Gli studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione nel nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Si conosce poco delle dominazioni straniere che queste terre, subirono con la definitiva dissoluzione del mondo romano, delle condizioni socio-economiche di queste povere ed isolate popolazioni in epoca medievale. Tenteremo, sia pur sommariamente, di delineare un quadro completo delle vicende storiche di quell’epoca, tenendo presente l’esiguo materiale bibliografico e le scarse fonti storiche esistenti in merito a noi coevi pervenuteci. Tenteremo di ricostruire il regesto delle esigue fonti bibliografiche. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli.In questo mio saggio cercherò di riferire delle notizie e degli avvenimenti storici che caratterizzarono i secoli XIV e XV nel basso Cilento riferendomi ai regnanti del Regno di Napoli che seguirono gli ultimi Angioini, come Giovanna I, Ladislao I, Giovanna II, Renato di Valois ecc…
(Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (…)
ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLA FONTI STORICHE
Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 139 riferendosi alle conseguenze della Congiura de Baroni scriveva che: “Va osservato che sarebbe stato quasi impossibile avere notizie così dettagliate sui feudi e i loro feudatari senza i preziosi volumi della Cancelleria angioina e aragonese o seguire le spartizioni del XIV e XV secolo senza i due manoscritti cartacei del XVI conservati nella Biblioteca provinciale di Salerno, contenenti le trascrizioni degli scomparsi Repertori dei Quinternioni (R Q) e dei Notamenti a quei repertori (N Q) riguardanti il Principato Citeriore (21).”. Ebner, a p. 139, nella nota (21) postillava che: “(21) Si chiarisce qui, ad evitare inutili ripetizioni, che numerosi atti dell’ASN vennero distrutti (S. Paolo Belsito) dalle truppe tedesche durante l’ultimo conflitto. Pochi dell’ASS e dell’ANS. Così, delle ‘Pandette della Sommaria (fine XVI secolo – 1808: riguardano cause di cometenza della R. Camera per materie feudali fisco-baroni e liti università-fisco, uniersità-baroni e università-singoli cittadini per conti esattori fiscali, nonchè l’amministrazione diretta di quel Tribunale delle università oberate di debiti, v. a Gioi) sono andati distrutti tutti i processi dal Marzo 804 in poi. Fortunatamente esistono ancora: la ‘Taxis adohae (riguarda gli Ordini della R. Camera al Razionale Commissario del Cedolario per l’intestazione dei feudi e delle sue giurisdizioni con la tassa dell’adoa) dal 1525 al 1807, le ‘Intestazioni dei feudi’ dal 1695 al 1787 e seconda Ruota dal 1604 al 1804) ecc…”.
Nel 1343 – GIOVANNA I D’ANGIO’
Roberto d’Angiò, fino alla sua stessa morte, avvenuta nel 1343. Senza eredi legittimi in vita, Roberto sarà succeduto al trono dalla nipote Giovanna, figlia di suo figlio Carlo, duca di Calabria. Giovanna I d’Angiò, o Giovanna I di Napoli (Napoli, 1327 circa – Muro Lucano, 12 maggio 1382), figlia di Carlo, duca di Calabria, e della duchessa Maria di Valois, fu regina di Napoli dal 1343 al 1381, anno in cui fu deposta dal cugino Carlo d’Angiò-Durazzo, il quale salirà al trono di Napoli con il nome di Carlo III e un anno dopo la farà assassinare nella fortezza di Muro Lucano, ove era rinchiusa. Luigi I d’Angiò-Valois, figlio secondogenito del re di Francia Giovanni II, detto il Buono, fu prima creato conte e poi duca d’Angiò. Nel 1380 la regina Giovanna I, sovrana di Napoli e priva di eredi, lo designò come suo legittimo erede al trono di Napoli, ma nel 1382 Carlo d’Angiò-Durazzo, il quale era stato designato erede prima di lui, entrò a Napoli facendo incarcerare e poi uccidere la regina Giovanna I, proclamandosi re. Luigi I si definì re di Napoli fino alla morte, avvenuta nel 1384, e le pretese al trono e il titolo vennero ereditate dal figlio Luigi II.
Nel 1343, Giovanna I ed i Capano
Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, in proposito sosteneva che: “Nel 1271, tornata la pace, i Sanseverino riebbero, insieme alle contee perdute, anche la Baronia del Cilento, fino a quel momento affidata ai Lancia i quali a loro volta la cedettero alla famiglia Capano.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento etc….”, a p. 137, in proposito scriveva che: “IV. All’incoronazione di Giovanna I avvenuta nell’anno 1343 assisteva, oltre Tommaso Sanseverino e molti baroni, un nobile a nome Giacomo Capano che dette al suo cognome un gran lustro nel Cilento. La famiglia di lui ebbe origine in Montecorice, ove aveva per cognome Capam da cui poi sarebbe venuto quello di Capano (1), come si desume da un’epigrafe che si trova nella chiesa di San Francesco presso Lustra. Su una lapide che covre una tomba vedesi effiggiato un guerriero ed incise queste parole: ………………….La famiglia Capano da Montecorice passò a Rocca e poi ebbe case a Salerno ed a Napoli. Giacomo Capano, maestro razionale e regio consigliere sotto Roberto, da cui ottenne varii feudi, fu armato cavaliere nel 23 marzo 1343 dal Principe Andrea marito della regina Giovanna. Costei, che lo predilegeva, volle nella circostanza della nomina di lui cavaliere donargli una cotta di lana verde con vaio per fregiarsene in tale rincontro, come si rileva dal seguente mandato di pagamento: …………..”.
Nel 1347, è l’anno della peste nera o bubbonica
Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Nel 1347, anno della “Peste nera” si ha un repentino calo degli abitanti. La terribile epidemia, a detta di molti storici, falcerà il 58 % dell’intera popolazione della Provincia di Salerno, per cui Torraca alla fine di quest’anno , potrebbe aver perso, rispetto al 1320, più della metà delle sue genti.”. Interessante è ciò che scriveva Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studi storici-Archeologici”, vol. II, a p. 170 parlando di Montesano scriveva che: “Si tiene edificato in occasione della terribile peste del 1348, ed il poco lontano monastero dei cappuccini nel 1590 ha verso oriente a circa 2 chm. le rovine del cenobio di Cadossa col forno ove si nascose S. Cono; e nella sua montagna il laghetto di Maurno, famoso per la grotta fatidica descritta da Massimo Tirio nelle sue varie dissertazioni.”.
Nell’8 luglio 1348, i re Ludovico e Giovanna I d’Angiò, scrivono a “Vallerano dei Grimaldis”, Conte di Policastro, per l’assistenza all’Abate di S. Giovanni a Piro
Pietro Marcellino di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, a pp. 11-12, parlando dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Che detto territorio di S. Giovanni: fosse stato dato alla Chiesa dalli Rè di Napoli, non se ne può dubitare,…………, il tutto risulta dalle risposte,…..ecc…e dalla lettera scritta dal Rè Ludovico dell’anno 1348 al signore Conte di Policastro per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone dell’Abbate di S. Giò: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, ecc…..inserita (?) nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Giò: & il conte di Policastro nell’anno 1567 per l’atti del Caro, e diretta alli Giustizieri del Principato Citra che non gravino con Commissari l’Vniversità & huomini del casale di S. Gio: essendo sottoposti alla chiesa, con tali parole: “Prefatos homines umanè….ecc..”.
Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca Angioina ai tempi della Regina Giovanna I di Napoli. Il Di Luccia postillava che il documento negli atti del Caro si trovava nei registri Angioini: “In Registro Caroli, fol. 1320, l. c. anno. 246. a ter.”. Poi il Di Luccia, sempre a p. 12, prosegue pubblicando l’intera trascrizione del documento con sigillo del 1583: “Carolus & c. Justitiarijs Valli Grata, etc…”. Dunque, il Di Luccia, in questo passo di p. 12 afferma che esisteva una “narrativa” di una “Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna, istituì una Commissione: “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia, scriveva che nel 1348 il feudo di Policastro passò a Gabriele e Luciano Grimaldi, rilevandolo da un documento dell’epoca della Regina Giovanna I d’Angiò confermata da re Ladislao suo cugino. Il Di Luccia (…), nel suo trattato a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Il Di Luccia, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che nel 1348, Policastro era feudo e apparteneva alla celebre famiglia genovese dei Grimaldi. Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, e dei Grimaldi di Genova. Stessa notizia ci dà il Laudisio (…) che cita il Di Luccia (…). Infatti, il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28 e s. scrive in proposito che: “….Il feudo di Policastro nel 1229 passa a Giovanni Ruffo (famiglia dalla quale discende Paola del Belgio) e nel 1348 alla famiglia genovese dei ‘Grimaldi’ (82), ancora regnante a Monte Carlo.“. Il Tancredi (…), sulla scorta del Caggese (…), a p. 30, nella sua nota (81) postillava che: “(81) Laudisio, op. cit., p. 36; Ughelli F., Italia Sacra, col. 542.”. Il Tancredi (…), sulla scorta del Caggese (…), a p. 30, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Di Luccia P.M., op. cit., p. 8.”. Dunque, il Tancredi (…), fornisce un diverso riferimento bibliografico circa i Grimaldi di Genova a Policastro, cita altri riferimenti bibliografici e cita il Laudisio (…) e l’Ughelli (…). Il Di Luccia (…), cita l’Ughelli (…), ovvero la sua ‘Italia Sacra‘, op. cit. ed in particolare il tomo VII, col. 542. Infatti, l’Ughelli (…), del 1560, nel vol. VII a p. 758, parlando di “Policastrenses Episcopi”, in proposito alla storia di Policastro scriveva che: “…, pervenit deinde ad Ioannem Rufum, anno 1299. Sub Ioanna I Regina, Gabriello & c. Luciano Grimaldis cessit Imperio, regnate deinde Ferdinàdo Antonius Petruccius Antonelli filius Policastri Domino sult ecc…”. Dunque l’Ughelli, scriveva che nel 1299 Policastro fu donata ai Ruffo di Calabria e solo con la Regina Giovanni I d’Angiò i Grimaldi (Gabriele e Luciano) ebbero Policastro fino a che subentrano i Petrucci della casa regnante Aragonese. Dunque, ciò che scriveva l’Ughelli (…), che voleva che i Grimaldi fossero i feudatari di Policastro da quando regnava la Regina Giovanna I d’Angiò, e non da Roberto d’Angiò, il Caggese scriveva che essi regnavano su Policastro dal 1348, ovvero ai tempi della regina di Napoli Giovanna I d’Angiò, o Giovanna I di Napoli, figlia di Carlo d’Angiò, duca di Calabria, fu regina di Napoli dal 1348 al 1381, anno in cui fu deposta dal cugino Carlo d’Angiò-Durazzo, il quale salirà al trono di Napoli con il nome di Carlo III e un anno dopo la farà assassinare. Anche il Laudisio (…), citato dal Tancredi (…), riporta la stessa notizia sulla scorta dell’Ughelli (…). Tra le fonti dell’epoca abbiamo i pochi documenti rimasti della Cancelleria Angioina. I registri angioini dell’epoca (sul finire del XIII secolo), durante la Guerra del Vespro, sono stati pubblicati da Carlo Carucci, nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (…), il vol. III, su cui bisognerebbe ulteriormente indagare.
Nel 1348, re Ludovico ordinava al Conte di Policastro assistenza all’Abate
Dal Di Luccia (…), inoltre si rileva che, il documento in questione è stato tratto dal Processo di de Caro del 1567 di cui parlo in un altro mio scritto che riguardava i Conti Carafa. Inoltre, si rileva sempre dal Di Luccia (…), a p. 12, che dal Processo de Caro del 1567, si rilevavano ancora altri interessanti documenti riguardo l’Abbazia di S. Giovanni a Piro come ad esempio la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”.
Pietro Marcellino di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, a pp. 11-12, parlando dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Che detto territorio di S. Giovanni: fosse stato dato alla Chiesa dalli Rè di Napoli, non se ne può dubitare,…………, il tutto risulta dalle risposte,…..ecc…e dalla lettera scritta dal Rè Ludovico dell’anno 1348 al signore Conte di Policastro per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone dell’Abbate di S. Giò: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, ecc…..inserita (?) nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Giò: & il conte di Policastro nell’anno 1567 per l’atti del Caro, e diretta alli Giustizieri del Principato Citra che non gravino con Commissari l’Vniversità & huomini del casale di S. Gio: essendo sottoposti alla chiesa, con tali parole: “Prefatos homines umanè….ecc..”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca Angioina ai tempi della Regina Giovanna I di Napoli. Il Di Luccia postillava che il documento negli atti del Caro si trovava nei registri Angioini: “In Registro Caroli, fol. 1320, l. c. anno. 246. a ter.”. Poi il Di Luccia, sempre a p. 12, prosegue pubblicando l’intera trascrizione del documento con sigillo del 1583: “Carolus & c. Justitiarijs Valli Grata, etc…”. Dunque, il Di Luccia, in questo passo di p. 12 afferma che esisteva una “narrativa” di una “Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna, istituì una Commissione: “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”.
