Dal 1154 al 1161, Simone di Taranto, conte di Policastro, figlio di Ruggero II

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la  ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta  chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. In questo mio saggio mi occupo ed approfondisco una notizia che riguarda la Contea di Policastro ai tempi di re Guglielmo I di Sicilia detto il “Malo”, ed in particolare ad un “Simone, Conte di Policastro”, figlio illegittimo ma naturale di Ruggero II d’Altavilla, i futuro re di Sicilia, che fondò il Regno di Napoli. Dunque, questo “Simone” dovrebbe essere un fratellastro di re Guglielmo I detto il Malo, entrambi figli di re Ruggero II (detto il Normanno). Le cronache ci parlano di un Simone conte di Policastro. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi etc…”, a p. 74 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Il re Ruggero, fondatore di questo nostro regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò al rango di contea e la donò al suo figlio illegittimo Simone; nello stesso tempo concesse al vescovado il feudo di quel castello che da lui fu detto Castel Ruggero, Come risulta poi da un antico manoscritto, poichè in un bosco adiacente si vedevano molto spesso degli orsi nelle vicinanze di una torre che vi era eretta, il luogo cominciò ad essere frequentato dai coloni che vi andavano a caccia, e così a poco a poco quel feudo da rustico divenne urbano e prese il nome di Torre Orsaia.”. Chi era questo Simone, Conte di Policastro ?

Nel 1154, re Guglielmo I di Sicilia detto il “Malo”, Simone suo fratellastro e la contea di Policastro

Da Wikipedia leggiamo che Davide Abulafia (….) scriveva di Guglielmo che: “«Guglielmo I (detto il Malo), successore di Ruggero, trascorse la maggior parte del suo periodo di regno in Palermo, e la maggior parte delle sue giornate – come sussurravano le malelingue – nei giardini e negli harem del suo palazzo. La presenza fisica del sovrano in Sicilia consentì perciò l’evolversi di un sistema amministrativo alquanto diverso, impostato su fondamenta ad un tempo arabe e bizantine».”. Guglielmo I di Sicilia, detto il Malo (Palermo o Monreale, 1120 – Palermo, 7 maggio 1166), discendente degli Altavilla, è stato un Re di Sicilia dal 1154 al 1166. Quarto figlio di Ruggero II e di Elvira di Castiglia, Guglielmo fu dal 1151 coreggente e quindi re di Sicilia alla morte del padre nel 1154. Successe direttamente al padre essendo morti i suoi fratelli maggiori. Cresciuto ed educato nella sfarzosa corte di Palermo, subì moltissimo l’influenza della cultura araba diffusa nell’isola e, una volta salito al trono, aggiunse alle sue titolature anche il laqab arabo di al-mustaʿizz bi-llāh («che invoca il potere a Dio»). Non rinunciò a dedicarsi alle delizie e agli agi di cui poteva disporre e trascurò così le cose del Regno, affidandone la gestione a persone di fiducia: tra queste Maione di Bari che egli nominò amiratus amiratorum (emiro degli emiri), una specie di Primo ministro plenipotenziario. Dovette però presto affrontare una difficile situazione politica a causa della minaccia dell’Impero germanico, portata dal Barbarossa, di quella dell’impero di Bisanzio portata da Manuele I Comneno e da quella del papato retto da Adriano IV. All’interno dovette anche affrontare le insidie dei baroni avversi all’assolutismo stabilito da Ruggero II. Probabilmente debilitato da una malattia (o forse, come sostengono i suoi detrattori, distratto dalle mollezze di corte), trascurò inizialmente i pericoli e le minacce portate al suo regno. Pietro Giannone, nel suo Istoria civile del Regno di Napoli (…), a p. 173, riferendosi a re Ruggero II (padre del futuro re Guglielmo I), in proposito scriveva che: Simone, al quale il padre lasciò in testamento il Principato di Taranto; ma il Re Guglielmo suo fratello glie lo tolse, e gli diede il Contado di Policastro.”. Infatti, sempre da Wikipedia leggiamo che quando nel 1154 morì Ruggero II di Sicilia, il Regno di Sicilia passò a Guglielmo, quartogenito del re. Questo depose Simone sostenendo che Taranto era troppo importante per essere governata da un figlio illegittimo e diede il principato al figlio Guglielmo. E’ probabile che questo Simone, sia Simone Conte di Policastro, detto il ‘Connestabile’ e, vissuto al tempo di re Guglielmo I detto il Malo (anche questo figlio di re Ruggero II). Da ciò deduciamo che se Simone era figlio illegittimo di re Ruggero II, doveva essere anche fratellastro di re Guglielmo I detto il Malo, pure figlio (legittimo) di re Ruggero II. Pietro Giannone ci dice pure che il padre a questo Simone lasciò il Principato di Taranto” e, aggiunge pure che il Principato di Taranto  “ma il Re Guglielmo suo fratello glie lo tolse, e gli diede il Contado di Policastro.”, ovvero che il suo fratellastro, Guglielmo I detto il Malo che successe al padre Ruggero II, tolse il Principato di Taranto a Simone donandogli la contea di Policastro. Secondo Wikipidia, un Principe di Taranto fu Enrico, fratellastro di Guglielmo I detto il Malo. (ca. 1130 – prima del 1145), principe di Taranto. Da Wikipidia alla voce “Principato di Taranto” leggiamo che: “1144 – Simone, figlio di Ruggero II, diventa Principe di Taranto quando suo fratello Guglielmo diventa Principe di Capua e duca di Puglia;”. Dunque, da Wikipidia leggiamo che questo Simone è “Simone di Taranto”. Da Wikipia leggiamo che Simone era un figlio naturale di Ruggero II di Sicilia. Nel 1148 ricevette dal padre il Principato di Taranto, che era in precedenza del fratello Guglielmo che ricevette il Principato di Capua in seguito alla morte di Alfonso (1144). Quando nel 1154 morì Ruggero II di Sicilia, il Regno di Sicilia passò a Guglielmo, quartogenito del re. Questo depose Simone sostenendo che Taranto era troppo importante per essere governata da un figlio illegittimo e diede il principato al figlio Guglielmo. E’ probabile che questo Simone, sia Simone Conte di Policastro, detto il ‘Connestabile’ e, vissuto al tempo di re Guglielmo I detto il Malo (anche questo figlio di re Ruggero II). Da ciò deduciamo che se Simone era figlio illegittimo di re Ruggero II, doveva essere anche fratellastro di re Guglielmo I detto il Malo, pure figlio (legittimo) di re Ruggero II. Su “Simone d'”, leggiamo dalla Treccani on-line che Simone d’Altavilla, era figlio naturale di Ruggero II, ottenne, alla morte del padre, il principato di Taranto. Ciò suscitò il risentimento del fratellastro Guglielmo I, il quale, valendosi del suo potere sovrano, non eseguì la volontà del padre defunto, adducendo che Simone, come illegittimo, non poteva occupare un feudo così importante. L’arbitrio compiuto nei suoi riguardi eccitò in Simone un profondo odio contro Guglielmo I, ed egli non aspettò che la prima occasione per vendicarsi, tanto da entrare nella congiura organizzata da Matteo Bonello (1161), divenendone in breve uno dei capi. Il 29 marzo fu lui a condurre i congiurati alla presenza del re e a trarlo prigioniero. Egli aspirava a salire sul trono, e intorno a lui si formò un partito, capeggiato da Gualtiero Offamilio (Walter of Mill), che sostenne la sua candidatura. Ma questa, come le altre, cadde quando Guglielmo, liberato, riprese il potere ed iniziò la repressione. Simone si rifugiò a Caccamo con Matteo Bonello e alcuni congiurati e nelle trattative per la pace, che i ribelli avviarono con Guglielmo, Simone fu sacrificato e costretto all’esilio. Le Chronache del tempo, al tempo delle congiure contro re Guglielmo I detto il Malo, re del Regno di Sicilia, ci parlano del principe Simone, Conte di Policastro e Connestabile del Regno. Simone insieme a Matteo Bonello partecipò alla sanguinosa rivolta di Palermo del 1160: Maione di Bari, Emiratus Emiratorum del Regnum, fu assassinato. Il 9 marzo 1161 Simone, con il suo nipote Tancredi, figlio naturale di Ruggero III di Puglia, espugnò il palazzo reale, imprigionando lo stesso re Guglielmo, tutta la famiglia reale, mentre diversi membri della corte vennero trucidati e fu avviata una caccia ai musulmani che, considerati usurpatori, vennero massacrati a decine. La congiura prevedeva la deposizione del re e la salita al trono del giovane Ruggero IV, il primo in successione dinastica. Anche se la popolazione sostenne l’ascesa al trono di Simone, prima che potesse essere incoronato i cospiratori persero l’appoggio popolare e l’insurrezione finì. Quindi Simone, insieme agli altri insorti, fu costretto a liberare il re che gli concesse in cambio del suo perdono l’esilio volontario. Nel 1166 non rivendicò il trono del regno che così passò al nipote Guglielmo II di Sicilia, “il Buono“. Qualche storico l’ha identificato con quel figlio di Ruggero II, che, alla morte di Guglielmo I (1166), invitò senza risultato l’imperatore di Bisanzio ad aiutarlo a salire al trono; ma l’identificazione non è sicura. Fonti e Bibl.: P. Litta, Fam. cel. ital., Normanni re, tav. III; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie, II, Paris 1907, cfr. Indice; G.B. Siragusa, Il regno di Guglielmo I, Palermo 1929, pp. 183 ss. Su Simone, fratellastro di re Guglielmo I detto il Malo, prima Principe di Taranto e poi deposto dal fratellastro e divenuto nel 1154 Conte della Contea di Policastro ho scritto nel mio saggio “Dal 1154 al 1161, Simone, conte di Policastro”.

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(Fig….) Il regno di Guglielmo I detto il Malo, nel 1154, dopo la morte del padre Ruggero II

RUGGERO II D’ALTAVILLA E SIMONE, SUO FIGLIO NATURALE SIMONE, CONTE DI POLICASTRO

Da Wikipedia leggiamo che Ruggero II di Sicilia (Mileto, 22 dicembre 1095 – Palermo, 26 febbraio 1154), conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla, fu conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del Regnum Siciliæ indipendente. Dopo la nascita del regno, in virtù delle conquiste sulla costa africana, acquisì anche il titolo di re d’Africa. Secondo Pietro Giannone (….), re Ruggero II ebbe un figlio illegittimo chiamato “Simone”. Pietro Giannone, nel suo Istoria civile del Regno di Napoli (…), a p. 173, sulla scorta dell’Inveges (…- Lib. 3, ‘Hist. Pal.’), ci parla di re Ruggero II, e riferisce notizie interessanti sui suoi figli ‘Bastardi’ che non successero al trono, lasciando il posto a re Guglielmo I detto il Malo: “Lasciò bensì dalle quatro concubine, che ebbe in vari tempi, alcuni figliuoli. Erra il Fazello, che scrisse, che Tancredi Principe di Bari, o di Taranto fosse figliuolo d’una concubina di Ruggiero (a); poichè questi come si disse fu suo figliuol legittimo, natogli da Albiria (Elvira di Castiglia) sua prima moglie. Nè l’altro Tancredi, che fu il quarto Re di Sicilia, fu figliuol di questo Ruggiero Re, fu bensì suo nipote nato da Ruggiero suo primogenito Duca di Puglia; onde quali figliuoli da questa prima concubina Ruggier lasciasse, non se ne ha niente di certo. Dalla seconda ebbe Simone, al quale il padre lasciò in testamento il Principato di Taranto; ma il Re Guglielmo suo fratello glie lo tolse, e gli diede il Contado di Policastro.”:

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Dunque, Pietro Giannone scriveva di Ruggero II che: “Dalla seconda ebbe Simone, al quale il padre lasciò in testamento il Principato di Taranto; ma il Re Guglielmo suo fratello glie lo tolse, e gli diede il Contado di Policastro.”. Dunque, secondo il Giannone, Simone nacque dalla seconda moglie di re Ruggero II. Da Wikipidia leggiamo che Ruggero II morta Elvira di Castiglia, solo nel 1149, cioè dopo ben quattordici anni di vedovanza (con la preoccupazione della successione dinastica dopo la morte in successione dei suoi primi tre figli maschi), si unì in matrimonio con Sibilla di Borgogna (1126 – 1150) dalla quale ebbe: Enrico (29 agosto 1149 – morto bambino) e, il 16 settembre 1150) nato morto, anticipando di poco la stessa Sibilla che ebbe complicazioni post parto. Sibilla di Borgogna (1126 – Salerno, 19 settembre 1151), Regina consorte di Sicilia, seconda moglie, dal 1149 al 1150, di Ruggero II di Sicilia della dinastia degli Altavilla, re di Sicilia. Matilde di Borgogna, nota anche come Sibilla di Borgogna (circa 1064 – dopo il 1087), figlia, sempre secondo Orderico Vitale del conte di Borgogna Guglielmo I (1020-1087) e della terza contessa di Vienne, Stefania (1035 – 1088); la paternità di Ugo ci viene confermata anche dalla Chronica Albrici Monachi Trium Fontium. Sibilla di Borgogna, agli inizi del 1149 si unì in matrimonio con il re Ruggero II di Sicilia, come ci viene confermato sia dalla Cronica di Romualdo Guarna arcivescovo Salernitano, che dagli Romoaldi Annales (rex Rogerius……..Sibiliam sororem ducis Burgundie duxit uxorem) e il 29 agosto diede alla luce un figlio che fu chiamato Enrico, morto poi giovane. L’anno successivo rimase nuovamente incinta ma partorì un bambino già morto. Sibilla morì a Salerno; secondo la Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile (Paris), Tome II, Sibilla morì, per alcune complicazioni post parto, il 19 settembre 1151, l’anno della morte viene confermato anche dagli Annales Casinenses (1151. Obiit Sibilla regina). La regina Sibilla fu sepolta a Cava de’ Tirreni (apud Caveam est sepultam); le spoglie mortali della regina Sibilla furono affidate dal re Ruggero II di Sicilia al benedettino Marino Abate della Badia di Cava. Sibilla fu seppellita dai monaci benedettini presso la grotta di Sant’Alferio in una tomba ricoperta da mosaici. Purtroppo nel secolo XVIII i mosaici andarono in gran parte distrutti. Attualmente nell’abbazia di Cava, della tomba di Sibilla, sono ancora visibili alcuni frammenti musivi, il sarcofago romano riadoperato e la testa marmorea della regina. Il re Ruggero, per disobbligarsi, donò ai monaci dell’abbazia cavense il magnifico ambone musivo che, nonostante sia stato restaurato e in parte rifatto, brilla ancora oggi nella basilica cavense della SS. Trinità. Dunque, secondo Wikipidia non risulta nessun figlio chiamato “Simone” avuto da re Ruggero II.

Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno, ecc., dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, nel cap. XVI “Le agitazioni nell’Italia meridionale durante il regno di Guglielmo I”, a pp. 324-325, in proposito scriveva che: “Non pertanto pochi mesi dopo la sua ascensione al trono, cioè nel gennaio del 1155, lo troviamo a Salerno insieme col detto Maione e col cancelliere Asclettino. Quivi prese alloggio nel palazzo di Terracena (2) e vi restò fino alla Pasqua (27 marzo). Durante quel tempo vennero da lui alcuni ambasciatori del papa Adriano IV, con lettere nelle quali non gli si dava il titolo di re ma soltanto quello di signore di Sicilia. Guglielmo rifiutò le lettere e ordinò ad Asvlettino di muovere contro lo stato della Chiesa. Ad Asclettino diede compagno Simone, conte di Policastro, che era tra i più potenti feudatari della provincia di Salerno, nipote della regina Adelaide e quindi parente del re (1). Ma mentre Guglielmo e Maione tornavano in Sicilia, dove la popolazione non era tranquilla, si ribellarono non pochi signori normanni di Terraferma, e Asclettino e il conte di Policastro, che si erano spinti fino a Ferentino, sulla via di Roma, tornarono indietro per domarli. L’insurrezione però, fomentata anche dal papa, ecc…”. Carucci, a p. 325, nella sa nota (1) postillava che: “(1) Simone ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia. Per notizie di essi cfr. Archivio di Cava, I, 23; Falcando, pagg. 9, 11, 13, 19-20, 22; Pirro, op. cit. pag. XII, 933, 1156, 1158.”.

NEL 1152, RUGGERO II, SIMONE DI TARANTO SUO FIGLIO NATURALE, CONTE DI POLICASTRO

Nel 1154, Simone, Conte di Policastro e Connestabile del Regno di Guglielmo I e la congiura contro Maione

Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, sulla scorta dell’Ughelli (…), tomo VII, p. 542, a p. 415, alla sua nota (1), scriveva che:

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e, così parla di Policastro e di Ruggero I d’Altavilla, di Simone suo figlio e di Castel Ruggero:

L’Antonini (…), a p. 415 parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Ed è acciò distintamente veggasi, che questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; e dell’Abbate Telesino, nel principio del libro I che ne fu lasciata memoria con le seguenti parole:  “Huic quippe (cioè Ruggiero Juniore) unicus erat frater primogenitus nomine Simon, qui Patri obituro successurus erat.” Epoco dopo: “Factum est autem dum Simon Genitorque Rogerius vi numinis ad extrema pervenissent, Rogerius minimus ad potiendum Comitatum haeres succedit.”. Anche la ‘Cronaca di F. Corrado’ ce lì disse così: “Post hunc Simon ejus primogenitus filiorum Regnum eccepit, qui per paucos vixit annos”. Dunque, l’Antonini in questo passaggio ci scrive del Simone fratello Ruggero II d’Altavilla, futuro re di Sicilia, ed entrambi figli del “Gran Conte” di Sicilia, Ruggero I di Sicilia. Si tratta di Simone, figlio di Adelaide del Vasto, di cui ho parlato in un altro saggio.  L’Antonini, riportando queste notizie, cita l’Ugo Falcando. L’Antonini parla di Simone, figlio bastardo di ‘Ruggero juniore, ovvero Ruggero II d’Altavilla, figlio di Ruggero I d’Altavilla. Simone, Conte di Policastro, non era figlio illegittimo di re Ruggero I ma era il figlio illegittimo di re Ruggero II. Infatti, l’Antonini (…), a p. 415, proseguendo nel suo racconto, aggiungeva che: Del Simone Signore di Policastro, che fu il Bastardo, spessissima menzione si trova fatta in ‘Falcando nella storia Sicola’ nè tempi di re Guglielmo; e di lui, come di giusto, potente nimico aveva Majone tutto il possibil timore.”. Antonini, proseguendo il suo racconto, a p. 415 aggiunge che: “Del Simone, Signore di Policastro, che fu il Bastardo, spessissima menzione si trova in ‘Falcando nella storia Sicola’ nè tempi di Re Guglielmo, e di lui, come di giusto, potente nimico aveva Majone, tutto il possibil timore. Ma ritornando a Policastro, tal fu la cura di Ruggiero ecc…”. Antonini, in questo passaggio ci parla di un altro “Simone Signore di Policastro”, il quale, scrive sempre l’Antonini, “fu il Bastardo”. Antonini aggiunge che di questo Simone, figlio bastardo di re Ruggero (quale Ruggero si riferisse ?), ne aveva scritto Ugo Falcando (….), nella sua “storia Sicola”. Su Falcando (….) e su “Simone” ha scritto pure Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” e a p. 334, vol. II, parlando di………., nella sua nota (27) postillava che: “Su Simone, vedi Falcando, Liber VII, ma anche II e VI e I: “Simon quì Policastri remanserat”, ne era Conte. Guglielmo alloggiò nel Palazzo di Terracena, come dice il Falcando, col ministro di Bari e il cancelliere Asclittino.”. Secondo l’Ebner (…), Ugo Falcando (…), ci parla di questi episodi: “Su Simone, v. Falcando, Liber VIII, ma anche II e VI e I: “Symon qui Policastri remanserat, ne era conte.”.

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A questo punto, la cosa cambia completamente in quanto non si tratta più del Simone di Policastro, figlio di re Ruggero I d’Altavilla, ma si tratta di un altro Simone, vissuto al tempo di re Ruggero II d’Altavilla e di re Guglielmo I. I riferimenti al cronista dell’epoca Ugo Falcando (…), a ‘Majone’, ‘potente suo nemico’ e ‘ai tempi di re Guglielmo’, lasciano pensare ad un altro Simone. La notizia tratta dall’Ughelli (…), sulla scorta dei cronisti dell’epoca, è riferita all’anno 1152, qualche anno prima che morisse Ruggero II d’Altavilla e la presa del potere di suo figlio Guglielmo I detto il Malo. L’Antonini, associa il Simone di Policastro al tempo di re Guglielmo e nemico di Majone, figlio bastardo di Ruggero II d’Altavilla. Il cronista dell’epoca che ci ha parlato di questo Simone Conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I detto il Malo, in guerra con il cugino re Ruggero II d’Altavilla è Ugo Falcando (37), che scrisse Liber De Regni Sicilie’ o ‘Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni’, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Ugo Falcando è il nome, presumibilmente fittizio, attribuito a un letterato medievale. Falcando fu autore di una cronaca latina del Regno di Sicilia della seconda metà del secolo XII, pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1550 insieme una Epistola ad Petrum Panormitanae Ecclesiae thesaurarium de calamitate Siciliae’, probabilmente dello stesso autore. Citato anche dall’Antonini (…), la chronaca di Ugo Falcando, ‘Storia Sicula’, a differenza della cronaca del contemporaneo Alessandro Telesino (…), che arriva fino all’anno 1137si oppone invece a Ruggero II d’Altavilla. La Chronaca del Falcando, segue quella dell’altro cronista dell’epoca normanna Alessandro Telesino (Alexander Telesinus) che scrisse la ‘Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie’, biografia accurata di re Ruggero II, una biografia di Ruggero II di Sicilia che copre in dettaglio gli anni successivi al 1127 e fino al 1136, ove termina bruscamente. La Chronaca di Ugo Falcando (…), invece, prosegue quella del Telesino che, si abbinava bene con la cronaca del suo contemporaneo Falcone Beneventano, che si oppone invece a Ruggero. Per la cronaca del Falcando (…), si veda il Del Re (…). Dunque, l’Antonini (….) scriveva che “del Simone Signore di Policastro, che fu il Bastardo” era stato molto citato nella ‘chronaca’ di Ugo Falcando (….). La ‘Chronaca‘ di Ugo Falcando (….), ci parla del Simone, conte di Policastro e Connestabile del Regno di Re Guglielmo I detto il Malo. La cronaca medievale anonima attribuita ad Ugo Falcando (…), ci parla di un personaggio di primo piano del suo tempo, quando le gesta di “Symon comes Policastrensis” assieme a quelle di “Robertus comes Lorotelli regis consobrinus” e di “Ebrardus comes Squillacensis”, sono poste in evidenza nell’ambito delle tumultuose vicende che caratterizzarono gli anni attorno alla metà del secolo XII, quando i tre baroni parteciparono alla ribellione contro il re Guglielmo I di Sicilia detto il “Malo” che fu re di Sicilia, dopo la morte del padre, Ruggero II, dal 1154 al 1166:

Falcando, p. 74

(Fig…) Ugo Falcando (…), p. 74 e 75, dove parla di ‘Symon Comes Polycastrensis

Del Re, Falcando, p.

