Prof. Arch. Francesco Attanasio – Studi su Sapri (SA) e sul 'basso Cilento' – Studi di storia, storiografia, dalle origini, usi e costumi, folklore, dialetto ed altro.
Archivi dell'autore: Sapri rouinata
Prof. Arch. Attanasio Francesco
nato a Sapri il 26.02.1961
A Sapri, quasi verso la fine della via Cassandra, prima di arrivare nella Piazza Plebiscito si trova una piccola ma antichissima cappella o chiesetta, la Chiesetta o Cappella del S.S. Rosario.
(Fig. 1) Cappella del S.S. Rosario, in via Cassandra a Sapri.
La facciata della Cappella del ‘S.S. Rosario’, come si vede in Fig. 1, è semplice. In via Cassandra a Sapri, l’ingresso principale è sormontato dalla lapide marmorea su cui è stata incisa una scritta in latino illegibile e che andrebbe ripulita. La scritta, ci ricorda le sue origini.
(Fig. 2) Lapide marmorea che sormonta il portale d’ingresso della Cappella del SS Rosario
(Fig. 3) Interno e altare della Cappella del S.S. Rosario in via Cassandra a Sapri
La preesistente cappella del SS. Rosario e l’altra di via Cassandra
Dell’antica Cappella del ‘Santo Rosario’, ne parla il Tancredi (6), che scriveva in proposito: “Fu fondata da D. Francesco Antonio Magaldi di Torraca, Canonico Cantore della Cattedra-le di Policastro, nel feudo di Sapri dei Palamolla, nel 1706 e fu dotato dei seguenti beni: un capitale di 145 ducati, 4 vigneti in Sapri colla rendita di 200 ducati; un castagneto al Castel-laro di Capitello ed una chiusa al Pallarete, colla rendita di 10 carlini (= 20 ducati); 40 vac- che, colla rendita di 160 ducati; mezzo tomolo di terra pure in Sapri, colla rendita di 4 carlini. Il tutto assommava a 525 ducati (7). Il Tancredi riporta il documento diocesano (7) che descrive le rendite ed i beni assegnati a questa Cappella. Di questa antica Cappella di Sapri, ne parla il prelato Rocco Gaetani, nel suo libro su Torraca (1). Il Gaetani, racconta a proposito della cappella in questione che essa si trovava nel piccolo e nuovo quartiere del ‘Rosario’ e poi aggiunge: “la ‘Venerabile cappella del S.S. Rosario diSapri, appartenne e rimase amministrata dal clero di Torraca fino al 1719, anno in cui fu elevata a parrocchia dal Vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis.”. Sempre il Gaetani che a proposito della Cappella del SS. Rosario aggiunge: “L’antica cappella era sita ove al presente vedesi la farmacia Gaetani e propriamente attigua alla casadiPaolo Pietro Brandi”e trovandosi in cattive condizioni “perchè in parte diruta”, oltre di un metro inferiore al piano della strada venne così richiesta in permuta dal dott. Francesco Gaetani.“.Così interdetta (alle Sante messe) venne richiesta al fine di averla in permuta con un altra”. In seguito il Gaetani la impianterà nella sua proprietà sita lungo la strada Cassandra.
Nel 1600, a Sapri, in via Cassandra vi era l’antica cappella del SS. Rosario
Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, parlando del “Porto di Sapri elevato a Parrocchia” e delle sue origini a p. 32, in proposito scriveva che: “la ‘Venerabile cappella del S.S. Rosario di Sapri, appartenne e rimase amministrata dal clero di Torraca fino al 1719, anno in cui fu elevata a parrocchia dal Vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis.”. Sempre il Gaetani che a proposito della Cappella del SS. Rosario aggiunge: “L’antica Cappella era sita, ove al presente vedesi la farmacia Gaetani, e propriamente attigua alla casa di Paolo Pietro Brandi e trovandosi in cattive condizione di non permettere l’esercizio dei sacri ufficii, perchè in parte diruta e con una servitù di finestra da non potersi inalzare dal livello, oltre di un metro inferiore al piano della strada, essendovi stata sospesa la celebrazione delle messe, così interdetta venne richiesta dal Dottor Francesco Gaetani fu Giovanni, al fine di averla in permuta ad un’altra ecc…”. In seguito il Gaetani la impianterà nella sua proprietà sita lungo la strada Cassandra. Dunque, in via Cassandra, già nel 1600 esisteva un’antica cappella intitolata al SS. Rosario e, poi in seguito, sarà costruita l’altra con la permuta che ottennero i Gaetani e che apparterrà al clero di Torraca fino al 1719. Come scrive il Gaetani, la cappella del SS. Rosario era “intra moenia”, si trovava sempre a via Cassandra ed essa, si trovava attigua alla casa di Pietro Paolo Brando vicino la Farmacia Gaetani che esisteva nel 1800.
Nel 1706, la visita pastorale a Sapri del Vescovo Cione
Di questa cappella, nel 1706, ne parla anche il Vescovo G. M. Cione nel suo “libro dei conti” (1). La Cappella che oggi vediamo in via Cassandra ed illustrata in fig. 1, non è quella originaria che pure è esistita ma è quella avuta in permuta dal dott. Francesco Gaetani che la impiantò nella sua nuova proprietà lungo la via Cassandra dove si trova e si vede attualmente e dove poco distante si trova l’attuale proprietà degli eredi Gaetani. Dell’epoca della dominazione aragonese nel Regno di Napoli, Sapri, il suo porto ed il suo entroterra, doveva appartenere alla Contea aragonese di Policastro, costituitasi a seguito della donazione concessa da Re Ferrante d’Aragona al suo primo ministro Antonello de Petruciis, il quale, con il consenso del re, associò il figlio Giovanni Antonio de Petruciis alla Contea di Policastro che ormai si estendeva, in un unico complesso da Novi (Novi Velia) oltre Policastro (2).
Nel 1706, la cappella del SS. Rosario di Sapri fu dotata di un castagneto al Castellaro di Capitello
Riguardo l’antica cappella del SS. Rosario a Sapri, posta appunto nel piccolo quartiere del “Rosario”, Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 58 che scriveva in proposito: “Fu fondata da D. Francesco Antonio Magaldi di Torraca, Canonico Cantore della Cattedrale di Policastro, nel feudo di Sapri dei Palamolla, nel 1706 e fu dotata dei seguenti beni: un capitale di 145 ducati, 4 vigneti in Sapri colla rendita di 200 ducati; un castagneto al Castellaro di Capitello ed una chiusa al Pallarete, colla rendita di 10 carlini (= 20 ducati); 40 vacche, colla rendita di 160 ducati; mezzo tomolo di terra pure in Sapri, colla rendita di 4 carlini. Il tutto assommava a 525 ducati (26)”. Il Tancredi riporta il documento diocesano (7) che descrive le rendite ed i beni assegnati a questa Cappella. Di questa antica Cappella di Sapri, ne parla il prelato Rocco Gaetani, nel suo libro su Torraca (1). Il Tancredi (…) a p. 58, nella sua nota (7) postillava che: “(26) A.D.P.: Ufficio Amministrativo Diocesano: Sapri, Capp. S. Rosario 1706.”. Dunque, secondo l’antico documento diocesano presentato dal Tancredi, la cappella del SS. Rosario in via Cassndra a Sapri era stata dotata di un “castegneto al Castellaro di Capitello ed una chiusa al Pallarete, colla rendita di 10 carlini (= 20 ducati)”. Una piccola cappella fondata dal Barone Palamolla dotata di un castagneto al Castellaro di Capitello.
La cappella di S. Vito a Sapri
Forse vi è una relazione con la recente notizia dell’amico Domenico Smaldone, che ha pubblicato alcuni documenti che attestano la vendita di un’altra cappella, la Cappella di S. Vito che Giovanni Antonio Brando di Torraca vendeva il 31 maggio 1746.
Note bibliografiche:
(1) Gaetani R., ‘Gian Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, 1914, p. 11; Si veda pure: Gaetani R., “La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca“, Roma, 1906
(2) Ebner P., Chiesa Baroni e Popoli nel Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592-593.
(3) Archivio della Badia di Cava dei Tirreni, Aprile 1481, XV, LXXXV, 98; e citata da Ebner P., op.cit., vol. II, p. 592.
(4) Gaetani R., Gian Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, 1914, p. 42; la notizia è tratta da un documento: “Visitatio Episcopi Felicei“, datato 16 dic. 1629, che il Gaetani ri-porta integralmente.
(5) Di Luccia P.M., L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, Roma, 1700.
(6) Tancredi L., Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 58.
(7) Archivio Diocesi di Policastro – Ufficio Amm.vo diocesano, Sapri, Capp. S.Rosario 1706.
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Con la progressiva e definitiva dissoluzione dello Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico e, Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli, le sue origini e l’evoluzione storico-urbana del centro costiero. Questo saggio vuole fare il punto di tutte le notizie storiche raccolte e documentate sulla cittadina di Sapri suntate anno per anno che sono ivi trattate in questo blog in maniera organica e approfondita con altri miei saggi a cui si rimanda per gli opportuni approfondimenti.
SAPRI, TERRITORIO, L’AMPIA BAIA, IL PORTO NATURALE, LA COSTA
Giulio Schmiedt (….), nel 1975, pubblicò un interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, dal titolo ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Parte II- I Porti delle Colonie Greche’ pubblicato a Firenze nel 1975. Schmiedt (2), gà molti anni prima, nel 1972 aveva pubblicato un altro interessante studio sui porti della Magna Grecia ed aveva citato quello di S. Croce a Sapri. Si tratta dello studio ‘Il livello antico del Mar Tirreno – Testimonianze dei resti archeologici, a cura di’ (2.1). Nello studio ‘Antichi porti d’Italia’, lo Schmiedt (2), riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicam e che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino” (riferendosi al punto ove si trova il Faro Pisacane) (2), a cui abbiamo dedicato lo studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti e che vediamo illustrato nella foto del satellite di Fig. 1. Al limite della piana costiera, troviamo il rilevato ferroviario che lambisce la corolla di colline (mediamente lungo la curva di livello a quota +15 sopra il livello del mare). Sostanzialmente, il rilevato ferroviario, costituisce anche il limite alle aree urbanizzate, poste quasi tutte fra il rilevato ferroviario e la linea costiera che, con la sua fascia litoranea, lambisce il mare e la caratteristica baia antistante. La formazione e la conformazione che la pianura costiera di Sapri ha assunto nei secoli, può avvalorare alcune ipotesi sulle sue origini. Il paesaggio che oggi vediamo è stato modellato dalle significative variazioni climatiche che si sono avvicendate nel corso del Quaternario ed Olocene e dalle recenti oscillazioni del livello del mare. Il Cesarino, al riguardo, credeva che il Torrente Brizzi ”oggi modesto, scarica in mare le ultime acque di quell’immenso serbatoio idrico che fù la Valle del Noce: l’antico lago pleistocenico si svuotò nel corso dei millenni sia attraverso la vallata di Castrocucco in Calabria, sia attraverso la vallata di S. Costantino che incombe su Sapri. E la profonda gola scavata dal Torrente Brizzi nella roccia rivela la notevole portata che dovette avere nell’antichità. Se si aggiunge che la zona è interessata da quel movimento bradisismico che riguarda la Calabria costiera, e che i detriti alluvionali hanno depositato una coltre di parecchi metri.” (1) I deterioramenti climatici succedutisi nei secoli, hanno causato una serie di ciclici alluvionamenti che hanno provocato notevoli trasformazioni al paesaggio. Tali fenomeni hanno determinato l’accumulo di ingenti quantità di detriti fluviotorrenziali, causando un’aggradazione del piano di campagna ed una progradazione costiera. L’urbanizzazione del centro abitato è andato adeguandosi alle periodiche esondazioni che talvolta si sono rivelate di notevole portata. Sono testimonianza i molti antichi fabbricati della ‘Marinella’, che presentano porzioni di ambienti e gli ingressi dei fronti principali al di sotto del piano di campagna o stradale. In seguito a scavi effettuati per lavori edilizi, sono stati ritrovate pavimentazioni e manufatti edilizi completamente interrate e ricoperti da terreni alluvionali. I fenomeni alluvionali che nelle varie epoche, hanno interessato gran parte della pianura costiera di Sapri, hanno determinato anche fenomeni di progressivo impaludamento dalla piana. I toponimi ‘Skidros’ o ‘Sapros’ (pantano, palude), richiamano senza ombra di dubbio ad un fenomeno di impaludamento. Inoltre, devo aggiungere che, sul lato nord-est della piana, tra la località ‘Mocchie’ e le colline del Timpone, nell’antichità, doveva aprirsi una piccola insenatura perfettamente navigabile per le leggere barche dell’epoca. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Mezzogiorno”, vol. II parlando di Velia e della scomparsa di gran parte della città, delle sue vestigia, a p. 729, in proposito scriveva: “Così, il succedersi di non comuni fenomeni atmosferici fu causa delle catastrofiche alluvioni che, nel III sec. a.C. e nella seconda metà del I sec. (62 d.C.), travolsero il quartiere meridionale ripetutamente seppellendolo. Ambedue furono determinate dal diverso volume del materiale detritico d’un subito dalla Fiumarella di S. Barbara e deviato sulla città dalla contemporanea furia del mare, da un’erta barriera di onde tempestose. Da ciò la singolare ubicazione di marmi e sculture e lo spostarsi del letto dell’irruente fiumara sempre più verso l’odierno. L’ultimo interramento, e piuttosto sensibile, si ebbe alla fine del V secolo d. C. (scomparsa della basilica paleocristiana e della villa della famiglia Gavinio).”. Dunque, sappiamo che all’epoca dell’eruzione pliniana del Vesuvio, si ebbero sulla costa ingenti precipitazioni atmosferiche che determinarono l’accumulo di detriti, modificando la linea costiera della già ampia baia di Sapri con le sue insenature naturali.
Il bradisismo della fascia costiera del Cilento, e gli effetti sulle città costiere ormai scomparse
Nel 1947, Emilio Magaldi (…..), nel suo “Lucania Romana”, a p. 43 e ssg. parlando di Paestum, in proposito scriveva che: “Profondamente mutate dalle condizioni di un tempo sono le condizioni attuali della piana di Pesto, che però si vanno risollevando con la bonifica. Una volta l’aria vi odorava di fiori, ed ora vi è greve morbosa; ….le zanzare malariche insidiano la salute dei butteri, e le mandre di bufali tengono il campo. E’ interessante approfondire questo mutamento che si è verificato, perchè esso riguarda la sparizione di Pesto, di cui è stata data, solo di recente, la spiegazione giusta. Si credeva, fino a poco tempo addietro, che quella sparizione fosse dovuta alla malaria e alle incursioni dei Saraceni, che nel IX secolo avrebbero spinto i Pestani ad abbandonare la città e a riparare a Capaccio Vecchio, che sorge sui monti retrostanti (p. 15). Già il Gunther, studiando il bradisismo del Golfo di Napoli, aveva avuto l’intuizione che la scomparsa di Pesto fosse da attribuirsi allo stesso fenomeno, che avrebbe avuto come conseguenza la malaria, e, quindi, l’abbandono. Gli scavi recenti hanno dimostrato che la città è rimasta sepolta sotto una spessa coltre di materiali di origine palustre, fortemente cementati fra loro. In base a questa osservazione il DE LORENZO, e dopo di lui il D’ERASMO, hanno così ricostruito il fenomeno (3). Nel VI sec. a.C., e forse anche prima, la piattaforma di travertino su cui posa Pesto dovè iniziare un lento movimento di discensione per effetto del bradisismo del litorale tirrenico. All’epoca di Augusto, questo movimento doveva essere giunto a tal punto che cominciava a formarsi il pantano in prossimità di Pesto. Strabone dice che il fiume, impaludando, rendeva la città malsana (4). Il movimento discendente continuò ancora durante l’Impero e il Medio Evo, si che alla fine di questo il livello del mare doveva essere superiore all’attuale di più di 10 m., e la piattaforma su cui poggia Pesto doveva emergere pochissimo. Impediti di correre liberamente al mare, il Sele e i prossimi corsi d’acqua – fra cui è “Capo di fiume”, che scorre vicino a Pesto – ristagnando, formarono l’acquitrinio e così prepararono a poco a poco alla città antica il funereo manto – che presso Porta Marina mostra uno spessore di oltre cinquanta metri. Naturalmente è da connettere con questi movimenti di bradisismo la variazione della linea di spiaggia, la quale si è avvicinata o si è allontanata, a seconda della direzione discendente o ascendente del movimento.”. Il Magaldi, a p. 43, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. De Lorenzo, Sulla causa geologica della scomparsa dell’antica città di Paestum, in “Rendiconti R. Accademia dei Lincei”, Cl. Sc. fis. s. 6°, vol. XI (1930); G. D’Erasmo, Il bradisismo di Paestum, in “Rendiconti R. Accademia Scienze fis. e mat.” s. 4à, vol. IV (1934), (ripubblicato per cura dell’Ente per le antichità e i monumenti della provincia di Salerno”, ivi, 1935).”. Felice Crippa (….), nel suo “Sapri – Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 85 e ssg., in proposito scriveva: “21. Lineamenti di geologia saprese. La baia di Sapri costituisce una depressione morfostrutturale attualmente colmata da una potente pila sedimentaria di depositi alluvionali recenti e delitizii-littorali. Questi depositi legati alla trasgressione “versiliana”, avvenuta progressivamente all’ultimo stadio glaciale, il Wurm III, a partire cioè da 15.000 anni fa (1). In parole povere Sapri giace su fanghi, limi, sabbie e pietre via via accumulatisi nei millenni trascorsi ai piedi delle montagne circostanti in seguito ai dilavamenti dei pendii e per il deposito congiunto di materiali marini rilasciati dalle acque sia in fase di avanzata – verso l’interno- che di ritirata – verso il largo. Materiali diversi scesero dalle montagne da tre bacini principali (tav. 7) e gradualmente vennero convogliati verso il sottostante specchio d’acqua marino. Il mare, a sua volta, sia per i fenomeni di avanzata e ritirata dalla costa che per effetto delle correnti e delle mareggiate, accumulò altro materiale, determinando successive linee di contenimento dei materiali che scendevano dai monti. Ecc..”. Il Magaldi, a p. 91, nella nota (1) postillava: “(1) L. Brancaccio, Geologia regionale della Campania”. Il fenomeno del bradisismo ha interessato gran parte della fascia litoranea della costiera Tirrenica ed ha influito sulle numerose ed al tempo floride città magno-greche sorte sulle costa del basso Cilento. Come si è detto per l’esempio di Paestum, la maggior parte di queste città sono in seguito scomparse. La tradizione popolare ed i racconti settecenteschi attribuscono cause varie, maremoti, terremoti, distruzioni vandaliche e saraceniche ecc.., ma le rovine d’epoca romana che ancora oggi si possono vedere nell’area di S. Croce a Sapri non sono mai state rilevate con cura scientifica e soprattutto non sono state mai studiate. Gli studi sulle preesistenze dell’antichità possono rivelare risvolti inattesi, come ad esempio si è potuto fare nel “Serapo” a Pozzuoli. La ricostruzione dell’andamento del bradisimo ai Campi Flegrei, a partire dal IV sec. d.C. nel corso dei secoli fino ai tempi moderni è stata possibile grazie a osservazioni compiute sulle rovine di una costruzione di epoca romana, situata a poche decine di metri dal porto di Pozzuoli: il Serapeo. Erroneamente considerato come un tempio dedicato al dio egizio Serapide (da cui il nome) è stato in realtà un mercato romano dal I al II secolo AD. La peculiarità di questa costruzione è la presenza, a varie altezze sulle tre colonne ancora erette, di fori prodotti da molluschi marini (litodomi) che vivono nella fascia intertidale (tra la bassa e l’alta marea) e che quindi sono indicativi del livello marino nel passato. Grazie alla datazione di tali fori è stato possibile ricostruire le oscillazioni del livello del mare nel tempo dovute al sollevamento o abbassamento del suolo a Pozzuoli per effetto del Bradisimo. Avendo studiato ed osservato da Architetto la tipologia costruttiva adottata in epoca romana allorquando vennero costruiti i piloni frangiflutti oggi detti “Pila” a mare, in località S. Croce, sono stato sempre convinto che in quel punto il mare esisteva ed è per questo motivo che i romani costruirono l’antico molo costituito da piloni posti in successione. Ma, come dicevo la tipologia costruttiva dei piloni è differente perchè essa cambia. La costruzione delle fondamenta dei piloni appoggiata al suolo marino presenta una malta pozzolanica, ovvero una malta a base di calce e pozzolana che è una malta idraulica, ovvero una malta adatta ad indurirsi nelle costruzioni sottomarine, o per meglio dire nelle costruzioni dentro l’acqua. Infatti, i piloni, oggi dette “Pila” sono immersi nell’acqua del mare. Dunque, il mare in quel tratto litoraneo della costa saprese vi è sempre stato. E’ per questo motivo che i Romani costruirono quell’opera idraulica e portuale. Se questo è vero, ed è vero, come io credo, dimostra che la linea di costa della baia saprese veniva si a modificarsi ma non nel modo come è stato affermato in recenti studi.
