Nel 1525, Sapri nel Kitab-i Bahriye di Piri-Re’is

La mappa di Piri Re’is

Il cinquecento fu Mediterraneo il secolo della riscossa turca. Insediatisi sul Bosforo, era per i turchi logico e naturale riprendere il vecchio sogno pan-europeo di conquista delle terre italiane e mettere così piede sulla terraferma ai piedi dell’Europa e del mondo occidentale. Non sto quì a raccontare le vicende storiche che caratterizzano quel periodo fino alla famosa battaglia di Lepanto nel 1571. Spentesi le mire espansionistiche dei mu- sulmani in occidente a causa anche delle lotte interne per la successione di Maometto II, le truppe ottomane si ritirarono dal Salento.  Nel corso del XVI secolo, intorno ai primi del cinquecento, sono state redatte alcune carte geografiche da alcuni cartografi ottomani. Si tratta di alcune carte navali di estrema importanza per i toponimi (nomi dei luo- ghi), in questo caso di porti conosciuti all’epoca. La seconda carta geografica è quella che conosciamo come la ‘mappa di Piri Re’is’ è un documento cartografico realizzato dall’am- miraglio turco Piri Reìs nel 1513. La mappa pergamenacea è conservata nella Biblioteca del Palazzo Topkapi di Istambul, dove fu rinvenuta nel 1929 durante i lavori di rifaci- mento per trasformarlo in museo: è una parte di un documento più ampio, di cui rap- presenta circa un terzo (o forse la metà) dell’estensione originaria. Essa reca la scritta: “Composta dall’umile Pīr figlio di Hajji Mehmet, noto come nipote per parte di padre di Ke- māl Reʾīs – possa Dio perdonarli -, nella città di Gallipoli, nel mese del sacro Muharram, nell’anno 919 [dell’Egira, corrispondente al marzo-aprile 1513.”, chiaro riferimento a Cristoforo Colombo. La mappa venne probabilmente realizzata da Piri Re’ìs per essere offerta al Sultano ottomano Solimano il Magnifico nel 1517. Probabilmente, subì alcuni ritocchi minori, successivi al 1519. Essa fu redatta sulla scorta di diverse informazioni, ricavate da carte nautiche e da mappamondi precedenti, rendendo il tutto coerente. Ol- tre a quattro portolani portoghesi, Pīrī Reʾīs si avvalse anche della cosiddetta “mappa di Colombo” (usata da Colombo come attesta lo stesso Piri Re’is nella scritta autografa sulla sua Mappa), che era stata razziata dopo la cattura di sette navi spagnole al largo di Va- lencia. Dopo la scoperta, le numerose note sulla mappa vennero tradotte nel 1935 – per esplicita volontà di Ataturk – da Bay Hasan Fehmi e Yusuf Akcura, per conto della “Socie- tà storica turca” (Turk tarihi kurumu). I due curatori allegarono l’integrale trascrizione delle legende della Carta di Piri Re’is (Piri Reis Haritasi), presenti in margine all’originale, in lingua turca moderna, tedesco, francese, inglese e italiano. La Carta è stata nuova- mente riprodotta nel 1966, anche in seguito all’approfondito studio di Ayşe Afetinan che, nel 1954, parlò dell’opera nel lavoro The oldest map of America.

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(Fig. 1) la mappa di Piri Re’is, del 1521 (1).

Le mappe del Kitab-i Bahriye di Piri Re’is

L’ammiraglio turco Piri-Re’is, nel 1525-26 scrisse il libro noto con il nome di Kitab-i Bah- riye ( Libro della marina) (Fig. 2). Una versione più ricca, composta nel 1525-26, realizzato con l’utilizzo di abili amanuensi e miniatori, fu preparata dallo stesso Piri Reis ap- positamente per il sultano Solimano il Magnifico (Fig. 3).

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(Fig. 2) Il Kitab-i Bahriye ( it. Libro della marina) è un portolano del Mediterraneo

(Fig. 3) Il Sultano Solimano il Magnifico rappresentato nel libro di Piri-Re’is.

Si conoscono ventidue di copie della prima versione e una decina della seconda, conser- vate in biblioteche di tutto il mondo. Recentemente, lo studioso Vito Salierno (1) ha pubblicato alcune carte annesse al  Kitab-i Bahriye dell’ammiraglio turco Piri Reis. Nella prima e seconda stesura, sono stati tramandati una trentina di esemplari di questo libro, conservati nelle biblioteche europee e turche. De La Ronciere A. M., M. Mollat Du Jourdin (1), nel commento alle tavole, pubblicano due dei 224 fogli in pergamena annessi al  Kitab-i Bahriyye, fogli in pergamena manoscritte miniati, conservati alla Biblioteca Nazionale di Parigi (1). I due studiosi francesi, nel loro commento alle tavole (1), scrivono in proposito: “questi documenti miniati, provengono dal libro di istruzioni nautiche che l’ammiraglio turco Piri Re’is dedicò al suo sovrano Solimano II detto il Magnifico, nell’anno 1526. Noto con il nome di Kitab-i-bahriye, questo libro del mare, che contiene al tempo stesso una documentazione scritta ed un’altra figurata, è un documento fondamentale nella storia della cartografia nautica mediterranea. Prima di questo libro, malgrado l’esistenza dei manuali nautici occidentali come il Compasso da navigare,….,nessun documento marittimo descriveva l’insieme delle coste, dei porti e delle isole del mediterraneo con tanti dettagli. Per il suo studio, Vito Salierno, ha utilizzato il manoscritto Marsili 3609, posseduto dalla Biblioteca Universitaria di Bologna che, nei disegni a colori di 425 x 250 mm su complessive 206 carte, dedica ben 33 carte all’Italia ed ai suoi porti, riportando decine di toponimi e scritte interessantissime in turco ottomano. Le 33 carte dell’Italia annesse ai due codici miniati conservati nella Biblioteca Universitaria di Bologna, il Marsili 3609 (utilizzata da Vito Salierno) ed il Marsili 3612, dovrebbero essere ulteriormente indagati, ma soprattutto bisognerebbe leggere meglio il testo scritto originale in arabo e tradotto poi in latino dall’arabo. Di queste 33 carte, noi pubblichiamo l’immagine della carta che riproduce La Penisola sorrentina ed il Golfo di Napoli’ (Fig. 4). Dice il Salierno (1) che in questa carta (Fig. 4) e nel testo scritto in arabo, il cartografo del sultano, scrive: lungo la costa verso Est, i borghi di Palinuro (Palmura) e Policastro (Polo Castri) tra i Capi Licosa (Liqoze), Palinuro e Punta degli Infreschi (?) (Firasta).” (1).

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(Fig. 4) Le coste della Campania e della Calabria nel Kitab-i Bahriyye dell’ammiraglio turco Piri Reis (1).

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(Fig. 5) le coste della Calabria nel Kitab-i Bahriyye dell’ammiraglio turco Piri Re’is.

Note bibliografiche:

(1) (Fig. 4) è stata pubblicata anche recentemente da Vito Salierno, Il cartografo di Solimano – i porti italiani nel Kitab-i Bahriye dell’ammiraglio turco Piri Reis, stà nella rivista ‘Charta geographica’, n. 90, vol. 2, anno 16, 2007, Padova, p. 19; si veda pure: Brotton J., Le Grandi mappe, ed. Gribaudo, 2014, pp. 90-91-92-93. Si veda pure: Monique de la Roncière e Michel Mollat, Les portulans: cartes marines du XIII au XVII siècle, Parigi 1984, e dello stesso autore: De La Ronciere A. M., M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, tav. n. 28 a colori e, commento alla tavole, pagg. 211-212 e tavole 35-36 e commento alle tavole del Kitab-i Bahriye, pp. 218-219. I due autori francesi, nel commento alle tavole, pubblicano due dei 224 fogli in pergamena an- nessi al  Kitab-i Bahriyye, fogli in pergamena manoscritte miniati, 350 x 460 mm., conser- vati alla Biblioteca Nazionale di Parigi, Ms turc Supplement 956.

Nel 1154, Sapri, la Molpa ed altri luoghi nel ‘Libro di re Ruggero’

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio vuole approfondire e meglio indagare sulle origini di Sapri e della sua baia e porto marittimo. In particolare, il toponimo di Sapri, veniva citato nel 1154, nel “Libro di Re Ruggero”, di cui parlerò.

Sapri citato nel libro di Re Ruggero del 1154

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci da Amari e Schiapparelli (2), dove nella traduzione dall’arabo del testo scritto del ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, del geografo al-Idrisi (2), scrivono che nel suo libro, il geografo Idrisi, cita anche il porto di Sapri. La notizia, fu data per la prima volta dagli studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto nel loro ‘Pyxous-Policastro’ (8), che parlando del Volpe (9) e delle mura di Policastro Bussentino al tempo dei Normanni del Roberto il Guiscardo, confermavano la notizia di solide mura e fortificazioni a Policastro, nel testo scritto in arabo del Libro del Re Ruggero del 1154. I due studiosi però, a cui va il merito di aver segnalato per primi questa notizia su Policastro, non citavano Sapri. Rileggendo il testo di al-Idrisi, ci siamo accorti che non solo esso ci parla di Policastro ma cita anche lo scalo marittimo di Sapri. Il “Libro di Re Ruggero”, è datato dagli studiosi all’anno 1154 e, descriveva gli scali marittimi più noti della Sicilia e del Regno Normanno dei primi del secolo XI. Fu redatto nel 1154, da al-Idrisi, geografo di re Ruggero II d’Altavilla. Secondo i due studiosi Amari e Schiapparelli (2), il geografo arabo al-Idrisi, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo, scrive: “Da Policastro ad ‘.tr.b.s (2) (Petrosa), conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.” (1). Poi aggiunge: ” Da questo Capo a qast.r.k.lì (Castrocucco) tredici miglia” . Nella nota (2), Amari e Schiapparelli scrivono: “(2) Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.”.

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(Fig. 1) Re Ruggero II d’Altavilla, raffigurato in una statua marmorea posta sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli.

Ruggero II d’Altavilla re di Sicilia

Ruggero II di Sicilia, conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla. Era figlio secondogenito del gran Conte di Sicilia, il normanno Ruggero I d’Altavilla e di Adelasia di Monferrato o Adelaide del Vasto. Fu conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del ‘Regnum Siciliae’ indipendente, appena ereditato il trono del padre Ruggero I, confermò con questo atto dell’aprile 1131, le precedenti donazioni. Poco è conosciuto dell’infanzia di Ruggero II. Alla morte del padre, avvenuta a Mileto nel 1101, sua madre Adelaide del Vasto, riuscì a governare la Sicilia con l’aiuto di valenti consiglieri, mentre lui ed il fratello erano ancora in tenera età. Nel 1105, morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenneconte di Sicilia. Nel 1121 sorsero le ostilità fra Ruggero II e il cugino Guglielmo, nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria. Ma Ruggero, in seguito ottenne la corona: il 27 settembre 1130 una Bolla di Anacleto II, consegnata al duca di Puglia presso la città di Avellino, fece Ruggero Re di Sicilia. Ruggero II era così divenuto uno dei più potenti sovrani d’Europa. Nell’estate del 1140 ad Ariano Irpino promulgò le Assise di Ariano, il corpus giuridico che formava la nuova costituzione del Regno di Sicilia. A lui si deve anche l’istituzione del ‘Catalogus baronum’, l’elenco di tutti i feudatari del regno, stilato per stabilire un più attento controllo del territorio, dei rapporti vassallatici e quindi delle potenzialità del proprio esercito. La corte più brillante dell’Europa del XII secolo era, senza dubbio, quella di Re Ruggero II d’Altavilla a Palermo. La studiosa Falcone (…), sulla scorta di un’altra eminente studiosa Enrica Follieri (…), parlando di un’antico privilegio normanno, concesso da re Ruggero II alla chiesa di Rofrano e di Grottaferrata, scriveva che: “Nel settembre del 1130 papa Anacleto II, concedendo al conte di Sicilia Ruggero II la dignità regia, fondava il nuovo Regno di Sicilia che includeva, oltre la Sicilia, la Calabria, il ducato di Puglia e le regioni fino a quel momento sottoposte all’autorità dei duchi normanni del Mezzogiorno peninsulare. Molto tempestivamente, quindi l’abate di Grottaferrata si premurò a richiedere al nuovo signore, il re Ruggero, la conferma dei possedimenti di Rofrano che fu concessa nell’aprile del 1131. Il documento è detto crisobollo perchè munito di sigillo d’oro.”. Con questo documento Normanno del 1131, Ruggero II d’Altavilla, Re di Sicilia, donava a Leonzio, Abate dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati), la terra di Rofrano con i suoi possedimenti e Monasteri e Abbazie e Grancie, confermando le precedenti donazioni fatte dai suoi avi Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo e padre di Simone e del futuro re Ruggero II, e forse anche privilegi donati dal figlio del Guiscardo, Ruggero Borsa, o da suo figlio il duca Guglielmo (duca di Puglia, morto nel 1127).

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(Fig. 2)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile 1131, copia del Menniti, particolare delle pagine 88r e 90v tratte dal “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata.

Il “Libro di Re Ruggero” (re Ruggero II), di al-Idrisi (2)

Re Ruggero II, era noto per la sua grande curiosità intellettuale unita ad un profondo rispetto per l’erudizione, fenomeno piuttosto raro tra i principi suoi contemporanei. Intorno al 1140 egli chiamò a Palermo i più stimati studiosi sia dall’Europa che dall’Oriente e soleva trascorrere la maggior parte del suo tempo con i migliori scienziati, dottori, filosofi, geografi, matematici, intrattenendosi con loro in cordialità ed amicizia. In campo geografico gli Arabi furono soprattutto continuatori dei Greci e il loro grande merito fu aver mantenuto in vita la scienza classica: grazie a loro parte del sapere classico ritornò all’Occidente, preparando la rinascita della geografia nel Basso Medioevo. Nel Medioevo, mentre in Europa si assisteva ad un regresso degli studi e quindi delle conoscenze scientifiche rispetto al mondo classico, nel mondo islamico fiorivano tutta una serie di scuole divenute veri e propri centri di ricerca che spaziavano dall’astronomia alla matematica, alla fisica, alla geometria, alla medicina, alla chimica. La conoscenza di scritti e trattati scientifici dell’antichità classica, come l’Almagesto e la Geografia del grande matematico alessandrino Claudio Tolomeo (100-178 d. C.), andati persi in Occidente in seguito alle distruzioni delle invasioni barbariche, avevano infatti permesso agli Arabi di compiere progressi in ogni campo dello scibile umano e soprattutto nelle scienze mediche, astronomiche e geografiche. In campo geografico gli Arabi furono soprattutto continuatori dei Greci e il loro grande merito fu aver mantenuto in vita la scienza classica: grazie a loro parte del sapere classico ritornò all’Occidente, preparando la rinascita della geografia nel Basso Medioevo. Il più famoso dei geografi arabi, Abū ‘Abd Allāh Muhammad ibn Muhammad ibn ‘Abd Allah ibn Idrīs al-Siqillī (il Siciliano), detto anche Idrīsī o Al-Šarīf, visse e lavorò in Sicilia. Lo studioso arabo musulmano al-Sharif al-Idrisi, nel 1154, per conto del Re normanno di Sicilia Ruggero II d’Altavilla, realizzò il libro “La delizia di chi desidera attraversare la terra” (in arabo: نزهة المشتاق في اختراق الآفاق‎, o Nuzhat al-mushtāq fi’khtirāq al-āfāq che tradotto è ‘trattenimento per chi si diletta a girare il mondo‘), generalmente detto Libro di re Ruggero (in arabo: كتاب روجر, Kitab Rugar), è una descrizione del mondo scritta dal geografo arabo al-Idrisi (Edrisi), nel 1154, cui è allegato il mappamondo in 70 fogli noto come Tabula Rogeriana (Figg. 3-4-5-6-7). Al-Idrisi lavorò sul testo e sulla carta geografica per quindici anni alla corte del re normanno Ruggero II d’Altavilla di Sicilia che gli aveva commissionato l’opera intorno al 1138 (2). 

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(Fig. 3) Planisfero circolare tratto dal ‘Kitab nuzhat al-mushtaq fi iktirab al-afaq’ o Libro di Re Ruggero.

L’opera idrisiana rappresenta il massimo delle conoscenze geografiche possedute dagli Arabi ed è considerata come uno dei monumenti della geografia medievale. Nato a Ceuta in Marocco nel 1099, dopo aver compiuto gli studi a Cordova, che sotto la dominazione araba della Spagna (al-Andalus) era divenuto uno dei principali centri di cultura della penisola iberica, Idrisi raggiunse Palermo nel 1139, e divenne amico intimo del re normanno Ruggero II, entusiasta mecenate di ogni scienza e promotore, in particolare, delle conoscenze geografiche. Proprio Ruggero II incaricò il cartografo di riunire in un’unica descrizione geografica del mondo tutte le notizie riportate dai numerosi ambasciatori inviati nelle regioni allora conosciute allo scopo di raccogliere informazioni più corrette possibili, soprattutto sulle distanze. Dopo quindici anni di lavoro, nel 1154, Idrisi compendiò tutto il materiale nel cosiddetto Libro di Ruggero (Kitāb Ruğārī), ovvero Sollazzo per chi si diletta di girare il mondo (Kitāb nuzhat al-mushtāq fī ikhtirāq al-āfāq) e nella redazione di una carta generale, incisa su un disco d’argento, che andò distrutta pochi anni dopo. Nel manoscritto, in arabo e in latino, era inclusa anche una parte cartografica, composta da un mappamondo circolare e da settanta carte parziali. Secondo fonti arabe, Idrisi avrebbe compilato un libro anche per Guglielmo II (1154-1166), figlio di Ruggero, intitolato Il giardino del diletto e sollievo dell’anima (Rūḍ al-Uns wa nuzhat al-nafs), anch’esso perduto. Di questa seconda opera possediamo, però, la redazione abbreviata del 1192, intitolata Il giardino della gioia, composta di 73 carte in forma di atlante. L’esemplare destinato a Ruggero era inciso su di un disco d’argento pesante circa trecento libbre. Esso è andato perduto perché fuso dopo esser stato predato in occasione d’una sommossa contro il sovrano normanno Guglielmo I di Sicilia nel marzo 1161. L’originale del mappamondo era inciso su di una lastra d’argento larga 3,32 metri ed alta 1,48, anch’esso perduto. Secondo fonti arabe, Idrisi avrebbe compilato un libro anche per Guglielmo II (1154-1166), figlio di Ruggero, intitolato Il giardino del diletto e sollievo dell’anima (Rūḍ al-Uns wa nuzhat al-nafs), anch’esso perduto. Di questa seconda opera possediamo, però, la redazione abbreviata del 1192, intitolataIl giardino della gioia’, composta di 73 carte in forma di atlante. Oggi sopravvivono dieci manoscritti della ‘Tabula Rogeriana’, di cui cinque hanno il testo completo e otto hanno le carte. Due di essi si trovano alla Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, la più antica delle quali è datata circa 1325 (MS Arabe 2221). Un’altra copia, fatta al Cairo nel 1553, si trova alla Bodleian Library di Oxford (Mss. Pococke 375). Il manoscritto più completo, che contiene la totalità del testo, il mappamondo, nonché tutte le settanta carte delle sezioni, è conservato ad Istanbul. Altre copie si trovano al Cairo ed a San Pietroburgo. I lavori geografici di Edrisi hanno goduto d’una fama meritata presso i geografi arabi posteriori che a quelli attinsero largamente, come ‘ibn sa’ìd, Abulfeda ed altri. In Europa il nuzhat non fu conosciuto che verso la fine del secolo XVI, nel compendio, o meglio estratto spoglio della parte descrittiva, stampato a Roma l’anno 1592 della tipografia medicea e pubblicato in latino a Parigi nel 1619 dai maroniti Gabriele Sionita e Giovanni Hesronita, i quali per strano equivoco lo chiamarono ‘Geographia Nubiensis’. Una versione italiana di questo compendio fu fatta  nel 1600 dall’illustre matematico urbinate Bernardino Baldi, versione inedita il cui mnoscritto si conserva nella Biblioteca di Montpellier. Sull’edizione medicea lavorarono in seguito altri studiosi. Amedeo Joubert è stato il primo a far conoscere all’Europa l’intero trattato di Edrisi colla sua traduzione francese pubblicata nel Recuil de voyages et de memories” stampato a Parigi dalla Società geografica di Parigi (Tom. V, VI, 1836-1840). Fino all’edizione di Amari e Schiapparelli (2) che per la stesura del loro testo si servirono soprattutto del Codice conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi (BNN, Mn. 893).

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(Fig. 4) Planisfero circolare tratto dal ‘Kitab nuzhat al-mushtaq fi iktirab al-afaq’ o Libro di Re Ruggero.

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(Fig. 5) La ‘Tavola Rogeriana’ di al-Idrisi – particolare dell’Europa e del Mare Mediterraneo

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(Fig. 6) La ‘Tavola Rogeriana’ di al-Idrisi – particolare dell’Italia.

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(Fig. 7) L’Italia nella ‘Tavola Rogeriana’ contenuta nel testo di Amari e Schiapparelli (2).

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(Fig. 7) L’Italia nella ‘Tavola Rogeriana’ contenuta nel Libro di Re Ruggero di Idrisi (2).

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(Fig. 8) L’Italia nella ‘Tavola Rogeriana’ contenuta nel Libro di Re Ruggero di Idrisi (2).

Come si può vedere dalle immagini di Figg. 5-6-7-8, che rappresentano il particolare dell’Italia tutta della ‘Tavola Rogeriana’ o planisfero o mappamondo annessa al ‘Kitab nuzhat al-mushtaq fi iktirab al-afaq’, o “Libro di Re Ruggero”, realizzato dallo studioso arabo musulmano al-Sharif al-Idrisi, nel 1154 per conto del Re normanno di Sicilia Ruggero II, in esso vengono riportati innumerevoli toponimi di luoghi e porti conosciuti all’epoca. In particolare, nell’immagine illustrata in Fig. 7, che illustra la Tavola del “3° compartimento del V Clima”, lungo le coste dell’attuale confine tra Campania e Calabria, si vede segnato il toponimo di “Policastro”. Oltre alla “Tavola Rogeriana” (Figg. 5-6-7-8), esiste il testo fino a noi pervenutoci del “Libro di Re Ruggero”, scritto in arabo dal geografo al-Idrisi, di cui parleremo. E’ per la datazione di questo libro che risale al 1154, che esso, riveste un’importanza particolare per lo studio della toponomastica. L’orientamento del Planisfero è al contrario, ovvero il sud è messo verso l’alto, tipico di molte mappe del mondo islamico che pregavano rivolti verso la Mecca posta a sud. Al-Idrisi, nacque a Ceuta sulla costa nordafricana e, nei primi decenni del 1100, proveniente da Cordova, dove aveva appreso l’arte della cartografia, si trasferisce nella Sicilia normanna di Re Ruggero II d’Altavilla che gli commissionò questa grandiosa opera. Il ‘Libro di Re Ruggero’, di al-Idrisi, inizia con il Planisfero o mappamondo o Tabula o Tavola Rogeriana’ che si aggiunge al testo scritto in arabo in cui il geografo Idrisi, descrive luoghi della Sicilia fino a Roma. Questo libro, oltre alla Tavola Rogeriana (Fig. 3) ed al testo scritto, contiene 70 mappe regionali che rappresentano il mondo abitato. In una di queste 70 carte regionali, forse vi è quella che illustra l’Italia meridionale. Fra queste 70 carte regionali vi è quella della Sicilia. Noi pubblichiamo un ingrandimento dell’Italia tratta dal Planisfero o Tavola Rogeriana (Fig. 3) in cui si vedono interessantissimi toponimi locali di luoghi e porti, scritto in arabo che andrebbero ulteriormnte indagati. Il libro di al-Edrisi contiene lla cartografia (il Planisfero e le 70 carte regionali), di sicuro interesse ma, oltre a quelle riveste un notevole interesse la descrizione dei luoghi che viene fatta nel testo del libro stesso scritto in arabo (2). Riguardo le nostre coste, il Brancaccio (2) scrive che nel testo scritto in arabo e tradotto del Libro di Idrisi si legge: ” Passato Sorrento, Positano, Amalfi e Salerno. Della costa calabra erano citate Scalea, Amantea, Bivona, Tropea, Nicotera e Reggio – città piccola ma popolata – , dal che si può inferire lo scarso indice di costruzioni e l’elevata concentrazione della popolazione per unità abitativa, caratteristica comune a tutte le città meridionali”. Nella traduzione del testo, rimane più completa e puntuale quella dataci da Amari e Schiapparelli del 1883 (1). Ad esempio, nella mappa contenuta nel testo di Amari (2) (Fig. 6), si può leggere un buli qas’larù (Policastro), mentre Scalea la troviamo citata nel testo scritto di Idrisi, tradotto da Amari (2). Amari (2), nella traduzione del testo scritto di Idrisi, dice che: “Vi sono ventiquattro miglia per Policastro, fortilizio considerevole per estensione e per popolazione, presso il quale scorre da nord un fiume (il Bussento). Poi subito dopo Idrisi aggiunge: “Da Policastro ad ‘.tr.b.s (3) (Petrosa), conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.” (2).

Ipotesi sul toponimo corrispondente a Sapri ( ‘. tr . b . s ) o ( b . tr . s) = ?

Abbiamo ritenuto di indagare ulteriormente su questa vicenda in quanto crediamo che vadano ulteriormente approfondite alcune fonti e notizie in merito, come ad esempio la citazione di un toponimo arabo che dovrebbe indicare il luogo di Sapri, o un luogo vicino ad esso. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci da Amari e Schiapparelli (1), dove nella traduzione dall’arabo del testo scritto del ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, del geografo al-Idrisi (2), scrivono che nel suo libro, il geografo Idrisi, cita anche il porto di Sapri. Secondo i due studiosi Amari e Schiapparelli, al-Idrisi, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci da Amari e Schiapparelli (8), dove nella traduzione dall’arabo del testo scritto del ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, del geografo al-Idrisi (8), scrivono che nel suo libro, il geografo Idrisi, cita anche il porto di Sapri. La notizia, fu data per la prima volta dagli studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto nel loro “Pyxous-Policastro” (24), che parlando del Volpe (25) e delle mura di Policastro Bussentino al tempo dei Normanni del Roberto il Guiscardo, confermavano la notizia di solide mura e fortificazioni a Policastro, nel testo scritto in arabo del Libro del Re Ruggero del 1154, che descriveva gli scali marittimi più noti della Sicilia e del Regno Normanno dei primi del secolo XI. Il testo arabo del 1154, del geografo al-Idrisi, cita anche lo scalo marittimo di Sapri. Secondo la traduzione del testo in arabo di al-Idrisi, del 1154, i due studiosi Michele Amari e Schiapparelli (8), nel loro ‘L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi’

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(Fig. 1) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi

Michele Amari e Schiapparelli (8), nel loro ‘L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi’, nel 1876-77, a pp. 96-97, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo, a p. 97, parlando del ‘3 scompartimento e del V clima’, scrivevano in proposito che:

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“Da Policastro ad ‘.tr.b.s (2) (Petrosa), conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.”. Poi aggiunge: ” Da questo Capo a qast.r.k.lì (Castrocucco) tredici miglia” .

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(Fig….) Amari e Sciapparelli (8), Note bibliografiche al testo di pag. 97

Nella nota (2), Amari e Schiapparelli (…), postillavano che: “Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.”Dunque, secondo i due studiosi e tradutori del Libro di Re Ruggero del 1154, al-Idrisi, la parola araba b.t.r.s., corrisponde al toponimo del porto di Sapri, mentre il ‘Capo di Policastro’, corrisponde al ‘Capo Bianco’. Amari e Schiapparelli, scrivevano “Da Policastro ad ‘.tr.b.s (2) (Petrosa), conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.”. Dunque, quale dei due termini indica il toponimo di Petrosa? Il toponimo Petrosa, è indicato con il termine o la parola araba di ‘.tr.b.s. , oppure è indicato con il termine e le due parole di marsà ràs b.li qas’t.rù ? La citazione del toponimo ‘Petrasia’ e, di una Torre della ‘Petrosa’, toponimi che indicano due località vicinissime, in epoca Aragonese, ci fa pensare – secondo la traduzione del testo in arabo dei due studiosi Amari e Schiapparelli, del “Libro di Re Ruggero” del 1154 – non indichi un toponimo o nome di luogo di un porto o di uno scalo marittimo – in questo caso Sapri – ma, il toponimo  ‘.tr.b.s (‘Petrosa’) – noi crediamo – stia ad indicare il toponimo della  Torre costiera di difesa dell’omonima località nei pressi di Villammare, conosciuta dal geografo arabo di Re Normanno Ruggero d’Altavilla, nel XII secolo e, che la distanza indicata dal geofrafo al-Idrisi (Edrisi) – Da Policastro a Petrosa (2) (Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri)… conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.” – si riferisse alla distanza tra due Torri di avvistamento, di cui gli Arabi dovevano ben guardarsi nel caso di attacco. La citazione del toponimo di Capo Bianco’, quando più avanti – nella nota (2), Amari e Schiapparelli scrivono: “Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.”, sebbene i due studiosi abbiano bene individuato la costa, quella Saprese appunto, io credo che, il testo in arabo scritto dal geografo di Re Ruggero, al-Idrisi che, nel 1154, descriveva i luoghi sulla nostra costa, sia da riferire alla località “Petrosa”, nei pressi della località costiera di Villammare, dove oggi si può vedere l’omonima Torre marittima di avvistamento e di difesa, detta della Petrosa.  La presenza del toponimo di  ‘Petrasia’ e, di una Torre della ‘Petrosa’, vicinissime, in epoca aragonese, ci fa pensare che il toponimo ‘Petrosa’ – secondo la traduzione del testo in arabo dei due studiosi Amari e Schiapparelli, del “Libro di Re Ruggero” del 1154 – non indichi un toponimo o nome di luogo di un Porto o di uno scalo marittimo – in questo caso Sapri – ma, il toponimo  ‘.tr.b.s (Petrosa) – noi crediamo – stia ad indicare i toponimi di alcune Torri costiere di difesa conosciute dagli Arabi al tempo del Re Normanno Ruggero e, che la distanza indicata dal geofrafo al-Idrisi (Edrisi) – Da Policastro a Petrosa (2) (Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri)… conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.” – si riferisse alla distanza tra due Torri di avvistamento, di cui gli Arabi dovevano ben guardarsi nel caso di attacco. Infatti, la citazione del geografo del toponimo di Capo Bianco’, quando più avanti – nella nota (2), Amari e Schiapparelli scrivono: “(2) Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.” credo, si riferiscano alla località ad oriente di Sapri, dove alla fine del 1500, fu costruita la ‘Torre di Capobianco‘, altra Torre cavallara di avvistamento, costruita per la difesa delle coste in epoca Vicereale. Secondo la versione tradotta dall’arabo di Edrisi, dagli studiosi Amari e Schiapparelli, Sapri, sarebbe il toponimo di Petrosaconosciuta col nome di Porto del Capo Policastro”. Alcuni autori coevi come la traduzione del Rizzitano (2), del testo di Edrisi – scritto in arabo – che hanno integrato vecchie traduzioni del Joubert (…) del 1840, affermano che il toponimo arabo ‘.tr.b.s, sia Atrabis”. Amari (2), credeva che il toponimo arabo ‘.tr.b.s , fosse Petrosa’. (Atrabis o Petrosa)? Bisognerà indagare ulteriormente sull’antico manoscritto e sulla pagina in questione che cita il toponimo arabo ‘.tr.b.s . Sapri era citato con il toponimo in arabo ‘.tr.b.s  (prima) e poi, invece, nella nota (2), scrivono b.tr.s (??). Amari e Schiapparelli, a pagina XV, spiegano il sistema adottato nella traduzione del testo in arabo, nella trascrizione dei toponimi “si è tenuto il sistema di far corrispondere ad ogni lettera araba una sola del nostro alfabeto, modificando con punti o con altri segni quelle lettere che devono rappresentare lettere diverse dalle nostre nella pronuncia.”. Dunque, stando a quanto scrivevano i due studiosi italiani (8), per Sapri, dovrebbe corrispondere una parola in arabo composta da otto lettere ‘. tr . b . s e secondo loro dovrebbe corrispondere alla parola arabo اخرلص che però non conosciamo perchè non abbiamo letto il testo originale di al-Idrisi. Dove sono i punti, non sappiamo quali lettere in arabo sono state scritte da al-Idrisi. Possiamo solo dire che siano otto lettere. I punti nella traduzione dei due studiosi sono 4, quindi quattro lettere che non conosciamo. Nella sua nota (2) Amari non parla di ‘.tr.b.s  ma parla di: b.tr.s. Amari, prima scrive ‘.tr.b.s (Petrosa) e poi scrive b.tr.s. Bisognerà meglio studiare la pagina tratta dal manoscritto originale del “Libro di Re Ruggero”, trascritto in alcuni codici antichi come quello conservato alla Biblioteca Nazionale di Francia e verificare i punti sostituiti da Amari a quali lettere arabe corrispondono, così da avere la trascrizione integrale del toponimo di Sapri citato in arabo. Tuttavia, studiando la traduzione che ne fece il Joubert (…), nel 1840, si può leggere il toponimo arabo ‘.tr.b.sAtrabis”. Tuttavia, qualunque sia il toponimo citato dal geografo al-Idrisi nel suo Libro di Re Ruggero, certo è che se la notizia fosse confermata da ulteriori indagini, il toponimo di Sapri o il porto di Sapri, o il porto di Capo Policastro, era conosciuto nel 1154 e forse ancora prima della stesura del libro scritto in arabo.

Sapri o ‘Atrabis’ o ‘Petrosa’ nel Libro di Re Ruggero del 1154

Dunque, abbiamo visto come nella traduzione del testo in arabo del “Libro di Re Ruggero”, il toponimo di “Petrosa”, dovrebbe identificarsi con una località chiamata ‘Petrosa’, o con l’omonima Torre della Petrosa, a Villammare Il toponimo di “Petrosa”, che citano Amari e Schiapparelli (…), ci fa ricordare che a Villammare – una frazione di Vibonati – vi è una Torre vicereale, costruita verso la fine del 1500, detta appunto Torre della ‘Petrosa’. Essa prende il nome dalla medesima località dove essa è posta. La Torre della Petrosa è una delle numerose Torri cavallare e di avvistamento, marittime e costiere, costruite durante il Vice-regno spagnolo nel Regno di Napoli, per difendere le popolazioni locali dalle frequenti incursioni saracene. La Torre della Petrosa, figura tra quelle segnate nella carta geografi-ca “Principato Citra” di Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594) di Fig. 8.

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(Fig. 9) “Principato Citra” di Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590- 1594), cm. 36 x 51, riprodotta e tratta dal Mazzetti.

La località “Petrosa” o “Petrasia” e l’omonima Torre della Petrosa a Villammare, in una carta d’epoca Aragonese.

La località ‘Petrasia’, è citata in una carta d’epoca aragonese da noi scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, di cui abbiamo parlato in un altro nostro scritto, ivi e, come si può vedere nel particolare della Fig. 7, tratto dalla carta in questione (6).

Piante e Disegni, cartella XXXII, 2, convert. 2

(Fig. 10) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (6).

Nella carta corografica di Fig. 7, figurano i toponimi principali dei luoghi, l’orografia del territorio, fiumi e montagne, alture e poi si vedono indicate anche le Torri marittime che a quel tempo si vedevano. Nella carta in questione, di cui quì pubblichia-mo uno stralcio della zona limitrofa all’abitato di Sapri e della sua costa, si vede segnato in nero un toponimo ‘Petrasia’, un pò più spostato di una Torre – che pure figura – lungo la costa – all’altezza di Villammare – attuale frazione del Comune di Vibonati. La ‘Petrasia’, citata, figura proprio dove oggi è segnata la località ‘Petrosa‘, dove oggi – per intenderci – è segnata la contrada del ‘Parco Le Ginestre’. La presenza del toponimo di  ‘Petrasia’ e, di una Torre della ‘Petrosa’, vicinissime, in epoca aragonese, ci fa pensare che il toponimo ‘Petrosa’ – secondo la traduzione del testo in arabo dei due studiosi Amari e Schiapparelli, del Libro di Re Ruggero del 1154 – non indichi un toponimo o nome di luo-go di un Porto o di uno scalo marittimo – in questo caso Sapri – ma, il toponimo  ‘.tr.b.s (Petrosa) – noi crediamo – stia ad indicare i toponimi di alcune Torri costiere di difesa conosciute dagli Arabi al tempo del Re Normanno Ruggero e, che la distanza indicata dal geofrafo al-Idrisi (Edrisi) – Da Policastro a Petrosa (2) ( Il porto del quale quì è paro-la, corrisponde all’attuale porto di Sapri)… conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.” – si riferisse alla distanza tra due Tor-ri di avvistamento, di cui gli Arabi dovevano ben guardarsi nel caso di attacco. Infatti, la citazione del geografo del toponimo di Capo Bianco’, quando più avanti – nella nota (2), Amari e Schiapparelli scrivono: “Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.” credo, si riferiscano alla località ad oriente di Sapri, dove alla fine del 1500, fu costruita la ‘Torre di Capobianco‘,altra Torre cavallara di avvistamento, costruita per la difesa delle coste in epoca Vicereale. L’ipotesi di uno scalo marittimo chiamato con il toponimo Porto del Capo Policastro’ , identificabile con l’attuale marina di Villammare, è suffragato da alcune recenti carte geografiche come quella di Fig. 10, che, indicano alcuni toponimi conosciuti all’epoca, come quello della ‘Torre della Petrosa’ e, Porto di Li Bonati (Marina di Vibonati) che, noi crediamo fosse proprio il ‘Porto del Capo Policastro’ della traduzione dall’arabo del testo di Edrisi.

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(Fig. 11) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Napoli (7).

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ” Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsi- vi”, Sapri, 1978, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “i Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “ i Corsivi”, A- gosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

(2) Brancaccio G., Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda: 1- Il libro del Re Ruggero di al-Idrisi, cap. 4, p. 79; Per il Libro di Re Ruggero di al- Idrisi si veda: Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition. Il testo di Amari e Schiapparelli (2), può essere scaricato dal sito: https://ia802604.us.archive. org/16/items/litaliadescritta00idrsuoft/litaliadescritta00idrsuoft.pdf., che resta un’ottima traduzione del testo arabo scritto da Edrisi. Si veda anche: Edrisi, Il Libro di Ruggero, nella traduzione di U. Rizzitano, ed. Flaccovio, Palermo, 1994, pp. 91-92; si veda pure il testo del francese Jaubert nel 1840, che si basò su diversi manoscritti del Libro di Re Ruggero, ha fatto una mirabile traduzione del testo scritto in arabo; si veda pure: Santagati L., La Sicilia di al-Idrisi ne il Libro di Re Ruggero, ed. Salvatore Sciascia, Caltanisetta, 2010.

(3) (Figg. 1-2-3-4-5-6) si veda: Brotton J., Le Grandi mappe, ed. Gribaudo, 2014, pp. 46-47-48 -49 (Archivio Storico Attanasio)

(4) (Fig. 8) “Principato Citra” di Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590- 1594), cm. 36 x 51, riprodotta e tratta da Mazzetti E., op. cit. (5) (Archivio Storico Attanasio)

(5) Mazzetti E, Cartografia generale del Mezzogiorno e della Sicilia, a cura di E. Mazzetti, scritti di Roberto Almagià, Ernesto Pontieri, Rosario La Duca, ESI, Napoli, 1972, tav. XVII (Archivio Storico Attanasio)

(6) (Fig. 9) Particolare del litorale Saprese tratto dalla Carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatica-Politica, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiano.”. Sul retro della riproduzione da me richiesta ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81. Sulla carta in questione da me scoperta, si rimanda per gli opportuni approfondimenti allo studio ivi: “Sapri in una carta d’epoca Aragonese”. (Archivio Storico Attanasio)

(7) (Fig. 10) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita, fu da me pubblicata nell”Analisi Storico-Urbanistica’, per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1978, Fig. 52 (v. nota 150) (Archivio Storico Attanasio)

(8) Natella P. Peduto P., Pixous – Policastro, estratto da ‘L’Universo’, rivista di I.G.M., ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 513 (Archivio Attanasio)

(9) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, p. 117. Si veda pure p. 132 e p. 137, dove il Volpe parla del Porto di Sapri. Si veda pure: De Giorgi, Guida dell’Italia (Archivio Storico Attanasio)

Pubblicazioni a stampa su Sapri

NUN SCURDAMMIC’ U PASSAT, SIMM J SAPR’ PAISA’

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(Fig. 1) Gatta Costantino, Memorie topografiche-storiche della Provincia di Lucania, Stamperia Muziana, Napoli, 1743

Giuseppe Antonini

antonini (1)

(Fig. 2) Antonini Giuseppe, Barone di S.Biase, La Lucania – I discorsi, parte  II, Discorso XI, Napoli, 1742 (prima edizione) e III edizione, ed. Tomberli, 1795

britannico

(Fig. 3) Regolamento Generale del Consolato Britannico di Sapri, del 1817

Nicola Maria Laudisio

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(Fig. 4) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G., Roma, ed. di Storia e Letteratura, 1700

Nicola Gallotti

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(Fig. 5) Gallotti Nicola, Sapri nella Storia e nella tradizione popolare, Napoli, 1899

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(Fig. 6) Gallotti Nicola, Sull’influenza ricomparsa in Sapri, Napoli, Tip. Gambella, 1894

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(Fig. 7) Gallotti Nicola, L’acqua potabile in Sapri, Napoli, Tip. dell’Accademia Reale, 1902

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(Fig. 8) Gallotti Nicola, Condizioni igienico-Sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lag.se, 1891

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(Fig. 9) Gallotti Nicola, Per l’inaugurazione del nuovo cimitero in Sapri, Lagonegro, 1904

Rocco Gaetani

 

(Fig. 10) Gaetani Rocco, Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, 1914

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(Fig….) Gaetani Rocco, La fede degli avi nostri o ricordi storici della chiesa di Torraca, Roma, Tipografia Sociale “Polizzi & Valentini”, 1914 (Archivio Storico Attanasio)

Josè Magaldi

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(Fig. 11) Magaldi Josè, Relazione “Cenno storico- Archeologico della città di Sapri e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti” , presentata alla Regia Soprintendenza alle Antichità per la Campania, Sapri, 1928.

Il Gruppo Archeologico di Sapri (G.A.S.), Felice Cesarino e Mimmo Smaldone

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(Fig. 12) AA.VV., L’attività archeologica nel Golfo di Policastro n. 2 a cura del G.A.S., Sapri, 1978

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(Fig. 13) AA.VV., L’attività archeologica nel Golfo di Policastro n. 2 a cura del G.A.S., Sapri, 1978

Rivista ‘il Cilento’: Vincenzo Sorrentino, Ciccio D’Agostino, Nino Florenzano ed altri

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(Fig. 14) Rivista ‘il Cilento’, a cura di Vincenzo Sorrentino, Ciccio D’Agostino, Nino Florenzano ecc.., Sapri, 1980.

Angelo Guzzo IMG_3527

(Fig. 15) Guzzo A., Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia, ed Palumbo, Cava dei Tirreni, 1978

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(Fig. 15) Guzzo A., Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia, ed Palumbo, Cava dei Tirreni, 1978 (Archivio Storico Attanasio)

Pier libero – La rivista “I Corsivi”

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(Fig. 16) I Corsivi, rivista a stampa, Sapri, 1989 (Archivio Storico Attanasio)

Antonio Jannotti e Vincenzo Mastrangelo

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(Fig. 17) Collettivo di Ricerca popolare- Fotografie di Mastrangelo Vincenzo, il Cilento – la terra dei tristi, Salerno, 1982

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(Fig. 18) Jannotti Antonio e Mastrangelo Vincenzo, il Cilento, ristampato da Mastrangelo nel 2009 a Berlino

Cesare Pifano

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(Fig. 19) Cesare Pifano, Pisacane da Sapri a Sanza, ed. Galzerano, Salerno, 1977

Francesco Attanasio

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(Fig. 20) Attanasio Francesco, Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti, stà nella rivista ‘Progetto‘, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3, 4

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(Fig. 21) Attanasio Francesco, Per una politica del recupero, stà nella rivista ‘Progetto‘, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, p. 11.

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(Fig. 22) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10.

Carlo Pesce

…………………..

 

(Fig. 23) Pesce Carlo, Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848, Napoli, 1895 (BNN).

Alessandro Dumas

 

Alessandro Dumas – I borboni di Napoli, ed. Mario Miliano, rist. anastatica 1970

Franco Maldonato

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(Fig. 25) Maldonato Fanco, Teste mozze, ed. Iride, Napoli, 2015

Leopoldo Cassese

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(Fig. 24) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri, ed. Laterza, Bari, 1969

Matteo Mazziotti

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(Fig. 25) Matteo Mazziotti, Costabile Carducci ed i Moti del Cilento del 1848, Società Editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati e C., 1909, vol. I.

Tancredi Luigi

(…) Tancredi L., Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978

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(Fig. 26) Tancredi L., Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “i Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “ i Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

Sapri, nelle prime ‘Cosmographia’.

Lo studio della toponomastica attraverso le antiche carte geografiche.

Nel 1987 pubblicai a stampa uno studio (1) sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri. In questo studio, cercheremo di fare degli approfondimenti circa la presenza del toponimo di Sapri sulle carte geografiche, manoscritte, contenute nei primi Atlanti stampati in epoca Rinascimentale che riproducevano e riproponevano le carte geografiche della Geografia di Claudio Tolomeo, giunta solo nel 1396 da Costantinopoli in Italia e poi tradotta da Jacopo d’Agnolo della Scarperia, che la tradusse dal greco in latino tra il 1406 e il 1409 con il nome di ‘Cosmographia’.

Le carte annesse agli Atlanti a stampa della Cosmographia di Tolomeo del XV sec.

L’antico testo della ‘Geographia’ di Claudio Tolomeo, quasi dimenticata nel mondo occidentale per tutto il medioevo, ma sempre apprezzata tra gli arabi, ritornò in auge nel Rinascimento, allorquando fu rinvenuta a Costantinopoli (l’odierna Istambul in Turchia), dove fu scoperta e giunse in Italia e fu conosciuta dal mondo latino-occidentale solo nel 1396, in pieno Rinascimento, grazie a Emanuele Grisolora che la portò in Italia. Intorno alle carte che corredano la γεωγραφία di Claudio Tolomeo nei manoscritti greci finora conosciuti – poco più di una trentina – solo una minoranza è accompagnata da carte. Infatti, nel 1396 giunse in Italia da Costantinopoli, dove fu scoperta, la ‘Geografia’ di Tolomeo, grazie al maestro greco Manuele Crisolora, assunto come docente dal Comune di Firenze. I documenti tolemaici cominciano con le carte d’Italia annesse ai codici greci della Geographia di Tolomeo, già in circolazione molto prima che fosse eseguita la traduzione latina del testo da parte di Jacopo d’Agnolo della Scarperia, allievo del Crisolora, che la tradusse dal greco in latino tra il 1406 e il 1409 nella Curia romana e, con il nome di ‘Cosmographia’, la dedicò al Papa Alessandro V. La ‘Geographia’ fu tradotta dal greco all’arabo nel IX secolo e in latino. Tra i codici greci che hanno ispirato le prime carte a stampa, vi è ad esempio la carta manoscritta annessa al codice latino detto LAURENTIANO XXX.1, conservato presso la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze. Sono entrambe di derivazione tolemaica ed entrambe sono molto interessanti. Il più antico Codice latino con carte manoscritte finora conosciuto, il Vat. Lat. 5698, appare nel corredo cartografico col tipo dell’Urbinate greco 82. Nella prima, i toponimi dei luoghi sono segnati in rosso ed in nero. Sarebbe interessante approfondire lo studio dei toponimi ivi riportati. Le tavole dell’Italia annesse ai codici latini realizzati nel XV secolo e derivati dai quattro precitati codici greci vengono tradizionalmente suddivise in cinque gruppi, originanti da altrettanto scuole di cartografia, ma di queste opere e carte parleremo in un nostro prossimo studio.

Come è noto, l’unica cartografia pervenutaci dal mondo antico è quella cosiddetta tolemaica, ovvero delle carte geografiche medioevali, copie manoscritte delle originarie carte di origine greca contenute nella ‘Geographia’ di Claudio Tolomeo. Oltre a questi antichi Codici miniati, le cui carte manoscritte ivi contenute, sono di estremo interesse per gli studiosi di toponomastica medievale e di cui ci siamo occupati quì in altri studi, vi sono pure tutti i Codici miniati che seguiranno alla pubblicazione a stampa di Jacopo d’Agnolo della Scarperia, che, tra il 1406 e il 1409, tradusse nella curia romana dal greco in latino, l’opera di Claudio Tolomeo, γεωγραφία  (Gheografikè ufeghesis), giunta in Italia da Costantinopoli nel 1396, dove fu scoperta, grazie al maestro greco Manuele Crisolora, assunto come docente dal Comune di Firenze, e dandogli il nuovo nome di Cosmographia’.  Quando il padre Jos Fischer rese nota l’importante scoperta che, accanto ai codici greci già da lungo tempo conosciuti che contengono 27 carte, esiste un’altra classe di codici contenenti 64 carte. Nei codici della prima classe (classe A), le carte si trovano alla fine del testo, o intercalate al libro VIII, in quelli della seconda (classe B), sono inserite nei capitoli corrispondenti. Dei manoscritti greci, il Cuntz (3), ne indica sette fondamentali, dei quali tre soli contengono carte, e cioè il Vat. Urb. gr. 82, ed il Ven. Marc. gr. 516, che appartengono alla classe A, ed il Laurenziano XXVIII, 49 della classe B. Nei Codici latini pervenutici in seguito alla traduzione dell’opera tolemaica fatta da Jacopo d’Agnolo della Scarperia, vi è il  Vindobonensis Hist. (Vind. Hist), realizzato nel 1454 circa. Recentemente Borri (2), ci illumina su diversi aspetti della cartografia antica e, scrive in proposito: Un’attenta osservazione dei contorni, disegno orografico, ecc…., ci consente di affermare che che dai predetti codici greci (ed in particolare dal Vind. Hist) derivano le carte annesse ai codici latini che, come si vedrà, saranno la fonte delle prime carte a stampa della penisola italiana.” (2). La riscoperta di Tolomeo venne accolta con entusiasmo nell’Italia del primo Umanesimo: prima del 1410 era pronta la traduzione latina a cura di Jacopo d’Agnolo da Scarperia ma solo nel 1409 veniva messa in circolazione con la dedica ad Alessandro V. Era dapprima senza carte; queste vennero eseguite da umanisti fiorentini, Francesco di Lapacino e Domenico di Lionardo Buoninsegni, seguendo pedissequamente modelli greci. Se dobbiamo dare importanza per la loro antichità alle tipiche tavole vecchie, che derivate dalle edizioni latine, appaiono poi ancora riportate dalle prime edi- zioni a stampa, ben maggiore significato presentano le cosiddette tavole nuove nei loro diversi rifacimenti. Le tavole dell’Italia annesse ai codici latini realizzati nel XV secolo e derivati dai quattro precitati codici greci vengono tradizionalmente suddivise in cinque gruppi, originanti da altrettan to scuole di cartografia, e precisamente:

  • scuola LAPACINO-BUONINSEGNI, che si ispira, tra altri, al Codice Laurent.175;
  • scuola del pittore fiorentino PIETRO DEL MASSAJO, che si ispira, tra altri, al Codice Laurent. XXX.1, con riferimento sia alla tavola tolemaica sia alla tavola nuova; e scuola del GERMANICO (o NICOLO’ TEDESCO);
  • scuola GERMANICO, del 1° tipo che si ispira, tra altri, ai codici Neap. VF32 e Wilton 1902;

Le prime due scuole, quelle dei cartografi copiatori dei codici tolemaici greci, 1) la scuola dei due umanisti fiorentini, Francesco di Lapacino e Domenico di Lionardo Buoninsegni e, la 2) scuola del pittore fiorentino Pietro del Massajo, che si ispira, tra altri, al Codice Laurent. XXX.1, con riferimento sia alla tavola tolemaica sia alla tavola nuova, hanno a- vuto notevole influenza su tutte le altre, ed in modo più incisivo su quella del Germanico (1° e 2° tipo, ed in particolar modo dal Codice Ebner deriva l’edizione a stampa di Roma del 1478.

  • scuola del GERMANICO, del 2° tipo che si ispira, tra altri, al codice Ebner; del 3° tipo che si ispira, tra altri, al Codice Laurent. XXX. 3 (vedi C.M.4);
  • scuola di IGNOTO BERLINGHERIANO, che si ispira ai Codici Urb. Lat. 273 e Braid. XV. 26;
  • scuola MARTELLO, che si ispira al Codice Magliabecano XIII. 16;

Sapri nella carta d’Italia del fioorentino Pietro del Massajo del 1456

Un altro disegnatore di manoscritti del Geographia fu il pittore fiorentino Pietro del Massajo. L’assistente tecnico di Donnus Nicolaus Germanus, che lavorava a Firenze come cosmografo (e forse stampatore) che, nel 1466 presentò in visione a Borso d’Este, duca di Ferrara, il manoscritto di un Geographia. Il manoscritto è tuttora conservato nella Biblioteca D’Este a Modena. Della carta di Pietro Massajo, del 1456, rimandiamo allo studio ivi: “Nel 1456, Sapri nella carta del Massajo”, che è una delle prime carte manoscritte contenute in un Atlante, dove figura Sapri (Fig. 1) (7).

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(Fig. 1) L’”Italia Novella”, di Pietro del Massajo, del 1456, annessa al Codice Latino 4802 della Geografia di Tolomeo (1), conservato alla Biblioteca Nazionale di Francia (7)

La ‘Cosmographia’ di Claudio Tolomeo

La geografia di Tolomeo, del 150 d.C., fu riscoperta dal bizantino Massimo Planude, circa un secolo dopo l’umanista greco Emanuele Crisolora ne inviò in Italia una copia, che fu tradotta in latino da Jacopo di Angelo della Scarperia. A Pietro del Massajo (Firenze 1424-1496), pittore e miniatore, noto per lo più per una serie di lavori a carattere artigianale, è attribuita, grazie anche ad una nota aggiunta dal copista Ugo Cominelli di Mezieres all’interno dei volumi, la decorazione e l’illustrazione di tre codici miniati della Geografia di Tolomeo. Il più antico dei tre è considerato il Par. Lat. 17542 ex 4802 della Biblioteca Nazionale di Parigi, del 1456, mentre il Vat. Lat. 5699 e l’Urb. Lat. 277 sono rispettivamente del 1469 e del 1472; i codici contengono, oltre a un mappamondo e una serie di tavole geografiche, alcune vedute di città, tra cui quella di Firenze. I tre disegni sono strettamente simili, anche se graficamente si può riconoscere una maggiore delicatezza nel tratto dell’esemplare parigino, e molto probabilmente vanno riferiti ad un archetipo di fine trecento.

Il Codice della Cosmographia di Tolomeo di Jacobo Angelus (Jacopo Angelo della Scarperia), codice conservato alla Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi e collocato come Par.Lat. 17542, del 1456, il più antico esistente che riproduce le tavole della ‘Cosmographia’ di Tolomeo

Pietro del Massajo, cod. Urb.Lat. 277

(Fig….) Particolare ingrandito delle nostre coste dell’‘Italia Novella’ di Pietro del Massajo annessa al codice parigino Part. Lat. 17542 ex 4802 di Jacopo Angelo della Scarperia

‘Saperi‘, nella Carta Novella’, dell’Italia, realizzata a Firenze nel 1482 da Enrico Martello.

Tra queste carte, la miniatura disegnata e dipinta di Pietro del Massajo, la ‘tavola nuova’ (che quì non rappresentiamo, annessa al Codice Latino Laurenziano XXX.1, conservato presso la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze), da origine, a cura dell’Ignoto Berlingheriano (anonimo), alla stampa della prima ‘Carta Novella’, dell’Italia, realizzata a Firenze nel 1482 da Enrico Martello ed inserita quale tavola moderna nel Codice Latino MAGLIABECANO XIII.6, conservato presso la Biblioteca Nazionale di Firenze (6) (Fig. 2). In questa carta manoscritta del XV secolo, si vede scritto il toponimo di Sapri, riportato con il toponimo di Saperi (8). Anche per questa carta, rimandiamo allo studio ivi: “Saperi, in due carte del XV secolo”. (8).

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(Fig. 2) Particolare della carta d’Italia manoscritta, realizzata da Enrico Martello (XV secolo), dove si vede scritto il toponimo di Sapri, riportato con il toponimo di Saperi (8).

La carta d’Italia, annessa ad un Atlante della Cosmographia di  Claudio Tolomeo di Nicolò Germanico, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli  

Presso la Biblioteca Nazionale di Napoli è conservato un bel esemplare di Geografia di Claudio Tolomeo, che contiene delle carte manoscritte di probabile epoca anteriore e molto più antiche. Sappiamo che dopo la messa in circolazione dell’opera geografica Geographia del geografo alessandrino Claudio Tolomeo, tradotta in latino da un esemplare scritto in greco giunto a Firenze da Costantinopoli, ad opera di Jacopo d’Agnolo della Scarperia, sulla base di una versione letterale del suo maestro Manuele Crisolora, molti sovrani dell’epoca cercarono di accaparrarsi le versioni in latino manoscritte e poi a stampa dell’opera del geografo alessandrino. Sappiamo che nel Regno di Napoli, in que- gli anni, regnava Alfonso d’Aragona che, oltre a promuovere una vasta opera di cultura, mise in piedi una meravigliosa biblioteca Reale e raccolta di testi rari che faceva acquis- tare per corredare la sua biblioteca privata. Sappiamo che fra le migliori opere che Alfonso d’Aragona fece acquistare per corredare la sua biblioteca reale, bisogna ricordare lo splendido esemplare della ‘Cosmographia’ di Tolomeo acquistato a Genova, nel 1453, dal Panormita, dietro incarico del Re, per più di 170 ducati; un’altra copia dell’opera del geografo alessandrino era stata comperata dal fiorentino Giovanni Artani per cento ducati insieme con un arazzo rafigurante l’Etiopia. Esemplare non meno prezioso fu il ma- noscritto, istoriato e miniato da Cola Rabicano, della ‘Geografia’ di Strabone. Le carte tolemaiche – un planisfero, dieci per l’Europa, quattro per l’Africa, dodici per l’Asia nella prima stesura, considerate come la geografia scientifica, non furono mai accantonate per quasi due secoli, anche in numerose edizioni a stampa, semmai aumentate e corrette con le dovute cautele e il profondo rispetto verso l’autore, fino a quando gli atlanti, ed in primis il ‘Theatrum orbis terrarumdi’ Abraham Ortelius (1570), dal tardo cinquecento, le relegarono lentamente a sola testimonianza del sapere antico. Secondo la scheda digitale di Vincenzo Boni, sul sito della BNN, dove si possono vedere le carte annesse a questo meraviglioso codice:  http://digitale.bnnonline.it/index.php?it/105/le-tavole, il codice napoletano, è uno dei più significativi dal punto di vista grafico e miniaturistico tra quelli che ci tramandano l’opera del geografo alessandrino, ed è attribuibile alla prima redazione cartografica manoscritta, effettuata intorno al 1460-66 dall’umanista tedesco Nicolò Germanico, cosmografo e cartografo, attivo nelle corti degli Este e dei Medici. Infatti,il codice napoletano della ‘Cosmographia’ di Claudio Tolomeo è molto simile per fattura all’opera o al Codice di Borso d’Este (Fig. 3) (9), anch’esso di Nicolò Germanico, la carta manoscritta, annessa al Codice latino (Fig. 4 bis) (15) (Fig. 4 bis), Laurenziano XXX.3, detta la carta di Borso d’Este, del 1466, conservato presso la Biblioteca Estense di Modena (15). Il codice napoletano appartiene al fondo Farnese, risalente a papa Paolo III, già cardinale Alessandro Farnese (1468-1549), portato a Napoli, nel 1736, da Carlo di Borbone, figlio di Elisabetta Farnese, dopo la conquista del Regno di Napoli nel 1734 (9). Annesso al codice napoletano (Fig. 3), conservato nella BNN, vi è una carta dell’Italia di chiara derivazione tolemaica, VII, Europe tabula sexta Sexta Europa tabula Italiam continent et Cyrnum insulam cum ceteris adiacentibus insulis” (Fig. 3). L’ariosa decorazione del codice con modi fiorentini ‘a bianchi girari’ risente dello stile di Francesco Antonio del Chierico, uno dei più stimati miniatori della Firenze del 400. Le carte, in cui predomina lo smagliante azzurro del lapislazzulo e il luccichio dell’oro, offrono una buona visione di toponimi ed anche di oronimi ed idronimi, retaggio della geografia commerciale (itineraria) dei romani. Sviluppate secondo una proiezione conica su base trapezoidale, le carte ci presentano il riquadro di una cornice esterna dorata con ornamenti filigranati in rosso e oro, a cui segue l’indicazione dei gradi di latitudine e longitudine in rosa. I mari, i fiumi e i laghi assumono i toni del blu oltremare, l’orografia color terra di Siena si intensifica fino al bruno laddove lo richiede l’altitudine, le pianure sono lasciate nel colore avorio vergine della pergamena, le foreste rappresentate da gruppi di alberi, illuminati da pennelate di ocra, le città evidenziate da piccoli cerchi dorati.

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(Fig. 3) Nicolò Germanico, Cosmographia, VII, Europe tabula sexta Sexta Europa tabula Italiam continent et Cyrnum insulam cum ceteris adiacentibus insulis, alla BBN.

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(Fig. 3) Nicolò Germanico, Cosmographia, VII, Europe tabula sexta Sexta Europa tabula Italiam continent et Cyrnum insulam cum ceteris adiacentibus insulis, alla BBN.

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(Fig. 3) Questa carta è bellissima ed interessantissima per i toponimi ivi contenuti. In essa leggiamo i toponimi  di Velie (Velia) e Brixentu (Policastro).

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(Fig. 3 bis) Carta dell’Italia in un Atlante di frate Nicolò Germanico Abbazia di Reichenbach in Germania, 1467, BN Polacca.

L’Atlante di Borso d’Este

Il codice estense, miniato su pergamena, si compone di 128 carte di cm 45 × 31. Fu acqui- stato nel 1466 da Borso d’Este, al quale è dedicato, direttamente dall’autore, l’umanista tedesco Nicolò Germanico. La ‘Cosmographia’ tolemaica, nella versione latina di Jacopo Angelo da Scarperia, è corredata dalle tradizionali 27 tavole geografiche a doppia pagina (45 × 62 cm) rinnovate dall’autore con l’adozione della proiezione trapezoidale. La prima delle 27 carte raffigura l’ecumene; le successive, precedute da un testo esplicativo, illustrano le singole regioni terrestri allora conosciute. Oggi è conservato nella Biblioteca Estense Universitaria di Modena (15).

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(Fig. 4) Carta d’Italia nell’Atlante di Borso d’Este.

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(Fig. 4 bis) la carta di Borso d’Este (15).

Sapri, nell’edizione di Ulma del 1482 della Cosmografia di Tolomeo curata da Nicolò Germanico (Tedesco).

Nel Quattrocento, viene inaugurato, dal famoso autore di codici tolemaici, nonché carto- grafo, Niccolò Germano, con 5 carte moderne (Spagna, Gallia, Italia, Paesi del Nord, Terrasanta), che figureranno nell’edizione tedesca della Geografia stampata a Ulma nel 1482 (Fig. 5-6-7) (10). Lo stesso Giovanni Boccaccio compose il primo dizionario di geografia della letteratura italiana, a uso dei letterati che volessero servirsi dei nomi di fiumi, laghi, monti e simili, e si dedicò anche alla romanzata descrizione delle isole Canarie, da poco raggiunte da viaggiatori fiorentini. Francesco Petrarca, dal canto suo, oltre a comporre un’esercitazione erudita sui racconti riguardanti la leggendaria Thule, la terra sconosciuta dell’estremo Nord, scrisse per un amico un itinerario verso la Terrasanta, una sorta di guida turistico-religiosa per la Palestina (senza averla mai visitata); inoltre raccolse una vera e propria collezione di autori classici di geografia: Pomponio Mela, Vibio Sequestre, Solino e Plinio il Giovane.

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(Fig. 5) Tavola Moderna, particolare della carta d’Italia nella Cosmografia di Tolomeo, cu- rata da Nicolò Germanico, 1482, in cui si vede chiaramente scritto il toponimo di Sapri (10).

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(Fig. 6) Tavola Moderna, particolare della carta d’Italia nella Cosmografia di Tolomeo, curata da Nicolò Germanico, 1482, in cui si vede chiaramente scritto il toponimo di Sapri (10).

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(Fig. 7) Tavola Moderna, particolare della carta d’Italia nella Cosmografia di Tolomeo, curata da Nicolò Germanico, 1482, in cui si vede chiaramente scritto il toponimo di Sapri (10).

Sapri, nell’edizione della Cosmografia di Tolomeo curata da Francesco Berlinghieri, 1482

Intorno al 1480 il fiorentino Francesco Berlinghieri ne fece una versione “divulgativa” in lingua volgare, intitolata Le septe giornate della geografia. Quando la Geographia fu tradotta dal greco all’arabo nel IX secolo e in seguito in latino nell’Europa occidentale all’i- nizio del XV secolo, l’idea di un sistema globale di coordinate rivoluzionò l’opinione geografica islamica medievale ed europea ponendola sopra una base scientifica e numerica. I difetti dell’immagine dell’Italia quale si poteva comporre sui dati di Tolomeo, dovevano ben presto necessariamente rivelarsi anche agli studiosi della fine del Quattrocento, onde apparve immediata la necessità di integrare tali raffigurazioni con carte che ne rispecchiassero meglio le condizioni e cioè con tavole nuove. Queste saranno notevolmente più corrette nella figura e nei contorni, perché derivano da carte nautiche e saranno arricchite di molti elementi nuovi per le regioni interne.

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(Fig. 8) Novella Italia di Ignoto Berlingheriano (Anonimo) annessa alla Geografia di Tolo- meo, in terza rima, curata da Francesco Berlinghieri, 1482 (11).

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(Fig. 9) Novella Italia di Ignoto Berlingheriano (autore anonimo), annessa alla ‘Geografia’ di Tolomeo, in terza rima, curata da Francesco Berlinghieri, 1482 (12).

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(Fig. 10) Novella Italia di Ignoto Berlingheriano (autore anonimo), annessa alla Geografia di Tolomeo, in terza rima, curata da Francesco Berlinghieri, 1482 (12).

Sapri nella carta d’Italia di Francesco Rosselli, del 1492 (13).

La carta d’Italia di Francesco Rosselli, incisa in rame e stampata a Firenze, 1492. Questa carta è inserita in alcuni esemplari della Geographia del Berlinghieri, a stampa, che si conserva in tre soli esemplari: il primo, già appartenuto alla Biblioteca Landau Finaly, si trova presso la Biblioteca Nazionale di Firenze; il secondo esemplare di questa carta è conservato presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano; il terzo, l’unico con colorazione coeva, appartiene ad una importante collezione privata italiana (13). In questa bellissima carta del Rosselli, del 1492, si vede chiaramente scritto Sapri.

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(Fig. 11) carta d’Italia di Francesco Rosselli, incisa in rame e stampata a Firenze, 1492 (13)

Carta d’Italia ‘Sexta Europa Tabula’ di Nicolò Germanico, del 1508

La Carta d’Italia ‘Sexta Europa Tabula’ di Nicolò Germanico, del 1508, incisa e poi stampa- ta a Roma, è annessa alla ‘Geografia’ di Tolomeo di Nicolò Germanico. Questa carta di origine tolemaica, riporta solo un Buxentum (14).

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(Fig. 12) Carta d’Italia di Nicolò Germanico, incisa e poi stampata a Roma, 1508 (14).

Sapri nella Carta d’Italia nell’edizione bolognese della Geografia di Tolomeo curata da Taddeo Crivelli del 1477

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Taddeo Crivelli, 1477.. - Copia

(Figg. 13-14) Carta d’Italia nell’edizione bolognese della Geografia di Tolomeo curata da Taddeo Crivelli (1477-80) (16), in cui si vede chiaramente scritto il toponimo di Sapri.