(Fig…) Ugo Falcando, passo tratto da p. 289 di Del Re (…)

Simone Conte di Policastro, ‘Connestabile’ del Regno, figlio naturale ma illegittimo di re Ruggero II d’Altavilla e fratello di re Guglielmo I detto il Malo

Falcando, p. 289

Falcando, p. 289,pp

(Fig…) Ugo Falcando (…), il passo che parla di ‘Symon Comes Polycastrensis, tratto dal Del Re (…), p. 289

Secondo l’Ughelli (…), il Troyli e poi l‘Antonini (…), Ruggero I d’Altavilla, “re Ruggiero”, oltre ad avere avuto un figlio legittimo chiamato Simone, vi era anche un altro suo figlio ‘Bastardo’, chiamato sempre Simone. Ma di quale re Ruggero si trattasse, lo dice solo il Troyli (…), che ci parla di re Ruggero I d’Altavilla, detto il Gran Conte di Sicilia. Ma Simone, figlio di re Ruggero I d’Altavilla, era un suo figlio legittimo, avuto dall’unione con la sua terza moglie, Adelaide del Vasto. Non risulta che re Ruggero I d’Altavilla, detto il ‘Gran Conte di Sicilia’, avesse avuto un secondo altro figlio chiamato Simone, e ‘Bastardo’ (figlio naturale ma illegittimo). Noi crediamo che l’Antonini avesse fatto confusione e che esistesse un altro Simone, Conte di Policastro, figlio naturale di re Ruggero II d’Altavilla. Da questo punto di vista, ci viene incontro lo studioso Pietro Ebner che nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, a p. 434, parlando di Policastro, e sulla scorta del cronista dell’epoca Ugo Falcando (citato dall’Antonini), scrive che: “Pare che la locale contea fosse stata concessa da re Ruggiero al bastardo suo figliuolo Simone. Questo conte di Policastro era tra i più potenti feudatari normanni del Principato. Era nipote della della regina Adelaide, della stirpe Aleramica, vedova di Ruggiero I, il Gran Conte, che nel 1113 sposò Baldovino I, re di Gerusalemme. Simone quindi era anche parente di re Guglielmo I. Nel 1155 il re era a Salerno (27). “.

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Ebner (….), ci dice che re Ruggero II d’Altavilla aveva un figlio illegittimo chiamato Simone al quale, nel 1154, donò la Contea di Policastro. Di Simone l’Ebner scriveva che egli era nipote della regina Adelaide, della stirpe Aleramica (Adelaide del Vasto, madre di re Ruggero IIe vedova di re Ruggero I. Scrive l’Ebner che Simone era anche parente di re Guglielmo I. In primo luogo, essendo nipote della regina Adelaide, questo Simone dovrebbe essere figlio di Ruggero II d’Altavilla. Mi chiedo se re Ruggero II d’Altavilla avesse avuto un figlio illegittimo chiamato Simone ?. A quale “Guglielmo” si riferiva Ebner ?. Nella sua nota (27) Ebner postillava che: “(27) Re Guglielmo alloggiò nel palazzo di Terracena, come dice il Falcando, con il ministro di Bari e il cancelliere Asclittino.”. Credo che Ebner si riferisse a Maione di Bari ed a re Guglielmo I di Sicilia detto il “Malo”. Simone era un figlio naturale di Ruggero II di Sicilia.

Pietro Ebner (…), nelle sue due pagine 434 e 435 del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, rifrendosi al Simone di Policastro, al tempo di re Guglielmo, sulla scorta del cronista dell’epoca Romualdo Guarna Salernitano (…), ci dice che il Simone, a cui fu concessa la locale Contea di Policastro da re Ruggiero al bastardo suo figliuolo Simone”, e ci dice pure che Era nipote della della regina Adelaide, della stirpe Aleramica, vedova di Ruggiero I, il Gran Conte…”. L’Ebner ci dice che il Simone (di cui parlava anche l’Ughelli, il Troyli e l’Antonini), fosse un figlio ‘Bastardo‘ di re Ruggero e, nipote della regina Adelaide del Vasto (moglie e vedova di re Ruggero I). Dunque, essendo nipote di Adelaide, moglie di re Ruggero I, doveva essere figlio di re Ruggero II d’Altavilla. Ebner, dice che Simone era nipote della regina Adelaide e quindi Simone era anche nipote di re Ruggero I, non suo figlio. Simone, doveva essere un figlio naturale di re Ruggero II, quindi nipote della regina Adelaide del Vasto. Simone quindi era anche parente di re Guglielmo I”.

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(Fig…) Di Meo (…), vol. X, p. 201, sulle mogli ed i figli di re Ruggero I d’Altavilla

Infatti, Alessandro Di Meo (…), parlando dell’anno 1154, e di re Ruggero II d’Altavilla, scriveva su Simone suo figlio: “Dalle concubine vogliono non pochi Autori, che il Re Ruggieri avesse figli, ‘Tancredi’, a cui lasciò in testamento il Principato di ‘Taranto’, ma ne fu spogliato dal Re Guglielmo, che gli diede il Contado di Policastro, e poi morì in carcere, lasciando un figlio, detto ‘Ruggieri Sclano, che possedè ‘Butera’, e ‘Platia’. (Ma il vero è, come lo attesta Ugone Falcando, che fu un figlio spurio di Re Ruggiero il Conte Simone, a cui in testamento lasciò il Principato di Taranto, che  gli fu tolto da Guglielmo I), Clemenza Duchessa di Catanzaro, anche spuria del Re, moglie di Ugone Conte di Molise, che morì ancora in carcere con sua madre, per essere ribella del Re, ed un’altra figlia spuria, che sposò ‘Arrigo’ fratello bastardo della Regina Margherita, e che ebbe la contea di Montescabiolo. Così costoro….”. Dunque, il Di Meo (…), scrive che da re Ruggero II, e da alcune sue concubine, nacque un figlio ‘bastardo’ dunque (non legittimo) chiamato Tancredi, a cui lasciò in testamento il Principato di Taranto che poi gli fu tolto da re Guglielmo I (suo fratellastro), che gli diede il Conte di Policastro. Il Di Meo (..), dice pure che il Falcando (…), attesta invece che questo Tancredi di Taranto era il Simone, che fu un figlio spurio (‘bastardo’) di re Ruggero II d’Altavilla (padre anche di re Guglielmo I). Il Di Meo (…), dice pure che Tancredi di Taranto (Simone secondo il Falcando), avesse un figlio “lasciando un figlio, detto ‘Ruggieri Sclano, che possede ‘Butera’, e ‘Platia’

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, dopo aver detto di Roberto il Guiscardo e di suo figlio Ruggero Borsa, in proposito scriveva che: Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). Ecc…”. Il Cataldo proseguendo il suo racconto scriveva pure che: Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte.”. Dunque, secondo il Cataldo, Ruggero Borsa avrebbe consegnato la ricostruita Policastro a suo figlio “Simone”, con il titolo di Conte. Chi era questo “Simone” a cui si riferiva il Cataldo ?. A chi era figlio questo “Simone” ?. Però il Cataldo ci parla di un “Simone” figlio illeggittimo. Ma chi era questo conte di Policastro chiamato Simone ?. Ruggero Borsa non ebbe figli chiamati “Simone”. Per la figura di questo “Simone”, è bene ricordare un passaggio di Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 92-93, parlando dei Normanni nel Principato Salernitano, in proposito scriveva che: Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia a cui aspirava il cugino Ruggero, già terzo conte di Sicilia per la morte del fratello Simone (a. 1113), ambedue figliuoli di Ruggero, il “Gran Conte” signore della Sicilia (a. 1101) e della Calabria (a. 1120).”.

Lo storico locale Giovan Battista Del Buono (…), scriveva che: “Il Re Ruggero, come è stato detto, fatta ricostruire la città di Policastro, la donò al figlio Simone, il quale era nipote della regina Adelaide ed era anche nipote del re Guglielmo.”. Dunque, il Del Buono parlando di “Simone figlio di re Ruggero, nipote della regina Adelaide del Vasto e anche nipote del re Guglielmo” fa un pò di confusione.

Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi etc…”, a p. 74 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Il re Ruggero, fondatore di questo nostro regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò al rango di contea e la donò al suo figlio illegittimo Simone; nello stesso tempo concesse al vescovado il feudo di quel castello che da lui fu detto Castel Ruggero, Come risulta poi da un antico manoscritto, poichè in un bosco adiacente si vedevano molto spesso degli orsi nelle vicinanze di una torre che vi era eretta, il luogo cominciò ad essere frequentato dai coloni che vi andavano a caccia, e così a poco a poco quel feudo da rustico divenne urbano e prese il nome di Torre Orsaia.”. Il Laudisio, a p. 17 nella sua nota (52) postillava dell’Ughelli. Dunque, il Laudisio, invece di riferirsi a re Ruggero I conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo si riferiva a re Ruggero II d’Altavilla “fondatore di questo nostro Regno di Napoli”. 

Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), e del suo “Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento”, parlando di Policastro, a p. 117, in proposito scriveva che: Ma re Ruggiero I, restaurando in prosieguo e munendo di forti mura Policastro, donavala a Simone, suo figliolo naturale, con titolo di ‘Conte’, titolo, come giustamente notò il Mannelli (23), che raramente concedevasi, nè s’imponeva se non sopra città ragguardevoli.”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Cons. Cardinal de Luca, Adnot. ad Concil. Trident. disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Cons. Ughelli, Italia Sacra, tom. VII, col. 758”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Cons. Op. cit., vol. II, p. 149”. Dunque, il Volpe postillava dell’opera manoscritta del monaco agostiniano Luca Mannelli.  Si tratta di un manoscritto inedito, scritto da Luca Mannelli o Mandelli (…), conservato alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, di cui ivi pubbliciamo la pagina contrassegnata col n. 50 che vediamo illustrata in Fig….. Si tratta del manoscritto “Lucania sconosciuta”, che fu citato anche dal Gaetani (…) che lo ricopiò da Scipione Volpicella (…). Luca Mannelli (…), nel suo manoscritto “La Lucania sconosciuta”, ne parla nella pagina 50v, del Libro II, del Cap. IX.

Il Cataldo, a p. 29 sull’anno di consegna a Simone scriveva che: “L’anno di consegna a Simone fu il 1152, anno in cui Policastro divenne Contea e Ruggiero II offrì al vescovo con perpetua investitura baronale, il Castello, detto da lui “De Rogerio” (corrispondente oggi a CASTELRUGGERO, frazione di Torre Orsaia, in Provincia di Salerno, a 20 km. da Policastro).”.

Il Cataldo, dunque subito dopo aggiunge che: “Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria. Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154 subiva la distruzione da parte del Barbarossa. Ecc..”.

Dunque, il Cataldo riferendosi a Ruggero Borsa (nipote del principe longobardo Gisulfo, vinto dal padre Roberto il Guiscardo) scriveva che egli prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte.”, ovvero il Cataldo spiegava che Ruggero Borsa avviò un serio programma di restauro delle fortificazioni di Policastro e la elevò a Contea donandola al figlio Simone che nominò Conte di Policastro. Forse in questo passaggio il Cataldo fa un pò di confusione. Sul “Simone, figlio di re Ruggero e conte di Policastro” ho scritto in altri miei saggi. Giuseppe Cataldo (…) nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, un dattiloscritto inedito del 1973, che a p. 29, parlando di Policastro scriveva che: “Morto il Guiscardo nel 17 luglio 1085 a Cefalonia per epidemia, lasciò a Ruggiero II, figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo II, il Ducato di Puglia e di Calabria.”. Ma il Cataldo (…) scrivendo “Ruggiero II” si sbagliava. Dopo la morte di Roberto il Guiscardo, l’erede fu Ruggero detto “Borsa”, figlio del Guiscardo e di Sighelgaita, sua seconda moglie. Dunque, Ruggero Borsa aveva preso tanto a cuore le sorti della città di Policastro che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Sempre il Cataldo, sulla scorta del Volpe (….), aggiungeva che: “Ruggiero……Indi la consegnò al figlio Simone col titolo di Conte.”. Dunque, secondo il sacerdote Giuseppe Volpe, Policastro, nel 1152, fu donata da Ruggero II al figlio Simone. Nell’anno 1152, entra in scena Ruggero I d’Altavilla, gran Conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo. Infatti, Ruggero Borsa, non aveva figli di nome Simone. Il “figlio bastardo”, Simone, a cui fanno riferimento le cronache, era figlio di Ruggero I d’Altavilla (e fratello di Ruggero poi detto Ruggero II) e, figlio di Adelasia del Vasto che resse il regno di Sicilia ed altri possedimenti normanni fino al 1122. Il Cataldo (…), a p. 29, scriveva: “Il Duca Roberto Normanno la distrusse nel 1065; il Re Ruggiero poi la ricostruì splendidamente e, insignita del titolo di Contea, la donò al suo figlio bastardo”. Quì il Cataldo, scrive correttamente il “Re Ruggero”, riferendosi a Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo. Si tratta del conte Simone, primogenito di Ruggero I (fratello del Guiscardo e non di Ruggero II).

Angelo Guzzo (…), nel suo “…………………..”, a p. 29, nelle sue note citando il Cataldo (…) e, sulla scorta del De Giorgi (….), scriveva in proposito che: “Ruggero II, figlio di Ruggero I, portò a compimento l’opera di ricostruzione intrapresa dal padre e, nell’anno 1152, consegnò la rinata Policastro, insignita del titolo di Contea, a suo figlio bastardo Simone ed in questa stessa occasione Ruggero II offrì in dono alla sede Vescovile, insieme con la perpetua investitura baronale, il castello, detto da lui ‘De Rogerii’, corrispondente all’odierno centro di Castelruggiero…”.

Per capire a quale “re Ruggiero” si riferisse l’Antonini ed il Laudisio, riguardo questo “Simone”, l’Antonini, a pp. 417-418 scriveva che: “se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’;”. L’Antonini, cita il “Manoscritto del Marchese della Giarratana”. A quale manoscritto si riferiva l’Antonini che, in più occasioni lo cita ?. Rivedendo alcuni autori che scrivono queste notizie notiamo che il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”.”. Dunque, il Cataldo scriveva che il manoscritto del Marchese di Giarratana fu pubblicato nel testo del Muratori, tomo V, p. 603. Infatti Antonio Ludovico Muratori, nel tomo V del suo “Rerum Italicorum Scriptores”, a p. 603 pubblicava l’antico testo: “Codice Marchionis Jarratanae – ad ultimun libri quarti Histoirae Gaufredi Malaterrae”,

Muratori, vol. V, scriptores, p. 603, giarratana

Come ho già scritto, secondo il Cataldo, il ‘Marchese della Giarratana’, nel suo manoscritto pubblicato dal Muratori contiene delle notizie su questo “Simone”. Il Cataldo, a p. 29 riportava la frase del manoscritto: “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”, ovvero che: “Dopo di lui Ruggero, Simone, primogenito dei suoi figli, vede il regno. Dopo aver vissuto alcuni anni, raccolse pesanti fortificazioni dalla Puglia”. Il Marchese della Giarratana, riferendosi a re Ruggero II d’Altavilla scriveva che dopo di lui, ovvero dopo la sua morte, il primogenito dei suoi figli, Simone, ebbe il Regno di Sicilia. Siccome la notizia di un “comes” di Policastro chiamato “Simone” che ereditò la contea nel 1154, come scrive pure l’Antonini, è molto probabile che si tratti di “Simone” figlio di re Ruggero II d’Altavilla. Infatti, da Wikipidia leggiamo che Ruggero II di Sicilia (Mileto, 22 dicembre 1095 – Palermo, 26 febbraio 1154), conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla, fu conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del Regnum Siciliæ indipendente. Dopo la nascita del regno, in virtù delle conquiste sulla costa africana, acquisì anche il titolo di re d’Africa. Dunque, Ruggero II muore nel 1154 e nello stesso anno il figlio primogenito Simone eredita il Regno.

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: L’anno di consegna a Simone fu il 1152, anno in cui Policastro divenne Contea e Ruggiero II offrì al vescovo con perpetua investitura baronale, il Castello, detto da lui “De Rogerio” (corrispondente oggi a CASTELRUGGERO, frazione di Torre Orsaia, in Provincia di Salerno, a 20 km. da Policastro). Ruggiero era già Re di Puglia, Calabria e Sicilia dal 1130, anno di nascita del Regno di Napoli. I successori di Ruggiero furono: Guglielmo I (1154-1166) e Guglielmo II il Magnifico (1166-1189). Sotto quest’ultimo il vescovo Giovanni fece edificare il Campanile della Cattedrale (1167).. Dunque, il Cataldo si riferiva a Ruggero II d’Altavilla. Dunque, a differenza di ciò che il Marchese della Giarratana scriveva e cioè che questo “Simone” doveva essere il figlio di re Ruggero II, di cui ne ereditò il Regno, il Cataldo, forse confondendo le cose, a p. 29, proseguendo il suo racconto su “Simone”, credeva che questo “Simone” fosse il fratello di re Ruggero II e, in proposito scriveva che: “Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria. Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154 subiva la distruzione da parte del Barbarossa. Federico Barbarossa della famiglia degli Hohenstaufen, imperatore dell’Alemagna, successe nel 1152 allo zio Corrado III nella casa di Svevia; sceso in Italia, ispiratosi agli alti ideali di Carlo Magno e di Ottone I, volle restaurare l’autorità imperiale. Incoronato Imperatore il 18 giugno 1155 a Roma da Adriano IV, intensificò la lotta contro ogni forma di indipendenza. Ecc…”

Il Principe Simone di Taranto, figlio ‘bastardo’ di Ruggero II e fratello di re Guglielmo I

Il Fazello (…), nella sua cronaca di Sicilia, racconta  di un  ‘Simone di Squillaci’ e, scriveva a p. 136 che: “Tancredi e Guglielmo, figliuoli bastardi del duca Ruggiero, ch’egli aveva avuto d’una nobilissima concubina, ….Tancredi è quel desso che fu poi re di Sicilia dopo la morte del buon Guglielmo II; era suo fratello l’altro Guglielmo, ambe e due nipoti del re e figliuoli di Ruggiero suo fratel primogenito, che premorì al padre loro il re Ruggiero.”. Tancredi e Guglielmo furono arrestati da re Guglielmo I. Il Fazello, in questo passo parla di un Tancredi e di un Guglielmo figli naturali, quindi detti figli ‘Bastardi’ (non legittimi), di re Ruggero I (“duca Ruggiero”), avuti con una nobile “concubina”. Il Tancredi a cui si riferisce il Fazello, è Tancredi di Bari o di Taranto che poi, dopo la morte di re Guglielmo II, diventerà IV Re di Sicilia. Simone di Taranto fu Principe di Taranto dal 1148 a 1154. Lo studioso Salvatore Tramontana (…), nel suo ‘La Monarchia Normanna e Sveva’, sulla scorta del cronista dell’epoca Ugo Falcando (…), scrive a proposito del conte di Policastro Simone, che in occasione dei tumulti sorti contro il re Guglielmo I, alla morte del padre Ruggero II d’Altavilla: “La situazione era però destinata ad aggravarsi ulteriormente perchè molti feudatari – e specialmente Tancredi conte di Lecce e Simone, figlio bastardo di Ruggero II a cui Guglielmo I aveva negato il diritto sul Principato di Taranto – intendevano spingere l’opposizione fino alla sostituzione o addirittura alla eliminazione fisica del re.”. Infatti (…), anche il Di Meo (…), sulla scorta del Falcando, scrive di Simone Conte di Policastro, a p. 266, e riporta ciò che scriveva il Falcando (…), nella sua Chronaca dell’epoca che continuava quella del Romualdo Guarna detto il Salernitano (…):

Di Meo, p. 266.JPG

Il Falcando scriveva che: “Conte Simone, Rogerii Regis filium ex consuetudinaria matre, a cui il Re “Principatum Tarenti contra patris testamentum abstulerat, dicens Patrem in multis essasse, spuriorum amore deceptum” e, Tancredi figlio del Duca Ruggieri, “ingenio magis, & industria, quam corporis virtute prastantem”, che dal Re era tenuto chiuso tra le mura del Palazzo, e ‘l cui fratello ‘Guglielmo’ era poco prima quivi morto con sospetto, che ne fosse stata accellerata la morte per ordine del Re, giovane bellissimo, che nell’età di 20 anni ‘neminem Militum viribus sibi parem repererat’. Ecc…”. Dunque per il  Tramontana (…), sulla scorta del Falcando (…), il “Conte Simone, Rogerii Regis filium ex consuetudinaria matre”, era figlio illegittimo o ‘Bastardo’ di re Ruggero II d’Altavilla di Sicilia, e fratellastro di Re Guglielmo I d’Altavilla detto il Malo e il Tancredi era Tancredi di Bari o di Taranto o Tancredi di Lecce, nipote del Principe Simone, a cui a entrambi,  re Guglielmo I (fratellastro di Simone), appena salito al trono: “Principatum Tarenti contra patris testamentum abstulerat, dicens Patrem in multis essasse, spuriorum amore deceptum”, aveva negato il diritto sul Principato di Taranto, in quanto figli (diceva lui) ‘illegittimi’ del padre re Ruggero II. Sappiamo che re Ruggero II, prima di morire, resse le sorti del Regno di Sicilia, in co-reggenza insieme all’ultimo figlio Guglielmo (che diventerà re Guglielmo I detto il Malo). Scrive il Giannone (…), sulla scorta di Agostino Inveges (…), che re Ruggero II, aveva lasciato in testamento il Principato di Taranto all’altro figlio Simone (fratellastro di Guglielmo I). Sempre dall’Inveges (…), sappiamo inoltre che, dopo la morte di re Ruggero II e appena salito al trono il suo fratellastro Re Guglielmo I detto il Malo “….suo fratello glie lo tolse”, tolse a Simone, il Principato di Taranto, non confermando il testamento di suo padre Ruggero II, e donò a Simone solo la Contea di Policastro. Pietro Giannone, nel suo Istoria civile del Regno di Napoli (…), a p. 173, sulla scorta dell’Inveges (… – Lib. 3 – Hist. Pal.), ci parla di re Ruggero II e,  scriveva che dall’unione con la sua seconda moglie, re Ruggero II, ebbe un figlio chiamato Simone:  Dalla seconda ebbe Simone, al quale il padre lasciò in testamento il Principato di Taranto; ma il Re Guglielmo suo fratello glie lo tolse, e gli diede il Contado di Policastro.”. Il Giannone (…), ci parla di re Ruggero II, e riferisce notizie interessanti sui suoi figli ‘Bastardi’ che non successero al trono, lasciando il posto a re Guglielmo I detto il Malo: “Lasciò bensì dalle quattro concubine, che ebbe in vari tempi, alcuni figliuoli. Erra il Fazello, che scrisse, che Tancredi Principe di Bari, o di Taranto fosse figliuolo d’una concubina di Ruggiero (a); poichè questi come si disse fu suo figliuol legittimo, natogli da Albiria (Elvira di Castiglia) sua prima moglie. Nè l’altro Tancredi, che fu il quarto Re di Sicilia, fu figliuol di questo Ruggiero Re, fu bensì suo nipote nato da Ruggiero suo primogenito Duca di Puglia; onde quali figliuoli da questa prima concubina Ruggier lasciasse, non se ne ha niente di certo. Dalla seconda ebbe Simone, al quale il padre lasciò in testamento il Principato di Taranto; ma il Re Guglielmo suo fratello glie lo tolse, e gli diede il Contado di Policastro.”.