La faglia tettonica Sapri-Nocara
Felice Crippa (….), nel suo “Sapri – Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 85 e ssg., in proposito scriveva: “22. Profilo strutturale e sismico di Sapri. Assetto strutturale. Sapri è compresa nella catena sud-appenninica che si è formata attraverso sollevamento del Pliocene (sette milioni di anni fa) e nel Quaternario (due milioni di anni fa). Peculiarità di Sapri è quella di essere al vertice di ben due linee di faglia. Una si sviluppa da Sapri alla piana del Sele, la seconda – denominata proprio Sapri-Nocara – si sviluppa in direzione della costa jonica. Quest’ultima è importante in quanto trasversale rispetto alla catena sud-appenninica. Le faglie non sono altro che fratture entro le masse rocciose all’interno della crosta terrestre. Ecc…”. Il Magaldi, a p. 91, nella nota (1) postillava: “(1) L. Brancaccio, Geologia regionale della Campania”. Giovannipaolo Ferrari (….), nella Relazione per il P.U.C. redatto per il Comune di Sapri, a p. 12, in proposito recentemente scriveva: “L’attuale conformazione della baia di Sapri e del suo immediato retroterra – dunque – è il risultato di numerosi fattori geologici e climatici, succedutisi soprattutto nell’arco del Quaternario, da circa due milioni di anni fa. Tali fattori interagenti e avvenenti in fasi morfogenetiche successive, hanno lasciato scarse tracce bene identificate e databili, sicchè le indicazioni concernenti le più significative tappe evolutive possono essere ricavate dallo studio generale della più vasta dinamica del margine tirrenico della catena appenninica. Il disegno generale della costa, nelle linee fondamentali, risale al Quaternario Antico (Pleistocene Inferiore), che, nella cronologia assoluta, può essere posto tra un milione e 700.000 anni dal presente. La forma circolare o tozzamente quadrata della baia è sicuramente attribuibile ai movimenti tettonici che hanno interessato le successioni rocciose del Mesozoico e del Terziario ed hanno accompagnato il lento sollevamento dell’area durante l’ultima era. Il successivo modellamento è stato determinato dalle variazioni climatiche tipiche dell’era quaternaria, i cui più marcati effetti sono stati le oscillazioni del livello marino per cause glacioenstatiche (avanzamento e ritiro dei ghiacci polari). Altro effetto notevole delle fasi fredde è stato la produzione di grandi quantità di detriti lungo i versanti montuosi, che, come si è detto, hanno dato origine alla piana su cui insiste l’abitato. Evidenti nei dintorni sono le tracce di antiche spiagge fossili sollevate anche a diverse decine di metri dal livello marino odierno, i cui affioramenti, compresi tra i 50 e 70 metri s.l.m., sono disposti a forme di tipici terrazzi a morfologia subpianeggiante. L’emersione dei depositi marini antichi è stata seguita da una fase lacustre e palustre, che ha interessato l’intera baia. In tempi storici, il lento arretramento della linea di riva è stato accompagnato dall’interramento e sovralluvionamento delle aree costiere.”.
Nel 1558, il “FIUME SAPRI”, secondo Leandro Alberti ed il Collenuccio
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel “Discorso XII”, dopo aver parlato di Scalea, a pp. 446-447 parlando del fiume Lao, in proposito scriveva che: “I meno accorti nel nono secolo credettero, che, ‘l fiume, che passa per Lauria, fosse il Lao; e perciò così la chiamarono, quasi ‘Laus rivus’. A tempi vicini Leandro Alberti, non avendo affatto veduto questi luoghi, scrive che ‘l fiume Sapri (che mai non fu al mondo) divide Laino, e la Lucania da Bruzj; poi lo chiama Lao, e quindi taccia ‘Strabone’ e ‘Tolomeo’ di aver quì allogato questo fiume: ‘quando’ (dice) in queste contrade (vedete che altra confusione) non si trova altro che il fiume Melfe’. Egli peraltro copiò questa torta, e non vera sentenza dal ‘Collenuccio’, nel lib. 1 della ‘Storia del Regno di Napoli’, dove scrisse: “Continua poi la Lucania per una gran parte, detta oggi Basilicata, dal Silaro fino al fiume chiamato Sapri, che anticamente era detto Lao.”. “. La notizia tratta dall’Antonini merita ulteriori approfondimenti. Oggi il fiume che attraversa Laino borgo, un comune del Cosentino in Calabria e non molto distante da Scalea e dalla costa Tirrenica, viene chiamato Lao. Da Wikipedia leggiamo che il Lao è un breve fiume a corso perenne del versante tirrenico della Calabria. Nasce in Basilicata con il nome di Mercure. Prende il nome dall’antica colonia greca di Laos, polis della Magna Grecia. Nell’antichità il fiume era chiamato Laus (o Laos, Λαός in greco); era uno dei fiumi che segnava il confine tra i lucani e i bruzi. L’altro era il Chratis (Crati) nella parte terminale della foce, ma soprattutto lungo il corso del suo affluente Sybaris (Coscile), che nasce nel massiccio del Pollino, relativamente vicino alle sorgenti del Lao. Sboccava nel Sinus Laus (golfo di Policastro), nel Inferum mare. Interessante è ciò che scrisse Giuseppe Antonini nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 376, dove in proposito scriveva che: “Ci lasciò la stessa notizia ‘Leandro Alberti’, che cominciò a scrivere dell’Italia nel MDXXV., ecc…”. Michele Lacava (….), “Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana”, Napoli, 1891, a p. 35 riferendosi al fiume Lao, nella nota (1) postillava: “(1) Il Negro nel 7° comment. della Geografia chiamollo col nome di fiume Lucano. Leandro Alberti col nome di fiume di Sapri, e dice: è sempre l’acqua di esso fiume chiara, ne mai torbida per alcun caso si vede.”. Leandro Alberti (…..), nel suo “Descrittione di tutta Italia, nella quale si contiene il sito di essa, l’origine et le Signorie delle Città et delle Castella”, Bologna, 1550, a pp. 198-199 parla della Basilicata e dei nostri luoghi. L’Alberti, a p. 201, in proposito scriveva che: “Poscia più avanti si dimostra Laino castello col borgo. Partisce il Cast. dal Borgo il fiume Sapri che anche divide la Lucania dai Brutij, overo la Basilicata dalla Calabria. Imperò che il Borgo è di quà dal detto fiume nella Basilicata, & il Cast. di là, nella Calabria. Esce questo fiume vicino a Vincinello, Cast. della Basilicata & scedendo fra gli alti, e strani balci di queste monatagne verso ‘l Mezzogiorno & partend la Basilicata dalla Calabria al fine sbocca nel mar Tirreno. Ella è sempre l’acqua di esso fiume chiara, ne mai torbida alcun caso si vede. Credo sia questo Laino il Cast. Lauo, nomato da Pli. & similmente es fiume sia il Lauo, pur da quello memorato, per la vicinità d’amendui insieme, & altresì per la conformità del nome Lauo, et Laino avenga che dica il corrotto testo di Plinio. Sauus. Et nomeno credo sia da quel Tolomeo addimandato Laus, & da Strabone Talauus, & Lauus perchè in questi luoghi non si trova altro fiume che il Melfe avanti nominato. Etc…”. Guardando l’immagine satellitale di google maps si vede che da Laino Borgo passa il fiume Lao che va a sfociare nel mar Tirreno a Scalea nei pressi di S. Maria del Cedro. Devo però precisare a riguardo che l’Alberti, molto probabilmente si riferiva al fiume Noce che, effettivamente segna il confine tra le due Regioni, la Basilicata e la Calabria. L’Alberti lo fa pssare per Laino Borgo ma il fiume Noce non passa da Laino Borgo dove invece passa il fiume Lao. Può essere che il vecchio confine della Lucania antica con la Calabria sia stato il fiume Lao che l’Albertii diceva passasse per Laino borgo e che chiamava fiume Sapri.
(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199
La baia naturale ed il porto di Sapri, forse uno dei Porti Velini cantati da Virgilio nell’Eneide
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi” della baia di Sapri in proposito scriveva che: ”che è di figura semicircolare, ha quasi due miglia di circonferenza, e la sua bocca di circa mezzo miglio, guardando per diritto a mezzogiorno; quindi è che spirando quei venti non sono sicuri nel porto;”. Il Troyli (…), nel 1675, parlando dei porti del Cilento, dice: “Con vedersi col medesimo seno di Policastro il Porto che di Saprioggigiorno s’appella: il quale sebbene alquanto ripieno, è di solito di piccioli bastimenti capace, comecchè da Scirocco gagliardamente battuto; pure fù dalla natura cotanto ben disposto, che rassembra uno dei più bei porti, che abbia mai veduto. E se fosse ugualmente profondo nelle sue acque capace sarebbe di una grandissima armata navale.” (2). Nel 1815, Romanelli (6) parlando della baia naturale di Sapri così scriveva:“di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (6).
(Fig….) Troyli, op. cit., p. 59
Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, a p. 6 parlando di Velia scriveva che: “Tra l’altre città della Lucania veniva annoverata Bussento…..Velia era la terza città detta Veleia, & in Greco detta Eleia,…..Haveva questa Città bellissimi porti, mentre ‘Virgilio nel lib. 6 dell’Enead. dice ‘Portusque require Velinos’.”. Ancora, il Di luccia, a p. 7 parlando di Bussento scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che, Policastro fosse stata edificata per le sue ruine della suddetta Velia; E benché tra l’antichi Scrittori, sia controversia se Policastro sia nella Lucania, o pure ne’ Bruzij, nientedimeno io aderendo all’opinione del sudetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “E’ Policastro città della Lucania, nobile Città, ornata della dignità Ducale, la qual passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus termine della Lucania, così dice Alfonso Bonaccioli nella prima parte della Geografia di Strabone nel lib. 6 e tanto narra Ferdinando Vghelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo dice Virgilio “Portusque require Velinos”. E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”. Nel 1595, Scipione Mazzella Napolitano (…), nel suo “Descrittione del Regno di Napoli” (per i tipi di Stigliola) parlando del Principato Citra, a p. 79 in proposito scriveva che: “Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamavano seno saprico dalla città di sapri, oggi nominata Libonati.”. E’ interessantissima la notizia del Mazzella (…) a cui ho accennato per alcune torri oggi scomparse ma che vi erano lungo la nostra costa da lui citate e descritte, il Mazzella scriveva che il golfo di Policastro anticamente era chiamato “seno Saprico”, ovvero golfo di Sapri. Il Mazzella fa derivare la parola di seno Saprico dalla “città di Sapri oggi nominata Libonati”. Questa notizia attesta che nel 1595, il territorio di Sapri era compreso nel tenimento di Vibonati allora detto “Libonati”.
La baia di Sapri, una cassa armonica naturale
Come si può vedere dall’immagine satellitale tratta da google maps ed in un disegno del Genio militare napoletano che pubblicai anni fa, il litorale del paese di Sapri, ha la forma di un ferro di cavallo. La particolare conformazione orografica del territorio ed in particolare del litorale saprese, può annoversarsi tra le poche ed uniche baie naturali esistenti al mondo. Simile alla baia di Sapri è la baia di Acapulco in Messico. La particolare conformazione a ciampa di cavallo della baia di Sapri, oltre a donarle la particolare caratteristica di un porto naturale conosciuto e citato nei primi portolani esistenti, le dona anche la particolare caratteristica di naturale cassa armonica di risonanza acustica. Infatti, questa particolare conformazione naturale quasi ad emiciclo (un semicerchio con un angolo di 180°) è stato prima adottato negli Odeon greci (teatri) e poi in seguito proprio come la baia di Sapri a forma di ‘ciampa di cavallo’ la pianta dei primi teatri lirici come il San Carlo di Napoli o la Scala di Milano, rinomati per la loro risonanza acustica. In certe particolari giornate ventose, ma anche non particolarmente ventose, si può ascoltare il rumore del mare e dei gabbiani a centinaia di metri di distanza dalla battigia del mare. Nella mia abitazione che è posta nel centro abitato ma a ridosso della linea ferroviaria cioè a 600 metri dalla spiaggia, mi risveglio spesso con il rumore del mare. Il Rizzi (3), parlando dei porti cilentani, così dice del porto di Sapri: “8 -, In distanza di 15 miglia dall’Infrischi è situato il porto di Sapri, dove si avvisano dei notabili avanzi di antiche fabbriche. Ha la circonferenza di circa 2 miglia, di maniera che possono restare numerosi navali. Quando spirano i venti di libeccio-mezzogiorno, e ponente-libeccio, si stà mal sicuro……Il porto di Sapri, che è di figura circolare, ha la bocca verso mezzogiorno della grandezza di mezzo miglio circa. Mercè un braccio di fabbrica, che si farebbe stendere dalla parte di occidente, verrebonsi a riparare in parte gli inconvenienti ai quali è soggetto.”. Secondo il Rizzi, nel 1809, Sapri aveva un’attrezzatissima flotta per la pesca formata da 7 pescherecci di 3 tonnellate cadauno e da un numero imprecisato di barche.
Il fiume sotterraneo ‘Lubertino’ e u’ vull j l’acqua, in località Sciarapotamo
Già l’Antonini nel 1795, nella sua ‘Lucania’ a pag. 430, chiamava questo fiume sotterraneo ‘fiume Obertino‘. Nei pressi di questo fiume, oggi si vede solo la Torre cavallara vicereale ‘di Capobianco’, ma all’epoca ve ne era un altra oggi scomparsa la Torre ‘Obertino’. Gli antichi scrittori e viaggiatori, raccoglievano sul posto informazioni dagli abitanti del luogo ma prendevano sempre spunto da vecchie mappe o carte manoscritte come ad esempio la carta che quì pubblichiamo. Antonini (4) nei sui discorsi, così scriveva nel 1795: “Ritornati al mare di Sapri, e ad oriente secondo l’intrapreso corso, camminando, trovasi allo scoglio detto Scialandro, sorgere in mare un notevole fiume, chiamato Obertino, la di cui acqua nei giorni di calma si può bere senza che sia con quella del mare mischiata, ma nei tempi di mediocre agitazione è coverto o confuso, ne si vede, che il solo suo gorgogliare. Or da quì sino alla marina di Maratea, che n’ è sette miglia lontano, e ch’ è una catena di continuati dirupatissimi alti scogli ( i frontoni), si trovan varie sorgive, e ruscelli di dolcissime acque, e da quando in quando delle grotte, ove i colombi fanno lor nidi, e l’està vi è deliziosa caccia di essi, che anche io due volte con sommo piacere ho…” (4 – p. 435). Lo scrittore e viaggiatore inglese Craunfurd Tait Ramage. Il Ramage (….), nel suo “Attraverso il Cilento”, parlando del suo viaggio e della sua visita a Sapri, dopo aver descritto alcune cose viste a Sapri fornendo interessanti ed utili notizie storiche, lasciando il paese, in proposito scriveva che: “Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino. Fui felice di risalire in barca, perchè il riverbero del sole sulla sabbia rendeva pesante qualsiasi sforzo. Mentre avanzavamo le montagne si avvicinavano sempre di più alla riva, fino a sovrastare il mare. Il sentiero tortuoso si snodava lungo i pendii dei monti, ma a quest’ora del giorno sarebbe stata una vera follia tentare di percorrer la piedi. Non vi era un filo di aria ed il caldo era il più intenso che avessi provato; eppure i marinai non sembravano accorgersene, nonostante che i loro torsi nudi fossero esposti direttamente ai raggi del sole. Ora sono diventato prudente, perchè l’estate scorsa, mentre salivo lungo la strada che portava al palazzo di Tiberio nell’isola di Capri, ecc…”. Sempre il Ramage continuando il suo racconto e, mentre viaggiava in barca in direzione di Acquafredda e Maratea scriveva che: ”Mentre stavamo procedendo in direzione di Maratea i marinai mi parlarono dell’esistenza di un curioso fenomeno, e mi rammaricai di non averlo potuto vedere, prima di lasciare Sapri. Mi dissero che, vicino a Sapri, nei pressi di una roccia chiamata Scialandro, una polla d’acqua ribolle dal fondo del mare con tale forza da creare una corrente d’acqua dolce nel bel mezzo di quella salata e mi dissero pure che, quando il mare è calmo è possibile bere l’acqua dolce perchè questa non si mischia con quella salata, quando invece tira il vento essa si vede solo ribollire in mezzo al mare.”. Il Ramage si riferiva al fiume sotterraneo di natura carsica, che ancora oggi scorre nei pressi dello scoglio dello Scialandro, che l’Antonini (4) chiamava “fiumeObertino“, in prossimità della torre vicereale omonima, oggi scomparsa. Il fiume ‘Lubertino’, figura anche sulla carta geografica inedita, da me ritrovata presso l’Archivio di Stato di Napoli (5). Nella carta, figura il fiume ‘Lubertino’. Si tratta di un fiume di natura carsica che scorre sotto terra e che sfocia in mare aperto quasi di fronte allo scoglio dello ‘Scialandro‘. La tradizione popolare lo ha sempre chiamato ‘ u vull j l’acqua‘ ( il significato dialettale di ‘u vull‘ è di bollire), ovvero il ribollire di polle di acqua sul pelo dell’acqua di mare, proprio nel tratto di mare antistante lo scoglio dello Scialandro e dovuto alla sorgente d’acqua dolce del fiume carsico e sotterraneo che in quel punto sgorga direttamente con tale forza da fare ribollire il pelo del mare e visibile ad occhio nudo. Oggi l’acqua del fiume carsico viene captata e va ad alimentare un acquedotto per Sapri. Tutto il territorio che si affaccia sulla costa saprese e soprattutto quello che va verso Acquafredda, ha una natura ed una conformazione geologica di natura carsica con corsi d’acqua sotterranei e sorgenti che qua e la affiorano e che in passato hanno permesso il diffondersi di masserie in quelle aspre montagne come all’Orto delle canne o in località Fenosa e Vigne ecc..ecc..
