pur ritenendo lui stesso dubbiosa la notizia trovata nelle sue fonti, riferisce che verso il 154-153 a.C. furono inviati nuovi coloni a Pozzuoli, Salerno e Bussento (52). Come mai i Romani si accorsero solo per caso dell’abbandono della colonia, a pochi anni dalla fondazione? Probabilmente all’epoca le colonie romane dal punto di vista militare avevano poco da dire, dato che Cartagine era stata domata e le guerre si erano spostate in Oriente. Le coste del mar Tirreno apparivano sicure, e andare in colonia era qualcosa che ormai interessava di più i singoli coloni, per i vantaggi economici e politici. Molti hanno spiegato questi abbandoni come un segno di decadenza, di crisi economica, di povertà del territorio, che avrebbe costretto i coloni ad andare via. Tuttavia molti altri indizi ci testimoniano una costante ricchezza produttiva del territorio e la sua importanza come sbocco marittimo e commerciale del Vallo di Diano. Le produzioni più importanti dovevano essere costituite dall’olio, dal vino, dall’allevamento suino, dalla pece bruzia, dal legname delle foreste e dal legno pregiato di bosso. Sembra più corretto interpretare gli abbandoni come un modo per ottenere la cittadinanza romana, con qualche sacrificio iniziale, da parte di pochi coloni laziali (300) che vengono a Bussento quasi come militari accampati. Etc…”. Il La Greca, a p. 29, nella nota (50) postillava che: “(50) Livio, XXXIX, 23, 3-4”. Il La Greca, a p. 29, nella nota (51) postillava che: “(51) Vd. Livio, XXXV, 41, 9; XXXVI, 45, 9; XXXVII, 2, 1; 2, 6; 50, 13; XXXVIII, 36, 1”. Il La Greca, a p. 29, nella nota (52) postillava che: “(52) Velleio, I, 15, 3”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…..Nel 58 a.C. Cicerone, costretto all’esilio, si reca a Vibone, nella villa (fundus) di un suo amico, Vibio Sicca (56); poi è costretto a lasciare l’Italia, e raggiunge in fretta Turi e Brindisi per imbarcarsi verso la Grecia (57). Nell’interpretazione dell’Antonini, per spiegare la particolare rapidità degli spostamenti di Cicerone, la villa di Sicca doveva trovarsi in Lucania, nel territorio dell’odierna Vibonati. A sostegno di questa tesi, l’Antonini cita Livio, il quale parla della fondazione della colonia latina di Vibone nel 192 a.C., con 4000 famiglie, affermando che il suo territorio era vicino al Bruzio (Bruttiorum proxime), e che i Bruzi l’avevano strappato ai Greci (58). Alla colonia fu data, come solitamente accadeva, un’aristocrazia “artificiale” con 300 cavalieri, che ricevettero 30 iugeri di terra ciascuno, circa otto ettari. Ai fanti, in numero di 3700, ne fu data la metà, 15 iugeri, circa quattro ettari. I magistrati che curarono la deduzione furono Quinto Nevio, Marco Minucio, Marco Furio Crassipede. L’Antonini cita inoltre anche Plutarco, il quale nella vita di Cicerone, ricordando la sua presenza nella villa di Sicca a Vibone, pone questa località in Lucania (59). Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (56) postillava: “(56) Su Sicca vd. RUOPPOLO 1988.”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (57) postillava: “(57)  Cicerone, Ad Att., III, 2-4; Pro Planc., 40-41, 96-97.”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (58) postillava: “(58) Tito Livio, XXXV, 40, 5-6”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (59) postillava: “(59) Plutarco, Cic., 32, 2”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p….., in proposito scriveva che: “Il console Postumio, avendo rinunciato alla sua carica, viaggiò nell’Italia meridionale e, avendo trovato deserta la cittadina di Pixus, convocò un triumvirato per la ricolonizzazione: L. Scibonio Libo, M. Tuccio e Gneo Bebio Tampilo. La spedizione di questi coloni romani è citata da Tito Livio nelle sue Storie: Lib. XXXIX, c. 22: Extremo anni quia Sp. Postumius consul renuntiaverat peragrantem se propter quaestiones utrumque littus Italiae, desertas colonias Sypontum supero, Buxentum infero mari invenisse. Trad.: “Alla fine dell’anno il console Spurio Postumio, avendo dichiarato pubblicamente che andava in viaggio per l’uno e l’altro litorale d’Italia per alcune inquisizioni, trovò abbandonate le colonie di Siponto, nel mare superiore (Adriatico) e di Bussento, nel mare inferiore (Tirreno).”.

VELLEIO PATERCOLO, una fonte

Da Wikipedia leggiamo che Marco o Gaio Velleio Patercolo (in latino: Marcus/Gaius Velleius Paterculus; Aeclanum o Capua, 19 a.C. circa – dopo il 30 d.C.) è stato uno storico, militare e magistrato romano, autore di un’opera intitolata Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo. Di origine campana, probabilmente vide i natali ad Aeclanum o a Capua in quanto discendente diretto – per parte materna – di Decio Magio, sannita, esponente di punta del partito fedele a Roma quando Capua passò ad Annibale e perciò inviato come ostaggio a Cartagine. Nel 30, pubblicò la sua Storia romana (Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo) dedicata a Marco Vinicio, console in quell’anno. Velleio conosceva bene Vinicio anche perché, con il grado di tribunus militum, nell’1 d.C. aveva operato agli ordini di suo padre Publio Vinicio in Oriente e forse aveva dovuto la questura, e quindi l’ingresso in senato, all’influenza di suo nonno Marco Vinicio. La nomina di Vinicio a console dovette essere piuttosto repentina o inaspettata, e quindi Velleio fu probabilmente costretto a pubblicare la sua opera con dedica scritta ancora in modo sbrigativo e mancante di molti particolari. Lo stesso Velleio ci informa che il suo lavoro sarebbe continuato in modo più approfondito, ma questa revisione o non è stata pubblicata o non si è conservata.[senza fonte].   La sua opera fu rinvenuta nel 1515 nell’abbazia alsaziana di Murbach, dove Beatus Rhenanus, nome umanistico di Beat Bild, ne ritrovò i manoscritti, curando poi nel 1520 un’edizione approssimativa uscita a Basilea. Tuttavia «la fonte più autorevole per la critica del testo velleiano è costituita dalla copia dell’editio princeps in cui Alberto Burer, amanuense del Renano, inserì alla fine un’appendice di correzioni desunte da una sua più esatta collazione del codice Murbacensis, ora perduto».

Nel 154-153 a. C., VELLEIO PATERCOLO e la colonia latina di Buxentum

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: Probabilmente anche questa volta i coloni di Bussento vanno via, dopo aver ottenuto la cittadinanza, se lo storico Velleio Patercolo, pur ritenendo lui stesso dubbiosa la notizia trovata nelle sue fonti, riferisce che verso il 154-153 a.C. furono inviati nuovi coloni a Pozzuoli, Salerno e Bussento (52).”. Il La Greca, a p. 29, nella nota (52) postillava che: “(52) Velleio, I, 15, 3”.Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a pp. 206-207 parlando delle nuove colonie romane o latine sorte, in proposito scriveva: “E nel caso nostro le deduzioni delle colonie in Crotone e Temesa (2), in Turio ed Ipponio (3)….etc…”. Il Ciaceri, a p. 206, nella nota (3) postillava che: “(3) In Turio: Liv. XXXIV 53, 1-2; cfr. XXXV 9, 7. In Ipponio (Vibo): Liv. XXXIV 53, 1-2; XXXV 40, 5-6. Su Vell. I 14, 8, che vi fa fondare la colonia già nel 237, v. sopra a p. 81 n. 7”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’,del 1978, pp. 64-65 parlando della “Vibone Lucana”, in proposito scriveva che: “Aveva anche perduto la sua ragione di vita, perchè la nuova formazione del terreno la fece inusabile come porto e il nuovo porto (del quale parleremo) risentiva della desolata decadenza della regione. Che un’altra città, ribattezzata dai Romani col nome di “Potentia”, sia da identificare con Vibona Lucana, riteniamo improbabile, questa Potentia (della quale non sappiamo proprio nulla, fuorchè del nome) doveva trovarsi più a sud; ed è anche questa Potentia ha creato un mondo di confusioni: si cercava il porto marino di Blanda, perchè era vicino a Potenza, capoluogo della Lucania, fondata pure dai Romani (15).“. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (15), postillava che:  “(15) Velleio Patercolo, Historiae Romane, libro I, 15 (Da una colonna si legge: “Potentia Romanorum huc nos relegavit”). Fu colonia romana dal 189 a.C.”. Il Tancredi, continuando il suo racconto a p. 64, in proposito scriveva pure che: “Nel sec. XVII Vibona Lucana è già un ricordo lontano, citato come ‘Bibo’ (16) ed al suo posto si trova un villaggio, detto ‘Petrasia’ (17), che poco dopo scompare e rimase col nome di ‘Villammare’ (Marina di Vibonati).”. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Cfr. nota n. 13. Ferraro Filippo (cit. dal Troyli, Tomo I, P. II, p. 178 in “Additions ad Calepinum” la dice “Bibone”.”. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Cfr. nota n. 13.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a p. 31, in proposito scriveva che: A conferma, Velleio pone al 239 a.C. la fondazione della colonia di Valentia (quella in Calabria) (62)”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (62) postillava che: Velleio, I, 14, 8″. Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” ed a p. 63, in proposito scriveva che: “Nel 558 di Roma vi fu spedita una colonia di 300 cittadini, tre anni dopo che il tribuno della plebe Caio Acilio proponeva che altre se ne mandassero a ‘Salerno’ e sulla spiaggia della ‘Campania (1). Livio dice che…..etc…”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (1) postillava che: (1) Liv., XXXIV, 45. – Cfr. XXXII, 29. – Vell. Pat. I, 15, 3.”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 10, in proposito scriveva che: “Molti altri autori latini hanno scritto nelle loro opere riguardo l’esistenza di Bussento: Velleio Patercolo: Manlio Volsone et M. Fulvio consulibus Bononiae deducta colonia….eodem temporum tractu (quandam apud quosdam ambigitur) Puteolos, Salernum et Buxentum missi coloni. Trad.: Fondata la colonia di Bologna dai consoli Manlio Volsone e M. Fulvio, nello stesso periodo di tempo (lo stesso che è disputato da certi autori) furono mandati i coloni a Pozzuoli, a Salerno e a Bussento.”.

Nel 71 a.C., Spartaco, il passaggio per il Vallo di Diano e la morte presso le sorgenti del fiume Sele secondo Paolo Orosio

Da Wikipedia leggiamo che Spartaco (in greco antico: Σπάρτακος, Spártakos; in latino: Spartacus; Sandanski, 109 a.C.circa – Valle del Sele oppure Petelia o Petilia, 71 a.C.) è stato un gladiatore e condottiero trace che capeggiò la rivolta di schiavi nota come terza guerra servile, la più impegnativa di questo tipo che Roma dovette affrontare. Esasperato dalle condizioni inumane che Lentulo riservava a lui e agli altri gladiatori in suo possesso, decise di ribellarsi a questo stato di cose e, nel 73 a.C., scappò dall’anfiteatro in cui era confinato; altri 70 – ma secondo Cicerone (Ad Att. VI, ii, 8) all’inizio i suoi seguaci erano molto meno di 50 – gladiatori lo seguirono, fino al Vesuvio, prima tappa della rivolta spartachista. Sulla strada che portava alla montagna i ribelli si scontrarono con un drappello di soldati della locale guarnigione, che gli erano stati mandati incontro per catturarli. Benché armati di soli attrezzi agricoli, coltelli e spiedi rimediati nella mensa e nella caserma della scuola gladiatoria, Spartaco e i suoi riuscirono ad avere la meglio. Una volta neutralizzato il nemico, i ribelli depredarono dei loro armamenti i cadaveri dei soldati romani caduti e si diressero ai piedi del monte in cerca di un rifugio. Spartaco fu poi eletto a capo del gruppo di ribelli assieme ai galli Enomao e Crixus (detto anche Crisso o Crixio). La battaglia finale che vide la sconfitta e la morte di Spartaco nel 71 a.C. si svolse, secondo Appiano e Plutarco, presso Petelia (forse odierna Strongoli, in provincia di Crotone), nel Bruzio, mentre, secondo lo storico tardo romano Paolo Orosio, nei pressi delle sorgenti del fiume Sele (“ad caput Sylaris fluminis“), site tra i territori di Caposele e Quaglietta, nell’alta valle del Sele (in provincia di Avellino), nell’allora Lucania (14).In Wikipedia alla nota (14) è scritto: “Nel libro di Fabio Cioffi e Alberto Cristofori,Civilta in movimento, si afferma che nell’alta valle del Sele, nella seconda metà del 900, ci sono stati ritrovamenti di armature, loriche e gladii di epoca romana, che potrebbero risalire alla battaglia del 71 a.C.”Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II parlando del casale di “Petina”, a pp. 297-298, in proposito scriveva che: “Sui villaggi della Valle del Tanagro (‘Campus Atìnas’) bisogna sempre far capo a V. Bracco che, nelle numerose sue pubblicazioni, ci offre un quadro quanto mai vivo del territorio (1). Ultimamente ha scritto un saggio proprio su Petina (2) al quale rinvio. In esso non mancano cenni sulla civiltà del Gaudio dei villaggi prossimi a Petina, come non mancano testimonianze dell’età romana: dalla via Popilia, che V. Bracco attribuisce a Tito Annio (3), alla notizia sul passaggio per il Vallo di Spartaco con i suoi (4) e poi di Alarico, Belisario e dei longobardi.”. Ebner, a p. 297, nella nota (1) postillava che: “(1) V. Bracco, oltre le ‘Inscriptiones’ cit. (III, Civitas vallium Silari et Tanagri’), v. Volcei (Forma Italiae) Firenze 1978 e Polla cit.”. Ebner, a p. 297, nella nota (2) postillava che: “(2) V. Bracco, La storia di Petina, Salerno 1981, pp. 9-103”. Ebner a p. 298, nella nota (3) postillava che: “(3) V. Bracco, Della via popilia (che non fu mai popilia), “Studi lucani e meridionali”, Galatina, 1977″. Ebner, a p. 298, nella nota (4) postillava che: “(4) Sallustio, Historiae, III, 98”.

MARCO TULLIO CICERONE, L’AMICO SICCA ED IL FUNDUS SICCA

Da Wikipedia leggiamo che Cicerone per sfuggire ad una probabile vendetta di Silla, tra il 79 ed il 77 a.C. Cicerone si recò, accompagnato dal fratello Quinto, dal cugino Lucio e probabilmente anche dall’amico Servio Sulpicio Rufo, in Grecia ed in Asia Minore. Particolarmente significativa fu la sua permanenza ad Atene. Qui incontrò nuovamente l’amico Attico che, fuggito da un’Italia sconvolta dalle guerre, si era rifugiato in Grecia. Egli era poi diventato cittadino onorario di Atene e poté presentare a Cicerone alcune tra le più importanti personalità ateniesi del tempo. Ad Atene, inoltre, Cicerone visitò quelli che erano i luoghi sacri della filosofia, a cominciare dall’Accademia di Platone, di cui era allora capo Antioco di Ascalona. Di quest’ultimo Cicerone ammirò la facilità di parola, senza tuttavia condividerne le idee filosofiche, ben differenti da quelle di Filone, delle quali era convinto ammiratore. Dopo un breve soggiorno a Rodi, dove conobbe lo stoico Posidonio, Cicerone tornò in Grecia, dove fu iniziato ai misteri eleusini, che lo impressionarono molto, e dove poté visitare l’Oracolo di Delfi. Qui domandò alla Pizia in quale modo avrebbe potuto raggiungere la gloria, ed ella gli rispose che avrebbe dovuto seguire il suo istinto, e non i suggerimenti che riceveva. Dopo il suo rifiuto a partecipare alla vita politica con la costituzione del  primo triumvirato di Cesare, Pompeo e Crasso, Marco Tullio Cicerone, si tenne fuori dalla politica ma ciò non bastò a salvarlo dalle vendette dei populares, nel 58 a.C. e dopo fu costretto all’esilio. Cicerone, non si diede pace, implorando le sue conoscenze perché favorissero il suo ritorno, ma alcune sue ville furono addirittura distrutte, come quella di Formia che spesso dovette abbandonare a causa delle sue repentine fughe. Verso la metà del I secolo a.C., quando, dopo la congiura e l’uccisione di Giulio Cesare, il questore Romano Marco Tullio Cicerone, si diede alla fuga e, girovagando si recò via mare per le diverse ville sparse sulla costa tra la sua villa di Anzio fino ad arrivare a quelle del Golfo di Policastro. Dunque, come vedremo, è molto probabile che Cicerone, prima di essere ucciso dai sicari di Marcantonio che, lo credette uno dei congiurati trascorse gli ultimi giorni della sua vita proprio in una delle patrizie ville romane che allora vi erano nel Golfo di Policastro come quella che esisteva a Sapri in località S. Croce, l’unica di cui abbiamo la testimonianza essendo i suoi monumentali ruderi ancora esistenti. Cicerone non fu, certamente, colto di sorpresa dall’assassinio, da parte dei Liberatores, di Giulio Cesare: era sicuramente al corrente della congiura che si andava tessendo, ma decise sempre di tenersene al di fuori, pur manifestando una grande ammirazione per l’uomo che era destinato a divenire il simbolo stesso della congiura, Bruto. E lo stesso Bruto, infatti, con il pugnale sporco del sangue di Cesare ancora in mano, additò Cicerone definendolo l’uomo che avrebbe ristabilito l’ordine nella repubblica. In seguito alla sua prescrizione decretata da Antonio, Cicerone lasciò allora Roma e si ritirò nella sua villa di Formia, che aveva ricostruito dopo gli episodi legati a Clodio. A Formia, però, fu raggiunto da alcuni sicari inviati da Antonio, che, aiutati da un liberto di nome Filologo, poterono trovarlo fin troppo facilmente. Cicerone, accortosi dell’arrivo dei suoi assassini, non tentò di difendersi, ma si rassegnò alla sua sorte, e venne decapitato. Una volta ucciso, per ordine di Antonio, gli furono tagliate anche le mani (o forse soltanto la mano destra, usata per scrivere ed indicare durante i discorsi), con cui aveva scritto le Filippiche, che furono esposte in senato insieme alla testa, appese ai rostri che si trovavano sopra la tribuna da cui i senatori tenevano le loro orazioni, come monito per gli oppositori del triumvirato. Prima del suo assassinio, Cicerone, si spostava continuamente in viaggio dalla sua Villa di Formia e scriveva tanto ai suoi fedelissimi amici. Nei primi del ‘400, Francesco Petrarca, nel corso delle sue frequentazioni nei luoghi campani, rinvenne le lettere (Epistole) che il Questore romano Marco Tullio Cicerone scrisse ai suoi fedeli amici, tra cui, vi sono 396 epistole, scritte tra il 68 e il 44 a.C., indirizzate a Tito Pomponio Attico, uomo ricco, appartenente al rango equestre, dotato di grande cultura, seguace dell’Epicureismo e pertanto determinato a non prendere parte attiva alla vita politica. Le epistole di Cicerone furono riscoperte tra il 1345 e il 1389 da Petrarca e dal cancelliere e umanista Coluccio Salutati. Complessivamente furono ritrovate circa 864 lettere, delle quali una novantina furono scritte da corrispondenti. Le epistole furono raccolte e archiviate dal segretario di Cicerone, Tirone, fra il 48 e il 43 a.C. Si dividono in 4 categorie. Alla prima delle 4 categorie appartengono quelle scritte da Cicerone al suo amico Attico. Epistole agli amici (Epistulae ad Familiares) (16 libri). Pare che le lettere scritte da Cicerone, quelle che a noi interessano siano due, ovvero Lettere ad Attico, scritte nel 44 d.C. (quindi proprio quando oramai era arrivata la sua fine) e, sono: epistola 6 del libro 16 e, l’epistola 19, del lib. 14 ad Attico. Subito dopo, il 7 dicembre del ’43 a.C., Cicerone sarà ucciso nella sua villa di Formia dai sicari di Antonio. Tito Pomponio Attico, era grande amico e vecchio compagno di Cicerone. Prese il cognonem di Attico, dopo una lunga permanenza ad Atene. Leggiamo da Wikipedia che Marco Tullio Cicerone (in latino: Marcus Tullius Cicero, pronuncia ecclesiastica: /ˈmarkus ˈtulljus ˈʧiʧero/, pronuncia restituta o classica: /ˈmaːr.kʊs ˈtʊl.lɪ.ʊs ˈkɪ.kɛ.roː/; in greco antico: Κικέρων, Kikérōn; Arpino, 3 gennaio 106 a.C. – Formia, 7 dicembre 43 a.C.) è stato un avvocato, politico, scrittore, oratore e filosofo romano. Esponente di un’agiata famiglia dell’ordine equestre, fu una delle figure più rilevanti di tutta l’antichità romana. La sua vastissima produzione letteraria, che va dalle orazioni politiche agli scritti di filosofia e retorica, oltre a offrire un prezioso ritratto della società romana negli ultimi travagliati anni della repubblica, rimase come esempio per tutti gli autori del I secolo a.C., tanto da poter essere considerata il modello della letteratura latina classica. Grande ammiratore della cultura greca, attraverso la sua opera i Romani poterono anche acquisire una migliore conoscenza della filosofia. Tra i suoi maggiori contributi alla cultura latina ci fu, senza dubbio, la creazione di un lessico filosofico latino: Cicerone si impegnò, infatti, a trovare il corrispondente vocabolo in latino per tutti i termini specifici del linguaggio filosofico greco. Tra le opere fondamentali per la comprensione del mondo latino si collocano, invece, le Lettere (Epistulae, in particolar modo quelle all’amico Tito Pomponio Attico) che offrono numerosissime riflessioni su ogni avvenimento, permettendo di comprendere quali fossero le reali linee politiche dell’aristocrazia romana. Le epistole di Cicerone furono riscoperte tra il 1345 e il 1389 da Petrarca e dal cancelliere e umanista Coluccio Salutati. Complessivamente furono ritrovate circa 864 lettere, delle quali una novantina furono scritte da corrispondenti, e ciò inizialmente provocò un grande entusiasmo, temperato successivamente dal fatto che l’immagine che traspariva di Cicerone non era quella dello strenuo eroe difensore della Repubblica, come si era sempre dipinto nelle sue opere e nelle sue orazioni, ma una versione molto più umana, con le sue debolezze e i suoi aspetti meno retorici, ma certamente affascinanti nella loro genuinità. Le epistole furono raccolte e archiviate dal segretario di Cicerone, Tirone, fra il 48 e il 43 a.C. Si dividono in 4 categorie:

  • Epistole agli amici (Epistulae ad familiares) (16 libri)
  • Epistole al fratello Quinto (Epistulae ad Quintum fratrem) (3 libri)
  • Epistole a Marco Giunio Bruto (Epistulae ad M. Brutum) (2 libri)
  • Epistole ad Attico (Epistulae ad Atticum) (16 libri)

Per esempio Epistulae ad familiares (Lettere ai familiari o Lettere agli amici) sono la sezione dell’epistolario di Marco Tullio Cicerone contenente le lettere indirizzate dall’oratore arpinate a personaggi della vita pubblica, come Gneo Pompeo Magno, Gaio Giulio Cesare e Asinio Pollione, e privata, come la moglie Terenzia o il liberto Tirone. Redatte tra il 63 e il 43 a.C., le lettere non sono suddivise secondo un criterio cronologico, ma secondo il destinatario cui sono indirizzate. Il manoscritto è conservato presso la Biblioteca nazionale Marciana di Venezia. Riguardo queste lettere Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Velia, a p. 727, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Cicerone, Ad Familiares, XVI, 7: in Verrem, III.”. Sempre Ebner a p. 740 parlando di Vibonati, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cicerone, Ad Attico, XVI, 6, vedi F.A. Soria, Lettera intorno alle visite di alcuni autori, in “Giornale letterario di Napoli, vol. LXXV.”

Ferdinando La Greca (…), nel suo recente “Da Libio Severo ai Paleologo etc…”, nel 2017, a p. 35, in proposito scriveva che: “Lungo la costa sorgono anche importanti ville romane quali centri di produzione agricola, vere e proprie aziende che sfruttano il lavoro degli schiavi e si specializzano in pochi prodotti altamente redditizi per il mercato (olio, vino, grano, frutta, fiori, ortaggi): sono note le ville costiere di Tresino presso Agropoli (quella più antica, in quanto fortificata), di Licosa, di Sapri.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a pp. 64-65, in proposito scriveva che: Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana”, spiegava e faceva pensare ad antichi possedimenti in Lucania. Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. Nella mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, nella nota (42) postillavo che: (42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n. 8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p. 22.”. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, riferendosi alla probabile villa Imperiale di Massimiano Erculio, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”.

VIBONE LUCANA, CITTA’ SCOMPARSA ED IL ‘FUNDUS SICCAE’ DI CICERONE (una delle fonti per Vibo)

Nel I sec. a.C., i toponimi antichi dell’area nei racconti dei viaggi di Cicerone, nelle sue lettere ed in Plutarco

In alcune lettere, Cicerone, cita il toponimo di “Vibonem ad Sicam”Forse proprio le rovine di un’antica città scomparsa di ‘Vibonem ad Sicam’, citata e conosciuta da Cicerone, nelle sue continue fughe. Forse a Sapri, vi era un suo carissimo e potentissimo amico che viveva nella sua villa patrizia, su cui Cicerone poteva fidare, fuggendo dalla sua villa di Formia a causa delle beghe e delle lotte politiche per l’uccisione di Giulio Cesare e la sua successione. La notizia andrebbe ulteriormente indagata. Dalla biografia che ne fa Plutarco (….), si evince che Cicerone, pur essendo molto amico di Bruto, e odiasse Giulio Cesare per le sue manie accentratrici, forse abbia avuto un ruolo, sia pur secondario nella tragica fine del dittatore e che a Sapri, Cicerone venisse ad incontrare un personaggio all’epoca molto influente. Attraverso l’epistolario scritto da Cicerone (….), le cui memorie furono poi in seguito riprese da Plutarco (….), veniamo a conoscenza di alcune interessanti notizie che riguardano i nostri luoghi. La notizia del Tancredi che io credo provenga dalle “Vita di Cicerone” in Plutarco (…), Cicerone si era fermato nel podere a Vibone o “Bibone” o “Bibo” dove fu ospitato dall’amico Sica. A questo riguardo il Tancredi a p. 64 in proposito scriveva che: “Nel sec. XVII Vibona Lucana è già un ricordo lontano, citato come ‘Bibo’ (16) ed al suo posto si trova il villaggio, detto “Petrasia” (17), che poco dopo scompare e rinasce col nome di Villammare (Marina di Vibonati).”. Il Tancredi nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cfr. nota n. 13. Ferraro Filippo (cit. da Troyli, Tomo I, Parte II, p. 178.”. Il Tancredi nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cfr. nota n. 13”. Il Tancredi a p. 64 richiama più volte la sua nota (13) dove egli postillava che: “(13) Archivio di Stato, Napoli, Sez. Piante Topografiche, carta 32a, n. 2 (Bibo ad Siccam odie ruin), anno 1600.”. In sostanza il Tancredi, nella sua nota (13) postillava della carta d’epoca aragonese (e non come egli scrive del sec. XVI o 1600) che fui proprio io a scoprire all’Archivio di Stato e a mostrargli. Sulla carta in questione il La Greca ed il Vladimiro hanno pubblicato quelle Parigine. E qui, stranamente, il Tancredi invece di postillare della lettera ad Attico citata dall’Antonini (una delle quatto), nella sua nota (21) postillava che: “(21) Vita di Cicerone”, dove egli voleva riferirsi appunto alle “Vite” di Plutarco. Riguardo la citazione di Antonini (…), è interessante ciò che scrive Fernando La Greca (…) nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, che illustrava una delle carte scoperte da Ferdinando Galiani (…) a Parigi e conservate alla Biblioteqhe Nationale di Francia a Parigi. Si tratta della carta collocata “Cartes et Plans, GE AA 1305-6, part. e GE AA 1305-6, part.”. La carta citata dal La Greca non è la nostra, ma credo essa sia una copia di quelle originali trafugate dal Galiani. La carta citata dal La Greca si trova a Parigi. Parlando di queste carte Parigine (simili alla nostra di cui ho già parlato), il La Greca (….), a p. 44, in proposito scriveva che: “Fra i numerosi toponimi risalenti ad epoca romana, troviamo ‘Bibo ad Siccam odie ruin(ato) (41), l’antica Vibone lucana, posta anche dall’Antonini, unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè), presso il sito di Vibonati (con l’isoletta ‘La Sicca’ davanti alla costa); ‘Cosuento ruin(ato)(42) presso Magliano ecc..”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’). Cfr. G. Antonini, ‘La Lucania….’, cit., vol. I, pp. 419-428”. Sempre il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Plin., ‘Natur. histor., III, 11, 97 (‘Casuentum’ fiume della Lucania).”. Dunque, il La Greca (…), riguardo il toponimo di “Bibo ad Siccam odie ruin (ato)” contenuto mella carta “carta del Cilento” (quella parigina, non quella da me scoperta all’ASN), in proposito postillava di Plutarco e nella sua nota (41) postillava che: Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ecc…”. Dunque, il La Greca (….) cita Plutarco (….) e credo che si riferisca proprio alle sue “Vite”, ovvero la vita di Cicerone, ne parla a pp. 31, 32. Non sappiamo a quale edizione di Plutarco si riferisca nella sua postilla il La Greca. Dunque, la notizia potrebbe provenire anche da Plutarco (…) che parlò di Cicerone nella sua opera le Vite parallele (Βίοι Παράλληλοι) sono dedicate a Quinto Sosio Senecione, amico e confidente di Plutarco, al quale lo scrittore dedica anche altre opere e trattati. Costituite da 23 coppie (una è andata perduta), alla biografia di un personaggio greco viene accostata, generalmente, quella di un romano, ad esempio Alessandro Magno e Giulio Cesare. L’originalità plutarchea sta proprio in questo accostamento, che dimostra sia come l’Ellade avesse prodotto valenti uomini d’azione e sia come i Romani non fossero tutti barbari. Le sue biografie contengono un’infinità di informazioni utili alla ricerca storiografica. Riguardo la citazione di Antonini (…), è interessante ciò che scrive Fernando La Greca (…) nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, che illustrava una delle carte scoperte da Ferdinando Galiani (…) a Parigi e conservate alla Biblioteqhe Nationale di Francia a Parigi. Si tratta della carta collocata “Cartes et Plans, GE AA 1305-6, part. e GE AA 1305-6, part.”. Il La Greca (…) a p. 44, in proposito scriveva che: “Fra i numerosi toponimi risalenti ad epoca romana, troviamo ‘Bibo ad Siccam odie ruin(ato) (41), l’antica Vibone lucana, posta anche dall’Antonini, unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè), presso il sito di Vibonati (con l’isoletta ‘La Sicca’ davanti alla costa); ‘Cosuento ruin(ato)(42) presso Magliano ecc..”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’). Cfr. G. Antonini, ‘La Lucania….’, cit., vol. I, pp. 419-428”. Sempre il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Plin., ‘Natur. histor., III, 11, 97 (‘Casuentum’ fiume della Lucania).”. La citazione del La Greca (…), riguardo la citazione dell’Antonini (…) è interessantissima in quanto dice che “unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè)” che secondo lui menziona il toponimo “Vibo ad Sicam”, citato dallo stesso Livio, Cicerone e nel Chronicorum Casinensium Epitome, unico erudito che per la prima volta non solo la cita ma la pone a Vibonati. Ovviamente sul sito di Vibonati bisognerà fare delle ovvie precisazioni che farò. Dunque, il La Greca, scrive questo in quanto stà parlando della “Vibo ad Sicam” citata nella carta corografica conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi (la carta n. 6, da lui pubblicata nel suo testo insieme al Valerio che è collocata come “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s. ID/Cote: GE AA-1305 – feuille 6, conservata alla Biblioteca Nazionale di Francia, di cui egli dice essere uguale a quella da me scoperta all’ASN e a cui rimando per gli opportuni approfondimenti, nel mio saggio “Una carta corografica manoscritta e inedita, d’epoca Aragonese”, ivi pubblicata ed illustrata nell’immagine di Fig. 1, completamente diversa e più antica anche se simile.

GE AA-1305 Feuille 6.jpg

(Fig….) Carta conservata alla BNF – GE AA-1305 – feuille 6

Fernando La Greca (…), parlando sempre della sua carta Parigina e, parlando dei toponimi contenuti nella carta cita l’Antonini come si è visto e scrive che: “unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè)” che secondo lui menziona il toponimo “Vibo ad Sicam”. Infatti, il La Greca (…), a pp. 72-73 si fa particolarmente interessante quando egli ritiene l’Antonini uno sprovveduto che non conoscesse Livio, Cicerone ecc.. e, scrive che: “Ci sono fondati sospetti che Giuseppe Antonini, barone di S. Biase, ed autore dell’opera ‘La Lucania’, pubblicata in un volume nel 1745 e in due volumi nel 1795 (dagli eredi) (227), abbia avuto modo di vedere le mappe, o parte delle mappe, prima del Galiani, facendone largo uso nella sua opera, ma nascondendo tale fonte. Quasi costantemente, nella sua descrizione, sembra avere davanti agli occhi e seguire passo passo la nostra mappa, con i suoi nomi, i suoi fiumi, degli affluenti, dei monti, dei paesi, dei santuari, delle isole, e segnalando i ponti lungo le strade. Molte sue ipotesi sul sito di paesi antichi scomparsi trovano riscontro sulla mappa, come ad es. ‘Vibo ad Siccam’ presso Sapri, e ‘Petilia’ sul Monte della Stella (peraltro riportata nella mappa solo come ‘Mercato Petilia’). Inoltre, nella sua descrizione di Paestum ecc…” e, a p. 73 si chiede “Come potè l’Antonini entrare in possesso di tali mappe? Probabilmente grazie al fratello maggiore, Annibale Antonini, abate a Parigi, uomo di vasta cultura, erudito, ed autore di varie opere, fra le quali, significativamente, una guida di Parigi per i viaggiatori stranieri, giunta nel 1734 alla seconda edizione (229). L’opera descrive in gran parte musei, archivi, biblioteche, pinacoteche; l’abate Antonini se ne mostra esperto conoscitore, giungendo a indicare anche i nomi delle persone preposte ai vari uffici e alle quali rivolgersi per consultare volumi e documenti. Probabilmente l’abate si era imbattuto, durante le sue ricerche, nelle mappe aragonesi, e riconoscendo le località del Regno di Napoli, doveva essersi procurato facilmente qualche copia, poi inviata al fratello. Le mappe, fino al 1738, secondo il Galiani (230), erano state nell’Archivio della Corona di Parigi; poi, sfuggite ad un incendio, erano state portate a Versailles (Dépòt de la Marine). A questo punto, possiamo facilmente immaginare che la notizia dell’esistenza di tali carte a Parigi sia passata dai fratelli Annibale e Giuseppe Antonini ai fratelli Berardo e Ferdinando Galiani. Una sicura connessione ci è raccontata dal Winckelmann: questi, nella sua ‘Prefazione’ (1760) alle ‘Osservazioni sopra l’Architettura degli Antichi’, parlando del suo viaggio a Paestum, racconta che l’architetto Bernardo Galiani (poi traduttore dell’opera di Vitruvio) era intervenuto sul testo manoscritto del barone Antonini per correggerne gli errori più evidenti, riguardanti proprio la descrizione di Paestum; era stato lasciato tuttavia un grosso abbaglio, la definizione della cinta muraria come “quasi ovale”, che sorprende molto il Winckelmann (231). L’Antonini pubblica il suo lavoro nel 1745, e diventa presto noto a tutti i viaggiatori del ‘gran tour’; molte sue descrizioni però non reggono alla prova dei fatti, come quella della muraglia ovale. E’ probabile che, anziano e pressato dalle domande dell’amico Berardo, infine Giuseppe Antonini si sia deciso a rivelare l’esistenza delle carte parigine, notizie girate da Berardo al fratello Ferdinando, ambasciatore a Parigi, che, avendo in mente la realizzazione di una carta moderna del Regno, dovette mettersi subito alla ricerca delle antiche mappe. Siamo nel campo delle ipotesi, ma appare plausibile che sia andata così.”. L’ipotesi di Fernando La Greca è molto interessante e merita ulteriori approfondimenti. Ho voluto riproporre integralmente questo passo del La Greca (…) perchè, sebbene sia, come lui stesso sostiene, un’ipotesi, lo trovo una buona e corretta ipotesi di lavoro su cui svolgere i necessari approfondimenti. Il La Greca (…), a p…., nella sua nota (229) postillava che: “(229) A. Antonini, Memorial de Paris et de ses environs a l’usage des voyageurs, Nouvelle édition, Paris, 1734”. Il La Greca a p…., nella sua nota (230) postillava che: “(230) B. Tanucci, Lettere a Ferdinando Galiani, cit., pp. 231-232 (11 luglio 1768).”. Il La Greca a p…, nella sua nota (231) postillava che: “(231) J.J. Winckelmann, Osservazioni sopra l’Architettura degli Antichi, in Id., Opere, a cura di C. Fea, 1832, pp. 18-19; vd. J. Raspi Serra (a cura di), ‘Paestum idea e immagine. Antologia di testi critici e di immagini di Paestum (1750-1836), Panini, Modena, 1990, pp. 31-34.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: In effetti, anche altre fonti sembrano attestare l’esistenza della Vibo lucana, diversa da Valentia in Calabria. Se Cicerone chiama Vibo la città sul Golfo di Policastro, chiama poi Valentini e non Vibonenses gli abitanti di Vibo Valentia (61), attestando che il nome principale di quest’ultima doveva essere proprio Valentia. A conferma, …..Pomponio Mela, risalendo il Tirreno, cita di seguito, come due città diverse, Hipponium e Vibone (63); Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (61) postillava: “(61) Cicerone, Verr. sec., 2, 40; 5, 40 e 158”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (63) postillava: “(63)….Pomponio Mela, De chor., II, 4, 68”. L’Antonini, a sostegno della sua tesi che Cicerone si riferisse non a Vibo Valenzia ma al nostro Vibonati cita anche Plinio (…), dicendo che egli nel cap. 5 del lib. 3: “aveva incontro al nostro Vibone situato alcune isole col nome d’Ithacesiae: Et contra Vibonem parvae sunt Insulae, quaevocantur Ithacesiae, Ulyssis specula”, e sulla base di ciò detto l’Antonini affermava non essere il Vibo Valenzia ma un luogo a noi prossimo. Le isole ‘Ithacesiae’ di cui parla l’Antonini e Plinio, sono degli isolotti che ricorrono in tutte le carte d’Italia annesse alla ‘Geografia’ di Tolomeo, come possiamo vedere nel codice greco più antico conosciuto, il Codice Vaticano Urbinate Greco 82, di cui l’immagine di Fig….., ne illustra un particolare della carta dell’Italia. Ma come abbiamo cercato di dire e dimostrare alcuni autori come Plutarco (….) dicono non si tratti di Vibo Valenzia in Calabria anche perchè questa cittadina aveva un porto molto distante dalle ville della costa Velina. E’ molto probabile che si tratti della baia e del porto di Sapri. L’Antonini (….), nella sua ‘Lucania’, alla pagine 424-425, disserta sul toponimo di  ‘Vibone‘ e, citando “l’Abbate Aceti” scriveva che, il Questore romano, Marco Tullio Cicerone, nelle sue “Epistole ad Attico” (una raccolta di lettere che Cicerone scrisse a diversi suoi amici subito dopo la congiura che portò alla morte di Giulio Cesare), si riferiva all’antico toponimo (nome di luogo) riferito a Sapri o al porto naturale di Sapri. Infatti, il Questore romano Marco Tullio Cicerone, nelle sue “lettere ad Attico”, cita più volte il toponimo di ‘Vibonem ad Sicam‘. L’antica città romana o ‘Latina’ di cui parlava Cicerone nelle sue famose lettere allo amico Attico. Bibo ad Siccam odieruin.. Dal punto di vista strettamente bibliografico e, storiografico, il primo a riferire del toponimo “Bibo ad Sicam”, è stato il Barone di S. Biase (natio di Cuccaro Vetere), Giuseppe Antonini, nella sua ‘Lucania’ (…). Nel 1745 e in seguito, nel 1795, il nipote Matteo Egizio, pubblicò la “Lucania – I Discorsi”, del barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….) che, ci parla per la prima volta di un Bibo ad Sicam o ‘Siccam’ (…), citata da Cicerone (…). L’Antonini (….), è il primo a riferire del toponimo (nome di luogo), attribuendolo e credendo si riferisca a Sapri,  il Questore romano, Marco Tullio Cicerone che, nel I secolo, che era spesso in viaggio navigando ripetute volte per le nostre coste. Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, parlando di Vibonati, scriveva che: “Chiama il volgo questo paese ‘Libonati’, mutando la lettera V in L, ciò che per latro non di rado nella lingua Italiana accade. Fu dà Latini detto ‘Vibo ad Sicam’, e ‘Siccam’ da una Isoletta, che gli sta all’incontro, poche miglia all’oriente di Maratea, anche oggi chiamata ‘Sicca’ a differenza del ‘Vibo Valentia’, ch’è Monteleone, detto già ‘Ipponium, & Hipponium. Ecc…”. Riguardo questo passaggio dell’Antonini (….), Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 740 parlando di Vibonati in proposito scriveva che: “Naturalmente è da escludere l’ipotesi dell’Antonini (3) che vuole Vibonati denominato da un’isoletta che le sarebbe quasi di fronte “Vibo ad Sicam, e Siccam” e che ubica ivi la Vibone di Cicerone (4). Già il Troyli (5) aveva fatto giustizia di questa ipotesi quando scriveva “lasciando da parte l’opinione di qualche altro Autore, che per amore della sua Lucania la vorrebbe ne’ Bonati; da Vibone diducendolo Vibonati, con una etimologia molto nuova”. Dello stesso parere il Soria (6), più incisivo il Magnoni (7).”. Ebner a p. 740 nella sua nota (5) postillava che: “(5) Troyli, cit., I, p. 419, p. 178.”. Ebner a p. 740 nella sua nota (6) postillava che: “(6) F. A. Soria, Lettera intorno alle sviste di alcuni autori, “Giornale letterario di Napoli”, vol. LXXV.”. Dunque Pietro Ebner (….) dando torto all’Antonini citava l’opera dell’abbate Troyli (….) riferendosi al tomo I, p. 419 e p. 178 del suo ‘Istoria generale del Reame di Napoli etc…’ dove a p. 176 del tomo I parlando di Vibo Valenzia in proposito scriveva che: “(b) Lasciando da parte l’opinione di qualche altro Autore che per amor della sua Lucania lo vorrebbe nè Bonati; da Vibone diducendo Vibonati, con una etimologia molto nuova.”.

Troyli, tomo I,, p. 177

Troyli, tomo I, p. 178

L’Antonini continua il suo discorso argomentando su ciò che aveva scritto Gabriele Barrio (….), di cui parlerò in seguito che voleva che il ‘Vibone’ citato da Cicerone fosse l’attuale Vibo Valenzia in Calabria. Figuriamoci se Cicerone nel fuggire dopo l’uccisione di Giulio Cesare si fosse recato a Vibo Valenzia e non come voleva giustamente l’Antonini nel golfo di Policastro che gli antichi chiamarono “Seno Vibonense” e, che altri in seguito, come vedremo chiamarono “Seno Saprico”. L’Antonini (…), a p. 428, iniziando a parlare di Sapri e del suo porto, scriveva che: “Verisimilmente il porto dei Vibonesi dovea esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, che non potevano essere per gente di poco conto, siccome diremo.”. Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, parlando di Vibonati, scriveva che: “Chiama il volgo questo paese ‘Libonati’, mutando la lettera V in L, ciò che per altro non di rado nella lingua Italiana accade. Fu dà Latini detto ‘Vibo ad Sicam’, e ‘Siccam’ da una Isoletta, che gli sta all’incontro, poche miglia all’oriente di Maratea, anche oggi chiamata ‘Sicca’ a differenza del ‘Vibo Valentia’, ch’è Monteleone, detto già ‘Ipponium, & Hipponium. Gabriel Barrio nella, per altro, eruditissima opera ‘de situ Calabrie’, al lib. 2, per tirar tutto a quella regione, non solo volle darci a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso, che ‘Vibo Valentia’, cioè l’Hipponium, ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’ siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: ‘Ut Plutarchus’, qui Vibonem in Lucania esse scribit; ed a sede di lui standone l”Abbate Aceti’ nelle note ultimamente fatte allo stesso Barrio, ha purtroppo malmenato il medesimo Plutarco, perchè aveva posto Vibone in Lucania; tutto perchè non han saputo, o non han voluto sapere, che c’era un altro ‘Vibone’, chiamato ‘ad Siccam’, per distinguerlo dal ‘Vibo Valentia: Nec solus Strabo, ecc..”. Certo è che le ‘Cammerelle’, come si mostravano prima degli anni ’80, somigliano ai ‘criptoportici’ (così detti da Schmiedt) di alcune ville patrizie romane a Formia, dove vi era anche la villa di Cicerone. Questo studio, riapre nuovi scenari circa il pasaggio e la conoscenza che il grande oratore Cicerone, avesse dei nostri luoghi. L’Antonini (….), è il primo a riferire del toponimo (nome di luogo), attribuendolo e credendo si riferisca a Sapri,  il Questore romano, Marco Tullio Cicerone che, nel I secolo, che era spesso in viaggio navigando ripetute volte per le nostre coste. Infatti, il Questore romano Marco Tullio Cicerone, nelle sue “lettere ad Attico”, cita più volte il toponimo di ‘Vibonem ad Sicam‘. L’Antonini, nella nota (I), dice di trarre la notizia dalla ‘Storia’ di Francesco Fabricio (….). L’Antonini continua il suo discorso argomentando su ciò che aveva scritto Gabriele Barrio (….), di cui parlerò in seguito che voleva che il ‘Vibone’ citato da Cicerone fosse l’attuale Vibo Valenzia in Calabria. Figuriamoci se Cicerone nel fuggire dopo l’uccisione di Giulio Cesare si recò a Vibo Valenzia e non come voleva giustamente l’Antonini nel golfo di Policastro che gli antichi chiamarono “Seno Vibonense” e, che altri in seguito, come vedremo chiamarono “Seno Saprico”. L’Antonini (…), a p. 428, iniziando a parlare di Sapri e del suo porto, scriveva che: “Verisimilmente il porto dei Vibonesi dovea esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, che non potevano essere per gente di poco conto, siccome diremo.”. Infatti, l’Antonini aggiungeva che: “Gabriel Barrio nella, per altro, eruditissima opera ‘de situ Calabrie’, al lib. 2, per tirar tutto a quella regione, non solo volle darci a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso, che ‘Vibo Valentia’, cioè l’Hipponium, ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’ siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: ‘Ut Plutarchus’, qui Vibonem in Lucania esse scribit; ed a sede di lui standone l”Abbate Aceti’ nelle note ultimamente fatte allo stesso Barrio, ha purtroppo malmenato il medesimo Plutarco, perchè aveva posto Vibone in Lucania; tutto perchè non han saputo, o non han voluto sapere, che c’era un altro ‘Vibone’, chiamato ‘ad Siccam’, per distinguerlo dal ‘Vibo Valentia: Nec solus Strabo, ecc..”. Nel 1975, lo studioso  Giulio Schmiedt (…), pubblicò un’interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Nel suo studio, sugli ‘Antichi porti d’Italia’ (…) riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato ‘Vibo ad Sicam’ che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino”. Sulla questione ancora oggi dibattuta dagli storici, ovvero se si trattasse di Vibo Valenzia o piuttoto di una Vibone Lucana, l’Antonini (….), nella sua ‘Lucania’, alla pagina 424, disserta sul toponimo di  ‘Vibone‘, credendo che si riferiva a Sapri, il Questore romano Marco Tullio Cicerone, quando scriveva e citava nelle sue Epistole il toponimo di ‘Vibonem ad Sicam‘ e, dedica molte pagine a Vibonati, dissertando sull’origine del toponimo ‘Vibone’, spiegando e sostenendo e confutando le tesi del Barrio (…) che, nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’ (…), sosteneva essere la Vibo Valenzia in Calabria e, confutava quanto aveva sostenuto Plutarco (…), il quale, al contrario parlava di una Vibonem in Lucania’ . Il Barrio (…), bistrattava Plutarco e, scriveva: “Nec solus Strabo Calabriam cum Lucania confuntit, Plutarchus, ut infra vedebimus, Vibonem in Lucania esse dicit.”. Antonini, parlando di ‘Vibone’, dava torto a Barrio e cita anche Pomponio Mela (…), Tito Livio (…) e Plinio (…). L’Antonini (…), a p. 428, iniziando a parlare di Sapri e del suo porto, scriveva che: “Verisimilmente il porto dei Vibonesi dovea esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, che non potevano essere per gente di poco conto, siccome diremo.”. Antonini, parlando di Vibone’, dando torto a Barrio (…) e cita anche Pomponio Mela. Anche il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’, traeva questa notizia dalle epistole papali di papa S. Gregorio Magno e, nella nota (48), a p…., del Visconti (…), che postillava il Laudisio (…), scriveva: “(48) Bar., Ant. Luc., part. 1, pag. 139.”, ovvero il Laudisio (…), nel riportare la notizia secondo cui: Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile.”, l’aveva tratta dal Barrio (…), nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s., molto prima dell’Ughellio (…), scriveva sull’antica Vibonati e su alcune notizie citate dal Laudisio (…), credendola l’antica Vibone Lucana o “Hipponium”:

Barrio, parte I, libro II, p. 139

(Fig….) Barrio Gabriele, De situ Calabrie, op. cit., p…..

La falsa frase “PARVA GEMMA MARIS INFERI” attribuita a Cicerone (anno 75 a.C.) dal Tancredi e dal Guzzo che, come altre bufale menzoniere su Sapri ricorre spesso nei blog pubblicitari sulla rete

E’ una delle tante menzogne e falsità che vengono dette e scritte su Sapri e che, puntualmente ritroviamo scritto in diversi blog sulla rete. Negli scritti di alcuni storici locali ricorre spesso la notizia di una lettera di Cicerone che scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il ‘Vicus’ come “Parva gemma maris inferi”, la cui traduzione letterale è “piccola gemma dei mari del Sud”. In questi scritti, però non vengono mai riferiti i riferimenti bibliografici. Questa notizia non è stata mai sufficientemente indagata. In questo blog che curo da pochi anni stò cercando di approfondire ed ulteriormente indagare alcuni temi e notizie. Nel 1998, nella mia Relazione sull’ “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“ redatta su incarico del Comune di Sapri per la redazone del nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito scrivevo che: “Sulla scorta dell’Antonini, la storiografia locale, credeva riferirsi a Sapri Marco Tullio Cicerone, quando come questore in viaggio per la Sicilia occidentale, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, nel 75 a.C., diceva:  “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma del mare del sud). Marco Tullio Cicerone, nel I sec. navigò ripetute volte per le nostre coste; infatti nella lettera scritta nel 44 ad Attico (60) si legge: “perveni enim Vi bonem ad Siccam”.”. Nella mia nota (60) postillavo che: “(60) Cicerone M.T., Lettere ad Attico, libro 16, epistola 6.”, riferendomi all’altra notizia e lettere ad Attico. Ancor prima, nel 1987, pubblicavo un mio saggio “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10 che fu citato da Felice Cesarino (…), nel suo saggio, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988. Nel 2014, lo studioso Antonio Scarfone (….), sulla scorta di alcuni scrittori locali, sul sito dell’ISPRA pubblicò il saggio dal titolo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”,  dove non troviamo nessun contributo o citazione a Cicerone, se non la frase: “Gli Autori del passato hanno avuto un forte interesse verso la storia di Sapri, definita da Cicerone come ‘parva gemma maris inferi’, ecc…, senza indicarne i riferimenti bibliografici. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri – giovane e antica” parlando del “Vicus Saprinus” menzionato da Frontino, a p. 25, in proposito scriveva che: “Nel 75 a.C. Marco Tullio Cicerone, noto oratore e filosofo romano, passando per le coste tirreniche, durante il viaggio di andata nella Sicilia Occidentale, per svolgere il suo compito di Questore, si fermò al “Saprinus” e di qui scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il Vicus ‘Parva gemma maris inferi’, “Piccola gemma dei mari del Sud”.”. Il Tancredi riferisce la notizia di una “parva gemma maris inferis” scritta da Cicerone riferendosi ad un “Saprinus” in una lettera scritta all’amico Caio Testa Trebazio ma il Tancredi non dice altro e non da alcun riferimento bibliografico di questa lettera. Ancora oggi non riesco a capire l’esatta provenienza della notizia ed ad individuare la lettera di Cicerone in cui egli, nel 75 a.C. scrive all’amico di Velia Caio Trebazio Testa. Nell’Antonini (….) non si fa cenno della notizia. Nel 1997, Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” a p. 175 parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Altra testimonianza della notevole importanza raggiunta da Sapri ci viene fornita da Marco Tullio Cicerone, il quale, durante uno dei suoi numerosi viaggi per le nostre coste, nell’anno 75 a.C., diretto in Sicilia in qualità di questore, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, gli parlò di Sapri, dove si era fermato, concentrandone in quattro parole tutta la bellezza: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma dei mari del Sud).”. Anche in questo caso il Guzzo non fornisce nessun riferimento bibliografico. Il Guzzo, a p. 175, dopo aver parlato della stele funeraria in piazza del Plebiscito nella sua nota (11) cita Werner Johannowsky, nel suo “Appunti sulla tipologia e lo sviluppo architettonico della “villa urbana” – in ‘Apollo’ (rivista), n. IX, 1933. Dunque, il Tancredi (….) prima ed il Guzzo (….) in seguito ci informano  di un’altra lettera scritta da Cicerone all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa. Questa però è una lettera che Cicerone scrive nel 75 a.C., molti anni prima, quando cioè Cicerone, in qualità di Questore di Roma si recò in viaggio nella Sicilia Occidentale. Il Tancredi scrive che in occasione del viaggio di andata, Cicerone si fermò a “Saprinus” e da quì scrisse all’amico di Velia Caio Testa Trebazio “appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. Angelo Guzzo (….), storico locale, nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a p. 222, in proposito scriveva che: “Altra testimonianza della notevole importanza raggiunta da Sapri ci viene fornita da Marco Tullio Cicerone, il quale, durante uno dei suoi numerosi viaggi per le nostre coste, nell’anno 75 a.C., diretto in Sicilia in qualità di questore, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, gli parlò di Sapri, dove si era fermato, concentrandone in quattro parole tutta la bellezza: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma dei mari del Sud).”. Il Guzzo ripete la stessa frase nell’altro suo lavoro. Anche in questo caso il Guzzo non fornisce nessun riferimento bibliografico. Il Guzzo, a p. 175, dopo aver parlato della stele funeraria in piazza del Plebiscito nella sua nota (11) cita Werner Johannowsky, ‘Appunti sulla tipologia e lo sviluppo architettonico della “villa urbana” – in ‘Apollo’ (rivista), n. IX, 1933. Dunque, il Tancredi (….) prima ed il Guzzo (….) in seguito ci informano  di un’altra lettera scritta da Cicerone all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa. Questa però è una lettera che Cicerone scrive nel 75 a.C., molti anni prima, quando cioè Cicerone, in qualità di Questore di Roma si recò in viaggio nella Sicilia Occidentale. Il Tancredi scrive che in occasione del viaggio di andata, Cicerone si fermò a “Saprinus” e da quì scrisse all’amico di Velia Caio Testa Trebazio “appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. Ancora oggi non riesco a capire l’esatta provenienza della notizia ed ad individuare la lettera di Cicerone in cui egli, nel 75 a.C. scrive all’amico di Velia Caio Trebazio Testa.

Nel 70, a.C., VILLE ROMANE NEL BASSO CILENTO

Fernando La Greca (…), nel suo recente “Da Libio Severo ai Paleologo etc…”, nel 2017, a p. 35, in proposito scriveva che: “Lungo la costa sorgono anche importanti ville romane quali centri di produzione agricola, vere e proprie aziende che sfruttano il lavoro degli schiavi e si specializzano in pochi prodotti altamente redditizi per il mercato (olio, vino, grano, frutta, fiori, ortaggi): sono note le ville costiere di Tresino presso Agropoli (quella più antica, in quanto fortificata), di Licosa, di Sapri.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a pp. 64-65, in proposito scriveva che: Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana”, spiegava e faceva pensare ad antichi possedimenti in Lucania. Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. Nella mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, nella nota (42) postillavo che: (42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n. 8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p. 22.”. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, riferendosi alla probabile villa Imperiale di Massimiano Erculio, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”.

Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 287-288-289-290, in proposito scriveva che: “Abbiamo già detto di Velia, per la sua mitezza del suo clima, e per le ville che allietavano il litorale, era un luogo ricercato di villeggiatura e di cura, e abbiamo ricordato, tra i suoi frequentatori illustri, il console Emilio Paolo, e anche Orazio ricordammo (p. 41). Qui aggiungiamo che Velia, col suo porto (p. 34), per essere uno scalo quasi obbligatorio di coloro che andavano in Sicilia, o ne tornavano per via di mare, costringeva i viaggiatori a fermarvisi (1). Etc…”. Il Magaldi a p. 288, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cicerone, Ad fam., IX, 7, 2 (a. 46): “……………..”….(in questa lettera Cicerone riferisce le diverse voci che correvano sull’itinerario che avrebbe seguito Cesare ritornando dalla guerra d’Africa).”.