Nel 1348, la Regina Giovanna I d’Angiò concesse privilegi ad Antonio Grimaldi di Genova che poteva vivere felice a Nizza
Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, parla della famiglia Grimaldi nel suo vol. I ap. 459, come ho già scritto. Caggese scrive pure di Antonio Grimaldi a p. 299 del vol. II, op. cit. in cui scriveva che: “,…e gli esuli, scacciati in patria dalla rivolta contro la Signoria angioina, ecc..ecc…Antonio Grimaldi, che un giorno riceverà da Giovanna I un vistoso compenso alla ben provata fedeltà, può vivere pacificamente a Nizza, sotto l’egida della protezione del Re (6), come altri suoi concittadini, mercanti arricchiti, possono liberamente entrare a far parte della nobiltà provenzale ricorrendo sempre utilmente alla protezione del Re anche contro lo zelo eccessivo dei Siniscalchi (7).”. Il Caggese, a p. 299 del vol. II, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Arch. des Bouch. du Rh., B, 195, c. 5, 17 febbraio 1338: “de permictendo construi facere galeas per ecc…ecc..”. Sempre il Caggese, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Ibidem, B., 195, c. 21, 27 giugno 1340: “….de novitatibus factis per officiales Provincie contra Ruffum Salvagnis de Janua et eius fratres ratione castri Sancti Albani quod tenet idem Ruffus”.”. Poi sempre il Caggese, nel vol. II a p. 294, scrive di Grimaldi Carlo scrivendo che: “Ventimiglia poteva servire efficacemente a guardare ecc…ed ecco che Carlo Grimaldi, genovese, e Filippo di Sangineto, Siniscalco angioino di Provenza, si dettero a lavorare gli animi, ecc..”. Dunque, in riferimento ad Antonio Grimaldi genovese, il Caggese scrive che ai tempi della Regina Giovanna I d’Angiò ricevette da questa una buona dote per la sua fedeltà.
Nell’8 luglio 1349, il Conte di Policastro è nominato tutelare degli interessi dell’Università di S. Giovanni a Piro
L’8 luglio 1349 il conte di Policastro con reale provisione fu incaricato di tutelare gli interessi del monastero e dell’Università, da non ritenere investitura.
Nel 12 ottobre 1354, papa Innocenzo VI e la sua bolla di Avignone con la quale unisce alcuni monasteri e abbazie, tra cui quella di S. Giovanni a Piro alla basilica (Liberiana) di S. Maria Maggiore di Roma
Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo di Policastro, nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), a p. 99 (v. versione a cura di Visconti) in proposito scriveva che. “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro unita alla basilica di S. Maria del Presepe di Roma; ma in seguito questa abbazia divenne di patronato regio e di collazione straordinaria *.“. Il Laudisio (…), riferisce che l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Cono a Camerota, è citato nella bolla papale del 12 ottobre 1354, che fu emanata ad Avignone, allora sede papale, da papa Innocenzo VI. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 46 (vedi p. 99, versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro ecc….”. Secondo il Laudisio (…)(si veda la versione del Visconti), papa Innocenzo VI, nella sua bolla del 12 ottobre 1354, emessa il secondo anno del suo pontificato che iniziò nel 1352, si citava il monastero di S. Cono di Camerota. Innocenzo VI, è stato il 199º papa della chiesa cattolica dal 1352 alla morte (all’epoca della cattività avignonese). La stessa notizia la riporta Gaetano Porfirio (…) che, a p. 539, in proposito scriveva pure che: “…..non che le già menzionate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima dipoi divenne di patronato e collazione regia. Nè men degna è di ricordanza è quella benedettina di S. Pietro di Licosato, da papa Pio IV unita alla basilica vaticana; con giurisdizione ordinaria, quasi episcopale, e con proprio territorio (2).”. Il Porfirio (…), nella sua nota (2), postillava che: “(2) Concil. Trident. Sess. 24, cap. 18, ‘de Reformat.”. Dunque, il Laudisio ed il Porfirio, dicevano che la Badia basiliana di S. Cono a Camerota, unitamente a quella di S. Giovanni a Piro, furono unite alla Basilica Liberiana da papa Innocenzo VI, nel 12 ottobre 1354. Per Basilica Liberiana si intende la Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. La papale arcibasilica maggiore arcipretale liberiana di Santa Maria Maggiore, conosciuta semplicemente con il nome di “basilica di Santa Maria Maggiore” o “basilica Liberiana”. È la sola basilica di Roma ad aver conservato la primitiva struttura paleocristiana, sia pure arricchita da successive aggiunte. Gaetano Porfirio (…), nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 539, in proposito scriveva che: “…pure la Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini di Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello e Battaglia, non chè le già mentovate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima di poi divenne di patronato e collazione regia. Ecc…”. Il Porfirio però a p. 539 parlando della Diocesi di Policastro e dei monasteri italo-greci rimasti nella sua nota (1) colonna destra postillava che: “(1) Ex Bull. XII, Kalend, ful. anno 1564”. Il Porfirio si riferisce all’ex Bullarium della Santa Sede Apostolica Vaticana.
(Fig…) Porfirio G., op. cit., p. 539
Dunque, il Porfirio (…), anche sulla scorta del Laudisio (…) scriveva che alcuni monasteri e Abbazie del Golfo di Policastro, nel 1354, con la bolla papale di Innocenzo VI emessa ad Avignone, questi monasteri tra cui quello di S. Giovanni a Piro venivano uniti alla “Basilica Liberiana“. Cosa era la basilica Liberiana ?. La papale arcibasilica maggiore arcipretale liberiana di Santa Maria Maggiore, conosciuta semplicemente con il nome di “basilica di Santa Maria Maggiore” o “basilica Liberiana”. La notizia è interessantissima ma è strana in quanto vedremo in seguito che, nel 1354 il Monastero di San Giovanni a Piro insieme a quello di San Cono a Camerota vennero uniti alla Basilica Vaticana detta “Liberiana”. Il sacerdote Gaetano Porfirio ci parla di papa Innocenzo VI e di una sua bolla del 13 ottobre 1354. Secondo la notizia riferita dal Porfirio, con la bolla di Avignone del 12 ottobre 1354, papa Innocenzo VI univa alcuni monasteri italo-greci o di origine basiliana sorti sulla nostra terra alla ex “Basilica Liberiana” che, ai suoi tempi era la Basilica di Santa Maria Maggiore in Roma. Il Porfirio scriveva che: “non chè le già mentovate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima di poi divenne di patronato e collazione regia…”. Dunque, il Porfirio scriveva che le Abbazie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di San Giovanni a Piro venivano unite alla Basilica Liberiana. Il Porfirio scriveva pure che l’ultima ovvero l’Abbazia di San Giovanni a Piro in seguito diventò “patronato e collazione regia”. Innocenzo VI, nato Étienne Aubert è stato il 199º papa della Chiesa Cattolica dal 1352 alla morte (all’epoca della cattività avignonese), avvenuta il Morì il 12 settembre 1362 e il suo successore fu papa Urbano V. Il Porfirio però a p. 539 parlando della Diocesi di Policastro e dei monasteri italo-greci rimasti nella sua nota (1) colonna destra postillava che: “(1) Ex Bull. XII, Kalend, ful. anno 1564”. Il Porfirio si riferisce all’ex Bullarium della Santa Sede Apostolica Vaticana.
Nel 20 agosto 1372, la fine della guerra del Vespro Siciliano
La fine del conflitto con gli Angioini si ebbe con il Trattato di Avignone che, segnò il distacco definitivo del Regno di Napoli dal Regno di Sicilia. La guerra fra Sicilia e Napoli si sarebbe chiusa solo il 20 agosto 1372 dopo ben novanta anni, con il trattato di Avignone, firmato da Giovanna d’Angiò e Federico IV d’Aragona con l’assenso di papa Gregorio XI, con il riconoscimento formale dei due regni, di Sicilia e di Napoli. La guerra che però era ripresa nel 1313 quando Federico III rivendicò il titolo di re di Sicilia per il figlio Pietro. Si riuscì a trovare un primo accordo solo alla morte di Pietro (1342), quando salì al trono il figlio Ludovico sotto tutela di Giovanni d’Aragona, detto la «pace di Catania» l’8 novembre 1347, che non fu ratificato dal parlamento siciliano. La guerra fra Sicilia e Napoli si sarebbe chiusa solo il 20 agosto 1372 dopo ben novanta anni, con il trattato di Avignone, firmato da Giovanna I d’Angiò e Federico IV d’Aragona con l’assenso di papa Gregorio XI, con il riconoscimento formale dei due regni, di Sicilia e di Napoli.
1386 – LADISLAO I D’ANGIO’- DURAZZO
Ladislao I di Napoli, detto il Magnanimo, noto anche come Ladislao d’Angiò-Durazzo o Ladislao di Durazzo, figlio del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, fu re di Napoli dal 1386, anno dell’assassinio del padre, al 1414, anno della sua stessa morte. Fu l’ultimo erede maschio legittimo degli Angiò-urazzo, ramo collaterale della dinastia estintasi nel ramo principale nel 1382 con Giovanna I di Napoli, gli Angioini. Dopo la morte gli succedette la sorella Giovanna II, poi morta anch’ella senza eredi; la corona andò infine a Renato d’Angiò-Valois, ultimo re della dinastia degli Angioini nel Regno di Napoli. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “E’ notevole, per quanto riguarda la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia tra i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era a capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Ecc..”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, Carlo Pesce, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che Ladislao uscì vincitore dalla contesa e prese il Regno di Napoli ed in tale occasione nell’anno 1404 “…. scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie.”, dunque perdonò tutti i Sanseverino che si erano a lui ribellati o che avevano combattuto a favore di Luigi d’Angiò.
Nel 1400, lo ‘Stato di Diano’ (Teggiano) e la Signoria dei SANSEVERINO
Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino…….Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: “Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), ecc…ecc….(vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), ecc….ecc….Degli angioini ecc…ecc…ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).“. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) Poi il nipote Tomaso (IV conte di Marsico), il figliuolo Antonio (+ 1384) cui seguì Tomaso e poi Luigi (o Lodovico). Da costui Tomaso (VIII conte di Marsico) morto senza eredi, per cui gli successe il nipote Giovanni che sposò Giovanna di Sanseverino (aveva avuto in dote la baronia di Diano) alla quale re Ferrante (a. 1463) concesse l’omnimoda giurisdizione di Diano, S. Arsenio e S. Pietro (ASN, Conc. ragion., Cautele f. 81 sg.). A Giovanna successe Luigi o Lodovico che morì, per cui il passaggio a Roberto (XI conte) che sposò Raimonda del Balzo, figlia di Gabriele, duca di Venosa. Roberto fu il principe di Salerno (+1474) al quale seguì Antonello che nel 1497 ottenne (si era ribellato e poi si era chiuso nel castello di Diano) di uscire dal regno con la famiglia e i suoi partigiani. I beni passarono alla Real Corte. Ferdinando il Cattolico concesse poi la baronia di Diano a D. Prospero Colonna (Giliberti, p. 26) ma nel 1506 il figliuolo di Antonello, Roberto, riebbe tutti i beni confiscati. Gli succedette Ferrante, ultimo principe di Salerno perchè ribelle. Nel 1555 la real corte vendette Diano al principe di Stigliano con patto di ‘retrovendendo quantocunque'”.
Nel 1400, muore Luigi Sanseverino, conte di Marsico e figlio di Tommaso IV
Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “VIII…..Egli morì nel 1387 lasciando quattro figli, Luigi, Francesco, Giovanni e Caterina, tutti minori, dei quali assunsero la tutela la madre Francesca Orsisi contessa di Marsico e di S. Severino, signora della città di Cajazzo e Bertrando di S. Severino, come rilevasi da un diploma del 1388 (2). Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad un ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”. Il Mazziotti (…), a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ventimiglia, op. cit., pag. 180”.
Nel 1400, Tommaso V di Sanseverino, conte di Marsico successe al padre Luigi
Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, riferendosi a Luigi Sanseverino nella successione del padre Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad un ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”. Il Mazziotti (…), a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ventimiglia, op. cit., pag. 180”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 148, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Le contee di Sanseverino e di Marsico con la baronia del Cilento erano, per la morte di Luigi Sanseverino, passate al suo figliuolo primogenito Tommaso che in un diploma del tempo si intitola conte di Marsico signore di Sanseverino e della Baronia del Cilento. Egli avea tolto in moglie Emilia Capece da cui ebbe una sola figliuola, Diana, che andò poi sposa al conte Ardizzone.”. Dunque, il Mazziotti scriveva che dopo la morte di Luigi Sanseverino, successe nella contea di Marsico il primogenito Tommaso V di Sanseverino. Siccome, il Mazziotti scriveva che Luigi di Sanseverino era ancora in vita nel 1400, la sua morte e successione del figlio Tommaso V avvenne nei primi anni del 1400.
Nel 1400, Luigi Sanseverino, figlio di Tommaso IV
Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile. Egli morì nel 1387 lasciando quattro figli, Luigi, Francesco, Giovanni e Caterina, tutti minori, dei quali assunsero la tutela la madre Francesca Orsisi contessa di Marsico e di S. Severino, signora della città di Cajazzo e Bertrando di S. Severino, come rilevasi da un diploma del 1388 (2). Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad un ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”. Dunque, secondo il Mazziotti, Luigi Sanseverino, Conte di Marsico e figlio del defunto Tommaso IV, ebbe due figli: Tommaso VII e Giovanni Sanseverino che, alla morte dello zio Tommaso V, morto senza eredi, succederà nella Contee dei Sanseverino.