Giannone, p. 173.JPG

(Fig…) Pietro Giannone (….), estratto da Tomo II, p. 173

Il Giannone (…), scrive dei figli avuti da re Ruggero II e che: “Erra il Fazello, che scrisse, che Tancredi Principe di Bari, o di Taranto fosse figliuolo d’una concubina di Ruggiero (a); poichè questi come si disse fu suo figliuol legittimo, natogli da Albiria (Elvira di Castiglia) sua prima moglie”. Dunque il Giannone (…), dando torto al Fazello (…) e sulla scorta del Falcando (…), scrive che Tancredi Principe di Bari o di Taranto fu figlio legittimo (e non ‘Bastardo’ come sosteneva il Fazello), di re Ruggero II d’Altavilla e di Albiria (Elvira di Castiglia), la prima moglie di re Ruggero II. Poi il Giannone (…), aggiunge che re Ruggero II d’Altavilla: ” Dalla seconda ebbe Simone, al quale il padre lasciò in testamento il Principato di Taranto; ma il Re Guglielmo suo fratello glie lo tolse, e gli diede il Contado di Policastro.”. Dunque, il Giannone, sostiene che Simone, al quale il re Ruggero II , lasciò in testamento il Principato di Taranto, nacque dalla sua seconda moglie. Le cronache ci dicono che Re Ruggero II d’Altavilla, ebbe dalla prima moglie Elvira di Castiglia, 6 figli, di cui il secondogenito era un Tancredi (Principe di Bari, il nostro Simone, nato il 1120 e morto nel 1138 ?). Ma il nostro Simone, a cui fu data la Contea di Policastro da re Guglielmo I, non morì nell’anno 1138, ma morì in prigione nell’anno 1154, a seguito della congiura contro Maione, ministro di re Guglielmo I suo fratellastro. Giannone (…), ci parla di quattro concubine che aveva avuto il re Ruggero II, e poi ci dice che re Ruggero aveva un figlio chiamato Tancredi (Tancredi di Bari o di Taranto), aveva pure un nipote chiamato Tancredi (sarà il IV re di Sicilia), figlio da Ruggero III (figlio primogenito di re Ruggero I e di Elvira. Il nostro Simone, di cui parla il Falcando (…): “Symon Comes Policastrensis” è il Simone o Tancredi di Bari o di Taranto zio di Tancredi di Lecce che partecipò alla congiura del Bonello?. Simone era un figlio naturale di Ruggero II di Sicilia. Pietro Giannone, riferisce che re Ruggero II d’Altavilla, prima di morire, ebbe un figlio dalla seconda moglie e si chiamava Simone. A quale seconda moglie di re Ruggero II, si riferiva il Giannone (…) ? Le cronache riferiscono che morta Elvira di Castiglia, solo nel 1149, cioè dopo ben quattordici anni di vedovanza (con la preoccupazione della successione dinastica dopo la morte in successione dei suoi primi tre figli maschi), re Ruggero II di Sicilia, si unì in matrimonio con Sibilla di Borgogna (1126 – 1150), seconda sua moglie. Nell’anno 1144, Simone, figlio di Ruggero II, diventa Principe di Taranto quando suo fratello Guglielmo diventa Principe di Capua e duca di Puglia. Le cronache parlano di un Simone che nel 1148, Simone di Taranto ricevette dal padre re Ruggero II d’Altavilla il principato di Taranto, che era in precedenza del fratello Guglielmo che ricevette il Principato di Capua in seguito alla morte di Alfonso (1144). Ma poteva essere questo Simone, figlio di re Ruggero II e della prima moglie (come scrive il Giannone), se aveva ricevuto dal padre Ruggero II, il Principato di Taranto nel 1148, quando cioè non poteva essere ancora nato visto che re Ruggero II si era unito in matrimonio con la sua seconda moglie un anno dopo ?. Chi era la seconda moglie di re Ruggero II a cui si riferiva lo storico Giannone (…)?. Le cronache ci parlano dell’unione con la sua seconda moglie nel 1149, con Sibilla di Borgogna (1126 – 1150) dalla quale ebbe: Enrico (29 agosto 1149 – morto bambino) e, il 16 settembre 1150), un altro figlio, nato morto, anticipando di poco la stessa Sibilla che ebbe complicazioni post parto. Le cronache ci riferiscono di una prima moglie di re Ruggero II di Sicilia, Elvira di Castiglia, morta il 1135. Elvira, la sua prima moglie morì nel 1135. Secondo le cronache del tempo, alla morte della prima moglie Elvira (“Albiria sua prima moglie”), nel 1149, dopo 14 anni di vedovanza, re Ruggero II, sposò la sua seconda moglie Sibilla di Borgogna. Agli inizi del 1149, Sibilla si unì in matrimonio con il re Ruggero II di Sicilia, come ci viene confermato sia dalla ‘Cronica di Romualdo Guarna arcivescovo Salernitano’, che dagli Chronicon sive AnnalesRomoaldi Annales (rex Rogerius……..Sibiliam sororem ducis Burgundie duxit uxorem) e il 29 agosto 1149 diede alla luce un figlio che fu chiamato Enrico, morto poi giovane. L’anno successivo rimase nuovamente incinta ma partorì un bambino già morto. Forse Simone era figlio di re Ruggero II e, definito ‘Bastardo’ dalle cronache del tempo in quanto fosse nato e concepito, dopo il 1135, dopo la morte di Elvira sua prima moglie e prima dell’unione in matrimonio con la sua seconda moglie Sibilla di Borgogna. Forse Simone era stato concepito da re Ruggero II, nei suoi 14 anni di vedovanza. Di sicuro Simone di Taranto, non poteva essere nato dopo il 1149, dall’unione con Sibilla.  Sibilla di Borgogna (1126 – Salerno, 19 settembre 1151), Regina consorte di Sicilia, seconda moglie, dal 1149 al 1150, di re Ruggero II di Sicilia della dinastia degli Altavilla, re di Sicilia. Matilde di Borgogna, nota anche come Sibilla di Borgogna (circa 1064 – dopo il 1087), figlia, sempre secondo Orderico Vitale del conte di Borgogna Guglielmo I.

Del Re, Romualdo saler., p. 16

Del Re, Romualdo, p. 16, continua sull'altra moglie

(Fig….) Romualdo Guarna, a. 1148 e s., estratto dal Del Re (…), p. 16

Quando nel 1154 morì Ruggero II di Sicilia, il Regno di Sicilia passò a Guglielmo, quartogenito del re. Suo fratello re Guglielmo I detto il Malo, depose Simone sostenendo che Taranto era troppo importante per essere governata da un figlio illegittimo e diede il principato al figlio Guglielmo.

Simone il ‘Contestabile del Regno’ di Re Guglielmo I e Conte di Policastro

Primo Conte di Policastro fu suo figlio “illeggittimo” Simone, detto il ‘Bastardo‘. Ma chi era Simone detto il ‘Bastardo’ ?. Di Simone, ne parlano le cronache come di un feudatario ‘connestabile’ di Re Guglielmo I che fu imprigionato perchè si sospettasse avesse partecipato ad una congiura contro re Guglielmo I. Il Falcando (…), è il cronista che ci racconta di questo Simone di Policastro al tempo di re Guglielmo I, come ci raccontava anche il Cataldo (…), che scriveva che: Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit”. Quindi, questo Simone di Policastro, secondo il Cataldo (…), visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere” e invece secondo Pino Rende, il Falcando ci informa che liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”. Lo storico Gian Battista Caruso (…), parlando dei tumulti e della congiura scoppiata contro il re Guglielmo I detto il Malo, a pp. 145-146, scriveva che i Baroni (i feudatari che ribellavano a re Guglielmo I: “Ciò stabilmente parve a’ congiurati di confidarne il segreto al Conte Simone fratello bastardo del Re, ed a Tancredi suo nipote, figliuolo del duca Ruggieri, l’uno, e l’altro dè quali, essendo non senza motivo disgustati, e malsoddisfatti, facil cosa sarebbe di trarli nel loro sentimento, e di farli entrare nella stabilita congiura: disgustatissimo, era in vero il Conte Simone dal Re suo fratello; imperciocchè avendo il Re Ruggiero lasciato a lui in retaggio il Principato di Taranto gliene aveva impedito Guglielmo il possesso, esserendo che non aveva assignarsi a bastardi in appannaggio un sì nobile Principato posseduto prima da Principi legittimi del Sangue Reale: non meno del Conte Simone era Tancredi suo Nipote ecc…”.

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(Fig….), Caruso G.B. (…), vol. I, parte II, Libro IV, pp. 145-146

Il Caruso (…), sulla scorta di Falcando (cronista dell’epoca) (…), ci parla di Simone Conte di Policastro al  tempo di Guglielmo I, scrive: “Scorsa però la voce fra i Palermitani della presenza del Re, e che egli non altro Ministro, o Capitano di quella spedizione volea, fuor che l’Ammiraglio; mormorando tutti contra di questi, come l’Autore della disgrazia del Conte Simone, che come si disse era il Gran Contestabile del Regno, richiesero al Re, che fosse il conte tolto dalla prigione, e restituito nella sua carica ecc..”.

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(Fig….) Caruso G.B. (…), p. 125 tratta dal Caruso, dove si parla di Simone ‘Contestabile del Regno’

Donald Matthew (…), nel suo ‘I Normanni in Italia’, a p. 74-76, parla di un Simone, Conte di Policastro, dettoconnestabile’, e a p. 22 parla di Simone, figlio di Ruggero I, il Gran conte, e poi a p. 194, figlio di Ruggero II. Il Matthew (…) a p. 194, parla di Simone, figlio di Ruggero II, e ci conforta, citando di nuovo il titolo di conte di Simone ‘connestabile’, scrivendo che: “E’ interessante notare che Guglielmo I (detto il Malo), a quanto si riferisce, revocò la concessione testamentaria del principato fatta da Ruggero II a favore del proprio figlio illegittimo, Simone, perchè ciò era sconveniente: i grandi titoli erano riservati ai figli di pure stirpe regia.”. Lo studioso Salvatore Tramontana, nel suo ‘La Monarchia Normanna e Sveva’ (…), sulla scorta del cronista dell’epoca Ugo Falcando (…), scrive a proposito del conte di Policastro Simone, che in occasione dei tumulti sorti contro il re Guglielmo I, alla morte del padre Ruggero II d’Altavilla: “La situazione era però destinata ad aggravarsi ulteriormente perchè molti feudatari – e specialmente Tancredi conte di Lecce e Simone, figlio bastardo di Ruggero II a cui Guglielmo I aveva negato il diritto sul Principato di Taranto – intendevano spingere l’opposizione fino alla sostituzione o addirittura alla eliminazione fisica del re.”. Dunque, secondo Salvatore Tramontana (…), il Simone Conte di Policastro, era figlio bastardo di re Ruggero II d’Altavilla, a cui re Guglielmo I detto il Malo, aveva negato il diritto sul Principato di Taranto. Dunque, secondo il Tramontana (…) e il Mattew (…), pare che il re Guglielmo I detto il Malo, alla morte di suo padre Ruggero II d’Altavilla, avesse revocato la concessione testamentaria del Principato a Simone, figlio illegittimo di re Ruggero II e quella del Principato di Lecce e Taranto a Tancredi di Lecce. Infatti, su questa interessante notizia storica che riguarda i feudatari delle nostre terre, traiamo una notizia che conferma ed avvalora ciò che scriveva Pietro Ebner (…), il quale, nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, da p. 581 in poi, parlando dei Florio di Camerota nel ‘Catalogus Baronum’, pubblicato dalla Jamison (…) e, proprio sulla scorta della Jamison (…), riportava un’altra interessante notizia su Tancredi (IV re di Sicilia): “Ricordo che Riccardo Cuor di Leone (I, 1188-1199), nel recarsi in Terrasanta con ottomila uomini per la Crociata, costrinse Tancredi, conte di Lecce, usurpatore del trono di Sicilia (IV re, 1190-1194) a liberare dalla prigionia la sorella Giovanna (a. di morte 1199), vedova di re Guglielmo, a pagargli la somma di 40 mila once d’oro (versate solo il terzo).“. L’Ebner, si riferiva a Tancredi, conte di Lecce che diventò il IV re della Sicilia. Tancredi, figlio naturale di Ruggero III di Puglia (il figlio maggiore di Ruggero II di Sicilia) e di Emma o Bianca (?) dei conti di Lecce (figlia di Accardo II), divenne conte di Lecce nel 1149. Ruggero III d’Altavilla, (1118 – 1148) duca di Puglia, figlio primogenito di re Ruggero II d’Altavilla, re di Sicilia, e di Elvira di Castiglia, ebbe un figlio illegittimo, Tancredi (il Tancredi di Lecce, futuro pretendente al trono), avuto da una relazione con Bianca di Lecce. Tancredi di Lecce, era nipote illegittimo del re Ruggero II e nipote di suo figlio legittimo Guglielmo I detto il Malo. Tancredi di Lecce, Simone di Policastro ed i Florio di Camerota, furono da subito in contrasto con re Guglielmo I detto il Malo, zio di Tancredi, a causa della successione al trono. Tancredi di Sicilia, o anche Tancredi di Lecce (Lecce, 1138 circa – 20 febbraio 1194), è stato Conte di Lecce (1149-1154 e 1169-1194) e poi Re di Sicilia (1189-1194). Ebner dice che dei Florio di Camerota al tempo delle rivolte di re Guglielmo I, ne parla anche l’Antonini, I, p. 411. Poi a p. 582, l’Ebner, scrive Florio è ricordato ancora da Falcando: (LIII: “Floriu camerotensis iudiciarius”).”. Pietro Ebner (…), riguardo Simone, scrive che: Era nipote della della regina Adelaide, della stirpe Aleramica, vedova di Ruggiero I, il Gran Conte, che nel 1113 sposò Baldovino I, re di Gerusalemme. Simone quindi era anche parente di re Guglielmo I..

Il feudo di Policastro ed il Conte “Symon Comes Policastrensis”

Tommaso Fazello (…), nella sua Storia di Sicilia – Deche due, di Tommaso Falzello, tradotte da Remigio Fiorentino (…), a p. 136, riferisce ci parla di un Simone al tempo di re Guglielmo I e, scriveva che: “Simone ancora Conte di Squillaci, che era stato chiamato a Palermo dal Re per farlo morire, s’ammalò gravemente per la strada, e felicemente uscì di vita. Questo Simone di Squillaci (postilla il Fazello), era il Simone figliolo del Marchese Enrico e di Flandina figlia del Gran Conte Ruggiero, successe al padre nel contado di Policastro ed ebbe in moglie una signora per nome Tomasia. Vien egli molto lodato dà Siciliani nei loro Annali per la sua rara pietà, e si ha fondatore qual più celebri Monasteri, cioè di S. Nicolò D’Arena, di nostra signora di Licodia e di sant’Andrea di Piazza. A.”.

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(Fig…) Tommaso Fazello (…), passo tratto dal testo di  Fazello T., Storia di Sicilia – Deche due, di Tommaso Falzello, tradotte da Remigio Fiorentino, Libro VI, Deca II, Libro VII, p. 136

A questo proposito, Pietro Giannone, nel suo Istoria civile del Regno di Napoli (…), a p. 173, sulla scorta dell’Inveges (… – Lib. 3 – Hist. Pal.), sconfessava il Fazello, scrivendo: Erra il Fazello, che scrisse, che Tancredi Principe di Bari, o di Taranto fosse figliuolo d’una concubina di Ruggiero (a); poichè questi come si disse fu suo figliuol legittimo, natogli da Albiria (Elvira di Castiglia) sua prima moglie.” Il Fazello, aggiunge pure che Tancredi di Bari o Taranto, avesse un fratello chiamato Guglielmo, anche questo figlio naturale o ‘Bastardo’ del “duca Ruggiero”. In relazione ai fatti che avevano portato alla conquista del regno da parte dei Normanni, ancora l’Inveges (…), ci fornisce una seconda notizia circa Policastro, questa volta riguardante le sue vicende feudali, che però, più che risultare supportata da prove documentali, sembra frutto della sua libera interpretazione. Sotto l’anno 1075, a proposito di “Ugone Gircea Vicegerente di Sicilia”, egli mette in evidenza come il feudo di Policastro fosse giunto ad Enrico, che fu conte di Paternò, attraverso la dote della moglie Flandina, figlia del conte Ruggero, che lo aveva sposato nelle sue seconde nozze: “ch’egli fù Marito di Flandria Secondogenita figlia del Conte: la qual dopo si maritò col Conte Arrigo figliuolo del Marchese Mamfredo, di natione Lombardo, portandoli in dote Paternò in Sicilia, e Policastro in Calabria : si come si raccoglie da un privilegio di S. Maria di Giosafat dato l’an. 1114.” :

Inveges, p. 90

(Fig….) Agostino Inveges (…), p. 90, su Ugone Circea (Enrico del Vasto)

Infatti, l’Inveges (…), sulla scorta del ‘Chronicon Cassinese’ (…), di Leone Marsicano, un cronista dell’epoca, ci parla delle parentele in Sicilia e parla proprio di “Policastro in Calabria”, scrive che “Flandria”, seconda figlia secondogenita di Ruggero (nata dal matrimonio con Giuditta d’Evreux e vedova del cavaliere normanno Ugo di Jersey, primo conte di  Paternò in Sicilia):  la qual dopo si maritò col Conte Arrigo figliuolo del Marchese Mamfredo, di natione Lombardo, portandoli in dote Paternò in Sicilia, e Policastro in Calabria : si come si raccoglie da un privilegio di S. Maria di Giosafat dato l’an. 1114.”. Dunque, secondo l’Inveges, Flandina, figlia di re Ruggero I d’Altavilla e di Giuditta d’Evreux, sposando Enrico del Vasto Conte Arrigo figliuolo del Marchese Mamfredo” (…), gli portò in dote il feudo la contea di Paternò, alla quale si aggiunsero quella di Butera, sempre in Sicilia, e quella di Policastro in “Calabria” (allora i nostri territori erano annoverati tra quelli della ‘Calabria’) e, scrive sempre l’Inveges che ciò si evince da un documento del 1141 “si come si raccoglie da un privilegio di S. Maria di Giosafat dato l’an. 1114.”.

Pirro, p. 391, su Ruggero Sclavo.JPG

(Fig….) Rocco Pirro, Sicilia Sacra, (a cura di A. Mongitore), Palermo 1733 (citato dal La Lumia), pp. 390 e 391.

Secondo il Garufi (…), a p. 58 e sgg, dopo la morte del conte Enrico, a cui era premorto il suo primogenito Ruggero, Simone fu conte di Paternò e come tale compare per la prima volta in un atto del 1141, “che è la prima carta che di lui si rinvenga”. In relazione a ciò, riscontriamo che Simone, secondo figlio maschio del conte Enrico, fu detto Simone di Policastro come risulta in alcuni documenti. Dopo la morte del conte Enrico del Vasto, a cui era premorto il suo primogenito Ruggero, Simone fu conte di Paternò e come tale compare per la prima volta in un atto del 1141, “che è la prima carta che di lui si rinvenga”. Isidoro La Lumia (…), nella sua ‘Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono’, scriveva su Falcando e su Simone, citando un documento Normanno del 1142, citato dal Pirro (…).

La Lumia, p.

(Fig….) La Lumia (…), che parla di Simone, figlio illegittimo di re Ruggero II, p….

Pirro, p. 390, estratto su Symon.JPG

(Fig…) Pirro, brano tratto dalla sua ‘Sicilia Sacra’ p. 390

Da questo documento, con la data parzialmente illeggibile, rileviamo invece, che il conte Enrico, figlio di Manfredi, marchese di Gravina, e fratello di Adelaide, moglie del conte Ruggero, non ebbe la contea di Paternò a seguito del matrimonio con Flandina, ma l’ebbe solo dopo la morte del Gran Conte (22 giugno 1101), come evidenzia il Garufi (…) che attribuisce questa concessione a sua sorella Adelaide. Quest’atto che ricorda il “comes Rogerius d(omi)n(u)s paternionis” e la circostanza che “post mortem ipsius comitis Rogerii d(omi)n(u)s henricus gener eius fuisset d(omi)n(u)s paternionis”, non menziona né fa alcun accenno al feudo di Policastro, anche se possiamo ritenere ipoteticamente, assieme all’Inveges (…) che, per la stessa via, questo sia giunto ad Enrico con la contea di Paternò. In relazione a ciò, riscontriamo che Simone, secondo figlio maschio del conte Enrico, fu detto Simone di Policastro come risulta (secondo il Garufi, a p. 58), in alcuni documenti. Enrico e Flandina ebbero due figli, Simone e Matilde. Simone del Vasto (o Simone d’Altavilla, o Simone di Butera) fu conte di Policastro e conte di Paternò. Alla morte del padre, Simone prese il suo posto come capo degli aleramici siciliani e dei lombardi di Sicilia.