Il fiume carsico ‘Obertino’ o ‘Lubertino’ e il fenomeno a mare detto “u vull’ j l’acqua”
Nel 1815 la Torre detta di “Capobianco” era ancora visibile tanto che il Romanelli (7), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: “di due miglia di circonferenza, e di un miglio didiametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una adoccidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta diLubertino.” (7). Dunque, il Romanelli (…), nel 1815 scriveva di Sapri e del suo Porto che vi erano due torri che chiamava 1) Torre del “Buondormire” e l’altra Torre detta del “Lubertino”. Dunque, il Romanelli non la chiamava Torre di “Capobianco” ma la chiamava Torre del “Lubertino”. Il toponimo “Lubertino” deriva molto probabilmente dalla vicina foce del fiume carsico e sotterraneo chiamato dall’Antonini (…) “Obertino” e da altri “Lubertino”. Si tratta di un fiume carsico che a mare da origine al fenomeno carsico detto dalla tradizione popolare “u vull’ j l’acqua”, di cui mi sono occupato in un altro mio saggio. La Torre detta di “Capobianco” o di “Capo Bianco“, era ancora visibile nel 1828, allorquando il viaggiatore inglese Craunfurd Tait Ramage (21), la vide e la citò nel suo ‘Viaggio nel Regno delle due Sicilie’. Ecco cosa scriveva in proposito lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (21), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria: “Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due Torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino.”. Il fenomeno carsico del “Vullo di acqua”, venne bene descritto dallo scrittore e viaggiatore scozzese Croufurd Tait Ramage (….), che nel 1828, nel suo “Viaggio nel Regno delle due Sicilie“, lo descriveva. Leggendo la sua traduzione in “Attraverso il Cilento” con introduzione di Raffaele Riccio, edizione dell’ippogrifo il Ramage (….) a pp. 137-138, dopo aver parlato di Sapri, del suo porto e delle sue Torri, continuando il suo racconto ci descrive quando è sulla barca diretto a Maratea. Ramage in proposito scriveva che: “Fui felice di risalire in barca, perchè il riverbero del sole sulla sabbia rendeva pesante qualsiasi sforzo. Mentre avanzavamo le montagne si avvicinavano sempre più alla riva, fino a sovrastare il mare. Il sentiero tortuoso si snodava lungo i pendii dei monti, ecc…Mentre stavamo procedendo in direzione di Maratea i marinai mi parlarono dell’esistenza di un curioso fenomeno, e mi rammaricai di non averlo potuto vedere, prima di lasciare Sapri. Mi dissero che vicino a Sapri, nei pressi di una roccia chiamata Scialandro, emerge dal fondo del mare una polla d’acqua, che esce con tale forza da creare una corrente d’acqua dolce nel bel mezzo di quella salata e mi dissero pure che, quando il mare è calmo, è possibile bere l’acqua dolce, perchè questa non si mischia con quella salata, quando invece tira il vento essa si vede solo ribollire in mezzo al mare.”. Il Ramage si riferiva al fiume sotterraneo di natura carsica, che ancora oggi scorre nei pressi dello scoglio dello Scoglio dello ‘Scialandro’, ed in particolare parla della polla d’acqua che ribolle sul pelo dell’acqua del mare prospiciente il tratto di costa che lo separa dallo scoglio detto dello ‘Scialandro’ (Fig. 2), che figura e viene indicato anche nella carta che abbiamo pubblicato (Fig. 1). La polla d’acqua di cui ci riferisce C.T. Ramage (4), la tradizione popolare l’ha sempre chiamato ‘ u vull jl’acqua‘ ( il significato dialettale di ‘u vull‘ è di ‘bollire’), ovvero il ribollire di polle di acqua sul pelo dell’acqua di mare, proprio nel tratto di mare antistante lo scoglio dello Scialandro e dovuto alla sorgente d’acqua dolce del fiume carsico e sotterraneo che in quel punto sgorga direttamente con tale forza da fare ribollire il pelo dell’acqua del mare e visibile ad occhio nudo. Altri eruditi che, nel 1700, riferirono alcune notizie su Sapri è stato Beltrano (5) e Pacicchelli (6). Un altro erudito del tempo che ci ha parlato del fiume Lubertino o Obertino e del ‘U vull jl’acqua‘ è stato il dott. Nicola Gallotti, che, dopo l’Unità d’Italia, fu eletto primo Sindaco di Sapri, esercitando nel contempo la professione medica a Sapri e di cui oggi ci restano testimonianze alcuni suoi scritti a stampa (di cui ne posseggo due). Al di là delle osservazioni prettamente mediche che il dottore Gallotti faceva e descriveva, risultano essere un’interessante testimonianza del nostro passato in quanto in essi vengono raccontate alcune notizie di storia locale ed altro. Ad esempio si parla di un fiume carsico sotterraneo che nasce dalla vicina montagna e che sfocia a mare all’altezza dello scoglio dello “Scialandro”, nei pressi della località detta “Sciarapotamo”, dove passando dal mare si può vedere ancora a pelo d’acqua “u vull’ j l’acqua”, in dialetto il ribollire dell’acqua del mare (7). La natura carsica dei luoghi nei pressi della baia saprese, la presenza del Monte Ceraso è attestato dalla presenza di numerose sorgenti come ad esempio la sorgente dell’“Acqua media“ nei pressi del porto. Questa sorgente di acqua dolce, mista a quella salata di mare, che sgorga ai piedi del costone roccioso nei pressi del porto, si mischiava con l’acqua di mare salata ed è per questo motivo che veniva utilizzata nell’antichità dalle popolazioni locali per le sue qualità purgative. Tutto il territorio che si affaccia sulla costa saprese e soprattutto quello che va verso Acquafredda, ha una natura ed una conformazione geologica di natura carsica con corsi d’acqua sotterranei e sorgenti che qua e la affiorano e che in passato hanno permesso il diffondersi di masserie in quelle aspre montagne come all’Orto delle canne o in località Fenosa e Vigne ecc… Da ragazzo, mio nonno mi mandava a prendere quest’acqua in quanto essa aveva notevoli qualità purgative e depurative. La particolare salinità di questa acqua, gli donava proprietà depurative e purgative. Alla fonte sgorga un’acqua leggermente salina a causa della vena d’acqua carsica che arriva dalla montagna e si mischia con quella salata del mare. La prima citazione che ritroviamo sul fiume di cui parliamo è quello della carta corogra- fica illustrata nella prima immagine (Fig. 1) Carta del’Principato Citra – RegnodiNapoli‘, di probabile epoca Aragonese (2). Nella carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – RegnodiNapoli‘, di probabile epoca Aragonese (XV secolo), da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig. 1)(2), il fiume figura come “Fiume Lubertino” o ‘Obertino’. La carta di Fig. 1, è di notevole importanza per l’entroterra saprese e per la sua storia, in quanto in essa figurano tantissimi toponimi interessanti. Nella carta, dunque, viene citato questo fiume carsico sotterraneo che scorre nella montagna e sfocia in mare aperto e, la carta lo chiama “Fiume “Lubertino”, che si vede disegnato sulla terra ferma, lungo la costa di Sapri in direzione di Acquafredda e proprio di fronte allo Scoglio dello ‘Scialandro‘ (Fig. 3). Guardando la carta (di probabile epoca aragonese) (Fig. 1), il fiume Lubertino, doveva nascere da due sorgenti, una è nei pressi di Torraca e l’altra invece è la ‘Serra Corbara’, delle montagne poste prima di Lagonegro, forse in località ‘Fortino’. In seguito, il fiume, sarà citato anche dall’Antonini (3) che, nella sua ‘Lucania’ del 1745 (I° edizione) e poi nel 1797, per i tipi di Tomberli, lo chiamava ‘Obertino’. Nei pressi di questo fiume, oggi si vede solo la Torre cavallara vicereale di ‘Capobianco’ ma, più anticamente vi era nello stesso luogo la Torre detta dell’ ‘Obertino’. Io credo che la Torre ‘Obertino’, che nel XIX secolo era chiamata Torre di Capobianco, prendesse il nome proprio dal fiume carsico sotterraneo. Antonini (3) nei sui Discorsi (XI), nel 1745, così scriveva: “Ritornati al mare di Sapri, e ad oriente secondo l’intrapreso corso, camminando, trovasi allo scoglio detto Scialandro, sorgere in mare un notevole fiume, chiamato Obertino, la di cui acqua nei giorni di calma si può bere senza che sia con quella del mare mischiata, ma nei tempi di mediocre agitazione è coverto o confuso, ne si vede, che il solo suo gorgogliare. Or da quì sino alla marina di Maratea, che n’ è sette miglia lontano, e ch’ è una catena di continuati dirupatissimi alti scogli( i frontoni), si trovan varie sorgive, e ruscelli di dolcissime acque, e da quando in quando delle grotte, ove i colombi fanno lor nidi, e l’està vi è deliziosa caccia di essi, che anche io due voltecon sommo piacere ho…” (3). L’Antonini (3) si riferiva al fiume sotterraneo di natura carsica, che ancora oggi scorre nei pressi dello Scoglio dello Scialandro, che l’Antonini (3) chiamava “fiumeObertino“, in prossimità della torre Vicereale omonima, oggi scomparsa. Come l’Antonini (3) che pure era stato a visitare Sapri e questi luoghi, gli antichi scrittori e viaggiatori, raccoglievano sul posto informazioni dagli abitanti del luogo ma prendevano sempre spunto da vecchie mappe o carte manoscritte come ad esempio la carta che quì pubblichiamo (Fig. 1) che è di sicuro una copia di una carta molto più antica e risalente all’epoca Aragonese (2).
La fascia costiera di Sapri, dalla protostoria all’epoca romana
Nel 1995, in occasione della stesura del nuovo Piano Regolatore Generale del Territorio di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, fui incaricato dal Comune di Sapri di redigere uno studio di Analisi e Storia. Nell’Aprile del 1995, consegnai a mia firma la Relazione sull’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“. Nello studio, raccoglievo e citavo tutti i miei precedenti studi fatti sulla zona di Sapri, i documenti e le testimonianze del passato che da anni erano stati oggetto dei miei studi. Nella Relazione, a p. 7, parlando di alcuni rinvenimenti riferibili ad un’epoca precedente a quella romana, citavo le archeologhe Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone, che in un loro pregevole studio sulle ricognizioni e ricerche nel Golfo di Policastro (…) così si esprimevano: “La lettura globale dei dati raccolti lascia immediatamente intravvedere una documentazione straordinariamente ricca per le fasi più antiche della presenza umana dell’ambito in esame. Essa, infatti, si estende per lungo periodo che va dal Paleolitico inferiore sino all’età del Bronzo.”(7). Nella mia nota (7), postillavo che: “(7) Fiammenghi C.A., Maffettone R., ‘Ricognizioni e ricerche effettuate nel Golfo di Policastro’, stà in “A Sud di Velia – I, Ricognizioni e ricerche 1982-1988.”, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, pag. 36.”. Continuando il mio racconto in proposito scrivevo che: “La carenza di documentazione dal Bronzo finale e per la successiva età del Ferro, peraltro più volte sottolineata, sembra allo stato attuale dalle indagini, da connettere probabilmente più alla lacunosità delle ricerche che non ad una effettiva mancanza di testimonianze.”. Continuando il mio racconto, citavo ciò che in proposito scriveva l’archeologa Giovanna Greco (…) e scrivevo che significativo in proposito è quanto scriveva a p. 18, dell’op. cit: “; ed infine, estremamente significative sono le tombe recuperate a Torraca (22) i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte (23).”. Giovanna Greco, a p. 18, nella sua nota (22), postillava che: “(22) W. Johannowsky, Atti, XXII, CSMG, Taranto, 1982, p. 422.”. Johannowski, citato dalla Greco, si riferiva ai ritrovamenti fatti in località Madonna dei Cordici. La Greco (…), nella nota (23), postillava che: “(23) Il modello di “colonizzazione indigena della costa” proposto per la prima volta da E. Greco va sfumato ed articolato in quel più complesso fenomeno di incontro-scontro tra le diverse realtà cantonali indigene e quella greco-coloniale dove la possibilità di una comune gravitazione tirrenica consente la partecipazione alle grandi vie di traffico commerciale marittimo ed all’interno, con il controllo dei valichi, forme di contratatto e grado di intensità di traformazioni di volta in volta differenti ed articolati.”. A p. 7, continuavo il mio racconto e parlando di ‘Scidro’, citando l’Archeologa Giovanna Greco (…), in proposito scrivevo che ella, in un suo scritto, sosteneva che: “Il recente recupero a Sapri alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase arcaica ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro.” (…). Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà:“Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (…). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…). “. Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone, nello stesso testo, a p. 38, in proposito ai rinvenimenti nell’area scrivevano che: “I rinvenimenti di ceramica a vernice nera della fine del V sec. a. C. da Vibonati (loc. S. Lucia), Tortorella (loc. Reggiano), Torraca (loc. Madonna dei Cordici) e Sapri stessa (loc. S. Croce), sono già da correlare ad una trasformazione dell’assetto territoriale legata al fenomeno della “sannitizzazione”.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a p. 20, in proposito scriveva che: “Nell’area sono stati identificati molti insediamenti preistorici, dal paleolitico al neolitico: c’è una notevole densità di abitati lungo la costa, in grotta; importanti sono le grotte di Camerota e di Praia a Mare (7). Più scarse le testimonianze relative all’età del bronzo e all’età del ferro, ma probabilmente solo per la mancanza di indagini sistematiche. In particolare, nella Grotta di Mezzanotte ad est di Sapri, e nella vicina loc. Chiappaliscia, sono stati individuati giacimenti paleolitici; sempre nel comune di Sapri, nella Grotta Cartolano, è stata segnalata la presenza di testimonianze dell’età del bronzo (8). Nella località Carnale di Sapri, su un’altura, sono state rinvenute ceramiche d’impasto della media età del bronzo, relative ad un insediamento agricolo-pastorale; tale ceramica evidenzia rapporti culturali con l’insediamento della Grotta del Noglio presso Porto Infreschi (9). Nell’insieme, la documentazione preistorica e protostorica può essere definita “una tenebra interrotta da improvvisi sprazzi di luce”: è quasi impossibile tracciare un quadro complessivo, ma i singoli siti dei ritrovamenti, sprazzi di luce, sono preziose fonti di conoscenza, sia pure lacunose, per determinate epoche o culture (10)”. Il La Greca, a p. 20, nella nota (7) postillava: “(7) Vd. GRECO G. 1990b, p. 16; LA TORRE – COLICELLI 1999.”. Il La Greca, a p. 20, nella nota (8) postillava: “(8) Vd. FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 36.”. Il La Greca, a p. 20, nella nota (9) postillava: “(9) Vd. FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 34”. Il La Greca, a p. 20, nella nota (10) postillava: “(10) Vd. ARCURI – TORRE 1998”. Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone, nello stesso testo, a p. 38, in proposito ai rinvenimenti nell’area scrivevano che: “I rinvenimenti di ceramica a vernice nera della fine del V sec. a. C. da Vibonati (loc. S. Lucia), Tortorella (loc. Reggiano), Torraca (loc. Madonna dei Cordici) e Sapri stessa (loc. S. Croce), sono già da correlare ad una trasformazione dell’assetto territoriale legata al fenomeno della “sannitizzazione”.”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 1, in proposito scriveva che: “Non lontano dalla sponda sinistra del fiume Bussento, su una ridente e lussureggiante collina sovrastata dall’imponente e maestosa mole del vecchio castello, sorge l’antichissimo centro di Policastro Bussentino. Molti autori dell’antichità greca e romana hanno scritto dell’esistenza di Policastro definendolo con un nome ben preciso: Pixunte (greco) e Buxentum (latino). Secondo un’interpretazione di origine naturalistica il significato di questo nome, identico nelle due lingue perchè sorto dalla stessa radice “……….”, deriverebbe dal “bosso” (Buxus sempervirens), arbusto sempreverde delle Buxacee, dal legno giallo e duro, ideale per i lavori di tornio. Questa pianta cresceva rigogliosa nella zona di Policastro al tempo della sua fondazione tanto da lasciare il suo nome (Bussento) al fiume e alla città.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…..), nel suo “Lucania Romana”, a pp. 14-15, in proposito scriveva che: “Montuosa Lucania dice Cassiodoro; ‘Montuosa et horrida’ l’ha definita nel 500 il Magini nel suo commento a Tolomeo. Alla natura montuosa ed aspra del paese, atto alle insidie e alla guerriglia, allude Livio in più di un punto della sua opera. Lucillo e Silio Italico accennano genericamente alle montagne lucane, mentre Sallustio, più specificamente, ricorda i ‘juga Eburina’, che corriponderebbero, secondo il Racioppi, ai monti dell’alta valle del Sele (1). Orosio fa menzione dei monti, da cui si avanza, protendendosi al mare, il Capo Palinuro (2), nei quali si possono riconoscere genericamente i monti del Cilento, a meno che non vogliamo identificarli con la montagna del Bulgheria.”. Il Magaldi, a p. 15, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Racioppi, o. c., I, p. 528”. Il Magaldi, a p. 15, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. Lucillo, VI, 6; Sallustio, III, 67; Livio, IX, 17, 17; XXV, 16, 18; XXVII, 26, 7 seg.; Silio Italico, VIII, 569; Orosio, IV, 9, 11; Cassiodoro, Variae, XI, 39 (tutti brani che saranno riferiti distesamente in seguito).”. Il Magaldi citava Lucillo che in Treccani on-line sarebbe stato grammatico greco (sec. 1º d. C.), di Tarra in Creta, scrisse un commento alle Argonautiche di Apollonio Rodio e compilò una raccolta di proverbî giuntaci attraverso il rifacimento di Zenobio. Sallustio è autore di importanti opere storiche, tramandate per tradizione diretta dai codici medioevali: le due monografie, il De Catilinae coniuratione e il Bellum Iugurthinum, composte e pubblicate negli anni fra il 43 e il 40 a.C., e le Historiae, di cui restano numerosi frammenti, iniziate intorno al 39 a.C. e rimaste incompiute, che forse dovevano fungere da allaccio tra le due monografie. Sono state attribuite allo scrittore di Amiternum anche diverse opere considerate oggi apocrife: due Epistulae ad Caesarem senem de re publica, in cui l’autore rivolge a Cesare consigli sul buon governo, e l’Invectiva in Ciceronem, un violento attacco a Cicerone, accusato per la condanna a morte dei catilinari. Entrambe sono probabilmente esercizi scolastici di età posteriore. Il Magaldi postillava di Orosio, libro VI, 9, 11. Da Wikipedia leggiamo che Paolo Orosio (in latino: Paulus Orosius; Braga, 380 circa – 420 circa) è stato un presbitero, storico e apologeta romano. Discepolo e collaboratore di Agostino d’Ippona, su invito di questi redasse gli Historiarum adversus paganos libri septem (“Sette libri delle storie contro i pagani”) che dovevano servire da complemento storiografico a La città di Dio (De civitate Dei) del suo maestro. Le Historiarum adversus paganos libri septem (“I sette libri di storie contro i pagani”) o Historiae adversus paganos (tradotto come Le storie contro i pagani) sono un’opera storiografica di Paolo Orosio, scritta negli anni 417 e 418 (2). Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 258 e ssg. parlando di “Paestum”, in proposito scriveva che: “Già in tempi antichissimi la pianura del Sele era stata toccata da genti egeo-anatoliche, come mostra la necropoli del Gudo (a m. 1500 a nord delle mura: civiltà del Gaudo). In seguito alla foce di quel fiume si insediò parte di quei spericolati marinai-mercanti egei che, incuranti di pericoli, disagi e avversità, si erano spinti fin nel Lazio e nell’Etruria (1), a cercarvi, per l’esaurirsi del mare, l’insostituibile ferro. Furono essi che alla foce del Silaro innalzarono un tempio, poi tanto famoso, dedicandolo, com’era costume, alla divinità patria: Hera Argiva (2). A circa 600 m. dal mare, e su una terrazza utilizzata fin dall’età eneolitica (3) perché dominante l’ampia distesa del mare e la vasta circostante palude, viveva uno sparuto nucleo di indigeni (‘Pai-Pais-Paistòs’), con i quali i sopraggiunti rapidamente si fusero (4). Etc…”. Ebner, a p. 258, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pugliese Carratelli, Relazione I Convegno internazionale di Taranto 1961, “Atti”, Napoli, 1962, p. 140″. Ebner, a p. 258, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. in Strabone, V, 251 la leggendaria narrazione di Giasone che, guidando i suoi Argonauti, sostò alla foce del fiume Sele elevandovi il tempio di Hera. Sull”Heraion alla Foce del Sele’, oltre il fondamentale saggio degli scopritori P. Zancani Montuoro e U. Zanotti Bianco, Roma, 1941, v. pure M. Napoli, Le metope arcaiche di Foce Sele, Bari, 1963 e del 1981 l’intelligente chiaro saggio di D. Sorrentino, Heraion di Foce Sele, il tempio maggiore e relativi problemi, Salerno, 1981.”. Ebner, a p. 259, nella nota (3) postillava: “(3) Scrive M. Napoli (Paestum, Novara, 1987, p. 3) che “ad oriente della Basilicata si sono rinvenuti manufatti che vanno dall’età paleolitica sino all’età del bronzo, mentre a sud della stessa Basilicata, non lungi dalle mura etc…, resti di un centro abitato preistorico”.”.