Nel 1400, TOMMASO (VII) SANSEVERINO, conte di Marsico successe al padre Luigi
Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad un ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”. Il Mazziotti (…), a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ventimiglia, op. cit., pag. 180”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 148, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Le contee di Sanseverino e di Marsico con la baronia del Cilento erano, per la morte di Luigi Sanseverino, passate al suo figliuolo primogenito Tommaso che in un diploma del tempo si intitola conte di Marsico signore di Sanseverino e della Baronia del Cilento. Egli avea tolto in moglie Emilia Capece da cui ebbe una sola figliuola, Diana, che andò poi sposa al conte Ardizzone.”. Dunque, secondo la successione e secondo quanto scrive il Mazziotti, alla morte di Luigi Sanseverino, succederà il figlio Tommaso che io chiamo Tommaso VII di Sanseverino che ebbe in moglie Emilia Capece da cui ebbe una sola figlia chiamata Diana Sanseverino. Ma purtroppo, la figlia Diana alla sua morte non potè ottenere i feudi e le contee essendo femmina. I feudi e le Contee dei Sanseverino dei Conti di Marsico furono concesse da re Alfonso I d’Aragona che le concesse allo zio Giovanni Sanseverino. Diana non potè ottenere quanto gli spettasse per successione nemmeno alla morte dello zio Giovanni che lasciò i suoi beni ai figli Luigi, Barnaba e Roberto che divenne Principe di Salerno essendo ella dichiarata decaduta per ribellione. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino…….Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: “Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), ecc…ecc….(vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), ecc….ecc….Degli angioini ecc…ecc…ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).“. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) Poi il nipote Tomaso (IV conte di Marsico), il figliuolo Antonio (+ 1384) cui seguì Tomaso e poi Luigi (o Lodovico). Da costui Tomaso (VIII conte di Marsico) morto senza eredi, per cui gli successe il nipote Giovanni che sposò Giovanna di Sanseverino (aveva avuto in dote la baronia di Diano) alla quale re Ferrante (a. 1463) concesse l’omnimoda giurisdizione di Diano, S. Arsenio e S. Pietro (ASN, Conc. ragion., Cautele f. 81 sg.). A Giovanna successe Luigi o Lodovico che morì, per cui il passaggio a Roberto (XI conte) ecc…”.
Nel 7 settembre 1404, un privilegio a Lagonegro concesso da re Ladislao
Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ notevole, per quanto riguarda la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) il Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa sai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu allora che Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li rinchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure Gaspare, che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati de’ feudi e d’ogni podestà e carica. IV. – Per l’avvenuta morte del tiranno, o meglio per la disgrazia, in cui era incorso verso il Sovrano, l’Università di Lagonegro, che si era serbata fedele alla casa di Durazzo durante le lunghe guerre civili, profittando degli eventi, chiese a Re Ladislao d’essere posta nel Regio Demanio, di dipendere cioè direttamente dalla Corona lungi da ogni dipendenza feudale. In effetti, nel 7 Settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Flacone e da Tortorella: “Sane moti devotis supplicantionibus etc…”…..”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Principato Citra”, a p. 26, nel suo cap. 3, in proposito scriveva che: “Per tutto il trecento Casaletto, casale di Tortorella, rimase probabilmente terra della Baronia di Lauria, sotto la protezione dei Sanseverino, come testimoniano anche in uno strumento notarile rogato in data 26 ottobre 1347 dal Regio Notaro Roberto Lombardo (39). Sul finire del secolo quest’ultimi presero parte allo scontro per la successione al trono del Regno di Napoli tra Luigi II d’Angiò (ramo francese) e Ladislao d’Angiò-Durazzo e che vide, nel 1399, il prevalere di quest’ultimo. Come ricorda Croce “Ladislao abbatté molte case potenti e, tratti seco a Napoli con simulata benevolenza i principali dei Sanseverino, rinnovò su questa famiglia la strage che già ne aveva fatta Federico II, e, strangolati quei prigionieri nel Castelnuovo, ordinò di gittarne i corpi in una chiesetta diruta, dove furono dati in pasto di cani” (40). I Sanseverino, che erano tra i principali esponenti dello schieramento avverso, subirono la dura vendetta del nuovo re, che si concretizzò anche con la confisca, per fellonia, della maggior parte dei feudi, tra cui la Contea di Lauria. Il 2° Conte di Lauria, Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.
Nel 1404, re LADISLAO-DURAZZO fece uccidere alcuni della famiglia Sanseverino confiscandone tutti i beni, tra cui Gaspare Sanseverino Conte di Lauria avendo loro patteggiato per Luigi II d’Angiò
Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, parlando di Diano (Teggiano), ed in particolare di Tommaso II Sanseverino in proposito scriveva che: “Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino nei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a demanio reale.” Nel 1404 vi inviò come castellano Alessandro Lanario, assicura il Mandelli, nella torre che vi aveva fatto costruire poi trasformata da re Ferrante che vi spese 80.000 ducati ecc..”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile.”. Matteo Mazziotti (…), nell’opera citata, a pp. 144-145, in proposito all’epoca della guerra tra Luigi d’Angiò e Ladislao di Durazzo, scriveva che: “All’annunzio della morte di Carlo di Durazzo la fazione Angioina, di cui era a capo Tommaso Sanseverino appartenente al ramo dei conti di Tricarico, usurpò, a nome di Luigi II d’Angiò, che era stato investito del reame di Napoli dall’antipapa Clemente, il titolo di vicerè di Napoli e trase seco contro Ladislao la sua estesa e potente parentela, tra cui i conti di Marsico e baroni di Rocca. Quindi la fiera inimicizia di Ladislao contro tutta la famiglia Sanseverino. Morto intanto nell’ottobre del 1389 il papa Urbano VI Bartolomeo Prignano oriundo di Prignano del quale avrò a parlare trattando di quel casale, e successogli Bonifacio IX, Luigi II d’Angiò venne nel 14 agosto del 1390 con numerosa flotta in Napoli solennemente ricevuto. Ne seguirono le parti, tra gli altri baroni del regno, tutti i Sanseverino con a capo Tommaso dei conti di Tricarico. La regina Maria, madre di Ladislao, convocò a Gaeta i baroni di parte sua e li indusse ad attaccare nelle loro terre i Sanseverino che restarono vittoriosi. Ladislao intanto aiutato dal nuovo papa armò un poderoso esercito e riuscì a riconquistare Napoli e, consolidatosi sul trono, pensò a vendicarsi aspramente dei Sanseverino. Fattine prigionieri in Castelnuovo 11 tra cui i fratelli, Ruggiero conte di Tricarico, Ugo conte di Potenza, Tommaso conte di Montescaglioso col figlio Guglielmo, Venceslao conte di Venosa e di Amalfi con un suo figliolo, Arrigo conte di Terranova ed altri, li fè strangolare e quindi dare in pasto ai cani. Altri Sanseverino, tra cui il conte di Nardò, il conte di Lauria ed il conte di Marsico si salvarono nel castello di Taranto (1) perdendo però tutti i loro feudi.”. Il Mazziotti a p. 145 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania’, pag. 176; Racioppi, op. cit. vol. V, pag. 188.”. Giacomo Racioppi (…) citato dal Mazziotti, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a p. 188 vol. II, scriveva che: “Usa forza e inganni contro i Sanseverino, numerosi quanto potenti. E dice uno storico: (1) “Ne fa cercare quanti ne potè avere (e furono undici) in Castelnuovo, ove gli fa strangolare, e poi gittare, nei fossi di quello, ai cani: tra i quali incarcerati fu Tommaso, conte di Montescaglioso, con Guglielmo suo figliolo; Vincilao, conte di Venosa e di Amalfi, Melito e Belcastro; Arrigo, conte di Terranova; Gaspero, conte di Matera, e Ruggiero conte di Tricarico, primogenito del Duca di Venosa con tre suoi fratelli. Alcuni di questi ultimi furono ritenuti prigioni. Gli altri Sanseverino, il conte di Nardò, il conte di Lauria, il conte di Marsico, fuggendo s salvarono nel Castello di Taranto.” E questa fu la seconda persecuzione dei Sanseverino (conclude lo storico stesso), essendo stata la prima a tempo dei re Svevi. Mandò ad occupare i loro Stati per la Basilicata e per la Calabria; e dove trovò resistenza pose assedio e prese d’assalto.”. Sempre il Racioppi, a p. 188 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nell’anno 1404. Summonte, pag. 535 e con qualche variante dei nomi in altri scrittori. – Conf. Tonsi, ‘Historia Monst. Montiscav.’ 105, e Gatta, Memorie della prov. della lucania, 1732, 176.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto sul casale di Caselle in pittari e riferendosi ad Americo Sanseverino, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco (…) a p. 102 nella sua nota (134) postillava che: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combattè duramente i Sanseverino che gli si erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, di Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco (…) sulla scorta di Ebner cita le stesse notizie nel suo “Il Cervato conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre Comuni (1845-1899)”, che stà nella rivista Euresis’, vol. X, a p. 156 e s., rivista edita dal Liceo T. Cicerone di Sala Consilina, in proposito a p. 159 scriveva che: “La lotta tra durazzeschi ed angioini divampata fra XIV e XV secolo mutò per la prima volta lo stato delle cose. Ladislao di Durazzo, infatti, sottratti ai Sanseverino tutti i loro feudi, progettò una delimitazione dei confini di quelli situati lungo la fascia pedemontana del Cervato (8).”. Il Fusco a p. 159 nella sua nota (8) postillava che: “(8) idem vedi nota 134”. In questa nota (8) però il Fusco postillava di “P. Cantalupo-A. La Greca, Storia delle Terre del Cilento antico, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I, p. 238.”. Il Fusco nel libro su Casaletto nella sua nota 134 postillava “ivi, p. 59 e nota 8″, ma vi è un errore di stampa in quanto a p. 59 non si parla di quella orrenda strage. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “E’ notevole, per quanto iguara la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia tra i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era a capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa dai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu che allora Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li racchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure ‘Gaspare’ che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati dè feudi e d’ogni podestà e carica.”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, Carlo Pesce, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che Ladislao uscì vincitore dalla contesa e prese il Regno di Napoli ed in tale occasione nell’anno 1404 “…. scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie.”, dunque perdonò tutti i Sanseverino che si erano a lui ribellati o che avevano combattuto a favore di Luigi d’Angiò. Il Pesce (…), a p. 209, continuando il suo racconto sulla storia di Lagonegro, pubblicò il testo integrale un prilegio concesso da Re Ladislao alla città di Lagonegro. Il Pesce scrive che il documento è stato smarrito ma fu pubblicata la sua trascrizione integrale dal Falcone (…) e dal Tortorella (…), due studiosi locali del 1800. Si tratta di un documento che porta la data del “7 settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Falcone e da Tortorella: “Sane moti devotis ecc..ecc.”.“.
Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 133, nel “Cap. V – La Baronia nel ‘400 e nel ‘500”, in proposito scriveva che: “Narra il Summonte (2) che re Ladislao, annunziate le nozze del figlio naturale Rinaldo con Angela Marzano da celebrarsi a Capua, invitò Goffredo con la famiglia del defunto Giacomo. Non erano nemmeno giunte nella città campana che le due famiglie vennero arrestate per ordine del re, il quale già aveva emesso l’ordine per l’immediata confisca dei loro beni. Solo a seguito delle accorate insistenze e le vive preghiere di Margherita di Marzano, assai cara al re, Ladislao si decise a ridare la libertà alle due famiglie. Fece di più: reintegrò Giovanni Antonio (28 febbraio 1404) negli aviti feudi e gli confermò, come si legge in un prezioso documento conservatoci dal Winspeare (3), anche gli antichi privilegi, tra cui l’amministrazione dell’alta giustizia nelle sue Terre.”. Ebner, a p. 133, nella nota (3) postillava: “(3) Winspeare cit., p. 179 sg. Ex Regesto Ladislai, signato 1404 B f 102 t: “Ladislaus Rex etc…(….) Nuper pro parte spectabilis et magnifici Johanni Antonii de Marzano etc…”.”.