Un ‘Vicus’ in una carta d’Italia a stampa del XV secolo (17). 

La Carta d’Italia di Jacques Signot, del 1515, pare che in questa carta fosse segnato un Bibone ed un Vicus, forse il Vicus Saprinum di Frontino in de Coloniis. Stampata a Parigi, è annessa al ‘La totalle et vraye description des tous les passaiges qui sont de Gaules en Italie’.  

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(Fig. 15) Carta d’Italia di Jacques Signot, del 1515, pare che in questa carta fosse segnato un Bibone ed un Vicus, forse il Vicus Saprinum nel ‘de Coloniis’ di Frontino di cui ci parlava l’Antonini (17).

Vent’anni dopo, nell’edizione strasburghese del 1513, le carte moderne sono diventate 20. Nell’edizione «in volgare italiano» uscita a Venezia nel 1548, il corredo cartografico è affidato al maggior esperto italiano del secolo XVI, il piemontese Giacomo Castaldi: le sue 34 carte moderne superano il numero di quelle antiche. Il crepuscolo di Tolomeo si accen tua con l’edizione della Geografia approntata nel 1578 dal grande cartografo fiammingo Gerard Kremer, meglio noto come Mercatore, la cui scelta è radicale: l’opera viene pubblicata senza aggiunta di carte moderne, a sottolineare quanto sia ormai inutile correg- gere Tolomeo: questi è da considerare un maestro del passato, che non può più aiutarci a comprendere la realtà geografica del presente; chi vorrà studiare quest’ultima,  dovrà rivolgersi a strumenti diversi dalla ‘Geografia’ di Tolomeo o alle carte di sua derivazione.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., ‘La Lucania del barone Antonini’, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) Borri A., L’Italia nell’antica cartografia, 1477-1799,  ed. Priuli e Verlucca, Torino, 1999.

(3) Cuntz O., Die Geographic des Ptolemaus, Berlino, Weidmann, 1923, pp. 18-20

(4) Almagià Roberto, Monumenta Italia Cartographica, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Tav. I.

(5) Brotton Jean, Le Grandi mappe, ed. Gribaudo, 2014, p. 24

(6) Capello F.C., Descrizione degli itinerari alpini di Jaque Signot, Codici e stampe dei secoli XV e XVI, Rivista Geografica italiana, vol. LVII, 1950.

(7) (Fig. 1) L”Italia Novella’ di Pietro del Massajo annessa al codice latino 4802 della ‘Geo- grafia’ di Tolomeo del 1450, dipinta a colori dal fiorentino Massajo nel 1456 su pergame- na e conservata insieme al codice latino nella Biblioteca Nazionale di Parigi. L’originale misura circa cm. 75 x 53. Questa carta e l’immagine sono tratte dall’Almagià (4), Tav. IX, 1), dove si vedono chiaramente riportati i toponimi di Palinudo (Palinuro) e Sapri .

(8) (Fig. 2) La ‘Carta Novella’ d’Italia (Carta moderna dell’Italia), manoscritta, a cura dell’Ignoto Berlingheriano (anonimo), annessa alla stampa della prima ‘Carta Novella’, dell’Italia (Carta moderna dell’Italia), realizzata a Firenze nel 1482 da Enrico Martello (XV secolo), ed inserita quale tavola moderna nel Codice latino MAGLIABECANO XIII.6, conservato presso la Biblioteca Nazionale di Firenze. In questa carta si vede chiaramente scritto il toponimo di Sapri viene riportato comeSaperi’. Questa carta è stata pubblicata da Borri A., op. cit. (2), CM6, p. 15 e dall’ Almagià R., op. cit. (4), Tav. X.

(9) Boni V., scheda digitale sul sito della BNN: http://digitale.bnnonline.it/index.php?it/105/le-tavole. (Fig. 3) Nicolò Germanico, Cosmographia, VII, Europe tabula sexta Sexta Europa tabula Italiam continent et Cyrnum insulam cum ceteris adiacentibus insulis, Biblioteca Nazionale di Napoli, Manoscritti, Cosmographia,  (cc- 83v- 84 r) che, si può vedere all’indirizzo: http://digitale.bnnonline.it/index.php?it/105/le-tavole.

(10) (Figg. 5-6-7) Carta d’Italia di tipo tolemaico nella edizione di Ulma (1482-80) della ‘Cosmografia’ di Claudio Tolomeo, curata da  Nicolò Germanico. Le due carte sono state pubblicate da Almagià R., op. cit. (4), Tavola V, 1), 2), 3) e, da Borri A., op. cit. (2), C1, p. 24 e C4, p. 25. In queste carte si legge il toponimo di Sapri lungo la costa tirrenica.

(11) (Fig. 8) Novella Italia di Ignoto Berlingheriano (Anonimo) annessa alla Geografia di Tolomeo, in terza rima, curata da Francesco Berlinghieri, 1482. Questa carta è pubblicata da Borri A. (2), carta 5, p. 26. Pubblicata anche da Almagià R. (4)

(12) (Figg. 9-10) Novella Italia di Ignoto Berlingheriano (Anonimo) annessa alla Geografia di Tolomeo, in terza rima, curata da Francesco Berlinghieri, 1482. Questa carta è stata stampata a Firenze nella tipografia di Nicola Laurenti, detto Todesco. E’ di autore ignoto, è incisa in rame e poi stampata su carta. Qualcuno l’attribuisce a Francesco Rosselli. Questa carta è pubblicata da Borri A. (2), carta 6, p. 26. Pubblicata anche da Almagià R. (4), tav. IX, 2).

(13) (Fig. 11) Carta d’Italia di Francesco Rosselli, incisa in rame e stampata a Firenze, 1492. Questa carta è pubblicata da Borri A. (2), carta 9, p. 29.

(14) (Fig. 12) Carta d’Italia ‘Sexta Europa Tabula’ di Nicolò Germanico, del 1508, incisa e poi stampata a Roma, è annessa alla Geografia di Tolomeo di Nicolò Germanico. Questa carta è stata pubblicata da Borri A. (2), Carta 11, p. 30.

(15) (Fig. 4 bis) Questa carta manoscritta, annessa al Codice latino Laurenziano XXX.3, detta la carta di Borso d’Este, del 1466, dove si possono leggere alcuni toponimi interes- santi, servirono da modello alla scuola del Germanico (del 3° tipo) per la realizzazione della stampa di Ulma del 1482 (vedi quì Figg……..). La carta è stata pubblicata da Borri A. (2), C.M.4, p. 12. Questo Codice miniato è conservato presso la Biblioteca Estense di Mo- dena, Ms. Lat. 463, a. X. 1.3.

(16) (Figg. 13-14) Carta d’Italia di autore Anonimo, nell’edizione bolognese della Geografia di Tolomeo curata da Taddeo Crivelli (1477-80). La carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (4), Tavola V, 1). Questa carta è stata pubblicata da Borri A., op. cit. (2), C1, p. 22- 23. In questa carta si vede chiaramente scritto il toponimo di Sapri lungo la costa tirrenica.

(17) (Fig. 15) Carta d’Italia di Jacques Signot, del 1515, stampata a Parigi, è annessa al ‘La totalle et vraye description des tous les passaiges qui sont de Gaules en Italie’. Questa carta è stata pubblicata da Borri A. (2), Carta 17, p. 33. Pubblicata anche da Almagià R. (4), tav. VI, 3).

‘Safri’, nell’Atlante Corbitis del XIII sec.

Il toponimo ed il porto o scalo marittimo di Sapri, compare nell’Atlante nautico Corbitis  già detto Combitis (1), del 1384. In questa carta il toponimo di Sapri è trasformato in Safri (2).

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(Fig. 1) L’Italia in una carta dell’Atlante nautico Corbitis già  detto Combitis (2). In questa carta Sapri, figura con il toponimo di Safri.

L’Atlante nautico Corbitis

L’Atlante nautico su pergamena; legatura lignea ricoperta in pelle (cm 31 x 19,2 chiuso; le carte misurano 30 x 38 cm; i fogli sono incollati fra loro). Il tradizionale appellativo di ‘A- tlante Combitis’ va cambiato in quello di Atlante Corbitis, come da corretto scioglimento dell’abbreviazione nella nota di possesso a f. 8r. Il nome del possessore può forse essere ricondotto alla famiglia Corbizzi, attestata in Firenze fin dal secolo XIII. Si conosce anco- ra un Littifredo Corbizi, miniatore, attivo a Firenze nel XV secolo  Il monastero nel quale si conservava questo atlante è certamente la Certosa del Galluzzo, nei pressi di Firenze, fondata nel 1341. Di sicuro veneziana è la forma dei toponimi, e particolarmente nume- rosi sono quelli delle località vicine a Venezia, normalmente non segnate sulle carte nau- tiche (come ad esempio la Giudecca, Marghera, Mestre). L’insolita – e caratteristica – abbreviazione di “golfo“, che in questo atlante e in quello detto Pinelli-Walckenaer compare nella forma “lGz” (e non “lbz“, come si è finora asserito), non trova riscontro in altri a- tlanti; tuttavia se questo codice è di origine veneziana, ipotesi assai probabile, l’abbre- viazione potrebbe forse essere ricondotta a termini di uso marinaresco quali alargar o largeza, che indicano la direzione del mare più aperto. Priva di ogni fondamento la datazione 1368, che si deve a un’errata lettura dell’indicazione y[sole] 368 a f. 5v. Il metodo adottato da Campbell per la datazione delle carte nautiche, basato sul numero di “nuovi” toponimi che in esse figurano, ha indotto lo studioso inglese a collocare questo codice nella prima metà del XV secolo; se tale ipotesi appare accettabile a seguito dell’efficacia che tale metodo ha dimostrato con altre carte non datate, essa contrasta tuttavia con un’indicazione assai precisa contenuta nell’atlante Pinelli-Walckenaer, che si deve allo stesso autore di questo atlante marciano. Il Pinelli-Walckenaer si apre infatti con un ca- lendario che contiene anche i giorni della Pasqua per gli anni 1384-1410 (con aggiunte posteriori, di altra mano). Poiché numerosi altri atlanti nautici, a partire da quelli di Vesconte, presentano simili calendari le cui date di riferimento concordano generalmente con quelle di composizione delle carte, parrebbe abbastanza singolare la mancata coincidenza, in questo caso, fra data di compilazione e data del calendario. COR e PIN presentano inoltre tali somiglianze fra loro che è difficile pensare che possano essere stati composti a grande distanza di tempo uno dall’altro. D’altra parte, se si accetta il 1384 quale data di riferimento per il Corbitis e il Pinelli-Walckenaer, non si può non constatare un “dislivello” fra queste due opere e gli altri atlanti e carte della seconda metà del Trecento, che sono meno ricchi di indicazioni topografiche. La questione rimane perciò aperta, anche se si propende per la datazione di quest’opera alla fine del XIV secolo. Questo antico Atlante nautico con le sue carte annesse è conservato nella Biblioteca Marciana di Venezia (3).

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(Fig. 2) Prospetto dell’Almagià (2), sulla toponomastica nelle più antiche carte nautiche.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F.,“Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ”I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10.

(Fig. 1) L’Italia in una carta dell’Atlante nautico Corbitis già  detto Combitis (2).  tav. 2 (ff. 3 v- 4r): Mediterraneo centrale dal Peloponneso (limite orientale a zauatia) dall’Italia, alla Francia, con un breve tratto della costa spagnola fino a s[an]c[t]o felio.

(2) (Fig. 2) Almagià R., Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in “Monumenta Italia Cartographica”, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore,  Appendice I, p. 68.

(3) Conservato nella Biblioteca Marciana di Venezia, ms. It. VI, 213 (=5982).

Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi Codici greci conosciuti

Gli studi

Nel 1987, pubblicai a stampa uno studio (1) sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri. Come è noto, la cartografia e le carte geografiche, manoscritte dell’antichità, possono fornire un valido contributo alla storiografia, alle origini e alla toponomastica dei luoghi, in quanto attraverso una serie di informazioni in essa contenute si può risalire all’età o alle origini di un luogo. L’antica cartografia manoscritta rimane una valida testimonianza del passato dei luoghi e della geografia più in generale. Le carte geografiche manoscritte nella antichità sono quelle inserite in alcuni Codici manoscritti, di origine greca, i Codici greci manoscritti, rintracciati nel lontano Oriente dove essi erano stati compilati e trascritti e, che a volte contenevano allegati cartografici di notevole importanza come mappe o carte geografiche manoscritte (1). Moltissimi di questi Codici, come quello del geografo alessandrino Claudio Tolomeo, erano sconosciuti allo stesso mondo latino che non li aveva mai copiati. Molti di questi codici greci furono rintracciati e riportati nel mondo latino ed occidentale solo agli albori del Rinascimento. Moltissimi dei Codici latini manoscritti come i Codex miniati da monaci amanuensi, forse derivati da antichi codici di origine più antica e greca, sono andati perduti e non sono stati mai del tutto rintracciati. In questo studio, cercheremo di fare degli approfondimenti circa la presenza del toponimo di Sapri sulle antiche mappe e carte geografiche, manoscritte, contenute nei più antichi e conosciuti Codici miniati e manoscritti in greco-latino, le cui carte ivi contenute e di chiara derivazione tolemaica, erano conosciute già prima della pubblicazione a stampa della ‘Cosmographia’ di Claudio Tolomeo.

Lo studio della toponomastica attraverso le antiche carte geografiche manoscritte

Come è noto, la cartografia e le carte geografiche, manoscritte dell’antichità, possono fornire un valido contributo alla storiografia dei luoghi e dei toponimi, alla toponomastica, in quanto attraverso una serie di informazioni in essa contenute si può risalire all’età o alla presenza di un luogo, come ad esempio il suo toponimo nell’antichità o la sua approssimativa ubicazione. L’antica cartografia manoscritta rimane una valida testimonianza del passato dei luoghi e della geografia più in generale. Le carte geografiche manoscritte nella antichità sono quelle inserite in alcuni Codici manoscritti, di origine greca, i Codici greci manoscritti, rintracciati nel lontano Oriente dove essi erano stati compilati e trascritti, che a volte contenevano allegati di notevole importanza come mappe o carte geografiche manoscritte (1). Moltissimi di questi Codici, come quello del geografo alessandrino Claudio Tolomeo, erano sconosciuti allo stesso mondo latino che non li aveva mai copiati. Molti di questi codici greci furono rintracciati e riportati nel mondo latino ed occidentale solo agli albori del Rinascimento. Moltissimi dei Codici latini manoscritti come i Codex miniati da monaci amanuensi, forse derivati da antichi codici di origine più antica e greca, sono andati perduti e non sono stati mai del tutto rintracciati. Si sono persi irrimediabilmente alcuni Codici latini come ad esempio parte dell’opera di Sesto Giulio Frontino è stato un politico, funzionario e scrittore romano. Si conservano due sue opere: il De aquaeductu urbis Romae e gli Stratagemata. Questi ultimi sono in realtà commentari di una sua opera perduta, il De re militari, e consistono in quattro libri di Stratagemmi militari. L’opera si è conservata nel codice Cassinensis 361 di mano di Pietro Diacono (XII secolo), ritrovato nell’Abbazia di Montecassino da Poggio Bracciolini nel 1429. Come pure il testo originario della Geografia di Strabone. Si sono salvate ed a noi giunte opere di autori latini trascritti poi nei Codex miniati come ad esempio la Mappa Mundi in Historia naturalis di Plinio il Vecchio, una raccolta di 37 libri sui fatti e i fenomeni del mondo (2), ristampato a Firenze nel 1465. Nuovi elementi si aggiunsero nel corso del primo decennio del 1400 quando il testo della ‘Geographia’ di Claudio Tolomeo, con la sua mappa del Planisfero e le altre 26 carte regionali, tra cui le due dell’Italia, venne portato in Italia da Costantinopoli e tradotto in latino (3). Al tempo di Platone (427-347 a.C.), i Greci sapevano che il mondo era sferico, e Aristotile (384-322 a.C.), affermava che fosse anche suddivisibile in diversi ‘Klimata‘ (climi). Nel III secolo a.C., Alessandria d’Egitto, grazie alla sua fornitissima e famosissima biblioteca, divenne un enclave di studi, soprattutto quelli geografici con il suo direttore Eratostene (275-194 a.C.), che scrisse diversi trattati di Geografia tra cui proprio ‘Geographia’, ormai perso.

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(Fig. 1) Ricostruzione del ‘Mappa Mundi’ contenuto nella ‘Geographia’ di Eratostene.

L'”Introduzione alla ‘Geographia’ o (Gheografikè ufeghèsis), di Claudio Tolomeo.

Eratostene, nei suoi trattati di geografia, descrisse e riprodusse tutto il mondo allora conosciuto con mappe e carte geografiche costruite e disegnate utilizzando la matematica e la geografia. Eratostene calcolò per la prima volta la circonferenza della Terra, discostandosi di poco dalla sua misura esatta. Il metodo scientifico utilizzato da Eratostene, fu adottato da Claudio Tolomeo (150 a.C., II sec. d.C.), che scrisse un trattato di geografia dallo stesso titolo di quello di Eratostene (forse suo maestro): ‘Geographia’ o Gheografikè ufeghesis. Quella di Tolomeo è la più antica opera superstite e il suo planisfero è una mappa del mondo così come si presume venisse visto e rappresentato nel II secolo d.C. dalla Civiltà Occidentale. Esso venne realizzato sulla descrizione contenuta nel libro di Tolomeo, Geographia , scritto nel 150 circa d.C. Sebbene le mappe autentiche non siano mai state trovate, la ‘Geographia’ contiene migliaia di riferimenti di varie parti del mondo, con in più le coordinate, le quali hanno permesso ai cartografi di ricostruire la visione del mondo di Tolomeo, quando il manoscritto venne riscoperto intorno al XIV secolo. Quella di Tolomeo è la più antica opera superstite che adoperi osservazioni astronomiche per determinare la latitudine e la longitudine delle località, inserendole così in un reticolato geografico, metodo che l’astronomo greco aveva ereditato dai suoi predecessori d’età ellenistica Eratostene di Cirene ed Ipparco di Nicea, le cui opere originali sono tuttavia disgraziatamente andate perdute. Il planisfero di Tolomeo è una mappa del mondo così come si presume venisse visto e rappresentato nel II secolo d. C. dalla Civiltà Occidentale. In essa Tolomeo tratta, in 8 libri, i principi della geografia, intesa come conoscenza scientifica del mondo abitato (ecumene), le costruzioni – in modo moderno – delle carte, riportando in minuziosi elenchi oltre ottomila luoghi conosciuti con le coordinate geografiche, da cui i buoni cartografi potevano dedurre le originali ventisette carte corografiche, da lui stesso volute, tra cui il planisfero (Fig. 1). Non staremo quì a spiegare i principi innovativi del metodo scientifico utilizzato da Eratostene prima e di Tolomeo dopo. Di sicuro, le prime rappresentazioni su carta del mondo conosciuto all’epoca, sono opera di questi due grandi matematici. Di notevole importanza ed interesse rivestono i loro studi e le carte geografiche che nel medievo ne derivarono a causa dei numerosissimi toponimi che essi elencavano e citavano. Tolomeo elencava 8000 luoghi del mondo classico conosciuto e, quel poco che resta delle sue opere, rimane una testimonianza del passato.

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(Fig. 2) Planisfero di Tolomeo  ricostituito dalla ‘Geographia’ del geografo alessandrino Claudio Tolomeo (circa 150 d.C.) nel XV secolo, che mostra la “Sinae” (Cina) all’estrema destra, oltre l’isola di “Taprobane” (Sri Lanka, più grande del normale) e l'”Aurea Chersonesus” (penisola del Sud-Est asiatico) (6-8).

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(Fig. 3) Claudio Tolomeo, dettaglio dell’Est e del Sud-Est Asiatico nel planisfero di Tolomeo. Golfo del Gange (Golfo del Bengala) a sinistra; penisola asiatica del Sud-Est nel centro; Mar Cinese Meridionale a destra, con la “Sinae” (Cina).

L’Italia nelle carte dei più antichi Codici greci della ‘Geografia’ di Claudio Tolomeo

Tolomeo, lavorò alla biblioteca reale di Alessandria d’Egitto, la più grande dell’antichità che raccoglieva le vestigia della grande Scuola di Atene che purtroppo scomparse in seguito ai numerosi editti dell’Imperatore Costantino I. La biblioteca di Alessandria d’Egitto bruciò, e si dispersero irrimediabilmente moltissimi capolavori dell’antichità classica, alcuni dei quali furono solo in seguito recuperati nei primi secoli del medioevo. Le prime edizioni (rielaborate o ricopiate) della Geographia di Claudio Tolomeo che ci sono giunte, sono della fine del XIII secolo e sono carte bizantine (5). Come è noto, l’unica cartografia pervenutaci dal mondo antico è quella cosiddetta tolemaica, ovvero, alcune carte d’epoca bizantina, contenute in alcuni Codici greci-bizantini della Geographia di Tolomeo. Sono a noi giunte e sono conosciute anche altre carte geografiche medioevali, copie manoscritte delle originarie carte di origine greca contenute nella ‘Geographia’ di Claudio Tolomeo. Queste carte manoscritte derivano da quelle redatte dal geografo greco e alessandrino Tolomeo e, malgrado queste carte siano annesse ai codici greci e latini conservati sino ai nostri giorni, esse non sono opera sua. Malgrado nessuna delle carte manoscritte annesse ai codici greci e latini conservati sino ai nostri giorni sia opera dello stesso Tolomeo, è lecito comunque ritenere che siano state redatte (dal XI al XV secolo) sulla scorta di dati e di notizie tramandate dal geografo alessandrino: la qualifica di carte tolemaiche è perciò, corretta e pienamente accettabile. L’antico testo della ‘Geographia’ di Claudio Tolomeo, quasi dimenticata nel mondo occidentale per tutto il medioevo, ma sempre apprezzata tra gli arabi, ritornò in auge nel Rinascimento, allorquando fu rinvenuta a Costantinopoli (l’odierna Istambul in Turchia), dove è conservata e fu scoperta e giunse in Italia e fu conosciuta dal mondo latino-occidentale solo nel 1396, in pieno Rinascimento, grazie a Emanuele Grisolora che la portò in Italia. Il frutto più fertile dei nuovi interessi geografici, fu la comparsa in Occidente di un testo come la ‘Geografia’ di Claudio Tolomeo, che ebbe uno straordinario impatto sugli umanisti contribuendo non poco alla rinascita degli studi scientifici. La portò con sé Manuele Crisolora, il dotto bizantino che giunse a Firenze nel 1397, chiamato a insegnarvi il greco. L’arrivo del Crisolora, fortemente desiderato da Coluccio Salutati e dal nobile e ricco fiorentino Palla di Nofri Strozzi, segnò un momento di rilievo assoluto nello sviluppo della cultura occidentale. Dalla scuola del Crisolora uscirono alcuni tra i principali grecisti del primo Quattrocento: oltre a quelli già menzionati, Roberto de’ Rossi, Pier Paolo Vergerio, Palla Strozzi e lo stesso traduttore della ‘Geografia’, Iacopo Angeli da Scarperia. Un manoscritto greco della ‘Geographia‘ di Tolomeo (Vat. Greco, 177), fu acquistato dal monaco bizantino Maximos Planudes (1260-1310) che riferiva che esso non conteneva mappe, ma soltanto le osservazioni di Agatodemo. Oggi il manoscritto è conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. Pare che questo antichissimo manoscritto, fosse stato voluto dall’Imperatore Andronico III ed il patriarca di Alessandria, Athanasios, fece eseguire una copia per l’Imperatore che si trovava a Costantinopoli. Da lungo tempo si è ipotizzato che il codice più famoso e studiato della ‘Geografia’ di Tolomeo, l’attuale Urb. gr. 82, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), fosse stato portato a Firenze dal  Crisolora. Da questo antichissimo codice greco, derivarono alcuni successivi codici. Molto più rara, e non tradotta in latino, è invece la redazione ‘B’, composta da 64 carte, di misura ridotta, più il mappamondo. Il codice più importante di questa seconda redazione, Plut. XXVIII 49, nel 1495 figurava nell’inventario della biblioteca privata dei Medici. Infatti, è dall’ Urb. gr. 82 che, prima che lasciasse Firenze per Padova, quando lo Strozzi fu costretto all’esilio dalla fazione medicea nel 1434, fu anche tratta una copia, l’attuale Conventi soppr. 626 (Firenze, Laur.), che è invece il modello riconosciuto per le tavole di una serie di codici della ‘Geografia’ confezionati a Firenze nella prima metà del Quattrocento. Si tratta di codici in cui coesistono la traduzione latina del testo tolemaico nella versione di Iacopo Angeli da Scarperia e le 26 carte regionali precedute dal mappamondo. Questi codici si possono attribuire a due fiorentini a cui Vespasiano da Bisticci fa risalire la ‘conversione’ in latino delle tavole di Tolomeo, Domenico Buoninsegni e Francesco Lapaccini. Nelle botteghe fiorentine si venne così costituendo una serie di ‘archetipi’ cartografici, discendenti dal codice della Badia, il Laurenziano Conventi soppr. 626, che vennero poi riprodotti nelle sontuose copie illustrate della ‘Geografia’, assieme alla versione latina di Iacopo Angeli. Sorsero allora nella stessa Firenze le prime botteghe specializzate in cartografia tolemaica, come quella del ‘dipintore’ Piero del Massaio. ‘Dipintore’ e non cartografo perché proprio la stretta derivazione dei suoi codici dal Laurenziano (e quindi dall’Urb. gr. 82) e da altri modelli (con i toponimi tradotti in latino) che egli e altri dipintori di codici tenevano in bottega, presuppone un’opera di copiatura, quando non di ricalco, che non implica in alcun modo conoscenze cartografiche. L’attività di Piero si può far risalire almeno al 1460, anno in cui gli fu pagata la “dipintura d’uno Tolomeo” che egli aveva effettuato per conto di Alvero Alfonso, vescovo d’Algarve. Inizialmente legato alla tradizione discendente dall’Urb. gr. 82 e dal suo apografo Laurenziano, Piero del Massaio introdusse in seguito una novità nei suoi manoscritti tolemaici: una raccolta di carte moderne di regioni e di città che completano e integrano, quando non sostituiscono, la carta antica.

LE CARTE GEOGRAFICHE DELL’ITALIA CONTENUTE NEI CODICI GRECI PIU’ ANTICHI CONOSCIUTI

L’Almagià (5), in un suo pregevole studio sulle carte tolemaiche contenute nei più antichi Codici greci conosciuti, scriveva in proposito (11): “Intorno alle carte che corredano la γεωγραφία di Claudio Tolomeo sussistono già da tempo gravissimi problemi che hanno dato luogo a complicatissime discussioni, riaccesisi poi negli ultimi anni, e specialmente da quando il padre Jos. Fischer (16), rese nota l’importante scoperta che, accanto ai codici greci già da lungo tempo conosciuti che contengono 27 carte  (una generale dell’intero mondo conosciuto e 26 carte regionali), esiste un’altra classe di codici contenenti 64 carte, cioè quella generale e 63 generali. Nei codici della prima classe (classe A) le carte si trovano alla fine del testo, o intercalate al libro VIII, in quelli della seconda (classe B), le carte, più numerose, sono inserite di seguito ai capitoli corrispondenti. Dei manoscritti greci finora conosciuti – poco più di una trentina- solo una minoranza è accompagnata da carte.”. Sempre sulla scorta dell’Almagià, apprendiamo che il Cuntz (7), ne indica sette fondamentali, dei quali tre soli contengono carte, e cioè il Vat. Urb. gr. 82 (Figg. 9-10-11-12-13) ed il Ven. Marc. gr. 516, che appartengono alla classe A, ed il Laurenziano XXVIII, 49 della classe B. Recentemente Borri (4), ci illumina su diversi aspetti della cartografia antica. Borri scrive in proposito: Le predette carte manoscritte hanno avuto notevole influsso sulla formazione delle prime carte a stampa: gli studiosi (tra tutti, relativamente alla carta dell’Italia, Roberto Almagià, C. Capello, e J. Fischer) hanno, infatti, esattamente ed individuato le notevoli relazioni esistenti tra esse.”. E poi aggiunge: “Con qualche semplificazione si ritiene che, in relazione alla regione italiana, sia opportuno prendere in considerazione un ristretto gruppo di carte manoscritte greche (corrispondenti a quelle del Capello C., inserite nel Gruppo 1, Redazione A), e più precisamente quelle annesse ai codici (codex): Urbinate Greco 82 (Urb. 82), realizzato tra il 1000 ed il 1100 (Fig. 3); Laurenziano 626 (Laurent. 626), dell’inizio del secolo XV; Marciano 388 (Marc. 388); Vindobonensis Hist. (Vind. Hist), realizzato nel 1454 circa. Un’attenta osservazione dei contorni, disegno orografico, ecc.., ci consente di affermare che dai predetti codici greci (ed in particolare dal Vind. Hist),  derivano le carte annesse ai codici latini che, come si vedrà, saranno la fonte delle prime carte a stampa della penisola italiana. Infatti, dalla carta manoscritta annessa al codice greco della ‘Geografia’ di Tolomeo, detto ‘Vindobonensis Hist.’ (Vind. Hist) (Figg. 17-18-19-20), ed altre simili, derivano le tavole manoscritte annesse ai codici latini che,  come si vedrà, “saranno la fonte delle prime carte a stampa della penisola italiana.” (3). Delle carte citate e già ampiamente studiate dagli studiosi di cartografia, presentiamo alcune delle più antiche conosciute e fino a noi giunte, ovvero la carta d’Italia annessa al Codice Urbinate greco n. 82 (Figg. 7-8-9-10-11-12) ) e, la carta detta ‘Mappa mundi’ di Agatodemo, annessa ad un codice conservato nel Monastero greco-ortodosso di Vatopedi in Grecia (Figg. 4-5). La prima è conservata nella Biblioteca Apostolica Vaticana mentre la seconda è conservato al British Museum di Londra.

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(Fig. 4) La ‘Mappa mundi’ di Agatodemo rappresentante il ‘Planisfero’, contenuta (probabilmente) in un Codice manoscritto greco della ‘Geographia’ di Claudio Tolomeo, del XIII secolo, rinvenuto presso il Monastero di Vatopedì, sul Monte Athos in Grecia ed attualmente conservata al British Museum di Londra. Particolare che mostra l’ecumene (il mondo abitato e conosciuto) della penisola italiana ed il Mare Mediterraneo.

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(Fig. 5) Mappa mundi di Agatodemo rappresentante il ‘Planisfero’, contenuta (probabilmente) in un Codice manoscritto greco della ‘Geographia’ di Claudio Tolomeo, del XIII secolo, rinvenuto presso il Monastero di Vatopedì in Grecia ed attualmente conservata al British Museum di Londra. Particolare che mostra l’ecumeno (il mondo abitato e conosciuto) della penisola italiana ed il Mare Mediterraneo.

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(Fig. 6) L’‘Ecumene’ tratto nel Codice Urbinate greco 82 alla Biblioteca Apostolica Vaticana

Il Codice Urbinate greco 82, il più antico conosciuto

Fig. 8

(Fig. 7) Codice Urbinate greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana (11).

Delle carte citate e già ampiamente studiate dagli studiosi di cartografia, presentiamo alcune delle più antiche conosciute e fino a noi giunte, ovvero solo la carta d’Italia annessa al Codice Urbinate greco n. 82, della ‘Geografia’ di Tolomeo (Figg. 8-9-10-11-12). Per prima cosa dobbiamo dire che il Codice greco-bizantino detto Urbinate greco 82 (Fig. 7)(11), è stato classificato e chiamato Urbinate in quanto esso è appartenuto alla Biblioteca di Federico da Montefeltro Duca di Urbino. Poi in seguito, il manoscritto è stato acquisito dalla Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua origine è antichissima. L’Almagià (5) che, dopo il Cuntz (7) aveva pubblicata la carta d’Italia (Figg. 8-9-10-11-12), scrive in proposito: Il più antico codice greco conosciuto della Geografia di Tolomeo. La doppia facciata del codice misura circa cm. 54 x 84″. Il frutto più fertile dei nuovi interessi geografici, fu la comparsa in Occidente di un testo come la ‘Geografia’ di Claudio Tolomeo, che ebbe uno straordinario impatto sugli umanisti contribuendo non poco alla rinascita degli studi scientifici. La portò con sé Manuele Crisolora, il dotto bizantino che giunse a Firenze nel 1397, chiamato a insegnarvi il greco. L’arrivo del Crisolora, fortemente desiderato da Coluccio Salutati e dal nobile e ricco fiorentino Palla di Nofri Strozzi, segnò un momento di rilievo assoluto nello sviluppo della cultura occidentale. Da lungo tempo si è ipotizzato che il codice più famoso e studiato della Geografia, l’attuale Urb. gr. 82, fosse stato portato a Firenze dal Crisolora. Gli indizi raccolti per attribuire allo Strozzi proprio il ms. Urbinate sono stati poi confermati dal testamento del nobile fiorentino, il quale tra i beni che lasciò ai suoi discendenti ricorda appunto: “la Cosmographia in gre⟨c>o, ciò è la pictura in una carta in membrana grande colla guaina di chuoio nero […] che recò messer Manuello Crisolora, greco di Constantinopoli, quando a Firenze venne condocto ad insegnar greco nel 1397” (Gentile 1992a, p. 302). Scrive sempre l’Almagià (5-11) a riguardo che: “L’Urb. gr. 82, già ascritto al XIII secolo, viene riportato dal Cuntz (7), e dall’Heiberg all’XI secolo. E’ pertanto il manoscritto più antico che si conosca dell’opera tolemaica, e la sua importanza fondamentale è oggi da tutti riconosciuta.”. Quindi, secondo il Cuntz (7), questo antico codice greco-bizantino, sarebbe stato realizzato tra l’anno 1000 ed il 1100. Il Cuntz (7) ha inoltre mostrato che per i toponimi contenuti e per la fattura, le carte manoscritte in esso contenute, come questa, la loro esecuzione, potrebbe essere collocata intorno al XI secolo. In ogni caso, il tipo del disegno rivela un’altra antichità. L’Almagià (5) alla nota (3) aggiunge:Il codice è su pergamena: i fogli misurano circa cm. 37 x 42, ma le carte occupano spesso un foglio doppio. Per la descrizione delle carte in generale si veda il Dinse I, pp. 385-88 (16). Oggi questo codice manoscritto viene conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana a Roma. I toponimi che figurano scritti con caratteri greci andrebbero ulteriormente indagati (10-11). Il Codice Urbinate Greco 82, manoscritto e datato intorno all’anno 1000 (XI secolo), pubblichiamo le immagini tratte dal manoscritto originale digitalizzato, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana a Roma. Sul sito: https://digi.vatlib.it/mss/detail/178029, si può leggere la scheda relativa al Codice greco Urbinate 82, dove si legge: che la sua collocazione è 1r-110r, dal seguente titolo in greco: “ΚΛΑΥΔΙΟΥ ΠΤΟΛΕΜΑΙΟΥ γεωγραφικῆς ὑφηγήσεως”. Nella scheda leggiamo un sommario: “Ptolemaei Claudii Geographia cum scholiis, tabulis et capitum indicibus, adiectis Agathodaemonis tabulis hexametrisque in geographicas tabulas Agathodaemonis.”. Mentre, nelle note leggiamo: “Fol. 1 ΚΛΑΥΔΙΟΥ ΠΤΟΛΕΜΑΙΟΥ γεωγραφικῆς ὑφηγήσεως cum lemmatis et scholiis ex eadem antiqua manu, et nonnullis autem ex manibus recentioribus. Praeit index capitum: Τάδε ἔνεστιν ἐν τῶ πρώτω, et sic in ceteris libris. Clauditur I liber fol. 10 subscr. ΚΛΑΥΔΙΟΥ ΠΤΟΛΕΜΑΙΟΥ γεωγραφικῆς ὑφηγήσεως τὸ πρῶτον. Inscriptio nempe et numerus librorum fine cuiusque libri iteratur, uti in vetustis codicibus. Deinceps reliqui libri usque ad VII, inter quem et VIII habetur orbis terrarum coloribus pictus, qualis erat Ptolemaei temporibus notus. Fol. 61 inc. liber VIII una cum tabulis geographicis XXVI splendide depictis, Europae scilicet Africae et Asiae. Fol. 109, infra subscriptio, quae uti titulus schematum, quae sequuntur, inest etiam in aliis codd.: Ἐκ τῶν Κλαυδίου πτολεμαίου γεωγραφικῶν βιβλίων ὀκτῶ (sic) τὴν οἰκουμένην πᾶσαν ἀγαθὸς δαίμων ἀλεξανδρεὺς μηχανικὸς ὑπετύπωσα. De Agathodaemone, qui primus saec. VI orbem a Ptolemaeo descriptum schematis expressit, (cf. FABR. H. Tom. V p. 272). Fol. 110 (Hexametri VII in Geographicas tabulas Agathodaemonis) litt. codici coaevis.”.

Le due carte dell’Italia annesse al Codice Greco Urbinate 82, il più antico conosciuto

Dall’Almagià (5), in un suo pregevole studio sulle carte tolemaiche contenute nei più antichi Codici greci conosciuti, apprendiamo  che il Cuntz O. (7), ne indica sette fondamentali, dei quali tre soli contengono carte, e cioè il Vat. Urb. gr. 82 ecc…Stessa cosa scrive in seguito il Borri (4), che ci illumina su diversi aspetti della cartografia antica. Borri scrive in proposito: Con qualche semplificazione si ritiene che, in relazione alla regione italiana, sia opportuno prendere in considerazione un ristretto gruppo di carte manoscritte greche (corrispondenti a quelle del Capello C., inserite nel Gruppo 1, Redazione A), e più precisamente quelle annesse ai codici (codex): Urbinate Greco 82 (Urb. 82), ecc..”. Il codice Urbinate greco 82 è tra un ristretto gruppo di carte manoscritte greche (corrispondenti a quelle del Capello (6), inserite nel Gruppo 1, Redazione A), quella dell’immagine annessa al Codice Urbinate Greco 82 (Urb. gr. 82). Sempre l’Almagià (5), scriveva in proposito: ” Nelle Tavole I e I bis, sono riprodotte le carte dell’Italia del Codice Urbinate greco 82, che appare in sostanza, anche per la parte cartografica, di gran lunga il più auterevole fra i codici greci finora conosciuti della “Geografia” di Tolomeo, ed è probabilmente il primo, fornito di carte, che sia giunto in Italia (3).”. Quì, pubblichiamo alcune pagine relative alla carta dell’Italia del Nord e del Sud e della Sicilia, le quali, annesse al codice greco manoscritto, Urbinate 82, sono le pagine  Tavola Sesta d’Europa, le pagine 71v e 72r (Fig. 8), di cui l’immagine illustrata in Fig. 11 è un particolare. Pubblichiamo anche la pagina che raffigura la Sicilia, illustrata nella Fig. 12, consultabili sul sito della Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), alla pagina web: https://digi.vatlib.it/mss/detail/178029. Le carte in questione sono interessantissime oltre che per la loro datazione e la probabile origine greco-bizantina, ma anche e soprattutto per i numerosi toponimi che ivi sono citati. Esse ed i toponimi in esse citati, andrebbero ulteriormente indagati. La carta in questione è interessantissima oltre che per la sua datazione, ma anche e soprattutto per la sua origine probabile bizantina e per i numerosi toponimi che ivi sono citati. Essa andrebbe ulteriormente indagata. 

(Fig. 8) Le Tav. 71v e 72r della Tavola Sesta d’Europa che raffigura l’Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82), il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca Apostolica Vaticana.

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(Fig. 9) Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82), il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (5-10-11).

Fig. 1

(Fig. 10) Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82), il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (5-10-11).

Cattura

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(Fig. 11) Particolare delle coste meridionali dell’Italia nel Codice Urbinate greco 82, il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (5-10-11).

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(Fig. 12) La Sicilia nel Codice Urbinate greco 82, il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (5-10-11).

Altri Codici greci conosciuti, contenenti carte geografiche dell’Italia

Riguardo ai codici greci, ecco ciò che scrive la Treccani: I codici più antichi, tutti del sec. XIII, sono conservati a Copenaghen (Universitetsbibl., Fabr. Havn. gr. 23), a Roma (BAV, Urb. gr. 82) e a Istanbul (Topkapı Sarayı Müz., Const. Ser. gr. 57). Da questi tre codici ha origine la c.d. redazione A, inizialmente con ventisette carte, a cui appartengono altri otto manoscritti greci; tra questi vanno citati almeno quelli dell’Athos (Vatopedi, 655)…”.

Il Codice greco del monastero di Vatopedi, il secondo conosciuto (11) 

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(Fig. 13) L’Italia nel codice greco Vatopedi (XIII sec.), pag. LXXIII tratta dal testo di Langlois (18).

Intorno alle carte che corredano la γεωγραφία di Claudio Tolomeo nei manoscritti greci finora conosciuti – poco più di una trentina – solo una minoranza è accompagnata da carte. Di queste carte finora a noi giunte e conosciute, vi è la ‘Mappa Mundi’ (Figg. 4-5), manoscritta a foglio singolo detta ‘di Agatodemo’ rappresentante il Planisfero del mondo conosciutoannessa probabilmente ad un antico codice greco del XIII secolo della ‘Geographia’ del geografo alessandrino Claudio Tolomeo, rinvenuto nel Monastero di Vatopedì (Monte Athos in Grecia), è oggi conservato al British Museum di Londra. Le immagini delle Fig. 4-5, illustrano il particolare che mostra la penisola italiana ed il Mare Mediterraneo, tratte dalla Tavola n. 1 del Codice, ovvero la Mappa Mundi o Planisfero.  Agatodemo o ‘Agathodaemon’ (in greco antico: Ἀγαθοδαίμων), fu un cartografo egiziano. Nativo di Alessandria, noto studioso o disegnatore di alcune carte o mappe della ‘Geografia’ illustrata del geografo alessandrino Tolomeo. Altre mappe si trovano allegate a diversi manoscritti di Tolomeo. Stando a quanto afferma l’Almagià (5), che sulla scorta del Cuntz (7) affermava che questo Codice, il manoscritto del monastero di Vatopedi (Athous Vatoped.), è un codice greco della classe A (27 carte), è perciò secondo in ordine di antichità fra i codici conosciuti:  “Altri codici importanti della classe A (27 carte) sono il manoscritto in greco-bizantino del monastero di Vatopedì (Athous Vatoped.) della fine del secolo XIII o del principio del seguente, e perciò il secondo in ordine di antichità fra i codici conosciuti, già riprodotti fotolitograficamente dal Langlois: esso deriva secondo il Cuntz (7) dall’Urb. 82.“. Sempre l’Almagià (5), nel suo pregevole studio, scriveva in proposito: “Le carte d’Italia nel cod. Vatop. Athous sono del tutto simili per contenuto e disegno, per quanto molto trascurate, specialmente quelle della Penisola, nella quale si notano molti rettangoli di città senza il nome (soprattutto nella Magna Graecia, ma anche altrove): la carta appare perciò non finita. La carta della Sicilia e Sardegna è più accurata ma di tipo e forma identica all’Urb. 82, da cui deriva.”. Il manoscritto della ‘Geographia’ è conservato a tutt’oggi nel monastero di Vatopedi sul Monte Athos in Grecia. Sfortunatamente è stato semidistrutto dai monaci che non disdegnavano di vendere pagine sciolte ai collezionisti, per cui la mappa del mondo è andata a finire al British Museum, e due o tre altre mappe si trovano ora a Leningrado. Il monaco bizantino Maximos Planudes (1260 – 1310), collezionista di manoscritti classici, dopo molte vicissitudini, riuscì ad acquistare un manoscritto della ‘Geographia’ che attualmente si trova nella Biblioteca Vaticana (Vat.gr.177). Tra le numerose opere che scrisse, vi è la traduzione in latino che fece della ‘Geographia’ di Tolomeo che riscoprì nel convento di Chora a Costantinopoli dove visse. Come lui riferisce, il manoscritto non conteneva mappe, ma soltanto le osservazioni che Agatodemo lasciò su come aveva realizzato la sua mappa del mondo. Massimo Planude (Maximos Planudes) era così soddisfatto di questo ritrovamento da celebrarlo in esametri. Con altri versi egli ci informa di come si decise a realizzare lui stesso una mappa. Ciò fece un gran rumore tanto che l’Imperatore Andronico III espresse il desiderio di avere per sé una copia del ‘Geographia’ con le mappe. Athanasios, patriarca di Alessandria (forse mio avo), che si trovava allora a Costantinopoli, fece eseguire una copia per l’imperatore e Planudes celebrò ancora l’evento con altri esametri. Siccome il manoscritto originale di Planudes con le sue mappe non è stato ancora trovato, non possiamo dire niente di definitivo circa le mappe originali della Versione A. C’era anche un grammatico con lo stesso nome di Agatodemo, il quale alcune lettere esistenti di Isidoro di Pelusio sono stati affrontati nel V secolo Alcuni storici pensano che sia l’Agathodaemon di Alessandria in questione. Altri autori, tuttavia, considerano il delineatore della mappa un contemporaneo di Tolomeo nel II secolo, che cita alcune mappe o tabelle (πίνακες), che sono coerenti nei manoscritti in quantità e temi con l’Agathodaemon di Alessandria. Diversi errori, nel corso del tempo, è apparso sulle copie di Agathodaemon di mappe Alessandria, Nicholas Donis, un monaco benedettino che ha vissuto intorno al 1470, restaurato e corretto queste copie, sostituendo i nomi originali in latino in greco antico. Le sue mappe sono allegate al manoscritto Ebneriano di Tolomeo. Sono gli stessi in numero e sono praticamente nella stessa sequenza di quelli di Agatodemus (17). Nell’edizione del Langlois (18), in questo codice antichissimo, scritto in greco-bizantino, l’Italia ci pare rappresentato nelle pagine LXXI, LXXII, LXIII, LXIV, LXV. La Treccani, riguardo ai codici greci, più antichi conosciuti e risalenti al XII secolo, oltre all’Urbinate greco 82, ecco ciò che scrive la Treccani: “L’affascinante ipotesi avanzata da Diller (1940, p. 66) che il codice di Istanbul sia la copia che Planude teneva per sé mentre il codice Vaticano, di raffinata fattura, sia quella realizzata per l’imperatore Andronico II, necessita forse di essere ulteriormente dimostrata.“.

Il codice Universitetsbibl., Fabr. Havn. gr. 23, conservato a  Copenaghen

Il codice Topkapı Sarayı Müz., Const. Ser. gr. 57

Il codice Topkapı Sarayı Müz., Const. Ser. gr. 57, conservato al Museo del Serraglio, oggi Topkapi a Istambul, che il Diller (1940, p. 66), ipotizza sia la copia che Planude teneva per sé mentre il codice Vaticano, di raffinata fattura, sia quella realizzata per l’imperatore Andronico II, e  che necessita forse di essere ulteriormente indagato.

Codice Ven. Marc. gr. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia

Scrive sempre la Treccani: “I codici più antichi, tutti del sec. XIII, sono conservati a Copenaghen (Universitetsbibl., Fabr. Havn. gr. 23), a Roma (BAV, Urb. gr. 82) e a Istanbul (Topkapı Sarayı Müz., Const. Ser. gr. 57). Da questi tre codici ha origine la c.d. redazione A, inizialmente con ventisette carte, a cui appartengono altri otto manoscritti greci; tra questi vanno citati almeno quelli dell’Athos (Vatopedi, 655) e di Venezia (Bibl. Naz. Marciana, gr. 516), ambedue degli inizi del XIV secolo. Il secondo non presenta l’orbis terrarum tradizionale ma, alla c. 4v, compare il cosmo, di forma circolare, con Sole e Luna che intersecano la circonferenza; uno spicchio è l’ecumene, raffigurato in forme e modi che, forse tramite Cosma Indicopleuste, risalgono alla c. greca.”. 

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(Fig. 14) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (

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(Fig. 14) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia.

Altri codici greci antichissimi con annesse le carte dell’Italia

Dall’Almagià (5), apprendiamo che altri codici importanti della classe A (27 carte, ovvero una è la ‘mappa munti’ o planisfero e le altre 26 sono carte regionali), è il Paris gr. 1401 del sec. XIV o XV; il Codice Flor. Laurent. conventi soppressi 626 e il Codice Venet. Marc. gr. 388, entrambi del secolo XV e derivanti pure, direttamente o indirettamente dall’Urb. gr. 82.

Codice greco Laurenziano Conventi Sopp. 626

Conventi soppressi 629

(Fig. 15) Le due carte 65v e 66r dell’Italia annesse al codice greco Conventi Soppressi 626, conservato alla Biblioteca Medicea Laurenziana e Palatina di Firenze

Dall’Urb. gr. 82, prima che lasciasse Firenze per Padova, quando lo Strozzi fu costretto all’esilio dalla fazione medicea nel 1434, fu anche tratta una copia, l’attuale Conventi soppr. 626 (Firenze, Laur.), che è invece il modello riconosciuto per le tavole di una serie di codici della ‘Geografia’ di Tolomeo, confezionati a Firenze nella prima metà del Quattrocento. Dall’Almagià (5), apprendiamo che altri codici importanti della classe A (27 carte, ovvero una è la ‘mappa munti’ o planisfero e le altre 26 sono carte regionali), tra cui proprio questo codice che, insieme al codice Codice Venet. Marc. gr. 388 (che segue illustrato dalla Fig. 23), sono entrambi del secolo XV e derivanti pure, direttamente o indirettamente dall’Urb. gr. 82.

Cattura

Conv

(Fig. 15) Carta dell’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626 – particolare della carta 66r con le nostre coste e con indicati i toponimi del nostro litorale ed entroterra, citati in greco.

Codice Ven. Marc. gr. 388, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia

cc

(Fig. 16) Carta dell’Italia meridionale annessa al Codice Venet. Marc. gr. 388 (23).

Dall’Almagià (5), apprendiamo che altri codici importanti della classe A (27 carte, ovvero una è la ‘mappa munti’ o planisfero e le altre 26 sono carte regionali), tra cui proprio questo codice che, insieme al codice Codice Laurenziano Conv. Sopp. 626 (che precede), sono entrambi del secolo XV e derivanti pure, direttamente o indirettamente dall’Urb. gr. 82.

La carta dell’Italia annessa al Codice greco “Vindobonensis Historia” o VIND-HIST (Figg. 17-18-19-20) (14).

Codice Vind-Hist

(Fig. 17) Tabula VI del Codice VIND-HIST (4-13).

La carta d’Italia annessa al Codice greco “Vindobonensis Historia” o VIND-HIST o Codex Vindobonensis, della Geografia di Claudio Tolomeo, la cui copia tradotta in latino è stato realizzata nel 1454 circa e, conservato presso la Osterreichische Nationalbibliothek di Vienna (4-13), contiene questa carta d’Italia manoscritta in greco (Figg. 17-18-19-20). La carta d’Italia annessa e contenuta in questo antichissimo codice greco di derivazione tolemaica è probabilmente più antica. La carta del codice VIND-HIST è molto simile al codice Urb. gr. 82 (Figg. 8-9-10-11-12) ed è probabile che anche questa carta, come il suo codice, risalgano ad un periodo che va dal XII al XIII secolo. Il manoscritto di Tolomeo a Vienna è uno dei più belli di tutti. Le mappe ad essa annesse, per un totale di ventisette, comprendono una mappa generale, dieci mappe dell’Europa, quattro dell’Africa e dodici dell’Asia. Tutti sono colorati, con l’acqua rappresentata dal colore oro, le montagne dal rosso o arancione e il terreno in bianco. I climi, i paralleli e le ore del giorno più lungo dell’anno sono contrassegnati sul margine destro delle mappe e i meridiani sui margini superiore e inferiore (13). Il Borri (4), scrive in proposito: “Le predette carte manoscritte hanno avuto notevole influsso sulla formazione delle prime carte a stampa: gli studiosi (tra tutti, relativamente alla carta dell’Italia, Roberto Almagià, C. Capello, e J. Fischer) hanno, infatti, esattamente ed individuato le notevoli relazioni esistenti tra esse.”. E poi aggiunge: “Con qualche semplificazione si ritiene che, in relazione alla regione italiana, sia opportuno prendere in considerazione un ristretto gruppo di carte manoscritte greche (corrispondenti a quelle del Capello C., inserite nel Gruppo 1, Redazione A), e più precisamente quelle annesse ai codici (codex): Urbinate Greco 82 (Urb. 82), realizzato tra il 1000 ed il 1100; Laurenziano 626 (Laurent. 626), dell’inizio del secolo XV; Marciano 388 (Marc. 388); Vindobonensis Hist. (Vind. Hist), realizzato nel 1454 circa. Un’attenta osservazione dei contorni, disegno orografico, ecc.., ci consente di affermare che dai predetti codici greci (ed in particolare dal Vind. Hist),  derivano le carte annesse ai codici latini che, come si vedrà, saranno la fonte delle prime carte a stampa della penisola italiana. Infatti, dalla carta manoscritta annessa al codice greco della ‘Geografia’ di Tolomeo, detto ‘Vindobonensis Hist.’ (Vind. Hist), ed altre simili, derivano le tavole manoscritte annesse ai codici latini che,  come si vedrà, “saranno la fonte delle prime carte a stampa della penisola italiana.” (3).

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(Fig. 18) L’Italia nel Codice greco Codex ‘Vidobonensis Historia’ (Vind-Hist). L’immagine è tratta dal Borri (4-13).

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(Fig. 19) L’Italia nel Codice greco Codex ‘Vidobonensis Historia’ (Vind-Hist). L’immagine è tratta dal Borri (4-13).

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(Fig. 20) Particolare delle coste meridionali dell’Italia tratto dalla Tav. VI della carta dell’Italia nel Codice greco ‘Vidobonensis Historia’ (Vind-Hist), particolare delle nostre coste. L’immagine è tratta dal Borri (4-13).

Il codice Plut. XXVII 49, conservato alla Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze

Dopo il Codice Codice greco Vidobonensis Historia (Vind-Hist)(4-13), tra i codici latini a noi noti e conosciuti che conservino l’originario tipo greco, vi è il Codice Laurenziano-Mediceo XXVIII, 49 (Fig. 21), che è il codice più autorevole della classe B e di cui parleremo nell’altro nostro studio ivi pubblicato: “I Codici latini conosciuti e manoscritti, redatti prima della stampa dei ‘Cosmographia’”. Molto più rara, e non tradotta in latino, è invece la redazione ‘B’, composta da 64 carte, di misura ridotta, più il mappamondo. Il codice più importante di questa seconda redazione, Plut. XXVIII 49, nel 1495, figurava nell’inventario della biblioteca privata dei Medici. Questa carta è contenuta nel Codice “Ptolemaei Geographica narratio”, manoscritto della Geografia di Claudio Tolomeo, datato al 1301-1400, membr. ; 260 x 340 mm ; 111 cc., conservato alla Biblioteca Laurenziana-Medicea di Firenze.

Plut.28.49, Italia del nord

Plut. 28.49, c. 30r - Copia

Particolare

Plut.28.49, part.

(Fig. 21) Carta dell’Italia meridionale, tratta dal Codice Laurenziano greco Plut. XXVIII, 49, conservato alla Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze (19).

Altri codici greci della Geografia di Tolomeo

Alla classe B (cioè composti da 64 carte), appartengono invece il Codice gr. D. 527 (997 nel Catalogo di Martini e Bassi) dell’Ambrosiana di Milano, del secolo XIV e perciò coevo del Laurenziano; il Londinensis Burney 111, ascritto al secolo XV; il Codice gr. 27 della Biblioteca del Serraglio di Costantinopoli, pure del secolo XV, e infine il Vat. Urb. gr. 83, che è di tutti questi il più recente, e probabilmente copia tardiva del codice milanese (Dinse I, 384). Si tratta di codici in cui coesistono la traduzione latina del testo tolemaico nella versione di Iacopo Angeli da Scarperia e le 26 carte regionali precedute dal mappamondo. Questi codici si possono attribuire a due fiorentini a cui Vespasiano da Bisticci fa risalire la ‘conversione’ in latino delle tavole di Tolomeo, Domenico Buoninsegni e Francesco Lapaccini. Nelle botteghe fiorentine si venne così costituendo una serie di ‘archetipi’ cartografici, discendenti dal codice della Badia, il Laurenziano Conventi soppr. 626, che vennero poi riprodotti nelle sontuose copie illustrate della Geografia, assieme alla versione latina di Iacopo Angeli.

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(Fig. 22) Codice greco Vaticano Urbinate greco 83.

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(Fig. 22) Codice greco Vaticano Urbinate greco 83 – particolare dell’Italia meridionale

Il Codice Greco manoscritto Vaticano Latino 5698

Il Crisolora avrebbe lasciato allo Strozzi anche una seconda ‘Cosmographia’ (questo è il nome con cui Iacopo Angeli tradusse in latino il titolo dell’opera di Tolomeo) che egli avrebbe iniziato a copiare, senza terminarla. Tuttavia il fatto che dal ms. Urbinate sia stata tratta con ogni probabilità a Firenze nei primissimi anni del Quattrocento una copia delle sole tavole, con i toponimi tradotti in latino, identica nelle misure e nella configurazione geografica al modello, induce a ritenere che proprio l’Urbinate si trovasse a Firenze all’inizio del secolo in casa dello Strozzi. Questa copia è attualmente il ms. Vat. lat. 5698, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), in Città del Vaticano. Purtroppo, ad oggi il manoscritto non è stato digitalizzato e non è consultabile on-line e quindi non abbiamo potuto avere la fotoriproduzione digitale della carta d’Italia, annessa a questo codice. Del codice in questione è stato citato dall’Almagià (5), che pubblicò un’immagine in b/n. Quì pubblichiamo l’immagine tratta dal testo di Mazzetti (21).

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(Fig. 23) Carta dell’Italia del sud, annessa al Codice Vat. Lat. 5698 (22), tratta dal Mazzetti (21).

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(Fig. 23) Carta dell’Italia del sud, annessa al Codice Vat. Lat. 5698 (22), tratta dal Mazzetti (21).

Codice Paris gr. 1401 o Codice greco di Nancy

Le pagine 170v e 171r (24), dove si illustra la carta d’Italia. Queste due carte illustrate in Fig.  annessa al codice della ‘Cosmographia’ di Claudio Tolomeo, chiamato Codice ‘Nanceianus Lat. 441′ ex 354, o Codice Paris gr. 1401 o Codice greco di Nancy,    che si conserva alla Biblioteca Nazionale di Nancy in Francia. Le due carte d’Italia vengono datate al 1427. Ne parla l’Almagià (5) che lo chiama “Paris gr. 1401″. Il codice latino a stampa che contiene le 27 carte geografiche è appartenuto al Cardinal Guillaume Fillastre. Pubblichiamo l’immagine tratta da un testo di  Luciano Lago (8), Tav. XIV.

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(Fig. 24) Le pagine 170v e 171r (24) del codice ‘Nanceianus Lat. 441′ ex 354, chiamato da Almagià “Paris gr. 1401″, immagine tratta da un testo di  Luciano Lago (8), Tav. XIV.

L’Italia, annessa al codice Parmensis Lat. 1635, conservato alla Biblioteca Nazionale di Parma

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(Fig. 25) L’Italia, annessa al codice ‘Parmensis Lat. 1635′, conservato alla Biblioteca Nazionale di Parma

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998. Questo studio è stato pubblicato sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) Plinio il Vecchio, Historia naturalis, 70 d.C., circa, Napoli, Biblioteca Nazionale, MS, V. A.,3., ristampato a Firenze nel 1465.

(3) I.G. De Agostini, Mostra tenutasi a Milano: Segni e sogni della terra – il disegno del mon- do dal mito di Atlante alla geografia delle reti, ed. de Agostini, 2001, p. 56.

(4) Borri A., L’Italia nell’antica cartografia, 1477-1799,  ed. Priuli e Verlucca, Torino, 1999.

(5) Almagià R., Monumenta Italia Cartographica, ed. I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore.

(6) Capello F.C., Descrizione degli itinerari alpini di Jaque Signot, Codici e stampe dei secoli XV e XVI, ed. Rivista Geografica italiana, vol. LVII, 1950.

(7) Cuntz O., Die Geographic des Ptolemaus, Berlino, ed. Weidmann, 1923, pp. 18-20.

(8) Lago L., Imago Munti et Italiae, contributi di L. Gambi, M. Milanesi, L. Rombai, Per la Mostra di Cartografia storica allestita dall’Università degli Studi di Trieste, in occasione del V Centenario della scoperta dell’America, ed. La Mongolfiera, Trieste, 1994.

(Fig. 1) Ricostruzione del ‘Mappa Mundi’ della ‘Geographia’ di Eratostene.

(9) (Fig. 2) Planisfero di Tolomeo  ricostituito dalla ‘Geographia’ tolemaica (circa 150 d.C.) nel XV secolo, che mostra la “Sinae” (Cina) all’estrema destra, oltre l’isola di “Taprobane” (Sri Lanka, più grande del normale) e l’“Aurea Chersonesus” (penisola del Sud-Est asiatico).

(Fig. 3) Claudio Tolomeo, dettaglio dell’Est e del Sud-Est Asiatico nel planisfero di Tolomeo. Golfo del Gange (Golfo del Bengala) a sinistra; penisola asiatica del Sud-Est nel centro; Mar Cinese Meridionale a destra, con la “Sinae” (Cina).

(10) (Figg. 8-9-10-11-12) Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82, è la pagina 71v e 72r), il più antico codice greco conosciuto della Geographia di Tolomeo (11). Questa carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (5), Tav. I., ne parla nel Capitolo Primo: “La cartografia dell’Italia anteriormente al secolo XV – 1- L’Italia nelle Carte tolemaiche dei più antichi codici”, p. 1-2-3. La carta in questione che è contenuta nel Codice Urbinate greco 82 (11).

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(11) (Fig. 7) Codice Urbinate greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua versione digitale è consultabile sul sito: https://digi.vatlib.it/search?k_f=1&k_v=Urb.gr.82; si veda in proposito: Stornajolo C., Codices urbinates graeci Bibliothecae Vaticanae descripti, Romae 1895, p. 128-129, 331. Per questo codice si veda pure: Claudii Ptolemaei Geographiae codex Urbinas Graecus 82, phototypice depictus consilio et opera curatorum Bibliothecae Vaticanae (Codices e Vaticanis selecti, 19), 4 voll., Lyon-Leipzig 1932.

(12) (Figg. 4-5) Mappa mundi di Agatodemo rappresentante il ‘Planisfero’, contenuta (probabilmente) in un Codice manoscritto greco della ‘Geographia’ di Claudio Tolomeo, del XIII secolo, rinvenuto presso il Monastero di Vatopedì in Grecia ed attualmente conservata al British Museum di Londra. Particolare che mostra l’ecumeno (il mondo abitato e conosciuto) della penisola italiana ed il Mare Mediterraneo. Le immagini sono tratte dal testo di Piero Falchetta, op. cit. (14).

(13) (Figg. 17-18-19-20) Le immagini, riguardano la Tav. VI della Carta manoscritta annessa al Codice greco “Vindobonensis Historia” o VINDHIST, (Codex Vindobonensis) (Vind-Hist), realizzato nel 1454 circa e, conservato presso la Osterreichische Nationalbibliothek di Vienna. Questa carta è stata pubblicata da Borri A., op. cit. (4), CM1, p. 11.

(14) Falchetta P., La Geografia di Claudio Tolomeo, stà nella rivista ‘Alumina’, ed. Nova Charta, Padova, n. 14, p. 57.

(15) Fischer Theobald, Sammlung mittela Iterlice Welt-und-See-Karten italienischen ursprungs ecc…(raccolta di mappamondi e carte marittime del medio evo d’origine italiana e da Biblioteche e d’Archivi italiani), Venezia, ed. Ongania, 1886.

(16) Dinse P., Die hand schriftlichen Ptlolemauskarten und ihere Entxick-lung im Zeitaller der Renaissange ‘Zentralblatt fur Bibliothekwesen’, XXX, 1913, pp. 379-403 (=Dinse I), pp. 385-88.

(17) Heeren, Commentatio de Fontibus Geograph. Ptolemaei Tabularumque iis annexarum; si veda pure: Raidel, Commentatio critico-literaria de Cl. Ptolemaei Geographia ejusque codicibus, p. 7.

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(18) Langlois V., Géographie de Ptolémée, reproduction photolitographique du manuscrit grec du monastère de Vatopédi au Mont Athos, a cura di V. Langlois, Paris 1867, conservato alla Biblioteca Nazionale di Francia e che può essere scaricato gratuitamente collegandosi al sito:  http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k9620080v/f15.image

(Fig. 13) L’Italia nel codice greco Vatopedi (XIII sec.), pag. LXXIII tratta dal testo di Langlois (18).

(Fig. 14) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia.

(Fig. 15) Le due carte 65v e 66r dell’Italia annesse al codice greco Conventi Soppressi 626, conservato alla Biblioteca Medicea Laurenziana e Palatina di Firenze

(19) (Fig. 21) Carta dell’Italia del Nord e poi dell’Italia meridionale, annesse al Codice Laurenziano greco Plut. XXVIII, 49, conservato alla Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze, che può essere consultato on-line collegandosi al sito: http://teca.bmlonline.it/ImageViewer/servlet/ImageViewer?idr=TECA0000344789&keyworks=Plut.28.49#page/1/mode/1up, dando la seguente collocazione: Plut.28.49.

(20) (Figg. 22) Codice greco Vaticano Urbinate greco 83 – particolare del mezzogiorno d’Italia.

(21) Mazzetti E., Cartografia Generale del Mezzogiorno e della Sicilia, a cura di Mazzetti e scritti di E. Pontieri, Almagià R., Rosario La Duca, ed. ESI, Napoli, 1972

(22) (Fig. 23) Carta dell’Italia del sud, annessa al Codice Vat. Lat. 5698 (22), tratta dal Mazzetti, op. cit. (21), Tav. I.

(23) (Fig. 16) Carta dell’Italia meridionale, annessa al Codice Venet. Marc. gr. 388. L’immagine è la fotoriproduzione digitale ottenuta su concessione della Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia, che lo conserva.

(24) (Fig. 24) Le pagine 170v e 171r (24), dove si illustra la carta d’Italia. Queste due carte illustrate in Fig.  annessa al codice della ‘Cosmographia’ di Claudio Tolomeo, chiamato Codice ‘Nanceianus Lat. 441′ ex 354, o Codice Paris gr. 1401 o Codice greco di Nancy,    che si conserva alla Biblioteca Nazionale di Nancy in Francia. Le due carte d’Italia vengono datate al 1427. Ne parla l’Almagià (5) che lo chiama “Paris gr. 1401″. Il codice latino a stampa che contiene le 27 carte geografiche è appartenuto al Cardinal Guillaume Fillastre. Pubblichiamo l’immagine tratta da un testo di  Luciano Lago (8), Tav. XIV.

(25) (Fig. 25) L’Italia, annessa al codice ‘Parmensis Lat. 1635′, conservato alla Biblioteca Nazionale di Parma

Dal 1154 al 1161, Simone di Taranto, conte di Policastro, figlio di Ruggero II

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la  ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta  chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. In questo mio saggio mi occupo ed approfondisco una notizia che riguarda la Contea di Policastro ai tempi di re Guglielmo I di Sicilia detto il “Malo”, ed in particolare ad un “Simone, Conte di Policastro”, figlio illegittimo ma naturale di Ruggero II d’Altavilla, i futuro re di Sicilia, che fondò il Regno di Napoli. Dunque, questo “Simone” dovrebbe essere un fratellastro di re Guglielmo I detto il Malo, entrambi figli di re Ruggero II (detto il Normanno). Le cronache ci parlano di un Simone conte di Policastro. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi etc…”, a p. 74 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Il re Ruggero, fondatore di questo nostro regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò al rango di contea e la donò al suo figlio illegittimo Simone; nello stesso tempo concesse al vescovado il feudo di quel castello che da lui fu detto Castel Ruggero, Come risulta poi da un antico manoscritto, poichè in un bosco adiacente si vedevano molto spesso degli orsi nelle vicinanze di una torre che vi era eretta, il luogo cominciò ad essere frequentato dai coloni che vi andavano a caccia, e così a poco a poco quel feudo da rustico divenne urbano e prese il nome di Torre Orsaia.”. Chi era questo Simone, Conte di Policastro ?