CICERONE E LE SUE LETTERE ALL’AMICO ATTICO CI PARLA DI CAIO TREBAZIO TESTA DI VELIA E DI SICCA DI SAPRI  

Nel 75 a.C., il “VICUS SAPRINUSe il ‘FUNDUS SICCAE’, Cicerone nelle sue lettere all’amico Caio Trebazio Testa di Velia

Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 230 parlando di “Vibo Valentia”, in proposito scriveva: “Cicerone, infatti, al ritorno dalla Sicilia, ove erasi recato a compiere l’inchiesta contro Verre (a. 70), si fermò a Vibone per accertare il fatto che Verre aveva negato aiuto ai Vibonensi minacciati da una schiera di pirati, i quali, a quanto pare, s’erano stanziati, un pò più a nord, nel territorio di Tempsa (3); …..etc…”. Il Ciaceri, a p. 230, nella nota (3) postillava che: “(3) Cic. Verr. V 16, 40-41”. Il Ciaceri, a p. 230, nella nota (6) postillava che: “(6) Cic. Verr. V 16, 40: ipsis autem Valentinis ex tam inlustri nobilique municipio’ “. Dunque, in questo passaggio il Ciaceri sostiene che Cicerone, in occasione della sua inchiesta su Verre, di ritorno dalla Sicilia, la città che chiama “Vibone” non era la Vibone lucana ma si trattava di Vibo Valentia. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III, a p. 221-222, in proposito scriveva: “Quando a Cicerone, sappiamo che della flotta provinciale di Verre, governatore della Sicilia, caduta in mano dei pirati presso Eloro, faceva parte una nave della città di Alonzio, comandata dall’alonzino Filarco, il quale, venuto per primo in potere di quei ladroni, fu dopo pubblicamente riscattato dai Locresi (1). Vi è motivo di pensare che nello svolgimento del processo (a. 70) Cicerone avesse fatto venire in Roma uomini di Locri a testimoniare il fatto e che d’allora egli avesse considerato i Locresi come suoi clienti ponendoli sotto la sua protezione etc…”. Il Ciaceri a p. 230 riferendosi a ‘Vibo Valentia’, in proposito scriveva pure che: A suo giudizio, era allora la città un nobile ed illustre municipio (6). E il suo piccolo porto aveva per i Romani un’importanza particolare dal punto di vista militare  anche perchè di là essi potevano asportare il famoso legname della Sila, facendo ciò che un tempo avevan fatto con Caulonia Ateniesi e Siracusani, per cui v’è da ritenere che vi stabilissero cantieri navali, ben inteso poi che di là stesso potevan sorvegliare, come da vedetta, lo Stretto di Messina e le coste della Sicilia. Nelle guerre civili ebbe Vibone una parte notevole come stazione navale. Etc…”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 287-288-289-290, in proposito scriveva che: “Qui aggiungiamo che Velia, col suo porto (p. 34), per essere uno scalo quasi obbligatorio di coloro che andavano in Sicilia, o ne tornavano per via di mare, costringeva i viaggiatori a fermarvisi (1). Cicerone, nella sua seconda ‘actio’ contro Verre, ricorda che, per trovarsi a Roma, come richiedeva la procedura, il giorno della trattazione della causa, dové esporsi ad un viaggio per mare pieno di pericoli, da Vibone a Velia (2). In un altro passo Cicerone afferma di aver visto con i suoi occhi, all’ancora del porto di Velia (p. 34), la splendida nave, su cui Verre si era imbarcato, non senza avervi prima caricato una parte, la più preziosa della refurtiva (3).”. Il Magaldi a p. 288, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cicerone, Ad fam., IX, 7, 2 (a. 46): “……………..”….(in questa lettera Cicerone riferisce le diverse voci che correvano sull’itinerario che avrebbe seguito Cesare ritornando dalla guerra d’Africa).”. Il Magaldi, a p. 288, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. Cicerone, Actio II in Verrem, II, 40, 99: “……………..”…Cfr. C.F. Crispo, I viaggi di M. Tullio Cicerone a Vibo, in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, a. XI (1941), p. 18 seg.. Nel passo riferito di Cicerone vi era un allusione al ‘Thempsanum incommodum’, di cui si è fatto cenno (p. 188).”. Il Magaldi, a p. 288, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Cicerone, Actio II in Verrem, V, 17, 44 etc..”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7……Ma tutto ciò non sembra avere a che fare con la città antica: la questione non è sulle origini di Vibonati, ma sull’esistenza o meno nella zona di una città romana di nome Vibo. Passiamo alle fonti su Vibo. Nel 70 a.C. Cicerone, dopo un’inchiesta in Sicilia sulle malefatte del governatore Verre, ritorna in tutta fretta a Roma per il giorno del processo, navigando su una piccola imbarcazione tra Vibone e Velia (a Vibone Veliam), fra mille pericoli (55), legati forse al passaggio del capo Palinuro, ma forse anche alla presenza nella zona di schiavi fuggitivi appartenenti al disciolto esercito di Spartaco, sconfitto nel 71 da Crasso proprio in Lucania. Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (55) postillava: “(55) Cicerone, Verr., Sec., II, 40, 99”. Dunque, il La Greca scriveva che nel 70 a.C. Cicerone, dopo una sua inchiesta in Sicilia sulle malefatte di Verre, dovendosi trovare a Roma per partecipare al processo contro Verre dovette rientrare a Roma e, trovandosi ospite di un suo amico a “Vibone” egli dovette affrotare un pericoloso viaggio navigando su una piccola imbarcazione tra la città di Vibone e Velia. In entrambe le città, Vibone e poi Velia, Cicerone sostava ospitato da amici fidati. Il La Greca aggiunge che in questo breve ma pericoloso viaggio, Cicerone forse dovette affrontare il pericolo che per via mare in quel periodo vi erano diversi soldati dell’armata di Spartaco che erano stati sconfitti da Crasso nel 71 a.C. proprio in queste zone, forse nei pressi del Vallo di Diano. La notizia del viaggio periglioso di Cicerone è tratta da egli stesso che ne parla nella sua opera “Verrine” dedicata a Verre. Da Wikipedia leggiamo che In Verrem è una serie di orazioni scritte da Cicerone, note anche come Verrine. Furono elaborate nel 70 a.C., in occasione di una causa di diritto penale discussa a Roma, che vedeva come accusatori il popolo della ricca provincia di Sicilia e l’ex propretore dell’isola Gaio Licinio Verre come imputato. L’accusa mossa nei suoi confronti era de pecuniis repetundis, cioè di concussione, reato consumato durante il triennio di governo dal 73 al 71 a.C. I siciliani, che avevano conosciuto poco tempo prima Cicerone come questore di Lilibeo, gli affidarono l’accusa. Leggiamo da Wikipedia che Gaio Licinio Verra  dal 73 a.C. al 71 a.C. fu propretore della Sicilia, designato dal Senato, e quindi acquisisce potere di imperium: funzioni militari, amministrative, giurisdizionali. Il governo di una provincia aveva durata annuale, ma in particolari circostanze poteva essere esteso. Il suo successore per il 72 era Quinto Arrio, che però non poté raggiungere la Sicilia in quanto impegnato nella guerra contro Spartaco ( nella quale morì) e quindi Verre ottenne una proroga dell’incarico. Poiché inoltre a causa della guerra servile e delle insurrezioni nell’Italia meridionale la situazione militare era molto pericolosa, il Senato gli prorogò ancora l’incarico anche per il 71 a.C., allo scopo di affidargli la protezione dell’isola contro eventuali infiltrazioni di ribelli. Durante il suo governo si macchiò di innumerevoli ingiustizie, allo scopo di accrescere il suo potere e le sue ricchezze personali. Compì concussioni, saccheggi e ruberie, pratiche piuttosto comuni nel periodo, per le quali, denunciato dai siciliani, subì un celebre processo a Roma nel quale Cicerone pronunciò contro di lui le orazioni denominate Verrine. Come sappiamo le lettere scritte all’amico di Velia sono tante e non sono solo quelle scritte e contenute nell’epistolario “Lettere ad Attico”. E così negli anni, si è tramandata questa notizia di cui non si dice mai quale fosse la sua vera origine. Forse Cicerone si fermò nel vicus “Saprinus” presso la proprietà dell’amico Sica di cui parla in altre lettere ad Attico. Da “Saprinsus” Cicerone scrive all’amico Caio Trebazio di Velia. Gaio Trebazio Testa (in latino: Gaius Trebatius Testa; Elea, … – 4 d.C. circa) è stato un giurista e politico romano, la cui fioritura si colloca nel I secolo a.C.. La familiarità con Cicerone è testimoniata dall’intensa corrispondenza – diciassette lettere – nelle quali aleggia sempre un tono umoristico e confidenziale e da cui è possibile attingere molte delle notizie sulla sua vita. Tuttavia, rivedendo alcuni autori locali come ad esempio il sacerdote Luigi Tancredi (….) credo si tratti di Plutarco (…) che scrisse della vita di Cicerone. Infatti, Luigi Tancredi (….), nel 1978, nel suo “Le città sepolte del Golfo di Policastro” parlando dell’antica “Vibone Lucana”, che egli così chiama per distinguerla dalla Vibo Valenzia, a p. 66 in proposito scriveva che: “Nel tempo imperiale romano dev’esserci già una chiara distinzione, ma non sempre è mantenuta. Cicerone è una eccezione: egli si riferisce alla città lucana e, per evitare ogni malinteso, parla nelle sue Lettere ad Attico (20) di “Vibo ad Siccam”, mentre l’altra calabra, menzionata nelle Verrine, porta sempre il nome di “Valenzia”. Poi, proseguendo il suo racconto il Tancredi viene al passo che interessa e scrive che: “Sicca era un amico di Cicerone ed abitava a Vibone lucana; il viaggio fu compiuto nel 44 a.C. (21).”. Dunque, il Tancredi ci parla chiaramente di un podere e di un amico di Cicerone “Sicca” o “Sica” che viveva ed abitava a Vibona o “Vibo ad Siccam”. Dunque, secondo la notizia che citava il Tancredi vi era un luogo o vicus o piccola città chiamata Vibone abitata dall’amico di Cicerone “Sica” che aveva ivi una villa o un grande podere agricolo. Cicerone si era recato dall’amico Sica subito dopo aver fatto visita a Velia (Elea) all’amico Caio Trebazio Testa. Da Wikipedia leggiamo che Tito Pomponio Attico (110 a.C. – Roma, 31 marzo 32 a.C.) è stato uno scrittore, banchiere, cavaliere e promotore culturale romano, confidente e consigliere di personaggi illustri del suo tempo. La maggior parte delle notizie su Tito Pomponio Attico sono state ricavate dalla Vita di Attico di Cornelio Nepote e dalle Lettere ad Attico di Cicerone (quest’ultime ritrovate da Petrarca). Dopo l’uccisione di Cesare (Idi di marzo del 44 a.C.) fu in rapporti amichevoli con Bruto, ma rifiutò la sua proposta di alleanza politica, pur mettendo a sua disposizione le proprie sostanze, ancora una volta giudicando che «si dovessero rendere favori agli amici prescindendo dal loro schieramento politico”. Una delle massime di Epicuro, del resto, suo principale riferimento filosofico, considera l’amicizia non come un mezzo, ma quale il fine stesso della felicità: «Tra i beni che la saggezza si procura per raggiungere la felicità, nell’intero corso della vita, l’acquisto dell’amicizia è di gran lunga il più grande». Dell’esatta ubicazione del Fundus Siccae si sono interessati l’Amatucci: “ Di un luogo dell’epistola IV lib. III di Cicerone ad Atticum e d’un Oppidulum dei Bruttii in rend. Della R. Acc. Di Arch. – lett. e belle arti 1898 pp. 131-137, ed il Crispo “ I viaggi di M. T. Cicerone a Vibo in Archivio storico per la Calabria e la Lucania,  1941 fasc. III p. 183 e seg. RUOPPOLO 1988 = M.G. RUOPPOLO, Un amico di Cicerone, L. (?) Vibius Sicca, «Athenaeum» LXVI, 1988, pp. 194-197. CRISPO 1941 = C.F. CRISPO, I viaggi di M. Tullio Cicerone a Vibo, «ASCL» XI, 1941, pp. 1-20; 183-199; 225-233: Si fermò Cicerone nella marina di Vibo la prima volta, nella primavera del 75 a.C. quando era in viaggio per raggiungere Lilybaeum sede della sua questura nella Sicilia Occidentale. Aveva 34 anni e cominciava allora la sua vita politica. Ecc..”.

Crispo, ASCL, XI, p. ...

(Fig….) C.F. Crispo (….), in ASCL, XI, 1941

Sebbene il Crispo (….) parlando del viaggio di Cicerone in Sicilia per raccogliere informazioni sul Propretore della Sicilia Caio Licinio Verre, si ostinava a credere che la Vibone (Lucana) fosse Vibo Valenzia, a p. 18, invece, il Crispo in proposito citava una lettera di Cicerone (….), contenuta nelle ‘Verrine’, in cui Cicerone parla di una città “Vibo di Velia”. Il Crispo a p. 18 in proposito scriveva che: “Cicerone (‘in Verrine’ (II), 1,9) accenna alle insidie tesegli da Verre in mare e in terra nel viaggio in Sicilia e scansate in parte per la propria vigilanza, in parte per lo zelo e le affettuose premure degli amici (2). In nessun luogo dà particolare informazione su questo punto, ma pare che fosse proprio nel ‘Sinus Vibonensis’, alla fine della sua missione, gli fosse stato preparato l’agguato per sopprimerlo o almeno per impedirgli di essere presente a Roma il giorno del processo – il 5 di agosto (nonae sextilis) ecc…”. Il Crispo a p. 18 nella sua nota (3) postillava che: “(3) ‘In Verrine’ (II), II, 40: non ego a Vibone Veliam parvulo navigo inter fugitivorum ac praedonum ac tua tela ecc..”. Dunque, dall’epistola contenuta nelle ‘Verrine’ Cicerone parla proprio di “Vibone Veliam”. Dunque, Cicerone fuggendo dalla Sicilia non si trovava per mari verso Vibo Valenzia ma si trovava vicino a una città chiamata “Vibone Velia”. Il Crispo a p. 18 nella sua nota (3) scriveva che: “Verre per essere assolto sperava nell’assenza di Cicerone ecc..”. M.G. Ruoppolo (….), nel suo saggio  “Un amico di Cicerone: L. (?) Vibius Sicca” apparso sulla rivista “Athenaeum”, n.s., n. 76 del 1988, a p. 194, in proposito scriveva che: “Cicerone nel corso dei suoi lunghi viaggi, si fermò a ‘Vibo Valentia’ almeno tre volte, in occasioni diverse. La città, in ottima posizione geografica, era raggiungibile per via di mare, grazie al suo porto, e per via di terra, posta com’era lungo il più importante asse viario dell’Italia meridionale. Pressocchè nulla sappiamo del viaggio di Cicerone nel 71, che lo portò nella città nel quadro delle indagini sull’operato di Verre in Sicilia (I). Etc…”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (1) postillava: “(1) Cic. Verr. II 49,99. Gli abitanti di ‘Vibo Valentia’ si erano rivolti a Verre per ricevere aiuto contro la pirateria che infestava il loro mare, ma senza ottenere adeguata risposta (Cic. Verr. V, 16, 40); avevano inoltre fornito un’importante testimonianza sull’operato di Verre (Cic. Verr., V, 61, 158).”.

Crispo, ASCL., p. 18

(Fig….) C.F. Crispo (….), in ASCL, XI, 1941

In un blog su Vibo Valentia leggiamo che una fonte storica che ha visitato personalmente ed in più occasioni la città è Cicerone: l’oratore, sia nelle Verrine che nell’epistolario, accenna più volte alla sua presenza a Vibo e nel territorio. In relazione a Verre, Cicerone, per dimostrare come il pretore era venuto meno ai suoi doveri, racconta che i cittadini di  Valentia, poiché subivano sempre più frequenti incursioni e saccheggi da parte dei banditi che si annidavano nell’ager Tempsanus a Nord del sinus Vibonensis, si erano rivolti fiduciosi a Verre, in quel periodo pretore in Sicilia, affinché la città venisse liberata da questo flagello. Ma Verre non li aveva ascoltati. La genericità della notizia non permette di stabilire se le incursioni avessero interessato anche la città o solo il territorio, la presenza di quei predatori è stata invece connessa con la rivolta servile capeggiata da Spartaco. Ed ancora in due occasioni, nel 58 e nel 44 a. C., Cicerone, in grave pericolo, chiede e ottiene ospitalità presso la villa del suo caro amico vibonese Vibius Sicca.

Alcune ipotesi poco credibili sull’ubicazione del ‘fundus Siccae’

Purtroppo oggi, nonostante le evidenze ed alcune circostanze non ancora del tutto chiarite, sono in tanti a credere che si trattasse di Vibo Valenzia e non di un altra città detta Vibone o “Vibo ad Siccam”. Infatti, da un blog del Ministero della Cultura che parla di Vibo Valenzia leggiamo che molti studiosi, sulla scorta di resti archeologici relativi a ville rinvenute nel territorio di Valentia, hanno tentato l’identificazione della villa di Sicca presso cui era stato ospite Cicerone. Tra essi il Pesce, che credeva di avere individuato la residenza di quel ricco personaggio in un gruppo di monumentali resti archeologici, rinvenuti casualmente nel 1930 a Vibo Marina, durante lo scasso per la galleria ferroviaria tra S. Venere e Pizzo. L’Archeologo connetteva questo rinvenimento con un complesso che in anni passati aveva restituito alcune statue, tra cui una copia dell’Artemide di Dresda e dell’Arianna addormentata. Le sculture, tutte di ottima fattura e provenienti da questa sontuosa villa, si datano a partire dall’età claudia e fino al III sec. d. C. e di recente sono state oggetto di studio. Tra gli altri, è presente un busto femminile di eccezionale qualità, di lucido basalto, proveniente dalle cave dell’Africa settentrionale e databile ad età claudia; l’opera testimonia una committenza di grande cultura e di elevate possibilità economiche.   Nel corso di recenti indagini archeologiche, in località S. Venere di Vibo Marina, è emerso un settore di necropoli, molto probabilmente da connettere alla villa pubblicata dal Pesce, che cronologicamente si data al II-III sec d. C.; si ha ragione di credere che si tratta del settore riservato all’elemento servile del complesso ma, al momento, non si hanno elementi concreti per ipotizzare l’attribuzione della villa a Sicca. L’amicizia di Cicerone per un esponente della nobilitas della città qual’era Sicca, è stata giustamente considerata una prova del fatto che il ceto abbiente di Valentia, già nel I sec. a. C., avesse stretto rapporti direttamente con Roma. Del resto è attestata la presenza, nella città, di Agrippa, genero di Augusto, di cui è noto, proveniente da Valentia, un ritratto marmoreo, databile ad età augustea; a Vibo era la fornace (figlina ) di Lepida, nipote di Agrippa, confermata dalla presenza di bolli su mattoni; spesso, accanto al nome di Lepida, compare anche quello di Agrippina, non sappiamo se figlia o nipote di Agrippa; alla sua morte, le fabbriche vibonesi vengono ereditate dai figli Gaio e Lucio Cesare, e anche, per loro tramite, dallo stesso Augusto. Il blog si riferisce al testo di Gennaro Pesce (….), Un nuovo ritratto muliebre di età claudia, pubblicato in Bollettino d’Arte, 1937, n. 31. Dell’esatta ubicazione del ‘Fundus Siccae’ si sono interessati l’Amatucci: “ Di un luogo dell’epistola IV lib. III di Cicerone ad Atticum e d’un Oppidulum dei Bruttii in rend. Della R. Acc. Di Arch. – lett. e belle arti 1898 pp. 131-137, ed il Crispo “ I viaggi di M. T. Cicerone a Vibo in Archivio storico per la Calabria e la Lucania,  1941 fasc. III p. 183 e seg. L’Amatucci, nell’interessante nota già ricordata, ha avuto per primo il merito di identificare Melita con l’attuale Mileto. Il fundus Siccae, ricordato da Cicerone, è da identificare col cwrìon  menzionato da Plutarco. E questo fundus non era a Vibo, dove Sicca, come attesta Plutarco, non volle accogliere l’esule per ovvie ragioni di sicurezza, bensì in un oppidulum della valle del Mesima, denominato sin dal sec. XIV Mellite o Melita. La serrata dimostrazione dell’Amatucci, che identifica il luogo dell’Appennino calabrese ricordato da Cicerone nella lettera in questione. è basata su rilievi di carattere puramente topografici, che dimostrano un‘esatta conoscenza dei luoghi percorsi da Cicerone in questo doloroso momento della sua vita. Il Crispo non condivide il punto di vista dell’Amatucci e ritiene che Melita sia Malta, ma di questa sua asserzione non dà una dimostrazione convincente. Certo, è naturale che, leggendo Melita il pensiero corra a Malta, ma, in base a quanto abbiamo detto, discutendo dei luoghi di Cicerone e di Plutarco che ricordano lo stesso episodio, non credo che si possa agevolmente accogliere quest’identificazione che si tramanda, a parer mio, erroneamente di edizione in edizione. Io ho accolto la tesi dell’Amatucci e ad essa ho apportato nuovi elementi per sostenerla e – confermarla. Dell’esatta ubicazione del Fundus Siccae si sono interessati l’Amatucci: “ Di un luogodell’epistola IV lib. III di Cicerone ad Atticum e d’un Oppidulum dei Bruttii in rend. Della R. Acc. Di Arch. – lett. e belle arti 1898 pp. 131-137, ed il Crispo “ I viaggi di M. T. Cicerone a Vibo in Archivio storico per la Calabria e la Lucania,  1941 fasc. III p. 183 e seg.

PLUTARCO E LE SUE ‘VITE PARALLELE:  CICERONE’

Plutarco (in greco antico: Πλούταρχος Plútarchos, pronuncia: [ˈplu:tarkʰos]; Cheronea, 46/48 – Delfi, 125/127) è stato un biografo, scrittore, filosofo e sacerdote greco antico, vissuto sotto l’Impero romano: ebbe anche la cittadinanza romana e ricoprì incarichi amministrativi. Studiò ad Atene e fu fortemente influenzato dalla filosofia di Platone. La sua opera più famosa è costituita dalle Vite parallele, biografie dei più famosi personaggi della classicità greco-romana, oltre ai Moralia, di carattere etico, scientifico, erudito, in un pensiero fortemente influenzato da Platone e dal fatto che nell’ultima parte della sua vita fu sacerdote al Santuario di Delfi. Plutarco parlò di Cicerone nella sua opera le Vite parallele (Βίοι Παράλληλοι) sono dedicate a Quinto Sosio Senecione, amico e confidente di Plutarco, al quale lo scrittore dedica anche altre opere e trattati. Costituite da 23 coppie (una è andata perduta), alla biografia di un personaggio greco viene accostata, generalmente, quella di un romano, ad esempio Alessandro Magno e Giulio Cesare. L’originalità plutarchea sta proprio in questo accostamento, che dimostra sia come l’Ellade avesse prodotto valenti uomini d’azione e sia come i Romani non fossero tutti barbari. Le sue biografie contengono un’infinità di informazioni utili alla ricerca storiografica. Riguardo ciò che scrisse il Barrio (….) ed in proposito Plutarco, Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro  – natura – mito – storia”, a p. 157, in proposito scriveva che: Plutarco, trattato in malo modo dal Barrio, nella sua opera “Vita di Cicerone” chiude definitivamente la questione in quanto, ragionando del predetto viaggio, afferma che Cicerone, per raggiungere Brindisi, “Lucaniam predestri itinere percurrit” e chiama “Hipponem” il nostro Vibone dicendo di essere in Lucania.”.

VIBIO o VIBIUS SICCA L’AMICO DI CICERONE CHE LO OSPITO’ DURANTE LA SUA FUGA 

Sui personaggi citati da Cicerone, personaggi che ospitarono Cicerone nel suo peregrinare sulle ville della costa, tra cui questo Vibio” è “Vibio” sul quale Emanuele Ciaceri è categorico. Il Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III, nell’indice generale, alla voce “Vibio”, a p. 350, in proposito scriveva: “Vibio, nobile lucano, III, p. 179”. Infatti, il Ciaceri, a p. 179 del vol. III, in proposito scriveva che: “Ma mentre Marcello nelle Puglie chiudeva ad Annibale la linea Venosa-Canusio, il console Fulvio assolveva brillantemente il suo compito di riprendere la Lucania, ove si vedeva consegnare i presidi cartaginesi da genti che egli accoglieva con spirito di clemenza e con dolcezza di modi (2), tanto da dover fare meraviglia che così comportasse il fiero punitore dei Campani; ma in tal guisa egli non faceva che seguire la politica blanda suggeritagli dal comandante supremo, Fabio, il quale notoriamente era solito farne uso, per cui di lui si narrarono al proposito varie cose (3). E di siffatto calcolo non tardarono a vedersi i buoni risultati; chè anche nella parte del Bruzzio confinante con la Lucania si manifestava la tendenza d’arrendersi ai Romani, come dimostrò la condotta dei fratelli Vibio e Paccio, i più nobili del paese, che vennero dal console dichiarando di volersi dare ai Romani agli stessi patti, che i Lucani (4). Intanto Fabio, etc…”. Il Ciaceri, a p. 179, vol. III, nella nota (4) postillava che: “(4) Liv. XXVII, 15, 3”. Dunque, in questo passo, il Ciaceri parlando della guerra contro Annibale e della conquista della Lucania da parte dei consoli Romani e, sulla scorta del racconto di Tito Livio (….), cita i due fratelli Lucani, “Vibio e Paccio”, di cui egli dice essere “fratelli Vibio e Paccio, i più nobili del paese, che vennero dal console dichiarando di volersi dare ai Romani agli stessi patti, che i Lucani (4)”. Dunque, secondo il Ciaceri, Vibio e Paccio erano due fratelli Lucani apartenenti ad una famiglia di nobili e possidenti della Lucania. Secondo il Ciaceri, Vibio fu uno dei primi ad arrendersi al console Romano Fulvio ……….. consegnandogli gran parte delle guarnigioni e presidi cartaginesi “nella parte del Bruzzio confinante con la Lucania si manifestava la tendenza d’arrendersi ai Romani”. Dunque, questa è una delle notizie che abbiamo del “Vibio” di cui ci parla Cicerone nelle sue Epistole, e di cui abbiamo conferma in Plutarco (….), come vedremo. La sua villa, o il “fundus Siccae” era a “Vibone Lucana”, la città scomparsa che si estendeva lungo le pendici delle colline di Sapri fino ai Cordici di Torraca e fino al cimitero di Vibonati ?. Questo nobile lucano chiamato “Vibio” o “Vibius” era colui che ospitò Cicerone ?.  Intanto, la località da cui Cicerone scriveva le sue lettere, non era Vibo Valentia ma doveva trattarsi di una località non molto distante da “Nares Lucana”. Il Ciaceri parlando dei nobili e possidenti fratelli lucani “Vibio e Paccio” è molto chiaro e scriveva sulla scorta di Tito Livio essere un fondo o proprietà “nella parte del Bruzzio confinante con la Lucania“. Dunque, non si trattava della parte finale della Calabria ma della porzione di territorio che corrisponde al basso Cilento, ovvero la parte di territorio al confine tra la Calabria e la Lucania.

VIBIO SICCA, L’AMICO DI CICERONE CHE LO OSPITO’ DURANTE L’ESILIO

In due occasioni, nel 58 e nel 44 a. C., Cicerone, in grave pericolo, chiede e ottiene ospitalità presso la villa del suo caro amico vibonese Vibius Sicca. Purtroppo, su questo personaggio citato più volte da Cicerone (….), in diversi studi e blog leggiamo che nell’89 a.C., dopo la guerra sociale, Valentia acquistò lo status di municipium, con regime di autonomia, e poté contare su rapporti diretti con Roma, se addirittura vi soggiornarono Cicerone, ospite del suo amico vibonese ‘Vibius Sicca’, ed Agrippa. Molti credono che Cicerone si fosse riferito all’attuale Vibo Valenzia quando ci parla del fondo dell’amico Sicca. Ma questa è una colossare svista degli storici perchè, come vedremo, Cicerone scriveva molto probabilmente da Sapri. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 230 parlando di “Vibo Valentia”, in proposito scriveva: “Cicerone,….., si fermò a Vibone…..e poi vi fu in seguito altre due volte quando, cioè, prendeva la via dell’esilio, ospite dell’amico Sicca (a. 58), ch’era stato ‘praefectus fabrum’ sotto il suo consolato (4), etc…A suo giudizio, era allora la città un nobile ed illustre municipio (6). Etc…”. Il Ciaceri, a p. 230, nella nota (4) postillava che: “(4) Cic. ad Att. III 4; pro Plancio 40, 96.”. Il Ciaceri, a p. 230, nella nota (6) postillava che: “(6) Cic. Verr. V 16, 40: ipsis autem Valentinis ex tam inlustri nobilique municipio’ “. Vi è da dire in proposito che, alcune lettere di Cicerone indirizzate all’amico Attico verrano consegnate al corriere da Nares Lucanas che dovrebbe corrispondere ad una località molto vicina a Polla. Giovanna Garfarino e Raffaella Tabacco, nel loro “Epistole II” di M. Tullio Cicerone, ed. UTET, recentemente a p….., in proposito scrivevano che: “25. Sicca aveva ospitato Cicerone in fuga da Roma in un suo fondo a Vibo Valentia, nel Bruzzio (Cfr. Att. III, 2, e 4), promettendogli a quanto pare di accompagnarlo in esilio, cosa che poi non fece. Egli è menzionato, sempre col solo ‘cognomen’ anche in altre lettere ad Attico posteriori e in Fam. 165 (XIV, 15), a Terenzia del 47. Assai probabile è l’identificazione col ‘Vibius’ di cui parla Plutarco (Cic. 63 : Ουιβιος, Σικελος ανηρ ), ‘praefectus fabrum’ durante il consolato di Cicerone, legato a lui da molti favori ricevuti. Una proposta di sistemazione delle notizie che Cicerone fornisce sul personaggio e di ricostruzione della fisionomia complessiva di ‘Vibius Sicca’ si trova in M.G. Ruoppolo, Un amico di Cicerone: L. (?) Vibius Sicca, “Athenaeum”, n.s., 66, 1988, pp. 194-197″. Da Wikipedia leggiamo che il Il Praefectus fabrum fu uno dei responsabili tra gli ufficiali di campo dell’esercito romano, presente esclusivamente nelle legioni (non quindi nelle truppe ausiliarie), il cui compito era di comandare e coordinare il genio militare almeno fino al II secolo a.C. Secondo il Keppie questo ruolo rimase attivo fino all’Imperatore Claudio. Egli coordinava un numero considerevole di fabri, tignarii, structores, carpentarii ferrari, costruttori di edifici e macchine d’assedio, gromatici (“geometri” con il compito di stabilire la pendenza del campo da costruire), metatores (coloro che precedevano l’esercito e ne tracciavano i confini dell’accampamento), a supporto degli alti ufficiali (dal legatus legionis, al tribunus laticlavius ed al praefectus castrorum) nel superamento di ostacoli materiali per raggiungere gli obiettivi militari prefissati. Dunque, le due studiose scrivono che Cicerone cita questo “Vibius Sicca” in due lettere ad Attico (Ad Atticum, op. cit., libro III, la 2 e la 4 dell’anno 58 a.C.. Le due lettere in questione le ritroviamo in “Lettere ad Attico” che, ivi pubblico traendole dal testo “Epistole ad Attico_1” (vol. I) a cura di Carlo Di Spigno (….), pubblicato nel 1998 per l’edizione Utet. Si tratta dell’epistola sempre contenuta nelle sue Lettere ad Attico, la n. 2 del Libro III. Il Di Spigno a p. 267, la riporta e scrive che: “48 (III, 2) Scritta a Nari di Lucania il 27 marzo del 58. Cicerone ad Attico. La ragione per cui ho scelto questo itinerario sta nel fatto che non ho altro luogo ove con pieno diritto possa soggiornare alquanto tempo, eccetto la tenuta fondiaria di Sicca, specialmente mettendo in conto che la proposta di legge non è stata ancora emendata (1). Al tempo stesso comprendo che, se ti ho con me, posso da quel luogo tornare indietro dirigendomi a Brindisi, se invece tu non ci sei, non devo prendere quella direzioe, a causa di Autronio (2). Ora, come ti ho scritto in precedenza, se verrai ad incontrarmi, prenderemo una decisione sull’intera faccenda. So che il viaggio è gravoso, ma la calamità piovutami addosso reca nell’intero suo essere ogni sorta di gravezze. Non riesco a scrivere di più, tanto sono scosso e avvilito. Procura di star bene in salute. Consegnata al corriere il 27 marzo, a Nari di Lucania.”. Il Di Spigno a p. 267, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ma Cicerone avrà un’amara sorpresa; cfr. 49 (III, 4)” e, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cicerone temeva una vendetta da parte di Publio Autronio Peto, il console designato per il 65, implicato nella così detta prima congiura di Catilina e, in tono ridotto, nella violenta cospirazione del 63. Ecc..”. Dunque, il Di Spigno riguardo l’amara sorpresa che attendeva Cicerone cita l’epistola n. 49 (III, 4) che egli scrive a p. 268: “49 (III, 4) Scritta probabilmente a Vibone, ut vid., III, Non. Apr. an. 58. Cicerone ad Attico Sal. Miseriae nostrae ecc…Vorrei che tu attribuissi all’infelicità in cui mi dibatto, piuttosto che alla mia incoerenza, il fatto che all’improvviso sono partito dalle vicinanze di Vibone (1), dove ti sollecitavo a venire. Mi è stato appunto portato il testo della proposta di legge che segna la mia rovina, e l’emendamento introdotto in essa, del quale avevo sentito parlare (2), è siffatto che mi consente di prendere dimora in una località a non meno di quattrocento miglia (3), ma vanifica ogni possibilità mia di arrivarci (4). Senza perdere tempo ho rivolto il mio cammino verso Brindisi prima che la proposta di legge venisse approvata, affinchè non fosse rovinato anche Sicca, in casa del quale mi trovavo, e poi perché tanto non mi era consentito risiedere a Malta (5). Ora affrettati a raggiungermi, ammesso che vi sia qualcuno che mi accolga. Fino a questo momento sono invitato largamente, ma nutro timori per quel che resta da affrontare. Provo profondo rammarico, caro Pomponio mio, di essere rimasto vivo e tu hai avuto una parte determinante nell’indurmi a vivere. Ma di queste cose parleremo a quattr’occhi. Procura soltanto di venire.. Il Di Spigno, a p. 268, nella sua nota (1) postillava che:  “(1) In quei paraggi si trovava la proprietà fondiaria di Sicca; cfr. 48 (III, 2).”. Dunque, come scrive Cicerone, egli sollecitava l’amico Attico a ragiungerlo nella “tenuta” dell’amico Sicca che, nella lettera n. 2 del Libro III scrive essere “vicina” a Vibone. Dunque potrebbe trattarsi della bella e grande villa romana di cui ancora oggi si possono ammirare le antiche vestigia in località S. Croce a Sapri. Cicerone scriveva le sue lettere ad Attico, che fece consegnare al corriere a “Nari di Lucania”. Su questi fatti, Giacomo Racioppi (….), nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, non dice nulla ma, nel cap. XXII, sulla topografia della regione egli a pp. 502-503 ci parla della città latina di Nares Lucana ed in proposito scriveva che: “Nares Lucanas. come Plinio ricorda, qui io riferisco la stazione topografica che è detta ‘Nares Lucanas’ nella tavola Peuntingeriana, e che si trova indicata in un frammento di Sallustio; la quale parmi apprendesse il nome appunto dalle bocche di scarico del fiume medesimo (1). Prossima a questa stazione è segnato, nella tavola suddetta, il ‘Forum Popilii’ e una stazione detta ‘Acerronia’. Se il Foro Polpilio fu (come è probabile) a San Pietro presso Polla, ben risponderebbe la stazione ‘Ad Nares Lucanas’ nel luogo che noi si indica tra Polla in giù e Pertosa od Auletta, donde divergerebbe quella linea di strada verso il nord, che riattacca alla strada per a Venosa etc…”. Il Racioppi, a p. 503, nella nota (1) postillava che: “(1) Il frammento sallustiano sarà riferito più giù a p. 507. Esso mostra che nella Peuntigeriana non è errore, come molti dei nostri scrittori hanno ritenuto, il ‘Nares Lucanas’ che essi emendarono in ‘Marcelliana. – etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…..Nel 58 a.C. Cicerone, costretto all’esilio, si reca a Vibone, nella villa (fundus) di un suo amico, Vibio Sicca (56); poi è costretto a lasciare l’Italia, e raggiunge in fretta Turi e Brindisi per imbarcarsi verso la Grecia (57). Nell’interpretazione dell’Antonini, per spiegare la particolare rapidità degli spostamenti di Cicerone, la villa di Sicca doveva trovarsi in Lucania, nel territorio dell’odierna Vibonati. A sostegno di questa tesi, l’Antonini cita Livio, il quale parla della fondazione della colonia latina di Vibone nel 192 a.C., con 4000 famiglie, affermando che il suo territorio era vicino al Bruzio (Bruttiorum proxime), e che i Bruzi l’avevano strappato ai Greci (58). L’Antonini cita inoltre anche Plutarco, il quale nella vita di Cicerone, ricordando la sua presenza nella villa di Sicca a Vibone, pone questa località in Lucania (59). Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (56) postillava: “(56) Su Sicca vd. RUOPPOLO 1988.”. Il La Greca si riferisce al testo di: “(M. G. RUOPPOLO, Un amico di Cicerone: L. (?) Vibius Sicca, “Athenaeum”, n.s., 66, 1988, pp. 194-197”. Il La Greca, però si sbagliava perchè il numero della rivista “Athenaeum” è il n. 76 del 1988. Il La Greca, a p. 30, nella nota (58) postillava: “(58) Tito Livio, XXXV, 40, 5-6”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (59) postillava: “(59) Plutarco, Cic., 32, 2”. Fernando La Greca (…) nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’). Cfr. G. Antonini, ‘La Lucania….’, cit., vol. I, pp. 419-428”. Il La Greca, a p. 44, nela sua nota (41) postillava: Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ecc…”. Già il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, a p. 420 e ssg., nel suo “Capitolo XI – Di Vibonati, e Sapri”,  in proposito scriveva che: “Fu da Latini detto ‘Vibo ad Sicam’ e ‘Siccam’ da una Isoletta, che gli stà all’incontro, poche miglia all’oriente di Maratea, anche oggi chiamata ‘Sicca’ a differenza del ‘Vibo Valentia’, ch’è Monteleone, detto già ‘Ipponium’, & ‘Hipponium’, Gabriel Barrio nella, per altro, eruditissima opera ‘de situ Calabrie’, al lib. 2, per tirar tutto a quella regione, non solo volle darci a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso, che ‘Vibo Valentia’, cioè l’Hipponium, ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’ siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: ‘Ut Plutarchus’, qui Vibonem in Lucania esse scribit; ed a sede di lui standone l”Abbate Aceti’ nelle note ultimamente fatte allo stesso Barrio, ha purtroppo malmenato il medesimo Plutarco, perchè aveva posto Vibone in Lucania; tutto perchè non han saputo, o non han voluto sapere, che c’era un altro ‘Vibone’, chiamato ‘ad Siccam’, per distinguerlo dal ‘Vibo Valentia: Nec solus Strabo (sono le parole di quest’ultimo) Calabriam cum Lucania consundit, Plutarcus, ut infra videbimus, Vibonem in Lucania esse dicit. Due uomini di questo conto, come Strabone e Plutarco, e che vagliano più di Barrio, potevano bastare per far loro credere che in Lucania vi fosse il Vibone.”. Antonini (….), a pp. 426-427 e ssg., nel suo “Capitolo XI – Di Vibonati, e Sapri”,  in proposito scriveva che: “Se questo Vibone, nominato ora da Cecerone fosse senza altro aggiunto,  fosse stato il ‘Vibo Valentia’, molta poca fatica aveva a durare per passare in Sicilia, ed all’incontro lunghissimo cammino per andare a Brindisi: Ma essendo (come fu) il ‘Vibo ad Siccam’, di cui aveva parlato, scrivendo al suo Attico, risparmiava la metà del viaggio. La più convincente ragione però è quella, della pistola 2. del libro 3. ad Attico, allorchè scrive trovasi ‘in fundo Sicae: Itineris nostri causa suit, quod non habebam locum, ubi pro meo jure diutius esse possem, quam in fundo Sicae. Dat. Id. Aprilis ex oris Lucaniae. Se dunque il podere di Sicae presso di Vibone potesse intendersi presso Vibo Valentia, o sia Ipponio, non avrebbe Cicerone detto ‘ex oris Lucaniae’. Ma la giunta del VI. Idus Aprilis, vie più conferma nostra sentenza, considerando l’altra lettera, ch’è la settima da Brindisi colla data di XIV Kal. Maj; poichè questi due tempi, così poco fra loro distanti, fan vedere, che non poteva da Ipponio, che n’è lontano da circa duecento miglia, Cicerone in tanti pochi giorni far questo viaggio per terra, come lo fece dal nostro Vibone, perchè assai più vicino era considerandolo di poco più di cento miglia, essendo da qui al golfo di Taranto la parte più stretta di quest’Istimo; oltre che dovendo Cicerone passare in Epiro, Epist. I ad Attico non era quel d’Ipponio il giusto, e corto camino; posto da parte, che quante volte fa parola del nostro Vibone, sempre lo nomina, o semplicemente, o coll’aggiunto ‘ad Sicam’, o ‘Siccam’ come dall’Epist. 19, lib. 14 ad Attico. Plutarco (cosi malamente trattato dal Barrio, e dal citato autor delle note), nella vita di questo Oratore, par che ci chiuda la bocca, e termini la questione, poichè ragionando del già detto viaggio, dice che per venire quì : ‘Lucaniam pedestri itinere percurrit, e chiama ‘Hipponem’ il nostro Vibone, dicendo essere in Lucania: Εν δε Ιππωια πολει της Αευχανιας, ην Ουιβωνα νυν καλουσιν, Ουιβιος, Σικελος ανηρ, αλλα τε πολλα της Κικερωνος φιλας απολαλαυως και γεγονως υπατευοντος αυτου τεκτονων επαρχος, οικια, μεν ουκ εδεατο, το χωριον δε καταγραψειν επηγ γελλετο. Hipponii vero (quod oppidum est Lucaniae, Vibonem dicunt nunc, il volete più chiaro ?) Vibius, Siculus genere, qui cum alios fructus en Ciceronis amicitia returelat, tum fuerat eo Consule praefectus fabrum, non admisit eum domum, sed locum ostendit ei designatum in agro, quo posset se recipere; e con ciò crediamo chiaramente dimostrato l’abbaglio di taluni, etc…”. A sostegno di questa tesi, l’Antonini (….), cita lo scrittore greco Plutarco (….), che visse sotto l’Impero romano e scrisse la biografia di diversi personaggi illustri. Antonini, dice che Plutarco (….), nella sua “Vita di questo Oratore, scrive che “per venire qui: Lucaniam pedestri itinire percurrit, e chiama Hipponem il nostro Vibone, dicendo, esser in Lucania: (riporta il passo scritto in greco da Plutarco), Hipponii vero (quod oppidum est Lucaniae, Vibonem dicunt nunc, il volete più chiaro?).”. L’Antonini, a sostegno della sua tesi che Cicerone si riferisse al nostro Vibonati cita anche Plinio (…), dicendo che egli nel cap. 5 del lib. 3: “aveva incontro al nostro Vibone situato alcune isole col nome d’Ithacesiae: Et contra Vibonem parvae sunt Insulae, quaevocantur Ithacesiae, Ulyssis specula”, e sulla base di ciò detto l’Antonini affermava non essere il Vibo Valenzia ma un luogo a noi prossimo. La traduzione del passo di Plutarco che fa l’Antonini dal greco al latino è: Ma Vibio d’Ippona, della famiglia Siculo, il quale, dopo aver riportato altri frutti dall’amicizia di Cicerone, ed era stato allora ingegnere capo di quel console, non lo ammise nella casa, ma gli mostrò un luogo designato per lui nel campo, dove potrebbe ritirarsi.”. Dunque, Antonini scriveva che Plutarco raccontava che, nonostante la buona amicizia tra Cicerone e questo ‘Vibio d’Ippona, della famiglia Siculo’ nonostante, sebbene Cicerone quando era Console l’avesse nominato ingegnere capo degli Edili (stessa carica di Lucio Sempronio Pomponio Prisco),  non lo fece entrare nella sua casa ma gli trovò li vicino un comodo nascondiglio. Ne parla e lo cita M. G. Ruoppolo (….), nel suo saggio  “Un amico di Cicerone: L. (?) Vibius Sicca” apparso sulla rivista “Athenaeum”, n.s., n. 76 del 1988, a p. 194, in proposito scriveva che: “Meglio informati, siamo, invece, intorno alla permanenza di Cicerone nella città nel 58 e nel 44, quando rimase ospite per alcuni giorni presso l’amico Sicca (così è chiamato in tutti i luoghi dell’epistolario ciceroniano). Nel 58 Cicerone si allontana da Roma per sfuggire alle conseguenze della Lex Clodia de capite civis Romani (2), con l’intenzione di recarsi a Brindisi ed imbarcarsi da lì verso l’oriente. Ma, con una lettera scritta da ‘Nares Lucanae’ il giorno 8 aprile, comunica all’amico Attico di aver mutato idea circa il percorso e la destinazione, e lo prega di raggiungerlo a Vibo Valentia da dove si sarebbe dovuto recare in Sicilia (3). Il soggiorno a Vibo Valentia dovette durare pochi giorni, perchè già il 13 aprile egli scrive ad Attico di essersi rimesso in viaggio alla volta di Brindisi (4). La decisione di ritornare al vecchio progetto doveva essere maturata dopo essere venuto a conoscenza del nuovo provvedimento che gli impediva di sostare entro le cinquecento miglia dall’Italia; inoltre C. Vergilio, pretore della Sicilia, sulla cui amicizia Cicerone aveva creduto di poter contare, si rifiutava di accoglierlo nell’isola. Durante questi giorni l’oratore fu ospite dell’amico Sicca. Allo stesso episodio, e quindi allo stesso personaggio, si riferisce una preziosa quanto controversa testimonianza di Plutarco, nella vita dell’oratore (5): μενοι φιλοφροσυνην παρεπεμπον αυτον εν δ ‘Ιππωνιω, πολει της Αευκανιας, ην Ουιβωανα νυν καλουσιν, Ουιβιος, Σικελος ανηρ, αλλα τε πολλα της Κικερωνος φιλας απολαλαυως και γεγονως υπατευοντος αυτου τεκτονων επαρχος, οικια, μεν ουκ εδεατο, το χωριον δε καταγραψειν επηγγελλετο, και Γαιος Ουεργιλιος, ο της Σικελιας οτρατηγος etc…(6). Il testo qui riportato è quello tramandato da tutti i codici, ad eccezione del ‘Matritensis’ che omette il termine Σικελος. L’identità fra il personaggio in questione e il Sicca dell’epistolario ciceroniano risulta evidente ed era stata riconosciuta da Ernesti (7) prima e da Orelli (8) poi. Più tardi Munzer, curando la voce ‘Sicca’ per la Pauly-Wissowa (9), proponeva di correggere il  Σικελος in …………giustificando etc…”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (3) postillava: “(3) Ad Att., III, 3”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (4) postillava: “(4) Ad Att. III, 4”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (5) postillava: “(5) Cic., XXXII, 2”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (6) postillava: “(6) Il testo è quello edito da B. Perrin, Plutarch’s Lives, London, 1963, VII, pp. 162-163 “. Il Ruoppolo si riferiva al testo di Bernadotte Perrin (….) ed il suo Plutarch’s Lives. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (7) postillava: “(7) C. A. Ernesti, Clavis ciceroniana sive indices et verborum, 1777, p. 262 “. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (8) postillava: “(8) G. Orelli, Onomasticon Tullianum, Torino, 1838, II, p. 549”. Il Ruoppolo si riferiva al testo di Orellius (Orelli) Johann Caspar von, ed il suo “Onomasticon Tullianum” pubblicato a Torino nel 1838, vol. II.  Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (9) postillava: “(9) Fr. Munzer in R.E., II A (1923), col. 2186”. Dunque, il Ruoppolo, a p. 194 scriveva che: “Allo stesso episodio, e quindi allo stesso personaggio, si riferisce una preziosa quanto controversa testimonianza di Plutarco, nella vita dell’oratore (5): μενοι φιλοφροσυνην παρεπεμπον αυτον εν δ ‘Ιππωνιω, πολει της Αευκανιας, ην Ουιβωανα νυν καλουσιν, Ουιβιος, Σικελος ανηρ, αλλα τε πολλα της Κικερωνος φιλας απολαλαυως και γεγονως υπατευοντος αυτου τεκτονων επαρχος, οικια, μεν ουκ εδεατο, το χωριον δε καταγραψειν επηγγελλετο, και Γαιος Ουεργιλιος, ο της Σικελιας οτρατηγος etc…(6). Il testo qui riportato è quello tramandato da tutti i codici, ad eccezione del ‘Matritensis’ che omette il termine Σικελος.”. Il testo di Plutarco scritto in greco tradotto significa: “…ma con ammirazione lo riferii a Ipponio, una città della Lucania, ora chiamata Uiboana, Ubius, Sikelos anir, ma più dell’amico di Cicerone che godeva e sospettava effettivamente questa provincia massonica, case, ma niente cibo, il villaggio non era registrato, e Gaio Virgilio, tiranno di Sicilia.”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (6) postillava: “(6) Il testo è quello edito da B. Perrin, Plutarch’s Lives, London, 1963, VII, pp. 162-163 “. Bernadotte Perrin, a pp. 163 e p. 165 del vol. VII, in proposito scriveva che: XXXII. But as soon as it was known that the had fled, Clodius causeda vote of banishment to be passed upon him, and issued an edict that all men should refuse him fire and water and that no man should give him shelter within five hundred miles of Italy. Now, most men paid not the slightest heed to this edict out of respect for Cicero, and escorted him on his way with every mark of kindness; but at Hipponium, a city of Luicania (2), which is now called Vibo, Vibius, a Sicilian, who ad profited much from Cicero’s friendship and particularly by being made prefect of engineers during his consulship, would not receive him in his house, but sen him word that he would assign him his country-place for residence; and Caius Vergilius, the praetor of Sicily (1), who had been on most intimate terms whit Cicero, wrote him to keep away from Sicily (2). Dishertened at this treatment, he set out for Brundisium, and from there tried to cross to Dyrrachium ecc…”. la cui traduzione dovrebbe essere: XXXII. Ma non appena si seppe che era fuggito, Clodio fece emettere un voto di esilio su di lui e emanò un editto che tutti gli uomini dovessero rifiutargli fuoco e acqua e che nessuno gli desse rifugio entro cinquecento miglia dall’Italia. Ora, la maggior parte degli uomini non ha prestato la minima attenzione a questo editto per rispetto di Cicerone, e lo ha scortato per la sua strada con ogni segno di gentilezza; ma a Ipponio, città della Lucania (2), che oggi si chiama Vibo, Vibio siciliano, che molto profittò dell’amicizia di Cicerone e specialmente di essere fatto prefetto degli ingegneri durante il suo consolato, non lo volle ricevere in casa sua, ma mandagli a dire che gli avrebbe assegnato la sua casa di campagna per la residenza; e Caio Vergilio, pretore di Sicilia (1), che era stato in strettissimi rapporti con Cicerone, gli scrisse di tenersi lontano dalla Sicilia (2). Scoraggiato da questo trattamento, partì per Brundisium, e di là cercò di passare per Dyrrachium ecc…”. La Perrin, a p. 163, nella nota (2) postillava: Rather Bruttium”. La Perrin, a p. 165, nella nota (1) postillava: “Cfr. Cicero, pro Plancio, 40, 95 ff.”. Dunque, la Perrin, a p. 163 scriveva che: XXXII. Ma non appena si seppe che era fuggito, Clodio fece emettere un voto di esilio su di lui e emanò un editto che tutti gli uomini dovessero rifiutargli fuoco e acqua e che nessuno gli desse rifugio entro cinquecento miglia dall’Italia.” ovvero che, Clodio fece un editto che poneva Cicerone in esilio. Dunque, il Ruoppolo (….) cita Plutarco (….) e credo che si riferisca proprio alle sue “Vite”, ovvero la vita di Cicerone, ne parla a pp. 31, 32. Non sappiamo a quale edizione di Plutarco si riferisca nella sua postilla il La Greca. Dunque, come scrive il La Greca, la notizia del viaggio di Cicerone da “Vibone” a Velia è dello stesso Cicerone che lo scrive nelle sue lettere all’amico Attico, ma questa notizia è confermata anche da Plutarco nelle sue “Vite parallele”, ovvero la vita di Cicerone. Bernadotte Perrin, sulla scorta della traduzione dal greco di Plutarco scriveva che: ….ma a Ipponio, città della Lucania (2), che oggi si chiama Vibo, Vibio siciliano, che molto profittò dell’amicizia di Cicerone e specialmente di essere fatto prefetto degli ingegneri durante il suo consolato, non lo volle ricevere in casa sua, ma mandagli a dire che gli avrebbe assegnato la sua casa di campagna per la residenza; e Caio Vergilio, pretore di Sicilia (1), che era stato in strettissimi rapporti con Cicerone, gli scrisse di tenersi lontano dalla Sicilia (2). Scoraggiato da questo trattamento, partì per Brundisium, e di là cercò di passare per Dyrrachium ecc…”. Dunque, la Perrin scrive che: “Ipponio, città della Lucania (2), che oggi si chiama Vibo” e, nella nota (2) a p. 163 postillava: Rather Bruttium” ovvero che questa città  “che oggi si chiama Vibo” era posta in Lucania ma ai confini con il Brutium cioè con l’antica Calabria. Dunque, la città di “Vibo” di cui parla Plutarco non poteva essere la “Vibo Valenzia” di oggi che è in fondo alla Calabria. A sostegno della sua tesi, l’Antonini (….), cita lo scrittore greco Plutarco (….), che visse sotto l’Impero romano e scrisse la biografia di diversi personaggi illustri, tra cui quella di Marco Tullio Cicerone. Antonini, dice che Plutarco, nella sua: “Vita di questo Oratore” (parlava della vita di Cicerone), scriveva che “per venire qui: Lucaniam pedestri itinire percurrit, e chiama Hipponem il nostro Vibone, dicendo, esser in Lucania: (riporta il passo scritto in greco da Plutarco), Hipponii vero (quod oppidum est Lucaniae, Vibonem dicunt nunc, il volete più chiaro?).. Dovrebbe trattarsi di un passo (il Di Spigno e il La Greca dicono sia scritto a pp. 31-32) che io ho trovato nel testo di Plutarco (….), ‘Vite parallele’ pubblicato nel testo “Seconda parte delle vite di Plutarco Cheroneo etc…”, dove a p. 235 è scritto: “cinquecento miglia fuori d’Italia. Non vi fu quasi persona, che stimasse quello editto, perchè tutti riverivano Cicerone, & infinita umanità e cortesia gli usarono sempre. Tuttavia capitan lo egli in Hippone città della Lucania, la quale oggi si chiama Vibone, un certo Siciliano, che aveva nome Vibio, il quale in affarissime cose s’era servito dell’amicizia di Cicerone, & nel Consolato di lui era stato creato prefetto dè fabri; non lo volle alloggiare; anzi gli minacciò, che subito sarebbe ito ad accusarlo. Ecc…Navigando poi con buon vento a Durazzo ecc..”. Questo passaggio di Plutarco nella vita di Cicerone è interessante perchè anche lui ci parla di una Vibone. Il trascrittore dellopera di Plutarco prima la chiama ‘Hippone’ (Hipponion) e poi aggiunge “città della Lucania, la quale oggi si chiama Vibone”. Ovviamente, sebbene tantissimi autori locali tra cui l’Ebner (….) abbiano citato le lettere ad Attico di Cicerone, nessuno ha mai voluto indagare ed approfondire la questione della Vibo Lucana e del podere di Sicca che Cicerone cita più volte:

Petronio, p. 235

(Fig….) Plutarco, vita di Cicerone, in ‘Vite parallele’, p. 235

Plutarco, riguardo l’amico di Cicerone, che chiama “Vibio siciliano” scriveva pure che: Vibio siciliano, che molto profittò dell’amicizia di Cicerone e specialmente di essere fatto prefetto degli ingegneri durante il suo consolato, non lo volle ricevere in casa sua, ma mandagli a dire che gli avrebbe assegnato la sua casa di campagna per la residenza” ovvero che questo signore aveva profittato molto dell’amicizia di Cicerone quando era Console perchè lo nominò  “prefetto degli ingegneri”. Infatti, nel 65 a.C. Cicerone presentò la candidatura al consolato. Nel 64 venne eletto console per l’anno successivo (ossia il 63 a.C.). La sua posizione venne illustrata dal fratello Quinto in un’opera (di dubbia attribuzione: la scrisse lo stesso Cicerone?), Commentariolum petitionis, scritta per consigliarlo nella campagna elettorale. Dunque, secondo quanto scrive Plutarco, questo “Vibio Sicca” doveva essere stato nominato che: “prefetto degli Ingegnieri” da Cicerone nel 64 a.C. epoca in cui egli era Console. Ne parla anche M. G. Ruoppolo (….), nel suo saggio  “Un amico di Cicerone: L. (?) Vibius Sicca” apparso sulla rivista “Athenaeum”, n.s., n. 76 del 1988, a p. 194 che, in proposito scriveva: “Meglio informati, siamo, invece, intorno alla permanenza di Cicerone nella città nel 58 e nel 44, quando rimase ospite per alcuni giorni presso l’amico Sicca (così è chiamato in tutti i luoghi dell’epistolario ciceroniano).”. M. G. Ruoppolo (….), nel suo saggio  “Un amico di Cicerone: L. (?) Vibius Sicca” apparso sulla rivista “Athenaeum”, n.s., n. 76 del 1988, a p. 194, in proposito scriveva che: Durante questi giorni l’oratore fu ospite dell’amico Sicca. Allo stesso episodio, e quindi allo stesso personaggio, si riferisce una preziosa quanto controversa testimonianza di Plutarco, nella vita dell’oratore (5): etc…”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (5) postillava: “(5) Cic., XXXII, 2”. Inoltre, il Ruoppolo, a p. 194 scrive pure di Sicca che: “L’identità fra il personaggio in questione e il Sicca dell’epistolario ciceroniano risulta evidente ed era stata riconosciuta da Ernesti (7) prima e da Orelli (8) poi. Più tardi Munzer, curando la voce ‘Sicca’ per la Pauly-Wissowa (9), proponeva di correggere il  Σικελος in …………giustificando etc…”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (7) postillava: “(7) C. A. Ernesti, Clavis ciceroniana sive indices et verborum, 1777, p. 262 “. Riguardo il testo di Io Augusto Ernesti (….), “Clavis ciceroniana sive indices et verborum”, del 1777, a p. 262, egli scriveva di “Sica” ed in proposito scriveva che: “SICA, ad Div. XVI. 4, 15. Att. VIII. 12 XII 23 &c. familiaris Ciceronis.    In eius pradio deversatus est Cicero, abiens in exlium, Att. III. 2. add Plutarch. in Cicer. p. 877. ubi Vibius Siculus vocatur: si tamen de eadem re utrobique fermo est E us uxor videtur fuisse. Septimis. Att. XVI. 11.”. Ernesti parlando del passo di Plutarco scriveva che: “….aggiungi Plutarco. in Cicer. p. 877. dove è chiamato Vibius Siculus: se però la stessa cosa è fissata da entrambi i lati, Eus sembra essere stata sua moglie..  Infatti, in Plutarco è chiamato “Vibius Siculus” o “Vibio siciliano”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (8) postillava: “(8) G. Orelli, Onomasticon Tullianum, Torino, 1838, II, p. 549”. Il Ruoppolo si riferiva al testo di Orellius (Orelli) Johann Caspar von, ed il suo “Onomasticon Tullianum” pubblicato a Torino nel 1838, vol. II. Infatti egli a p. 549 ci parla di “SICCA” ed in proposito scriveva che: “Sicca, Ciceronis familiaris. Dixerat se mecum fore (a. u. c. 696), sed Brundusio discessit. ad Fam. 14, 4, 6. — Sicca a. L. Domitio Cn. Pompeio litteras attulit et mandata. ad Att. 8, 12 C.4. — (A. u. c. 709) ad Siccam scripsi, quod aditur L. Cotta, ad Att. 12, 23, 3. — Scripsi etiam ad Siccam. Tibi hoc oneris non impono. Nolo te illum iratum habere. (a. u. c. 710) ad Att. 14, 9, 4 — Apud Siccam fui tamquam domi meae scilicet (a. u. c. 710) ad Att. 16, 6, 1 — Antonium perstringam sine ulla contumelia Siccae aut Septimiae. Ib. Ep. 11, 1 — Eius fundus ad Viboneum. ad Att. 3, 2. Ibid. Ep. 4 — Apud Plutarchum in Cicero p. 877. Wech ‘Vibius Siculus’ vocatur, si tamen de eadem re utrobique agitur. Ern. Sicca, Numidia oppidum etc…”. L’Orelli cita diverse fonti in cui compare il nome di “Sicca”. Interessante…………..Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (9) postillava: “(9) Fr. Munzer in R.E., II A (1923), col. 2186”.

Nel 44. a.C., un anno prima della sua fine, Cicerone scrive una prima lettera all’amico Attico dove cita il suo amico Sicca, è l’Epistola n. 19 del Libro XIV, è la lettera che Marco Tullio Cicerone scrive ad Attico ‘Sal.’ da “Scr. in Pompeiano VIII Id. Mai. an. 44.” (anno ’44 a.C.) (372, Libro XIV, 19). Il Di Spigno (….) che ha curato l’edizione delle ‘Lettere ad Attico’ a p. 1333, nella sua traduzione scrive “Scritta nella villa di Pompei l’8 maggio del 44.”. Il Di Spigno, a p. 1335 traducendo la lettera di Cicerone al suo amico Attico, in proposito traduce che:  “I 4 I A Dolabella ho scritto con scrupolosa esattezza, nel modo che, come dici, a te sembra opportuno. Ho provveduto io a scrivere anche a Sicca; non ti addosso questo onere. Non voglio che tu abbia a che fare con lui arrabbiato. Conosco il discorso di Servio; vedo in esso più paura che capacità decisionale. Ma, poiché siamo tutti spaventati, do il mio assenso a Servio. Publilio (9) ha usato cavalli con te. Il fatto è che quella gente (10) ha mandato qua da me Cerellia come ambasciatrice (11) etc…”. Il Di Spigno, a p. 1334, nella nota (9) postillava che: “(9) Si riapre la piaga del disgraziato matrimonio di Cicerone con Publilia, sulla quale cfr. 271 (XII, 32), I, n. I”. Publilia era la moglia di Cicerone da cui lui aveva divorziato. Dunque, in questa seconda lettera ad Attico, lettera del 44 a.C., Cicerone parla ancora dell’amico “ad Siccam”, ovvero l’amico Sicca che possedeva un potere, un fondo, a Vibone e che ospitò e nascose Cicerone.