Nel 3 settembre 1406, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, da re Ladislao d’Angiò-Durazzo
Benedetto (o Betto) de Principato, noto come Betto da Lipari (Lipari, XIV secolo – XV secolo), è stato un nobile, condottiero e ammiraglio italiano, conte di Policastro. Appartenente al ramo siciliano della famiglia dei Principato, fu legato per tutta la vita agli Angiò-Durazzo, sovrani del Regno di Napoli. Il 3 settembre 1406 il Re Ladislao d’Angiò-Durazzo gli donò la Contea di Policastro[1] e dopo la presa di Roma, avvenuta nel 1409, lo creò castellano di Castel Sant’Angelo[2]. Da Wikipedia leggiamo che la Contea di Policastro fu retta da Betto di Principato (dal 3 settembre 1406), ammiraglio, signore di Lauria, Lagonegro, Tortorella e Rivello (1). Wikipedia alla nota (2) postillava: “Alessandro Cutolo, Re Ladislao D’Angiò Durazzo, Napoli, A. Berisio, 1969, p. 143, n. 86.“. Nell’ottobre dello stesso anno Betto si scontrò con Paolo Orsini in Vaticano. Questi passato dalla parte degli angioini contro i Durazzo, nel tentativo di riprendere Roma, attestatosi a Castel del Valca, irruppe in Vaticano con 300 lance e 200 fanti, bruciò la porta dell’ospedale di Santo Spirito e nella battaglia riuscì a catturare alcuni armigeri[3]. Definito dallo storico Angelo di Costanzo «eccellente nelle guerre di mare»[4], il 19 maggio 1411, schierato nell’esercito di Ladislao, prese parte alla fallimentare battaglia di Roccasecca, venendo fatto prigioniero[5]. La battaglia si svolse il 19 maggio lungo le rive del fiume Melfa e durò dai vespri fino a notte fonda[4]. Ladislao fece vestire con vesti reali Sergianni Caracciolo e altri sei condottieri del suo esercito e ciò non bastò a disorientare le truppe nemiche che grazie alle schiere di Muzio Attendolo Sforza riuscirono a compiere un’ampia mossa aggirante e a sopraffarlo[5]. L’esercito di Ladislao fu quindi scompaginato e il sovrano napoletano giunse con altri fuggitivi alle tre di notte a piedi a Roccasecca, dove riuscì a procurarsi alcuni cavalli e a rifugiarsi e barricarsi con essi a Cassino, all’epoca denominata San Germano[6]. I soldati di Luigi catturarono 400 cavalieri nemici, tra cui Angelo Simonetta, Antonio Acquaviva, Ardizzone da Carrara, Baordo Pappacoda, Bartolomeo da Pirano, Betto da Lipari, Braga da Viterbo, Conte da Carrara, Daniele da Castello, Nicola di Vitolo, Nicolò da Celano, Obizzo da Carrara, Ottino Caracciolo, Ottino de Caris, Perdicasso Barile, Pietro “Camiso” Barile, Raimondo Origlia, Restaino Cantelmo e Sergianni Caracciolo, che per riottenere la libertà furono costretti ad autoriscattarsi per alte somme[4]. Liberato dietro riscatto, partecipò all’occupazione dell’Umbria e dello Stato Pontificio, durante la quale vinse con l’ingegno uno scontro militare lanciando sui nemici dei carciofi al posto delle normali munizioni, che erano state esaurite, ragion per cui la sua famiglia in memoria di tale episodio inserì nel proprio stemma tale ortaggio[6]. Era sempre con Ladislao quando questi convalescente fu riportato via mare a Napoli, dove morì quattro giorni dopo il suo arrivo, il 6 agosto 1414. Poco prima di morire, il sovrano aveva affidato a Betto, «suo fidatissimo famigliare»[7], la custodia dei traditori Paolo ed Orso Orsini[8].
Nel 1414, re Ladislao I di Durazzo, concesse il feudo di Caselle a Guarrello Orilia
Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (134) postillava che la notizia era tratta da: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combatté duramente i Sanseverino che gli erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, d Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (135) postillava che la notizia era tratta da: “(135) ASN., Fondo “Cappellania Maggiore”, vol. 683 etc., inc., n. 2″. Non mi ritorna quanto invece scriveva Carlo Pesce in proposito. L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”.
Nel 1414, muore Ladislao I di Durazzo
Ma i progetti dell’ambizioso sovrano erano destinati a non realizzarsi mai. Colpito da una malattia, re Ladislao I rientrò a Napoli, dove morì il 6 agosto 1414 all’età di appena 38 anni. In molti hanno sollevato il dubbio che la sua morte non sia avvenuta per cause naturali, bensì per avvelenamento, messo in atto da Firenze per liberarsi della sua minaccia. In realtà, si sa che la morte fu dovuta a una malattia infettiva dell’apparato genitale (forse alla prostata), causata dalle abitudini sessuali dissolute e promiscue[1]. Con la sua scomparsa, senza lasciare eredi, la corona di Napoli passò alla sorella Giovanna, che regnò fino alla morte, nel 1435, ultima sovrana della Casa d’Angiò di Napoli. L’imponente monumento sepolcrale nella Chiesa di San Giovanni a Carbonara, fatto erigere dalla sorella Giovanna, ne custodisce le spoglie.
1414 – GIOVANNA II D’ANGIO’-DURAZZO E IL REGNO DI NAPOLI
Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.
Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 134, nel “Cap. V – La Baronia nel ‘400 e nel ‘500”, in proposito scriveva che: “Con l’avvento al trono di Giovanna II (1414-1435), il barone di Novi, confermato Grande ammirato del regno, continuò a essere tra i più importanti feudatari. Va ricordato, però, che dell’antico complesso fondiario, che costituiva la grande baronia di Novi, i Marzano possedevano ormai solo la Terra, e cioè lo “stato” di Novi. Proprio Giovanna II aveva venduto (a. 1415) Cuccaro e casali al principe di Lipari, la cui isola godeva il privilegio della franchigia doganale (4).”. Ebner, a p. 134, nella nota (4) postillava: “(4) J. Mazzoleni, Reg. della Cancelleria arag. di Napoli, Napoli, 1951, pp. XVII-XIX, no. I.”.
Nel 1415, la regina Giovanna II di Napoli vendette i feudi di Cuccaro, Policastro, Rivello, Lagonegro e Lauria al principe di Lipari, Benedetto o Betto di Principato
Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 134, nel “Cap. V – La Baronia nel ‘400 e nel ‘500”, in proposito scriveva che: “Con l’avvento al trono di Giovanna II (1414-1435),…..Proprio Giovanna II aveva venduto (a. 1415) Cuccaro e casali al principe di Lipari, la cui isola godeva il privilegio della franchigia doganale (4).”. Ebner, a p. 134, nella nota (4) postillava: “(4) J. Mazzoleni, Reg. della Cancelleria arag. di Napoli, Napoli, 1951, pp. XVII-XIX, no. I.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: “Nel 1416 il feudo di Tortorella, insieme a quello di Rivello e ai castelli di Lagonegro e di Lauria fu venduto dalla regina Giovanna II al fidato conte di Policastro Betto de Principato (41).”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federico Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti-Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”. Infatti, leggiamo da Wikipedia che nel 1416 la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo gli concesse i feudi di Lagonegro, Lauria, Rivello e Tortorella e l’anno successivo (1417) lo ammise tra i baroni del suo Consiglio[9]. “Barone ricco”[10], più volte prestò ingenti somme alla Corona. Betto era anche proprietario di galee da guerra, a cui la Regina Giovanna ricorse più volte, come nel 1420, quando dovette fronteggiare il rivale Luigi III d’Angiò-Valois[11]. Wikipedia nella nota (9) postillava: Nunzio Federigo Faraglia, Storia della Regina Giovanna II d’Angiò, Lanciano, R. Carabba, 1904, p. 73-286.
Nel 1416, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, Rivello, Lagonegro e Lauria dalla regina Giovanna II di Napoli
Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato (… – …; fl. 1430-1438) è stato un vescovo cattolico italiano della diocesi di Policastro. Fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto de Principato fu vescovo di Policastro dal 1430 al 1438 (12), e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Nicola Principato fu nominato vescovo di Policastro nel 1430. Di lui si sa solo che, con il consenso del capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò l’amministrazione della parrocchia di Santa Barbara di Rivello alla chiesa madre della stessa città (….). Wikipedia nella nota (1) postillava: “(1) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della diocesi di Policastro, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1976, p. 76″. Wikipedia alla nota (12) postillava: “(12) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, p. 76.”. Il sacerdote Giovan Battista Pacichelli (….), , nel 1701, nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che: “Vasta però è la Diocesi, diffusa in 24 Terre, delle quali molto nobile, e illustrata fù dalla Porpora Cardinalizia, in persona della mem. glor. del ‘Cardinal Brancati’, è quella di Lauria, che non invidia qualche Città: alla quale dell’honore segue Rivello, che apre due Parrocchie, l’una di Cerimonie Greche, l’altra di Latine, giunta la mischianza non confusa delle Anime. Vi hanno ancor luogo Badie Concistoriali, dipendenti dalle Basiliche, Vaticana, e di Liberto.”. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro etc…”, a p. 76 (vedi Sinossi a cura di G.G. Visconti), in proposito scriveva che: “XV. Nicola Principato, nominato vescovo di Policastro nel 1430. Questo vescovo, con il consenso del Capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò anche l’amministrazione dell’altra parrocchia dedicata a S. Barbara, pure di Rivello, alla chiesa madre della stessa città.”.
Nel 3 settembre 1434 la sentenza e nel 25 ottobre 1434 la condanna dell’Abate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, delegato del Vescovo di Policastro per la tenuta di “Cannamaria” che condannava l’Abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero anzidetto (1615). Nel giudizio, il seminario si avvalse della sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’abate del monastero di S. Maria di Gottaferrata di Rofrano (32). All’annessione del monastero di S. Mercurio si oppose l’università di Roccagloriosa che, nell’impossibilità di continuare la lite, cedette la facoltà di recupero del benefizio al barone Francesco d’Afflitto. Il vescovo di Policastro delegò quello di Marsico a decidere sulla lite. Questo vescovo stabilì (22 febbraio 1657) che poichè non era sicuro l’asserito jus patronato dell’università …..”. Ebner, a p. 435, nella nota (31) postillava che: “(31) Cfr. la Tav. 21 in Ebner, Economia e Società, cit. II.”. Infatti, Ebner, nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p……, propone la Tav. 21 dove è illustrato “21. Rofrano. Pianta dei molini, trappeti e fiumi”. Nel vol. II troviamo anche un’altro disegno manoscritto “22. Rofrano: Delimitazione del territorio compilata (1822) su documenti del 1547”. Ebner, a p. 435, nella nota (32) postillava che:“(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre posseduto dai monaci, come si rileva da una sentenza (25 ottobre 1434) dell’abate di S. Giovanni a Piro (6). Ecc..”. Pietro Ebner, a p. 432, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Ebner, Ibidem, I, p. 497, n. 4”. Però l’Ebner, nello stesso testo, vol. I, a p. 497, non dice nulla in proposito ma parla di Altavilla. Ebner, nella sua nota (6) si riferiva al suo testo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, dove, infatti, a p. 497 parlando degli “Statuti di Rofrano”, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre tenuto dall’Abbazia di Grottaferrata (4), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa e Sanseverino (di Centola) etc…..Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello.”. Ebner, nel vol. I, a p. 497, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Il 25 ottobre 1434, per sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro (“sententiamus, determinamus, decidemus et definemus ac condemnamus, de concilio multorum peritorum, ut supra dictum Abatem monasterii S. Mariae Gruttae Ferratae contumacem), l’abbazia di Grottaferrata venne condannata (ac homines universitatis Cagnamario) a pagare alla badessa del convento di S. Mercurio di Roccagloriosa ogni Natale ‘uncian in carolenis argenti boni et iusti ponders, sexaginta pro uncia et duobus pro tareno’.”. Nel 1434 nacque una lite o controversia a causa della tenuta allodiale del Centaurino. Nell’Archivio di Stato di Napoli vengono conservati gli atti del processo sorto nel 1434 tra l’Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e l’Abbadessa del monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa. Per questa lite, il Vescovo di Policastro dell’epoca, Mons…………………… nominò suo delegato e giudice l’Abate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro che il 3 settembre 1434 emise la sentenza ed il 25 ottobre 1434 emise la condanna per l’Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano. Secondo gli atti del processo, l’Abbadessa del Monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa, a mezzo del suo procuratore legale, Notaio Tommaso de Franco, convenne in giudizio l’Abate di Rofrano davanti all’Abate del Monastero di S. Giovanni a Piro, delegato per la controversia dal Vescovo di Policastro dell’epoca. Nel testo conservato presso l’Archivio Diocesano di Policastro “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti Nella Corte id Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Consigliere Comm. De Micco” pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il Comm. De Micco (….) nella sua predetta Relazione (….), in proposito scriveva che: “Tra i coloni e fittaioli della indicata tenuta ‘Cannamaria’, oggi ‘Centaurino’, vi fu pure l”Abate di Grottaferrata’ con gli ‘uomini del vicino paese di Rofrano. Questi coloni presero a coltivare la ‘parte della tenuta più prossima al loro tenimento’, con l’obbligo di corrispondere un ‘oncia’, ossia carlini d’argento 60 con scadenza a 25 dicembre di ciascun anno. Però essendosi resi morosi al pagamento, furono dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco convenuti in giudizio innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’, il quale, in vista dell’evidenza delle prove, con sentenza del 25 ottobre 1434 emise la relativa condanna. Giova quì appresso riportare alcuni brani di tale sentenza estratta del pari del Grande Archivio del Regno.”. La relazione del commendatore De Micco (….) che fu redatto per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro), a pp. 69-70, riferendosi all’atto del 7 aprile 1133, stipulato dai nipoti eredi del visconte Mansone, in proposito scriveva che: “veniva nel giudizio solenne del 1434, circa cinque secoli indietro, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – ‘prout in quondam privilegio testamenti seriosius continetur’ – ; ecc…”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……Ecc..”.
(Fig…..) Estratto della Sentenza di condanna nei confronti di alcuni coloni e affittuari di Rofrano del 25 ottobre 1434, convenuti in giudizio dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’ (estratta del pari del Grande Archivio del Regno) e, pubblicata nella Relazione del De Micco (20).
Il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (…), da p. 113 a p. 121, nel Cap. XII, ‘Della Bonatenenza‘, ci parla del titolo di Rofrano.
1435 – muore Giovanna II d’Angiò – Durazzo
Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.