Nel 1089, la Contea di Policastro, Enrico del Vasto, conte di Policastro, fratello di Adelasia del Vasto sposò Flandina, figlia di Ruggero I. Da Flandina ebbe Simone del Vasto che ereditò la contea di Policastro

Indagando sulle origini di “Simone”, conte di Policastro, ci accorgiamo che vi furono diversi “Simone”, conti di Policastro. In questo saggio parlerò del Simone detto Simone del Vasto. Da Wikipedia leggiamo che la Contea di Policastro fu un antico feudo esistito nei territori circostanti il golfo di Policastro tra la Basilicata, la Calabria settentrionale e la Campania meridionale, tra la fine dell’XI secolo e la fine del XIX secolo. Sempre in Wikipedia leggendo la “cronostassi dei conti di Policastro” ci accorgiamo che vi fu Enrico del Vasto (10??-1137), conte di Paternò e conte di Butera. Dunque, non si conosce l’anno in cui Enrico del Vasto divenne conte di Policastro ma si sa che nell’anno 1137 non fu più conte di Policastro. Sempre da Wikipedia leggiamo che Enrico del Vasto, detto anche Enrico di Lombardia, Enrico di Savona, Enrico Aleramico, Enrico di Paternò, Enrico di Butera, Enrico di Policastro (Piemonte, ante 1079 – Sicilia, 1137), fratello minore di Adelaide del Vasto, fu capo degli Aleramici di Sicilia[2] e conte dei lombardi di Sicilia[3].  Membro dei Del Vasto di discendenza aleramica, Enrico era fratello minore di Adelaide del Vasto, figlio di Manfredi, e nipote di Bonifacio del Vasto, marchese di Savona, della Liguria Occidentale e di ampi territori del Piemonte meridionale. Scese in Sicilia, dove risulta già personaggio di primo piano della corte normanna nel 1094,[5] dai grandi possedimenti familiari tra Piemonte e Liguria, con molti suoi conterranei della Marca Aleramica, per aiutare il condottiero normanno Ruggero nelle ultime fasi della guerra contro gli arabi per la conquista dell’isola. Questa gente aleramica al seguito di Enrico costituì la prima ondata migratoria di lombardi (in realtà, piemontesi e liguri, e in minor parte lombardi ed emiliani)[6] che ripopolarono alcuni centri della Sicilia occidentale e orientale tra l’XI e il XIII secolo. I normanni incoraggiarono infatti una decisa politica d’immigrazione della loro gentes, francese e dell’Italia settentrionale, anche con la concessione di privilegi. L’obiettivo era quello di rafforzare il “ceppo franco-latino” che in Sicilia e in Calabria era minoranza rispetto ai più numerosi greco-bizantini e arabo-saraceni.[7]In Sicilia scesero anche tre sorelle di Enrico. Adelaide, la più celebre, che sposò il gran conte Ruggero nel 1087 (o nel 1089) e divenne contessa di Sicilia; mentre le altre due sorelle sposarono i figli illegittimi di Ruggero, Giordano e Goffredo. Enrico sposò Flandina, anche lei figlia di Ruggero ma nata dal matrimonio con Giuditta d’Evreux. Flandina era vedova del cavaliere normanno Ugo di Jersey, primo conte di Paternò, e così Enrico ricevette in feudo la contea di Paternò, alla quale si aggiunsero quella di Butera, sempre in Sicilia, e quella di Policastro tra Basilicata, Calabria e Campania meridionale. Proprio Paternò divenne il centro dei possedimenti degli Aleramici di Sicilia, un territorio discontinuo che si estendeva a sud in direzione di Catania, a sud ovest comprendeva Piazza Armerina, Aidone, Butera, Mazzarino, a nord ovest si estendeva fino a Nicosia, e a nord si allargava fino a Cerami, Capizzi e Randazzo.[8] Enrico e Flandina ebbero due figli, Simone e Matilde. Simone del Vasto (o Simone d’Altavilla, o Simone di Butera) fu conte di Policastro e conte di Paternò. Alla morte del padre, Simone prese il suo posto come capo degli aleramici siciliani e dei lombardi di Sicilia. Flandina d’Altavilla (in francese Flandina de Hauteville) (… – …; fl. XII secolo) è stata una nobildonna normanna del XII secolo. Figlia secondogenita del Gran Conte Ruggero e della di lui prima moglie Giuditta d’Evreux, ricevette in dote dal padre le contee di Paternò e Butera[1]. Fu sposata in prime nozze al cavaliere normanno Ugo di Jersey del quale rimase vedova nel 1075 e dalla cui unione nacquero una figlia di nome Maria[2] e tre figli maschi: Manfredo, Giordano e Simone. Nel 1089 si unì in seconde nozze all’aleramico Enrico del Vasto, a seguito dell’aiuto militare offerto da quest’ultimo al padre di lei. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 428, in proposito scriveva che: “Sappiamo che, oltre alla contessa Adelasia e a suo fratello Enrico, anche due altre sorelle, figli tutti e quattro del marchese Manfredo Incisa del Vasto, si trasferirono in Sicilia. Orbene, questo espatrio collettivo d’un intero gruppo della progenie dei marchesi del Vasto induce a supporre ch’esso fosse in connessione con una crisi, etc…”. Il Pontieri, a p. 429, in proposito scriveva pure che: “D’altra parte Enrico del Vasto, inseritosi nella famiglia di Ruggero d’Hauteville attraverso tali legami di parentela, non tardava a rinvigorirli, sposandone la figlia Flandina (37), che non sappiamo da quale dei due precedenti matrimoni del conte fosse nata. Neanche ci è dato di poter dire in quale anno fosse stato celebrato questo connubio aleramico-d’Hauteville; ci risulta solamente dalla carta già ricordata del 1094 che in questo anno Enrico era in Sicilia e che nel 1097 il nome di lui, insieme etc..”. Il Pontieri, a p. 430 scriveva: “La sua posizione verrà più tardi consolidata dalla vasta signoria di Butera e di Paternò, che Enrico ricevette – o gli fu convalidata – da sua sorella Adelasia, dopo che questa, alla morte del conte, assunse la reggenza dello Stato (39).”. Pontieri, a p. 430, nella nota (39) postillava: “(39) Il Garufi, Le donazioni del conte Enrico di Paternò ecc.., cit., in “Revue de l’Orient latin”, cit., IX (1902), doc. I, ha notato,, in base a questo documento, l’infondatezza della tradizione secondo cui la contea di Butera e Paternò sarebbe stata data dal conte Ruggero a sua figlia Flandina in dote: vedi anche Garufi, Gli Aleramici, p. 50; Idem, Il Tabulario di S. Maria della Valle Giosafat nel tempo normanno ecc.., in “Archivio Storico per la Sicilia orientale”, V (1908), pp. 178 ss., e cfr. Townsend White, Latin monasticism in Norman Sicily, cit., pp. 208-9.”. Tuttavia il Pontieri non chiarisce come sia arrivata la contea di Policastro a Flandina o a Enrico del Vasto, che come abbiamo visto oltre ad essere conte di Paternò-Butera era anche conte di Policastro, contea che in seguito Simone del Vasto erediterà alla sua morte. Sappiamo da Wikipedia che con il matrimonio con Flandina, figlia di Ruggero I d’Hauteville, Enrico ricevette in feudo la contea di Paternò, alla quale si aggiunsero quella di Butera, sempre in Sicilia, e quella di Policastro tra Basilicata, Calabria e Campania meridionale. Il Pontieri parla solo dei possedimenti di Butera e di Paternò ma non dice nulla della contea di Policastro. Il Pontieri, a p. 430 scriveva solo in proposito che: “La sua posizione verrà più tardi consolidata dalla vasta signoria di Butera e di Paternò, che Enrico ricevette – o gli fu convalidata – da sua sorella Adelasia, dopo che questa, alla morte del conte, assunse la reggenza dello Stato (39).”. Il Pontieri ipotizzava che le donazioni deli vasti possedimenti Siciliani fossero stati in seguito convalidate dalla sorella Adelasia che, alla morte del marito Ruggero I assunse la reggenza dello Stato che era stato ereditato da Simone primogenito.  Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 450, in proposito scriveva che: “Naturalmente suo fratello Enrico prese una posizione preminente, non solo perchè era ovvio che così fosse, ma anche perchè egli si presentava come l’esponente più autorevole degli oltremontani che la conquista normanna aveva attirato in Sicilia: certo fu Adelasia, come è stato ricordato, che gli conferì l’investitura feudale delle due importantissime contee di Butera e di Paternò, i cui territori, in tutto o in parte, è probabile costituissero la dote che il conte Ruggero aveva assegnato a sua figlia Flandina allorchè era andata sposa allo stesso Enrico (78).”. Pontieri, a p. 450, nella nota (78) postillava: “(78) Garufi, Gli Aleramici ecc.., p. 50; come marito di Flandina Enrico era l’amministratore dei suoi beni dotali: cfr. Caen, Le régime féodal etc..’, cit., p. 87.”. Salvatore Tramontana

Dal 1092-92 al 1105, Simone di Sicilia, futuro conte di Policastro, figlio di Ruggero I d’Altavilla, gran conte di Sicilia e di “Adelasia” o Adelaide del Vasto

Il primogenito di Ruggero I d’Altavilla fu un figlio naturale di nome Giordano (1055c.-1092), che non sopravvisse al padre. Simone d’Altavilla, noto anche come Simone di Sicilia (Palermo, 1093 – Mileto, 28 settembre 1105) fu il primogenito e successore designato di Ruggero I, Gran Conte di Sicilia, e di Adelaide del Vasto, la quale tenne la reggenza durante il suo breve regno. Simone ereditò la contea di Sicilia nel 1101, ancora molto giovane, e morì appena quattro anni dopo, nel 1105 a Mileto, dove fu sepolto nell’abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni. Gli successe il fratello, il grande Ruggero II, (dopo la reggenza della madre Adelasia fino al 1112) che sarebbe poi diventato Re di Sicilia. Dunque, la Contea di Sicilia, fu retta fino al 1112 dalla madre Adelaide del Vasto, in accordo con Ruggero Borsa, nipote di Ruggero I d’Altavilla, padre di Simone.  Da Wikipidia leggiamo che Adelaide del Vasto, anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato; i loro figli furono: 1. Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia. Simone, figlio di re Ruggero I morì nel 1105, e poi, fino al 1112 vi fu la reggenza della madre Adelasia del Vasto. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Su Simone, la madre Adelaide del Vasto e la sua reggenza ha scritto Ernesto Pontieri. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 440-441, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Lungi dall’avventurarci nell’aggrovigliata questione sul numero e sull’individuazione dei figli, legittimi e naturali, del conte Ruggero, ci limitiamo a notare che egli ebbe due figli aventi lo stesso nome di Goffredo: costume non insolito nelle famiglie normanne, anzi nella stessa famiglia di Tancredi di Hauteville, il padre di Ruggero….Ora il Malaterra, dopo aver ricordato la morte di Giordano, avvenuta nel 1092, testualmente aggiunge…..Ma ecco che, alcuni mesi dopo, Adelasia dava alla luce Simone, salutato dall’esultanza di tutta la corte. Anche il Malaterra mostra di commuoversi davanti al fausto evento e lo celebra inserendo nel ‘De rebus’ un carme, etc…”. Pontieri, a p. 442, in proposito alla nascita di Simone, scriveva che: “La casa del gran conte di Sicilia era dunque pervasa di letizia, perchè Adelasia aveva dato al consorte non solo un figlio maschio, ma anche l’atteso erede. Certo, in un atto della cancelleria del conte Ruggero, consacrante una donazione da lui fatta nel 1094 al monastero di S. Maria “de Rokella apud paleapolim”, in Calabria, il nome di Simone vi è rappresentato come “filius Rogerii comitis et heres”(65).”. Pontieri cita il documento a p. 442, nella nota (65) postillando: “(65) Regii Neapolitani Archivi Monumenta, vol. VI, doc. VIII, pp. 159-160.”. Pontieri cita il documento a p. 442, nella nota (65) postillando: “(65) Regii Neapolitani Archivi Monumenta, vol. VI, doc. VIII, pp. 159-160.”. Pontieri, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”. Il Pontieri parlando di Ruggero I d’Altavilla, scriveva che Simone, conte di Policastro successe al padre nel 1101 dopo la sua morte. Dunque scriveva che Simone, conte di Policastro era figlio naturale di Ruggero I e di Adelaide del Vasto. Anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 439, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Il 22 giugno 1101 Ruggero moriva a Mileto, in Calabria, sua dimora domestica preferita, e quivi i suoi resti vennero sepolti (59). Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Pontieri, a p. 439, nella nota (59) postillava: “(59) Vedi ‘Necrologium Casinense’, in Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, t. V., p. 76; Lupo Protospatario, Chronicon, ed. Pertz, in MGH., SS., ad an. 1101; Annales Siculi, ed. E. Pontieri, In Muratori, RR. II. SS.(2), t. V, p. 115; Romualdo Salernitano, p. 202, n. 6; il sarcofago, tuttora conservato, in cui fu deposta la salma del conte, è stato illustrato da L. De La Ville sur Yllon, La tomba di Ruggero conte di Calabria e di Sicilia, in “Napoli nobilissima”, 1892.”. Dunque, in questo passaggio, il Pontieri, parlando della reggenza di “Adelasia”, l’ultima moglie di Ruggero I d’Altavilla che morì nel 1101, ci parla di Simone, figlio di Ruggero I d’Altavilla, perchè scrive che: Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Sulle origini di Simone, figlio di “Adelasia” e di Ruggero I d’Altavilla, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 437, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito racconta che: “Nel 1098 Ruggero era stato chiamato in suo aiuto dal principe di Capua, il normanno Riccardo II Drengot, contro cui, due anni prima, era insorta la popolazione longobarda della capitale, costringendolo ad allontanarsene. Il conte di Sicilia, al quale Riccardo, in cambio dei soccorsi richiesti, aveva ceduto i diritti che Capua vantava su Napoli, accorse in testa a compatte schiere di armati, in mezzo ai quali spiccavano intrepidi manipoli di musulmani di Sicilia. Capua, vigorosamente assediata dal conte Ruggero e da suo nipote Ruggero I di Puglia che lo fiancheggiava, capitolò. Durante questa vicenda, ….Adelasia seguì il marito, sostando con lui e con le soldatesche che li seguivano dappima in Calabria e da ultimo nelle terre attigue a Benevento, donde, dopo essersi incontrati col pontefice Urbano II, che invano si era fatto mediatore tra i belligeranti, i due coniugi mossero verso Capua (56).”. Pontieri, a p. 438, nella nota (56) postillava: “(56) Sull’assedio di Capua vedi Malaterra, I. IV, 27, p. 125, e cfr. Schipa, Storia del Ducato napoletano, cit., p. 349; Idem, Il Mezzogiorno anteriormente alla Monarchia. Ducato di Napoli e Principato di Salerno, pp. 196-97.”.  Pontieri, a p. 438, scriveva pure che: “Già Adelasia aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); alcuni anni dopo lo rese padre una seconda volta, dandogli Ruggero, il futuro unificatore delle conquiste fatte dai suoi antenati in Italia (58).”. Infatti, il Pontieri postillava che “Adelasia” “….aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); etc…”., aggiungendo che il futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla era l’altro fratello di Simone, conte di Policastro.  Pontieri, a p. 438, nella nota (57) postillava: “(57) Il Malaterra. I. IV, 19, p. 98, pone la nascita di Simone dopo la morte di Giordano, suo fratello, ossia nel 1092. Il 26 aprile di questo anno, Giordano, come risulta da un atto di donazione fatta dal conte Ruggero al monastero di S. Agata di Catania, era ancora vivo: cfr, Kehr, Die Urkunden der normannischen-sicilischen Konige, cit., p. 14. Tale data è da preferirsi all’altra segnata nel ‘Necrologium Panormitanum’, ed. Winkelmann, in “Forshungen zur deutschen Gesch.”, XVIII, (1878), p. 474, secondo cui ‘critiques sur quelches diplomes normands de l’Archivio Capitolare di Catania, estr. dal “Bullettino dell’Archivio Paleografico italiano”, N.S., I-III (1956-1957), p. 149.”. In questo passaggio, Pontieri spiega che Simone dovrebbe essere nato da “Adelasia” subito dopo la morte di “Giordano”, altro figlio di Ruggero I d’Altavilla. Sempre il Pontieri, su Simone, a pp. 438-439, nella nota (58) postillava: “(58) Terminata la narrazione dell’assedio di Capua, il Malaterra, I. IV, 26, p. 105, aggiunge, in un’annotazione cronologica curiosa quanto generica: “ibi se impregnavit comitissa Adelasia de comite Rogerio”; in breve, il futuro re Ruggero II sarebbe stato concepito nel 1098 (primavera). Senonchè Romualdo Salernitano, ed. Garufi, p. 236, informatissimo della biografia di Ruggero II, dà elementi cronologici inconciliabili col contenuto della annotazione del Malaterra; infatti, registrata al 1152 (ma al 1154), la morte di Ruggero, egli aggiunge: “mortuus est…anno vite sue quinquagesimo octavo, mensibus duobus, diebus quinque, vicesimo septimo die mensis Februari, anno regni sui vicesimo IIII, anno Dominice incarnationis MCLII, Indic., I.”; di modo che, fondando i calcoli su questi elementi anagrafici, che collimano con quelli delle fonti, Ruggero II sarebbe nato il 22 dicembre 1095, e cioè poco più di due anni dopo suo fratello Simone. Questa data viene accettata sia dall’Amari, Musulmani, cit., vol. III, p. 199, che dallo Chalandon, op. cit., vol. I, p. 352-53. e dal Caspar, Roger II, cit., pp. 21-22. Rimane però inspiegabile la bizzarra nota del Malaterra etc…”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, parlando del Gran Conte di Sicilia, Ruggero I d’Altavilla, sposo di Adelaide del Vasto, a p. 227, in proposito scriveva che: Pure qualche atroce dolore non risparmia il suo cuore paterno: la moglie del figlio prediletto, sia pur ribelle una volta (L. III, cap. 36), dell’erede Giordano (L. IV, cap. 18). Ma Dio consola di lì a poco il Conte, perchè Adelasia gli dà il piccolo Simone, sul cui capo egli può riporre le sue speranze e conservargli il ricordo di un passato di lavoro e di stenti, dal quale è germinata la potenza presente (capitolo 19). Ecc..”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a pp. 417-418, parlando e riferendosi a Policastro, sulla scorta dell’Ughelli e del Telesino (…), scriveva: “Ma il Conte Ruggieri avendolo ampiamente ristorato, e rifatto, a Simone suo figlio bastardo lo diede. Il citato Ughellio ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta. Ed è acciò distintamente veggasi, che questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; e dell”Abbate Telesino, nel principio del libro I’ ce ne fu lasciata memoria con le seguenti parole:  “Huic quippe (cioè Ruggiero Juniore) unicus erat frater primogenitus nomine Simon, qui Patri obituro successurus erat.”. E poco dopo aggiungeva che: “Factum est autem dum Simon Genitorque Rogerius vi numinis ad extrema pervenissent, Rogerius minimus ad potiendum Comitatum haeres succedit.”. Anche la ‘Cronaca di F. Corrado’ ce ‘l disse così: “Post hunc Simon ejus primogenitus filiorum Regnum eccepit, qui per paucos vixit annos”. Del Simone Signore di Policastro, che fu il Bastardo, spessissima menzione si trova fatta in ‘Falcando nella storia Sicola’ nè tempi di Re Guglielmo; e di lui, come di giusto, potente nimico aveva Majone tutto il possibil timore. Ecc…”. Ecco ciò che scrive l’Antonini su Simone figlio di Ruggero I d’Altavilla.

Antonini, p. 417

(Fig….) Pagine n. 416-417, tratte dalla ‘Lucania’ dell’Antonini (…), Discorso X, parte II

Simone del Vasto, Conte di Policastro, figlio illegittimo o ‘bastardo’ di re Ruggero II e suo figlio Ruggero Sclavo

Isidoro La Lumia (…), nel suo “Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono”, a p. 49, ci parla di Tancredi e di Simone al tempo di re Guglielmo I. La Lumia, scrive che:

La Lumia, su Sclavo nipote di Simone e cugino di Tancredi

La Lumia (…), dice che nella rivolta del Bonello, la congiura ordita da alcuni Baroni Normanni contro re Guglielmo I, si presentarono nel Palazzo del Re a Palermo, uno dei capi della rivolta, Ruggiero Sclavo, nipote di re Guglielmo I e figlio ‘Bastardo’ del Conte Simone, si presentò al cospetto del Re Guglielmo, suo zio, insieme a suo cugino Tancredi. La Lumia (…), scrive che uno dei capi della rivolta baronale del 1161 era un certo Ruggero Sclavo (in latino Rogerius Sclavus), (XII secolo – post 1177), era uno dei capi della rivolta del ‘Bonello’ ed era figlio ‘bastardo’ (illegittimo) di Simone ed era “nipote del Re”. Dunque, secondo il La Lumia, il Simone della ‘rivolta del Bonello’, era fratello del Re Guglielmo I. Simone, sposò Tomasia e secondo la cronaca medievale anonima attribuita ad Ugo Falcando, fu un personaggio di primo piano del suo tempo, quando le gesta di “Symon comes Policastrensis” assieme a quelle di “Robertus comes Lorotelli regis consobrinus” e di “Ebrardus comes Squillacensis”, sono poste in evidenza nell’ambito delle tumultuose vicende che caratterizzarono gli anni attorno alla metà del secolo XII, quando i tre baroni parteciparono alla ribellione contro il re Guglielmo I il Malo (1154-1166). Il Simone che per il Fazello (…), è il Simone della ‘Rivolta del Bonello’ contro il re Guglielmo I del 1161 e, figlio del Marchese Enrico del Vasto e di Flandina d’Altavilla (…), è Simone del Vasto, figlio del Marchese Enrico del Vasto, sposato con Flandina d’Altavilla, figlia di re Ruggero I. Lo studioso coevo, Carlo Alberto Garufi (…), ha ritenuto che Simone del Vasto (detto anche Simone di Butera, Simone d’Altavilla, Simone di Policastro, Simone Aleramico (Sicilia, ante 1137 – Sicilia, 1156), Conte di Paternò e Signore di Cerami), fosse figlio di Enrico del Vasto e di Flandina d’Altavilla figlia di Adelaide del Vasto e di re Ruggero I. Secondo il Garufi (…), Simone del Vasto, alla morte del padre, divenne il capo degli ‘Aleramici’ di Sicilia e il conte dei Lombardi di Sicilia. Secondo le cronache, la madre di Simone del Vasto, era Flandina d’Altavilla che era la  figlia primogenita di Ruggero I d’Altavilla, nata dal primo matrimonio con Giuditta d’Evreux e, quindi Flandina era anche la sorellastra di Ruggero II, nato invece dall’unione con la terza moglie di re Ruggero I, Adelaide del Vasto (Adelasia). Enrico e Flandina ebbero due figli, Simone e Matilde. Simone del Vasto (o Simone d’Altavilla, o Simone di Butera) fu conte di Policastro e conte di Paternò. Alla morte del padre, Simone prese il suo posto come capo degli aleramici siciliani e dei lombardi di Sicilia. Le cronache, confermano ciò che ha sostenuto Agostino Inveges (…), e il Giannone (…), che Tancredi Principe di Bari, o di Taranto fosse figliuolo d’una concubina di Ruggiero (a), poichè questi come si disse fu suo figliuol legittimo, natogli da Albiria (Elvira di Castiglia) sua prima moglie. Tancredi di Taranto e Guglielmo e cioè che essi erano figli legittimi (e non naturali o ‘Bastardi’ come sosteneva il Fazello) di re Ruggero II d’Altavilla e di ‘Albiria’ (Elvira di Castiglia, prima sua moglie). Le cronache parlano di un Simone che era un figlio naturale (illegittimo per la successione dinastica, dunque ‘Bastardo’) di Ruggero II di Sicilia (Ruggero II d’Altavilla). Primo Conte di Policastro fu Simone, detto il ‘Bastardo’. Scrive il Fazello (…) che: “Erano a quel tempo tra i primi signori e più stimati, Roberto di Loricelli consobrino del re, Simone conte di Policastro ed Eberardo conte di Squillaci…”, i quali ordirono una congiura contro Majone, ammiraglio di re Guglielmo I, che fu ucciso da Matteo Bonello, il quale fu poi perdonato dal re Guglielmo I detto il Malo, che invece incarcerò altri congiurati come il principe Simone conte di Policastro e suo fratellastro che più tardi, nel 1161, partecipò alla ‘congiura del Bonello’ contro il re Guglielmo.