Nel 1154, re Guglielmo I di Sicilia detto il “Malo”, Simone suo fratellastro e la contea di Policastro

Da Wikipedia leggiamo che Davide Abulafia (….) scriveva di Guglielmo che: “«Guglielmo I (detto il Malo), successore di Ruggero, trascorse la maggior parte del suo periodo di regno in Palermo, e la maggior parte delle sue giornate – come sussurravano le malelingue – nei giardini e negli harem del suo palazzo. La presenza fisica del sovrano in Sicilia consentì perciò l’evolversi di un sistema amministrativo alquanto diverso, impostato su fondamenta ad un tempo arabe e bizantine».”. Guglielmo I di Sicilia, detto il Malo (Palermo o Monreale, 1120 – Palermo, 7 maggio 1166), discendente degli Altavilla, è stato un Re di Sicilia dal 1154 al 1166. Quarto figlio di Ruggero II e di Elvira di Castiglia, Guglielmo fu dal 1151 coreggente e quindi re di Sicilia alla morte del padre nel 1154. Successe direttamente al padre essendo morti i suoi fratelli maggiori. Cresciuto ed educato nella sfarzosa corte di Palermo, subì moltissimo l’influenza della cultura araba diffusa nell’isola e, una volta salito al trono, aggiunse alle sue titolature anche il laqab arabo di al-mustaʿizz bi-llāh («che invoca il potere a Dio»). Non rinunciò a dedicarsi alle delizie e agli agi di cui poteva disporre e trascurò così le cose del Regno, affidandone la gestione a persone di fiducia: tra queste Maione di Bari che egli nominò amiratus amiratorum (emiro degli emiri), una specie di Primo ministro plenipotenziario. Dovette però presto affrontare una difficile situazione politica a causa della minaccia dell’Impero germanico, portata dal Barbarossa, di quella dell’impero di Bisanzio portata da Manuele I Comneno e da quella del papato retto da Adriano IV. All’interno dovette anche affrontare le insidie dei baroni avversi all’assolutismo stabilito da Ruggero II. Probabilmente debilitato da una malattia (o forse, come sostengono i suoi detrattori, distratto dalle mollezze di corte), trascurò inizialmente i pericoli e le minacce portate al suo regno. Pietro Giannone, nel suo Istoria civile del Regno di Napoli (…), a p. 173, riferendosi a re Ruggero II (padre del futuro re Guglielmo I), in proposito scriveva che: Simone, al quale il padre lasciò in testamento il Principato di Taranto; ma il Re Guglielmo suo fratello glie lo tolse, e gli diede il Contado di Policastro.”. Infatti, sempre da Wikipedia leggiamo che quando nel 1154 morì Ruggero II di Sicilia, il Regno di Sicilia passò a Guglielmo, quartogenito del re. Questo depose Simone sostenendo che Taranto era troppo importante per essere governata da un figlio illegittimo e diede il principato al figlio Guglielmo. E’ probabile che questo Simone, sia Simone Conte di Policastro, detto il ‘Connestabile’ e, vissuto al tempo di re Guglielmo I detto il Malo (anche questo figlio di re Ruggero II). Da ciò deduciamo che se Simone era figlio illegittimo di re Ruggero II, doveva essere anche fratellastro di re Guglielmo I detto il Malo, pure figlio (legittimo) di re Ruggero II. Pietro Giannone ci dice pure che il padre a questo Simone lasciò il Principato di Taranto” e, aggiunge pure che il Principato di Taranto  “ma il Re Guglielmo suo fratello glie lo tolse, e gli diede il Contado di Policastro.”, ovvero che il suo fratellastro, Guglielmo I detto il Malo che successe al padre Ruggero II, tolse il Principato di Taranto a Simone donandogli la contea di Policastro. Secondo Wikipidia, un Principe di Taranto fu Enrico, fratellastro di Guglielmo I detto il Malo. (ca. 1130 – prima del 1145), principe di Taranto. Da Wikipidia alla voce “Principato di Taranto” leggiamo che: “1144 – Simone, figlio di Ruggero II, diventa Principe di Taranto quando suo fratello Guglielmo diventa Principe di Capua e duca di Puglia;”. Dunque, da Wikipidia leggiamo che questo Simone è “Simone di Taranto”. Da Wikipia leggiamo che Simone era un figlio naturale di Ruggero II di Sicilia. Nel 1148 ricevette dal padre il Principato di Taranto, che era in precedenza del fratello Guglielmo che ricevette il Principato di Capua in seguito alla morte di Alfonso (1144). Quando nel 1154 morì Ruggero II di Sicilia, il Regno di Sicilia passò a Guglielmo, quartogenito del re. Questo depose Simone sostenendo che Taranto era troppo importante per essere governata da un figlio illegittimo e diede il principato al figlio Guglielmo. E’ probabile che questo Simone, sia Simone Conte di Policastro, detto il ‘Connestabile’ e, vissuto al tempo di re Guglielmo I detto il Malo (anche questo figlio di re Ruggero II). Da ciò deduciamo che se Simone era figlio illegittimo di re Ruggero II, doveva essere anche fratellastro di re Guglielmo I detto il Malo, pure figlio (legittimo) di re Ruggero II. Su “Simone d'”, leggiamo dalla Treccani on-line che Simone d’Altavilla, era figlio naturale di Ruggero II, ottenne, alla morte del padre, il principato di Taranto. Ciò suscitò il risentimento del fratellastro Guglielmo I, il quale, valendosi del suo potere sovrano, non eseguì la volontà del padre defunto, adducendo che Simone, come illegittimo, non poteva occupare un feudo così importante. L’arbitrio compiuto nei suoi riguardi eccitò in Simone un profondo odio contro Guglielmo I, ed egli non aspettò che la prima occasione per vendicarsi, tanto da entrare nella congiura organizzata da Matteo Bonello (1161), divenendone in breve uno dei capi. Il 29 marzo fu lui a condurre i congiurati alla presenza del re e a trarlo prigioniero. Egli aspirava a salire sul trono, e intorno a lui si formò un partito, capeggiato da Gualtiero Offamilio (Walter of Mill), che sostenne la sua candidatura. Ma questa, come le altre, cadde quando Guglielmo, liberato, riprese il potere ed iniziò la repressione. Simone si rifugiò a Caccamo con Matteo Bonello e alcuni congiurati e nelle trattative per la pace, che i ribelli avviarono con Guglielmo, Simone fu sacrificato e costretto all’esilio. Le Chronache del tempo, al tempo delle congiure contro re Guglielmo I detto il Malo, re del Regno di Sicilia, ci parlano del principe Simone, Conte di Policastro e Connestabile del Regno. Simone insieme a Matteo Bonello partecipò alla sanguinosa rivolta di Palermo del 1160: Maione di Bari, Emiratus Emiratorum del Regnum, fu assassinato. Il 9 marzo 1161 Simone, con il suo nipote Tancredi, figlio naturale di Ruggero III di Puglia, espugnò il palazzo reale, imprigionando lo stesso re Guglielmo, tutta la famiglia reale, mentre diversi membri della corte vennero trucidati e fu avviata una caccia ai musulmani che, considerati usurpatori, vennero massacrati a decine. La congiura prevedeva la deposizione del re e la salita al trono del giovane Ruggero IV, il primo in successione dinastica. Anche se la popolazione sostenne l’ascesa al trono di Simone, prima che potesse essere incoronato i cospiratori persero l’appoggio popolare e l’insurrezione finì. Quindi Simone, insieme agli altri insorti, fu costretto a liberare il re che gli concesse in cambio del suo perdono l’esilio volontario. Nel 1166 non rivendicò il trono del regno che così passò al nipote Guglielmo II di Sicilia, “il Buono“. Qualche storico l’ha identificato con quel figlio di Ruggero II, che, alla morte di Guglielmo I (1166), invitò senza risultato l’imperatore di Bisanzio ad aiutarlo a salire al trono; ma l’identificazione non è sicura. Fonti e Bibl.: P. Litta, Fam. cel. ital., Normanni re, tav. III; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie, II, Paris 1907, cfr. Indice; G.B. Siragusa, Il regno di Guglielmo I, Palermo 1929, pp. 183 ss. Su Simone, fratellastro di re Guglielmo I detto il Malo, prima Principe di Taranto e poi deposto dal fratellastro e divenuto nel 1154 Conte della Contea di Policastro ho scritto nel mio saggio “Dal 1154 al 1161, Simone, conte di Policastro”.

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(Fig….) Il regno di Guglielmo I detto il Malo, nel 1154, dopo la morte del padre Ruggero II

RUGGERO II D’ALTAVILLA E SIMONE, SUO FIGLIO NATURALE SIMONE, CONTE DI POLICASTRO

Da Wikipedia leggiamo che Ruggero II di Sicilia (Mileto, 22 dicembre 1095 – Palermo, 26 febbraio 1154), conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla, fu conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del Regnum Siciliæ indipendente. Dopo la nascita del regno, in virtù delle conquiste sulla costa africana, acquisì anche il titolo di re d’Africa. Secondo Pietro Giannone (….), re Ruggero II ebbe un figlio illegittimo chiamato “Simone”. Pietro Giannone, nel suo Istoria civile del Regno di Napoli (…), a p. 173, sulla scorta dell’Inveges (…- Lib. 3, ‘Hist. Pal.’), ci parla di re Ruggero II, e riferisce notizie interessanti sui suoi figli ‘Bastardi’ che non successero al trono, lasciando il posto a re Guglielmo I detto il Malo: “Lasciò bensì dalle quatro concubine, che ebbe in vari tempi, alcuni figliuoli. Erra il Fazello, che scrisse, che Tancredi Principe di Bari, o di Taranto fosse figliuolo d’una concubina di Ruggiero (a); poichè questi come si disse fu suo figliuol legittimo, natogli da Albiria (Elvira di Castiglia) sua prima moglie. Nè l’altro Tancredi, che fu il quarto Re di Sicilia, fu figliuol di questo Ruggiero Re, fu bensì suo nipote nato da Ruggiero suo primogenito Duca di Puglia; onde quali figliuoli da questa prima concubina Ruggier lasciasse, non se ne ha niente di certo. Dalla seconda ebbe Simone, al quale il padre lasciò in testamento il Principato di Taranto; ma il Re Guglielmo suo fratello glie lo tolse, e gli diede il Contado di Policastro.”:

Giannone, p. 173.JPG

Dunque, Pietro Giannone scriveva di Ruggero II che: “Dalla seconda ebbe Simone, al quale il padre lasciò in testamento il Principato di Taranto; ma il Re Guglielmo suo fratello glie lo tolse, e gli diede il Contado di Policastro.”. Dunque, secondo il Giannone, Simone nacque dalla seconda moglie di re Ruggero II. Da Wikipidia leggiamo che Ruggero II morta Elvira di Castiglia, solo nel 1149, cioè dopo ben quattordici anni di vedovanza (con la preoccupazione della successione dinastica dopo la morte in successione dei suoi primi tre figli maschi), si unì in matrimonio con Sibilla di Borgogna (1126 – 1150) dalla quale ebbe: Enrico (29 agosto 1149 – morto bambino) e, il 16 settembre 1150) nato morto, anticipando di poco la stessa Sibilla che ebbe complicazioni post parto. Sibilla di Borgogna (1126 – Salerno, 19 settembre 1151), Regina consorte di Sicilia, seconda moglie, dal 1149 al 1150, di Ruggero II di Sicilia della dinastia degli Altavilla, re di Sicilia. Matilde di Borgogna, nota anche come Sibilla di Borgogna (circa 1064 – dopo il 1087), figlia, sempre secondo Orderico Vitale del conte di Borgogna Guglielmo I (1020-1087) e della terza contessa di Vienne, Stefania (1035 – 1088); la paternità di Ugo ci viene confermata anche dalla Chronica Albrici Monachi Trium Fontium. Sibilla di Borgogna, agli inizi del 1149 si unì in matrimonio con il re Ruggero II di Sicilia, come ci viene confermato sia dalla Cronica di Romualdo Guarna arcivescovo Salernitano, che dagli Romoaldi Annales (rex Rogerius……..Sibiliam sororem ducis Burgundie duxit uxorem) e il 29 agosto diede alla luce un figlio che fu chiamato Enrico, morto poi giovane. L’anno successivo rimase nuovamente incinta ma partorì un bambino già morto. Sibilla morì a Salerno; secondo la Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile (Paris), Tome II, Sibilla morì, per alcune complicazioni post parto, il 19 settembre 1151, l’anno della morte viene confermato anche dagli Annales Casinenses (1151. Obiit Sibilla regina). La regina Sibilla fu sepolta a Cava de’ Tirreni (apud Caveam est sepultam); le spoglie mortali della regina Sibilla furono affidate dal re Ruggero II di Sicilia al benedettino Marino Abate della Badia di Cava. Sibilla fu seppellita dai monaci benedettini presso la grotta di Sant’Alferio in una tomba ricoperta da mosaici. Purtroppo nel secolo XVIII i mosaici andarono in gran parte distrutti. Attualmente nell’abbazia di Cava, della tomba di Sibilla, sono ancora visibili alcuni frammenti musivi, il sarcofago romano riadoperato e la testa marmorea della regina. Il re Ruggero, per disobbligarsi, donò ai monaci dell’abbazia cavense il magnifico ambone musivo che, nonostante sia stato restaurato e in parte rifatto, brilla ancora oggi nella basilica cavense della SS. Trinità. Dunque, secondo Wikipidia non risulta nessun figlio chiamato “Simone” avuto da re Ruggero II.

Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno, ecc., dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, nel cap. XVI “Le agitazioni nell’Italia meridionale durante il regno di Guglielmo I”, a pp. 324-325, in proposito scriveva che: “Non pertanto pochi mesi dopo la sua ascensione al trono, cioè nel gennaio del 1155, lo troviamo a Salerno insieme col detto Maione e col cancelliere Asclettino. Quivi prese alloggio nel palazzo di Terracena (2) e vi restò fino alla Pasqua (27 marzo). Durante quel tempo vennero da lui alcuni ambasciatori del papa Adriano IV, con lettere nelle quali non gli si dava il titolo di re ma soltanto quello di signore di Sicilia. Guglielmo rifiutò le lettere e ordinò ad Asvlettino di muovere contro lo stato della Chiesa. Ad Asclettino diede compagno Simone, conte di Policastro, che era tra i più potenti feudatari della provincia di Salerno, nipote della regina Adelaide e quindi parente del re (1). Ma mentre Guglielmo e Maione tornavano in Sicilia, dove la popolazione non era tranquilla, si ribellarono non pochi signori normanni di Terraferma, e Asclettino e il conte di Policastro, che si erano spinti fino a Ferentino, sulla via di Roma, tornarono indietro per domarli. L’insurrezione però, fomentata anche dal papa, ecc…”. Carucci, a p. 325, nella sa nota (1) postillava che: “(1) Simone ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia. Per notizie di essi cfr. Archivio di Cava, I, 23; Falcando, pagg. 9, 11, 13, 19-20, 22; Pirro, op. cit. pag. XII, 933, 1156, 1158.”.

NEL 1152, RUGGERO II, SIMONE DI TARANTO SUO FIGLIO NATURALE, CONTE DI POLICASTRO

Nel 1154, Simone, Conte di Policastro e Connestabile del Regno di Guglielmo I e la congiura contro Maione

Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, sulla scorta dell’Ughelli (…), tomo VII, p. 542, a p. 415, alla sua nota (1), scriveva che:

Antonini, p. 415, nota (1).JPG

e, così parla di Policastro e di Ruggero I d’Altavilla, di Simone suo figlio e di Castel Ruggero:

L’Antonini (…), a p. 415 parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Ed è acciò distintamente veggasi, che questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; e dell’Abbate Telesino, nel principio del libro I che ne fu lasciata memoria con le seguenti parole:  “Huic quippe (cioè Ruggiero Juniore) unicus erat frater primogenitus nomine Simon, qui Patri obituro successurus erat.” Epoco dopo: “Factum est autem dum Simon Genitorque Rogerius vi numinis ad extrema pervenissent, Rogerius minimus ad potiendum Comitatum haeres succedit.”. Anche la ‘Cronaca di F. Corrado’ ce lì disse così: “Post hunc Simon ejus primogenitus filiorum Regnum eccepit, qui per paucos vixit annos”. Dunque, l’Antonini in questo passaggio ci scrive del Simone fratello Ruggero II d’Altavilla, futuro re di Sicilia, ed entrambi figli del “Gran Conte” di Sicilia, Ruggero I di Sicilia. Si tratta di Simone, figlio di Adelaide del Vasto, di cui ho parlato in un altro saggio.  L’Antonini, riportando queste notizie, cita l’Ugo Falcando. L’Antonini parla di Simone, figlio bastardo di ‘Ruggero juniore, ovvero Ruggero II d’Altavilla, figlio di Ruggero I d’Altavilla. Simone, Conte di Policastro, non era figlio illegittimo di re Ruggero I ma era il figlio illegittimo di re Ruggero II. Infatti, l’Antonini (…), a p. 415, proseguendo nel suo racconto, aggiungeva che: Del Simone Signore di Policastro, che fu il Bastardo, spessissima menzione si trova fatta in ‘Falcando nella storia Sicola’ nè tempi di re Guglielmo; e di lui, come di giusto, potente nimico aveva Majone tutto il possibil timore.”. Antonini, proseguendo il suo racconto, a p. 415 aggiunge che: “Del Simone, Signore di Policastro, che fu il Bastardo, spessissima menzione si trova in ‘Falcando nella storia Sicola’ nè tempi di Re Guglielmo, e di lui, come di giusto, potente nimico aveva Majone, tutto il possibil timore. Ma ritornando a Policastro, tal fu la cura di Ruggiero ecc…”. Antonini, in questo passaggio ci parla di un altro “Simone Signore di Policastro”, il quale, scrive sempre l’Antonini, “fu il Bastardo”. Antonini aggiunge che di questo Simone, figlio bastardo di re Ruggero (quale Ruggero si riferisse ?), ne aveva scritto Ugo Falcando (….), nella sua “storia Sicola”. Su Falcando (….) e su “Simone” ha scritto pure Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” e a p. 334, vol. II, parlando di………., nella sua nota (27) postillava che: “Su Simone, vedi Falcando, Liber VII, ma anche II e VI e I: “Simon quì Policastri remanserat”, ne era Conte. Guglielmo alloggiò nel Palazzo di Terracena, come dice il Falcando, col ministro di Bari e il cancelliere Asclittino.”. Secondo l’Ebner (…), Ugo Falcando (…), ci parla di questi episodi: “Su Simone, v. Falcando, Liber VIII, ma anche II e VI e I: “Symon qui Policastri remanserat, ne era conte.”.

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A questo punto, la cosa cambia completamente in quanto non si tratta più del Simone di Policastro, figlio di re Ruggero I d’Altavilla, ma si tratta di un altro Simone, vissuto al tempo di re Ruggero II d’Altavilla e di re Guglielmo I. I riferimenti al cronista dell’epoca Ugo Falcando (…), a ‘Majone’, ‘potente suo nemico’ e ‘ai tempi di re Guglielmo’, lasciano pensare ad un altro Simone. La notizia tratta dall’Ughelli (…), sulla scorta dei cronisti dell’epoca, è riferita all’anno 1152, qualche anno prima che morisse Ruggero II d’Altavilla e la presa del potere di suo figlio Guglielmo I detto il Malo. L’Antonini, associa il Simone di Policastro al tempo di re Guglielmo e nemico di Majone, figlio bastardo di Ruggero II d’Altavilla. Il cronista dell’epoca che ci ha parlato di questo Simone Conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I detto il Malo, in guerra con il cugino re Ruggero II d’Altavilla è Ugo Falcando (37), che scrisse Liber De Regni Sicilie’ o ‘Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni’, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Ugo Falcando è il nome, presumibilmente fittizio, attribuito a un letterato medievale. Falcando fu autore di una cronaca latina del Regno di Sicilia della seconda metà del secolo XII, pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1550 insieme una Epistola ad Petrum Panormitanae Ecclesiae thesaurarium de calamitate Siciliae’, probabilmente dello stesso autore. Citato anche dall’Antonini (…), la chronaca di Ugo Falcando, ‘Storia Sicula’, a differenza della cronaca del contemporaneo Alessandro Telesino (…), che arriva fino all’anno 1137si oppone invece a Ruggero II d’Altavilla. La Chronaca del Falcando, segue quella dell’altro cronista dell’epoca normanna Alessandro Telesino (Alexander Telesinus) che scrisse la ‘Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie’, biografia accurata di re Ruggero II, una biografia di Ruggero II di Sicilia che copre in dettaglio gli anni successivi al 1127 e fino al 1136, ove termina bruscamente. La Chronaca di Ugo Falcando (…), invece, prosegue quella del Telesino che, si abbinava bene con la cronaca del suo contemporaneo Falcone Beneventano, che si oppone invece a Ruggero. Per la cronaca del Falcando (…), si veda il Del Re (…). Dunque, l’Antonini (….) scriveva che “del Simone Signore di Policastro, che fu il Bastardo” era stato molto citato nella ‘chronaca’ di Ugo Falcando (….). La ‘Chronaca‘ di Ugo Falcando (….), ci parla del Simone, conte di Policastro e Connestabile del Regno di Re Guglielmo I detto il Malo. La cronaca medievale anonima attribuita ad Ugo Falcando (…), ci parla di un personaggio di primo piano del suo tempo, quando le gesta di “Symon comes Policastrensis” assieme a quelle di “Robertus comes Lorotelli regis consobrinus” e di “Ebrardus comes Squillacensis”, sono poste in evidenza nell’ambito delle tumultuose vicende che caratterizzarono gli anni attorno alla metà del secolo XII, quando i tre baroni parteciparono alla ribellione contro il re Guglielmo I di Sicilia detto il “Malo” che fu re di Sicilia, dopo la morte del padre, Ruggero II, dal 1154 al 1166:

Falcando, p. 74

(Fig…) Ugo Falcando (…), p. 74 e 75, dove parla di ‘Symon Comes Polycastrensis

Del Re, Falcando, p.

(Fig…) Ugo Falcando, passo tratto da p. 289 di Del Re (…)

Simone Conte di Policastro, ‘Connestabile’ del Regno, figlio naturale ma illegittimo di re Ruggero II d’Altavilla e fratello di re Guglielmo I detto il Malo

Falcando, p. 289

Falcando, p. 289,pp

(Fig…) Ugo Falcando (…), il passo che parla di ‘Symon Comes Polycastrensis, tratto dal Del Re (…), p. 289

Secondo l’Ughelli (…), il Troyli e poi l‘Antonini (…), Ruggero I d’Altavilla, “re Ruggiero”, oltre ad avere avuto un figlio legittimo chiamato Simone, vi era anche un altro suo figlio ‘Bastardo’, chiamato sempre Simone. Ma di quale re Ruggero si trattasse, lo dice solo il Troyli (…), che ci parla di re Ruggero I d’Altavilla, detto il Gran Conte di Sicilia. Ma Simone, figlio di re Ruggero I d’Altavilla, era un suo figlio legittimo, avuto dall’unione con la sua terza moglie, Adelaide del Vasto. Non risulta che re Ruggero I d’Altavilla, detto il ‘Gran Conte di Sicilia’, avesse avuto un secondo altro figlio chiamato Simone, e ‘Bastardo’ (figlio naturale ma illegittimo). Noi crediamo che l’Antonini avesse fatto confusione e che esistesse un altro Simone, Conte di Policastro, figlio naturale di re Ruggero II d’Altavilla. Da questo punto di vista, ci viene incontro lo studioso Pietro Ebner che nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, a p. 434, parlando di Policastro, e sulla scorta del cronista dell’epoca Ugo Falcando (citato dall’Antonini), scrive che: “Pare che la locale contea fosse stata concessa da re Ruggiero al bastardo suo figliuolo Simone. Questo conte di Policastro era tra i più potenti feudatari normanni del Principato. Era nipote della della regina Adelaide, della stirpe Aleramica, vedova di Ruggiero I, il Gran Conte, che nel 1113 sposò Baldovino I, re di Gerusalemme. Simone quindi era anche parente di re Guglielmo I. Nel 1155 il re era a Salerno (27). “.

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Ebner (….), ci dice che re Ruggero II d’Altavilla aveva un figlio illegittimo chiamato Simone al quale, nel 1154, donò la Contea di Policastro. Di Simone l’Ebner scriveva che egli era nipote della regina Adelaide, della stirpe Aleramica (Adelaide del Vasto, madre di re Ruggero IIe vedova di re Ruggero I. Scrive l’Ebner che Simone era anche parente di re Guglielmo I. In primo luogo, essendo nipote della regina Adelaide, questo Simone dovrebbe essere figlio di Ruggero II d’Altavilla. Mi chiedo se re Ruggero II d’Altavilla avesse avuto un figlio illegittimo chiamato Simone ?. A quale “Guglielmo” si riferiva Ebner ?. Nella sua nota (27) Ebner postillava che: “(27) Re Guglielmo alloggiò nel palazzo di Terracena, come dice il Falcando, con il ministro di Bari e il cancelliere Asclittino.”. Credo che Ebner si riferisse a Maione di Bari ed a re Guglielmo I di Sicilia detto il “Malo”. Simone era un figlio naturale di Ruggero II di Sicilia.

Pietro Ebner (…), nelle sue due pagine 434 e 435 del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, rifrendosi al Simone di Policastro, al tempo di re Guglielmo, sulla scorta del cronista dell’epoca Romualdo Guarna Salernitano (…), ci dice che il Simone, a cui fu concessa la locale Contea di Policastro da re Ruggiero al bastardo suo figliuolo Simone”, e ci dice pure che Era nipote della della regina Adelaide, della stirpe Aleramica, vedova di Ruggiero I, il Gran Conte…”. L’Ebner ci dice che il Simone (di cui parlava anche l’Ughelli, il Troyli e l’Antonini), fosse un figlio ‘Bastardo‘ di re Ruggero e, nipote della regina Adelaide del Vasto (moglie e vedova di re Ruggero I). Dunque, essendo nipote di Adelaide, moglie di re Ruggero I, doveva essere figlio di re Ruggero II d’Altavilla. Ebner, dice che Simone era nipote della regina Adelaide e quindi Simone era anche nipote di re Ruggero I, non suo figlio. Simone, doveva essere un figlio naturale di re Ruggero II, quindi nipote della regina Adelaide del Vasto. Simone quindi era anche parente di re Guglielmo I”.

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Di Meo, vol. X, p. 202.JPG

(Fig…) Di Meo (…), vol. X, p. 201, sulle mogli ed i figli di re Ruggero I d’Altavilla

Infatti, Alessandro Di Meo (…), parlando dell’anno 1154, e di re Ruggero II d’Altavilla, scriveva su Simone suo figlio: “Dalle concubine vogliono non pochi Autori, che il Re Ruggieri avesse figli, ‘Tancredi’, a cui lasciò in testamento il Principato di ‘Taranto’, ma ne fu spogliato dal Re Guglielmo, che gli diede il Contado di Policastro, e poi morì in carcere, lasciando un figlio, detto ‘Ruggieri Sclano, che possedè ‘Butera’, e ‘Platia’. (Ma il vero è, come lo attesta Ugone Falcando, che fu un figlio spurio di Re Ruggiero il Conte Simone, a cui in testamento lasciò il Principato di Taranto, che  gli fu tolto da Guglielmo I), Clemenza Duchessa di Catanzaro, anche spuria del Re, moglie di Ugone Conte di Molise, che morì ancora in carcere con sua madre, per essere ribella del Re, ed un’altra figlia spuria, che sposò ‘Arrigo’ fratello bastardo della Regina Margherita, e che ebbe la contea di Montescabiolo. Così costoro….”. Dunque, il Di Meo (…), scrive che da re Ruggero II, e da alcune sue concubine, nacque un figlio ‘bastardo’ dunque (non legittimo) chiamato Tancredi, a cui lasciò in testamento il Principato di Taranto che poi gli fu tolto da re Guglielmo I (suo fratellastro), che gli diede il Conte di Policastro. Il Di Meo (..), dice pure che il Falcando (…), attesta invece che questo Tancredi di Taranto era il Simone, che fu un figlio spurio (‘bastardo’) di re Ruggero II d’Altavilla (padre anche di re Guglielmo I). Il Di Meo (…), dice pure che Tancredi di Taranto (Simone secondo il Falcando), avesse un figlio “lasciando un figlio, detto ‘Ruggieri Sclano, che possede ‘Butera’, e ‘Platia’

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, dopo aver detto di Roberto il Guiscardo e di suo figlio Ruggero Borsa, in proposito scriveva che: Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). Ecc…”. Il Cataldo proseguendo il suo racconto scriveva pure che: Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte.”. Dunque, secondo il Cataldo, Ruggero Borsa avrebbe consegnato la ricostruita Policastro a suo figlio “Simone”, con il titolo di Conte. Chi era questo “Simone” a cui si riferiva il Cataldo ?. A chi era figlio questo “Simone” ?. Però il Cataldo ci parla di un “Simone” figlio illeggittimo. Ma chi era questo conte di Policastro chiamato Simone ?. Ruggero Borsa non ebbe figli chiamati “Simone”. Per la figura di questo “Simone”, è bene ricordare un passaggio di Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 92-93, parlando dei Normanni nel Principato Salernitano, in proposito scriveva che: Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia a cui aspirava il cugino Ruggero, già terzo conte di Sicilia per la morte del fratello Simone (a. 1113), ambedue figliuoli di Ruggero, il “Gran Conte” signore della Sicilia (a. 1101) e della Calabria (a. 1120).”.

Lo storico locale Giovan Battista Del Buono (…), scriveva che: “Il Re Ruggero, come è stato detto, fatta ricostruire la città di Policastro, la donò al figlio Simone, il quale era nipote della regina Adelaide ed era anche nipote del re Guglielmo.”. Dunque, il Del Buono parlando di “Simone figlio di re Ruggero, nipote della regina Adelaide del Vasto e anche nipote del re Guglielmo” fa un pò di confusione.

Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi etc…”, a p. 74 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Il re Ruggero, fondatore di questo nostro regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò al rango di contea e la donò al suo figlio illegittimo Simone; nello stesso tempo concesse al vescovado il feudo di quel castello che da lui fu detto Castel Ruggero, Come risulta poi da un antico manoscritto, poichè in un bosco adiacente si vedevano molto spesso degli orsi nelle vicinanze di una torre che vi era eretta, il luogo cominciò ad essere frequentato dai coloni che vi andavano a caccia, e così a poco a poco quel feudo da rustico divenne urbano e prese il nome di Torre Orsaia.”. Il Laudisio, a p. 17 nella sua nota (52) postillava dell’Ughelli. Dunque, il Laudisio, invece di riferirsi a re Ruggero I conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo si riferiva a re Ruggero II d’Altavilla “fondatore di questo nostro Regno di Napoli”. 

Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), e del suo “Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento”, parlando di Policastro, a p. 117, in proposito scriveva che: Ma re Ruggiero I, restaurando in prosieguo e munendo di forti mura Policastro, donavala a Simone, suo figliolo naturale, con titolo di ‘Conte’, titolo, come giustamente notò il Mannelli (23), che raramente concedevasi, nè s’imponeva se non sopra città ragguardevoli.”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Cons. Cardinal de Luca, Adnot. ad Concil. Trident. disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Cons. Ughelli, Italia Sacra, tom. VII, col. 758”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Cons. Op. cit., vol. II, p. 149”. Dunque, il Volpe postillava dell’opera manoscritta del monaco agostiniano Luca Mannelli.  Si tratta di un manoscritto inedito, scritto da Luca Mannelli o Mandelli (…), conservato alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, di cui ivi pubbliciamo la pagina contrassegnata col n. 50 che vediamo illustrata in Fig….. Si tratta del manoscritto “Lucania sconosciuta”, che fu citato anche dal Gaetani (…) che lo ricopiò da Scipione Volpicella (…). Luca Mannelli (…), nel suo manoscritto “La Lucania sconosciuta”, ne parla nella pagina 50v, del Libro II, del Cap. IX.

Il Cataldo, a p. 29 sull’anno di consegna a Simone scriveva che: “L’anno di consegna a Simone fu il 1152, anno in cui Policastro divenne Contea e Ruggiero II offrì al vescovo con perpetua investitura baronale, il Castello, detto da lui “De Rogerio” (corrispondente oggi a CASTELRUGGERO, frazione di Torre Orsaia, in Provincia di Salerno, a 20 km. da Policastro).”.

Il Cataldo, dunque subito dopo aggiunge che: “Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria. Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154 subiva la distruzione da parte del Barbarossa. Ecc..”.

Dunque, il Cataldo riferendosi a Ruggero Borsa (nipote del principe longobardo Gisulfo, vinto dal padre Roberto il Guiscardo) scriveva che egli prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte.”, ovvero il Cataldo spiegava che Ruggero Borsa avviò un serio programma di restauro delle fortificazioni di Policastro e la elevò a Contea donandola al figlio Simone che nominò Conte di Policastro. Forse in questo passaggio il Cataldo fa un pò di confusione. Sul “Simone, figlio di re Ruggero e conte di Policastro” ho scritto in altri miei saggi. Giuseppe Cataldo (…) nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, un dattiloscritto inedito del 1973, che a p. 29, parlando di Policastro scriveva che: “Morto il Guiscardo nel 17 luglio 1085 a Cefalonia per epidemia, lasciò a Ruggiero II, figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo II, il Ducato di Puglia e di Calabria.”. Ma il Cataldo (…) scrivendo “Ruggiero II” si sbagliava. Dopo la morte di Roberto il Guiscardo, l’erede fu Ruggero detto “Borsa”, figlio del Guiscardo e di Sighelgaita, sua seconda moglie. Dunque, Ruggero Borsa aveva preso tanto a cuore le sorti della città di Policastro che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Sempre il Cataldo, sulla scorta del Volpe (….), aggiungeva che: “Ruggiero……Indi la consegnò al figlio Simone col titolo di Conte.”. Dunque, secondo il sacerdote Giuseppe Volpe, Policastro, nel 1152, fu donata da Ruggero II al figlio Simone. Nell’anno 1152, entra in scena Ruggero I d’Altavilla, gran Conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo. Infatti, Ruggero Borsa, non aveva figli di nome Simone. Il “figlio bastardo”, Simone, a cui fanno riferimento le cronache, era figlio di Ruggero I d’Altavilla (e fratello di Ruggero poi detto Ruggero II) e, figlio di Adelasia del Vasto che resse il regno di Sicilia ed altri possedimenti normanni fino al 1122. Il Cataldo (…), a p. 29, scriveva: “Il Duca Roberto Normanno la distrusse nel 1065; il Re Ruggiero poi la ricostruì splendidamente e, insignita del titolo di Contea, la donò al suo figlio bastardo”. Quì il Cataldo, scrive correttamente il “Re Ruggero”, riferendosi a Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo. Si tratta del conte Simone, primogenito di Ruggero I (fratello del Guiscardo e non di Ruggero II).

Angelo Guzzo (…), nel suo “…………………..”, a p. 29, nelle sue note citando il Cataldo (…) e, sulla scorta del De Giorgi (….), scriveva in proposito che: “Ruggero II, figlio di Ruggero I, portò a compimento l’opera di ricostruzione intrapresa dal padre e, nell’anno 1152, consegnò la rinata Policastro, insignita del titolo di Contea, a suo figlio bastardo Simone ed in questa stessa occasione Ruggero II offrì in dono alla sede Vescovile, insieme con la perpetua investitura baronale, il castello, detto da lui ‘De Rogerii’, corrispondente all’odierno centro di Castelruggiero…”.

Per capire a quale “re Ruggiero” si riferisse l’Antonini ed il Laudisio, riguardo questo “Simone”, l’Antonini, a pp. 417-418 scriveva che: “se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’;”. L’Antonini, cita il “Manoscritto del Marchese della Giarratana”. A quale manoscritto si riferiva l’Antonini che, in più occasioni lo cita ?. Rivedendo alcuni autori che scrivono queste notizie notiamo che il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”.”. Dunque, il Cataldo scriveva che il manoscritto del Marchese di Giarratana fu pubblicato nel testo del Muratori, tomo V, p. 603. Infatti Antonio Ludovico Muratori, nel tomo V del suo “Rerum Italicorum Scriptores”, a p. 603 pubblicava l’antico testo: “Codice Marchionis Jarratanae – ad ultimun libri quarti Histoirae Gaufredi Malaterrae”,

Muratori, vol. V, scriptores, p. 603, giarratana

Come ho già scritto, secondo il Cataldo, il ‘Marchese della Giarratana’, nel suo manoscritto pubblicato dal Muratori contiene delle notizie su questo “Simone”. Il Cataldo, a p. 29 riportava la frase del manoscritto: “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”, ovvero che: “Dopo di lui Ruggero, Simone, primogenito dei suoi figli, vede il regno. Dopo aver vissuto alcuni anni, raccolse pesanti fortificazioni dalla Puglia”. Il Marchese della Giarratana, riferendosi a re Ruggero II d’Altavilla scriveva che dopo di lui, ovvero dopo la sua morte, il primogenito dei suoi figli, Simone, ebbe il Regno di Sicilia. Siccome la notizia di un “comes” di Policastro chiamato “Simone” che ereditò la contea nel 1154, come scrive pure l’Antonini, è molto probabile che si tratti di “Simone” figlio di re Ruggero II d’Altavilla. Infatti, da Wikipidia leggiamo che Ruggero II di Sicilia (Mileto, 22 dicembre 1095 – Palermo, 26 febbraio 1154), conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla, fu conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del Regnum Siciliæ indipendente. Dopo la nascita del regno, in virtù delle conquiste sulla costa africana, acquisì anche il titolo di re d’Africa. Dunque, Ruggero II muore nel 1154 e nello stesso anno il figlio primogenito Simone eredita il Regno.

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: L’anno di consegna a Simone fu il 1152, anno in cui Policastro divenne Contea e Ruggiero II offrì al vescovo con perpetua investitura baronale, il Castello, detto da lui “De Rogerio” (corrispondente oggi a CASTELRUGGERO, frazione di Torre Orsaia, in Provincia di Salerno, a 20 km. da Policastro). Ruggiero era già Re di Puglia, Calabria e Sicilia dal 1130, anno di nascita del Regno di Napoli. I successori di Ruggiero furono: Guglielmo I (1154-1166) e Guglielmo II il Magnifico (1166-1189). Sotto quest’ultimo il vescovo Giovanni fece edificare il Campanile della Cattedrale (1167).. Dunque, il Cataldo si riferiva a Ruggero II d’Altavilla. Dunque, a differenza di ciò che il Marchese della Giarratana scriveva e cioè che questo “Simone” doveva essere il figlio di re Ruggero II, di cui ne ereditò il Regno, il Cataldo, forse confondendo le cose, a p. 29, proseguendo il suo racconto su “Simone”, credeva che questo “Simone” fosse il fratello di re Ruggero II e, in proposito scriveva che: “Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria. Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154 subiva la distruzione da parte del Barbarossa. Federico Barbarossa della famiglia degli Hohenstaufen, imperatore dell’Alemagna, successe nel 1152 allo zio Corrado III nella casa di Svevia; sceso in Italia, ispiratosi agli alti ideali di Carlo Magno e di Ottone I, volle restaurare l’autorità imperiale. Incoronato Imperatore il 18 giugno 1155 a Roma da Adriano IV, intensificò la lotta contro ogni forma di indipendenza. Ecc…”

Il Principe Simone di Taranto, figlio ‘bastardo’ di Ruggero II e fratello di re Guglielmo I

Il Fazello (…), nella sua cronaca di Sicilia, racconta  di un  ‘Simone di Squillaci’ e, scriveva a p. 136 che: “Tancredi e Guglielmo, figliuoli bastardi del duca Ruggiero, ch’egli aveva avuto d’una nobilissima concubina, ….Tancredi è quel desso che fu poi re di Sicilia dopo la morte del buon Guglielmo II; era suo fratello l’altro Guglielmo, ambe e due nipoti del re e figliuoli di Ruggiero suo fratel primogenito, che premorì al padre loro il re Ruggiero.”. Tancredi e Guglielmo furono arrestati da re Guglielmo I. Il Fazello, in questo passo parla di un Tancredi e di un Guglielmo figli naturali, quindi detti figli ‘Bastardi’ (non legittimi), di re Ruggero I (“duca Ruggiero”), avuti con una nobile “concubina”. Il Tancredi a cui si riferisce il Fazello, è Tancredi di Bari o di Taranto che poi, dopo la morte di re Guglielmo II, diventerà IV Re di Sicilia. Simone di Taranto fu Principe di Taranto dal 1148 a 1154. Lo studioso Salvatore Tramontana (…), nel suo ‘La Monarchia Normanna e Sveva’, sulla scorta del cronista dell’epoca Ugo Falcando (…), scrive a proposito del conte di Policastro Simone, che in occasione dei tumulti sorti contro il re Guglielmo I, alla morte del padre Ruggero II d’Altavilla: “La situazione era però destinata ad aggravarsi ulteriormente perchè molti feudatari – e specialmente Tancredi conte di Lecce e Simone, figlio bastardo di Ruggero II a cui Guglielmo I aveva negato il diritto sul Principato di Taranto – intendevano spingere l’opposizione fino alla sostituzione o addirittura alla eliminazione fisica del re.”. Infatti (…), anche il Di Meo (…), sulla scorta del Falcando, scrive di Simone Conte di Policastro, a p. 266, e riporta ciò che scriveva il Falcando (…), nella sua Chronaca dell’epoca che continuava quella del Romualdo Guarna detto il Salernitano (…):

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Il Falcando scriveva che: “Conte Simone, Rogerii Regis filium ex consuetudinaria matre, a cui il Re “Principatum Tarenti contra patris testamentum abstulerat, dicens Patrem in multis essasse, spuriorum amore deceptum” e, Tancredi figlio del Duca Ruggieri, “ingenio magis, & industria, quam corporis virtute prastantem”, che dal Re era tenuto chiuso tra le mura del Palazzo, e ‘l cui fratello ‘Guglielmo’ era poco prima quivi morto con sospetto, che ne fosse stata accellerata la morte per ordine del Re, giovane bellissimo, che nell’età di 20 anni ‘neminem Militum viribus sibi parem repererat’. Ecc…”. Dunque per il  Tramontana (…), sulla scorta del Falcando (…), il “Conte Simone, Rogerii Regis filium ex consuetudinaria matre”, era figlio illegittimo o ‘Bastardo’ di re Ruggero II d’Altavilla di Sicilia, e fratellastro di Re Guglielmo I d’Altavilla detto il Malo e il Tancredi era Tancredi di Bari o di Taranto o Tancredi di Lecce, nipote del Principe Simone, a cui a entrambi,  re Guglielmo I (fratellastro di Simone), appena salito al trono: “Principatum Tarenti contra patris testamentum abstulerat, dicens Patrem in multis essasse, spuriorum amore deceptum”, aveva negato il diritto sul Principato di Taranto, in quanto figli (diceva lui) ‘illegittimi’ del padre re Ruggero II. Sappiamo che re Ruggero II, prima di morire, resse le sorti del Regno di Sicilia, in co-reggenza insieme all’ultimo figlio Guglielmo (che diventerà re Guglielmo I detto il Malo). Scrive il Giannone (…), sulla scorta di Agostino Inveges (…), che re Ruggero II, aveva lasciato in testamento il Principato di Taranto all’altro figlio Simone (fratellastro di Guglielmo I). Sempre dall’Inveges (…), sappiamo inoltre che, dopo la morte di re Ruggero II e appena salito al trono il suo fratellastro Re Guglielmo I detto il Malo “….suo fratello glie lo tolse”, tolse a Simone, il Principato di Taranto, non confermando il testamento di suo padre Ruggero II, e donò a Simone solo la Contea di Policastro. Pietro Giannone, nel suo Istoria civile del Regno di Napoli (…), a p. 173, sulla scorta dell’Inveges (… – Lib. 3 – Hist. Pal.), ci parla di re Ruggero II e,  scriveva che dall’unione con la sua seconda moglie, re Ruggero II, ebbe un figlio chiamato Simone:  Dalla seconda ebbe Simone, al quale il padre lasciò in testamento il Principato di Taranto; ma il Re Guglielmo suo fratello glie lo tolse, e gli diede il Contado di Policastro.”. Il Giannone (…), ci parla di re Ruggero II, e riferisce notizie interessanti sui suoi figli ‘Bastardi’ che non successero al trono, lasciando il posto a re Guglielmo I detto il Malo: “Lasciò bensì dalle quattro concubine, che ebbe in vari tempi, alcuni figliuoli. Erra il Fazello, che scrisse, che Tancredi Principe di Bari, o di Taranto fosse figliuolo d’una concubina di Ruggiero (a); poichè questi come si disse fu suo figliuol legittimo, natogli da Albiria (Elvira di Castiglia) sua prima moglie. Nè l’altro Tancredi, che fu il quarto Re di Sicilia, fu figliuol di questo Ruggiero Re, fu bensì suo nipote nato da Ruggiero suo primogenito Duca di Puglia; onde quali figliuoli da questa prima concubina Ruggier lasciasse, non se ne ha niente di certo. Dalla seconda ebbe Simone, al quale il padre lasciò in testamento il Principato di Taranto; ma il Re Guglielmo suo fratello glie lo tolse, e gli diede il Contado di Policastro.”.

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(Fig…) Pietro Giannone (….), estratto da Tomo II, p. 173

Il Giannone (…), scrive dei figli avuti da re Ruggero II e che: “Erra il Fazello, che scrisse, che Tancredi Principe di Bari, o di Taranto fosse figliuolo d’una concubina di Ruggiero (a); poichè questi come si disse fu suo figliuol legittimo, natogli da Albiria (Elvira di Castiglia) sua prima moglie”. Dunque il Giannone (…), dando torto al Fazello (…) e sulla scorta del Falcando (…), scrive che Tancredi Principe di Bari o di Taranto fu figlio legittimo (e non ‘Bastardo’ come sosteneva il Fazello), di re Ruggero II d’Altavilla e di Albiria (Elvira di Castiglia), la prima moglie di re Ruggero II. Poi il Giannone (…), aggiunge che re Ruggero II d’Altavilla: ” Dalla seconda ebbe Simone, al quale il padre lasciò in testamento il Principato di Taranto; ma il Re Guglielmo suo fratello glie lo tolse, e gli diede il Contado di Policastro.”. Dunque, il Giannone, sostiene che Simone, al quale il re Ruggero II , lasciò in testamento il Principato di Taranto, nacque dalla sua seconda moglie. Le cronache ci dicono che Re Ruggero II d’Altavilla, ebbe dalla prima moglie Elvira di Castiglia, 6 figli, di cui il secondogenito era un Tancredi (Principe di Bari, il nostro Simone, nato il 1120 e morto nel 1138 ?). Ma il nostro Simone, a cui fu data la Contea di Policastro da re Guglielmo I, non morì nell’anno 1138, ma morì in prigione nell’anno 1154, a seguito della congiura contro Maione, ministro di re Guglielmo I suo fratellastro. Giannone (…), ci parla di quattro concubine che aveva avuto il re Ruggero II, e poi ci dice che re Ruggero aveva un figlio chiamato Tancredi (Tancredi di Bari o di Taranto), aveva pure un nipote chiamato Tancredi (sarà il IV re di Sicilia), figlio da Ruggero III (figlio primogenito di re Ruggero I e di Elvira. Il nostro Simone, di cui parla il Falcando (…): “Symon Comes Policastrensis” è il Simone o Tancredi di Bari o di Taranto zio di Tancredi di Lecce che partecipò alla congiura del Bonello?. Simone era un figlio naturale di Ruggero II di Sicilia. Pietro Giannone, riferisce che re Ruggero II d’Altavilla, prima di morire, ebbe un figlio dalla seconda moglie e si chiamava Simone. A quale seconda moglie di re Ruggero II, si riferiva il Giannone (…) ? Le cronache riferiscono che morta Elvira di Castiglia, solo nel 1149, cioè dopo ben quattordici anni di vedovanza (con la preoccupazione della successione dinastica dopo la morte in successione dei suoi primi tre figli maschi), re Ruggero II di Sicilia, si unì in matrimonio con Sibilla di Borgogna (1126 – 1150), seconda sua moglie. Nell’anno 1144, Simone, figlio di Ruggero II, diventa Principe di Taranto quando suo fratello Guglielmo diventa Principe di Capua e duca di Puglia. Le cronache parlano di un Simone che nel 1148, Simone di Taranto ricevette dal padre re Ruggero II d’Altavilla il principato di Taranto, che era in precedenza del fratello Guglielmo che ricevette il Principato di Capua in seguito alla morte di Alfonso (1144). Ma poteva essere questo Simone, figlio di re Ruggero II e della prima moglie (come scrive il Giannone), se aveva ricevuto dal padre Ruggero II, il Principato di Taranto nel 1148, quando cioè non poteva essere ancora nato visto che re Ruggero II si era unito in matrimonio con la sua seconda moglie un anno dopo ?. Chi era la seconda moglie di re Ruggero II a cui si riferiva lo storico Giannone (…)?. Le cronache ci parlano dell’unione con la sua seconda moglie nel 1149, con Sibilla di Borgogna (1126 – 1150) dalla quale ebbe: Enrico (29 agosto 1149 – morto bambino) e, il 16 settembre 1150), un altro figlio, nato morto, anticipando di poco la stessa Sibilla che ebbe complicazioni post parto. Le cronache ci riferiscono di una prima moglie di re Ruggero II di Sicilia, Elvira di Castiglia, morta il 1135. Elvira, la sua prima moglie morì nel 1135. Secondo le cronache del tempo, alla morte della prima moglie Elvira (“Albiria sua prima moglie”), nel 1149, dopo 14 anni di vedovanza, re Ruggero II, sposò la sua seconda moglie Sibilla di Borgogna. Agli inizi del 1149, Sibilla si unì in matrimonio con il re Ruggero II di Sicilia, come ci viene confermato sia dalla ‘Cronica di Romualdo Guarna arcivescovo Salernitano’, che dagli Chronicon sive AnnalesRomoaldi Annales (rex Rogerius……..Sibiliam sororem ducis Burgundie duxit uxorem) e il 29 agosto 1149 diede alla luce un figlio che fu chiamato Enrico, morto poi giovane. L’anno successivo rimase nuovamente incinta ma partorì un bambino già morto. Forse Simone era figlio di re Ruggero II e, definito ‘Bastardo’ dalle cronache del tempo in quanto fosse nato e concepito, dopo il 1135, dopo la morte di Elvira sua prima moglie e prima dell’unione in matrimonio con la sua seconda moglie Sibilla di Borgogna. Forse Simone era stato concepito da re Ruggero II, nei suoi 14 anni di vedovanza. Di sicuro Simone di Taranto, non poteva essere nato dopo il 1149, dall’unione con Sibilla.  Sibilla di Borgogna (1126 – Salerno, 19 settembre 1151), Regina consorte di Sicilia, seconda moglie, dal 1149 al 1150, di re Ruggero II di Sicilia della dinastia degli Altavilla, re di Sicilia. Matilde di Borgogna, nota anche come Sibilla di Borgogna (circa 1064 – dopo il 1087), figlia, sempre secondo Orderico Vitale del conte di Borgogna Guglielmo I.

Del Re, Romualdo saler., p. 16

Del Re, Romualdo, p. 16, continua sull'altra moglie

(Fig….) Romualdo Guarna, a. 1148 e s., estratto dal Del Re (…), p. 16

Quando nel 1154 morì Ruggero II di Sicilia, il Regno di Sicilia passò a Guglielmo, quartogenito del re. Suo fratello re Guglielmo I detto il Malo, depose Simone sostenendo che Taranto era troppo importante per essere governata da un figlio illegittimo e diede il principato al figlio Guglielmo.

Simone il ‘Contestabile del Regno’ di Re Guglielmo I e Conte di Policastro

Primo Conte di Policastro fu suo figlio “illeggittimo” Simone, detto il ‘Bastardo‘. Ma chi era Simone detto il ‘Bastardo’ ?. Di Simone, ne parlano le cronache come di un feudatario ‘connestabile’ di Re Guglielmo I che fu imprigionato perchè si sospettasse avesse partecipato ad una congiura contro re Guglielmo I. Il Falcando (…), è il cronista che ci racconta di questo Simone di Policastro al tempo di re Guglielmo I, come ci raccontava anche il Cataldo (…), che scriveva che: Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit”. Quindi, questo Simone di Policastro, secondo il Cataldo (…), visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere” e invece secondo Pino Rende, il Falcando ci informa che liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”. Lo storico Gian Battista Caruso (…), parlando dei tumulti e della congiura scoppiata contro il re Guglielmo I detto il Malo, a pp. 145-146, scriveva che i Baroni (i feudatari che ribellavano a re Guglielmo I: “Ciò stabilmente parve a’ congiurati di confidarne il segreto al Conte Simone fratello bastardo del Re, ed a Tancredi suo nipote, figliuolo del duca Ruggieri, l’uno, e l’altro dè quali, essendo non senza motivo disgustati, e malsoddisfatti, facil cosa sarebbe di trarli nel loro sentimento, e di farli entrare nella stabilita congiura: disgustatissimo, era in vero il Conte Simone dal Re suo fratello; imperciocchè avendo il Re Ruggiero lasciato a lui in retaggio il Principato di Taranto gliene aveva impedito Guglielmo il possesso, esserendo che non aveva assignarsi a bastardi in appannaggio un sì nobile Principato posseduto prima da Principi legittimi del Sangue Reale: non meno del Conte Simone era Tancredi suo Nipote ecc…”.

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Caruso, p. 146.JPG

(Fig….), Caruso G.B. (…), vol. I, parte II, Libro IV, pp. 145-146

Il Caruso (…), sulla scorta di Falcando (cronista dell’epoca) (…), ci parla di Simone Conte di Policastro al  tempo di Guglielmo I, scrive: “Scorsa però la voce fra i Palermitani della presenza del Re, e che egli non altro Ministro, o Capitano di quella spedizione volea, fuor che l’Ammiraglio; mormorando tutti contra di questi, come l’Autore della disgrazia del Conte Simone, che come si disse era il Gran Contestabile del Regno, richiesero al Re, che fosse il conte tolto dalla prigione, e restituito nella sua carica ecc..”.

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(Fig….) Caruso G.B. (…), p. 125 tratta dal Caruso, dove si parla di Simone ‘Contestabile del Regno’

Donald Matthew (…), nel suo ‘I Normanni in Italia’, a p. 74-76, parla di un Simone, Conte di Policastro, dettoconnestabile’, e a p. 22 parla di Simone, figlio di Ruggero I, il Gran conte, e poi a p. 194, figlio di Ruggero II. Il Matthew (…) a p. 194, parla di Simone, figlio di Ruggero II, e ci conforta, citando di nuovo il titolo di conte di Simone ‘connestabile’, scrivendo che: “E’ interessante notare che Guglielmo I (detto il Malo), a quanto si riferisce, revocò la concessione testamentaria del principato fatta da Ruggero II a favore del proprio figlio illegittimo, Simone, perchè ciò era sconveniente: i grandi titoli erano riservati ai figli di pure stirpe regia.”. Lo studioso Salvatore Tramontana, nel suo ‘La Monarchia Normanna e Sveva’ (…), sulla scorta del cronista dell’epoca Ugo Falcando (…), scrive a proposito del conte di Policastro Simone, che in occasione dei tumulti sorti contro il re Guglielmo I, alla morte del padre Ruggero II d’Altavilla: “La situazione era però destinata ad aggravarsi ulteriormente perchè molti feudatari – e specialmente Tancredi conte di Lecce e Simone, figlio bastardo di Ruggero II a cui Guglielmo I aveva negato il diritto sul Principato di Taranto – intendevano spingere l’opposizione fino alla sostituzione o addirittura alla eliminazione fisica del re.”. Dunque, secondo Salvatore Tramontana (…), il Simone Conte di Policastro, era figlio bastardo di re Ruggero II d’Altavilla, a cui re Guglielmo I detto il Malo, aveva negato il diritto sul Principato di Taranto. Dunque, secondo il Tramontana (…) e il Mattew (…), pare che il re Guglielmo I detto il Malo, alla morte di suo padre Ruggero II d’Altavilla, avesse revocato la concessione testamentaria del Principato a Simone, figlio illegittimo di re Ruggero II e quella del Principato di Lecce e Taranto a Tancredi di Lecce. Infatti, su questa interessante notizia storica che riguarda i feudatari delle nostre terre, traiamo una notizia che conferma ed avvalora ciò che scriveva Pietro Ebner (…), il quale, nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, da p. 581 in poi, parlando dei Florio di Camerota nel ‘Catalogus Baronum’, pubblicato dalla Jamison (…) e, proprio sulla scorta della Jamison (…), riportava un’altra interessante notizia su Tancredi (IV re di Sicilia): “Ricordo che Riccardo Cuor di Leone (I, 1188-1199), nel recarsi in Terrasanta con ottomila uomini per la Crociata, costrinse Tancredi, conte di Lecce, usurpatore del trono di Sicilia (IV re, 1190-1194) a liberare dalla prigionia la sorella Giovanna (a. di morte 1199), vedova di re Guglielmo, a pagargli la somma di 40 mila once d’oro (versate solo il terzo).“. L’Ebner, si riferiva a Tancredi, conte di Lecce che diventò il IV re della Sicilia. Tancredi, figlio naturale di Ruggero III di Puglia (il figlio maggiore di Ruggero II di Sicilia) e di Emma o Bianca (?) dei conti di Lecce (figlia di Accardo II), divenne conte di Lecce nel 1149. Ruggero III d’Altavilla, (1118 – 1148) duca di Puglia, figlio primogenito di re Ruggero II d’Altavilla, re di Sicilia, e di Elvira di Castiglia, ebbe un figlio illegittimo, Tancredi (il Tancredi di Lecce, futuro pretendente al trono), avuto da una relazione con Bianca di Lecce. Tancredi di Lecce, era nipote illegittimo del re Ruggero II e nipote di suo figlio legittimo Guglielmo I detto il Malo. Tancredi di Lecce, Simone di Policastro ed i Florio di Camerota, furono da subito in contrasto con re Guglielmo I detto il Malo, zio di Tancredi, a causa della successione al trono. Tancredi di Sicilia, o anche Tancredi di Lecce (Lecce, 1138 circa – 20 febbraio 1194), è stato Conte di Lecce (1149-1154 e 1169-1194) e poi Re di Sicilia (1189-1194). Ebner dice che dei Florio di Camerota al tempo delle rivolte di re Guglielmo I, ne parla anche l’Antonini, I, p. 411. Poi a p. 582, l’Ebner, scrive Florio è ricordato ancora da Falcando: (LIII: “Floriu camerotensis iudiciarius”).”. Pietro Ebner (…), riguardo Simone, scrive che: Era nipote della della regina Adelaide, della stirpe Aleramica, vedova di Ruggiero I, il Gran Conte, che nel 1113 sposò Baldovino I, re di Gerusalemme. Simone quindi era anche parente di re Guglielmo I..

Il feudo di Policastro ed il Conte “Symon Comes Policastrensis”

Tommaso Fazello (…), nella sua Storia di Sicilia – Deche due, di Tommaso Falzello, tradotte da Remigio Fiorentino (…), a p. 136, riferisce ci parla di un Simone al tempo di re Guglielmo I e, scriveva che: “Simone ancora Conte di Squillaci, che era stato chiamato a Palermo dal Re per farlo morire, s’ammalò gravemente per la strada, e felicemente uscì di vita. Questo Simone di Squillaci (postilla il Fazello), era il Simone figliolo del Marchese Enrico e di Flandina figlia del Gran Conte Ruggiero, successe al padre nel contado di Policastro ed ebbe in moglie una signora per nome Tomasia. Vien egli molto lodato dà Siciliani nei loro Annali per la sua rara pietà, e si ha fondatore qual più celebri Monasteri, cioè di S. Nicolò D’Arena, di nostra signora di Licodia e di sant’Andrea di Piazza. A.”.

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(Fig…) Tommaso Fazello (…), passo tratto dal testo di  Fazello T., Storia di Sicilia – Deche due, di Tommaso Falzello, tradotte da Remigio Fiorentino, Libro VI, Deca II, Libro VII, p. 136

A questo proposito, Pietro Giannone, nel suo Istoria civile del Regno di Napoli (…), a p. 173, sulla scorta dell’Inveges (… – Lib. 3 – Hist. Pal.), sconfessava il Fazello, scrivendo: Erra il Fazello, che scrisse, che Tancredi Principe di Bari, o di Taranto fosse figliuolo d’una concubina di Ruggiero (a); poichè questi come si disse fu suo figliuol legittimo, natogli da Albiria (Elvira di Castiglia) sua prima moglie.” Il Fazello, aggiunge pure che Tancredi di Bari o Taranto, avesse un fratello chiamato Guglielmo, anche questo figlio naturale o ‘Bastardo’ del “duca Ruggiero”. In relazione ai fatti che avevano portato alla conquista del regno da parte dei Normanni, ancora l’Inveges (…), ci fornisce una seconda notizia circa Policastro, questa volta riguardante le sue vicende feudali, che però, più che risultare supportata da prove documentali, sembra frutto della sua libera interpretazione. Sotto l’anno 1075, a proposito di “Ugone Gircea Vicegerente di Sicilia”, egli mette in evidenza come il feudo di Policastro fosse giunto ad Enrico, che fu conte di Paternò, attraverso la dote della moglie Flandina, figlia del conte Ruggero, che lo aveva sposato nelle sue seconde nozze: “ch’egli fù Marito di Flandria Secondogenita figlia del Conte: la qual dopo si maritò col Conte Arrigo figliuolo del Marchese Mamfredo, di natione Lombardo, portandoli in dote Paternò in Sicilia, e Policastro in Calabria : si come si raccoglie da un privilegio di S. Maria di Giosafat dato l’an. 1114.” :

Inveges, p. 90

(Fig….) Agostino Inveges (…), p. 90, su Ugone Circea (Enrico del Vasto)

Infatti, l’Inveges (…), sulla scorta del ‘Chronicon Cassinese’ (…), di Leone Marsicano, un cronista dell’epoca, ci parla delle parentele in Sicilia e parla proprio di “Policastro in Calabria”, scrive che “Flandria”, seconda figlia secondogenita di Ruggero (nata dal matrimonio con Giuditta d’Evreux e vedova del cavaliere normanno Ugo di Jersey, primo conte di  Paternò in Sicilia):  la qual dopo si maritò col Conte Arrigo figliuolo del Marchese Mamfredo, di natione Lombardo, portandoli in dote Paternò in Sicilia, e Policastro in Calabria : si come si raccoglie da un privilegio di S. Maria di Giosafat dato l’an. 1114.”. Dunque, secondo l’Inveges, Flandina, figlia di re Ruggero I d’Altavilla e di Giuditta d’Evreux, sposando Enrico del Vasto Conte Arrigo figliuolo del Marchese Mamfredo” (…), gli portò in dote il feudo la contea di Paternò, alla quale si aggiunsero quella di Butera, sempre in Sicilia, e quella di Policastro in “Calabria” (allora i nostri territori erano annoverati tra quelli della ‘Calabria’) e, scrive sempre l’Inveges che ciò si evince da un documento del 1141 “si come si raccoglie da un privilegio di S. Maria di Giosafat dato l’an. 1114.”.

Pirro, p. 391, su Ruggero Sclavo.JPG

(Fig….) Rocco Pirro, Sicilia Sacra, (a cura di A. Mongitore), Palermo 1733 (citato dal La Lumia), pp. 390 e 391.

Secondo il Garufi (…), a p. 58 e sgg, dopo la morte del conte Enrico, a cui era premorto il suo primogenito Ruggero, Simone fu conte di Paternò e come tale compare per la prima volta in un atto del 1141, “che è la prima carta che di lui si rinvenga”. In relazione a ciò, riscontriamo che Simone, secondo figlio maschio del conte Enrico, fu detto Simone di Policastro come risulta in alcuni documenti. Dopo la morte del conte Enrico del Vasto, a cui era premorto il suo primogenito Ruggero, Simone fu conte di Paternò e come tale compare per la prima volta in un atto del 1141, “che è la prima carta che di lui si rinvenga”. Isidoro La Lumia (…), nella sua ‘Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono’, scriveva su Falcando e su Simone, citando un documento Normanno del 1142, citato dal Pirro (…).

La Lumia, p.

(Fig….) La Lumia (…), che parla di Simone, figlio illegittimo di re Ruggero II, p….

Pirro, p. 390, estratto su Symon.JPG

(Fig…) Pirro, brano tratto dalla sua ‘Sicilia Sacra’ p. 390

Da questo documento, con la data parzialmente illeggibile, rileviamo invece, che il conte Enrico, figlio di Manfredi, marchese di Gravina, e fratello di Adelaide, moglie del conte Ruggero, non ebbe la contea di Paternò a seguito del matrimonio con Flandina, ma l’ebbe solo dopo la morte del Gran Conte (22 giugno 1101), come evidenzia il Garufi (…) che attribuisce questa concessione a sua sorella Adelaide. Quest’atto che ricorda il “comes Rogerius d(omi)n(u)s paternionis” e la circostanza che “post mortem ipsius comitis Rogerii d(omi)n(u)s henricus gener eius fuisset d(omi)n(u)s paternionis”, non menziona né fa alcun accenno al feudo di Policastro, anche se possiamo ritenere ipoteticamente, assieme all’Inveges (…) che, per la stessa via, questo sia giunto ad Enrico con la contea di Paternò. In relazione a ciò, riscontriamo che Simone, secondo figlio maschio del conte Enrico, fu detto Simone di Policastro come risulta (secondo il Garufi, a p. 58), in alcuni documenti. Enrico e Flandina ebbero due figli, Simone e Matilde. Simone del Vasto (o Simone d’Altavilla, o Simone di Butera) fu conte di Policastro e conte di Paternò. Alla morte del padre, Simone prese il suo posto come capo degli aleramici siciliani e dei lombardi di Sicilia.