Dal 1435 al 1432, Renato di Valois-Angiò
Renato di Valois-Angiò, noto come Renato I di Napoli, detto il Buono (Angers, 16 gennaio 1409 – Aix-en-Provence, 10 luglio 1480), fu Duca d’Angiò e Conte di Provenza e di Forcalquier dal 1434, Duca di Bar dal 1430, e Duca di Lorena dal 1431 al 1453 come consorte di Isabella di Lorena. Fu anche Re di Napoli dal 1435 al 1442, anno della sua deposizione e cacciata dal Regno per mano di Alfonso V, re d’Aragona. Fu inoltre Re titolare di Gerusalemme dal 1438, Re titolare d’Aragona (con incluse Sicilia, Sardegna, Maiorca e Corsica) dal 1466, e, dopo la sua deposizione, anche Re titolare di Napoli dal 1442. Suo fratello Luigi III era stato designato come erede del Regno di Napoli dalla regina Giovanna II, ultima degli Angiò-Durazzo; tuttavia questi morì prima della regina, nel 1434, e tutti i titoli passarono a Renato. Fu per questo motivo che Renato divenne il primo, ma anche l’ultimo, re di Napoli della dinastia dei Valois-Angiò.
Nel 1442 o 1443 (?), Arteluche d’Alagonia, consorte di Polissena de Principato e conte di Concurre e Agnate e di Policastro si trasferì in Francia al seguito del re Renato I d’Angiò-Valois
Da Wikipedia leggiamo che Arteluche d’Alagonia, moglie vedova di Benedetto o Betto di Principato, conte di Policastro e principe di Lipari, nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza[14]. Wikipedia alla nota (14) postillava: Dominique Robert De Briancon, L’etat de la Provence, vol. 1, Parigi, 1693, p. 263. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: “Nel 1443, con la caduta della dinastia angioina, il conte di Policastro e la consorte seguirono in esilio il re Roberto d’Angiò. Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino etc….”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti-Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(2) Troyli Placido Abate, Istoria Generale del Reame di Napoli, Napoli, 1747, tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, parla di ‘Busento’ e della Bolla di Alfano I di cui nella nota (g), dice: ‘Alfano in Epistola Pastoralis’. Vedi pure: Paolo Diacono, Historia, miscel-lanea, Lib. XIII. Si veda pure: Troyli Placido Abate, op. cit. tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135. Il Laudisio (4), dice che l’antico documento è citato dal Troyli, “Troyl., cit., tom. 1, part. 2, pag. 135″ (il Troyli (op. cit., tomo I, parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi manoscritti rapportata“).
(3) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952.
(4) Natella P., Peduto P., ‘Pyoxus – Policastro’, stà nella rivista “L’Universo”, ed. I.G.M., 1973, , Anno LIII, n. 3, Firenze, pp. 508 e p. 510, 512 si riferisce alla notizia dataci dal Volpe, op. cit. (6). Si veda anche Porfirio (18).
(5) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (…) e, in particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano, la cita allo stesso modo del Mannelli (17), riportandone solo l’intestazione; si veda pure dello stesso autore: Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano. Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385. ;
(6) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ri-postes, Cap. X, da p. 113, 120. Si veda pure p. 132 e p. 137, dove il Volpe parla del Porto di Sapri. Si veda pure: De Giorgi, Guida dell’Italia.
(7) Gregorio Magno papa, Epistola II, 42 o 43 (?), datata Luglio 592, stà in Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae ‘Registrum epistolarum’; oppure si veda: Ebner P., op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Stà in Barni G., I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, pp. 383-384
(8) Barni G., I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Du- chesne, stà in Barni G., I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383;
(9) Ravegnani G., I bizantini in Italia, Ed. il Mulino, 2004, pp. 146 e si veda pure: Ostrogorsky G., Storia dell’Impero bizantino, Einaudi, 1968.

(10) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos his-torico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831. Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda in proposito anche Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976. Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p. 13 (testo in latino) e pp. 70-71 (la traduzione del Visconti del testo in latino). Il Laudisio, nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota (36)), dice che la Bolla di Alfano è citata in: “P. Manell., Note Lucane”; in “Const. Gat., Mem. Luc., cit., cap. 2, pag. 34′ ecc..
(11) Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581.
(12) Cappelletti G., Le chiese d’Italia dalle loro origini fino ai nostri giorni, Venezia, Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 328-329 e 367-377. Lettera del pontefice (Quoniam Velina) riportata da Cappelletti. Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» Paul Kehr (Italia Pontificia, VIII, p. 370).
(12) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377. Si parla della Chiesa Paleocastrense e vi sono accenni a Pietro da Salerno. Egli cita l’Ughelli, op. cit. (18), che pubblicava lettere e titoli dell’epoca in cui si parla di Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis'”. Riguardo i vescovi successori di Pietro a Policastro, il Cappelletti, parla di Arnaldo “non si sa in quale anno”
(13) Lanzoni F., Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323.
(14) Duchesne L., Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (8), da pagg. 361 a 390 (a noi interessa p. 383).
(15) Paul Fridolin Kehr, Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, p. 370; Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 ( rist.), pp. 371-372, oppure ed. Berolini, 1935, p. 371. Riguardo questo periodo e a Policastro, gli studiosi Natella e Peduto (2), sulla scorta del Keher (vedi nota 70 che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I).
(16) Tortorella A., Breve cronografia ragionata della diocesi di Teggiano-Policastro, Annuario diocesano 2004-2005, pp. 25–32.
(17) Fraikin J., v. Agropoli, stà in Dictionaire d’Histoire et de Geographie ecclesiastiques, vol. I, Parigi 1909, col. 1046.
(18) Porfirio P., Policastro, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539.
(19) Borsari S., Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in Archivio storico per le Provincie Napoletane, Napoli, 1950-1951, p. 2.
(20) AAVV, Calabria bizantina, aspetti sociali ed economici, Atti del terzo incontro di studi bizantini, ed. Parallelo 38, Reggio Calabria, 1978.
(21) Douglas Norman,
Vecchia Calabria (Old Calabria), ed. La Conchiglia, 1915.
(22) Questo documento proviene da un’antica pergamena della Chiesa Arcivescovile di Salerno d’onde fu tratta copia e autenticata il 14 Ottobre ‘1737 e conservata presso l’Archivio Arcivescovile di Policastro e citata anche da Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., ed di Storia e Letteratura, Roma, XII, 3, 1976, pp. 70, 72 e citata anche da Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, vol. II, pp. 591, 592.
(23) (Figg. 4-5-6) “Restaurazione della Diocesi di Policastro, centri che la costituiscono, confini, beni.”, o la nota lettera episcopale detta “Bolla di Alfano I”, datata anno 1079 – lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I. L’esemplare conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, così di seguito collocata: “Sezione Documenti antichi, Cartella I, dalle origini al 1400” (secondo quanto ci ha riferito l’attuale Bibliotecario D. Pietro). L’Ebner (11), colloca l’esemplare (forse quello conservato all’Archivio Diocesano di Salerno): “bolla a. 166 /67”. L’antico documento, è citato in Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 (rist.), pp. 371-372. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno ‘Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss., V, col. 219 e seq. “Alphanus Archieps An. 1080.”. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i Fragmenta del Codice Amalfitano, dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.“. Per la sua copia conservata all’ADP, si veda anche Laudisio N.M., op. cit. (4), nota (35) del testo del Visconti, p. 13 (testo in latino) e pp. 70-71 (la traduzione del Visconti del testo in latino). Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda pure Porfirio P., ‘Policastro’, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539. Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s.; Archivio dell’Abbazia della Ss. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.; Annales cavenses, a cura di F. delle Donne, Roma 2011, pp. 36-45, sub ann. 1097, 1106, 1110, 1118, 1123. P. Guillame, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371; P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in Scritti in memoria di Leopoldo Cassese, Napoli 1971, pp. 3-32; Id., Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma 1979, pp. 243 s.; G. Vitolo, Cava e Cluny, in L’Italia nel quadro della espansione europea del monachesimo cluniacense. Atti del Convegno internazionale di storia medioevale (Pescia… 1981), Cesena 1985, pp. 199-220, stampato anche in G. Vitolo – S. Leone, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del Codex diplomaticus Cavensis, Salerno 1983, pp. 35-44; H. Houben, L’autore delle Vitae quatuorum priorum abbatum cavensium, in Studi medievali, s. 3, XXVI (1985), pp. 871-879 poi ristampato in Medioevo monastico meridionale, Napoli 1987, pp. 167-175; G. Vitolo, La badia di Cava e gli arcivescovi di Salerno tra XI e XII secolo, in Rassegna storica salernitana, VIII (1987), dicembre, pp. 9-16; M. Galante, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; J.M. Sansterre, Figures abbatiales et distribution des rôles dans les Vitae quatuorum priorum abbatum Cavensium (milieu du XII siècle), in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age, CXI (1999), 1, pp. 61-104; V. Loré, Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151; B. Moliterni, Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXXIX (2013), pp. 5-36 (27). La copia più antica dell’originale della Lettera Pastorale di Alfano I è del XII sec., ed è conservata nel Manoscritto Vaticano Patetta (coll.: Ms. vat. Patetta 1621) e, risale già al XVIII secolo (Fig. 8). Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s., che si può consultare e scaricare gratuitamente collegandosi al sito della Biblioteca Apostolica Vaticana: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Patetta.1621.
(24) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e, vedi p. 375 e s. Si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, op. cit. (5), nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.
(25) Sulla ‘Carta Pisana’, si veda lo studio quì pubblicato: “Sapri nella carta Pisana del 1290 c.”
(26) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323.
(27) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, inedito conservato nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, 1891, pag. 153. Il mano-scritto del Mannelli viene citato anche dal Natella e Peduto, in Pyxous-Policastro, op. cit. , p. 486, e dice: “Lucania sconosciuta, ms in Biblioteca Nazionale di Napoli, XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Arturo Didier, scriveva in proposito: ” la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un illustre dianese, Luca Mandelli, mona-co agostiniano. Egli, grande erudito, iniziò a descrivere il territorio lucano cominciando dai paesi costieri, poi si inoltrò nelle zone interne fino a raggiungere il Vallo di Diano, dove riu-scì a descrivere, via via, la Valle, Polla, Atena e Diano. Finito di scrivere il profilo storico del suo paese natale, il Mandelli morì nel 1672. La sua opera, “Lucania sconosciuta”, rimasta incompiuta, è conservata manoscritta (oltre seicento fogli vergati con una scrittura fitta e non sempre chiara e leggibile) nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Io ho avuto l’onore e il piacere di trascriverne tutta la parte riguardante il Vallo di Diano e pubblicarla nel mio libro “Diano, città antica e nobile”, nel 1997.”. Di Luca Mandelli ne parla Vittorio Bracco, Padula, ed. Cantelmi, Salerno, 1976, nel libro che mi fu donato da Gerardo Ritorto, a p. 520 e 521, nelle sue Note dice che si era imbattuto nel manoscritto e che “la vera grafia del cognome era Mandelli, che è quella segnata nel catalogo dei manoscritti della Biblioteca Nazionale di Napoli, dove l’opera è conservata e che abbiamo creduto di voler ripristinare”. Poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, La Lucania, manoscritto anteriore al 1672, Na-poli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit. dice nella sua nota 59 a propo-sito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Si veda pure: Costantino Gatta, La Lucania illu-strata, Napoli, Antonio Abri, 1723. Frammenti del manoscritto intitolato la ‘Lucania sco-nosciuta’ del P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine è conservato Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700 [Manus] [manoscritto] [manus:0000178652-12]. Si veda pure: Gaetani Rocco, L’antica Bussento og-gi Policastro Bussentino e la sua prima sede episcopale: studio storico critico del sacerdote Rocco Gaetani, Roma, ed. A. Befani, 1882. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, No-tizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli/pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Strazzullo Franco, La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli, es-tratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976. Lo Strazzullo, a p. 294, ci parla del testo di Padiglione C., La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Martino in Na-poli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati, Napoli, 1876, che a pag. 261-263, riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Fram-menti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli del-l’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’is-tesso Ordine (21) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio, nella sua Synopsi ecc.., (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane” Sem-pre il Laudisio, nelle sua nota 36, afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”.
(29) Guillaume P., l’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, Cava dei Tirreni, 1876. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (19), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (19), venne pubblicato dal Guillaume (2). Si veda pure: Shipa M., Storia del Principato longobardo di Salerno, sta in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane, 12, 1887. Si veda pure: Natella P., Peduto P., ‘Pyoxus – Policastro’, stà in “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1973, Anno LIII, p. 512. Riguardo questo periodo e a Policastro, gli studiosi Natella e Peduto (2), sulla scorta del Keher (7) (vedi nota (70) che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I). Pietro Ebner, op. cit. (5), nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.
(30) Mazziotti M., La baronia del Cilento, Libreria Antiquaria Editrice di W. Cesari, Testaferrata, 1972 (ristampa), p. 114.
(31) Ughelli F., Italia sacra sive de Episcopi Italiae et Insularum, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum), a p. 533 e s. cita l’Arcivescovo di Salerno Alfano (‘9- Alphanus’) e, da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi e dei Vescovi (Episcopi) di Bussento e di ‘Paleocastren’. Riguardo il vescovo Arnaldo, successore di Pietro, ne parla a p. 789 e s. e per tutti i suoi successori.