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(Fig….) Tommaso Fazello (….), passo tratto da Remigio Fiorentino Deca II, Libro VII, Cap. IV, p. 115

Falcando, su Simone, p. 21

(Fig….) Ugo Falcando (…), p. 21, dove si parla di ‘Symon Comes Polycastrensis’ e dell’altro potente Conte “Comes Lorotelli Polycastrensis Squillacensis”, e le congiure contro re Guglielmo I.

Simone del Vasto, sua moglie Tomasia e i loro figli Manfredi, Alessandro e Guglielmo di Policastro e suo figlio illegittimo Ruggiero Sclavo

Simone del Vasto, sposò la contessa Tomasia e a lui seguì suo figlio secondogenito Manfredi, di cui ci rimangono un atto dell’aprile 1154 ed un altro del dicembre 1158. Le cronache medievali riferiscono che Simone avrebbe avuto anche un figlio naturale detto “Rogerium Sclavum filium comitis Symonis spurium” (p. 63 del Liber di Falcando) che, dopo aver occupato i possedimenti paterni nel 1161 (…) ed aver tentato di resistere all’assedio postogli dal re Guglielmo, sarebbe successivamente esulato “ultra mare” con il consenso del sovrano (…). Secondo il La Lumia (…), uno dei capi della ‘Rivolta del Bonello’ ai tempi di re Guglielmo I, era Ruggero Sclavo, figlio illegittimo di Simone.

Falcando dal Del Re, parla di Ruggero Sclavo e di Simone.JPG

(Fig….) Ugo Falcando (…), su “Ruggiero Sclavo” ed il Principe Simone, suo padre, passo tratto dal Del Re (…), p. 326.

Ecco cosa scriveva il Di Meo (…), a p. 268, parlando di Simone e di Ruggero Sclavo suo figlio, nell’anno 1161, in occasione della ‘Rivolta del Bonello’:

Di Meo, sul Principe Simone, p..JPG

Dunque, per il Di Meo (…), Simone “che diceasi Principe”, era il fratellastro di Re Guglielmo I detto il Malo e Ruggero Sclavo, figlio del Principe Simone, Tancredi figlio del Duca ecc.. Di quale Simone? Del Simone che partecipò alla congiura contro il Re e che era lo zio di un altro congiurato, di Tancredi. Il La Lumia (…), che sulla scorta di Ugo Falcando (…), scrive che Simone del Vasto aveva un figlio naturale (illegittimo) chiamato Ruggiero Sclavo (uno dei capi della rivolta contro re Guglielmo I, suo zio), se ne deduce che Simone del Vasto aveva un figlio chiamato Ruggiero Sclavo (lo scrive il Fazello). Infatti, le cronache e Carlo Alberto Garufi (…), riferisce che Simone del Vasto, ebbe due figli, Manfredo che ereditò i titoli e i possedimenti paterni e Ruggero, figlio illegittimo nato fuori dal matrimonio, come riportato da Ugo Falcando (…), che fu uno dei capi della rivolta baronale del 1160 contro Guglielmo I di Sicilia. Ruggero Sclavo era il figlio illegittimo di Simone del Vasto, conte di Butera, di Paternò, di Policastro e signore di Cerami. Ruggero Sclavo apparteneva quindi ai Del Vasto, ramo degli Aleramici, ed era fratellastro di Manfredo del Vasto, e nipote della normanna Flandina d’Altavilla, figlia di re Ruggero I gran conte di Sicilia. Pochi mesi dopo la ‘Rivolta del Bonello’, Ruggero Sclavo, alleatosi con Tancredi d’Altavilla, il futuro IV re di Sicilia, fomentò una seconda ondata antisaracena. Ruggero si scagliò, insieme ai lombardi, contro i musulmani dell’isola: saccheggiarono il territorio e fecero un massacro della popolazione di religione islamica, sia che vivesse in città insieme ai cristiani, sia che vivesse nei villaggi dei dintorni. Come scrive il cronista dell’epoca Romualdo Guarna (…), detto il “Salernitano”, nel Chronicon sive Annales:

« cepit seditionem in Sicilia excitare, terram de demanio regis invadere et Sarracenos ubicumque invenire poterat trucidare ».

Ruggero Sclavo, come Tancredi, rientrò in Sicilia dopo la morte del re 1166 ed era ancora documentato in vita nel gennaio 1177. Riguardo il Simone del Vasto, lo scrittore Guido Di Stefano (…), nel suo, Monumenti della Sicilia Normanna, a p. 96, sulla scorta del Garufi (…), parlando di alcuni monumenti della Sicilia ed in particolare della chiesa di S. Maria la Cava (Tavv. 185-186) ad Aidone, scriveva in proposito: “…appare già entrata nell’uso per quel territorio la designazione di ‘longobardorum’; con espressione eguale a quella di Falcando, laddove (ed. cit. p. 70) racconta come nel 1061, Ruggero Sclavo “Buteriam, Platiam caeteraque Longobardorum oppida, quae pater eius (Simone di Butera, figlio di quel conte Enrico di Paternò che fu detto “conte dei paesi lombardi”) tenuerat occupavit”. E’ perciò probabile che la chiesa di S. Maria la Cava (o del Piano) risalga a quel tempo, anche se deve considerarsi errato il riferimento ad essa di un documento del 1134 che l’attribuirebbe alla contessa Adelicia (v. Pirro e White).”. Anche il De Stefano, postillava che il White (…), metteva in dubbio il documento del 1134, pubblicato dal Pirro (…)(vedi immagine). Il Di Stefano (…), a p. 95, sugli Aleramici, postillava che: “Sulla colonizzazione “lombarda” vedi: M. Amari, Storia Mus., cit. III, pp. 218-239 e C.A. Garufi (…), Gli Aleramici e i Normanni in Sicilia e nelle Puglie, in Centenario della nascita di Michele Amari, vol. I, p. 47 sgg. è però sempre utile lo spoglio degli indici del Salernitano e del Falcando ecc..”. Sempre a proposito di Simone, nello stesso testo del Di Stefano (…), troviamo nell’Appendice, a cura di F. Giunta, ‘Altre testimonianze documentarie sull’attività edilizia nella Sicilia normanna, sulla scorta di Cusa (…), p. 558, scriveva in proposito: “Il Conte Simone concede al monastero di S. Maria di Licodia facoltà di costruire un casale.”.

Nel 1161, Ruggero “Sclavo”, figlio naturale di Simone del Vasto o Simone di Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o Paternò- Butera

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a pp. 435-436, in proposito scriveva che: “Legata alla Corona, la Casa aleramica di Sicilia conservò la sua potenza e prosperità finchè durò questa solidarietà. Tre generazioni dopo il conte Enrico, i buoni rapporti si alterarono: fu nella contea di Butera che le animosità fra lombardi e arabi esplosero, fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale, gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Sclavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54), Ruggero, privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’innamorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Pontieri, a p. 436, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Pontieri scriveva che Ruggero Sclavo era figlio naturale di Simone del Vasto o Simone Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o conte di Paternò-Butera. Dunque, Ruggero Sclavo era nipote di Enrico del Vasto. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 436, in proposito scriveva che: “…fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Slavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54). Ruggero privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’inonorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero Sclavo, (in latino Rogerius Sclavus), (XII secolo – post 1177), è stato un nobile del Regno di Sicilia nel XII secolo, uno dei capi della rivolta baronale del 1161 contro Guglielmo I di Sicilia. Ruggero Sclavo era il figlio illegittimo di Simone Del Vasto, conte di Butera, di Paternò, di Policastro e signore di Cerami. Simone era a sua volta figlio di Enrico del Vasto e di Adelaide. Ruggero Sclavo era figlio illegittimo di Simone del Vasto, conte di Policastro. Ruggero apparteneva quindi ai Del Vasto, ramo degli Aleramici, ed era fratellastro di Manfredo del Vasto, e nipote della normanna Flandina d’Altavilla, figlia di Ruggero gran conte di Sicilia. Nel marzo 1161 fallì la rivolta popolare promossa a Palermo da Matteo Bonello contro il re Guglielmo I e i musulmani che ancora vivevano in Sicilia, considerati usurpatori. Alcuni degli sconfitti si rifugiarono nei territori aleramici dell’isola abitati da lombardi (Butera, Piazza Armerina), immigrati nell’isola al seguito dei del Vasto. Ruggero Sclavo, come Tancredi, rientrò in Sicilia dopo la morte del re 1166 ed era ancora documentato in vita nel gennaio 1177.

Simone del Vasto, conte di Monte Sant’Angelo

Pierre Aubè, nel suo, Roger II de Sicilie (….), parlando di un certo Simone conte di Monte Sant’Angelo, scriveva in proposito che: “il conte Roberto, figlio di Riccardo, conte di Boiano, e infine Simone, conte di Monte Sant’Angelo, cugino del re, in quanto figlio del Conte Enrico, zio acquisito di Ruggero II, da cui ha ereditato le rare qualità di statista e condottiero.”. Aubè si riferiva dunque ad un Simone cugino di re Ruggero II e figlio dello zio acquisito di re Ruggero II, ovvero Simone del Vasto, figlio di Enrico del Vasto, fratello della della terza moglie di re Ruggero I, Adelaide del Vasto, la madre di re Ruggero II. Nel febbraio 1137, l’Imperatore tedesco Lotario III, in guerra contro re Ruggero II di Sicilia, cominciò a spostarsi verso il Sud e fu raggiunto da Rainulfo e dai ribelli. Aubè (…), sulla scorta del cronista dell’epoca Falcone Beneventano (…), continua a p. 235, su Simone del Vasto, Conte di Policastro (che ereditò dal padre Enrico), e cita un episodio in cui l’Imperatore Lotario III: “L’8 maggio è a Monte Sant’Angelo, dove fa man bassa sul tesoro del conte Simone, cugino di Ruggero II.”. Quindi, Simone del Vasto, nel 1137, era un fedelissimo di re Ruggero II, oltre che suo cugino.

Nel 1143, Guglielmo, figlio di Simone, conte di Policastro, e di Thomasia

In merito alle connessioni esistenti tra le vicende feudali di Policastro e la discendenza dei conti di Paternò, le cui origini risalivano a quelle lombarde di Enrico, alcune notizie ci provengono attraverso le vicende del giustiziere di Valle Crati Alessandro di Policastro, a cui possono essere riferite quelle di Guglielmo di Policastro, figlio di Simone conte di Paternò. Guglielmo, figlio eufemio (benedetto) del conte Simone e della contessa Thomasia sua moglie, compare nel menzionato atto dell’agosto 1143 quando, assieme a loro, effettuò alcune donazioni al monastero di Santa Maria di Licodia. Atto che fu sottoscritto anche da “Rogerius filius comitis” e da “Manfredus filius comitis”, in qualità di testi. Guglielmo di Policastro risulta menzionato ancora in un atto del 1166, quando sappiamo dell’esistenza di una sua casa (οἴϰου γουλιάλμου παλεουϰάστρου) nella “Galca” (γάλϰας) di Palermo, vicina a quella di altri importanti dignitari della corte. Alessandro di Policastro, figlio di Guglielmo, compare invece per la prima volta, in un atto del giugno 1199, dove troviamo: “domino Alexandro filio Guillelmi regiis justitiariis”. Il giustiziere Alessandro fu un personaggio importante in Calabria durante il dominio svevo e tra i suoi discendenti, ebbe i figli Enrico, Simone e Roberto che fu vescovo di Catanzaro. Oltre a loro, i documenti dei primi anni del Duecento, evidenziano la presenza anche di altri componenti di questa casata, come testimoniano alcuni atti relativi alle abbazie cistercensi di Santa Maria della Sambucina e di Sant’Angelo de Frigillo. Salvatore Tramontana (….), nel saggio “Ruggero I d’Altavilla, il Cavaliere, l’Uomo, il Politico”, in “Ruggero I e la provincia Melitana” a cura di Giuseppe Occhiato, a p. 18, in proposito scriveva che: “Ruggero I – che nel 1089 sposava in terze nozze Adelasia del Vasto, figlia del piemontese marchese Aleramico – riusciva a far sposare le figlie, alle quali elargiva consistenti doti, con esponenti delle famiglie principesche più potenti del tempo. Maximilla, per esempio, andava sposa a Coloman, re d’Ungheria, Costanza a Corrado, figlio di Enrico I, imperatore del Sacro Romano Impero, Matilde a Raimondo IV di Saint-Gilles, conte di Tolosa, Flandina al conte Aleramico, fratello di Adelasia, Emma promessa a Filippo I re di Francia, accettava poi di contrarre matrimonio con Guglielmo III, conte di Clermont.”. Da Wikipedia leggiamo che Oltre ad Adelaide, si trasferirono in Sicilia, anche due sorelle, che sposarono due figli illegittimi di Ruggero, Giordano e Goffredo, mentre il fratello Enrico sposò Flandina, figlia di Ruggero e Giuditta d’Evreux, e divenne conte di Paternò e Butera e capo degli Aleramici in Sicilia. Suo figlio Simone, conte di Butera e di Policastro, ebbe un figlio legittimo Manfredo e uno illegittimo, Ruggero, ma la linea maschile del ramo siciliano si estinse nel corso del XII secolo. Manfredo del Vasto, detto anche Manfredi del Vasto o Manfredi di Mazzarino (Sicilia, ante 1143 – Sicilia, 1193), fu barone di Mongiolino, conte di Butera, di Paternò e di Mazzarino. Figlio di Simone del Vasto e nipote di Enrico del Vasto e di Adelaide del Vasto, moglie del Gran Conte Ruggero, alla morte del padre, divenne il capo degli Aleramici di Sicilia e il conte dei Lombardi di Sicilia. Manfredo prese in moglie Beatrice, figlia di Oddone de Arcadio (o di Arcadio).[1] Secondo il Mugnos, Manfredo ebbe un figlio, Giovanni[2], che ne ereditò i feudi e per primo fu chiamato di cognome Mazzarino dal nome del possesso, considerabile così il capostipite dell’omonima famiglia.[3] Come riporta Vito Amico Giovanni si ribellò a re Giacomo II di Aragona che lo privò di tutti i suoi beni, e morì annegato nel 1286 insieme a Gualtieri di Caltagirone, mentre il possedimento di Mazzarino passò nel 1288 al messinese Vitale di Villanova.[1]

Nel 1154, Matteo di Salerno (Matteo d’Aiello), cancelliere del Regno

Matteo è documentato come notaio della cancelleria normanna (notarius domini regis) dal 1154 al 1160. In questo periodo era al seguito di Maione di Bari che reggeva le redini dello stato in vece del poco presente re Guglielmo I. Il suo legame con Maione, anch’egli di origini non nobili, diventò sempre più stretto e l’ammiraglio gli affidò incarichi sempre più importanti: nel 1156 Matteo partecipò alla redazione del trattato di Benevento insieme al vescovo di Salerno Romualdo II Guarna. Maione, inviso alla nobiltà normanna che lo accusava di usurpare il governo del regno, nel 1159 cadde vittima di una congiura capeggiata da Matteo Bonnel; Matteo da Salerno riuscì a sfuggire all’agguato mentre il re Guglielmo venne prima fatto prigioniero e poi reinsediato dal popolo. Il sovrano richiamò a corte Matteo e gli affidò l’incarico di ricompilare alcuni registri (tra cui il Catalogus baronum) che erano andati distrutti durante la sommossa. La stima del re per Matteo era tale che il funzionario nel 1166 compare come magister notarius ed in seguito gli fu affidato il governo dello stato insieme a Riccardo Palmer, al vescovo eletto di Siracusa ed al caid Pietro, un musulmano. Alla morte di Guglielmo (1166), secondo le ultime volontà di quest’ultimo, Matteo fece parte (con il gaito Pietro e con il vescovo di Siracusa Riccardo), del consiglio che affiancava la regina Margherita nella conduzione del regno, essendo il figlio Guglielmo non ancora maggiorenne. Tuttavia la regina, diffidando dei feudatari e del consiglio, preferì farsi circondare da alcuni suoi familiari: suo fratello, Enrico, giunse subito dalla Navarra ed ebbe il feudo di Montescaglioso; ma soprattutto suo cugino, Stefano di Perche, fu nominato cancelliere del regno, generando i risentimenti della corte ed in particolare di Matteo che aspirava a quel titolo. Alla fine i favoritismi verso i navarresi e i francesi finirono per infastidire anche la parte musulmana della corte che fino ad allora aveva goduto del favore del re grazie ai propri meriti e alle proprie capacità. Stefano di Perche, avvertendo i pericoli di una congiura, fece arrestare molti dei funzionari della corona tra cui anche Matteo; tuttavia quest’ultimo, dal carcere, riuscì comunque ad organizzare una sommossa che costrinse Stefano di Perche a lasciare la Sicilia nel 1168. Si formò quindi un nuovo gabinetto di dieci familiares regis, ovvero di consiglieri, tra cui figuravano, oltre a Matteo, il navarrese Enrico di Montescaglioso (fratello della regina), Riccardo Palmer, Romualdo Guarna e Gualtiero (a volte, erroneamente detto Offamilio) (precettore del giovane re) che fu eletto arcivescovo di Palermo. Dal dicembre 1169 Matteo compare nei documenti come vicecancelliere. Alla morte di Guglielmo II senza eredi il Regno precipitò nel caos a causa della guerra tra i pretendenti al trono: ovviamente Matteo, anche se già anziano e malato di gotta, si schierò con Tancredi di Lecce. In particolare la propaganda di Matteo contro Ruggero di Andria danneggiò quest’ultimo e assicurò a Tancredi la corona. Inoltre furono le esortazioni di Matteo che portarono il papa Clemente III a sostenere la causa del principe normanno contro l’imperatore Enrico VI. Per questi motivi Tancredi elesse Matteo a cancelliere, il primo dopo la cacciata di Stefano di Perche nel 1168. La salute di Matteo continuò a peggiorare e la morte lo colse nel 1193. Egli lasciò due figli, Riccardo e Niccolò, che ebbero una certa influenza nella vita del regno e continuarono la politica anti-sveva del padre.

Nel 1160-61, la Rivolta del Bonello

Da Wikipedia leggiamo che Il rapporto tra il re Guglielmo ed i nobili feudatari tornò presto a incrinarsi dopo che si sparse la voce che l’ultimo baluardo siciliano in Africa, la città di Mahdia, era stata conquistata dalla dinastia musulmana berbera degli Almohadi (gennaio 1160). La perdita dei territori d’Africa, che rendeva assai più problematici i traffici commerciali nel Mediterraneo, fu imputata all’admiratus del Regno, Maione di Bari, che avrebbe abbandonato la città senza colpo ferire, mentre questi spergiurava che l’ordine gli era stato imposto dal re. Guglielmo fu così costretto a contattare i nobili più scontenti che già minacciavano atteggiamenti di disobbedienza. La tradizione narra che Matteo Bonello fedele inizialmente alla corte di Palermo fu inviato in Calabria come ambasciatore del re Guglielmo, per cercare una soluzione diplomatica alle controversie con la nobiltà locale. Durante la missione avrebbe cambiato orientamento e voltando le spalle agli Altavilla si sarebbe messo a capo di una rivolta composta dalla nobiltà calabrese e pugliese. Di sicuro Bonello aveva particolarmente in odio l’ammiraglio del regno Maione, i vicari del re e gli emiri di origine araba che a loro volta godevano della piena fiducia del sovrano. Comunque poté godere in Sicilia dell’appoggio anche di diversi baroni, ma soprattutto della benevolenza popolare perché la corte era oramai considerata ostile ed invisa a larghe fasce della popolazione. Il 10 novembre del 1160 giunse sino a Palermo e nelle strade della capitale siciliana catturò e giustiziò in pubblico Maione di Bari fra il giubilo dei popolani. Una tradizione popolare vuole che Maione fosse stato ucciso davanti al palazzo arcivescovile, dove ancora oggi sul portone d’ingresso si troverebbe infissa l’elsa della spada del Bonello. Il re Guglielmo fu costretto, per placare la rivolta a dichiarare che non avrebbe arrestato Bonello. Ma la resa dei conti era solamente rimandata, poiché, uccidendo l’ammiraglio Maione, il Bonello si era inimicato una parte influente della corte siciliana. Successivamente Bonello si ritirò nel castello di Caccamo (PA) da dove nel marzo del 1161 organizzò una congiura contro lo stesso Guglielmo. Catturato ed imprigionato il sovrano, fu dichiarato decaduto e venne proclamato re il figlio Ruggero, peraltro ancora di minore età. La rivolta tuttavia divenne una sommossa incontrollata, vennero trucidati diversi membri della corte e fu avviata una caccia ai musulmani che, considerati usurpatori, vennero massacrati a decine. I palazzi reali vennero saccheggiati e dati alle fiamme con la distruzione di un cospicuo patrimonio economico ed artistico (fra tutti il planisfero realizzato dal geografo arabo Idrisi per Ruggero II). La congiura prevedeva infine la conquista di Palermo, ma Bonello per motivi oscuri non mosse le proprie truppe. Questo gli costò la perdita del controllo dell’insurrezione e, in seguito ad un tradimento, venne arrestato da re Guglielmo, nel frattempo ritornato sul trono, nel suo stesso castello a Caccamo. La tradizione popolare parla di atroci torture ai danni di Bonello: sarebbe stato sfigurato e rinchiuso sino alla morte nei sotterranei dello stesso castello. Fallita la rivolta popolare a Palermo, alcuni degli sconfitti si erano rifugiati nei territori aleramici dell’isola (Butera, Piazza Armerina); Ruggero Sclavo, appena nominato conte di Butera, alleatosi con Tancredi, conte di Lecce e futuro re di Sicilia, scagliò i suoi uomini contro i saraceni: saccheggiarono il territorio e fecero un massacro della popolazione araba. Il re rispose mettendo insieme un esercito di Saraceni e si diresse verso Piazza Armerina e Butera, che conquistò e rase al suolo; i rivoltosi si arresero (estate 1161). Guglielmo I lasciò salva la vita a Tancredi e a Ruggero, ma li confinò fuori dal Regno: Tancredi riparò a Bisanzio, Ruggero forse si recò in Terra santa. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a pp. 435-436, in proposito scriveva che: “Legata alla Corona, la Casa aleramica di Sicilia conservò la sua potenza e prosperità finchè durò questa solidarietà. Tre generazioni dopo il conte Enrico, i buoni rapporti si alterarono: fu nella contea di Butera che le animosità fra lombardi e arabi esplosero, fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale, gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Sclavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54), Ruggero, privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’innamorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Pontieri, a p. 436, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Ruggero II d’Altavilla e di Sicilia, a p. 119, in proposito scriveva che: “Morto nel 1154 il re Ruggiero, gli successe il figliuolo Guglielmo che regnò fino all’anno 1166. Sotto di lui avvenne una fiera rivolta di alcuni baroni nelle Puglie e nel Principato alla quale prese parte Ruggiero conte di Avellino che aveva sposato Fenicia di Sanseverino. Costui nel 1162 riuscì a fuggire mentre la contessa Fenicia fu in Avellino presa prigioniera e condotta a Palermo, da dove riuscì a salvarsi dipoi con suo figlio Guglielmo Sanseverino avuto in prime nozze con Arrigo Sanseverino barone del Cilento (3). In tale epoca Guglielmo Sanseverino era già successo a suo padre Arrigo nella contea di Sanseverino e nella baronia del Cilento, feudi che perdette per la fuga dal reame e che vennero dati al cugino Roberto Sanseverino conte di Caserta. Etc…”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (1) postillava che: “(1) Giannone, vol. 3°, pag. 69”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (2) postillava che: “(2) Giannone, vol. 3°, pag. 70”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Anno X, pag. 275. Egli riporta questa notizia dal Falcando.”.