Nel 1089, la Contea di Policastro, Enrico del Vasto, conte di Policastro, fratello di Adelasia del Vasto sposò Flandina, figlia di Ruggero I. Da Flandina ebbe Simone del Vasto che ereditò la contea di Policastro

Indagando sulle origini di “Simone”, conte di Policastro, ci accorgiamo che vi furono diversi “Simone”, conti di Policastro. In questo saggio parlerò del Simone detto Simone del Vasto. Da Wikipedia leggiamo che la Contea di Policastro fu un antico feudo esistito nei territori circostanti il golfo di Policastro tra la Basilicata, la Calabria settentrionale e la Campania meridionale, tra la fine dell’XI secolo e la fine del XIX secolo. Sempre in Wikipedia leggendo la “cronostassi dei conti di Policastro” ci accorgiamo che vi fu Enrico del Vasto (10??-1137), conte di Paternò e conte di Butera. Dunque, non si conosce l’anno in cui Enrico del Vasto divenne conte di Policastro ma si sa che nell’anno 1137 non fu più conte di Policastro. Sempre da Wikipedia leggiamo che Enrico del Vasto, detto anche Enrico di Lombardia, Enrico di Savona, Enrico Aleramico, Enrico di Paternò, Enrico di Butera, Enrico di Policastro (Piemonte, ante 1079 – Sicilia, 1137), fratello minore di Adelaide del Vasto, fu capo degli Aleramici di Sicilia[2] e conte dei lombardi di Sicilia[3].  Membro dei Del Vasto di discendenza aleramica, Enrico era fratello minore di Adelaide del Vasto, figlio di Manfredi, e nipote di Bonifacio del Vasto, marchese di Savona, della Liguria Occidentale e di ampi territori del Piemonte meridionale. Scese in Sicilia, dove risulta già personaggio di primo piano della corte normanna nel 1094,[5] dai grandi possedimenti familiari tra Piemonte e Liguria, con molti suoi conterranei della Marca Aleramica, per aiutare il condottiero normanno Ruggero nelle ultime fasi della guerra contro gli arabi per la conquista dell’isola. Questa gente aleramica al seguito di Enrico costituì la prima ondata migratoria di lombardi (in realtà, piemontesi e liguri, e in minor parte lombardi ed emiliani)[6] che ripopolarono alcuni centri della Sicilia occidentale e orientale tra l’XI e il XIII secolo. I normanni incoraggiarono infatti una decisa politica d’immigrazione della loro gentes, francese e dell’Italia settentrionale, anche con la concessione di privilegi. L’obiettivo era quello di rafforzare il “ceppo franco-latino” che in Sicilia e in Calabria era minoranza rispetto ai più numerosi greco-bizantini e arabo-saraceni.[7]In Sicilia scesero anche tre sorelle di Enrico. Adelaide, la più celebre, che sposò il gran conte Ruggero nel 1087 (o nel 1089) e divenne contessa di Sicilia; mentre le altre due sorelle sposarono i figli illegittimi di Ruggero, Giordano e Goffredo. Enrico sposò Flandina, anche lei figlia di Ruggero ma nata dal matrimonio con Giuditta d’Evreux. Flandina era vedova del cavaliere normanno Ugo di Jersey, primo conte di Paternò, e così Enrico ricevette in feudo la contea di Paternò, alla quale si aggiunsero quella di Butera, sempre in Sicilia, e quella di Policastro tra Basilicata, Calabria e Campania meridionale. Proprio Paternò divenne il centro dei possedimenti degli Aleramici di Sicilia, un territorio discontinuo che si estendeva a sud in direzione di Catania, a sud ovest comprendeva Piazza Armerina, Aidone, Butera, Mazzarino, a nord ovest si estendeva fino a Nicosia, e a nord si allargava fino a Cerami, Capizzi e Randazzo.[8] Enrico e Flandina ebbero due figli, Simone e Matilde. Simone del Vasto (o Simone d’Altavilla, o Simone di Butera) fu conte di Policastro e conte di Paternò. Alla morte del padre, Simone prese il suo posto come capo degli aleramici siciliani e dei lombardi di Sicilia. Flandina d’Altavilla (in francese Flandina de Hauteville) (… – …; fl. XII secolo) è stata una nobildonna normanna del XII secolo. Figlia secondogenita del Gran Conte Ruggero e della di lui prima moglie Giuditta d’Evreux, ricevette in dote dal padre le contee di Paternò e Butera[1]. Fu sposata in prime nozze al cavaliere normanno Ugo di Jersey del quale rimase vedova nel 1075 e dalla cui unione nacquero una figlia di nome Maria[2] e tre figli maschi: Manfredo, Giordano e Simone. Nel 1089 si unì in seconde nozze all’aleramico Enrico del Vasto, a seguito dell’aiuto militare offerto da quest’ultimo al padre di lei. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 428, in proposito scriveva che: “Sappiamo che, oltre alla contessa Adelasia e a suo fratello Enrico, anche due altre sorelle, figli tutti e quattro del marchese Manfredo Incisa del Vasto, si trasferirono in Sicilia. Orbene, questo espatrio collettivo d’un intero gruppo della progenie dei marchesi del Vasto induce a supporre ch’esso fosse in connessione con una crisi, etc…”. Il Pontieri, a p. 429, in proposito scriveva pure che: “D’altra parte Enrico del Vasto, inseritosi nella famiglia di Ruggero d’Hauteville attraverso tali legami di parentela, non tardava a rinvigorirli, sposandone la figlia Flandina (37), che non sappiamo da quale dei due precedenti matrimoni del conte fosse nata. Neanche ci è dato di poter dire in quale anno fosse stato celebrato questo connubio aleramico-d’Hauteville; ci risulta solamente dalla carta già ricordata del 1094 che in questo anno Enrico era in Sicilia e che nel 1097 il nome di lui, insieme etc..”. Il Pontieri, a p. 430 scriveva: “La sua posizione verrà più tardi consolidata dalla vasta signoria di Butera e di Paternò, che Enrico ricevette – o gli fu convalidata – da sua sorella Adelasia, dopo che questa, alla morte del conte, assunse la reggenza dello Stato (39).”. Pontieri, a p. 430, nella nota (39) postillava: “(39) Il Garufi, Le donazioni del conte Enrico di Paternò ecc.., cit., in “Revue de l’Orient latin”, cit., IX (1902), doc. I, ha notato,, in base a questo documento, l’infondatezza della tradizione secondo cui la contea di Butera e Paternò sarebbe stata data dal conte Ruggero a sua figlia Flandina in dote: vedi anche Garufi, Gli Aleramici, p. 50; Idem, Il Tabulario di S. Maria della Valle Giosafat nel tempo normanno ecc.., in “Archivio Storico per la Sicilia orientale”, V (1908), pp. 178 ss., e cfr. Townsend White, Latin monasticism in Norman Sicily, cit., pp. 208-9.”. Tuttavia il Pontieri non chiarisce come sia arrivata la contea di Policastro a Flandina o a Enrico del Vasto, che come abbiamo visto oltre ad essere conte di Paternò-Butera era anche conte di Policastro, contea che in seguito Simone del Vasto erediterà alla sua morte. Sappiamo da Wikipedia che con il matrimonio con Flandina, figlia di Ruggero I d’Hauteville, Enrico ricevette in feudo la contea di Paternò, alla quale si aggiunsero quella di Butera, sempre in Sicilia, e quella di Policastro tra Basilicata, Calabria e Campania meridionale. Il Pontieri parla solo dei possedimenti di Butera e di Paternò ma non dice nulla della contea di Policastro. Il Pontieri, a p. 430 scriveva solo in proposito che: “La sua posizione verrà più tardi consolidata dalla vasta signoria di Butera e di Paternò, che Enrico ricevette – o gli fu convalidata – da sua sorella Adelasia, dopo che questa, alla morte del conte, assunse la reggenza dello Stato (39).”. Il Pontieri ipotizzava che le donazioni deli vasti possedimenti Siciliani fossero stati in seguito convalidate dalla sorella Adelasia che, alla morte del marito Ruggero I assunse la reggenza dello Stato che era stato ereditato da Simone primogenito.  Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 450, in proposito scriveva che: “Naturalmente suo fratello Enrico prese una posizione preminente, non solo perchè era ovvio che così fosse, ma anche perchè egli si presentava come l’esponente più autorevole degli oltremontani che la conquista normanna aveva attirato in Sicilia: certo fu Adelasia, come è stato ricordato, che gli conferì l’investitura feudale delle due importantissime contee di Butera e di Paternò, i cui territori, in tutto o in parte, è probabile costituissero la dote che il conte Ruggero aveva assegnato a sua figlia Flandina allorchè era andata sposa allo stesso Enrico (78).”. Pontieri, a p. 450, nella nota (78) postillava: “(78) Garufi, Gli Aleramici ecc.., p. 50; come marito di Flandina Enrico era l’amministratore dei suoi beni dotali: cfr. Caen, Le régime féodal etc..’, cit., p. 87.”. Salvatore Tramontana

Dal 1092-92 al 1105, Simone di Sicilia, futuro conte di Policastro, figlio di Ruggero I d’Altavilla, gran conte di Sicilia e di “Adelasia” o Adelaide del Vasto

Il primogenito di Ruggero I d’Altavilla fu un figlio naturale di nome Giordano (1055c.-1092), che non sopravvisse al padre. Simone d’Altavilla, noto anche come Simone di Sicilia (Palermo, 1093 – Mileto, 28 settembre 1105) fu il primogenito e successore designato di Ruggero I, Gran Conte di Sicilia, e di Adelaide del Vasto, la quale tenne la reggenza durante il suo breve regno. Simone ereditò la contea di Sicilia nel 1101, ancora molto giovane, e morì appena quattro anni dopo, nel 1105 a Mileto, dove fu sepolto nell’abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni. Gli successe il fratello, il grande Ruggero II, (dopo la reggenza della madre Adelasia fino al 1112) che sarebbe poi diventato Re di Sicilia. Dunque, la Contea di Sicilia, fu retta fino al 1112 dalla madre Adelaide del Vasto, in accordo con Ruggero Borsa, nipote di Ruggero I d’Altavilla, padre di Simone.  Da Wikipidia leggiamo che Adelaide del Vasto, anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato; i loro figli furono: 1. Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia. Simone, figlio di re Ruggero I morì nel 1105, e poi, fino al 1112 vi fu la reggenza della madre Adelasia del Vasto. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Su Simone, la madre Adelaide del Vasto e la sua reggenza ha scritto Ernesto Pontieri. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 440-441, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Lungi dall’avventurarci nell’aggrovigliata questione sul numero e sull’individuazione dei figli, legittimi e naturali, del conte Ruggero, ci limitiamo a notare che egli ebbe due figli aventi lo stesso nome di Goffredo: costume non insolito nelle famiglie normanne, anzi nella stessa famiglia di Tancredi di Hauteville, il padre di Ruggero….Ora il Malaterra, dopo aver ricordato la morte di Giordano, avvenuta nel 1092, testualmente aggiunge…..Ma ecco che, alcuni mesi dopo, Adelasia dava alla luce Simone, salutato dall’esultanza di tutta la corte. Anche il Malaterra mostra di commuoversi davanti al fausto evento e lo celebra inserendo nel ‘De rebus’ un carme, etc…”. Pontieri, a p. 442, in proposito alla nascita di Simone, scriveva che: “La casa del gran conte di Sicilia era dunque pervasa di letizia, perchè Adelasia aveva dato al consorte non solo un figlio maschio, ma anche l’atteso erede. Certo, in un atto della cancelleria del conte Ruggero, consacrante una donazione da lui fatta nel 1094 al monastero di S. Maria “de Rokella apud paleapolim”, in Calabria, il nome di Simone vi è rappresentato come “filius Rogerii comitis et heres”(65).”. Pontieri cita il documento a p. 442, nella nota (65) postillando: “(65) Regii Neapolitani Archivi Monumenta, vol. VI, doc. VIII, pp. 159-160.”. Pontieri cita il documento a p. 442, nella nota (65) postillando: “(65) Regii Neapolitani Archivi Monumenta, vol. VI, doc. VIII, pp. 159-160.”. Pontieri, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”. Il Pontieri parlando di Ruggero I d’Altavilla, scriveva che Simone, conte di Policastro successe al padre nel 1101 dopo la sua morte. Dunque scriveva che Simone, conte di Policastro era figlio naturale di Ruggero I e di Adelaide del Vasto. Anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 439, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Il 22 giugno 1101 Ruggero moriva a Mileto, in Calabria, sua dimora domestica preferita, e quivi i suoi resti vennero sepolti (59). Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Pontieri, a p. 439, nella nota (59) postillava: “(59) Vedi ‘Necrologium Casinense’, in Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, t. V., p. 76; Lupo Protospatario, Chronicon, ed. Pertz, in MGH., SS., ad an. 1101; Annales Siculi, ed. E. Pontieri, In Muratori, RR. II. SS.(2), t. V, p. 115; Romualdo Salernitano, p. 202, n. 6; il sarcofago, tuttora conservato, in cui fu deposta la salma del conte, è stato illustrato da L. De La Ville sur Yllon, La tomba di Ruggero conte di Calabria e di Sicilia, in “Napoli nobilissima”, 1892.”. Dunque, in questo passaggio, il Pontieri, parlando della reggenza di “Adelasia”, l’ultima moglie di Ruggero I d’Altavilla che morì nel 1101, ci parla di Simone, figlio di Ruggero I d’Altavilla, perchè scrive che: Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Sulle origini di Simone, figlio di “Adelasia” e di Ruggero I d’Altavilla, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 437, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito racconta che: “Nel 1098 Ruggero era stato chiamato in suo aiuto dal principe di Capua, il normanno Riccardo II Drengot, contro cui, due anni prima, era insorta la popolazione longobarda della capitale, costringendolo ad allontanarsene. Il conte di Sicilia, al quale Riccardo, in cambio dei soccorsi richiesti, aveva ceduto i diritti che Capua vantava su Napoli, accorse in testa a compatte schiere di armati, in mezzo ai quali spiccavano intrepidi manipoli di musulmani di Sicilia. Capua, vigorosamente assediata dal conte Ruggero e da suo nipote Ruggero I di Puglia che lo fiancheggiava, capitolò. Durante questa vicenda, ….Adelasia seguì il marito, sostando con lui e con le soldatesche che li seguivano dappima in Calabria e da ultimo nelle terre attigue a Benevento, donde, dopo essersi incontrati col pontefice Urbano II, che invano si era fatto mediatore tra i belligeranti, i due coniugi mossero verso Capua (56).”. Pontieri, a p. 438, nella nota (56) postillava: “(56) Sull’assedio di Capua vedi Malaterra, I. IV, 27, p. 125, e cfr. Schipa, Storia del Ducato napoletano, cit., p. 349; Idem, Il Mezzogiorno anteriormente alla Monarchia. Ducato di Napoli e Principato di Salerno, pp. 196-97.”.  Pontieri, a p. 438, scriveva pure che: “Già Adelasia aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); alcuni anni dopo lo rese padre una seconda volta, dandogli Ruggero, il futuro unificatore delle conquiste fatte dai suoi antenati in Italia (58).”. Infatti, il Pontieri postillava che “Adelasia” “….aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); etc…”., aggiungendo che il futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla era l’altro fratello di Simone, conte di Policastro.  Pontieri, a p. 438, nella nota (57) postillava: “(57) Il Malaterra. I. IV, 19, p. 98, pone la nascita di Simone dopo la morte di Giordano, suo fratello, ossia nel 1092. Il 26 aprile di questo anno, Giordano, come risulta da un atto di donazione fatta dal conte Ruggero al monastero di S. Agata di Catania, era ancora vivo: cfr, Kehr, Die Urkunden der normannischen-sicilischen Konige, cit., p. 14. Tale data è da preferirsi all’altra segnata nel ‘Necrologium Panormitanum’, ed. Winkelmann, in “Forshungen zur deutschen Gesch.”, XVIII, (1878), p. 474, secondo cui ‘critiques sur quelches diplomes normands de l’Archivio Capitolare di Catania, estr. dal “Bullettino dell’Archivio Paleografico italiano”, N.S., I-III (1956-1957), p. 149.”. In questo passaggio, Pontieri spiega che Simone dovrebbe essere nato da “Adelasia” subito dopo la morte di “Giordano”, altro figlio di Ruggero I d’Altavilla. Sempre il Pontieri, su Simone, a pp. 438-439, nella nota (58) postillava: “(58) Terminata la narrazione dell’assedio di Capua, il Malaterra, I. IV, 26, p. 105, aggiunge, in un’annotazione cronologica curiosa quanto generica: “ibi se impregnavit comitissa Adelasia de comite Rogerio”; in breve, il futuro re Ruggero II sarebbe stato concepito nel 1098 (primavera). Senonchè Romualdo Salernitano, ed. Garufi, p. 236, informatissimo della biografia di Ruggero II, dà elementi cronologici inconciliabili col contenuto della annotazione del Malaterra; infatti, registrata al 1152 (ma al 1154), la morte di Ruggero, egli aggiunge: “mortuus est…anno vite sue quinquagesimo octavo, mensibus duobus, diebus quinque, vicesimo septimo die mensis Februari, anno regni sui vicesimo IIII, anno Dominice incarnationis MCLII, Indic., I.”; di modo che, fondando i calcoli su questi elementi anagrafici, che collimano con quelli delle fonti, Ruggero II sarebbe nato il 22 dicembre 1095, e cioè poco più di due anni dopo suo fratello Simone. Questa data viene accettata sia dall’Amari, Musulmani, cit., vol. III, p. 199, che dallo Chalandon, op. cit., vol. I, p. 352-53. e dal Caspar, Roger II, cit., pp. 21-22. Rimane però inspiegabile la bizzarra nota del Malaterra etc…”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, parlando del Gran Conte di Sicilia, Ruggero I d’Altavilla, sposo di Adelaide del Vasto, a p. 227, in proposito scriveva che: Pure qualche atroce dolore non risparmia il suo cuore paterno: la moglie del figlio prediletto, sia pur ribelle una volta (L. III, cap. 36), dell’erede Giordano (L. IV, cap. 18). Ma Dio consola di lì a poco il Conte, perchè Adelasia gli dà il piccolo Simone, sul cui capo egli può riporre le sue speranze e conservargli il ricordo di un passato di lavoro e di stenti, dal quale è germinata la potenza presente (capitolo 19). Ecc..”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a pp. 417-418, parlando e riferendosi a Policastro, sulla scorta dell’Ughelli e del Telesino (…), scriveva: “Ma il Conte Ruggieri avendolo ampiamente ristorato, e rifatto, a Simone suo figlio bastardo lo diede. Il citato Ughellio ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta. Ed è acciò distintamente veggasi, che questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; e dell”Abbate Telesino, nel principio del libro I’ ce ne fu lasciata memoria con le seguenti parole:  “Huic quippe (cioè Ruggiero Juniore) unicus erat frater primogenitus nomine Simon, qui Patri obituro successurus erat.”. E poco dopo aggiungeva che: “Factum est autem dum Simon Genitorque Rogerius vi numinis ad extrema pervenissent, Rogerius minimus ad potiendum Comitatum haeres succedit.”. Anche la ‘Cronaca di F. Corrado’ ce ‘l disse così: “Post hunc Simon ejus primogenitus filiorum Regnum eccepit, qui per paucos vixit annos”. Del Simone Signore di Policastro, che fu il Bastardo, spessissima menzione si trova fatta in ‘Falcando nella storia Sicola’ nè tempi di Re Guglielmo; e di lui, come di giusto, potente nimico aveva Majone tutto il possibil timore. Ecc…”. Ecco ciò che scrive l’Antonini su Simone figlio di Ruggero I d’Altavilla.

Antonini, p. 417

(Fig….) Pagine n. 416-417, tratte dalla ‘Lucania’ dell’Antonini (…), Discorso X, parte II

Simone del Vasto, Conte di Policastro, figlio illegittimo o ‘bastardo’ di re Ruggero II e suo figlio Ruggero Sclavo

Isidoro La Lumia (…), nel suo “Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono”, a p. 49, ci parla di Tancredi e di Simone al tempo di re Guglielmo I. La Lumia, scrive che:

La Lumia, su Sclavo nipote di Simone e cugino di Tancredi

La Lumia (…), dice che nella rivolta del Bonello, la congiura ordita da alcuni Baroni Normanni contro re Guglielmo I, si presentarono nel Palazzo del Re a Palermo, uno dei capi della rivolta, Ruggiero Sclavo, nipote di re Guglielmo I e figlio ‘Bastardo’ del Conte Simone, si presentò al cospetto del Re Guglielmo, suo zio, insieme a suo cugino Tancredi. La Lumia (…), scrive che uno dei capi della rivolta baronale del 1161 era un certo Ruggero Sclavo (in latino Rogerius Sclavus), (XII secolo – post 1177), era uno dei capi della rivolta del ‘Bonello’ ed era figlio ‘bastardo’ (illegittimo) di Simone ed era “nipote del Re”. Dunque, secondo il La Lumia, il Simone della ‘rivolta del Bonello’, era fratello del Re Guglielmo I. Simone, sposò Tomasia e secondo la cronaca medievale anonima attribuita ad Ugo Falcando, fu un personaggio di primo piano del suo tempo, quando le gesta di “Symon comes Policastrensis” assieme a quelle di “Robertus comes Lorotelli regis consobrinus” e di “Ebrardus comes Squillacensis”, sono poste in evidenza nell’ambito delle tumultuose vicende che caratterizzarono gli anni attorno alla metà del secolo XII, quando i tre baroni parteciparono alla ribellione contro il re Guglielmo I il Malo (1154-1166). Il Simone che per il Fazello (…), è il Simone della ‘Rivolta del Bonello’ contro il re Guglielmo I del 1161 e, figlio del Marchese Enrico del Vasto e di Flandina d’Altavilla (…), è Simone del Vasto, figlio del Marchese Enrico del Vasto, sposato con Flandina d’Altavilla, figlia di re Ruggero I. Lo studioso coevo, Carlo Alberto Garufi (…), ha ritenuto che Simone del Vasto (detto anche Simone di Butera, Simone d’Altavilla, Simone di Policastro, Simone Aleramico (Sicilia, ante 1137 – Sicilia, 1156), Conte di Paternò e Signore di Cerami), fosse figlio di Enrico del Vasto e di Flandina d’Altavilla figlia di Adelaide del Vasto e di re Ruggero I. Secondo il Garufi (…), Simone del Vasto, alla morte del padre, divenne il capo degli ‘Aleramici’ di Sicilia e il conte dei Lombardi di Sicilia. Secondo le cronache, la madre di Simone del Vasto, era Flandina d’Altavilla che era la  figlia primogenita di Ruggero I d’Altavilla, nata dal primo matrimonio con Giuditta d’Evreux e, quindi Flandina era anche la sorellastra di Ruggero II, nato invece dall’unione con la terza moglie di re Ruggero I, Adelaide del Vasto (Adelasia). Enrico e Flandina ebbero due figli, Simone e Matilde. Simone del Vasto (o Simone d’Altavilla, o Simone di Butera) fu conte di Policastro e conte di Paternò. Alla morte del padre, Simone prese il suo posto come capo degli aleramici siciliani e dei lombardi di Sicilia. Le cronache, confermano ciò che ha sostenuto Agostino Inveges (…), e il Giannone (…), che Tancredi Principe di Bari, o di Taranto fosse figliuolo d’una concubina di Ruggiero (a), poichè questi come si disse fu suo figliuol legittimo, natogli da Albiria (Elvira di Castiglia) sua prima moglie. Tancredi di Taranto e Guglielmo e cioè che essi erano figli legittimi (e non naturali o ‘Bastardi’ come sosteneva il Fazello) di re Ruggero II d’Altavilla e di ‘Albiria’ (Elvira di Castiglia, prima sua moglie). Le cronache parlano di un Simone che era un figlio naturale (illegittimo per la successione dinastica, dunque ‘Bastardo’) di Ruggero II di Sicilia (Ruggero II d’Altavilla). Primo Conte di Policastro fu Simone, detto il ‘Bastardo’. Scrive il Fazello (…) che: “Erano a quel tempo tra i primi signori e più stimati, Roberto di Loricelli consobrino del re, Simone conte di Policastro ed Eberardo conte di Squillaci…”, i quali ordirono una congiura contro Majone, ammiraglio di re Guglielmo I, che fu ucciso da Matteo Bonello, il quale fu poi perdonato dal re Guglielmo I detto il Malo, che invece incarcerò altri congiurati come il principe Simone conte di Policastro e suo fratellastro che più tardi, nel 1161, partecipò alla ‘congiura del Bonello’ contro il re Guglielmo.

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(Fig….) Tommaso Fazello (….), passo tratto da Remigio Fiorentino Deca II, Libro VII, Cap. IV, p. 115

Falcando, su Simone, p. 21

(Fig….) Ugo Falcando (…), p. 21, dove si parla di ‘Symon Comes Polycastrensis’ e dell’altro potente Conte “Comes Lorotelli Polycastrensis Squillacensis”, e le congiure contro re Guglielmo I.

Simone del Vasto, sua moglie Tomasia e i loro figli Manfredi, Alessandro e Guglielmo di Policastro e suo figlio illegittimo Ruggiero Sclavo

Simone del Vasto, sposò la contessa Tomasia e a lui seguì suo figlio secondogenito Manfredi, di cui ci rimangono un atto dell’aprile 1154 ed un altro del dicembre 1158. Le cronache medievali riferiscono che Simone avrebbe avuto anche un figlio naturale detto “Rogerium Sclavum filium comitis Symonis spurium” (p. 63 del Liber di Falcando) che, dopo aver occupato i possedimenti paterni nel 1161 (…) ed aver tentato di resistere all’assedio postogli dal re Guglielmo, sarebbe successivamente esulato “ultra mare” con il consenso del sovrano (…). Secondo il La Lumia (…), uno dei capi della ‘Rivolta del Bonello’ ai tempi di re Guglielmo I, era Ruggero Sclavo, figlio illegittimo di Simone.

Falcando dal Del Re, parla di Ruggero Sclavo e di Simone.JPG

(Fig….) Ugo Falcando (…), su “Ruggiero Sclavo” ed il Principe Simone, suo padre, passo tratto dal Del Re (…), p. 326.

Ecco cosa scriveva il Di Meo (…), a p. 268, parlando di Simone e di Ruggero Sclavo suo figlio, nell’anno 1161, in occasione della ‘Rivolta del Bonello’:

Di Meo, sul Principe Simone, p..JPG

Dunque, per il Di Meo (…), Simone “che diceasi Principe”, era il fratellastro di Re Guglielmo I detto il Malo e Ruggero Sclavo, figlio del Principe Simone, Tancredi figlio del Duca ecc.. Di quale Simone? Del Simone che partecipò alla congiura contro il Re e che era lo zio di un altro congiurato, di Tancredi. Il La Lumia (…), che sulla scorta di Ugo Falcando (…), scrive che Simone del Vasto aveva un figlio naturale (illegittimo) chiamato Ruggiero Sclavo (uno dei capi della rivolta contro re Guglielmo I, suo zio), se ne deduce che Simone del Vasto aveva un figlio chiamato Ruggiero Sclavo (lo scrive il Fazello). Infatti, le cronache e Carlo Alberto Garufi (…), riferisce che Simone del Vasto, ebbe due figli, Manfredo che ereditò i titoli e i possedimenti paterni e Ruggero, figlio illegittimo nato fuori dal matrimonio, come riportato da Ugo Falcando (…), che fu uno dei capi della rivolta baronale del 1160 contro Guglielmo I di Sicilia. Ruggero Sclavo era il figlio illegittimo di Simone del Vasto, conte di Butera, di Paternò, di Policastro e signore di Cerami. Ruggero Sclavo apparteneva quindi ai Del Vasto, ramo degli Aleramici, ed era fratellastro di Manfredo del Vasto, e nipote della normanna Flandina d’Altavilla, figlia di re Ruggero I gran conte di Sicilia. Pochi mesi dopo la ‘Rivolta del Bonello’, Ruggero Sclavo, alleatosi con Tancredi d’Altavilla, il futuro IV re di Sicilia, fomentò una seconda ondata antisaracena. Ruggero si scagliò, insieme ai lombardi, contro i musulmani dell’isola: saccheggiarono il territorio e fecero un massacro della popolazione di religione islamica, sia che vivesse in città insieme ai cristiani, sia che vivesse nei villaggi dei dintorni. Come scrive il cronista dell’epoca Romualdo Guarna (…), detto il “Salernitano”, nel Chronicon sive Annales:

« cepit seditionem in Sicilia excitare, terram de demanio regis invadere et Sarracenos ubicumque invenire poterat trucidare ».

Ruggero Sclavo, come Tancredi, rientrò in Sicilia dopo la morte del re 1166 ed era ancora documentato in vita nel gennaio 1177. Riguardo il Simone del Vasto, lo scrittore Guido Di Stefano (…), nel suo, Monumenti della Sicilia Normanna, a p. 96, sulla scorta del Garufi (…), parlando di alcuni monumenti della Sicilia ed in particolare della chiesa di S. Maria la Cava (Tavv. 185-186) ad Aidone, scriveva in proposito: “…appare già entrata nell’uso per quel territorio la designazione di ‘longobardorum’; con espressione eguale a quella di Falcando, laddove (ed. cit. p. 70) racconta come nel 1061, Ruggero Sclavo “Buteriam, Platiam caeteraque Longobardorum oppida, quae pater eius (Simone di Butera, figlio di quel conte Enrico di Paternò che fu detto “conte dei paesi lombardi”) tenuerat occupavit”. E’ perciò probabile che la chiesa di S. Maria la Cava (o del Piano) risalga a quel tempo, anche se deve considerarsi errato il riferimento ad essa di un documento del 1134 che l’attribuirebbe alla contessa Adelicia (v. Pirro e White).”. Anche il De Stefano, postillava che il White (…), metteva in dubbio il documento del 1134, pubblicato dal Pirro (…)(vedi immagine). Il Di Stefano (…), a p. 95, sugli Aleramici, postillava che: “Sulla colonizzazione “lombarda” vedi: M. Amari, Storia Mus., cit. III, pp. 218-239 e C.A. Garufi (…), Gli Aleramici e i Normanni in Sicilia e nelle Puglie, in Centenario della nascita di Michele Amari, vol. I, p. 47 sgg. è però sempre utile lo spoglio degli indici del Salernitano e del Falcando ecc..”. Sempre a proposito di Simone, nello stesso testo del Di Stefano (…), troviamo nell’Appendice, a cura di F. Giunta, ‘Altre testimonianze documentarie sull’attività edilizia nella Sicilia normanna, sulla scorta di Cusa (…), p. 558, scriveva in proposito: “Il Conte Simone concede al monastero di S. Maria di Licodia facoltà di costruire un casale.”.

Nel 1161, Ruggero “Sclavo”, figlio naturale di Simone del Vasto o Simone di Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o Paternò- Butera

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a pp. 435-436, in proposito scriveva che: “Legata alla Corona, la Casa aleramica di Sicilia conservò la sua potenza e prosperità finchè durò questa solidarietà. Tre generazioni dopo il conte Enrico, i buoni rapporti si alterarono: fu nella contea di Butera che le animosità fra lombardi e arabi esplosero, fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale, gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Sclavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54), Ruggero, privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’innamorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Pontieri, a p. 436, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Pontieri scriveva che Ruggero Sclavo era figlio naturale di Simone del Vasto o Simone Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o conte di Paternò-Butera. Dunque, Ruggero Sclavo era nipote di Enrico del Vasto. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 436, in proposito scriveva che: “…fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Slavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54). Ruggero privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’inonorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero Sclavo, (in latino Rogerius Sclavus), (XII secolo – post 1177), è stato un nobile del Regno di Sicilia nel XII secolo, uno dei capi della rivolta baronale del 1161 contro Guglielmo I di Sicilia. Ruggero Sclavo era il figlio illegittimo di Simone Del Vasto, conte di Butera, di Paternò, di Policastro e signore di Cerami. Simone era a sua volta figlio di Enrico del Vasto e di Adelaide. Ruggero Sclavo era figlio illegittimo di Simone del Vasto, conte di Policastro. Ruggero apparteneva quindi ai Del Vasto, ramo degli Aleramici, ed era fratellastro di Manfredo del Vasto, e nipote della normanna Flandina d’Altavilla, figlia di Ruggero gran conte di Sicilia. Nel marzo 1161 fallì la rivolta popolare promossa a Palermo da Matteo Bonello contro il re Guglielmo I e i musulmani che ancora vivevano in Sicilia, considerati usurpatori. Alcuni degli sconfitti si rifugiarono nei territori aleramici dell’isola abitati da lombardi (Butera, Piazza Armerina), immigrati nell’isola al seguito dei del Vasto. Ruggero Sclavo, come Tancredi, rientrò in Sicilia dopo la morte del re 1166 ed era ancora documentato in vita nel gennaio 1177.

Simone del Vasto, conte di Monte Sant’Angelo

Pierre Aubè, nel suo, Roger II de Sicilie (….), parlando di un certo Simone conte di Monte Sant’Angelo, scriveva in proposito che: “il conte Roberto, figlio di Riccardo, conte di Boiano, e infine Simone, conte di Monte Sant’Angelo, cugino del re, in quanto figlio del Conte Enrico, zio acquisito di Ruggero II, da cui ha ereditato le rare qualità di statista e condottiero.”. Aubè si riferiva dunque ad un Simone cugino di re Ruggero II e figlio dello zio acquisito di re Ruggero II, ovvero Simone del Vasto, figlio di Enrico del Vasto, fratello della della terza moglie di re Ruggero I, Adelaide del Vasto, la madre di re Ruggero II. Nel febbraio 1137, l’Imperatore tedesco Lotario III, in guerra contro re Ruggero II di Sicilia, cominciò a spostarsi verso il Sud e fu raggiunto da Rainulfo e dai ribelli. Aubè (…), sulla scorta del cronista dell’epoca Falcone Beneventano (…), continua a p. 235, su Simone del Vasto, Conte di Policastro (che ereditò dal padre Enrico), e cita un episodio in cui l’Imperatore Lotario III: “L’8 maggio è a Monte Sant’Angelo, dove fa man bassa sul tesoro del conte Simone, cugino di Ruggero II.”. Quindi, Simone del Vasto, nel 1137, era un fedelissimo di re Ruggero II, oltre che suo cugino.

Nel 1143, Guglielmo, figlio di Simone, conte di Policastro, e di Thomasia

In merito alle connessioni esistenti tra le vicende feudali di Policastro e la discendenza dei conti di Paternò, le cui origini risalivano a quelle lombarde di Enrico, alcune notizie ci provengono attraverso le vicende del giustiziere di Valle Crati Alessandro di Policastro, a cui possono essere riferite quelle di Guglielmo di Policastro, figlio di Simone conte di Paternò. Guglielmo, figlio eufemio (benedetto) del conte Simone e della contessa Thomasia sua moglie, compare nel menzionato atto dell’agosto 1143 quando, assieme a loro, effettuò alcune donazioni al monastero di Santa Maria di Licodia. Atto che fu sottoscritto anche da “Rogerius filius comitis” e da “Manfredus filius comitis”, in qualità di testi. Guglielmo di Policastro risulta menzionato ancora in un atto del 1166, quando sappiamo dell’esistenza di una sua casa (οἴϰου γουλιάλμου παλεουϰάστρου) nella “Galca” (γάλϰας) di Palermo, vicina a quella di altri importanti dignitari della corte. Alessandro di Policastro, figlio di Guglielmo, compare invece per la prima volta, in un atto del giugno 1199, dove troviamo: “domino Alexandro filio Guillelmi regiis justitiariis”. Il giustiziere Alessandro fu un personaggio importante in Calabria durante il dominio svevo e tra i suoi discendenti, ebbe i figli Enrico, Simone e Roberto che fu vescovo di Catanzaro. Oltre a loro, i documenti dei primi anni del Duecento, evidenziano la presenza anche di altri componenti di questa casata, come testimoniano alcuni atti relativi alle abbazie cistercensi di Santa Maria della Sambucina e di Sant’Angelo de Frigillo. Salvatore Tramontana (….), nel saggio “Ruggero I d’Altavilla, il Cavaliere, l’Uomo, il Politico”, in “Ruggero I e la provincia Melitana” a cura di Giuseppe Occhiato, a p. 18, in proposito scriveva che: “Ruggero I – che nel 1089 sposava in terze nozze Adelasia del Vasto, figlia del piemontese marchese Aleramico – riusciva a far sposare le figlie, alle quali elargiva consistenti doti, con esponenti delle famiglie principesche più potenti del tempo. Maximilla, per esempio, andava sposa a Coloman, re d’Ungheria, Costanza a Corrado, figlio di Enrico I, imperatore del Sacro Romano Impero, Matilde a Raimondo IV di Saint-Gilles, conte di Tolosa, Flandina al conte Aleramico, fratello di Adelasia, Emma promessa a Filippo I re di Francia, accettava poi di contrarre matrimonio con Guglielmo III, conte di Clermont.”. Da Wikipedia leggiamo che Oltre ad Adelaide, si trasferirono in Sicilia, anche due sorelle, che sposarono due figli illegittimi di Ruggero, Giordano e Goffredo, mentre il fratello Enrico sposò Flandina, figlia di Ruggero e Giuditta d’Evreux, e divenne conte di Paternò e Butera e capo degli Aleramici in Sicilia. Suo figlio Simone, conte di Butera e di Policastro, ebbe un figlio legittimo Manfredo e uno illegittimo, Ruggero, ma la linea maschile del ramo siciliano si estinse nel corso del XII secolo. Manfredo del Vasto, detto anche Manfredi del Vasto o Manfredi di Mazzarino (Sicilia, ante 1143 – Sicilia, 1193), fu barone di Mongiolino, conte di Butera, di Paternò e di Mazzarino. Figlio di Simone del Vasto e nipote di Enrico del Vasto e di Adelaide del Vasto, moglie del Gran Conte Ruggero, alla morte del padre, divenne il capo degli Aleramici di Sicilia e il conte dei Lombardi di Sicilia. Manfredo prese in moglie Beatrice, figlia di Oddone de Arcadio (o di Arcadio).[1] Secondo il Mugnos, Manfredo ebbe un figlio, Giovanni[2], che ne ereditò i feudi e per primo fu chiamato di cognome Mazzarino dal nome del possesso, considerabile così il capostipite dell’omonima famiglia.[3] Come riporta Vito Amico Giovanni si ribellò a re Giacomo II di Aragona che lo privò di tutti i suoi beni, e morì annegato nel 1286 insieme a Gualtieri di Caltagirone, mentre il possedimento di Mazzarino passò nel 1288 al messinese Vitale di Villanova.[1]

Nel 1154, Matteo di Salerno (Matteo d’Aiello), cancelliere del Regno

Matteo è documentato come notaio della cancelleria normanna (notarius domini regis) dal 1154 al 1160. In questo periodo era al seguito di Maione di Bari che reggeva le redini dello stato in vece del poco presente re Guglielmo I. Il suo legame con Maione, anch’egli di origini non nobili, diventò sempre più stretto e l’ammiraglio gli affidò incarichi sempre più importanti: nel 1156 Matteo partecipò alla redazione del trattato di Benevento insieme al vescovo di Salerno Romualdo II Guarna. Maione, inviso alla nobiltà normanna che lo accusava di usurpare il governo del regno, nel 1159 cadde vittima di una congiura capeggiata da Matteo Bonnel; Matteo da Salerno riuscì a sfuggire all’agguato mentre il re Guglielmo venne prima fatto prigioniero e poi reinsediato dal popolo. Il sovrano richiamò a corte Matteo e gli affidò l’incarico di ricompilare alcuni registri (tra cui il Catalogus baronum) che erano andati distrutti durante la sommossa. La stima del re per Matteo era tale che il funzionario nel 1166 compare come magister notarius ed in seguito gli fu affidato il governo dello stato insieme a Riccardo Palmer, al vescovo eletto di Siracusa ed al caid Pietro, un musulmano. Alla morte di Guglielmo (1166), secondo le ultime volontà di quest’ultimo, Matteo fece parte (con il gaito Pietro e con il vescovo di Siracusa Riccardo), del consiglio che affiancava la regina Margherita nella conduzione del regno, essendo il figlio Guglielmo non ancora maggiorenne. Tuttavia la regina, diffidando dei feudatari e del consiglio, preferì farsi circondare da alcuni suoi familiari: suo fratello, Enrico, giunse subito dalla Navarra ed ebbe il feudo di Montescaglioso; ma soprattutto suo cugino, Stefano di Perche, fu nominato cancelliere del regno, generando i risentimenti della corte ed in particolare di Matteo che aspirava a quel titolo. Alla fine i favoritismi verso i navarresi e i francesi finirono per infastidire anche la parte musulmana della corte che fino ad allora aveva goduto del favore del re grazie ai propri meriti e alle proprie capacità. Stefano di Perche, avvertendo i pericoli di una congiura, fece arrestare molti dei funzionari della corona tra cui anche Matteo; tuttavia quest’ultimo, dal carcere, riuscì comunque ad organizzare una sommossa che costrinse Stefano di Perche a lasciare la Sicilia nel 1168. Si formò quindi un nuovo gabinetto di dieci familiares regis, ovvero di consiglieri, tra cui figuravano, oltre a Matteo, il navarrese Enrico di Montescaglioso (fratello della regina), Riccardo Palmer, Romualdo Guarna e Gualtiero (a volte, erroneamente detto Offamilio) (precettore del giovane re) che fu eletto arcivescovo di Palermo. Dal dicembre 1169 Matteo compare nei documenti come vicecancelliere. Alla morte di Guglielmo II senza eredi il Regno precipitò nel caos a causa della guerra tra i pretendenti al trono: ovviamente Matteo, anche se già anziano e malato di gotta, si schierò con Tancredi di Lecce. In particolare la propaganda di Matteo contro Ruggero di Andria danneggiò quest’ultimo e assicurò a Tancredi la corona. Inoltre furono le esortazioni di Matteo che portarono il papa Clemente III a sostenere la causa del principe normanno contro l’imperatore Enrico VI. Per questi motivi Tancredi elesse Matteo a cancelliere, il primo dopo la cacciata di Stefano di Perche nel 1168. La salute di Matteo continuò a peggiorare e la morte lo colse nel 1193. Egli lasciò due figli, Riccardo e Niccolò, che ebbero una certa influenza nella vita del regno e continuarono la politica anti-sveva del padre.

Nel 1160-61, la Rivolta del Bonello

Da Wikipedia leggiamo che Il rapporto tra il re Guglielmo ed i nobili feudatari tornò presto a incrinarsi dopo che si sparse la voce che l’ultimo baluardo siciliano in Africa, la città di Mahdia, era stata conquistata dalla dinastia musulmana berbera degli Almohadi (gennaio 1160). La perdita dei territori d’Africa, che rendeva assai più problematici i traffici commerciali nel Mediterraneo, fu imputata all’admiratus del Regno, Maione di Bari, che avrebbe abbandonato la città senza colpo ferire, mentre questi spergiurava che l’ordine gli era stato imposto dal re. Guglielmo fu così costretto a contattare i nobili più scontenti che già minacciavano atteggiamenti di disobbedienza. La tradizione narra che Matteo Bonello fedele inizialmente alla corte di Palermo fu inviato in Calabria come ambasciatore del re Guglielmo, per cercare una soluzione diplomatica alle controversie con la nobiltà locale. Durante la missione avrebbe cambiato orientamento e voltando le spalle agli Altavilla si sarebbe messo a capo di una rivolta composta dalla nobiltà calabrese e pugliese. Di sicuro Bonello aveva particolarmente in odio l’ammiraglio del regno Maione, i vicari del re e gli emiri di origine araba che a loro volta godevano della piena fiducia del sovrano. Comunque poté godere in Sicilia dell’appoggio anche di diversi baroni, ma soprattutto della benevolenza popolare perché la corte era oramai considerata ostile ed invisa a larghe fasce della popolazione. Il 10 novembre del 1160 giunse sino a Palermo e nelle strade della capitale siciliana catturò e giustiziò in pubblico Maione di Bari fra il giubilo dei popolani. Una tradizione popolare vuole che Maione fosse stato ucciso davanti al palazzo arcivescovile, dove ancora oggi sul portone d’ingresso si troverebbe infissa l’elsa della spada del Bonello. Il re Guglielmo fu costretto, per placare la rivolta a dichiarare che non avrebbe arrestato Bonello. Ma la resa dei conti era solamente rimandata, poiché, uccidendo l’ammiraglio Maione, il Bonello si era inimicato una parte influente della corte siciliana. Successivamente Bonello si ritirò nel castello di Caccamo (PA) da dove nel marzo del 1161 organizzò una congiura contro lo stesso Guglielmo. Catturato ed imprigionato il sovrano, fu dichiarato decaduto e venne proclamato re il figlio Ruggero, peraltro ancora di minore età. La rivolta tuttavia divenne una sommossa incontrollata, vennero trucidati diversi membri della corte e fu avviata una caccia ai musulmani che, considerati usurpatori, vennero massacrati a decine. I palazzi reali vennero saccheggiati e dati alle fiamme con la distruzione di un cospicuo patrimonio economico ed artistico (fra tutti il planisfero realizzato dal geografo arabo Idrisi per Ruggero II). La congiura prevedeva infine la conquista di Palermo, ma Bonello per motivi oscuri non mosse le proprie truppe. Questo gli costò la perdita del controllo dell’insurrezione e, in seguito ad un tradimento, venne arrestato da re Guglielmo, nel frattempo ritornato sul trono, nel suo stesso castello a Caccamo. La tradizione popolare parla di atroci torture ai danni di Bonello: sarebbe stato sfigurato e rinchiuso sino alla morte nei sotterranei dello stesso castello. Fallita la rivolta popolare a Palermo, alcuni degli sconfitti si erano rifugiati nei territori aleramici dell’isola (Butera, Piazza Armerina); Ruggero Sclavo, appena nominato conte di Butera, alleatosi con Tancredi, conte di Lecce e futuro re di Sicilia, scagliò i suoi uomini contro i saraceni: saccheggiarono il territorio e fecero un massacro della popolazione araba. Il re rispose mettendo insieme un esercito di Saraceni e si diresse verso Piazza Armerina e Butera, che conquistò e rase al suolo; i rivoltosi si arresero (estate 1161). Guglielmo I lasciò salva la vita a Tancredi e a Ruggero, ma li confinò fuori dal Regno: Tancredi riparò a Bisanzio, Ruggero forse si recò in Terra santa. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a pp. 435-436, in proposito scriveva che: “Legata alla Corona, la Casa aleramica di Sicilia conservò la sua potenza e prosperità finchè durò questa solidarietà. Tre generazioni dopo il conte Enrico, i buoni rapporti si alterarono: fu nella contea di Butera che le animosità fra lombardi e arabi esplosero, fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale, gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Sclavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54), Ruggero, privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’innamorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Pontieri, a p. 436, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Ruggero II d’Altavilla e di Sicilia, a p. 119, in proposito scriveva che: “Morto nel 1154 il re Ruggiero, gli successe il figliuolo Guglielmo che regnò fino all’anno 1166. Sotto di lui avvenne una fiera rivolta di alcuni baroni nelle Puglie e nel Principato alla quale prese parte Ruggiero conte di Avellino che aveva sposato Fenicia di Sanseverino. Costui nel 1162 riuscì a fuggire mentre la contessa Fenicia fu in Avellino presa prigioniera e condotta a Palermo, da dove riuscì a salvarsi dipoi con suo figlio Guglielmo Sanseverino avuto in prime nozze con Arrigo Sanseverino barone del Cilento (3). In tale epoca Guglielmo Sanseverino era già successo a suo padre Arrigo nella contea di Sanseverino e nella baronia del Cilento, feudi che perdette per la fuga dal reame e che vennero dati al cugino Roberto Sanseverino conte di Caserta. Etc…”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (1) postillava che: “(1) Giannone, vol. 3°, pag. 69”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (2) postillava che: “(2) Giannone, vol. 3°, pag. 70”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Anno X, pag. 275. Egli riporta questa notizia dal Falcando.”.

Nel 1155, Simone di Policastro ‘Contestabile del Regno’, durante una Congiura contro Asclettino, Ammiraglio di re Guglielmo I detto il Malo

E quì si inseriscono alcuni fatti di cronaca raccontati da alcuni cronisti dell’epoca come ‘Romualdi Salernitani’ (Romualdo Guarna Arcivescovo di Salerno (…)), che vedono protagonista il principe Simone, conte di Policastro e ‘Connestabile’ di re Guglielmo I detto il Malo. La sua personalità e i fatti a lui relativi sono noti attraverso gli scritti di Romualdo Guarna Salernitano (…) e Ugo Falcando (…), cronisti contemporanei che in quegli anni frequentarono la Corte di Palermo e quindi da considerarsi testimoni oculari e attendibili degli eventi narrati. Simone Conte di Policastro, ne parlano le cronache al tempo di re Guglielmo I detto il Malo, che dopo la morte di suo padre re Ruggero II d’Altavilla, dovette fronteggiare diverse situazioni. Le cronache del tempo, ricordano Simone, Conte di Policastro che ebbe un ruolo importante in due diverse ongiure di palazzo contro re Guglielmo I: la congiura contro Maione, primo ministro di Re Guglielmo e, la ‘rivolta del Bonello’. Nel 1155 Tancredi di Lecce, cospirò con altri nobili contro il re Guglielmo I (suo zio e padre di Guglielmo II detto il Buono), il quale l’anno dopo sedò la rivolta con le armi e mandò in catene Tancredi e suo fratello Guglielmo. Tancredi rimase alcuni anni a Costantinopoli e ritornò in Sicilia solo nel 1166 dopo l’assunzione del trono da parte di Guglielmo II detto il Buono (Guglielmo il Buono). Il Cataldo (…), traeva alcune notizie su Policastro dal “Marchese di Giarratana” ( come lo chiama anche l’Antonini), che nel 1700, fu pubblicato dal Muratori (…). Il ‘Manoscritto del Marchese della Giaratana’ (…), fu citato più volte dall’Antonini (…), che così chiama questo manoscritto che fu è scritto da Settimo (Girolamo), Marchese della Giarratana che possedeva (forse a Palermo) una grande biblioteca e raccolta di antichissimi documenti. Pare che in questo antico manoscritto vi si il regesto di Pier delle Vigne, segretario di Federico II di Svevia. In questo manoscritto, si fa la coronaca del periodo Svevo in Sicilia e nell’Italia Meridionale. Anche in questo caso, rileggendo la citazione che fa l’Antonini del ‘Marchese della Giarratana’, si fa riferimento a Simone il fratello primogenito di re Ruggero II, ambedue fratelli e figli del Conte di Sicilia Ruggero I. Nel 1155, mentre il Regno era minacciato dalla discesa in Italia di Federico Barbarossa e la Puglia veniva invasa dalle forze dell’imperatore bizantino Manuele Comneno alleato dei baroni ribelli al re Guglielmo I detto il Malo, il cancelliere Asclettino venne inviato dal re in Puglia con Simone di policastro per fronteggiare l’invasione. Testimonia il cronista del tempo Ugo Falcando (…), che la situazione era così incerta e ambigua che ovunque si diffondevano sospetti e timori e non si capiva chi parteggiava per il re e chi per i ribelli. Particolarmente ambigua fu il comportamento dell’ammiraglio Maione (primo ministro di re Guglielmo I) che, fingendo di appoggiare il re, tramava per prendere il dominio dei territori. Fu Maione che ordinò ad Asclettino di convocare a Capua il barone ribelle Roberto di Loritello, e di intimargli di deporre le armi e sciogliere l’esercito; ma il conte non abboccò al tranello tesogli e si rititrò in Molise continuando la guerra. Poco dopo avvennero delle intemperanze tra gli uomini di Asclettino e quelli di Simone; la cosa si trascinò al punto che il conflitto coinvolse anche i due comandanti che si rivolsero parole ingiuriose; Asclettino allora scrisse al re mettendololo in guardia da Simone, il quale – secondo la sua ricostruzione dei fatti – avrebbe tradito e fatto fallire il tentativo di catturare Roberto di Loritello; l’ammiraglio Maione, confermando questa tesi, rincarò la dose aggiungendo anche accuse di complotto contro il re e così determinò la caduta in disgrazia di Simone. Per sgombrare il campo da possibili concorrenti, Maione ordì anche contro Asclettino istigando questa volta Simone di Policastro ad accusare il cancelliere davanti a Guglielmo I di diversi crimini, tra i quali quello di aver complottato contro il re stesso. Nel 1156, Asclettino che rientrava a Palermo, si difese coraggiosamente, dicendosi pronto a rispondere ai singoli capi di imputazione, ma non gli sarebbe stato consentito di esibire le sue prove difensive. Venne dunque deposto ed incarcerato in una torre. Morì qualche tempo dopo nelle carceri di Palermo. Il Cataldo (…), sulla scorta del Falcando e del Fazello (…), scriveva che: Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit”. Quindi, questo Simone di Policastro, secondo il Cataldo (…), visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere”. Infatti, Pino Rende, scrive che il Falcando (…),  ci informa che liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”. Tommaso Falzello (…), nella traduzione di Remigio Fiorentino, sostiene che: “..si incominciò a dire che il conte Simone era ingiustamente ritenuto in carcere; e si spargevan alcune voci per le quali si conosceva ch’egli era chiesto che fosse liberato. L’Ammiraglio,…..cavò di carcere il conte Simone per  comandamento del Re: dopo la cui liberazione parve, ch’ei si mutasse in maniera che…”. Poi il Fiorentino, postillava che: “un poco più sotto dice il Fazello che il conte Simone morì per buona fortuna in viaggio di morte naturale…..

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Fazello, p. 127

Fazello, p. 128.JPG

(Fig….) Tommaso Fazello (….), passo tratto da Remigio Fiorentino, Deca II, Libro VII, Cap. IV, p. 115 e s.

La Chronaca del Falcando (…), ci parla di “Symon Comes Policastrensis”, a proposito di Majone, odiato ministro di Re Guglielmo I detto il Malo, figlio di re Ruggero II d’Altavilla. Il Falcando (…), racconta di una congiura ordita contro il grande Ammiraglio e Ministro del Regno Majone, a cui partecipò il fratellastro di re Guglielmo I, insieme ad ad altri personaggi eminenti del Regno. Con Guglielmo I, Maione, fu primo ministro e probabilmente la persona più potente del regno dopo il re stesso. Inviso alla nobiltà siciliana ed al clero, su Maione ricaddero le responsabilità delle rivolte del 1156 e di quelle del 1160 contro la corte normanna, di cui parleremo.  Di Simone, ne parlano le cronache come di un feudatario connestabile di Re Guglielmo I che fu imprigionato perchè si sospettasse avesse partecipato ad una congiura. Secondo Donald Matthew (…), nel suo ‘I Normanni in Italia’, a p. 74-76, parla di un Simone, Conte di Policastro, dettoconnestabile’, a p. 22 parla di Simone, figlio di Ruggero I, il Gran conte, e poi a p. 194, parla di Simone, figlio di Ruggero II.  Donald Matthew (…), nel suo ‘I Normanni in Italia’, a p. 74-76, parla di un Simone, Conte di Policastro, dettoconnestabile’, poi a pp. 22 parla di Simone, figlio di Ruggero I, il Gran conte, e poi a p. 194, parla di Simone, figlio di Ruggero II. Esaminiamo il caso di Simone ‘il connestabile’, Conte di Policastro. Sulla scorta di Ugo Falcando (…), sappiamo che in seguito, Simone,  liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”. Giuseppe Cataldo (…) nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, un dattiloscritto inedito del 1973, a p. 29, parlando di Policastro, scriveva che: Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit”. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria. Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154, subiva la distruzione da parte del Barbarossa.. Il Matthew (…), ci parla di Simone di Policastro, in occasione delle lotte di Guglielmo I, per la conquista del Regno di Sicilia e dei possedimenti del padre Ruggero I d’Altavilla, il Gran conte, morto e dopo l’assedio di Benevento. Guglielmo I di Sicilia detto il Malo era l’ultimo figlio di re Ruggero II e, a cui si possono riferire gli avvenimenti in cui è implicato questo Simone il Bastardo. Il Matthew (…), forse sulla scorta di Romualdi Salernitani (Romualdo Guarna Arcivescovo di Salerno e cronista dell’epoca) (…) e di Ugo Falcando (…), parlando di Guglielmo I, dopo l’attacco a Tinnis nel delta del Nilo e dopo il saccheggio di Almohadi di Pozzuoli, scrive che: “L’esercito di Guglielmo era anche demoralizzato; uno dei due comandanti, il Conte Simone di Policastro, era stato accusato dall’altro, il cancelliere reale Aschettino, di essere in lega con i ribelli ed era stato mandato prigioniero a Palermo. Quando nel settembre 1155 Guglielmo cadde malato, i fermenti di malcontento esplosero in aperta ostilità in tutta Italia meridionale.”. Poi, il Matthew (…), parlando delle lotte tra Guglielmo e Ruggero II, sulla scorta del ‘Liber de Regno Siciliae’, della cronaca di Romualdi Salernitani (Romualdo Guarna, cronista dell’epoca) (…), scriveva che: “Si ritiene che il ministro Maione di Bari, promosso di recente, temesse che la propria egemonia fosse minacciata dal valore di personaggi eminenti quale il connestabile Simone di Policastro, Roberto di Loritello e il conte di Squillace ecc..”. Sempre sulla scorta del cronista Salernitano (…), il Matthew (…), parlando della rivolta contro re Guglielmo I, scriveva che: Il re fu stupefatto da queste accuse e marciò stupefatto su Butera portando con se il connestabile, conte Simone (conte di Policastro), liberato dal carcere.”.

Del Re, Romualdo Guarna racconta, p. 26.JPG

Lo studioso Salvatore Tramontana, nel suo ‘La Monarchia Normanna e Sveva’ (…), sulla scorta del cronista dell’epoca Ugo Falcando (…), scrive a proposito del conte di Policastro Simone, che in occasione dei tumulti sorti contro il re Guglielmo I, alla morte del padre Ruggero II d’Altavilla: “La situazione era però destinata ad aggravarsi ulteriormente perchè molti feudatari – e specialmente Tancredi conte di Lecce e Simone, figlio bastardo di Ruggero II a cui Guglielmo I aveva negato il diritto sul Principato di Taranto – intendevano spingere l’opposizione fino alla sostituzione o addirittura alla eliminazione fisica del re.”. Dunque, secondo lo studioso Salvatore Tramontana, il Simone Conte di Policastro, era figlio bastardo di re Ruggero II d’Altavilla, a cui re Guglielmo I detto il Malo, aveva negato il diritto sul Principato di Taranto.  Lo storico locale Giovan Battista Del Buono (…), dopo aver scritto che: “Il Re Ruggero, come è stato detto, fatta ricostruire la città di Policastro, la donò al figlio Simone, il quale era nipote della regina Adelaide ed era anche nipote del re Guglielmo.”. Il Del Buono, dunque, parlando di Simone e di Policastro, scrive che il re Ruggero (non dice quale), era nipote della regina Adelaide del Vasto che era la III moglie di re Ruggero I, e quindi il re Ruggero a cui si riferisce il Del Buono non può essere che re Ruggero II, ma il Del Buono si sbaglia perchè Simone, fu un figlio legittimo di re Ruggero I e di Adelaide del Vasto. Re Ruggero II, era un fratello di Simone. Re Ruggero II, non ebbe figli chiamati Simone. Inoltre, il Del Buono scrive anche che questo Simone a cui fu donata la Contea di Policastro, era un nipote di re Guglielmo I. Abbiamo già visto che non è così. Il del Buono, proseguendo il suo racconto, racconta un episodio citato anche da Ebner e che fu tratto dalla cronaca di Romualdo Guarna (…), egli scriveva che: “A questo punto è bene fare una breve annotazione: mentre Guglielmo era a Salerno (1105), gli fu fatta pervenire una lettera dal papa indirizzata al signore di Sicilia, non re, il quale la respinse ed indispettito ordinò ad Asclettino, cancelliere del regno, di muovere contro gli stati della Chiesa, e con lui anche Simone di Policastro. Poichè le cose andarono male furono costretti a ritirarsi per l’insurrezione dei feudatari, e siccome la ribellione non fu domata, Asclittino ne dette la colpa a Simone, che fu imprigionato a Salerno. Allorchè i baroni Siciliani e la popolazione Salernitana insorsero, il re Guglielmo fu costretto a liberare Simone, che a sua volta accusò Asclittino dell’insuccesso e Asclittino fu imprigionato.”. Come abbiamo visto, questo passo è simile a ciò che scriveva l’Ebner (…), che citava e traeva la notizia da Romualdo Guarna (che noi quì pubblichiamo traendola dal Del Re (…)). Ma Romualdo Guarna (…), non parla di Simone di Policastro. La cronaca di Romualdo (…), dice che re Guglielmo I, indispettito dalla lettera di Papa Adriano IV, spedì un esercito ad occupare Benevento (gli Stati della Chiesa).  Il 18 giugno 1156, si giunse all’accordo di Benevento, grazie al quale Guglielmo ottenne l’incoronazione ufficiale da parte del papa Adriano IV (novembre 1156).

Scrive sempre il Del Buono che: “Nel 1127 il re Guglielmo morì senza eredi, e poichè il conte di Policastro Simone era morto nel 1113, e poichè il re Guglielmo non aveva lasciato eredi, Ruggero cugino di Simone e figlio di Ruggero il Gran Conte, aspirava alla successione, e fattosi nominare re della Sicilia e della Calabria, riunì il Mezzogiorno compreso la Sicilia in un solo regno che durò fino ai Borboni.”.

Lo storico Gian Battista Caruso (…), parlando dei tumulti e della congiura scoppiata contro il re Guglielmo I detto il Malo, scriveva a pp. 145-146, che i Baroni (i feudatari che si ribellavano a Guglielmo I: “Ciò stabilmente parve a’ congiurati di confidarne il segreto al Conte Simone fratello bastardo del Re, ed a Tancredi suo nipote, figliuolo del duca Ruggieri, l’uno, e l’altro dè quali, essendo non senza motivo disgustati, e malsoddisfatti, facil cosa sarebbe di trarli nel loro sentimento, e di farli entrare nella stabilita congiura: disgussatissimo, era in vero il Conte Simone dal Re suo fratello; imperciocchè avendo il Re Ruggiero lasciato a lui in retaggio il Principato di Taranto gliene aveva impedito Guglielmo il possesso, essendo che non aveva assignarsi a bastardi in appannaggio un sì nobile Principato posseduto prima da Principi legittimi del Sangue Reale: non meno del Conte Simone era Tancredi suo Nipote ecc…”

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Caruso, p. 146.JPG

(Fig….), Caruso G.B. (…), vol. I, parte II, Libro IV, pp. 145-146

Le cronache dell’epoca ci parlano del Conte di Policastro a causa di un’episodio di ribellione di cui fu accusato il conte Simone. Ma cerchiamo di capirne di più sull’episodio di cui si racconta negli annali. Attraverso il Matthew (…), sulla scorta di alcuni cronisti dell’epoca come Falcone Beneventano e dal ‘Liber de Regno Siciliae’ di Romualdo Salernitano (Romualdo Guarna) (…), scriveva che esistesse un Simone, Conte di Policastro, connestabile, ai tempi dei dissidi tra Guglielmo I ed alcuni baroni. Il Matthew (…), scrive: “L’esercito di Guglielmo era anche demoralizzato; uno dei due comandanti, il Conte Simone di Policastro, era stato accusato dall’altro, il cancelliere reale Aschettino, di essere in lega con i ribelli, ed era stato mandato prigioniero a Palermo. Quando nel settembre 1155 Guglielmo cadde malato, ecc…”. Ancora il Matthew scrive: “Si ritiene che Maione temesse che la sua egemonia fosse minacciata dal valore di personaggi eminenti quale il connestabile Simone di Policastro, Roberto Loritello e il Conte di Squillace.“. Scrive sempre il Matthew che: “Il re fu stupefatto da queste accuse e marciò senza indugio su Butera portando con se il connestabile, conte Simone, liberato dal carcere.”. Il papa, investì formalmente del regno, comprendente Sicilia, Puglia e Capua. Il papa si lasciò anche Napoli, Salerno, Amalfi. Secondo lo studioso Pino Rende, il Falcando (…), ci informa che il nostro Simone di Policastro, liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”.

Caruso, vol. I, p. 123.JPG

Caruso, p. 127.JPG

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(Fig….) Caruso G.B. (…), p. 123 tratta dal Caruso, dove si parla di Simone, Conte di Policastro ‘Contestabile del Regno’

Il Caruso (…), sulla scorta di Falcando (cronista dell’epoca) (…), ci parla del Conte di Policastro al  tempo di re Guglielmo I. Il Caruso scrive: “…ed unitisi tanti, e si potenti nemici contro Guiglielmo, non potè il Cancelliero Ascontino lasciato dal Re con Simone Conte di Policastro, e Contestabile del Regno alla difesa della Puglia, e della Campagna ecc..”. Il Di Niscia, a p. 154, scriveva in proposito: ” In tale cospirazione ebbe parte anche il conte Simone, figliolo bastardo del re Ruggero, il quale era tenuto prigioniero.”. Lo studioso Salvatore Tramontana, nel suo ‘La Monarchia Normanna e Sveva’ (…), sulla scorta del cronista dell’epoca Ugo Falcando (…), scrive a proposito del conte di Policastro Simone, che in occasone dei tumulti sorti contro il re Guglielmo I, alla morte del padre Ruggero II d’Altavilla: “La situazione era però destinata ad aggravarsi ulteriormente perchè molti feudatari – e specialmente Tancredi conte di Lecce e Simone, figlio bastardo di Ruggero II a cui Guglielmo I aveva negato il diritto sul Principato di Taranto – intendevano spingere l’opposizione fino alla sostituzione o addirittura alla eliminazione fisica del re.”. I palazzi reali vennero saccheggiati e dati alle fiamme con la distruzione di un cospicuo patrimonio economico ed artistico (fra tutti il planisfero realizzato dal geografo arabo Idrisi per Ruggero II). Successivamente, Guglielmo si dedicò a punire le comunità di terraferma che si erano sollevate contro di lui. Ridotte all’obbedienza le città e i feudatari ribelli della Calabria e della Puglia, arrivò in Campania, ma rinunciò ad attaccare Salerno a causa di una forte tempesta, e da qui fece ritorno in Sicilia. Sempre sulla scorta della ‘chronaca’ di Ugo Falcando (…), sappiamo che in seguito, Simone,  liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”.

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(Fig…..) Tommaso Fazello, p. 77, dove si parla dei tumulti scoppiati contro il re Guglielmo

Ebner (…), nella sua nota (27), riguardo a Simone, postillava:“Su Simone, vedi Falcando, Liber VIII, ma anche II e VI e I: ‘Symon qui Policastri remanserat’, ne era conte, re Guglielmo alloggiò nel palazzo di Terracena, come dice il Falcando, con il ministro di Bari e il cancelliere Asclittino.”.

Di Niscia, p. 150

(Fig…) Di Niscia (…), p….

Sempre secondo questa cronaca, in tale frangente, dopo essere intervenuto assieme al cancelliere Ascotinus, alla testa delle milizie regie per reprimere le sedizioni dei baroni pugliesi e per respingere le minacce d’invasione del regno, sospettato di tramare il tradimento, Simone fu privato della sua carica di contestabile ed imprigionato in Palermo. Sempre sulla scorta della ‘chronaca’ di Ugo Falcando (…), sappiamo che in seguito, Simone,  liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”. Lo studioso Salvatore Tramontana, nel suo ‘La Monarchia Normanna e Sveva’ (…), sulla scorta del cronista dell’epoca Ugo Falcando (…), scrive a proposito del conte di Policastro Simone, che in occasone dei tumulti sorti contro il re Guglielmo I, in seguito alla morte del padre Ruggero II d’Altavilla: “La situazione era però destinata ad aggravarsi ulteriormente perchè molti feudatari – e specialmente Tancredi conte di Lecce e Simone, figlio bastardo di Ruggero II a cui Guglielmo I aveva negato il diritto sul Principato di Taranto – intendevano spingere l’opposizione fino alla sostituzione o addirittura alla eliminazione fisica del re.”. Poi il Tramontana scrive che, dopo la liberazione dalla prigionia di re Guglielmo I: “I congiurati in cambio del perdono regio, si impegnavano a deporre le armi: al principe Simone, al conte Tancredi e a tanti altri toccava la via dell’esilio..”. Da questo punto di vista, ci viene incontro lo studioso Pietro Ebner che nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, a p. 434 e p. 435, parlando di Policastro, e sulla scorta del cronista dell’epoca Romualdo Guarna Salernitano (…), cita un episodio della nostra storia in cui era implicato Simone:

Ebner, p. 334 estratto.PNG

Ebner (…), rifrendosi al Simone di Policastro, al tempo di re Guglielmo, è tratto dal cronista dell’epoca Romualdo Guarna (…), come egli postillava nella sua nota (29), per l’anno 1156. Infatti, l’Ebner (…), si riferiva a re Guglielmo I detto il Malo che a quel tempo fu osteggiato da papa Adriano IV e da alcuni baroni del Regno. L’Ebner (…), a p. 434, proseguendo il suo racconto, scriveva l’episodio che il re Guglielmo si trovava a Salerno nel 1155 e postillava nella sua nota (27) che: “Re Guglielmo alloggiò nel palazzo di Terracena, come dice il Falcando, con il ministro di Bari e il cancelliere Asclittino.”. L’Ebner scriveva a p. 434 che: “Qui giunsero Ambasciatori di papa Adriano IV con lettere indirizzate a Guglielmo, signore di Sicilia, e perciò non re. Re Guglielmo le respinse ed ordinò ad Asclittino, cancelliere del Regno, di muovere contro ecc..ecc..” (prosegue a p. 335 ivi):

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Poi l’Ebner prosegue il suo racconto sulla scorta del cronista dell’epoca Ugo Falcando: “Qui giunsero ambasciatori di papa Adriano IV con lettere indirizzate a Guglielmo, signore di Sicilia, e perciò non re. Re Guglielmo le respinse e ordinò ad Asclittino, cancelliere del Regno, di muovere contro gli Stati della Chiesa, dandogli come compagno appunto Simone (28). Asclittino e il conte di Policastro erano appena giunti a Ferentino quando furono costretti a tornare per l’insurrezione di molti feudatari. La ribellione non venne domata e Asclettino ne attribuì la colpa a Simone che, inviato a Salerno, venne incarcerato come traditore. Contro il provvedimento insorsero i baroni siciliani e la stessa popolazione salernitana, per cui re Guglielmo, indottovi dal ministro Maione, fu costretto a liberarlo. Simone ritorse le accuse di insuccesso ad Asclittino che fu poi imprigionato. Il re pose l’assedio a Benevento, per cui il papa comprese che fosse necessario trovare un accordo, per cui il noto trattato di Benevento che regolò per secoli il papato e il regno di Sicilia. Ciò consentì a re Guglielmo di iniziare la punizione dei ribelli, indottovi soprattutto da Maione che tendeva a diminuire il potere feudale. Non sarebbe sfuggito alla condanna anche il conte di Policastro se, nel frattempo, non fosse morto (29).”. Ebner (…), alla sua nota (28), postillava su Simone conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I (detto il Malo): “Ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia”. Alla sua nota (29), scrive che: “(29) Romualdo Guarna, ad. a. 1156.”.