ENOTRI
Carlo Battisti (…) diceva, tra l’altro: “Consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi.”. Il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a pp. 41-42-43, in proposito scriveva di Scidro che: “Ed è significati appunto che quello era il paese del vino o delle viti. Ed è verisimile che quando i coloni greci vennero nella nostra penisola, vi abbiano trovato il popolo degli Enotri e che quindi siano riusciti ad assoggettarlo nelle regioni costiere ove sorse la Magna Grecia. Erano gli Enotri, non v’è dubbio della stirpe che noi chiamiamo italica, e quindi parenti degli Ausoni e degli Opici (1); e non sappiamo se la tradizione latina che li metteva in relazione con i Sabini, i quali nel loro nume progenitore Sabus vedevano il coltivatore di viti o il vendemmiatore, non riflettesse una originaria affinità con quella gente da cui, come si è visto, si facevano derivare i Sanniti. Ma questa popolazione degli Enotri, che dagli scrittori greci era ricordata la più vetusta d’Italia accanto a quella degli Ausoni, onde l’una e l’altra nella loro estensione geografica finivano con l’essere confuse, e che veniva menzionata come abitatrice di tante città, era già scomparsa al tempo dello storico Antioco, il quale parlava dei Siculi, dei Morgeti e degli Itali come di popoli derivati dagli Enotri (2). Nè traccia alcuna restava in quel tempo del popolo dei Morgeti, così detti dal loro re eponimo, e che già da un re più antico, Italo, si sarebbero chiamati Itali, ed ancor prima Enotri (3). Narravasi allora che Morgete aveva accolto presso di sè Siculo, fuggito da Roma o dal Lazio, cedendogli parte del suo regno, sicchè da quel momento il popolo sarebbe constato di Siculi e di Morgeti; ed aggiungevasi che gli uni e gli altri eran stati cacciati dagli Enotri, i quali abitavano il territorio di Reggio che qui venne popolato dai coloni calcidici, ed eran quindi passati in Sicilia, ove fu la città di Morganzio (4). Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Ed. Meyer ‘Gsch. d. Alt. II p. 494”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Antioch. apd Dyonis. H I 12 = fr. 3”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Antioch. l.c = fr. 3 “. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Antioch. apd Dionys. H. I 73 = FR. 7; sTRAB vi 257, 270.”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “v. Etym. Magn., s. v. Σìρις “. Mario Napoli (…), Archeologo e Soprintendente alle Antichità della Campania. Si tratta del testo di Mario Napoli (…) ‘Civiltà della Magna Grecia’, ed. Biblioteca di Storia Patria, Roma, 1969 e poi ristampato nel 1978. Mario Napoli che aveva rinfocolato alcune scoperte di Amedeo Maiuri a Velia, a p. 89, nel suo capitolo dedicato a “Popolazioni italiche all’arrivo dei Greci”, in proposito scriveva che: “E’ proprio degli Enotri che si può, forse, cominciare a tracciare un tentativo di ricostruzione storica, con l’ausilio delle recenti indagini archeologiche. Un’ampia regione, che ha come confini orientali il Bradano e settentrionali l’Ofanto, e che si estende sino al mare Jonio e al Tirreno, all’incirca coincidente con i confini normalmente assegnati all’Enotria, presenta, a partire dalla fine del nono o i principi dell’ottevo secolo avanti Cristo, un aspetto culturale molto omogeneo, caratterizzato da una ceramica geometrica tutta particolare, aspetto culturale che, da un particolare motivo decorativo della ceramica, chiamiamo ‘decorazione a tenda’. Vedremo meglio quest’area quando discorreremo delle regioni interne della Magna Grecia; segnaliamo per ora che i rinvenimenti di Cancellara, Melfi, Pietragalla, Serra di Vaglio, nel potentino, di Sala Consilina, nel Vallo di Diano, di Palinuro, sul Tirreno, documentano l’unità e l’estensione del territorio enotrio.”. Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, ed. Palladio, a p. 22, in proposito così si esprimeva: “Alcuni storici (14) asseriscono che col termine “lucani s’intendevano più tribù di origine sannitica, inviati come coloni nell’Italia Meridionale per controllare questa regione e/o, anche, per contrapporsi, come poi fu, alla colonizzazione greca, atteso che sin dal II millennio a.C. c’erano frequentazioni micenee in questa zona per scambi commerciali”. Plinio (15) scrive che l’Italia meridionale era tenuta dai Pelasgi, dagli Enotri, dagli Itali, dai Morgeti, dai Siculi e in seguito dai Lucani nati dai Sanniti, comandati da Lucio da cui il nome. Già con questo autore latino i confini della Lucania sono più certi: dal Sele in giù con l’oppidum di Paestum, Velia, Buxentum (già Pyxous), Lao. Strabone asserisce lo stesso (16). Quest’ultimo si riferisce a Timeo, a Posidonio e ad Eratostene, il grande geografo-bibliotecario di Alessandria del secolo III a.C. Ecc…“. Il Gentile, in questo passaggio, parlando dei popoli pre-Italici o italioti, fa un richiamo ai Morgeti ed ai Siculi. Giacomo Racioppi, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a pp. 281 e ss., in proposito scriveva che: “Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi. Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordie alfabetico: “gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini e, a loro congiunti, i Numestrani”. Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi agguppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate etc….Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiue Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di “Sirini”. Non è finora noto nè il nme, nè il posto della città, capo del contado che essi abitarono; nè se ne trova menzione anche in Plinio; vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai giochi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta. Coi popoli Sirini si completa la numerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è segno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra per la valle di quell’altroe notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo di Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formavano la valle del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti. I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando. Intopparono dapprima in genti di raza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi dissero Siculi. Ma incontrarono soprattutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero i Lucani. Si estendevano dalle spiagge del mare Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata dal secolo VI, lì intorno era gente enotria (1). Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e sull’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII e VII, poichè si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del gruppo del pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alte valli dell’Appennino.”.
MORGETI
Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania”, nel Discorso X, parte II, ci parla di Morigerati. Antonini, a pp. 414-415, in proposito scriveva che: “Più sopra verso le colline, circa cinque miglia dal mar lontano, trovansi due altri luoghi chiamati Sicilì, e Morigerati, sede un tempo dè Morgeti (I), e dè Sicoli, che conservano nel nome la gloria dè loro antenati (2), siccome nella prima parte di quest’opera da noi fu detto. ‘Samuel Bochart’ nel ‘Chanaam’ al cap. 39. nega quello, che dice Tucidite di esser ancor Sicoli in Italia a suo tempo, e vien così a negare quanto scrive ‘Alicarnasseo’, cioè che duravano finalmente a’ suoi giorni molte vestigia dè medesimi. Che se fosse Bochart avesse saputo trovarsi tuttavia questo monumento di cotal gente, l’avvrebbe approvato, non come conghiettura dipendente da qualche Ebraica, o Fenicia parola, ma come incontrastabil verità. Altra parte di essi era già passata nell’Isola (poi da medesimi detta Sicilia), ed occupato i terreni abbandonati dà Sicani per lo fuoco dell’Etna, lunga guerra vi fecero, sinonchè furono dalle due nazioni stabiliti i confini, siccome dal lib. 5 di Diodoro si vede……Tre miglia sotto alli Morigerati nel luogo detto li Zirzi, e sei lontano da Policastro, sbocca il fiume che ingrottasi vicino Casella, ecc…ecc..”. Dunque, riguardo il popolo dei Morgeti, l’Antonini cita Diodoro Siculo. Dunque, l’Antonini scriveva a proposito di Sicilì e di Morigerati che ha detto dei popoli Siculi e Morgeti nella prima parte della sua ‘Lucania’. L’Antonini, a p. 414, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Sino a pochi anni addietro, questo paese era di rito Greco, e ‘l suo protettore è S. Demetrio della Chiesa Greca. Nell’Archivio della Cattedrale di Policastro viddi diversi registri di dimissioni fatte da quel Vescovo à Preti de’ Morgerati di rito Greco, specialmente due nel 1592, ed una del 1608.”. L’Antonini a p. 414, nella sua nota (2) postillava che: “(2) I moltissimi, e ragguardevoli avanzi di fabbriche laterizie, che veggonsi oggi giorno all’incontro Morgerati di là dal fiume, che cala da Tortorella nel luogo detto Romanù, e che sono di rimotissimi secoli, fanno più vera, e stabiliscono la nostra sentenza: eppure a questa evidenza non si arrende l’Abbate Troilo, che anzi meco ragionando, pretende allogare i Morgeti vicino Matera, ecc…”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a pp. 41-42-43, in proposito scriveva di Scidro che: “Ma questa popolazione degli Enotri, che dagli scrittori greci era ricordata la più vetusta d’Italia accanto a quella degli Ausoni, onde l’una e l’altra nella loro estensione geografica finivano con l’essere confuse, e che veniva menzionata come abitatrice di tante città, era già scomparsa al tempo dello storico Antioco, il quale parlava dei Siculi, dei Morgeti e degli Itali come di popoli derivati dagli Enotri (2). Nè traccia alcuna restava in quel tempo del popolo dei Morgeti, così detti dal loro re eponimo, e che già da un re più antico, Italo, si sarebbero chiamati Itali, ed ancor prima Enotri (3). Narravasi allora che Morgete aveva accolto presso di sè Siculo, fuggito da Roma o dal Lazio, cedendogli parte del suo regno, sicchè da quel momento il popolo sarebbe constato di Siculi e di Morgeti; ed aggiungevasi che gli uni e gli altri eran stati cacciati dagli Enotri, i quali abitavano il territorio di Reggio che qui venne popolato dai coloni calcidici, ed eran quindi passati in Sicilia, ove fu la città di Morganzio (4). Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Antioch. apd Dyonis. H I 12 = fr. 3”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Antioch. l.c = fr. 3 “. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Antioch. apd Dionys. H. I 73 = FR. 7; sTRAB vi 257, 270.”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “v. Etym. Magn., s. v. Σìρις “. Ettore Pais (…. e la sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, la nota n. 4 di p. 225, dove postillava che: “(4)…..Nell’Etym. Magn. s . v. Σιρις (Siri) si legge che il nome derivò alla città ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σκίνδου . Sul nome Σικελία ed i Morgeti v . s . p. 5 , n . 1 in luogo di Σκίνδου 10 credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito . Che se Siris è detta figlia di Metaponto, v. Schol. in Dionys. Per. v. 461 , o è confusa con Metaponto istessa v. STEPH. BYz . s . v. Mɛtañóvτtov , la ragione va cercata, come vedremo , nella conquista della città fatta dai Metapontini.”. I Morgeti (in greco antico: Μόργητες, in latino: Morgētes) furono un antico popolo, che faceva parte del gruppo delle cosiddette genti “italiche” che occuparono le aree estreme meridionali della penisola italiana e parte della Sicilia. I Morgeti facevano parte del gruppo delle cosiddette genti “italiche”, che occuparono le aree della Calabria ionica e tirrenica. Secondo alcuni storici si tratterebbe di uno dei tre rami in cui si distinsero gli Enotri (Itali, Morgeti, Siculi). Per altri, invece, furono popoli italici che furono scacciati dalle loro terre dagli Enotri, rifugiandosi poi in Sicilia. Altri ancora, li identificano tra coloro che, tra gli Itali, alla morte del re Italo/Italos accettarono suo figlio Morgete/Morgetes quale suo successore, prendendone il nome. Un’ulteriore partizione avrebbe originato i Siculi, che si sarebbero spostati in Sicilia sotto la guida del re omonimo, con Siculo/Sikelòs indicato sia come parente di Italo (che sarebbe stato fratello o padre), sia come proveniente da Roma. Queste informazioni sono state dedotte analizzando le fonte antiche, in particolare quanto riferito da Antioco di Siracusa. Secondo Antioco di Siracusa, Morgete succedette ad Italo nel governo della Calabria (allora detta Italia) sino a quando essa fu invasa dai Bruzi, un popolo dalle ignote origini che si stabili nella parte centro-settentrionale della regione ed elesse come capitale Cosenza. Dalla Treccani on-line leggiamo che i Morgeti era un’antica popolazione italica, scomparsa in età storica, ma ricordata dallo storico siciliano Antioco (in Strabone, VI, 257, 270, e in Dionigi d’Alicarnasso, I, 12) Come abitante un tempo, insieme coi Siculi, quella regione del Bruzio nella quale più tardi sorse Reggio: Siculi e Morgeti sarebbero poi stati cacciati dal Bruzio per mano degli Enotrî e sarebbero passati ad abitare in Sicilia, dove la città di Morganzia ricordava ancora il loro nome. La prima menzione di Morgete/Morgetes si trova nei frammenti di Antioco di Siracusa. In seguito ne parla Tucidide descrivendolo come figlio di re Italo. Dalla Treccani apprendiamo che la nozione geografica di Italia, nella più antica tradizione classica, è sottoposta a oscillazioni. Per Ecateo di Mileto, alla fine del VI sec. a.C., era la regione nella quale i Greci avevano fondato molte colonie costiere, sullo Ionio e sul Tirreno (frr. 89-94 Nenci), ma in cui erano incluse anche Capua e l’isola di Capri (frr. 70-71 Nenci). Per i Greci di Occidente della seconda metà del V sec. a.C. e, in particolare per lo storico Antioco di Siracusa (in Strab., VI, 1, 4), l’Italia era una regione originariamente compresa fra lo Stretto e l’istmo calabro, ma i re che vi si sarebbero succeduti, tutti appartenenti a un orizzonte cronologico precedente la guerra di Troia, avrebbero ampliato tali confini, a cominciare dall’eponimo Italo, di stirpe enotria, cui venivano attribuite funzioni civilizzatrici (Arist., Pol., VII, 10, 5 = 1329 b), il quale avrebbe esteso il territorio fino alla foce del Lao e a Metaponto. Con i re successivi, Morgete e Siculo, l’Italia si sarebbe ampliata fino al golfo di Posidonia sul Tirreno e a Taranto sullo Ionio (FGrHist, 555 F 5), ma le popolazioni derivate da essi, Morgeti e Siculi, sarebbero state poi cacciate in Sicilia dagli Enotri (Strab., VI, 1, 6), ethnos originario degli Itali, e dagli Opici, abitanti della Campania (Thuc., VI, 4, 2). Dionigi di Alicarnasso. Lo stesso Antioco, probabilmente, riferiva anche che codesti Morgeti, durante la loro permanenza nell’Italia meridionale, avevano, sotto il loro re (eponimo) Morgete, esteso il loro territorio sino alla regione dove poi fu fondata Taranto. Secondo Antioco di Siracusa, Morgete succedette ad Italo nel governo della Calabria (allora detta Italia) sino a quando essa fu invasa dai Bruzi, un popolo dalle ignote origini che si stabili nella parte centro-settentrionale della regione ed elesse come capitale Cosenza. Dopo la morte del padre, Morgete ne ereditò dunque il potere. E così come Italo aveva chiamato il suo regno “Italia”, a sua volta Morgete chiamò il proprio “Morgetia”. Un’ulteriore partizione avrebbe originato i Siculi, che si sarebbero spostati in Sicilia sotto la guida del re omonimo, con Siculo/Sikelòs indicato sia come parente di Italo (che ne sarebbe stato fratello o padre), sia come proveniente da Roma (dalla quale venne esiliato) e giunto nella Morgetia, terra degli Enotri. In Calabria, si sarebbe stanziato nell’entroterra, le opere di Proclo, Plinio, Strabone, narrano dell’antico popolo dei Morgeti, e di re Morgete, che secondo le leggende locali avrebbe fondato il castello di San Giorgio Morgeto (edificato nel IX – X secolo). In Sicilia, si sarebbe stanziato nell’entroterra, allontanando i Sicani, fondando nel X secolo a.C. – tra le altre– la città di Morgantina (Morganthion). Difficile è ormai determinare quanto di attendibile vi sia nella tradizione raccolta da Antioco: il nome dei Morgeti sembra però affiorare più volte nella toponomastica, anche moderna, così della regione apula (Morgia, le Murgie) come della Sicilia orientale; sì da far pensare che questi nomi rappresentino il ricordo del popolo dei Morgeti, che Antioco considera come una stirpe enotrica e che si potrebbero pertanto identificare con gli stessi Enotrî (v.), e, in Sicilia, coi Protosiculi della regione orientale dell’isola (M. Mayer). Bibl.: G. De Sanctis, Storia dei Romani, I, Torino 1907, p. 108 segg.; E. Pais, Italia antica, II, Bologna 1922, p. 24; M. Mayer, Die Morgeten, in Klio, XXI (1927), pp. 288-312. Dionigi di Alicarnasso basandosi sullo scritto di Antioco, afferma l’esistenza di una terza Roma antecedente alla fondazione del discentente di Enea, Romolo, e anche alla presenza di Evandro sul Palatino. Una terza Roma — che per antichità sarebbe quindi la prima — dalla quale discenderebbe l’eroe Sikelo. In Calabria, si sarebbero stanziati nell’entroterra. Nel 1595 Abramo Ortelio pubblicò una carta storica del regno dei Morgeti, inserendo Altanum, Medema e Emporum Medeme. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, nell’edizione riveduta del 1963, ed. Sansoni, Firenze, nell’Indice generale, a p. 297, in proposito scriveva che: “Sirio, moglie di Metabos – Metapontos, 83”. Infatti, la leggenda di Siri e di Morgete si connette con la storia di Metaponto che conquistò l’altra colonia magno-greca di Siris.
Nel VI-VII sec. a.C., l’insediamento “Lucano” al Timpone di Sapri
Riguardo gli antichi insediamenti d’epoche passate presenti nell’area Saprese, andrebbe ulteriormente e meglio indagata la notizia citata dallo studioso Domenico Di Lascio (…), nel suo ‘Dal Sele al Lao – le vie Romane del Lagonegrese’, dove a p. 121, parlando di Sapri, citava una notizia tratta dalla studiosa Paola Bottini (…), in ‘Archeologia, Arte e Storia alle sorgenti del Lao’, ed in proposito scriveva che: “In località “Timpone” è venuto alla luce un sito antropico risalente al VII-VI secolo a. C. simile a quello trovato in prossimità della foce del Busento nei pressi di Policastro Bussentino (CAS95).”. Il Di Lascio (…), a p. 62, spiegava il significato di GAS, scrivendo che: “I dati emersi della ricerca Archeologica vengono analizzati e tratti dalle seguenti opere: CAS – (Castelluccio), P. Bottini, Archeologia Arte e Storia alle sorgenti del Lao.”. In effetti, il testo della Bottini stà nel Catalogo della mostra a Castelluccio (PZ) che fu curato da Paola Bottini e la prefazione di Dinu Adamesteanu. Paola Bottini ed altri autori, hanno parlato approfonditamente degli insediamenti e dei recenti ritrovamenti archeologici negli Atti del Convegno che si tenne a Taranto nel 1990 e pubblicati in AA.VV. (…), ‘A Sud di Velia – I, Ricognizioni e ricerche 1982-1988′, a cui rinvio per gli opportuni approfondimenti. Nel testo citato, a p. 17, la studiosa Giovanna Greco, in proposito scriveva che: “Un recente recupero a Sapri, alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase tardo arcaica ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro (16) subcolonia sibarita dove, secondo Erodoto, si rifugiarono i Sibariti dopo la distruzione della propria città (Her. VI, 21).”. Nello stesso testo, da p. 34 e sgg., nella ricognizione dei ritrovamenti nel territorio saprese, le studiose Fiammenghi e Maffettone (…), non citano nulla di quanto affermato dal Di Lascio (…), sulla scorta della Bottini (…), ma citano alcuni significativi ritrovamenti fatti in località ‘Canale’ e ‘Giammarone’. In particolare io credo che la Bottini (…), si riferisca all’insediamento “stagionale” ritrovato in località “Carnale”, a cui rimando per gli opportuni approfondimenti. In particolare la Bottini (…), in questo testo, pubblicò “La ricerca Archeologica nell’area del Lagonegrese”, dove però la Bottini, connette i ritrovamenti in località “Colla”, nel territorio di Rivello, con i porti Velini ecc..