(32) Acocella N., Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI), stà in Rassegna storica Salernitana, Anno XXIII, Salerno, 1963, parte II, p. 6.
(33) Tancredi L., Sapri giovane e antica, ed. Parallelo, Villa S. Giovanni, 1985, Cap. X, Doc. nn. 1-2, pp. 275 – 277
(34) Moliterni B., Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXXIX (2013), pp. 5-36.
(35) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., o- pera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Il Laudisio, nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota (36)), dice che la Bolla di Alfano è citata in “Const. Gat., Mem. Luc., cit., cap. 2, pag. 34”.
(36) Paolo Diacono,
Historia Longobardorum,
(37) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.
(38) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571; il Gaetani dice si veda Libro 2, Cap. 2, oppure libro II, part. I, p. 136 e s.
(39) Alberti Leandro,
Descrizione di tutta l’Italia, Venezia, 1588, p. 197-198.
(40) Volpi G., Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.
(41) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i Fragmenta del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Si veda sempre dello stesso autore ‘Antiquitate Italiae medii aevi’, Milano, 1741, Tomo IV, diss. XIX, col. 219 et seq., ‘Alphanus Archieps An. 1080′. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi, secondo cui è il Muratori che parla della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori, ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”.
(42) Ugone Abate di Venosa, Vitae quatur priorum abbatun Cavensium: Alferium, Leonis, Petris et Constabilis, manoscritto sulla vita di Pietro, verso il 1140, scritto in latino e tradotto in italiano dal Ridolfi sul finire del ‘500 (20). Si veda pure Guillame P., Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa.
(43) Romoaldo Guarna o Salernitano, Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani, si veda: Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Salerno, 1800, p…..
(44) Di Meo A., Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1803, Tomo VIII, p. 179 e s.; riguardo le notizie intorno al Vescovo Arnaldo, si veda: Di Meo Alessandro, che nel Tomo IX, p. 164 e s., dove, parlando dell‘”anno di Cristo 1110, IND. III. B.”, ci parla di dell’Ughelli (31) e dell’antico documento Normanno dove è citato il vescovo Paleocastrense Arnaldo.
(45) Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (42), venne pubblicato dal Guillaume (29).
(46) Pennacchini L.E.,
Pergamene salernitane, Salerno, 1941, p. 33 e s.
(47) Moliterni B., Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXXIX (2013), pp. 5-36.
(48) Vassalluzzo M., Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s.
(49) Guzzo A., Da Velia a Sapri, ed. Arti grafiche Palumbo e Esposito, Cava de’ Tirreni, 1978, p. 106.
(50) Santorio P. E., Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601, fol. 29, L’Antonini dice nelle sua nota (1) che dal Santorio: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”.
(51) Richard e Giraud, Dizionario universale delle Scienze Ecclesiastiche, opera compilata dai padri…, Napoli, 1848, ed. Stab. Tip. Batelli: su Policastro: p. 679.
(52) Antonini Giuseppe, La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.
(53) Follieri Enrica., ……………………….., stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988; si veda pure: Follieri E., Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997.
(54) Fittipaldi W., La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016
(…) Holstenius (Olstenio) Lucas, (
Note all’Italia antiqua di Cluverio (18)), Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc.., Roma, typis Iacobi Dragondelli, 1666 e altra edizione del 1624
, pp. 22 e 288. Luca Olstenio, in questo libro, a p. 22 e a p. 288, parla e commenta le pagine 1262 e 1263 del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse
l’Italia antiqua, che a p. 1263 parla di
‘Blanda oppidum’. Si veda pure: Almagià R., L’opera geografica di Luca Holsteno, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942
Nel 1416 la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo gli concesse i feudi di Lagonegro, Lauria, Rivello e Tortorella e l’anno successivo (1417) lo ammise tra i baroni del suo Consiglio[9]. “Barone ricco”[10], più volte prestò ingenti somme alla Corona. Betto era anche proprietario di galee da guerra, a cui la Regina Giovanna ricorse più volte, come nel 1420, quando dovette fronteggiare il rivale Luigi III d’Angiò-Valois (11). Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato, vescovo di Policastro, fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto di Principato (12) e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 210 e ssg., in proposito scriveva che: “Restò questa volta Lagonegro nel regio demanio dieci anni solamente, poichè, morto Ladislao nel 1414, e succedutagli nel trono di Napoli la sorella Giovanna II, costei, volendo mostrarsi generosa e magnanima, liberò i prigionieri e perdonò e reintegrò tutti i ribelli puniti da Ladislao. Fra questi fuvvi ‘Francesco Sanseverino’, figlio di Gaspare, al quale fu ridonata la Contea di Lauria e con essa l’Utile dominio di Lauria.”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: “Il 2° conte di Lauria Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404. Nel 1416 il feudo di Tortorella, insieme a quello di Rivello e ai castelli di Lagonegro e di Lauria fu venduto dalla regina Giovanna II al fidato conte di Policastro Betto de Principato (41).”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti-Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.
Il 7 marzo 1417, l’Abate Nicola, Archimandrita dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro fu eletto vescovo di Policastro
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 408, parlando del casale e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Ma già dopo il 1417, approfittando dell’infermità dell’abate pro-tempore, il vescovo della diocesi avocò la giurisdizione spirituale del casale e, contemporaneamente, il feudatario di Policastro usurpò quella temporale di S. Giovanni a Piro £ad abbatiam ipsam pertinens (…) et occupatus tenet fructus et redditibus”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 489 parlando di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Nel ‘400 già le notizie cominciano ad infittirsi. Il 7 marzo 1417 il capitolo di Policastro elesse vescovo l’archimandrita (14) Nicola del monastero di S. Giovanni a Piro, elezione che l’Ughelli (15) dice confermata da papa Martino V. Il 15 febbraio 1441 papa Eugenio IV elesse vescovo di Capaccio Masello Mirto (morto 1471) archimandrita del monastero di S. Giovanni a Piro. Il 3 novembre 1449, per ordine del papa Nicolò V (1447-1455) venne destituito l’abate di quel monastero perchè “publice fornicari etc….”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Sette furono gli Abati-Commendatori: – Un Abate Basiliano di questo Cenobio, Nicola, fu eletto Vescovo di Policastro nel 1417; gli successe Mons. Nicola Principato nel 1430.”. Il 7 marzo 1417 il capitolo di Policastro elesse vescovo l’archimandrita (14) Nicola del monastero di S. Giovanni a Piro, elezione che l’Ughelli (15) dice confermata da Martino V. Il 15 febbraio 1441 papa Eugenio IV elesse vescovo di Capaccio Masello Mirto (morto nel 1471), archimandrita del monastero di S. Giovanni. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (14), postillava che: “(14) Della dignità di archimandrita degli igumeni della badia di S. Giovanni a Piro si apprende dal Laudisio cit. p. 35 (p. 17 della nuova edizione cit.) ‘altera S. Johannis Baptistae, archimandritae S. Joannis ab Epyro subiectae’. Il Laudisio si riferisce alla grancia di Rivello, badia minore dipendente da S. Giovanni a Piro.”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (15), postillava che: “(15) Scrive l’Ughelli (Italia Sacra, VII: “XIV Episcopus Nicolaus Abbas Monasterij S. Joannis ad Pirum, Ordinis S. Basilij Policastrensis Dioecesis defuncto Roberto, a Capitulo electus est Episcopus anno 1417 septimo Kal. Martij, a Martino V confirmationem accepit. Cfr. Laudisio cit., p. 19: XIV Nicolaus abbas monasterij S. Johannis ab Epyro, Ord.s S. Basilii, episcopus an. 1417.”.
Nel 1418, il feudo di Policastro era posseduto da Carlo Carrafa
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, nel vol. I, a pp. 539-540, parlando di Policastro (attuale Policastro Bussentino), in proposito scriveva che: “Il feudo nel 1418 era posseduto da Carlo Carrafa (14), feudo confermato da re Ferrante nel 1461 che lo rivendette poi nel 1465 (ducati 5000)) al suo primo ministro Antonello de Petruciis, ecc…ecc…”. Ebner, a p. 539, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Reper. Quintern., ff 158-161: come appare in Archivio Regiae Diclae in Registro Ioanne scindae f. 262. Conferma (‘cum hominibus, vaxallis, iuribus’ ecc.. a Bartolomeo Carrafa da parte di re Ferrante nel 1461 (‘Quintern. div. 2° p. 856).”. Sui Sanseverino e sui Carafa ha scritto anche Carlo Pesce (…), nella sua ‘Storia della città di Lagonegro’. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 408, parlando del casale e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Ma già dopo il 1417, approfittando dell’infermità dell’abate pro-tempore, il vescovo della diocesi avocò la giurisdizione spirituale del casale e, contemporaneamente, il feudatario di Policastro usurpò quella temporale di S. Giovanni a Piro ad abbatiam ipsam pertinens (…) et occupatus tenet fructus et redditibus”.
Nel 26 ottobre 1422, la regina Giovanna II d’Angiò istituì la commissione davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli per giudicare il Conte di Lauria
Sempre riguardo l’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, popo aver detto del Laudisio (…) e delle notizie intorno a Roberto il Guiscardo, scriveva che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Il Di Luccia (…), postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Il Laudisio (…), citava il Marino Freccia (…), ovvero il suo: “De subfeudis”, in “dè Origine Baronum”,
(Fig…) Marini Frecciae, op. cit., p….
Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo commissionò una sua lettera in cui ordinava “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”.
Nel 26 agosto 1422, la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo conferma a Policastro diversi privilegi (scrive il Cataldo), mentre il Di Luccia afferma essere un ordinanza per la restituzione dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria
Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, nel Cap. IV, parlando del “III Stato di S. Giovanni a Piro – ove si discorre della sua Spirituale Giurisdizione”, sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, riportava il passo del documento scritto al tempo del Petrucci e scritto dalla Commssione della Regina Giovanna, il 26 agosto 1442 e a p. 76, in proposito scriveva che: “…, donde poi è venuta la totale perdida della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra, conforme si cava dal tenore delle infrascritt lettere, quando anche si considera che il Vescovo di Policastro incominciò ad usurpare la Giurisdizione Spirituale suddetta in congiuntura, che il Padre Nicola Abbate della nostra Abbadia fù assunto al detto Vescovato, come vuole l’Ughellio nel tomo 7. della sua Italia da noi addotto di sopra e ne prese la cura per l’infermità del Abate suo successore, come si cava da commissione data dalla Regina Giovanna Seconda sotto il 26. Agusto 1422. al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, che così ne parla: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”.
(Figg…) Di Luccia (…), pp. 75-76-77 e s.
Il Di Luccia (…), a p…. scrive che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, commissionò “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. 77, cita l’antico documento del 26 agosto 1422 con cui la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, ( il Cataldo scrive che con tale documento concedeva dei privilegi alla città di Policastro e scriveva che detto documento era tratto da: “conforme più ampiamente si vede dal fogl. 97. e 98. del Processo del 1567. del S.R.C. per l’atti di Caro più volte da noi addotto.”), mentre il Di Luccia (…), lo riporta scrivendo che con tale documento la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo diede la commissione “al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, ecc…”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. …riporta il documento del 26 agosto del 1442, in cui, la regina Giovanna II d’Angiò Durazzo, scriveva al Giustiziere del Regno che doveva far restituire i frutti ed i benefici della chiesa di Policastro usurpati dal Conte di Lauria. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo. – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”. In questo caso però devo segnalare che sul dattiloscritto del Cataldo a p. 44 vi è un errore di trascrizione in quanto non si tratta di un documento del 26 agosto 1442 ma del 26 agosto 1422. Infatti, sempre il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a pp. 134 e seg. riporta il documento del 26 agosto 1422 e scriveva in proposito: “E) – Privilegi concessi alla Città di Policastro da Giovanna II° d’Angiò – Durazzo, Regina di Napoli nell’anno 1422. – “Joanna Secunda Regina, cum Magnifico Viro Mag.ro Rust.lio Regni nostri Siciliae, eiusque ecc…”, di cui a p. 138, alla fine del documento, il Cataldo scrive che: “Dato nel Borgo di Castiglione di Gaeta per mano del Magnifico Cristoforo Gaetano Soldato Luogotenente e Protonotario del Nostro Regno di Sicilia per mezzo dell’affine Collaterale Consigliere e nostro diletto fedele, l’anno del Signore 1422, il giorno 26 del mese di agosto, 15° indizione, anno nono del nostro regale = Angelillo = Io Annibale De Masto Giudice Archivista Regio sottoscritto.”. Sempre il Cataldo in proposito al documento del 1422 scriveva che: “Questo documento antico del sec. XV contiene i privilegi reali concessi alla Città di Policastro, al Vescovado e alla Chiesa Cattedrale, in grazia dei quali tutti i beni ecclesiastici e loro legittimi possessori andavano difesi dagli abusi, violenze e prepotenze dei vari Conti di questa Città, che ne soffriva da tempo immemorabile. Di questo ufficiale documento furono stese varie copie negli anni e nei secoli successivi, perchè fossero conosciute ed attuate dai Signori feudatari. Fra le più note ricordiamo quella spedita, “da mandato regio”, il 26 febbraio 1547 da Lattanzio Cacciatore di Napoli, dietro intimazione del Reg. Port. Giovanni Battista Castelletto del I° marzo 1547 al M. Marco Antonio Pisciolo, ben ricevuta ed accettata secondo la testimonianza di Girolamo Certa.”. Poi il Cataldo, prosegue il suo racconto sulle cause intentate dal vescovado contro i conti Carafa e di Lauria nel secolo XVI. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Dal Di Luccia (…), inoltre si rileva che, il documento in questione è stato tratto dal Processo di de Caro del 1567 di cui parlo in un altro mio scritto che riguardava i Conti Carafa.