Nel 1155, Simone di Policastro ‘Contestabile del Regno’, durante una Congiura contro Asclettino, Ammiraglio di re Guglielmo I detto il Malo

E quì si inseriscono alcuni fatti di cronaca raccontati da alcuni cronisti dell’epoca come ‘Romualdi Salernitani’ (Romualdo Guarna Arcivescovo di Salerno (…)), che vedono protagonista il principe Simone, conte di Policastro e ‘Connestabile’ di re Guglielmo I detto il Malo. La sua personalità e i fatti a lui relativi sono noti attraverso gli scritti di Romualdo Guarna Salernitano (…) e Ugo Falcando (…), cronisti contemporanei che in quegli anni frequentarono la Corte di Palermo e quindi da considerarsi testimoni oculari e attendibili degli eventi narrati. Simone Conte di Policastro, ne parlano le cronache al tempo di re Guglielmo I detto il Malo, che dopo la morte di suo padre re Ruggero II d’Altavilla, dovette fronteggiare diverse situazioni. Le cronache del tempo, ricordano Simone, Conte di Policastro che ebbe un ruolo importante in due diverse ongiure di palazzo contro re Guglielmo I: la congiura contro Maione, primo ministro di Re Guglielmo e, la ‘rivolta del Bonello’. Nel 1155 Tancredi di Lecce, cospirò con altri nobili contro il re Guglielmo I (suo zio e padre di Guglielmo II detto il Buono), il quale l’anno dopo sedò la rivolta con le armi e mandò in catene Tancredi e suo fratello Guglielmo. Tancredi rimase alcuni anni a Costantinopoli e ritornò in Sicilia solo nel 1166 dopo l’assunzione del trono da parte di Guglielmo II detto il Buono (Guglielmo il Buono). Il Cataldo (…), traeva alcune notizie su Policastro dal “Marchese di Giarratana” ( come lo chiama anche l’Antonini), che nel 1700, fu pubblicato dal Muratori (…). Il ‘Manoscritto del Marchese della Giaratana’ (…), fu citato più volte dall’Antonini (…), che così chiama questo manoscritto che fu è scritto da Settimo (Girolamo), Marchese della Giarratana che possedeva (forse a Palermo) una grande biblioteca e raccolta di antichissimi documenti. Pare che in questo antico manoscritto vi si il regesto di Pier delle Vigne, segretario di Federico II di Svevia. In questo manoscritto, si fa la coronaca del periodo Svevo in Sicilia e nell’Italia Meridionale. Anche in questo caso, rileggendo la citazione che fa l’Antonini del ‘Marchese della Giarratana’, si fa riferimento a Simone il fratello primogenito di re Ruggero II, ambedue fratelli e figli del Conte di Sicilia Ruggero I. Nel 1155, mentre il Regno era minacciato dalla discesa in Italia di Federico Barbarossa e la Puglia veniva invasa dalle forze dell’imperatore bizantino Manuele Comneno alleato dei baroni ribelli al re Guglielmo I detto il Malo, il cancelliere Asclettino venne inviato dal re in Puglia con Simone di policastro per fronteggiare l’invasione. Testimonia il cronista del tempo Ugo Falcando (…), che la situazione era così incerta e ambigua che ovunque si diffondevano sospetti e timori e non si capiva chi parteggiava per il re e chi per i ribelli. Particolarmente ambigua fu il comportamento dell’ammiraglio Maione (primo ministro di re Guglielmo I) che, fingendo di appoggiare il re, tramava per prendere il dominio dei territori. Fu Maione che ordinò ad Asclettino di convocare a Capua il barone ribelle Roberto di Loritello, e di intimargli di deporre le armi e sciogliere l’esercito; ma il conte non abboccò al tranello tesogli e si rititrò in Molise continuando la guerra. Poco dopo avvennero delle intemperanze tra gli uomini di Asclettino e quelli di Simone; la cosa si trascinò al punto che il conflitto coinvolse anche i due comandanti che si rivolsero parole ingiuriose; Asclettino allora scrisse al re mettendololo in guardia da Simone, il quale – secondo la sua ricostruzione dei fatti – avrebbe tradito e fatto fallire il tentativo di catturare Roberto di Loritello; l’ammiraglio Maione, confermando questa tesi, rincarò la dose aggiungendo anche accuse di complotto contro il re e così determinò la caduta in disgrazia di Simone. Per sgombrare il campo da possibili concorrenti, Maione ordì anche contro Asclettino istigando questa volta Simone di Policastro ad accusare il cancelliere davanti a Guglielmo I di diversi crimini, tra i quali quello di aver complottato contro il re stesso. Nel 1156, Asclettino che rientrava a Palermo, si difese coraggiosamente, dicendosi pronto a rispondere ai singoli capi di imputazione, ma non gli sarebbe stato consentito di esibire le sue prove difensive. Venne dunque deposto ed incarcerato in una torre. Morì qualche tempo dopo nelle carceri di Palermo. Il Cataldo (…), sulla scorta del Falcando e del Fazello (…), scriveva che: Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit”. Quindi, questo Simone di Policastro, secondo il Cataldo (…), visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere”. Infatti, Pino Rende, scrive che il Falcando (…),  ci informa che liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”. Tommaso Falzello (…), nella traduzione di Remigio Fiorentino, sostiene che: “..si incominciò a dire che il conte Simone era ingiustamente ritenuto in carcere; e si spargevan alcune voci per le quali si conosceva ch’egli era chiesto che fosse liberato. L’Ammiraglio,…..cavò di carcere il conte Simone per  comandamento del Re: dopo la cui liberazione parve, ch’ei si mutasse in maniera che…”. Poi il Fiorentino, postillava che: “un poco più sotto dice il Fazello che il conte Simone morì per buona fortuna in viaggio di morte naturale…..

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Fazello, p. 127

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(Fig….) Tommaso Fazello (….), passo tratto da Remigio Fiorentino, Deca II, Libro VII, Cap. IV, p. 115 e s.

La Chronaca del Falcando (…), ci parla di “Symon Comes Policastrensis”, a proposito di Majone, odiato ministro di Re Guglielmo I detto il Malo, figlio di re Ruggero II d’Altavilla. Il Falcando (…), racconta di una congiura ordita contro il grande Ammiraglio e Ministro del Regno Majone, a cui partecipò il fratellastro di re Guglielmo I, insieme ad ad altri personaggi eminenti del Regno. Con Guglielmo I, Maione, fu primo ministro e probabilmente la persona più potente del regno dopo il re stesso. Inviso alla nobiltà siciliana ed al clero, su Maione ricaddero le responsabilità delle rivolte del 1156 e di quelle del 1160 contro la corte normanna, di cui parleremo.  Di Simone, ne parlano le cronache come di un feudatario connestabile di Re Guglielmo I che fu imprigionato perchè si sospettasse avesse partecipato ad una congiura. Secondo Donald Matthew (…), nel suo ‘I Normanni in Italia’, a p. 74-76, parla di un Simone, Conte di Policastro, dettoconnestabile’, a p. 22 parla di Simone, figlio di Ruggero I, il Gran conte, e poi a p. 194, parla di Simone, figlio di Ruggero II.  Donald Matthew (…), nel suo ‘I Normanni in Italia’, a p. 74-76, parla di un Simone, Conte di Policastro, dettoconnestabile’, poi a pp. 22 parla di Simone, figlio di Ruggero I, il Gran conte, e poi a p. 194, parla di Simone, figlio di Ruggero II. Esaminiamo il caso di Simone ‘il connestabile’, Conte di Policastro. Sulla scorta di Ugo Falcando (…), sappiamo che in seguito, Simone,  liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”. Giuseppe Cataldo (…) nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, un dattiloscritto inedito del 1973, a p. 29, parlando di Policastro, scriveva che: Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit”. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria. Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154, subiva la distruzione da parte del Barbarossa.. Il Matthew (…), ci parla di Simone di Policastro, in occasione delle lotte di Guglielmo I, per la conquista del Regno di Sicilia e dei possedimenti del padre Ruggero I d’Altavilla, il Gran conte, morto e dopo l’assedio di Benevento. Guglielmo I di Sicilia detto il Malo era l’ultimo figlio di re Ruggero II e, a cui si possono riferire gli avvenimenti in cui è implicato questo Simone il Bastardo. Il Matthew (…), forse sulla scorta di Romualdi Salernitani (Romualdo Guarna Arcivescovo di Salerno e cronista dell’epoca) (…) e di Ugo Falcando (…), parlando di Guglielmo I, dopo l’attacco a Tinnis nel delta del Nilo e dopo il saccheggio di Almohadi di Pozzuoli, scrive che: “L’esercito di Guglielmo era anche demoralizzato; uno dei due comandanti, il Conte Simone di Policastro, era stato accusato dall’altro, il cancelliere reale Aschettino, di essere in lega con i ribelli ed era stato mandato prigioniero a Palermo. Quando nel settembre 1155 Guglielmo cadde malato, i fermenti di malcontento esplosero in aperta ostilità in tutta Italia meridionale.”. Poi, il Matthew (…), parlando delle lotte tra Guglielmo e Ruggero II, sulla scorta del ‘Liber de Regno Siciliae’, della cronaca di Romualdi Salernitani (Romualdo Guarna, cronista dell’epoca) (…), scriveva che: “Si ritiene che il ministro Maione di Bari, promosso di recente, temesse che la propria egemonia fosse minacciata dal valore di personaggi eminenti quale il connestabile Simone di Policastro, Roberto di Loritello e il conte di Squillace ecc..”. Sempre sulla scorta del cronista Salernitano (…), il Matthew (…), parlando della rivolta contro re Guglielmo I, scriveva che: Il re fu stupefatto da queste accuse e marciò stupefatto su Butera portando con se il connestabile, conte Simone (conte di Policastro), liberato dal carcere.”.

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Lo studioso Salvatore Tramontana, nel suo ‘La Monarchia Normanna e Sveva’ (…), sulla scorta del cronista dell’epoca Ugo Falcando (…), scrive a proposito del conte di Policastro Simone, che in occasione dei tumulti sorti contro il re Guglielmo I, alla morte del padre Ruggero II d’Altavilla: “La situazione era però destinata ad aggravarsi ulteriormente perchè molti feudatari – e specialmente Tancredi conte di Lecce e Simone, figlio bastardo di Ruggero II a cui Guglielmo I aveva negato il diritto sul Principato di Taranto – intendevano spingere l’opposizione fino alla sostituzione o addirittura alla eliminazione fisica del re.”. Dunque, secondo lo studioso Salvatore Tramontana, il Simone Conte di Policastro, era figlio bastardo di re Ruggero II d’Altavilla, a cui re Guglielmo I detto il Malo, aveva negato il diritto sul Principato di Taranto.  Lo storico locale Giovan Battista Del Buono (…), dopo aver scritto che: “Il Re Ruggero, come è stato detto, fatta ricostruire la città di Policastro, la donò al figlio Simone, il quale era nipote della regina Adelaide ed era anche nipote del re Guglielmo.”. Il Del Buono, dunque, parlando di Simone e di Policastro, scrive che il re Ruggero (non dice quale), era nipote della regina Adelaide del Vasto che era la III moglie di re Ruggero I, e quindi il re Ruggero a cui si riferisce il Del Buono non può essere che re Ruggero II, ma il Del Buono si sbaglia perchè Simone, fu un figlio legittimo di re Ruggero I e di Adelaide del Vasto. Re Ruggero II, era un fratello di Simone. Re Ruggero II, non ebbe figli chiamati Simone. Inoltre, il Del Buono scrive anche che questo Simone a cui fu donata la Contea di Policastro, era un nipote di re Guglielmo I. Abbiamo già visto che non è così. Il del Buono, proseguendo il suo racconto, racconta un episodio citato anche da Ebner e che fu tratto dalla cronaca di Romualdo Guarna (…), egli scriveva che: “A questo punto è bene fare una breve annotazione: mentre Guglielmo era a Salerno (1105), gli fu fatta pervenire una lettera dal papa indirizzata al signore di Sicilia, non re, il quale la respinse ed indispettito ordinò ad Asclettino, cancelliere del regno, di muovere contro gli stati della Chiesa, e con lui anche Simone di Policastro. Poichè le cose andarono male furono costretti a ritirarsi per l’insurrezione dei feudatari, e siccome la ribellione non fu domata, Asclittino ne dette la colpa a Simone, che fu imprigionato a Salerno. Allorchè i baroni Siciliani e la popolazione Salernitana insorsero, il re Guglielmo fu costretto a liberare Simone, che a sua volta accusò Asclittino dell’insuccesso e Asclittino fu imprigionato.”. Come abbiamo visto, questo passo è simile a ciò che scriveva l’Ebner (…), che citava e traeva la notizia da Romualdo Guarna (che noi quì pubblichiamo traendola dal Del Re (…)). Ma Romualdo Guarna (…), non parla di Simone di Policastro. La cronaca di Romualdo (…), dice che re Guglielmo I, indispettito dalla lettera di Papa Adriano IV, spedì un esercito ad occupare Benevento (gli Stati della Chiesa).  Il 18 giugno 1156, si giunse all’accordo di Benevento, grazie al quale Guglielmo ottenne l’incoronazione ufficiale da parte del papa Adriano IV (novembre 1156).

Scrive sempre il Del Buono che: “Nel 1127 il re Guglielmo morì senza eredi, e poichè il conte di Policastro Simone era morto nel 1113, e poichè il re Guglielmo non aveva lasciato eredi, Ruggero cugino di Simone e figlio di Ruggero il Gran Conte, aspirava alla successione, e fattosi nominare re della Sicilia e della Calabria, riunì il Mezzogiorno compreso la Sicilia in un solo regno che durò fino ai Borboni.”.

Lo storico Gian Battista Caruso (…), parlando dei tumulti e della congiura scoppiata contro il re Guglielmo I detto il Malo, scriveva a pp. 145-146, che i Baroni (i feudatari che si ribellavano a Guglielmo I: “Ciò stabilmente parve a’ congiurati di confidarne il segreto al Conte Simone fratello bastardo del Re, ed a Tancredi suo nipote, figliuolo del duca Ruggieri, l’uno, e l’altro dè quali, essendo non senza motivo disgustati, e malsoddisfatti, facil cosa sarebbe di trarli nel loro sentimento, e di farli entrare nella stabilita congiura: disgussatissimo, era in vero il Conte Simone dal Re suo fratello; imperciocchè avendo il Re Ruggiero lasciato a lui in retaggio il Principato di Taranto gliene aveva impedito Guglielmo il possesso, essendo che non aveva assignarsi a bastardi in appannaggio un sì nobile Principato posseduto prima da Principi legittimi del Sangue Reale: non meno del Conte Simone era Tancredi suo Nipote ecc…”

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(Fig….), Caruso G.B. (…), vol. I, parte II, Libro IV, pp. 145-146

Le cronache dell’epoca ci parlano del Conte di Policastro a causa di un’episodio di ribellione di cui fu accusato il conte Simone. Ma cerchiamo di capirne di più sull’episodio di cui si racconta negli annali. Attraverso il Matthew (…), sulla scorta di alcuni cronisti dell’epoca come Falcone Beneventano e dal ‘Liber de Regno Siciliae’ di Romualdo Salernitano (Romualdo Guarna) (…), scriveva che esistesse un Simone, Conte di Policastro, connestabile, ai tempi dei dissidi tra Guglielmo I ed alcuni baroni. Il Matthew (…), scrive: “L’esercito di Guglielmo era anche demoralizzato; uno dei due comandanti, il Conte Simone di Policastro, era stato accusato dall’altro, il cancelliere reale Aschettino, di essere in lega con i ribelli, ed era stato mandato prigioniero a Palermo. Quando nel settembre 1155 Guglielmo cadde malato, ecc…”. Ancora il Matthew scrive: “Si ritiene che Maione temesse che la sua egemonia fosse minacciata dal valore di personaggi eminenti quale il connestabile Simone di Policastro, Roberto Loritello e il Conte di Squillace.“. Scrive sempre il Matthew che: “Il re fu stupefatto da queste accuse e marciò senza indugio su Butera portando con se il connestabile, conte Simone, liberato dal carcere.”. Il papa, investì formalmente del regno, comprendente Sicilia, Puglia e Capua. Il papa si lasciò anche Napoli, Salerno, Amalfi. Secondo lo studioso Pino Rende, il Falcando (…), ci informa che il nostro Simone di Policastro, liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”.

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(Fig….) Caruso G.B. (…), p. 123 tratta dal Caruso, dove si parla di Simone, Conte di Policastro ‘Contestabile del Regno’

Il Caruso (…), sulla scorta di Falcando (cronista dell’epoca) (…), ci parla del Conte di Policastro al  tempo di re Guglielmo I. Il Caruso scrive: “…ed unitisi tanti, e si potenti nemici contro Guiglielmo, non potè il Cancelliero Ascontino lasciato dal Re con Simone Conte di Policastro, e Contestabile del Regno alla difesa della Puglia, e della Campagna ecc..”. Il Di Niscia, a p. 154, scriveva in proposito: ” In tale cospirazione ebbe parte anche il conte Simone, figliolo bastardo del re Ruggero, il quale era tenuto prigioniero.”. Lo studioso Salvatore Tramontana, nel suo ‘La Monarchia Normanna e Sveva’ (…), sulla scorta del cronista dell’epoca Ugo Falcando (…), scrive a proposito del conte di Policastro Simone, che in occasone dei tumulti sorti contro il re Guglielmo I, alla morte del padre Ruggero II d’Altavilla: “La situazione era però destinata ad aggravarsi ulteriormente perchè molti feudatari – e specialmente Tancredi conte di Lecce e Simone, figlio bastardo di Ruggero II a cui Guglielmo I aveva negato il diritto sul Principato di Taranto – intendevano spingere l’opposizione fino alla sostituzione o addirittura alla eliminazione fisica del re.”. I palazzi reali vennero saccheggiati e dati alle fiamme con la distruzione di un cospicuo patrimonio economico ed artistico (fra tutti il planisfero realizzato dal geografo arabo Idrisi per Ruggero II). Successivamente, Guglielmo si dedicò a punire le comunità di terraferma che si erano sollevate contro di lui. Ridotte all’obbedienza le città e i feudatari ribelli della Calabria e della Puglia, arrivò in Campania, ma rinunciò ad attaccare Salerno a causa di una forte tempesta, e da qui fece ritorno in Sicilia. Sempre sulla scorta della ‘chronaca’ di Ugo Falcando (…), sappiamo che in seguito, Simone,  liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”.

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(Fig…..) Tommaso Fazello, p. 77, dove si parla dei tumulti scoppiati contro il re Guglielmo

Ebner (…), nella sua nota (27), riguardo a Simone, postillava:“Su Simone, vedi Falcando, Liber VIII, ma anche II e VI e I: ‘Symon qui Policastri remanserat’, ne era conte, re Guglielmo alloggiò nel palazzo di Terracena, come dice il Falcando, con il ministro di Bari e il cancelliere Asclittino.”.

Di Niscia, p. 150

(Fig…) Di Niscia (…), p….