Lorenzo Giustiniani, nel suo “Dizionario geografico ecc…”, alla voce “BONATI, o Libonati”, a pp. 313-314-315, vol II, in proposito scriveva che: “Ne’ Quinternioni ella è detta ‘Bonati’, seu ‘Bonatorum’, e li ‘Bonati’, o Libonati’, come nelle situazioni del 1648 e 1669, e mai ‘Vibonati’ secondo si vuole appellare da ‘Giuseppe Antonini’, e che in latino detta si fosse nell’antichità ‘Vibo ad Sicam’, o ‘Siccam’, da un’isoletta, che le sta all’incontro poche miglia all’oriente di ‘Maratea’, anche addì nostri chiamata ‘Sicca’ a differenza di ‘Vibo Valentia’, ch’è ‘Monteleone’, detto già ‘Ipponium’, o ‘Hypponium’ (1). ‘Pasquale Magnoni’ (2) e l’eruditissimo ab. D. Francescantonio Soria (3) rivelarono però questa svista dell’Antonini poichè siccome per un passo di Cicerone (4),  che prima della correzione ‘Gronoviana’ corrottamente leggeasi in Macrobio (5) il dotto Barrio (6) de’ golfi Pestano, e Vibonese coniò uno scrittore col nome di ‘Pestanus Vibonensis’ che poi fu seguito da tutti gli altri scrittori Calabresi, a segno, che il P. Amato (7) avvisò che questo personificato golfo fose stato poeta, oratore ed anche filosofo per aver scritto un trattato ‘de ventis’ (8) per cui con molta lepidezza il suddivisato Soria gli dice, che i ‘golfi per verità s’intendeano benissimo di cotal materia’, così un tale sbaglio fu poi adottato anche dall’Antonini, avvegnacchè oltre all’aver dato a codesto ideal ‘Pestano’ la cittadinanza di un altro ‘Vibone’ da lui creato in Lucania col cognome di ‘Siccam’, e propriamente ove è la terra di ‘Bonati’ rivolse tutto ciò che Cicerone in varie lettere avea scritte ad Attico (I) intorno al suo amico ed ospite ‘Sicca’, alla detta isoletta, o piuttosto scoglio alquanto da essa terra distante, nominato ‘Secca’, e corrottamente ‘Sicca’ per essere quasi a fior d’acqua, e non sempre nell’onde bagnato. Il Magnoni con grazia dice nella sua lettera, che l’Antonini aveva trasformato un golfo in uomo, e un uomo in isola. Il signor Francesco Mazzarella Farao però ha preteso difendere l’Antonini in una sua lettere apologetica (2), etc…”. Insomma, il Soria dà torto all’Antonini. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Magnoni, lettera critica al Barone Antonini, p. 22”. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Soria, Lettera intorno alle sviste di alcuni autori, nel vol. LXXV, del Giornale Letterati di Napoli “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Ciceron. Ad Atticum, l. 16, epist. 6”. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Macrobio, Saturnali, lib. 6, cap. 4 “.  Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Barrio, De antiquit. de situ Calabrie, lib. 2, cap. 12 “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Amato nella sua ‘Pantopologia Calabra’ “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Si legga la lettera del mio dotto amico D. Michelangelo Macrì nel vol. LIX, del citato Giornale dei Letterati di Napoli “

giustiniani, p. 313

giustiniani, su vibonati, 314

(Figg…) Lorenzo Giustiniani (…), su ‘Bonati’, vol. II, pp. 313-314-315

Riguardo ciò che scrisse il Barrio (….) ed in proposito Plutarco, Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro  – natura – mito – storia”, a p. 157, in proposito scriveva che: Plutarco, trattato in malo modo dal Barrio, nella sua opera “Vita di Cicerone” chiude definitivamente la questione in quanto, ragionando del predetto viaggio, afferma che Cicerone, per raggiungere Brindisi, “Lucaniam predestri itinere percurrit” e chiama “Hipponem” il nostro Vibone dicendo di essere in Lucania.”.

Nel ’58 a.C., Cicerone, il vicus “SAPRINUS” e la tenuta (proprietà fondiaria), il ‘Fundus Sicca’ dell’amico SICCA o Sica nei pressi di Vibone (Lucana)

Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 230 parlando di “Vibo Valentia”, in proposito scriveva: “Cicerone,….., si fermò a Vibone…..e poi vi fu in seguito altre due volte quando, cioè, prendeva la via dell’esilio, ospite dell’amico Sicca (a. 58), ch’era stato ‘praefectus fabrum’ sotto il suo consolato (4), etc… A suo giudizio, era allora la città un nobile ed illustre municipio (6). E il suo piccolo porto aveva per i Romani un’importanza particolare dal punto di vista militare  anche perchè di là essi potevano asportare il famoso legname della Sila, facendo ciò che un tempo avevan fatto con Caulonia Ateniesi e Siracusani, per cui v’è da ritenere che vi stabilissero cantieri navali, ben inteso poi che di là stesso potevan sorvegliare, come da vedetta, lo Stretto di Messina e le coste della Sicilia. Nelle guerre civili ebbe Vibone una parte notevole come stazione navale. Etc…”. Il Ciaceri, a p. 230, nella nota (4) postillava che: “(4) Cic. ad Att. III 4; pro Plancio 40, 96.”. Il Ciaceri, a p. 230, nella nota (6) postillava che: “(6) Cic. Verr. V 16, 40: ipsis autem Valentinis ex tam inlustri nobilique municipio’ “. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…..Nel 58 a.C. Cicerone, costretto all’esilio, si reca a Vibone, nella villa (fundus) di un suo amico, Vibio Sicca (56); poi è costretto a lasciare l’Italia, e raggiunge in fretta Turi e Brindisi per imbarcarsi verso la Grecia (57). Nell’interpretazione dell’Antonini, per spiegare la particolare rapidità degli spostamenti di Cicerone, la villa di Sicca doveva trovarsi in Lucania, nel territorio dell’odierna Vibonati. A sostegno di questa tesi, l’Antonini cita Livio, il quale parla della fondazione della colonia latina di Vibone nel 192 a.C., con 4000 famiglie, affermando che il suo territorio era vicino al Bruzio (Bruttiorum proxime), e che i Bruzi l’avevano strappato ai Greci (58). L’Antonini cita inoltre anche Plutarco, il quale nella vita di Cicerone, ricordando la sua presenza nella villa di Sicca a Vibone, pone questa località in Lucania (59). Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (56) postillava: “(56) Su Sicca vd. RUOPPOLO 1988.”. Il La Greca si riferisce al testo di: “(M. G. RUOPPOLO, Un amico di Cicerone: L. (?) Vibius Sicca, “Athenaeum”, n.s., 66, 1988, pp. 194-197”. Il La Greca, però si sbagliava perchè il numero della rivista Athenaeum è il n. 76 del 1988. Il La Greca, a p. 30, nella nota (57) postillava: “(57)  Cicerone, Ad Att., III, 2-4; Pro Planc., 40-41, 96-97.”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (58) postillava: “(58) Tito Livio, XXXV, 40, 5-6”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (59) postillava: “(59) Plutarco, Cic., 32, 2”. Dopo il suo rifiuto a partecipare alla vita politica con la costituzione del  primo trimvirato di Cesare, Pompeo e Crasso, Marco Tullio Cicerone, si tenne fuori dalla politica ma ciò non bastò a salvarlo dalle vendette dei populares, nel 58 a.C. e dopo fu costretto all’esilio. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel 1978, nel suo “Le città sepolte del Golfo di Policastro” parlando dell’antica “Vibone Lucana”, che egli così chiama per distinguerla dall’altra città calabra ‘Vibo Valenzia’, a p. 66 in proposito scriveva che: “Cicerone è un’eccezione: egli si riferisce alla città lucana e, per evitare ogni malinteso, parla nelle sue Lettere ad Attico (20) di “Vibo ad Siccam”, mentre l’altra ecc…”. Il Tancredi, a p. 66, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Cicerone M.T., ‘Ad Atticum’, III, 3 “Sed te oro ut ad me Vibonem statim venias, quo multis de causis converti iter meum”; ecc…”. Il Tancredi postillava della lettera ad Attico nel Libro III, la n. 3. Infatti, la lettera in questione la ritroviamo in “Lettere ad Attico” che, ivi pubblico traendole dal testo “Epistole ad Attico_1” (vol. II) a cura di Carlo Di Spigno (….), pubblicato nel 1998 per l’edizione Utet. Si tratta dell’epistola n. 3 contenuta ne Libro III, la lettera che Marco Tullio Cicerone scrive ad Attico che il Di Spigno (….), nel suo vol. I, Libro III a p. 266 in proposito è ivi scritto: “47 (III, 3) Scritta in itinere c. IX Kal. Apr., ut. vid., an. 58.”: “Cicero ad Attico sal. Utinam illum diem videam cum tibi agam gratias quod me vivere coegisti! Adhuc quidem valde me paenitet. Sed te oro ut ad me Vibonem (1) statim venias, quo ego multis de causis (2) converti iter meum. Sed eo si veneris, de toto itinere ac fuga mea consilium capere potero. Si id non feceris, mirabor; sed confido te esse factorum.”, la cui traduzione del Di Spigno, a p. 267 è: “47 (III, 3) Scritta in viaggio, probabilmente circa il 24 marzo del 58. Cicerone ad Attico Voglia il Cielo che io veda il giorno in cui potrò ringraziarti di avermi costretto a vivere! Finora solamente rammarico è quel che provo e anche profondo. Ma ti prego di venire immediatamente ad incontrarmi a Vibone (1), dove sono diretto, perchè ho deviato, per molte ragioni (2), dal cammino che mi ero prefisso. Ma, se tu verrai là, potrò prendere una decisione sull’itinerario completo che devo seguire nel mio esilio. Se non lo farai, me ne stupirò; comunque ho fiducia che tu lo farai.”. Il Di Spigno, a p. 266, nella sua nota (1) postillava che: “‘Vibo Valentia (‘Hipponium’), città dei ‘Brutii’ sul versante tirrrenico” e, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cicerone progettava di cercare rifugio in Sicilia, oppure nell’isola di Malta; cfr. Cic., Planc., 95 e l’epist. 49 (III, 4).”. Ma pare che il questore Romano Marco Tullio Cicerone, riguardo la sua amicizia con Sicca ed il suo podere a Vibone (Lucana non Vibo Valenzia), ho trovato un’altra lettera che mi sembra molto eloquente a riguardo. Si tratta dell’epistola sempre contenuta nelle sue Lettere ad Attico, la n. 2 del Libro III. Il Di Spigno a p. 267, la riporta e scrive che: “48 (III, 2) Scritta a Nari di Lucania il 27 marzo del 58. Cicerone ad Attico. La ragione per cui ho scelto questo itinerario sta nel fatto che non ho altro luogo ove con pieno diritto possa soggiornare alquanto tempo, eccetto la tenuta fondiaria di Sicca, specialmente mettendo in conto che la proposta di legge non è stata ancora emendata (1). Al tempo stesso comprendo che, se ti ho con me, posso da quel luogo tornare indietro dirigendomi a Brindisi, se invece tu non ci sei, non devo prendere quella direzioe, a causa di Autronio (2). Ora, come ti ho scritto in precedenza, se verrai ad incontrarmi, prenderemo una decisione sull’intera faccenda. So che il viaggio è gravoso, ma la calamità piovutami addosso reca nell’intero suo essere ogni sorta di gravezze. Non riesco a scrivere di più, tanto sono scosso e avvilito. Procura di star bene in salute. Consegnata al corriere il 27 marzo, a Nari di Lucania.”. Il Di Spigno a p. 267, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ma Cicerone avrà un’amara sorpresa; cfr. 49 (III, 4)” e, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cicerone temeva una vendetta da parte di Publio Autronio Peto, il console designato per il 65, implicato nella così detta prima congiura di Catilina e, in tono ridotto, nella violenta cospirazione del 63. Ecc..”. Dunque, il Di Spigno riguardo l’amara sorpresa che attendeva Cicerone cita l’epistola n. 49 (III, 4) che egli scrive a p. 268: “49 (III, 4) Scritta probabilmente a Vibone, ut vid., III, Non. Apr. an. 58. Cicerone ad Attico Sal. Miseriae nostrae ecc…Vorrei che tu attribuissi all’infelicità in cui mi dibatto, piuttosto che alla mia incoerenza, il fatto che all’improvviso sono partito dalle vicinanze di Vibone (1), dove ti sollecitavo a venire. Mi è stato appunto portato il testo della proposta di legge che segna la mia rovina, e l’emendamento introdotto in essa, del quale avevo sentito parlare (2), è siffatto che mi consente di prendere dimora in una località a non meno di quattrocento miglia (3), ma vanifica ogni possibilità mia di arrivarci (4). Senza perdere tempo ho rivolto il mio cammino verso Brindisi prima che la proposta di legge venisse approvata, affinchè non fosse rovinato anche Sicca, in casa del quale mi trovavo, e poi perché tanto non mi era consentito risiedere a Malta (5). Ora affrettati a raggiungermi, ammesso che vi sia qualcuno che mi accolga. Fino a questo momento sono invitato largamente, ma nutro timori per quel che resta da affrontare. Provo profondo rammarico, caro Pomponio mio, di essere rimasto vivo e tu hai avuto una parte determinante nell’indurmi a vivere. Ma di queste cose parleremo a quattr’occhi. Procura soltanto di venire.. Il Di Spigno, a p. 268, nella sua nota (1) postillava che:  “(1) In quei paraggi si trovava la proprietà fondiaria di Sicca; cfr. 48 (III, 2).”. Dunque, come scrive Cicerone, egli sollecitava l’amico Attico a ragiungerlo nella “tenuta” dell’amico Sicca che, nella lettera n. 2 del Libro III scrive essere “vicina” a Vibone. Dunque potrebbe trattarsi della bella e grande villa romana di cui ancora oggi si possono ammirare le antiche vestigia in località S. Croce a Sapri. Il Di Spigno, a p. 268, nella sua nota (2), riferendosi alla lettera (49, III, 4) postillava che: “(2) La distanza era calcolata dalle coste d’Italia; cfr. 52 (III, 7), vol. I; Plut., Cic. 32. Mentre Cicerone parla di 400 miglia, in Plutarco e in Cassio Dione leggiamo 500; cfr. Plut., l.c.; Cass. Dio, XXXVIII, 17,7. La discrepanza dei dati è variamente spiegabile, ma il testo ciceroniano non va toccato.”. Dunque, al di là della dissertazione sulle distanze calcolate dai vari autori per stabilire i luogni citati nelle lettere Ciceroniane, il Di Spigno, pur credendo che si trattasse di una ‘Vibo Valenzia’ e non di una Vibone Lucana, come la chiama il Tancredi ed il Racioppi, in queste due epistole del ’58 abbiamo la citazione di una villa con annesso grande podere a Vibone dell’amico Sicca che ospitò Cicerone. Fernando La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone);”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) cita alcune lettere di Cicerone inviate ad Attico, in particolare cita Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca);” e poi aggiunge: “Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone);”. Dunque, il passaggio di Plutarco che abbiamo letto: “….Hippone città della Lucania, la quale oggi si chiama Vibone, un certo Siciliano, che aveva nome Vibio, ecc…” è per Ferdinando La Greca il Vibio Sicca, amico di Cicerone”. Dunque, l’amico di Cicerone che aveva una villa con podere o tenuta agricola in un luogo sul mare molto vicino alla Vibone Lucana si chiamava Vibio Sicca. A ‘Vibo’ Cicerone è ospitato presso il praefectus fabrum L. Vibio Sicca: Att. III, 2. 3. 4; Planc. 96; PLUT. Cic. 32, 1. Cf.  DG 5, 631; CRISPO 1941, 186; MOREAU 1987, 471; RUOPPOLO 1988, 194. Sulla rete, su questo personaggio trovo scritto: “L. VIBIUS SICCA; Cfr. Crispo, 1941; Ruoppolo (…), 1988; Amico di Cicerone. Ospita Cicerone a Vibo durante il viaggio in esilio (anno ’58 a.C.); Cicerone si reca da lui per non vedere Publilia nell’anno 45 a.C.; Ospita Cicerone a Vibo nell’anno 44 a.C.”. Dell’esatta ubicazione del Fundus Siccae si sono interessati l’Amatucci: “ Di un luogo dell’epistola IV lib. III di Cicerone ad Atticum e d’un Oppidulum dei Bruttii in rend. Della R. Acc. Di Arch. – lett. e belle arti 1898 pp. 131-137, ed il Crispo “ I viaggi di M. T. Cicerone a Vibo in Archivio storico per la Calabria e la Lucania,  1941 fasc. III p. 183 e seg. RUOPPOLO 1988 = M.G. RUOPPOLO, Un amico di Cicerone, L. (?) Vibius Sicca, «Athenaeum» LXVI, 1988, pp. 194-197. CRISPO 1941 = C.F. CRISPO, I viaggi di M. Tullio Cicerone a Vibo, «ASCL» XI, 1941, pp. 1-20; 183-199; etc…”. Nel febbraio del 58 fu promulgata la lex Clodia de capite civis Romani    (che mandava Cicerone in esilio) . Cicerone, senza attenderne l’approvazione dei comizi tributi, nella notte del 20 marzo del ’58 a.C., lasciò Roma e si diresse verso la Campania. Voleva recarsi in Epiro (ad Att. III,1), ma poi cambiò idea e, lasciata la via Appia, si mise sulla via Popilia che conduceva a Reggio Calabria. Nei pressi di Nares Lucanee scrisse ad Attico (III,2) per informarlo del cambiato itinerario e gli dava appuntamento a Vibone (Lucana); in una successiva lettera (ad Att. III,3), spiegava all’amico che per motivi di sicurezza si era rifugiato a Vibo nella casa di Sicca. Qui Cicerone venne a conoscenza della correzione apportata da Clodio alla seconda legge che nel frattempo era stata promulgata. Partito da Vibo alla volta di Turi, per raggiungere Brindisi e quindi l’Oriente, durante il viaggio, verso il 13 di aprile, scrisse una lettera ad Attico (III,4) nella quale tra l’altro gli diceva: ‘allata est enim nobis rogatio de pernicie mea; in qua quod correctum esse audieramus erat eiusmodi ut mihi ultra quadringenta milia liceret esse, illoc pervenire non liceret. Statim iter Brundisium versus contuli ante diem rogationis, ne et Sicca apud quem eram periret et quod Melitae esse non licebat’. Cicerone, male informato. parla di 400 miglia. che per giunta calcola da Roma, ma in effetti egli era allontanato di 500 miglia dai confini d’Italia, come attesta Plutarco. Ora, mentre Cicerone era a Vibo nel fundus Siccae (….), dovette ricevere, quantunque non ne faccia menzione nelle lettere scritte ad Attico in questo periodo, una comunicazione: da Gaio Vergilio, pretore della Sicilia, il quale gli faceva sapere, come attesta Plutarco, di tenersi lontano dalla sua provincia. Cicerone dovette maturare l’idea di recarsi in Sicilia durante il viaggio verso il mezzogiorno della penisola, tant’è vero che, come abbiamo ricordato, ad un certo punto non bene identificabile, invece di recarsi direttamente a Brindisi per raggiungere l’Oriente, deviò verso il Bruzio ponendosi sulla via Popilia. L’esule dunque, agitato da vari pensieri, depose l’idea di andare in Oriente e decise di trovare ospitalità in Sicilia, dove era pretore un suo amico. Quantunque questa decisione non emerga dalle lettere inviate ad Attico, tuttavia non c’è dubbio che le cose si siano svolte così, come del resto rilevasi sia da quanto Cicerone stesso ricorda nell’orazione pro Plancio 95, 96, sia anche dalla testimonianza di Plutarco (1.c.), il quale attribuisce all’esule il proposito di raggiungere la  Sicilia appena uscito da Roma . Ora, riprendendo il nostro ragionamento, se, come abbiamo motivo di ritenere, Cicerone, prima di scrivere questa lettera ad Attico, aveva ricevuto anche la comunicazione da Gaio Vergilio, a maggior ragione, a parte il computo della distanza dall’Italia, egli dovette rinunziare al proposito di andare in Sicilia, nella quale gli era vietato di porre i piede. Veramente, nel passo della lettera che stiamo esaminando. Cicerone non fa altra questione se non quella della distanza, ma poichè lascia intendere di recarsi in oriente, dal momento che prende la via di Brindisi, è giusto pensare che il divieto di Gaio Vergilio era già a sua conoscenza. Suppongo che Cicerone tralasci di ricordare esplicitamente il divieto del pretore di Sicilia, perchè egli è tutto rivolto con la mente alla correzione della legge del tribuno. Quando Cicerone scrive ut… illoc pervenire non liceret vuole alludere alla Sicilia e non ad altro luogo; ed è anche evidente che, nelle righe seguenti della lettera, il pensiero dell’esule è rivolto ad altro e che la Sicilia, tra le considerazioni che seguono, non può essere più ricordata in quanto che l’argomento è stato già in precedenza esaurito, sia pure con la semplice valutazione della distanza. Nell’esame della lettera, non dobbiamo in questo momento perdere di vista la successione logica del pensiero di Cicerone, perchè ciò, come vedremo, ha una grande importanza ai fini della nostra dimostrazione. A questo punto, vien fatto di domandarsi: che c’entra, nel passo della lettera, il ricordo di Malta e quando mai Cicerone aveva manifestato il proposito di rifugiarsi in quest’isola? Se Melita fosse Malta, Cicerone avrebbe ricordato quest’isola, logicamente, accanto alla Sicilia e non dopo altre considerazioni statim iter Brundisium versus contuli… ne et Sicca apud quem eram, periet et  quod Melitae esse non licebat. Ma c’è da fare un’altra importante osservazione. Malta che, come si sa, è a sud di Pachino di circa 90 km., fu definitivamente strappata ai Cartaginesi nel 218 dal console Sempronio, il quale costrinse alla resa il presidio cartaginese agli ordini di Amilcare. Da allora, quel gruppo di isole fu annesso alla provincia di Sicilia ed il governo centrale, con sede nel municipio di Malta, era rappresentato da un procuratore alle dipendenze del pretore di Sicilia. In base a ciò. non può sfuggire l’impossibilità d’identificare Melita con Malta. Ai fini del divieto imposto a Cicerone dal pretore Gaio Vergilio, è evidente che dire Sicilia o Malta era perfettamente la stessa cosa, dato il rapporto di dipendenza giurisdizionale dell’isola dal pretore di Sicilia. Esclusa l’identificazione di Melita con Malta per gli argomenti su addotti, cerchiamo di identificare questo luogo. Suppongo che dovesse trovarsi in territorio metropolitano e lontano da Vibo, come sil rileva dal passo di Cicerone, in cui il nome di Sicca, che era a Vibo, è posto accanto alla menzione di Melita (ne et Sicca, apud quem eram periret, et quod Melitae esse non licebat). Ora, nei pressi di Monteleone esiste un paese chiamato Mileto, sulle cui rovine Ruggiero il Normanno nel 1058 fece costruire una cittadina nella quale stabilì la sua corte (10). Questa località è vicina all’antico Hipponio, che sovrastava all’ Ippwniàthz  kòlpoz (Strabone 6, 266), detto dai Romani sinus Vibonensis (Plinio n. h. 10, 29). Quivi appunto nel 191 a. C. i Romani dedussero una colonia di plebei del Lazio. Concludendo, dunque, Cicerone ha voluto dire ad Attico: appena che sono venuto a conoscenza della correzione apportata da Clodio al bando per cui non potevo, per motivi di distanza, recarmi in Sicilia, ho preso immediatamente la via di Brindisi il giorno precedente alla votazione della legge, sia per non mettere nei guai Sicca, che mi ospitava a suo rischio, sia anche perchè a Mileto non potevo starmene nascosto in campagna. A bene osservare il testo di Cicerone, appare chiaro che l’esule, dopo aver liquidato con la valutazione della distanza di 400 miglia il suo progettato ritiro in Sicilia, nel successivo periodo, passa ad un’altra serie di considerazioni, in cui il fatto che egli non volesse generosamente mettere nei guai Sicca, dato il divieto di Clodio di accogliere l’esule, è intimamente legato alla sua permanenza a Mileto, cioè nel fundus Siccae, che corrisponde esattamente a (tò) cwrìon  ricordato da Plutarco.

Nel 48 a.C., la flotta del pompeiano Cassio attaccò la flotta di Cesare

Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 230 parlando di “Vibo Valentia”, in proposito scriveva: “Cicerone…., Vibone…..Nelle guerre civili ebbe Vibone una parte notevole come stazione navale. Fu lì che C. Cassio con una squadra pompeiana andò ad attaccare  metà della flotta di Cesare, che vi si trovava ancorata (a. 48)(1). E, come abbiamo veduto, sotto i Triumviri etc…”. Il Ciaceri, a p. 231, nella nota (1) postillava che: “(1) Caes. b. c. III 101, 1-4”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7……e di Cesare, che parla di un attacco del pompeiano Cassio nel 49 a.C. alla flotta cesariana, in parte ancorata e in parte a secco nel porto di Vibo (68). Etc..”. Il La Greca, a p. 32, nella nota (68) postillava: “(68) Cesare, Bell. civ., III, 101”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, p. 67 parlando della città scomparsa di “Vibona” in proposito scriveva che: “La battaglia navale del 49 a.C. contro Pompeo pare combattuta a Vibone Lucana (24).”. Il Tancredi, a p. 67, nella nota (24) postillava: “(24) Cesare C. Giulio, De Bello Civili, libro III, 101: “cum esset Caesaris classis divisa in duas partes, dimidiae parti praeerat P. Sulpicius praetor Vibone ad fretum”, che tradotto significa: Quando la flotta di Cesare fu divisa in due parti, P. Sulpicio, pretore di Vibone, era a capo di una metà”. Dunque, secondo la notizia del La Greca (….), che, sulla scorta del “De Bello Civili” di Giulio Cesare, la flotta di Pompeo a lui affidata era ancorata a secco nel porto di Vibo. Infatti, da Wikipedia leggiamo che Gaio Cassio Longino, nominato tribuno della plebe nel 49 a.C., allo scoppio della guerra civile si schierò dalla parte di Pompeo, che gli affidò il controllo di parte della sua flotta nelle acque del Mediterraneo. Dopo la battaglia di Farsalo e la morte di Pompeo in Egitto, egli decise di beneficiare della clemenza di Cesare: lo raggiunse dunque in Cilicia, vicino Tarso, da dove il dittatore stava pianificando l’attacco a Farnace. Nonostante il suo rapporto con Cesare si fosse consolidato, Cassio decise, nel 44 a.C., di allontanarsi dalla corrente politica di Cesare per essere uno degli organizzatori del complotto che portò costui alla morte.  In Wikipedia alla nota (1) si postilla di : Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XL, 28-29. La guerra civile romana del 49 – 45 a.C., più nota come guerra civile tra Cesare e Pompeo, consistette in una serie di scontri politici e militari fra Gaio Giulio Cesare e i suoi sostenitori contro la fazione tradizionalista e conservatrice del Senato romano (Optimates), capeggiata da Gneo Pompeo Magno, Marco Porcio Catone Uticense e Quinto Cecilio Metello Pio Scipione Nasica. Essa fu il penultimo conflitto militare sorto all’interno della Repubblica romana. Dopo aspri dissensi con il senato, Cesare varcò in armi il fiume Rubicone, che segnava il confine tra la provincia della Gallia Cisalpina e il territorio dell’Italia; il senato, di contro, si strinse attorno a Pompeo e, nel tentativo di difendere le istituzioni repubblicane, decise di dichiarare guerra a Cesare (49 a.C.). Dopo alterne vicende, i due contendenti si affrontarono a Farsalo, dove Cesare sconfisse irreparabilmente il rivale. Pompeo cercò quindi rifugio in Egitto, ma lì fu ucciso (48 a.C.). La guerra civile alessandrina, o semplicemente guerra alessandrina (in greco antico: Ἀλεξανδρῖνος πόλεμος, Alexandrȋnos pólemos; in latino: bellum Alexandrinum), fu un conflitto armato combattuto all’interno del regno tolemaico d’Egitto tra i fratelli rivali Tolomeo XIII, Cleopatra e Arsinoe IV nel I secolo a.C., dal 48 al 47 a.C. La guerra diventò subito interesse della repubblica romana (al tempo della guerra civile tra Cesare e Pompeo) quando Tolomeo fece assassinare il fuggitivo Gneo Pompeo Magno; il rivale di questi, Giulio Cesare, accorse in Egitto e risolse la guerra a favore di Cleopatra, che diventò sua amante. Le principali fonti della guerra civile combattuta negli anni 49 – 45 a.C. sono rappresentate dalle biografie di Svetonio (Vite dei dodici Cesari) e di Plutarco (Vite parallele), oltre a Appiano di Alessandria (Storia romana, XIV: Guerre civili, II), Cassio Dione Cocceiano (Historia Romana), Velleio Patercolo (Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo), Marco Tullio Cicerone (Orationes Philippicae, Orationes in Catilinam, Epistulae ad Atticum, Orationes: pro Marcello, pro Ligario, pro Deiotaro, De provinciis consularibus), Marco Anneo Lucano (Pharsalia), e una delle parti in causa, Gaio Giulio Cesare, con i Commentarii De bello gallico e De bello civili. Devo però precisare e segnalare che alcuni riportano le notizie tratte da Livio attribuendo queste non alla colonia di Vibone Lucana ma a quella di Vibone Valentia. Infatti, in un blog sulla rete, riferendosi alla città di Vibo Valenzia in Calabria è scritto che la città assume un ruolo importante durante le guerre civili, e si guadagna i favori di Cesare ed Ottaviano perché offre ad entrambi l’appoggio indispensabile del suo porto, come base per le operazioni, condotte sullo Stretto, contro Pompeo. Dallo stesso Cesare, ma anche da Appiano apprendiamo, infatti, che nel 49 a. C. il porto di Valentia fu teatro di uno scontro navale:   Cassio, capo della flotta pompeiana aveva incendiato le navi di Cesare che sostavano nel porto di Messina, e poi, proseguendo verso Vibo, tentò di incendiare le altre navi che lì sostavano ma, il pronto intervento dei veterani impedì l’incursione, costringendo lo sconfitto Cassio alla fuga.   Il favore di Cesare verso la città è attestato in un’epigrafe nella quale i cittadini di Valentia manifestano la loro riconoscenza a Giulio Cesare che, per l’anno 46, aveva accettato di diventare patronus della città. Per l’anno 43 a. C., secondo la testimonianza di Appiano, Vibo, insieme con Reggio, compare nell’elenco delle città i cui territori sarebbero stati oggetto di assegnazioni ai veterani, da parte di Ottaviano.

Nel 25 luglio del 44 a.C., TALNA, l’amico, nella cui villa a Velia fu ospitato Cicerone

Il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, a pp. 424-425 e ssg., nel suo “Capitolo XI – Di Vibonati, e Sapri”,  in proposito scriveva che: “Quando Cicerone dopo la morte di Cesare per le brighe fra Ottavio, ed Antonio fuggì di Roma, andossene alla sua villa a Pompei; di là postosi in barca, andò a Velia, donde ( dopo essere stato un giorno in casa di Talna (partì ed andò a Vibone (I). Etc…”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 232 parlando di “Velia”, in proposito scriveva che: “Era pregiata per la salubrità ed amenità del luogo; onde la nobiltà romana volentieri vi acquistava possedimenti e Cicerone quand’era in viaggio vi andava a trovare i suoi amici Talna e Trebazio (4). Egualmente che Vibone, Velia era un punto toccato da chiunque lungo la costa del Tirreno dalla Campania andasse a Reggio e viceversa (5); ma la città da per sè non aveva più importanza e da questo tempo in poi non c’è più ricordata dagli scrittori antichi. Etc…”. Il Ciaceri, a p. 232, nella nota (4) postillava che: “(4) Cic. ad Att. XVI 6, 1; 7, 5; ad fam. VII 20; Philipp. I 4, 9; X 4, 8; Brut I 10, 4. A Velia gli venne il primo pensiero di scrivere la ‘Topica’, che dedicò appunto a Trebazio (a. 44): ad fam. VII 19; cfr. Top. 1, 5”. Marco Tullio Cicerone che, nel I secolo, spesso era in viaggio navigando ripetute volte per le nostre coste, nella sue lettere scritte al suo amico Attico nel 44 a.C. scriveva che: Ego adhuc (perveni enim Vibonem ad Sicam) ecc…Veni igitur ad Siccam octavo diea Pompeiano, cum uno die Veliae constitissem, ubi quidem fui fane libenter apud Talnam nostrum, nec potus accipi, illo absente praefertim, liberalius, IX Kal.igiturad Sicam”(…..) che tradotto significa: Venni dunque in Sicca l’ottavo giorno da Pompei, quando un giorno mi ero fermato a Velia, dove in verità mi trovavo volentieri nella casa di Talna, e non avrei potuto essere ricevuto, soprattutto in sua assenza, più generosamente, 9. Cal. poi a Sica. etc...”. Cicerone aggiunge che dopo aver navigato da Pompei l’ottavo giorno si era fermato a Velia dove si era fermato nella villa dell’amico “Talnam” (….) e, in seguito si recò nella villa di “Sica”. L’Antonini (….), scriveva: ” Quando Cicerone, dopo la morte di Cesare per le bighe fra Ottavio, ed Antonio fuggì di Roma, andossene alla sua villa a Pompei, di la postosi in barca, andò a Velia, donde (dopo essere stato un giorno in casa di Talna, partì ed andò a Vibone (I)”. Cicerone scrive che: “Dunque sono arrivato da Sicca sette giorni dopo che ero partito dalla mia villa di Pompei,………….Quindi il 24 sono giunto da Sicca. Qui, naturalmente, mi trovo come se fossi a casa mia. Pertanto sto aggiungendo al mio soggiorno anche il giorno successivo.”. Questi i due passaggi in cui Cicerone parla dell’amico “Sicca” a Vibone. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 288 , in proposito scriveva che: Cicerone fu di nuovo a Velia, per un giorno, il 20 luglio 44, facendo il viaggio per mare da Pompei, dove aveva una villa, a Vibone (4). Trovandosi a Velia, egli volle andare a visitare gli amici Trebazio e Talna, ma trovò che erano assenti. Etc..”. Riguardo questo “Talna”, il Di Spigno forse si riferiva ad una delle tante lettere che Cicerone scrisse all’amico Caio Trebazio Testa che aveva una villa a Velia e che la cui moglie si chiamava “Telna” che l’accolse il settimo giorno di viaggio da Pompei. Il questore Marco Tullio Cicerone citava il toponimo di “Bibo ad Sicam” in due lettere che ritroviamo in “Lettere ad Attico” che, ivi pubblico traendole dal testo “Epistole ad Attico_2” (vol. II) a cura di Carlo Di Spigno (….), pubblicato nel 1998 per l’edizione Utet. Si tratta dell’epistola n. 6 contenuta ne Libro XVI e dell’epistola n. 19 contenuta nel Libro n. XIV. La prima epistola, la n. 6 del Libro XVI è la lettera che Marco Tullio Cicerone scrive ad Attico ‘Sal.’ da “Scrive da Vibone VIII Kal. Sext. an. 44 a.C.” (414 (Libro XVI, 6). Il Di Spigno (….) che ha curato l’edizione delle ‘Lettere ad Attico’ a p. 1461, nella sua traduzione scrive “414 (XVI, 6) Scritta a Vibo Valentia il 25 luglio del 44”. La lettera in questione viene  pubblicata a pp. 1460-1461 e sgg. e fu scritta da Cicerone ad Attico il 25 luglio del ’44 a.C.. Nella traduzione del testo dell’epistola in questione, a p. 1461, vol. II leggiamo dal Di Spigno (….), in proposito scriveva che Cicerone “Cicerone ad Attico. I I I Fino ad ora (sono giunto a casa di Sicca a Vibo Valentia)…..Dunque sono arrivato da Sicca sette giorni dopo che ero partito dalla mia villa di Pompei, però con un giorno di sosta a Velia, dove mi sono trattenuto proprio volentieri a casa del nostro amico Talna (1) e non avrei potuto essere accolto con maggiore generosità, tanto più che egli era assente. Etc…”. Il Di Spigno, a p. 1460, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. 299 (XIII, 28), 4, n. 5”. Nella traduzione del Di Spigno leggiamo che Cicerone dopo essersi fermato a Velia per trascorrervi un breve soggiorno alla villa o casa di “Talna” (di cui il Di Spigno postillava la nota (1): “(1) Cfr. 299 (XIII, 28), 4, n. 5”. Il Di Spigno, a p. 1156, nella nota (299. I), ovvero la nota alla lettera 299 del libro XIII, 28 postilla che: “(299. 5. Si tratta probabilmente, di Giovenzio Talna, il ‘flosculus Inventiorum’ di cui a Catull., 24, I. Suo padre fu buon amico di Cicerone; cfr. 414 (XVI, 6), I.”. Da Wikipedia leggiamo che l’amico di Cicerone, che, nella sua villa che possedeva a Velia aveva ospitato Cicerone, Manio Giovenzio Talna (1) (latino: Manius Iuventius Thalna) (… – …) è stato un politico romano. Figlio di un Lucio, che era stato legato in Spagna sotto il comando dell’allora pretore Calpurnio Pisone, Manio divenne tribuno della plebe nel 170 a.C.; con il collega Gneo Aufidio accusò il pretore Gaio Lucrezio circa la sua condotta tirannica ed oppressiva in Grecia. Nel 167 a.C. egli stesso divenne pretore ed ottenne la iurisdictio inter peregrinos; lo stesso anno si appellò al popolo per dichiarare la guerra contro Rodi, nella speranza di averne il comando supremo. Ma non si era precedentemente consultato con il Senato e la sua proposta ebbe la veemente opposizione dai tribuni Marco Antonio e Marco Pomponio. Nel 163 a.C. fu eletto console con Tiberio Sempronio Gracco e gli fu affidata la campagna militare contro i corsi che si erano ribellati, campagna che fu conclusa vittoriosamente in breve tempo. Per riconoscenza il Senato gli riconobbe l’onore di un pubblico ringraziamento; Manio Giovenzio fu travolto dalla felicità per tale riconoscimento, tanto che, mentre offriva un sacrificio agli dei, fu colpito da un attacco di cuore che lo uccise all’istante.

Nel 20 luglio del 44 a.C., Caio Trebazio Testa, l’amico, nella cui villa a Velia fu ospitato Cicerone

Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 288 , in proposito scriveva che: Cicerone fu di nuovo a Velia, per un giorno, il 20 luglio 44, facendo il viaggio per mare da Pompei, dove aveva una villa, a Vibone (4). Trovandosi a Velia, egli volle andare a visitare gli amici Trebazio e Talna, ma trovò che erano assenti. Trebazio era il noto giureconsulto C. Trebazio Testa, a cui Orazio finge di rivolgersi, nella prima satira del secondo libro, per averne un parere circa il grado di pericolosità della sua satira (5). Trebazio possedeva a Velia estesi fondi rustici, ed una casa, dinanzi a cui cresceva un albero meraviglioso, che ne impediva la vista. Egli era molto benvenuto a Velia, e la notizia corsa, che volesse disfarsi delle sue possessioni, e abbandonare la città degli avi, per Roma, dove costruiva una casa, aveva messo di cattivo umore i Veliesi. Di questo loro sentimento si fa portavoce Cicerone, aggiungendovi una sua esortazione personale, nella lettera diretta all’amico da Velia, alla vigilia della partenza per Reggio (1). Durante questo viaggio per mare, che durò una settimana, Cicerone, per far piacere all’amico, voltò in latino, affidandosi alla sola memoria, senza il sussidio di libri, la materia dei “Topica” di Aristotele, e dedicò il lavoretto a Trebazio (2). Etc..”. Il Magaldi, a p. 288, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Cicerone, Ad Attic., XVI, 6, 1: “Veni igitur ad Siccam octavo die e Pompeiano, cum unum diem Veliae constitissem. Ubi quidem fui sane libenter apud Talnam nostrum nec potui accipi, illo absente praesertim, liberalius (da Vibone, il 25 luglio 44). Cfr. Crispo, o. c., p. 230.”. Il Magaldi, a p. 288, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Su Trebazio cfr. Perin, Onomasticon cit., s.v.”. Il Magaldi, a p. 289, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cicerone, Ad famil., VII, 20, 1 seg.: “……………” (da Velia, il 20 luglio 44). La casa di Trebazio si chiamava Papiriana dalla gente Papiria, che anteriormente l’aveva posseduta. Cfr. l’iscrizione pompeiana C.I.L., IV, 138: ‘Insula Arriana Polliana Cn. Allei Nigidi Mai….Contrariamente ai più, il Tyrrel, The correspondence of M. Tullius Cicero, vol. V., Dublino e Londra, 1897, p. 342, ritiene che illa si riferisca alla casa che Trebazio costruiva a Roma. I codici danno ‘lucum’ al posto di ‘lotum’. Ma poiché lucus è il bosco sacro, non è credibile che Cicerone suggerisce di tagliarlo. Cfr. Tyrrell, o. c., p. 342 e 408.”. Il Magaldi, a p. 289, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. Cicerone, Ad famil., VII, 19: “…………..” (da Regio, il 28 luglio 44). Cfr. Topica, I, 5: “………..” Cfr. Crispo, o. c., p. 232 seg.”.  Da Wikipedia leggiamo che Gaio Trebazio Testa (in latino: Gaius Trebatius Testa; Elea, … – 4 d.C. circa) è stato un giurista e politico romano, la cui fioritura si colloca nel I secolo a.C…Fu in stretti rapporti di amicizia e confidenza con Cesare, Augusto, Orazio, Mecenate oltre che con Cicerone, col quale intrattenne un fitto epistolario e che gli dedicò i Topica, un resoconto dell’omonima opera di Aristotele. In qualità di giureconsulto, seguì Cesare nelle sue campagne galliche, ricoprendo, anche se solo formalmente, la carica di tribuno militare. Fu inoltre ascoltato consigliere di Augusto ed ebbe notevole fama quale maestro di Marco Antistio Labeone, che, nella fase evolutiva che dalla Res publica al Principato, sarà l’artefice di quel movimento innovatore del diritto romano che sarebbe stato detto dei Proculiani. Delle sue numerose opere nulla si è conservato, se non le frequenti menzioni che di lui si trovano nelle Pandette e nelle Institutiones del Corpus iuris civilis giustinianeo. La familiarità con Cicerone è testimoniata dall’intensa corrispondenza – diciassette lettere – nelle quali aleggia sempre un tono umoristico e confidenziale e da cui è possibile attingere molte delle notizie sulla sua vita. Ecco come Cicerone, probabilmente ospite di Trebazio (o forse dell’amico Thalna) ad Elea nel già citato viaggio verso la Grecia, si rivolge all’amico assente.  La decisione di intraprendere questo viaggio era maturata nelle turbolenze successive all’assassinio di Cesare, volendo Cicerone raggiungere la Grecia attraverso una lunga e inusuale, ma più sicura navigazione litoranea che, dalle coste tirreniche, attraversasse lo stretto di Sicilia.  

Nel 24 luglio del ’44 a.C, ‘SICCAM’ amico di Cicerone e citato nelle sue lettere ad Attico e da Plutarco nelle sue  “Vite parallele: Cicerone”

La testimonianza di un’antica città chiamata ‘Bibo ad Sicam‘ o ‘Siccam’ – nelle campagne di Sapri e che, probabilmente fosse stata già conosciuta dagli antichi e quindi anche dallo stesso Cicerone che la cita nelle sue lettere al suo amico di Velia. La raccolta di queste lettere sono dette “Epistole ad Attico”. In alcune di queste lettere scritte da Cicerone ai suoi amici che l’avevano ospitato o in cui egli si recò, egli citò diverse volte alcuni luoghi del Golfo di Policastro. Subito dopo, il 7 dicembre del ’43 a.C., Cicerone sarà ucciso nella sua villa di Formia dai sicari di Antonio. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 288 , in proposito scriveva che: Cicerone fu di nuovo a Velia, per un giorno, il 20 luglio 44, facendo il viaggio per mare da Pompei, dove aveva una villa, a Vibone (4). Trovandosi a Velia, egli volle andare a visitare gli amici Trebazio e Talna, ma trovò che erano assenti…..Etc..”. Il Magaldi, a p. 288, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Cicerone, Ad Attic., XVI, 6, 1: “Veni igitur ad Siccam octavo die e Pompeiano, cum unum diem Veliae constitissem. Ubi quidem fui sane libenter apud Talnam nostrum nec potui accipi, illo absente praesertim, liberalius (da Vibone, il 25 luglio 44). Cfr. Crispo, o. c., p. 230.”. Dunque, in questa seconda lettera ad Attico, lettera del 44 a.C., Cicerone parla ancora dell’amico “ad Siccam”, ovvero l’amico Sicca che possedeva un potere, un fondo, a Vibone e che ospitò e nascose Cicerone. L’amico Sicca è citato da Cicerone in una sua seconda lettera del 44 a.C., al suo amico Attico. Il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, a pp. 424-425 e ssg., nel suo “Capitolo XI – Di Vibonati, e Sapri”,  in proposito scriveva che: “Quando Cicerone dopo la morte di Cesare per le brighe fra Ottavio, ed Antonio fuggì di Roma, andossene alla sua villa a Pompei; di là postosi in barca, andò a Velia, donde ( dopo essere stato un giorno in casa di Talna (partì ed andò a Vibone (I). Ed acciò nulla ci si possa opporre sulle parole di Cicerone, le riporteremo belle, ed intiere ‘ad Attico lib. 16. epist. 6 Ego adhuc (perveni enim Vibonem ad Sicam) magis commode quam strenue navigavi; remis enim magnam partem; prodomi nulli: illud fatis opportune. Duo Sinus fuerunt, quos transmitti oportet, Paestanus, & Vibonensis. Utrumque pedibus (2) aequis transmisimus. Veni igitur ad Siccam octavo die a Pompeiano, cum uno die Veliae constitissem, ubi quidem fui fane libenter apud Talnam nostrum, nec potui accipi, illo absente praesertim, liberalius, IX. Kal. igitur ad Sicam (3).”.

Ant.,p. 425

(Fig….) Antonini, op. cit., p. 425

L’epistola trascritta dall’Antonini è stata scritta da Cicerone nelle sue “Lettere adAttico”, e si tratta della epistola di cui, il La Greca (….), a p. 31, nella nota (64) postillava: “(64) Cicerone, Ad Att., XVI, 6”. Riguardo questa lunga lettera, riportata dal Di Spigno (….), devo segnalare ciò che scrive Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro  – natura – mito – storia”, a p. 155, nella nota (6) postillava: (6) M.T. Cicerone, Orazione pro Gn. Plancio – citata da G. Antonini: Op. cit….Parte I – Disc. XI – pag. 425″. L’Antonini, nella nota (I), dice di trarre la notizia dalla ‘Storia’ di Francesco Fabricio (….). L’Antonini (….), nel parlare del ‘Sinus Vibonensis’ si riferiva a Francesco Fabricio (….) ed al suo testo sulla vita o la storia di Cicerone ‘Ciceronis HIstoria’, del 1569. L’Antonini, nella nota (I), dice di trarre la notizia dalla ‘Storia’ di Francesco Fabricio (….). L’Antonini confuta ciò che aveva scritto Fabricio che credeva si trattasse di Vibo Valenzia e non della nostra Vibone. Come intuì l’Antonini (….), quando credeva riferirsi a Sapri,  il Questore romano, Marco Tullio Cicerone che, nel I secolo, spesso era in viaggio navigando ripetute volte per le nostre coste, nella sue lettere scritte al suo amico Attico nel 44 a.C. scriveva che: Ego adhuc (perveni enim Vibonem ad Sicam) ecc…Veni igitur ad Siccam octavo diea Pompeiano, cum uno die Veliae constitissem, ubi quidem fui fane libenter apud Talnam nostrum, nec potus accipi, illo absente praefertim, liberalius, IX Kal.igiturad Sicam”(…..) che tradotto significa: Venni dunque in Sicca l’ottavo giorno da Pompei, quando un giorno mi ero fermato a Velia, dove in verità mi trovavo volentieri nella casa di Talna, e non avrei potuto essere ricevuto, soprattutto in sua assenza, più generosamente, 9. Cal. poi a Sica. etc...”. Nella trascrizione del testo dell’epistola 6, contenuta nel Libro 16 delle “Lettere ad Attico” riportata dall’Antonini a p. 425, la cui traduzione dovrebbe essere: Ancora (perché ho raggiunto Vibonus a Sica) ho navigato più comodamente che energicamente; perché i remi sono una gran parte; a casa di nessuno; C’erano due Sinus, che devono essere trasmessi, Paestanus e Vibonensis. Abbiamo incrociato entrambi i piedi (2) allo stesso modo. Venni dunque da Sicca l’ottavo giorno da Pompei, quando un giorno mi ero fermato a Velia, dove in verità mi trovavo volentieri nel nostro tempio di Talna, e non avrei potuto essere ricevuto, soprattutto in sua assenza, più generosamente, 9. Cal. poi a Sica.”, ovvero che, Cicerone dice che, prima di portarsi e raggiungere via mare navigando a remi con la sua barchetta “Vibo a Sica”, incontra C’erano due baie, che devono essere trasmesse, Paestus e Vibonae.”. Riguardo la trascrizione dell’epistola ad Attico di Cicerone, l’Antonini i proposito nella sua nota (3) postillava che: “(3) Devesi avvertire, che nell’edizione dell”Epistole ad Attico’ fatta da Aldo Manunzio nel MDXIII. trovansi diversamente notate le date, i luoghi e ‘l numero dell”Epistole.”. Cicerone scrive ad Attico ed in questa lettera egli cita il toponimo di “Vibonem ad Sicam”. Dunque, secondo la traduzione dell’Antonini, Cicerone aveva scritto“Ego adhuc (perveni enim Vibonem ad Sicam)”. Il fatto è che la traduzione del Di Spigno non coincide con quella che riporta l’Antonini (….). Il Di Spigno a p. 1460 scriveva: (I) Ego adhuc (perveni enim Vibonem ad Siccam) magis ecc…” e, a p. 1461 traduce dicendo “Fino ad ora (sono giunto a casa di Sicca a Vibo Valentia) ho compiuto il viaggio per mare ecc…”. Dunque è un “Vibo ad Sicam” come scrive l’Antonini oppure si tratta di un “Vibonem ad Siccam” come scrive il Di Spigno. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…..Cicerone giunge a casa di Sicca a Vibo anche nel 44 a.C., viaggiando con il mare in bonaccia e attraversando a forza di remi il golfo (sinus) Pestano e il golfo Vibonense (64);….Etc..”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (64) postillava: “(64) Cicerone, Ad Att., XVI, 6”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…..L’Antonini cita inoltre anche Plutarco, il quale nella vita di Cicerone, ricordando la sua presenza nella villa di Sicca a Vibone, pone questa località in Lucania (59). Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (59) postillava: “(59) Plutarco, Cic., 32, 2”. Dunque, secondo Plutarco (….) citato pure dall’Antonini (….), il questore Marco Tullio Cicerone citava il toponimo di “Bibo ad Sicam” in due lettere che ritroviamo in “Lettere ad Attico” che, ivi pubblico traendole dal testo “Epistole ad Attico_2” (vol. II) a cura di Carlo Di Spigno (….), pubblicato nel 1998 per l’edizione Utet. Si tratta dell’epistola n. 6 contenuta ne Libro XVI e dell’epistola n. 19 contenuta nel Libro n. XIV. La prima epistola, la n. 6 del Libro XVI è la lettera che Marco Tullio Cicerone scrive ad Attico ‘Sal.’ da “Scrive da Vibone VIII Kal. Sext. an. 44 a.C.” (414 (Libro XVI, 6). Il Di Spigno (….) che ha curato l’edizione delle ‘Lettere ad Attico’ a p. 1461, nella sua traduzione scrive “414 (XVI, 6) Scritta a Vibo Valentia il 25 luglio del 44”. La lettera in questione viene  pubblicata a pp. 1460-1461 e sgg. e fu scritta da Cicerone ad Attico il 25 luglio del ’44 a.C.. Nella traduzione del testo dell’epistola in questione, a p. 1461, vol. II leggiamo dal Di Spigno (….), in proposito scriveva che Cicerone “Cicerone ad Attico. I I I Fino ad ora (sono giunto a casa di Sicca a Vibo Valentia) ho compiuto il viaggio per mare più placidamente che rapidamente: in gran parte a remi; il soffio dei vènti di nord-nord-est non si è sentito affatto. E’ capitato ben a proposito perchè due erano i golfi che bisognava oltrepassare, quello di Pesto e l’altro di Vibo: Abbiamo attraversato ciascuno dei due a pié fermo. Dunque sono arrivato da Sicca sette giorni dopo che ero partito dalla mia villa di Pompei, però con un giorno di sosta a Velia, dove mi sono trattenuto proprio volentieri a casa del nostro amico Talna (1) e non avrei potuto essere accolto con maggiore generosità, tanto più che egli era assente. Quindi il 24 sono giunto da Sicca. Qui, naturalmente, mi trovo come se fossi a casa mia. Pertanto sto aggiungendo al mio soggiorno anche il giorno successivo. Ma penso che, una volta raggiunta Reggio, lì, “meditando sulla lunga navigazione” (2), dovremo riflettere se far rotta per Patrasso con una nave da carico, oppure puntare con delle barche a remi su carico, oppure puntare con delle barche a remi su Leucopetra Tarentina (3) e di lì su Corcira; nell’ipotesi della nave da carico, se direttamente dallo Stretto di Messina, oppure da Siracusa. Su questo ti scriverò da Reggio. Ecc…”. Il Di Spigno, a p. 1460, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. 299 (XIII, 28), 4, n. 5” e, a p. 1460, nella sua nota (2) postillava che: ((2) Cfr. Hom., ‘Od.’ III, 169, inserito con la tecnica ad intarsio”. Luigi Tancredi (….), nel 1978, nel suo “Le città sepolte del Golfo di Policastro” parlando dell’antica “Vibone Lucana”, che egli così chiama per distinguerla dalla Vibo Valenzia, a p. 66 in proposito scriveva che: “Nel tempo imperiale romano dev’esserci già una chiara distinzione, ma non sempre è mantenuta. Cicerone è una eccezione: egli si riferisce alla città lucana e, per evitare ogni malinteso, parla nelle sue Lettere ad Attico (20) di “Vibo ad Siccam”, mentre l’altra calabra, menzionata nelle Verrine, porta sempre il nome di “Valenzia”. Poi, proseguendo il suo racconto il Tancredi viene al passo che interessa e scrive che: “Sicca era un amico di Cicerone ed abitava a Vibone lucana; il viaggio fu compiuto nel 44 a.C. (21).”. Dunque, il Tancredi ci parla chiaramente di un podere e di un amico di Cicerone “Sicca” o “Sica” che viveva ed abitava a Vibona o “Vibo ad Siccam”. Dunque, secondo la notizia che citava il Tancredi vi era un luogo o vicus o piccola città chiamata Vibone abitata dall’amico di Cicerone “Sica” che aveva ivi una villa o un grande podere agricolo. Cicerone si era recato dall’amico Sica subito dopo aver fatto visita a Velia (Elea) all’amico Caio Trebazio Testa.

Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 230 parlando di “Vibo Valentia”, in proposito scriveva: “Cicerone,…..e quando al prevalere di M. Antonio in Roma, dopo l’uccisione di Cesare, fece un viaggio rapidissimo in Sicilia (a. 44)(5). Etc…”. Il Ciaceri, a p. 230, nella nota (5) postillava che: “(5) Cic. Ad Att. XVI 6,1”.

Nel 17 agosto del 44 a.C., l’incontro a Velia tra Bruto, sua moglie Porzia e l’esiliato e fuggitivo Cicerone

Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 287-288-289-290, in proposito scriveva che: Cicerone, ……Il 17 agosto del 44 avvenne a Velia l’incontro – e fu quello l’ultimo incontro – di Cicerone con Bruto. Cicerone era sbarcato a Velia, respintovi dal vento contrario, che gli aveva impedito di proseguire l’intrapreso viaggio per la Grecia, dove egli doveva ritirarsi. Per consiglio di Bruto, egli non ripartirà più per la Grecia, ma farà ritorno a Roma, per riprendervi la lotta. Bruto veniva da Roma, ed era diretto in Grecia, dove si andava a stabilire dopo che il fallimento della congiura da lui ordita non gli consentiva di rimanere più nella Capitale. Costretto ad abbandonare l’Italia, aveva attraversato la Lucania e aveva raggiunto il mare a Velia, nel cui porto le sue navi lo aspettavano alla fonda (p. 34). L’incontro fra i due personaggi fu dei più trepidi ed affettuosi. Cicerone lo ricorda con commosse parole (3). Bruto era stato accompagnato, fino a Velia, dalla moglie Porzia, e là, i due si separarono, partendo l’uno per la Grecia, tornando l’altra a Roma (1). A questo punto della sua narrazione, Plutarco riferisce l’episodio di Porzia, che si commuove dinanzi alla scena, raffigurata in un quadro, dell’addio di Ettore ad Andromaca.”. Il Magaldi, a p. 289, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. Cicerone, Ad famil., VII, 19: “…………..” (da Regio, il 28 luglio 44). Cfr. Topica, I, 5: “………..” Cfr. Crispo, o. c., p. 232 seg.”. Il Magaldi, a p. 289, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Plutarco, Brutus, XXIII, 1 (a. 44): “……………………”; Philipp., I, 4, 9: “Atque ego celeriter Veliam devectus, Brutum vidi, etc…” Cfr. Ad Brutum, I, 10, 4 (da Roma, nel giugno-luglio 43): “……..” etc…Cfr. G. Boissier, Cicéron et ses amis. – Etude sur la societé romaine du temps de César, Parigi, 1905, p. 368 segg.”.”. Il Magaldi, a p. 290, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Plutarco, XXIII, 2 (a. 44) (trascrive il passo di Plutarco in greco) etc…”.

Nel 44 a.C., Buxentum e l’ascesa al potere di Cesare Augusto Ottaviano

Da Wikipedia leggiamo che dopo l’uccisione di Giulio Cesare, come erede principale di Cesare, Ottaviano aveva diritto a tre quarti delle sue ricchezze. Informato dell’uccisione del prozio, decise di tornare a Roma per reclamare i suoi diritti di figlio adottivo. Assieme a lui erano stati nominati eredi Lucio Pinario e Quinto Pedio, a cui spettava il restante quarto del patrimonio di Cesare; solo Ottaviano, però, poté prendere, in quanto unico figlio adottivo, il nome del defunto, divenendo così Gaio Giulio Cesare Ottaviano. Cesare lasciava, inoltre, agli abitanti di Roma trecento sesterzi ciascuno, oltre ai suoi giardini lungo le rive del Tevere (Horti Caesaris). Svetonio sintetizzò il periodo che seguì delle guerre civili. Sbarcato a Brindisi, dove ricevette il benvenuto dalle legioni di Cesare lì acquartierate in attesa della spedizione in Oriente, Ottaviano si impossessò dei circa 700 milioni di sesterzi di denaro pubblico destinati alla guerra contro i Parti, che utilizzò per acquisire ulteriore favore tra i soldati e tra i veterani di Cesare stanziati in Campania. (Anno 44 a.C.). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 115, nella Tav. XXVI del suo “Notize storiche su Policastro Bussentino”. Il Cataldo, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: “Sotto Augusto Buxentum fu compresa nella III^ Regione Italica (Lucania e Brutium) l’anno 42 a. C…Fra le maggiori località costiere di origine greca, come ecc.., nonchè Blanda Julia (Maratea) e Velia e Vibo ad Siccam (Vibone Lucana), Pixunte non doveva essere inferiore, perchè, pur non essendo un centro di grande entità, era, più che oggi, soggiorno turistico specialmente per gli uomini illustri come Cicerone, Orazio, ecc…Dell’antica Buxentum restano tracce di mura romane, costruite su quelle greche ecc…e tre lapidi, etc…”.