Nel 1426, l’Abate di Grottaferrata Francesco Mellini
Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda le grange dell’Italia meridionale, non è inutile ricordare che esse entrarono presto a far parte del patrimonio della Badia e furono incrementate nel 1131 quando la Badia ottenne da Ruggero II il baronato di Rofrano (110). Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111).”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (110) postillava che: “(110) Follieri 1988, vedi anche App. (25) ivi”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (111) postillava che: “(111) Nel mese di ottobre del 1426, come viene ricordato nella ‘Platea’, c. 56r, ‘ivit personaliter’”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (112) postillava che: “(112) Nel crisobollo di re Ruggero viene menzionata la grancia ‘Sancti Nicolai de Benevento’ non attestata in altre fonti. Cfr. Follieri 1988, pp. 64-75.”.
Nel 1426, il monastero e la grangia di S. Matteo di Policastro e la visita di Francesco Mellini, abate di Grottaferrata
Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 37, in proposito scriveva che: “Dalla ‘Platea’ apprendiamo, inoltre, che nel settembre del 1426 l’abate Francesco “ivit personaliter” nella città di Policastro per recuperare la grangia del monastero di S. Matteo “situm in porta dicte civitatis” (13).”. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (13) postillava che: “(13) ‘Platea’, c. 56r.”. Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nella città di Policastro vi era la grangia del monastero di San Matteo, sito presso la porta della città (c. 56r). Nel settembre del 1426 l’abate Francesco Mellini ne riconobbe il diretto ‘dominum’ all’abbazia, ma dispose che essa rimanesse a tal ‘domina Mathea’ dietro corresponsione di tre libbre di cera all’anno per tutta la sua vita e che, alla sua morte, la grangia passasse a suo nipote dietro pagamento annuo, però, di due ducati aurei.”. Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111).”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (111) postillava che: “(111) Nel mese di ottobre del 1426, come viene ricordato nella ‘Platea’, c. 56r, ‘ivit personaliter’”.
Nel 1430 (?), Polissena de Principato e Arteluche d’Alagonia, conti di Policastro
Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: “Dopo la morte di Betto la contea di Policastro fu ereditata dalla figlia, Polissena de Principato, che sposò il conte di Concurre e Agnate Arteluche d’Alagonia, il quale divenne quindi anche conte di Policastro.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federico Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti-Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”. Da Wikipedia leggiamo che la Contea di Policastro fu retta da Arteluche d’Alagonia (fino al 1443), conte di Agnate, conte di Councurre e signore di Mérargues (2). Wikipedia alla nota (2) postillava: “Dominique Robert de Brianson, L’état et le nobiliaire de la Provence, v. I, Parigi, 1693, p. 263.”.
Nel 1430, Nicola Principato Vescovo di Policastro
Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato (… – …; fl. 1430-1438) è stato un vescovo cattolico italiano della diocesi di Policastro. Fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto de Principato fu vescovo di Policastro dal 1430 al 1438 (12), e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Nicola Principato fu nominato vescovo di Policastro nel 1430. Di lui si sa solo che, con il consenso del capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò l’amministrazione della parrocchia di Santa Barbara di Rivello alla chiesa madre della stessa città (….). Wikipedia nella nota (1) postillava: “(1) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della diocesi di Policastro, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1976, p. 76″. Wikipedia alla nota (12) postillava: “(12) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, p. 76.”. Il sacerdote Giovan Battista Pacichelli (….), , nel 1701, nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che: “Vasta però è la Diocesi, diffusa in 24 Terre, delle quali molto nobile, e illustrata fù dalla Porpora Cardinalizia, in persona della mem. glor. del ‘Cardinal Brancati’, è quella di Lauria, che non invidia qualche Città: alla quale dell’honore segue Rivello, che apre due Parrocchie, l’una di Cerimonie Greche, l’altra di Latine, giunta la mischianza non confusa delle Anime. Vi hanno ancor luogo Badie Concistoriali, dipendenti dalle Basiliche, Vaticana, e di Liberto.”. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro etc…”, a p. 76 (vedi Sinossi a cura di G.G. Visconti), in proposito scriveva che: “XV. Nicola Principato, nominato vescovo di Policastro nel 1430. Questo vescovo, con il consenso del Capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò anche l’amministrazione dell’altra parrocchia dedicata a S. Barbara, pure di Rivello, alla chiesa madre della stessa città.”.
Nel 3 settembre 1434 la sentenza e nel 25 ottobre 1434 la condanna dell’Abate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, delegato del Vescovo di Policastro per la tenuta di “Cannamaria” che condannava l’Abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero anzidetto (1615). Nel giudizio, il seminario si avvalse della sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’abate del monastero di S. Maria di Gottaferrata di Rofrano (32). All’annessione del monastero di S. Mercurio si oppose l’università di Roccagloriosa che, nell’impossibilità di continuare la lite, cedette la facoltà di recupero del benefizio al barone Francesco d’Afflitto. Il vescovo di Policastro delegò quello di Marsico a decidere sulla lite. Questo vescovo stabilì (22 febbraio 1657) che poichè non era sicuro l’asserito jus patronato dell’università …..”. Ebner, a p. 435, nella nota (31) postillava che: “(31) Cfr. la Tav. 21 in Ebner, Economia e Società, cit. II.”. Infatti, Ebner, nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p……, propone la Tav. 21 dove è illustrato “21. Rofrano. Pianta dei molini, trappeti e fiumi”. Nel vol. II troviamo anche un’altro disegno manoscritto “22. Rofrano: Delimitazione del territorio compilata (1822) su documenti del 1547”. Ebner, a p. 435, nella nota (32) postillava che:“(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre posseduto dai monaci, come si rileva da una sentenza (25 ottobre 1434) dell’abate di S. Giovanni a Piro (6). Ecc..”. Pietro Ebner, a p. 432, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Ebner, Ibidem, I, p. 497, n. 4”. Però l’Ebner, nello stesso testo, vol. I, a p. 497, non dice nulla in proposito ma parla di Altavilla. Ebner, nella sua nota (6) si riferiva al suo testo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, dove, infatti, a p. 497 parlando degli “Statuti di Rofrano”, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre tenuto dall’Abbazia di Grottaferrata (4), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa e Sanseverino (di Centola) etc…..Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello.”. Ebner, nel vol. I, a p. 497, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Il 25 ottobre 1434, per sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro (“sententiamus, determinamus, decidemus et definemus ac condemnamus, de concilio multorum peritorum, ut supra dictum Abatem monasterii S. Mariae Gruttae Ferratae contumacem), l’abbazia di Grottaferrata venne condannata (ac homines universitatis Cagnamario) a pagare alla badessa del convento di S. Mercurio di Roccagloriosa ogni Natale ‘uncian in carolenis argenti boni et iusti ponders, sexaginta pro uncia et duobus pro tareno’.”. Nel 1434 nacque una lite o controversia a causa della tenuta allodiale del Centaurino. Nell’Archivio di Stato di Napoli vengono conservati gli atti del processo sorto nel 1434 tra l’Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e l’Abbadessa del monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa. Per questa lite, il Vescovo di Policastro dell’epoca, Mons…………………… nominò suo delegato e giudice l’Abate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro che il 3 settembre 1434 emise la sentenza ed il 25 ottobre 1434 emise la condanna per l’Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano. Secondo gli atti del processo, l’Abbadessa del Monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa, a mezzo del suo procuratore legale, Notaio Tommaso de Franco, convenne in giudizio l’Abate di Rofrano davanti all’Abate del Monastero di S. Giovanni a Piro, delegato per la controversia dal Vescovo di Policastro dell’epoca. Nel testo conservato presso l’Archivio Diocesano di Policastro “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti Nella Corte id Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Consigliere Comm. De Micco” pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il Comm. De Micco (….) nella sua predetta Relazione (….), in proposito scriveva che: “Tra i coloni e fittaioli della indicata tenuta ‘Cannamaria’, oggi ‘Centaurino’, vi fu pure l”Abate di Grottaferrata’ con gli ‘uomini del vicino paese di Rofrano. Questi coloni presero a coltivare la ‘parte della tenuta più prossima al loro tenimento’, con l’obbligo di corrispondere un ‘oncia’, ossia carlini d’argento 60 con scadenza a 25 dicembre di ciascun anno. Però essendosi resi morosi al pagamento, furono dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco convenuti in giudizio innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’, il quale, in vista dell’evidenza delle prove, con sentenza del 25 ottobre 1434 emise la relativa condanna. Giova quì appresso riportare alcuni brani di tale sentenza estratta del pari del Grande Archivio del Regno.”. La relazione del commendatore De Micco (….) che fu redatto per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro), a pp. 69-70, riferendosi all’atto del 7 aprile 1133, stipulato dai nipoti eredi del visconte Mansone, in proposito scriveva che: “veniva nel giudizio solenne del 1434, circa cinque secoli indietro, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – ‘prout in quondam privilegio testamenti seriosius continetur’ – ; ecc…”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……Ecc..”.
(Fig…..) Estratto della Sentenza di condanna nei confronti di alcuni coloni e affittuari di Rofrano del 25 ottobre 1434, convenuti in giudizio dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’ (estratta del pari del Grande Archivio del Regno) e, pubblicata nella Relazione del De Micco (20).
Il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (…), da p. 113 a p. 121, nel Cap. XII, ‘Della Bonatenenza‘, ci parla del titolo di Rofrano.
1435 – muore Giovanna II d’Angiò – Durazzo
Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.
Dal 1435 al 1432, Renato di Valois-Angiò
Renato di Valois-Angiò, noto come Renato I di Napoli, detto il Buono (Angers, 16 gennaio 1409 – Aix-en-Provence, 10 luglio 1480), fu Duca d’Angiò e Conte di Provenza e di Forcalquier dal 1434, Duca di Bar dal 1430, e Duca di Lorena dal 1431 al 1453 come consorte di Isabella di Lorena. Fu anche Re di Napoli dal 1435 al 1442, anno della sua deposizione e cacciata dal Regno per mano di Alfonso V, re d’Aragona. Fu inoltre Re titolare di Gerusalemme dal 1438, Re titolare d’Aragona (con incluse Sicilia, Sardegna, Maiorca e Corsica) dal 1466, e, dopo la sua deposizione, anche Re titolare di Napoli dal 1442. Suo fratello Luigi III era stato designato come erede del Regno di Napoli dalla regina Giovanna II, ultima degli Angiò-Durazzo; tuttavia questi morì prima della regina, nel 1434, e tutti i titoli passarono a Renato. Fu per questo motivo che Renato divenne il primo, ma anche l’ultimo, re di Napoli della dinastia dei Valois-Angiò.
Nel 1442 o 1443 (?), Arteluche d’Alagonia, consorte di Polissena de Principato e conte di Concurre e Agnate e di Policastro si trasferì in Francia al seguito del re Renato I d’Angiò-Valois
Da Wikipedia leggiamo che Arteluche d’Alagonia, moglie vedova di Benedetto o Betto di Principato, conte di Policastro e principe di Lipari, nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza[14]. Wikipedia alla nota (14) postillava: Dominique Robert De Briancon, L’etat de la Provence, vol. 1, Parigi, 1693, p. 263. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: “Nel 1443, con la caduta della dinastia angioina, il conte di Policastro e la consorte seguirono in esilio il re Roberto d’Angiò. Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino etc….”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti-Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(2) Troyli Placido Abate, Istoria Generale del Reame di Napoli, Napoli, 1747, tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, parla di ‘Busento’ e della Bolla di Alfano I di cui nella nota (g), dice: ‘Alfano in Epistola Pastoralis’. Vedi pure: Paolo Diacono, Historia, miscel-lanea, Lib. XIII. Si veda pure: Troyli Placido Abate, op. cit. tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135. Il Laudisio (4), dice che l’antico documento è citato dal Troyli, “Troyl., cit., tom. 1, part. 2, pag. 135″ (il Troyli (op. cit., tomo I, parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi manoscritti rapportata“).
(3) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952.
(4) Natella P., Peduto P., ‘Pyoxus – Policastro’, stà nella rivista “L’Universo”, ed. I.G.M., 1973, , Anno LIII, n. 3, Firenze, pp. 508 e p. 510, 512 si riferisce alla notizia dataci dal Volpe, op. cit. (6). Si veda anche Porfirio (18).
(5) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (…) e, in particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano, la cita allo stesso modo del Mannelli (17), riportandone solo l’intestazione; si veda pure dello stesso autore: Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano. Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385. ;
(6) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ri-postes, Cap. X, da p. 113, 120. Si veda pure p. 132 e p. 137, dove il Volpe parla del Porto di Sapri. Si veda pure: De Giorgi, Guida dell’Italia.
(7) Gregorio Magno papa, Epistola II, 42 o 43 (?), datata Luglio 592, stà in Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae ‘Registrum epistolarum’; oppure si veda: Ebner P., op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Stà in Barni G., I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, pp. 383-384
(8) Barni G., I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Du- chesne, stà in Barni G., I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383;
(9) Ravegnani G., I bizantini in Italia, Ed. il Mulino, 2004, pp. 146 e si veda pure: Ostrogorsky G., Storia dell’Impero bizantino, Einaudi, 1968.