Sempre secondo questa cronaca, in tale frangente, dopo essere intervenuto assieme al cancelliere Ascotinus, alla testa delle milizie regie per reprimere le sedizioni dei baroni pugliesi e per respingere le minacce d’invasione del regno, sospettato di tramare il tradimento, Simone fu privato della sua carica di contestabile ed imprigionato in Palermo. Sempre sulla scorta della ‘chronaca’ di Ugo Falcando (…), sappiamo che in seguito, Simone,  liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”. Lo studioso Salvatore Tramontana, nel suo ‘La Monarchia Normanna e Sveva’ (…), sulla scorta del cronista dell’epoca Ugo Falcando (…), scrive a proposito del conte di Policastro Simone, che in occasone dei tumulti sorti contro il re Guglielmo I, in seguito alla morte del padre Ruggero II d’Altavilla: “La situazione era però destinata ad aggravarsi ulteriormente perchè molti feudatari – e specialmente Tancredi conte di Lecce e Simone, figlio bastardo di Ruggero II a cui Guglielmo I aveva negato il diritto sul Principato di Taranto – intendevano spingere l’opposizione fino alla sostituzione o addirittura alla eliminazione fisica del re.”. Poi il Tramontana scrive che, dopo la liberazione dalla prigionia di re Guglielmo I: “I congiurati in cambio del perdono regio, si impegnavano a deporre le armi: al principe Simone, al conte Tancredi e a tanti altri toccava la via dell’esilio..”. Da questo punto di vista, ci viene incontro lo studioso Pietro Ebner che nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, a p. 434 e p. 435, parlando di Policastro, e sulla scorta del cronista dell’epoca Romualdo Guarna Salernitano (…), cita un episodio della nostra storia in cui era implicato Simone:

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Ebner (…), rifrendosi al Simone di Policastro, al tempo di re Guglielmo, è tratto dal cronista dell’epoca Romualdo Guarna (…), come egli postillava nella sua nota (29), per l’anno 1156. Infatti, l’Ebner (…), si riferiva a re Guglielmo I detto il Malo che a quel tempo fu osteggiato da papa Adriano IV e da alcuni baroni del Regno. L’Ebner (…), a p. 434, proseguendo il suo racconto, scriveva l’episodio che il re Guglielmo si trovava a Salerno nel 1155 e postillava nella sua nota (27) che: “Re Guglielmo alloggiò nel palazzo di Terracena, come dice il Falcando, con il ministro di Bari e il cancelliere Asclittino.”. L’Ebner scriveva a p. 434 che: “Qui giunsero Ambasciatori di papa Adriano IV con lettere indirizzate a Guglielmo, signore di Sicilia, e perciò non re. Re Guglielmo le respinse ed ordinò ad Asclittino, cancelliere del Regno, di muovere contro ecc..ecc..” (prosegue a p. 335 ivi):

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Poi l’Ebner prosegue il suo racconto sulla scorta del cronista dell’epoca Ugo Falcando: “Qui giunsero ambasciatori di papa Adriano IV con lettere indirizzate a Guglielmo, signore di Sicilia, e perciò non re. Re Guglielmo le respinse e ordinò ad Asclittino, cancelliere del Regno, di muovere contro gli Stati della Chiesa, dandogli come compagno appunto Simone (28). Asclittino e il conte di Policastro erano appena giunti a Ferentino quando furono costretti a tornare per l’insurrezione di molti feudatari. La ribellione non venne domata e Asclettino ne attribuì la colpa a Simone che, inviato a Salerno, venne incarcerato come traditore. Contro il provvedimento insorsero i baroni siciliani e la stessa popolazione salernitana, per cui re Guglielmo, indottovi dal ministro Maione, fu costretto a liberarlo. Simone ritorse le accuse di insuccesso ad Asclittino che fu poi imprigionato. Il re pose l’assedio a Benevento, per cui il papa comprese che fosse necessario trovare un accordo, per cui il noto trattato di Benevento che regolò per secoli il papato e il regno di Sicilia. Ciò consentì a re Guglielmo di iniziare la punizione dei ribelli, indottovi soprattutto da Maione che tendeva a diminuire il potere feudale. Non sarebbe sfuggito alla condanna anche il conte di Policastro se, nel frattempo, non fosse morto (29).”. Ebner (…), alla sua nota (28), postillava su Simone conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I (detto il Malo): “Ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia”. Alla sua nota (29), scrive che: “(29) Romualdo Guarna, ad. a. 1156.”.

Romualdo Guarna dal Drl Re, p. 20.JPG

(Fig….) Romualdo Guarna, tratto dal Del Re (…), p. 20

Il del Buono, proseguendo il suo racconto, racconta un’episodio citato anche da Ebner e che fu tratto dalla cronaca di Romualdo Guarna (…), scriveva che: “A questo punto è bene fare una breve annotazione: mentre Guglielmo era a Salerno (1105), gli fu fatta pervenire una lettera dal papa indirizzata al signore di Sicilia, non re, il quale la respinse ed indispettito ordinò ad Asclettino, cancelliere del regno, di muovere contro gli stati della Chiesa, e con lui anche Simone di Policastro. Poichè le cose andarono male furono costretti a ritirarsi per l’insurrezione dei feudatari, e siccome la ribellione non fu domata, Asclittino ne dette la colpa a Simone, che fu imprigionato a Salerno. Allorchè i baroni Siciliani e la popolazione Salernitana insorsero, il re Guglielmo fu costretto a liberare Simone, che a sua volta accusò Asclittino dell’insuccesso e Asclittino fu imprigionato.”. Come abbiamo visto, questo passo è simile a ciò che scriveva l’Ebner (…), che citava e traeva la notizia da Romualdo Guarna (che noi quì pubblichiamo traendola dal Del Re (…)). La cronaca di Romualdo (…), dice che re Guglielmo I, indispettito dalla lettera di Papa Adriano IV, spedì un esercito ad occupare Benevento (gli Stati della Chiesa).  Il 18 giugno 1156, si giunse all’accordo di Benevento, grazie al quale Guglielmo ottenne l’incoronazione ufficiale da parte del papa Adriano IV (novembre 1156).

Nel 1160, Simone di Policastro, ‘Contestabile del Regno’ e la ‘rivolta del Bonello’ (1160-1161)

Guglielmo I lasciò salva la vita a Tancredi e a Ruggero, ma li confinò fuori dal Regno: Tancredi riparò a Bisanzio, Ruggero forse si recò in Terra Santa. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 83, nella sua nota (16) postillava che: “(16)…e poi Guglielmo (conte del Principato: diplomi 1107-1128 anche per il padre e il nonno) e perciò II. Questo Guglielmo indusse altri baroni del salernitano a prendere parte alla congiura contro Maione, l’odiato ministro di Guglielmo il Malo, perchè tenace assertore della supremazia regia sull’aristocrazia. Alla congiura partecipò, spintavi da Mario Borrello, la stessa città di Salerno, poi liberata dall’ira del re (l’aveva assediata) da un miracolo di S. Matteo, ricorda Romualdo Guarna, ad ann. 1160.”. Nel 1155 Tancredi di Lecce, cospirò con altri nobili contro il re Guglielmo I (suo zio e padre di Guglielmo II detto il Buono), il quale l’anno dopo sedò la rivolta con le armi e mandò in catene Tancredi e suo fratello Guglielmo. Il 10 novembre 1160 come vero e proprio “capro espiatorio” della crisi fu assassinato in pubblico da Matteo Bonello per le strade di Palermo. Il Falcando (…), scriveva che: “Il Conte Simone, della medesima congiura era partecipe; della qual cosa si vedevano ora assai chiari indizi.”:

Del Re, Falcando, p. 292, sull'arresto di Simone

Falcando dal Del Re, p. 298

(Fig…) Ugo Falcando (…), passo su Simone, tratto da Del Re (…), p. 298

Secondo Ugo Falcando (…), nel passo tratto da Del Re (…), a p. 298, scrive che: “Il Conte Simone che era rimasto a Policastro, viene ancora egli chiamato in Corte, perchè venuto, fosse subitamente preso: ma sul mettersi in cammino fu da avventurosa morte sopraggiunto.”. Il Falcando ci racconta che Re Guglielmo I, ordinò la scarcerazione del Conte Simone che in quel momento si trovava a Policastro, richiamandolo a Corte a Palermo per poi farlo arrestare. Ma Simone, nel corso di un avventuroso viaggio, morì. Secondo il Cataldo (…), era l’anno …….

Falcando, dal Del Re, p....

(Fig….) Ugo Falcando, passo tratto da Del Re (…), p. 298

Non è chiaro se Romualdo Guarna (autore di una chronaca del tempo)(…), prese parte alla cospirazione dei Baroni contro Maione di Bari, ma di certo rimase sempre nelle grazie di re Guglielmo I d’Altavilla. Nel 1160-1161 difese Salerno dalla furia di Guglielmo I, che intendeva distruggerla dopo la rivolta dei baroni. Nel 1161 Tancredi di Lecce, a cui re Guglielmo I detto il Malo, aveva negato i diritti sul Principato di Taranto partecipò alla sanguinosa rivolta di Palermo: la congiura, fomentata da Matteo Bonello (che l’anno prima aveva assassinato Maione di Bari), prevedeva la deposizione del re Guglielmo I detto il Malo e la salita al trono del giovane suo figlio Ruggero IV, il primo in successione dinastica. Il 9 marzo 1161 Tancredi, con suo zio Simone di Taranto, espugnò il palazzo reale di Palermo, imprigionando lo stesso re Guglielmo e tutta la famiglia reale. Simone insieme a Matteo Bonello e a Tancredi di Lecce partecipò alla sanguinosa rivolta di Palermo del 1160. Il 9 marzo 1161 Simone, con il suo nipote Tancredi di Lecce, figlio naturale di Ruggero III di Puglia, espugnò il palazzo reale, imprigionando lo stesso re Guglielmo, tutta la famiglia reale, mentre diversi membri della corte vennero trucidati. Simone, insieme agli altri insorti, fu costretto a liberare il re che gli concesse in cambio del suo perdono l’esilio volontario. Nel 1166 non rivendicò il trono del regno che così passò al nipote Guglielmo II di Sicilia, “il Buono”. Ebner dice che dei Florio di Camerota al tempo delle rivolte di re Guglielmo I, ne parla anche l’Antonini, I, p. 411. Poi a p. 582, l’Ebner, scrive Florio è ricordato ancora da Falcando: (LIII: “Floriu camerotensis iudiciarius”).”. Pietro Ebner (…), riguardo Simone, scrive che: Era nipote della della regina Adelaide, della stirpe Aleramica, vedova di Ruggiero I, il Gran Conte, che nel 1113 sposò Baldovino I, re di Gerusalemme. Simone quindi era anche parente di re Guglielmo I.“. Il Cataldo (…), traeva alcune notizie su Policastro dal “Marchese di Giarratana” ( come lo chiama anche l’Antonini), che nel 1700, fu pubblicato dal Muratori (…). Il ‘Manoscritto del Marchese della Giaratana’ (…), fu citato più volte dall’Antonini (…), che così chiama questo manoscritto che fu è scritto da Settimo (Girolamo), Marchese della Giarratana che possedeva (forse a Palermo) una grande biblioteca e raccolta di antichissimi documenti. Pare che in questo antico manoscritto vi si il regesto di Pier delle Vigne, segretario di Federico II di Svevia. In questo manoscritto, si fa la coronaca del periodo Svevo in Sicilia e nell’Italia Meridionale. Anche in questo caso, rileggendo la citazione che fa l’Antonini del ‘Marchese della Giarratana’, si fa riferimento a Simone il fratello primogenito di re Ruggero II, ambedue fratelli e figli del Conte di Sicilia Ruggero I. Scriveva il Del Buono che: “Nel 1127 il re Guglielmo morì senza eredi, e poichè il conte di Policastro Simone era morto nel 1113, e poichè il re Guglielmo non aveva lasciato eredi, Ruggero cugino di Simone e figlio di Ruggero il Gran Conte, aspirava alla successione, e fattosi nominare re della Sicilia e della Calabria, riunì il Mezzogiorno compreso la Sicilia in un solo regno che durò fino ai Borboni.”. Nel 1161, Simone di Taranto, insieme a Tancredi di Lecce, a cui re Guglielmo I detto il Malo, aveva negato i diritti sul Principato di Taranto partecipò alla sanguinosa rivolta di Palermo: la congiura, fomentata da Matteo Bonello (che l’anno prima aveva assassinato Maione di Bari), prevedeva la deposizione del re Guglielmo I detto il Malo e la salita al trono del giovane suo figlio Ruggero IV, il primo in successione dinastica. Il 9 marzo 1161 Tancredi, con suo zio Simone di Taranto, espugnò il palazzo reale, imprigionando lo stesso re Guglielmo e tutta la famiglia reale. Il palazzo reale fu saccheggiato, documenti distrutti, diversi membri della corte vennero trucidati mentre fu avviata una caccia agli eunuchi che, considerati usurpatori, vennero massacrati a decine. Ma i cospiratori persero l’appoggio popolare e l’insurrezione finì. Gli insorti furono costretti a liberare il re (11 marzo). Tancredi riparò nei territori aleramici di Butera e Piazza Armerina, da Ruggero Sclavo, facendo massacro della popolazione musulmana dei numerosi casali saraceni presenti nella zona, ma fu catturato dal Re e le due città lombarde furono distrutte nel 1161. Il Re concesse al nipote in cambio del suo perdono l’esilio volontario a Costantinopoli. Qui Tancredi rimase alcuni anni e ritornò in Sicilia solo nel 1166 dopo l’assunzione del trono da parte di Guglielmo II (Guglielmo il Buono). La tradizione narra che Bonello, signore di Caccamo, fedele inizialmente alla corte normanna di Palermo, fu inviato in Calabria come ambasciatore del re Guglielmo I, per cercare una soluzione diplomatica alle controversie con la nobiltà  locale. Durante la missione avrebbe cambiato orientamento e, voltando le spalle agli Altavilla, si sarebbe messo a capo di una rivolta cui prese parte la nobiltà  calabrese e quella pugliese. Di sicuro Bonello aveva particolarmente in odio l’ammiraglio (Amirus Amirati) del regno Maione di Bari. Di Simone, ne parlano le cronache come di un feudatario connestabile di Re Guglielmo I che fu imprigionato perchè si sospettasse avesse partecipato ad una congiura. Nel 1161 Tancredi di Lecce, a cui re Guglielmo I detto il Malo, aveva negato i diritti sul Principato di Taranto partecipò alla sanguinosa rivolta di Palermo: la congiura, fomentata da Matteo Bonello (che l’anno prima aveva assassinato Maione di Bari), prevedeva la deposizione del re Guglielmo I detto il Malo e la salita al trono del giovane suo figlio Ruggero IV, il primo in successione dinastica. Il 9 marzo 1161 Tancredi, con suo zio Simone di Taranto, espugnò il palazzo reale, imprigionando lo stesso re Guglielmo e tutta la famiglia reale. Il Di Niscia (…), scriveva in proposito: “…e comparire sulla soglia i conti Simone e Tancredi, due principi spuri, fratello quel primo, quest’ultimo nipote a Guglielmo, entrambi rinchiusi e vigilati in palazzo.”.

La Lumia, su Simone e Tancredi

(Fig….) Di Niscia (…), p…..

Il Di Niscia (…), raccontando della ‘rivolta del Bonello‘, ci parla del conte Simone, un principe spurio (figlio illegittimo o ‘bastardo’) e fratello del Re Guglielmo I detto il Malo. Questo Simone, insieme a suo figlio Ruggero Sclavo e al nipote Tancredi (Tancredi di Lecce che diventò il IV re del Regno di Sicilia), partecipò alla rivolta detta del Bonello, ovvero una congiura ordita da Matteo Bonello contro il re Guglielmo I di Sicilia detto il ‘Malo’. Nel 1161, il palazzo reale fu saccheggiato, documenti distrutti,come pure il famoso ‘Catalogo dei Baroni’ (…), fatto redigere da re Ruggero II d’Altavilla e il libro di re Ruggero del geografo al-Edrisi (…).  Gli insorti furono costretti a liberare il re (11 marzo); Tancredi riparò nei territori aleramici di Butera e Piazza Armerina, da Ruggero Sclavo, facendo massacro della popolazione musulmana dei numerosi casali saraceni presenti nella zona, ma fu catturato dal Re e le due città lombarde furono distrutte nel 1161. Il Re concesse al nipote in cambio del suo perdono l’esilio volontario a Costantinopoli. Qui Tancredi rimase alcuni anni e ritornò in Sicilia solo nel 1166 dopo l’assunzione del trono da parte di Guglielmo II (Guglielmo il Buono).

Di Niscia, su Tancredi

(Fig….) Di Niscia (…), p…..

Di Meo, vol. X. p....JPG

Simone o “Simeone”, ai tempi di re Guglielmo II detto il Buono

Il Tramontana (…), a p. 629, sulla scorta del La Lumia, Storie Siciliane (…), e del Chalandon (…), scrive che, dopo la morte di re Guglielmo I e l’incoronazione di suo figlio Guglielmo II (detto il Buono) , nel maggio 1166 a re di Sicilia: “E’ comunque da respingere, e del resto non sembra che trovi conferma in un’altra fonte, la notizia di un cronista bizantino relativa a un tentativo di Simeone – il figlio bastardo di Ruggero II a cui, come abbiamo visto, re Guglielmo I non aveva voluto riconoscere i diritti sul principato di Taranto  – di impossessarsi della corona della Sicilia con l’aiuto di Manuele Commeno (2).”. Il Tramontana, postillava nella sua nota (2) che la notizia era tratta da La Lumia, Storie Siciliane, a cura di F. Giunta, ed. La Religione Siciliana, Palermo, 1969, pp. 189 e 251 e F. Chalandon, Histoire, cit. II, p. 307.

Nel 1161, Ruggero “Sclavo”, figlio naturale di Simone del Vasto o Simone di Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o Paternò- Butera

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a pp. 435-436, in proposito scriveva che: “Legata alla Corona, la Casa aleramica di Sicilia conservò la sua potenza e prosperità finchè durò questa solidarietà. Tre generazioni dopo il conte Enrico, i buoni rapporti si alterarono: fu nella contea di Butera che le animosità fra lombardi e arabi esplosero, fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale, gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Sclavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54), Ruggero, privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’innamorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Pontieri, a p. 436, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Pontieri scriveva che Ruggero Sclavo era figlio naturale di Simone del Vasto o Simone Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o conte di Paternò-Butera. Dunque, Ruggero Sclavo era nipote di Enrico del Vasto. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 436, in proposito scriveva che: “…fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Slavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54). Ruggero privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’inonorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero Sclavo, (in latino Rogerius Sclavus), (XII secolo – post 1177), è stato un nobile del Regno di Sicilia nel XII secolo, uno dei capi della rivolta baronale del 1161 contro Guglielmo I di Sicilia. Ruggero Sclavo era il figlio illegittimo di Simone Del Vasto, conte di Butera, di Paternò, di Policastro e signore di Cerami. Simone era a sua volta figlio di Enrico del Vasto e di Adelaide. Ruggero Sclavo era figlio illegittimo di Simone del Vasto, conte di Policastro. Ruggero apparteneva quindi ai Del Vasto, ramo degli Aleramici, ed era fratellastro di Manfredo del Vasto, e nipote della normanna Flandina d’Altavilla, figlia di Ruggero gran conte di Sicilia. Nel marzo 1161 fallì la rivolta popolare promossa a Palermo da Matteo Bonello contro il re Guglielmo I e i musulmani che ancora vivevano in Sicilia, considerati usurpatori. Alcuni degli sconfitti si rifugiarono nei territori aleramici dell’isola abitati da lombardi (Butera, Piazza Armerina), immigrati nell’isola al seguito dei del Vasto. Ruggero Sclavo, come Tancredi, rientrò in Sicilia dopo la morte del re 1166 ed era ancora documentato in vita nel gennaio 1177.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) Cataldo G., Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, inedito, dattiloscritto, donatoci dall’Auore (Archivio Storico Attanasio), p. 29, è stato citato anche dal Guzzo (…), e riporta molte notizie e riferimenti bibliografici in merito al periodo Normanno.

(3) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(4) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(5) Troyli, Historia generale del Reame di Napoli, 1747,

(6) Giustiniani L., Dizionario Geografico-ragionato del Regno di Napoli, Napoli, Tip. Vincenzo Manfredi, 1797

(7) Giustiniani Lorenzo, Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, Tomo VII, p. 225 e s. su Policastro e su Torre Orsaja e Castelruggiero, si veda Tomo IX, p. 215 e s.

(8) Giannone Pietro, Dell’Istoria civile del Regno di Napoli, Venezia, 1766, ed. Pasquali, Tomo VI, Libro XVII, per la Congiura di Capaccio, si veda da p. 337 e s., oppure si veda dello stesso autore, Opere comoplete, Tomo IV, p. 87 e s.

(9) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.; Ebner P., op. cit., Economia e Società nel Cilento Medievale, vol. II, p. 337. Si veda pure p. 537 e s. su Policastro.

(10) Chalandon F., Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, Parigi 1907. Ed. it: Storia della dominazione normanna in Italia ed in Sicilia, trad. di Alberto Tamburrini, Cassino 2008, II, p. 307; dello stesso autore si veda: Ferdinand Chalandon, “La conquista normanna dell’Italia meridionale e della Sicilia”, cap. XIV, vol. IV (La riforma della chiesa e la lotta fra papi e imperatori) della Storia del Mondo Medievale, 1999, pp. 483–529.

(11) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831.

(11 bis) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.  Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p…. (testo in latino) e p. 74 (la traduzione del Visconti del testo in latino), p. 74.

(12) Volpi Giuseppe, Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752

(13) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001

(14) Ventimiglia F. A., Cilento illustrato, a cura di Francesco Volpe, ed. E.S.I., Napoli, 2003; si veda pure dello stesso autore: Ventimiglia F.A., Memorie storiche del Principato di Salerno, si veda pure dello stesso autore: Memorie storiche dei casali del Castello dell’Abate, Napoli, 1827.

(15) Ventimiglia D. A, Difesa diplomatica, si veda Doc. IX, fol. 32 e Doc. X, fol. 36; si veda pure dello stesso autore: Notizie storiche del castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania, Napoli, 1827, (Archivio Storico Attanasio).

(16) Ventimiglia D. A, Difesa diplomatica, si veda Doc. IX, fol. 32 e Doc. X, fol. 36; si veda pure dello stesso autore: Notizie storiche del castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania, Napoli, 1827, (Archivio Storico Attanasio).

(17) Mazziotti M., La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972, p. 120 e sgg. (Archivio Storico Attanasio).

(18) Matthew D., I Normanni in Italia, ed. Laterza, Bari, 1992.

(19) Fazello Tommaso, Storia di Sicilia – Deche due, di Tommaso Falzello, tradotte da Remigio Fiorentino, Palermo presso la Stamperia dè Socii Pedone e Muratori, 1832, del Libro VII, Cap. III, pp. 76 e s.

(20) Caruso G.B., Memorie istoriche di quanto è accaduto in Sicilia, Stamperia Gramignani, Palermo, I, 1787, vol. I, Libro III, ‘il Regno di Guglielmo I’, p. 119 e s., in particolare p. 123 e p……

(21) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (…), pubblica i ‘Fragmenta’ del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Si veda sempre dello stesso autore ‘Antiquitate Italiae medii aevi’, Milano, 1741, Tomo IV, diss. XIX, col. 219 et seq., ‘Alphanus Archieps An. 1080′. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi, secondo cui è il Muratori che parla della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479.

(22) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1802, Tomo X, pp. 274-275 e p. 267 e sgg., si parla di re Guglielmo I e della rivolta e di Simone di Policastro.

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(23) La Lumia Isidoro, Storie Siciliane, a cura di F. Giunta, ed. La Religione Siciliana, Palermo, 1969, pp. 189 e 251; si veda pure, La Lumia Isidoro, Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono, Firenze, Le Monnier, 1867, da p. 30 e s.