Nel VII sec. a.C., l’insediamento arcaico in località Carnale a Sapri
Nel 1998, nella mia Relazione per l’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, redatta per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: “Le archeologhe Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone,in un loro pregevole studio sulle ricognizioni e ricerche effettuate nel Golfo di Policastro (6) così si esprimevano: “La lettura globale dei dati raccolti lascia immediatamente intravvedere una documentazione straordinariamente ricca per le fasi più antiche della presenza umana dell’ambito in esame. Essa, infatti, si estende per lungo periodo che va dal Paleolitico inferiore sino all’età del Bronzo.”(7). Nella ‘grotta Cartolano’, il Gruppo Archeologico di Sapri segnalava la presenza di testimonianze genericamente riferibili all’età del Bronzo. (8). Nella ‘grotta Mezzanotte’, ubicata sulla costa ad est di Sapri, vi si conserva un giacimento paleolitico dello spessore di m. 5 caratterizzato da livelli contenenti industria litica di tipo musteriano (9). In località Chiappaliscia, nei pressi della ‘Torre Mezzanotte’, a poca distanza dalla scogliera, in corrispondenza di un riparo sotto roccia, (‘Riparo Smaldone’ dal nome dello scopritore), si conserva un giacimento paleolitico contenente livelli con industria litica di tipo musteriano (10).”. Tuttavia, sia pure attraverso la semplice lettura dei dati di superficie, si moltiplicano le evidenze che consentono di rilevare una presenza nel corso dell’età del Bronzo articolata prevalentemente in due distinte fasce di occupazione. L’una, in corrispondenza del litorale,è attestata in grotte e su alcune dominante il mare ( è il caso della Grotta del Noglio, di quella della ‘Cala dei morti’, e della Grotta Grande, lungo la costa tra Marina di Camerota e Scario e quella Cartolano a Sapri), l’altra si disloca in prossimità della costa presso aree ricche di sorgenti e corsi d’acqua (come nel caso delle testimonianze della Valle del Mangano, presso Scario e della ‘Carnale’, presso Sapri). La carenza di documentazione dal Bronzo finale e per la successiva età del Ferro, peraltro più volte sottolineata, sembra allo stato attuale dalle indagini, da connettere probabilmente più alla lacunosità delle ricerche che non ad una effettiva mancanza di testimonianze. Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti occatamente significative sono le tombe recuperate a Torraca (17) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca),i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec.a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (18) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizza no forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Nella Relazione a mia firma, nelle mie note postillavo che: “(6) Cesarino Felice, Un probabile stanziamento preromano in Sapri, stà in ” G.A.S, L’attività archeologica nel Golfo di Policastro”, Sapri, 1976, p. 8. (7) – Fiammenghi C.A., Maffettone R.,” Ricognizioni e ricerche effettuate nel Golfo di Policastro”, stà in “A Sud di Velia – I, Ricognizioni e ricerche 1982-1988.”, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, pag. 36. (8) – Carbone G. et Alii, “Ricerche preistoriche nel Golfo di Policastro”, stà in “Atti I Convegno gruppi archeologici dell’Italia Meridionale”, Prato Sannita, 1986, p. 94. (9) Gambassini P. et Alii, “Notiziario”, stà in “Rivista Scienze Preistoriche”, XXXVI, 1-2, 1981, p. 313. (10) ibidem. (11) Per il problema della colonizzazione “indigena della costa” si veda più recentemente Greco Emanuela, “Laos I, Scavi a Marcellina”, 1973-1985, Taranto, – 1989, p. 46. (12) Fiammenghi C.A., Maffettone R., op. cit., p. 38. (13) Carbone C., op. cit., Viareggio 1989. (14) Zancani Montuori P., “Siri Sirino, Pixunte”, stà in “Archivio storico Calabria e Lucania”, 1949. (15) Vedi “L’attività archeologica nel Golfo di Policastro – I”, AA.VV., 1976. (16) Napoli Mario, Civiltà della Magna Grecia, Eurodes, p. 181. (17) Greco Emanuela, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982-1988″, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, p. 17. (18) Johannowsky Walter, Atti XXII Congresso sulla Magna Grecia, Taranto, 1982, p. 422.”. In questi studi e pubblicazioni ritroviamo i risultati di anni di ricerca del Gruppo Archeologico del Golfo di Policastro, dei suoi componenti tutti che hanno contribuito a restituire ulteriore luce ai ritrovamenti di manufatti e nuovi insediamenti, ormai caduti nell’oblio e nell’incuria. Angelo Gentile (….), nel 2001, nel suo “Morigerati”, nell’Introduzione al testo, a p. 12, in proposito scriveva che: “Interessanti, per il presente lavoro, i resti dell’insediamento in località Carnale a 2,5 km ad est di Sapri, tra il vallone del Franco e la stradina della Carnale (7). La zona, infatti, era un punto obbligato per chi volesse raggiungere la Valle del Noce e quindi recarsi sulla costa ionica: non dimentichiamo che è stata ipotizzata, da più parti, l’esistenza di una strada che metteva in comunicazione le poleis Pixous e Siris, frequentata sia in età greca che romana, evidentemente su percorsi già conosciuti o praticati. Grazie a questi rinvenimenti, che gli esperti fanno risalire a 1400-1200 anni a.C., possiamo anticipare la percorrenza e il controllo della via di comunicazione Golfo di Policastro-Golfo di Taranto, o per lo meno il passaggio di genti nomadi, per l’attività predominante, la pastorizia, che vivevano nella zona del Siris e la vallata del fiume Noce, tenuto anche conto dei ricchi pascoli che costituiscono le valli tra il Monte Coccovello Serralunga, Cocuzzo, Pannello, Juncolo e l’abbondanza delle acque per l’abbeveraggio del bestiame. Questi insediamenti si differenziano da quelli costieri, citati, per la presenza di numerosi gruppi, non isolati, dediti all’allevamento del bestiame, mentre gli insediamenti costieri predilivano, tra le attività di sostentamento, la pesca e la raccolta di molluschi affiancata dalla produzione e lo scambio di manufatti. La fase finale del Bronzo (XI-X secolo a.C.) è tutt’ora in fase di studio ecc…Ugualmente poco conosciuta, per il Golfo di Policastro, l’età del Ferro, per la quale bisognerà attendere il VI sec. a.C., in piena colonizzazione greca, per avere testimonianze certe, quali la fondazione di Pyxous che utilizza monete in comunione con Siris, ecc..”. Gentile, a p. 26, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Battista Ezio., citato, pag. 272.”. Il Gentile, a p. 26, nella sua nota (1) postillava che: “(1) FI. Battista E.., Su un insediamento dell’età del bronzo in località Sapri, Preistoria d’Italia, Atti del 2° Convegno naz.le di Preistoria e Protostoria, Pescia, 6-7-8 dic. 1980.”. Il Gentile, a p. 26, nella sua nota (7) postillava dell’insediamento di cui aveva relazionato il Battisti e scrive che: “(7) Si sviluppa per un fronte di 500 metri ed una profondità di alcune centinaia di metri. L’insieme presenta i caratteri del castelliere, infatti parte da una quot di 120 metri per arrivare a quota 170. Questo insediamento “si sviluppò verso la fine dell’età del Bronzo, quando si diffuse nell’Italia centro-meridionale la cultura sub-appenninica. La tipica situazione topografica, su alture isolate e la disposizione a catena in modo da controllare ampi settori, e dominare vie di facilitazione e valichi, è riscontrabile anche nel nostro caso dove altre alture a castelliere sono presenti nei dintorni.”. I rinvenimenti constano in frammenti di ceramica a due tipi d’impasto, per i grossi contenitori decorazione plastica, per i piccoli puntiforme. La presenza di fornelli in terracotta, il rinvenimento di un pane di arenaria, forse un macinello per il grano, la varietà e la quantità dei reperti, la loro dislocazione su vasta area fanno presupporre la esistenza di uno stanziamento a cielo aperto dell’età del bronzo, ad economia agricola-pastorale.”.
(Fig…..) Sapri, località “Carnale” soprale colline del Timpone lungo la statale che oprta a S. Costantino di Rivello
La “città d’Avenia”, città etrusca
Sulla scorta di questa notizia, Luigi Tancredi (Tancredi Luigi, Il Golfo di Policastro, Napoli, 1976, e pure in ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 280), nel pubblicare il documento notarile (22) al posto di “Velia”, riporta “Avenia“, p. 23 e, successivamente il Guzzo, “Da Velia a Sapri, Itinerario costiero tra mitoestoria”, ed. Palumbo, Cava dei Tirreni, 1978, p. 220), affermavano, che tra i rioni di Santa Croce e della Marinella sarebbe sorta “Avenia” di origine etrusca. Il Guzzo così si esprimeva: “Quando i romani vollero conquistarla, divampò una guerra furibonda tra i due popoli, ma la città contesa non rimase in possesso nè degli uni nè degli altri in quanto un tristegiorno colpita da un terribile sisma, venne inghiottita dal mare con tutti i suoi abitanti.“. Sulle probabili origini Etrusche di Sapri ha scritto Ettore Pais. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 200 e sgg, in proposito scriveva che: “Gli Etruschi raggiunsero poi la Campania. Apprendiamo da Dionigi di Alicarnasso che nel 524 a. C. in compagnia di molti popoli barbari, come Umbri e Dauni, tentarono di conquistare la città greca di Cuma. Ma i Cumani ricacciarono ecc…Da vari dati si ricava che alcune città della Campania furono soggiogate o fondate dagli Etruschi…..E’ bensì vero che verso la metà del V secolo i Sanniti si sovrapposero agli Etruschi nella Campania;…..Gli Etruschi occuparono il paese degli Oschi fino a Marcina posta non lungi da Salerno. Anche l'”ager Picentinus” limitrofo al Silaro venne in loro potere; il fiume che ivi scorre si chiama anche oggi Tusciano. Gli Etruschi non oltrepassarono tuttavia, per quel che pare, la foce del Silaro, ove era la colonia greca di Posidonia (Pesto). Posidonia era colonia di Sibari; alla sua fondazione avevano concorso anche abitanti della peloponnesia Trizene. Apprendiamo dagli antichi che gli abitanti di Sibari erano congiunti da stretta amicizia con gli Etruschi. A prima vista la notizia appare strana, date le rivalità che esistevano fra Greci e Tirreni, considerando per giunta la distanza e la situazione delle due città. Se si tien però conto che Pesto era colonia di Sibari, la notizia riesce chiara. Sibari esercitava il suo commercio risalendo il corso del Crati ed importando merci greche particolarmente sulle coste del Tirreno. Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, gelose dominatrici dello Stretto.”, e poi a p. 205 scriveva che: “Comprendiamo che attraverso il commercio dei Sibariti giungevano svariati prodotti dell’Asia. Soprattutto i Milesi diffondevano merci preziose, etc…”. Il Pais, a p. 358, vol. I, nelle sue note al Libro II postillava che: “p. 205. Le mie osservazioni sulle relazioni commerciali dei Sibariti, dei Milesi e degli Etruschi, sull’estensione della potenza Etrusca ecc.., esposi e documentai in miei libri precedenti, (Storia della Magna Grecia; Italia Antica). Ivi ho raccolto e discusso testi e materiali antichi.”.
Luigi Tancredi e la “Città di Avenia”
Il sacerdote Luigi Tancredi (3), scriveva in proposito: “La leggenda narra che lungo la fascia costiera esistesse un borgo consistente, che aveva nome Avenia, fondato dagli Etruschi (4). Volendosene impadronire i Romani, arse la guerra fra i due popoli, ma la città non rimase in possesso nè degli uni nè degli altri, perchè un triste giorno venne inghiottita dal mare.”. Il Tancredi aggiunge in proposito: “E’ certo che un’antica famiglia romana portava il nome di Avenia e questo cognome esiste tutt’ora a Torraca.”. Lo studioso in proposito così si esprimeva: “Poco valida è l’intepretazione ‘Saprì’, cioè si aprì: la terra si sarebbe aperta ed avrebbe inghiottito,appunto per evento sismico, il primitivo agglomerato (1)”. Il Tancredi (3), poi rimanda alla sua nota (1 – Cfr. Platea della Badia di S. Giovanni a Piro, pag. 137 MS.). Il documento a cui rimanda il Tancredi (3) – da cui probabilmente trae queste notizie sulle origini dell’antica città di ‘Avenia’, è l’antico documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (2). Poi il Tancredi (3), continua il suo racconto sulla città d’Avenia sempre sulla scorta dell’antico documento (2) del 1595-96. Ma il Gaetani (22), che pubblicò alcuni passi del documento del Notaio Magliano, non parla di ‘Avenia’ ma parla della città di ‘Velia’, mentre invece il Tancredi (3) che, nel pubblicare il documento notarile al posto di “Velia“, riporta “Avenia“ (3). Il Tancredi (3), nel pubblicare la trascrizione di un antico documento notarile del Notaio Magliano, parlando della Cappella di S. Fantino e del Porto di Sapri, al posto di “Velia“, riporta “Avenia“ (3). Il Tancredi (3), scriveva in proposito: “La leggenda narra che lungo la fascia costiera esistesse un borgo consistente, che aveva nome ‘Avenia’, fondato dagli Etruschi (4). Volendosene impadronire i Romani, arse la guerra fra i due popoli, ma la città non rimase in possesso nè degli uni nè degli altri, perchè un triste giorno venne inghiottita dal mare.”. Il Tancredi aggiunge in proposito: ” E’ certo che un’antica famiglia romana portava il nome di Avenia e questo cognome esiste tutt’ora a Torraca.”. Recentemente lo studioso Antonio Scarfone (25), nel suo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, sulla scorta del Tancredi cita la stessa notizia riportata dal Tancredi (…) che, non riporta solo la leggenda tramandata oralmente ma aggiunge delle notizie sulla città di Avenia di cui la tradizione orale non dice. La tradizione orale parla di un violento cataclisma, anzi parla di un “Maremoto” che ingiottì la città antica di “Avenia”, ma non dice nulla sulla città di Avenia se non il suo toponimo. Scarfone (…), a p. 448, parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Una ulteriore ipotesi lega Sapri ad un centro etrusco, ‘Avenia’, per il cui importante strategico possesso si scatenò una furiosa quanto vana lotta tra Etruschi e Romani. Narra una locale legenda (6) (Tancredi, 1985) che un giorno, sconvolto da un terrificante sisma, l’abitato fu inghiottito dalla terra e successivamente travolto dal mare. L’origine di questo cataclisma generatosi all’improvviso rimane misteriosa (7). Con il passare dei secoli, quando i suoi effetti sismici, probabilmente seguiti da una coseguente ingressione marina, si rarebbero lentamente attenuati, sarebbe rimasta un’area costiera paludosa, putrida e melmosa, in seguito asciugatasi e poi bonificata.”. Scarfone a p. 448, nella sue note (6 e 7) postillava che:
Recentemente, Scarfone (26), a proposito di ‘Avenia’, cita il Tancredi (3) e nella sua nota (6), scrive: “L’origine di questa antica leggenda locale si perde nella notte dei tempi. Nonostante ciò, è stata spesso ricordata non solo a Sapri ma anche nel territorio circostante. È il caso di una resoconto trascritto, nel 1695, dal notaio Domenico Magliano al fine di un censimento dei beni e delle rendite appartenenti all’Abbadia di San Giovanni a Piro ubicata nell’omonimo centro urbano di San Giovanni a Piro (SA) distante circa 20 km da Sapri (SA). Lo stesso, dopo aver descritto lo stato di conservazione della cappella di San Infantino ubicata questa nel territorio di Torraca (SA) avanza anche un probabile periodo di costruzione affermando che […] tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Avenia, distrutta ed ingoiata dal mare, che oggi viene detta la Marina et Porto di Sapri, perché s’aprì ilmonte et entrò il mare […]. Il documento viene riportato da TANCREDI L., in Sapri giovane e antica 1985, pp. 353: 280.“. Infatti, correttamente Scarfone (…) a p. 449 aggiunge che:
Dunque, Antonio Scarfone cita il sacerdote Biagio Cataldo (…) e lo studioso Felice Cesarino (…) , riferendosi a due loro studi. Ma, come vedremo, la notizia dell’antica città scomparsa di ‘Avenia’, non deriva dal documento notarile del Magliano dell’anno 1695-95, ma è una esclusiva illazione del Tancredi (3) che, sulla scorta della tradizione popolare orale – di cui parleremo e che tramanda l’esistenza di una antichissima ‘città di Avenia’, trasformava ‘Velia’ (citata nel documento Notarile del Magliano), in ‘Avenia’. Nel 1906, il sacerdote Rocco Gaetani (22), in un suo pregevole studio sulla storia di Torraca e del territorio Saprese, sulla scorta del Di Luccia (24), parlando dell’antica Cappella di San Fantino nel territorio Saprese, cita la città di ‘Velia’, citata in un antico documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (2), redatto dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96 e, conservato all’Archivio Diocesano di Policastro e a cui abbiamo dedicato uno studio ivi pubblicato e a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti (Fig. 7)(2).
(Fig…..) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (2) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.
Il documento (2), citato dal Gaetani (22), scritto nel 1695-96, dal notaio Domenico Magliano, che censiva i beni e le rendite appartenenti all’Abbadia di San Giovanni Battista di San Giovanni a Piro, dopo aver descritto lo stato di conservazione della ‘Cappella di San Infantino’, ubicata nel territorio Saprese — allora facente parte ed appartenente a Torraca – parlando della ‘Grancia di San Fantino’ nel territorio Saprese, ne descrive limiti e confini e dice che doveva appartenere alla Badia di San Giovanni a Piro e che “tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia”. Il Gaetani (22), pubblicando la trascrizione dell’antico documento (2), scriveva correttamente e, come si vede nel particolare del documento originale: “La Venerabile Cappella di S. Infantini sita et posita inTerraTorracae……Nota sul Porto diSapri“, scriveva: “….stimandosi chetale edificio sia stato costruito in tempo di opulenza dell’antica città di Velia, distruttaed ingoiata dal mare, che hoggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, perchès’aprì il monte ed entrò il mare: la detta cappellaera diruta, senza tetto, ecc.. ecc…“. Il Gaetani (22), non parla di ‘Avenia’ – come ha voluto scrivere il Tancredi (3), ma parla della città di ‘Velia’.
(Fig. 7) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, particolare in cui si parla della Cappella di S. Fantino
La tradizione orale popolare e la Città d’Avenia
Forse ‘Avenia’, fu una città posta sulle colline della contrada di S. Martino (Santu Martino), quelle colline che dai ‘Cordici’, degradano verso il mare di S. Croce a Sapri. Mia zia Maria, racconta una leggenda tramandata oralmente dai suoi avi, ovvero che, all’epoca di Cristo, in seguito ad un violento maremoto che aveva inghiottito l’antica ‘città di ‘Avenia‘, i cui resti, semisomnmersi, si vedevano in località S. Croce a Sapri, un viaggiatore o un viandante, vide la Madonna che trascinava il grande e pesante cancello della città di Avenia, unico superstite oltre ai ruderi semisommersi, che la Madonna trascinava a spalle per portarlo a Policastro. Il viandante, rivolgendosi alla Madonna, gli imprecò di posarlo a terra e lasciare il grosso e pesante cancello – con le sue chiavi – della ‘cittàd’Avenia’, distrutta dal violento maremoto che, la Madonna portava in salvo a Policastro e, gli disse: “Maria posalo, posalo”. Ma la Madonna gli rispose: “…e se sapessi cosa significaposa,.. miimponeva Velia ed ogni cosa“. Nello studio già pubblicato, scrivevo: “Sappiamodi resti antichi, forse di una antica città,rinvenuti nelle campagne tra Sapri e Torraca.”. Infatti, nella carta che quì ripubblichiamo (Fig. 1), il luogo che figura con il toponimo di ‘Biboad Sicam odie rui.‘, viene proprio posto nell’entroterra Saprese, nelle campagne tra i Cordici ed il litorale verso il cimitero di Sapri. Secondo la tradizione orale locale che ancora si tramanda e secondo alcuni studiosi della bibliografia antiquaria, pare che nel nostro territorio vi fosse una città chiamata ‘Avenia’ e che essa fosse scomparsa in seguito ad un maremoto. Scrive Scarfone (25): “L’origine di questo cataclisma generatosi all’improvviso rimane misteriosa (7). Con il passare dei secoli, quando i suoi effetti sismici, probabilmente seguiti anche ad una conseguente ingressione marina, si sarebbero lentamente attenuati, sarebbe rimasta un’area costiera paludosa, putrida e melmosa, in seguito asciugatasi e poi bonificata. Nonostante ciò, è stata spesso ricordata non solo a Sapri ma anche nel territorio circostante. Desta tutt’oggi particolare interesse scientifico la presenza al largo del Mar Tirreno di numerosi apparati vulcanici sottomarini (seamunts). Tra di essi, proprio al largo del Golfo di Policastro, si registra quella del Marsili e del Palinuro.”. L’abate Pacichelli (5), nel 1703 e, poi l’Alfano (4), nel suo ‘Regno di Napoliin Prospettiva’ parlando di Maratea a p. 288, così scriveva: “credono alcuni che sia stata l’antica città di Velia”. E poi ancora a p. 288, il Pacichelli (…) scrive: “Al Porto di Sapri, che è aperto è fama inghiottisse la celebre Velia, raccordata dal Poeta dopo Palinuro, nel Golfo di Policastro, à dodici miglia nè confini del Superior Principato ecc..ecc..”. E’ l’Antonini (14), che ci segnala la notizia creduta dall’abate Pacichelli e ne fa una sua personale disertazione nella nota 2 di pagina 430. L’insigne archeologo Mario Napoli (13), localizzava il sito archeologico della colonia greca della Magna Graecia di Elea (Velia) e, affermava che i ruderi scoperti nell’attuale Velia del Cilento (località Casalvelino), fossero i resti dell’antica Elea di cui ci parlava il geografo Strabone. Riguardo l’eventuale localizzazione di una città d’epoca pre-romana a Sapri o nel suo entroterra, la scarsezza di fonti certe e di documentazione certa non danno conforto all’attestazione del sito di Sapri. Tuttavia, nonostante gli studi intorno all’antica colonia greca eleatica, bisognerebbe ulteriormente indagare sulle affermazioni di alcuni eruditi del ‘600 e del ‘700 che la credevano localizzata nell’entroterra saprese. Riguardo il toponimo di ‘Avenia’ o di ‘città d’Avenia‘, non è stato ancora precisato. Si sa solo che, questo era il nome di un antica famiglia romana. Andrebbero ulteriormente indagati i toponimi di “Avenia“, o “città d’Avenia“ e quello di ‘Bibo ad Sicam‘.