Buxentum in età imperiale

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: La città di Bussento tuttavia si svilupperà a poco a poco, nel II e nel I sec. a.C., raggiungendo una certa floridezza nella prima età imperiale”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 331, parlando di Policastro Bussentino scriveva che: “Dopo la riforma di Diocleziano, anche il territorio di Bussento venne attribuito al Bruzio (12). La città poi riprese nuova vita in età bizantina, quando nel suo seno sicuro venivano convogliate, come un tempo, tutte le merci dell’interno, persino da Amantea (13), donde partivano anche per l’Oriente e i porti africani. La tradizione informa dell’elevazione della città a diocesi per fondazione, come quelle di Velia e di Vibone, da parte dell’apostolo Paolo ecc…”. L’Ebner, a p. 331, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Liber coloniarum, Lachmann, p. 262, 9 sg., p. 209, 14, sg.”. L’Ebner a p. 331, nella sua nota (13) postillava che: “(13) P. Natella e P. Peduto, Pixous-Policastro, “Universo”, 3, 1973 (per altre notizie e per l’importante bibliografia), p. 483 sgg. Cfr. pure Magaldi. A proposito di Blanda (alture di Tortora o Scalea ?) cfr. Omero (Od., XII, 69) che parla delle “Plankai Petrai” (le isole di Cirella e di Dino), da cui Blanda (Livio, XXIV, 20: Blandae), “Blanda Julia” (CIL, X, 128).”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p….., in proposito scriveva che: “I disordini cessarono quando, nell’87 a.C., il dittatore L. Cornelio Silla concesse la cittadinanza romana alla Lucania e ad altre regioni. Dopo anni di lotte civili (90-88 a.C.) Policastro ringiovanì e cambiò il nome greco di Pixunte con quello latino di Bussento. Con Silla, Bussento fu incorporata alla Repubblica romana, fu legata a questa da rapporti di sudditanza ed eretta a Municipio: in tal modo potè godere, di autonomia amministrativa, eleggendo i capi locali, (diumviri), aveva diritti civili e lo ius connubii, ma non era esentata dalle tasse e dal servizio militare.”.

Nel 2 d.C., Livia, poi Giulia maggiore, fu fatta arrestare dal padre Augusto ed esiliata

Chi era “Giulia maggiore” o “IVLIA” che ritroviamo nell’altra epigrafe di cui parleremo innanzi ?. Leggendo Wikipedia vediamo che si tratta di Giulia maggiore figlia di Augusto. La madre di Augusto, Azia maggiore era più precisamente la figlia della sorella di Cesare, Giulia minore, e di Marco Azio Balbo; Ottaviano, pertanto, era pronipote di Cesare. Da Wikipedia leggiamo che Giulia maggiore (nota ai contemporanei come Iulia Caesaris filia o Iulia Augusti filia; ottobre 39 a.C. – 14) era una nobildonna romana, figlia dell’imperatore Augusto, l’unica naturale, e della sua seconda moglie Scribonia. Dopo la morte di Agrippa, Augusto fece sposare Giulia e Tiberio, allo scopo di legittimare la successione del figliastro. Per sposare Giulia (11 a.C.), Tiberio dovette divorziare da Vipsania Agrippina, la figlia di primo letto di Agrippa che egli amava profondamente e da cui aspettava un secondo figlio, (dopo Druso minore). Si dice che lo perse per via dello shock dovuto a questo improvviso cambiamento. Il matrimonio con Tiberio non ebbe un corso positivo. Perseguendo gli interessi politici della famiglia, Tiberio nel 12 a.C. era stato costretto da Augusto a divorziare dalla prima moglie, Vipsania Agrippina, figlia di Marco Vipsanio Agrippa, che aveva sposato nel 16 a.C. e da cui aveva avuto un figlio, Druso minore. L’anno successivo sposò dunque Giulia maggiore, figlia dello stesso Augusto e quindi sua sorellastra, vedova di Agrippa. Tiberio era sinceramente innamorato della prima moglie Vipsania e se ne allontanò con grande rammarico; il sodalizio con Giulia, vissuto dapprima con concordia e amore, si guastò ben presto, dopo la morte del figlio ancora infante che era nato loro ad Aquileia. Giulia maggiore era figlia di Augusto e sorellastra di Tiberio che la sposò nel 17 a.C. Nel 2 a.C., Giulia, madre di due eredi di Augusto (Lucio e Gaio) e moglie del terzo (Tiberio), venne arrestata per adulterio e tradimento. Augusto le fece recapitare una lettera a nome di Tiberio in cui il loro matrimonio veniva dichiarato nullo. L’imperatore stesso affermò in pubblico che Giulia era colpevole di aver complottato contro la vita di suo padre. Molti dei complici di Giulia vennero esiliati, tra cui Sempronio Gracco, mentre Iullo Antonio, figlio di Marco Antonio e Fulvia, fu obbligato a suicidarsi. Anche la liberta Febe, che aveva aiutato Giulia nella congiura, si suicidò. Augusto mostrò di essere a conoscenza da tempo delle manovre dei congiurati, che si incontravano al Foro Romano, come pure della relazione amorosa tra Iullo e Giulia, forse l’unica vera tra tutte quelle attribuite alla figlia dell’imperatore. Augusto tentennò sull’opportunità di mandare a morte la propria figlia, decidendo poi per l’esilio. Giulia fu confinata sull’isola di Pandateria (moderna Ventotene), dove venne accompagnata dalla madre Scribonia. Le condizioni di vita erano disagevoli: sull’isola, di meno di due chilometri quadrati, non erano ammessi uomini, mentre eventuali visitatori dovevano essere prima autorizzati da Augusto, dopo che l’imperatore fosse stato informato della loro statura, carnagione, segni particolari o cicatrici; inoltre, non era concesso a Giulia di bere vino né alcuna forma di lusso. L’esilio di Giulia causò ad Augusto sia rimorso che vergogna e rancore, per il resto della sua vita. Cinque anni dopo le fu permesso di tornare sulla terraferma in condizioni migliori, a Reggio Calabria, dove secondo la leggenda sarebbe stata ospitata nella Torre di Giulia. Augusto non accolse nessuna intercessione che potesse richiamarla presso di sé e quando il popolo romano gli implorò la grazia con insistenza, egli gli augurò di avere tali figlie e tali spose. Decretò che le ceneri della figlia non venissero inumate nel mausoleo di famiglia. Il Cataldo, riguardo l’esilio forzato di Giulia citava Svetonio (in Vita Tiberii, LIII)”. Di Svetonio Tranquillo Gaio, le sue opere sono le Vite dei dodici Cesari in otto libri, sono ben più ampie e sono a noi giunte pressoché complete (manca solo una breve parte iniziale). Comprendono, in ordine cronologico, i ritratti di dodici Imperatori romani, tra cui lo stesso Cesare, a cui seguono Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone, Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano, Tito, Domiziano. Secondo Wikipedia Svetonio ne ha parlato nella sua opera “Augustus”, 65 e in “Tiberius”, 7. Sempre secondo Wikipedia hanno parlato di Giulia Velleio Patercolo, II, 10; Cassio Dione in “Storia romana”, LIV, 35.4; Tacito in “Annali”, I, 53.

Nel 16 d.C., GIULIA MAGGIORE e SEMPRONIO GRACCO e la Villa Imperiale di Sapri

Molti dei complici di Giulia vennero esiliati, tra cui Sempronio Gracco. Vedremo come Sempronio Gracco, secondo Tacito e Svetonio risulterà amante di Giulia Maggiore ed esiliato insieme ad ella per opera del padre di lei, Augusto. Più tardi, dopo la morte di Augusto, Tiberio, divenuto Imperatore farà uccidere Sempronio Gracco. Non dimentichiamoci che i Sempronii ed i Gracchi ebbero diversi incarichi di rilievo per la nostra zona del basso Cilento ed è per questi motivi che forse la favolosa villa Imperiale dove sarà esiliata Giulia Maggiore, figlia di Augusto, potrebbe essere quella della località S. Croce a Sapri. Infatti, da  Wikipedia, alla voce “Gens Sempronia” leggiamo che ai  Semproni Gracchi, …….Questo ramo apparentemente era ancora attivo intorno al 2 a.C., quando Giulia, la figlia di Augusto, fu esiliata con il suo amante Tiberio Sempronio Gracco. I figli di quest’ultimo morirono piccoli. Nel 2 a.C., Giulia, madre di due eredi di Augusto (Lucio e Gaio) e moglie del terzo (Tiberio), venne arrestata per adulterio e tradimento. Quando Tiberio, suo sposo e fratellastro si recò a Rodi, nel 6 a.C., i due avevano già divorziato. Augusto le fece recapitare una lettera a nome di Tiberio in cui il loro matrimonio veniva dichiarato nullo. L’imperatore stesso affermò in pubblico che Giulia era colpevole di aver complottato contro la vita di suo padre. Molti dei complici di Giulia vennero esiliati, tra cui Sempronio Gracco, mentre Iullo Antonio, figlio di Marco Antonio e Fulvia, fu obbligato a suicidarsi. Anche la liberta Febe, che aveva aiutato Giulia nella congiura, si suicidò. Augusto mostrò di essere a conoscenza da tempo delle manovre dei congiurati, che si incontravano al Foro Romano, come pure della relazione amorosa tra Iullo e Giulia, forse l’unica vera tra tutte quelle attribuite alla figlia dell’imperatore. Nel corso degli anni, le cose peggiorarono. Giulia cominciò a frequentare, tra gli altri, Iullo Antonio, anche lui figlio di Marco Antonio. Fu un’unione scandalosa e pericolosa. Non solo: i due, intorno al 2 a.C., organizzarono una congiura proprio contro il padre di lei, Ottaviano. Vi partecipò Sempronio Gracco (amante onnipresente nella vita di Giulia) e la serva Febe. Augusto scoprì tutto, fece saltare la congiura, costrinse Iullo e Febe al suicidio, spedì Sempronio lontano da Roma e inviò Giulia, la sua figlia prediletta, in esilio a Pandataria (attuale isola di Ventotene). Con l’accusa di “adulterio” e “tradimento”. Per lui fu un grande dolore: “Vorrei essere morto senza figli”, dirà citando l’Iliade. Iullo Antonio, accusato di essere amante di Giulia maggiore (figlia di Augusto) e di avere ordito un complotto contro l’imperatore stesso, fu condannato a morte. Per sfuggire all’infamante condanna si suicidò nel 2 a.C. Sempre da Wikipedia leggiamo che il carattere di Tiberio, particolarmente riservato, si contrapponeva inoltre a quello licenzioso di Giulia, circondata da numerosi amanti. Il figlio che ebbero morì durante l’infanzia; alla scarsa opinione che il marito aveva del carattere della moglie, Giulia rispondeva considerando Tiberio non alla sua altezza, lamentandosi di questo fatto persino attraverso una lettera, scritta da Sempronio Gracco, destinata all’imperatore. Secondo Svetonio (…), Giulia maggiore, moglie di Tiberio, dopo l’arresto fu confinata sull’isola di Ventotene e poi in seguito, secondo la leggenda sarebbe stata ospitata a Reggio Calabria. Ma sappiamo dalle fonti e dallo stesso Svetonio che quando Tiberio divenne imperatore nel 14, tolse a Giulia le sue rendite, ordinando che fosse confinata in una sola stanza e le venisse tolta ogni compagnia umana. Giulia morì poco dopo. La morte potrebbe essere stata causata dalla malnutrizione, se Tiberio la volle morta come ritorsione per aver disonorato il loro matrimonio; è anche possibile che Giulia si sia lasciata morire dopo aver saputo dell’assassinio del suo ultimo figlio, Agrippa Postumo. Quando Tiberio divenne imperatore nel 14, tolse a Giulia le sue rendite, ordinando che fosse confinata in una sola stanza e le venisse tolta ogni compagnia umana. Giulia morì poco dopo. La morte potrebbe essere stata causata dalla malnutrizione, se Tiberio la volle morta come ritorsione per aver disonorato il loro matrimonio (17); è anche possibile che Giulia si sia lasciata morire dopo aver saputo dell’assassinio del suo ultimo figlio, Agrippa Postumo. In Wikipedia, alla nota (17) si postillava che: “(17) Il suo preteso amante, Sempronio Gracco, veniva ucciso contemporaneamente per ordine di Tiberio o per volere del proconsole d’Africa, dopo quattordici anni di esilio sull’isola di ‘Cercina’ (Kerkenna)”. L’Isola di Kerkenna è un’isola vicina a Sfax Le isole Kerkenna, talvolta Kerkennah, (in arabo: جزر قرقنة‎, Juzur Qarqana; in italiano Cercara o Cercina) sono un arcipelago situato al largo di Sfax, sulla costa orientale della Tunisia, nel Golfo di Gabès. L’arcipelago dista 17,9 km da Sfax e 120 km dall’isola italiana di Lampedusa. Sulla figura di Livia e del suo probabile amante, empronio Gracco, fatto uccidere da Tiberio nel 16 d.C. Sulla figura di Sempronio Gracco, appartenente alla gens Sempronia e forse proprietario della monumentale villa romana a S. Croce di Sapri ha scritto Lorenzo Braccesi (….), nel suo “Giulia, la figlia di Augusto”.  Sulla figura di Sempronio Gracco ne parla Tacito e sappiamo alcune notizie. Dunque, la mia ipotesi che Giulia fosse stata confinata a Sapri nella bella villa in località S. Croce non potrebbe essere tanto campata in aria visto che l’epigrafe funebre a lei dedicata esiste e si trova non molto distante da Sapri. Tuttavia la notizia andrebbe a mio parere ulteriormente indagata. Secondo quanto scrivevano Tacito e Svetonio, la villa (Imperiale) che accolse l’esilio forzato della bella moglie di Tiberio potrebbe essere quella di Sapri essendo questa l’unica più vicina a Policastro, dove si trova la sua epigrafe funeraria e l’unica esistente su tutto il litorale fino a Velia. L’ipotesi è plausibile ?. Certo è che la notizia e l’ipotesi stessa dovrebbe essere ulteriormente e meglio indagata dagli addetti ai lavori chepare abbiano dimenticato le due epigrafi ancora visibili sul campanile della cattedrale di Policastro. Già il Ramage si chiese come mai si trovassero a Policastro quelle epigrafi che ci parlano di una famiglia imperiale, la quale a suo avviso, essi dovevano possedere una villa di una certa importanza. Non vi sono ville d’epoca romana a Policastro e che io sappia non ne sono mai state trovate. Forse è per questo motivo che l’Antonini poneva Bussento lì dove doveva trovarsi l’antica città della Molpa. Antonini però è il primo che ci parla di una villa romana Imperiale a Vibone lucana, che tuttavia non pone dove oggi si trova l’odierno Vibonati. Sono ancora tanti i dubbi e le incertezze storiche di questo territorio e non credo che certe notizie vadano liquidate alla stregua del Racioppi che criticò fortemente l’Antonini. L’Antonini scrive che il campanile fu costruito con materiale di risulta proveniente da altri ruderi o monumenti dell’antichità. Infatti, il campanile è di epoca posteriore a quello delle Iscrizioni citate dall’Antonini, solo una risulta anteriore. E’ quindi da non ecludere l’ipotesi che l’epigrafe di Giulia (“IVLIAE”), provenga da una villa d’epoca romana posta nella zona. Credo che oltre ogni ragionevole dubbio si possa propendere per l’ipotesi che si trattasse proprio della villa d’epoca Romana a Santa Croce a Sapri. Come scriveva il Tancredi, la figlia di Augusto e moglie di Tiberio, Giulia maggiore, di cui a Policastro Bussentino, l’antica Buxentum (Bussento) possiamo leggerne l’epitaffio della sua morte su una lapide scolpita nel marmo posta sul campanile bizantino della cattedrale, fu confinata dal padre Cesare Augusto in una villa di cui a Policastro non si trovano i resti. E’ molto probabile però che la sua villa, in cui ella dovette morire, fosse la villa romana di cui ancora oggi possiamo ammirarne le vestigia in località S. Croce a Sapri. Il fatto che l’epigrafe marmorea si trovasse a Policastro significa poco perchè essa poteva provenire da altro luogo essendo materiale di risulta reimpiegato sulla torre campanaria della Cattedrale. L’epigrafe lapidea di Giulia, moglie di Tiberio, poteva essere scolpita e posta solo dopo la sua morte nel municipio di Buxentum.

Nel 66 d.C. (I sec. d.C.), S. Paolo fonda le prime diocesi, tra cui quella di ‘VIBONA’

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie circa una sede Episcopale a Vibona. Come ho detto, le vicende della fondazione di una diocesi a Vibona (forse “Vibone Lucana”), sono legate al viaggio di San Paolo, che fondò anche altre diocesi: Velia, Bussento e Blanda. Le notizie intorno ad una diocesi di Vibona, si possono legare a quelle di Bussento e di Blanda. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nel 1838, nella sua ‘Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica synopsis’,  a p. 7 (si veda la versione della ‘Synopsi’, curata dal Visconti), scriveva che: “…ibique sede fixa partibus suis suis Lino et Cleto domandatis, varias inde Apostolorum principes peragrarunt regiones (13); quas inter nostram Lucaniam, in Magna Graecia. Fundavere enim Petrus Neapolitanam, Beneventuanam, Puteolanam, aliasque, Paulus vero, inter coeteras, Vibonensem, Velinam, et sic ipsis finitimam, Buxentinam, Ecclesias.”. Il Laudisio a p. 7, nella sua nota (13), postillava che “(13) Epigh., Haer. 27.” e, nella sua nota (14, la nota (f), citata dal Tancredi), postillava che: “(14) Gagl., Inst. Can., lib. 1, tit. 18, p. 238.”. Il Laudisio (…), sulla scorta del Gagliardi (…) e tradotto dal Visconti, rifrendosi ai due apostoli S. Piero e S. Paolo, scriveva che: “Fissata la loro sede a Roma, i due principi degli apostoli, dopo aver pregato Lino e Cleto di fare le loro veci, incominciarono a percorrere diverse regioni, e fra queste anche la nostra Lucania in Magna Grecia. Pietro, infatti, fondò le chiese di Napoli, di Benevento, di Pozzuoli ed anche altre; Paolo, invece fondò, fra le altre, le chiese di Vibo Valentia e di Velia, è così pure quella di Bussento, che è confinante con esse.”. Dunque, secondo il Laudisio (…), San Paolo (insieme a San Pietro), dopo aver affidato a Lino e Cleto, le loro veci in loro assenza e, prima di essere fatti decapitare dall’Imperatore romano Nerone, nell’anno 66 d.C.,  si allontanarono da Roma e iniziarono la loro opera di evangelizzazione in diverse regioni d’Italia, tra cui anche la nostra Lucania, dove si dice che San Paolo fondò le Diocesi di Velia, Bussento e Vibona. A lungo gli storici hanno dibattuto sulla ‘Vibonem’ episcopio fondata da S. Paolo apostolo, al rientro da un viaggio a Nicopoli, nel lontano Oriente. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), che nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a pp. 73-74, scriveva in proposito che: “Per dare un quadro completo delle notizie su Vibona, dobbiamo ancora riferire una voce che ci lascia un pò perplessi. Vibona sarebbe stata sede di Diocesi. Lo riferisce Carlo Gagliardo, il quale afferma che il fondatore della diocesi sia stato l’apostolo S. Paolo in persona (7). Su questa circostanza esiste un documento che non si dovrebbe ignorare, perchè ognuno di noi l’ha a portata di mano: negli Atti degli Apostoli (8) S. Paolo stesso descrive con parole inequivocabili il suo viaggio ed è fuor di dubbio che egli sbarcato a Pozzuoli soltanto e in nessun porto del Golfo. In più sappiamo che l’evangelizzazione del Golfo iniziò nel III secolo e che nel 501 c’era un vescovo a Buxentum, Rustico (9), proprio alle porte di Vibona. Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Un vescovado a Vibona poteva esistere soltanto dal VII al X secolo, però noi non conosciamo documenti sul fatto.”. Il Tancredi, a p. 73, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Gagliardo Carlo, Institutiones Juris Canonici, Napoli, 1848, T. I, tit. 18; cfr. Laudisio, op. cit.,  p. 20, nota (f).”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Atti degli Apostoli, cap. XXVII, 11-15.”.  Il Tancredi (…), scriveva che: “Per dare un quadro completo delle notizie su Vibona, dobbiamo ancora riferire una voce che ci lascia un pò perplessi. Vibona sarebbe stata sede di Diocesi. Lo riferisce Carlo Gagliardo, il quale afferma che il fondatore della diocesi sia stato l’apostolo S. Paolo in persona (7).”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a pp. 15-16, parlando della Diocesi di Policastro Bussentino e a poposito della notizia della sede episcopale a Vibona, riferisce e parla delle stesse notizie citate dal Tancredi (…), circa una Diocesi di Vibone, fondata dall’Apostolo S. Paolo e, scriveva che: “S. Paolo, tornato da Napoli nel 66 d.C., fondò, tra le varie chiese o diocesi, VIBONE (Vibo Valentia o Monteleone del Bruzio), VELIA (Velia-Scavi) e BUSSENTO (Policastro Bussentino). Dunque la fondazione della chiesa e della sede vescovile di Bussento risale al 66 per opera di S. Paolo, al ritorno da Nicopoli, dopo l’ultimo viaggio in Oriente, l’anno prima della sua morte. Detta notizia, conservata nell’opera classica di Carlo Gagliardi di Bella (PZ)(1710-1778), Vescovo di Muro Lucano: Institutionum Juris Canonici (lib. I, tit. 18, Noap. 1848), è citata nella ‘Synopsis di Monsignor Nicola Laudisio.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, che indicherà il giusto riferimento bibliografico del Gagliardo (…): “Ad signum ancorae, 1848, Tomo I, tit. XVIII: De Episcopis, n. IV, pag. 177-178”, dove troviamo scritto che: I Santi Pietro e Paolo approdarono ambedue distintamente due volte in Italia (Atti degli Apostoli, XXVIII: 11-14); essi stessi furono soliti penetrare in moltissime province specialmente in questo Regno di Napoli (S. Epifanio: Haereses, 27 tramanda: ….Parimenti da S. Paolo, nella Puglia Peucezia, che si chiama anche Calabria, che si estende da Brindisi fino a Taranto, si dice che fu annunziata la fede evangelica e che ivi stesso furono ordinati molti vescovi: particolarmente S. Stefano Niceno a Reggio Calabria, il B. Sveda a Locri, altri a Gerace, e i manenti dei quali non si sa il nome, a Taurianova, a Metauro, a Medana, a Vibona (“Vibonae”) e a Velia (‘Veliae’)”. Il Cataldo, aggiunge (Cfr. P. Fiore: Della Calabria illustrata, e Bartolomeo Chioccarelli, de Episcopis et Archiepiscopis Neapolitanis).”. Il Tancredi, a p. 73, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Gagliardo Carlo, Institutiones Juris Canonici, Napoli, 1848, T. I, tit. 18; cfr. Laudisio, op. cit.,  p. 20, nota (f).”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Atti degli Apostoli, cap. XXVII, 11-15.”.  Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 di Pyxous.”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous.”. Il Tancredi (…), nella sua nota (33) a p. 18, postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sede episcopale, ecc.., p. 376.”. Anche il Cataldo (…), citava le notizie tratte da Carlo Gagliardo (…) e, riportate per la prima volta dal Laudisio (…). Tuttavia, sebbene il Cataldo, riportasse la notizia di S. Paolo, riferita dal Laudisio (…), non parlava di una “Vibone Lucana”, che il Tancredi credeva doversi riferire a Vibonati, ma parlava di una Vibo Valentia. Dunque, sulla base di ciò che riportava il Laudisio (…), anzi ciò che scriveva il Gagliardo (vedi le note (14)), ci chiediamo se il documento trascritto dal Gagliardo (…), si possa riferire ad una Vibo Valentia, anzicchè a Vibonati, essendo una sede episcopale prossima alle altre due Velia e Bussento. Sulla fondazione delle Diocesi di Velia, Bussento e di ‘Vibonem’ ha scritto Mons. Carlo Gagliardo (…), Vescovo di Muro Lucano che, nel 1848, nel suo ‘Institutiones Juris Canonici’, nel suo Tomo I, tit. 18, da p. 173 e s., nel Tit. XVIII,“De Episcopis (7)”, a p. 178, scriveva in proposito che: “Episcopi permultis in urbibus ordinando. Medanae, Vibonae, Veliae. A divo Marco Evangelista Aulalium in Ecclesia S. Marci, ecc…” e, veniva citato dal Laudisio (…), a p. 7 (v. Visconti), della sua nota (f)(si veda nota (49) della versione curata dal Visconti). Secondo la traduzione del Visconti (..), nella versione curata della ‘Synopsi’ del Laudisio, , il Gagliardo scriveva che: Paolo, invece fondò, fra le altre, le chiese di Vibo Valentia e di Velia, è così pure quella di Bussento, che è confinante con esse.”. Il Laudisio, il Cataldo ed il Tancredi citavano Carlo Gagliardi (….). Il Tancredi, a p. 73, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Gagliardo Carlo, Institutiones Juris Canonici, Napoli, 1848, T. I, tit. 18; cfr. Laudisio, op. cit.,  p. 20, nota (f).”. Il Laudisio (….), nella sua ‘Sinopsi’ a p. 7, nella sua nota (14), vedi versione a cura del Visconti, nella sua nota ((14), la nota (f), citata dal Tancredi), postillava che: “(14) Gagl., Inst. Can., lib. 1, tit. 18, (Caroli Gagliardi, Institutionum Iuris Canonici Communis et Neapolitani libri, Neapoli, 1766, lib. I, p. 238: “Divi Petrus et Paulus bis in Italiam uterque seiunctim appulere plurimasque huius potissimum regni Neapolitani provincias peragrare ipsi consueverunt, episcopos permultis in urbibus ordinando”).”, la cui traduzione è “S. Pietro e Paolo giunsero in Italia due volte, uno dopo l’altro, ed essi stessi erano soliti percorrere molte province, specialmente di questo regno di Napoli, ordinando vescovi in ​​moltissime città ecc..”. Secondo la tradizione dunque, S. Pietro e S. Paolo ordinarono Vescovi in diverse città della Campania e Lucania. Il Tancredi, circa la notizia di una sede episcopale a Vibona, oltre a citare il Laudisio (…), citava Carlo Gagliardo (…), che nel 1848, nel suo ‘Institutiones Juris Canonici, Napoli’, nel suo Tomo I, tit. 18, da p. 173 e s., nel Tit. XVIII, “Tit. XVIII. De Episcopis (7)”, a p. 178, riferendosi a S. Paolo scriveva in proposito che: “A Divo item Paulo in Peucetia, quae modo Calabria vocitatur, a Brundusio usque ad Tarentum patens, Fidem evangelii annunciatam, et Episcopos inibi plures ordinatus ferunt: et praecique S. Stephanum Nicaenum Rhegii, B. Svedam Locride, alios Hieracii, cetero ignotos Taurinae, Metauri, Medanae, Vobonae, Veliae. A divo Marco Evangelista Aulalium in Ecclesia S. Marci, alias Argentani, et Amasianum Tarenti (4).”, ovvero che: “Anche da San Paolo in Peucezia, che ora si chiama Calabria, estendendosi da Brundusium a Taranto, fu annunziata la fede del vangelo, e si dice che in essa furono ordinati diversi vescovi: Metauro, Medana, Vobona, Velia. Da San Marco Evangelista, Sala dei Santi nella Chiesa di San Marco, alias Argentino e Amasiano di Taranto. (4).”.

Gagliardo, p. 178

(Fig….) Gagliardo Carlo, Institutionum Iuris Canonici Communis et Neapolitani libri, Neapoli, 1766, lib. I, p. 178 (Archivio Attanasio)

Il Gagliardo citava Vibona e Velia fra le diocesi esistenti. Carlo Gagliardo (….), sulla scorta di S. Epifanio, scriveva di Vibone e di Velia, ovvero le due diocesi create da S. Paolo. Il Gagliardo (…), a p. 178, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Videndi ad id Ughellius in Italia sacra, P. Io: Fiore Capuccinus tom. 2 della Calabria illustrata, Auberius Miraeus in ‘notitie episcopat. Orbis Christiani, Philipp. Ferrarius in cathalogo Sanctorum Italiae, Petr. de Natalibus in cathalogo, B. Chioccarell. de Episcop. et Archiep. Neap.”. Dunque, il Gagliardo, nella sua nota, postillava i suoi riferimenti bibliografici e cita l’“Italia Sacra” dell’Ughelli, il tomo II della “Della Calabria Illustrata” del Fiore (…), Filippo Ferrario (…) e, il Bartolomeo Chioccarelli (…). Carlo Gagliardo a p. 178, nella sua nota (4) postillava di Ughelli, di Fiore (….), Filippo Ferrarius in “Cathalogo Sanctorum Italiae” e del Cioccarelli: “De Episcop. et Archiep. Neapol.”. Si riferiva all’opera di Cioccarelli. Il Gagliardo (…), citava Vibona e Velia fra le diocesi fondate dall’Apostolo San Paolo di Tarso. Il Gagliardo (…), scriveva che S. Paolo, ordinò Vescovi in diverse città, anche della nostra antica Lucania: a Velia, Bussento e a Vibone (diceva Laudisio: confinante con le altre due di Bussento e Velia). Dunque, il Gagliardo (…), fra le città esistenti nei Bruzi (Calabria), che all’epoca era una parte della Lucania romana, citava ‘Vibona’ e ‘Velia’. Il Gagliardo (….) scriveva che S. Paolo, nel suo viaggio di ritorno da “Nicopoli” si fermò sulle nostre coste ed ordinò vescovi anche nella città della Calabria di “Vibonae” e “Veliae”, città poste molto vicine subito dopo la città di “Medanae”. Dunque doveva trattarsi non della città di Vibo Valentia. Come vedremo, Gagliardo, non parla di ‘Vibo Valentia’ ma, cita un documento tratto da S. Epifanio (…), che cita un Vibonae”. Riguardo il Carlo Gagliardo di Bella (….), il Laudisio (…), nel 1838, nella sua ‘Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica synopsis’, a p. 7, nella sua nota (13), postillava che “(13) Epigh., Haer. 27.”. Dunque, il Laudisio citava S. Epifanio (…) e la sua opera “Haer., 27”. Di cosa si tratta ?. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, che indicherà il giusto riferimento bibliografico del Gagliardo (…): “Ad signum ancorae, 1848, Tomo I, tit. XVIII: De Episcopis, n. IV, pag. 177-178”, dove troviamo scritto che: I Santi Pietro e Paolo approdarono ambedue distintamente due volte in Italia (Atti degli Apostoli, XXVIII: 11-14); essi stessi furono soliti penetrare in moltissime province specialmente in questo Regno di Napoli (S. Epifanio: Haereses, 27 tramanda:….ecc…”. Dunque, il sacerdote Cataldo (…), scriveva che il Gagliardo traeva queste notizie da un passo di S. Epifanio: “(S. Epifanio: Haereses, 27)”. Il Cataldo scriveva che S. Epifanio: “tramanda: ….Parimenti da S. Paolo, nella Puglia Peucezia, che si chiama anche Calabria, che si estende da Brindisi fino a Taranto, si dice che fu annunziata la fede evangelica e che ivi stesso furono ordinati molti vescovi: particolarmente S. Stefano Niceno a Reggio Calabria, il B. Sveda a Locri, altri a Gerace, e i manenti dei quali non si sa il nome, a Taurianova, a Metauro, a Medana, a Vibona (“Vibonae”) e a Velia (‘Veliae’)”. Dunque, il Cataldo aggiunge in più a ciò che aveva postillato il Laudisio che il Gagliardo traeva alcune notizie su S. Paolo dal testo di S. Epifanio e che S. Epifanio (…), nella sua opera “Haereses”, al n. 27 tramandava che S. Paolo giunto in “Peucezia”, che si chiamava anche Calabria, continuò la sua opera di evangelizzazione delle genti e ordinò diversi Vescovi, tra cui quelli a Taurianova, a Metauro, a Medana, a Vibona (“Vibonae”) e a Velia (‘Veliae’). A quale opera di S. Epifanio si riferivano il Curzio (…), il Laudisio (….) e gli storici locali come il Tancredi ed il Cataldo ?. Essi si riferivano all’opera chiamata “Haereses”. L’opera in questione è attribuita a Sant’Epifanio Vescovo di Salamina e di Cipro. Epifanio di Salamina, o anche Epifanio di Costanza di Cipro (Eleuteropoli, 315 circa – 403), è stato un vescovo e scrittore greco antico venerato dalle Chiese cattolica, ortodossa e ortodossi orientali come santo e Padre della chiesa. Di grande importanza è Ancoratus, ovvero l’uomo ben ancorato, tradotto in italiano con L’ancora della fede, un buono e solido catechismo dell’epoca, scritto nel 374. Subito dopo (374-377) scrisse la sua opera più nota, il Panarion (tradotto in latino con il titolo: Adversus omnes haereses), dove sono considerate e combattute circa 80 eresie diverse. Il titolo Panarion indica la cassetta di pronto soccorso con le medicine contro il veleno dei serpenti. Fu un enorme compendio delle eresie diffuse al suo tempo, ricco di citazioni di opere pervenute in frammenti e altrimenti andate perdute. Era fortemente contrario all’uso delle immagini sacre nella Chiesa. Nei primi capitoli, fornisce accesso ai lavori contro le eresie, del martire Giustino, del greco Ireneo Contro le eresie, e il Syntagma di Ippolito. Il Panarion è stato tradotto in inglese per la prima volta tra il 1987 e il 1990. In totale, elenca e confuta 80 diverse eresie, molte delle quali nominate soltanto nella sua opera. È una importante risorsa di informazioni sulla Chiesa del IV secolo, e sul cosiddetto Vangelo degli Ebrei, che circolava tra gli Ebioniti e Nazareni, e fra i seguaci di Cerinto. Il Panarion è un trattato fondamentale per conoscere la Storia della Chiesa e delle prime comunità cristiane. Panarion adversus omnes haereses è il capolavoro di Epifanio di Salamina (310/20-403) scritto contro tutte le eresie dell’epoca. L’Autore si propone di confutare le eresie che attecchivano allora all’interno delle comunità cristiane e ne considera e combatte nel testo circa 80 eresie diverse. Ad ogni eresia associa l’immagine di un serpente velenoso per il quale suggerisce un siero, da cui il titolo dell’opera “Panarion” ovvero “cassetta dei medicinali” da utilizzare nella lotta “contro il veleno dell’errore”. Anche se è stato molto discusso dai posteri per la faziosità che talora l’attraversa, è un trattato prezioso per la quantità di notizie e documenti che riporta.

Nel ’41 e nel ’68 d.C. (I sec. d.C.), San Paolo ordinava Vescovo Bacchilo che visiterà le diocesi di Bussento e Blanda

Oltre al Gagliardo (…), citato dal Laudisio e dal Tancredi, un’altra notizia simile che riguarda l’apostolo San Paolo che, fonderà la Diocesi di Bussento, la conosciamo da Nicola Curzio (…) che, nel suo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, edito nel 1910, parlando dell’antica città di Blanda, ci ricorda che essa fu visitata da Bacchilo (…), primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo la tradizione, la diocesi sarebbe stata eretta da san Paolo di Tarso che ordinò il primo vescovo della diocesi di Messina, san Bacchilo. Secondo il Curzio (…), il vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse ‘Buxentum’ e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, scriveva in proposito che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estrattodal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Pubblicato nel 1910, scriveva che il luogo di Vibone ad Sicam’, fu visitato da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio (…), il Vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse ‘Buxentum’ e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, scriveva che: Sempre dal Curzio, si apprende che dell’esistenza di Bussento (Ecco là Bussento come primeggia sul Golfo. Che ridente posizione! (Cap. III, p. 10), la quale, con i ridenti centri marittimi della Magna Grecia, forma “una ghirlanda di gemme, la cui greca bellezza è ammirata nel mondo intero!…” (p. 11), offrendo ai naviganti una incantevole veduta (131). Questa cittadina fu visitata da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina (mandatovi da S. Paolo nell’anno 41 ed ivi vissuto fino al 68), assieme alle altre comunità costiere. Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello su un cavallo grigio, raggiunse Bussento, dove parlò in nome dell’Apostolo Paolo, esercitando sugli animi un fascino indicibile ed inebriandoli delle divine bellezze della fede cristiana (p. 29 e p. 30). Da Bussento il venerando presule passò a visitare le comunità vicine di Vibone ad Sicam (132)…. Il Curzio, nel cennato racconto del I secolo dell’era Cristiana (Melania di Blanda), parla spesso di Blanda, accennando alla comunità cristiana guidata dal Presbiterio Tileno e visitata da Bacchilo, Arcivescovo di Messina, mandatovi da S. Paolo qualche anno dopo la fondazione, nel 68: “Il dì seguente a notte inoltrata giunse a Blanda il venerando Bacchilo. La notizia del suo arrivo si sparse in breve per tutta la città, appena che l’alba ebbe nella dimane fugata le tenebre della notte, tano che in poco d’ora s’erano già radunati nell’atrio della casa di Tileno i pochi fedeli di Blanda. Il vescovo incomincia la sua evangelica allocuzione,…, in nome dell’Apostolo Paolo, ecc…, il venerando vescovo si accinge a partire per Bussento (193)”. Il Cataldo aggiunge che “Altra persona oriunda di Blanda, era Letonia, di cui si è detto parlando di Velia. ”. Il Cataldo (…), nella sua nota (131), postillava che:  “(131) Curzio N., op. cit., pp. 10-11”. Il Cataldo (…), nella sua nota (132), postillava che:  “(132) Curzio N., op. cit., pp. 29-30”. Il Cataldo (…), nella sua nota (193), postillava che:  “(193) Curzio N., op. cit., pp. 30.”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743).”. Discepolo dell’Apostolo San Paolo, Bacchilo fu dallo stesso consacrato vescovo di Messina nel 42 d.C. Secondo la tradizione fu lui ad inviare l’ambasciata alla Vergine Maria, per annunziarle la conversione della Città, a cui la Vergine rispose con una lettera chiusa fra i suoi capelli in cui fra l’altro diceva: “Benediciamo voi e la vostra città” (come si legge sul monumento posto nel mare dello stretto). Rimase a capo della Chiesa messinese per molti anni e morì vecchio nella seconda metà del I secolo. Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “Il Cristianesimo si diffonde molto più tardi che sul Jonio e, verso il 300 d.C. Blanda è sede, o piuttosto, dimora d’un vescovo, ‘Giuliano’ (26). La costruzione di regolari diocesi si forma in Italia Meridionale soltanto un secolo più tardi. Il vescovo Elia (27) partecipa al Concilio di Calcedonia, nel 451: non è Blanda, ma dev’essere di Bleandro, in Asia Minore (28), come osserva argutamente Francesco Russo. In questo periodo la Magna Grecia è già provincia di scarsa importanza. Nel 592 il Papa S. Gregorio Magno deve intervenire per provocare l’elezione di vescovi nelle gloriose città di Velia, Buxentum e Blanda, ormai ridotte a pochi abitanti, alla miseria, ad una scarsa vita spirituale e culturale (29). L’incaricato di Gregorio Magno è il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (26) a p. 82, postillava che: “(26) Russo F., op. cit., vol. III, p. 18”. Il Tancredi, nella sua nota (27) a p. 82, postillava che: ” (27) Ibidem”. Il Tancredi, nella sua nota (28) a p. 82, postillava che: “(28) Mansi Joseph, Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-98, vol. IV, 574.”. Il Tancredi, nella sua nota (29) a p. 82, postillava che: “(29) Migne, op. cit., Ep. XLIII, c. 1. 2° (cfr. nota 34 di Pyxous).”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”. Il sacerdote Nicola Curzio (…) che, nel 1934, nel suo ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, a p. 7, in proposito scriveva che: “Le città più antiche e più vicine al sito di Lauria che avessero coniate monete proprie furono Laino ed Hipponium (o Vibo ad Sicam) sul mare della Lucania occidentale, la quale ultima si ebbe per distintivo sulle monete di argento una prua di nave. Dopo il periodo delle piccole repubbliche della Magna Grecia si eclissò Laino, in seguito a sconvolgimenti politici e tellurici ed emerse Blanda, città ricordata da Livio, la quale fin dai primi secoli dell’Era Cristiana divenne città vescovile.”. Il Golfo di Policastro, un tempo chiamato dai latini ”Sinus Laus”. Infatti, in un blog sulla rete il marateoto Luca Luongo, in proposito scriveva che: Nel 1923 il sacerdote lauriota Nicola Curzio (1877-1942) pubblicò un articolo per una rivista romana di storia e archeologia in cui fece tornare in auge la tesi di Antonini. Facendosi forte di una testimonianza dell’erudito Andrea Lombardi (1785-1849), che negli anni ’20 del XIX secolo individuò e descrisse alcuni reperti – oggi purtroppo scomparsi – nei pressi della punta di Santa Venere, Curzio spostò questa presunta Vibone «nei pressi del Porto di Maratea» poiché il sito «ha di riscontro le isolette riportate da Plinio, mentre Monteleone [oggi Vibo Valentia, n.d.r.] non ha nessuna isola di riscontro».”. Luca Luongo scrive che il Curzio scrisse di Vibo sulla scorta dell’erudito Andrea Lombardi. Sempre il Luongo aggiunge che: “Nel 1954, il sacerdote e rettore del santuario di S. Biagio Domenico Damiano (1891-1969), nella prima edizione del suo lavoro sulla storia di Maratea, si appropriò dell’idea di Curzio (ma senza citarlo). Damiano però spostò più a monte il sito della presunta città. «Che Vibone sia esistita nei pressi della Torre di Santa Venere – scrisse Damiano – sino a salire verso l’attuale [strada] litoranea, ne fa fede il ponte, dove confluiscono i tre torrenti che sboccano a Fiumicello; questo ponte si dice ancora, corrottamente, Ponte di Libona come in dialetto si dice Libonati invece di Vibonati».”.

Tancredi e l’antica sede Episcopale di Vibone

Sulla “Vibone” (lucana), antica sede Episcopale ha scritto anche il Tancredi che faceva interessanti ipotesi. Il Tancredi (…), però, dubitando della notizia, scriveva che bisognava analizzare gli Atti degli Apostoli (…), dove “S. Paolo stesso descrive con parole inequivocabili il suo viaggio ed è fuor di dubbio che egli sbarcato a Pozzuoli soltanto e in nessun porto del Golfo. In più sappiamo che l’evangelazzazione del Golfo iniziò nel III secolo e che nel 501 c’era un vescovo a Buxentum, Rustico (9), proprio alle porte di Vibona. Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Un vescovado a Vibona poteva esistere soltanto dal VII al X secolo, però noi non conosciamo documenti sul fatto.”. Il Tancredi (…), a p. 74, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 di Pyxous.”. Il Tancredi (…), nella sua nota (33) a p. 18, postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sede episcopale, ecc.., p. 376.”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous.”. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Il Gaetani (…), nel suo introvabile libretto sull’antica diocesi di Bussento, a riguardo scriveva che a Buxentum, nel 501, appare un Vescovo chiamato Rustico. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”.

Ville e possedimenti imperiali

Ferdinando La Greca (…), nel suo recente “Da Libio Severo ai Paleologo etc…”, nel 2017, a p. 35, in proposito scriveva che: “Lungo la costa sorgono anche importanti ville romane quali centri di produzione agricola, vere e proprie aziende che sfruttano il lavoro degli schiavi e si specializzano in pochi prodotti altamente redditizi per il mercato (olio, vino, grano, frutta, fiori, ortaggi): sono note le ville costiere di Tresino presso Agropoli (quella più antica, in quanto fortificata), di Licosa, di Sapri.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a pp. 64-65, in proposito scriveva che: Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana”, spiegava e faceva pensare ad antichi possedimenti in Lucania. Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. Nella mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, nella nota (42) postillavo che: (42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n. 8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p. 22.”. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, riferendosi alla probabile villa Imperiale di Massimiano Erculio, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 287-288-289-290, in proposito scriveva che: “Abbiamo già detto di Velia, per la sua mitezza del suo clima, e per le ville che allietavano il litorale, era un luogo ricercato di villeggiatura e di cura, e abbiamo ricordato, tra i suoi frequentatori illustri, il console Emilio Paolo, e anche Orazio ricordammo (p. 41). Qui aggiungiamo che Velia, col suo porto (p. 34), per essere uno scalo quasi obbligatorio di coloro che andavano in Sicilia, o ne tornavano per via di mare, costringeva i viaggiatori a fermarvisi (1). Cicerone, nella sua seconda ‘actio’ contro Verre, ricorda che, per trovarsi a Roma, come richiedeva la procedura, il giorno della trattazione della causa, dové esporsi ad un viaggio per mare pieno di pericoli, da Vibone a Velia (2). In un altro passo Cicerone afferma di aver visto con i suoi occhi, all’ancora del porto di Velia (p. 34), la splendida nave, su cui Verre si era imbarcato, non senza avervi prima caricato una parte, la più preziosa della refurtiva (3).”. Il Magaldi a p. 288, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cicerone, Ad fam., IX, 7, 2 (a. 46): “……………..”….(in questa lettera Cicerone riferisce le diverse voci che correvano sull’itinerario che avrebbe seguito Cesare ritornando dalla guerra d’Africa).”. Il Magaldi, a p. 288, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. Cicerone, Actio II in Verrem, II, 40, 99: “……………..”…Cfr. C.F. Crispo, I viaggi di M. Tullio Cicerone a Vibo, in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, a. XI (1941), p. 18 seg.. Nel passo riferito di Cicerone vi era un allusione al ‘Thempsanum incommodum’, di cui si è fatto cenno (p. 188).”. Il Magaldi, a p. 288, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Cicerone, Actio II in Verrem, V, 17, 44 etc..”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “4. Ricordi dell’Età Imperiale”, a p. 15 in proposito scriveva che: “Ai tempi dei primi imperatori era posto di confino per gli esiliati di marca. Etc…Non sappiamo come questi illustri personaggi se l’abbiano passata da queste parti, nè abbiamo notizie di palazzi o costruzioni da essi eseguiti. La città più importante di questo lembo del Golfo era probabilmente ‘Vibona’, che giace tuttora sotto una folta vegetazione e che copre forse anche i palazzi.”. Riguardo il manoscritto del Mannelli riportò la trascrizione integrale delle pagine in cui parla di Policastro, nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli pubblicate per la prima volta dal manoscritto pel sac. Rocco Gaetani”, a pp. 18-19 in proposito scriveva che: “Credo che molte iscrizioni di quei tempi sian sepolte fra gli abbattuti edifici di Policastro, dalle quali potrebbesi formar concetto della sua magnificenza, essendone però una sola, nemmeno intera pervenuta a mia notizia, non voglio tediarla di qui rapportarla, etc…”. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 129, Craufurd scriveva che: Per spiegare l’esistenza di queste iscrizioni si deve ritenere che in questa provincia dovevano esservi delle proprietà della famiglia imperiale. Ecc…”. Dunque, il Ramage che fu il primo degli scrittori stranieri a riportare le epigrafi o iscrizioni latine presenti a Policastro, ragionando sulla presenza di queste epigrafi scriveva che: “Per spiegare l’esistenza di queste iscrizioni si deve ritenere che in questa provincia dovevano esservi delle proprietà della famiglia imperiale. E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 115, nella Tav. XXVI del suo “Notize storiche su Policastro Bussentino”. Il Cataldo, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: “Sotto Augusto Buxentum fu compresa nella III^ Regione Italica (Lucania e Brutium) l’anno 42 a. C…Fra le maggiori località costiere di origine greca, come ecc.., nonchè Blanda Julia (Maratea) e Velia e Vibo ad Siccam (Vibone Lucana), Pixunte non doveva essere inferiore, perchè, pur non essendo un centro di grande entità, era, più che oggi, soggiorno turistico specialmente per gli uomini illustri come Cicerone, Orazio, ecc…Dell’antica Buxentum restano tracce di mura romane, costruite su quelle greche ecc…e tre lapidi, etc…”. Ferdinando La Greca (…), nel suo recente “Da Libio Severo ai Paleologo etc…”, nel 2017, a p. 47, in proposito alle due epigrafi di cui parlo in questo mio saggio scriveva che: “La presenza di dediche per membri della famiglia Giulio-Claudia (per Livia moglie di Augusto e madre di Tiberio, qui chiamata Iulia, e per Germanico, murate nel campanile della cattedrale di Policastro)(70) è spiegata in connessione a proprietà imperiali nella zona, o in relazione ad assegnazioni coloniarie ai veterani di Augusto. Sono presenti numerose ville nel territorio, con importanti attestazioni archeologiche, come un rilievo tardo-repubblicano di produzione regionale affine ai rilievi coevi del vallo di Diano (71).. Il La Greca (…), a p. 47, nella sua nota (70) postillava che: “(70) CIL X 459-460.”. Infatti due studiosi Natella e Peduto, a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che:“(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; ecc…”. Il La Greca, a p. 47, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Vd. Gualtieri, 1996.”. Il La Greca (…), a p. 35, in proposito scriveva che: “Lungo la costa sorgono anche importanti ville romane quali centri di produzione agricola, vere e proprie aziende che sfruttano il lavoro degli schiavi e si specializzano in pochi prodotti altamente redditizi per il mercato (olio, vino, grano, frutta, fiori, ortaggi): sono note le ville costiere di Tresino presso Agropoli (quella più antica, in quanto fortificata), di Licosa, di Sapri.”. La mia ipotesi che Giulia fosse stata confinata a Sapri nella bella villa in località S. Croce non potrebbe essere tanto campata in aria visto che l’epigrafe funebre a lei dedicata esiste e si trova non molto distante da Sapri. Tuttavia la notizia andrebbe a mio parere ulteriormente indagata. Secondo quanto scrivevano Tacito e Svetonio, la villa (Imperiale) che accolse l’esilio forzato della bella moglie di Tiberio potrebbe essere quella di Sapri essendo questa l’unica più vicina a Policastro, dove si trova la sua epigrafe funeraria e l’unica esistente su tutto il litorale fino a Velia. L’ipotesi è plausibile ?. Certo è che la notizia e l’ipotesi stessa dovrebbe essere ulteriormente e meglio indagata dagli addetti ai lavori chepare abbiano dimenticato le due epigrafi ancora visibili sul campanile della cattedrale di Policastro. Già il Ramage si chiese come mai si trovassero a Policastro quelle epigrafi che ci parlano di una famiglia imperiale, la quale a suo avviso, essi dovevano possedere una villa di una certa importanza. Vi sono ville d’epoca romana a Policastro ?. Che io sappia non ne sono mai state trovate. Forse è per questo motivo che l’Antonini poneva Bussento lì dove doveva trovarsi l’antica città della Molpa. Sono ancora tanti i dubbi e le incertezze storiche di questo territorio e non credo che certe notizie vadano liquidate alla stregua del Racioppi che criticò fortemente l’Antonini. L’Antonini scrive che il campanile fu costruito con materiale di risulta proveniente da altri ruderi o monumenti dell’antichità. Infatti, il campanile è di epoca posteriore a quello delle Iscrizioni citate dall’Antonini, solo una risulta anteriore. E’ quindi da non ecludere l’ipotesi che l’epigrafe di Giulia (“IVLIAE”), provenga da una villa d’epoca romana posta nella zona. Credo che oltre ogni ragionevole dubbio si possa propendere per l’ipotesi che si trattasse proprio della villa d’epoca Romana a Santa Croce a Sapri. Come scriveva il Tancredi, la figlia di Augusto e moglie di Tiberio, Giulia maggiore, di cui a Policastro Bussentino, l’antica Buxentum (Bussento) possiamo leggerne l’epitaffio della sua morte su una lapide scolpita nel marmo posta sul campanile bizantino della cattedrale, fu confinata dal padre Cesare Augusto in una villa di cui a Policastro non si trovano i resti. E’ molto probabile però che la sua villa, in cui ella dovette morire, fosse la villa romana di cui ancora oggi possiamo ammirarne le vestigia in località S. Croce a Sapri. Il fatto che l’epigrafe marmorea si trovasse a Policastro significa poco perchè essa poteva provenire da altro luogo essendo materiale di risulta reimpiegato sulla torre campanaria della Cattedrale. L’epigrafe lapidea di Giulia, moglie di Tiberio, poteva essere scolpita e posta solo dopo la sua morte nel municipio di Buxentum.

Nel ’72 (I sec. d.C.), il ‘AGER VIBONENSIS ACTUS’ nelDe Coloniis libellus’ di Giulio Sesto Frontino

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucaniadiscorsi’, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427,428. Giuseppe Antonini, ne parla nella sua ‘Lucania’, parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427, 428. Antonini (…), a p. 423, del Discorso XI, nella sua prima edizione del 1745 (ed. Gessari) scriveva che: ..ch’ancora oggi il luogo conserva di Vibonati. Ma perchè altri non abbia motivo di caricarsi di presunzione, e di autoità, vi aggiungeremo, che ‘Frontino’ lo mette unitamente con Bussento così: AGER VIBONENSIS ACTUS. N.X. G.P. XXV. E sebben ponga Bussento nè Bruzj; come l’è indubitato, che sempre fu della Lucania per incontrastabile sicurezza, così fu dimostrato già, che questo dovette essere inavvertenza di qualche sciocco Copista; e che così sia sentiamone quello che ne scrive ‘Plinio’, nel cap. 5 del lib. 3.” :

Antonini, p. 424

Assume particolare importanza la citazione di un ‘Ager Vibonensis Actus’ in Frontino (….) nel suo de ‘Coloniis libellus’ (…). E’ l’Antonini (…) che, parlando di Sapri, riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. L’Antonini scrive a riguardo che: E sebben ponga Bussento nè Bruzj; come l’è indubitato, che sempre fu della Lucania per incontrastabile sicurezza, così fu dimostrato già, che questo dovette essere inavvertenza di qualche sciocco Copista; e che così sia. Ecc..”. Riguardo Frontino e la citazione dell’Antonini ha scritto anche Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” ed a p. 63 parlando di Bussento, in proposito scriveva che: Un’altra colonia ancora spedita a Bussento ci ricorda un breve cenno di Balbo (6), una di quelle certamente spedita da Silla o Ottavio; etc…”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (6) postillava che: “(6) Front. De Colon. 109”.

Corcia, p. 63.PNG

(Fig…) Nicola Corcia, op. cit., pp. 62-63

Da Wikipedia leggiamo che ai tempi di Marco Cocceio Nerva Cesare Augusto a Roma fu riorganizzato il sistema dell’approvvigionamento idrico; ci resta di quegli anni l’opera fondamentale scritta dal curatore delle acque, Sesto Giulio Frontino, sulla progettazione e la manutenzione degli acquedotti. Un altro grande provvedimento fu la “politica degli alimenta”, che consisteva nell’erogare prestiti a tasso agevolato, sussidi alle famiglie povere e l’istruzione gratuita agli orfani. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro” parlando dei “Documenti sull’antichità” che riguardano il sito di Pixous, a p. 48 in proposito scriveva che: “F) Frontino: ‘De Coloniis’: “In provincia Brittinorum centuriae quadrate in jugera CC. et caetera in laciniis sunt praecisa post demortuos milites. Ager Buxentinus sextertianus est assignatus in cancellationem limitibus maritimis”. = Nella provincia dei Bruzii dopo la strage dei soldati le centurie quadrate furono divise per 200 iugeri di terreno e il resto rimase ai margini in pezzi non assegnati. L’agro bussentino preso a sesterzi fu destinato come barriera nei confini marittimi.”. Dunque, Frontino pone Bussento nei Bruzi. Dunque, l’Antonini e molto più tardi alcuni scrittori come il Tancredi (…) riportano l’interessante notizia di un “Ager Vibonensis actus” citato da Giulio Sesto Frontino nella sua opera “De Coloniis libellus”. Nel 1560 Guglielmo Goesio (….), pubblicò il testo in cui si riporta il testo di Giulio Sesto Frontino (…): “De Coloniis libellus”. Antonini sulla scorta di Guglielmo Goesio (….) cita il “Ager Vibonensis Actus”, cita Giulio Sesto Frontino e, cita l’opera di Frontino “De Coloniis” che cita un “Ager Vibonensis actus”. L’opera di Guglielmo Goesio (….) a cui si riferiva Giuseppe Antonini. Si tratta di Guglielmo Goesio. Guglielmo Goesio nella Prefazione alla Raccolta “Rei agraria Auctores , legesque varia” . Ediz. di Am. ſterdam del 1674. Egli è citato nel prodromo nelle “Memorie etc..” di Francesco Antonio Ventimiglia (….). Guglielmo Goesio, nel 1674, insieme ad altri testi pubblicò il “De Coloniis libellus” che egli attribuì a Giulio Sesto Frontino (…). Il testo del Goesio è il  “Rei agraria Auctores, legesque varia”. Il Gaetani, nella sua nota (….) postillava che l’opera del Frontino era contenuta nell’opera di Guglielmo Goesio: “(1) Rei Agrariae Auctores legesque variae etc…, ed. Goesio, Amstelredami, 1674, vol. I, p. 78 – Gromatici Vetera etc., ed. Lackmann, Berolini, 1848, p. 141.”. Guglielmo Goesio (…), curatore dell’edizione seicentesca del testo “De Coloniis libellum” di Giulio Sesto Frontino (….), secondo l’Antonini (….), postillava al riguardo che questo nome appariva per la prima volta: “cuius alibifactam nescio mentionem”.

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La citazione di Frontino che fa l’Antonini la confermo in Guglielmo Goesio a p…… Dopo la pubblicazione di Guglielmo Goesio, molti intrapresero a studiare il testo di Frontino. Dunque, l’Antonini cita il testo di Giulio Sesto Frontino e poi cita Guglielmo Goesio.  Il Goesio riportando il passo del “De Coloniis libellus” di Giulio Sesto Frontino, nel suo “Rei Agrarie auctorie legesque variae” del 1674, in cui a p. 109, Frontino scriveva che: “Provincia Brutiorum. Centuriae ecc…Ager Vibonensis. actus N. e x. G.P. XXV. Cardo in Orientem Decimanus in Meridianum.”. Dunque, l’informazione dell’Antonini è interessante. Chi era Frontino?. Giulio Sesto Frontino (….), De Coloniis (I secolo d.C.). Leggiamo da Wikipedia che Giulio Sesto Frontino (in latino: Sextus Iulius Frontinus; 40 circa – 103/104) è stato un politico, funzionario e scrittore romano. Tra le maggiori sue opere vi è gli Strategemata sono commentari di una sua opera perduta, il De re militari, e consistono in quattro libri di stratagemmi militari. Poi anche il De aquaeductu urbis Romae è un trattato sugli acquedotti ed è l’opera più importante di Frontino, una buona e concreta trattazione, svolta in due libri, dei problemi di approvvigionamento idrico a Roma. Frontino era stato curatore delle acque, cioè il responsabile degli acquedotti e dei servizi connessi, e il trattato riflette la serietà e lo scrupolo del suo impegno. L’opera contiene notizie storiche, tecniche, amministrativo-legislative e topografiche sui nove acquedotti esistenti all’epoca, visti come elemento di grandezza dell’Impero Romano e paragonati, per la loro magnificenza, alle piramidi o alle opere architettoniche greche. L’opera si è conservata nel codice Cassinensis 361 di mano di Pietro Diacono (XII secolo), ritrovato nell’Abbazia di Montecassino da Poggio Bracciolini nel 1429. Tra le opere di Frontino troviamo quella citata da Antonini (…), il ‘De Coloniis libellus’. Sex. Iulius Frontini De coloniis libellus, un testo latino presumibilmente pubblicato postumo nel 1560. Dalla Treccani leggiamo che è “falsa è l’attribuzione a F. del De coloniis, dove si nomina Adriano, mentre F. visse prima.”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 7, in proposito scriveva che: “Roma primitiva era di semplici costumi e di vita sobria; dopo le conquiste accumulò denari e ricchezze. Le terre assoggettate diventarono proprietà dello stato (ager publicus), altre furono vendute a basso prezzo alla famiglie più o meno agiate, altre date in affitto a privati. Diminuì, così, la piccola proprietà, perché i nuovi acquirenti non potendo più sopportare i pubblicani disonesti che abusavano nella riscossione dei tributi, finirono per appropriarsi del terreno che avevano. La maggior parte delle terre era incolta per mancanza di lavoratori, perché i giovani erano impegnati nelle guerre, o era devastata dagli eserciti di Annibale. Infine le terre abbandonate furono popolate da schiavi, duramente trattati, ed i piccoli proprietari, caduti ormai in rovina, non poterono più mantenere le loro famiglie numerose. La sete insaziabile di ricchezza continuò ancora finchè la crisi economica causò la nascita di insurrezioni e di guerre sociali.”.