(24) Amari Michele, La Guerra del Vespro siciliano, Torino, ed. Cugini Pompa, 1852

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(25) ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’. Citato più volte dall’Antonini (…), che così lo chiama, questo manoscritto è stato scritto da Girolamo Settimo, Marchese della Giarratana che possedeva (forse a Palermo) una grande biblioteca e raccolta di antichissimi documenti. Pare che in questo antico manoscritto vi è il regesto di Pier delle Vigne, segretario di Federico II di Svevia. In questo manoscritto, si fa la coronaca del periodo Svevo in Sicilia e nell’Italia Meridionale. Secondo l’Antonini (…), parte II, Discorso X della sua ‘Lucania’, a p. 417, scrive sul “Conte Ruggiero di questo nome, legittimo uno e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese di Giarratana’”. Il Cataldo (…), a proposito di Ruggero I d’Altavilla, scriveva a p. 29, del suo, dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche di Policastro Bussentino’, che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): ‘Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit’. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria. Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154 subiva la distruzione da parte del Barbarossa.”. Quindi, il Cataldo (…), traeva alcune notizie su Policastro dal “Marchese di Giarratana”, che nel 1700, fu pubblicato dal Muratori (…). Secondo il Cataldo (…), il “manoscritto del Marchese della Giarratana” (come lo appella pure l’Antonini) è stato pubblicato da Antonio Ludovico Muratori, a p. 603 del suo Tomo V del suo  ‘Rerum Italicarum Scriptores – Raccolta degli storici Italiani’, a cura di Ludovico Antonio Muratori, vol. V, Milano 1724, (forse pp. 609–645), si veda nuova edizione, a cura di Giosuè Carducci (vedi immagine).

(26) Del Re G., Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol I, si veda da p. 90.

Ugo Falcando

(27) Ugo Falcando, Liber De Regni Sicilie’ o’Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni’, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Ugo Falcando è il nome, presumibilmente fittizio, attribuito a un letterato medievale. Il manoscritto è stato poi in seguito pubblicato a stampa nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri (Archivio Storico Attanasio). Falcando fu autore di una cronaca latina del Regno di Sicilia della seconda metà del secolo XII, pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1550 insieme una Epistola ad Petrum Panormitanae Ecclesiae thesaurarium de calamitate Siciliae’, probabilmente dello stesso autore. Citato anche dall’Antonini (…), la chronaca di Ugo Falcando, ‘Storia Sicula’, a differenza della chronaca del contemporaneo Alessandro Telesino (…), che arriva fino all’anno 1137si oppone invece a Ruggero II d’Altavilla. Il Falcando, ci parla di un altro Simone, riferendoci che esso muore nell’anno 1155, presumo che la sua chronistoria dei fatti Siciliani, copra il periodo della reggenza di re Guglielmo I detto il Malo.  Secondo lo studioso Pino Rende, il Falcando ci informa che il nostro Simone di Policastro, liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”. Quindi, il Falcando, è il cronista che ci racconta di questo Simone di Policastro al tempo di re Guglielmo I, come ci raccontava anche il Cataldo (…), che scriveva che: Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit”. Quindi, questo Simone di Policastro, secondo il Cataldo (…), visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere” e invece secondo Pino Rende, il Falcando ci informava che liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”. Infatti, l’Ebner (…), è la cronistoria di Ugo Falcando (…), che ci racconta della presenza del re Guglielmo I a Salerno nell’anno 1155 (un anno dopo la distruzione di Policastro da parte del Barbarossa). Per la cronaca di Ugo Falcando, si veda Del Re G., Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol I, si veda da p…..

(28) Ravegnani Giorgio, I bizantini in Italia, Bologna, il Mulino, 2004, p. 204 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(29) Summonte A., Istoria della città e del Regno di Napoli, Napoli, 1675, Tomo II, p….

(30) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, Salerno, 1881, p. 117.

(31) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (..) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.

(32) Di Stefano Guido, Wolfgang Krönig, Monumenti della Sicilia normanna. Monumenti ed artisti di Sicilia, Edizione II, Flaccovio, Palermo 1979, p. 126; si veda pure dello stesso autore: De Stefano Guido, Monumenti della Sicilia Normanna, a cura di…, ed. Società Italiana per la Storia Patria, Palermo, 1955, p. 96 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Di Stefano G., L’Architettura religiosa in Sicilia nel sec. XIII, stà in ‘Archivio Storico per la Sicilia’, IV, 1938, p. 79.

(33) Garufi C.A., Gli Aleramici e i Normanni in Sicilia e nelle Puglie, in Centenario della nascita di Michele Amari, I, Palermo 1910, (scrive il Di Stefano di vedere vol. I, p. 47 sgg.); del Garufi si veda pure: Garufi C.A., Arabi e Italiani nel Millennio, Palermo, 1912; si veda pure: Guarna Romualdo, Romualdi Salernitani Chronicon : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav. : facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino : Bottega d’Erasmo, 1973.

(34) Cutolo Alessandro, Re Ladislao D’Angiò Durazzo, Napoli, A. Berisio, 1969, p. 143, n. 86

(35) Tramontana S., La Monarchia Normanna e Sveva, stà in AAVV., ‘Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico’, Storia d’Italia a cura di G. Galasso, UTET, vol. III, su Simone connestabile conte di Policastro, si veda pp. 623-625-629 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Tramontana Salvatore, Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., ed. Carocci, Roma, 2000, p…. (Archivio Storico Attanasio).

(36) Di Niscia A., Storia civile e letteraria del Regno di Napoli, ed. …, Napoli, 1846, vol. I, p. 150 e s.

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(37) Inveges Agostino, “Ugone Gircea Vicegerente di Sicilia”, parte ….degli Annali di D. Agostino Inveges, 1651; si veda suo Lib. 3, Hist. Pal.

(38) Napoli-Signorelli Pietro, Vicenda della coltura delle due Sicilie ecc.., ed. Orsini, Napoli, 1810, p. 388 e s.

(39) Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. L’opera si può dividere in due parti: prima e dopo l’839. Gli avvenimenti fino all’839 sono trattati in termini generali e non sono rilevanti da un punto di vista storico. La trattazione degli avvenimenti successivi all’839, invece, assume la forma di una cronistoria ampiamente dettagliata molto simile allo stile degli annali. Questa parte è estremamente interessante dal punto di vista storico, anche se spesso Romualdo assume toni autocelebrativi quando tratta le vicende che lo vedono protagonista. Si servì di tutto il materiale storico esistente negli archivi di Salerno, di Benevento, di Montecassino. Si avvalse anche degli Annales Beneventani’ (nella loro seconda o terza edizione), del ‘Chronicon Cavensis’ e del ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense e di Pietro Diacono. Ma la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. Dei Normanni del Principato di Salerno ci offre notizie e dati che non compaiono altrove. Per esempio solo Romualdo Guarna racconta come nel 1105 la città di Monte Sant’Angelo con tutto il castello cadde dopo lungo assedio in mano del duca Ruggero, che più tardi si impadronì di Canosa. L’opera di Romualdo Guarna Salernitano è stata pubblicata da Giuseppe Del Re (…), ‘Romualdi II Archiepiscopi Salernitani’, in , Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80. L’opera di Romualdo Guarna è stata pubblicata anche dal Muratori in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, tomus XIX, Romoaldi Annales, anni 1143 – 1148, Pag 845. Romualdo Guarna (Salerno, fra il 1110 e il 1120 – 1° aprile 1181 o 1182) è stato un arcivescovo cattolico, storico, politico e medico longobardo, una delle figure più importanti del Regno di Sicilia nella sua epoca. È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Nacque a Salerno dalla famiglia Guarna. Da giovane frequentò la prestigiosa Scuola medica Salernitana, dove studiò non solo medicina ma anche storia, giurisprudenza e teologia. Fu molto critico del comportamento di Maione di Bari nel non appoggiare l’ultimo caposaldo cristiano normanno in Tunisia nel 1160: praticamente lo accusò di avere condannato allo sterminio la residua comunità cattolica di Mahdia. Non è chiaro se prese parte alla cospirazione dei Baroni contro Maione di Bari, ma di certo rimase sempre nelle grazie di re Guglielmo I d’Altavilla. Nel 1160-1161 difese Salerno dalla furia di Guglielmo I, che intendeva distruggerla dopo la rivolta dei Baroni. Con l’aiuto di altri salernitani a corte (tra cui Matteo d’Ajello) riuscì a intercedere per far risparmiare la città. Alcune fonti tuttavia narrano che la flotta inviata dal re per punire la città fu respinta da una violenta tempesta. Ebbe incarichi diplomatici da parte dei re normanni Guglielmo I e Guglielmo II: negoziò il Trattato di Benevento del 1156; partecipò alla Pace di Venezia nel 1177. Alla morte di Guglielmo I, fece parte dei familiares regis ovvero del consiglio che doveva coadiuvare la regina Margherita nel governo del regno, fino alla maturità dell’erede al trono Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Nel 1167 fu lui, come più alto prelato del regno, a incoronare re Guglielmo II, nella Cattedrale di Palermo. Nel 1179 partecipò attivamente al terzo Concilio Lateranense. Ebner (…), alla sua nota (28), postillava su Simone conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I (detto il Malo): “Ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia”. Alla sua nota (29), scrive che: “29-  Romualdo Guarna, ad. a. 1156.”. Guarna Romualdo, Romualdi Salernitani Chronicon : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav. : facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino : Bottega d’Erasmo, 1973. Di Romualdo Guarna o Warna e del suo “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, si veda il Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani), Napoli. Scrive il Del Re nel suo ‘Proemio’ al “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, di Romualdo Guarna: “Scrisse adunque il nostro Arcivescovo, oltre ad alcune opere ecclesiastiche, la storia delle nostre regioni, e prese origine dalla creazione del mondo. Il primo a dare in luce alcuni brani di questa Chronica fu il Baronio, il quale fu imitato da Felice Contilori, che ne pubblicò un altro piccolo brano: dal 1173 al 1178. Venne terzo il Caruso, e quella parte ne tolse che più aveva relazione con la Sicilia: dal 1159 al 1178. Ultimo fu il Muratori, il quale avrebbe pubblicato tutto quel tratto che discorre dal 926 al 1178, se il dotto uomo Giuseppe Antonio Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana ecc…”. 

(40) Cinnamo Johannis, stà in ‘Corpus scriptorum historiae byzantine’, ed. Bonnae, ………….

(41) Niceta Coniata, Grandezza e catastrofe di Bisanzio, III; 13,7 (Archivio Storico Attanasio)

(42) Pietro Giannone, Istoria civile del Regno di Napoli (…), Venezia, ed. Pasquali G.B., 1756, Tomo II, a p. 173.

(43) Sibilla di Borgogna (1126 – Salerno, 19 settembre 1151), Regina consorte di Sicilia, seconda moglie, dal 1149 al 1150, di re Ruggero II di Sicilia della dinastia degli Altavilla, re di Sicilia. Matilde di Borgogna, nota anche come Sibilla di Borgogna (circa 1064 – dopo il 1087), figlia, sempre secondo Orderico Vitale del conte di Borgogna Guglielmo I. Agli inizi del 1149 si unì in matrimonio con il re Ruggero II di Sicilia, come ci viene confermato sia dalla Cronica di Romualdo Guarna arcivescovo Salernitano, che dagli Romoaldi Annales (rex Rogerius……..Sibiliam sororem ducis Burgundie duxit uxorem) e il 29 agosto 1149 diede alla luce un figlio che fu chiamato Enrico, morto poi giovane. L’anno successivo rimase nuovamente incinta ma partorì un bambino già morto. Sibilla morì a Salerno; (1020-1087) e della terza contessa di Vienne, Stefania (1035 – 1088); la paternità di Ugo ci viene confermata anche dalla Chronica Albrici Monachi Trium Fontium. secondo la Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile (Paris), Tome II, Sibilla morì, per alcune complicazioni post parto, il 19 settembre 1151, l’anno della morte viene confermato anche dagli Annales Casinenses (1151. Obiit Sibilla regina). La regina Sibilla fu sepolta a Cava de’ Tirreni (apud Caveam est sepultam); le spoglie mortali della regina Sibilla furono affidate dal re Ruggero II di Sicilia al benedettino Marino Abate della Badia di Cava. Sibilla fu seppellita dai monaci benedettini presso la grotta di Sant’Alferio in una tomba ricoperta da mosaici. Purtroppo nel secolo XVIII i mosaici andarono in gran parte distrutti. Attualmente nell’abbazia di Cava, della tomba di Sibilla, sono ancora visibili alcuni frammenti musivi, il sarcofago romano riadoperato e la testa marmorea della regina. Il re Ruggero, per disobbligarsi, donò ai monaci dell’abbazia cavense il magnifico ambone musivo che, nonostante sia stato restaurato e in parte rifatto, brilla ancora oggi nella basilica cavense della SS. Trinità.

(44) Pirro Rocco, Sicilia Sacra, Palermo, 1733 (citato dal La Lumia), pp. 390 e 391, e si veda pure dello stesso autore: R. Pirro, Sicilia Sacra, (a cura di A. Mongitore), Palermo 1733, notitia IV, p. 771, col. 2.

(45) Pontieri E., da Adelasia del Vasto, ad vocem, Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani.

(46) Aubè Pierre, Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo, Paris, 2001, traduzione di Daniele Ballarini, ed per Il Giornale – Biblioteca Storica (Archivio Storico Attanasio).

(47) Del Buono G.B., Profilo storico del Basso Cilento, Stab. Tip. Luigi Spera, 1983, p. 72

(48) Di Niscia A. , Storia civile e letteraria del Regno di Napoli, Napoli, 1846, vol. I, pp….

(49) Ruggero I d’Altavilla, nell’anno 1101, morì e (secondo la bibliografia antiquaria), nell’anno 1152, il figlio Ruggero II d’Altavilla (re di Sicilia), confermò Contea Policastro (che era stata dichiarata tale e donata al primo figlio Simone da Ruggero I d’Altavilla). Nel 1105 morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne conte di Sicilia. Ruggero II di Sicilia (Mileto, 22 dicembre 1095 – Palermo, 26 Febbraio 1154), conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia, della dinastia degli Altavilla, divenne primo re di Sicilia dal 1130 al 1154. Nel 1121 sorsero le ostilità fra Ruggero II e il cugino Guglielmo, nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria, fino al 1130, quando lo scontro venne risolto solo con l’intervento di papa Callisto II, che riuscì a pacificare i due rivali facendoli giungere ad un accordo. Guglielmo abbandonava i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Quindi, dal 1121 al 1130, vi fù un’aspra lotta per i possedimenti lasciati da Ruggero I d’Altavilla, tra i due cugini rivali. Cosa accadde ? Nel 1121, sorsero le ostilità fra Ruggero II e il cugino Guglielmo, nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria; lo scontro venne risolto solo con l’intervento di papa Callisto II, che riuscì a pacificare i due rivali facendoli giungere ad un accordo. Guglielmo abbandonava i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Ruggero II, già principe di Salerno, si recò a Reggio e venne riconosciuto duca di Calabria e di Puglia, Conte di Sicilia con altri domini su altre città. Ruggero II, ebbe alcuni figli tra cui Guglielmo (ca. 1120 o 1121 – 1166), duca di Puglia e poi Re di Sicilia (1154-1166), detto Guglielmo detto ‘il Malo’. Secondo gli storici, Ruggero II, arrivò a patti con Guglielmo solo nell’anno 1122, ottenendo il dominio esclusivo sulle terre della Calabria e quindi presumibilmente sul ‘basso Cilento’. Guglielmo I, quarto figlio di Ruggero II, fu dal 1151 coreggente e quindi re di Sicilia alla morte del padre nel 1154, successe direttamente al padre essendo morti i suoi fratelli maggiori. Nel 1154, alla morte di Ruggero II d’Altavilla, il quarto figlio Guglielmo, nato il 1120 o 1121, divenne re di Sicilia, ereditando il Regno di Sicilia fondato dal padre Ruggero II. Guglielmo I, detto il Malo. Il Di Niscia (…), scriveva: “A Ruggero successe nel regno il di lui figliuolo Guglielmo I, benchè sin dal 1151 (1), fosse stato in Sicilia coronato, vivente il padre, che lo associò al trono. Egli acquistò presso i siciliani il nome di Guglielmo il malo, per distinguerlo dal buono, che gli successe.”. Re Ruggero II d’Altavilla, Ruggero II di Sicilia, morì nel 1154 e subito dopo gli successe suo figlio Guglielmo, avuto con la prima sua sposa Elvira di Castiglia.  Guglielmo, (ca. 1120 o 1121 – 1166), duca di Puglia e poi Re di Sicilia (1154-1166), fu eletto re di Sicilia col nome di Guglielmo I detto il Malo. Quarto figlio di Ruggero II di Sicilia e di Elvira di Castiglia, Guglielmo fu dal 1151 coreggente e quindi re di Sicilia alla morte del padre nel 1154. Successe direttamente al padre essendo morti i suoi fratelli maggiori. Salito al trono di Sicilia, Guglielmo I detto il Malo, dovette però presto affrontare una difficile situazione politica a causa della minaccia dell’impero germanico, portata dall’Imperatore Federico I detto il ‘Barbarossa’, spinto da papa Adriano IV che non vedeva di buon occhio le mire espansionistiche dei Normanni in Sicilia. All’interno dei suoi possedimenti di Sicilia e Calabria e Cilento dovette anche affrontare le insidie dei baroni avversi all’assolutismo stabilito da Ruggero II. Egli dovette però presto affrontare una difficile situazione politica a causa della minaccia dell’impero germanico, portata da Federico II detto il Barbarossa, di quella dell’impero di Bisanzio portata da Manuele I Commeno e da quella del papato retto da Adriano IV.

(50) Falcone Beneventano, fu un importante cronachista per gli anni tra il 1102 ed il 1144 nel Mezzogiorno. La sua opera, il Chronicon Beneventanum, di cui è andato perduto l’inizio e, probabilmente, anche la fine, racconta in forma annalistica la storia di Benevento e, dal 1127, dell’ascesa di Ruggero II di Sicilia tra le potenze dell’epoca. È abbastanza affidabile in quanto testimone oculare, ma dalla parte dei longobardi e dei beneventani che, da oltre un secolo, avevano visto crescere la potenza dei normanni.

(51) Cusa S., I diplomi greci ed arabi di Sicilia, pubblicato nel testo originale, tradotti ed illustrati, Palermo, 1868-82, p. 558 (Archivio Storico Attanasio).

(53) Il Chronicon Cassinese o ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense o Leone Marsicano. La Chronica sacri monasterii casinensis (“Cronaca del sacro monastero cassinese”), anche conosciuta come Chronica monasterii casinensis (“Cronaca del monastero cassinese”) o semplicemente Chronicon casinense (“Cronaca cassinese”), è una cronaca medievale redatta da Leone Marsicano (1046-1115) e poi “continuata” da Pietro Diacono (1107/1110-1159). Il testo tratta della storia dell’Abbazia di Montecassino dalla fondazione, ad opera di Benedetto da Norcia nel 529, fino al XII secolo, nonché delle vicende del territorio sottoposto all’Abbazia, ovvero lo stato feudale medievale della Terra Sancti Benedicti. La Chronica è suddivisa in quattro libri, l’ultimo dei quali venne redatto da Pietro Diacono diversi anni dopo la morte di Leone Marsicano. Per la redazione di questa cronaca medievale, Leone Marsicano, si servì della Chronaca di Romualdo Guarna Salernitano (…). L’originale in latino: “Chronica sacri monasterii casinensis”, Lutatiae Parisiorum, Ex Officina Ludovici Billaine 1668. Il Chronicon Cassinese, di Leone Ostiense, La Chronaca di Lupo Protospada, è stata pubblicata dal Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano, pp. 135.

(54) Il Chronicon rerum in regno Neapolitano gestarum è una cronaca di fatti occorsi nel Mezzogiorno d’Italia dall‘anno 855 al 1102 attribuita a Lupo Protospada: gli eventi più antichi furono attinti certamente dagli ‘Annales Barenses’, mentre maggiori dettagli si riscontrano per il periodo dal 1082 al 1102, in quanto contemporanei allo scrittore, in particolare, Lupo riporta con una certa attenzione, oltre a calamità e curiosità astronomiche (terremoto del 1087, cometa del 1098), gli eventi storici che portarono alla conquista normanna del sud e fatti di rilevanza religiosa (il terzo Sinodo di Melfi del 1089 e quello tenutosi a Bari nel 1099). Il Chronicon di Lupo fu poi utilizzato dall’Anonimo Barese per la stesura della sua Cronaca. Il Chronico di Lupo Protospada, fu una delle principali fonti storiografiche che utilizzò il cronista dell’epoca Romualdo Guarna Salernitano, nella stesura del suo ‘Chronicon sive Annales’. Romualdo Guarna, fu la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. La Chronaca di Lupo Protospada, è stata pubblicata da Antonio Caracciolo, Antiqui chronologi quatuor Herempertus Langobardus, Lupus Protospata, Anonymus Cassinensis, Falco Beneventanus cum appendicibus historicis, Napoli 1626, e dal Muratori, “Lupi Protospatae Rerum in Regno neapolitano gestarum ab anno sal. 860 usque ad 1102 Breve Chronicon“, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano, p. 145.

(55) Alberto di Aix, Alberto di Aquisgrana ((LA) Albericus o Albertus Aquensis; fine dell’XI secolo – post 1120) fu un cronachista della Prima Crociata. Era canonico e custode della chiesa di Aquisgrana. Non si conosce altro della sua vita, tranne che fu l’autore della ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, chiamata anche ‘Chronicon Hierosolymitanum’ de bello sacro o ‘Liber Christianae expeditionis pro ereptione, emundatione, restitutione sanctae Hierosolymitanae ecclesia’. Un’opera in latino, costituita da dodici libri, scritta tra il 1125 ed il 1150, che inizia con l’Appello di Clermont, racconta le fortune della Prima Crociata e l’inizio della storia del Regno di Gerusalemme e termina piuttosto bruscamente nel 1121. Era ben conosciuta durante il Medioevo, e fu largamente usata da Guglielmo, Arcivescovo di Tiro, per i primi sei libri della sua “Belli sacri historia”. In epoca moderna è stata accettata senza riserve per molti anni dalla maggior parte degli storici, incluso Edward Gibbon. Più recentemente, il suo valore storico è stata impugnata seriamente, ma il verdetto dei maggiori accademici sembra essere che in generale esso costituisce un registrazione veritiera degli eventi della Prima Crociata, sebbene contenga qualche materiale leggendario. Alberto non visitò mai la Terra Santa, ma sembra aver avuto una considerevole quantità di colloqui con i crociati di ritorno dalla Terra Santa, ed aver avuto accesso ad una notevole corrispondenza. La prima edizione della cronaca fu pubblicata ad Helmstedt nel 1584; una buona edizione è in Recueil des historiens des croisades, tomo IV, Parigi 1879;

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