Felice Crippa (….), nel suo “Sapri – Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 75 e ssg., in proposito scriveva: “Forse nessun individuo, una volta arrivato a Sapri in un modo o nell’altro, è sfuggito al racconto della catastrofe che, in epoca imprecisata, avrebbe colpito l’antica città di Sapri facendola scomparire tra i flutti. Sapri, secondo una radicata memoria popolare, “s’aprì”. Il Crippa si chiedeva quali fossero state le cause della scomparsa dell’antica città di Sapri, al di là dei toponimi che essa ha avuto nei secoli, ovvero si chiedeva se l’antica memoria paesana avesse un fondamento. Riguardo l’ipotesi di un maremoto, il Crippa, a p. 78 e 79 scriveva: “Dato che le località marine molto spesso possono risentire delle conseguenze idrodinamiche di terremoti, non è dunque possibile che Sapri, più che un terremoto, possa essere stata cancellata da un maremoto. Un indizio potrebbe ritrovarsi nelle contrade del “terremoto che accompagnò il sollevamento del Mare Novo presso Pozzuoli, il 25 settembre 1538”, quando “il mare si ritirò, così che l’intero golfo di baia rimase per qualche tempo all’asciutto, quindi ritornò, tutto rovinando” (1). Il maremoto di Pozzuoli del 1538 fu solo un fenomeno localizzato o si estese fino alle coste di Sapri ?. Fu per effetto di quel maremoto che la Carta Nautica del Mercatore, cinquantuno anni dopo, nel 1589, segnalò Sapri con la denominazione di “Sapri ruinata” ?.”. La carta citata dal Crippa, la carta del 1589, di Gerardo Mercatore, cartografo olandese, italianizzato, ed il toponimo che riportava di “Sapri roui nata”, da cui ho tratto il nome al presente blog che curo, ha citato Sapri come luogo conosciuto dagli eruditi, sia per il noto scalo marittimo rappresentato dall’ampia baia e per la presenza di notevoli costruzioni d’epoca antica, che all’epoca erano moltissime più numerose e ancora non depredate dagli antiquari campani che ivi venivano a rifornirsi. Il luogo era ben conosciuto agli eruditi come il Mommsen e l’Antonini che in seguito visitarono Sapri e ne denunciarono le indebite spoliazioni. Che un’antica città vi fosse stata nell’anticihità non vi sono dubbi. Del resto molte città antiche esistevano in antichità lungo la costa ma esse sono tutte scomparse. Ne sono testimonianze le città di Pesto e di Velia, quasi del tutto ricoperte da ua coltre di detriti alluvionali.
Il porto naturale di Sapri, secondo alcuni uno dei ‘porti Velini’ della confederazione Eleatica
Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita alla sa. maestà ……Trattato historico-legale etc…”, nel 1700, a p. 7 parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Policastro essere vicino Palinuro”. Il Di Luccia, a p. 7 aggiunge pure che: “E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’.”. Il Di Luccia, cita pure Alfonso M. Bonacciuoli (….) e la sua “Prima parte della Geografia di Strabone di Greco tradotta in volgare italiano”, pubblicato in Vemezia nel 1562, in 4 volumi. Il Di Luccia scriveva che, essendo il porto di Sapri vicino Policastro, il porto di Sapri poteva essere un “porto Velino”, cioè un porto di Velia alleata della vicina Pyxous. Il Di Luccia (….), scrivendo delle origini di Policastro e del porto di Sapri, non molto distante citava una frase di Virgilio (….), tratta dalla sua “Eneide” dove egli parla dei “Porti Velini”. Virgiglio scriveva che: “Portusque require Velinos”. Sui porti Velini ha scritto Pietro Ebner (….) nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 269 parlando di Palinuro che nel VI Libro dell’Eneide racconta ad Enea nell’Antro della Sibilla Cumana ciò che era successo scriveva che: “Invocava, perciò Enea a rintracciarne tra i porti di Velia (14) i miseri resti, a porli sotto un pugno di terra, a dargli alfine quiete in un sepolcro.”. Ebner a p. 269 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Virgilio, cit., VI, 365 ‘portusque require velinos’. P. Mela, II, 4, 69 ‘Palinurum olim Phrygii gubernatoris nunc loci nomem’. Cfr. pure Lucano, ‘Phars., IX, 51; Lucilio, fr. 77 (Terzaghi), Strabone, VI, 252, Plinio, III, 378; Orazio, ‘Carm.’, III, 4.27. Il Nissen (II, p. 897) ritiene quella di Palinuro una sovrapposizione di culti. Dionigi cit., nel ricordare il piccolo porto, ora insabbiato, a nord del promontorio e perciò riparato dai venti di Mezzogiorno, dice che vi sbarcarono alcuni Troiani guidati da Eneadi (principi della stirpe).”. Domenico Romanelli (…), nel 1815, pubblicò la sua “Antica topografia istorica del Regno di Napoli”, dove nella Parte I, Sezione III, vol. I, a pp. 365 parla del promontorio Palinuro e del porto di Palinuro ed in proposito scrivea che: “Se crediamo alla storia favolosa narrataci da Virgilio (I),……..L’ombra di Palinuro comparendo ad Enea, (mentre guidato dalla Sibilla ricercava tutti i luoghi di Averno) dopo di aver narrato tutto il caso funesto a se avvenuto, altamente lo scongiura, che prendesse cura di ritrovar il suo corpo nè porti Velini, e di gettar sopra la terra: “…………aut tu mihi terram Injice, namque potes, portusque require Velinos”, ovvero che: “Oppure puoi gettarmi nella terra, perché puoi, e cercare i porti dei Velini”. Il Romanelli, sulla scorta del raconto Virgiliano scriveva del racconto Virgiliano e dell’ombra di Palinuro che racconta ad Enea “che prendesse cura di ritrovar il suo corpo nè porti Velini“. Sempre il Romanelli, a p. 365, cap. 19, in proposito scriveva che: “In questo medesimo significato fu descritto questo promontorio da Mela (2).”. Romanelli, a p. 365, nella sua nota (2) postillava: “(2) Mela, lib. II de Italia”. Infatti, anche Pomponio Mela (….), ci parlerà del Promontorio di Palinuro e dei porti Velini. Ma cosa intendeva Virgilio nel suo racconto per porti Velini ?. Vi erano dei porti Velini ? Sicuramente all’epoca della venuta dei Focei a Velia, l’antica colonia di Elea, vi era il porto di Velia, ma vi erano anche altri porti oltre a Velia. Forse l’approdo di Palinuro era uno dei tanti porti della confederazione Eleatica ?. Domenico Romanelli (….), nel suo “Antica topografia istorica del Regno di Napoli”, dove a p. 361, parte I, cap. 16 ci parla dei “Portus velini”. Egli scriveva che: “Se sembra difficile di ritrovare questo sol porto, quanto più incontreremo dubbiezza nell’indagare i varj ‘Porti Velini’, di cui parlò Virgilio (2)………..Portusque require Velinos (a).”. Il Romanelli, a p. 361, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Virgil., lib. VI.; (a) Non pochi critici antichi, e moderni hanno censurato Virgilio, perchè dal morto Palinuro facesse nominare a Enea prima della fondazione di Velia i ‘porti Velini’, nè quali il suo cadavere correva in balia delle onde. Igino presso Aulo Gellio, lib. 10, cap. 16 fu uno di costoro, senza riflettere, che un poeta avea tutta la libertà di anticipare i nomi, e di fingerne altri “Quomodo aut Palinurus novisse, aut nominare potuit portus Velinos, cum Velia oppidum, a quo portum Velinum dixit, post annum amplius sexcentesimum, cum Aeneas in Italiam venit, conditum in agro Lucano, et eo nomine appellatum sit ?” Adriano Turnebo ‘Advers., lib. 12 cercò di scusare il poeta coll’etimologia di Velia, che indica ‘palustre’, quasichè non dè porti ‘Velini’ avesse egli parlato, ma dè porti ‘palustri’. L’interpretazione però è presa troppo alta, e lontana, cui Virgilio certamente non pensò giammai. Del resto non presentandosi al poeta altro termine come poter indicare questo porto, fu egli obbligato a servirsi di quello allora conosciuto, e se diceva ‘portus Oenotriae’, portus Tyrrhenus’, o altro simile, non avrebbe mai indicato questo porto.”. Dunque, il Romanelli riferisce di Virgilio postillando che: “(a) Non pochi critici antichi, e moderni hanno censurato Virgilio, perchè dal morto Palinuro facesse nominare a Enea prima della fondazione di Velia i ‘porti Velini’, nè quali il suo cadavere correva in balia delle onde.”. Dei porti Velini parlava Virgilio nel suo poema “Eneide”. Dunque, a me pare di capire che da una frase di Virgilio tratta dall’Eneide, dove Virgilio ci parla di Palinuro e dei “porti Velini” dove il nocchiero di Enea fu sbattuto dalle onde, Il Di Luccia credeva che uno di questi porti fosse quello di Sapri, a causa della vicinanza con l’antica colonia greca di Pyxous, oggi Policastro. Per i dubbi sulla frase di Virgilio, Romanelli scriveva che Igino, in Aulo Gellio, lib. 10, cap. 16 opinava che: “Come poteva conoscerlo o Palinuro, o nominare il porto Velini, quando il paese di Velia, da cui chiamò porto di Velinus, fu fondato nel territorio lucano più di seicento anni dopo Enea, quando venne in Italia, e fu chiamato con quel nome ?”, ovvero Igino si chiedeva come potesse essere accaduto che…………………Com’è nata la leggenda di Palinuro e cosa sono i porti velini ?. Virgilio, nell’Eneide, nel VI canto, 362 scriveva che: «Nunc me fluctus habet versantque in litore venti (Ora mi tengono le onde e i venti mi volgono alla costa)». Palinuro è un personaggio della mitologia romana, il mitico nocchiero di Enea, caduto in mare di notte, tradito dal dio Sonno, mentre conduceva la flotta verso l’Italia. L’episodio relativo a Palinuro viene descritto alla fine del Libro V dell’Eneide, nel quale Virgilio individua il punto preciso della vicenda: uno scoglio, riconducibile al tratto di costa campano del Mar Tirreno, dinanzi all’omonimo capo, tra il golfo di Policastro e l’insenatura di Pisciotta, nella subregione attualmente chiamata Cilento. Naufragò dopo aver invocato invano i propri compagni ed esser rimasto per tre giorni in balia del Noto fino all’approdo sulle spiagge d’Italia, dove trovò ad attenderlo non la salvezza ma una fine crudele: catturato dalla gente indigena, viene ucciso e il suo corpo abbandonato in mare perché scambiato per un mostro marino. Veniva così soddisfatta la richiesta di Nettuno, dio del mare, che nel momento stesso in cui accordava a Venere il proprio aiuto per condurre in salvo la flotta di Enea sulle coste campane, aveva preteso per sé in cambio una vittima. Virgilio, nell’Eneide, dà una sua interpretazione dei fatti narrando di Palinuro, timoniere di Enea, che cade in mare tradito dal sonno e, giunto a riva, viene assalito e ucciso dagli indigeni. Gli dei dell’oltretomba, offesi dall’episodio sacrilego, puniscono gli abitanti con una tremenda pestilenza. Sulla confederazione Eleatica e dei tanti piccoli porticcioli e approdi confederati con la colonia Focea di Elea, poi in epoca romana detta Velia, vi è da dire che secondo Erodoto i focei erano stati i primi, tra i Greci, a navigare su lunghe distanze, solcando i mari non con arrotondate imbarcazioni mercantili ma su navi a cinquanta remi (le pentecontere), esplorando per primi l’Adriatico, la Tirrenia e l’Iberia e spingendosi fino a Tartesso. Qui si stabilirono intrattenendo relazioni fraterne con il re locale Argantonio. Questi, di fronte alle pressioni di Arpago, tentò di convincerli ad abbandonare la Ionia e ad insediarsi nei paraggi, in qualunque luogo scegliessero, ma, vista l’inutilità dei suoi sforzi, li rifornì di abbondante denaro per rinforzare le mura di Focea e far fronte alle minacce dei Medi. Fu così che le mura di Focea, costituite di grossi blocchi ben connessi, si svilupparono su un perimetro di molti stadi. Nel viaggio verso le coste italiane quelli che si erano rifugiati a Reggio risalirono la costa e raggiunsero, in terra Enotria, una città allora chiamata Hyele (Ὑέλη). Lì un posidionate rivelò ai focei come in passato avessero frainteso l’oracolo della Pizia: secondo il responso infatti, avrebbero dovuto attestare con santuari il culto dell’eroe Cirno, piuttosto che insediarsi essi stessi sull’isola di Cirno. Convinti del loro precedente errore dall’argomentazione del posidoniate, si risolsero a prendere possesso della città enotria.
Nel 1558, il “FIUME SAPRI”, secondo Leandro Alberti ed il Collenuccio
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel “Discorso XII”, dopo aver parlato di Scalea, a pp. 446-447 parlando del fiume Lao, in proposito scriveva che: “I meno accorti nel nono secolo credettero, che, ‘l fiume, che passa per Lauria, fosse il Lao; e perciò così la chiamarono, quasi ‘Laus rivus’. A tempi vicini Leandro Alberti, non avendo affatto veduto questi luoghi, scrive che ‘l fiume Sapri (che mai non fu al mondo) divide Laino, e la Lucania da Bruzj; poi lo chiama Lao, e quindi taccia ‘Strabone’ e ‘Tolomeo’ di aver quì allogato questo fiume: ‘quando’ (dice) in queste contrade (vedete che altra confusione) non si trova altro che il fiume Melfe’. Egli peraltro copiò questa torta, e non vera sentenza dal ‘Collenuccio’, nel lib. 1 della ‘Storia del Regno di Napoli’, dove scrisse: “Continua poi la Lucania per una gran parte, detta oggi Basilicata, dal Silaro fino al fiume chiamato Sapri, che anticamente era detto Lao.”. “. La notizia tratta dall’Antonini merita ulteriori approfondimenti. Oggi il fiume che attraversa Laino borgo, un comune del Cosentino in Calabria e non molto distante da Scalea e dalla costa Tirrenica, viene chiamato Lao. Da Wikipedia leggiamo che il Lao è un breve fiume a corso perenne del versante tirrenico della Calabria. Nasce in Basilicata con il nome di Mercure. Prende il nome dall’antica colonia greca di Laos, polis della Magna Grecia. Nell’antichità il fiume era chiamato Laus (o Laos, Λαός in greco); era uno dei fiumi che segnava il confine tra i lucani e i bruzi. L’altro era il Chratis (Crati) nella parte terminale della foce, ma soprattutto lungo il corso del suo affluente Sybaris (Coscile), che nasce nel massiccio del Pollino, relativamente vicino alle sorgenti del Lao. Sboccava nel Sinus Laus (golfo di Policastro), nel Inferum mare. Interessante è ciò che scrisse Giuseppe Antonini nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 376, dove in proposito scriveva che: “Ci lasciò la stessa notizia ‘Leandro Alberti’, che cominciò a scrivere dell’Italia nel MDXXV., ecc…”. Leandro Alberti (…..), nel suo “Descrittione di tutta Italia, nella quale si contiene il sito di essa, l’origine et le Signorie delle Città et delle Castella”, Bologna, 1550, a pp. 198-199 parla della Basilicata e dei nostri luoghi. L’Alberti, a p. 201, in proposito scriveva che: “Poscia più avanti si dimostra Laino castello col borgo. Partisce il Cast. dal Borgo il fiume Sapri che anche divide la Lucania dai Brutij, overo la Basilicata dalla Calabria. Imperò che il Borgo è di quà dal detto fiume nella Basilicata, & il Cast. di là, nella Calabria. Esce questo fiume vicino a Vincinello, Cast. della Basilicata & scedendo fra gli alti, e strani balci di queste monatagne verso ‘l Mezzogiorno & partend la Basilicata dalla Calabria al fine sbocca nel mar Tirreno. Ella è sempre l’acqua di esso fiume chiara, ne mai torbida alcun caso si vede. Credo sia questo Laino il Cast. Lauo, nomato da Pli. & similmente es fiume sia il Lauo, pur da quello memorato, per la vicinità d’amendui insieme, & altresì per la conformità del nome Lauo, et Laino avenga che dica il corrotto testo di Plinio. Sauus. Et nomeno credo sia da quel Tolomeo addimandato Laus, & da Strabone Talauus, & Lauus perchè in questi luoghi non si trova altro fiume che il Melfe avanti nominato. Etc…”. Guardando l’immagine satellitale di google maps si vede che da Laino Borgo passa il fiume Lao che va a sfociare nel mar Tirreno a Scalea nei pressi di S. Maria del Cedro. Devo però precisare a riguardo che l’Alberti, molto probabilmente si riferiva al fiume Noce che, effettivamente segna il confine tra le due Regioni, la Basilicata e la Calabria. L’Alberti lo fa pssare per Laino Borgo ma il fiume Noce non passa da Laino Borgo dove invece passa il fiume Lao. Può essere che il vecchio confine della Lucania antica con la Calabria sia stato il fiume Lao che l’Albertii diceva passasse per Laino borgo e che chiamava fiume Sapri.
(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199
Nel 1577, Leandro Alberti voleva che Policastro avesse origine da Velia
Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 345, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (82) ripete dall’Antonini che Policastro, nel Medioevo nota come ‘Paleocastrum, Policastrum, Pollicastrum, è sita su una collina bagnata dal mare, e che è città vescovile suffraganea di Salerno, dalla quale dista 76 miglia. Respinge l’opinione dell’Ughelli e del di Luccia che “la vogliono figlia dell’antica Velia”, che ubica a Castellammare della Bruca; riporta il brano di Goffredo Malaterra (83) sulla distruzione da parte di Guglielmo il Guiscardo e dice che il vescovo e i canonici se ne vanno a maggio a Torre Orsaia, tornandovi a dicembre. Ecc…”. Ebner, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. VII, p. 224 parlando di Policastro, scriveva: “L’Abate ‘Ferdinando Ughelli’ e, poi il dott. Pietro Marcellino di Luccia, la vogliono figlia dell’antica Velia (2); ma figlia di Velia è certamente Castellammare della Bruca (3), posto in dubbio, non senza meraviglia dall’Egizio, nella lettera diretta all’Abbate Langhet colla quale gli va correggendo gli errori presi nella sua geografia toccante il nostro Regno”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi il suo articolo, t. 3, pag. 302.”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi la sua scrittura intitolata: L’Abadia di S. Gio a Piro, stampata in Roma nel 1700, in 4 pag. 4 seg.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita alla sa. maestà ……Trattato historico-legale etc…”, nel 1700, a p. 7, in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che Policastro fosse stata edificata per le ruine della suddetta Velia; E benchè trà l’antichi Scrittori sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, o pure ne Brutij, nientedimeno io adherendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: ‘E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania’, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone lib. 6 e tanto narra Ferdinando Ughelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’. Ecc…”. Dunque, Pietro Marcellino di Luccia scriveva che Leandro Alberti (…..), nella sua “Descrittione di tutta l’Italia & Isole pertinenti ad essa”, del 1577, parlando di Policastro scriveva che “vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia”e che scriveva anche che: “E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania”. Sempre su Policastro, il Di Luccia scrive che ne aveva parlato anche il Burdonio (….), il quale, nella sua “Italia” scriveva che “Policastro essere vicino Palinuro”. Il Di Luccia, a p. 7 aggiunge pure che: “E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’.”. Il Di Luccia citava pure il Burdonio (….). Questo autore non sono riuscito a capire chi fosse. E’ citato anche da Ottavio Beltrano (….), nella sua “Breve descrizione del Regno di Napoli”, a p. 251 dove parla di Policastro ed anche da altri autori. Il Di Luccia cita anche l’Abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra”.
SKIDROS, SCIDROS
Padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 48, in proposito scriveva che: “Nella vallata del Lao, poco a sud di Laino, doveva trovarsi la città di ‘Skidros’, che insieme con Laos accolse i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. Era certamente nel golfo del Lao, oggi detto di Policastro, e a breve distanza dal mare. Al tempo dell’Impero forse non esisteva più o aveva più o aveva perduto la sua importanza. Il Dito affaccia l’ipotesi, che abbia dato luogo a Papasidero medievale, mediante la corruzione di ‘Skidros’ in Sidro-Sidero e il prefisso ‘Papa’, col significato di vecchio: ‘Papa-sidero’, cioè ‘antico Skidros’. Non so quanto sia convicente questa ipotesi i fronte a quella di un ‘Papa Sideros’, cioè di un Prete Isidoro, che egli definisce “facile, ma…..di una sciocca ingenuità glottologica”(39). Sul colle di Paleocastro, in faccia al mare, tra Aieta e Tortora, si trovava ‘Blanda’, delle cui rovine beneficiarono le due cittadine nominate (40).”. Il Russo, a p. 48, nella nota (39) postillava che: “(39) La Calabria – Disegno storico della vita e della cultura calabrese dai tempi più antichi ai nostri giorni, pp. 172-173”. Il Russo, a p. 48, nella nota (40) postillava che: “(40) M. La Cava, Blanda, Leo e Tebe Lucana, Napoli, 1891, e in “Norizie di Scavi”, 1897, p. 176,loca Blanda in contrada “Piarelle” nell’agro di Tortora, ad un’ora di salita dal mare, non lungi dall’imboccatura del fiume Noce. Cfr. anche B. Cappelli, Balanda e Tortora, in Br. x (1931), n. 5″. Da Wikipedia.org leggiamo che Scidrus è citata solo da Erodoto (VI. 21), dal quale apprendiamo che era, insieme a Laus, una colonia di Sibari, ed era uno dei luoghi in cui si ritirarono gli abitanti superstiti di quella città, dopo la sua distruzione da parte dii Crotoniati.Dalle sue espressioni non risulta se queste città furono allora fondate per la prima volta dai fuggiaschi, o se fossero state precedentemente stabilite come colonie regolari;ma quest’ultima supposizione è molto più probabile.È singolare che di Scidrus non si trovi traccia successiva;il suo nome non è mai più citato nella storia, né alluso dai geografi, ad eccezione di Stefano di Bisanzio (s. v.), che la chiama semplicemente una città d’Italia.Non abbiamo quindi alcun indizio sulla sua posizione;poiché anche la sua posizione sul Mar Tirreno è una mera deduzione dal modo in cui è menzionata da Erodoto insieme a Laus.Ma esistono a Sapri, nel golfo di Policastro, estesi resti di un’antica città, che sono generalmente considerati, e apparentemente non senza ragione, come indicativi del sito di Scidrus.Si dice che siano costituiti dai resti di un teatro e di altri edifici pubblici delle antiche mura e delle costruzioni intorno al porto.(Antonini, Lucania, part ii. c. 11; Romanelli, vol. i. p. 377.). Quest’ultimo è un notevole bacino interrato, sebbene di piccola estensione;ed è singolare che, anche se la città avesse cessato di esistere, non si troverebbe allusione all’esistenza di questo porto sicuro, su una costa quasi del tutto priva di porti naturali.Ma le alte montagne che lo rinchiudono e gli impediscono ogni comunicazione con l’interno probabilmente gli hanno impedito di raggiungere una qualche importanza.