Romualdo Guarna dal Drl Re, p. 20.JPG

(Fig….) Romualdo Guarna, tratto dal Del Re (…), p. 20

Il del Buono, proseguendo il suo racconto, racconta un’episodio citato anche da Ebner e che fu tratto dalla cronaca di Romualdo Guarna (…), scriveva che: “A questo punto è bene fare una breve annotazione: mentre Guglielmo era a Salerno (1105), gli fu fatta pervenire una lettera dal papa indirizzata al signore di Sicilia, non re, il quale la respinse ed indispettito ordinò ad Asclettino, cancelliere del regno, di muovere contro gli stati della Chiesa, e con lui anche Simone di Policastro. Poichè le cose andarono male furono costretti a ritirarsi per l’insurrezione dei feudatari, e siccome la ribellione non fu domata, Asclittino ne dette la colpa a Simone, che fu imprigionato a Salerno. Allorchè i baroni Siciliani e la popolazione Salernitana insorsero, il re Guglielmo fu costretto a liberare Simone, che a sua volta accusò Asclittino dell’insuccesso e Asclittino fu imprigionato.”. Come abbiamo visto, questo passo è simile a ciò che scriveva l’Ebner (…), che citava e traeva la notizia da Romualdo Guarna (che noi quì pubblichiamo traendola dal Del Re (…)). La cronaca di Romualdo (…), dice che re Guglielmo I, indispettito dalla lettera di Papa Adriano IV, spedì un esercito ad occupare Benevento (gli Stati della Chiesa).  Il 18 giugno 1156, si giunse all’accordo di Benevento, grazie al quale Guglielmo ottenne l’incoronazione ufficiale da parte del papa Adriano IV (novembre 1156).

Nel 1160, Simone di Policastro, ‘Contestabile del Regno’ e la ‘rivolta del Bonello’ (1160-1161)

Guglielmo I lasciò salva la vita a Tancredi e a Ruggero, ma li confinò fuori dal Regno: Tancredi riparò a Bisanzio, Ruggero forse si recò in Terra Santa. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 83, nella sua nota (16) postillava che: “(16)…e poi Guglielmo (conte del Principato: diplomi 1107-1128 anche per il padre e il nonno) e perciò II. Questo Guglielmo indusse altri baroni del salernitano a prendere parte alla congiura contro Maione, l’odiato ministro di Guglielmo il Malo, perchè tenace assertore della supremazia regia sull’aristocrazia. Alla congiura partecipò, spintavi da Mario Borrello, la stessa città di Salerno, poi liberata dall’ira del re (l’aveva assediata) da un miracolo di S. Matteo, ricorda Romualdo Guarna, ad ann. 1160.”. Nel 1155 Tancredi di Lecce, cospirò con altri nobili contro il re Guglielmo I (suo zio e padre di Guglielmo II detto il Buono), il quale l’anno dopo sedò la rivolta con le armi e mandò in catene Tancredi e suo fratello Guglielmo. Il 10 novembre 1160 come vero e proprio “capro espiatorio” della crisi fu assassinato in pubblico da Matteo Bonello per le strade di Palermo. Il Falcando (…), scriveva che: “Il Conte Simone, della medesima congiura era partecipe; della qual cosa si vedevano ora assai chiari indizi.”:

Del Re, Falcando, p. 292, sull'arresto di Simone

Falcando dal Del Re, p. 298

(Fig…) Ugo Falcando (…), passo su Simone, tratto da Del Re (…), p. 298

Secondo Ugo Falcando (…), nel passo tratto da Del Re (…), a p. 298, scrive che: “Il Conte Simone che era rimasto a Policastro, viene ancora egli chiamato in Corte, perchè venuto, fosse subitamente preso: ma sul mettersi in cammino fu da avventurosa morte sopraggiunto.”. Il Falcando ci racconta che Re Guglielmo I, ordinò la scarcerazione del Conte Simone che in quel momento si trovava a Policastro, richiamandolo a Corte a Palermo per poi farlo arrestare. Ma Simone, nel corso di un avventuroso viaggio, morì. Secondo il Cataldo (…), era l’anno …….

Falcando, dal Del Re, p....

(Fig….) Ugo Falcando, passo tratto da Del Re (…), p. 298

Non è chiaro se Romualdo Guarna (autore di una chronaca del tempo)(…), prese parte alla cospirazione dei Baroni contro Maione di Bari, ma di certo rimase sempre nelle grazie di re Guglielmo I d’Altavilla. Nel 1160-1161 difese Salerno dalla furia di Guglielmo I, che intendeva distruggerla dopo la rivolta dei baroni. Nel 1161 Tancredi di Lecce, a cui re Guglielmo I detto il Malo, aveva negato i diritti sul Principato di Taranto partecipò alla sanguinosa rivolta di Palermo: la congiura, fomentata da Matteo Bonello (che l’anno prima aveva assassinato Maione di Bari), prevedeva la deposizione del re Guglielmo I detto il Malo e la salita al trono del giovane suo figlio Ruggero IV, il primo in successione dinastica. Il 9 marzo 1161 Tancredi, con suo zio Simone di Taranto, espugnò il palazzo reale di Palermo, imprigionando lo stesso re Guglielmo e tutta la famiglia reale. Simone insieme a Matteo Bonello e a Tancredi di Lecce partecipò alla sanguinosa rivolta di Palermo del 1160. Il 9 marzo 1161 Simone, con il suo nipote Tancredi di Lecce, figlio naturale di Ruggero III di Puglia, espugnò il palazzo reale, imprigionando lo stesso re Guglielmo, tutta la famiglia reale, mentre diversi membri della corte vennero trucidati. Simone, insieme agli altri insorti, fu costretto a liberare il re che gli concesse in cambio del suo perdono l’esilio volontario. Nel 1166 non rivendicò il trono del regno che così passò al nipote Guglielmo II di Sicilia, “il Buono”. Ebner dice che dei Florio di Camerota al tempo delle rivolte di re Guglielmo I, ne parla anche l’Antonini, I, p. 411. Poi a p. 582, l’Ebner, scrive Florio è ricordato ancora da Falcando: (LIII: “Floriu camerotensis iudiciarius”).”. Pietro Ebner (…), riguardo Simone, scrive che: Era nipote della della regina Adelaide, della stirpe Aleramica, vedova di Ruggiero I, il Gran Conte, che nel 1113 sposò Baldovino I, re di Gerusalemme. Simone quindi era anche parente di re Guglielmo I.“. Il Cataldo (…), traeva alcune notizie su Policastro dal “Marchese di Giarratana” ( come lo chiama anche l’Antonini), che nel 1700, fu pubblicato dal Muratori (…). Il ‘Manoscritto del Marchese della Giaratana’ (…), fu citato più volte dall’Antonini (…), che così chiama questo manoscritto che fu è scritto da Settimo (Girolamo), Marchese della Giarratana che possedeva (forse a Palermo) una grande biblioteca e raccolta di antichissimi documenti. Pare che in questo antico manoscritto vi si il regesto di Pier delle Vigne, segretario di Federico II di Svevia. In questo manoscritto, si fa la coronaca del periodo Svevo in Sicilia e nell’Italia Meridionale. Anche in questo caso, rileggendo la citazione che fa l’Antonini del ‘Marchese della Giarratana’, si fa riferimento a Simone il fratello primogenito di re Ruggero II, ambedue fratelli e figli del Conte di Sicilia Ruggero I. Scriveva il Del Buono che: “Nel 1127 il re Guglielmo morì senza eredi, e poichè il conte di Policastro Simone era morto nel 1113, e poichè il re Guglielmo non aveva lasciato eredi, Ruggero cugino di Simone e figlio di Ruggero il Gran Conte, aspirava alla successione, e fattosi nominare re della Sicilia e della Calabria, riunì il Mezzogiorno compreso la Sicilia in un solo regno che durò fino ai Borboni.”. Nel 1161, Simone di Taranto, insieme a Tancredi di Lecce, a cui re Guglielmo I detto il Malo, aveva negato i diritti sul Principato di Taranto partecipò alla sanguinosa rivolta di Palermo: la congiura, fomentata da Matteo Bonello (che l’anno prima aveva assassinato Maione di Bari), prevedeva la deposizione del re Guglielmo I detto il Malo e la salita al trono del giovane suo figlio Ruggero IV, il primo in successione dinastica. Il 9 marzo 1161 Tancredi, con suo zio Simone di Taranto, espugnò il palazzo reale, imprigionando lo stesso re Guglielmo e tutta la famiglia reale. Il palazzo reale fu saccheggiato, documenti distrutti, diversi membri della corte vennero trucidati mentre fu avviata una caccia agli eunuchi che, considerati usurpatori, vennero massacrati a decine. Ma i cospiratori persero l’appoggio popolare e l’insurrezione finì. Gli insorti furono costretti a liberare il re (11 marzo). Tancredi riparò nei territori aleramici di Butera e Piazza Armerina, da Ruggero Sclavo, facendo massacro della popolazione musulmana dei numerosi casali saraceni presenti nella zona, ma fu catturato dal Re e le due città lombarde furono distrutte nel 1161. Il Re concesse al nipote in cambio del suo perdono l’esilio volontario a Costantinopoli. Qui Tancredi rimase alcuni anni e ritornò in Sicilia solo nel 1166 dopo l’assunzione del trono da parte di Guglielmo II (Guglielmo il Buono). La tradizione narra che Bonello, signore di Caccamo, fedele inizialmente alla corte normanna di Palermo, fu inviato in Calabria come ambasciatore del re Guglielmo I, per cercare una soluzione diplomatica alle controversie con la nobiltà  locale. Durante la missione avrebbe cambiato orientamento e, voltando le spalle agli Altavilla, si sarebbe messo a capo di una rivolta cui prese parte la nobiltà  calabrese e quella pugliese. Di sicuro Bonello aveva particolarmente in odio l’ammiraglio (Amirus Amirati) del regno Maione di Bari. Di Simone, ne parlano le cronache come di un feudatario connestabile di Re Guglielmo I che fu imprigionato perchè si sospettasse avesse partecipato ad una congiura. Nel 1161 Tancredi di Lecce, a cui re Guglielmo I detto il Malo, aveva negato i diritti sul Principato di Taranto partecipò alla sanguinosa rivolta di Palermo: la congiura, fomentata da Matteo Bonello (che l’anno prima aveva assassinato Maione di Bari), prevedeva la deposizione del re Guglielmo I detto il Malo e la salita al trono del giovane suo figlio Ruggero IV, il primo in successione dinastica. Il 9 marzo 1161 Tancredi, con suo zio Simone di Taranto, espugnò il palazzo reale, imprigionando lo stesso re Guglielmo e tutta la famiglia reale. Il Di Niscia (…), scriveva in proposito: “…e comparire sulla soglia i conti Simone e Tancredi, due principi spuri, fratello quel primo, quest’ultimo nipote a Guglielmo, entrambi rinchiusi e vigilati in palazzo.”.

La Lumia, su Simone e Tancredi

(Fig….) Di Niscia (…), p…..

Il Di Niscia (…), raccontando della ‘rivolta del Bonello‘, ci parla del conte Simone, un principe spurio (figlio illegittimo o ‘bastardo’) e fratello del Re Guglielmo I detto il Malo. Questo Simone, insieme a suo figlio Ruggero Sclavo e al nipote Tancredi (Tancredi di Lecce che diventò il IV re del Regno di Sicilia), partecipò alla rivolta detta del Bonello, ovvero una congiura ordita da Matteo Bonello contro il re Guglielmo I di Sicilia detto il ‘Malo’. Nel 1161, il palazzo reale fu saccheggiato, documenti distrutti,come pure il famoso ‘Catalogo dei Baroni’ (…), fatto redigere da re Ruggero II d’Altavilla e il libro di re Ruggero del geografo al-Edrisi (…).  Gli insorti furono costretti a liberare il re (11 marzo); Tancredi riparò nei territori aleramici di Butera e Piazza Armerina, da Ruggero Sclavo, facendo massacro della popolazione musulmana dei numerosi casali saraceni presenti nella zona, ma fu catturato dal Re e le due città lombarde furono distrutte nel 1161. Il Re concesse al nipote in cambio del suo perdono l’esilio volontario a Costantinopoli. Qui Tancredi rimase alcuni anni e ritornò in Sicilia solo nel 1166 dopo l’assunzione del trono da parte di Guglielmo II (Guglielmo il Buono).

Di Niscia, su Tancredi

(Fig….) Di Niscia (…), p…..

Di Meo, vol. X. p....JPG

Simone o “Simeone”, ai tempi di re Guglielmo II detto il Buono

Il Tramontana (…), a p. 629, sulla scorta del La Lumia, Storie Siciliane (…), e del Chalandon (…), scrive che, dopo la morte di re Guglielmo I e l’incoronazione di suo figlio Guglielmo II (detto il Buono) , nel maggio 1166 a re di Sicilia: “E’ comunque da respingere, e del resto non sembra che trovi conferma in un’altra fonte, la notizia di un cronista bizantino relativa a un tentativo di Simeone – il figlio bastardo di Ruggero II a cui, come abbiamo visto, re Guglielmo I non aveva voluto riconoscere i diritti sul principato di Taranto  – di impossessarsi della corona della Sicilia con l’aiuto di Manuele Commeno (2).”. Il Tramontana, postillava nella sua nota (2) che la notizia era tratta da La Lumia, Storie Siciliane, a cura di F. Giunta, ed. La Religione Siciliana, Palermo, 1969, pp. 189 e 251 e F. Chalandon, Histoire, cit. II, p. 307.

Nel 1161, Ruggero “Sclavo”, figlio naturale di Simone del Vasto o Simone di Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o Paternò- Butera

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a pp. 435-436, in proposito scriveva che: “Legata alla Corona, la Casa aleramica di Sicilia conservò la sua potenza e prosperità finchè durò questa solidarietà. Tre generazioni dopo il conte Enrico, i buoni rapporti si alterarono: fu nella contea di Butera che le animosità fra lombardi e arabi esplosero, fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale, gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Sclavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54), Ruggero, privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’innamorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Pontieri, a p. 436, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Pontieri scriveva che Ruggero Sclavo era figlio naturale di Simone del Vasto o Simone Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o conte di Paternò-Butera. Dunque, Ruggero Sclavo era nipote di Enrico del Vasto. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 436, in proposito scriveva che: “…fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Slavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54). Ruggero privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’inonorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero Sclavo, (in latino Rogerius Sclavus), (XII secolo – post 1177), è stato un nobile del Regno di Sicilia nel XII secolo, uno dei capi della rivolta baronale del 1161 contro Guglielmo I di Sicilia. Ruggero Sclavo era il figlio illegittimo di Simone Del Vasto, conte di Butera, di Paternò, di Policastro e signore di Cerami. Simone era a sua volta figlio di Enrico del Vasto e di Adelaide. Ruggero Sclavo era figlio illegittimo di Simone del Vasto, conte di Policastro. Ruggero apparteneva quindi ai Del Vasto, ramo degli Aleramici, ed era fratellastro di Manfredo del Vasto, e nipote della normanna Flandina d’Altavilla, figlia di Ruggero gran conte di Sicilia. Nel marzo 1161 fallì la rivolta popolare promossa a Palermo da Matteo Bonello contro il re Guglielmo I e i musulmani che ancora vivevano in Sicilia, considerati usurpatori. Alcuni degli sconfitti si rifugiarono nei territori aleramici dell’isola abitati da lombardi (Butera, Piazza Armerina), immigrati nell’isola al seguito dei del Vasto. Ruggero Sclavo, come Tancredi, rientrò in Sicilia dopo la morte del re 1166 ed era ancora documentato in vita nel gennaio 1177.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) Cataldo G., Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, inedito, dattiloscritto, donatoci dall’Auore (Archivio Storico Attanasio), p. 29, è stato citato anche dal Guzzo (…), e riporta molte notizie e riferimenti bibliografici in merito al periodo Normanno.

(3) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(4) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(5) Troyli, Historia generale del Reame di Napoli, 1747,

(6) Giustiniani L., Dizionario Geografico-ragionato del Regno di Napoli, Napoli, Tip. Vincenzo Manfredi, 1797

(7) Giustiniani Lorenzo, Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, Tomo VII, p. 225 e s. su Policastro e su Torre Orsaja e Castelruggiero, si veda Tomo IX, p. 215 e s.

(8) Giannone Pietro, Dell’Istoria civile del Regno di Napoli, Venezia, 1766, ed. Pasquali, Tomo VI, Libro XVII, per la Congiura di Capaccio, si veda da p. 337 e s., oppure si veda dello stesso autore, Opere comoplete, Tomo IV, p. 87 e s.

(9) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.; Ebner P., op. cit., Economia e Società nel Cilento Medievale, vol. II, p. 337. Si veda pure p. 537 e s. su Policastro.

(10) Chalandon F., Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, Parigi 1907. Ed. it: Storia della dominazione normanna in Italia ed in Sicilia, trad. di Alberto Tamburrini, Cassino 2008, II, p. 307; dello stesso autore si veda: Ferdinand Chalandon, “La conquista normanna dell’Italia meridionale e della Sicilia”, cap. XIV, vol. IV (La riforma della chiesa e la lotta fra papi e imperatori) della Storia del Mondo Medievale, 1999, pp. 483–529.

(11) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831.

(11 bis) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.  Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p…. (testo in latino) e p. 74 (la traduzione del Visconti del testo in latino), p. 74.

(12) Volpi Giuseppe, Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752

(13) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001

(14) Ventimiglia F. A., Cilento illustrato, a cura di Francesco Volpe, ed. E.S.I., Napoli, 2003; si veda pure dello stesso autore: Ventimiglia F.A., Memorie storiche del Principato di Salerno, si veda pure dello stesso autore: Memorie storiche dei casali del Castello dell’Abate, Napoli, 1827.

(15) Ventimiglia D. A, Difesa diplomatica, si veda Doc. IX, fol. 32 e Doc. X, fol. 36; si veda pure dello stesso autore: Notizie storiche del castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania, Napoli, 1827, (Archivio Storico Attanasio).

(16) Ventimiglia D. A, Difesa diplomatica, si veda Doc. IX, fol. 32 e Doc. X, fol. 36; si veda pure dello stesso autore: Notizie storiche del castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania, Napoli, 1827, (Archivio Storico Attanasio).

(17) Mazziotti M., La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972, p. 120 e sgg. (Archivio Storico Attanasio).

(18) Matthew D., I Normanni in Italia, ed. Laterza, Bari, 1992.

(19) Fazello Tommaso, Storia di Sicilia – Deche due, di Tommaso Falzello, tradotte da Remigio Fiorentino, Palermo presso la Stamperia dè Socii Pedone e Muratori, 1832, del Libro VII, Cap. III, pp. 76 e s.

(20) Caruso G.B., Memorie istoriche di quanto è accaduto in Sicilia, Stamperia Gramignani, Palermo, I, 1787, vol. I, Libro III, ‘il Regno di Guglielmo I’, p. 119 e s., in particolare p. 123 e p……

(21) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (…), pubblica i ‘Fragmenta’ del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Si veda sempre dello stesso autore ‘Antiquitate Italiae medii aevi’, Milano, 1741, Tomo IV, diss. XIX, col. 219 et seq., ‘Alphanus Archieps An. 1080′. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi, secondo cui è il Muratori che parla della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479.

(22) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1802, Tomo X, pp. 274-275 e p. 267 e sgg., si parla di re Guglielmo I e della rivolta e di Simone di Policastro.

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(23) La Lumia Isidoro, Storie Siciliane, a cura di F. Giunta, ed. La Religione Siciliana, Palermo, 1969, pp. 189 e 251; si veda pure, La Lumia Isidoro, Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono, Firenze, Le Monnier, 1867, da p. 30 e s.

(24) Amari Michele, La Guerra del Vespro siciliano, Torino, ed. Cugini Pompa, 1852

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(25) ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’. Citato più volte dall’Antonini (…), che così lo chiama, questo manoscritto è stato scritto da Girolamo Settimo, Marchese della Giarratana che possedeva (forse a Palermo) una grande biblioteca e raccolta di antichissimi documenti. Pare che in questo antico manoscritto vi è il regesto di Pier delle Vigne, segretario di Federico II di Svevia. In questo manoscritto, si fa la coronaca del periodo Svevo in Sicilia e nell’Italia Meridionale. Secondo l’Antonini (…), parte II, Discorso X della sua ‘Lucania’, a p. 417, scrive sul “Conte Ruggiero di questo nome, legittimo uno e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese di Giarratana’”. Il Cataldo (…), a proposito di Ruggero I d’Altavilla, scriveva a p. 29, del suo, dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche di Policastro Bussentino’, che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): ‘Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit’. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria. Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154 subiva la distruzione da parte del Barbarossa.”. Quindi, il Cataldo (…), traeva alcune notizie su Policastro dal “Marchese di Giarratana”, che nel 1700, fu pubblicato dal Muratori (…). Secondo il Cataldo (…), il “manoscritto del Marchese della Giarratana” (come lo appella pure l’Antonini) è stato pubblicato da Antonio Ludovico Muratori, a p. 603 del suo Tomo V del suo  ‘Rerum Italicarum Scriptores – Raccolta degli storici Italiani’, a cura di Ludovico Antonio Muratori, vol. V, Milano 1724, (forse pp. 609–645), si veda nuova edizione, a cura di Giosuè Carducci (vedi immagine).

(26) Del Re G., Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol I, si veda da p. 90.

Ugo Falcando

(27) Ugo Falcando, Liber De Regni Sicilie’ o’Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni’, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Ugo Falcando è il nome, presumibilmente fittizio, attribuito a un letterato medievale. Il manoscritto è stato poi in seguito pubblicato a stampa nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri (Archivio Storico Attanasio). Falcando fu autore di una cronaca latina del Regno di Sicilia della seconda metà del secolo XII, pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1550 insieme una Epistola ad Petrum Panormitanae Ecclesiae thesaurarium de calamitate Siciliae’, probabilmente dello stesso autore. Citato anche dall’Antonini (…), la chronaca di Ugo Falcando, ‘Storia Sicula’, a differenza della chronaca del contemporaneo Alessandro Telesino (…), che arriva fino all’anno 1137si oppone invece a Ruggero II d’Altavilla. Il Falcando, ci parla di un altro Simone, riferendoci che esso muore nell’anno 1155, presumo che la sua chronistoria dei fatti Siciliani, copra il periodo della reggenza di re Guglielmo I detto il Malo.  Secondo lo studioso Pino Rende, il Falcando ci informa che il nostro Simone di Policastro, liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”. Quindi, il Falcando, è il cronista che ci racconta di questo Simone di Policastro al tempo di re Guglielmo I, come ci raccontava anche il Cataldo (…), che scriveva che: Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit”. Quindi, questo Simone di Policastro, secondo il Cataldo (…), visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere” e invece secondo Pino Rende, il Falcando ci informava che liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”. Infatti, l’Ebner (…), è la cronistoria di Ugo Falcando (…), che ci racconta della presenza del re Guglielmo I a Salerno nell’anno 1155 (un anno dopo la distruzione di Policastro da parte del Barbarossa). Per la cronaca di Ugo Falcando, si veda Del Re G., Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol I, si veda da p…..

(28) Ravegnani Giorgio, I bizantini in Italia, Bologna, il Mulino, 2004, p. 204 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(29) Summonte A., Istoria della città e del Regno di Napoli, Napoli, 1675, Tomo II, p….

(30) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, Salerno, 1881, p. 117.

(31) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (..) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.

(32) Di Stefano Guido, Wolfgang Krönig, Monumenti della Sicilia normanna. Monumenti ed artisti di Sicilia, Edizione II, Flaccovio, Palermo 1979, p. 126; si veda pure dello stesso autore: De Stefano Guido, Monumenti della Sicilia Normanna, a cura di…, ed. Società Italiana per la Storia Patria, Palermo, 1955, p. 96 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Di Stefano G., L’Architettura religiosa in Sicilia nel sec. XIII, stà in ‘Archivio Storico per la Sicilia’, IV, 1938, p. 79.

(33) Garufi C.A., Gli Aleramici e i Normanni in Sicilia e nelle Puglie, in Centenario della nascita di Michele Amari, I, Palermo 1910, (scrive il Di Stefano di vedere vol. I, p. 47 sgg.); del Garufi si veda pure: Garufi C.A., Arabi e Italiani nel Millennio, Palermo, 1912; si veda pure: Guarna Romualdo, Romualdi Salernitani Chronicon : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav. : facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino : Bottega d’Erasmo, 1973.

(34) Cutolo Alessandro, Re Ladislao D’Angiò Durazzo, Napoli, A. Berisio, 1969, p. 143, n. 86

(35) Tramontana S., La Monarchia Normanna e Sveva, stà in AAVV., ‘Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico’, Storia d’Italia a cura di G. Galasso, UTET, vol. III, su Simone connestabile conte di Policastro, si veda pp. 623-625-629 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Tramontana Salvatore, Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., ed. Carocci, Roma, 2000, p…. (Archivio Storico Attanasio).

(36) Di Niscia A., Storia civile e letteraria del Regno di Napoli, ed. …, Napoli, 1846, vol. I, p. 150 e s.

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(37) Inveges Agostino, “Ugone Gircea Vicegerente di Sicilia”, parte ….degli Annali di D. Agostino Inveges, 1651; si veda suo Lib. 3, Hist. Pal.

(38) Napoli-Signorelli Pietro, Vicenda della coltura delle due Sicilie ecc.., ed. Orsini, Napoli, 1810, p. 388 e s.

(39) Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. L’opera si può dividere in due parti: prima e dopo l’839. Gli avvenimenti fino all’839 sono trattati in termini generali e non sono rilevanti da un punto di vista storico. La trattazione degli avvenimenti successivi all’839, invece, assume la forma di una cronistoria ampiamente dettagliata molto simile allo stile degli annali. Questa parte è estremamente interessante dal punto di vista storico, anche se spesso Romualdo assume toni autocelebrativi quando tratta le vicende che lo vedono protagonista. Si servì di tutto il materiale storico esistente negli archivi di Salerno, di Benevento, di Montecassino. Si avvalse anche degli Annales Beneventani’ (nella loro seconda o terza edizione), del ‘Chronicon Cavensis’ e del ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense e di Pietro Diacono. Ma la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. Dei Normanni del Principato di Salerno ci offre notizie e dati che non compaiono altrove. Per esempio solo Romualdo Guarna racconta come nel 1105 la città di Monte Sant’Angelo con tutto il castello cadde dopo lungo assedio in mano del duca Ruggero, che più tardi si impadronì di Canosa. L’opera di Romualdo Guarna Salernitano è stata pubblicata da Giuseppe Del Re (…), ‘Romualdi II Archiepiscopi Salernitani’, in , Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80. L’opera di Romualdo Guarna è stata pubblicata anche dal Muratori in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, tomus XIX, Romoaldi Annales, anni 1143 – 1148, Pag 845. Romualdo Guarna (Salerno, fra il 1110 e il 1120 – 1° aprile 1181 o 1182) è stato un arcivescovo cattolico, storico, politico e medico longobardo, una delle figure più importanti del Regno di Sicilia nella sua epoca. È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Nacque a Salerno dalla famiglia Guarna. Da giovane frequentò la prestigiosa Scuola medica Salernitana, dove studiò non solo medicina ma anche storia, giurisprudenza e teologia. Fu molto critico del comportamento di Maione di Bari nel non appoggiare l’ultimo caposaldo cristiano normanno in Tunisia nel 1160: praticamente lo accusò di avere condannato allo sterminio la residua comunità cattolica di Mahdia. Non è chiaro se prese parte alla cospirazione dei Baroni contro Maione di Bari, ma di certo rimase sempre nelle grazie di re Guglielmo I d’Altavilla. Nel 1160-1161 difese Salerno dalla furia di Guglielmo I, che intendeva distruggerla dopo la rivolta dei Baroni. Con l’aiuto di altri salernitani a corte (tra cui Matteo d’Ajello) riuscì a intercedere per far risparmiare la città. Alcune fonti tuttavia narrano che la flotta inviata dal re per punire la città fu respinta da una violenta tempesta. Ebbe incarichi diplomatici da parte dei re normanni Guglielmo I e Guglielmo II: negoziò il Trattato di Benevento del 1156; partecipò alla Pace di Venezia nel 1177. Alla morte di Guglielmo I, fece parte dei familiares regis ovvero del consiglio che doveva coadiuvare la regina Margherita nel governo del regno, fino alla maturità dell’erede al trono Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Nel 1167 fu lui, come più alto prelato del regno, a incoronare re Guglielmo II, nella Cattedrale di Palermo. Nel 1179 partecipò attivamente al terzo Concilio Lateranense. Ebner (…), alla sua nota (28), postillava su Simone conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I (detto il Malo): “Ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia”. Alla sua nota (29), scrive che: “29-  Romualdo Guarna, ad. a. 1156.”. Guarna Romualdo, Romualdi Salernitani Chronicon : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav. : facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino : Bottega d’Erasmo, 1973. Di Romualdo Guarna o Warna e del suo “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, si veda il Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani), Napoli. Scrive il Del Re nel suo ‘Proemio’ al “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, di Romualdo Guarna: “Scrisse adunque il nostro Arcivescovo, oltre ad alcune opere ecclesiastiche, la storia delle nostre regioni, e prese origine dalla creazione del mondo. Il primo a dare in luce alcuni brani di questa Chronica fu il Baronio, il quale fu imitato da Felice Contilori, che ne pubblicò un altro piccolo brano: dal 1173 al 1178. Venne terzo il Caruso, e quella parte ne tolse che più aveva relazione con la Sicilia: dal 1159 al 1178. Ultimo fu il Muratori, il quale avrebbe pubblicato tutto quel tratto che discorre dal 926 al 1178, se il dotto uomo Giuseppe Antonio Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana ecc…”. 

(40) Cinnamo Johannis, stà in ‘Corpus scriptorum historiae byzantine’, ed. Bonnae, ………….

(41) Niceta Coniata, Grandezza e catastrofe di Bisanzio, III; 13,7 (Archivio Storico Attanasio)

(42) Pietro Giannone, Istoria civile del Regno di Napoli (…), Venezia, ed. Pasquali G.B., 1756, Tomo II, a p. 173.

(43) Sibilla di Borgogna (1126 – Salerno, 19 settembre 1151), Regina consorte di Sicilia, seconda moglie, dal 1149 al 1150, di re Ruggero II di Sicilia della dinastia degli Altavilla, re di Sicilia. Matilde di Borgogna, nota anche come Sibilla di Borgogna (circa 1064 – dopo il 1087), figlia, sempre secondo Orderico Vitale del conte di Borgogna Guglielmo I. Agli inizi del 1149 si unì in matrimonio con il re Ruggero II di Sicilia, come ci viene confermato sia dalla Cronica di Romualdo Guarna arcivescovo Salernitano, che dagli Romoaldi Annales (rex Rogerius……..Sibiliam sororem ducis Burgundie duxit uxorem) e il 29 agosto 1149 diede alla luce un figlio che fu chiamato Enrico, morto poi giovane. L’anno successivo rimase nuovamente incinta ma partorì un bambino già morto. Sibilla morì a Salerno; (1020-1087) e della terza contessa di Vienne, Stefania (1035 – 1088); la paternità di Ugo ci viene confermata anche dalla Chronica Albrici Monachi Trium Fontium. secondo la Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile (Paris), Tome II, Sibilla morì, per alcune complicazioni post parto, il 19 settembre 1151, l’anno della morte viene confermato anche dagli Annales Casinenses (1151. Obiit Sibilla regina). La regina Sibilla fu sepolta a Cava de’ Tirreni (apud Caveam est sepultam); le spoglie mortali della regina Sibilla furono affidate dal re Ruggero II di Sicilia al benedettino Marino Abate della Badia di Cava. Sibilla fu seppellita dai monaci benedettini presso la grotta di Sant’Alferio in una tomba ricoperta da mosaici. Purtroppo nel secolo XVIII i mosaici andarono in gran parte distrutti. Attualmente nell’abbazia di Cava, della tomba di Sibilla, sono ancora visibili alcuni frammenti musivi, il sarcofago romano riadoperato e la testa marmorea della regina. Il re Ruggero, per disobbligarsi, donò ai monaci dell’abbazia cavense il magnifico ambone musivo che, nonostante sia stato restaurato e in parte rifatto, brilla ancora oggi nella basilica cavense della SS. Trinità.

(44) Pirro Rocco, Sicilia Sacra, Palermo, 1733 (citato dal La Lumia), pp. 390 e 391, e si veda pure dello stesso autore: R. Pirro, Sicilia Sacra, (a cura di A. Mongitore), Palermo 1733, notitia IV, p. 771, col. 2.

(45) Pontieri E., da Adelasia del Vasto, ad vocem, Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani.

(46) Aubè Pierre, Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo, Paris, 2001, traduzione di Daniele Ballarini, ed per Il Giornale – Biblioteca Storica (Archivio Storico Attanasio).

(47) Del Buono G.B., Profilo storico del Basso Cilento, Stab. Tip. Luigi Spera, 1983, p. 72

(48) Di Niscia A. , Storia civile e letteraria del Regno di Napoli, Napoli, 1846, vol. I, pp….

(49) Ruggero I d’Altavilla, nell’anno 1101, morì e (secondo la bibliografia antiquaria), nell’anno 1152, il figlio Ruggero II d’Altavilla (re di Sicilia), confermò Contea Policastro (che era stata dichiarata tale e donata al primo figlio Simone da Ruggero I d’Altavilla). Nel 1105 morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne conte di Sicilia. Ruggero II di Sicilia (Mileto, 22 dicembre 1095 – Palermo, 26 Febbraio 1154), conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia, della dinastia degli Altavilla, divenne primo re di Sicilia dal 1130 al 1154. Nel 1121 sorsero le ostilità fra Ruggero II e il cugino Guglielmo, nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria, fino al 1130, quando lo scontro venne risolto solo con l’intervento di papa Callisto II, che riuscì a pacificare i due rivali facendoli giungere ad un accordo. Guglielmo abbandonava i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Quindi, dal 1121 al 1130, vi fù un’aspra lotta per i possedimenti lasciati da Ruggero I d’Altavilla, tra i due cugini rivali. Cosa accadde ? Nel 1121, sorsero le ostilità fra Ruggero II e il cugino Guglielmo, nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria; lo scontro venne risolto solo con l’intervento di papa Callisto II, che riuscì a pacificare i due rivali facendoli giungere ad un accordo. Guglielmo abbandonava i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Ruggero II, già principe di Salerno, si recò a Reggio e venne riconosciuto duca di Calabria e di Puglia, Conte di Sicilia con altri domini su altre città. Ruggero II, ebbe alcuni figli tra cui Guglielmo (ca. 1120 o 1121 – 1166), duca di Puglia e poi Re di Sicilia (1154-1166), detto Guglielmo detto ‘il Malo’. Secondo gli storici, Ruggero II, arrivò a patti con Guglielmo solo nell’anno 1122, ottenendo il dominio esclusivo sulle terre della Calabria e quindi presumibilmente sul ‘basso Cilento’. Guglielmo I, quarto figlio di Ruggero II, fu dal 1151 coreggente e quindi re di Sicilia alla morte del padre nel 1154, successe direttamente al padre essendo morti i suoi fratelli maggiori. Nel 1154, alla morte di Ruggero II d’Altavilla, il quarto figlio Guglielmo, nato il 1120 o 1121, divenne re di Sicilia, ereditando il Regno di Sicilia fondato dal padre Ruggero II. Guglielmo I, detto il Malo. Il Di Niscia (…), scriveva: “A Ruggero successe nel regno il di lui figliuolo Guglielmo I, benchè sin dal 1151 (1), fosse stato in Sicilia coronato, vivente il padre, che lo associò al trono. Egli acquistò presso i siciliani il nome di Guglielmo il malo, per distinguerlo dal buono, che gli successe.”. Re Ruggero II d’Altavilla, Ruggero II di Sicilia, morì nel 1154 e subito dopo gli successe suo figlio Guglielmo, avuto con la prima sua sposa Elvira di Castiglia.  Guglielmo, (ca. 1120 o 1121 – 1166), duca di Puglia e poi Re di Sicilia (1154-1166), fu eletto re di Sicilia col nome di Guglielmo I detto il Malo. Quarto figlio di Ruggero II di Sicilia e di Elvira di Castiglia, Guglielmo fu dal 1151 coreggente e quindi re di Sicilia alla morte del padre nel 1154. Successe direttamente al padre essendo morti i suoi fratelli maggiori. Salito al trono di Sicilia, Guglielmo I detto il Malo, dovette però presto affrontare una difficile situazione politica a causa della minaccia dell’impero germanico, portata dall’Imperatore Federico I detto il ‘Barbarossa’, spinto da papa Adriano IV che non vedeva di buon occhio le mire espansionistiche dei Normanni in Sicilia. All’interno dei suoi possedimenti di Sicilia e Calabria e Cilento dovette anche affrontare le insidie dei baroni avversi all’assolutismo stabilito da Ruggero II. Egli dovette però presto affrontare una difficile situazione politica a causa della minaccia dell’impero germanico, portata da Federico II detto il Barbarossa, di quella dell’impero di Bisanzio portata da Manuele I Commeno e da quella del papato retto da Adriano IV.

(50) Falcone Beneventano, fu un importante cronachista per gli anni tra il 1102 ed il 1144 nel Mezzogiorno. La sua opera, il Chronicon Beneventanum, di cui è andato perduto l’inizio e, probabilmente, anche la fine, racconta in forma annalistica la storia di Benevento e, dal 1127, dell’ascesa di Ruggero II di Sicilia tra le potenze dell’epoca. È abbastanza affidabile in quanto testimone oculare, ma dalla parte dei longobardi e dei beneventani che, da oltre un secolo, avevano visto crescere la potenza dei normanni.

(51) Cusa S., I diplomi greci ed arabi di Sicilia, pubblicato nel testo originale, tradotti ed illustrati, Palermo, 1868-82, p. 558 (Archivio Storico Attanasio).

(53) Il Chronicon Cassinese o ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense o Leone Marsicano. La Chronica sacri monasterii casinensis (“Cronaca del sacro monastero cassinese”), anche conosciuta come Chronica monasterii casinensis (“Cronaca del monastero cassinese”) o semplicemente Chronicon casinense (“Cronaca cassinese”), è una cronaca medievale redatta da Leone Marsicano (1046-1115) e poi “continuata” da Pietro Diacono (1107/1110-1159). Il testo tratta della storia dell’Abbazia di Montecassino dalla fondazione, ad opera di Benedetto da Norcia nel 529, fino al XII secolo, nonché delle vicende del territorio sottoposto all’Abbazia, ovvero lo stato feudale medievale della Terra Sancti Benedicti. La Chronica è suddivisa in quattro libri, l’ultimo dei quali venne redatto da Pietro Diacono diversi anni dopo la morte di Leone Marsicano. Per la redazione di questa cronaca medievale, Leone Marsicano, si servì della Chronaca di Romualdo Guarna Salernitano (…). L’originale in latino: “Chronica sacri monasterii casinensis”, Lutatiae Parisiorum, Ex Officina Ludovici Billaine 1668. Il Chronicon Cassinese, di Leone Ostiense, La Chronaca di Lupo Protospada, è stata pubblicata dal Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano, pp. 135.

(54) Il Chronicon rerum in regno Neapolitano gestarum è una cronaca di fatti occorsi nel Mezzogiorno d’Italia dall‘anno 855 al 1102 attribuita a Lupo Protospada: gli eventi più antichi furono attinti certamente dagli ‘Annales Barenses’, mentre maggiori dettagli si riscontrano per il periodo dal 1082 al 1102, in quanto contemporanei allo scrittore, in particolare, Lupo riporta con una certa attenzione, oltre a calamità e curiosità astronomiche (terremoto del 1087, cometa del 1098), gli eventi storici che portarono alla conquista normanna del sud e fatti di rilevanza religiosa (il terzo Sinodo di Melfi del 1089 e quello tenutosi a Bari nel 1099). Il Chronicon di Lupo fu poi utilizzato dall’Anonimo Barese per la stesura della sua Cronaca. Il Chronico di Lupo Protospada, fu una delle principali fonti storiografiche che utilizzò il cronista dell’epoca Romualdo Guarna Salernitano, nella stesura del suo ‘Chronicon sive Annales’. Romualdo Guarna, fu la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. La Chronaca di Lupo Protospada, è stata pubblicata da Antonio Caracciolo, Antiqui chronologi quatuor Herempertus Langobardus, Lupus Protospata, Anonymus Cassinensis, Falco Beneventanus cum appendicibus historicis, Napoli 1626, e dal Muratori, “Lupi Protospatae Rerum in Regno neapolitano gestarum ab anno sal. 860 usque ad 1102 Breve Chronicon“, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano, p. 145.

(55) Alberto di Aix, Alberto di Aquisgrana ((LA) Albericus o Albertus Aquensis; fine dell’XI secolo – post 1120) fu un cronachista della Prima Crociata. Era canonico e custode della chiesa di Aquisgrana. Non si conosce altro della sua vita, tranne che fu l’autore della ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, chiamata anche ‘Chronicon Hierosolymitanum’ de bello sacro o ‘Liber Christianae expeditionis pro ereptione, emundatione, restitutione sanctae Hierosolymitanae ecclesia’. Un’opera in latino, costituita da dodici libri, scritta tra il 1125 ed il 1150, che inizia con l’Appello di Clermont, racconta le fortune della Prima Crociata e l’inizio della storia del Regno di Gerusalemme e termina piuttosto bruscamente nel 1121. Era ben conosciuta durante il Medioevo, e fu largamente usata da Guglielmo, Arcivescovo di Tiro, per i primi sei libri della sua “Belli sacri historia”. In epoca moderna è stata accettata senza riserve per molti anni dalla maggior parte degli storici, incluso Edward Gibbon. Più recentemente, il suo valore storico è stata impugnata seriamente, ma il verdetto dei maggiori accademici sembra essere che in generale esso costituisce un registrazione veritiera degli eventi della Prima Crociata, sebbene contenga qualche materiale leggendario. Alberto non visitò mai la Terra Santa, ma sembra aver avuto una considerevole quantità di colloqui con i crociati di ritorno dalla Terra Santa, ed aver avuto accesso ad una notevole corrispondenza. La prima edizione della cronaca fu pubblicata ad Helmstedt nel 1584; una buona edizione è in Recueil des historiens des croisades, tomo IV, Parigi 1879;

Dal 1386 al 14….., Giovanna I, Ladislao I, Giovanna II ed il basso Cilento

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione nel nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Si conosce poco delle dominazioni straniere che queste terre, subirono con la definitiva dissoluzione del mondo romano, delle condizioni socio-economiche di queste povere ed isolate popolazioni in epoca medievale. Tenteremo, sia pur sommariamente, di delineare un quadro completo delle vicende storiche di quell’epoca, tenendo presente l’esiguo materiale bibliografico e le scarse fonti storiche esistenti in merito a noi coevi pervenuteci. Tenteremo di ricostruire il regesto delle esigue fonti bibliografiche. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli.In questo mio saggio cercherò di riferire delle notizie e degli avvenimenti storici che caratterizzarono i secoli XIV e XV nel basso Cilento riferendomi ai regnanti del Regno di Napoli che seguirono gli ultimi Angioini, come Giovanna I, Ladislao I, Giovanna II, Renato di Valois ecc…

Piante e Disegni, cartella XXXII numero 2, copia

(Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (…)

ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLA FONTI STORICHE

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 139 riferendosi alle conseguenze della Congiura de Baroni scriveva che: “Va osservato che sarebbe stato quasi impossibile avere notizie così dettagliate sui feudi e i loro feudatari senza i preziosi volumi della Cancelleria angioina e aragonese o seguire le spartizioni del XIV e XV secolo senza i due manoscritti cartacei del XVI conservati nella Biblioteca provinciale di Salerno, contenenti le trascrizioni degli scomparsi Repertori dei Quinternioni (R Q) e dei Notamenti a quei repertori (N Q) riguardanti il Principato Citeriore (21).”. Ebner, a p. 139, nella nota (21) postillava che: “(21) Si chiarisce qui, ad evitare inutili ripetizioni, che numerosi atti dell’ASN vennero distrutti (S. Paolo Belsito) dalle truppe tedesche durante l’ultimo conflitto. Pochi dell’ASS e dell’ANS. Così, delle ‘Pandette della Sommaria (fine XVI secolo – 1808: riguardano cause di cometenza della R. Camera per materie feudali fisco-baroni e liti università-fisco, uniersità-baroni e università-singoli cittadini per conti esattori fiscali, nonchè l’amministrazione diretta di quel Tribunale delle università oberate di debiti, v. a Gioi) sono andati distrutti tutti i processi dal Marzo 804 in poi. Fortunatamente esistono ancora: la ‘Taxis adohae (riguarda gli Ordini della R. Camera al Razionale Commissario del Cedolario per l’intestazione dei feudi e delle sue giurisdizioni con la tassa dell’adoa) dal 1525 al 1807, le ‘Intestazioni dei feudi’ dal 1695 al 1787 e seconda Ruota dal 1604 al 1804) ecc…”.

Nel 1343 –  GIOVANNA I D’ANGIO’

Roberto d’Angiò, fino alla sua stessa morte, avvenuta nel 1343. Senza eredi legittimi in vita, Roberto sarà succeduto al trono dalla nipote Giovanna, figlia di suo figlio Carlo, duca di Calabria. Giovanna I d’Angiò, o Giovanna I di Napoli (Napoli, 1327 circa – Muro Lucano, 12 maggio 1382), figlia di Carlo, duca di Calabria, e della duchessa Maria di Valois, fu regina di Napoli dal 1343 al 1381, anno in cui fu deposta dal cugino Carlo d’Angiò-Durazzo, il quale salirà al trono di Napoli con il nome di Carlo III e un anno dopo la farà assassinare nella fortezza di Muro Lucano, ove era rinchiusa. Luigi I d’Angiò-Valois, figlio secondogenito del re di Francia Giovanni II, detto il Buono, fu prima creato conte e poi duca d’Angiò. Nel 1380 la regina Giovanna I, sovrana di Napoli e priva di eredi, lo designò come suo legittimo erede al trono di Napoli, ma nel 1382 Carlo d’Angiò-Durazzo, il quale era stato designato erede prima di lui, entrò a Napoli facendo incarcerare e poi uccidere la regina Giovanna I, proclamandosi re. Luigi I si definì re di Napoli fino alla morte, avvenuta nel 1384, e le pretese al trono e il titolo vennero ereditate dal figlio Luigi II.

Nel 1343, Giovanna I ed i Capano 

Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, in proposito sosteneva che: “Nel 1271, tornata la pace, i Sanseverino riebbero, insieme alle contee perdute, anche la Baronia del Cilento, fino a quel momento affidata ai Lancia i quali a loro volta la cedettero alla famiglia Capano.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento etc….”, a p. 137, in proposito scriveva che: “IV. All’incoronazione di Giovanna I avvenuta nell’anno 1343 assisteva, oltre Tommaso Sanseverino e molti baroni, un nobile a nome Giacomo Capano che dette al suo cognome un gran lustro nel Cilento. La famiglia di lui ebbe origine in Montecorice, ove aveva per cognome Capam da cui poi sarebbe venuto quello di Capano (1), come si desume da un’epigrafe che si trova nella chiesa di San Francesco presso Lustra. Su una lapide che covre una tomba vedesi effiggiato un guerriero ed incise queste parole: ………………….La famiglia Capano da Montecorice passò a Rocca e poi ebbe case a Salerno ed a Napoli. Giacomo Capano, maestro razionale e regio consigliere sotto Roberto, da cui ottenne varii feudi, fu armato cavaliere nel 23 marzo 1343 dal Principe Andrea marito della regina Giovanna. Costei, che lo predilegeva, volle nella circostanza della nomina di lui cavaliere donargli una cotta di lana verde con vaio per fregiarsene in tale rincontro, come si rileva dal seguente mandato di pagamento: …………..”.

Nel 1347, è l’anno della peste nera o bubbonica

Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Nel 1347, anno della “Peste nera” si ha un repentino calo degli abitanti. La terribile epidemia, a detta di molti storici, falcerà il 58 % dell’intera popolazione della Provincia di Salerno, per cui Torraca alla fine di quest’anno , potrebbe aver perso, rispetto al 1320, più della metà delle sue genti.”. Interessante è ciò che scriveva Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studi storici-Archeologici”, vol. II, a p. 170 parlando di Montesano scriveva che: “Si tiene edificato in occasione della terribile peste del 1348, ed il poco lontano monastero dei cappuccini nel 1590 ha verso oriente a circa 2 chm. le rovine del cenobio di Cadossa col forno ove si nascose S. Cono; e nella sua montagna il laghetto di Maurno, famoso per la grotta fatidica descritta da Massimo Tirio nelle sue varie dissertazioni.”.

Nell’8 luglio 1348, i re Ludovico e Giovanna I d’Angiò, scrivono a “Vallerano dei Grimaldis”, Conte di Policastro, per l’assistenza all’Abate di S. Giovanni a Piro

Pietro Marcellino di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, a pp. 11-12, parlando dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Che detto territorio di S. Giovanni: fosse stato dato alla Chiesa dalli Rè di Napoli, non se ne può dubitare,…………, il tutto risulta dalle risposte,…..ecc…e dalla lettera scritta dal Rè Ludovico dell’anno 1348 al signore Conte di Policastro per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone dell’Abbate di S. Giò: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, ecc…..inserita (?) nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Giò: & il conte di Policastro nell’anno 1567 per l’atti del Caro, e diretta alli Giustizieri del Principato Citra che non gravino con Commissari l’Vniversità & huomini del casale di S. Gio: essendo sottoposti alla chiesa, con tali parole: “Prefatos homines umanè….ecc..”.

Di Luccia, lettera di re Ludovico, p. 12.PNG

Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca Angioina ai tempi della Regina Giovanna I di Napoli. Il Di Luccia postillava che il documento negli atti del Caro si trovava nei registri Angioini: “In Registro Caroli, fol. 1320, l. c. anno. 246. a ter.”. Poi il Di Luccia, sempre a p. 12, prosegue pubblicando l’intera trascrizione del documento con sigillo del 1583: “Carolus & c. Justitiarijs Valli Grata, etc…”. Dunque, il Di Luccia, in questo passo di p. 12 afferma che esisteva una “narrativa” di una Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna, istituì una Commissione: “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia, scriveva che nel 1348 il feudo di Policastro passò a Gabriele e Luciano Grimaldi, rilevandolo da un documento dell’epoca della Regina Giovanna I d’Angiò confermata da re Ladislao suo cugino.  Il Di Luccia (…), nel suo trattato a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Il Di Luccia, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che nel 1348, Policastro era feudo e apparteneva alla celebre famiglia genovese dei Grimaldi. Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, e dei Grimaldi di Genova. Stessa notizia ci dà il Laudisio (…) che cita il Di Luccia (…). Infatti, il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28 e s. scrive in proposito che: “….Il feudo di Policastro nel 1229 passa a Giovanni Ruffo (famiglia dalla quale discende Paola del Belgio) e nel 1348 alla famiglia genovese dei ‘Grimaldi’ (82), ancora regnante a Monte Carlo.. Il Tancredi (…), sulla scorta del Caggese (…), a p. 30, nella sua nota (81) postillava che: “(81) Laudisio, op. cit., p. 36; Ughelli F., Italia Sacra, col. 542.”. Il Tancredi (…), sulla scorta del Caggese (…), a p. 30, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Di Luccia P.M., op. cit., p. 8.”. Dunque, il Tancredi (…), fornisce un diverso riferimento bibliografico circa i Grimaldi di Genova a Policastro, cita altri riferimenti bibliografici e cita il Laudisio (…) e l’Ughelli (…). Il Di Luccia (…), cita l’Ughelli (…), ovvero la sua ‘Italia Sacra‘, op. cit. ed in particolare il tomo VII, col. 542. Infatti, l’Ughelli (…), del 1560, nel vol. VII a p. 758, parlando di “Policastrenses Episcopi”, in proposito alla storia di Policastro scriveva che: “…, pervenit deinde ad Ioannem Rufum, anno 1299. Sub Ioanna I Regina, Gabriello & c. Luciano Grimaldis cessit Imperio, regnate deinde Ferdinàdo Antonius Petruccius Antonelli filius Policastri Domino sult ecc…”. Dunque l’Ughelli, scriveva che nel 1299 Policastro fu donata ai Ruffo di Calabria e solo con la Regina Giovanni I d’Angiò i Grimaldi (Gabriele e Luciano) ebbero Policastro fino a che subentrano i Petrucci della casa regnante Aragonese. Dunque, ciò che scriveva l’Ughelli (…), che voleva che i Grimaldi fossero i feudatari di Policastro da quando regnava la Regina Giovanna I d’Angiò, e non da Roberto d’Angiò, il Caggese scriveva che essi regnavano su Policastro dal 1348, ovvero ai tempi della regina di Napoli Giovanna I d’Angiò, o Giovanna I di Napoli, figlia di Carlo d’Angiò, duca di Calabria, fu regina di Napoli dal 1348 al 1381, anno in cui fu deposta dal cugino Carlo d’Angiò-Durazzo, il quale salirà al trono di Napoli con il nome di Carlo III e un anno dopo la farà assassinare. Anche il Laudisio (…), citato dal Tancredi (…), riporta la stessa notizia sulla scorta dell’Ughelli (…). Tra le fonti dell’epoca abbiamo i pochi documenti rimasti della Cancelleria Angioina. I registri angioini dell’epoca (sul finire del XIII secolo), durante la Guerra del Vespro, sono stati pubblicati da Carlo Carucci, nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (…), il vol. III, su cui bisognerebbe ulteriormente indagare.

Nel 1348, re Ludovico ordinava al Conte di Policastro assistenza all’Abate

Dal Di Luccia (…), inoltre si rileva che, il documento in questione è stato tratto dal Processo di de Caro del 1567 di cui parlo in un altro mio scritto che riguardava i Conti Carafa. Inoltre, si rileva sempre dal Di Luccia (…), a p. 12, che dal Processo de Caro del 1567, si rilevavano ancora altri interessanti documenti riguardo l’Abbazia di S. Giovanni a Piro come ad esempio la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”

Di Luccia, lettera di re Ludovico, p. 12.PNG

Pietro Marcellino di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, a pp. 11-12, parlando dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Che detto territorio di S. Giovanni: fosse stato dato alla Chiesa dalli Rè di Napoli, non se ne può dubitare,…………, il tutto risulta dalle risposte,…..ecc…e dalla lettera scritta dal Rè Ludovico dell’anno 1348 al signore Conte di Policastro per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone dell’Abbate di S. Giò: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, ecc…..inserita (?) nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Giò: & il conte di Policastro nell’anno 1567 per l’atti del Caro, e diretta alli Giustizieri del Principato Citra che non gravino con Commissari l’Vniversità & huomini del casale di S. Gio: essendo sottoposti alla chiesa, con tali parole: “Prefatos homines umanè….ecc..”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca Angioina ai tempi della Regina Giovanna I di Napoli. Il Di Luccia postillava che il documento negli atti del Caro si trovava nei registri Angioini: “In Registro Caroli, fol. 1320, l. c. anno. 246. a ter.”. Poi il Di Luccia, sempre a p. 12, prosegue pubblicando l’intera trascrizione del documento con sigillo del 1583: “Carolus & c. Justitiarijs Valli Grata, etc…”. Dunque, il Di Luccia, in questo passo di p. 12 afferma che esisteva una “narrativa” di una Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna, istituì una Commissione: “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”.

Nel 1348, la Regina Giovanna I d’Angiò concesse privilegi ad Antonio Grimaldi di Genova che poteva vivere felice a Nizza

Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, parla della famiglia Grimaldi nel suo vol. I ap. 459, come ho già scritto. Caggese scrive pure di Antonio Grimaldi a p. 299 del vol. II, op. cit. in cui scriveva che: “,…e gli esuli, scacciati in patria dalla rivolta contro la Signoria angioina, ecc..ecc…Antonio Grimaldi, che un giorno riceverà da Giovanna I un vistoso compenso alla ben provata fedeltà, può vivere pacificamente a Nizza, sotto l’egida della protezione del Re (6), come altri suoi concittadini, mercanti arricchiti, possono liberamente entrare a far parte della nobiltà provenzale ricorrendo sempre utilmente alla protezione del Re anche contro lo zelo eccessivo dei Siniscalchi (7).”. Il Caggese, a p. 299 del vol. II, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Arch. des Bouch. du Rh., B, 195, c. 5, 17 febbraio 1338: “de permictendo construi facere galeas per ecc…ecc..”. Sempre il Caggese, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Ibidem, B., 195, c. 21, 27 giugno 1340: “….de novitatibus factis per officiales Provincie contra Ruffum Salvagnis de Janua et eius fratres ratione castri Sancti Albani quod tenet idem Ruffus”.”. Poi sempre il Caggese, nel vol. II a p. 294, scrive di Grimaldi Carlo scrivendo che: “Ventimiglia poteva servire efficacemente a guardare ecc…ed ecco che Carlo Grimaldi, genovese, e Filippo di Sangineto, Siniscalco angioino di Provenza, si dettero a lavorare gli animi, ecc..”. Dunque, in riferimento ad Antonio Grimaldi genovese, il Caggese scrive che ai tempi della Regina Giovanna I d’Angiò ricevette da questa una buona dote per la sua fedeltà.

Nell’8 luglio 1349, il Conte di Policastro è nominato tutelare degli interessi dell’Università di S. Giovanni a Piro

L’8 luglio 1349 il conte di Policastro con reale provisione fu incaricato di tutelare gli interessi del monastero e dell’Università, da non ritenere investitura.

Nel 12 ottobre 1354, papa Innocenzo VI e la sua bolla di Avignone con la quale unisce alcuni monasteri e abbazie, tra cui quella di S. Giovanni a Piro alla basilica (Liberiana) di S. Maria Maggiore di Roma

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo di Policastro, nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), a p. 99 (v. versione a cura di Visconti) in proposito scriveva che. “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro unita alla basilica di S. Maria del Presepe di Roma; ma in seguito questa abbazia divenne di patronato regio e di collazione straordinaria *.“. Il Laudisio (…), riferisce che l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Cono a Camerota, è citato nella bolla papale del 12 ottobre 1354, che fu emanata ad Avignone, allora sede papale, da papa Innocenzo VI. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 46 (vedi p. 99, versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro ecc….”. Secondo il Laudisio (…)(si veda la versione del Visconti), papa Innocenzo VI, nella sua bolla del 12 ottobre 1354, emessa il secondo anno del suo pontificato che iniziò nel 1352, si citava il monastero di S. Cono di Camerota. Innocenzo VI, è stato il 199º papa della chiesa cattolica dal 1352 alla morte (all’epoca della cattività avignonese). La stessa notizia la riporta Gaetano Porfirio (…) che, a p. 539, in proposito scriveva pure che: “…..non che le già menzionate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima dipoi divenne di patronato e collazione regia. Nè men degna è di ricordanza è quella benedettina di S. Pietro di Licosato, da papa Pio IV unita alla basilica vaticana; con giurisdizione ordinaria, quasi episcopale, e con proprio territorio (2).”. Il Porfirio (…), nella sua nota (2), postillava che: “(2) Concil. Trident. Sess. 24, cap. 18, ‘de Reformat.”. Dunque, il Laudisio ed il Porfirio, dicevano che la Badia basiliana di S. Cono a Camerota, unitamente a quella di S. Giovanni a Piro, furono unite alla Basilica Liberiana da papa Innocenzo VI, nel 12 ottobre 1354. Per Basilica Liberiana si intende la Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. La papale arcibasilica maggiore arcipretale liberiana di Santa Maria Maggiore, conosciuta semplicemente con il nome di “basilica di Santa Maria Maggiore” o “basilica Liberiana”. È la sola basilica di Roma ad aver conservato la primitiva struttura paleocristiana, sia pure arricchita da successive aggiunte. Gaetano Porfirio (…), nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 539, in proposito scriveva che: “…pure la Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini di Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello e Battaglia, non chè le già mentovate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima di poi divenne di patronato e collazione regia. Ecc…”. Il Porfirio però a p. 539 parlando della Diocesi di Policastro e dei monasteri italo-greci rimasti nella sua nota (1) colonna destra postillava che: “(1) Ex Bull. XII, Kalend, ful. anno 1564”. Il Porfirio si riferisce all’ex Bullarium della Santa Sede Apostolica Vaticana.

Porfirio, p. 539 (in D'Avino)

(Fig…) Porfirio G., op. cit., p. 539

Dunque, il Porfirio (…), anche sulla scorta del Laudisio (…) scriveva che alcuni monasteri e Abbazie del Golfo di Policastro, nel 1354, con la bolla papale di Innocenzo VI emessa ad Avignone, questi monasteri tra cui quello di S. Giovanni a Piro venivano uniti alla “Basilica Liberiana. Cosa era la basilica Liberiana ?. La papale arcibasilica maggiore arcipretale liberiana di Santa Maria Maggiore, conosciuta semplicemente con il nome di “basilica di Santa Maria Maggiore” o “basilica Liberiana”. La notizia è interessantissima ma è strana in quanto vedremo in seguito che, nel 1354 il Monastero di San Giovanni a Piro insieme a quello di San Cono a Camerota vennero uniti alla Basilica Vaticana detta “Liberiana”. Il sacerdote Gaetano Porfirio ci parla di papa Innocenzo VI e di una sua bolla del 13 ottobre 1354. Secondo la notizia riferita dal Porfirio, con la bolla di Avignone del 12 ottobre 1354, papa Innocenzo VI univa alcuni monasteri italo-greci o di origine basiliana sorti sulla nostra terra alla ex “Basilica Liberiana” che, ai suoi tempi era la Basilica di Santa Maria Maggiore in Roma. Il Porfirio scriveva che: “non chè le già mentovate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima di poi divenne di patronato e collazione regia…”. Dunque, il Porfirio scriveva che le Abbazie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di San Giovanni a Piro venivano unite alla Basilica Liberiana. Il Porfirio scriveva pure che l’ultima ovvero l’Abbazia di San Giovanni a Piro in seguito diventò “patronato e collazione regia”. Innocenzo VI, nato Étienne Aubert è stato il 199º papa della Chiesa Cattolica dal 1352 alla morte (all’epoca della cattività avignonese), avvenuta il  Morì il 12 settembre 1362 e il suo successore fu papa Urbano V. Il Porfirio però a p. 539 parlando della Diocesi di Policastro e dei monasteri italo-greci rimasti nella sua nota (1) colonna destra postillava che: “(1) Ex Bull. XII, Kalend, ful. anno 1564”. Il Porfirio si riferisce all’ex Bullarium della Santa Sede Apostolica Vaticana.

Nel 20 agosto 1372, la fine della guerra del Vespro Siciliano

La fine del conflitto con gli Angioini si ebbe con il Trattato di Avignone che, segnò il distacco definitivo del Regno di Napoli dal Regno di Sicilia. La guerra fra Sicilia e Napoli si sarebbe chiusa solo il 20 agosto 1372 dopo ben novanta anni, con il trattato di Avignone, firmato da Giovanna d’Angiò e Federico IV d’Aragona con l’assenso di papa Gregorio XI, con il riconoscimento formale dei due regni, di Sicilia e di Napoli. La guerra che però era ripresa nel 1313 quando Federico III rivendicò il titolo di re di Sicilia per il figlio Pietro. Si riuscì a trovare un primo accordo solo alla morte di Pietro (1342), quando salì al trono il figlio Ludovico sotto tutela di Giovanni d’Aragona, detto la «pace di Catania» l’8 novembre 1347, che non fu ratificato dal parlamento siciliano. La guerra fra Sicilia e Napoli si sarebbe chiusa solo il 20 agosto 1372 dopo ben novanta anni, con il trattato di Avignone, firmato da Giovanna I d’Angiò e Federico IV d’Aragona con l’assenso di papa Gregorio XI, con il riconoscimento formale dei due regni, di Sicilia e di Napoli.

1386 –  LADISLAO I D’ANGIO’- DURAZZO

Ladislao I di Napoli, detto il Magnanimo, noto anche come Ladislao d’Angiò-Durazzo o Ladislao di Durazzo, figlio del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, fu re di Napoli dal 1386, anno dell’assassinio del padre, al 1414, anno della sua stessa morte. Fu l’ultimo erede maschio legittimo degli Angiò-urazzo, ramo collaterale della dinastia estintasi nel ramo principale nel 1382 con Giovanna I di Napoli, gli Angioini. Dopo la morte gli succedette la sorella Giovanna II, poi morta anch’ella senza eredi; la corona andò infine a Renato d’Angiò-Valois, ultimo re della dinastia degli Angioini nel Regno di Napoli. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “E’ notevole, per quanto riguarda la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia tra i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era a capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Ecc..”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, Carlo Pesce, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che Ladislao uscì vincitore dalla contesa e prese il Regno di Napoli ed in tale occasione nell’anno 1404 “…. scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie.”, dunque perdonò tutti i Sanseverino che si erano a lui ribellati o che avevano combattuto a favore di Luigi d’Angiò.

Nel 1400, lo ‘Stato di Diano’ (Teggiano) e la Signoria dei SANSEVERINO

Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino…….Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), ecc…ecc….(vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), ecc….ecc….Degli angioini ecc…ecc…ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) Poi il nipote Tomaso (IV conte di Marsico), il figliuolo Antonio (+ 1384) cui seguì Tomaso e poi Luigi (o Lodovico). Da costui Tomaso (VIII conte di Marsico) morto senza eredi, per cui gli successe il nipote Giovanni che sposò Giovanna di Sanseverino (aveva avuto in dote la baronia di Diano) alla quale re Ferrante (a. 1463) concesse l’omnimoda giurisdizione di Diano, S. Arsenio e S. Pietro (ASN, Conc. ragion., Cautele f. 81 sg.). A Giovanna successe Luigi o Lodovico che morì, per cui il passaggio a Roberto (XI conte) che sposò Raimonda del Balzo, figlia di Gabriele, duca di Venosa. Roberto fu il principe di Salerno (+1474) al quale seguì Antonello che nel 1497 ottenne (si era ribellato e poi si era chiuso nel castello di Diano) di uscire dal regno con la famiglia e i suoi partigiani. I beni passarono alla Real Corte. Ferdinando il Cattolico concesse poi la baronia di Diano a D. Prospero Colonna (Giliberti, p. 26) ma nel 1506 il figliuolo di Antonello, Roberto, riebbe tutti i beni confiscati. Gli succedette Ferrante, ultimo principe di Salerno perchè ribelle. Nel 1555 la real corte vendette Diano al principe di Stigliano con patto di ‘retrovendendo quantocunque'”.

Nel 1400, muore Luigi Sanseverino, conte di Marsico e figlio di Tommaso IV

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “VIII…..Egli morì nel 1387 lasciando quattro figli, Luigi, Francesco, Giovanni e Caterina, tutti minori, dei quali assunsero la tutela la madre Francesca Orsisi contessa di Marsico e di S. Severino, signora della città di Cajazzo e Bertrando di S. Severino, come rilevasi da un diploma del 1388 (2). Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad un ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”. Il Mazziotti (…), a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ventimiglia, op. cit., pag. 180”.