Nel ’77 d.C. (I sec. d.C.), Plinio il Vecchio, nel libro 3°, cap. 5°, il “SINUS VIBONENSIS” (il golfo Vibonese)

Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione della “Lucania” del 1745 (ed. Gessari), a p. 423 scriveva che: “….e che così sia, sentiamone quello che ne scrive ‘Plinio’, nel cap. 5 del lib. 3. Egli dopo aver descritto Bussento, il fiume Lao colla Città dello stesso nome, passa verso il lido Bruzio, che comincia di là del Lao, parla di Blanda, ch’è Maratea, del Bato, poi del porto Partenio, ch’è il Diamante, e chiude, o finisce il golfo Vibonense, in cui tutti questi luoghi sono: ‘Opdum Buxentum, graece Pyxus, Oppidum Blanda, flumen Batum, Laus amnis,: Fuit & Oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus, portus Parthenius Phocensium, Sinus Vibonensis’; e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia’; continua dunque così: ‘Locus Campletiae, Oppidum Tempsa ecc…, la fluvius Acheron. Hippo, quod nunc Vibonem Valentiam appellamus’, e così via via descrive quel tratto di mare, chiaramente mostrandoci qual sia il golfo Vibonense, e dopo sì lungo spazio il Tirreno, o S. Eufemia, in cui Monteleone, o Vibona al mare è posto. Quando Cicerone dopo la morte di Cesare ecc…”.

Antonini, p. 424

Dunque, l’Antonini cita Plinio (…) ed il suo cap. 5 del Libro 3 della sua “Naturalis Historia”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 10, in proposito scriveva che: Molti altri autori latini hanno scritto nelle loro opere riguardo l’esistenza di Bussento: Plinio il Vecchio: Proximum autem huic flumen Melphes et oppidum Buxentum, graece Pixus: Laus amnis; fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus. Trad.: “Qui vicino (Palinuro) c’è il fiume di Molpe (Mingardo) e la città di Bussento, la greca Pixunte: indi il fiume Lao; vi fu anche la città dallo stesso nome. Da questo luogo comincia la costiera dei Bruzii.”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 45, nella nota (64) postillava che: “L’elenco straboniano delle città lucane lungo il litorale tirrenico coincide con quello di Plinio il Vecchio, in N.H. III 5,71-72: “A Silaro regio tertia et ager Lucanus Bruttiusque incipit, nec ibi rara mutatione incolarum. Tenuerunt cum Pelasgi, Oenotri, Itali, Morgetes, Siculi, Graeciae maxime populi, novissime a Sannitibus orti duce Lucio. Oppidum Paestum, Poseidonia Graecis appellatum, sinus Paestanus, oppidum Elea quae nunc Velia, promontorium Palinurum…oppidum Buxentum Graece Pyxus, Laus amnis-fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Bruttium litus, oppidum Blanda (invece Liv. XXIV 20,6: ….ex Lucanis Blanda). La descrizione di Plinio ha tuttavia un carattere limitato e si discosta poco da quella che si legge nel ‘De Chorographia’ di Pomponio Mela, opera scritta sotto Caligola o al principio del regno di Claudio. Di poco posteriore alla ………… di Strabone così come la ‘historia’ pliniana, è in effetti un compendio con un arido elenco di nomi e dati matematici e per l’Italia si limita a pochi cenni sommari (II, 58). Il geografo Pomponio Mela compila quasi lo stesso elenco procedendo da sud a nord e indicando, fra le città rivierasche della Lucania tirrenica, le seguenti località: ‘Blanda, Buxentum, Velia, Palinurus, Paestanus sinus, Paestanus oppidum, Silarus amnis…..omnia Lucaniae loca (Pom. MELA, De chor. II, 4).”. Caio Plinio Secondo, conosciuto come “Plinio il Vecchio” (in latino: Gaius Plinius Secundus; Como, 23 – Stabia, 25 agosto o 25 ottobre 79), è stato uno scrittore, naturalista, filosofo naturalista, comandante militare e governatore provinciale romano. Plinio fu un uomo caratterizzato da un’insaziabile curiosità e scrisse molte opere, ma tutta la sua vasta produzione è ad oggi perduta, tranne per pochi frammenti. Tra queste opere si ricordano: il De iaculatione equestri; il De vita Pomponii Secundi, biografia in due libri del poeta tragico Publio Pomponio Secondo, di cui era devoto amico; i Bellorum Germaniae libri XX; gli Studiosi libri III, manuale sulla formazione dell’oratore; i Dubii sermonis libri VIII, su questioni grammaticali; e gli A fine Aufidii Bassi libri XXXI, sulla storia dell’Impero dal periodo in cui si interrompeva la storia di Aufidio Basso. L’unica opera pervenutaci è il suo capolavoro, la Naturalis historia; una vasta enciclopedia in 37 volumi che tratta di geografia, antropologia, zoologia, botanica, medicina, mineralogia, lavorazione dei metalli e storia dell’arte. L’opera enciclopedica è il risultato di un’enorme mole di lavoro di preparazione condotto su oltre 2000 volumi di più di 500 autori. Tale opera, letta e studiata nei secoli successivi, specialmente nel Medioevo e nel Rinascimento, rappresenta oggi un documento fondamentale delle conoscenze scientifiche dell’antichità. La fama di Plinio è anche legata alla sua morte, di cui ci è testimone il nipote-figlio adottivo Plinio il Giovane. Plinio il Vecchio era a capo della flotta romana stanziata a Capo Miseno, quando si verifica una delle più grandi catastrofi della storia, l’eruzione del Vesuvio del 79. Corso in aiuto di una sua amica, Rectina, e degli altri abitanti di Stabia, Plinio non fu più in grado di lasciare il porto della città e morì per le esalazioni del vulcano. La Naturalis historia, come detto, fu pubblicata nell’anno 77; già nel titolo l’opera si presenta come ricerca di carattere enciclopedico sui fenomeni naturali: il termine historia conserva il suo significato greco di indagine, e va notato che la formula ha dato la denominazione alle scienze biologiche, cioè alla storia naturale nel senso moderno della locuzione. Il primo libro fu completato dal nipote Plinio il Giovane dopo la morte dello zio e contiene la dedica a Tito, il sommario dei libri successivi ed un elenco delle fonti per ciascun libro. L’enciclopedia tratta svariati temi, dal generale al particolare: dopo la descrizione dell’universo (II libro), si passa a geografia ed etnografia del Bacino del Mediterraneo (III-VI libro), per poi trattare di antropologia (VII libro) e zoologia (VIII-XI libro). Antonini scriveva che Plinio il Vecchio (….) nel 77 d.C. “…Egli dopo aver descritto Bussento, il fiume Lao colla Città dello stesso nome, passa verso il lido Bruzio, che comincia di là del Lao, parla di Blanda, ch’è Maratea, del Bato, poi del porto Partenio, ch’è il Diamante, e chiude, o finisce il glofo Vibonense, in cui tutti questi luoghi sono: ‘Opdum Buxentum, graece Pyxus, Oppidum Blanda, flumen Batum, Laus amnis,: Fuit & Oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus, portus Parthenius Phocensium, Sinus Vibonensis’; e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia’; continua dunque così: ‘Locus Campletiae, Oppidum Tempsa ecc…, la fluvius Acheron. Hippo, quod nunc Vibonem Valentiam appellamus’, e così via via descrive quel tratto di mare, chiaramente mostrandoci qual sia il golfo Vibonense, e dopo sì lungo spazio il Tirreno, o S. Eufemia, in cui Monteleone, o Vibona al mare è posto.”. Dunque, Antonini sulla scorta di Plinio scriveva che egli cita il “Sinus Vibonensis” e, seguendo il ragionamento di Antonini che postilla sulla cronologia dei luoghi citati, egli pone il “Sinus” (il Golfo) “Vibonensis” tra il promontorio di Tortora fino ad arrivare a quello di Palinuro, ovvero ciò che oggi chiamiamo Golfo di Policastro. Scriveva Antonini: “e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia”. Dunque secondo l’Antonini l’ipotesi che si trattasse di “Vibo Valentia” non è plausibile vista la sua enorme distanza dagli altri luoghi che Plinio pone cronologicamente vicini ed in successione tra loro. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…..Plinio il Vecchio fa rientrare Buxentum nel Sinus Vibonensis, dove si trovano le “isole Itacesie” proprio di fronte a Vibo (contra Vibonem) (65), ma pone Hippo, chiamato Vibo Valentia, solo dopo molte altre città verso sud, e nel golfo di Terina (sinus ingens Terinaeus)(66). Etc…”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (65) postillava: “(65) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 7, 85”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (66) postillava: “(66) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72-73”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel I secolo d.C…….La contemporanea descrizione di Plinio il Vecchio ricorda per la Lucania, dopo Palinuro, il fiume Melpes (Lambro), la città fortificata di Bussento (oppidum Buxentum), corrispondente alla greca Pissunte (Graeciae Pyxus), quindi il fiume Lao, presso il quale vi fu un oppidum con lo stesso nome; di qui inizia il litorale del Bruzio, con la città fortificata di Blanda (80). Nel II secolo d.C. il geografo Claudio Tolomeo pone Boùxenton in Lucania tra Velia e la costa del Bruzio (81). Nel II-III secolo d.C. lo scrittore Ateneo, attingendo dalle opere del medico e dietologo Galeno (II sec. d.C.), in un elenco di vini italici apprezzati per le loro qualità terapeutiche, ricorda il vino di Bussento (Buxentinos), simile a quello Albano, aspro e digestivo (82). Va ricordato anche l’accenno agli ottimi vini lucani fatto da Plinio, con riferimento ai vini della zona di Turi, di Grumento e di Lagaria, usati anche come specialità medicinali (83). La produzione romana di vino sembra continuare una specializzazione di questo territorio già attestata in epoca greca e lucana (84).”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (80) postillava che: “(80) 80 Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72. Vd. FUSCO 1992.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (81) postillava che: “(81) Tolomeo, Geogr., III, 1, 8-9”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (82) postillava che: “(82) Ateneo, I, 48, 27a.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (83) postillava che: “(83) Plinio il Vecchio, Nat. hist., XIV, 6, 69.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (84) postillava che: “(84) GUALTIERI 2003, p. 159; vd. VANDEMERSCH 1994.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”.

Nel 43 d.C. (I sec. d.C.), POMPONIO MELA parla di Buxentum e di Blanda

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania -Discorsi”, parlando di Maratea a pp. 438-439, in proposito scriveva di Barrio (…) e di Pomponio Mela (…). Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: ‘Pomponio Mela’ al ‘lib. 2. cap. 2.’ ce l’ha detto: ‘Temesa’, Clampetia, Blanda, Buxentum, Velia, Plinio’, siccome sopra si disse, la mette nel golfo Vibonense, il quali indubbiamente finisce alla punta della Cirella, onde non può essere Belvedere, ch’è è più in là, e fuor di esso:….”. Il geografo latino Pomponio Mela (39), secondo il Cluverio (35), ci parla della città di Blanda, nel suo Libro II, Cap. IV. Pomponio Mela (Tingentera, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Il La Greca ci parla del geografo latino Pomponio Mela (….) e della sua opera geografica intitolata “De chorogr……….”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a Napoli nel 1815, a p. 86, in proposito scriveva che: “In questo medesimo significato fu descritto questo promontorio da Mela (1): ‘Buxentum, Velia, Palinurus, olim Phrygii governatoris, nunc loci nomen’, quantunque sul lato de Bruzi dopo Bussento descriver doveva Palinuro, e non già Velia. Lo stesso fu ripetuto da Solino. ecc..”. Fernando La Greca che ha curato nel 2000, la ristampa del Romanelli (…), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Mela, lib. II, de Ital. (II, 4, 69).”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 45, nella nota (64) postillava che: “L’elenco straboniano delle città lucane lungo il litorale tirrenico coincide con quello di Plinio il Vecchio, in N.H. III 5,71-72: “A Silaro regio tertia et ager Lucanus Bruttiusque incipit, nec ibi rara mutatione incolarum. Tenuerunt cum Pelasgi, Oenotri, Itali, Morgetes, Siculi, Graeciae maxime populi, novissime a Sannitibus orti duce Lucio. Oppidum Paestum, Poseidonia Graecis appellatum, sinus Paestanus, oppidum Elea quae nunc Velia, promontorium Palinurum…oppidum Buxentum Graece Pyxus, Laus amnis-fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Bruttium litus, oppidum Blanda (invece Liv. XXIV 20,6: ….ex Lucanis Blanda). La descrizione di Plinio ha tuttavia un carattere limitato e si discosta poco da quella che si legge nel ‘De Chorographia’ di Pomponio Mela, opera scritta sotto Caligola o al principio del regno di Claudio. Di poco posteriore alla Γεωγραφια di Strabone così come la ‘historia’ pliniana, è in effetti un compendio con un arido elenco di nomi e dati matematici e per l’Italia si limita a pochi cenni sommari (II, 58). Il geografo Pomponio Mela compila quasi lo stesso elenco procedendo da sud a nord e indicando, fra le città rivierasche della Lucania tirrenica, le seguenti località: ‘Blanda, Buxentum, Velia, Palinurus, Paestanus sinus, Paestanus oppidum, Silarus amnis…..omnia Lucaniae loca (Pom. MELA, De chor. II, 4).”. Pomponio Mela (…), scrisse ‘De Chorographia’ (Descrizione dei luoghi) e, ‘Cosmographia’ (Descrizione del mondo), ovvero anche ‘De situ orbis’ (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (…), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV, di Buxentum e di Molpa. Da Wikipedia leggiamo che Pomponio Mela (Tingentera/Iulia Traducta, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De chorographia (“Descrizione dei luoghi”), Cosmographia (“Descrizione del mondo”) o anche De situ orbis (“La posizione della terra”). L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo delle Colonne d’Ercole, subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’Ecumene, cioè dei luoghi abitati, in particolare quelli lungo le coste, mentre tratta più sommariamente i territori interni. Pomponio Mela è uno dei più antichi scrittori che parla della Cina. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). Da Wikipedia leggiamo che Pomponio Mela (Tingentera/Iulia Traducta, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano.  L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo del mondo conosciuto ai tempi (Colonne d’Ercole), subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’oikumene, cioè dei luoghi abitati in particolari quelli lungo le coste e tratta più sommariamente i territori interni. L’interesse descrittivo di Mela si pone sulla descrizione fisica dei luoghi, ma talvolta descrive anche le città. Non era certo un mondo molto grande, rispetto a come lo conosciamo oggi, quello descritto da Mela, ma dopotutto le navi allora non erano ancora capaci di attraversare i grandi oceani e scarso era l’interesse verso l’Africa. Sicuramente anche la presenza del deserto non favoriva l’interesse ad una conquista politico militare in quei luoghi e la geografia, nonostante la volontà ellenistica di condurla sul binario di scienza oggettiva, si poneva, in realtà, come una descrizione dello spazio sul modello degli antichi peripli. L’opera ha uno stile caratterizzato da rapidità e concisione che fa credere che potesse essere un compendio destinato alle scuole o al grande pubblico: tuttavia, Mela si sforza di abbellire la nuda descrizione con clausole ritmiche che ne mostrano le pretese artistiche, anche se non mancano talvolta errori di stile e lessico dovuti all’incomprensione delle fonti, tra le quali si annoverano Cesare, Livio e Cornelio Nepote tra i romani, Posidonio, Eratostene ed Erodoto (per i fatti meravigliosi). Proprio in base a Erodoto, sono inserite a volte digressioni a carattere storico o letterario o anche etnografico per spezzare l’arido tecnicismo della materia.

Nel II-III sec. d.C., ATENEO ricorda il vino di Bussento

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel II-III secolo d.C. lo scrittore Ateneo, attingendo dalle opere del medico e dietologo Galeno (II sec. d.C.), in un elenco di vini italici apprezzati per le loro qualità terapeutiche, ricorda il vino di Bussento (Buxentinos), simile a quello Albano, aspro e digestivo (82). Etc…”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (82) postillava che: “(82) Ateneo, I, 48, 27a.”.

Nel 192 d.C. (II sec. d.C.), ‘SCIDRO’ è ricordata da Ateneo

Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a pp. 177-181 dove ci parla di Scidro. In particolare il Napoli, a p. 182 in proposito scriveva che: “L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s.v. Σχιδρος , con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele). Ecc…”. Dunque, l’archeologo Mario Napoli, scriveva che il geografo Strabone (….), nella sua “Geographia”, non accenna mai alla colonia di Scridro. Il Napoli scriveva che questa colonia dei Sibariti, sorta probabilmente solo dopo la caduta di Sibari, del ‘510 a.C., si fa cenno in Erodoto (….) e, nel passo precedente a p. 177, il Napoli dice che Erodoto ci parla di Scidro nella sua opera “(Herod. VI, 21)”. Secondo Mario Napoli, si fa cenno della colonia di “Scidro” “(Σχιδρος) , con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele)”. Dunque, il Napoli, oltre ad Erodoto dice che la colonia sibaritica di Scidro si fa cenno anche in “in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele).”. A quale autore si riferiva Mario Napoli ?. L’archeologo Mario Napoli, nella sua opera “Civiltà della Magna Grecia”, a p. 181 scriveva che la colonia Sibaritica di “Scidro”, oltre ad essere stata citata nel Libro VI delle “Storie” di Erodoto (…) fu citata anche in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele)”. Riguardo l’interessante citazione di Ateneo (…), del Napoli, essa andrebbe ulteriormente indagata in quanto leggendo wikipedia alla voce “Ateneo” troviamo tre autori con lo stesso nome. E’ il sacerdote Luigi Tancredi (….) che ci viene in soccorso. Infatti, il Tancredi (…), nel suo capitolo “SKIDROS” del suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro” a p. 93 in proposito scriveva che: “Degli infelici abitanti parla una sola riga: dice che essi (i sopravvissuti) si rifugiarono a ‘Laos’ e a ‘Skidros’ (2).”. Il Tancredi, a p. 93, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Idem. Cfr. Ateneo, ‘Dipnosofisti’, XII, 523.”, che è la stessa citazione che postillava il Napoli. I deipnosofisti (o dipnosofisti) o I dotti a banchetto (in greco antico: Δειπνοσοφισταί) è un’opera in quindici libri dello scrittore greco Ateneo di Naucrati. In Wikipedia troviamo “Ateneo di Neucrati” che era una città dell’Egitto. Mario Napoli scriveva che, Ateneo da lui citato, si rifà a Timeo o ad Aristotele”. Infatti, Ateneo di Naucrati, in greco antico: Ἀθήναιος Nαυκρατίτης o Nαυκράτιος, Athḕnaios Naukratítēs o Naukrátios (Naucrati, … – dopo il 192), è stato uno scrittore egizio dell’età imperiale. Dovrebbe aver scritto dopo la morte di Commodo (192 d.C.) perché ne parla con esecrazione, tra l’altro introducendo come anfitrione del banchetto da cui prende nome l’opera Publio Livio Larense, procurator dell’imperatore tra 189 e 192. Sappiamo dalle titolazioni dei manoscritti che fu di Naucrati e, dunque, greco egiziano, probabilmente grammatico e consultatore della Biblioteca di Alessandria, visto che cita circa 700 autori e 2.500 opere che, pur non consultate tutte direttamente, erano conservate ad Alessandria. Ateneo scrisse – come egli stesso afferma – almeno due opere che non ci sono giunte: un commento sul pesce thratta, citato dai comici attici, e una Storia dei re di Siria. L’unica sua opera giunta a noi è la miscellanea Δειπνοσοφισταί (I Dipnosofisti o I dotti a banchetto), redatta in quindici libri. Dei primi tre libri dell’opera (oltre a parti dei libri XI e XV), perduti, è sopravvissuta solo una epitome, che consente di avere idea dell’inizio dell’opera. Da Wikipedia leggiamo che I deipnosofisti (o dipnosofisti) o I dotti a banchetto (in greco antico: Δειπνοσοφισταί) è un’opera in quindici libri dello scrittore greco Ateneo di Naucrati.

Nel 430 d.C. (IV sec. d.C.), Macrobio nei suoi “I  Saturnali” cita lo scrittore antico “Pestano” cittadino di Vibone (?)

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucaniadiscorsi’, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, p. 429, del Discorso XI, nella sua prima edizione del 1745 (ed. Gessari) parlando di ‘Vibone’ scriveva che: Fu cittadino di ‘Vibone’, Pestano, antico scrittore, di cui ‘Macrobio’ nè ‘Saturnali’ al lib. 6 fa menzione. Verisimilmente il porto dè Vibonesi doveva esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezo, ed i grandi ed antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, ecc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che Macrobio (…), nella sua opera “Saturnali” (libro 6) citava lo scrittore antico “Pestano” che fu cittadino di Vibone. Da Wikipedia leggiamo che I Saturnalia sono un’opera letteraria di Ambrogio Teodosio Macrobio, composta negli anni 430. Sono divisi in sette libri nei quali dodici personaggi dell’aristocrazia romana ed esponenti della classe senatoria della fine del IV secolo dialogano con serena intimità conviviale di vari argomenti. Gli argomenti sono molto vari: dal nome e dall’origine dei Saturnali si passa a discutere degli antichissimi culti italici (libro I), poi di motti e sentenze celebri (libro II), uno dei quali sposterà la conversazione su Publio Virgilio Marone. Su questo cittadino di “Vibone” detto “Pestano” e citato dall’Antonini ha scritto Lorenzo Giustiniani, nel suo “Dizionario geografico ecc…”, alla voce “BONATI, o Libonati”, a pp. 313-314-315, vol II, in proposito scriveva che: ‘Pasquale Magnoni’ (2) e l’eruditissimo ab. D. Francescantonio Soria (3) rivelarono però questa svista dell’Antonini poichè siccome per un passo di Cicerone (4),  che prima della correzione ‘Gronoviana’ corrottamente leggeasi in Macrobio (5) il dotto Barrio (6) de’ golfi Pestano, e Vibonese coniò uno scrittore col nome di ‘Pestanus Vibonensis’ che poi fu seguito da tutti gli altri scrittori Calabresi, a segno, che il P. Amato (7) avvisò che questo personificato golfo fosse stato poeta, oratore ed anche filosofo per aver scritto un trattato ‘de ventis’ (8) per cui con molta lepidezza il suddivisato Soria gli dice, che i ‘golfi per verità s’intendeano benissimo di cotal materia’, così un tale sbaglio fu poi adottato anche dall’Antonini, avvegnacchè oltre all’aver dato a codesto ideal ‘Pestano’ la cittadinanza di un altro ‘Vibone’ da lui creato in Lucania col cognome di ‘Siccam’, e propriamente ove è la terra di ‘Bonati’ rivolse tutto ciò che Cicerone in varie lettere avea scritte ad Attico (I) intorno al suo amico ed ospite ‘Sicca’, alla detta isoletta, o piuttosto scoglio alquanto da essa terra distante, nominato ‘Secca’, e corrottamente ‘Sicca’ per essere quasi a fior d’acqua, e non sempre nell’onde bagnato. Il Magnoni con grazia dice nella sua lettera, che l’Antonini aveva trasformato un golfo in uomo, e un uomo in isola. Il signor Francesco Mazzarella Farao però ha preteso difendere l’Antonini in una sua lettere apologetica (2), etc…”. Il Soria dà torto all’Antonini. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Magnoni, letera critica al Barone Antonini, p. 22”. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Soria, Lettera intorno alle sviste di alcuni autori, nel vol. LXXV, del Giornale Letterati di Napoli “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Ciceron. Ad Atticum, l. 16, epist. 6”. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Macrobio, Saturnali, lib. 6, cap. 4 “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Barrio, De antiquit. de situ Calabrie, lib. 2, cap. 12 “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Amato nella sua ‘Pantopologia Calabra’ “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Si legga la lettera del mio dotto amico D. Michelangelo Macrì nel vol. LIX, del citato Giornale dei Letterati di Napoli “

giustiniani, p. 313

giustiniani, su vibonati, 314

(Figg…) Lorenzo Giustiniani (…), su ‘Bonati’, vol. II, pp. 313-314-315

Dunque, il Giustiniani, nel parlare di “Bonati” cita l’Antonini ed altri come il Barrio (….) ed il Magnoni che opinarono circa la notizia dei “I Saturnalia” di Macrobio. Il Giustiniani scrive che siccome nei “I Saturnalia”, opera di Macrobio vi era scritto “che prima della correzione ‘Gronoviana’ corrottamente leggeasi in Macrobio (5)”, era scritto “un passo di Cicerone (4)”, un passo di Cicerone, probabilmente delle sue lettere ad Attico, il Giustiniani, sulla scorta del Soria (….) e del Magnoni (….) spiega che, l’Antonini, quando scriveva a p. 420 che “secondo si vuole appellare da ‘Giuseppe Antonini’, e che in latino detta si fosse nell’antichità ‘Vibo ad Sicam’, o ‘Siccam’, da un’isoletta, che le sta all’incontro poche miglia all’oriente di ‘Maratea’, anche addì nostri chiamata ‘Sicca’ a differenza di ‘Vibo Valentia’, ch’è ‘Monteleone’, detto già ‘Ipponium’, o ‘Hypponium’ (1).”, il Giustiniani scrive che il Soria ed il Magnoni “rivelarono però questa svista dell’Antonini poichè siccome per un passo di Cicerone (4),  che prima della correzione ‘Gronoviana’ corrottamente leggeasi in Macrobio (5)” che, indusse “il dotto Barrio (6) de’ golfi Pestano, e Vibonese coniò uno scrittore col nome di ‘Pestanus Vibonensis’ che poi fu seguito da tutti gli altri scrittori Calabresi, etc…”. Il Giustiniani aggiunge pure che uno degli autori che seguì il Barrio (….), fu: “a segno, che il P. Amato (7) avvisò che questo personificato golfo fosse stato poeta, oratore ed anche filosofo per aver scritto un trattato ‘de ventis’ (8). Etc…”. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Amato nella sua ‘Pantopologia Calabra’”. Il Giustiniani si riferiva all’opera di frate carmelitano Elia De Amato (….), Pantopologia Calabra in qua cele– . briorum ejusdem Provincia locorum , virorumque armis , pietate , titulis , doctrinâ ; sanguine illustrium monumenta expenduntur , Autore Francisco Elia de Amato Ordinis Carmelitarum.Sulla scorta di ciò che scrisse il frate carmelitano, “per cui con molta lepidezza il suddivisato Soria gli dice, che i ‘golfi per verità s’intendeano benissimo di cotal materia’, così un tale sbaglio fu poi adottato anche dall’Antonini, avvegnacchè oltre all’aver dato a codesto ideal ‘Pestano’ la cittadinanza di un altro ‘Vibone’ da lui creato in Lucania col cognome di ‘Siccam’, e propriamente ove è la terra di ‘Bonati’ rivolse tutto ciò che Cicerone in varie lettere avea scritte ad Attico (I) intorno al suo amico ed ospite ‘Sicca’, alla detta isoletta, o piuttosto scoglio alquanto da essa terra distante, nominato ‘Secca’, e corrottamente ‘Sicca’ per essere quasi a fior d’acqua, e non sempre nell’onde bagnato.”.

Nel 565 d.C. (VI sec. d.C.), Giustino II, Imperatore di Bisanzio e successore di Giustiniano I

Dalla Treccani leggiamo che Giustino II imperatore d’Oriente. – Nipote (m. 578) di Giustiniano, cui successe nel 565. Giustino II (520 – 5 ottobre 578) è stato un imperatore bizantino dal 565 al 578. Fu nipote e successore di Giustiniano I. L’Impero di Giustino II segna l’ingresso della dominazione Longobarda in Italia, ne parla Paolo Diacono nella sua “Historia Longobardorum”. Il nuovo Imperatore Giustino II, invece di inviare rinforzi in Occidente per salvaguardare i territori riconquistati da Giustiniano, decise incautamente di violare la tregua con la Persia, ritenendo umiliante continuare a pagare il tributo ai Persiani che Giustiniano aveva accettato di versare per comprare la pace. La nuova guerra contro la Persia, iniziata nel 572 e terminata solo vent’anni dopo (591), portò inizialmente alla perdita di Dara e impegnò per parecchio tempo la maggior parte delle truppe dell’Impero d’Oriente, distogliendole dalla difesa dei Balcani e dei territori occidentali riconquistati da Giustiniano. Quando, dunque, intorno al 580, i Balcani furono invasi da Slavi e Avari, l’Impero non poté opporre forze sufficienti per respingerli, con il risultato che grosse porzioni dei Balcani furono occupate da Slavi (mentre gli Avari erano intenzionati a compiere incursioni non per stabilirsi entro i confini dell’Impero, ma per lo più a fini di saccheggio e per costringere l’Impero ad aumentare il tributo). Sull’imperatore Giustino e il generale Narsete ha scritto pure Pietro Ebner. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. I, a pp. 454 ecc….parlando di Agropoli in proposito scriveva che: E cioè se dopo il primo (a. 535) o il secondo (a. 548) arrivo di Belisario in Italia, nel corso del riordinamento amministrativo di Narsete (14), in seguito alla distruzione dell’esercito di alemanni e alla fine della dominazione gotica, o ancora più tardi, nel 578 come vuole il Mandelli. Ecc…”. Pietro Ebner, a p. 454 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cfr. la leggenda sulla chiamata dei longobardi da parte di Narsete (+ Roma a. 568), destituito dal nuovo imperatore Giustino”. Dunque, il passaggio è interessante perchè l’Ebner ci informa che sul passaggio del generale Narsete, che il monaco agostiniano Luca Mandelli nel suo chronicon voleva passasse per il porto di Agropoli, l’Ebner dice che la notizia che Narsete avesse chiamato in aiuto i Longobardi di Alboino e perciò destituito dall’Imperatore Giustino è una leggenda.

Nel 568, l’imperatore d’Oriente, Giustino II destituì il generale Narsete

Dopo la conquista dell’Italia (553), Narsete la governò per conto dell’Imperatore, ma le proteste dei Romani persuasero l’Augusto Giustino II, successore di Giustiniano, a rimuoverlo dal governo dell’Italia, sostituendolo con Longino. La notizia, fornitaci dalle fonti primarie, secondo cui Narsete avrebbe per ripicca invitato i Longobardi in Italia è considerata dalla storiografia moderna inattendibile. La morte di Giustiniano nel 565 complicò l’ultimo decennio di Narsete come pure le sue relazioni con Giustino II che erano naturalmente meno strette. Nel 566 gli Eruli, stanziatisi in Italia settentrionale come truppe mercenarie (presumibilmente nella regione di Trento), si rivoltarono ed elessero re Sinduald; Narsete riuscì a sconfiggerli riportando l’ordine. Secondo la tradizione, tuttavia, il suo governo avrebbe causato le proteste dei Romani che, trovandolo oppressivo, si sarebbero rivolti a Giustino II sostenendo che rimpiangevano i tempi della dominazione gota e che se non avesse rimosso Narsete avrebbero consegnato Roma e l’Italia ai Barbari. Nel 568 Giustino destituì Narsete, forse per le già citate proteste dei Romani dovute all’oppressione fiscale, anche se potrebbero aver contribuito alla decisione intrighi di corte o la volontà di porre fine a un governo straordinario durato circa un quindicennio, non essendo più necessario con la fine dei combattimenti e la ricostruzione a buon punto. Narsete fu sostituito con Longino, che venne nominato prefetto del pretorio. Secondo molti storici medioevali, Narsete per vendetta avrebbe invitato i Longobardi a scendere in Italia, anche per le minacce dell’Imperatrice Sofia, che secondo Paolo Diacono aveva fatto sapere all’eunuco che quando sarebbe tornato a Costantinopoli l’avrebbe costretto a distribuire la lana alle ragazze del gineceo di Costantinopoli; secondo la tradizione Narsete avrebbe risposto che avrebbe tessuto per lei una tela inestricabile, riferendosi all’invito ai Longobardi, a cui avrebbe inviato dei frutti dall’Italia per invitarli a invadere la penisola. Oggi, però, questo racconto viene ritenuto inattendibile. Trasferitosi a Napoli, Narsete cedette alle pressioni di Papa Giovanni III facendo ritorno a Roma, dove, stando ad Agnello Ravennate, sarebbe morto all’età di novantacinque anni. L’Impero di Giustino II segna l’ingresso della dominazione Longobarda in Italia. L’Impero di Giustino II segna l’ingresso della dominazione Longobarda in Italia, ne parla Paolo Diacono nella sua “Historia Longobardorum”. La notizia di una donazione all’epoca Bizantina al Monastero potrebbe avere un fondamento. Fondata nel 529 da San Benedetto da Norcia sul luogo di un’antica torre e di un tempio dedicato ad Apollo, situato a 516 metri sul livello del mare, ha subito nel corso della sua storia un’alterna vicenda di distruzioni, saccheggi, terremoti e successive ricostruzioni. Sulle sue origini ne ha parlato papa S. Gregorio Magno. Attorno al 580, durante l’invasione dei Longobardi, il monastero venne distrutto per la prima volta dai longobardi di Zotone e la comunità dei monaci, con le spoglie del santo fondatore, dovette riparare a Roma, trovando ospitalità presso il Palazzo del Laterano. Ricostruita intorno al 718 sotto l’impulso di Petronace di Montecassino. Ne ha parlato il monaco Paolo Diacono nella sua “Historia Longobardorum”. Dal Chronicon cassinese di Leone Marsicano sappiamo che l’abate Desiderio impiegò sforzi e capitali notevoli per la ricostruzione della chiesa abbaziale, compiuta nei soli cinque anni dal 1066 al 1071, utilizzando materiali lapidei provenienti da Roma e facendo venire da Costantinopoli anche mosaicisti e artefici vari. La maggior parte delle decorazioni – della chiesa e dei nuovi ambienti del monastero successivamente riedificati – erano costituite da pitture, in maggior parte perdute e delle quali conosciamo soltanto alcuni soggetti, come le Storie dell’Antico e Nuovo Testamento nell’atrio, di cui si conservano interamente i tituli scritti dall’arcivescovo di Salerno Alfano.

Nel 568 d.C. (VI secolo d.C.), la “Vibonem” in Lucania donata dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia di Montecassino

Fernando La Greca (…) a p. 44, in proposito scriveva che: “Fra i numerosi toponimi risalenti ad epoca romana, troviamo ‘Bibo ad Siccam odie ruin(ato) (41), l’antica Vibone lucana, …..ecc..”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’). Cfr. G. Antonini, ‘La Lucania….’, cit., vol. I, pp. 419-428”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: L’Antonini riporta anche una cronaca di Montecassino, nella quale si pone in Lucania la città di Vibone (Vibonam) (60). Etc…”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (60) postillava: “(60) Chron. Casin. Epit., p. 353 Muratori.”. Dunque, il La Greca scrive che nell’opera ‘Epitome chronicorum Casinensium’ a p. 353 viene citata “Vibonam”. La citazione del La Greca è tratta dall’Antonini (….) che nella sua “Lucania”, a pp. 427-428 dissertando sull’antica “Vibone ad Siccam” in proposito scriveva che: “Vorressimo pertanto, che siccome i Lucani non invidiando il lor Vibone à Bruzj, gliel lasciano, come fu illustre, nobile Municipio, e prima Colonia, così i Bruzj, contendandosi del lor ‘Vibo Valentia’, lasciassero à Lucani il ‘Vibone ad Siccam’; tanto più volentieri, quanto che sin nei secoli bassi c’è notizia esser Vibone stato dentro la Lucania: Nell”Epitoma della Cronaca Cassinese’ data in luce dal chiarissimo ‘Sig. Muratori, Rer. Ital. tomo 2, par. I, fol. 353 si legge tra le donazioni fatte dall’Imperador Giustino II. al Monistero di Montecasino: IN LUCANIA MARCELLIANAM, VIBONEM; nome che ancor ritiene in quello di Vibonati; ma pure il P. Abbate Troilo nostro amico non piacendogli di esaminar queste ragioni, capricciosamente, fattosi seguace di Barrio, non vuol approvar nostra sentenza…….Or questo Vibone, qualunque si fosse nei trasandati secoli, non sappiamo da chi fosse fondato. Ecc..“. Fernando La Greca (….), nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’ parlando delle “carte del Cilento” (quelle parigine) e del toponimo di “Bibo ad Sicam odie ruin (ato)”, nella sua nota (41) postillava pure che: ” (41)…..‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’).”. Dunque, l’Antonini cita l’Epitoma della cronaca Cassinese che lui dice essere stato pubblicato da Antonio Ludovico Muratori (…), nel suo “Rerum Italicarum Scriptores” (tomo 2°, parte I, pag. 353). Nel testo della Chronaca Cassinese pubblicato dal Muratori, a p. 353 troviamo scritto che: Per mantenere nello stesso stato l’amore di suo zio Giustino per Padre Benedetto, ma anche per ampliarlo, si è riversato in tutti i modi. Per Augusto, infatti, per l’amore che aveva per il Beato Padre, concesse allo stesso Padre, e al Cenobio da Casinense, di possedere in perpetuo, che abbiamo allegato sopra; ma in più diede 20.000 acri di terra in Africa vicino a Cartagine per la costruzione di un monastero: 30.000 acri di terra a Cesarea, in Mauritania, ……….tra le donazioni fatte dall’Imperador Giustino II. al Monistero di Montecasino: ….” che: “In Calabria, Gramentum, Summuranum, Nicoteram. In Lucania, Marcellianum, Vibone, & medietatem Laci Lucrini ecc..”. Dunque, nel passo della cronaca Cassinese si legge che fra le donazioni fatte dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia benedettina di Montecassino, il Lucania vi sono Marcellianam e “Vibonam”. Dunque secondo questo passo della cronaca Cassinese, “Vibonam” era il Lucania e fu donata dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia di Montecassino. Questa notizia è interessante perchè ci conferma che nel XII secolo, al tempo in cui scriveva Pietro Diacono, monaco benedettino di Montecassino, la città di “Vibone” esisteva in Lucania, ovvero nella nostra zona e non solo ci conferma che essa esistesse al tempo dell’Imperatore Giustino II. Dunque, il La Greca scrive che nell’opera ‘Epitome chronicorum Casinensium’ a p. 353 viene citata “Vibonam”. A quale versione di quest’opera si riferivano l’Antonini ed il La Greca ?. L’’Epitome chronicorum Casinensium’ da Pietro Diacono fu fatta passare come opera di Anastasio Bibliotecario (L.A. Muratori, RIS, II, Mediolani 1723, coll. 351-370). L’opera, il codice Cassinense è invece ascritta da Erich Caspar (….) al monaco di Montecassino Pietro (Diacono) (Petrus Diaconus, 1909, pp. 111-121). Già agli anni del soggiorno ad Atina risale la sua prima produzione letteraria rappresentata dalla Passio beatissimi Marci et sociorum eius, corrispondente a quella attribuita ad Adenulfo vescovo di Capua (Bloch, 1998, pp. 139-155), che Erich Caspar (Petrus Diaconus, 1909, pp. 128 s., 134-138), sulla base del testo edito da Ferdinando Ughelli (Italia Sacra, VI, Venetiis 1720, pp. 408-417), dimostrò essere appunto opera di Pietro Diacono, al quale è da ascrivere pure, come seguito della prima, la Passio sanctorum martyrum Marci, Passicratis, Nicandri et Marciani (ibid., pp. 419-422; Bloch, 1998, pp. 189-214). Particolarmente assidua fu da parte di Pietro Diacono la frequentazione dei classici, se solo si pensi all’influsso determinante di Livio (Bloch, 1984, pp. 69-79) in un’opera come il Catalogus regum, consulum, dictatorum, tribunorum, patriciorum ac imperatorum gentis Troianae (cod. Casin. 257, pp. 1-21). Nel codice Casinense 361 Pietro ha inoltre lasciato la trascrizione dell’Epitoma rei militaris di Vegezio (libri I-IV), del De aquaeductu urbis Romae di Frontino, capostipite dell’intera tradizione di quest’opera, e di un frammento del De lingua latina di Varrone. ‘Epitome chronicorum Casinensium’, auctore, ut fertur, Anastasio Bibliothecario (…), nunc primum edita e MStis Codicibus, pp. 345-370. Anastasius Bibliothecarius, Charolus. Infatti, il vescovo di Policastro, Mons. Nicola Maria Laudisio, nella sua “Synopsis etc…” (Sinossi)(vedi versione a cura di Gian Galeazzo Visconti), citava Anastasio Bibliotecario (…) e a p. 10, in proposito nella sua nota (28) postillava che: “(28) ‘Anast. Bibl., in papa Paulo, apud Bern., Historia haer., tomo 2, saec. 8, pag. 399 (Domenico Bernino, ‘Historia di tutte l’eresie’, Venezia 1711: ecc…”. Il breve chronicon medioevale oltre ad essere stato pubblicato dal Muratori (….) può essere letto anche nel testo di Bernino (….). Troviamo l’opera di Anastasio Bibliotecario in Domenico Bernino (….), “Historia di tutte l’eresie etc…”, pubblicato a Venezia nel 1711.  Il Laudisio cita Anastàsio quando a p. 68 e 69, riferendosi alla conquista dei Longobardi che assoggettarono in Lucania ed in Campania molti territori che erano sotto il dominio degli Imperatori Bizantini, come Giustino II. Il Laudisio cita Anastàsio anche per la Diocesi di “Bussento” all’epoca in cui papa Gregorio Magno scrive al vescovo di Agropoli Felice per la calata dei Longobardi. Questo periodo storico è stato da me analizzato in altri miei saggi. Dunque, Il Laudisio riferisce di alcune notizie storiche tratte da Anastàsio ma riguardano il VII e VIII secolo e non riguardano la notizia citata dall’Antonini che risale al VI secolo d.C., epoca dell’Imperatore bizantino Giustino II. Concludendo, credo che la notizia di un luogo chiamato “Vibonem” e donato al monastero di Montecassino, insieme alla cittadina di ‘Marcellianam’ dall’Imperatore Giustino II nel VI secolo d. C., potrebbe rimandare ai due saggi successivi. Io credo che le notizie intorno a delle sedi religiose o addirittura vescovili di “Vibonem” e di “Marcellianam” attengano alle notizie che riguardano l’opera di evangelizzazione nelle nostre terre che, secondo alcuni scrittori risalgono proprio al I sec. d.C.., epoca della venuta di S. Pietro e S. Paolo. Sulla notizia dataci dall’Antonini: IN LUCANIA MARCELLIANAM, VIBONEM; nome che ancor ritiene in quello di Vibonati; ma pure il P. Abbate Troilo nostro amico non piacendogli di esaminar queste ragioni, capricciosamente, fattosi seguace di Barrio, non vuol approvar nostra sentenza…..Ecc..“, ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 740 parlando di Vibonati in proposito diceva: “Naturalmente è da escludere l’ipotesi dell’Antonini (3) che vuole Vibonati denominato da un’isoletta che le sarebbe quasi di fronte “Vibo ad Sicam, e Siccam” e che ubica ivi la Vibone di Cicerone (4). Già il Troyli (5) aveva fatto giustizia di questa ipotesi quando scriveva “lasciando da parte l’opinione di qualche altro Autore, che per amore della sua Lucania la vorrebbe ne’ Bonati; da Vibone diducendolo Vibonati, con una etimologia molto nuova”. Dello stesso parere il Soria (6), più incisivo il Magnoni (7).”. Ebner a p. 740 nella sua nota (5) postillava che: “(5) Troyli, cit., I, p. 419, p. 178.”. Ebner a p. 740 nella sua nota (6) postillava che: “(6) F. A. Soria, Lettera intorno alle sviste di alcuni autori, “Giornale letterario di Napoli”, vol. LXXV.”. Dunque Pietro Ebner (….) dando torto all’Antonini citava l’opera dell’abbate Troyli (….) riferendosi al tomo I, p. 419 e p. 178 del suo ‘Istoria generale del Reame di Napoli etc…’ dove a p. 176 del tomo I parlando di Vibo Valenzia in proposito scriveva che: “(b) Lasciando da parte l’opinione di qualche altro Autore che per amor della sua Lucania lo vorrebbe nè Bonati; da Vibone diducendo Vibonati, con una etimologia molto nuova.”.

Troyli, tomo I,, p. 177

Troyli, tomo I, p. 178

Nel 592 d.C. (VI sec. d.C.), RUFINO e VENANZIO, vescovi dell’antica diocesi di VIBONE (per Barrio, Laudisio, Lanzoni, ecc..)

Andrebbero ulteriormente indagate le notizie sulle origini e la localizzazione di un vescovado a Vibona o Vibone o ‘Hipponion’ (?). La notizia, tratta dall’epistola di papa Gregorio magno (papa Gregorio I°), secondo cui nel 592 d.C. papa Gregorio Magno scrive (Epistola n. 49 ed epistola n. 18), scrisse a due Vescovi di Vibone o Vibona (“Vibonem”): RUFINO e VENANZIO. Gli studiosi del passato si sono arrovellati intorno a questo antico toponimo ed hanno cercato di avanzare delle ipotesi plausibili intorno alla localizzazione dell’antica sede vescovile ma ancor prima al sito dell’antica colonia o città di origine greca. Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, pubblicato nel 1831 e in seguito nel 1976 ristampato da Gian Galeazzo Visconti (…), citava un’altra notizia che suffragava l’ipotesi di una sede Episcopale a Vibone e, scriveva che:  “…antica Vibona (Vibonam), una volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, ecc…” e, nella sua nota (49), il Laudisio (…), postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”. Il Laudisio (…), citava due lettere (epistole) di Papa Gregorio Magno. Si tratta di due lettere che papa Gregorio Magno, scrisse ad alcuni Vescovi della Lucania. Ritornando al Tancredi (…), egli, a p. 74, nelle sue note, citava il sacerdote Rocco Gaetani, che pure, sulla scorta del Laudisio (…), parlava e citava queste due lettere di papa Gregorio Magno. Il Tancredi (…), a p. 74, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 di Pyxous.”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous.”. Il Tancredi (…), nella sua nota (33) a p. 18, postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sede episcopale, ecc.., p. 376.”. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Dunque, il Tancredi, riguardo la notizia di un vescovado a Vibona, postillava nella sua nota (7), del Gagliardo (…) e, del Laudisio (…), a p. 20. Dunque, cerchiamo di analizzare ciò che scriveva il Laudisio (…), tradotto in seguito dal Visconti (…). Sulla notizia della sede vescovile di Vibona, il Laudisio a p. 73 (p. 17, versione latino della versione curata dal Visconti): “…a Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), una volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città ecc..”. Il Visconti (…), nella traduzione alla ‘Synopsi’ del Laudisio (….), nella sua nota (49), fa riferimento alle epistole (lettere) di papa S. Gregorio Magno: Lib. 8, ep.49, lib. 11, ep. 18′. Il Laudisio (…), riportando la notizia “…sorte sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati.”, il Laudisio (…), postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”, egli citava due epistole (lettere) di Papa Gregorio Magno (papa Gregorio I) e, aggiungeva: “l’antica Vibona (Vibonam)….che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati.”. Dunque, il Laudisio (…), crede ed avanza l’ipotesi che l’antica sede Vescovile di Vibonem sia da porsi a Vibonati piccolo borgo medievale non lontano da Policastro. L’ipotesi del Laudisio è fatta sulla base etimologica del toponimo di Vibonati. Rileggendo il testo di Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73, apprendiamo che: “…l’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci orientali che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità  fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), una volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati. Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio (…), nella versione del Visconti (…), a pp. 16-17, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Platin., In vita Steph. papae IX.”, nella sua nota (48), postillava che: “(48) Bar., Ant. Luc., part. 1, pag. 139.”, nella nota (49), postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”. A proposito di questa notizia, ne parla anche il Porfirio (…), sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del coevo Laudisio (…), affermava: ”Da qui l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi in grazia dell’etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco esse si ebbero alcune di queste ancorate famiglie.” . Il Porfirio (…), nella sua nota (2), trae la notizia dall’epistola di Papa S. Gregorio Magno: “Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18”. Gaetano Porfirio (…), nel 1848, parlando della Diocesi di ‘Policastro’, a pp. 537-538, forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Laudisio (…), scriveva che:

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Il Porfirio (…), a p. 538, nella sua nota (2), si riferiva alle origini di alcuni nostri centri, come ad esempio Vibonati (li Bonati): “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, ……altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio Magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonatisi appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”. Il Porfirio (…), però, nella sua nota (2), postillava sull’Epistola papale di S. Gregorio: “(2) Lib. 3. epist. 49, lib. 11, epist. 18.”. Il Porfirio si riferiva alle epistole papali ed è la stessa identica nota riportata dal Laudisio (…). La notizia citata dal Laudisio (…) e dal Volpe (…), è tratta dal Binio (…) e dal Gatta (…). Secondo il Laudisio (…), l’epistola (lettera) è la Lib. 8, ep. 49, lib. 11,ep. 18′ (…), dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi dell’antica sede vescovile di ‘Vibona’. Sulle epistole (lettere) di papa Gregorio Magno, Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona. Secondo il Laudisio (…), l’epistola (lettera) è la Lib. 8, ep. 49, lib. 11,ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi a Venanzio, vescovi dell’antica sede vescovile di ‘Vibona’La nota (f), del Laudisio (…), a cui si riferiva il Tancredi (…), è la nota (48), della versione della ‘Synopsi’ del Laudisio, curata dal Visconti, e stà in detta versione a p. 73, che corrisponde alla p. 17 della verione scritta in latino.Per le due Epistole di papa S. Gregorio Magno I si veda pure Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; Il Laudisio (…) e il Porfirio citavano le due Epistole di Gregorio I: Lib. 8, ep. 49, lib. 11,ep. 18′. Il testo di Binius Severino (…), nel suo ‘Concilia Generalia et Provincialia etc…’, pubblicato a Colonia nell’anno 1606 (I edizione)(forse si tratta del  tomo II, cap. III, p. 736). Il Laudisio (…), nella sua nota (49) postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”. Dunque si tratta delle due Epistole di papa S. Gregorio Magno I: l’epistola n° 49 nel Libro VIII e, l’epistola n° 18. Per queste due epistole (lettere papali) di papa S. Gregorio Magno I si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Binius Severino (…), nel suo ‘Concilia Generalia et Provincialia’, Colonia, 1606. Il Porfirio (…), però, nella sua nota (2), postillava sull’Epistola papale di S. Gregorio: “(2) Lib. 3. epist. 49, lib. 11, epist. 18.”. Dunque, si tratta dell’epistola n° 49 nel Libro III (come scrive il Porfirio) o il Libro VIII come scrive il Laudisio ?. A questa vi è pure l’epistola n° 18 nel Libro XI. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Il Gaetani (…), nel suo introvabile libretto sull’antica diocesi di Bussento, a riguardo scriveva che a Buxentum, nel 501, appare un Vescovo chiamato Rustico. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Dunque, il Tancredi, riguardo la notizia di un vescovado a Vibona, postillava nella sua nota (7), del Gagliardo (…) e, del Laudisio (…), a p. 20. La nota (f), del Laudisio (…), a cui si riferiva il Tancredi (…), è la nota (48), della versione della ‘Synopsi’ del Laudisio, curata dal Visconti, e stà in detta versione a p. 73, che corrisponde alla p. 17, dove vi è la sua versione in latino.

Nel 599 (VI sec. d.C.), VENERIO di VIBO

Riguardo Vibona, Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 75, riferisce  che: “Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato, tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patrimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (74), postillava che: “(74) …………………”. Il Campagna (…), nella sua nota (75), postillava che: “(75) Reg. Epist., IX, 127.”.

Nel VII sec. d.C., Blanda e Cesernia nella Cosmographia dell’Anonimo Ravennate

Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: “Più recenti notizie di Blanda si hanno dall’Anonimo Ravennate (22), vissuto intorno al VII sec., il quale riporta nel IV libro il nome di Blanda tra Laminium e Cesernia: Tempsa, Clompetia, Cerillis, Laminium, Blandas, Cesernia, Buxentum, e lo ripete nel V libro con variazione nel nome di Laminium: Laminium, Blandas, Cesernia. L’ordine, da sud a nord, seguitò dall’Anonimo Ravennate nell’elencazione delle città costiere meridionali, ci dice che Laminium (Lao) era a nord di Cerillis (Cirella) e Blanda a nord di Laminium, così com’è realmente.”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Anonymi Ravennatis, ‘De Geographia’, IV, 32 e V, 2”. Infatti, l’Antonini (…), a p. 430, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “…e nell’Anonimo di Ravenna’ chiamasi ‘Ceserma (I), seguitando forse l’antica carta di ‘Peutingero’, dove col medesimo nome vien chiamato.”. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. La prima edizione della ‘De Geographia’ dell’Anonimo di Ravenna è di don Placido Porcheron (…). L’Anonimo di Ravenna (6), detto anche Geografo di Ravenna, fu autore di un elenco di dati geografici riuniti in cinque libri nel VII o nell’VIII sec. sotto il titolo di ‘Cosmografia ravennate’. Il testo, basato su una prima compilazione del IV sec., venne più volte aggiornato nel corso dei sec.. Numerosi sono i punti in comune con la Tavola peutingeriana. L’Anonimo di Ravenna (o ravennate) (6). L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge: “…ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: 9. Bussento e le altre città del Golfo di Policastro sono elencate anche negli itinerari antichi, e in particolare negli itinerari costieri lungo il Tirreno da Reggio a Roma. Questi itinerari, risalenti all’epoca imperiale romana, e ritrascritti da autori medioevali, ci tramandano anche il nome di centri minori. Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”.

Blanda e Caesariana nella Tabula Peuntingheriana

La Tabula peuntingheriana, Itineraria militare. La Tavola o Tabula Peutingheriana (da Peuntinger, il nome del suo scopritore) è una copia del XII-XIII secolo di un’antica carta romana che mostra le vie militari dell’Impero romano. È attualmente conservata presso la Hofbibliotechek di Vienna, in Austria, e per ciò è detta Codex Vindobonensis. Ne esiste anche una copia in bianco e nero negli archivi della cartothèque de l’IGN, a Parigi; ed un’altra riproduzione è conservata presso il museo sotterraneo dell’Arena di Pola in Istria. La sua datazione è problematica, così come la sua provenienza. La Tabula fu infine stampata nel 1591 ad Anversa con il nome di Fragmenta tabulæ antiquæ dal famoso editore Johannes Moretus. Il manoscritto è generalmente datato al XIII secolo. Sarebbe opera di un anonimo monaco copista di Colmar, che avrebbe riprodotto verso il 1265 un documento più antico. Per quanto attiene a talune specifiche indicazioni, l’originale deve essere posteriore al 328. Porta il nome dell’umanista e antichista Konrad Peutinger che la ereditò dal suo amico Konrad Celtes, bibliotecario dell’imperatore Massimiliano I; Peutinger avrebbe voluto pubblicare la carta, ma morì prima di riuscirci. Disegnata probabilmente a metà del IV secolo, copiata dettagliatamente nel pieno Medioevo e riscoperta nel 1508 da quel K. Peutinger da cui ha tratto il nome, la Tabula è una striscia di pergamena lunga quasi 7 metri ma alta soltanto 35 centimetri, che rappresenta tutto il mondo allora conosciuto. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”.

Nel 1097, in un documento il toponimo di “Scido”

E’ un documento unico per la nostra storia, pubblicato da uno studioso nel 1865. Si tratta di un documento dell’anno 1097 – un privilegio Normanno concesso nel territorio sapresein cui si fa riferimento a ‘Scido’ ed a un monaco di Vibonati (Figg….), andato perso nelle note vicende belliche (…), ma pubblicato nel 1865 dal Trinchera (…) (Fig….).

Cattura

Scido e S. Phantini

(Fig….) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco,  tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (…)

Nel 1568, il “Seno Saprico” (Golfo di Policastro) in Scipione Mazzella Napolitano

Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (4), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella  sua descrizione del ‘Principato Citra (o Citeriore), a pag. 79, scrive anche di Sapri: Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano ‘Seno Saprico’ dalla città di Sapri, oggi nominata Li Bonati…”.

Nel 1739, a Sapri in località S. Martino vi erano beni e le dipendenze dell’antico Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano passati poi alle dipendenze del Monastero certosino di S. Lorenzo di Padula

Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nella sua “Sapri giovane e antica”, a p. 93 parlando di Sapri e dei documenti conservati nei Catasti Onciari dell’Archivio di Stato di Napoli, per il 1742 ci parla di un altro interessante documento (“Rivela”) del 1739 ed in proposito scriveva che: “Nel medesimo Volume n. 4342 dei Catasti Onciari, per l’anno 1742, si trova la Rivela riguardante la Grancia di Policastro per i beni posseduti in Sapri. Riportiamo per estratto: “Io Fr’ Placido M. a Cirino, Certusino Laico del Monistero di S. Lorenzo della Padula, Attual Granciero della Grancia di Policastro….rivelo come fra li beni che essa Grancia possiede, tiene un territorio di capacità (ettari ?) cento incirca, sito nelle Pertinenze della Terra di Sapri, e perciò alli Deputati di detta Terra di Sapri fò la pres.te mia Rivela di detto territorio chiamato vulgarmente S.to Martino, quale l’anno 1739 con….fu detto Territorio tutto censuato a Censo emfiteutico per annui docatiSi come per Istrumento rogato con tutte le solite solennità, per mano di Not.ro Gio. Ant. Brandi…”. La citazione del Tancredi di una ‘Rivela’ dove si descrivono le proprietà della Grancia del Monastero di S. Francesco di Policastro è interessante perchè in esso vi è la prova che ancora nel 1739 vi erano a Sapri possedimenti di proprietà e dipendenza della “Grancia” o Monastero di S. Francesco di Policastro, Grancia del Monastero di S. Lorenzo di Padula. Sappiamo che il Monastero della Certosa di S. Lorenzo di Padula possedeva i beni dell’antica Abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano e con questi beni passarono al Monastero di S. Lorenzo di Padula alcune “grancie” che appartenevano all’antico Monastero italo-greco di Rofrano. Il documento del 1731 citato dal Tancredi (….), conservato nei Catasti Onciari dell’Archivio di Stato di Napoli è firmato, è una dichiarazione del “grancero”, “Io Fr’ Placido M. a Cirino, Certusino Laico del Monistero di S. Lorenzo della Padula, Attual Granciero della Grancia di Policastro…”, che: “rivelo come fra li beni che essa Grancia possiede, tiene un territorio di capacità (ettari ?) cento incirca, sito nelle Pertinenze della Terra di Sapri, e perciò alli Deputati di detta Terra di Sapri fò la pres.te mia Rivela di detto territorio chiamato vulgarmente S.to Martino, quale l’anno 1739 con….fu detto Territorio tutto censuato a Censo emfiteutico per annui docatiSi ecc…”e che tale dichiarazione “come per Istrumento rogato con tutte le solite solennità, per mano di Not.ro Gio. Ant. Brandi…”. Dunque, secondo il documento rogato dal Notaio Giovanni Antonio Brandi di Vibonati, oggi conservato nel Volume n. 4342 dei Catasti Onciari, per l’anno 1742, ci parla dei bani posseduti nel 1739 a Santo Martino a Sapri posseduti dalla grancia di Policastro dipendente dal Monastero di S. Lorenzo di Padula. Il documento ci dice che questi beni e terreni siti a Santo Martino a Sapri erano stati affittati (a censo emfiteutico). Il “granciero” di Policastro, il Certusino laico del Monastero di S. Lorenzo di Padula, granciero della grancia di Policastro, frate Placido M. a Cirino, dichiarava i beni posseduti in Sapri dalla Grancia di Policastro. La Grancia di Policastro era il Monastero di S. Francesco d’Assisi, grancia del Monastero Certosino di S. Lorenzo di Padula al quale erano passati tutti i beni dell’antico Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, in seguito di S. Maria di Grottaferrata di Tuscolo, poi in seguito passata all’Arcamone per vendita e poi in sguito ancora passati al monastero di Padula. Nel 26 ottobre 1728, la Certosa di S. Lorenzo a Padula acquistò Montesano e il monastero basiliano di S. Pietro al Tomusso dall’Abbazia italo-greca di Grottaferrata a Grottaferrata, un tempo Grancia del monastero italo-greco di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano. E’ con l’acquisto del Monastero di S. Pietro al Tumusso che la Certosa di Padula diviene proprietaria di tutti i beni che un tempo appartenevano ai due Monasteri di Rofrano e di S. Giovanni a Piro. Infatti, il frate certosino del monastero di Policastro di cui parla il documento dipendeva dalla Certosa di Padula. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 339 parlando di Policastro in proposito scriveva che: “A Policastro, oltre quella di S. Giovanni a Piro, vi era una grancia di S. Lorenzo di Padula (55).”. Ebner a p. 339, nella sua nota (55) postillava che: “(55) Sacco cit., I, p. 97, col. 2.”. Ebner si riferiva al testo di Antonio Sacco (…) ed il suo ‘La Certosa di Padula disegnata, descritta e narrata su documenti inediti, con speciale riguardo alla topografia, alla storia e all’arte della contrada’. Il documento citato dal Tancredi è interessantissimo anche per Sapri e per il suo territorio perchè è la testimonianza che molti beni presenti nel territorio saprese non appartenevano alla Baronia dei Carafa o dei Palamolla ma erano dipendenze dell’antichissimo Monastero italo-greco di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano. Da Domenico Martire (….), però leggiamo che a Sapri vi era una grancia detta di “13. S. Nicola a Sapri”. Inoltre riguardo Policastro il Martire (….), riporta “12. S. Benedetto a Policastro” e non riporta il Monastero di S. Francesco. Dunque, il granciero che faceva la dichiarazione al Catasto nel 1731 a quale grancia o monastero dipendeva ? Di sicuro era un Monastero di Policastro e di sicuro gestiva un Monastero grancia o dipendenza di S. Lorenzo di Padula. Domenico Martire (…) nel 1877, a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, e cioè: …….1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria;6. S. Matteo nel territorio di Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca;15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, il Martire (….), oltre ad elencare per Policastro, la “grancia” di “6. S. Matteo nel territorio di Policastro”, che era una grancia dell’antico monastero di S. Maria di Rofrano, elenca pure alcune grancie o dipendenze dell’antico Monastero di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro che pure era grancia di S. Maria di Rofrano. Il Martire (….) a p. 151 elenca “11. Monastero di S. Giovanni a Pera, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepe di Roma:”, e quindi elenca “13. S. Nicola a Sapri” e pure “12. S. Benedetto a Policastro”. Il Martire aggiunge anche “14. S. Fantino alla Torraca”. Dunque, secondo il Martire (…) che scriveva anche sulla scorta del Di Luccia (….), a Sapri vi erano due grangie, quella di S. Nicola e quella di S. Fantino, entrambi grangie del monastero di S. Giovanni a Piro che a sua volta era una grangia del monastero di S. Maria di Rofrano. A Sapri, l’antica località di S. Martino è localizzata al di sopra della località “Fortino” e si estende fino alla località “Pietradame“. Vi passa pure l’antica via interpoderale S. Paolo che arrivava pare fino a Policastro.