SCIDRO
Nel VII sec. a.C., Sibari, Scidro e Lao, antiche colonie magno greche fondate da Sibari
Dalla Treccani on-line leggiamo che Lao fu antica colonia greca dell’Italia meridionale, fondata; intorno al 600 a. C., dai Sibariti sulla costa tirrenica della Lucania meridionale: la località è da ricercarsi probabilmente in prossimità dell’odierna Scalea, presso la foce del fiume Lao o Laino. Lao fu presto fiorente; nel 510 a. C., quando Sibari fu distrutta, i suoi cittadini profughi trovarono rifugio a Lao e a Scidro; e di qui presero le mosse i varî tentativi di ricostruzione della distrutta città. Lao fu una delle prime città della Magna Grecia che soggiacquero all’impeto delle stirpi osche prementi dall’interno della penisola verso il mare: verso il 400 a. C. doveva già essere caduta in mano dei Lucani. Nel 389, quei di Turi tentarono di riconquistarla; ma nel territorio stesso della città il loro esercito subì da parte di quello lucano una tremenda disfatta. Nel sito di Lao sorse più tardi la stazione romana di Lavinium, nel cui nome si riflette forse quello preellenico della città. Bibl.: M. La Cava, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, Napoli 1819; G. Gioia, Memorie storiche sopra Lainos, Napoli 1883; D. Marincola-Pistoia, Di Terina e di Lao, Catanzaro 1886; E. Pais, Storia della Sicilia e della Magna Grecia, Torino 1894; G. Giannelli, Culti e miti della Magna Grecia, Firenze 1924, p. 300 segg.; id., La Magna Grecia da Pitagora a Pirro, Milano 1928, pp. 65-71; E. Ciaceri, Storia della Magna Grecia, I, 2ª ed., Roma 1928, p. 270 segg.; II, ivi 1927, pp. 396, 420; E. Galli, in Not scavi, 1932, p. 323 sgg.
Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 117 e ssg., in proposito scriveva che: “Un’altra condizione vitale allo sviluppo di Sibari era di raggiungere la sponda del Tirreno, stabilire ivi colonie, e così potere trafficare in Occidente, mentre il commercio col bacino orientale del Mediterraneo era esrcitato direttamente dalla metropoli. La conquista della valle del Crati aveva condotto i Sibariti nel cuore del Bruzio; ecc….quando i Sibariti spingersi all’opposto mare da questo lato, vi arrivavano per un’altra via naturale, più a Nord, vale a dire attraversando l’Appennino al colle di Campotenese, che pare fatto a posta per mettere in comunicazione i due versanti. Da questa parte non eranvi città considerevoli, che avessero potuto ostacolare l’espansione; e anche la resistenza degli indigeni, non garantita sufficientemente dall’asprezza del terreno, poteva essere con facilità evitata. Inoltre, in questa maniera essi si avvicinarono, e poterono stringere patti e relazioni commerciali con le ricche popolazioni dell’Italia centrale, rimasta quasi fino allora fuori del raggio dell’influenza delle colonie della Magna Grecia e della Sicilia; etc..Nessuno autore parla di proposito intorno a queste imprese coloniali di Sibari, e nemmeno si sa il tempo in cui esse incominciarono; talchè siamo costretti, come al solito, di raccogliere scarse notizie qua e là, veri ruderi di tradizioni, ordinarle, vagliarle e confortarle con gli avanzi archeologici di quelle nobilissime città. La deduzione di queste colonie, come in parte ho detto, dovette incominciare anteriormente alla guerra e alla caduta di Siri; mentre la conquista della valle del Crati doveva risalire ai primi tempi della fondazione di Sibari. Infatti due argomenti possono sussidiare la mia supposizione: cioè la lega monetaria fra Sibari e due delle sue colonie; la tutela che queste poterono accordare ai fuggiaschi Sibariti, dopo la loro sconfitta. Se si considera che dalla caduta di Siri alla sconfitta di Sibari intercede una ventina di anni appena, bisogna venire alla conclusione che quelle città, per essere giunte a quel grado di sviluppo, dovevano essere state fondate da un pezzo. Nella seconda parte di questo studio ho espresso il dubbio che la cagione della guerra con Siri fosse derivata appunto da questa colonizazione, cioè per i naturali attriti tra le colonie di Sibari e Pyxus, colonia di Siri, a danno della quale le prime cercavano di allargarsi su questo lido. Se si considera poi che Lao, posta proprio sul confine del Bruzio, era la più meridionale di quelle colonie, facendo astrazione etc…, bisogna ammettere che essa fosse stata la prima in ordine di tempo, e che quindi Posidonia, la più settentrionale, fosse atata l’ultima delle fondate. Ora, calcolando approssimativamente il tempo necessario all’affermazione e allo sviluppo di ognuna, si può azzardare il giudizio che Posidonia, la quale certamente coniò monete insieme a Sibari in quei venti anni, che passarono tra la caduta di Siri e la vittoria dei Crotoniati del 510, e della quale si sa che nel 530 vi si rifugiarono i Focesi provenienti dalla Corsica, tenendo anche conto che l’uso di imporre alle città nomi di divinità incomincia intorno, o poco prima di questo tempo, avesse potuto precedere di poco la caduta di Siri; mentre la fondazione di Lao e di Scidro dovette avvenire almento 15 o 20 anni innanzi. Con ciò non voglio dire che i Sibariti avessero fondato ex novo Posidonia, ma intendo parlare solo del loro stabilimento in essa. Sibari dovette necessariamente, almeno nei primi anni, offrire protezione ai propri coloni per mezzo di una flotta in quelle acque, etc…(p. 120) Anche la via di terra dovevano battere mercanzie, che, giunte a Sibari dall’Oriente, dovevano essere inviate alle popolazioni della Campania e dell’Etruria. Sicchè Lao veniva ad essere un emporio importantissimo, una grande succursale di Sibari, sul Tirreno, in relazioni continue e dirette con questa. Le altre, poste più a Nord, erano come altrettante stazioni intermedie di approdo alle navi, che da Lao si recavano sulle coste dell’Italia centrale, e viceversa; però esse, a poco a poco, dovettero esercitare il commercio per proprio conto, e, sfruttando le terre ubertose della Lucania, poste sotto la loro immediata dipendenza, poterono in breve svilupparsi, ed affermare la loro autonomia. Gli autori antichi nominano tre colonie di Sibari sul Tirreno: Lao, Scidro, Posidonia, tutte sulla costa lucana, anche Lao, come vedremo. Fra Posidonia, della quale rimangono copiosissime rovine, e Lao, della quale è facile rintracciare il sito, doveva sorgere la città di Scidro; che insieme a Lao accordò ospitalità ai miseri Sibariti, come racconta Erodoto (VI, 21): “Παθουσι δε ταυα Μιλησιοισι προς Περσεων ουχ απεδοσαν την ομοιην Συβαριται, οι Λαον τε χαι Σχιδρον οιχεον της πολιος απεστερημενοι “. Però non è facile stabilire il sito di Scidro, nominata due volte sole, da Erodoto e da Stefano Bizantino, che riporta un passo di Lycos di Reggio. Essa doveva bensì essere colonia di Sibari, e di certa importanza per aver potuto accordare ospitalità e protezione ai cittadini della metropoli, dopo la loro sconfitta; ma non ebbe forse mai l’importanza e la grandezza di Lao e Posidonia, altrimenti sarebbe rimasta qualche altra notizia intorno alla sua esistenza e qualche rudero. Essa dovette scomparire prestissimo, prima della conquista romana di questa parte d’Italia, perchè non compare nè fra le colonie, nè fra i municipi romani, e nemmeno degli itinerari. Ignote restano altresì le cause della sua precoce decadenza. Io so di qualcuno (Michele Lacava, che si occupò in tutta la sua vita, con molta diligenza, di gravi questioni archeologiche) che voleva assegnare come sito di Sidro un recinto poligonale antico detto le ‘Rovine delle Camerelle’, sull’estremità settentrionale del moderno porto di Sapri. La cosa potrebbe avere qualche fondamento, ma non credo che si possa assegnare il sito si una antica città, basandosi solament su pochi avanzi di antiche costruzioni chi sa di che tempo, su di una costa che fu, nel passato, occupata non solo da grandi centri di abitazione, ma anche da molte fattorie. Nè credo che il Lacava adducesse ragioni molto positive per sostenere la sua tesi, quantunque io non abbia ancora potuto leggere la sua rarissima monografia intorno a questo argomento. Scidro non dovette salire ad un alto grado di sviluppo, perchè non coniò mai monete per proprio conto, infatti non se ne conosce nessuna: il ritrovamento di monete qualche volta può spargere luce su intricate questioni topografiche e storiche. Il terreno presso la Punta del Fortino, dove sono le ‘Rovine delle Camerelle’, è sufficientemente spazioso per avere potuto contenere una città di 4 o 5000 abitanti; però questa circostanza non decide nulla, e ci vuole ben altro per arrivare ad un risultato concreto. Anzi io inclino a credere, stando alle distanze date dagli itinerari, che il recinto antico di Sapri appartenesse più tosto all’antica stazione di Blanda, salita nei bassi tempi a qualche importanza; mentre Scidro si potrebbe pensare ad un altro luogo sparso di rottami, di tracce di muri e di altri avanzi di antichità, più a Sud, a 4 km. dal mare, nel territorio ‘Piarelli’, presso ‘Monte Paleocastro’. Questo sito presenta gli stessi caratteri di Lao, che era alquanto discosta dal mare; ma non vi insisto, perchè non si possono addurre prove decisive. Scidro potrebbe essere stata trasformata, in seguito, in un borgo lucano. Niente altro potrei dire per il momento intorno a Scidro, che non dovesse essere ad ogni modo nè la più grande, nè la più bella, nè la più importante città della Sibaritide. Si può aggiungere solo che Scidro probabilmente poteva essere ancora in piedi al principio del sec. 3° a.C., per la notizia che ne dà Stefano Bizantino, attingendo da Lycos di Reggio (cfr. fram. 1°): “Σκιδρος πολις Ιταλιας. Το εθνιχον Σχδρανος, ως Λυχος εν τω Περι ‘Αλεξανδρου“. Se la mancanza di materiale mi costringe al silenzio su questo argomento, la esuberanza di rovine e di notizie intorno alla più settentrionale delle colonie di Sibari, Posidonia, mi fa tacere per un’altra ragione. Etc…Così i Sibariti si erano resi padroni di tutta la costa lucana di questo versante, dal Lao al Silaro, per una lunghezza di 650 stadi (Strabone VI, 252-3) = Km. 120 circa. Ma lasciamo le questioni posidoniate, per ritornare al confine settentrionale del Bruzio, dove era stata dedotta la prima colonia dei Sibariti, la quale visse lungamente, e mostrò, nella sua storia e nelle monete, di essere stata degna discendente di Sibari. Etc…”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 200 e sgg., riferendosi alla città greca e Ionica di Sibari in proposito scriveva che: “Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, gelose dominatrici dello Stretto.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. VII, nel suo “Le vicende di Pyxous”, a pp. 294-295 e sgg e, riferendosi a Reggio, in proposito scriveva che: “Seguivano SKIDROS e Laos, colonie di Sibari, di cui abbiamo già avuto modo di discorrere. Teneva lor dietro Pixous, la Buxentum dei Romani. Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……(p. 295) Locri mediante le colonie di Ipponio e di Messana raggiungeva i medesimi fini e gli abitatori di Siris sino dal VI secolo, risalendo il fiume omonimo, giungevano presso ai monti ed alle marine di Pyxous o Bussento. Questa rivalità aveva destata la gelosia delle vicine città Achee di Sibari e Metaponto. Etc..”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 202 e sgg, in proposito scriveva che: “Posidonia era colonia di Sibari; alla sua fondazione avevano concorso anche abitanti della peloponnesia Trezene. Apprendiamo dagli antichi che gli abitanti di Sibari erano congiunti da stretta amicizia con gli Etruschi. A prima vista la notizia pare strana, date le rivalità che esistevano fra Greci e Tirreni, considerando per giunta la distanza e la situazione delle due città. Se si tien però conto che Pesto era colonia di Sibari, la notizia riesce chiara. Sibari esercitava il suo commercio risalendo il corso del Crati ed importando merci greche particolarmente sulle coste del Tirreno. Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, gelose dominatrici dello Stretto…..Gli Etruschi riuscirono bensì a conquistare molte città della Campania, ma non s’impadronirono di quelle sulla costa degli Enotri che venne poi assoggettata dai Lucani e dai limitrofi Bretti.“. Il Pais, a p. 258, in proposito scriveva pure che: “I Milesi importavano in Sibari vasi, vesti e preziosi prodotti dell’Oriente e ne esportavano materie prime. Per mezzo della città amica inviavano le loro mercanzie a Laos, a Skidros, a Posidonia, colonie dei Sibariti, e, come abbiamo già notato, ve le ritiravano i Tirreni signori appunto del paese limitofo a posidonia. Gli Etruschi consegnavano in cambio fra l’altro metalli, rame, stagno ed il ferro dell’Elba, che fu poi sottoposta alla vicina Populonia.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel capitolo II: “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v. “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il Bouché-Lechercq, Historie les Lagides I, p. 135, sono incerti se Livio abbia narrate le gesta di Alessandro magno o del Molosso. Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”.
Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. V – Metaponto, Siri e Lagaria”, a pp. 138-139 parlando di Pixunte, in proposito scriveva che: “Per quanto oggi si ignori lo svolgimento storico dei fatti, è lecito supporre che la potente Sibari abbia costretta Siri a riconoscere la sua egemonia per non essere danneggiata nei suoi interessi commerciali, una volta che Siri comunicando con il litorale occidentale veniva ad annullare l’influenza che un’altra città, Scidro, avrebbe potuto esercitare a vantaggio della stessa Sibari, di cui era colonia, e che trovavasi su quella via di comunicazione non lungi da Pixunte (2).”. Il Ciaceri, a p. 139, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Se nell’Etym. Magn. s. v. Σìρις, ove è ricordata Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo, invece di Σχìνδου si dovesse leggere Σχìδρου (v. Pais, Stor. d. Sic. e d. M. Grec., p. 225 n. 4), si potrebbe pensare che tale forma di leggenda fosse sorta intorno a quel tempo, in cui si sarebbe cercato di creare la giustificazione di buoni rapporti fra le città di Siri e Scidro, colonia di Sibari. E ciò indipendentemente da quanto scrive il Mayer Apulien p. 330 n. 3, il quale, leggendo egualmente nel testo in questione, non vedo perchè, pone il nome di Scidro in relazione con quello del fiume Chidro nella campagna di Lecce che ha visto ricordato dal De Giorgi, Prov. di Lecce, I, p. 13, II, p. 511.”.
Amedeo Maiuri (….), nella sua relazione per il 2° Convegno di studi sulla Magna Grecia tenutosi a Taranto (quello del 1962), il cui dibattito è stato pubblicato nel testo “Vie di Magna Grecia”, in seguito riproposto da Mario Napoli (….), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, a p. 65, in proposito scriveva che: “….Ma se su Lao siamo sufficientemente documentati, non altrettanto lo siamo per Scidro che viene dalle fonti associato a Lao tanto nella espansione coloniale della maggiore fortuna di Sibari, quanto nelle dolorose vicende dei profughi che, dopo la distruzione, a Lao, Scidro e Posidonia trovarono rifugio. Di Scidro (‘Skidros’) non si conosce alcun dato topografico, né dalla omonimia di un corso d’acqua che lo lambisse, né delle sopravvivenze toponomastiche dei luoghi. Lo si è dai più identificato con Sapri senza specifiche ragioni né di scoperte né di appropriate condizioni geofisiche del luogo, poiché nè la baia né l’area del centro abitato hanno rivelato finora la minima traccia di rovine o di sepolcri greci; inoltre la vicinanza a Pixùs e al suo fiume omonimo farebbe escludere la presenza di un altro scalo a Sapri, priva di un importante corso d’acqua, sia nel periodo della rivalità fra Sibari e Siri, sia nel periodo seguito alla distruzione di Siri e della incontrastata egemonia di Sibari. E ancor meno verosimile è l’ipotesi, seguita pur da qualche serio studioso (Ciaceri, Bywanck), che vede in Papasidero, nel pittoresco paese che sbarra il corso del Lao nel punto della sua rocciosa strozzatura (figg. 1-2), il luogo di Scidro, supponendo che quello schietto toponimo bizantino sia una popolare corruzione dell’antico nome di SKIDROS. Più legittime sono invece le ipotesi di coloro che collocano Scidro a sud di Lao lungo la costa occidentale di quel che possiamo considerare territorio della Sibaritide, a Cetraro o a Belvedere marittimo; ed io, dopo la ricognizione sul luogo, compiuta con uno dei più esperti conoscitori del territorio della Sibaritide, Ermanno Candido (1) ho tratto il convincimento che, potendo il commercio sibaritico giovarsi vantaggiosamente di uno scalo marittimo intermedio per raggiungere Lao, si dovesse quello scalo ritrovare lungo la costa occidentale e che ad esso corrispondesse Skidros in funzione secondaria e complementare di Laos: tale scalo per maggiore comodità e brevità di accesso corrisponde precisamente alla rada di Belvedere marittimo. Etc…”. Il Maiuri, a p. 68, in proposito scriveva pure che: “Contro la nostra ipotesi della via istmica dell’Esaro e dell’identificazione di Belvedere marittimo con Skidros a preferenza di quella di Castrovillari-Morano-Campotenese, si opporrà il fatto che nella valle dell’Esaro e a Belvedere non affiorino o, comunque, non siano stati segnalati ruderi antichi. Ma, in luogo di ruderi, abbiamo qualcosa i più e di meglio da presentare a favore dell’importanza archeologica di quella zona: una preziosa testimonianza epigrafica, il più prezioso, anzi il solo finora documento epigrafico che possa ricollegarsi alla più antica storia della Sibaritidee che, etc…”.
LAO, LAOS
Amedeo Maiuri (….), nella sua relazione per il 2° Convegno di studi sulla Magna Grecia tenutosi a Taranto (quello del 1962), il cui dibattito è stato pubblicato nel testo “Vie di Magna Grecia”, in seguito riproposto da Mario Napoli (….), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, a pp. 63-64, in proposito scriveva che: “….il Lao, il primo grande corso d’acqua, il più ricco di affluenti a nord dell’altopiano del Pollino: seguivano dopo altri minori corsi d’acqua di carattere più torrentizio, il Pixùs con l’omonima città, antico scalo di Siris e della Siritide, il fiume Alento porto della città di Elea e il Silaros (Sele) nella piana di Posidonia…..il fiume Lao dovè costituire il primo importante scalo marittimo di Sibari; da ciò la fondazione di quella colonia tirrena che le fonti rivendicano concordemente a Sibari e che veniva ad essere la città di confine tra la Lucania e il Bruzio. Di Lao ci è conservato il nome della città nel nome del fiume (Λαος χολπος χαι ποταμος πολις, dice Strabone 210), e nella toponomastica locale che si coglie risalendo il corso del fiume: capo Talao, S. Domenico Talao, e Laino borgo e Laino castello. Non dovrebbe essere difficile ritrovare il sito della città che, sempre a detta di Strabone (ibid.) si trovava μιχρον υπερ της θαλασσης. Ma nessuno scavo sistematico vi è stato finora intrapreso e il suo territorio, soprattutto nei sobborghi di Scalèa (Fischia) nei borghi di Laino e di S. Gada, è stato soltanto oggetto di scavi di fortuna, il cui materiale, venne in parte raccolto da una benemerita famiglia del luogo…..etc…Lucio Cappelli negli ‘Annali civili del Regno di Napoli del 1858 con un cenno storico su Tebe lucana e Lao, e, dopo di esso, perdurando la dimenticanza dell’archeologia ufficiale su una zona di tanto singolare interesse (e stupisce che perfino il Lenormant non ne faccia cenno nel suo documentatissimo viaggio, ‘A’ traverrs l’Apulie et la Luanie’), dobbiamo citare a titolo d’onore l’eccellente opuscolo, anche se non in tutto attendibile, di Michele La Cava, il benemerito esploratore della Lucania: ‘Del sito di Blande, Lao e Tebe lucana, pubblicato a Napoli nel 1891 a spese dell’autore e dedicato al patriarca dell’archeologia napoletana: Giulio De Petra. Le scoperte nell’alta valle del Lao s’intensificarono in occasione della della costruzione del tronco ferroviario Lagonegro-Castrovillari etc…Ma se su Lao siamo sufficientemente documentati, non altrettanto lo siamo per Scidro etc…”.