Nel 1400, Tommaso V di Sanseverino, conte di Marsico successe al padre Luigi

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, riferendosi a Luigi Sanseverino nella successione del padre Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad un ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”. Il Mazziotti (…), a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ventimiglia, op. cit., pag. 180”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 148, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Le contee di Sanseverino e di Marsico con la baronia del Cilento erano, per la morte di Luigi Sanseverino, passate al suo figliuolo primogenito Tommaso che in un diploma del tempo si intitola conte di Marsico signore di Sanseverino e della Baronia del Cilento. Egli avea tolto in moglie Emilia Capece da cui ebbe una sola figliuola, Diana, che andò poi sposa al conte Ardizzone.”. Dunque, il Mazziotti scriveva che dopo la morte di Luigi Sanseverino, successe nella contea di Marsico il primogenito Tommaso V di Sanseverino. Siccome, il Mazziotti scriveva che Luigi di Sanseverino era ancora in vita nel 1400, la sua morte e successione del figlio Tommaso V avvenne nei primi anni del 1400.

Nel 1400, Luigi Sanseverino, figlio di Tommaso IV

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile. Egli morì nel 1387 lasciando quattro figli, Luigi, Francesco, Giovanni e Caterina, tutti minori, dei quali assunsero la tutela la madre Francesca Orsisi contessa di Marsico e di S. Severino, signora della città di Cajazzo e Bertrando di S. Severino, come rilevasi da un diploma del 1388 (2). Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad un ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”. Dunque, secondo il Mazziotti, Luigi Sanseverino, Conte di Marsico e figlio del defunto Tommaso IV, ebbe due figli: Tommaso VII e Giovanni Sanseverino che, alla morte dello zio Tommaso V, morto senza eredi, succederà nella Contee dei Sanseverino.

Nel 1400, TOMMASO (VII) SANSEVERINO, conte di Marsico successe al padre Luigi

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad un ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”. Il Mazziotti (…), a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ventimiglia, op. cit., pag. 180”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 148, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Le contee di Sanseverino e di Marsico con la baronia del Cilento erano, per la morte di Luigi Sanseverino, passate al suo figliuolo primogenito Tommaso che in un diploma del tempo si intitola conte di Marsico signore di Sanseverino e della Baronia del Cilento. Egli avea tolto in moglie Emilia Capece da cui ebbe una sola figliuola, Diana, che andò poi sposa al conte Ardizzone.”. Dunque, secondo la successione e secondo quanto scrive il Mazziotti, alla morte di Luigi Sanseverino, succederà il figlio Tommaso che io chiamo Tommaso VII di Sanseverino che ebbe in moglie Emilia Capece da cui ebbe una sola figlia chiamata Diana Sanseverino. Ma purtroppo, la figlia Diana alla sua morte non potè ottenere i feudi e le contee essendo femmina. I feudi e le Contee dei Sanseverino dei Conti di Marsico furono concesse da re Alfonso I d’Aragona che le concesse allo zio Giovanni Sanseverino. Diana non potè ottenere quanto gli spettasse per successione nemmeno alla morte dello zio Giovanni che lasciò i suoi beni ai figli Luigi, Barnaba e Roberto che divenne Principe di Salerno essendo ella dichiarata decaduta per ribellione. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino…….Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), ecc…ecc….(vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), ecc….ecc….Degli angioini ecc…ecc…ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) Poi il nipote Tomaso (IV conte di Marsico), il figliuolo Antonio (+ 1384) cui seguì Tomaso e poi Luigi (o Lodovico). Da costui Tomaso (VIII conte di Marsico) morto senza eredi, per cui gli successe il nipote Giovanni che sposò Giovanna di Sanseverino (aveva avuto in dote la baronia di Diano) alla quale re Ferrante (a. 1463) concesse l’omnimoda giurisdizione di Diano, S. Arsenio e S. Pietro (ASN, Conc. ragion., Cautele f. 81 sg.). A Giovanna successe Luigi o Lodovico che morì, per cui il passaggio a Roberto (XI conte) ecc…”.

Nel 7 settembre 1404, un privilegio a Lagonegro concesso da re Ladislao

Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ notevole, per quanto riguarda la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) il Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa sai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu allora che Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li rinchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure Gaspare, che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati de’ feudi e d’ogni podestà e carica. IV. – Per l’avvenuta morte del tiranno, o meglio per la disgrazia, in cui era incorso verso il Sovrano, l’Università di Lagonegro, che si era serbata fedele alla casa di Durazzo durante le lunghe guerre civili, profittando degli eventi, chiese a Re Ladislao d’essere posta nel Regio Demanio, di dipendere cioè direttamente dalla Corona lungi da ogni dipendenza feudale. In effetti, nel 7 Settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Flacone e da Tortorella: “Sane moti devotis supplicantionibus etc…”…..”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Principato Citra”, a p. 26, nel suo cap. 3, in proposito scriveva che: “Per tutto il trecento Casaletto, casale di Tortorella, rimase probabilmente terra della Baronia di Lauria, sotto la protezione dei Sanseverino, come testimoniano anche in uno strumento notarile rogato in data 26 ottobre 1347 dal Regio Notaro Roberto Lombardo (39). Sul finire del secolo quest’ultimi presero parte allo scontro per la successione al trono del Regno di Napoli tra Luigi II d’Angiò (ramo francese) e Ladislao d’Angiò-Durazzo e che vide, nel 1399, il prevalere di quest’ultimo. Come ricorda Croce “Ladislao abbatté molte case potenti e, tratti seco a Napoli con simulata benevolenza i principali dei Sanseverino, rinnovò su questa famiglia la strage che già ne aveva fatta Federico II, e, strangolati quei prigionieri nel Castelnuovo, ordinò di gittarne i corpi in una chiesetta diruta, dove furono dati in pasto di cani” (40). I Sanseverino, che erano tra i principali esponenti dello schieramento avverso, subirono la dura vendetta del nuovo re, che si concretizzò anche con la confisca, per fellonia, della maggior parte dei feudi, tra cui la Contea di Lauria. Il 2° Conte di Lauria, Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.

Nel 1404, re LADISLAO-DURAZZO fece uccidere alcuni della famiglia Sanseverino confiscandone tutti i beni, tra cui Gaspare Sanseverino Conte di Lauria avendo loro patteggiato per Luigi II d’Angiò

Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, parlando di Diano (Teggiano), ed in particolare di Tommaso II Sanseverino in proposito scriveva che: “Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino nei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a demanio reale.” Nel 1404 vi inviò come castellano Alessandro Lanario, assicura il Mandelli, nella torre che vi aveva fatto costruire poi trasformata da re Ferrante che vi spese 80.000 ducati ecc..”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile.”. Matteo Mazziotti (…), nell’opera citata, a pp. 144-145, in proposito all’epoca della guerra tra Luigi d’Angiò e Ladislao di Durazzo, scriveva che: “All’annunzio della morte di Carlo di Durazzo la fazione Angioina, di cui era a capo Tommaso Sanseverino appartenente al ramo dei conti di Tricarico, usurpò, a nome di Luigi II d’Angiò, che era stato investito del reame di Napoli dall’antipapa Clemente, il titolo di vicerè di Napoli e trase seco contro Ladislao la sua estesa e potente parentela, tra cui i conti di Marsico e baroni di Rocca. Quindi la fiera inimicizia di Ladislao contro tutta la famiglia Sanseverino. Morto intanto nell’ottobre del 1389 il papa Urbano VI Bartolomeo Prignano oriundo di Prignano del quale avrò a parlare trattando di quel casale, e successogli Bonifacio IX, Luigi II d’Angiò venne nel 14 agosto del 1390 con numerosa flotta in Napoli solennemente ricevuto. Ne seguirono le parti, tra gli altri baroni del regno, tutti i Sanseverino con a capo Tommaso dei conti di Tricarico. La regina Maria, madre di Ladislao, convocò a Gaeta i baroni di parte sua e li indusse ad attaccare nelle loro terre i Sanseverino che restarono vittoriosi. Ladislao intanto aiutato dal nuovo papa armò un poderoso esercito e riuscì a riconquistare Napoli e, consolidatosi sul trono, pensò a vendicarsi aspramente dei Sanseverino. Fattine prigionieri in Castelnuovo 11 tra cui i fratelli, Ruggiero conte di Tricarico, Ugo conte di Potenza, Tommaso conte di Montescaglioso col figlio Guglielmo, Venceslao conte di Venosa e di Amalfi con un suo figliolo, Arrigo conte di Terranova ed altri, li fè strangolare e quindi dare in pasto ai cani. Altri Sanseverino, tra cui il conte di Nardò, il conte di Lauria ed il conte di Marsico si salvarono nel castello di Taranto (1) perdendo però tutti i loro feudi.”. Il Mazziotti a p. 145 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania’, pag. 176; Racioppi, op. cit. vol. V, pag. 188.”. Giacomo Racioppi (…) citato dal Mazziotti, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a p. 188 vol. II, scriveva che: “Usa forza e inganni contro i Sanseverino, numerosi quanto potenti. E dice uno storico: (1) “Ne fa cercare quanti ne potè avere (e furono undici) in Castelnuovo, ove gli fa strangolare, e poi gittare, nei fossi di quello, ai cani: tra i quali incarcerati fu Tommaso, conte di Montescaglioso, con Guglielmo suo figliolo; Vincilao, conte di Venosa e di Amalfi, Melito e Belcastro; Arrigo, conte di Terranova; Gaspero, conte di Matera, e Ruggiero conte di Tricarico, primogenito del Duca di Venosa con tre suoi fratelli. Alcuni di questi ultimi furono ritenuti prigioni. Gli altri Sanseverino, il conte di Nardò, il conte di Lauria, il conte di Marsico, fuggendo s salvarono nel Castello di Taranto.” E questa fu la seconda persecuzione dei Sanseverino (conclude lo storico stesso), essendo stata la prima a tempo dei re Svevi. Mandò ad occupare i loro Stati per la Basilicata e per la Calabria; e dove trovò resistenza pose assedio e prese d’assalto.”. Sempre il Racioppi, a p. 188 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nell’anno 1404. Summonte, pag. 535 e con qualche variante dei nomi in altri scrittori. – Conf. Tonsi, ‘Historia Monst. Montiscav.’ 105, e Gatta, Memorie della prov. della lucania, 1732, 176.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto sul casale di Caselle in pittari e riferendosi ad Americo Sanseverino, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco (…) a p. 102 nella sua nota (134) postillava che: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combattè duramente i Sanseverino che gli si erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, di Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco (…) sulla scorta di Ebner cita le stesse notizie nel suo “Il Cervato conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre Comuni (1845-1899)”, che stà nella rivista Euresis’, vol. X, a p. 156 e s., rivista edita dal Liceo T. Cicerone di Sala Consilina, in proposito a p. 159 scriveva che: “La lotta tra durazzeschi ed angioini divampata fra XIV e XV secolo mutò per la prima volta lo stato delle cose. Ladislao di Durazzo, infatti, sottratti ai Sanseverino tutti i loro feudi, progettò una delimitazione dei confini di quelli situati lungo la fascia pedemontana del Cervato (8).”. Il Fusco a p. 159 nella sua nota (8) postillava che: “(8) idem vedi nota 134”. In questa nota (8) però il Fusco postillava di “P. Cantalupo-A. La Greca, Storia delle Terre del Cilento antico, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I, p. 238.”. Il Fusco nel libro su Casaletto nella sua nota 134 postillava  “ivi, p. 59 e nota 8″, ma vi è un errore di stampa in quanto a p. 59 non si parla di quella orrenda strage. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “E’ notevole, per quanto iguara la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia tra i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era a capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa dai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu che allora Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li racchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage,  enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure ‘Gaspare’ che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati dè feudi e d’ogni podestà e carica.”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, Carlo Pesce, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che Ladislao uscì vincitore dalla contesa e prese il Regno di Napoli ed in tale occasione nell’anno 1404 “…. scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie.”, dunque perdonò tutti i Sanseverino che si erano a lui ribellati o che avevano combattuto a favore di Luigi d’Angiò. Il Pesce (…), a p. 209, continuando il suo racconto sulla storia di Lagonegro, pubblicò il testo integrale un prilegio concesso da Re Ladislao alla città di Lagonegro. Il Pesce scrive che il documento è stato smarrito ma fu pubblicata la sua trascrizione integrale dal Falcone (…) e dal Tortorella (…), due studiosi locali del 1800. Si tratta di un documento che porta la data del “7 settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Falcone e da Tortorella: “Sane moti devotis ecc..ecc.”.“.

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 133, nel “Cap. V – La Baronia nel ‘400 e nel ‘500”, in proposito scriveva che: “Narra il Summonte (2) che re Ladislao, annunziate le nozze del figlio naturale Rinaldo con Angela Marzano da celebrarsi a Capua, invitò Goffredo con la famiglia del defunto Giacomo. Non erano nemmeno giunte nella città campana che le due famiglie vennero arrestate per ordine del re, il quale già aveva emesso l’ordine per l’immediata confisca dei loro beni. Solo a seguito delle accorate insistenze e le vive preghiere di Margherita di Marzano, assai cara al re, Ladislao si decise a ridare la libertà alle due famiglie. Fece di più: reintegrò Giovanni Antonio (28 febbraio 1404) negli aviti feudi e gli confermò, come si legge in un prezioso documento conservatoci dal Winspeare (3), anche gli antichi privilegi, tra cui l’amministrazione dell’alta giustizia nelle sue Terre.”. Ebner, a p. 133, nella nota (3) postillava: “(3) Winspeare cit., p. 179 sg. Ex Regesto Ladislai, signato 1404 B f 102 t: “Ladislaus Rex etc…(….) Nuper pro parte spectabilis et magnifici Johanni Antonii de Marzano etc…”.”.

Nel 3 settembre 1406, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, da re Ladislao d’Angiò-Durazzo

Benedetto (o Betto) de Principato, noto come Betto da Lipari (Lipari, XIV secolo – XV secolo), è stato un nobile, condottiero e ammiraglio italiano, conte di Policastro. Appartenente al ramo siciliano della famiglia dei Principato, fu legato per tutta la vita agli Angiò-Durazzo, sovrani del Regno di Napoli. Il 3 settembre 1406 il Re Ladislao d’Angiò-Durazzo gli donò la Contea di Policastro[1] e dopo la presa di Roma, avvenuta nel 1409, lo creò castellano di Castel Sant’Angelo[2]. Da Wikipedia leggiamo che la Contea di Policastro fu retta da Betto di Principato (dal 3 settembre 1406), ammiraglio, signore di Lauria, Lagonegro, Tortorella e Rivello (1). Wikipedia alla nota (2) postillava: Alessandro Cutolo, Re Ladislao D’Angiò Durazzo, Napoli, A. Berisio, 1969, p. 143, n. 86.. Nell’ottobre dello stesso anno Betto si scontrò con Paolo Orsini in Vaticano. Questi passato dalla parte degli angioini contro i Durazzo, nel tentativo di riprendere Roma, attestatosi a Castel del Valca, irruppe in Vaticano con 300 lance e 200 fanti, bruciò la porta dell’ospedale di Santo Spirito e nella battaglia riuscì a catturare alcuni armigeri[3]. Definito dallo storico Angelo di Costanzo «eccellente nelle guerre di mare»[4], il 19 maggio 1411, schierato nell’esercito di Ladislao, prese parte alla fallimentare battaglia di Roccasecca, venendo fatto prigioniero[5]. La battaglia si svolse il 19 maggio lungo le rive del fiume Melfa e durò dai vespri fino a notte fonda[4]. Ladislao fece vestire con vesti reali Sergianni Caracciolo e altri sei condottieri del suo esercito e ciò non bastò a disorientare le truppe nemiche che grazie alle schiere di Muzio Attendolo Sforza riuscirono a compiere un’ampia mossa aggirante e a sopraffarlo[5]. L’esercito di Ladislao fu quindi scompaginato e il sovrano napoletano giunse con altri fuggitivi alle tre di notte a piedi a Roccasecca, dove riuscì a procurarsi alcuni cavalli e a rifugiarsi e barricarsi con essi a Cassino, all’epoca denominata San Germano[6]. I soldati di Luigi catturarono 400 cavalieri nemici, tra cui Angelo Simonetta, Antonio Acquaviva, Ardizzone da Carrara, Baordo Pappacoda, Bartolomeo da Pirano, Betto da Lipari, Braga da Viterbo, Conte da Carrara, Daniele da Castello, Nicola di Vitolo, Nicolò da Celano, Obizzo da Carrara, Ottino Caracciolo, Ottino de Caris, Perdicasso Barile, Pietro “Camiso” Barile, Raimondo Origlia, Restaino Cantelmo e Sergianni Caracciolo, che per riottenere la libertà furono costretti ad autoriscattarsi per alte somme[4]. Liberato dietro riscatto, partecipò all’occupazione dell’Umbria e dello Stato Pontificio, durante la quale vinse con l’ingegno uno scontro militare lanciando sui nemici dei carciofi al posto delle normali munizioni, che erano state esaurite, ragion per cui la sua famiglia in memoria di tale episodio inserì nel proprio stemma tale ortaggio[6]. Era sempre con Ladislao quando questi convalescente fu riportato via mare a Napoli, dove morì quattro giorni dopo il suo arrivo, il 6 agosto 1414. Poco prima di morire, il sovrano aveva affidato a Betto, «suo fidatissimo famigliare»[7], la custodia dei traditori Paolo ed Orso Orsini[8].

Nel 1414, re Ladislao I di Durazzo, concesse il feudo di Caselle a Guarrello Orilia

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (134) postillava che la notizia era tratta da: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combatté duramente i Sanseverino che gli erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, d Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (135) postillava che la notizia era tratta da: “(135) ASN., Fondo “Cappellania Maggiore”, vol. 683 etc., inc., n. 2″. Non mi ritorna quanto invece scriveva Carlo Pesce in proposito. L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”.

Nel 1414, muore Ladislao I di Durazzo

Ma i progetti dell’ambizioso sovrano erano destinati a non realizzarsi mai. Colpito da una malattia, re Ladislao I rientrò a Napoli, dove morì il 6 agosto 1414 all’età di appena 38 anni. In molti hanno sollevato il dubbio che la sua morte non sia avvenuta per cause naturali, bensì per avvelenamento, messo in atto da Firenze per liberarsi della sua minaccia. In realtà, si sa che la morte fu dovuta a una malattia infettiva dell’apparato genitale (forse alla prostata), causata dalle abitudini sessuali dissolute e promiscue[1]. Con la sua scomparsa, senza lasciare eredi, la corona di Napoli passò alla sorella Giovanna, che regnò fino alla morte, nel 1435, ultima sovrana della Casa d’Angiò di Napoli. L’imponente monumento sepolcrale nella Chiesa di San Giovanni a Carbonara, fatto erigere dalla sorella Giovanna, ne custodisce le spoglie.

1414 –  GIOVANNA II D’ANGIO’-DURAZZO E IL REGNO DI NAPOLI

Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 134, nel “Cap. V – La Baronia nel ‘400 e nel ‘500”, in proposito scriveva che: “Con l’avvento al trono di Giovanna II (1414-1435), il barone di Novi, confermato Grande ammirato del regno, continuò a essere tra i più importanti feudatari. Va ricordato, però, che dell’antico complesso fondiario, che costituiva la grande baronia di Novi, i Marzano possedevano ormai solo la Terra, e cioè lo “stato” di Novi. Proprio Giovanna II aveva venduto (a. 1415) Cuccaro e casali al principe di Lipari, la cui isola godeva il privilegio della franchigia doganale (4).”. Ebner, a p. 134, nella nota (4) postillava: “(4) J. Mazzoleni, Reg. della Cancelleria arag. di Napoli, Napoli, 1951, pp. XVII-XIX, no. I.”.

Nel 1415, la regina Giovanna II di Napoli vendette i feudi di Cuccaro, Policastro, Rivello, Lagonegro e Lauria al principe di Lipari, Benedetto o Betto di Principato

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 134, nel “Cap. V – La Baronia nel ‘400 e nel ‘500”, in proposito scriveva che: “Con l’avvento al trono di Giovanna II (1414-1435),…..Proprio Giovanna II aveva venduto (a. 1415) Cuccaro e casali al principe di Lipari, la cui isola godeva il privilegio della franchigia doganale (4).”. Ebner, a p. 134, nella nota (4) postillava: “(4) J. Mazzoleni, Reg. della Cancelleria arag. di Napoli, Napoli, 1951, pp. XVII-XIX, no. I.”.  Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: “Nel 1416 il feudo di Tortorella, insieme a quello di Rivello e ai castelli di Lagonegro e di Lauria fu venduto dalla regina Giovanna II al fidato conte di Policastro Betto de Principato (41).”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federico Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti-Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”. Infatti, leggiamo da Wikipedia che nel 1416 la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo gli concesse i feudi di Lagonegro, Lauria, Rivello e Tortorella e l’anno successivo (1417) lo ammise tra i baroni del suo Consiglio[9]. “Barone ricco”[10], più volte prestò ingenti somme alla Corona. Betto era anche proprietario di galee da guerra, a cui la Regina Giovanna ricorse più volte, come nel 1420, quando dovette fronteggiare il rivale Luigi III d’Angiò-Valois[11]. Wikipedia nella nota (9) postillava: Nunzio Federigo Faraglia, Storia della Regina Giovanna II d’Angiò, Lanciano, R. Carabba, 1904, p. 73-286.

Nel 1416, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, Rivello, Lagonegro e Lauria dalla regina Giovanna II di Napoli

Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato (… – …; fl. 1430-1438) è stato un vescovo cattolico italiano della diocesi di Policastro. Fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto de Principato fu vescovo di Policastro dal 1430 al 1438 (12), e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Nicola Principato fu nominato vescovo di Policastro nel 1430. Di lui si sa solo che, con il consenso del capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò l’amministrazione della parrocchia di Santa Barbara di Rivello alla chiesa madre della stessa città (….). Wikipedia nella nota (1) postillava: “(1) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della diocesi di Policastro, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1976, p. 76″. Wikipedia alla nota (12) postillava: “(12) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, p. 76.”. Il sacerdote Giovan Battista Pacichelli (….), , nel 1701, nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che: “Vasta però è la Diocesi, diffusa in 24 Terre, delle quali molto nobile, e illustrata fù dalla Porpora Cardinalizia, in persona della mem. glor. del ‘Cardinal Brancati’, è quella di Lauria, che non invidia qualche Città: alla quale dell’honore segue Rivello, che apre due Parrocchie, l’una di Cerimonie Greche, l’altra di Latine, giunta la mischianza non confusa delle Anime. Vi hanno ancor luogo Badie Concistoriali, dipendenti dalle Basiliche, Vaticana, e di Liberto.”. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro etc…”, a p. 76 (vedi Sinossi a cura di G.G. Visconti), in proposito scriveva che: “XV. Nicola Principato, nominato vescovo di Policastro nel 1430. Questo vescovo, con il consenso del Capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò anche l’amministrazione dell’altra parrocchia dedicata a S. Barbara, pure di Rivello, alla chiesa madre della stessa città.”.

Nel 3 settembre 1434 la sentenza e nel 25 ottobre 1434 la condanna dell’Abate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, delegato del Vescovo di Policastro per la tenuta di “Cannamaria” che condannava l’Abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che:  “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero anzidetto (1615). Nel giudizio, il seminario si avvalse della sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’abate del monastero di S. Maria di Gottaferrata di Rofrano (32). All’annessione del monastero di S. Mercurio si oppose l’università di Roccagloriosa che, nell’impossibilità di continuare la lite, cedette la facoltà di recupero del benefizio al barone Francesco d’Afflitto. Il vescovo di Policastro delegò quello di Marsico a decidere sulla lite. Questo vescovo stabilì (22 febbraio 1657) che poichè non era sicuro l’asserito jus patronato dell’università …..”. Ebner, a p. 435, nella nota (31) postillava che: “(31) Cfr. la Tav. 21 in Ebner, Economia e Società, cit. II.”. Infatti, Ebner, nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p……, propone la Tav. 21 dove è illustrato “21. Rofrano. Pianta dei molini, trappeti e fiumi”. Nel vol. II troviamo anche un’altro disegno manoscritto “22. Rofrano: Delimitazione del territorio compilata (1822) su documenti del 1547”Ebner, a p. 435, nella nota (32) postillava che:“(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre posseduto dai monaci, come si rileva da una sentenza (25 ottobre 1434) dell’abate di S. Giovanni a Piro (6). Ecc..”. Pietro Ebner, a p. 432, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Ebner, Ibidem, I, p. 497, n. 4”. Però l’Ebner, nello stesso testo, vol. I, a p. 497, non dice nulla in proposito ma parla di Altavilla. Ebner, nella sua nota (6) si riferiva al suo testo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, dove, infatti, a p. 497 parlando degli “Statuti di Rofrano”, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre tenuto dall’Abbazia di Grottaferrata (4), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa e Sanseverino (di Centola) etc…..Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello.”. Ebner, nel vol. I, a p. 497, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Il 25 ottobre 1434, per sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro (“sententiamus, determinamus, decidemus et definemus ac condemnamus, de concilio multorum peritorum, ut supra dictum Abatem monasterii S. Mariae Gruttae Ferratae contumacem), l’abbazia di Grottaferrata venne condannata (ac homines universitatis Cagnamario) a pagare alla badessa del convento di S. Mercurio di Roccagloriosa ogni Natale ‘uncian in carolenis argenti boni et iusti ponders, sexaginta pro uncia et duobus pro tareno’.”. Nel 1434 nacque una lite o controversia a causa della tenuta allodiale del Centaurino. Nell’Archivio di Stato di Napoli vengono conservati gli atti del processo sorto nel 1434 tra l’Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e l’Abbadessa del monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa. Per questa lite, il Vescovo di Policastro dell’epoca, Mons…………………… nominò suo delegato e giudice l’Abate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro che il 3 settembre 1434 emise la sentenza ed il 25 ottobre 1434 emise la condanna per l’Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano. Secondo gli atti del processo, l’Abbadessa del Monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa, a mezzo del suo procuratore legale, Notaio Tommaso de Franco, convenne in giudizio l’Abate di Rofrano davanti all’Abate del Monastero di S. Giovanni a Piro, delegato per la controversia dal Vescovo di Policastro dell’epoca. Nel testo conservato presso l’Archivio Diocesano di Policastro “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti Nella Corte id Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Consigliere Comm. De Micco” pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il Comm. De Micco (….) nella sua predetta Relazione (….), in proposito scriveva che: Tra i coloni e fittaioli della indicata tenuta ‘Cannamaria’, oggi ‘Centaurino’, vi fu pure l”Abate di Grottaferrata’ con gli ‘uomini del vicino paese di Rofrano. Questi coloni presero a coltivare la ‘parte della tenuta più prossima al loro tenimento’, con l’obbligo di corrispondere un ‘oncia’, ossia carlini d’argento 60 con scadenza a 25 dicembre di ciascun anno. Però essendosi resi morosi al pagamento, furono dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco convenuti in giudizio innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’, il quale, in vista dell’evidenza delle prove, con sentenza del 25 ottobre 1434 emise la relativa condanna. Giova quì appresso riportare alcuni brani di tale sentenza estratta del pari del Grande Archivio del Regno.”. La relazione del commendatore De Micco (….) che fu redatto per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro), a pp. 69-70, riferendosi all’atto del 7 aprile 1133, stipulato dai nipoti eredi del visconte Mansone, in proposito scriveva che: “veniva nel giudizio solenne del 1434, circa cinque secoli indietro, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – ‘prout in quondam privilegio testamenti seriosius continetur’ – ; ecc…”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……Ecc..”.

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(Fig…..) Estratto della Sentenza di condanna nei confronti di alcuni coloni e affittuari di Rofrano del 25 ottobre 1434, convenuti in giudizio dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’ (estratta del pari del Grande Archivio del Regno) e, pubblicata nella Relazione del De Micco (20).

Il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (…), da p. 113 a p. 121, nel Cap. XII, ‘Della Bonatenenza‘, ci parla del titolo di Rofrano.

1435 –  muore Giovanna II d’Angiò – Durazzo

Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.

Dal 1435 al 1432, Renato di Valois-Angiò

Renato di Valois-Angiò, noto come Renato I di Napoli, detto il Buono (Angers, 16 gennaio 1409 – Aix-en-Provence, 10 luglio 1480), fu Duca d’Angiò e Conte di Provenza e di Forcalquier dal 1434, Duca di Bar dal 1430, e Duca di Lorena dal 1431 al 1453 come consorte di Isabella di Lorena. Fu anche Re di Napoli dal 1435 al 1442, anno della sua deposizione e cacciata dal Regno per mano di Alfonso V, re d’Aragona. Fu inoltre Re titolare di Gerusalemme dal 1438, Re titolare d’Aragona (con incluse Sicilia, Sardegna, Maiorca e Corsica) dal 1466, e, dopo la sua deposizione, anche Re titolare di Napoli dal 1442. Suo fratello Luigi III era stato designato come erede del Regno di Napoli dalla regina Giovanna II, ultima degli Angiò-Durazzo; tuttavia questi morì prima della regina, nel 1434, e tutti i titoli passarono a Renato. Fu per questo motivo che Renato divenne il primo, ma anche l’ultimo, re di Napoli della dinastia dei Valois-Angiò.

Nel 1442 o 1443 (?), Arteluche d’Alagonia, consorte di Polissena de Principato e conte di Concurre e Agnate e di Policastro si trasferì in Francia al seguito del re Renato I d’Angiò-Valois

Da Wikipedia leggiamo che Arteluche d’Alagonia, moglie vedova di Benedetto o Betto di Principato, conte di Policastro e principe di Lipari, nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza[14]. Wikipedia alla nota (14) postillava: Dominique Robert De Briancon, L’etat de la Provence, vol. 1, Parigi, 1693, p. 263. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: Nel 1443, con la caduta della dinastia angioina, il conte di Policastro e la consorte seguirono in esilio il re Roberto d’Angiò. Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino etc….”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti-Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) Troyli Placido Abate, Istoria Generale del Reame di Napoli, Napoli, 1747, tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, parla di ‘Busento’ e della Bolla di Alfano I di cui nella nota (g), dice: ‘Alfano in Epistola Pastoralis’. Vedi pure: Paolo Diacono, Historia, miscel-lanea, Lib. XIII. Si veda pure: Troyli Placido Abate, op. cit. tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135. Il Laudisio (4), dice che l’antico documento è citato dal Troyli, “Troyl., cit., tom. 1, part. 2, pag. 135″ (il Troyli (op. cit., tomo I, parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi manoscritti rapportata“).

(3) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952.

(4) Natella P., Peduto P., ‘Pyoxus – Policastro’, stà nella rivista “L’Universo”, ed. I.G.M., 1973, , Anno LIII, n. 3, Firenze, pp. 508 e p. 510, 512 si riferisce alla notizia dataci dal Volpe, op. cit. (6). Si veda anche Porfirio (18).

(5) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (…) e, in particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano, la cita allo stesso modo del Mannelli (17), riportandone solo l’intestazione; si veda pure dello stesso autore: Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385. ;

(6) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ri-postes, Cap. X, da p. 113, 120. Si veda pure p. 132 e p. 137, dove il Volpe parla del Porto di Sapri. Si veda pure: De Giorgi, Guida dell’Italia.

(7) Gregorio Magno papa, Epistola II, 42 o 43 (?), datata Luglio 592, stà in Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae ‘Registrum epistolarum’;  oppure si veda: Ebner P., op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Stà in Barni G., I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, pp. 383-384

(8) Barni G., I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Du- chesne, stà in Barni G.,  I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383;

(9) Ravegnani G., I bizantini in Italia, Ed. il Mulino, 2004, pp. 146 e si veda pure: Ostrogorsky G., Storia dell’Impero bizantino, Einaudi, 1968.

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(10) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos his-torico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831. Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda in proposito anche Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.  Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p. 13 (testo in latino) e pp. 70-71 (la traduzione del Visconti del testo in latino). Il Laudisio, nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota (36)), dice che la Bolla di Alfano è citata in: “P. Manell., Note Lucane”; in “Const. Gat., Mem. Luc., cit., cap. 2, pag. 34′ ecc..

(11) Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581.

(12) Cappelletti G., Le chiese d’Italia dalle loro origini fino ai nostri giorni, Venezia, Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 328-329 e 367-377. Lettera del pontefice (Quoniam Velina) riportata da Cappelletti. Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» Paul Kehr (Italia Pontificia, VIII, p. 370).

(12) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377. Si parla della Chiesa Paleocastrense e vi sono accenni a Pietro da Salerno. Egli cita l’Ughelli, op. cit. (18), che pubblicava lettere e titoli dell’epoca in cui si parla di Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis'”.  Riguardo i vescovi successori di Pietro a Policastro, il Cappelletti, parla di Arnaldo “non si sa in quale anno”

(13) Lanzoni F., Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323.

(14) Duchesne L., Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (8), da pagg. 361 a 390 (a noi interessa p. 383).

(15) Paul Fridolin Kehr, Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, p. 370; Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 ( rist.), pp. 371-372, oppure ed. Berolini, 1935, p. 371. Riguardo questo periodo e a Policastro, gli studiosi Natella e Peduto (2), sulla scorta del Keher (vedi nota 70 che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I).

(16) Tortorella A., Breve cronografia ragionata della diocesi di Teggiano-Policastro, Annuario diocesano 2004-2005, pp. 25–32.

(17) Fraikin J., v. Agropoli, stà in Dictionaire d’Histoire et de Geographie ecclesiastiques, vol. I, Parigi 1909, col. 1046.

(18) Porfirio P., Policastro, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539.

(19) Borsari S., Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in Archivio storico per le Provincie Napoletane, Napoli, 1950-1951, p. 2.

(20) AAVV, Calabria bizantina, aspetti sociali ed economici, Atti del terzo incontro di studi bizantini, ed. Parallelo 38, Reggio Calabria, 1978.

(21) Douglas Norman, Vecchia Calabria (Old Calabria), ed. La Conchiglia, 1915.

(22) Questo documento proviene da un’antica pergamena della Chiesa Arcivescovile di Salerno d’onde fu tratta copia e autenticata il 14 Ottobre ‘1737 e conservata presso l’Archivio Arcivescovile di Policastro e citata anche da Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., ed di Storia e Letteratura, Roma, XII, 3, 1976, pp. 70, 72 e citata anche da Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, vol. II, pp. 591, 592.

(23) (Figg. 4-5-6) “Restaurazione della Diocesi di Policastro, centri che la costituiscono, confini, beni.”, o la nota lettera episcopale detta “Bolla di Alfano I”, datata anno 1079 – lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I. L’esemplare conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, così di seguito collocata: “Sezione Documenti antichi, Cartella I, dalle origini al 1400” (secondo quanto ci ha riferito l’attuale Bibliotecario D. Pietro). L’Ebner (11), colloca l’esemplare (forse quello conservato all’Archivio Diocesano di Salerno): “bolla a. 166 /67”. L’antico documento, è citato in Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 (rist.), pp. 371-372. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno ‘Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss., V, col. 219 e seq. “Alphanus Archieps An. 1080.”. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i Fragmenta del Codice Amalfitano, dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno Alphanus Archieps An. 1080.“. Per la sua copia conservata all’ADP, si veda anche Laudisio N.M., op. cit. (4), nota (35) del testo del Visconti, p. 13 (testo in latino) e pp. 70-71 (la traduzione del Visconti del testo in latino). Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda pure Porfirio P., ‘Policastro’, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539. Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s.; Archivio dell’Abbazia della Ss. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.; Annales cavenses, a cura di F. delle Donne, Roma 2011, pp. 36-45, sub ann. 1097, 1106, 1110, 1118, 1123. P. Guillame, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371; P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in Scritti in memoria di Leopoldo Cassese, Napoli 1971, pp. 3-32; Id., Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma 1979, pp. 243 s.; G. Vitolo, Cava e Cluny, in L’Italia nel quadro della espansione europea del monachesimo cluniacense. Atti del Convegno internazionale di storia medioevale (Pescia… 1981), Cesena 1985, pp. 199-220, stampato anche in G. Vitolo – S. Leone, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del Codex diplomaticus Cavensis, Salerno 1983, pp. 35-44; H. Houben, L’autore delle Vitae quatuorum priorum abbatum cavensium, in Studi medievali, s. 3, XXVI (1985), pp. 871-879 poi ristampato in Medioevo monastico meridionale, Napoli 1987, pp. 167-175; G. Vitolo, La badia di Cava e gli arcivescovi di Salerno tra XI e XII secolo, in Rassegna storica salernitana, VIII (1987), dicembre, pp. 9-16; M. Galante, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; J.M. Sansterre, Figures abbatiales et distribution des rôles dans les Vitae quatuorum priorum abbatum Cavensium (milieu du XII siècle), in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age, CXI (1999), 1, pp. 61-104; V. Loré, Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151; B. Moliterni, Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXXIX (2013), pp. 5-36 (27). La copia più antica dell’originale della Lettera Pastorale di Alfano I è del XII sec., ed è conservata nel Manoscritto Vaticano Patetta (coll.: Ms. vat. Patetta 1621) e, risale già al XVIII secolo (Fig. 8). Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s., che si può consultare e scaricare gratuitamente collegandosi al sito della Biblioteca Apostolica Vaticana: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Patetta.1621.

(24) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e, vedi p. 375 e s.  Si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, op. cit. (5), nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(25) Sulla ‘Carta Pisana’, si veda lo studio quì pubblicato: “Sapri nella carta Pisana del 1290 c.”

(26) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323.

(27) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, inedito conservato nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, 1891, pag. 153. Il mano-scritto del Mannelli viene citato anche dal Natella e Peduto, in Pyxous-Policastro, op. cit. , p. 486, e dice: “Lucania sconosciuta, ms in Biblioteca Nazionale di Napoli, XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Arturo Didier, scriveva in proposito: ” la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un illustre dianese, Luca Mandelli, mona-co agostiniano. Egli, grande erudito, iniziò a descrivere il territorio lucano cominciando dai paesi costieri, poi si inoltrò nelle zone interne fino a raggiungere il Vallo di Diano, dove riu-scì a descrivere, via via, la Valle, Polla, Atena e Diano. Finito di scrivere il profilo storico del suo paese natale, il Mandelli morì nel 1672. La sua opera, “Lucania sconosciuta”, rimasta incompiuta, è conservata manoscritta (oltre seicento fogli vergati con una scrittura fitta e non sempre chiara e leggibile) nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Io ho avuto l’onore e il piacere di trascriverne tutta la parte riguardante il Vallo di Diano e pubblicarla nel mio libro “Diano, città antica e nobile”, nel 1997.”. Di Luca Mandelli ne parla Vittorio Bracco, Padula, ed. Cantelmi, Salerno, 1976, nel libro che mi fu donato da Gerardo Ritorto, a p. 520 e 521, nelle sue Note dice che si era imbattuto nel manoscritto e che “la vera grafia del cognome era Mandelli, che è quella segnata nel catalogo dei manoscritti della Biblioteca Nazionale di Napoli, dove l’opera è conservata e che abbiamo creduto di voler ripristinare”. Poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, La Lucania, manoscritto anteriore al 1672, Na-poli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit. dice nella sua nota 59 a propo-sito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Si veda pure: Costantino Gatta, La Lucania illu-strata, Napoli, Antonio Abri, 1723. Frammenti del manoscritto intitolato la ‘Lucania sco-nosciuta’ del P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine è conservato Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700 [Manus] [manoscritto] [manus:0000178652-12]. Si veda pure: Gaetani Rocco, L’antica Bussento og-gi Policastro Bussentino e la sua prima sede episcopale: studio storico critico del sacerdote Rocco Gaetani, Roma, ed. A. Befani, 1882. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, No-tizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli/pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Strazzullo Franco, La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli, es-tratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976. Lo Strazzullo, a p. 294, ci parla del testo di Padiglione C., La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Martino in Na-poli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati, Napoli, 1876, che a pag. 261-263, riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Fram-menti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli del-l’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’is-tesso Ordine (21) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio, nella sua Synopsi ecc.., (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane” Sem-pre il Laudisio, nelle sua nota 36, afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”.

(29) Guillaume P., l’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, Cava dei Tirreni, 1876. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (19), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (19), venne pubblicato dal Guillaume (2). Si veda pure: Shipa M., Storia del Principato longobardo di Salerno, sta in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane, 12, 1887. Si veda pure: Natella P., Peduto P., ‘Pyoxus – Policastro’, stà in “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1973, Anno LIII, p. 512. Riguardo questo periodo e a Policastro, gli studiosi Natella e Peduto (2), sulla scorta del Keher (7) (vedi nota (70) che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I). Pietro Ebner, op. cit. (5), nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(30) Mazziotti M., La baronia del Cilento, Libreria Antiquaria Editrice di W. Cesari, Testaferrata, 1972 (ristampa), p. 114.

(31) Ughelli F., Italia sacra sive de Episcopi Italiae et Insularum, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum), a p. 533 e s. cita l’Arcivescovo di Salerno Alfano (‘9- Alphanus’) e, da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi e dei Vescovi (Episcopi) di Bussento e di  ‘Paleocastren’. Riguardo il vescovo Arnaldo, successore di Pietro, ne parla a p. 789 e s. e per tutti i suoi successori.

(32) Acocella N., Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI), stà in Rassegna storica Salernitana, Anno XXIII,  Salerno, 1963, parte II, p. 6.

(33) Tancredi L., Sapri giovane e antica, ed. Parallelo, Villa S. Giovanni, 1985, Cap. X, Doc. nn. 1-2, pp. 275 – 277

(34) Moliterni B., Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXXIX (2013), pp. 5-36.

(35) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., o- pera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Il Laudisio, nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota (36)), dice che la Bolla di Alfano è citata in “Const. Gat., Mem. Luc., cit., cap. 2, pag. 34”.

(36) Paolo Diacono, Historia Longobardorum,

(37) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(38) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571; il Gaetani dice si veda Libro 2, Cap. 2, oppure libro II, part. I, p. 136 e s.

(39) Alberti Leandro, Descrizione di tutta l’Italia, Venezia, 1588, p. 197-198.

(40) Volpi G., Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.

(41) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i Fragmenta del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Si veda sempre dello stesso autore ‘Antiquitate Italiae medii aevi’, Milano, 1741, Tomo IV, diss. XIX, col. 219 et seq., ‘Alphanus Archieps An. 1080′. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi, secondo cui è il Muratori che parla della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori, ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”.

(42) Ugone Abate di Venosa, Vitae quatur priorum abbatun Cavensium: Alferium, Leonis, Petris et Constabilis, manoscritto sulla vita di Pietro, verso il 1140, scritto in latino e tradotto in italiano dal Ridolfi sul finire del ‘500 (20). Si veda pure Guillame P., Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa.

(43) Romoaldo Guarna o Salernitano, Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani, si veda: Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Salerno, 1800, p…..

(44) Di Meo A., Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1803, Tomo VIII, p. 179 e s.; riguardo le notizie intorno al Vescovo Arnaldo, si veda: Di Meo Alessandro, che nel Tomo IX, p. 164 e s., dove, parlando dell‘”anno di Cristo 1110, IND. III. B.”, ci parla di dell’Ughelli (31) e dell’antico documento Normanno dove è citato il vescovo Paleocastrense Arnaldo.

(45) Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (42), venne pubblicato dal Guillaume (29).

(46) Pennacchini L.E.,  Pergamene salernitane, Salerno, 1941, p. 33 e s.

(47) Moliterni B., Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXXIX (2013), pp. 5-36.

(48) Vassalluzzo M., Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s.

(49) Guzzo A., Da Velia a Sapri, ed. Arti grafiche Palumbo e Esposito, Cava de’ Tirreni, 1978, p. 106.

(50) Santorio P. E., Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601,  fol. 29,  L’Antonini dice nelle sua nota (1) che dal Santorio: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”.

(51) Richard e Giraud, Dizionario universale delle Scienze Ecclesiastiche, opera compilata dai padri…, Napoli, 1848, ed. Stab. Tip. Batelli: su Policastro: p. 679.

(52) Antonini Giuseppe, La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(53) Follieri Enrica., ……………………….., stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988; si veda pure: Follieri E., Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997.

(54) Fittipaldi W., La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016

(…) Holstenius (Olstenio) Lucas, (Note  all’Italia antiqua di Cluverio (18)), Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc.., Roma, typis Iacobi Dragondelli, 1666 e altra edizione del 1624, pp. 22 e 288. Luca Olstenio, in questo libro, a p. 22  e a p. 288, parla e commenta le pagine 1262 e 1263 del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse l’Italia antiqua, che a p. 1263 parla di ‘Blanda oppidum’. Si veda pure: Almagià R., L’opera geografica di Luca Holsteno, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942

Nel 1416 la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo gli concesse i feudi di Lagonegro, Lauria, Rivello e Tortorella e l’anno successivo (1417) lo ammise tra i baroni del suo Consiglio[9]. “Barone ricco”[10], più volte prestò ingenti somme alla Corona. Betto era anche proprietario di galee da guerra, a cui la Regina Giovanna ricorse più volte, come nel 1420, quando dovette fronteggiare il rivale Luigi III d’Angiò-Valois (11). Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato, vescovo di Policastro, fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto di Principato (12) e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 210 e ssg., in proposito scriveva che: “Restò questa volta Lagonegro nel regio demanio dieci anni solamente, poichè, morto Ladislao nel 1414, e succedutagli nel trono di Napoli la sorella Giovanna II, costei, volendo mostrarsi generosa e magnanima, liberò i prigionieri e perdonò e reintegrò tutti i ribelli puniti da Ladislao. Fra questi fuvvi ‘Francesco Sanseverino’, figlio di Gaspare, al quale fu ridonata la Contea di Lauria e con essa l’Utile dominio di Lauria.”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: “Il 2° conte di Lauria Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404. Nel 1416 il feudo di Tortorella, insieme a quello di Rivello e ai castelli di Lagonegro e di Lauria fu venduto dalla regina Giovanna II al fidato conte di Policastro Betto de Principato (41).”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti-Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.

Il 7 marzo 1417, l’Abate Nicola, Archimandrita dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro fu eletto vescovo di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 408, parlando del casale e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Ma già dopo il 1417, approfittando dell’infermità dell’abate pro-tempore, il vescovo della diocesi avocò la giurisdizione spirituale del casale e, contemporaneamente, il feudatario di Policastro usurpò quella temporale di S. Giovanni a Piro £ad abbatiam ipsam pertinens (…) et occupatus tenet fructus et redditibus”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 489 parlando di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Nel ‘400 già le notizie cominciano ad infittirsi. Il 7 marzo 1417 il capitolo di Policastro elesse vescovo l’archimandrita (14) Nicola del monastero di S. Giovanni a Piro, elezione che l’Ughelli (15) dice confermata da papa Martino V. Il 15 febbraio 1441 papa Eugenio IV elesse vescovo di Capaccio Masello Mirto (morto 1471) archimandrita del monastero di S. Giovanni a Piro. Il 3 novembre 1449, per ordine del papa Nicolò V (1447-1455) venne destituito l’abate di quel monastero perchè “publice fornicari etc….”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Sette furono gli Abati-Commendatori: – Un Abate Basiliano di questo Cenobio, Nicola, fu eletto Vescovo di Policastro nel 1417; gli successe Mons. Nicola Principato nel 1430.”. Il 7 marzo 1417 il capitolo di Policastro elesse vescovo l’archimandrita (14) Nicola del monastero di S. Giovanni a Piro, elezione che l’Ughelli (15) dice confermata da Martino V. Il 15 febbraio 1441 papa Eugenio IV elesse vescovo di Capaccio Masello Mirto (morto nel 1471), archimandrita del monastero di S. Giovanni. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (14), postillava che: “(14) Della dignità di archimandrita degli igumeni della badia di S. Giovanni a Piro si apprende dal Laudisio cit. p. 35 (p. 17 della nuova edizione cit.) ‘altera S. Johannis Baptistae, archimandritae S. Joannis ab Epyro subiectae’. Il Laudisio si riferisce alla grancia di Rivello, badia minore dipendente da S. Giovanni a Piro.”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (15), postillava che: “(15) Scrive l’Ughelli (Italia Sacra, VII: “XIV Episcopus Nicolaus Abbas Monasterij S. Joannis ad Pirum, Ordinis S. Basilij Policastrensis Dioecesis defuncto Roberto, a Capitulo electus est Episcopus anno 1417 septimo Kal. Martij, a Martino V confirmationem accepit. Cfr. Laudisio cit., p. 19: XIV Nicolaus abbas monasterij S. Johannis ab Epyro, Ord.s S. Basilii, episcopus an. 1417.”.

Nel 1418, il feudo di Policastro era posseduto da Carlo Carrafa

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, nel vol. I, a pp. 539-540, parlando di Policastro (attuale Policastro Bussentino), in proposito scriveva che: “Il feudo nel 1418 era posseduto da Carlo Carrafa (14), feudo confermato da re Ferrante nel 1461 che lo rivendette poi nel 1465 (ducati 5000)) al suo primo ministro Antonello de Petruciis, ecc…ecc…”. Ebner, a p. 539, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Reper. Quintern., ff 158-161: come appare in Archivio Regiae Diclae in Registro Ioanne scindae f. 262. Conferma (‘cum hominibus, vaxallis, iuribus’ ecc.. a Bartolomeo Carrafa da parte di re Ferrante nel 1461 (‘Quintern. div. 2° p. 856).”. Sui Sanseverino e sui Carafa ha scritto anche Carlo Pesce (…), nella sua ‘Storia della città di Lagonegro’. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 408, parlando del casale e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Ma già dopo il 1417, approfittando dell’infermità dell’abate pro-tempore, il vescovo della diocesi avocò la giurisdizione spirituale del casale e, contemporaneamente, il feudatario di Policastro usurpò quella temporale di S. Giovanni a Piro ad abbatiam ipsam pertinens (…) et occupatus tenet fructus et redditibus”.

Nel 26 ottobre 1422, la regina Giovanna II d’Angiò istituì la commissione davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli per giudicare il Conte di Lauria

Sempre riguardo l’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, popo aver detto del Laudisio (…) e delle notizie intorno a Roberto il Guiscardo, scriveva che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Il Di Luccia (…), postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”Il Laudisio (…), citava il Marino Freccia (…), ovvero il suo: “De subfeudis”, in “dè Origine Baronum”,

Freccia Marino, subfendis, Abbati, foglio (pagina) 26, n. 28

(Fig…) Marini Frecciae, op. cit., p….

Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo commissionò una sua lettera in cui ordinava “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”

Nel 26 agosto 1422, la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo conferma a Policastro diversi privilegi (scrive il Cataldo), mentre il Di Luccia afferma essere un ordinanza per la restituzione dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria

Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, nel Cap. IV, parlando del “III Stato di S. Giovanni a Piro – ove si discorre della sua Spirituale Giurisdizione”, sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, riportava il passo del documento scritto al tempo del Petrucci e scritto dalla Commssione della Regina Giovanna, il 26 agosto 1442 e a p. 76, in proposito scriveva che: “…,  donde poi è venuta la totale perdida della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra, conforme si cava dal tenore delle infrascritt lettere, quando anche si considera che il Vescovo di Policastro incominciò ad usurpare la Giurisdizione Spirituale suddetta in congiuntura, che il Padre Nicola Abbate della nostra Abbadia fù assunto al detto Vescovato, come vuole l’Ughellio nel tomo 7. della sua Italia da noi addotto di sopra e ne prese la cura per l’infermità del Abate suo successore, come si cava da commissione data dalla Regina Giovanna Seconda sotto il 26. Agusto 1422. al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, che così ne parla: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”.

di-luccia-p-761.png Di Luccia, p. 77

(Figg…) Di Luccia (…), pp. 75-76-77 e s.

Il Di Luccia (…), a p…. scrive che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, commissionò “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. 77, cita l’antico documento del 26 agosto 1422 con cui la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, ( il Cataldo scrive che con tale documento concedeva dei privilegi alla città di Policastro e scriveva che detto documento era tratto da: “conforme più ampiamente si vede dal fogl. 97. e 98. del Processo del 1567. del S.R.C. per l’atti di Caro più volte da noi addotto.”), mentre il Di Luccia (…), lo riporta scrivendo che con tale documento la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo diede la commissione “al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, ecc…”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. …riporta il documento del 26 agosto del 1442, in cui, la regina Giovanna II d’Angiò Durazzo, scriveva al Giustiziere del Regno che doveva far restituire i frutti ed i benefici della chiesa di Policastro usurpati dal Conte di Lauria. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo.Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”. In questo caso però devo segnalare che sul dattiloscritto del Cataldo a p. 44 vi è un errore di trascrizione in quanto non si tratta di un documento del 26 agosto 1442 ma del 26 agosto 1422. Infatti, sempre il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a pp. 134 e seg. riporta il documento del 26 agosto 1422 e scriveva in proposito: “E) – Privilegi concessi alla Città di Policastro da Giovanna II° d’Angiò – Durazzo, Regina di Napoli nell’anno 1422. – “Joanna Secunda Regina, cum Magnifico Viro Mag.ro Rust.lio Regni nostri Siciliae, eiusque ecc…”, di cui a p. 138, alla fine del documento, il Cataldo scrive che: “Dato nel Borgo di Castiglione di Gaeta per mano del Magnifico Cristoforo Gaetano Soldato Luogotenente e Protonotario del Nostro Regno di Sicilia per mezzo dell’affine Collaterale Consigliere e nostro diletto fedele, l’anno del Signore 1422, il giorno 26 del mese di agosto, 15° indizione, anno nono del nostro regale = Angelillo = Io Annibale De Masto Giudice Archivista Regio sottoscritto.”. Sempre il Cataldo in proposito al documento del 1422 scriveva che: “Questo documento antico del sec. XV contiene i privilegi reali concessi alla Città di Policastro, al Vescovado e alla Chiesa Cattedrale, in grazia dei quali tutti i beni ecclesiastici e loro legittimi possessori andavano difesi dagli abusi, violenze e prepotenze dei vari Conti di questa Città, che ne soffriva da tempo immemorabile. Di questo ufficiale documento furono stese varie copie negli anni e nei secoli successivi, perchè fossero conosciute ed attuate dai Signori feudatari. Fra le più note ricordiamo quella spedita, “da mandato regio”, il 26 febbraio 1547 da Lattanzio Cacciatore di Napoli, dietro intimazione del Reg. Port. Giovanni Battista Castelletto del I° marzo 1547 al M. Marco Antonio Pisciolo, ben ricevuta ed accettata secondo la testimonianza di Girolamo Certa.”. Poi il Cataldo, prosegue il suo racconto sulle cause intentate dal vescovado contro i conti Carafa e di Lauria nel secolo XVI. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Dal Di Luccia (…), inoltre si rileva che, il documento in questione è stato tratto dal Processo di de Caro del 1567 di cui parlo in un altro mio scritto che riguardava i Conti Carafa.

Nel 1426, l’Abate di Grottaferrata Francesco Mellini

Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda le grange dell’Italia meridionale, non è inutile ricordare che esse entrarono presto a far parte del patrimonio della Badia  e furono incrementate nel 1131 quando la Badia ottenne da Ruggero II il baronato di Rofrano (110). Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111).”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (110) postillava che: “(110) Follieri 1988, vedi anche App. (25) ivi”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (111) postillava che: “(111) Nel mese di ottobre del 1426, come viene ricordato nella ‘Platea’, c. 56r, ‘ivit personaliter’”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (112) postillava che: “(112) Nel crisobollo di re Ruggero viene menzionata la grancia ‘Sancti Nicolai de Benevento’ non attestata in altre fonti. Cfr. Follieri 1988, pp. 64-75.”.

Nel 1426, il monastero e la grangia di S. Matteo di Policastro e la visita di Francesco Mellini, abate di Grottaferrata

Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 37, in proposito scriveva che: “Dalla ‘Platea’ apprendiamo, inoltre, che nel settembre del 1426 l’abate Francesco “ivit personaliter” nella città di Policastro per recuperare la grangia del monastero di S. Matteo “situm in porta dicte civitatis” (13).”. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (13) postillava che: “(13) ‘Platea’, c. 56r.”. Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: Nella città di Policastro vi era la grangia del monastero di San Matteo, sito presso la porta della città (c. 56r). Nel settembre del 1426 l’abate Francesco Mellini ne riconobbe il diretto ‘dominum’ all’abbazia, ma dispose che essa rimanesse a tal ‘domina Mathea’ dietro corresponsione di tre libbre di cera all’anno per tutta la sua vita e che, alla sua morte, la grangia passasse a suo nipote dietro pagamento annuo, però, di due ducati aurei.”. Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111).”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (111) postillava che: “(111) Nel mese di ottobre del 1426, come viene ricordato nella ‘Platea’, c. 56r, ‘ivit personaliter’”.

Nel 1430 (?), Polissena de Principato e Arteluche d’Alagonia, conti di Policastro

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: Dopo la morte di Betto la contea di Policastro fu ereditata dalla figlia, Polissena de Principato, che sposò il conte di Concurre e Agnate Arteluche d’Alagonia, il quale divenne quindi anche conte di Policastro.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federico Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti-Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”. Da Wikipedia leggiamo che la Contea di Policastro fu retta da Arteluche d’Alagonia (fino al 1443), conte di Agnate, conte di Councurre e signore di Mérargues (2). Wikipedia alla nota (2) postillava: Dominique Robert de Brianson, L’état et le nobiliaire de la Provence, v. I, Parigi, 1693, p. 263.”.

Nel 1430, Nicola Principato Vescovo di Policastro

Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato (… – …; fl. 1430-1438) è stato un vescovo cattolico italiano della diocesi di Policastro. Fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto de Principato fu vescovo di Policastro dal 1430 al 1438 (12), e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Nicola Principato fu nominato vescovo di Policastro nel 1430. Di lui si sa solo che, con il consenso del capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò l’amministrazione della parrocchia di Santa Barbara di Rivello alla chiesa madre della stessa città (….). Wikipedia nella nota (1) postillava: “(1) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della diocesi di Policastro, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1976, p. 76″. Wikipedia alla nota (12) postillava: “(12) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, p. 76.”. Il sacerdote Giovan Battista Pacichelli (….), , nel 1701, nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che: “Vasta però è la Diocesi, diffusa in 24 Terre, delle quali molto nobile, e illustrata fù dalla Porpora Cardinalizia, in persona della mem. glor. del ‘Cardinal Brancati’, è quella di Lauria, che non invidia qualche Città: alla quale dell’honore segue Rivello, che apre due Parrocchie, l’una di Cerimonie Greche, l’altra di Latine, giunta la mischianza non confusa delle Anime. Vi hanno ancor luogo Badie Concistoriali, dipendenti dalle Basiliche, Vaticana, e di Liberto.”. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro etc…”, a p. 76 (vedi Sinossi a cura di G.G. Visconti), in proposito scriveva che: “XV. Nicola Principato, nominato vescovo di Policastro nel 1430. Questo vescovo, con il consenso del Capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò anche l’amministrazione dell’altra parrocchia dedicata a S. Barbara, pure di Rivello, alla chiesa madre della stessa città.”.

Nel 3 settembre 1434 la sentenza e nel 25 ottobre 1434 la condanna dell’Abate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, delegato del Vescovo di Policastro per la tenuta di “Cannamaria” che condannava l’Abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che:  “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero anzidetto (1615). Nel giudizio, il seminario si avvalse della sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’abate del monastero di S. Maria di Gottaferrata di Rofrano (32). All’annessione del monastero di S. Mercurio si oppose l’università di Roccagloriosa che, nell’impossibilità di continuare la lite, cedette la facoltà di recupero del benefizio al barone Francesco d’Afflitto. Il vescovo di Policastro delegò quello di Marsico a decidere sulla lite. Questo vescovo stabilì (22 febbraio 1657) che poichè non era sicuro l’asserito jus patronato dell’università …..”. Ebner, a p. 435, nella nota (31) postillava che: “(31) Cfr. la Tav. 21 in Ebner, Economia e Società, cit. II.”. Infatti, Ebner, nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p……, propone la Tav. 21 dove è illustrato “21. Rofrano. Pianta dei molini, trappeti e fiumi”. Nel vol. II troviamo anche un’altro disegno manoscritto “22. Rofrano: Delimitazione del territorio compilata (1822) su documenti del 1547”Ebner, a p. 435, nella nota (32) postillava che:“(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre posseduto dai monaci, come si rileva da una sentenza (25 ottobre 1434) dell’abate di S. Giovanni a Piro (6). Ecc..”. Pietro Ebner, a p. 432, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Ebner, Ibidem, I, p. 497, n. 4”. Però l’Ebner, nello stesso testo, vol. I, a p. 497, non dice nulla in proposito ma parla di Altavilla. Ebner, nella sua nota (6) si riferiva al suo testo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, dove, infatti, a p. 497 parlando degli “Statuti di Rofrano”, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre tenuto dall’Abbazia di Grottaferrata (4), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa e Sanseverino (di Centola) etc…..Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello.”. Ebner, nel vol. I, a p. 497, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Il 25 ottobre 1434, per sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro (“sententiamus, determinamus, decidemus et definemus ac condemnamus, de concilio multorum peritorum, ut supra dictum Abatem monasterii S. Mariae Gruttae Ferratae contumacem), l’abbazia di Grottaferrata venne condannata (ac homines universitatis Cagnamario) a pagare alla badessa del convento di S. Mercurio di Roccagloriosa ogni Natale ‘uncian in carolenis argenti boni et iusti ponders, sexaginta pro uncia et duobus pro tareno’.”. Nel 1434 nacque una lite o controversia a causa della tenuta allodiale del Centaurino. Nell’Archivio di Stato di Napoli vengono conservati gli atti del processo sorto nel 1434 tra l’Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e l’Abbadessa del monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa. Per questa lite, il Vescovo di Policastro dell’epoca, Mons…………………… nominò suo delegato e giudice l’Abate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro che il 3 settembre 1434 emise la sentenza ed il 25 ottobre 1434 emise la condanna per l’Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano. Secondo gli atti del processo, l’Abbadessa del Monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa, a mezzo del suo procuratore legale, Notaio Tommaso de Franco, convenne in giudizio l’Abate di Rofrano davanti all’Abate del Monastero di S. Giovanni a Piro, delegato per la controversia dal Vescovo di Policastro dell’epoca. Nel testo conservato presso l’Archivio Diocesano di Policastro “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti Nella Corte id Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Consigliere Comm. De Micco” pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il Comm. De Micco (….) nella sua predetta Relazione (….), in proposito scriveva che: Tra i coloni e fittaioli della indicata tenuta ‘Cannamaria’, oggi ‘Centaurino’, vi fu pure l”Abate di Grottaferrata’ con gli ‘uomini del vicino paese di Rofrano. Questi coloni presero a coltivare la ‘parte della tenuta più prossima al loro tenimento’, con l’obbligo di corrispondere un ‘oncia’, ossia carlini d’argento 60 con scadenza a 25 dicembre di ciascun anno. Però essendosi resi morosi al pagamento, furono dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco convenuti in giudizio innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’, il quale, in vista dell’evidenza delle prove, con sentenza del 25 ottobre 1434 emise la relativa condanna. Giova quì appresso riportare alcuni brani di tale sentenza estratta del pari del Grande Archivio del Regno.”. La relazione del commendatore De Micco (….) che fu redatto per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro), a pp. 69-70, riferendosi all’atto del 7 aprile 1133, stipulato dai nipoti eredi del visconte Mansone, in proposito scriveva che: “veniva nel giudizio solenne del 1434, circa cinque secoli indietro, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – ‘prout in quondam privilegio testamenti seriosius continetur’ – ; ecc…”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……Ecc..”.

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(Fig…..) Estratto della Sentenza di condanna nei confronti di alcuni coloni e affittuari di Rofrano del 25 ottobre 1434, convenuti in giudizio dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’ (estratta del pari del Grande Archivio del Regno) e, pubblicata nella Relazione del De Micco (20).

Il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (…), da p. 113 a p. 121, nel Cap. XII, ‘Della Bonatenenza‘, ci parla del titolo di Rofrano.

1435 –  muore Giovanna II d’Angiò – Durazzo

Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.

Dal 1435 al 1432, Renato di Valois-Angiò

Renato di Valois-Angiò, noto come Renato I di Napoli, detto il Buono (Angers, 16 gennaio 1409 – Aix-en-Provence, 10 luglio 1480), fu Duca d’Angiò e Conte di Provenza e di Forcalquier dal 1434, Duca di Bar dal 1430, e Duca di Lorena dal 1431 al 1453 come consorte di Isabella di Lorena. Fu anche Re di Napoli dal 1435 al 1442, anno della sua deposizione e cacciata dal Regno per mano di Alfonso V, re d’Aragona. Fu inoltre Re titolare di Gerusalemme dal 1438, Re titolare d’Aragona (con incluse Sicilia, Sardegna, Maiorca e Corsica) dal 1466, e, dopo la sua deposizione, anche Re titolare di Napoli dal 1442. Suo fratello Luigi III era stato designato come erede del Regno di Napoli dalla regina Giovanna II, ultima degli Angiò-Durazzo; tuttavia questi morì prima della regina, nel 1434, e tutti i titoli passarono a Renato. Fu per questo motivo che Renato divenne il primo, ma anche l’ultimo, re di Napoli della dinastia dei Valois-Angiò.

Nel 1442 o 1443 (?), Arteluche d’Alagonia, consorte di Polissena de Principato e conte di Concurre e Agnate e di Policastro si trasferì in Francia al seguito del re Renato I d’Angiò-Valois

Da Wikipedia leggiamo che Arteluche d’Alagonia, moglie vedova di Benedetto o Betto di Principato, conte di Policastro e principe di Lipari, nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza[14]. Wikipedia alla nota (14) postillava: Dominique Robert De Briancon, L’etat de la Provence, vol. 1, Parigi, 1693, p. 263. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: Nel 1443, con la caduta della dinastia angioina, il conte di Policastro e la consorte seguirono in esilio il re Roberto d’Angiò. Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino etc….”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti-Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) Troyli Placido Abate, Istoria Generale del Reame di Napoli, Napoli, 1747, tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, parla di ‘Busento’ e della Bolla di Alfano I di cui nella nota (g), dice: ‘Alfano in Epistola Pastoralis’. Vedi pure: Paolo Diacono, Historia, miscel-lanea, Lib. XIII. Si veda pure: Troyli Placido Abate, op. cit. tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135. Il Laudisio (4), dice che l’antico documento è citato dal Troyli, “Troyl., cit., tom. 1, part. 2, pag. 135″ (il Troyli (op. cit., tomo I, parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi manoscritti rapportata“).

(3) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952.

(4) Natella P., Peduto P., ‘Pyoxus – Policastro’, stà nella rivista “L’Universo”, ed. I.G.M., 1973, , Anno LIII, n. 3, Firenze, pp. 508 e p. 510, 512 si riferisce alla notizia dataci dal Volpe, op. cit. (6). Si veda anche Porfirio (18).

(5) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (…) e, in particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano, la cita allo stesso modo del Mannelli (17), riportandone solo l’intestazione; si veda pure dello stesso autore: Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385. ;

(6) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ri-postes, Cap. X, da p. 113, 120. Si veda pure p. 132 e p. 137, dove il Volpe parla del Porto di Sapri. Si veda pure: De Giorgi, Guida dell’Italia.

(7) Gregorio Magno papa, Epistola II, 42 o 43 (?), datata Luglio 592, stà in Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae ‘Registrum epistolarum’;  oppure si veda: Ebner P., op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Stà in Barni G., I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, pp. 383-384

(8) Barni G., I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Du- chesne, stà in Barni G.,  I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383;

(9) Ravegnani G., I bizantini in Italia, Ed. il Mulino, 2004, pp. 146 e si veda pure: Ostrogorsky G., Storia dell’Impero bizantino, Einaudi, 1968.

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(10) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos his-torico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831. Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda in proposito anche Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.  Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p. 13 (testo in latino) e pp. 70-71 (la traduzione del Visconti del testo in latino). Il Laudisio, nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota (36)), dice che la Bolla di Alfano è citata in: “P. Manell., Note Lucane”; in “Const. Gat., Mem. Luc., cit., cap. 2, pag. 34′ ecc..

(11) Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581.

(12) Cappelletti G., Le chiese d’Italia dalle loro origini fino ai nostri giorni, Venezia, Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 328-329 e 367-377. Lettera del pontefice (Quoniam Velina) riportata da Cappelletti. Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» Paul Kehr (Italia Pontificia, VIII, p. 370).

(12) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377. Si parla della Chiesa Paleocastrense e vi sono accenni a Pietro da Salerno. Egli cita l’Ughelli, op. cit. (18), che pubblicava lettere e titoli dell’epoca in cui si parla di Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis'”.  Riguardo i vescovi successori di Pietro a Policastro, il Cappelletti, parla di Arnaldo “non si sa in quale anno”

(13) Lanzoni F., Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323.

(14) Duchesne L., Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (8), da pagg. 361 a 390 (a noi interessa p. 383).