Note bibliografiche:

(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10 (Archivio digitale Attanasio)

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) (Fig. 1) Questa carta (stralcio), da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, Raccolta piante e disegni, C. XXXII, 2, ove sul retro è scritto : 1756 ? sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, di cui sappiamo che una copia fatta ri- produrre dall’abate Ferdinando Galiani, è conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi.
(2) Antonini G., La Lucania, I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, pp. 424, 430.
(3) Greco Giovanna, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32.

(4) Curzio Nicola, Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli, estratto dal Pensiero Cattolico, Manduria, 1910, cap. XIV, p. 29.

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(5) Magaldi Josè, Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni, Incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, Sapri, Marzo 1928, Anno VI; questo scritto di cui noi possediamo una copia donataci dall’autore, è inedita ma depositata a Salerno. Il Ma- galdi scrisse detta relazione a seguito dei lavori di scavo per conto della Regia Soprinten- tenza che si tennero a S. Croce nel 1928. Nello scritto, il Magaldi racconta che i rinveni-menti maggiori si ebbero nel 1884, in occasione delle opere e lavori che portavano a  compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Cro-ce, con Sindaco il dott. Nicola Gallotti che nel 1899, scrisse diversi libretti (17).

(6) Gallotti N., Sapri nella storia e nella tradizione popolare, Napoli, Tip. Golia, 1899, pp…….

(7) Mazzella Napolitano S., Descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1568, p. 79

(8)  Johannowsky W., Atti XXII Congresso sulla Magna Grecia, Taranto, 1982, p. 422; si veda pure 1983 b;

(9) La Greca F., L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana, Agropoli, 2010, pp. 19-25.

(10) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Gal-zerano, pp. 151, 152, 153, 154; In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (12) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il do-cumento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (15). Riguardo l’altra notizia a cui fa riferimento la presente nota, si veda pure: Gaetani R., Giovan Gia-como Palamolla detto il Palemonio, Roma, Tip. del Senato, Roma, 1914, p. 9; Sulla scorta di questa notizia, il Tancredi (Tancredi L., Il Golfo di Policastro, Napoli, 1976, e pure in ‘Sa-pri giovane e antica’, 1985, Villa S. Giovanni, ed. Parallelo 38, pp….Il documento citato dal Gaetani si trova in: Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa ver-tente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro, dipen-dente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”.

(11) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P.O. “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. F. Palamolla.”. Il documento e la notizia furono citati dal Gaetani, in Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Tip. del Senato, Roma, 1914, p……  

(12) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3;

(13) Corcia N., Storia delle due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789, Tomo III, 1874, p….

(15) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il documento fu citato dal Gaetani R., op. cit. (4) e dal Ca- taldo (9). In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (3) che cita. Il Gaetani, cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5), a p. 154, alla nota 4 (nota 1) e, pare che trae questo antico documento dal Canonico Giuseppe Menta, che troviamo citato su un’antico testo scaricabile da Google libri gratis. Il Gaetani, op. cit., p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Ma- gliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri del-le rendite.”. Riguardo poi al documento in questione, ne parla anche il Cataldo (16), che, nelle sue note (p. 19, nota n. 71) in proposito scrive che il documento è un manoscritto (Ms.), conservato all’A.D.P. (Archivio della Diocesi di Policastro). Infatti, per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, si veda pure Catal-do (16).

(16) Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Gio-vanni a Piro, Salerno, 1993. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basi-liano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

(17) Gallotti N., Sapri nella storia e nella tradizione popolare, Napoli, Tip. G. Golia, 1899, pp. 39-40.  Si veda pure: Gallotti N., Condizioni igienico sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lagonegrese, 1891, pp. da 23 a 27 (copia in mio possesso).

La città d’Avenia ed il maremoto che la distrusse

La città di Avenia nella tradizione popolare e in uno scritto del ‘600

Dell’esistenza di una città antichissima nel sito attuale di Sapri è dimostrata da alcuni riferimenti oltre che da alcune fonti storiche. Secondo alcuni, nel luogo detto ‘Marina di Torraca, sarebbe sorta in tempi remoti un grande  centro popolato di nome ‘AVENIA’, di origine etrusca. Narra una locale leggenda tramandata oralmente dalla tradizione locale, che un giorno, sconvolto da un terrificante sisma, l’abitato fu inghiottito dalla terra e successivamente travolto dal mare. Quando i romani vollero conquistarla, divampò una guerra furibonda con gli etruschi di Avenia ma, questa città, fu travolta da un violento maremoto tanto che scomparse definitivamente e nessuno dei due popoli che se la contendevano riusci a sottometterla. Inoltre, dell’esistenza di un’antica città scomparsa ce ne parlano gli anziani del luogo che, attraverso la tradizione orale popolare vuole che, in seguito ad un violento maremoto, fosse stata inghiottita la celebre ‘città d’Avenia. Fu allora, a seguito di questo violento cataclisma, che il nome mutò in Saprì ( si aprì ) e poi in Sapri. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, la notizia di una città chiamata ‘Avenia’, è del Tancredi (3) e prima ancora del Guzzo (8). In seguito, il Guzzo (8) affermava che, tra i rioni di S. Croce e della Marinella sarebbe sorta “Avenia” di origine etrusca. Il Guzzo così si esprimeva: Quando i romani vollero conquistarla, divampò una guerra furibonda tra i due popoli, ma la città contesa non rimase in possesso nè degli uni nè degli altri in quanto un triste giorno colpitada un terribilesisma, venne inghiottita dal mare con tutti i suoi abitanti.”.

Tortorella e Battaglia

(Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (1)

La tradizione popolare e la Città d’Avenia

Forse ‘Avenia’, fu una città posta sulle colline della contrada di S. Martino (Santu Martino), quelle colline che dai ‘Cordici’, degradano verso  il mare di S. Croce a Sapri. Mia zia Maria, racconta una leggenda tramandata oralmente dai suoi avi, ovvero che, all’epoca di Cristo, in seguito ad un violento maremoto che aveva inghiottito l’antica ‘città di ‘Avenia‘, i cui resti, semisomnmersi, si vedevano in località S. Croce a Sapri, un viaggiatore o un viandante, vide la Madonna che trascinava il grande e pesante cancello della città di Avenia, unico superstite oltre ai ruderi semisommersi, che la Madonna trascinava a spalle per portarlo a Policastro. Il viandante,  rivolgendosi alla Madonna, gli imprecò di posarlo a terra e lasciare il grosso e pesante cancello – con le sue chiavi –  della ‘città d’Avenia’, distrutta dal violento maremoto che, la Madonna portava in salvo a Policastro e, gli disse: “Maria posalo, posalo”. Ma la Madonna gli rispose: “…e se sapessi cosa significa posa,.. mi imponeva Velia ed ogni cosa“. Nello studio già pubblicato, scrivevo: “Sappiamo di resti antichi, forse di una antica città, rinvenuti nelle campagne tra Sapri e Torraca.”. Infatti, nella carta che quì ripubblichiamo (Fig. 1), il luogo che figura con il toponimo di ‘Bibo ad Sicam odie rui.‘, viene proprio posto nell’entroterra Saprese, nelle campagne tra i Cordici ed il litorale verso il cimitero di Sapri. Secondo la tradizione orale locale che ancora si tramanda e secondo alcuni studiosi della bibliografia antiquaria, pare che nel nostro territorio vi fosse una città chiamata ‘Avenia’ e che essa fosse scomparsa in seguito ad un maremoto. Scrive Scarfone (25): “L’origine di questo cataclisma generatosi all’improvviso rimane misteriosa (7). Con il passare dei secoli, quando i suoi effetti sismici, probabilmente seguiti anche ad una conseguente ingressione marina, si sarebbero lentamente attenuati, sarebbe rimasta un’area costiera paludosa, putrida e melmosa, in seguito asciugatasi e poi bonificata. Nonostante ciò, è stata spesso ricordata non solo a Sapri ma anche nel territorio circostante. Desta tutt’oggi particolare interesse scientifico la presenza al largo del Mar Tirreno di numerosi apparati vulcanici sottomarini (seamunts). Tra di essi, proprio al largo del Golfo di Policastro, si registra quella del Marsili e del Palinuro.”. L’abate Pacichelli (5), nel 1703 e, poi l’Alfano (4), nel suo ‘Regno di Napoli in Prospettiva’ parlando di Maratea a p. 288, così scriveva: “credono alcuni che sia stata l’antica città di Velia”. E poi ancora a p. 288, il Pacichelli (…) scrive: “Al Porto di Sapri, che è aperto è fama inghiottisse la celebre Velia, raccordata dal Poeta dopo Palinuro, nel Golfo di Policastro, à dodici miglia nè confini del Superior Principato ecc..ecc..”. E’ l’Antonini (14), che ci segnala la notizia creduta dall’abate Pacichelli e ne fa una sua personale disertazione nella nota 2 di pagina 430. L’insigne archeologo Mario Napoli (13), localizzava il sito archeologico della colonia greca della Magna Graecia di Elea (Velia) e, affermava che i ruderi scoperti nell’attuale Velia del Cilento (località Casalvelino), fossero i resti dell’antica Elea di cui ci parlava il geografo Strabone. Riguardo l’eventuale localizzazione di una città d’epoca pre-romana a Sapri o nel suo entroterra, la scarsezza di fonti certe e di documentazione certa non danno conforto all’attestazione del sito di Sapri. Tuttavia, nonostante gli studi intorno all’antica colonia greca eleatica, bisognerebbe ulteriormente indagare sulle affermazioni di alcuni eruditi del ‘600 e del ‘700 che la credevano localizzata nell’entroterra saprese. Riguardo il toponimo di ‘Avenia’ o di città d’Avenia, non è stato ancora precisato. Si sa solo che, questo era il nome di un antica famiglia romana. Andrebbero ulteriormente indagati i toponimi di “Avenia“, ocittà d’Avenia e quello di ‘Biboad Sicam. Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, a p. 7 parlando di Bussento scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che, Policastro fosse stata edificata per le sue ruine della suddetta Velia; E benché tra l’antichi Scrittori, sia controversia se Policastro sia nella Lucania, o pure ne’ Bruzij, nientedimeno io aderendo all’opinione del sudetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “E’ Policastro città della Lucania, nobile Città, ornata della dignità Ducale, la qual passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus termine della Lucania, così dice Alfonso Bonaccioli nella prima parte della Geografia di Strabone nel lib. 6 e tanto narra Ferdinando Vghelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo dice Virgilio “Portusque require Velinos”. Etc…”.

La “città d’Avenia”, città etrusca

Sulla scorta di questa notizia, Luigi Tancredi (Tancredi Luigi, Il Golfo di Policastro, Napoli, 1976, e pure in ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 280), nel pubblicare il documento notarile (22) al posto di “Velia”, riporta “Avenia“, p. 23 e, successivamente il Guzzo, “Da Velia a Sapri, Itinerario costiero tra mito e storia”, ed. Palumbo, Cava dei Tirreni, 1978, p. 220), affermavano, che tra i rioni di Santa Croce e della Marinella sarebbe sorta “Avenia” di origine etrusca. Il Guzzo così si esprimeva: “Quando i romani vollero conquistarla, divampò una guerra furibonda tra i due popoli, ma la città contesa non rimase in possesso nè degli uni nè degli altri in quanto un triste giorno colpita da un terribile sisma, venne inghiottita dal mare con tutti i suoi abitanti.. Sulle probabili origini Etrusche di Sapri ha scritto Ettore Pais. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 200 e sgg, in proposito scriveva che: “Gli Etruschi raggiunsero poi la Campania. Apprendiamo da Dionigi di Alicarnasso che nel 524 a. C. in compagnia di molti popoli barbari, come Umbri e Dauni, tentarono di conquistare la città greca di Cuma. Ma i Cumani ricacciarono ecc…Da vari dati si ricava che alcune città della Campania furono soggiogate o fondate dagli Etruschi…..E’ bensì vero che verso la metà del V secolo i Sanniti si sovrapposero agli Etruschi nella Campania;…..Gli Etruschi occuparono il paese degli Oschi fino a Marcina posta non lungi da Salerno. Anche l'”ager Picentinus” limitrofo al Silaro venne in loro potere; il fiume che ivi scorre si chiama anche oggi Tusciano. Gli Etruschi non oltrepassarono tuttavia, per quel che pare, la foce del Silaro, ove era la colonia greca di Posidonia (Pesto). Posidonia era colonia di Sibari; alla sua fondazione avevano concorso anche abitanti della peloponnesia Trizene. Apprendiamo dagli antichi che gli abitanti di Sibari erano congiunti da stretta amicizia con gli Etruschi. A prima vista la notizia appare strana, date le rivalità che esistevano fra Greci e Tirreni, considerando per giunta la distanza e la situazione delle due città. Se si tien però conto che Pesto era colonia di Sibari, la notizia riesce chiara. Sibari esercitava il suo commercio risalendo il corso del Crati ed importando merci greche particolarmente sulle coste del Tirreno. Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, gelose dominatrici dello Stretto.”, e poi a p. 205 scriveva che: “Comprendiamo che attraverso il commercio dei Sibariti giungevano svariati prodotti dell’Asia. Soprattutto i Milesi diffondevano merci preziose, etc…”. Il Pais, a p. 358, vol. I, nelle sue note al Libro II postillava che: “p. 205. Le mie osservazioni sulle relazioni commerciali dei Sibariti, dei Milesi e degli Etruschi, sull’estensione della potenza Etrusca ecc.., esposi e documentai in miei libri precedenti, (Storia della Magna Grecia; Italia Antica). Ivi ho raccolto e discusso testi e materiali antichi.”.

L’epigrafe in caratteri greci e quella latina pubblicate dall’Antonini, trovate e viste in località Fortino a Sapri, forse provenienti dalla città d’Avenia  come dice lui dalla città di Vibona

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua prima edizione della, La Lucania, I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745 parlando di Sapri e nel descrivere i ruderi archeologici che vide personalmente, a pp. 434-435, in proposito scriveva che: “Verso l’imboccatura del porto dal lato occidentale sono gl’interi fondamenti di circa altri stanze simili a quelle, che sono nel lato occidentale, le quali potevano essere magazzini, o altra spezie d’officine alla marina appartenenti; e poi intorno intorno al porto veggonsi sott’acqua, ed al lido grandi ruine di larghissime muraglie; sicurissimo indubitato segno, che sulla riva del mare,  e poco entro terra i Cittadini abitassero. Dico ciò, anche perchè non ho trovato fra quelle vicine vigne vestigia alcuno di antica cosa: e dimandato a quei Contadini, se zappando avessero mai trovato sotto terra qualche considerabile fabbrica, mlti mi dissero d’avervi pochissime cose scoverto. Solamente al di sopra la Torre del lato occidentale trovai due pezzi di colonna d’ordinarissimo granito, e pochi passi dentro una vigna opposta un pezzo considerabile di fabbrica, ed un frammento di marmo, in cui eran rimaste le solo poche greche lettere dell’intera Iscrizione, che contener doveva nella maniera quì posta: 

                                                                                                         ΘΕΟΙΣΑΠ…..

                                                                                                      …..ΟΙΗΣΕΝ……

                                                                                               ……ΜΟΥ…..ΔΟΙ….Ρ…..

                                                                                                      …..ΕΥΤΥΧΟC……

Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a p. 65, che parlando di ‘Scidro’ sulla scorta dell’Antonini scriveva che: “Il porto di Sapri è per gran tratto pieno di fabbriche occupate dal mare; ma più di tutte quelle rovine (6) dimostra il luogo abitato da’ Greci la seguente mutila epigrafe: ….etc…”. L’Antonini, proseguendo il suo racconto, a p. 435 (I edizione del 1745 e a p. 434 nella II edizione del 1795), in proposito scriveva pure che:  “Mi furono ben vero mostrati molti gran mattoni, ch’erano stati di sepolcri, e di questi spessissimi si trovavano fra quei vigneti con qualche lucerna sepolcrale.  Nell’erto della collina vicino un pagliaio viddi a terra l’iscrizione seguente, che avrei forse con poco denaro potuto avere, se la sciocchezza d’un Prete, che ne faceva gran caso,  non avesse distolto il padrone, ch’era un contadino, dal vendermela, dicendomi averla promessa ad un suo amico in Napoli. Peraltro a me bastò averla copiata e è questa:

                                                                                        M. T. PALP II. IVCVNDI

                                                                                            V IX. AN. XI. M. VIII.

                                                                                           M. PALPIVS. BASSVS

                                                                ET. LARTIA. MVSSIDIANA PARENT. MOESTISS.

text6

(Fig…) Antonini, op. cit., p. 434

L’Antonini prosegue parlando di un’altre due iscrizioni: Mi furono mostrati molti gran mattoni che erano stati di sepolcri. Nell’erto della collina, vicino ad un pagliaio, vidi a terra l’iscrizione seguente, che avrei forse con poco danaro potuto avere, se la sciocchezza d’un Prete, che ne faceva gran caso, non avesse distolto il padrone, che era un contadino, dal vendermela, dicendo di averla promessa ad un suo amico in Napoli. Per altro, a me bastò averla copiata, ed è questa:”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, dopo aver detto dell’accurata descrizione dei manufatti a S. Croce fatta dall’Antonini nel 1745, a p. 32, nella nota (21) postillava che: “(21) Fra i reperti dell’antichità classica, oltre la lapide di Sempronio Prisco, sono da ricordare altre due: una greca, incompleta, consistente in un frammento di marmo presso la Torre del lato occidentale, tra le vigne, colle seguenti parole: etc…., un’altra romana, più chiara e completa, con questa iscrizione: M. T. PALP II. IVCVNDI V IX. AN. XI. M. VIII. M. PALPIVS. BASSVS ET. LARTIA. MVSSIDIANA PARENT. MOESTISS. Questa s’interpreta: ‘Memoria Titi Palpii Jucundi: vixit annos undecim, menses octo. Marcus Palpius Bassus et Lartia Mussidiana, parentes moestissimi (posuerunt) = Ricordo di Tito Palpio Giocondo: visse undici anni ed otto mesi. Marco Palpio Basso e Larzia Mussidiana, genitori molto addolorati, gli posero questa lapide. Alla famiglia dei Bassi, intorno ai primi secoli, appartennero personaggi illustri tra consoli, cavalieri, poeti e grammatici. Sono iscrizioni rinvenute e citate dall’Antonini nella “Lucania” (Tomo I, Parte 2°, Discorso XI, pagg. 433-434). Commuove per la scomparsa di un fanciullo in tenera età.”. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a pp. 65-66, che parlando di ‘Scidro’, in proposito scriveva pure che: “Molti sepolcri ancora si scoprivano tra’ prossimi vigneti, ma appena ne rimanevano queste due lapide: “D. M. T. PALPII. IVCVNDI VIX. AN. XI. M. VIII M. PALPIVS. BASSVS ET. LARTIA. MVSSIDIANA PARENT.  MOESTISS.”, e a p. 66 aggiungeva che: “Notabile nella prima di queste iscrizioni è il prenome di ‘Lartia’, il quale, corrispondente a ‘domina’, si legge in molti titoli sepolcrali etruschi, nè so se s’incontra in altre epigrafi latine: certo è che i due titoli dimostrano il luogo abitato ne’ tempi romani; ma che la città fosse abbandonata o distrutta innanzi ai primi tempi dell’Impero si può raccogliere dal non essere ricordata nè da Strabone nè da’ geografi posteriori.”.

Corcia, su Scidro, p. 66, cap. III

Dunque, secondo il Corcia (…) vol. III, a p. 66, l’iscrizione latina riportata dall’Antonini vista a Sapri, riguarda una testimonianza etrusca. Sulla storia di Sapri ha scritto anche il dottor Nicola Gallotti nel 1899 che pubblicò “Sapri nella storia e nella tradizione popolare – brevi cenni”, e sebbene parlasse delle origini di Sapri anche sulla scorta di studiosi come Nicola Corcia, il Curcio-Rubertini (…) e il Tropea (…), in “Storia dei Lucani”, non si accenna mai alla città di Avenia ed al racconto della tradizione orale locale di una città inghiottita dalle acque a seguito di un “maremoto”. Lo stesso Corcia (…) accenna a origini etrusche e ad una “città dei Romani” riferendosi al pronome latino di “Lartia” che si trova nell’iscrizione lapidea – la stele marmorea – che oggi si trova in Piazza del Plebiscito. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura, mito e storia”, a pp. 177-178, in proposito scriveva che: “L’Antonini cita, tra i reperti da lui rinvenuti a Sapri, anche una lapide sepolcrale di fanciullo recante la seguente epigrafe latina: etc….”Memoria Titi Palpii Iucundi: vixit annos undecim, menses octo. Marcus Palpius et Lartia Mussidiana, parents moestissimi (posuerunt)(11) (In memoria di Tito Palpio Giocondo: visse 11 anni e 8 mesi. I genitori dolentissimi, Marco Palpio Basso e Larzia Mussidiana, posero questa lapide)(13).”. Il Guzzo, a p. 177, nella nota (11) postillava: “(11) F. Cesarino – Sapri archeologica – in “I Corsivi” – Anno 1987 – n. 3“. Il Guzzo, a p. 178, nella nota (13) postillava: “(13) G. Antonini – Op. cit., Vol. I – pag. 434”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario tra mito e storia etc…”, a pp. 222-223, in proposito scriveva che: “Nella zona opposta, vale a dire nell’odierna località dell'”Acqua Media”, l’Antonini enumera le fondamenta di circa venti stanze simili alle “Camerelle”; un vecchio molo corroso dalle onde e tutt’intorno al lido, sott’acqua, grandi rovine di larghissime muraglie (11). Tutte queste rovine ed in particolare le Terme ed il Teatro, sono indubbio indizio che Sapri, se non proprio una grande città, dovette certamente costituire, all’epoca del dominio di Roma, centro assai considerevole. L’Antonini cita, tra i reperti da lui rinveuti a Sapri, anche una lapide sepolcrale di fanciullo recante la seguente epigrafe latina: etc….”Memoria Titi Palpii Iucundi: vixit annos undecim, menses octo. Marcus Palpius Bassus et Lartia Mussidiana, parents moestissimi (posuerunt)”. (In memoria di Tito Palpio Giocondo: visse 11 anni e 8 mesi. I genitori dolentissimi, Marco Palpio Basso e Larzia Mussidiana, posero (questa lapide)(12).”. Il Guzzo, a p. 224, nella nota (12) postillava: “(12) Antonini, op. cit., vol. I – pag. 434”. Devo però precisare che il Guzzo si sbagliava quando scriveva che: “Nella zona opposta, vale a dire nell’odierna località dell'”Acqua Media”, l’Antonini enumera le fondamenta di circa venti stanze simili alle “Camerelle, etc…” Non si tratta del zona limitrofa all'”Acqua Media”, che si trova dove attualmente si trova l’area portuale moderna (il nuovo porto) di Sapri, a ridosso del Monte Ceraso ma la zona a cui si riferiva l’Antonini era quelle che oggi è detta località Fortino. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua prima edizione della, La Lucania, I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745 parlando di Sapri e nel descrivere i ruderi archeologici che vide personalmente, a p. 434, in proposito scriveva che: “Verso l’imboccatura del porto dal lato occidentale sono gl’interi fondamenti di circa altri stanze simili a quelle, che sono nel lato occidentale, le quali potevano essere magazzini, o altra spezie d’officine alla marina appartenenti; e poi intorno intorno al porto veggonsi sott’acqua, ed al lido grandi ruine di larghissime muraglie; sicurissimo indubitato segno, che sulla riva del mare,  e poco entro terra i Cittadini abitassero. Etc…”.. Infatti, l’Antonini si riferiva al lato occidentale della baia naturale di Sapri, dove attualmente vi è posto il faro Pisacane per intenderci. L’Antonini scriveva nel 1745 di aver visto e trovato: ” verso l’imboccatura del porto del lato occidentale sono gl’interi fondamenti di circa venti altre stanze simili a quella, che sono nel lato orientale ecc….Solamente al di sopra la Torre del lato occidentale (crediamo si riferisca alla Torre del Buondormire), trovai un frammento di marmo con greche lettere.”. La “Torre del lato occidentale” è una torre che oggi non esiste più ma all’epoca ancora era visibile evidentemente ed era la torre, forse vicereale detta “Torre del Buondormire” di cui ho parlato in un altro mio saggio. La Torre del Buondormire doveva trovarsi nel punto in cui essa traguardava il mare e dove oggi si trova il Faro Pisacane molto vicino alla “Spiaggia del Buondormire”, dove, nel 1857, si trovava un posto doganale borbonico che accolse i trecento di Pisacane. Dunque, l’Antonini è chiaro al riguardo e dice che l’epigrafe vista con caratteri greci scolpiti si trovava in una vigna posta al di sopra di detta Torre Buondormire, ovvero molto probabilmente dove oggi si trova l’Ospedale Civile di Sapri. Tutta quella porzione di territorio oggi si chiama località Fortino perchè in epoca murattiana e borbonica vi era un fortino e delle opere militari che, nel 1832, il barone Palamolla affittava al Sindaco di Sapri, come risulta dai documenti in mio possesso. Attualmente, l’area in questione è posta sul versante costiero, tra la località S. Marco nel Comune di Sapri e l’area a ridosso della zona Ospedaliera, in parte nel Comune di Vibonati e a ridosso dei camping.

Luigi Tancredi e la “Città di Avenia”

Il sacerdote Luigi Tancredi (3), scriveva in proposito: “La leggenda narra che lungo la fascia costiera esistesse un borgo consistente, che aveva nome Avenia, fondato dagli Etruschi (4). Volendosene impadronire i Romani, arse la guerra fra i due popoli, ma la città non rimase in possesso nè degli uni nè degli altri, perchè un triste giorno venne inghiottita dal mare.”. Il Tancredi aggiunge in proposito: “E’ certo che un’antica famiglia romana portava il nome di Avenia e questo cognome esiste tutt’ora a Torraca.”. Lo studioso in proposito così si esprimeva: Poco valida è l’intepretazione ‘Saprì’, cioè si aprì: la terra si sarebbe aperta ed avrebbe inghiottito, appunto per evento sismico,  il primitivo agglomerato (1)”. Il Tancredi (3), poi rimanda alla sua nota (1 – Cfr. Platea della Badia di S. Giovanni a Piro, pag. 137 MS.). Il documento a cui rimanda il Tancredi (3) – da cui probabilmente trae queste notizie sulle origini dell’antica città di ‘Avenia’, è l’antico documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (2). Poi il Tancredi (3), continua il suo racconto sulla città d’Avenia sempre sulla scorta dell’antico documento (2) del 1595-96. Ma il Gaetani (22), che pubblicò alcuni passi del documento del Notaio Magliano, non parla di ‘Avenia’ ma parla della città di ‘Velia’, mentre invece il Tancredi (3) che, nel pubblicare il documento notarile al posto di Velia, riporta “Avenia (3). Il Tancredi (3), nel pubblicare la trascrizione di un antico documento notarile del Notaio Magliano, parlando della Cappella di S. Fantino e del Porto di Sapri, al posto di Velia, riporta “Avenia (3). Il Tancredi (3), scriveva in proposito: “La leggenda narra che lungo la fascia costiera esistesse un borgo consistente, che aveva nome ‘Avenia’, fondato dagli Etruschi (4). Volendosene impadronire i Romani, arse la guerra fra i due popoli, ma la città non rimase in possesso nè degli uni nè degli altri, perchè un triste giorno venne inghiottita dal mare.”. Il Tancredi aggiunge in proposito: ” E’ certo che un’antica famiglia romana portava il nome di Avenia e questo cognome esiste tutt’ora a Torraca.”. Recentemente lo studioso Antonio Scarfone (25), nel suo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, sulla scorta del Tancredi cita la stessa notizia riportata dal Tancredi (…) che, non riporta solo la leggenda tramandata oralmente ma aggiunge delle notizie sulla città di Avenia di cui la tradizione orale non dice. La tradizione orale parla di un violento cataclisma, anzi parla di un “Maremoto” che ingiottì la città antica di “Avenia”, ma non dice nulla sulla città di Avenia se non il suo toponimo. Scarfone (…), a p. 448, parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Una ulteriore ipotesi lega Sapri ad un centro etrusco, ‘Avenia’, per il cui importante strategico possesso si scatenò una furiosa quanto vana lotta tra Etruschi e Romani. Narra una locale legenda (6) (Tancredi, 1985) che un giorno, sconvolto da un terrificante sisma, l’abitato fu inghiottito dalla terra e successivamente travolto dal mare. L’origine di questo cataclisma generatosi all’improvviso rimane misteriosa (7). Con il passare dei secoli, quando i suoi effetti sismici, probabilmente seguiti da una coseguente ingressione marina, si rarebbero lentamente attenuati, sarebbe rimasta un’area costiera paludosa, putrida e melmosa, in seguito asciugatasi e poi bonificata.”. Scarfone a p. 448, nella sue note (6 e 7) postillava che:

Scarfone, note 6 e 7

Recentemente, Scarfone (26), a proposito di ‘Avenia’, cita il Tancredi (3) e nella sua nota (6), scrive: “L’origine di questa antica leggenda locale si perde nella notte dei tempi. Nonostante ciò, è stata spesso ricordata non solo a Sapri ma anche nel territorio circostante. È il caso di una resoconto trascritto, nel 1695, dal notaio Domenico Magliano al fine di un censimento dei beni e delle rendite appartenenti all’Abbadia di San Giovanni a Piro ubicata nell’omonimo centro urbano di San Giovanni a Piro (SA) distante circa 20 km da Sapri (SA). Lo stesso, dopo aver descritto lo stato di conservazione della cappella di San Infantino ubicata questa nel territorio di Torraca (SA) avanza anche un probabile periodo di costruzione affermando che […] tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Avenia, distrutta ed ingoiata dal mare, che oggi viene detta la Marina et Porto di Sapri, perché s’aprì il monte et entrò il mare […]. Il documento viene riportato da TANCREDI L., in Sapri giovane e antica 1985, pp. 353: 280.. Infatti, correttamente Scarfone (…) a p. 449 aggiunge che:

Cataldo,,,

Dunque, Antonio Scarfone cita il sacerdote Biagio Cataldo (…) e lo studioso Felice Cesarino (…) , riferendosi a due loro studi.

Ma, come vedremo, la notizia dell’antica città scomparsa di ‘Avenia’, non deriva dal documento notarile del Magliano dell’anno 1695-95, ma è una esclusiva illazione del Tancredi (3) che, sulla scorta della tradizione popolare orale – di cui parleremo e che tramanda l’esistenza di una antichissima ‘città di Avenia’, trasformava ‘Velia’ (citata nel documento Notarile del Magliano), in ‘Avenia’. Nel 1906, il sacerdote Rocco Gaetani (22), in un suo pregevole studio sulla storia di Torraca e del territorio Saprese, sulla scorta del Di Luccia (24), parlando dell’antica Cappella di San Fantino nel territorio Saprese, cita la città di Velia, citata in un antico documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96(2), redatto dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96 e, conservato all’Archivio Diocesano di Policastro e a cui abbiamo dedicato uno studio ivi pubblicato e a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti (Fig. 7)(2).

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(Fig. 7) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (2) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.

Il documento (2), citato dal Gaetani (22), scritto nel 1695-96, dal notaio Domenico Magliano, che censiva i  beni e le rendite appartenenti all’Abbadia di San Giovanni Battista di San Giovanni a Piro, dopo aver descritto lo stato di conservazione della ‘Cappella di San Infantino’, ubicata nel territorio Saprese — allora facente parte ed appartenente a Torraca – parlando della ‘Grancia di San Fantino’ nel territorio Saprese, ne descrive limiti e confini e dice che doveva appartenere alla Badia di San Giovanni a Piro e che “tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia”. Il Gaetani (22), pubblicando la trascrizione dell’antico documento (2), scriveva correttamente e, come si vede nel particolare del documento originale: “La Venerabile Cappella di S. Infantini sita et posita in Terra Torracae……Nota sul Porto di Sapri, scriveva: “….stimandosi che tale edificio sia stato costruito in tempo di opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, perchè s’aprì il monte ed entrò il mare: la detta cappella era diruta, senza tetto, ecc.. ecc…“. Il Gaetani (22), non parla di ‘Avenia’ – come ha voluto scrivere il Tancredi (3), ma parla della città di Velia’.

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(Fig. 7) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, particolare in cui si parla della Cappella di S. Fantino

L’origine di alcuni centri del basso Cilento che la tradizione vuole dovuta alla fuga dei superstiti della distruzione della città di Velia, l’antica Elea che fuggirono nei luoghi interni della Lucania come Rivello

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), (vedi la versione a cura di Visconti), sulla scorta di Pietro Giannone (…), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), sulla scorta di Pietro Giannone (…), a p. 84 (vedi la versione a cura del Visconti), scriveva in proposito di Rivello che: “Infine più a sud si scorge un altro castello antico che si innalza sulla cima di un colle, dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Ecc... Dunque, Mons. Laudisio (…), a p. 29 (v. versione a cura di Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Jann., Historia Civile Neap., tomo I, lib. 4, cap. 4 (P. Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, pp. 331-332: Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine Cosenza con tutte le altre mediterranee furono da’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi etc…”. Ma in questo passaggio il Giannone ci parla dell’epoca Longobarda. Tuttavia, il Laudisio scriveva che a Rivello, i suoi cittadini si vantano di discendere dall’antica città di Velia, però poi aggiunge che: “Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi.”. Dunque, il Laudisio scriveva che, quando nel 915, quando i Saraceni di Camerota e di Agropoli, per ritorsione alla strage del Garigliano e, prima di fuggire in Calabria, incendiarono e distrussero Velia e Policastro, i cittadini di Velia, in fuga andarono a rifugiarsi nel castello Longobardo di Rivello, dove esisteva già dai tempi dei Longobardi del VI secolo, un castra munitissimo e fortificato. Il Laudisio, sempre a p. 84, in proposito aggiungeva che: Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Il Laudisio, a p. 84, aggiunge che: “Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia, e la Sacra Congregazione del Concilio nei suoi decreti emanati il 22 gennaio e il 28 maggio 1746 chiama, pur essa, Rivelia questa città.”. Proseguendo il suo racconto il Laudisio parla di un magnifico ipogeo che si trova come fondamenta della chiesa di S. Nicola di Mira a Rivello. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello posta in una collina. Questa sino all’anno MDLXXXI (2) è stata con una Parrocchia e col Clero di rito Greco; onde malamente scrive l”Abbate Ughellio’ che anche a suo tempo, cioè circa MDCLVI, durasse. Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante.“.

Antonini, p. 441 su Maratea

L’Antonini, proseguendo il suo racconto sulla visita a Rivello, parla di antiche e numerose rovine tanto da fargli dubitare che l’antica città di Blanda non fosse a Maratea da ubicarsi ma a Rivello. l’Antonini (…), a p. 441, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ne libri dè battezzati della Parocchia di S. Maria del Poggio, dopo il fol. 13, si trova una ricevuta che fa in detto anno il procuratore del Vescovo di Policastro di ducati nove, e tre tareni al Clero di Rivello per otto Preti Greci.”. Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, (nel 1700, dunque, molto prima dell’Antonini e del Laudisio), a p. 6 parlando di Policastro ai tempi dell’antica romana Buxentum (Bussento), a p. 7, in proposito  scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che, Policastro fosse stata edificata per le sue ruine della suddetta Velia; E benché tra l’antichi Scrittori, sia controversia se Policastro sia nella Lucania, o pure ne’ Bruzij, nientedimeno io aderendo all’opinione del sudetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “E’ Policastro città della Lucania, nobile Città, ornata della dignità Ducale, la qual passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus termine della Lucania, così dice Alfonso Bonaccioli nella prima parte della Geografia di Strabone nel lib. 6 e tanto narra Ferdinando Vghelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo dice Virgilio “Portusque require Velinos”. E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”.

Alberti Leandro, p. 198

Alberti Leandro, p. 199

(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199

Nel 1577, Leandro Alberti voleva che Policastro avesse origine da Velia

Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 345, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (82) ripete dall’Antonini che Policastro, nel Medioevo nota come ‘Paleocastrum, Policastrum, Pollicastrum, è sita su una collina bagnata dal mare, e che è città vescovile suffraganea di Salerno, dalla quale dista 76 miglia. Respinge l’opinione dell’Ughelli e del di Luccia che “la vogliono figlia dell’antica Velia”, che ubica a Castellammare della Bruca; riporta il brano di Goffredo Malaterra (83) sulla distruzione da parte di Guglielmo il Guiscardo e dice che il vescovo e i canonici se ne vanno a maggio a Torre Orsaia, tornandovi a dicembre. Ecc…”. Ebner, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. VII, p. 224 parlando di Policastro, scriveva: “L’Abate ‘Ferdinando Ughelli’ e, poi il dott. Pietro Marcellino di Luccia, la vogliono figlia dell’antica Velia (2); ma figlia di Velia è certamente Castellammare della Bruca (3), posto in dubbio, non senza meraviglia dall’Egizio, nella lettera diretta all’Abbate Langhet colla quale gli va correggendo gli errori presi nella sua geografia toccante il nostro Regno”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi il suo articolo, t. 3, pag. 302.”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi la sua scrittura intitolata: L’Abadia di S. Gio a Piro, stampata in Roma nel 1700, in 4 pag. 4 seg.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita alla sa. maestà ……Trattato historico-legale etc…”, nel 1700, a p. 7, in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che Policastro fosse stata edificata per le ruine della suddetta Velia; E benchè trà l’antichi Scrittori sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, o pure ne Brutij, nientedimeno io adherendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: ‘E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania’, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone lib. 6 e tanto narra Ferdinando Ughelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’. Ecc…”. Dunque, Pietro Marcellino di Luccia scriveva che Leandro Alberti (…..), nella sua “Descrittione di tutta l’Italia & Isole pertinenti ad essa”, del 1577, parlando di Policastro scriveva che vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia”e che scriveva anche che: E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania”. Sempre su Policastro, il Di Luccia scrive che ne aveva parlato anche il Burdonio (….), il quale, nella sua “Italia” scriveva che Policastro essere vicino Palinuro”. Il Di Luccia, a p. 7 aggiunge pure che: E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’.”. Il Di Luccia citava pure il Burdonio (….). Questo autore non sono riuscito a capire chi fosse. E’ citato anche da Ottavio Beltrano (….), nella sua “Breve descrizione del Regno di Napoli”, a p. 251 dove parla di Policastro ed anche da altri autori. Il Di Luccia cita anche l’Abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra”.

Di Luccia, p. 7 su Policastro

Bibo ad Siccam o Sicam

Della carta corografica, manoscritta e inedita del ‘Basso Cilento’ e della scritta: “Bibo ad Siccam odie ruin.” (Bevo alla spada oggi rovinata), abbiamo già parlato in un altro studio ( fig. 1) (1). Sappiamo dal Curzio (16) che il luogo di ‘Vibone ad Sicam’, fu visitato da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio, il Vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, dove raggiunse Buxentum e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (16).

Piante e Disegni, cartella XXXII, conv. 3

(Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (1)

La città di ‘Avenia’ o ‘Velia’ ?, citate in un documento notarile del 1695-96 (2)

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(Fig. 10) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (2) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.

Nel 1624, Luca Holstenio, Blanda e il Porto di Sapri

Giuseppe Antonini nella sua ‘Lucania’ (27) riporta alcune notizie tratte da alcuni eruditi del tempo, che meritano un maggiore approfondimento. Sono interessanti le notizie storiche e bibliografiche riferiteci dall’Antonini (27) che, parlando di Sapri e di Blanda (Fig. 2), riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. Giuseppe Antonini, Barone di S. Biase nella sua ‘Lucania’, per i tipi di Tomberli (27), nel 1745, nella sua prima edizione della ‘Lucania’ curata da Guglielmo Goesio, parlando di Sapri, riferisce degli autori a lui precedenti che avevano scritto e collocato l’antica città di Blanda a Sapri, come ad esempio Luca Holstenio (28) che voleva che le vestigia di Blanda erano quelle che si vedevano nel porto di Sapri: “‘Luca Olstenio’ nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia eius apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.”. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: (I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. Sempre l’Antonini (…) a p. 439 parlando di Maratea e di Blanda in proposito scriveva che: Luca (I) Olstenio nelle ‘note all’Italia antica’ dello stesso ‘Cluverio’, mosso forse ance dalle già da noi addotte ragioni, e tirato dalla ‘Tavola Peuntingeriana’, che dice: CESERMA. BLANDA M. P. VII. LAVINIUM M. P. XVI. CERELIS M. P. VIII. scrisse, e cn esattissima misura, e giustizia: ‘Unde colligo Blandam fuisse, ubi nunc Maratea; nam inde sunt XVI. M.P. ad Lainum fluvium. Ecc…”. L’Antonini sull’Olstenio nella sua nota (I) a p. 439 postillava che: Questo stesso autore nelle ‘note a Carlo di S. Paolo’, dimenticatosi di quanto si dice, scrisse, che Blanda era al porto di Sapri; e nelle ‘note ad Ortelio, fol. 32. dove questo dice: ‘Blandam Lucanis fuisse ad scriptum’, egli soggiunse: ‘Recte, nam X. M.P. disiabat Buxento. Vestigia eius maxima apparent ad portum Sapri.”. Un altro erudito del tempo che ci parla di Sapri e di Blanda è Luca Holstenio (28) (Figg. ). Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel suo libro del 1666, Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geografi- cum ortelii, ecc.., (Note all’Italia antiqua di Cluverio (35)), scrive questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi libri di geografia e cartografia come Theatrum Orbis Terrarum, pubblicato nel 1570. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (28), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (35). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (35)(Figg. 6-7), l’Holstenio (28), nel 1666, scrive a p. 22, parlando della ‘Lucania’, dice: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, e a p. 288, scrive le note (annotationes) alla pagina 1262 del libro ‘Italia antiqua’ di Filippo Cliuverio (35) dice in proposito: “Pag. 1262. lin. 31. Sybarita ec Laum Scridum incolebant) Scridrum quoque ad idem mare fuisse existimo, forte ubi nunc est Citrano. Lin. 42. Ceserma, ec.) Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquileia ad Casas Cesarianas, pro quibus hic corrupte Ceserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam suisse, ubi nunc Marathea, nam inde XVI. sunt m. p. ad Lainum flumen.”. L’Holstenio, sempre a p. 288, nelle note alla pagina 1263 dell”Italia antiqua’ di Cluverio e dice: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”In seguito, nella sua prima edizione del 1745 della sua ‘Lucania’, curata da Guglielmo Goesio, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (27), disserta su ciò che aveva scritto l’Holstenio (28) che, abbiamo integralmente riportato in latino e, scrive in proposito: “Luca Olstenio nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avanti a- vea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.” (27). L’Antonini, nella sua nota (1) ag- giunge: “L’accuratissimo Olstenio (28)… ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. In buona sostanza, l’Antonini, restò un pò basito delle parole dell’Holstenio sul ‘Porto de Sapri‘ e sulla collocazione del sito di Blanda, ma non riteniamo – come dicono alcuni – che non fosse totalmente d’accordo con l’Holstenio, il quale aveva fatto dissertato sul libro più antico del Cluverio (18)(Fig. 6-7). Intanto la notazione di pagina 22 dell’Holstenio che il Cluverio, indicava: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, è la conferma che Sapri veniva denominato sugli antichi e coevi (‘500) documenti con il toponimo di ‘Porto de Sapri’. E’ il Cluverio (35) che lo denomina ‘Porto de Sapri’ e, questo ci deve far riflettere. In seguito, nel 1831, la notizia dell’Holstenio (28), veniva riportata anche nella Synopsi del Laudisio (17) che, parlando di Blanda, diceva: Luca Hulstenius (28) sostiene che dove c’è ora la suddetta Blanda vi fu in passato l’antica città di Blanda, sede vescovile. Conferma questa tesi anche la già citata lettera di S. Gregorio Magno al vescovo di Agropoli (11); gli raccomanda infatti le chiese di Velia, di Bussento e di Blanda proprio perchè erano vicine.. ….dunque Blanda non fu una città dell’entroterra come invece comunemente si crede”. Il Visconti (18), nelle sue note (nota 10, p. 88) al testo del Laudisio (17), parlando di Blanda, riferisce: Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio (4), che afferma che fu espugnata dai Romani, durante la seconda guerra punica (ex Lucanis Blanda et Apolorum Aecae oppugnate. XXIV 20, 5-6); nell’età Augustea prese il nome di Blanda Julia (C.I.L., X, 125).”.

Nel 1723, Costantino Gatta: nel mare di Sapri fu ingoiata l’antica sede vescovile di Blanda

Il Visconti (….), nelle sue note alla ‘Synopsi’ del Laudisio (17), riferiva che Blanda era stata citata dal Costantino Gatta (….) che, la identifica con Sapri. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie istorico-topografiche della Provincia di Lucania”, a p. 306, in proposito scriveva che: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi il ‘Porto di Sapri’ (a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei Edifizj sommersi entro il Mare”. Costantino Gatta (….), a p. 306, nella sua nota (a) postillava che: “(a) Luca Olstennio Geografia Sacra”. Il Gatta si riferisce a Lucas Holstenio (….) ed alla sua note all’Italia antica di Cluverio”.

Gatta, p. 306

Il Gatta, parlando di Blanda, riferisce due notizie interessanti. La prima è quella che Blanda era da lui creduta a Sapri che a quel tempo, si chiamava ‘Porto de Sapri’ . Infatti, risulta sui documenti notarili ed ecclesiastici che nel ‘600 e ‘700, il piccolo centro costiero di Sapri, veniva denominato con il toponimo di ‘Porto di Sapri’ , come ad esempio i cartigli della Principessa Carafa, oppure sui documenti notarili del Barone Palamolla. Il Gatta, parlandoci di Blanda, riferisce anche una seconda notizia, ovvero, riferendosi alla città di Blanda:  Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifici sommersi entro il mare”. Si tratta della notizia di una catastrofe naturale o un maremoto accaduto nell’antichità che vine raccontato dalla tradizione orale popolare.

‘Anves’ su una carta di Pietro Coppo del 1524

A proposito del toponimo di ‘Avenia‘, segnalo che in una carta manoscritta annessa ad un codice manoscritto, figura il sito o il toponimo di ‘Anves’. Anves, figura sopra l’ampia baia di Sapri, nella carta geografica “Italia centrale e meridionale con le isole“, o tav. IX, ‘Litalia da Ravenna et Pisa fina in Sicilia et ipsia Sicilia’ , tratta dall’Atlante ‘Summa totius orbis’ di Pietro Coppo (Fig. 2) (6), del 1524. Il sito o toponimo di ‘Anves’ si vede nella carta in questione, segnato, sopra il Golfo di Policastro. La carta in questione dove, all’altezza di Sapri e del Golfo di ‘Policastro’, si legge chiaramente ‘Anves‘, è stata pubblicata dall’insigne studioso di cartografia antica, Roberto Almagià (7). Il testo dell’Almagià (7), ormai raro ed introvabile, fu da noi riprodotto in copia e quì pubblichiamo la foto dello stralcio della carta in questione, in cui si legge Anves‘, insieme a tanti altri interessanti toponimi della nostra zona. (Fig. 3). Il toponimo di Anves, si vede molto più chiaramente nell’immagine a colori che pubblichiamo della Carta (Fig. 2) ‘Litalia da Ravenna et Pisa fina in Sicilia et ipsia Sicilia’ di Pietro Coppo, tratta da una rivista pubblicata recentemente (6).

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(Fig. 2) Tav. IX, ‘Litalia da Ravenna et Pisa fina in Sicilia et ipsia Sicilia’ , tratta dall’Atlante ‘Summa totius orbis’ di Pietro Coppo (6).

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(Fig. 3) Tav. IX, ‘Litalia da Ravenna et Pisa fina in Sicilia et ipsia Sicilia’ , tratta dall’Atlante ‘Summa totius orbis’ di Pietro Coppo (6).

L’Alfano nel 1823

L’Alfano (4), nel suo ‘Istorica descrizione del Regno di Napoli’, del 1823, a proposito di Sapri dice: “Terra sopra un falso piano bagnato dal Mar Tirreno, d’aria buona, Diocesi di Policastro, 64 miglia da Salerno distante, feudo di Carafa Spina. Anticamente fu detta Sipron, edificata dai Sibariti, quando dopo la disfatta avuta dai Crotoniati nell’Olimpiade settantesima, furono costretti a disertare dai propri Luoghi. Vi è un vecchio Porto considerevole, che ha due miglia di perimetro, è mezzo miglio di apertura. Produce grani, frutta, vini generosi, oli eccellenti, e il mare da abbondante pesca. Fa di popolazione 1489.”Noi questo abbiamo letto in Alfano a p. 135 (4), mentre l’Ebner (15) afferma che l’Alfano (4) scriveva di Sapri: all’imboccatura di esso (del porto di Sapri- della sua baia), varie vestigia di antichi magazzini, e molte mura stanno mezze sepolte nell’acqua: da queste reliquie argomentasi essere stata una colonia assai antica, o almeno un porto di considerazione. Credono alcuni che sia stata l’antica città di Velia; me è più probabile che avendo i Crotoniati distrutta la città di Sibari nella Calabria, alcuni Sibariti fuggiti andarono a edificarvi un castello col nome di Sibaron, poi Sipron, e finalmente Sapri, nominato anche Safri.”

La collina di S. Martino a Sapri

(Fig. 4) Colline del Fortino e di S. Martino che degradano dai Cordici fino al litorale

L’antica città d’Avenia (oggi scomparsa), forse sulle colline Sapresi 

Forse una città scomparsa posta sulle colline della contrada di S. Martino (Santu Martino), che dalle colline sopra Sapri, verso Torraca e la Madonna dei Cordici, degradano verso il mare di S. Croce a Sapri. Leggendo il Capitolo o Statuto n. 41 (uno degli Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, pubblicato dal Di Luccia a p. (39)): “Constituimo, che li peccerilli da sette anni in giuso, che moreno siano seppelliti a S. Fantino, & chi se mette dentro l’Ecclesia paga tarì…” ( secondo questo Statuto del 1400 circa), a Sapri, alla ‘Grancia di San Fantino’, doveva esserci un cimitero dove si dovevano seppellire i bambini morti al di sotto dei sette anni. Vi era un cimitero a San Fantino? Sappiamo che il vecchio cimitero della città di Sapri non era dove si trova attualmente ma si trovava proprio sulle colline di Sapri, sulla dorsale che sale verso la località della Madonna dei Cordici, ovvero nella località saprese detta ‘Fenosa’, nel luogo doe oggi sorge una chiesetta detta della Trovatella. Fino ai primi dell’800, il vecchio cimitero di Sapri era dove oggi si trova una chiesetta dedicata alla Madonna della Trovatella, da cui prende il nome l’omonima borgata di Sapri. Quando in seguito all’ultimo conflitto mondiale, in mezzo al cimitero ed alla piccola cappella annessa e l’ossario, fu ritrovata intatta una statuina della Madonna, che la popolazione venera chiamandola ‘Trovatella’, venne poi costruita la piccola chiesetta proprio dove sorgeva il vecchio cimitero di Sapri. Non sappiamo se si riferisse a questo antico cimitero di Sapri, il Magaldi (25), quando in un libretto inedito scrisse in proposito: “In contrada S. Giovanni, a ridosso della collina d’Ischitello, sorse anche un piccolo tempio che appartenne fino all’anno 1778 al clero di Torraca e il cui sotterraneo divenne cimitero antico del luogo: la fossa comune.”. Infatti, lo studioso locale, Josè Magaldi (17) che, nel 1928, su incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, in occasione in occasione delle opere e lavori che portavano a  compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, scrisse un libretto rimasto indedito e di cui possediamo la copia originale donataci dall’autore: ‘Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni’. Il Magaldi (6), riprendendo il Gallotti (4), disserta – fra le numerose notizie – sulle origini di Sapri e, scriveva in proposito alla città d’Avenia, di cui ha sempre parlato la tradizione orale popolare:  La collina rocciosa che da Santa Domenica a Santo Martino scende al mare e si estende fino al Faro ‘Pisacane’ e alla ridotta del Fortino era segnalata dai vecchi del luogo, fino al secolo scorso, come il punto dove in antichi tempi, sorgeva una città antica che impropriamente essi chiamavano l’antica città di Avenia, ma che giustamente ritenevano sommersa, giacchè la denominavano anche “la città dei romani”Il Magaldi poi prosegue il racconto scrivendo: “Un viottolo vicinale attraversava quella zona e metteva in comunicazione Sapri  con i paesi circonvicini ed occidentali tra i quali il più importante tra i quali Vibonati colonia dell’antica Vibone dell’Antonini. “. L’area segnalata dal Magaldi (17), come proprio quella ove la tradizione popolare credeva fosse un’antica città scomparsa, è quella che si estende – per capirci – sulla collina degradante dal Seminatorio vescovile ‘Fanuele’ ( il Seminario ), abbandonato da secoli, e dalla collina della Madonna dei Cordici che degrada dalla proprietà Spaguolo (l’Hotel Le Terrazze, posto sul versante occidentale cioè verso il Cimitero di Sapri), verso e fino alla collinetta di S. Croce a Sapri. Da piccolo, andavo spesso in quei luoghi di sterpaglie e di sughereti con mio nonno a fare asparagi di cui facevo incetta soprattutto quando trovavo sterpaglia brucia- ta. Man mano che dalla collina di S. Croce si risaliva il crinale verso Torraca, cioè verso l’imbocco con la strada provinciale 16 che corre verso il Seminario Fanuele e la Madonna dei Cordici, risalendo dalla Contrada saprese del Fortino – così detta per la costruzione del fortilizio militare borbonico – costruito dove attualmente è l’Ospedale civile di Sapri. Ricordo dei resti di tratti di costruzione dei diversi acquedotti d’epoca romana che porta-vano l’acqua raccolta dalle sorgive della ‘Madonna dei Cordici’ fino alle strutture portuali d’epoca romana di S. Croce, come quello che si vede nell’immagine che è posto sotto la villa di Borrione.

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(Fig. 5) Trattodi acquedotto di fabbrica d’epoca romana in località Fortino, sul litorale

La via San Paolo

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(Fig…) Via S. Paolo

Da secoli, esiste un collegamento stradale che, nell’antichità, univa alcuni centri della corolla collinosa a ridosso della fascia costiera. Si tratta di una strada interpoderale che corre lungo la dorsale costiera, chiamata via S. Paolo. Nel territorio saprese, un tempo facente parte del feudo dei Palamolla di Torraca, si imbocca all’altezza dell’attuale locale ‘Capannelle’, che si può ritrovare lungo la SS. che da Sapri corre verso Torraca. Come si può vedere dalla vista del satellite di google maps, la via S. Paolo, corre lungo la dorsale costiera e collega le campagne Sapresi, con Vibonati e da lì porta a S. Marina. L’attuale località vicino il locale ‘le Capannelle’, denominata ‘Torrette Tempe’, molto vicina alla contrada dei ‘Codici’, è limitrofa ad un’altra località che un tempo doveva essere abitata e, nelle cui prossimità dovevano preesistere diverse necropoli. Proprio nei pressi, negli anni ’70, furono scoperti diversi sacelli, tanto da farci ipotizzare la preesistenza di città scomparse. Le località di ‘S. Martino’ e del ‘Fortino’, ecc.., poste sulle alture di Sapri, a metà strada con la vicina Torraca, la località dei ‘Cordici’, scende dal crinale del versante saprese e in alto, verso le ‘Capannelle’, esiste una stradina, indicata sulle mappe come ‘via S. Paolo’, che corre lungo il crinale, oltrepassa l’attuale Cimitero di Sapri, arriva fino alle ‘Ginestre’ e si prolunga fino al cimitero di Vibonati. Doveva essere la strada che in origine collegava le campagne interne dei due centri.

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(Fig…) l’antichissima via S. Paolo che dal territorio saprese nei pressi del locale “le Capannelle” e, della Madonna dei Cordici, corre sul crinale collinare e arri

Tutta l’area che abbiamo descritta, oggi con molte costruzioni di villette disseminate, dovrebbe essere studiata e meglio indagata da parte delle autorità. Sappiamo che recentemente in occasione della costruzione di alcune ville nei terreni vicini al Seminario Fanuele, come ad esempio nella proprietà dei Borea, sono state scoperte tombe. Si sa pure di liti con tombaroli o avventori. Sappiamo che in quella zona, un ragazzo di Sapri, un certo Palmieri aveva scoperto un cunicolo che, dalla Chiesa di S. Croce risale fino a quelle campagne. Sappiamo che il cunicolo fu utilizzato dai tedeschi in occasione dell’ultimo conflitto mondiale. Il mio amico Domenico Smaldone, mi ha riferito di importanti rinvenimenti avutisi in quelle campagne come ad esempio quelli avuti in occasione della costruzione delle residenze dei Carabinieri in Contrada S. Martino.