(10) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos his-torico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831. Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda in proposito anche Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976. Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p. 13 (testo in latino) e pp. 70-71 (la traduzione del Visconti del testo in latino). Il Laudisio, nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota (36)), dice che la Bolla di Alfano è citata in: “P. Manell., Note Lucane”; in “Const. Gat., Mem. Luc., cit., cap. 2, pag. 34′ ecc..
(11) Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581.
(12) Cappelletti G., Le chiese d’Italia dalle loro origini fino ai nostri giorni, Venezia, Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 328-329 e 367-377. Lettera del pontefice (Quoniam Velina) riportata da Cappelletti. Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» Paul Kehr (Italia Pontificia, VIII, p. 370).
(12) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377. Si parla della Chiesa Paleocastrense e vi sono accenni a Pietro da Salerno. Egli cita l’Ughelli, op. cit. (18), che pubblicava lettere e titoli dell’epoca in cui si parla di Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis'”. Riguardo i vescovi successori di Pietro a Policastro, il Cappelletti, parla di Arnaldo “non si sa in quale anno”
(13) Lanzoni F., Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323.
(14) Duchesne L., Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (8), da pagg. 361 a 390 (a noi interessa p. 383).
(15) Paul Fridolin Kehr, Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, p. 370; Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 ( rist.), pp. 371-372, oppure ed. Berolini, 1935, p. 371. Riguardo questo periodo e a Policastro, gli studiosi Natella e Peduto (2), sulla scorta del Keher (vedi nota 70 che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I).
(16) Tortorella A., Breve cronografia ragionata della diocesi di Teggiano-Policastro, Annuario diocesano 2004-2005, pp. 25–32.
(17) Fraikin J., v. Agropoli, stà in Dictionaire d’Histoire et de Geographie ecclesiastiques, vol. I, Parigi 1909, col. 1046.
(18) Porfirio P., Policastro, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539.
(19) Borsari S., Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in Archivio storico per le Provincie Napoletane, Napoli, 1950-1951, p. 2.
(20) AAVV, Calabria bizantina, aspetti sociali ed economici, Atti del terzo incontro di studi bizantini, ed. Parallelo 38, Reggio Calabria, 1978.
(21) Douglas Norman,
Vecchia Calabria (Old Calabria), ed. La Conchiglia, 1915.
(22) Questo documento proviene da un’antica pergamena della Chiesa Arcivescovile di Salerno d’onde fu tratta copia e autenticata il 14 Ottobre ‘1737 e conservata presso l’Archivio Arcivescovile di Policastro e citata anche da Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., ed di Storia e Letteratura, Roma, XII, 3, 1976, pp. 70, 72 e citata anche da Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, vol. II, pp. 591, 592.
(23) (Figg. 4-5-6) “Restaurazione della Diocesi di Policastro, centri che la costituiscono, confini, beni.”, o la nota lettera episcopale detta “Bolla di Alfano I”, datata anno 1079 – lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I. L’esemplare conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, così di seguito collocata: “Sezione Documenti antichi, Cartella I, dalle origini al 1400” (secondo quanto ci ha riferito l’attuale Bibliotecario D. Pietro). L’Ebner (11), colloca l’esemplare (forse quello conservato all’Archivio Diocesano di Salerno): “bolla a. 166 /67”. L’antico documento, è citato in Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 (rist.), pp. 371-372. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno ‘Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss., V, col. 219 e seq. “Alphanus Archieps An. 1080.”. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i Fragmenta del Codice Amalfitano, dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.“. Per la sua copia conservata all’ADP, si veda anche Laudisio N.M., op. cit. (4), nota (35) del testo del Visconti, p. 13 (testo in latino) e pp. 70-71 (la traduzione del Visconti del testo in latino). Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda pure Porfirio P., ‘Policastro’, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539. Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s.; Archivio dell’Abbazia della Ss. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.; Annales cavenses, a cura di F. delle Donne, Roma 2011, pp. 36-45, sub ann. 1097, 1106, 1110, 1118, 1123. P. Guillame, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371; P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in Scritti in memoria di Leopoldo Cassese, Napoli 1971, pp. 3-32; Id., Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma 1979, pp. 243 s.; G. Vitolo, Cava e Cluny, in L’Italia nel quadro della espansione europea del monachesimo cluniacense. Atti del Convegno internazionale di storia medioevale (Pescia… 1981), Cesena 1985, pp. 199-220, stampato anche in G. Vitolo – S. Leone, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del Codex diplomaticus Cavensis, Salerno 1983, pp. 35-44; H. Houben, L’autore delle Vitae quatuorum priorum abbatum cavensium, in Studi medievali, s. 3, XXVI (1985), pp. 871-879 poi ristampato in Medioevo monastico meridionale, Napoli 1987, pp. 167-175; G. Vitolo, La badia di Cava e gli arcivescovi di Salerno tra XI e XII secolo, in Rassegna storica salernitana, VIII (1987), dicembre, pp. 9-16; M. Galante, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; J.M. Sansterre, Figures abbatiales et distribution des rôles dans les Vitae quatuorum priorum abbatum Cavensium (milieu du XII siècle), in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age, CXI (1999), 1, pp. 61-104; V. Loré, Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151; B. Moliterni, Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXXIX (2013), pp. 5-36 (27). La copia più antica dell’originale della Lettera Pastorale di Alfano I è del XII sec., ed è conservata nel Manoscritto Vaticano Patetta (coll.: Ms. vat. Patetta 1621) e, risale già al XVIII secolo (Fig. 8). Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s., che si può consultare e scaricare gratuitamente collegandosi al sito della Biblioteca Apostolica Vaticana: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Patetta.1621.
(24) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e, vedi p. 375 e s. Si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, op. cit. (5), nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.
(25) Sulla ‘Carta Pisana’, si veda lo studio quì pubblicato: “Sapri nella carta Pisana del 1290 c.”
(26) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323.
(27) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, inedito conservato nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, 1891, pag. 153. Il mano-scritto del Mannelli viene citato anche dal Natella e Peduto, in Pyxous-Policastro, op. cit. , p. 486, e dice: “Lucania sconosciuta, ms in Biblioteca Nazionale di Napoli, XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Arturo Didier, scriveva in proposito: ” la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un illustre dianese, Luca Mandelli, mona-co agostiniano. Egli, grande erudito, iniziò a descrivere il territorio lucano cominciando dai paesi costieri, poi si inoltrò nelle zone interne fino a raggiungere il Vallo di Diano, dove riu-scì a descrivere, via via, la Valle, Polla, Atena e Diano. Finito di scrivere il profilo storico del suo paese natale, il Mandelli morì nel 1672. La sua opera, “Lucania sconosciuta”, rimasta incompiuta, è conservata manoscritta (oltre seicento fogli vergati con una scrittura fitta e non sempre chiara e leggibile) nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Io ho avuto l’onore e il piacere di trascriverne tutta la parte riguardante il Vallo di Diano e pubblicarla nel mio libro “Diano, città antica e nobile”, nel 1997.”. Di Luca Mandelli ne parla Vittorio Bracco, Padula, ed. Cantelmi, Salerno, 1976, nel libro che mi fu donato da Gerardo Ritorto, a p. 520 e 521, nelle sue Note dice che si era imbattuto nel manoscritto e che “la vera grafia del cognome era Mandelli, che è quella segnata nel catalogo dei manoscritti della Biblioteca Nazionale di Napoli, dove l’opera è conservata e che abbiamo creduto di voler ripristinare”. Poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, La Lucania, manoscritto anteriore al 1672, Na-poli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit. dice nella sua nota 59 a propo-sito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Si veda pure: Costantino Gatta, La Lucania illu-strata, Napoli, Antonio Abri, 1723. Frammenti del manoscritto intitolato la ‘Lucania sco-nosciuta’ del P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine è conservato Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700 [Manus] [manoscritto] [manus:0000178652-12]. Si veda pure: Gaetani Rocco, L’antica Bussento og-gi Policastro Bussentino e la sua prima sede episcopale: studio storico critico del sacerdote Rocco Gaetani, Roma, ed. A. Befani, 1882. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, No-tizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli/pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Strazzullo Franco, La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli, es-tratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976. Lo Strazzullo, a p. 294, ci parla del testo di Padiglione C., La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Martino in Na-poli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati, Napoli, 1876, che a pag. 261-263, riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Fram-menti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli del-l’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’is-tesso Ordine (21) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio, nella sua Synopsi ecc.., (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane” Sem-pre il Laudisio, nelle sua nota 36, afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”.
(29) Guillaume P., l’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, Cava dei Tirreni, 1876. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (19), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (19), venne pubblicato dal Guillaume (2). Si veda pure: Shipa M., Storia del Principato longobardo di Salerno, sta in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane, 12, 1887. Si veda pure: Natella P., Peduto P., ‘Pyoxus – Policastro’, stà in “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1973, Anno LIII, p. 512. Riguardo questo periodo e a Policastro, gli studiosi Natella e Peduto (2), sulla scorta del Keher (7) (vedi nota (70) che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I). Pietro Ebner, op. cit. (5), nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.
(30) Mazziotti M., La baronia del Cilento, Libreria Antiquaria Editrice di W. Cesari, Testaferrata, 1972 (ristampa), p. 114.
(31) Ughelli F., Italia sacra sive de Episcopi Italiae et Insularum, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum), a p. 533 e s. cita l’Arcivescovo di Salerno Alfano (‘9- Alphanus’) e, da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi e dei Vescovi (Episcopi) di Bussento e di ‘Paleocastren’. Riguardo il vescovo Arnaldo, successore di Pietro, ne parla a p. 789 e s. e per tutti i suoi successori.
(32) Acocella N., Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI), stà in Rassegna storica Salernitana, Anno XXIII, Salerno, 1963, parte II, p. 6.
(33) Tancredi L., Sapri giovane e antica, ed. Parallelo, Villa S. Giovanni, 1985, Cap. X, Doc. nn. 1-2, pp. 275 – 277
(34) Moliterni B., Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXXIX (2013), pp. 5-36.
(35) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., o- pera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Il Laudisio, nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota (36)), dice che la Bolla di Alfano è citata in “Const. Gat., Mem. Luc., cit., cap. 2, pag. 34”.
(36) Paolo Diacono,
Historia Longobardorum,
(37) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.
(38) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571; il Gaetani dice si veda Libro 2, Cap. 2, oppure libro II, part. I, p. 136 e s.
(39) Alberti Leandro,
Descrizione di tutta l’Italia, Venezia, 1588, p. 197-198.
(40) Volpi G., Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.
(41) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i Fragmenta del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Si veda sempre dello stesso autore ‘Antiquitate Italiae medii aevi’, Milano, 1741, Tomo IV, diss. XIX, col. 219 et seq., ‘Alphanus Archieps An. 1080′. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi, secondo cui è il Muratori che parla della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori, ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”.
(42) Ugone Abate di Venosa, Vitae quatur priorum abbatun Cavensium: Alferium, Leonis, Petris et Constabilis, manoscritto sulla vita di Pietro, verso il 1140, scritto in latino e tradotto in italiano dal Ridolfi sul finire del ‘500 (20). Si veda pure Guillame P., Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa.
(43) Romoaldo Guarna o Salernitano, Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani, si veda: Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Salerno, 1800, p…..
(44) Di Meo A., Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1803, Tomo VIII, p. 179 e s.; riguardo le notizie intorno al Vescovo Arnaldo, si veda: Di Meo Alessandro, che nel Tomo IX, p. 164 e s., dove, parlando dell‘”anno di Cristo 1110, IND. III. B.”, ci parla di dell’Ughelli (31) e dell’antico documento Normanno dove è citato il vescovo Paleocastrense Arnaldo.
(45) Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (42), venne pubblicato dal Guillaume (29).
(46) Pennacchini L.E.,
Pergamene salernitane, Salerno, 1941, p. 33 e s.
(47) Moliterni B., Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXXIX (2013), pp. 5-36.
(48) Vassalluzzo M., Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s.
(49) Guzzo A., Da Velia a Sapri, ed. Arti grafiche Palumbo e Esposito, Cava de’ Tirreni, 1978, p. 106.
(50) Santorio P. E., Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601, fol. 29, L’Antonini dice nelle sua nota (1) che dal Santorio: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”.
(51) Richard e Giraud, Dizionario universale delle Scienze Ecclesiastiche, opera compilata dai padri…, Napoli, 1848, ed. Stab. Tip. Batelli: su Policastro: p. 679.
(52) Antonini Giuseppe, La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.
(53) Follieri Enrica., ……………………….., stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988; si veda pure: Follieri E., Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997.
(54) Fittipaldi W., La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016
(…) Holstenius (Olstenio) Lucas, (
Note all’Italia antiqua di Cluverio (18)), Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc.., Roma, typis Iacobi Dragondelli, 1666 e altra edizione del 1624
, pp. 22 e 288. Luca Olstenio, in questo libro, a p. 22 e a p. 288, parla e commenta le pagine 1262 e 1263 del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse
l’Italia antiqua, che a p. 1263 parla di
‘Blanda oppidum’. Si veda pure: Almagià R., L’opera geografica di Luca Holsteno, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942