(15) Paul Fridolin Kehr, Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, p. 370; Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 ( rist.), pp. 371-372, oppure ed. Berolini, 1935, p. 371. Riguardo questo periodo e a Policastro, gli studiosi Natella e Peduto (2), sulla scorta del Keher (vedi nota 70 che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I).

(16) Tortorella A., Breve cronografia ragionata della diocesi di Teggiano-Policastro, Annuario diocesano 2004-2005, pp. 25–32.

(17) Fraikin J., v. Agropoli, stà in Dictionaire d’Histoire et de Geographie ecclesiastiques, vol. I, Parigi 1909, col. 1046.

(18) Porfirio P., Policastro, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539.

(19) Borsari S., Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in Archivio storico per le Provincie Napoletane, Napoli, 1950-1951, p. 2.

(20) AAVV, Calabria bizantina, aspetti sociali ed economici, Atti del terzo incontro di studi bizantini, ed. Parallelo 38, Reggio Calabria, 1978.

(21) Douglas Norman, Vecchia Calabria (Old Calabria), ed. La Conchiglia, 1915.

(22) Questo documento proviene da un’antica pergamena della Chiesa Arcivescovile di Salerno d’onde fu tratta copia e autenticata il 14 Ottobre ‘1737 e conservata presso l’Archivio Arcivescovile di Policastro e citata anche da Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., ed di Storia e Letteratura, Roma, XII, 3, 1976, pp. 70, 72 e citata anche da Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, vol. II, pp. 591, 592.

(23) (Figg. 4-5-6) “Restaurazione della Diocesi di Policastro, centri che la costituiscono, confini, beni.”, o la nota lettera episcopale detta “Bolla di Alfano I”, datata anno 1079 – lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I. L’esemplare conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, così di seguito collocata: “Sezione Documenti antichi, Cartella I, dalle origini al 1400” (secondo quanto ci ha riferito l’attuale Bibliotecario D. Pietro). L’Ebner (11), colloca l’esemplare (forse quello conservato all’Archivio Diocesano di Salerno): “bolla a. 166 /67”. L’antico documento, è citato in Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 (rist.), pp. 371-372. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno ‘Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss., V, col. 219 e seq. “Alphanus Archieps An. 1080.”. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i Fragmenta del Codice Amalfitano, dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno Alphanus Archieps An. 1080.“. Per la sua copia conservata all’ADP, si veda anche Laudisio N.M., op. cit. (4), nota (35) del testo del Visconti, p. 13 (testo in latino) e pp. 70-71 (la traduzione del Visconti del testo in latino). Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda pure Porfirio P., ‘Policastro’, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539. Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s.; Archivio dell’Abbazia della Ss. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.; Annales cavenses, a cura di F. delle Donne, Roma 2011, pp. 36-45, sub ann. 1097, 1106, 1110, 1118, 1123. P. Guillame, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371; P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in Scritti in memoria di Leopoldo Cassese, Napoli 1971, pp. 3-32; Id., Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma 1979, pp. 243 s.; G. Vitolo, Cava e Cluny, in L’Italia nel quadro della espansione europea del monachesimo cluniacense. Atti del Convegno internazionale di storia medioevale (Pescia… 1981), Cesena 1985, pp. 199-220, stampato anche in G. Vitolo – S. Leone, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del Codex diplomaticus Cavensis, Salerno 1983, pp. 35-44; H. Houben, L’autore delle Vitae quatuorum priorum abbatum cavensium, in Studi medievali, s. 3, XXVI (1985), pp. 871-879 poi ristampato in Medioevo monastico meridionale, Napoli 1987, pp. 167-175; G. Vitolo, La badia di Cava e gli arcivescovi di Salerno tra XI e XII secolo, in Rassegna storica salernitana, VIII (1987), dicembre, pp. 9-16; M. Galante, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; J.M. Sansterre, Figures abbatiales et distribution des rôles dans les Vitae quatuorum priorum abbatum Cavensium (milieu du XII siècle), in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age, CXI (1999), 1, pp. 61-104; V. Loré, Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151; B. Moliterni, Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXXIX (2013), pp. 5-36 (27). La copia più antica dell’originale della Lettera Pastorale di Alfano I è del XII sec., ed è conservata nel Manoscritto Vaticano Patetta (coll.: Ms. vat. Patetta 1621) e, risale già al XVIII secolo (Fig. 8). Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s., che si può consultare e scaricare gratuitamente collegandosi al sito della Biblioteca Apostolica Vaticana: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Patetta.1621.

(24) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e, vedi p. 375 e s.  Si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, op. cit. (5), nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(25) Sulla ‘Carta Pisana’, si veda lo studio quì pubblicato: “Sapri nella carta Pisana del 1290 c.”

(26) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323.

(27) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, inedito conservato nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, 1891, pag. 153. Il mano-scritto del Mannelli viene citato anche dal Natella e Peduto, in Pyxous-Policastro, op. cit. , p. 486, e dice: “Lucania sconosciuta, ms in Biblioteca Nazionale di Napoli, XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Arturo Didier, scriveva in proposito: ” la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un illustre dianese, Luca Mandelli, mona-co agostiniano. Egli, grande erudito, iniziò a descrivere il territorio lucano cominciando dai paesi costieri, poi si inoltrò nelle zone interne fino a raggiungere il Vallo di Diano, dove riu-scì a descrivere, via via, la Valle, Polla, Atena e Diano. Finito di scrivere il profilo storico del suo paese natale, il Mandelli morì nel 1672. La sua opera, “Lucania sconosciuta”, rimasta incompiuta, è conservata manoscritta (oltre seicento fogli vergati con una scrittura fitta e non sempre chiara e leggibile) nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Io ho avuto l’onore e il piacere di trascriverne tutta la parte riguardante il Vallo di Diano e pubblicarla nel mio libro “Diano, città antica e nobile”, nel 1997.”. Di Luca Mandelli ne parla Vittorio Bracco, Padula, ed. Cantelmi, Salerno, 1976, nel libro che mi fu donato da Gerardo Ritorto, a p. 520 e 521, nelle sue Note dice che si era imbattuto nel manoscritto e che “la vera grafia del cognome era Mandelli, che è quella segnata nel catalogo dei manoscritti della Biblioteca Nazionale di Napoli, dove l’opera è conservata e che abbiamo creduto di voler ripristinare”. Poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, La Lucania, manoscritto anteriore al 1672, Na-poli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit. dice nella sua nota 59 a propo-sito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Si veda pure: Costantino Gatta, La Lucania illu-strata, Napoli, Antonio Abri, 1723. Frammenti del manoscritto intitolato la ‘Lucania sco-nosciuta’ del P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine è conservato Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700 [Manus] [manoscritto] [manus:0000178652-12]. Si veda pure: Gaetani Rocco, L’antica Bussento og-gi Policastro Bussentino e la sua prima sede episcopale: studio storico critico del sacerdote Rocco Gaetani, Roma, ed. A. Befani, 1882. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, No-tizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli/pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Strazzullo Franco, La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli, es-tratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976. Lo Strazzullo, a p. 294, ci parla del testo di Padiglione C., La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Martino in Na-poli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati, Napoli, 1876, che a pag. 261-263, riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Fram-menti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli del-l’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’is-tesso Ordine (21) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio, nella sua Synopsi ecc.., (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane” Sem-pre il Laudisio, nelle sua nota 36, afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”.

(29) Guillaume P., l’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, Cava dei Tirreni, 1876. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (19), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (19), venne pubblicato dal Guillaume (2). Si veda pure: Shipa M., Storia del Principato longobardo di Salerno, sta in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane, 12, 1887. Si veda pure: Natella P., Peduto P., ‘Pyoxus – Policastro’, stà in “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1973, Anno LIII, p. 512. Riguardo questo periodo e a Policastro, gli studiosi Natella e Peduto (2), sulla scorta del Keher (7) (vedi nota (70) che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I). Pietro Ebner, op. cit. (5), nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(30) Mazziotti M., La baronia del Cilento, Libreria Antiquaria Editrice di W. Cesari, Testaferrata, 1972 (ristampa), p. 114.

(31) Ughelli F., Italia sacra sive de Episcopi Italiae et Insularum, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum), a p. 533 e s. cita l’Arcivescovo di Salerno Alfano (‘9- Alphanus’) e, da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi e dei Vescovi (Episcopi) di Bussento e di  ‘Paleocastren’. Riguardo il vescovo Arnaldo, successore di Pietro, ne parla a p. 789 e s. e per tutti i suoi successori.

(32) Acocella N., Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI), stà in Rassegna storica Salernitana, Anno XXIII,  Salerno, 1963, parte II, p. 6.

(33) Tancredi L., Sapri giovane e antica, ed. Parallelo, Villa S. Giovanni, 1985, Cap. X, Doc. nn. 1-2, pp. 275 – 277

(34) Moliterni B., Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXXIX (2013), pp. 5-36.

(35) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., o- pera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Il Laudisio, nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota (36)), dice che la Bolla di Alfano è citata in “Const. Gat., Mem. Luc., cit., cap. 2, pag. 34”.

(36) Paolo Diacono, Historia Longobardorum,

(37) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(38) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571; il Gaetani dice si veda Libro 2, Cap. 2, oppure libro II, part. I, p. 136 e s.

(39) Alberti Leandro, Descrizione di tutta l’Italia, Venezia, 1588, p. 197-198.

(40) Volpi G., Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.

(41) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i Fragmenta del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Si veda sempre dello stesso autore ‘Antiquitate Italiae medii aevi’, Milano, 1741, Tomo IV, diss. XIX, col. 219 et seq., ‘Alphanus Archieps An. 1080′. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi, secondo cui è il Muratori che parla della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori, ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”.

(42) Ugone Abate di Venosa, Vitae quatur priorum abbatun Cavensium: Alferium, Leonis, Petris et Constabilis, manoscritto sulla vita di Pietro, verso il 1140, scritto in latino e tradotto in italiano dal Ridolfi sul finire del ‘500 (20). Si veda pure Guillame P., Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa.

(43) Romoaldo Guarna o Salernitano, Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani, si veda: Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Salerno, 1800, p…..

(44) Di Meo A., Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1803, Tomo VIII, p. 179 e s.; riguardo le notizie intorno al Vescovo Arnaldo, si veda: Di Meo Alessandro, che nel Tomo IX, p. 164 e s., dove, parlando dell‘”anno di Cristo 1110, IND. III. B.”, ci parla di dell’Ughelli (31) e dell’antico documento Normanno dove è citato il vescovo Paleocastrense Arnaldo.

(45) Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (42), venne pubblicato dal Guillaume (29).

(46) Pennacchini L.E.,  Pergamene salernitane, Salerno, 1941, p. 33 e s.

(47) Moliterni B., Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXXIX (2013), pp. 5-36.

(48) Vassalluzzo M., Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s.

(49) Guzzo A., Da Velia a Sapri, ed. Arti grafiche Palumbo e Esposito, Cava de’ Tirreni, 1978, p. 106.

(50) Santorio P. E., Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601,  fol. 29,  L’Antonini dice nelle sua nota (1) che dal Santorio: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”.

(51) Richard e Giraud, Dizionario universale delle Scienze Ecclesiastiche, opera compilata dai padri…, Napoli, 1848, ed. Stab. Tip. Batelli: su Policastro: p. 679.

(52) Antonini Giuseppe, La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(53) Follieri Enrica., ……………………….., stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988; si veda pure: Follieri E., Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997.

(54) Fittipaldi W., La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016

(…) Holstenius (Olstenio) Lucas, (Note  all’Italia antiqua di Cluverio (18)), Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc.., Roma, typis Iacobi Dragondelli, 1666 e altra edizione del 1624, pp. 22 e 288. Luca Olstenio, in questo libro, a p. 22  e a p. 288, parla e commenta le pagine 1262 e 1263 del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse l’Italia antiqua, che a p. 1263 parla di ‘Blanda oppidum’. Si veda pure: Almagià R., L’opera geografica di Luca Holsteno, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942

La ‘Carta del Cilento’, d’epoca Aragonese, manoscritta e inedita

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(Fig. 1) Carta corografica ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, manoscritta, inedita e da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (2), nel 1980

Gli studi e le ricerche

Nel lontano 1987 pubblicai a stampa in alcuni miei scritti uno studio (1) frutto di anni di ricerca e di fatiche che mi portarono a rintracciare alcune notizie storiche su Sapri e sul ‘basso Cilento‘ ed una serie di carte manoscritte inedite e sconosciute (1). Ancora studente iscritto alla Facoltà di Architettura  dell’Università ‘Federico II’ di Napoli frequentavo spesso l’Archivio di Stato di Napoli che, al suo interno custodiva tesori di inaudita bellezza per la nostra storia. Verso la fine degli anni ’70, nell’Archivio di Stato di Napoli rinvenni la carta in questione ivi custodita in una cartellina cartacea insieme ad altre mappe e disegni nella “Raccolta Piante e disegni” della Sezione ‘Diplomatico – Politica’. Si tratta della carta corografica con toponomastica che rappresenta parte del Regno di Napoli. Alla segnatura la carta era segnata come  ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘. Questa carta, già studiata e citata nel lontano 1973 da Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), non era completamente dimenticata. Mai pubblicata ma solo parzialmente citata, io penso che si tratti di una carta geografica d’epoca Aragonese (Fig. 1) (2).

Piante e Disegni, cartella XXXII numero 2, copia

(Fig. 1) Carta corografica ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, manoscritta, inedita e da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (2) – particolare dell’entroterra e delle nostre coste.

In seguito, il 16 maggio 1981 chiesi ed ottenni la fotoriproduzione in b/n (come da ricevuta), che pubblicai citandola, insieme  ad altri interessantissimi documenti su alcuni articoli a stampa (1), alcuni dei quali sono stati quì riproposti riveduti ed approfonditi. La carta in questione, di cui parlerò, da me scoperta e rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN), che tutt’ora la conserva, fu da me pubblicata nel 1987 (1). Recentemente, nel 2015, ho richiesto ed ottenuto dall’Archivio di Stato di Napoli, che la conserva, la sua fotoriproduzione digitale (Fig. 1). In questi miei studi (1), frutto di ricerche durate anni, pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri ed in particolare la carta corografica in questione (Fig. 1). In particolare, nel lontano 1987, la citai in un mio studio pubblicato a stampa sulla rivista “I Corsivi”, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, del Dicembre 1987. Questa carta inedita e manoscritta, non datata e di anonimo, ci consente di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano. La carta corografica d’epoca Aragonese, illustrata in Fig. 1, forse è appartenuta alla ricca biblioteca di Alfonso V, Re di Napoli. Nel 1987 (1), in un mio studio pubblicato a stampa, a proposito di questa carta, così scrivevo: “…di cui sappiamo che una copia fatta riprodurre dal cartografo Ferdinando Galiani, è conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi.(1).

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(Fig….) Stralcio della riproduzione fotografica da me richiesta all’ASN

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(Fig. 4) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta) della carta illustrata in Fig. 1 (recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

La carta in questione, che segnalava Tancredi (…) ed il Guzzo (…) è una carta inedita di probabile epoca Aragonese, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (…), nella Sezione ‘Manoscritti e Rari’, i cui riferimenti bibliografici corretti sono:  “Raccolta di piante e disegni, C. XXXII, n. 2”. La “C” stà per Cartella. Dunque, la Cartella n. XXXII = 32, n° 2. La carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto “‘1756’ ?, sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.. Nel 1987 (1), in un mio studio pubblicato a stampa, a proposito di questa carta, così scrivevo: “…di cui sappiamo che una copia fatta riprodurre dal cartografo Ferdinando Galiani, è conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi.(1)

La carta d’epoca Aragonese che rintracciai nel 1981 all’Archivio di Stato di Napoli  e pubblicai nel 1987 (Fig. 1)(2)

Piante e Disegni, cartella XXXII, 2, convert. 2

(Fig. 1) Carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (2) e, citata nel 1987 (1) – particolare dell’entroterra e del litorale Saprese

In questo studio pubblico e parlo  della carta corografica del ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘ (Fig. 1)(2), manoscritta e a colori, di autore anonimo e non datata e da me rintracciata e scoperta verso gli ultimi anni ’70 e, fatta riprodurre il 16 maggio 1981 (Fig. 4), dall’Archivio di Stato di Napoli, dove si trova a tutt’oggi custodita. La carta in questione, conservata all’Archivio di Stato di Napoli, di cui, possediamo la fotoriproduzione digitale tratta dall’originale, recentemente (nel 2015) pervenutaci dall’ASN, dove essa è conservata, sul retro della riproduzione da me richiesta ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli (Fig. 4), è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, “lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981”, “Raccolta Piante e disegni” della Sezione ‘Diplomatico-Politica’. Si tratta di una carta corografica, manoscritta, disegnata e dipinta a colori, di autore ignoto e non datata. Recentemente, nel 2008, i due studiosi La Greca e Valerio (…), pubblicavano alcune carte sul ‘Cilento’, simili, conservate alla Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi – forse proprio quelle di cui si dice essere state copiate dal Galiani e, credendo di avere rintracciato le carte d’epoca aragonese, affermavano che la nostra carta sia una copia di quelle conservate a Parigi. Nel 2008, i due studiosi, Fernando La Greca e Vladimiro Valerio (…), in un loro studio ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, pubblicarono alcune carte tratte e conservate alla Biblioteca Nazionale di Francia. I due studiosi, non citarono la nostra carta e, sebbene abbiano rivelato i retroscena e le origini di queste carte, forse anche della nostra, non la citarono, scrivendo alcune inesattezze (7).  Recentemente abbiamo chiesto all’ASN, sulla segnatura e collocazione di questa carta da noi rintracciata nel 1981 e dall’ASN, ci è pervenuta la seguente risposta dal funzionario Dr. Palmieri: “Gent.le Prof. Attanasio, in risposta alla sua email datata 30 gennaio u.s., pervenuta allo scrivente in data 5 febbraio 2018, si comunica che la scheda riporta: “Campo all’isola di S. Giovanni: pianta topografica fatta riprodurre dall’Abate Galiano dall’ originale francese. (sec. XVIII, 1756 ?) – Biblioteca Nazionale di Parigi.. Infatti, sulla ricevuta rilasciataci il 16 maggio 1981 e, illustrata nell’immagine, postillai ed annotai ciò che era stato scritto a mano sul retro dallo stesso Archivista. Sul retro era scritto: “‘1756’ ?, sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.. La carta corografica da noi pubblicata, riguarda il territorio del Principato Citra, del Regno borbonico delle Due Sicilie che, corrispondeva all’attuale Provincia di Salerno. La carta geografica e corografica inedita “Principato Citra – Regno di Napoli“, di cui pubblichiamo l’immagine digitalizzata illustrata nella Fig. 1, è di estremo interesse per la storia di Sapri, poichè in essa, tra un ‘Bibone novo’, le odierne cittadine di Vibonati e Sapri, figura un “Bibo ad Siccam odie ruin.”. La carta manoscritta e a colori, è una delle prime carte corografiche moderne – anteriore ad esempio, quella dell’ex Vescovo di Pozzuoli  Fra Paolino Minorita, della metà del XIII secolo. La carta manoscritta in questione, anche se più recente rispetto ai portolani del secolo XIII, che pure annoverano Sapri, costituisce un’importante testimonianza del passato per Sapri e per tutto il ‘basso Cilento’. La carta, che nel ‘700, gli fu data la segnatura di   ‘Principato Citra – Regno di Napoli, è di estrema importanza per la storia di Sapri e per tutto il Cilento, per le  numerosissime informazioni riportate come ad esempio i tantissimi toponimi (nomi di luogo), i fiumi e le montagne citate. In questa carta corografica (Fig. 1), vengono indicati i toponimi principali dei luoghi, l’orografia del territorio, fiumi e montagne, alture e poi si vedono indicate anche le Torri marittime che a quel tempo si conoscevano. Da un’analisi più accurata sul file digitale della sua fotoriproduzione tratta dall’originale ottenuto dall’Archivio di Stato di Napoli, dove essa è conservata (Fig. 1)(2), si possono notare particolari inediti e notizie interessantissime sui toponimi e sulla storia locale. In essa, all’altezza del Golfo di Policastro, tra Sapri e Torraca, tra i tantissimi toponimi e nomi di luoghi che essa cita, figura la scritta: “Bibo ad Siccam odie ruin.” (Fig. 1) (2), di cui si rimanda allo studio ivi pubblicato: “La ‘Bibo ad Siccam’ citata da Cicerone”. Essa riveste una particolare fonte per la toponomastica, la geografia e la corografia storica per la ricchezza dei nomi dei luoghi che essa riporta (8). Sull’antichità di questa carta, come abbiamo già cercato di dimostrare, rinviamo anche ad altri nostri studi, come “La Torre Angioina del Buondormire”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti. La carta in questione è conosciuta da alcuni studiosi che l’hanno citata ma è rimasta inedita. Su questa carta si è scritto poco o niente. Poco si conosce dell’origine di questa carta e della sua probabile datazione. Dall’esame de visu del file digitale inviatoci recentemente dall’ASN, si evince che molti toponimi locali, citati nella carta in questione (Fig. 1), dimostrano l’antichità di questa carta. Nessun’altra carta geografica, nautica o corografica conosciuta, riporta una ricchezza di informazioni e di dati così come in questa. Abbiamo esaminato uno dei tanti toponimi citati come ad esempio il toponimo di  “Petrasia” (posto tra Villammare e Sapri) che, non solo non viene mai citato in tantissime carte di epoche anteriori e di cui abbiamo quì pubblicato e già parlato, ma il toponimo di ‘Petrasia’, lo troviamo nel ‘Libro del Re Ruggero’, che è un testo geografico scritto in arabo e risale al XI-XII secolo (9), ovvero d’epoca ancora più anteriore della carta in questione. Sulla datazione di questa carta, o della sua probabile epoca di stesura e delineazione, possiamo dire che sappiamo di alcune carte delineate a Napoli, durante l’epoca Aragonese ma poi scomparse, di cui parleremo. In questo studio, oltre a pubblicare la carta in questione (Fig. 1)(2), il cui originale a colori è molto più grande, pubblico anche alcune immagini di particolari ingranditi che illustrano la porzione del Golfo di Policastro dalla costa e l’entroterra Saprese fino ai promontori oltre il Monte Bulgheria. 

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(Fig. 1) Carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘ – particolare del litorale e dell’entroterra Saprese (2)

Fonti e Studi: sull’origine di questa antichissima cartapecora dipinta a mano di probabile epoca Aragonese

La carta da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli è simile ad alcune carte oggi conservate nella Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, che solo recentemente, nel 2008, sono state pubblicate da Ferdinando La Greca e Vladimiro Valerio (7), ma non è la stessa.  Sul retro della riproduzione in b/n fu annotato: “‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.” (Fig. 4). Sappiamo che le carte conservate a Parigi alla BNF e, pubblicate da La Greca e Valerio (7), furono fatte copiare da Ferdinando Galiani per ordine del Ministro borbonico Tanucci. La domanda che mi pongo è la seguente: la nostra carta, rinvenuta all’ASN, è una copia delle carte Parigine o piuttosto come io credo potrebbe essere ipotizzabile che questa carta, al contrario sia proprio una delle carte originali d’epoca Aragonese e trafugate da Carlo VIII in Francia ?. Dell’autore di queste copie, eseguite a Parigi, nulla si conosce, come pure della vicenda delle copie fatte eseguire dal Galiani a Parigi, è controversa. Nulla esclude che la carta conservata all’Archivio di Stato di Napoli (Fig. 1), sia una delle carte originali fatte trasportare a Parigi da Carlo VIII e, poi in seguito rinvenute e rintracciate da Ferdinando Galiani come di seguito vedremo. Sappiamo che alcune copie fatte eseguire dal Galiani a Parigi, furono portate a Napoli. E’ molto probabile che l’origine della carta conservata all’ASN, sia proprio questa. La carta da noi scoperta, sul retro, nella segnatura, riporta la data del “1756 ?”. Infatti, proprio in quell’anno, il Galiani si recò a Parigi per rintracciare le antiche carte d’età aragonese che erano state trafugate da Napoli e portate in Francia da Carlo VIII, quale bottino di guerra. Le mappe geografiche d’epoca Aragonese, conservate all’Archivio di Stato Napoletano, sono citate in un saggio di Valerio (7): “L’enigma delle pergamene aragonesi” saggio che troviamo in ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, pubblicato nel 2008 con Fernando La Greca (7). Il Valerio, a p. 16 e s., in proposito scriveva che: “La più antica notizia sull’esistenza di pergamene geografiche aragonesi ci è fornita da Ferdinando Galiani (1728-1787), segretario dell’ambasciata napoletana a Parigi, che ebbe modo di consultarle, nel 1767, negli archivi dei ‘Dépòts’ militari a Versailles: “Ho trovato un tesoro”, scriveva al Tanucci il 6 aprile 1767. “In un luogo segreto di qui trovansi non pochi avanzi delle carte geografiche, che, per quanto io possa congetturarne, i nostri antichire fecero fare del Regno di Napoli, e verisimilmente furono portate qui da Carlo VIII….Sono un monumento eramente curioso ed utile. Sono sopra pergamena scritta con carattere quasi longobardo. Vi si vedono luoghi che oggi non esistono, e mancano i fondati dopo” (26)”. Il Valerio a p. 16, nella sua nota (26) postillava che: “(26) Ibidem p. 60” e rimanda a nota 25, dove il Valerio postillava delle lettere o epistolario scritto dal Galiani al Ministro Bernardo Tanucci (…), pubblicate da Filippo Nicolini (…), in ‘Lettere di (Bernardo Tanucci) a Ferdinando Galiani’, Laterza, Bari, si veda tomo II, p. 60. Riguardo l’epistolario del Tanucci, si veda anche l’epistolario pubblicato anche recentemente da diversi autori. Il Valerio a p. 16 (7) continuava dicendo che: “Tuttavia, dopo la descrizione fattane da Galiani, per quante ricerche ed indagini siano state svolte in passato dai più attenti studiosi di cartografia Napoletana, Aldo Blessich e Roberto Almagià, non si era riusciti a trovare traccia delle preziose pergamene originali. Solo di recente è stato possibile ricostruire e verificare l’intera storia attraverso un attento studio della corrispondenza del Galiani ed il riscontro che si è potuto effettuare su alcune copie su carta rinvenute a Parigi e a Napoli e su quattro pergamene inedite – sebbene gli interrogativi poste da queste ultime, di cui tra breve parleremo, siano di gran lunga superiori alle domande alle quali forniscono risposta.”. Dunque, il Valerio, a p. 17, parla di alcune carte, lui dice copiate, rinvenute a Parigi e a Napoli e poi aggiunge che oltre a queste vi sono “quattro pergamene inedite” di cui dice: “di cui a breve parleremo”. Il Valerio (7) ci parla di queste quattro pergamene e a p. 18 e scriveva che: “Le copie su carta furono eseguite a Parigi direttamente sugli originali, e di tale operazine Galiani ci fornisce un esatto resoconto nella sua corrispondenza col ministro napoletano Tanucci. Sappiamo che la copiatura avvenne sotto il suo diretto controllo poichè “l’inchiostro delle pergamene si è trovato obliterato che que’ giovani disegnatori non si sono fidati, ho dovuto farle copiar sotto gli occhi miei” (38) e che vennero realizzate due copie, una da inviare a Napoli ed un’altra “necessaria a conservarsi qui (a Parigi), in caso di qualunque disgrazia di quelle che si mandano” (39). Le copie su cartaeseguite dal Galiani e giunte sino a noi assommano a tredici elaborati, dei quali sei sono conservati nell’Archivio di Stato di Napoli (40) e sette nella Bibliothèque Nationale di Parigi (41).”. Il Valerio, a p. 18, riguardo le due note (38) 3 (39) postillava delle lettere del Galiani e l’epistolario del Tanucci pubblicate da Nicolini (…) e si riferiva alle due lettere del 1 giugno 1767, riportata da A. Bazzoni (…) e l’altra del …….., pubblicata da Nicolini, II, p. 144. Il Valerio, a p. 18, nella sua nota (40) in proposito postillava che: “(40) Ecco di seguito una schedatura sommaria delle sei carte conservate nella “Raccolta Piante e Disegni” dell’Archivio di Stato di Napoli.”. Nella schedatura delle sei carte esistenti all’ASN elencate da Valerio a pp. 18-20, la nostra, quella da me scoperta all’ASN è citata sempre nella nota (40) a p. 20 in cui il Valerio postillava che: “(40) (p. 20) – Cartella XXXII, n° 2: senza titolo (Cilento da Agropoli a Maratea), 515 x 1220 mm (margini irregolari). Orografia prospettica a sfumo con ombreggiatura a destra, centri abitati in carminio, alcuni di essi sono eseguiti con molta accuratezza (Maratea, Policastro, Agropoli, etc.). Scala di circa 1: 75.000.”. Devo precisare che effettivamente la carta in questione è senza titolo ed il titolo da me ivi riportato ovvero “Principato Citra – Regno di Napoli” è una notazione posta sul retro della carta fatta probabilmente dal conservatore dell’Archivio. Inoltre, devo precisare che alcune osservazioni del Valerio (…) su questa carta sono inesatte, come ad esempio il fatto che egli scrive nel 2008 che essa sia inedita. Come ho potuto avere modo di dimostrare questa carta è stata da me rintracciata all’Archivio di Stato di Napoli verso la fine degli anni ’70 e nel 1981, come attesta la ricevuta (Fig. 4), feci richiesta ed ottenni la sua fotoriproduzione in bianco/nero. La pubblicai e ne parlai in un mio scritto nel 1987 (1). La carta, come ho già scritto, era già conosciuta a Natella e Peduto nel 1973. Il Valerio (…) su questa nostra carta conservata a Napoli nell’ASN, a p. 20, nella sua nota (41), postillava che: “(41) Gli esemplari conservati nella Bibliothèque Nationale a Parigi sono, come si è detto (vedi nota 39), la seconda copia tratta dagli originali aragonesi. Fortunatamente nella diaspora subita dai due fondi, quello parigino e quello napoletano, i pezzi sopravvissuti si integrano dando luogo ad un solo doppione, la carta del Cilento (Archivio di Stato di Napoli, cart. XXXII, n° 2 e Bibliothéque Nationale di Parigi, Ge AA 1305/6.”. Dunque, il Valerio (7), a p. 20 nella sua nota (41) ritiene che la nostra carta che quì chiama “Carta del Cilento”, conservata all’ASN sia un doppione con quella conservata a Parigi. Le due carte invece sono completamente diverse per fattura e per grafica come si può vedere. La nostra, ovvero quella conservata all’ASN è senza ombra di dubbio non di fattura coeva ma redatta sicuramente io credo nel XV secolo e che si distingue nettamente dall’altra conservata a Parigi, quella pubblicata integralmente da Fernando La Greca (7), di fattura recente. Il Valerio (7) a p. 20 sempre nella sua nota (41) postillava che: “(41) Le carte rimaste a Parigi sono conservate nel dipartimento di Carte et Plans con la segnatura Ge AA 1305/1-7 e sono tutte prive di titolo. Ecco di seguito una descrizione sommaria.”. Il Valerio nella sua nota (41) a p. 20, nella sua descrizione sommaria che fa delle 7 carte rimaste a Parigi così scrive della carta n. 6: “- N° 6 (Cilento da Agropoli a Maratea); 560 x 1280 mm ca. Identico alla copia in ASN, cart. XXXII, n° 2 (vedi nota precedente).”. Questo ‘tesoro storico‘, come lo definì lo stesso Galiani scopritore, conservato nella Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, sono di evidente fattura catalana e d’età aragonese. Tuttavia, al di là delle somiglianze con le carte conservate alla BNF, la nostra carta (Fig. 1), è di sicuro una carta delineata a Napoli e, appartenuta alla corona d’Aragona. Le carte pubblicate dai due studiosi (7), conservate a Parigi, sono simili a quella da noi scoperta a Napoli (Fig. 1)(2), ma non le stesse. I caratteri utilizzati per la scrittura dei toponimi, oltre che del disegno, ci fanno ritenere che la nostra carta rintracciata all’ASN (Fig. 1), non sia una copia fatta eseguire dal Galiani ma crediamo essere essa stessa una delle carte originali di inequivocabile fattura catalana e d’epoca aragonese. Noi quì, pubblichiamo per la prima volta l’immagine integrale, illustrata nella Fig. 6, pervenutaci recentemente dalla BNF. E’ molto probabile che la carta Parigina illustrata in Fig. 6, sia proprio una di quelle rintracciate dal Galiani.

Piante e Disegni, cartella XXXII numero 2, copia,,,,

(Fig. 1) Particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (3)

Pietro Ebner (…), parlando di Capitello, vol. I, p. 625, segnala che il Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978 (?)(credo che l’Ebner si riferisca a questo lavoro, anche se, dobbiamo precisare che l’Ebner, nel vol. I, a p. 688, nella sua nota (10), lo segnala come “Il Golfo ecc..”): “assicura che sulla collina Castellaro vi sono ancora i ruderi di un antico castello e afferma di aver consultato nell’ASN una pianta (3) del 1746 dove sono indicati Policastro, il Castellaro, Capitello e Petrasia. Sopra Capitello, dov’è l’odierno villaggio di Ispani, era Agata e sopra Petrasia, Bibone Nove, a 3 km. da quest’ultimo toponimo “Bibo ad Siccam” odie ruinat”. Nel territorio vi è pure una torre di difesa (“alla Punta” di Capitello”) ora restaurata (4).”. Ebner (…), a p. 625, del suo vol. I, nella sua nota (3), postillava che: “(3) ASN, ‘Sezione piante topografiche’, cart. 32, n. 2.”. La carta in questione, citata da Pietro Ebner (…), sulla scorta di una citazione del sacerdote Luigi Tancredi (…), e poi del Guzzo (…), che la citava dieci anni dopo è una carta inedita di probabile epoca Aragonese, inedita e da me scoperta verso la fine degli anni ’70, e di cui chiesi la fotoriproduzione in b/n, all’Archivio di Stato di Napoli, che la conserva, il 16 maggio 1981. Preciso subito che, verso la fine degli anni ’70, allora studente alla Facoltà di Architettura a Napoli, misi al corrente della sensazionale scoperto, il sacerdote Luigi Tancredi (…), con il quale collaboravo, che nel 1978 la citò in un suo scritto a stampa. Preciso ancora che i riferimenti bibliografici della sua segnatura della sua collocazione presso l’ASN, non sono quelli citati sia dal Tancredi (…), che ne parla nella sua nota (13) a p. 63, ne quelli citati da Ebner (…), nella sua nota (3), a p. 625, vol. I, in una sua pubblicazione del 1982. Il Tancredi (…), nella sua nota (13), a p. 63, postillava a riguardo: “(13) Archivio di Stato, Napoli, Sez. Piante Topografiche, carta 32a, n. 2.”. Il Tancredi (…) e l’Ebner (…), postillavano e citavano la carta in questione ma non con i riferimenti bibliografici giusti che invece sono quelli indicati nella ricevuta che posseggo ed illustrata nell’immagine. La carta in questione, all’epoca in cui la rintracciai era inedita e sconosciuta. La citai, con i corretti riferimenti bibliografici nell’opuscolo a stampa “I Corsivi”, pubblicato nel Dicembre 1987 (1). L’Ebner (…), parlava di una carta del 1746, ma dalla postilla impressa sul retro, si legge che non è del 1746, ma è del 1756. Ma, la sua datazione deve farsi risalire a molti secoli indietro. Io credo che sia un documento risalente ai primi anni della dominazione Aragonese nel Regno di Napoli, forse fatta redigere e commissionata da Alfonso I d’Aragona per motivi fiscali sulla base di documenti tratti dalla cancelleria Angioina. In realtà, ancor prima delle citazioni del Tancredi e dell’Ebner (…), la carta fu citata dai due studiosi salernitani che pubblicarono il pregevole saggio su Policastro. Nel 1973, i due storici salernitani Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono un pregevole saggio su Policastro Bussentino, un antichissimo borgo del basso Cilento. Nel loro ‘Pixous-Policastro’, parlando di Policastro in epoca medievale, a p. 486,citarono l’interessante carta che io ritengo fosse d’epoca Aragonese. I due studiosi, a p. 486 nella loro nota (11), postillando di un rudere esistente su una collina a Capitello e detto ancora oggi “Castellaro”, postillavano che: “(11) ……..Il termine ‘castellaro’, raro in Italia meridionale, è indicato in una carta topografica della fine del 1600, esistente nell’Archivio di Stato di Napoli (Sez. Piante Topogr., carte XXXII, n. 2), carta oltremodo interessante giacchè dà con esattezza i termini del Golfo di Policastro, nomi ora perduti (vedi ad esempio il ‘Promontorio S. Maurizio’, le località ‘Romani’, Bibo ad Siccam odie ruin.’.).”. Sebbene i due studiosi citassero una carta esistente all’Archivio di Stato di Napoli datandola intorno al 1600 fu proprio a causa di questa prima citazione che decisi di approfondire la notizia e mi misi subito alla ricerca di questa antichissima carta. Nel frattempo, i due studiosi (…) che, nel 1973 pubblicarono l’interessante saggio su Policastro, influenzarono il saggio di Tancredi (…), ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, che fu dato alle stampe nel 1978, pochi anni dopo e che in copertina pubblicava la stessa identica foto del Golfo di Policastro, pubblicata dai due studiosi nel 1973, a p. 485. Il sacerdote, a quel tempo era bibliotecario della Diocesi e fu uno dei principali collaboratori dei due studiosi Natella e Peduto (…). I due studiosi, a p. 486, parlando del Castellaro di Capitello, scrivono che esso “….è indicato in una carta topografica della fine del 1600, esistente nell’Archivio di Stato di Napoli (Sez. Piante Topogr., carte XXXII, n. 2), carta oltremodo interessante giacchè dà con esattezza i termini del Golfo di Policastro, nomi ora perduti (vedi ad esempio il ‘Promontorio S. Maurizio’, le località ‘Romani’, Bibo ad Siccam odie ruin.’.).”. Tuttavia, i due studiosi salernitani sebbene nella nota (11) avessero fornito l’esatta collocazione della carta in questione conservata presso l’ASN, essi non fornivano nessun riferimento bibliografico intorno all’origine di questa carta e la datavano intorno al 1600. Andando avanti nelle mie personali ricerche sulla carta mi accorsi che questa carta era stata vista e studiata da Aldo Blessich (…) e da Michelangelo Schipa (…) che all’epoca, nel 1895, scrivevano sulla rivista topografica e storica napoletana ‘Napoli Nobilissima’ occupandosi dell’antica cartografia Napoletana. Inoltre, osservandola de visu all’ASN, mi accorsi che sebbene nella segnatura riportasse la probabile datazione del “1756?” mi accorsi che la carta poteva essere molto più antica.  L’immagine che mostriamo è uno stralcio della carta corografica in questione e, riguarda la carta citata dai due studiosi. E’ una carta topografica come vogliono i due studiosi ma particolare e dunque io direi più una carta corografica. In seguito la carta in questione venne citata prima dal Tancredi e poi da Pietro Ebner. Nella carta inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli, tra i centri di Policastro e Capitello, troviamo segnato un toponimo “Castellaro”, con l’immagine di un piccolo casale o guppetto di edifici. I caratteri utilizzati per la scrittura “gotica minuscola” ed il tipo di impaginazione della stessa, fanno ritenere che la carta in questione fosse molto più antica. Io credo che si tratti di una carta del 1400.

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(Fig…) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…).

La nostra carta, rispetto a quelle parigine, ci sembra molto più ricca di informazioni e più antica. A noi sembra che la nostra carta non sia una copia delle Parigine ma al contrario crediamo fosse una di quelle carte originarie appartenute alla corte Aragonese e poi trafugate in Francia da Carlo VIII. La nostra carta, rivela dei toponimi che denotano a nostro avviso una maggiore autenticità e antichità rispetto alle carte conservate in Francia. Credo che il Galiani, abbia lasciato delle copie al Museo Parigino ed abbia sottratto alcune carte originali quelle originali. Credo che il Galiani, fece credere di aver fatto eseguire delle copie ma in realtà, egli ha sottratto alcune carte per sostituirle con delle copie. Credo che questa ipotesi non si possa del tutto escludere. La fattura della carta da noi rintracciata a Napoli e conservata all’Archivio di Stato di Napoli, ed i caratteri utilizzati per la scrittura dei tantissimi luoghi e toponimi ivi indicati ci fanno ritenere che la carta in questione denoti un’origine molto più antica delle stesse carte conservate in Francia. Io credo che la carta conservata oggi all’ASN, fosse una delle carte originali appartenute alla corte Aragonese (XV secolo) e che al contrario, fù sostituita dal Galiani con una riproduzione da lui commissionata all’uopo per trarre in inganno i bibliotecari del Museo Parigino. La carta in questione da noi rintracciata a Napoli, che riporta la data del 1756, non è una copia di una carta molto più antica, appartenuta alla corona d’Aragona del Regno di Napoli, poi trafugata da Carlo VIII che la portò in Francia e oggi custodite presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi. Credo che la carta da noi rinvenuta all’ASN, sia proprio una delle carte trafugate da Carlo VIII, dal Regno di Napoli e poi in seguito portate in Francia e scoperte nel XVIII secolo dall’abate Galiani. Sulle antiche mappe esistenti all’ASN, sempre dal Valerio (7), in un altro suo saggio: ………………………. a p…., nella sua nota (44) cita e si riferiva al saggio di Marco Iuliano (…): “Cartapecore geografiche: cartografia calabra in età aragonese”, un saggio del 2002 che si trova in “Storia della Calabria nel Rinascimento a cura di Simonetta Gualtieri”. Scrive il Valerio (7) che Iuliano nel suo saggio a pp. 50 e s., riportava un passo della lettera che Ferdinando Galiani scriveva al Tanucci il 1° settembre 17…., ovvero che: tra il giugno e il settembre un Luigi XII e Ferdinando il Cattolico, disegnata in 56 pergamene che tutte si uniscono insieme senza lacuna, senza intervallo.”. Il Valerio (7), ragionando sulle mappe ritrovate dal Galiani in Francia, così conclude: “Si può oggi asserire come un dato di fatto che tra l’ultimo quarto del Quattrocento e i primi decennî del Cinquecento un imponente lavoro di ricognizione topografica e di determinazioni astronomiche sia stato portato avanti dalla corte aragonese di Napoli e continuato, o semplicemente aggiornato, dal governo vicereale spagnolo. (…). Non è plausibile che le mappe ritrovate dal Galiani in Francia, dislocate tra Parigi e la Lorena, siano state realizzate in un breve arco temporale. Il disegno in scala topografica pressoché costante di un territorio vasto e morfologicamente complesso come il Mezzogiorno d’Italia comporta anni, se non decennî, non meno di lavoro sul territorio che di elaborazioni a tavolino. (…). Per comprendere la complessità delle operazioni e le molteplici competenze necessarie per il suo compimento, basti pensare alle osservazioni astronomiche di latitudine (…) al disegno accurato e miniaturizzato dei centri abitati maggiori, alle modalità di rilevamento e di trattamento del paesaggio sia dal punto di vista antropico che storico. (120)”. Sempre il Valerio (7), nel suo libro pubblicato con il La Greca, a p. 29 trattava di alcuni disegni studiati già dal Blessich e citati da Roberto Almagià. Il Valerio tratta di questo argomento nel capitolo “Le carte dei confini” e a p. 29 in proposito scriveva che: “(75) Le uniche copie note sono della Società Napoletana di Storia Patria, stampe cat. V, 229 A,B,C,D e misurano ecc…”. Per queste carte il Valerio cita l’Almagià ed il Mazzetti (…), che ripubblicò il testo più approfondito dell’Almagià. Il Valerio cita Roberto Almagià, Monumenta Italiae Cartographica, cit., p. 13 (…) e Ernesto Mazzetti (…), (a cura di), Cartografia Generale del Mezzogiorno e della Sicilia, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1972, p. 233.

S. Pantaleone (tra Bosco e il fiume Bussento), S.to Macario, Sirsio (vicino foce del Bussento), S. Maurizio, la Molara, Casale dell’Oliva (Scario), Casal Bovio, Fulgenti (sopra Rofrano),  casali scomparsi   

Nel 1559, le  ricerche e acquisizioni di Camillo Porzio, storico e feudatario di Centola, i legami con uno scritto del Pontano ecc..

Già dai tempi dell’acquisto del feudo di Centola e di gran parte dei territori da parte del famoso erudito e storico napoletano Camillo Porzio (…), si evince chiaramente il rinvenimento di antichissimi documenti storici che lui stesso cercò e raccolse e rinvenne in zona e nei suoi vasti possedimenti dell’ex Baronia dei Sanseverino. Sarebbe interessante indagare ed approfondire nei diversi lasciti e carteggi del Porzio (…) quali fossero le antiche fonti da cui egli stesso attinse per la stesura del suo capolavoro di storia: “La Congiura dei Baroni”, avvenimento che ebbe proprio qui, in queste zone, il suo drammatico epilogo. Alla morte del Porzio, nel 1580, gli successe la figliastra (e secondo alcuni figlia naturale) Fulvia Capece Scondito, nominata sua erede universale. Camillo Porzio nacque a Napoli nel 1525 e morì nel 1603. E’ stato uno storico e avvocato italiano, noto per la sua monografia sulla quattrocentesca ‘Congiura dei baroni’ che si svolse anche e soprattutto nelle nostre zone. Affermatosi rapidamente come uno dei più celebri avvocati di Napoli, riuscì ad incrementare la già cospicua fortuna paterna fino all’acquisto (1559) del fondo di Centola, un vero e proprio feudo; il che, assieme al suo attivo sostegno al governo vicereale ed alle amicizie altolocate, lo inserì di diritto nella “nobiltà di toga” napoletana. L’attività del Porzio negli anni della maturità era divisa fra l’attività di avvocato, l’amministrazione del feudo e gli incarichi pubblici nel governo della città: inoltre era anche attivo negli ambienti culturali della città (ed evidentemente anche in altri ambienti, come si è visto). Pur non avendo più la rilevanza culturale del passato, i circoli culturali napoletani erano ancora in contatto con aree più vivaci, come Roma o Firenze. E’ proprio a Centola che amministrando il suo povero feudo che il Porzio ebbe modo di indagare sulla vicenda della ‘Congiura dei Baroni’ napoletani al tempo di Ferrante d’Aragona e che si svolse prevalentemente nei nostri luoghi. L’opera si chiamava: ‘La congiura de’ baroni del Regno di Napoli contra il re Ferdinando primo e gli altri scritti’, a cura di Ernesto Pontieri, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1964. Del feudo di Centola che appartenne al Porzio, a pp. 9-11 ha scritto lo storico Agostino Gervasio (…), nel suo Vita di Camillo Porzio’, in L’istoria d’Italia nell’anno 1547 e la descrizione del Regno di Napoli di Camillo Porzio, Napoli, dalla stamperia Tramater, 1839, pp. 4-6. Molte notizie storiche sul feudo di Centola e dei suoi dintorni si possono ricavare dalla sua stessa opera: ‘La congiura de’ baroni del regno di Napoli contra il re Ferdinando primo’, pubblicata a Roma per la stamperia di Paolo Manunzio nel 1565. Dalla Treccani on-line leggiamo che: Nel 1559 Porzio riuscì ad acquistare il feudo di Centola, nel Cilento, messo all’asta dalla nobile famiglia degli Alagna. Un’operazione immobiliare prestigiosa quanto complicata, destinata a creare duraturi contrasti fra gli eredi di Porzio, in quanto la proprietà, acquistata con somme versate da Porzio, fu intestata però al cognato, Marino Russo. Al 1562 risale il più antico riferimento alla prima opera storica di Porzio, in una lettera di Seripando del 23 marzo. La Congiura de’ baroni fu pubblicata nel 1565 a Roma, presso Paolo Manuzio, sovrintendente dal 1561 della Tipografia Vaticana. Quando il testo venne dato alle stampe, Seripando era morto da due anni, ma ne aveva caldeggiato a lungo la stesura e, molto probabilmente, anche la pubblicazione. Alla base della scelta di Porzio di ricostruire la congiura del 1484, sino ad allora mai trattata monograficamente dagli storici, era la convinzione che quegli eventi fossero all’origine di quanto avvenuto in Italia a partire dalla discesa del re di Francia Carlo VIII nel 1494. Una connessione, quella tra la rivolta del baronaggio meridionale e i suoi esiti e l’invasione francese nella penisola, già evidenziata da Tristano Caracciolo nel De varietate fortunae, un testo esplicitamente utilizzato da Porzio come fonte. Tuttavia, nella dedica a Carlo Spinelli, duca di Seminara, Porzio faceva riferimento a questa tesi attribuendola a Paolo Giovio, «padre delle moderne istorie», conosciuto a Firenze presso la corte medicea. La narrazione ripercorre nel dettaglio tutte le fasi della vicenda. Il I libro prende le mosse dalla descrizione dei tre personaggi cruciali della ribellione – il principe di Salerno Antonello Sanseverino, Antonello Petrucci, Francesco Coppola – e illustra i diversi fili intrecciatisi nella trama della congiura, a cominciare dai malumori diffusi presso alti funzionari ed esponenti del baronaggio meridionale nei confronti del re, e più ancora del principe ereditario Alfonso, di voler drasticamente ridimensionare il loro potere feudale o impossessarsi delle loro ricchezze. Quando Porzio si accinse a scrivere la storia della rivolta baronale del 1484 non esisteva ancora, a circa ottant’anni di distanza da quegli avvenimenti, una narrazione circostanziata. Ne aveva fornito una ricostruzione Giovanni Albino nel De gestis Regum Neapolitanorum ab Aragonia che, però, fu pubblicato postumo nel 1589 né si può affermare con certezza che Porzio avesse letto il manoscritto, che in molti punti, sia descrittivi sia interpretativi, si distanzia dal racconto di Porzio. Certamente il De bello Neapolitano di Giovanni Pontano, che narrava una vicenda simile ma avvenuta diversi anni prima (la guerra dei baroni svoltasi tra il 1459 e il 1465), e che metteva in scena in parte gli stessi personaggi, fu una delle fonti coeve utilizzate da Porzio, visto che Pontano è uno dei pochi autori citati all’interno dell’opera e, oltretutto, compare nella lista premessa al testo dei «luoghi onde l’auttore ha tratta l’istoria», insieme con Bartolomeo Sacchi (Platina), Raffaele Maffei (Volterrano), Marcantonio Coccio (Sabellico), Niccolò Machiavelli, Bernardino Corio, Philippe de Commynes, Tristano Caracciolo. Porzio aveva potuto attingere anche a testimonianze dirette e, soprattutto, ai documenti originali e a stampa dei processi intentati contro i baroni. Tuttavia, la Congiura di Porzio è strettamente legata, oltre che alla grande storiografia umanistica quattro-cinquecentesca, di cui riprende ideologie e lessico (Cirillo Monzani, in Opere di Camillo Porzio, 1846, p. XXXIV, definì Porzio «discepolo del Machiavelli»), anche ovviamente ai modelli della storiografia classica, in particolare Sallustio, un riferimento imprescindibile, dall’età umanistica, per gli autori di opere storiche monografiche. A questa fase della vita risale anche un altro testo di Porzio, la Relazione del Regno di Napoli, scritta dopo l’arrivo a Napoli, nel 1575, del viceré Iñigo López de Mendoza, marchese di Mondejár. Si tratta di una descrizione accurata della posizione geografica, della divisione in province, delle condizioni economiche e di alcune annotazioni storiche riguardanti il Regno, fino alla «disposizione degli animi de’ regnicoli verso il presente dominio» (1839, p. 170). Rimasta inedita, la Relazione fu pubblicata per la prima volta nel 1839 insieme con il I libro della Istoria d’Italia. Tra le fonti utili per la ricostruzione storiografica dell’opera del Porzio sul Regno di Napoli in epoca Vicereale vi è l’Archivio segreto Vaticano, Fondo Borghese, Serie I, vol. 44, cc. 28r-29v. Sul feudo di Centola ai tempi del Porzio ha scritto pure Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 107 e s. parlando del Cap. IV “Camillo Porzio signore di Centola e di Sanseverino” raccontava la complicata vicenda dell’acquisizione del feudo da parte del ricchissimo ereditiero e storico Camillo Porzio. Gli antefatti dell’acquisizione da parte del Porzio del feudo di Centola sono importanti per capire che attraverso quel feudo ed i contatti che il Porzio intrattenne in quegli anni, lo portarono a conoscere una serie di documenti di non poco conto per la ricostruzione storiografica delle vicende che interessarono le nostre terre. Gli antefatti dell’acquisizione da parte del Porzio del feudo di Centola sono importanti per capire che attraverso quel feudo ed i contatti che il Porzio intrattenne in quegli anni, lo portarono a conoscere una serie di documenti di non poco conto per la ricostruzione storiografica delle vicende che interessarono le nostre terre. Il Barra, a p. 111 accennava del Cardinale Seripando che aveva caldeggiato l’acquisto del feudo ed in proposito scriveva che: “In effetti, il cardinale parlava non genericamente ma con cognizione di causa, poichè oltre ai suoi legami di parentela coi Morra, suo fratello Giovan Ferrante era abate commendatario di S. Maria degli Angeli di Centola.”.

I fratelli Giuseppe e Annibale Antonini di Centola,  Bernardo e Ferdinando Galiani e mons. Garampi

Come vedremo e cercherò di dimostrare, l’accurata ricostruzione storiografica dei fatti e delle cose che contraddistinsero le nostre zone non può prescindere da un’accurata ricerca geo-storica. Lo studio cartografico, delle antiche mappe e dei toponimi, nomi dei luoghi, deve necessariamente intrecciarsi con lo studio delle fonti e dei documenti. Come vedremo, gran parte delle ricerche e degli studi partono proprio da Centola e forse dall’antica Abbazia benedettina di cui tratto in questo mio saggio, l’Abbazia di Santa Maria di Centola. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,…”. Già dai tempi dell’acquisto del feudo di Centola e di gran parte dei territori da parte del famoso erudito e storico Camillo Porzio (…), si evince chiaramente il rinvenimento di antichissimi documenti storici che lui stesso cercò e raccolse e rinvenne in zona e nei suoi vasti possedimenti dell’ex Baronia dei Sanseverino. Sarebbe interessante indagare ed approfondire nei diversi lasciti e carteggi del Porzio (…) quali fossero le antiche fonti da cui egli stesso attinse per la stesura del suo capolavoro di storia: “La Congiura dei Baroni”, avvenimento che ebbe proprio qui, in queste zone, il suo drammatico epilogo. Alla morte del Porzio, nel 1580, gli successe la figliastra (e secondo alcuni figlia naturale) Fulvia Capece Scondito, nominata sua erede universale. A mio avviso furono proprio le ricerche e la raccolta di antichi documenti che indussero l’erudito Ferdinando Galiani ad accettare dal Cardinale……………..l’incarico gravoso di Abate dell’Abbazia di S. Maria (degli Angeli) a Centola. Di Centola era Giuseppe Antonini, dove nacque il 14 gennaio 1683. Giuseppe Antonini (…), barone di San Biase, fu avvocato ed erudito, che ha legato il suo nome allo studio della storia e della topografia della Lucania e del Cilento. I suoi studi furono trasfusi nell’opera ‘La Lucania, Discorsi’, pubblicata per la prima volta nel 1745.

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Nel 1745 diede alle stampe i suoi Discorsi sulla ‘Lucania’, che nel 1756 accrebbe e che nel 1790-91 il nipote Francesco Mazzarella Farao ripubblicò, arricchendoli di copiose annotazioni, difendendo l’opera e la memoria dell’Antonini dalle accuse di P. Magnoni e dei non pochi critici e detrattori. Nel 1745, due anni prima, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) pubblicò la sua “La Lucania – I Discorsi”, era abate di S. Maria di Centola Girolamo Gascone, il quale, mostrò diversi privilegi e carte greche all’Antonini. Giuseppe Antonini (…), barone di S. Biase, ed autore dell’opera ‘La Lucania’, pubblicata in un volume nel 1745 e in due volumi nel 1795 (dagli eredi). Il fratello maggiore di Giuseppe Antonini, Annibale, era anche Abate a Parigi che nel 1734 pubblicò in Francia un guida di Parigi. Molte delle notizie già in precedenza raccolte dai fratelli Antonini qui proprio nel Cilento ed in particolare a Centola, passarono di mano agli amici fratelli Galiani: Bernardo e Ferdinando. Fu proprio l’Abate Gascone che aveva raccolto molti documenti antichi appartenuti all’Abbazia di Centola che si deve il merito di averli mostrati agli Antonini di cui il fratello maggiore, Annibale, era come lui uomo di chiesa. Insieme alla figura dei fratelli Antonini: Giuseppe e Bernardo, a metà del ‘700 spiccano altre due figure di eruditi che si conoscevano e a cui dobbiamo legare le approfondite ricerche storiografiche e geo-storiche successive.  Come scrisse lo stesso Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 718 in proposito scriveva che: “Nel ‘700 è notizia di un altro abate commendatario mitrato della badia, D. Ferdinando Galiani di Napoli, figlio del regio consigliere marchese Matteo e nipote del noto cappellano maggiore del re, Celestino, già arcivescovo di Taranto e poi di Tessalonica e presidente del supremo tribunale misto.”. Ferdinando Galiani, detto l’abate Galiani (Chieti, 2 dicembre 1728 – Napoli, 30 ottobre 1787). Nacque a Chieti nel 1728, da una famiglia originaria di Lucera: la sua formazione avvenne a Napoli, dove ebbe modo di conoscere l’opera di Giambattista Vico e fu allievo di Antonio Genovesi. La figura del Galiani è importantissima per la storia dei nostri luoghi e credo anche per i legami con l’Antonini. I legami con i due fratelli Antonini e i fratelli Galiani sono interessantissimi per le connessioni, a mio avviso esistenti, con gli Antonini (…) Giuseppe e Annibale (…), i quali, come vedremo era connessi sia al territorio dell’ex e ormai dissoluta Baronia dei Sanseverino e con il Galiani stesso che come sappiamo si recò a Parigi in missione e su incarico del ministro Bernardo Tanucci e rinvenne le famose carte corografiche di probabile epoca Aragonese e di cui una da me rinvenuta nell’Archivio di Stato di Napoli e da me ivi pubblicata e di cui ivi ho pubblicato un particolare dell’area in questione (vedi Fig. 1) e a cui rimando per gli opportuni approfondimenti, nel mio saggio “Una carta corografica manoscritta e inedita, d’epoca Aragonese”, ivi pubblicata ed illustrata nell’immagine di Fig. 1, completamente diversa e più antica anche se simile. Proprio su quel fondo di antiche mappe scoperte alla BNF, l’abate Ferdinando Galiani affermava: “Un tesoro, storico, documentario e scientifico, “un monumento veramente curioso ed utile” (…). Queste pergamene, fatte riprodurre e copiare di nascosto dal Galiani, permisero a Rizzi Zannoni di comporre la “Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, opera mirabile ma completamente diversa dalle mappe trovate da Galiani. La pur breve permanenza dell’Abate Ferdinando Galiani nell’Abbazia di S. Maria (degli Angeli) a Centola, permise a questo grande ricercatore ed esperto cartografo di ottenere antichi documenti, donazioni e privilegi appartenuti all’Abbazia benedettina, forse ormai irrimediabilmente perduti ma soprattutto ottenere le giuste dritte e riferimenti bibliografici e storiografici di notizie storiche molte volte citate dall’Antonini nella sua “Lucania”. Il periodo della permanenza del Galiani a Centola e della prima edizione dell’opera dell’Antonini (…), è più o meno lo stesso. Gli stessi fratelli, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini ed il fratello maggiore Annibale Antonini (…), grande erudito del tempo e Abate a Parigi conoscevano i due fratelli Galiani: Bernardo e Ferdinando. Lo stesso Giuseppe Antonini, allorquando pubblicò nel 1745 la prima edizione della sua “La Lucania” conosceva bene i fratelli Galiani di cui il fratello minore, Ferdinando, nel 1747, due anni dopo, e non a caso – dico io – fu investito della carica di abate dell’antica Badia di S. Maria di Centola e, che dal ministro Bernardo Tanucci fu incaricato di cercare le carte d’epoca Aragonese. Infatti, lo stesso Giuseppe Antonini (…), allorquando, nel 1745, pubblicò la sua ‘Lucania’ conosceva anche il Tanucci a cui dedicò l’opera:

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Il fratello maggiore di Giuseppe Antonini (…), Annibale (…) scrisse l’opera ‘Memorial de Paris et de ses environs a l’usage des voyageurs’, Nouvelle édition, Paris, 1734. Riguardo il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) e la sua opera “La Lucania – I Discorsi”, da lui pubblicata nel 1745 in un unico volume e poi in seguito ripubblicata dagli eredi in due volumi nel 1795, e le connessioni con le mappe Aragonesi di cui mi occupo in questo mio saggio, mi sembra interessante cio che scriveva Fernando La Greca (…) a proposito di alcuni toponimi citati dall’Antonini e nella carta da me rintracciata all’ASN. Ferdinando La Greca (…), nel suo saggio scritto insieme a Vladimiro Valerio (…): ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, nel 2008, nel suo capitolo “Le vicende delle mappe”, parlando sempre della sua carta Parigina e, dei toponimi contenuti nella carta cita l’Antonini e a pp. 72-73 si fa particolarmente interessante quando egli ritiene l’Antonini uno sprovveduto che non conoscesse Livio, Cicerone ecc.. e, scriveva che: “Ci sono fondati sospetti che Giuseppe Antonini, barone di S. Biase, ed autore dell’opera ‘La Lucania’, pubblicata in un volume nel 1745 e in due volumi nel 1795 (dagli eredi) ecc…” e, poi ancora a p. 73 si chiede “Come potè l’Antonini entrare in possesso di tali mappe? Probabilmente grazie al fratello maggiore, Annibale Antonini, abate a Parigi, uomo di vasta cultura, erudito, ed autore di varie opere, fra le quali, significativamente, una guida di Parigi per i viaggiatori stranieri, giunta nel 1734 alla seconda edizione (229). L’opera descrive in gran parte musei, archivi, biblioteche, pinacoteche; l’abate Antonini se ne mostra esperto conoscitore, ecc…”. Sempre il La Greca (…), continuando il suo racconto scriveva che: A questo punto, possiamo facilmente immaginare che la notizia dell’esistenza di tali carte a Parigi sia passata dai fratelli Annibale e Giuseppe Antonini ai fratelli Berardo e Ferdinando Galiani. Una sicura connessione ci è raccontata dal Winckelmann: questi, nella sua ‘Prefazione’ (1760) alle ‘Osservazioni sopra l’Architettura degli Antichi’, parlando del suo viaggio a Paestum, racconta che l’architetto Bernardo Galiani (poi traduttore dell’opera di Vitruvio) era intervenuto sul testo manoscritto del barone Antonini per correggerne gli errori più evidenti, riguardanti proprio la descrizione di Paestum; era stato lasciato tuttavia un grosso abbaglio, la definizione della cinta muraria come “quasi ovale”, che sorprende molto il Winckelmann (231). L’Antonini pubblica il suo lavoro nel 1745, e diventa presto noto a tutti i viaggiatori del ‘gran tour’; molte sue descrizioni però non reggono alla prova dei fatti, come quella della muraglia ovale. E’ probabile che, anziano e pressato dalle domande dell’amico Berardo, infine Giuseppe Antonini si sia deciso a rivelare l’esistenza delle carte parigine, notizie girate da Berardo al fratello Ferdinando, ambasciatore a Parigi, che, avendo in mente la realizzazione di una carta moderna del Regno, dovette mettersi subito alla ricerca delle antiche mappe. Siamo nel campo delle ipotesi, ma appare plausibile che sia andata così.”. Ho voluto riproporre integralmente questo passo di Ferdinando La Greca (…) perchè, sebbene sia, come lui stesso sostiene, un’ipotesi, la trovo una buona e corretta ipotesi di lavoro su cui svolgere i necessari approfondimenti. Sull’incarico ricevuto dall’Abate Ferdinando Galiani (…), ha recentemente scritto anche Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’. Il Barra a pp. 201 e s. ha dedicato un intero capitolo dal titolo: “L’ultimo Abate Commendatario: Ferdinando Galiani”.