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(Fig. 6) Grata di un locale posto sotto le scale della chiesa di S. Croce – li vi è l’imbocco di un antichissimo cunicolo che porta sino alla località detta ai ‘Cordici’.

ll ‘Seno Saprico’ di Scipione Mazzella Napolitano

Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (18), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella  sua descrizione del ‘Principato Citra (o Citeriore), a pag. 79, scrive anche di Sapri: Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano ‘Seno Saprico’ dalla città di Sapri , oggi nominata Li Bonati…” (18). Scipione Mazzella Napolitano, forse sulla scorta di altri che lo precedettero, affermava che il luogo di Sapri nel 1568, fosse nominato ‘Li Bonati’. La carta d’epoca aragonese dell’immagine Fig. 1, riveste una particolare importanza ed interesse non solo perchè riporta nomi di luoghi, alcuni dei quali ancora oggi poco conosciuti, ma anche in quanto è forse l’unica testimonianza scritta del luogo citato ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘. Probabilmente i resti dell’antica città di cui parlava Cicerone nelle sue famose lettere allo amico Attico. Bibo ad Siccam odie ruin., cosa significa questo termine o toponimo citato nella carta?. E’ sicuramente un toponimo, ovvero un nome di un luogo. ‘Bibo’ stà per Vibo o Bibone o Vibone. ‘Ad Siccam odie ruin.‘, si riferisce ad un luogo ove si vedono delle rovine, odie ruinata, oggi rovinata, forse un’antica città in rovina ed abbandonata. Letteralmente la scritta in latino ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘ si traduce: ‘Bevo alla spada oggi rovinata’ (?). La carta in questione da noi pubblicata (Fig. 1), colloca il toponimo Bibo ad Siccam odie ruin. tra un Bibone novo, forse l’odierna cittadina di Vibonati, Torraca e Sapri. E’ forse da collegare a questa antica carta d’epoca aragonese la curiosa prima citazione di Sapri. La carta in questione colloca il toponimo tra le campagne delle odierne Vibonati, Sapri e Torraca. Sappiamo di resti antichi, forse di un’antica città, rinvenuti nelle campagne tra Sapri e Torraca, nell’area dell’antico ‘Seminario‘ vescovile ‘Fanuele’. Infatti nella carta in questione il luogo viene proprio posto nell’entroterra saprese, sulla dorsale che sale verso Torraca. Sappiamo anche di reperti archeologici rinvenuti nelle campagne che da Sapri vanno sulla dorsale verso Torraca ed in particolare in località Madonna dei Cordici. Sappiamo di inportanti rinvenimenti anche recenti rimasti occultati in località Seminario Arcivescovile (abbandonato dalla Curia da due secoli), oggi nella proprietà dei Borea che ivi hanno costruito e che si sono sapute voci di scorribande di tombaroli in quei luoghi. Significativo in proposito è quanto scrive l’Archeologa Giovanna Greco (19): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (19) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (20) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Fernando La Greca (21), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (19).. Questo territorio, presenta delle importanti fonti sorgive che alimentavano certamente in epoca romana, le ville romane e le strutture portuali a S. Croce in epoca romana, attraverso gli acquedotto che scendono al Porto di Sapri. Inoltre, dobbiamo segnalare che le fonti sorgive presenti nella località dove oggi è presente una chiesetta detta la Madonna dei Cordici, potrebbero avvalorare l’ipotesi del significato dell’etimo: ‘Bibo ad Siccam odie ruin. si traduce: “Bevo alla spada oggi rovinata” (?). Alla luce di queste considerazioni, andrebbe ulteriormente indagata e rivista tutta la politica archeologica delle autorità Sapresi e della Soprintendenza della Campania, al fine di mettere in luce e di meglio valorizzare tutta l’area archeologica compresa fra il Seminario ‘Fanuele’ e ‘Madonna dei Cordici’, e le colline che degradano fino ai versanti sapresi delle contrade di ‘Fortino’, di ‘S. Martino’ e forse ‘Fenosa’. L’attuale documentazione dei rinvenimenti in quell’area, attesta e conforta la tesi di una città sepolta e scomparsa tesi questa suffragata dagli innumerevoli ritrovamenti puntualmente occultati dalle stesse autorità che hanno permesso lo scempio edilizio di proprietari stupidi ed ignoranti. Non si capisce per quale motivo le residenze dei Carabinieri di Sapri, fossero state costruite in località S. Martino, in un area scarsamente urbanizzata e distante dal locale centro abitato. Le evidenze e le notizie delle non scarse testimonianze archeologiche in quell’area, fanno ritenere ad un piano criminoso tendente ad occultare invece che valorizzare.

L’antica città d’Avenia secondo alcuni città etrusca inghiottita dal mare

Dalla notizia della scomparsa di un’antica città di Velia sul nostro territorio si connette un’altra notizia di una città scomparsa chiamata “Avenia”.  Ma da dove nasce questa ulteriore notizia di una città ingoiata dal mare o del porto di Sapri – che il Gatta sulla scorta dell’Holstenio voleva essere l’antica sede vescovile di Blanda ? Di sicuro non nasce dall’Holstenio (o Olstenio) perchè l’Olstenio non scriveva che l’antica città di Blanda fosse ingoiata dal mare. La notizia riferita da Costantino Gatta (…) viene citata per la prima volta da Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas. La notizia storica riferita da Costantino Gatta di una città ingoiata dalle acque, è la stessa leggenda di cui ho parlato nel mio saggio ivi pubblicato “La città d’Avenia e il maremoto che l’inghiottì” dove parlo della Città d’Avenia, leggenda di cui si parla nella “Platea dei beni etc…” dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e riferita anche dal Di Luccia (…), nella sua opera sul Cenobio Basiliano. Si tratta del documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, che fu redatto nel 1695-96 dal notaio Domenico Magliano (…), 1695-96, oggi conservato all’Archivio Diocesano di Policastro e a cui abbiamo dedicato uno studio ivi pubblicato e a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti (Fig…..)(…). L’originale di questo importantissimo documento conservato nell’Archivio della Diocesi di Policastro (….) era inedito ed è stato da me pubblicato per la prima volta. Il documento fu citato per la prima volta da Pietro Marcellino di Luccia (…), nel suo “Trattato historico ecc…”, ma fu poi esainato anche da Rocco Gaetani (…), di cui parlerò. Il documento redatto nel 1695-96 è importantissimo per la storia di Sapri in quanto riporta alcuni beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro che si trovavano nel tenimento “Terra” di Torraca, ma in sostanza si trovavano nel territorio Saprese, all’epoca sotto la baronia dei Palamolla di Torraca. Nel documento che sicuramente fu visto e citato dal Di Luccia (…), si parla di una Città di Velia” e del porto di Sapri.

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(Fig….) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (…) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.

Il documento (…) citato dal Gaetani (…), scritto nel 1695-96, dal notaio Domenico Magliano, che censiva i  beni e le rendite appartenenti all’Abbadia di San Giovanni Battista di San Giovanni a Piro, dopo aver descritto lo stato di conservazione della ‘Cappella di San Infantino’, ubicata nel territorio Saprese — allora facente parte ed appartenente a Torraca – parlando della ‘Grancia di San Fantino’ (posta nel territorio Saprese), ne descrive limiti e confini e dice che doveva appartenere alla Badia di San Giovanni a Piro e che “tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia. Il Gaetani (…), pubblicando la trascrizione dell’antico documento (…), scriveva correttamente e, come si vede nel particolare del documento originale: “La Venerabile Cappella di S. Infantini sita et posita in Terra Torracae……Nota sul Porto di Sapri, scriveva: “….stimandosi che tale edificio sia stato costruito in tempo di opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, perchè s’aprì il monte ed entrò il mare: la detta cappella era diruta, senza tetto, ecc.. ecc…“. Il Gaetani (…), non parla di ‘Avenia’ – come ha voluto scrivere il Tancredi (…), ma parla della città di Velia’.

S.Fantino2

(Fig….) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, particolare in cui si parla della Cappella di S. Fantino.

Prima ancora del Guzzo e del Tancredi il sacerdote Rocco Gaetani (…), pubblicando la trascrizione dell’antico documento (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, parlando della storia di Torraca e di Sapri e della “ricca Granciadi S. Fantino”, a pp. 152-153 (vedi nuova edizione) scriveva correttamente come si vede nel particolare del documento originale: “La Venerabile Cappella di S. Infantini sita et posita in Terra Torracae……Nota sul Porto di Sapri, scriveva: “….stimandosi che tale edificio sia stato costruito in tempo di opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, perchè s’aprì il monte ed entrò il mare: la detta cappella era diruta, senza tetto, ecc.. ecc…”. Il Gaetani (…), non parla di ‘Avenia’ – come ha voluto scrivere il Tancredi (…), ma parla della città di Velia’. Infatti, nel 1906, il sacerdote Rocco Gaetani (…), in un suo pregevole studio sulla storia di Torraca e del territorio Saprese, sulla scorta del Di Luccia (…), parlando dell’antica Cappella di San Fantino nel territorio Saprese, cita la città di ‘Velia’, citata in un antico documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96(…), redatto dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il Gaetani (…), che pubblicò alcuni passi del documento del Notaio Magliano, non parla di ‘Avenia’ ma parla della città di ‘Velia’, mentre invece il Tancredi (…) che, nel pubblicare il documento notarile al posto di Velia, riporta “Avenia (…). Il Tancredi (…), nel pubblicare la trascrizione di un antico documento notarile del Notaio Magliano, parlando della Cappella di S. Fantino e del Porto di Sapri, al posto di Velia, riporta “Avenia (…). Il documento (…) – di cui ivi ho riportato la trascrizione del Gaetani (…) e che sicuramente vide il Di Luccia (…) dalle cui notizie trasse il Gatta (…) , non parla della “città d’Avenia” ma parla di Velia e dice che la città di Velia “…distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri”. Dunque, dal punto di vista bibliografico e storiografico il primo documento in nostro possesso che riporti e parli della notizia secondo cui – la città di Velia – non la città di Blanda – e, non la città di Avenia – fu distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, fu il documento redatto per la curia vescovile di Policastro dal notaio Domenico Magliano nel 1695-96 (vedi Fig….). Dunque, secondo la curia vescovile di Policastro che la commissionò nel 1695-96 al notaio Magliano, nel porto di Sapri fu distrutta ed ingoiata dal mare l’antica diocesi vescovile di Velia. Il documento, in quegli anni fu certamente conosciuto da Pietro Marcellino Di Luccia (…) il quale nel 1700 diede alle stampe la sua opera  ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’’ dove, come vedremo citava la “Platea dei beni etc…” da cui si potranno ricavare diverse notizie storiche molto interessanti anche sulla storia di Sapri. Credo che sarà proprio l’opera del Di Luccia (…), data alle stampe nel 1700 da cui, Costantino Gatta (…), nella sua prima edizione della sua ‘La Lucania illustrata ecc..’, pubblicata nel 1723, oltre a ricavare alcune notizie su Blanda antica sede vescovile secondo l’Olstenio (…) affermò pure che essa era stata ingoiata dalle onde del mare. Però vi sono delle differenze che devo far notare. La ‘Platea dei beni etc…’ – a cui probabilmente attingeva il Di Luccia (…) – non parlava di “città d’Avenia” ma parlava della “città di Velia”. Come vedremo, la notizia dell’antica città scomparsa di ‘Avenia’, non deriva dal documento notarile del Magliano dell’anno 1695-95, ma è una esclusiva illazione del sacerdote Luigi Tancredi (…) che, sulla scorta della tradizione popolare orale – di cui parleremo e che tramanda l’esistenza di una antichissima ‘città di Avenia’, trasformava ‘Velia’ (citata nel documento Notarile del Magliano), in ‘Avenia’. Ritorniamo ora alla ‘Platea dei beni etc…’ del notaio Magliano e al Di Luccia (… che sicuramente la lesse. In effetti, queste notizie intorno ad una città di Velia a Policastro o nel porto di Vibona – come vedremo – forse il porto di Sapri – sono state alimentate da alcuni scrittori del ‘500 e più tardi da altri. Sulla scomparsa dell’antica città di Velia secondo la nostra tradizione orale scomparsa ed inghiottita nel mare del porto di Sapri ha scritto pure l’Abbate Pacichelli (…), nel 1703 a p. 288, nel suo “Regno di Napoli in prospettiva” che, parlando di Maratea diceva che: “Al Porto di ‘Sapri’, che aperto è fama inghiottisse la celebre ‘Velia’, raccordata dal Poeta dopo ‘Palinuro’, nel Golfo di ‘Policastro’, à dodeci miglia nè confini del ‘Superior Principato’ prende nome, la Marina, e piccola Spiaggia di ‘Maratea’, ecc…”.

Pacichelli, Maratea, p.

Sulla città scomparsa di “Avenia” secondo una leggenda che si narra che essa “venne inghiottita dalle acque” ed il riferimento a “Velia” o i “porti Velini” di cui accennava il poeta Vigilio nella sua Enedide, ne ha parlato anche l’abate Pacichelli (…) nel 1703, prima del Gatta (…), da cui molto probabilmente il Gatta (…), nel 1723 trasse la notizia. L’abbate Pacichelli (…) che nel 1703, nel suo ‘Regno di Napoli in Prospettiva’ , parlando di Maratea, aveva scritto (forse sempre sulla scorta del Di Luccia) a p. 288, che: “credono alcuni che sia stata l’antica città di Velia”. E poi ancora a p. 288, il Pacichelli (…) scrive: “Al Porto di Sapri, che è aperto è fama inghiottisse la celebre Velia, raccordata dal Poeta dopo Palinuro, nel Golfo di Policastro, à dodici miglia nè confini del Superior Principato ecc..ecc..”. Il Pacichelli cita il “Poeta” in riferimento alla posizione di Palinuro “raccordata dal Poeta, dopo Palinuro ecc..”. L’Antonini (…), a p. 432 nella sua nota (2) accenna al Pacichelli ed in proposito scriveva che: “Vedasi se può leggersi senza stomaco quello che dice l’Abate Pacicchelli nel suo Regno in prospettiva dove parlando di Maratea scrive ‘Dal porto di Sapri, ch’è aperto, è fama che inghiottisse la celebre Velia: Quanti spropositi in due parole; e tanto più grandi, quanto parlando di Acerno, Città mediterranea, e fuori della Lucania dice: ‘ecc…ecc..”. Dunque l’Antonini riguardo la notizia di Blanda, di Velia e del Porto di Sapri cita il Pacichelli dicendo che parlava a sproposito. Anche l’Alfano (…), nel suo ‘Istorica descrizione del Regno di Napoli’, del 1823, a proposito di Sapri dice: “Credono alcuni che sia stata l’antica città di Velia; ma è più probabile che avendo i Crotoniati distrutta la città di Sibari nella Calabria, alcuni Sibariti fuggiti andarono a edificarvi un castello col nome di Sibaron, poi Sipron, e finalmente Sapri, nominato anche Safri.”. Riguardo ciò che scriveva il Pacichelli (…), nel 1703 sul porto di Sapri che inghiottiva la celebre città di Velia, sempre il Pacichelli (…), a p…., parlando di Policastro citava Leandro Alberti (…) ed in proposito scriveva che: “…la giudica sostituita all’antica Pissunta vicina a Palinuro: il P. Alberti s’ingegna provare, che sia sorto dalla cadenza di Velia, Colonia famosa dè Sibariti.”. Dunque il Pacichelli nel 1703 scriveva sulla scorta del geografo Leandro Alberti. Dunque dovremo vedere cosa scrivesse il geografo Leandro Alberti (…) nella sua descrizione dell’Italia. Leandro Alberti (…), nella sua opera, “Descrittione di tutta l’Italia, et isole pertinenti ad essa. Di fra Leandro Alberti bolognese. Nella quale si contiene il sito di essa, l’origine, & le signorie delle citta, & de’ castelli; co’ nomi antichi, & moderni; i costumi de popoli, & le conditioni de paesi”; Stampatore: Paolo Ugolino; Venezia, nel 1596, secondo il Di Luccia (…), a p. 7 scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione dell’Italia, vuole che Policastro fosse stata edificata usando le rovine della suddetta Velia; ecc..”. Anche il Di Luccia (…) che scriveva nel 1700 – a cui probabilmente si riferirono il Pacichelli prima – nel 1703 – e dopo il Gatta – nel 1723, si riferiva al geografo Leandro Alberti. Sul testo del Di Luccia (…), a p. 7 in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione dell’Italia, vuole che Policastro fosse stata edificata usando le rovine della suddetta Velia; e benchè tra gli antichi Scrittori vi sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, oppure nei Bruzi, tuttavia io aderendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che senza dubbio fosse edificata nella Lucania, e che venisse dagli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua “Italia” dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “……………..”, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone ‘libro 6’ e così narra Ferdinando Ughelli nella “Italia Sacra”; e che ciò sia possibile, si corrobora anche da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possa essere quello di Velia, secondo come dice Virgilio: “Portusque require Velinos”.”, che tradotto significa “e cercherai i porti Velini..” (traduzione del Fariello). Leandro Alberti, nel suo testo a p. 199 in proposito scriveva che:

Alberti, p. 196 su Policastro

(Fig…) Leandro Alberti, op. cit., p. 199

Sempre l’Alberti a p. 199, in riferimento a Policastro cita “Rafael Voleterrano”. L’Alberti si riferiva al libro 6 dei ‘Commentari Urbani’ di Raffaele Maffei (…) detto da alcuni il Volterrano. Si tratta dell’opera: “Commentariorum Urbanorum Raphaelis Volaterrani, octo & triginta libri’, pubblicato nel 1544 a Basilea. Il Maffei (…), parlando di Policastro e di questa parte della Lucania a p. 70 scriveva che:

Maffei (Volterrano), p. 70 su Policastro

Il Di Luccia, sulla scorta dell’Alberti citava il passo del poeta Virgilio (…) e sempre a p. 7 scriveva che: “Velia era la terza città della Veleia……Aveva questa città bellissimi porti mentre Virgilio nel libro 6 dell’Eneide dice: …aut tu mihi terram inice// namque potes, Portusquee require Velinos.”. Dunque secondo il Di Luccia, il Porto di Sapri possa essere uno dei “porti Velini” lo farebbe derivare dalla frase del libro VI dell’Eneide di Virgilio. Il Di Luccia cita il Burdonio (…), Alfonso Bonacciuoli (…) e Ferdinando Ughelli e la sua “Italia Sacra”. Il Di Luccia (…) a p. 7 scriveva che: “...che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possa essere quello di Velia, secondo come dice Virgilio: “Portusque require Velinos”.”. Il sacerdote Ferdinando Ughelli (…), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo X (edizione Coleti), a p. 29 parlava dell’antica diocesi scomparsa di Blanda:

Ughelli su Blanda, p. 29, tomo X

Dell’esistenza di una città antichissima nel sito attuale di Sapri è dimostrata da alcuni riferimenti oltre che da alcune fonti storiche. Secondo alcuni, nel luogo detto ‘Marina di Torraca, sarebbe sorta in tempi remoti un grande  centro popolato di nome ‘AVENIA’, di origine etrusca. Narra una locale leggenda tramandata oralmente dalla tradizione locale, che un giorno, sconvolto da un terrificante sisma, l’abitato fu inghiottito dalla terra e successivamente travolto dal mare. Quando i romani vollero conquistarla, divampò una guerra furibonda con gli etruschi di Avenia ma, questa città, fu travolta da un violento maremoto tanto che scomparse definitivamente e nessuno dei due popoli che se la contendevano riusci a sottometterla. Inoltre, dell’esistenza di un’antica città scomparsa ce ne parlano gli anziani del luogo che, attraverso la tradizione orale popolare vuole che, in seguito ad un violento maremoto, fosse stata inghiottita la celebre ‘città d’Avenia. Fu allora, a seguito di questo violento cataclisma, che il nome mutò in Saprì (si aprì) e poi in Sapri. Lo studioso locale, Josè Magaldi (…) che, nel 1928, su incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, in occasione in occasione delle opere e lavori che portavano a  compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, scrisse un libretto rimasto indedito e di cui possediamo la copia originale donataci dall’autore: “Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni”. Il Magaldi (…), riprendendo il Gallotti (…), disserta – fra le numerose notizie – sulle origini di Sapri e, scriveva in proposito alla città d’Avenia, di cui ha sempre parlato la tradizione orale popolare:  “La collina rocciosa che da Santa Domenica a Santo Martino scende al mare e si estende fino al Faro ‘Pisacane’ e alla ridotta del Fortino era segnalata dai vecchi del luogo, fino al secolo scorso, come il punto dove in antichi tempi, sorgeva una città antica che impropriamente essi chiamavano l’antica città di Avenia, ma che giustamente ritenevano sommersa, giacchè la denominavano anche “la città dei romani”. Il Magaldi (…) anche sulla scorta del Gallotti (…) accenna alla notizia tramandata oralmente – forse una leggenda – di un’antichissima città romana scomparsa a seguito di un maremoto. Questa città scomparsa veniva chiamata anticamente “città d’Avenia”. Secondo la tradizione orale locale che ancora si tramanda e secondo alcuni studiosi della bibliografia antiquaria, pare che nel nostro territorio vi fosse una città chiamata ‘Avenia’ e che essa fosse scomparsa in seguito ad un maremoto. Sulla città di “Avenia” ha scritto anche Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri etc…”, a p. 220 parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Secondo una notizia poco nota e di assai scarsa attendibilità, su tutta la fascia costiera saprese compresa tra gli odierni rioni di “Santa Croce” e della “Marinella”, sarebbe sorto, in tempi remoti, un grande centro popolato di nome “Avenia”, di origine etrusca. Quando i romani vollero conquistarla, divampò una guerra furibonda tra i due popoli, ma la città contesa non rimase in possesso nè degli uni nè degli altri in quanto un triste giorno colpitada un terribilesisma, venne inghiottita dal mare con tutti i suoi abitanti (8). Col passare del tempo, della catastrofe si perse ogni notizia e, quando il mare si ritrasse e le paludi si andarono prosciugando, solo pochi ruderi apparvero della antichissima città. In seguito, i numerosi pastori dei monti circonvicini ecc..”. Il Guzzo a p. 220 nella sua nota (8) postillava che: “(8) L. Tancredi  – Il Golfo di Policastro -Napoli – 1976 – pag. 58”. Il Guzzo sempre a p. 220 sciveva che: “Così, sulle rovine dell’antica “Avenia”, cominciò a rinascere la vita e si venne pian piano formando un nuovo centro.”. Dunque la notizia è stata scritta dal Guzzo e prima ancora dal Tancredi nel 1976. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Il Golfo di Policastro’, Napoli, 1976, e si veda pure ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, pp. 19 e 23. Secondo Scarfone il Tancredi ne parla in “Il documento viene riportato da TANCREDI L., in Sapri giovane e antica 1985, pp. 353: 280.. Il Tancredi, nel pubblicare il documento notarile (…) al posto di “Velia”, erroneamente riporta “Avenia”, p. 23. Il Tancredi (…), poi rimanda alla sua nota (1 – Cfr. Platea della Badia di S. Giovanni a Piro, pag. 137 MS.). Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 23, in proposito scriveva che: “La leggenda narra che lungo la fascia costiera esistesse un borgo consistente, che aveva nome Avenia, fondato dagli Etruschi (4). Volendosene impadronire i Romani, arse la guerra fra i due popoli, ma la città non rimane in possesso nè degli uni nè degli altri, perchè un triste giorno venne inghiottita dal mare. Col passare del tempo, quando il mare si ritrasse e le paludi si andarono prosciugando, apparvero i relitti della città scomparsa. Non è possibile precisare il sito della città di ‘Avenia’, che sarebbe poi, diventata la marina di Torraca e, quindi, Sapri; è certo che un’antica famiglia romana portava il nome di Avenia e questo cognome esiste tutt’ora a Torraca.”. Il Tancredi ed il Guzzo (…), non riportano alcun riferimento bibliografico sull’origine di questa notizia. Il Tancredi (…), nel 1978 nel suo “Le città sepolte del Golfo di Policastro” non cita affatto la città di “Avenia” ma parla del porto di Sapri “Vibona”. Il Tancredi (…), continuando il suo racconto e la sua ricostruzione della storia di Sapri faceva delle ipotesi sui Sibariti, sull’antico porto di ‘Pyxous’ e affemava che il porto di Sapri poteva essere il porto dell’antica Vibona. Il Tancredi riferiva dell’antica leggenda che si narra oralmente a Sapri e di cui ho scritto ivi in un altro mio saggio. Il Tancredi (…), nella sua nota (4) si riferiva alla “Platea dei beni e delle rendite etc…” del 1695-96 di cui ho parlato che però non parla della città di Avenia come scrive il Tancredi ma cita la “città di Velia”. Recentemente lo studioso Antonio Scarfone (…), nel suo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, sulla scorta del Tancredi cita la stessa notizia riportata dal Tancredi (…) che, non riporta solo la leggenda tramandata oralmente ma aggiunge delle notizie sulla città di Avenia di cui la tradizione orale non dice. La tradizione orale parla di un violento cataclisma, anzi parla di un “Maremoto” che ingiottì la città antica di “Avenia”, ma non dice nulla sulla città di Avenia se non il suo toponimo. Scarfone (…), a p. 448, parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Una ulteriore ipotesi lega Sapri ad un centro etrusco, ‘Avenia’, per il cui importante strategico possesso si scatenò una furiosa quanto vana lotta tra Etruschi e Romani. Narra una locale legenda (6) (Tancredi, 1985) che un giorno, sconvolto da un terrificante sisma, l’abitato fu inghiottito dalla terra e successivamente travolto dal mare. L’origine di questo cataclisma generatosi all’improvviso rimane misteriosa (7). Con il passare dei secoli, quando i suoi effetti sismici, probabilmente seguiti da una coseguente ingressione marina, si rarebbero lentamente attenuati, sarebbe rimasta un’area costiera paludosa, putrida e melmosa, in seguito asciugatasi e poi bonificata.”. Scarfone a p. 448, nella sue note (6 e 7) postillava che:

La città di Avenia nella tradizione popolare e in uno scritto del ‘600

Dell’esistenza di una città antichissima nel sito attuale di Sapri è dimostrata da alcuni riferimenti oltre che da alcune fonti storiche. Secondo alcuni, nel luogo detto ‘Marina di Torraca, sarebbe sorta in tempi remoti un grande  centro popolato di nome ‘AVENIA’, di origine etrusca. Narra una locale leggenda tramandata oralmente dalla tradizione locale, che un giorno, sconvolto da un terrificante sisma, l’abitato fu inghiottito dalla terra e successivamente travolto dal mare. Quando i romani vollero conquistarla, divampò una guerra furibonda con gli etruschi di Avenia ma, questa città, fu travolta da un violento maremoto tanto che scomparse definitivamente e nessuno dei due popoli che se la contendevano riusci a sottometterla. Inoltre, dell’esistenza di un’antica città scomparsa ce ne parlano gli anziani del luogo che, attraverso la tradizione orale popolare vuole che, in seguito ad un violento maremoto, fosse stata inghiottita la celebre ‘città d’Avenia. Fu allora, a seguito di questo violento cataclisma, che il nome mutò in Saprì ( si aprì ) e poi in Sapri. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, la notizia di una città chiamata ‘Avenia’, è del Tancredi (3) e prima ancora del Guzzo (8). In seguito, il Guzzo (8) affermava che, tra i rioni di S. Croce e della Marinella sarebbe sorta “Avenia” di origine etrusca. Il Guzzo così si esprimeva: Quando i romani vollero conquistarla, divampò una guerra furibonda tra i due popoli, ma la città contesa non rimase in possesso nè degli uni nè degli altri in quanto un triste giorno colpitada un terribilesisma, venne inghiottita dal mare con tutti i suoi abitanti.”.

Tortorella e Battaglia

(Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (1)

La tradizione popolare e la Città d’Avenia

Forse ‘Avenia’, fu una città posta sulle colline della contrada di S. Martino (Santu Martino), quelle colline che dai ‘Cordici’, degradano verso  il mare di S. Croce a Sapri. Mia zia Maria, racconta una leggenda tramandata oralmente dai suoi avi, ovvero che, all’epoca di Cristo, in seguito ad un violento maremoto che aveva inghiottito l’antica ‘città di ‘Avenia‘, i cui resti, semisomnmersi, si vedevano in località S. Croce a Sapri, un viaggiatore o un viandante, vide la Madonna che trascinava il grande e pesante cancello della città di Avenia, unico superstite oltre ai ruderi semisommersi, che la Madonna trascinava a spalle per portarlo a Policastro. Il viandante,  rivolgendosi alla Madonna, gli imprecò di posarlo a terra e lasciare il grosso e pesante cancello – con le sue chiavi –  della ‘città d’Avenia’, distrutta dal violento maremoto che, la Madonna portava in salvo a Policastro e, gli disse: “Maria posalo, posalo”. Ma la Madonna gli rispose: “…e se sapessi cosa significa posa,.. mi imponeva Velia ed ogni cosa“. Nello studio già pubblicato, scrivevo: “Sappiamo di resti antichi, forse di una antica città, rinvenuti nelle campagne tra Sapri e Torraca.”. Infatti, nella carta che quì ripubblichiamo (Fig. 1), il luogo che figura con il toponimo di ‘Bibo ad Sicam odie rui.‘, viene proprio posto nell’entroterra Saprese, nelle campagne tra i Cordici ed il litorale verso il cimitero di Sapri. Secondo la tradizione orale locale che ancora si tramanda e secondo alcuni studiosi della bibliografia antiquaria, pare che nel nostro territorio vi fosse una città chiamata ‘Avenia’ e che essa fosse scomparsa in seguito ad un maremoto. Scrive Scarfone (25): “L’origine di questo cataclisma generatosi all’improvviso rimane misteriosa (7). Con il passare dei secoli, quando i suoi effetti sismici, probabilmente seguiti anche ad una conseguente ingressione marina, si sarebbero lentamente attenuati, sarebbe rimasta un’area costiera paludosa, putrida e melmosa, in seguito asciugatasi e poi bonificata. Nonostante ciò, è stata spesso ricordata non solo a Sapri ma anche nel territorio circostante. Desta tutt’oggi particolare interesse scientifico la presenza al largo del Mar Tirreno di numerosi apparati vulcanici sottomarini (seamunts). Tra di essi, proprio al largo del Golfo di Policastro, si registra quella del Marsili e del Palinuro.”. L’abate Pacichelli (5), nel 1703 e, poi l’Alfano (4), nel suo ‘Regno di Napoli in Prospettiva’ parlando di Maratea a p. 288, così scriveva: “credono alcuni che sia stata l’antica città di Velia”. E poi ancora a p. 288, il Pacichelli (…) scrive: “Al Porto di Sapri, che è aperto è fama inghiottisse la celebre Velia, raccordata dal Poeta dopo Palinuro, nel Golfo di Policastro, à dodici miglia nè confini del Superior Principato ecc..ecc..”. E’ l’Antonini (14), che ci segnala la notizia creduta dall’abate Pacichelli e ne fa una sua personale disertazione nella nota 2 di pagina 430. L’insigne archeologo Mario Napoli (13), localizzava il sito archeologico della colonia greca della Magna Graecia di Elea (Velia) e, affermava che i ruderi scoperti nell’attuale Velia del Cilento (località Casalvelino), fossero i resti dell’antica Elea di cui ci parlava il geografo Strabone. Riguardo l’eventuale localizzazione di una città d’epoca pre-romana a Sapri o nel suo entroterra, la scarsezza di fonti certe e di documentazione certa non danno conforto all’attestazione del sito di Sapri. Tuttavia, nonostante gli studi intorno all’antica colonia greca eleatica, bisognerebbe ulteriormente indagare sulle affermazioni di alcuni eruditi del ‘600 e del ‘700 che la credevano localizzata nell’entroterra saprese. Riguardo il toponimo di ‘Avenia’ o di città d’Avenia, non è stato ancora precisato. Si sa solo che, questo era il nome di un antica famiglia romana. Andrebbero ulteriormente indagati i toponimi di “Avenia“, ocittà d’Avenia e quello di ‘Biboad Sicam.

Luigi Tancredi e la “Città di Avenia”

Il sacerdote Luigi Tancredi (3), scriveva in proposito: “La leggenda narra che lungo la fascia costiera esistesse un borgo consistente, che aveva nome Avenia, fondato dagli Etruschi (4). Volendosene impadronire i Romani, arse la guerra fra i due popoli, ma la città non rimase in possesso nè degli uni nè degli altri, perchè un triste giorno venne inghiottita dal mare.”. Il Tancredi aggiunge in proposito: “E’ certo che un’antica famiglia romana portava il nome di Avenia e questo cognome esiste tutt’ora a Torraca.”. Lo studioso in proposito così si esprimeva: Poco valida è l’intepretazione ‘Saprì’, cioè si aprì: la terra si sarebbe aperta ed avrebbe inghiottito, appunto per evento sismico,  il primitivo agglomerato (1)”. Il Tancredi (3), poi rimanda alla sua nota (1 – Cfr. Platea della Badia di S. Giovanni a Piro, pag. 137 MS.). Il documento a cui rimanda il Tancredi (3) – da cui probabilmente trae queste notizie sulle origini dell’antica città di ‘Avenia’, è l’antico documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (2). Poi il Tancredi (3), continua il suo racconto sulla città d’Avenia sempre sulla scorta dell’antico documento (2) del 1595-96. Ma il Gaetani (22), che pubblicò alcuni passi del documento del Notaio Magliano, non parla di ‘Avenia’ ma parla della città di ‘Velia’, mentre invece il Tancredi (3) che, nel pubblicare il documento notarile al posto di Velia, riporta “Avenia (3). Il Tancredi (3), nel pubblicare la trascrizione di un antico documento notarile del Notaio Magliano, parlando della Cappella di S. Fantino e del Porto di Sapri, al posto di Velia, riporta “Avenia (3). Il Tancredi (3), scriveva in proposito: “La leggenda narra che lungo la fascia costiera esistesse un borgo consistente, che aveva nome ‘Avenia’, fondato dagli Etruschi (4). Volendosene impadronire i Romani, arse la guerra fra i due popoli, ma la città non rimase in possesso nè degli uni nè degli altri, perchè un triste giorno venne inghiottita dal mare.”. Il Tancredi aggiunge in proposito: ” E’ certo che un’antica famiglia romana portava il nome di Avenia e questo cognome esiste tutt’ora a Torraca.”. Recentemente lo studioso Antonio Scarfone (25), nel suo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, sulla scorta del Tancredi cita la stessa notizia riportata dal Tancredi (…) che, non riporta solo la leggenda tramandata oralmente ma aggiunge delle notizie sulla città di Avenia di cui la tradizione orale non dice. La tradizione orale parla di un violento cataclisma, anzi parla di un “Maremoto” che ingiottì la città antica di “Avenia”, ma non dice nulla sulla città di Avenia se non il suo toponimo. Scarfone (…), a p. 448, parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Una ulteriore ipotesi lega Sapri ad un centro etrusco, ‘Avenia’, per il cui importante strategico possesso si scatenò una furiosa quanto vana lotta tra Etruschi e Romani. Narra una locale legenda (6) (Tancredi, 1985) che un giorno, sconvolto da un terrificante sisma, l’abitato fu inghiottito dalla terra e successivamente travolto dal mare. L’origine di questo cataclisma generatosi all’improvviso rimane misteriosa (7). Con il passare dei secoli, quando i suoi effetti sismici, probabilmente seguiti da una coseguente ingressione marina, si rarebbero lentamente attenuati, sarebbe rimasta un’area costiera paludosa, putrida e melmosa, in seguito asciugatasi e poi bonificata.”. Scarfone a p. 448, nella sue note (6 e 7) postillava che:

Scarfone, note 6 e 7

Recentemente, Scarfone (26), a proposito di ‘Avenia’, cita il Tancredi (3) e nella sua nota (6), scrive: “L’origine di questa antica leggenda locale si perde nella notte dei tempi. Nonostante ciò, è stata spesso ricordata non solo a Sapri ma anche nel territorio circostante. È il caso di una resoconto trascritto, nel 1695, dal notaio Domenico Magliano al fine di un censimento dei beni e delle rendite appartenenti all’Abbadia di San Giovanni a Piro ubicata nell’omonimo centro urbano di San Giovanni a Piro (SA) distante circa 20 km da Sapri (SA). Lo stesso, dopo aver descritto lo stato di conservazione della cappella di San Infantino ubicata questa nel territorio di Torraca (SA) avanza anche un probabile periodo di costruzione affermando che […] tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Avenia, distrutta ed ingoiata dal mare, che oggi viene detta la Marina et Porto di Sapri, perché s’aprì il monte et entrò il mare […]. Il documento viene riportato da TANCREDI L., in Sapri giovane e antica 1985, pp. 353: 280.. Infatti, correttamente Scarfone (…) a p. 449 aggiunge che:

Cataldo,,,

Dunque, Antonio Scarfone cita il sacerdote Biagio Cataldo (…) e lo studioso Felice Cesarino (…) , riferendosi a due loro studi.

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Ma, come vedremo, la notizia dell’antica città scomparsa di ‘Avenia’, non deriva dal documento notarile del Magliano dell’anno 1695-95, ma è una esclusiva illazione del Tancredi (3) che, sulla scorta della tradizione popolare orale – di cui parleremo e che tramanda l’esistenza di una antichissima ‘città di Avenia’, trasformava ‘Velia’ (citata nel documento Notarile del Magliano), in ‘Avenia’. Nel 1906, il sacerdote Rocco Gaetani (22), in un suo pregevole studio sulla storia di Torraca e del territorio Saprese, sulla scorta del Di Luccia (24), parlando dell’antica Cappella di San Fantino nel territorio Saprese, cita la città di ‘Velia’, citata in un antico documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96(2), redatto dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96 e, conservato all’Archivio Diocesano di Policastro e a cui abbiamo dedicato uno studio ivi pubblicato e a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti (Fig. 7)(2).

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(Fig. 7) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (2) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.

Il documento (2), citato dal Gaetani (22), scritto nel 1695-96, dal notaio Domenico Magliano, che censiva i  beni e le rendite appartenenti all’Abbadia di San Giovanni Battista di San Giovanni a Piro, dopo aver descritto lo stato di conservazione della ‘Cappella di San Infantino’, ubicata nel territorio Saprese — allora facente parte ed appartenente a Torraca – parlando della ‘Grancia di San Fantino’ nel territorio Saprese, ne descrive limiti e confini e dice che doveva appartenere alla Badia di San Giovanni a Piro e che “tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia”. Il Gaetani (22), pubblicando la trascrizione dell’antico documento (2), scriveva correttamente e, come si vede nel particolare del documento originale: “La Venerabile Cappella di S. Infantini sita et posita in Terra Torracae……Nota sul Porto di Sapri, scriveva: “….stimandosi che tale edificio sia stato costruito in tempo di opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, perchè s’aprì il monte ed entrò il mare: la detta cappella era diruta, senza tetto, ecc.. ecc…“. Il Gaetani (22), non parla di ‘Avenia’ – come ha voluto scrivere il Tancredi (3), ma parla della città di Velia’.

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(Fig. 7) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, particolare in cui si parla della Cappella di S. Fantino

Alcuni luoghi del basso Cilento e dell’entroterra Lucano-Tirrenico, si vogliono sorti dalle rovine di Velia

Nel…….Velia, la sua distruzione e la fuga degli abitanti nei luoghi interni dell’antica Lucania

Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a p. 432, nella nota (2) postillava che: “(2) Vedasi se può leggersi senza stomaco quello che dice l’Abbate Pacichelli nel suo Regno in Prospettiva, dove parlando di Maratea, scrive: ‘Dal porto di Sapri, ch’è aperto, è fama che inghiottisse la celebre Velia: Quanti spropositi in due parole; e tanto più grandi quando che parlando di Acerno etc…”.

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), (vedi la versione a cura di Visconti), sulla scorta di Pietro Giannone (…), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), sulla scorta di Pietro Giannone (…), a p. 84 (vedi la versione a cura del Visconti), scriveva in proposito di Rivello che: “Infine più a sud si scorge un altro castello antico che si innalza sulla cima di un colle, dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Ecc... Dunque, Mons. Laudisio (…), a p. 29 (v. versione a cura di Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Jann., Historia Civile Neap., tomo I, lib. 4, cap. 4 (P. Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, pp. 331-332: Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine Cosenza con tutte le altre mediterranee furono da’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi etc…”. Ma in questo passaggio il Giannone ci parla dell’epoca Longobarda. Tuttavia, il Laudisio scriveva che a Rivello, i suoi cittadini si vantano di discendere dall’antica città di Velia, però poi aggiunge che: “Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi.”. Dunque, il Laudisio scriveva che, quando nel 915, quando i Saraceni di Camerota e di Agropoli, per ritorsione alla strage del Garigliano e, prima di fuggire in Calabria, incendiarono e distrussero Velia e Policastro, i cittadini di Velia, in fuga andarono a rifugiarsi nel castello Longobardo di Rivello, dove esisteva già dai tempi dei Longobardi del VI secolo, un castra munitissimo e fortificato. Il Laudisio, sempre a p. 84, in proposito aggiungeva che: Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Il Laudisio, a p. 84, aggiunge che: “Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia, e la Sacra Congregazione del Concilio nei suoi decreti emanati il 22 gennaio e il 28 maggio 1746 chiama, pur essa, Rivelia questa città.”. Proseguendo il suo racconto il Laudisio parla di un magnifico ipogeo che si trova come fondamenta della chiesa di S. Nicola di Mira a Rivello. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello posta in una collina. Questa sino all’anno MDLXXXI (2) è stata con una Parrocchia e col Clero di rito Greco; onde malamente scrive l”Abbate Ughellio’ che anche a suo tempo, cioè circa MDCLVI, durasse. Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante.“. 

Antonini, p. 441 su Maratea

L’Antonini, proseguendo il suo racconto sulla visita a Rivello, parla di antiche e numerose rovine tanto da fargli dubitare che l’antica città di Blanda non fosse a Maratea da ubicarsi ma a Rivello. l’Antonini (…), a p. 441, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ne libri dè battezzati della Parocchia di S. Maria del Poggio, dopo il fol. 13, si trova una ricevuta che fa in detto anno il procuratore del Vescovo di Policastro di ducati nove, e tre tareni al Clero di Rivello per otto Preti Greci.”. Da Wikipedia leggiamo che nell’area sud-occidentale della Basilicata si colloca, in posizione panoramica splendida, sul crinale dei colli Motta, Serra e Poggio, Rivello uno dei paesi più suggestivi di tutta la regione. A differenza di quanto si possa pensare, l’attuale borgo sorge di fronte il nucleo insediativo originario che si era sviluppato alcuni secoli prima sulla collina di Serra Città. Quest’ultimo, dice la leggenda, sarebbe scomparso a causa di un’invasione di formiche giganti e l’odierno abitato si sarebbe costituito tra il VI e VIIII secolo d.C. Più o meno nello stesso periodo era stata distrutta sulla costa campana, ad opera dei pirati saraceni, la città di Velia, la vecchia Elea greca dove era sorta la scuola filosofica di Parmenide che da essa aveva preso il nome. Osservando lo stemma del paese si legge la scritta: “Iterum Velia Renovata Rivellum” (VeIia di nuovo ricostruita è Rivello), nonché sul frontespizio della chiesa di San Nicola un’altra iscrizione riporta: “Olim Velia, Nunc Renovata Rivellum”. Questi fatti fanno dunque pensare che i Velini fuggiaschi avrebbero fondato “Re-Velia”, come risulta chiamato il paese nel primo documento ufficiale risalente all’XI secolo (Bolla di Alfano I arcivescovo di Salerno – 1079, atto costitutivo della diocesi di Policastro). Oltre i profughi cilentani, certamente contribuirono altre popolazioni a formare il nucleo urbano.

Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, vol. VIII, a p. 56 scriveva che: “ROCCHETTA, casale di ‘Roccagloriosa’. Si vuole surto dalla distruzione di un antico paese, ch’era nelle sue vicinanze, ove a distanza di circa un miglio verso oriente ne mostrano tuttavia i suoi avanzi. Non si può accettare qual nome avesse però avuto il suddetto paese, nè tampoco l’epoca in cui venne a mancare. Se deesi prestar credenza all’Antonini (I), egli dice quando i Saraceni vennero in Lucania tra i luoghi che occuparono furono Rivello, Castelsaraceno, Armento, LA ROCCHETTA, Camerota ed Agropoli; val quanto dice di essere stato esistente nel secolo IX: ma donde mai l’Antonini prese una tale notizia nominando la figlia, e non la madre ?. Egli è certo che Rocchetta surse nel territorio di Roccagloriosa, che ha qualche antichità, e la stessa denominazione di ‘Rocchetta’, indica essere stata posteriormente edificata. Si potrebbe soltanto credere che quelli della Rocca, si seppero così ben chiudere, e difendere, da non fare occupare il loro paese da essi ‘Saraceni’.”. Il Giustiniani a p. 56, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Part. 1 Disc. 8, p. 130. Ed. 1785”. Dunque secondo il barone Giuseppe Antonini (….), e la sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 130 e s. sosteneva che i Saraceni vennero in Lucania, essi “occuparono furono Rivello, Castelsaraceno, Armento, LA ROCCHETTA, Camerota ed Agropoli;”.

Nel 1577, Leandro Alberti voleva che Policastro avesse origine da Velia

Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 345, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (82) ripete dall’Antonini che Policastro, nel Medioevo nota come ‘Paleocastrum, Policastrum, Pollicastrum, è sita su una collina bagnata dal mare, e che è città vescovile suffraganea di Salerno, dalla quale dista 76 miglia. Respinge l’opinione dell’Ughelli e del di Luccia che “la vogliono figlia dell’antica Velia”, che ubica a Castellammare della Bruca; riporta il brano di Goffredo Malaterra (83) sulla distruzione da parte di Guglielmo il Guiscardo e dice che il vescovo e i canonici se ne vanno a maggio a Torre Orsaia, tornandovi a dicembre. Ecc…”. Ebner, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. VII, p. 224 parlando di Policastro, scriveva: “L’Abate ‘Ferdinando Ughelli’ e, poi il dott. Pietro Marcellino di Luccia, la vogliono figlia dell’antica Velia (2); ma figlia di Velia è certamente Castellammare della Bruca (3), posto in dubbio, non senza meraviglia dall’Egizio, nella lettera diretta all’Abbate Langhet colla quale gli va correggendo gli errori presi nella sua geografia toccante il nostro Regno”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi il suo articolo, t. 3, pag. 302.”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi la sua scrittura intitolata: L’Abadia di S. Gio a Piro, stampata in Roma nel 1700, in 4 pag. 4 seg.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita alla sa. maestà ……Trattato historico-legale etc…”, nel 1700, a p. 7, in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che Policastro fosse stata edificata per le ruine della suddetta Velia; E benchè trà l’antichi Scrittori sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, o pure ne Brutij, nientedimeno io adherendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: ‘E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania’, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone lib. 6 e tanto narra Ferdinando Ughelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’. Ecc…”. Dunque, Pietro Marcellino di Luccia scriveva che Leandro Alberti (…..), nella sua “Descrittione di tutta l’Italia & Isole pertinenti ad essa”, del 1577, parlando di Policastro scriveva che vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia”e che scriveva anche che: E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania”. Sempre su Policastro, il Di Luccia scrive che ne aveva parlato anche il Burdonio (….), il quale, nella sua “Italia” scriveva che Policastro essere vicino Palinuro”. Il Di Luccia, a p. 7 aggiunge pure che: E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’.”. Il Di Luccia citava pure il Burdonio (….). Questo autore non sono riuscito a capire chi fosse. E’ citato anche da Ottavio Beltrano (….), nella sua “Breve descrizione del Regno di Napoli”, a p. 251 dove parla di Policastro ed anche da altri autori. Il Di Luccia cita anche l’Abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra”.

Di Luccia, p. 7 su Policastro

Bibo ad Siccam o Sicam

Della carta corografica, manoscritta e inedita del ‘Basso Cilento’ e della scritta: “Bibo ad Siccam odie ruin.” (Bevo alla spada oggi rovinata), abbiamo già parlato in un altro studio ( fig. 1) (1). Sappiamo dal Curzio (16) che il luogo di ‘Vibone ad Sicam’, fu visitato da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio, il Vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, dove raggiunse Buxentum e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (16).

Piante e Disegni, cartella XXXII, conv. 3

(Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (1)

La città di ‘Avenia’ o ‘Velia’ ?, citate in un documento notarile del 1695-96 (2)

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(Fig. 10) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (2) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.

Nel 1624, Luca Holstenio, Blanda e il Porto di Sapri

Giuseppe Antonini nella sua ‘Lucania’ (27) riporta alcune notizie tratte da alcuni eruditi del tempo, che meritano un maggiore approfondimento. Sono interessanti le notizie storiche e bibliografiche riferiteci dall’Antonini (27) che, parlando di Sapri e di Blanda (Fig. 2), riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. Giuseppe Antonini, Barone di S. Biase nella sua ‘Lucania’, per i tipi di Tomberli (27), nel 1745, nella sua prima edizione della ‘Lucania’ curata da Guglielmo Goesio, parlando di Sapri, riferisce degli autori a lui precedenti che avevano scritto e collocato l’antica città di Blanda a Sapri, come ad esempio Luca Holstenio (28) che voleva che le vestigia di Blanda erano quelle che si vedevano nel porto di Sapri: “‘Luca Olstenio’ nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia eius apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.”. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: (I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. Sempre l’Antonini (…) a p. 439 parlando di Maratea e di Blanda in proposito scriveva che: Luca (I) Olstenio nelle ‘note all’Italia antica’ dello stesso ‘Cluverio’, mosso forse ance dalle già da noi addotte ragioni, e tirato dalla ‘Tavola Peuntingeriana’, che dice: CESERMA. BLANDA M. P. VII. LAVINIUM M. P. XVI. CERELIS M. P. VIII. scrisse, e cn esattissima misura, e giustizia: ‘Unde colligo Blandam fuisse, ubi nunc Maratea; nam inde sunt XVI. M.P. ad Lainum fluvium. Ecc…”. L’Antonini sull’Olstenio nella sua nota (I) a p. 439 postillava che: Questo stesso autore nelle ‘note a Carlo di S. Paolo’, dimenticatosi di quanto si dice, scrisse, che Blanda era al porto di Sapri; e nelle ‘note ad Ortelio, fol. 32. dove questo dice: ‘Blandam Lucanis fuisse ad scriptum’, egli soggiunse: ‘Recte, nam X. M.P. disiabat Buxento. Vestigia eius maxima apparent ad portum Sapri.”. Un altro erudito del tempo che ci parla di Sapri e di Blanda è Luca Holstenio (28) (Figg. ). Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel suo libro del 1666, Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geografi- cum ortelii, ecc.., (Note all’Italia antiqua di Cluverio (35)), scrive questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi libri di geografia e cartografia come Theatrum Orbis Terrarum, pubblicato nel 1570. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (28), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (35). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (35)(Figg. 6-7), l’Holstenio (28), nel 1666, scrive a p. 22, parlando della ‘Lucania’, dice: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, e a p. 288, scrive le note (annotationes) alla pagina 1262 del libro ‘Italia antiqua’ di Filippo Cliuverio (35) dice in proposito: “Pag. 1262. lin. 31. Sybarita ec Laum Scridum incolebant) Scridrum quoque ad idem mare fuisse existimo, forte ubi nunc est Citrano. Lin. 42. Ceserma, ec.) Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquileia ad Casas Cesarianas, pro quibus hic corrupte Ceserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam suisse, ubi nunc Marathea, nam inde XVI. sunt m. p. ad Lainum flumen.”. L’Holstenio, sempre a p. 288, nelle note alla pagina 1263 dell”Italia antiqua’ di Cluverio e dice: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”In seguito, nella sua prima edizione del 1745 della sua ‘Lucania’, curata da Guglielmo Goesio, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (27), disserta su ciò che aveva scritto l’Holstenio (28) che, abbiamo integralmente riportato in latino e, scrive in proposito: “Luca Olstenio nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avanti a- vea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.” (27). L’Antonini, nella sua nota (1) ag- giunge: “L’accuratissimo Olstenio (28)… ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. In buona sostanza, l’Antonini, restò un pò basito delle parole dell’Holstenio sul ‘Porto de Sapri‘ e sulla collocazione del sito di Blanda, ma non riteniamo – come dicono alcuni – che non fosse totalmente d’accordo con l’Holstenio, il quale aveva fatto dissertato sul libro più antico del Cluverio (18)(Fig. 6-7). Intanto la notazione di pagina 22 dell’Holstenio che il Cluverio, indicava: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, è la conferma che Sapri veniva denominato sugli antichi e coevi (‘500) documenti con il toponimo di ‘Porto de Sapri’. E’ il Cluverio (35) che lo denomina ‘Porto de Sapri’ e, questo ci deve far riflettere. In seguito, nel 1831, la notizia dell’Holstenio (28), veniva riportata anche nella Synopsi del Laudisio (17) che, parlando di Blanda, diceva: Luca Hulstenius (28) sostiene che dove c’è ora la suddetta Blanda vi fu in passato l’antica città di Blanda, sede vescovile. Conferma questa tesi anche la già citata lettera di S. Gregorio Magno al vescovo di Agropoli (11); gli raccomanda infatti le chiese di Velia, di Bussento e di Blanda proprio perchè erano vicine.. ….dunque Blanda non fu una città dell’entroterra come invece comunemente si crede”. Il Visconti (18), nelle sue note (nota 10, p. 88) al testo del Laudisio (17), parlando di Blanda, riferisce: Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio (4), che afferma che fu espugnata dai Romani, durante la seconda guerra punica (ex Lucanis Blanda et Apolorum Aecae oppugnate. XXIV 20, 5-6); nell’età Augustea prese il nome di Blanda Julia (C.I.L., X, 125).”.

Nel 1723, Costantino Gatta: nel mare di Sapri fu ingoiata l’antica sede vescovile di Blanda

Il Visconti (….), nelle sue note alla ‘Synopsi’ del Laudisio (17), riferiva che Blanda era stata citata dal Costantino Gatta (….) che, la identifica con Sapri. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie istorico-topografiche della Provincia di Lucania”, a p. 306, in proposito scriveva che: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi il ‘Porto di Sapri’ (a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei Edifizj sommersi entro il Mare”. Costantino Gatta (….), a p. 306, nella sua nota (a) postillava che: “(a) Luca Olstennio Geografia Sacra”. Il Gatta si riferisce a Lucas Holstenio (….) ed alla sua note all’Italia antica di Cluverio”.

Gatta, p. 306

Il Gatta, parlando di Blanda, riferisce due notizie interessanti. La prima è quella che Blanda era da lui creduta a Sapri che a quel tempo, si chiamava ‘Porto de Sapri’ . Infatti, risulta sui documenti notarili ed ecclesiastici che nel ‘600 e ‘700, il piccolo centro costiero di Sapri, veniva denominato con il toponimo di ‘Porto di Sapri’ , come ad esempio i cartigli della Principessa Carafa, oppure sui documenti notarili del Barone Palamolla. Il Gatta, parlandoci di Blanda, riferisce anche una seconda notizia, ovvero, riferendosi alla città di Blanda:  Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifici sommersi entro il mare”. Si tratta della notizia di una catastrofe naturale o un maremoto accaduto nell’antichità che vine raccontato dalla tradizione orale popolare.

‘Anves’ su una carta di Pietro Coppo del 1524

A proposito del toponimo di ‘Avenia‘, segnalo che in una carta manoscritta annessa ad un codice manoscritto, figura il sito o il toponimo di ‘Anves’. Anves, figura sopra l’ampia baia di Sapri, nella carta geografica “Italia centrale e meridionale con le isole“, o tav. IX, ‘Litalia da Ravenna et Pisa fina in Sicilia et ipsia Sicilia’ , tratta dall’Atlante ‘Summa totius orbis’ di Pietro Coppo (Fig. 2) (6), del 1524. Il sito o toponimo di ‘Anves’ si vede nella carta in questione, segnato, sopra il Golfo di Policastro. La carta in questione dove, all’altezza di Sapri e del Golfo di ‘Policastro’, si legge chiaramente ‘Anves‘, è stata pubblicata dall’insigne studioso di cartografia antica, Roberto Almagià (7). Il testo dell’Almagià (7), ormai raro ed introvabile, fu da noi riprodotto in copia e quì pubblichiamo la foto dello stralcio della carta in questione, in cui si legge Anves‘, insieme a tanti altri interessanti toponimi della nostra zona. (Fig. 3). Il toponimo di Anves, si vede molto più chiaramente nell’immagine a colori che pubblichiamo della Carta (Fig. 2) ‘Litalia da Ravenna et Pisa fina in Sicilia et ipsia Sicilia’ di Pietro Coppo, tratta da una rivista pubblicata recentemente (6).

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(Fig. 2) Tav. IX, ‘Litalia da Ravenna et Pisa fina in Sicilia et ipsia Sicilia’ , tratta dall’Atlante ‘Summa totius orbis’ di Pietro Coppo (6).

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(Fig. 3) Tav. IX, ‘Litalia da Ravenna et Pisa fina in Sicilia et ipsia Sicilia’ , tratta dall’Atlante ‘Summa totius orbis’ di Pietro Coppo (6).

L’Alfano nel 1823

L’Alfano (4), nel suo ‘Istorica descrizione del Regno di Napoli’, del 1823, a proposito di Sapri dice: “Terra sopra un falso piano bagnato dal Mar Tirreno, d’aria buona, Diocesi di Policastro, 64 miglia da Salerno distante, feudo di Carafa Spina. Anticamente fu detta Sipron, edificata dai Sibariti, quando dopo la disfatta avuta dai Crotoniati nell’Olimpiade settantesima, furono costretti a disertare dai propri Luoghi. Vi è un vecchio Porto considerevole, che ha due miglia di perimetro, è mezzo miglio di apertura. Produce grani, frutta, vini generosi, oli eccellenti, e il mare da abbondante pesca. Fa di popolazione 1489.”Noi questo abbiamo letto in Alfano a p. 135 (4), mentre l’Ebner (15) afferma che l’Alfano (4) scriveva di Sapri: all’imboccatura di esso (del porto di Sapri- della sua baia), varie vestigia di antichi magazzini, e molte mura stanno mezze sepolte nell’acqua: da queste reliquie argomentasi essere stata una colonia assai antica, o almeno un porto di considerazione. Credono alcuni che sia stata l’antica città di Velia; me è più probabile che avendo i Crotoniati distrutta la città di Sibari nella Calabria, alcuni Sibariti fuggiti andarono a edificarvi un castello col nome di Sibaron, poi Sipron, e finalmente Sapri, nominato anche Safri.”

La collina di S. Martino a Sapri

(Fig. 4) Colline del Fortino e di S. Martino che degradano dai Cordici fino al litorale

L’antica città d’Avenia (oggi scomparsa), forse sulle colline Sapresi 

Forse una città scomparsa posta sulle colline della contrada di S. Martino (Santu Martino), che dalle colline sopra Sapri, verso Torraca e la Madonna dei Cordici, degradano verso il mare di S. Croce a Sapri. Leggendo il Capitolo o Statuto n. 41 (uno degli Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, pubblicato dal Di Luccia a p. (39)): “Constituimo, che li peccerilli da sette anni in giuso, che moreno siano seppelliti a S. Fantino, & chi se mette dentro l’Ecclesia paga tarì…” ( secondo questo Statuto del 1400 circa), a Sapri, alla ‘Grancia di San Fantino’, doveva esserci un cimitero dove si dovevano seppellire i bambini morti al di sotto dei sette anni. Vi era un cimitero a San Fantino? Sappiamo che il vecchio cimitero della città di Sapri non era dove si trova attualmente ma si trovava proprio sulle colline di Sapri, sulla dorsale che sale verso la località della Madonna dei Cordici, ovvero nella località saprese detta ‘Fenosa’, nel luogo doe oggi sorge una chiesetta detta della Trovatella. Fino ai primi dell’800, il vecchio cimitero di Sapri era dove oggi si trova una chiesetta dedicata alla Madonna della Trovatella, da cui prende il nome l’omonima borgata di Sapri. Quando in seguito all’ultimo conflitto mondiale, in mezzo al cimitero ed alla piccola cappella annessa e l’ossario, fu ritrovata intatta una statuina della Madonna, che la popolazione venera chiamandola ‘Trovatella’, venne poi costruita la piccola chiesetta proprio dove sorgeva il vecchio cimitero di Sapri. Non sappiamo se si riferisse a questo antico cimitero di Sapri, il Magaldi (25), quando in un libretto inedito scrisse in proposito: “In contrada S. Giovanni, a ridosso della collina d’Ischitello, sorse anche un piccolo tempio che appartenne fino all’anno 1778 al clero di Torraca e il cui sotterraneo divenne cimitero antico del luogo: la fossa comune.”. Infatti, lo studioso locale, Josè Magaldi (17) che, nel 1928, su incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, in occasione in occasione delle opere e lavori che portavano a  compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, scrisse un libretto rimasto indedito e di cui possediamo la copia originale donataci dall’autore: ‘Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni’. Il Magaldi (6), riprendendo il Gallotti (4), disserta – fra le numerose notizie – sulle origini di Sapri e, scriveva in proposito alla città d’Avenia, di cui ha sempre parlato la tradizione orale popolare:  La collina rocciosa che da Santa Domenica a Santo Martino scende al mare e si estende fino al Faro ‘Pisacane’ e alla ridotta del Fortino era segnalata dai vecchi del luogo, fino al secolo scorso, come il punto dove in antichi tempi, sorgeva una città antica che impropriamente essi chiamavano l’antica città di Avenia, ma che giustamente ritenevano sommersa, giacchè la denominavano anche “la città dei romani”. Il Magaldi poi prosegue il racconto scrivendo: “Un viottolo vicinale attraversava quella zona e metteva in comunicazione Sapri  con i paesi circonvicini ed occidentali tra i quali il più importante tra i quali Vibonati colonia dell’antica Vibone dell’Antonini. “. L’area segnalata dal Magaldi (17), come proprio quella ove la tradizione popolare credeva fosse un’antica città scomparsa, è quella che si estende – per capirci – sulla collina degradante dal Seminatorio vescovile ‘Fanuele’ ( il Seminario ), abbandonato da secoli, e dalla collina della Madonna dei Cordici che degrada dalla proprietà Spaguolo (l’Hotel Le Terrazze, posto sul versante occidentale cioè verso il Cimitero di Sapri), verso e fino alla collinetta di S. Croce a Sapri. Da piccolo, andavo spesso in quei luoghi di sterpaglie e di sughereti con mio nonno a fare asparagi di cui facevo incetta soprattutto quando trovavo sterpaglia brucia- ta. Man mano che dalla collina di S. Croce si risaliva il crinale verso Torraca, cioè verso l’imbocco con la strada provinciale 16 che corre verso il Seminario Fanuele e la Madonna dei Cordici, risalendo dalla Contrada saprese del Fortino – così detta per la costruzione del fortilizio militare borbonico – costruito dove attualmente è l’Ospedale civile di Sapri. Ricordo dei resti di tratti di costruzione dei diversi acquedotti d’epoca romana che porta-vano l’acqua raccolta dalle sorgive della ‘Madonna dei Cordici’ fino alle strutture portuali d’epoca romana di S. Croce, come quello che si vede nell’immagine che è posto sotto la villa di Borrione.

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(Fig. 5) Trattodi acquedotto di fabbrica d’epoca romana in località Fortino, sul litorale

La via San Paolo

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(Fig…) Via S. Paolo

Da secoli, esiste un collegamento stradale che, nell’antichità, univa alcuni centri della corolla collinosa a ridosso della fascia costiera. Si tratta di una strada interpoderale che corre lungo la dorsale costiera, chiamata via S. Paolo. Nel territorio saprese, un tempo facente parte del feudo dei Palamolla di Torraca, si imbocca all’altezza dell’attuale locale ‘Capannelle’, che si può ritrovare lungo la SS. che da Sapri corre verso Torraca. Come si può vedere dalla vista del satellite di google maps, la via S. Paolo, corre lungo la dorsale costiera e collega le campagne Sapresi, con Vibonati e da lì porta a S. Marina. L’attuale località vicino il locale ‘le Capannelle’, denominata ‘Torrette Tempe’, molto vicina alla contrada dei ‘Codici’, è limitrofa ad un’altra località che un tempo doveva essere abitata e, nelle cui prossimità dovevano preesistere diverse necropoli. Proprio nei pressi, negli anni ’70, furono scoperti diversi sacelli, tanto da farci ipotizzare la preesistenza di città scomparse. Le località di ‘S. Martino’ e del ‘Fortino’, ecc.., poste sulle alture di Sapri, a metà strada con la vicina Torraca, la località dei ‘Cordici’, scende dal crinale del versante saprese e in alto, verso le ‘Capannelle’, esiste una stradina, indicata sulle mappe come ‘via S. Paolo’, che corre lungo il crinale, oltrepassa l’attuale Cimitero di Sapri, arriva fino alle ‘Ginestre’ e si prolunga fino al cimitero di Vibonati. Doveva essere la strada che in origine collegava le campagne interne dei due centri.

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(Fig…) l’antichissima via S. Paolo che dal territorio saprese nei pressi del locale “le Capannelle” e, della Madonna dei Cordici, corre sul crinale collinare e arri

Tutta l’area che abbiamo descritta, oggi con molte costruzioni di villette disseminate, dovrebbe essere studiata e meglio indagata da parte delle autorità. Sappiamo che recentemente in occasione della costruzione di alcune ville nei terreni vicini al Seminario Fanuele, come ad esempio nella proprietà dei Borea, sono state scoperte tombe. Si sa pure di liti con tombaroli o avventori. Sappiamo che in quella zona, un ragazzo di Sapri, un certo Palmieri aveva scoperto un cunicolo che, dalla Chiesa di S. Croce risale fino a quelle campagne. Sappiamo che il cunicolo fu utilizzato dai tedeschi in occasione dell’ultimo conflitto mondiale. Il mio amico Domenico Smaldone, mi ha riferito di importanti rinvenimenti avutisi in quelle campagne come ad esempio quelli avuti in occasione della costruzione delle residenze dei Carabinieri in Contrada S. Martino.

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(Fig. 6) Grata di un locale posto sotto le scale della chiesa di S. Croce – li vi è l’imbocco di un antichissimo cunicolo che porta sino alla località detta ai ‘Cordici’.

ll ‘Seno Saprico’ di Scipione Mazzella Napolitano

Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (18), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella  sua descrizione del ‘Principato Citra (o Citeriore), a pag. 79, scrive anche di Sapri: Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano ‘Seno Saprico’ dalla città di Sapri , oggi nominata Li Bonati…” (18). Scipione Mazzella Napolitano, forse sulla scorta di altri che lo precedettero, affermava che il luogo di Sapri nel 1568, fosse nominato ‘Li Bonati’. La carta d’epoca aragonese dell’immagine Fig. 1, riveste una particolare importanza ed interesse non solo perchè riporta nomi di luoghi, alcuni dei quali ancora oggi poco conosciuti, ma anche in quanto è forse l’unica testimonianza scritta del luogo citato ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘. Probabilmente i resti dell’antica città di cui parlava Cicerone nelle sue famose lettere allo amico Attico. Bibo ad Siccam odie ruin., cosa significa questo termine o toponimo citato nella carta?. E’ sicuramente un toponimo, ovvero un nome di un luogo. ‘Bibo’ stà per Vibo o Bibone o Vibone. ‘Ad Siccam odie ruin.‘, si riferisce ad un luogo ove si vedono delle rovine, odie ruinata, oggi rovinata, forse un’antica città in rovina ed abbandonata. Letteralmente la scritta in latino ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘ si traduce: ‘Bevo alla spada oggi rovinata’ (?). La carta in questione da noi pubblicata (Fig. 1), colloca il toponimo Bibo ad Siccam odie ruin. tra un Bibone novo, forse l’odierna cittadina di Vibonati, Torraca e Sapri. E’ forse da collegare a questa antica carta d’epoca aragonese la curiosa prima citazione di Sapri. La carta in questione colloca il toponimo tra le campagne delle odierne Vibonati, Sapri e Torraca. Sappiamo di resti antichi, forse di un’antica città, rinvenuti nelle campagne tra Sapri e Torraca, nell’area dell’antico ‘Seminario‘ vescovile ‘Fanuele’. Infatti nella carta in questione il luogo viene proprio posto nell’entroterra saprese, sulla dorsale che sale verso Torraca. Sappiamo anche di reperti archeologici rinvenuti nelle campagne che da Sapri vanno sulla dorsale verso Torraca ed in particolare in località Madonna dei Cordici. Sappiamo di inportanti rinvenimenti anche recenti rimasti occultati in località Seminario Arcivescovile (abbandonato dalla Curia da due secoli), oggi nella proprietà dei Borea che ivi hanno costruito e che si sono sapute voci di scorribande di tombaroli in quei luoghi. Significativo in proposito è quanto scrive l’Archeologa Giovanna Greco (19): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (19) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (20) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Fernando La Greca (21), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (19).. Questo territorio, presenta delle importanti fonti sorgive che alimentavano certamente in epoca romana, le ville romane e le strutture portuali a S. Croce in epoca romana, attraverso gli acquedotto che scendono al Porto di Sapri. Inoltre, dobbiamo segnalare che le fonti sorgive presenti nella località dove oggi è presente una chiesetta detta la Madonna dei Cordici, potrebbero avvalorare l’ipotesi del significato dell’etimo: ‘Bibo ad Siccam odie ruin. si traduce: “Bevo alla spada oggi rovinata” (?). Alla luce di queste considerazioni, andrebbe ulteriormente indagata e rivista tutta la politica archeologica delle autorità Sapresi e della Soprintendenza della Campania, al fine di mettere in luce e di meglio valorizzare tutta l’area archeologica compresa fra il Seminario ‘Fanuele’ e ‘Madonna dei Cordici’, e le colline che degradano fino ai versanti sapresi delle contrade di ‘Fortino’, di ‘S. Martino’ e forse ‘Fenosa’. L’attuale documentazione dei rinvenimenti in quell’area, attesta e conforta la tesi di una città sepolta e scomparsa tesi questa suffragata dagli innumerevoli ritrovamenti puntualmente occultati dalle stesse autorità che hanno permesso lo scempio edilizio di proprietari stupidi ed ignoranti. Non si capisce per quale motivo le residenze dei Carabinieri di Sapri, fossero state costruite in località S. Martino, in un area scarsamente urbanizzata e distante dal locale centro abitato. Le evidenze e le notizie delle non scarse testimonianze archeologiche in quell’area, fanno ritenere ad un piano criminoso tendente ad occultare invece che valorizzare.

L’antica città d’Avenia secondo alcuni città etrusca inghiottita dal mare

Dalla notizia della scomparsa di un’antica città di Velia sul nostro territorio si connette un’altra notizia di una città scomparsa chiamata “Avenia”.  Ma da dove nasce questa ulteriore notizia di una città ingoiata dal mare o del porto di Sapri – che il Gatta sulla scorta dell’Holstenio voleva essere l’antica sede vescovile di Blanda ? Di sicuro non nasce dall’Holstenio (o Olstenio) perchè l’Olstenio non scriveva che l’antica città di Blanda fosse ingoiata dal mare. La notizia riferita da Costantino Gatta (…) viene citata per la prima volta da Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas. La notizia storica riferita da Costantino Gatta di una città ingoiata dalle acque, è la stessa leggenda di cui ho parlato nel mio saggio ivi pubblicato “La città d’Avenia e il maremoto che l’inghiottì” dove parlo della Città d’Avenia, leggenda di cui si parla nella “Platea dei beni etc…” dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e riferita anche dal Di Luccia (…), nella sua opera sul Cenobio Basiliano. Si tratta del documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, che fu redatto nel 1695-96 dal notaio Domenico Magliano (…), 1695-96, oggi conservato all’Archivio Diocesano di Policastro e a cui abbiamo dedicato uno studio ivi pubblicato e a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti (Fig…..)(…). L’originale di questo importantissimo documento conservato nell’Archivio della Diocesi di Policastro (….) era inedito ed è stato da me pubblicato per la prima volta. Il documento fu citato per la prima volta da Pietro Marcellino di Luccia (…), nel suo “Trattato historico ecc…”, ma fu poi esainato anche da Rocco Gaetani (…), di cui parlerò. Il documento redatto nel 1695-96 è importantissimo per la storia di Sapri in quanto riporta alcuni beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro che si trovavano nel tenimento “Terra” di Torraca, ma in sostanza si trovavano nel territorio Saprese, all’epoca sotto la baronia dei Palamolla di Torraca. Nel documento che sicuramente fu visto e citato dal Di Luccia (…), si parla di una Città di Velia” e del porto di Sapri.

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(Fig….) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (…) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.

Il documento (…) citato dal Gaetani (…), scritto nel 1695-96, dal notaio Domenico Magliano, che censiva i  beni e le rendite appartenenti all’Abbadia di San Giovanni Battista di San Giovanni a Piro, dopo aver descritto lo stato di conservazione della ‘Cappella di San Infantino’, ubicata nel territorio Saprese — allora facente parte ed appartenente a Torraca – parlando della ‘Grancia di San Fantino’ (posta nel territorio Saprese), ne descrive limiti e confini e dice che doveva appartenere alla Badia di San Giovanni a Piro e che “tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia. Il Gaetani (…), pubblicando la trascrizione dell’antico documento (…), scriveva correttamente e, come si vede nel particolare del documento originale: “La Venerabile Cappella di S. Infantini sita et posita in Terra Torracae……Nota sul Porto di Sapri, scriveva: “….stimandosi che tale edificio sia stato costruito in tempo di opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, perchè s’aprì il monte ed entrò il mare: la detta cappella era diruta, senza tetto, ecc.. ecc…“. Il Gaetani (…), non parla di ‘Avenia’ – come ha voluto scrivere il Tancredi (…), ma parla della città di Velia’.

S.Fantino2

(Fig….) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, particolare in cui si parla della Cappella di S. Fantino

Prima ancora del Guzzo e del Tancredi il sacerdote Rocco Gaetani (…), pubblicando la trascrizione dell’antico documento (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, parlando della storia di Torraca e di Sapri e della “ricca Granciadi S. Fantino”, a pp. 152-153 (vedi nuova edizione) scriveva correttamente come si vede nel particolare del documento originale: “La Venerabile Cappella di S. Infantini sita et posita in Terra Torracae……Nota sul Porto di Sapri, scriveva: “….stimandosi che tale edificio sia stato costruito in tempo di opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, perchè s’aprì il monte ed entrò il mare: la detta cappella era diruta, senza tetto, ecc.. ecc…”. Il Gaetani (…), non parla di ‘Avenia’ – come ha voluto scrivere il Tancredi (…), ma parla della città di Velia’. Infatti, nel 1906, il sacerdote Rocco Gaetani (…), in un suo pregevole studio sulla storia di Torraca e del territorio Saprese, sulla scorta del Di Luccia (…), parlando dell’antica Cappella di San Fantino nel territorio Saprese, cita la città di ‘Velia’, citata in un antico documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96(…), redatto dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il Gaetani (…), che pubblicò alcuni passi del documento del Notaio Magliano, non parla di ‘Avenia’ ma parla della città di ‘Velia’, mentre invece il Tancredi (…) che, nel pubblicare il documento notarile al posto di Velia, riporta “Avenia (…). Il Tancredi (…), nel pubblicare la trascrizione di un antico documento notarile del Notaio Magliano, parlando della Cappella di S. Fantino e del Porto di Sapri, al posto di Velia, riporta “Avenia (…). Il documento (…) – di cui ivi ho riportato la trascrizione del Gaetani (…) e che sicuramente vide il Di Luccia (…) dalle cui notizie trasse il Gatta (…) , non parla della “città d’Avenia” ma parla di Velia e dice che la città di Velia “…distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri”. Dunque, dal punto di vista bibliografico e storiografico il primo documento in nostro possesso che riporti e parli della notizia secondo cui – la città di Velia – non la città di Blanda – e, non la città di Avenia – fu distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, fu il documento redatto per la curia vescovile di Policastro dal notaio Domenico Magliano nel 1695-96 (vedi Fig….). Dunque, secondo la curia vescovile di Policastro che la commissionò nel 1695-96 al notaio Magliano, nel porto di Sapri fu distrutta ed ingoiata dal mare l’antica diocesi vescovile di Velia. Il documento, in quegli anni fu certamente conosciuto da Pietro Marcellino Di Luccia (…) il quale nel 1700 diede alle stampe la sua opera  ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’’ dove, come vedremo citava la “Platea dei beni etc…” da cui si potranno ricavare diverse notizie storiche molto interessanti anche sulla storia di Sapri. Credo che sarà proprio l’opera del Di Luccia (…), data alle stampe nel 1700 da cui, Costantino Gatta (…), nella sua prima edizione della sua ‘La Lucania illustrata ecc..’, pubblicata nel 1723, oltre a ricavare alcune notizie su Blanda antica sede vescovile secondo l’Olstenio (…) affermò pure che essa era stata ingoiata dalle onde del mare. Però vi sono delle differenze che devo far notare. La ‘Platea dei beni etc…’ – a cui probabilmente attingeva il Di Luccia (…) – non parlava di “città d’Avenia” ma parlava della “città di Velia”. Come vedremo, la notizia dell’antica città scomparsa di ‘Avenia’, non deriva dal documento notarile del Magliano dell’anno 1695-95, ma è una esclusiva illazione del sacerdote Luigi Tancredi (…) che, sulla scorta della tradizione popolare orale – di cui parleremo e che tramanda l’esistenza di una antichissima ‘città di Avenia’, trasformava ‘Velia’ (citata nel documento Notarile del Magliano), in ‘Avenia’. Ritorniamo ora alla ‘Platea dei beni etc…’ del notaio Magliano e al Di Luccia (… che sicuramente la lesse. In effetti, queste notizie intorno ad una città di Velia a Policastro o nel porto di Vibona – come vedremo – forse il porto di Sapri – sono state alimentate da alcuni scrittori del ‘500 e più tardi da altri. Sulla scomparsa dell’antica città di Velia secondo la nostra tradizione orale scomparsa ed inghiottita nel mare del porto di Sapri ha scritto pure l’Abbate Pacichelli (…), nel 1703 a p. 288, nel suo “Regno di Napoli in prospettiva” che, parlando di Maratea diceva che: “Al Porto di ‘Sapri’, che aperto è fama inghiottisse la celebre ‘Velia’, raccordata dal Poeta dopo ‘Palinuro’, nel Golfo di ‘Policastro’, à dodeci miglia nè confini del ‘Superior Principato’ prende nome, la Marina, e piccola Spiaggia di ‘Maratea’, ecc…”.

Pacichelli, Maratea, p.

Sulla città scomparsa di “Avenia” secondo una leggenda che si narra che essa “venne inghiottita dalle acque” ed il riferimento a “Velia” o i “porti Velini” di cui accennava il poeta Vigilio nella sua Enedide, ne ha parlato anche l’abate Pacichelli (…) nel 1703, prima del Gatta (…), da cui molto probabilmente il Gatta (…), nel 1723 trasse la notizia. L’abbate Pacichelli (…) che nel 1703, nel suo ‘Regno di Napoli in Prospettiva’ , parlando di Maratea, aveva scritto (forse sempre sulla scorta del Di Luccia) a p. 288, che: “credono alcuni che sia stata l’antica città di Velia”. E poi ancora a p. 288, il Pacichelli (…) scrive: “Al Porto di Sapri, che è aperto è fama inghiottisse la celebre Velia, raccordata dal Poeta dopo Palinuro, nel Golfo di Policastro, à dodici miglia nè confini del Superior Principato ecc..ecc..”. Il Pacichelli cita il “Poeta” in riferimento alla posizione di Palinuro “raccordata dal Poeta, dopo Palinuro ecc..”. L’Antonini (…), a p. 432 nella sua nota (2) accenna al Pacichelli ed in proposito scriveva che: “Vedasi se può leggersi senza stomaco quello che dice l’Abate Pacicchelli nel suo Regno in prospettiva dove parlando di Maratea scrive ‘Dal porto di Sapri, ch’è aperto, è fama che inghiottisse la celebre Velia: Quanti spropositi in due parole; e tanto più grandi, quanto parlando di Acerno, Città mediterranea, e fuori della Lucania dice: ‘ecc…ecc..”. Dunque l’Antonini riguardo la notizia di Blanda, di Velia e del Porto di Sapri cita il Pacichelli dicendo che parlava a sproposito. Anche l’Alfano (…), nel suo ‘Istorica descrizione del Regno di Napoli’, del 1823, a proposito di Sapri dice: “Credono alcuni che sia stata l’antica città di Velia; ma è più probabile che avendo i Crotoniati distrutta la città di Sibari nella Calabria, alcuni Sibariti fuggiti andarono a edificarvi un castello col nome di Sibaron, poi Sipron, e finalmente Sapri, nominato anche Safri.”. Riguardo ciò che scriveva il Pacichelli (…), nel 1703 sul porto di Sapri che inghiottiva la celebre città di Velia, sempre il Pacichelli (…), a p…., parlando di Policastro citava Leandro Alberti (…) ed in proposito scriveva che: “…la giudica sostituita all’antica Pissunta vicina a Palinuro: il P. Alberti s’ingegna provare, che sia sorto dalla cadenza di Velia, Colonia famosa dè Sibariti.”. Dunque il Pacichelli nel 1703 scriveva sulla scorta del geografo Leandro Alberti. Dunque dovremo vedere cosa scrivesse il geografo Leandro Alberti (…) nella sua descrizione dell’Italia. Leandro Alberti (…), nella sua opera, “Descrittione di tutta l’Italia, et isole pertinenti ad essa. Di fra Leandro Alberti bolognese. Nella quale si contiene il sito di essa, l’origine, & le signorie delle citta, & de’ castelli; co’ nomi antichi, & moderni; i costumi de popoli, & le conditioni de paesi”; Stampatore: Paolo Ugolino; Venezia, nel 1596, secondo il Di Luccia (…), a p. 7 scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione dell’Italia, vuole che Policastro fosse stata edificata usando le rovine della suddetta Velia; ecc..”. Anche il Di Luccia (…) che scriveva nel 1700 – a cui probabilmente si riferirono il Pacichelli prima – nel 1703 – e dopo il Gatta – nel 1723, si riferiva al geografo Leandro Alberti. Sul testo del Di Luccia (…), a p. 7 in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione dell’Italia, vuole che Policastro fosse stata edificata usando le rovine della suddetta Velia; e benchè tra gli antichi Scrittori vi sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, oppure nei Bruzi, tuttavia io aderendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che senza dubbio fosse edificata nella Lucania, e che venisse dagli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua “Italia” dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “……………..”, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone ‘libro 6’ e così narra Ferdinando Ughelli nella “Italia Sacra”; e che ciò sia possibile, si corrobora anche da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possa essere quello di Velia, secondo come dice Virgilio: “Portusque require Velinos”.”, che tradotto significa “e cercherai i porti Velini..” (traduzione del Fariello). Leandro Alberti, nel suo testo a p. 199 in proposito scriveva che:

Alberti, p. 196 su Policastro

(Fig…) Leandro Alberti, op. cit., p. 199

Sempre l’Alberti a p. 199, in riferimento a Policastro cita “Rafael Voleterrano”. L’Alberti si riferiva al libro 6 dei ‘Commentari Urbani’ di Raffaele Maffei (…) detto da alcuni il Volterrano. Si tratta dell’opera: “Commentariorum Urbanorum Raphaelis Volaterrani, octo & triginta libri’, pubblicato nel 1544 a Basilea. Il Maffei (…), parlando di Policastro e di questa parte della Lucania a p. 70 scriveva che:

Maffei (Volterrano), p. 70 su Policastro

Il Di Luccia, sulla scorta dell’Alberti citava il passo del poeta Virgilio (…) e sempre a p. 7 scriveva che: “Velia era la terza città della Veleia……Aveva questa città bellissimi porti mentre Virgilio nel libro 6 dell’Eneide dice: …aut tu mihi terram inice// namque potes, Portusquee require Velinos.”. Dunque secondo il Di Luccia, il Porto di Sapri possa essere uno dei “porti Velini” lo farebbe derivare dalla frase del libro VI dell’Eneide di Virgilio. Il Di Luccia cita il Burdonio (…), Alfonso Bonacciuoli (…) e Ferdinando Ughelli e la sua “Italia Sacra”. Il Di Luccia (…) a p. 7 scriveva che: “...che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possa essere quello di Velia, secondo come dice Virgilio: “Portusque require Velinos”.”. Il sacerdote Ferdinando Ughelli (…), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo X (edizione Coleti), a p. 29 parlava dell’antica diocesi scomparsa di Blanda:

Ughelli su Blanda, p. 29, tomo X

Dell’esistenza di una città antichissima nel sito attuale di Sapri è dimostrata da alcuni riferimenti oltre che da alcune fonti storiche. Secondo alcuni, nel luogo detto ‘Marina di Torraca, sarebbe sorta in tempi remoti un grande  centro popolato di nome ‘AVENIA’, di origine etrusca. Narra una locale leggenda tramandata oralmente dalla tradizione locale, che un giorno, sconvolto da un terrificante sisma, l’abitato fu inghiottito dalla terra e successivamente travolto dal mare. Quando i romani vollero conquistarla, divampò una guerra furibonda con gli etruschi di Avenia ma, questa città, fu travolta da un violento maremoto tanto che scomparse definitivamente e nessuno dei due popoli che se la contendevano riusci a sottometterla. Inoltre, dell’esistenza di un’antica città scomparsa ce ne parlano gli anziani del luogo che, attraverso la tradizione orale popolare vuole che, in seguito ad un violento maremoto, fosse stata inghiottita la celebre ‘città d’Avenia. Fu allora, a seguito di questo violento cataclisma, che il nome mutò in Saprì (si aprì) e poi in Sapri. Lo studioso locale, Josè Magaldi (…) che, nel 1928, su incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, in occasione in occasione delle opere e lavori che portavano a  compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, scrisse un libretto rimasto indedito e di cui possediamo la copia originale donataci dall’autore: “Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni”. Il Magaldi (…), riprendendo il Gallotti (…), disserta – fra le numerose notizie – sulle origini di Sapri e, scriveva in proposito alla città d’Avenia, di cui ha sempre parlato la tradizione orale popolare:  “La collina rocciosa che da Santa Domenica a Santo Martino scende al mare e si estende fino al Faro ‘Pisacane’ e alla ridotta del Fortino era segnalata dai vecchi del luogo, fino al secolo scorso, come il punto dove in antichi tempi, sorgeva una città antica che impropriamente essi chiamavano l’antica città di Avenia, ma che giustamente ritenevano sommersa, giacchè la denominavano anche “la città dei romani”. Il Magaldi (…) anche sulla scorta del Gallotti (…) accenna alla notizia tramandata oralmente – forse una leggenda – di un’antichissima città romana scomparsa a seguito di un maremoto. Questa città scomparsa veniva chiamata anticamente “città d’Avenia”. Secondo la tradizione orale locale che ancora si tramanda e secondo alcuni studiosi della bibliografia antiquaria, pare che nel nostro territorio vi fosse una città chiamata ‘Avenia’ e che essa fosse scomparsa in seguito ad un maremoto. Sulla città di “Avenia” ha scritto anche Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri etc…”, a p. 220 parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Secondo una notizia poco nota e di assai scarsa attendibilità, su tutta la fascia costiera saprese compresa tra gli odierni rioni di “Santa Croce” e della “Marinella”, sarebbe sorto, in tempi remoti, un grande centro popolato di nome “Avenia”, di origine etrusca. Quando i romani vollero conquistarla, divampò una guerra furibonda tra i due popoli, ma la città contesa non rimase in possesso nè degli uni nè degli altri in quanto un triste giorno colpitada un terribilesisma, venne inghiottita dal mare con tutti i suoi abitanti (8). Col passare del tempo, della catastrofe si perse ogni notizia e, quando il mare si ritrasse e le paludi si andarono prosciugando, solo pochi ruderi apparvero della antichissima città. In seguito, i numerosi pastori dei monti circonvicini ecc..”. Il Guzzo a p. 220 nella sua nota (8) postillava che: “(8) L. Tancredi  – Il Golfo di Policastro -Napoli – 1976 – pag. 58”. Il Guzzo sempre a p. 220 sciveva che: “Così, sulle rovine dell’antica “Avenia”, cominciò a rinascere la vita e si venne pian piano formando un nuovo centro.”. Dunque la notizia è stata scritta dal Guzzo e prima ancora dal Tancredi nel 1976. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Il Golfo di Policastro’, Napoli, 1976, e si veda pure ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, pp. 19 e 23. Secondo Scarfone il Tancredi ne parla in “Il documento viene riportato da TANCREDI L., in Sapri giovane e antica 1985, pp. 353: 280.. Il Tancredi, nel pubblicare il documento notarile (…) al posto di “Velia”, erroneamente riporta “Avenia”, p. 23. Il Tancredi (…), poi rimanda alla sua nota (1 – Cfr. Platea della Badia di S. Giovanni a Piro, pag. 137 MS.). Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 23, in proposito scriveva che: “La leggenda narra che lungo la fascia costiera esistesse un borgo consistente, che aveva nome Avenia, fondato dagli Etruschi (4). Volendosene impadronire i Romani, arse la guerra fra i due popoli, ma la città non rimane in possesso nè degli uni nè degli altri, perchè un triste giorno venne inghiottita dal mare. Col passare del tempo, quando il mare si ritrasse e le paludi si andarono prosciugando, apparvero i relitti della città scomparsa. Non è possibile precisare il sito della città di ‘Avenia’, che sarebbe poi, diventata la marina di Torraca e, quindi, Sapri; è certo che un’antica famiglia romana portava il nome di Avenia e questo cognome esiste tutt’ora a Torraca.”. Il Tancredi ed il Guzzo (…), non riportano alcun riferimento bibliografico sull’origine di questa notizia. Il Tancredi (…), nel 1978 nel suo “Le città sepolte del Golfo di Policastro” non cita affatto la città di “Avenia” ma parla del porto di Sapri “Vibona”. Il Tancredi (…), continuando il suo racconto e la sua ricostruzione della storia di Sapri faceva delle ipotesi sui Sibariti, sull’antico porto di ‘Pyxous’ e affemava che il porto di Sapri poteva essere il porto dell’antica Vibona. Il Tancredi riferiva dell’antica leggenda che si narra oralmente a Sapri e di cui ho scritto ivi in un altro mio saggio. Il Tancredi (…), nella sua nota (4) si riferiva alla “Platea dei beni e delle rendite etc…” del 1695-96 di cui ho parlato che però non parla della città di Avenia come scrive il Tancredi ma cita la “città di Velia”. Recentemente lo studioso Antonio Scarfone (…), nel suo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, sulla scorta del Tancredi cita la stessa notizia riportata dal Tancredi (…) che, non riporta solo la leggenda tramandata oralmente ma aggiunge delle notizie sulla città di Avenia di cui la tradizione orale non dice. La tradizione orale parla di un violento cataclisma, anzi parla di un “Maremoto” che ingiottì la città antica di “Avenia”, ma non dice nulla sulla città di Avenia se non il suo toponimo. Scarfone (…), a p. 448, parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Una ulteriore ipotesi lega Sapri ad un centro etrusco, ‘Avenia’, per il cui importante strategico possesso si scatenò una furiosa quanto vana lotta tra Etruschi e Romani. Narra una locale legenda (6) (Tancredi, 1985) che un giorno, sconvolto da un terrificante sisma, l’abitato fu inghiottito dalla terra e successivamente travolto dal mare. L’origine di questo cataclisma generatosi all’improvviso rimane misteriosa (7). Con il passare dei secoli, quando i suoi effetti sismici, probabilmente seguiti da una coseguente ingressione marina, si rarebbero lentamente attenuati, sarebbe rimasta un’area costiera paludosa, putrida e melmosa, in seguito asciugatasi e poi bonificata.”. Scarfone a p. 448, nella sue note (6 e 7) postillava che:

Scarfone, note 6 e 7

Recentemente, Scarfone (…), a proposito di ‘Avenia’, cita il Tancredi (…) e nella sua nota (6), scrive: “L’origine di questa antica leggenda locale si perde nella notte dei tempi. Nonostante ciò, è stata spesso ricordata non solo a Sapri ma anche nel territorio circostante. È il caso di una resoconto trascritto, nel 1695, dal notaio Domenico Magliano al fine di un censimento dei beni e delle rendite appartenenti all’Abbadia di San Giovanni a Piro ubicata nell’omonimo centro urbano di San Giovanni a Piro (SA) distante circa 20 km da Sapri (SA). Lo stesso, dopo aver descritto lo stato di conservazione della cappella di San Infantino ubicata questa nel territorio di Torraca (SA) avanza anche un probabile periodo di costruzione affermando che […] tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Avenia, distrutta ed ingoiata dal mare, che oggi viene detta la Marina et Porto di Sapri, perché s’aprì il monte et entrò il mare […]. Il documento viene riportato da TANCREDI L., in Sapri giovane e antica 1985, pp. 353: 280.. Il documento a cui rimanda Scarfone (….), non è stato riportato dal sacerdote Luigi Tancredi che peraltro ne ha malamente trascritto un passo che peraltro non riguarda la “città d’Avenia”, come scrive il Tancredi ma come si può vedere nel documento che noi abbiamo tratto dagli Archivi Diocesani e che abbiamo pubblicato vi è scritto “citta di Velia”. Il documento a cui rimanda il Tancredi (…) – da cui probabilmente trae queste notizie sulle origini dell’antica città di ‘Avenia’, è l’antico documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (…). Il Tancredi (…) a p. 280 riporta il documento n. 2 ovvero la trascrizione della pagina che riguarda Torraca (vedi Fig…) e la cappella di S. Fantino nella “Platea dei beni e delle rendite etc…” del Notaio Magliano del 1695-96 ma sbaglia a trascriverlo perchè non è scritto “città d’Avenia” ma è scritto “città di Velia”. Il documento è stato da me pubblicato per la prima volta. L’antico documento del notaio Magliano non parla della “città di Avenia” ma dice “città di Velia distrutta et ingoiata dal mare,, che hoggi vien detta la marina et Porto di Sapri, perchè s’aprì il monte et entrò il mare.”.

S.Fantino2

(Fig….) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, particolare in cui si parla della Cappella di S. Fantino

Scarfone (…) in proposito così si esprimeva: Poco valida è l’intepretazione ‘Saprì’, cioè si aprì: la terra si sarebbe aperta ed avrebbe inghiottito, appunto per evento sismico,  il primitivo agglomerato (1)”Il Tancredi (…), continua il suo racconto sulla città d’Avenia sempre sulla scorta dell’antico documento (…) del 1595-96. Dunque, da ciò che ho scritto si evince due cose: 1 – la prima è quella che nel XVIII secolo si delineò – forse nella Curia Paleocastrense e in alcuni eruditi la notizia di una città di Velia scomparsa tra le acque e l’altra che ancora oggi è raccontata oralmente è quella di una città di Avenia o dei romani sepolta tra le acque nel porto di Sapri a seguito di un violento maremoto. Certo è che la tesi sostenuta da alcuni come l’Holstenio (…) e Costantino Gatta (…) che credevano l’antica città di Blanda (di cui parla anche il papa S. Gregorio Magno (…)), fosse ubicata nel paese chiamato ai primi del ‘600 Porto di Sapri’, è sostenuta da alcune testimonianza storiche. Non sono riuscito a saperne di più circa le notizie su Avenia tratte dal Tancredi (…) che il Guzzo dice averne parlato nel 1975 nel suo “Golfo di Policastro” a p. 58. Oggi, oltre a rimandare all’altro mio saggio ivi sulla città di Avenia posso dire che tutte le notizie riferite dal Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 23, in proposito scriveva che: “La leggenda narra che lungo la fascia costiera esistesse un borgo consistente, che aveva nome Avenia, fondato dagli Etruschi (4). Volendosene impadronire i Romani, arse la guerra fra i due popoli, ma la città non rimane in possesso nè degli uni nè degli altri, perchè un triste giorno venne inghiottita dal mare. Ecc..”, non saprei da dove provenga. L’Holstenio riferiva della città scomparsa di Blanda nel porto di Sapri. Il Gatta riferiva della città di Blanda ingoiata dalle onde marine. Ma la notizia di un centro etrusco chiamato città di Avenia dataci dal Tancredi da dove proviene ?. Antonio Scarfone (…) a p. 449, nel suo studio sulle origini della città di Avenia aggiungeva  che:

Cataldo,,,

Dunque, Antonio Scarfone (…), in proposito aggiungeva che: “L’unico dato certo è che una ‘Gens Avenia’ era presente a Roma nel I secolo d.C. e che il cognome ‘Avenia’ è esistito nei secoli scorsi nel vicino centro rurale di Torraca (SA), oggi a pochi chilomeri da Sapri.”. Dunque, Scarfone parla di ‘Gens Avenia’. Antonio Scarfone cita il sacerdote Biagio Cataldo (…) e lo studioso Felice Cesarino (…) , riferendosi a due loro studi. Lo studio di Cataldo (…) a cui si riferiva Scarfone è del 1976. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel 1973, scrisse un testo pubblicato poi in seguito nel 1976:  ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il sacerdote Giuseppe Cataldo, a p. 131, in proposito scriveva che: “Invasione dei Saraceni: (sec. IX) – Ab. D. Placido Troyli: Historia generale del Reame di Napoli: Tomo III, libro VIII, Cap. I, p. 370.”. Io l’ho trovata nel Tomo I, p. 370. Il Cataldo cita il Troyli (…), perche dice che: “Furono distrutte da loro nel mar Tirreno Formia, Minturno, Sinuessa, Miseno, Volturno, Literno, Cuma, Picenza, Pesto, Velia, Agropoli, Bussento, Cirella, Clampezia, Temsa, Terina, Ubona Valenza, ecc…Nella Lucania, Marcellina, Grumento, Blanda, Tebe, Pandosia, Petilia, ecc..”.

Troyli, sui Saraceni, p. 370, tomo III

Dal punto di vista storiografico l’unico riferimento ad una città di origine etrusca – notizia citata dal Tancredi – è l’iscrizione riportata dall’Antonini (…), nella sua “Lucania – Discorsi” a p. 435. L’iscrizione, si trova oggi esposta a Sapri in Piazza del Plebiscito. Di quella iscrizione scritta in caratteri latini, ci parla Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a p. 66, che parlando di ‘Scidro’ sulla scorta dell’Antonini scriveva che: “Notabile nella prima di queste iscrizioni è il pronome di ‘LARTIA’, il quale, corrisponde a ‘domina’, si legge in molti titoli sepolcrali etruschi, nè so se s’incontra in altre epigrafi latine: certo è che i due titoli dimostrano il luogo abitato nè tempi romani; ma che la città fosse abbandonata o distrutta ai primi tempi dell’impero si può raccogliere dal non  essere ricordata nè da Strabone nè dà geografi posteriori.”.

marmor

Note bibliografiche:

(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10 (Archivio digitale Attanasio)

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(Fig. 1) (1) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (…). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (…) scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’. 

(2) (Figg. 7) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il documento fu citato dal Gaetani R., op. cit. (22) e dal Cataldo (23). In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (24) che cita. Il Gaetani, cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (2), a p. 154, alla nota 4 (nota 1) e, pare che trae questo antico documento dal Canonico Giuseppe Menta, che troviamo citato su un antico testo scaricabile da Google libri gratis. Il Gaetani, op. cit., p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Riguardo poi al documento in questione, ne parla anche il Cataldo (23), che, nelle sue note (p. 19, nota n. 71) in proposito scrive che il documento è un manoscritto (Ms.), conservato all’A.D.P. (Archivio della Diocesi di Policastro). Infatti, per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, si veda pure Cataldo (16). Il documento è citato anche dal Tancredi in Sapri giovane e antica (3), p. 19, che nella sua nota (1) dice: (1 – Cfr. Platea della Badia di S. Giovanni a Piro, pag. 137 MS.). Il Cataldi (…) affermava che l’antico documento notarile manoscritto del 1695-96 (5), è conservato all’Archivio diocesano di Policastro (…) e, pare che il Gaetani (…), l’abbia tratto dal Canonico Giuseppe Menta – suo carissimo amico – ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”. Il Laudisio non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte da un documento: “ come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (di Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “.

Tancredi Luigi

(3) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore:  Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.

(3) Tancredi L., Il Golfo di Policastro, Napoli, 1976, e si veda pure ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, pp. 19 e 23. Il Tancredi, nel pubblicare il documento notarile (2) al posto di Velia, riporta “Avenia, p. 23.

(4) Alfano G.M., Istorica descrizione del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1823, p. 135.
(5) Pacichelli G.B., Il Regno di Napoli in prospettiva, Napoli, 1703, p. 288.
(6) (Fig. 2) “L’Italia Centrale e Meridionale, con le isole“, o ‘Litalia da Ravenna et Pisa fina in Sicilia et ipsia Sicilia’ , tratta dall’Atlante di carte moderne intagliate in legno e stampate che corredano la ‘Summa totius orbis’ di Pietro Coppo, del 1524. La carta dell’Italia (Fig. 2) ed il codice manoscritto ‘Summa totius orbis’, sono conservati nel Museo del Mare Sergej Masera di Pirano in Slovenia e provenivano da un fondo della Biblioteca Civica di Pirano. Pubblicata dall’Almagià (7), questa carta dove si vede chiaramente ‘Anves’ (Fig. 2) ‘Litalia da Ravenna et Pisa fina in Sicilia et ipsia Sicilia’ di Pietro Coppo, è stata pubblicata anche recentemente da Martino Ferrari Bravo, Summa totius orbis, stà nella rivista Charta geographica, n. 90, vol. 2, anno 16, 2007, Padova, p. 22.

(7) Almagià Roberto, Monumenta Italia Cartographica, Tav. XVI, 3).

(8) Guzzo Angelo, Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia, ed Palumbo, Cava dei Tirreni, 1978, p. 220.

(9) Borri R., L’Italia nell’antica cartografia, 1477-1799′, ed. Priuli e Verlucca, Pavia, 2004, p. 35, carta n. 20.

(10) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831.

(11) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, per la traduzione del testo latino si veda pp. 70, 71, 72, 73,74.

(12) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda: Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Si veda in proposito: op. cit., parte III, capo VI, pp. 305-306.

(13) Napoli M., Civiltà della Magna Grecia, Eurodes, p. 181.

(14) Antonini Giuseppe, La Lucania, I discorsi, Parte II, ed. Tomberli, Napoli, 1795, disc. XI, pp. 424, 430

(15) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 593.

(16) Curzio N., Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli, estratto dal Pensiero Cattolico, Manduria, 1910, cap. XIV, p. 29; si veda pure: Curzio N., Vere origini di Lauria, Lauria, 1934.

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(17) Magaldi Josè, Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni, Incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, Sapri, Marzo 1928, Anno VI; questo scritto di cui noi possediamo una copia donataci dall’autore, è inedita ma depositata a Salerno. Il Ma- galdi scrisse detta relazione a seguito dei lavori di scavo per conto della Regia Soprintentenza che si tennero a S. Croce nel 1928. Nello scritto, il Magaldi racconta che i rinvenimenti maggiori si ebbero nel 1884, in occasione delle opere e lavori che portavano a  compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, con Sindaco il dott. Nicola Gallotti che nel 1899, scrisse diversi libretti.

(18) Mazzella Napolitano S., Descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1568, p. 79

(19) Greco G., Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32.

(20)  Johannowsky W., Atti XXII Congresso sulla Magna Grecia, Taranto, 1982, p. 422; si veda pure 1983b;

(21) La Greca F., L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana, Agropoli, 2010, pp. 19-25.

(22) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Gal-zerano, pp. 151, 152, 153, 154; In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (12) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (2). Riguardo l’altra notizia a cui fa riferimento la presente nota, si veda pure: Gaetani R., Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, Tip. del Senato, Roma, 1914, p. 9; Sulla scorta di questa notizia, il Tancredi (Tancredi L., Il Golfo di Policastro, Napoli, 1976, e pure in ‘Sapri giovane e antica’, 1985, Villa S. Giovanni, ed. Parallelo 38, pp….

(23) Cataldo Giuseppe, Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, inedito, dattiloscritto, donatoci dall’Autore (Archivio Attanasio), p. 29; si veda pure: Cataldo Giuseppe, Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (2), si veda p. 19, nota 71.

(24) Di Luccia P. M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (23) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(25) Scarfone A., “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in “Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia”, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA

(26) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (4), a p. 154, alla nota 4 (nota 1), scrive in proposito al documento: “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96 (3) (Figg. 1-2-3-4-5-6-7-8-9-10-11 ecc..) che, trae le dette notizie e questo documento dal Canonico Giuseppe Menta. Il Gaetani, op. cit. (4), p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (…), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (4), ma il Laudisio (7-8), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare  gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (7-8), scrive in proposito a p. 93 (8): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”. Per cercare di capire a quali documenti si riferisse il Gaetani e prima ancora il Menta, rileggendo ciò che scrive l’Ebner (…), a p. 435, su Policastro, a proposito delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, egli, sulla scorta del Ronsini (…), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29). Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. L’Ebner, alla nota (27), scrive: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo di Rofrano, con il fisco per pagamenti contestati, con il Principe di Bisignano per i confini di Sanza e, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino (31).”. Alla nota (28), dice che: “ne scrive il Ronsini (…)  a p. 29.”. Alla nota (29), scrive: “Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso, basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura.”. L’Ebner alla nota (30), scrive: “La cronostassi del Laudisio parla del 1110 al 1211 (Gerardo Arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (vedi Sinossi, cit. p. 131, sg.), elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto: “Ego Guido Policastrensis episcopus, ecc…”. Pertanto, rileggendo il Ronsini (…), a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Quindi, l’Ebner, traendo notizie dal Ronsini che citava il Libro di memorie di Placido Tosone, avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino. L’Ebner (…), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. Tuttavia il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (28), a p. 113.

(27) Ronsini Domenicantonio, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stabilimento Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore.

(28) Cervellino L., Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per la sua retta Amministrazione, Napoli, 1776, p. 113, si veda per l’Università di Rofrano.

Recentemente, Scarfone (…), a proposito di ‘Avenia’, cita il Tancredi (…) e nella sua nota (6), scrive: “L’origine di questa antica leggenda locale si perde nella notte dei tempi. Nonostante ciò, è stata spesso ricordata non solo a Sapri ma anche nel territorio circostante. È il caso di una resoconto trascritto, nel 1695, dal notaio Domenico Magliano al fine di un censimento dei beni e delle rendite appartenenti all’Abbadia di San Giovanni a Piro ubicata nell’omonimo centro urbano di San Giovanni a Piro (SA) distante circa 20 km da Sapri (SA). Lo stesso, dopo aver descritto lo stato di conservazione della cappella di San Infantino ubicata questa nel territorio di Torraca (SA) avanza anche un probabile periodo di costruzione affermando che […] tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Avenia, distrutta ed ingoiata dal mare, che oggi viene detta la Marina et Porto di Sapri, perché s’aprì il monte et entrò il mare […]. Il documento viene riportato da TANCREDI L., in Sapri giovane e antica 1985, pp. 353: 280.. Il documento a cui rimanda Scarfone (….), non è stato riportato dal sacerdote Luigi Tancredi che peraltro ne ha malamente trascritto un passo che peraltro non riguarda la “città d’Avenia”, come scrive il Tancredi ma come si può vedere nel documento che noi abbiamo tratto dagli Archivi Diocesani e che abbiamo pubblicato vi è scritto “citta di Velia”. Il documento a cui rimanda il Tancredi (…) – da cui probabilmente trae queste notizie sulle origini dell’antica città di ‘Avenia’, è l’antico documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (…). Il Tancredi (…) a p. 280 riporta il documento n. 2 ovvero la trascrizione della pagina che riguarda Torraca (vedi Fig…) e la cappella di S. Fantino nella “Platea dei beni e delle rendite etc…” del Notaio Magliano del 1695-96 ma sbaglia a trascriverlo perchè non è scritto “città d’Avenia” ma è scritto “città di Velia”. Il documento è stato da me pubblicato per la prima volta. L’antico documento del notaio Magliano non parla della “città di Avenia” ma dice “città di Velia distrutta et ingoiata dal mare,, che hoggi vien detta la marina et Porto di Sapri, perchè s’aprì il monte et entrò il mare.”.

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(Fig….) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, particolare in cui si parla della Cappella di S. Fantino

Scarfone (…) in proposito così si esprimeva: Poco valida è l’intepretazione ‘Saprì’, cioè si aprì: la terra si sarebbe aperta ed avrebbe inghiottito, appunto per evento sismico,  il primitivo agglomerato (1)”Il Tancredi (…), continua il suo racconto sulla città d’Avenia sempre sulla scorta dell’antico documento (…) del 1595-96. Dunque, da ciò che ho scritto si evince due cose: 1 – la prima è quella che nel XVIII secolo si delineò – forse nella Curia Paleocastrense e in alcuni eruditi la notizia di una città di Velia scomparsa tra le acque e l’altra che ancora oggi è raccontata oralmente è quella di una città di Avenia o dei romani sepolta tra le acque nel porto di Sapri a seguito di un violento maremoto. Certo è che la tesi sostenuta da alcuni come l’Holstenio (…) e Costantino Gatta (…) che credevano l’antica città di Blanda (di cui parla anche il papa S. Gregorio Magno (…)), fosse ubicata nel paese chiamato ai primi del ‘600 Porto di Sapri’, è sostenuta da alcune testimonianza storiche. Non sono riuscito a saperne di più circa le notizie su Avenia tratte dal Tancredi (…) che il Guzzo dice averne parlato nel 1975 nel suo “Golfo di Policastro” a p. 58. Oggi, oltre a rimandare all’altro mio saggio ivi sulla città di Avenia posso dire che tutte le notizie riferite dal Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 23, in proposito scriveva che: “La leggenda narra che lungo la fascia costiera esistesse un borgo consistente, che aveva nome Avenia, fondato dagli Etruschi (4). Volendosene impadronire i Romani, arse la guerra fra i due popoli, ma la città non rimane in possesso nè degli uni nè degli altri, perchè un triste giorno venne inghiottita dal mare. Ecc..”, non saprei da dove provenga. L’Holstenio riferiva della città scomparsa di Blanda nel porto di Sapri. Il Gatta riferiva della città di Blanda ingoiata dalle onde marine. Ma la notizia di un centro etrusco chiamato città di Avenia dataci dal Tancredi da dove proviene ?. Antonio Scarfone (…) a p. 449, nel suo studio sulle origini della città di Avenia aggiungeva  che:

Cataldo,,,

Dunque, Antonio Scarfone (…), in proposito aggiungeva che: “L’unico dato certo è che una ‘Gens Avenia’ era presente a Roma nel I secolo d.C. e che il cognome ‘Avenia’ è esistito nei secoli scorsi nel vicino centro rurale di Torraca (SA), oggi a pochi chilomeri da Sapri.”. Dunque, Scarfone parla di ‘Gens Avenia’. Antonio Scarfone cita il sacerdote Biagio Cataldo (…) e lo studioso Felice Cesarino (…) , riferendosi a due loro studi. Lo studio di Cataldo (…) a cui si riferiva Scarfone è del 1976. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel 1973, scrisse un testo pubblicato poi in seguito nel 1976:  ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il sacerdote Giuseppe Cataldo, a p. 131, in proposito scriveva che: “Invasione dei Saraceni: (sec. IX) – Ab. D. Placido Troyli: Historia generale del Reame di Napoli: Tomo III, libro VIII, Cap. I, p. 370.”. Io l’ho trovata nel Tomo I, p. 370. Il Cataldo cita il Troyli (…), perche dice che: “Furono distrutte da loro nel mar Tirreno Formia, Minturno, Sinuessa, Miseno, Volturno, Literno, Cuma, Picenza, Pesto, Velia, Agropoli, Bussento, Cirella, Clampezia, Temsa, Terina, Ubona Valenza, ecc…Nella Lucania, Marcellina, Grumento, Blanda, Tebe, Pandosia, Petilia, ecc..”.

Troyli, sui Saraceni, p. 370, tomo III

Una delle testimonianze storiche sull’ubicazione di Blanda nel ‘Porto di Sapri’, potrebbe essere rappresentata dalle origini del barone di Torraca Decio Palamolla che era originario di Scalea. ‘Porto di Sapri’, era la denominazione di Sapri negli antichi documenti notarili dell’epoca come ad esempio un documento del 1719 pubblicato dal Gaetani (…), sulle decime versate dalla popolazione per la Madonna dei Cordici. Il fatto che Decio Palamolla fosse di Scalea e che su un prospetto dell’insigne studioso Almagià (….), su una delle più antiche carte nautiche fino a noi giunte, la carta nautica di Pietro Vesconte del 1311 (….), alla voce del toponimo di Maratea, risulta un ‘nome cancellato’, mentre troviamo un ‘Porto de La Scalea’, subito dopo il toponimo di ‘Saprà’. Oppure, sulla più antica carta nautica conosciuta, la ‘Carta Pisana’ (….), come si può vedere chiaramente e confermata nel prospetto dell’Almagià (….), non si legge alcun toponimo scritto di Blanda o di Maratea ma, subito dopo il toponimo di “Saprà” si legge il toponimo di un ‘Porto de La Scalea’.

Note bibliografiche:

(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10 (Archivio digitale Attanasio)

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(Fig. 1) (1) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (…). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (…) scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’. 

(2) (Figg. 7) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il documento fu citato dal Gaetani R., op. cit. (22) e dal Cataldo (23). In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (24) che cita. Il Gaetani, cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (2), a p. 154, alla nota 4 (nota 1) e, pare che trae questo antico documento dal Canonico Giuseppe Menta, che troviamo citato su un antico testo scaricabile da Google libri gratis. Il Gaetani, op. cit., p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Riguardo poi al documento in questione, ne parla anche il Cataldo (23), che, nelle sue note (p. 19, nota n. 71) in proposito scrive che il documento è un manoscritto (Ms.), conservato all’A.D.P. (Archivio della Diocesi di Policastro). Infatti, per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, si veda pure Cataldo (16). Il documento è citato anche dal Tancredi in Sapri giovane e antica (3), p. 19, che nella sua nota (1) dice: (1 – Cfr. Platea della Badia di S. Giovanni a Piro, pag. 137 MS.). Il Cataldi (…) affermava che l’antico documento notarile manoscritto del 1695-96 (5), è conservato all’Archivio diocesano di Policastro (…) e, pare che il Gaetani (…), l’abbia tratto dal Canonico Giuseppe Menta – suo carissimo amico – ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”. Il Laudisio non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte da un documento: “ come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (di Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “.

Tancredi Luigi

(3) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore:  Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.

(3) Tancredi L., Il Golfo di Policastro, Napoli, 1976, e si veda pure ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, pp. 19 e 23. Il Tancredi, nel pubblicare il documento notarile (2) al posto di Velia, riporta “Avenia, p. 23.

(4) Alfano G.M., Istorica descrizione del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1823, p. 135.
(5) Pacichelli G.B., Il Regno di Napoli in prospettiva, Napoli, 1703, p. 288.
(6) (Fig. 2) “L’Italia Centrale e Meridionale, con le isole“, o ‘Litalia da Ravenna et Pisa fina in Sicilia et ipsia Sicilia’ , tratta dall’Atlante di carte moderne intagliate in legno e stampate che corredano la ‘Summa totius orbis’ di Pietro Coppo, del 1524. La carta dell’Italia (Fig. 2) ed il codice manoscritto ‘Summa totius orbis’, sono conservati nel Museo del Mare Sergej Masera di Pirano in Slovenia e provenivano da un fondo della Biblioteca Civica di Pirano. Pubblicata dall’Almagià (7), questa carta dove si vede chiaramente ‘Anves’ (Fig. 2) ‘Litalia da Ravenna et Pisa fina in Sicilia et ipsia Sicilia’ di Pietro Coppo, è stata pubblicata anche recentemente da Martino Ferrari Bravo, Summa totius orbis, stà nella rivista Charta geographica, n. 90, vol. 2, anno 16, 2007, Padova, p. 22.

(7) Almagià Roberto, Monumenta Italia Cartographica, Tav. XVI, 3).

(8) Guzzo Angelo, Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia, ed Palumbo, Cava dei Tirreni, 1978, p. 220.

(9) Borri R., L’Italia nell’antica cartografia, 1477-1799′, ed. Priuli e Verlucca, Pavia, 2004, p. 35, carta n. 20.

(10) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831.

(11) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, per la traduzione del testo latino si veda pp. 70, 71, 72, 73,74.

(12) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda: Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Si veda in proposito: op. cit., parte III, capo VI, pp. 305-306.

(13) Napoli M., Civiltà della Magna Grecia, Eurodes, p. 181.

(14) Antonini Giuseppe, La Lucania, I discorsi, Parte II, ed. Tomberli, Napoli, 1795, disc. XI, pp. 424, 430

(15) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 593.

(16) Curzio N., Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli, estratto dal Pensiero Cattolico, Manduria, 1910, cap. XIV, p. 29; si veda pure: Curzio N., Vere origini di Lauria, Lauria, 1934.

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(17) Magaldi Josè, Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni, Incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, Sapri, Marzo 1928, Anno VI; questo scritto di cui noi possediamo una copia donataci dall’autore, è inedita ma depositata a Salerno. Il Ma- galdi scrisse detta relazione a seguito dei lavori di scavo per conto della Regia Soprintentenza che si tennero a S. Croce nel 1928. Nello scritto, il Magaldi racconta che i rinvenimenti maggiori si ebbero nel 1884, in occasione delle opere e lavori che portavano a  compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, con Sindaco il dott. Nicola Gallotti che nel 1899, scrisse diversi libretti.

(18) Mazzella Napolitano S., Descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1568, p. 79

(19) Greco G., Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32.

(20)  Johannowsky W., Atti XXII Congresso sulla Magna Grecia, Taranto, 1982, p. 422; si veda pure 1983b;

(21) La Greca F., L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana, Agropoli, 2010, pp. 19-25.

(22) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Gal-zerano, pp. 151, 152, 153, 154; In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (12) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (2). Riguardo l’altra notizia a cui fa riferimento la presente nota, si veda pure: Gaetani R., Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, Tip. del Senato, Roma, 1914, p. 9; Sulla scorta di questa notizia, il Tancredi (Tancredi L., Il Golfo di Policastro, Napoli, 1976, e pure in ‘Sapri giovane e antica’, 1985, Villa S. Giovanni, ed. Parallelo 38, pp….

(23) Cataldo Giuseppe, Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, inedito, dattiloscritto, donatoci dall’Autore (Archivio Attanasio), p. 29; si veda pure: Cataldo Giuseppe, Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (2), si veda p. 19, nota 71.

(24) Di Luccia P. M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (23) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(25) Scarfone A., “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in “Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia”, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA

(26) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (4), a p. 154, alla nota 4 (nota 1), scrive in proposito al documento: “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96 (3) (Figg. 1-2-3-4-5-6-7-8-9-10-11 ecc..) che, trae le dette notizie e questo documento dal Canonico Giuseppe Menta. Il Gaetani, op. cit. (4), p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (…), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (4), ma il Laudisio (7-8), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare  gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (7-8), scrive in proposito a p. 93 (8): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”. Per cercare di capire a quali documenti si riferisse il Gaetani e prima ancora il Menta, rileggendo ciò che scrive l’Ebner (…), a p. 435, su Policastro, a proposito delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, egli, sulla scorta del Ronsini (…), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29). Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. L’Ebner, alla nota (27), scrive: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo di Rofrano, con il fisco per pagamenti contestati, con il Principe di Bisignano per i confini di Sanza e, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino (31).”. Alla nota (28), dice che: “ne scrive il Ronsini (…)  a p. 29.”. Alla nota (29), scrive: “Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso, basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura.”. L’Ebner alla nota (30), scrive: “La cronostassi del Laudisio parla del 1110 al 1211 (Gerardo Arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (vedi Sinossi, cit. p. 131, sg.), elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto: “Ego Guido Policastrensis episcopus, ecc…”. Pertanto, rileggendo il Ronsini (…), a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Quindi, l’Ebner, traendo notizie dal Ronsini che citava il Libro di memorie di Placido Tosone, avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino. L’Ebner (…), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. Tuttavia il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (28), a p. 113.

(27) Ronsini Domenicantonio, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stabilimento Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore.

(28) Cervellino L., Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per la sua retta Amministrazione, Napoli, 1776, p. 113, si veda per l’Università di Rofrano.