Giuseppe e Annibale Antonini e Bernardo e Ferdinando Galiani

Proprio su quel fondo di antiche mappe scoperte alla BNF, l’abate Ferdinando Galiani affermava: “Un tesoro, storico, documentario e scientifico, “un monumento veramente curioso ed utile” (7). Queste pergamene, fatte riprodurre e copiare di nascosto dal Galiani, permisero a Rizzi Zannoni di comporre la “Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, opera mirabile ma completamente diversa dalle mappe trovate da Galiani. Il Rizzi-Zannoni, si servì di queste carte d’età Aragonesi, rintracciate a Parigi dal Galiani e consegnate al Tanucci ma la sua opera è completamente diversa come si vede nella carta del Cilento da lui delineata. Riguardo la citazione di Antonini (…) di una “Bibo ad Sicam”, è interessante ciò che scrive Fernando La Greca (…) nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, che illustrava una delle carte scoperte da Ferdinando Galiani (…) a Parigi e conservate alla Biblioteqhe Nationale di Francia a Parigi. Si tratta della carta collocata “Cartes et Plans, GE AA 1305-6, part. e GE AA 1305-6, part.”. Il La Greca (…) a p. 44, in proposito scriveva che: “Fra i numerosi toponimi risalenti ad epoca romana, troviamo ‘Bibo ad Siccam odie ruin(ato) (41), l’antica Vibone lucana, posta anche dall’Antonini, unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè), presso il sito di Vibonati (con l’isoletta ‘La Sicca’ davanti alla costa); ‘Cosuento ruin(ato)(42) presso Magliano ecc..”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’). Cfr. G. Antonini, ‘La Lucania….’, cit., vol. I, pp. 419-428”. Sempre il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Plin., ‘Natur. histor., III, 11, 97 (‘Casuentum’ fiume della Lucania).”. La citazione del La Greca (…), riguardo la citazione dell’Antonini (…) è interessantissima in quanto dice che “unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè)” che secondo lui menziona il toponimo “Vibo ad Sicam”, citato dallo stesso Livio, Cicerone e nel Chronicorum Casinensium Epitome, unico erudito che per la prima volta non solo la cita ma la pone a Vibonati. Ovviamente sul sito di Vibonati bisognerà fare delle ovvie precisazioni che farò. Dunque, il La Greca, scrive questo in quanto stà parlando della “Vibo ad Sicam” citata nella carta corografica conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi (la carta n. 6, da lui pubblicata nel suo testo insieme al Valerio che è collocata come “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s. ID/Cote :GE AA-1305 – feuille 6, conservata alla Biblioteca Nazionale di Francia, di cui egli dice essere uguale a quella da me scoperta all’ASN e a cui rimando per gli opportuni approfondimenti, nel mio saggio “Una carta corografica manoscritta e inedita, d’epoca Aragonese”, ivi pubblicata ed illustrata nell’immagine di Fig. 1, completamente diversa e più antica anche se simile. Sempre il La Greca (…), parlando sempre della sua carta Parigina e, parlando dei toponimi contenuti nella carta cita l’Antonini come si è visto e scrive che: “unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè)” che secondo lui menziona il toponimo “Vibo ad Sicam”. Infatti, il La Greca (…), a pp. 72-73 si fa particolarmente interessante quando egli ritiene l’Antonini uno sprovveduto che non conoscesse Livio, Cicerone ecc.. e, scrive che: “Ci sono fondati sospetti che Giuseppe Antonini, barone di S. Biase, ed autore dell’opera ‘La Lucania’, pubblicata in un volume nel 1745 e in due volumi nel 1795 (dagli eredi) (227), abbia avuto modo di vedere le mappe, o parte delle mappe, prima del Galiani, facendone largo uso nella sua opera, ma nascondendo tale fonte. Quasi costantemente, nella sua descrizione, sembra avere davanti agli occhi e seguire passo passo la nostra mappa, con i suoi nomi, i suoi fiumi, degli affluenti, dei monti, dei paesi, dei santuari, delle isole, e segnalando i ponti lungo le strade. Molte sue ipotesi sul sito di paesi antichi scomparsi trovano riscontro sulla mappa, come ad es. ‘Vibo ad Siccam’ presso Sapri, e ‘Petilia’ sul Monte della Stella (peraltro riportata nella mappa solo come ‘Mercato Petilia’). Inoltre, nella sua descrizione di Paestum ecc…” e, a p. 73 si chiede “Come potè l’Antonini entrare in possesso di tali mappe? Probabilmente grazie al fratello maggiore, Annibale Antonini, abate a Parigi, uomo di vasta cultura, erudito, ed autore di varie opere, fra le quali, significativamente, una guida di Parigi per i viaggiatori stranieri, giunta nel 1734 alla seconda edizione (229). L’opera descrive in gran parte musei, archivi, biblioteche, pinacoteche; l’abate Antonini se ne mostra esperto conoscitore, giungendo a indicare anche i nomi delle persone preposte ai vari uffici e alle quali rivolgersi per consultare volumi e documenti. Probabilmente l’abate si era imbattuto, durante le sue ricerche, nelle mappe aragonesi, e riconoscendo le località del Regno di Napoli, doveva essersi procurato facilmente qualche copia, poi inviata al fratello. Le mappe, fino al 1738, secondo il Galiani (230), erano state nell’Archivio della Corona di Parigi; ppoi, sfuggite ad un incendio, erano state portate a Versailles (Dépòt de la Marine). A questo punto, possiamo facilmente immaginare che la notizia dell’esistenza di tali carte a Parigi sia passata dai fratelli Annibale e Giuseppe Antonini ai fratelli Berardo e Ferdinando Galiani. Una sicura connessione ci è raccontata dal Winckelmann: questi, nella sua ‘Prefazione’ (1760) alle ‘Osservazioni sopra l’Architettura degli Antichi’, parlando del suo viaggio a Paestum, racconta che l’architetto Bernardo Galiani (poi traduttore dell’opera di Vitruvio) era intervenuto sul testo manoscritto del barone Antoni per correggerne gli errori più evidenti, riguardanti proprio la descrizione di Paestum; era stato lasciato tuttavia un grosso abbaglio , la definizione della cinta muraria come “quasi ovale”, che sorprende molto il Winckelmann (231). L’Antonini pubblica il suo lavoro nel 1745, e diventa presto noto a tutti i viaggiatori del ‘gran tour’; molte sue descrizioni però non reggono alla prova dei fatti, come quella della muraglia ovale. E’ probabile che, anziano e pressato dalle domande dell’amico Berardo, infine Giuseppe Antonini si sia deciso a rivelare l’esistenza delle carte parigine, notizie girate da Berardo al fratello Ferdinando, ambasciatore a Parigi, che, avendo in mente la realizzazione di una carta moderna del Regno, dovette mettersi subito alla ricerca delle antiche mappe. Siamo nel campo delle ipotesi, ma appare plausibile che sia andata così.”. Ho voluto riproporre integralmente questo passo del La Greca (…) perchè mi sembra, sebbene sia, come lui stesso sostiene, un’ipotesi, la trovo una buona e corretta ipotesi di lavoro su cui svolgere i necessari approfondimenti. L’Ipotesi di La Greca è molto interessante. Il La Greca (…), a p…., nella sua nota (229) postillava che: “(229) A. Antonini, Memorial de Paris et de ses environs a l’usage des voyageurs, Nouvelle édition, Paris, 1734”. Il La Greca a p…., nella sua nota (230) postillava che: “(230) B. Tanucci, Lettere a Ferdinando Galiani, cit., pp. 231-232 (11 luglio 1768).”. Il La Greca a p…, nella sua nota (231) postillava che: “(231) J.J. Winckelmann, Osservazioni sopra l’Architettura degli Antichi, in Id., Opere, a cura di C. Fea, 1832, pp. 18-19; vd. J. Raspi Serra (a cura di), ‘Paestum idea e immagine. Antologia di testi critici e di immagini di Paestum (1750-1836), Panini, Modena, 1990, pp. 31-34.”. Sempre riguardo il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) e la sua opera “La Lucania – I Discorsi”, da lui pubblicata nel 1745 in un unico volume e poi in seguito ripubblicata dagli eredi in due volumi nel 1795, e le connessioni con le mappe Aragonesi di cui mi occupo in questo mio saggio, mi sembra interessante cio che scriveva Fernando La Greca (…) a proposito di alcuni toponimi citati dall’Antonini e nella carta da me rintracciata all’ASN. Sebbene il La Greca (7) si riferisse alla carta Parigina, di gran lunga più recente di quella conservata all’ASN, a p. 46 in proposito scriveva che: “Fra le testimonianze medievali, un ‘Casale di Amalfi dir(uto)’, sulla ‘Montagna della Bulgheria’, lato mare richiama la nota storia della fondazione di Amalfi: alcune famiglie romane, partite per Costantinopoli verso il 339 d.C., sorprese da una tempesta, ripararono dapprima a Ragusa, e poi in Lucania nei pressi di Palinuro, dove fondarono la città di Molpe; in seguito passarono ad Eboli e infine sulla costa rocciosa e inaccessibile, dove fondarono Amalfi (62).”. Il La Greca (…), a p. 47, nella sua nota (62) postillava che: “(62) Vd. M. Camera, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, pp. 7-20.”.

Nel 1747, Ferdinando Galiani, abate dell’Abbazia di S. Maria degli Angeli dal 1747 al 1765

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 718 in proposito scriveva che: “Nel ‘700 è notizia di un altro abate commendatario mitrato della badia, D. Ferdinando Galiani di Napoli, figlio del regio consigliere marchese Matteo e nipote del noto cappellano maggiore del re, Celestino, già arcivescovo di Taranto e poi di Tessalonica e presidente del supremo tribunale misto.”. Eugenia Granito, parlando del documento n. 6 citava Francesco Barra (…) e il suo “Ferdinando Galiani e la Badia di S. Maria degli Angeli di Centola”, stà in “Il Picentino”, a. CX, nn. 1-2, gennaio-giugno 1975, pp. 13-19. Il Cammarano (…), a p. 13, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il nome abate, ha molteplici suddivisioni: abate de regimine governa soltanto il proprio monastero; abate nullius dioecesis ha autorità su un territorio eparato dalla diocesi, alla diretta dipendenza della S. Sede, e fu il caso di Centola; abate commendatario, al quale veniva conferita un’abbazia in commenda cioè in affidamento, alle dipendenze della S. Sede, e si verificò per Centola dopo il 1564. Ai tempi di cui intendiamo parlare per avere il titolo abate erano sufficienti la tonsura e un ordine minore. Alcuni di questi abati avevano il privilegio di portare la mitra, insegna vescovile, per cui si chiamavano abati mitrati. E l’abate di Centola godeva di questo privilegio. Difatti nella vita del Galiani, scritta dall’Avv. Luigi Diodati, si legge a pagina 86: “Quindi con tranquillità d’animo, e con rassegnazione di cristiano e di filosofo, morì al dì 30 ottobre 1787 verso le ore 20 d’Italia, dopo aver vissuto 58 anni, dieci mesi e due giorni  ecc…”. Il Cammarano cita Luigi Diodati (…) ‘Vita dell’Abate Ferdinando Galiani Regio Consigliere’, Napoli, 1788. Ferdinando Galiani, detto l’abate Galiani (Chieti, 2 dicembre 1728 – Napoli, 30 ottobre 1787). Nacque a Chieti nel 1728, da una famiglia originaria di Lucera: la sua formazione avvenne a Napoli, dove ebbe modo di conoscere l’opera di Giambattista Vico e fu allievo di Antonio Genovesi. La figura del Galiani è importantissima per la storia dei nostri luoghi e credo anche per i legami con l’Antonini. I legami con i due fratelli Antonini e i fratelli Galiani sono interessantissimi per le connessioni, a mio avviso esistenti, con gli Antonini (…) Giuseppe e Annibale (…), i quali, come vedremo era connessi sia al territorio dell’ex e ormai dissoluta Baronia dei Sanseverino e con il Galiani stesso che come sappiamo si recò a Parigi in missione e su incarico del ministro Bernardo Tanucci e rinvenne le famose carte corografiche di probabile epoca Aragonese e di cui una da me rinvenuta nell’Archivio di Stato di Napoli e da me ivi pubblicata e di cui ivi ho pubblicato un particolare dell’area in questione (vedi Fig. 1) e a cui rimando per gli opportuni approfondimenti, nel mio saggio “Una carta corografica manoscritta e inedita, d’epoca Aragonese”, ivi pubblicata ed illustrata nell’immagine di Fig. 1, completamente diversa e più antica anche se simile. Proprio su quel fondo di antiche mappe scoperte alla BNF, l’abate Ferdinando Galiani affermava: “Un tesoro, storico, documentario e scientifico, “un monumento veramente curioso ed utile” (7). Queste pergamene, fatte riprodurre e copiare di nascosto dal Galiani, permisero a Rizzi Zannoni di comporre la “Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, opera mirabile ma completamente diversa dalle mappe trovate da Galiani. La pur breve permanenza dell’Abate Ferdinando Galiani nell’Abbazia di S. Maria (degli Angeli) a Centola, permise a questo grande ricercatore ed esperto cartografo di ottenere antichi documenti, donazioni e privilegi appartenuti all’Abbazia benedettina, forse ormai irrimediabilmente perduti ma soprattutto ottenere le giuste dritte e riferimenti bibliografici e storiografici di notizie storiche molte volte citate dall’Antonini nella sua “Lucania”. Il periodo della permanenza del Galiani a Centola e della prima edizione dell’opera dell’Antonini (…), è più o meno lo stesso. Gli stessi fratelli, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini ed il fratello maggiore Annibale Antonini (…), grande erudito del tempo e Abate a Parigi conoscevano i due fratelli Galiani: Bernardo e Ferdinando. Il fratello maggiore di Giuseppe Antonini (…), Antonio (…) scrisse l’opera ‘Memorial de Paris et de ses environs a l’usage des voyageurs’, Nouvelle édition, Paris, 1734. Ferdinando La Greca (…), nel suo saggio scritto insieme a Vladimiro Valerio (…): ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, nel 2008, parlando sempre della sua carta Parigina e, parlando dei toponimi contenuti nella carta cita l’Antonini e a pp. 72-73 si fa particolarmente interessante quando egli ritiene l’Antonini uno sprovveduto che non conoscesse Livio, Cicerone ecc.. e, scrive che: “Ci sono fondati sospetti che Giuseppe Antonini, barone di S. Biase, ed autore dell’opera ‘La Lucania’, pubblicata in un volume nel 1745 e in due volumi nel 1795 (dagli eredi) (227), abbia avuto modo di vedere le mappe, o parte delle mappe, prima del Galiani, facendone largo uso nella sua opera, ma nascondendo tale fonte. Quasi costantemente, nella sua descrizione, sembra avere davanti agli occhi e seguire passo passo la nostra mappa, con i suoi nomi, i suoi fiumi, degli affluenti, dei monti, dei paesi, dei santuari, delle isole, e segnalando i ponti lungo le strade. Molte sue ipotesi sul sito di paesi antichi scomparsi trovano riscontro sulla mappa, come ad es. ‘Vibo ad Siccam’ presso Sapri, e ‘Petilia’ sul Monte della Stella (peraltro riportata nella mappa solo come ‘Mercato Petilia’). Inoltre, nella sua descrizione di Paestum ecc…” e, a p. 73 si chiede “Come potè l’Antonini entrare in possesso di tali mappe? Probabilmente grazie al fratello maggiore, Annibale Antonini, abate a Parigi, uomo di vasta cultura, erudito, ed autore di varie opere, fra le quali, significativamente, una guida di Parigi per i viaggiatori stranieri, giunta nel 1734 alla seconda edizione (229). L’opera descrive in gran parte musei, archivi, biblioteche, pinacoteche; l’abate Antonini se ne mostra esperto conoscitore, giungendo a indicare anche i nomi delle persone preposte ai vari uffici e alle quali rivolgersi per consultare volumi e documenti. Probabilmente l’abate si era imbattuto, durante le sue ricerche, nelle mappe aragonesi, e riconoscendo le località del Regno di Napoli, doveva essersi procurato facilmente qualche copia, poi inviata al fratello. Le mappe, fino al 1738, secondo il Galiani (230), erano state nell’Archivio della Corona di Parigi; poi, sfuggite ad un incendio, erano state portate a Versailles (Dépòt de la Marine). A questo punto, possiamo facilmente immaginare che la notizia dell’esistenza di tali carte a Parigi sia passata dai fratelli Annibale e Giuseppe Antonini ai fratelli Berardo e Ferdinando Galiani. Una sicura connessione ci è raccontata dal Winckelmann: questi, nella sua ‘Prefazione’ (1760) alle ‘Osservazioni sopra l’Architettura degli Antichi’, parlando del suo viaggio a Paestum, racconta che l’architetto Bernardo Galiani (poi traduttore dell’opera di Vitruvio) era intervenuto sul testo manoscritto del barone Antoni per correggerne gli errori più evidenti, riguardanti proprio la descrizione di Paestum; era stato lasciato tuttavia un grosso abbaglio , la definizione della cinta muraria come “quasi ovale”, che sorprende molto il Winckelmann (231). L’Antonini pubblica il suo lavoro nel 1745, e diventa presto noto a tutti i viaggiatori del ‘gran tour’; molte sue descrizioni però non reggono alla prova dei fatti, come quella della muraglia ovale. E’ probabile che, anziano e pressato dalle domande dell’amico Berardo, infine Giuseppe Antonini si sia deciso a rivelare l’esistenza delle carte parigine, notizie girate da Berardo al fratello Ferdinando, ambasciatore a Parigi, che, avendo in mente la realizzazione di una carta moderna del Regno, dovette mettersi subito alla ricerca delle antiche mappe. Siamo nel campo delle ipotesi, ma appare plausibile che sia andata così.”. Ho voluto riproporre integralmente questo passo di Ferdinando La Greca (…) perchè, sebbene sia, come lui stesso sostiene, un’ipotesi, la trovo una buona e corretta ipotesi di lavoro su cui svolgere i necessari approfondimenti. L’Ipotesi di La Greca è molto interessante. Sempre riguardo il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) e la sua opera “La Lucania – I Discorsi”, da lui pubblicata nel 1745 in un unico volume e poi in seguito ripubblicata dagli eredi in due volumi nel 1795, e le connessioni con le mappe Aragonesi di cui mi occupo in questo mio saggio, mi sembra interessante cio che scriveva Fernando La Greca (…) a proposito di alcuni toponimi citati dall’Antonini e nella carta da me rintracciata all’ASN. Ma già dai tempi dell’acquisto del feudo di Centola e di gran parte dei territori da parte del famoso erudito e storico Camillo Porzio (…), si evince chiaramente il rinvenimento di antichissimi documenti storici che lui stesso cercò e raccolse e rinvenne in zona e nei suoi vasti possedimenti dell’ex Baronia dei Sanseverino. Sarebbe interessante indagare ed approfondire nei diversi lasciti e carteggi del Porzio (…) quali fossero le antiche fonti da cui egli stesso attinse per la stesura del suo capolavoro di storia: “La Congiura dei Baroni”, avvenimento che ebbe proprio qui, in queste zone, il suo drammatico epilogo. Alla morte del Porzio, nel 1580, gli successe la figliastra (e secondo alcuni figlia naturale) Fulvia Capece Scondito, nominata sua erede universale. A mio avviso furono proprio le ricerche e la raccolta di antichi documenti che indussero l’erudito Ferdinando Galiani ad accettare dal Cardinale……………..l’incarico gravoso di Abate dell’Abbazia di S. Maria (degli Angeli) a Centola. Sull’incarico ricevuto dall’Abate Ferdinando Galiani (…), ha recentemente scritto anche Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’. Il Barra a pp. 201 e s. ha dedicato un intero capitolo dal titolo: “L’ultimo Abate Commendatario: Ferdinando Galiani”. Il Barra (…), nel 2016, in proposito a p. 201, riferendosi all’ascesa al pontificato del Cardinale Prospero Lambertini, papa Benedetto XIV, scriveva che: “Ben noti erano infatti gli antichi e mai dismessi sentimenti di alta stima e di profonda amicizia che legavano al Galiani il nuovo pontefice……Due anni dopo, nel luglio del 1747, la benignità di papa Lambertini concesse inoltre al futuro autore della Moneta e del Commercio dei grani la vetusta badia di Santa Maria degli Angeli di Centola. Quest’ultima era tra quelle – ben 44 – considerate “nullius diocesis”, il cui abate commendatario (tranne quelle di regio patronato) era nominato direttamente dal pontefice nel Concistoro dei cardinali; e da ciò furono dette “abbazie concistoriali”, poi abolite con il Concordato del 1818. Ma Centola risultò per Galiani assai magro acquisto. Infatti, la remota badia Cilentana, invece di fornire al giovanissimo “abate” un valido sostegno economico per la sua vita di studioso e di cortigiano, si rivelò infatti subito un cattivo affare, che richiese sin dall’inizio spese cospicue e cure assidue, ecc….In effetti, quando l’ebbe in commenda il Galiani, della badia rimanevano quasi solo il titolo, l’antica e malandata sede (sul luogo dell’attuale Cimitero di Centola), modeste rendite e la giurisdizione spirituale, con poteri quasi vescovili, sul clero e sul migliaio di anime che popolavano ancora Centola (4).”. Il Barra (…), a p. 203, nella sua nota (4) postillava che: “(4) F. Sacco, ‘Dizionario geogafico-istorico-fisico del regno di Napoli’, Napoli, 1795, vol. I, p. 290; L. Giustiniani, ‘Dizionario geografico ragionato del regno di Napoli’, Napoli, 1797, vol. III, pp. 432-33; ecc..”. Dunque, il Barra, cita il testo di Francesco Sacco (…), ‘Dizionario geogafico-istorico-fisico del regno di Napoli’, Napoli, 1795, vol. I, p. 290. Il Barra (…) a p. 203 continuando il suo racconto scriveva che: “Il Galiani entrò quindi in possesso di “molte onoreficenze e privilegii”, a cui corrispondeva però assai scarsa sostanza.”.

L’Abate Ferdinando Galiani e le carte conservate all’ASN

Non crediamo che queste carte Parigine, conservate alla Biblioteca Nazionale di Francia, siano proprio quelle carte corografiche e bellissime appartenute alla corte Aragonese, di cui, probabilmente si impossessò Carlo VIII trafugandole in Francia. Questo ‘tesoro storico‘, come lo definì lo stesso Galiani scopritore, conservato nella Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, sono di evidente fattura catalana e d’età aragonese. Ma anche la vicenda del rinvenimento delle carte da parte del Galiani è controversa. Durante il Regno borbonico il Ministro Tanucci, nel gennaio 1759, nominò l’abate Ferdinando Galiani segretario d’ambasciata a Parigi, dove si recò nel successivo mese di maggio. Il Blessich (4), rintracciò in moltissime nelle maggiori biblioteche nazionali di Parigi, Valenza e di Vienna le antiche mappe d’epoca aragonese. Lo studioso napoletano, nella Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi individuò il fondo ivi conservato della bellissima collezione di una parte delle numerose carte manoscritte e mappe su pergamena appartenute alla corona d’Aragona di Napoli. Il fondo di carte e mappe d’epoca aragonese redatte nel XIV secolo da autori anonimi, individuati dal Blessich (4) e conservate alla BNF, erano certamente più di 50 e quasi tutte ad una scala corrispondente al 100.000. Oggi, quasi tutte, ma non tutte queste carte sono andate perdute. Altre invece, come quella da noi rintracciata (Fig. 1) (2), conservate nell’Archivio di Stato di Napoli, sono le carte superstiti di due copie, della mappa del regno, realizzata a Napoli nell’ultimo decennio del XIV secolo, ad una scala oscillante tra 1:60.000 e 1:120. 000, fatte riprodurre ed acquistate e fatte eseguire nel 1767 dall’abate Ferdinando Galiani, che le rintracciò nella Bibliothèque Nationale de France a Parigi dove soggiornò su incarico del Ministro Tanucci. E’ stato a lungo indagato sull’origine della carta da noi rintracciata all’ASN. Il nutrito e bellissimo gruppo di carte manoscritte su pergamena,  in occasione della calata di Carlo VIII nel Regno di Napoli, furono trafugare in Francia, quale bottino di Guerra. Sappiamo che molto probabilmente, lo stesso Tanucci, diede incarico al Galiani, di rintracciare le carte a Parigi per poi acquistarle dallo stesso Galiani. Forse, le carte rintracciate dal Galiani a Parigi, sono proprio quelle trafugate da Carlo VIII e forse sono proprio quelle conservate alla BNF e pubblicate da La Greca e Valerio nel 2008 (7). La carta da noi scoperta, sul retro riporta la data del 1756, che è proprio la stesso anno, in cui il Galiani si recò a Parigi per rintracciare le antiche carte d’età aragonese che erano state trafugate da Napoli in Francia da Carlo VIII. L’incarico ricevuto dal Galiani era delicato perché bisognava in qualche modo indirizzare il lavoro di un ambasciatore poco capace, come lo spagnolo José Baeza y Vicentello conte di Cantillana, e bisognava affermare l’autonomia napoletana dalle altre corti borboniche, nel momento in cui Carlo di Borbone ereditava il trono spagnolo e lasciava a Napoli un re bambino e un Consiglio di reggenza. A Parigi, l’Abate Ferdinando Galiani soggiornò circa dieci anni (con un’interruzione nel 1765-66), svolgendo validamente i compiti diplomatici via via assegnatigli dal Ministro borbonico Bernardo Tanucci. Il Tanucci, aveva in animo di delineare una nuova carta geografica del Regno delle due Sicilie e diede l’incarico al Galiani che però non era un cartografo. Galiani, prima di ricevere l’incarico dal Tanucci di recarsi a Parigi per assistere il giovane inesperto Ambasciatore José Baeza y Vicentello, aveva ricevuto dal Tanucci, l’inarico di costruire una Carta corografica del Regno delle due Sicilie. Molto importanti sono stati i contatti col cartografo Giovanni Antonio Rizzi-Zannoni. Il Galiani, durante il suo soggiorno a Parigi, riuscì a rintracciare nel Deposito della Marina militare francese le “preziose pergamene aragonesi” portate in Francia da Carlo VIII, ad acquistarle e ad inviarle al Tanucci. Galiani aveva trovato un gruppo di pergamene, riguardanti il Regno di Napoli e di Sicilia, fatte disegnare da Alfonso I d’Aragona Re di Napoli a metà del Quattrocento e poi trasferite in Francia da Carlo VIII.

NEL 25 gennaio 1494, ALFONSO II D’ARAGONA (ALFONSO D’ARAGONA FIGLIO DI RE FERRANTE I D’ARAGONA)

Da Wikipedia leggiamo che Alfonso II d’Aragona, ramo di Napoli (Napoli, 4 novembre 1448 – Messina, 18 dicembre 1485), fu duca di Calabria e poi re di Napoli per circa un anno, dal 25 gennaio 1494 al 23 gennaio 1495. Primogenito di Ferdinando I di Napoli, detto Ferrante, e della sua prima moglie Isabella di Chiaromonte (figlia di Tristano Conte di Copertino e di Caterina Orsini di Taranto) fu cugino di Ferdinando il Cattolico (re d’Aragona e co-reggente con la moglie Isabella di Castiglia, della Spagna unificata). Nel 1458, alla morte del nonno Alfonso il Magnanimo, suo padre Ferdinando divenne Re di Napoli e Alfonso fu investito duca di Calabria. Nel 1463 morì suo zio Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, Principe di Taranto, che lasciò in eredità al quindicenne Alfonso alcuni dei suoi possedimenti. Ferrante morì il 28 gennaio del 1494. Sul trono gli succedette il figlio Alfonso II di Napoli. Alfonso, terrorizzato da una serie di cattivi presagi, come strani incubi notturni (forse attribuibili al ricordo delle sue vittime), il 23 gennaio 1495 abdicò in favore di suo figlio Ferdinando e fuggì in Sicilia, dove si rinchiuse in un monastero, mentre Carlo VIII entrava nel Regno raggiungendo Napoli il 22 febbraio 1495. Alfonso II morì a Messina alcuni mesi dopo, ovvero il 18 dicembre 1495.

Nel 23 gennaio 1495, re Alfonso II d’Aragona abdicò in favore del figlio Ferdinando II (detto Ferrandino)

Da Wikipedia leggiamo che re Ferrante morì il 28 gennaio del 1494. Sul trono gli succedette il figlio Alfonso II di Napoli, che a sua volta abdicherà molto presto in favore del proprio figlio Ferdinando II (detto Ferrandino) a causa dell’invasione tanto temuta da Ferrante di Carlo VIII di Francia, che nel 1494 calò in Italia. Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra‘, pubblicato recentemente, parlando del casale di Casaletto e Tortorella, a p. 40, riferendosi ad Antonello Sanseverino e la sua sconfitta nella ‘Congiura dei baroni’ ordita contro re Ferrante I d’Aragona, e riferendosi alla sua successione nel Regno di Napoli del figlio Alfonso II d’Aragona. Il Montesano, a p. 40, in proposito scriveva che: “Nel 1494 Ferrante morì e gli successe il debole figlio Alfonso II. Antonello capì che era il tempo di agire e, ….riuscì a convincere il re di Francia Carlo VIII a scendere in armi a Napoli.”.

Nel 22 febbraio 1495, Carlo VIII entrava a Napoli

Carlo VIII invase l’Italia nel settembre del 1494. Carlo VIII di Francia scese in Italia a sconvolgere il delicato equilibrio politico che le città della penisola avevano raggiunto negli anni precedenti. L’occasione riguardò direttamente il regno di Napoli: Carlo VIII vantava una lontana parentela con gli angioini re di Napoli (la nonna paterna era figlia del Luigi II che tentò di sottrarre il trono partenopeo a Carlo II di Durazzo e a Ladislao I), sufficiente per poter rivendicare il titolo regale. Con la Francia si schierò anche il ducato di Milano: Ludovico Sforza, detto il Moro, aveva spodestato gli eredi legittimi del ducato Gian Galeazzo Sforza e sua moglie Isabella d’Aragona, figlia di Alfonso II d’Aragona, sposi nel matrimonio con cui Milano aveva suggellato l’alleanza con la corona aragonese. Il nuovo duca di Milano non si oppose a Carlo VIII, il quale si diresse contro il regno aragonese; evitando la resistenza di Firenze, il re francese occupò in tredici giorni la Campania e poco dopo entrò in Napoli: tutte le province si sottomisero al nuovo sovrano d’oltralpe, salvo che le città di Gaeta, Tropea, Amantea e Reggio. La sua fallimentare discesa in Italia nel 1494 inaugurò le cosiddette guerre d’Italia (definite “orrende” da Macchiavelli). Discese in Italia il 3 settembre 1494 con un esercito di circa 30 000 effettivi dei quali 8 000 erano mercenari svizzeri, dotato di un’artiglieria moderna. Venne accolto festosamente dai duchi di Savoia. Il suo esercito si accampò ad Asti, dove Carlo VIII ricevette l’omaggio dei suoi sostenitori: Margarita dè Solari fanciulla di undici anni (nel 1495 gli dedicherà Les Louanges du Mariage) alloggiando nel Palazzo del padre in Asti ne ascolterà le odi. Il 22 febbraio occupò Napoli praticamente senza combattere: il re Ferdinando II, detto Ferrandino, era già fuggito con tutta la corte in vista di una futura resistenza. Incoronato re di Napoli, vi stette fino a maggio quando il popolo e le armate napoletane, al grido di “ferro! ferro!”, nuovamente rinvigorite sotto le insegne aragonesi del giovane re Ferrandino, riuscirono a scacciare i francesi dal Regno. Matteo Mazziotti (…), nl suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 160 in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: “VII. Secondando le vive premure di Antonello Sanseverino e del principe di Bisignano il re di Francia Carlo VIII venne in Italia su la fine del 1494 quando a Ferrdinando I era successo il figliuolo Alfonso II già Duca di Calabria. Questi sapendosi molto inviso nel regno, all’approssimarsi del re Carlo cui si erano resi gli Abruzzi, rinunziò al trono a beneficio di suo figlio Ferdinando II nel 25 gennaio del 1495. Costui, scorgendo di non poter resistere all’invasione specialmente perchè gli si ribellavano i nobili ed il popolo, abbandonò la capitale recandosi nell’isola di Ischia. Il re Carlo nel 1° febbraio del 1495 entrò trionfalmente in Napoli accolto da grandi feste ed in breve tempo ebbe a suo favore tutte le provincie. Nel 17 maggio dello stsso anno egli, a compensare Antonello Sanseverino che gli era stato devoto e fido compagno nell’impresa, lo reintegrò in tutti i suoi beni, donandogli ecc…“.

Nel 17 maggio 1495, Carlo VIII reintegrò Antonello di Sanseverino, figlio di Roberto I Sanseverino in tutti i suoi beni

Matteo Mazziotti (…), nl suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 160 in proposito al Periodo Aragonese e riferendosi alla venuta di Carlo VIII scriveva che: “VII…..Nel 17 maggio dello stesso anno egli, a compensare Antonello Sanseverino che gli era stato devoto e fido compagno nell’impresa, lo reintegrò in tutti i suoi beni, donandogli novellamente il principato della città di Salerno, le contee di Marsico e di S. Severino, e molti altri feudi tra cui la baronia del Cilento con i suoi Casali di Acquavella, Porcili, Guarrazzano, il territorio di Terricello, i casali di Omignano, ecc… e la terra di Agropoli (1).”. Dunque, secondo il Mazziotti, nel 17 maggio 1495, Carlo VIII, reintegrò Antonello di Sanseverino in tutti i suoi beni. Il Mazziotti, a p. 160 postillava nella sua nota (1) che:  “(1) Questo diploma è stato pubblicato dal Gatta nell’opera citata, parte 3°, cap. 2°, pag. 276.”.

Nel maggio 1495, Carlo VIII lascia il Regno di Napoli e ritorna in Francia

Incoronato re di Napoli, vi stette fino a maggio quando il popolo e le armate napoletane, al grido di “ferro! ferro!”, nuovamente rinvigorite sotto le insegne aragonesi del giovane re Ferrandino, riuscirono a scacciare i francesi dal Regno.

Nel 1496, la contea di Policastro, Caselle e Tortorella dopo la Congiura dei Baroni

Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: Ebner ha scritto (151) che ‘Casella’ nel 1496 passò a Giovanni Carafa della Spina, il quale sullo scorcio del XV secolo acquistò la contea di Policastro (152) costituita da alcune ‘Terre’ delle Valli del Mingardo (Bosco, Torre Orsaia, Alfano, Rofrano (153)) e del Bussento (Sanza)(154). Forse un’errata trascrizione e interpretazione del ‘Diploma’ (155) di Ferdinando II del 1496 indusse lo storico cilentano ad affermare che con Policastro il Sovrano aragonese avesse concesso anhe ‘Casella’ al nobile patrizio napoletano. In verità nell’importante, così come è trascritto, ‘Casella’ al pari di Rocca Gloriosa è menzionata soltanto per i suoi territori confinanti con quelli bussentini……’civitatem Policastri sitam in Provincia Principatu Ultra (sic) iuxta territoria Rocche Gloriose ac Casellae’…..(156).”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (151) postillava che: “(151) P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, vol. II, p. 492”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (152) postillava che: “(152) ASN, Repertorio dei Quinternioni (d’ora in poi ‘Rep. Quint.), 1, f. 43”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (153) postillava che: “(153) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc., cit., p. 171.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (154) postillava che: “(154) ASN., Rep. Quint., vol. 14/III, c. 92 v.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (155) postillava che: “(155) BSR (= Bibblioteca del Senato della Repubblica), ms. n. 96; P. Ebner, Economia etc., I, pp. 540-553”.

Fonti e Studi: Storia e origine di alcune carte catalane e delineate a Napoli in epoca Aragonese

Recentemente lo studio di Giuseppe Caraci (5), ha svelato i caratteri dei presunti elementi linguistici cari alla cartografia nautica catalana e della scuola maiorchina, di cui, alcuni cartografi erano attivi a Napoli all’età del Regno aragonese. La cartografia catalana e della scuola maiorchina fu sponsorizzata dalla corona spagnola che la finanziò per il grande apporto di conoscenze utili alla conquista del Regno di Napoli con la Guerra del Vespro e per la dominanza del Mare Mediterraneo. La loro precisione e la ricchezza delle informazioni soprattutto la toponomastica (nomi dei luoghi e dei porti o scali marittimi) ne ha fatto la fama e la fortuna. Caratteri molto simili ad uno stile gotico-longobardo, non molto dissimile dai codici e pergamene medievali, la scrittura dei luoghi e dei toponimi ivi contenuti in questa carta è simile a quella utilizzata in alcuni portolani catalani di scuola maiorchina. Sappiamo che nel Regno di Napoli, durante la dominazione Aragonese, furono delineate ed eseguite per motivi fiscali, delle carte corografiche di estremo pregio ed esattezza. Sappiamo che Alfonso I d’Aragona, Re del Regno di Napoli, a metà del Quattrocento, aveva fatto delineare e disegnare delle carte corografiche che il Galiani definì  “preziose pergamene aragonesi“, riguardanti il Regno di Napoli e di Sicilia, ricavate verosimilmente da rilevazioni censuarie del Catasto onciario dell’epoca, forse delineate nell’ambito dell’Accademia Pontaniana, attiva a Napoli nei primi anni del Rinascimento. Nel secolo che va dalla morte di Roberto d’Angiò alla salita al trono di Alfonso d’Aragona, il Mezzogiorno conobbe un lungo periodo di disfacimento interno. La biblioteca reale di Re Roberto andò dispersa ed in parte confiscata da Ludovico d’Ungheria. Appena dieci anni dopo, però, si assisteva ad un radicale e velocissimo mutamento culturale con una ripresa del movimento intellettuale che si allargò con Alfonso d’Aragona e più ancora al tempo di Re Ferrante d’Aragona, che fu quello in cui veramente si formò una cultura napoletana, latina e italiana. La Napoli di Afonso d’Aragona con il suo circolo, l’Accademia del Panormita prima e del Pontano dopo che vede un vero Rinascimento delle Arti e della cultura, nel cui contesto si ebbe una notevole ripresa degli studi geografici e cartografici. Il Valerio (7) tratta di questo argomento nel capitolo “Le carte dei confini” e a p. 29 in proposito scriveva che: “(75) Le uniche copie note sono della Società Napoletana di Storia Patria, stampe cat. V, 229 A,B,C,D e misurano ecc…”. Per queste carte il Valerio cita l’Almagià ed il Mazzetti (…), che ripubblicò il testo più approfondito dell’Almagià. Il Valerio cita Roberto Almagià, Monumenta Italiae Cartographica, cit., p. 13 (…) e Ernesto Mazzetti (…), (a cura di), Cartografia Generale del Mezzogiorno e della Sicilia, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1972, p. 233. L’Almagià (…), a p. 13, parla della Tav. XIII, n. 2 che sono i disegni pubblicati da Valerio a pp. 28-29 e sono i Disegni dei Confini del Regno di Napoli di proprietà della Società di Storia Patria. In questo scritto l’Almagià dimostra di non conoscere la carta di cui ho trattato in questo mio saggio, ovvero la carta da me scoperta all’ASN. L’Almagià a p. 13, in proposito scriveva che: “Per tutto il resto dell’Italia Centrale non si hanno altri prodotti cartografici regionali del secolo XV, nè si ha notizia che ne esistessero. Probabile è invece l’esistenza di carte del Napoletano, almeno per il periodo Aragonese, poichè è noto che la Corte d’Aragona, oltre a tener dietro ai programmi della Geografia, cercò di promuovere in vario modo, anche per ragioni d’indole politica e amministrativa, una migliore conoscenza del Reame; sembra anzi che disegni del Napoletano su pergamena esistessero ancora alla fine del secolo XVIII negli Archivi di Versailles dove Ferdinando Galiani li scopriva e li studiava. Oggi tali disegni sono da ritenersi perduti, tranne forse uno, cioè il disegno di quattro fogli dei confini settentrionali del Regno di Napoli che qui per la prima volta si riproduce nella tavola XIII, n. 2. Dell’originale di esso, che sembra appunto che fosse stato ritrovato da Ferdinando Galiani a Versailles, non si ha più traccia; la nostra riproduzione deriva da una copia oggi in possesso della Società Napoletana di Storia Patria. Per la Geografia alla corte Aragonese vedi: Blessich A., ‘La Geografia alla corte aragonese di Napoli, Napoli, 1896, già citato; e per il Galiani e le famose pergamene aragonesi, anche Blessich, ‘L’Abate Galiani geografo, in Napoli Nobilissima, 1896, fasc. X. Il Blessich asserisce che il disegno in questione fu inciso in rme al principio del secolo XVI, ma non pare che la notizia abbia fondamento alcuno. Intorno ai fatti che hanno dato origine alla delimitazione dei confini nulla mi è riuscito di sapere: dal titolo si rileva che la mappa fu eseguita per ordine di Ferdinando (il Vecchio), che vien riprodotta sulla fede di carte pontificie ed aragonesi esistenti nell’Archivio della Mole Adriana e che è messa fuori (……..) “studio et opera di Joh. Pontani”. E’ da supporsi che l’opera del Pontano non consistesse che nel trarla in luce, forse in occasione di liti fra il governo napoletano e il pontificio. L’erudito Michele Tafuri, che ne possedeva una copia al principio del secolo XIX, l’attribuiva invece senz’altro al Pontano e da allora in poi i biografi di questo insigne umanista hanno in genere riprodotto la notizia senza controllo, anzi affermando talora che si trattasse di una carta generale del Reame. Cfr., Tafuri M., Epistolario di Gabriele Altilio, Napoli, 1803, pag. XLIV; Colangeli F., Storia dè filosofi e matematici napoltani, Napoli, 1826, vol. III, p. 172.”.

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(Fig. 2) L’immagine illustra una delle tante carte corografiche del Regno di Napoli, delineate in età aragonese, rintracciate secoli dopo dal Galiani (11) e, pubblicate da Fernando La Greca e Vladimiro Valerio (7) – sono uniche per fattura e pregio storico ma si vede chiaramente essere diversissime dalla carta inedita da noi scoperta all’ASN (1)

Aldo Blessich e lo studio delle pergamene d’epoca Aragonese

Sulla scorta dello studioso napoletano Giuseppe Mazzantini (13), un’altro studioso napoletano, il Blessich (4), ricostruì la sezione geografica-astronomica della biblioteca della corona aragonese. Nel 1897, Giuseppe Mazzantini (14) pubblico un interessante studio dal titolo ‘La biblioteca del re d’Aragona in Napoli’, sulla base della quale Aldo Blessich (4) continuò i suoi studi sulla Geografia all’epoca della corte Aragonese di Napoli. Ancor prima, nel 1894, Giovanni Marinelli aveva pubblicato il suo mirabile studio sulla cartografia italiana dal titolo ‘Saggio di Cartografia Italiana ossia catalogo ragionato di carte geografiche, piante e prospetti di città, plastici, ecc. riguardanti la Regione italiana nei suoi confini geografici e storici’. Attraverso la ricognizione di alcune delle principali biblioteche europee, nelle quali lo studioso napoletano, il Blessich, rinvenne molti prodotti manoscritti. Nel saggio sulla ‘Geografia alla Corte Aragonese di Napoli nel XV secolo’, il Blessich (4) dà un quadro del patrimonio geografico librario e dell’opera cartografica svolta alla corte aragonese stessa. La biblioteca della corona Aragonese di Napoli, che si giovava di un fondo manoscritto della corona Angioina di Napoli (non andato del tutto perduto), aveva acquisito e possedeva testi manoscritti di enorme valore per l’epoca come la ‘Cosmographia’ di Tolomeo e la Geografia di Strabone. Il Blessich dà un regesto delle opere appartenute alla corona Aragonese e possedute dalla bibilioteca. Nello stesso periodo in cui i sovrani aragonesi come Alfonso il Magnanimo fondava a Napoli il suo circolo culturale e la corte si elevava a nuovo e fiorente centro culturale, vi è una fioritura  di certi studi tra cui quelli cartografici, anche grazie alle scuole maiorchine nate e finanziate proprio dalla corona spagnola. La penetrazione dei catalani e dei cartografi maiorchini nel Regno di Napoli, iniziata con Carlo II d’Angiò, si rafforzò dopo il matrimonio di Roberto con Sancia di Maiorca e, continuò al tempo di Giovanna I e Giovanna II. La perfezione della carte portolaniche o nautiche spagnole-aragonesi provenienti dalla scuola maiorchina, utilissima alle mire di conquista della casata spagnola sul giovanissimo Regno di Napoli Angioino, proseguì successivamente anche dopo l’affermarsi sul Regno della corona spagnola d’Aragona. Durante l’età del Regno aragonese si registra l’affluenza di numerosi cartografi e disegnatori di carte nautiche, soprattutto catalani e maiorchini (6). Napoli, era uno dei più importanti mercati del Mediterraneo. Infatti, sono provenienti dal Regno di Napoli Aragonese una serie di carte di estrema fattura e precisione. Sull’esistenza e sulla perfezione di prodotti corografici napoletani, la cui origine, abbiamo due testimonianze degne di fede: la prima è di Flavio Biondo che, per la compilazione della sua opera storico-geografica ‘l’Italia illustrata’, indirizzò una lettera al Re di Napoli Alfonso d’Aragona pregandolo di inviargli quelle carte d’Italia che egli possiede coi nomi del tempo di allora” (7); la seconda è invece dell’abate Galiani, che, durante il suo soggiorno a Parigi, riuscì a rintracciarle. Il Blessich, afferma che nel 1444 venne eseguita in Napoli laDescrizione del Regno di Napoli‘ ed altre opere contenenti carte e mappe geografiche di estrema fattura e precisione da cosmografi e cartografi come il Lorenzo Bonincontri, il suo allievo Giovanni Pontano, nè astronomo ne cartografo, e da Antonio Ferraris detto il Galateo. Sappiamo pure che moltissime carte corografiche e mappe disegnate dai cartografi in epoca Aragonese, appartenute alla corona d’Aragona del Regno di Napoli e conservate nella Biblioteca di Re Ferrante, furono poi trafugate da Carlo VIII che le portò in Francia, dove, ancora oggi alcune di esse si trovano conservate presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi. Nel 2008, Fernando La Greca (7) nell’introduzione al suo saggio “Anticihità classiche e paesaggio medievale nelle carte geografiche del Principato Citra curate da Giovanni Gioviano Pontano. Ecc..”, a p. 35 in proposito così si esprimeva: “O che veramente i ‘groma’ romani con le loro ‘lintea’, dopo la notte medievale, rcompaiono per la prima volta a Napoli, alla corte Aragonese ? E’ una bella ricerca da approfondire” Così scrive Aldo Blessich in un suo articolo di fine Ottocento sulla cartografia napoletana del XV sec. (1), e gli sembra “che realmente si tratta di un lavoro in cui il Pontano ntra come parte direttiva e politica (quando sul finire del XV secolo ancora presiedeva alle cure dello Stato), mentre che l’esecuzione tecnica si deve senza dubbio alcuno ad un cartografo suo amico o dipendente” (2)”. Il La Greca (7), in questo passo introducendo il suo saggio sulle carte Parigine che pubblicherà, cita Aldo Blessich (4) e ciò che sosteneva nel suo saggio ‘La geografia alla corte aragonese di Napoli’, a pp. 19-20 e a p. 29 (vedi nota 2), pubblicato a Roma nel 1897 (4). Come abbiamo già detto il Blessich iniziò approfonditi studi sulle carte geografiche del Regno di Napoli redatte nella cerchia del Pontano. Come vedremo più avanti il Blessich (4), approfondì gli studi precedentemente già svolti dal Marinelli (…). Il La Greca (7), sempre nell’Indroduzione a p. 35, per confutare alcune tesi del Blessich e per dare rilievo a fantomatiche scoperte di Vladimiro Valerio, in proposito scriveva che: “Queste linee di ricerca suggerite dal Blessich non sono state finora accolte, soprattutto perchè non si conoscevano ancora le carte geografiche aragonesi rinvenute e ricopiate da Ferdinando Galiani a Parigi (3). Tali carte, disperse nuovamente alla fine del ‘700 (4), sono state ritrovate, in parte, una ventina di anni fa, grazie alla tenacia di Vladimiro Valerio (5), negli Archivi di Napoli e nella Biblioteca Nazionale di Parigi. Esse riportano, in scala costante e con dettaglio corografico, una buona estnsione del Regno di Napoli. La loro storia affascinante ci viene raccontata dallo stesso Valerio nel primo saggio di questo volume, ecc…”. Il La Greca (7), nel lodare il lavoro del Valerio (7), dice alcune isettezze rivelando anche incongruenze acclarate. Innanzitutto, non è vero che le carte scoperte dall’Abate Ferdinando Galiani (…), e fatte ricopiare su ordine del Tanucci (…), presso gli Archivi della Marina Francese non erano conosciute dagli studiosi del Regno di Napoli prima che se ne fosse occupato il Galiani. Il Galiani, che si recò a Parigi era un perfetto studioso e conoscitore dell’antica cartografia manoscritta ed era sempre alla costante ricerca di carte nautiche e geografiche del Regno di Napoli. Basta leggere il testo del 1897 di Giuseppe Mazzantini (…), ‘La biblioteca del re d’Aragona in Napoli’, e ancora prima il testo del 1788, di Diodati L., ‘Vita dell’Abate Ferdinando Galiani regio consigliere’, che racconta la vicenda della scoperta delle carte da parte del Galiani. Il Galiani che aveva dato prova con illustri illuministi francesi di conoscere bene la scienza cartografica, si mise a cercare queste antiche carte Aragonesi o appartenuti alla corte Aragonese proprio perchè ne era a conoscenza. Ma, al tempo del Galiani queste carte, di cui si conosceva l’esistenza, erano disperse e dunque furono cercate dal Galiani a cui bisogna dare il merito di averne ritrovate alcune. Il Galiani intuì che queste carte si potevano trovare presso gli Archivi Parigini. Il Galiani li ritrovò e per trafugarne gli originali che acquistò di nascosto, li fece ricopiare dallo stesso Rizzi-Zannoni, allora suo collaboratore a Parigi, e in Francia rimasero dunque solo le copie degli originali. Più o meno questa è la tesi del Blessich (…) che forse aveva visto le carte esistenti nel grande Archivio di Napoli prima della sua distruzione del 1943. Fondi questi dell’ASN ricostruiti poi in seguito dagli architetti Alisio e Mazzoleni. Ma vediamo sulla vicenda e sull’origine delle carte cosa scriveva Vladimiro Valerio (7) nel suo saggio 

Le carte corografiche del Regno di Napoli rintracciate a Parigi dall’Abate Ferdinando Galiani (…) e, pubblicate da La Greca e Valerio (…)

Sappiamo che a Parigi, presso la Biblioteca Nazionale di Francia (BNF), sono conservate alcune carte corografiche rintracciate secoli dopo dall’Abate Ferdinando Galiani, per ordine del  Ministro borbonico Bernardo Tanucci. Recentemente, abbiamo ottenuto dalla Biblioteca Nazionale di Francia, la riproduzione digitale di una di queste carte (….). Il Valerio (7) a p. 20 sempre nella sua nota (41) postillava che: “(41) Le carte rimaste a Parigi sono conservate nel dipartimento di Carte et Plans con la segnatura Ge AA 1305/1-7 e sono tutte prive di titolo. Ecco di seguito una descrizione sommaria.”. Il Valerio nella sua nota (41) a p. 20, nella sua descrizione sommaria che fa delle 7 carte rimaste a Parigi così scrive della carta n. 6: “- N° 6 (Cilento da Agropoli a Maratea); 560 x 1280 mm ca. Identico alla copia in ASN, cart. XXXII, n° 2 (vedi nota precedente).”Si tratta della carta corografica del Regno di Napoli, contrassegnata alla BNF, così: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s. ID/Cote :GE AA-1305 – feuille 6.”, che pubblichiamo illustrata dalla Fig. 6.

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(Fig. 6) Carta corografica “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s. ID/Cote :GE AA-1305 – feuille 6.”, che pubblichiamo illustrata dalla Fig. 6.”, conservata alla Biblioteca Nazionale di Francia e pubblicata da La Greca e Valerio nel 2016 (7).

Come si può ben vedere dall’ingrandimento fotografico delle immagini che seguono che illustrano i nostri litorali ed entroterra, anche se essa riteniamo di grande interesse per i numerosi toponimi che essa contiene e cita, non crediamo sia una delle carte originali appartenute alla corte Aragonese. Si vede chiaramente dalla sua fattura più precisa che questa è invece è una copia di quella da noi rintracciata all’Archivio di Stato di Napoli, illustrata in Fig. 1. Dal confronto delle due carte, si evince che dal punto di vista della loro origine, ritengo quella dell’ASN, molto più antica di questa Parigina, conservata alla Biblioteca Nazionale di Francia di Fig. 6.

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La carta parigina part

(Fig. 6) Carta corografica “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s. ID/Cote :GE AA-1305 – feuille 6.”, che pubblichiamo illustrata dalla Fig. 6.”, conservata alla Biblioteca Nazionale di Francia (18) e, pubblicata da La Greca e Valerio nel 2016 (7).

Alcune di queste carte Parigine, tra cui quella illustrate nella Fig. 6, conservate nella BNF, sono state pubblicate nel 2008 da Valerio (7). I due studiosi, dopo 27 anni dal rinvenimento della nostra carta, hanno ottenuto dalla Biblioteca Nazionale di Francia (BNF),  alcune carte, di cui quelle contraddistinte con T 3.3 e T 3.4, “Cilento” (7), che somigliano alla nostra. Confrontando le due carte del “Cilento”, contraddistinte con T 3.3 e T 3.4 (7), rintracciate alla BNF, dal Valerio (7), con la nostra conservata all’ASN, si vede che la somiglianza è notevole. Somigliano soprattutto i caratteri utilizzati per i numerosi toponimi e nomi dei luoghi, valli, monti e valli. Nel 2008, gli studiosi Vladimiro Valerio e Ferdinando La Greca (7), hanno pubblicato le due carte  contraddistinte con T 3.3 e T 3.4 “Cilento” (7). Come abbiamo già scritto, dall’esame de visu della nostra carta e delle carte Parigine, pubblicate dai due studiosi La Greca e Valerio (7), le Carte Parigine – forse proprio quelle rintracciate dal Galiani – risultano simili ma diverse dalla carta del Cilento da noi rintracciata all’Archivio di Stato di Napoli. Dunque, Fernando La Greca (…) queste e uniche carte conservate a Parigi pubblica nel suo libro che scrive con il Valerio (…). Le pubblica in “Appendice” al testo da pp. 79 in poi e pubblica in particolare la carta che a Parigi ha la seguente collocazione: “BNF, ‘Cartes et Plans’, GE AA 1305 (6)”. La Greca (…), a p. 79, riguardo queste carte che pubblica, la 1305, la n. 6, nella sua nota (3) in proposito scrive: BNF, ‘Cartes et Plans’, GE AA 1305 (6). La carta è identica a quella esistente nell’Archivio di Stato di Napoli (ASN), Raccolta Piante e Disegni, cart. XXXII, n. 2.”, riferendosi alla nostra carta in questione illustrata in Fig. 1. E’ evidente anche ad un profano che le due carte si somigliano ma non sono affatto identiche. Anzi. La nostra carta oltre che i caratteri e inchiostro diversi presenta delle vistose parti di colore bianco dovute a strappi che, molto probabilmente denotano la copiatura della stessa originale rispetto a quella copiata e recente che veniva adagiata sull’originale ed incollata in certi punti per farla meglio combaciare.

Alcune mappe esistenti all’ASN dell’ex Fondo Farnesiano

Sulle antiche mappe esistenti all’ASN, sempre dal Valerio (7), nel suo recente saggio del 2016, apprendiamo che nel 1986-87 – quindi sette anni dopo il nostro rinvenimento: “quattro pergamene di contenuto geografico furono ritrovate nel 1986-87 da M. Martullo Arpago, direttrice pro tempore dell’Archivio di Stato di Napoli, durante una ricognizione dei fondi geocartografici dello stesso Archivio (74), e mi furono mostrate durante la schedatura, finalizzata alla realizzazione della mostra e del catalogo ecc..” (14). Vladimiro Valerio (7), nel suo saggio citato, si riferiva al testo ‘Fonti cartografiche nell’Archivio di Stato di Napoli, a cura di…et alii’. In questo testo vennero pubblicate alcune carte esistenti all’Archivio di Stato di Napoli, di cui fu allestita la mostra di cui il testo illustra il Catalogo della Mostra organizzata nel 1987, pubblicato dall’Archivio di Stato di Napoli e a cui ha collaborato pure lui insieme alla Martullo Arpago (14). Le carte presentate ed esposte nella Mostra erano state tutte restaurate dal Laboratorio di Restauro dell’ASN. Nel catalogo della Martullo Arpago vi sono pubblicate alcune carte della “Sezione Diplomatico-Politica” dell’ASN, come ad esempio “Piante e disegni” da pp. 21 e s. ecc.., ma la carta in questione da me trattata non c’è e non viene fatto alcuno accenno. Fra le quattro carte o mappe su pergamena, citate da Valerio e scoperte nel 1987 dalla Martullo Arpago (14), non c’è quella del ‘Cilento’ da me rintracciata e di cui si tratta. Nel testo citato viene fatto un labile accenno da I. Principe che a p. 19 in proposito scriveva che: “anche se due secoli sono passati da quando, a proposito delle carte di Rizzi-Zannoni, l’abate Galiani sosteneva la conoscenza del territorio essere necessaria per una nuova politica di utilizzazione del territorio.”Sulla stessa pubblicazione a p. 21 il Pollastro E., in proposito alle carte esistenti all’ASN, scriveva che: “Alle raccolte della Biblioteca Nazionale di Napoli e della Società Napoletana di Storia Patria si affianca la raccolta di Piante e disegni dell’archivio napoletano costituita dopo il 1943, con lo scopo di integrare le perdite del materiale cartografico già descritto nel ‘Catalogo della Mostra di Topografia Napoletana in onore di Bartolomeo Capasso ordinata in occasione dell’XI Congresso Geografico Italiano, Napoli, 1930, e ….Le carte e i disegni compresi tra gli anni 1563-1964 per un numero complessivo di 1130 esemplari furono recuperati dal materiale disperso per le vicende belliche e identificati dagli architetti Giancarlo Alisio e Donatella Mazzoleni e dagli archivisti con il coordinamento della direzione. Ecc…”. Sempre nel saggio scritto con il La Greca, il Valerio (7), a p. 24 nel capitolo: “Alcune antiche pergamene di origine Aragonese”, in proposito scriveva che: “Tutte le osservazioni desunte dalle copie settecentesche di Galiani troviamo una puntuale conferma in alcune pergamene solo di recente pubblicate, e da me rinvenute nell’Archivio di Stato di Napoli nel lontano 1985 (64). Il velo di mistero sulle pergamene stava per essere definitivamente svelato da questo ritrovamento (65). Si tratta di quattro pergamene raffiguranti le Isole di Ischia e di Procida, una porzione del territorio della Campania, il Gargano e parte del basso Lazio (66).”. Vediamo a quali pergamene il Valerio si riferisce dicendo di averle scoperte nell’Archivio di Stato di Napoli. Il Valerio (7), nella sua nota (64) a p. 24, postillava che: “(64) Durante una ricognizione sulle fonti cartografiche conservate nell’Archivio di Stato di Napoli, effettuata nel 1985, ebbi modo di riconoscere, in alcune pergamene provenienti dal fondo farnesiano, le mappe topografiche descritte da Galiani. D’accordo con la Direttrice dell’Archivio, dott.ssa Mariantonietta Martullo Arpago, decidemmo di rimandare ad un piùattento studio l’analisi di quelle pergamene, ma da allora nessuno dei due ha più avuto la calma necessaria per ritornare sull’argomento.”. Sempre il Valerio, a p, 24 nella sua nota (65) postillava che: “(65) Su queste pergamene cfr. V. Valerio, Cartography in the Kingdom ecc…,”. Sempre il Valerio, nella sua nota (66) a p. 24 postillava che: “(66) Ecco di seguito una schedatura sommaria delle quattro pergamene, tutte redatte con inchiostro carminio, conservate nell’Archivio di Stato di Napoli, Ufficio Iconografico 64, 65, 66, 67 (già Archivio Farnesiano, 2114, n.i. 1,2,3 e 4: 64) Isola di Ischia e Procida ecc…”. Dunque queste le mappe scoperte dal Valerio durante una ricognizione effettuata con la Martullo Arpago nel 1985. La nostra mappa non figura e non è stata pubblicata. Il Valerio (7), nel suo recente saggio – non conoscendo la carta da noi rintracciata all’ASN, scriveva in proposito: “Cerchiamo ora d’individuare una possibile datazione delle mappe ricostruendone la storia. Direi che si può iniziare a sgombrare il campo dall’ipotesi che le carte siano state portate a Parigi da Carlo VIII e, ciò, non certo per il fatto che le pergamene che ci interessano siano per il Petrucci delle mere copie, che del resto ben potrebbero esser state eseguite nel regno di Francia a salvaguardia dei documenti originali, quanto invece per la presenza, in esse o tra di esse, di materiale certamente successivo alla venuta in Italia di Carlo VIII (1494-95).. In questo passo, il Valerio (…), scrive che il Petrucci (…): “siano delle mere copie”. Il Valerio (7) nel suo saggio: “La cartografia rinascimentale nel Regno di Napoli: le pergamene Aragonesi” si riferiva ad Armando Petrucci (…) a p. 205, al quale il Valerio aveva scritto per chiedere lumi sulla possibile datazione delle delle carte simili scoperte nel Fondo Farnesiano (…), di cui dirò e in proposito scriveva che:

Petrucci e Valerio, p. 205

Note bibliografiche:  

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ”I Corsivi”, Sapri, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘I Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, A- gosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) (Fig. 1) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta ed ottenuta il 16 maggio 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig. 4 che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che volentieri pubblichiamo (Fig. 1); la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Recentemente abbiamo chiesto all’ASN, sulla segnatura e collocazione di questa carta da noi rintracciata nel 1981 e dall’ASN, ci è pervenuta la seguente risposta dal funzionario Dr. Palmieri: “Gent.le Prof. Attanasio, in risposta alla sua email datata 30 gennaio u.s., pervenuta allo scrivente in data 5 febbraio 2018, si comunica che la scheda riporta: ” Campo all’isola di S. Giovanni: pianta topografica fatta riprodurre dall’Abate Galiano dall’ originale francese. (sec. XVIII, 1756 ?) – Biblioteca Nazionale di Parigi.“. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (7). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (7) scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’. 

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(3)(Fig. 4) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig. 1 (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981.

Cattura

(4) Blessich Aldo, per le carte aragonesi si veda per questo autore: ‘La geografia alla corte aragonese di Napoli’, Roma, 1897 (Archivio Attanasio); stà in ‘Napoli Nobilissima’, a. VI, 1897, pp. 59-63 e, pp. 73-77 e, pp. 92-95.

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(4) Blessich Aldo, L’Abate Galiani geografo (1757-1787)’, stà in ‘Napoli Nobilissima’, a. V 1896, fasc. X, pp. 145-150 (Archivio Attanasio)

(5) Caraci G., Segni e colori degli spazi medievali- Italiani e Catalani nella primitiva carto- grafia nautica medievale, ed. Diabasis, 1993.

(6) Brancaccio Giovanni, Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda il capitolo Gli studi geografici e cartografici dell’età aragonese, p. 109.

La Greca e Vladimiro

(7) (Fig. 2) La Greca Ferdinando Valerio Vladimiro, Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra, ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 2008, da cui è tratta l’immagine illustrata in Fig. 2; le carte da loro pubblicate sono conservate nella BNF, con la seguente collocazione: “Cartes et Plans, GE AA 1305-6, part. e GE AA 1305-6, part.”. 

(…) Valerio Vladimiro, La cartografia rinascimentale del regno di Napoli: Dubbî e certezze sulle pergamene geografiche Aragonesi, stà in…………………. a p. 191; si veda dello stesso autore riguardo le mappe esistenti all’ASN, il Valerio, li ha citati nel saggio: “La Cartografia Rinascimentale del Regno di Napoli, dubbi e certezze sulle pergamene geografiche aragonesi, stà in una Rivista elettronica, Fabrizio Serra Editore, Pisa-Roma, 2016, p. 197.

Valerio

Vitolo Giovanni, Le mappe

(7) Vitolo Giovanni, La rappresentazione dello spazio nel mezzogiorno aragonese a cura di Giovanni Vitolo, ed. Laveglia & Carlone, 2016

(8) Attanasio Francesco, La ‘Bibo ad Sicam’ citata da Cicerone, ivi, vedi nel mese di ‘Agosto 2016’

(9) Brancaccio Giovanni, Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda: 1- Il libro del Re Ruggero di al-Idrisi, cap. 4, p. 79, parla del Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi; per il Libro di Re Ruggero di al-Idrisi si veda: Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition; si veda anche: Edrisi, Il Libro di Ruggero, nella traduzione di U. Rizzitano, ed. Flaccovio, Palermo, 1994, pp. 91-92; si veda pure il testo del francese Jaubert nel 1840, che si basò su diversi manoscritti del Libro di Re Ruggero, ha fatto una mirabile traduzione del testo scritto in arabo; si veda pure: Santagati L., La Sicilia di al-Idrisi ne il Libro di Re Ruggero, ed. Salvatore Sciascia, Caltanisetta, 2010.

(10) Natella Pasquale Peduto Paolo, Pixous – Policastro, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, ed. I.G.M., anno LIII, n. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 486

(11) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, p. 117. Si veda pure p. 132 e p. 137, dove il Volpe parla del Porto di Sapri; riguardo invece le sue congetture intorno all’origine di Camerota, si veda p. 122.

(12) De Giorgi C., Da Salerno al Cilento, ed. Cellini, Firenze, 1882, ristampa anastatica ed. Galzerano, Casal velino scalo, 1995 (Archivio Attanasio)

Mazzantini

(13) Mazzantini Giuseppe, La biblioteca del re d’Aragona in Napoli, Rocca S. Casciano, ed. L. Cappelli, 1897

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(14) Martullo Arpago M.A. – Castaldo Manfredonia M. – I. Principe – Valerio Vladimiro, Fonti cartografiche nell’Archivio di Stato di Napoli, a cura di…et alii, Napoli, Archivio di Stato di Napoli, Stab. Arti TIpografiche, Napoli, 1987

(15) De Marinis T., Per la storia della biblioteca dei re d’Aragona in Napoli, Stab. Tip. Aldino, Firenze 1909

(16) Iuliano Marco, Cartapecore geografiche: cartografia calabra in età aragonese, stà in “Storia della Calabria nel Rinascimento a cura di Simonetta Gualtieri”, 2002 

(17) Asse E., Lettres de’ l’Abbè Galiani a Madame d’Epinay, Paris, ed. Charpentier, 1881; si veda pure: Orsino V., Vita dell’Abbate Ferdinando Galiani – Regio Consigliere, Napoli, 1788.

(18) (Fig. 6) Carta corografica “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s. ID/Cote: GE AA-1305 – feuille 6.”, che pubblichiamo illustrata dalla Fig. 6.”, conservata alla Biblioteca Nazionale di Francia e pubblicata da La Greca e Valerio nel 2016 (7)

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(19) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978, e pure in ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 280. Il Tancredi, parlando dell’antica città di Avenia, cita il documento notarile (…) (vedi nota 4 di p. 23), al posto di “Velia“, riporta “Avenia“, p. 23; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, si veda “Esame della Platea del 1695″ (1), p. 73 e s. (Archivio Storico Attanasio).

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(20) Marinelli Giovanni, ‘Saggio di Cartografia Italiana ossia catalogo ragionato di carte geografiche, piante e prospetti di città, plastici, ecc. riguardanti la Regione italiana nei suoi confini geografici e storici’, Firenze, ed. Tipografia di M. Ricci, 1894 (Archivio Attanasio)

(21) Belli Vincenzo, A proposito di una carta aragonese (pergamena) contenente le isole di Ischia, Procida e Santo Stefano, stà in la “Rassegna d’Ischia, n. 4, 2013 (Archivio Attanasio)

Catalogo della mostra

(22) Rubino Mazziotti Franco, Catalogo della Mostra di Topografia Napoletana in onore di Bartolomeo Capasso ordinata in occasione dell’XI Congresso Geografico Italiano, Napoli, ed. Archivio di Stato di Napoli, 1930 (Archivio Attanasio)

(23) Jacazzi D., La memoria e l’immagine del territorio napoletano nelle pergamene Aragonesi, stà in “Architettura nella storia”, vol. I, 2008, ed. Skira, tav. VIII-1

(….) Motzo Bacchisio Roberto, Il Compasso da navigare, opera italiana della metà del secolo XIII, prefazione e testo del codice Hamilton 396 a cura di Bacchisio R. Motzo, Cagliari, Università, 1947

Diodati L.,

(…) Diodati L., Vita dell’Abate Ferdinando Galiani regio consigliere, Napoli, Vincenzo Orsino, 1788

(…) Nicolini Fausto, Lettere di (Bernardo Tanucci) a Ferdinando Galiani’, Laterza, Bari, 1914

(…) Almagià Roberto, Monumenta Italiae Cartographica, cit., p. 13, ristampa anastati, ed. Forni, Napoli, ………..(Archivio Attanasio), p. 13,

(…) Mazzetti Ernesto, (a cura di), Cartografia Generale del Mezzogiorno e della Sicilia, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1972, p. 233 (Archivio Attanasio)

(…) Camera Matteo, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, pp. 7-20

Nel 1385, Sapri in una carta nautica di Soleri

Sapri, figura anche sul “Portolano del Mediterraneo“, di Guillelmus Soleri, del 1385 circa. (Fig. 1) (1); Si tratta di 1 foglio ms miniato, 1020 x 650 mm, conservato presso la Biblio- teca Nazionale di Francia a Parigi (1). Malgrado le sue slabbrature, rimane una carta di estrema bellezza per gli elementi decorativi che distinguono lo stile catalano. Anche in questa carta vengono riportati i toponimi di Sapri, Policastro, Palinuro, Maratia e Dino (Isola di Dino).

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(Fig. 1) Carta nautica di Guillelmus Soleri del 1385.

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Guillem Soler, a volte dato come Guillelmus Soleri, Guillermo Soler e Guglielmo Soleri, è stato un cartografo maiorchino del XV secolo.  Poco si sa di Guillem Soler. I documenti stabiliscono la sua esistenza a Maiorca nel 1368, e che era morto prima di 1402. Gli storici una volta lui crede di essere un italiano di nome “Guglielmo Soleri” che ha lavorato a Ma- iorca, ma da allora è stato più fiducia identificato come probabilmente di origine cata- lana documenti di Maiorca lo identificano come “Guillermi Solerii”, cittadino di Maiorca, maestro liutaio e cartografo. Guillem Soler è stato uno dei pochi non ebrei della scuola cartografica maiorchino. Una lettera di 1387 dal re Giovanni I d’Aragona, scritta poco do- po la morte del grande cartografo maiorchino Abraham Cresques, sembra riferirsi a Guillem Soler come un “maestro cristiano” di “abilità simili”, in grado di completare una delle mappe incompiuto di Cresques. Guillem Soler è l’autore di due importanti porto- lani. Si conoscono due portolani o carte nautiche. Quella del 1380 circa, senza data ma firmato “Guillmus Soleri civis maioricaru me fecit“, conservata nella Bibliothèque Natio- nale de France a Parigi, in Francia (Fig. 1). (1). Oltre a quella da noi pubblicata (Fig. 1), vi è un’ altra carta pubblicata da De La Ronciere (1), è datata 1385 e firmata “Gujllmo soleij ciujs Maoicaru me fecit Año A nt, DNJ Mccclxx.v“, che si tiene per l’Archivio di Stato di Fi- renze, a Firenze.

Bibliografia:

(1) (Fig. 1) Carta nautica di Guglielmo Soleri, del 1385, conservata alla Biblioteca Nazio- nale di Parigi, Cartes et Plans, Rés. Ge B 1131, che pubblichiamo, è tratta dal testo di De La Ronciere A. M., M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, tav. n. 9 a colori e, commento alla tavole, p. 197, 1 foglio mi- niato, 1020 x 650 mm. ; Oltre a quella da noi pubblicata (Fig. 1), vi è un’ altra carta pub- blicata da De La Ronciere, op. cit., CN. 3, e commento alle tavole, pp. 197- 198.