Nel VI sec. a.C., il ‘Periplo’, opera di Pseudo Scylace, a cui si rifà Erodoto è l’autore più antico che cita la colonia magno greca di Scidro
Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a p. 168 parlando delle coste Tirreniche, in proposito scriveva che: “Lo Pseudo Scylace (Peripl., 2) ricorda lungo queste coste, dopo Poseidonia e Velia, le città greche di Laos, fondazione di Turi, Pandosia, Platea, Terina, Ipponio, Medma, e quindi il promontorio e la città di Reggio; Pomponio Mela (‘De Chorograf., II, 69), ricorda Buxento, Blanda ecc…”. Dunque, Mario Napoli scriveva che l’unico autore dell’antichità che ricorda l’antica colonia magno greca di Scidro è lo scrittore Erodoto. Mario Napoli però scrive pure che la colonia Sibaritica di Lao viene ricordata dal geografo Pseudo Scylace. Stessa notizia fu citata da Ettore Pais (….), nella sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, dove l’autore a p. 247, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Su Scidro, colonia di Sibari, Herodt. VI, 21, su Lao v. Herodt. l. c.; Strab. VI, p. 253; C; cfr (SCYL.) 12 ove in luogo della distrutta Sibari si nomina Turio. Il testo dei codici Ποσειδω. ιαι χαι ‘Ελαα Θουριων απ si può semplicemente correggere Ποσειδωγια χαι Λαος Θουριων αποιχιαι, e senza aggiungervi ‘Elea’, la colonia focese, come piace a C. Muller, ad l. G.G. M. I, p. 20. Sulle monete di Lao del VI sec. v. Head, op. cit., p. 61.”. Ettore Pais (…), riguardo il periplo di Scylace postillava che: “(1) Su Scidro, colonia di Sibari, Herodt. VI, 21, etc…”, aggiungendo che “su Lao v. Herodt. l. c.; Strab. VI, p. 253; C; cfr (SCYL.) 12 ove in luogo della distrutta Sibari si nomina Turio.”. Dunque, sulla colonia Sibaritica di Scidro, colonia magno greca fondata sulle coste del mare Tirreno, ha scritto solo Erodoto ma, esiste un collegamento storico con il geografo Pseudo Scylace perchè pare che a questo geografo fosse uno pseudonimo dello stesso Erodoto. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a pp. 43-44, in proposito scriveva che: “Con il termine ‘Leukania’ lo Pseudo Scillace indica una regione che va dalla foce del fiume Silaro, sul mar Tirreno, fino a Turi, sul mar Ioniom e che rispecchia la situazione cronologica riferibile al periodo tra la fine del V secolo a.C., quando ha inizio la sottomissione dei Greci da parte dei Lucani, e la metà del IV quando i Bretii impongono appunto il loro predominio alla regione che risulta una penisola (61). Queste notizie vengono attinte dal cosidetto “Periplo”, un manuale dal carattere più tecnico-nautico che etnografico con un’arida descrizione delle coste dell’Italia e della Sicilia, scritto essenzialmente ad uso dei navigatori, attribuito a torto a Scillace di Carianda vissuto nel IV sec. a.C.. L’opera risale appunto alla prima metà del IV, ma, almeno per la sua fonte, utilizza dati più antichi (62); conosce pertanto i Lucani nell’Italia meridionale (par. 12 e 14) a sud dei Sanniti ed accanto agli Japigi, sul mar Tirreno e sul mar Ionio, riflettendo una situazione cronologicamente anteriore alla data della separazione dell’elemento bruzio da quello lucano. Tali indicazioni non divergono molto da quelle fornite dal racconto di Strabone. Etc…”. La Catalano, a p. 43, nella nota (61) postillava che: “(61) PSEUDO-SCYL., Perip. par. 12: η δε Λευχανια εστιν αχτη; il suo periplo risulta di sei nycthemeriae e comprende le seguenti città greche: Posidonia, Elea, Laos, (colonia di Turi), Pandosia, Plateeis, Terina, Ipponio, Mesma e Regio, di cui è ricordato anche il promontorio. L’elenco delle fonti per la descrizione della Lucania, associata con quella del Bruzio è tracciato da C. Turano, Le conoscenze geografiche del Bruzio nell’antichità classica, in “Klearchos”, XVII, 1975, pp. 35-47 passim”. La Catalano, a p. 44, nella nota (62) postillava che: “(62) Cfr. J. Berard, La Magna Grecia, Torino, 1963, p. 28, n. 64”. Infatti, leggendo Wikipedia il Periplo di Scilace (titolo completo in greco Σκύλακος Καρυανδέως Περίπλους τῶν ἐκτὸς τῶν Ἡρακλέους στηλῶν, Periplo esterno alle colonne di Eracle) è un antico periplo, risalente alla fine del VI secolo a.C., di cui resta una copia o un’epitome successiva databile al IV secolo a.C., o Periplo dello Pseudo-Scilace (titolo completo in greco Σκύλακος Καρυανδέως Περίπλους τῆς θαλάσσης τῆς οἰκουμένης Εὐρώπης καὶ Ἀσίας καὶ Λιβύης, Periplo dell’ecumene marittima di Europa, Asia e Libia). Molti ritengono, tuttavia, che il nome di Scilace sia piuttosto un richiamo pseudoepigrafo all’autorità di Erodoto, il quale cita uno Scilace di Carianda: navigatore greco già al servizio del Re dei Re di Persia Dario I in qualità di esploratore del basso corso dell’Indo e della costa vicina alla sua foce. Scilace fa una circumnavigazione in senso orario del mar Mediterraneo e del mar Nero, partendo dall’Iberia e terminando in Africa occidentale, oltre le colonne d’Ercole. La parte africana deriva chiaramente dal Periplus di Annone il Navigatore. Ne resta un manoscritto, quello di Pithou. Il Periplo di Scilace fu pubblicato la prima volta ad Augusta nel 1600 da David Höschel, assieme ad altre opere cartografiche greche minori. Ad Amsterdam il Periplo venne ripubblicato dal Vossius, nel 1639; poi da Hudson nel suo Geographi Graeci minores. A Parigi fu ripubblicato nel 1826 da Gail; a Berlino lo ristampò nel 1831 R.H. Klausen.
Le vie Istimiche, le vie di comunicazione tra il mare Ionio ed il Tirreno
Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Considerazioni sulla cronologia della colonizzazione greca in Occidente”, a p. 340 e ssg., in proposito scriveva che: “Il movimento migratorio dei Greci verso l’Italia meridionale e la Sicilia sarà cominciato probabilmente verso la metà dell’VIII secolo…”. Dunque, a partire dalle fondazioni delle città magno-greche sul mare Ionio, come ad esempio le due città di Siris e di Sibari, si ebbe un notevole movimento di genti greche che dallo Ionio tracciarono delle vie di comunicazioni che li collegassero alle sponde ed alle città amiche poste sulle coste del mare Tirreno e poter svolgere le loro fiorenti attività commerciali con la vicina Etruria. infatti, il Giannelli, a p. 340, in proposito scriveva pure che: “Parlando dei coloni di Sibari, abbiamo fatto rilevare come un buon nucleo di loro fossero Trezenii, e abbiamo avanzato l’ipotesi che a questi sia dovuta la scelta di una località la quale offriva il più agevole collegamento con le sponde del Tirreno: e che i Sibariti tenessero molto a questa condizione favorevole allo sviluppo commerciale della loro città, lo mostra il fatto ch’essi si stanziarono prestissimo (certo fin dal principio del VII secolo), sul Tirreno, con gli stabilimenti di Lao e di Scidro etc…”. Sempre il Giannelli, a p. 305 scriveva pure che: “i Trezenii. Ora, è probabile che a questi non dispiacesse fissarsi in luogo adatto anche ai traffici ed ai commerci: e la foce del Crati assai si raccomandava, sotto questo riguardo, per trovarsi essa all’un pò dei più brevi tragitti per i quali si poteva comunicare tra l’Ionio ed il Tirreno. Così la colonia degli Achei e Trezenii fu posta alla foce del Crati: di lì, i Sibariti si spinsero prestissimo attraverso lo stretto istmo di terra che li separava dal Tirreno, e piantarono, sulle sponde di questo mare, i due stabilimenti di Lao e di Sidro (1). Quando anche i coloni di Siri sentirono il bisogno di uno sbocco sul Tirreno, dovettero raggiungerlo attraverso un ben più lungo cammino, e fondarono la colonia di Pixunte, a nord degli stabilimenti dei Sibariti: questa città scomparve probabilmente insieme alla sua madre-patria e più tardi, nel 471, colonizzata nuovamente da Micito di Reggio.”. Giannelli, a p. 305, nella nota (1) postillava che: “(1) La fondazione di questi due stabilimenti risale ad epoca molto antica, certo alla metà del VII secolo, perchè non par dubbio debba ritenersi anteriore alla fondazione di Posidonia: Pais, p. 247; Galli, Per la Sibaritide, p. 119 sg.; Beloch I(2), 1, 238; Byvanck, p. 108.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 200 e sgg, riferendosi alla città greca e Ionica di Sibari in proposito scriveva che: “Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, gelose dominatrici dello Stretto.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. VII, nel suo “Le vicende di Pyxous”, a pp. 294-295 e sgg e, riferendosi a Reggio, in proposito scriveva che: “…..Seguivano SKIDROS e Laos, colonie di Sibari, di cui abbiamo già avuto modo di discorrere. Teneva lor dietro Pixous, la Buxentum dei Romani. Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……(p. 295) Locri mediante le colonie di Ipponio e di Messana raggiungeva i medesimi fini e gli abitatori di Siris sino dal VI secolo, risalendo il fiume omonimo, giungevano presso ai monti ed alle marine di Pyxous o Bussento. Questa rivalità aveva destata la gelosia delle vicine città Achee di Sibari e Metaponto. Etc..”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 202 e sgg, in proposito scriveva che: “Sibari esercitava il suo commercio risalendo il corso del Crati ed importando merci greche particolarmente sulle coste del Tirreno. Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, etc…“. Il Pais, a p. 258, in proposito scriveva pure che: “I Milesi importavano in Sibari vasi, vesti e preziosi prodotti dell’Oriente e ne esportavano materie prime. Per mezzo della città amica inviavano le loro mercanzie a Laos, a Skidros, a Posidonia, colonie dei Sibariti, e, come abbiamo già notato, ve le ritiravano i Tirreni signori appunto del paese limitofo a Posidonia. Gli Etruschi consegnavano in cambio fra l’altro metalli, rame, stagno ed il ferro dell’Elba, che fu poi sottoposta alla vicina Populonia.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. II, Libro II, cap. VIII “Civiltà Italiota e civiltà Etrusca”, a pp. 478-479, in proposito scriveva che: “Per quanto, come osservammo, i Sibariti esercitavano più che altro un commercio in transito, trasportando per via interna dall’Ionio al Tirreno le merci provenienti per opera dei Milesi dall’Oriente, e, viceversa sull’Ionio, quelle che per mezzo dei suoi coloni di Posidonia, di Lao e di Scidro venivano dall’Etruria, è ovvio che….”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 62-63 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad ogni modo resta sempre l’incognita della via che avrebbero tenuto questi aiuti, grandi o piccoli: non per mare, perchè, per le condizioni nautiche di allora, i navigli dovevano costeggiare la terra, che per lungo tratto, sia dalla parte del Ionio, che del Tirreno, era in possesso dei nemici; resta l’ipotesi più ammissibile, che essi cioè abbiano seguito la stessa strada delle carovane, che trasportavano le mercanzie da Sibari a Lao, vale a dire attraverso il passo di Campotenese. Ma anche questo cammino, per quanto breve, non doveva essere molto agevole per le forse che si fossero recate a Sibari, perchè gli indigeni, che furono molti ad insorgere dopo la sconfitta, e a recuperare il loro territorio, avevano ostacolato in mille modi i movimenti di queste truppe.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. V – Metaponto, Siri e Lagaria”, a p. 139 parlando di Pixunte e della lega Achea, in proposito scriveva che: “…alleanza la quale prova indirettamente l’esistenza d’una strada commerciale assai frequentata, che poneva in comunicazione le due città da un mare all’altro attraverso la penisola, molto ristretta in quel punto, risalendo dalla costa orientale il fiume Siri sino alle sorgenti e discendendo di là sul litorale occidentale ove stava Pixunte (1). Etc…”. Il Ciaceri, a p. 139, nella nota (1) postillava che: “(1) v. Lenormant I p. 207 sg. “. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Palinuro, a p. 268, in proposito scriveva che: “Gli scavi archeologici del 1939, eseguiti dal compianto amico P. C. Sestieri (5) su tutta l’altura di S. Paolo che sovrasta l’abitato,……Ceramica che presenta netti caratteri d’identità con queli della Peucezia, con quella di Sala Consilina e Atena Lucana, per cui sarebbe da riconsiderare l’affermazione di Dionigi (I, 11 sgg.) sulla venuta di enotri e peucezi dall’Arcadia e da ammettere che proprio da Palinuro partisse una delle carovaniere per la Valle di Diano. Carovane che trasportavano ceramica locale e ceramica ionica che alla vicina Pixous (Bussento), Policastro) giungeva per la via istimica da Siris e la ceramica ionica e attica a mezzo dei mercanti focei. Manufatti che venivano scambiati con il grano della ferace Valle del Tanagro, di quel lago pleistocenico svuotatosi in epoca storica. Grano che anche dopo la caduta di Sibari (a. 510 a.C.,) i focei di Velia (10) continuarono a trasportare ad Atene che ne acquistava sempre in maggiori quantità.”. Ebner, a p. 268, nella nota (5) postillava: “(5) P. C. Sestieri, Scoperte archeologiche in provincia di Salerno, “Bollettino d’Arte”, Roma, 1940, n. IV (estratto).”. Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “La Valle del Bussento in epoca arcaica”, a p. 27 e sgg., in proposito scriveva che: “Fu la studiosa transalpina Juliette de la Geniere che per prima, oltre trent’anni or sono, effettuò una prima ricognizione di tutta la zona alla ricerca di antichi abitati indigeni databili dal VI al V secolo a.C. (3). Lungo l’antico percorso carovaniero che in epoca arcaica univa il sudovest del Vallo di Diano col Tirreno meridionale la ricercatrice francese riconobbe il sito di tre probabili abitati indigeni di notevole funzione strategica: di Sontia nell’alta Valle del Bussento, del monte San Michele (a sud di Caselle) nel medio corso, di Roccagloriosa nell’ultimo tratto. La groppa di Sanza apparve alla studiosa come “il luogo più favorevole”(4) per un insediamento a guardia del trivio carovaniero (a sudovest dell’abitato, infatti, la carovaniera proveniente dal Vallo meridionale attraverso la piana del Lago subiva un’importante diramazione: piegava a sud per Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum, ad ovest per Molpa e Palinuro attraverso Rofrano Vetere e lungo il corso del Faraone/Mingardo)(5); del secondo abitato dopo quello di Sontia, che, secondo la de La Geniere, doveva sorgere sul monte San Michele “dominante i sentieri che scendono verso Policastro e Sapri”, furono rinvenuti molti frammenti di tegole d’epoca ellenistica (6); del terzo, infine, precisato sulla cresta rocciosa, lunga due chilometri da nord a sud, tra gli attuali paesi di Castel Ruggero e Roccagloriosa” (7), la studiosa raccolse pezzi di tegole antiche e frammenti di vasi a vernice nera risalenti alla fine del VI o al principio del V sec. a.C., ed altri ancora d’epoca ellenistica. Se questa è la situazione, in epoca arcaica il centro indigeno del San Michele costituì allora il primo nucleo abitato della zona, anteriore sia al centro lucano di ‘Laurelli’ sia, ovviamente, a quello medioevale dell’attuale Caselle in Pittari. Probabile testimonianza dell’abitato arcaico sono alcuni nuraghi in miniatura – sfuggiti all’indagine della studiosa transalpina – che – sorgono sulla sommità del San Michele: tumuli di pietre grezze riproducenti ambienti angusti in cui, forse, si seppelivano i defunti in posizione rannicchiata. Bel tre villaggi, dunque, tutti in posizione strategica, a difesa d’un perscorso carovaniero non lungo ma certo vitale per la sopravvivenza delle popolazioni dell’entroterra bussentino e del Vallo di Diano. Da Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum le carovane risalivano il corso del Bussento attuando la prima tappa a Roccagloriosa (il centro che, secondo Mario Napoli, era il più accreditato non solo per difendere l’ingresso della Valle del Mingardo e del Bussento ma anche per essere centro di raccolta e di scambio delle merci )(8), dove trovavano un’importante diramazione: procedevano verso nord lungo il corso del Faraone in direzione di Rofrano Vetere e della Croce di Pruno (passaggio obbligato per immettersi nella Valle del Calore)(9), piegava ad est verso la confluenza dello Sciarapotamo (ξηροποταμòσ, xeropotamòs, fiume secco) e di Vallone Grande nel Bussento risorto sotto Morigerati. Questo secondo percorso nel primo tratto doveva essere controllato e difeso dall’abitato del San Michele. E’ probabile ad ogni modo chea sudovest dell’attuale Caselle, più o meno all’altezza della contrada Laurelli, il tratturo subisse un’altra diramazione: piegasse ad est per salire sul San Michele, proseguisse vero nord in direzione della contrada Caporra e del passo della Decollata per immettersi facilmente nell’agro di Sontia (10). All’ultimo abitato situato a monte della Valle del Bussento si arrivva anche risalendo il corso del fiume: a norovest del San Michele, infatti, il tratturo scendeva alle falde della groppa sopra la quale sorge Caselle (versante orientale) e attraverso le contrade Mènnola, San Nicola (o Taverna), Campi e Forche, Cicirieddo, Santo Caselle, Iomàra, Sant’Aliéno, Terreno Jòdice saliva verso quella denominata Tonniello, donde entrava nell’agro di Sontia attraversando in successione quelle di Farnetàni, Ponte Nuovo, Tempe d’Agro, Petràro, senza seguire il tracciato attuale della Statale 517 (11). La carovaniera che da Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum si snodava lungo il corso del Bussento verso il Vallo, antica via del sale, difesa dai centri indigeni menzionati, dovette essere attiva sin dalla fine dell’VIII sec. a.C., quando la città di Sibari sullo Ionio cominciò a monopolizzare il commercio dei centri indigeni della costa tirrenica.”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (3) postillava: “(3) J. de La Genière, Alla ricerca di abitati antichi in Lucania, in “Atti e Memorie della Società Magna Grecia”, V (1964), pp. 129-140″. Il Fusco, a p. 78, nella nota (4) postillava: “(4) Ivi, p. 136”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (5) postillava: “(5) F. Fusco, Quando la storia tace etc…, op. cit., p. 182 seg.; Capitulationes et Pacta etc.., cit., p. 163”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (9) postillava: “(9) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc.., vit., p. 163”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (10) postillava: “(10) Idem, Quando la storia etc.., cit., p. 186”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (11) postillava: “(11) Ivi, p. 185. Sempre alle falde orientali del colle sopra il quale sorge l’abitato di Caselle forse s’apriva un secondo tratturo che, superato il Bussento, si inoltrava verso oriente nella Valle della Bacùta in direzione del Fortino di Casaletto Spartano e della Valle del Noce.”. Amedeo Maiuri (….), nella sua relazione per il 2° Convegno di studi sulla Magna Grecia tenutosi a Taranto (quello del 1962), il cui dibattito è stato pubblicato nel testo “Le via della Magna Grecia”, in seguito riproposto da Mario Napoli (….), nel suo “La Magna Grecia”, a p. 61, in proposito scriveva che: “Quando venne proposto lo studio delle vie, quale tema del 2° Convegno di studi sulla Magna Grecia, era ovvio che si avesse presente la ricognizione e possibilmente l’esatta identificazione delle vie istmiche, delle vie cioè che dovevano servire a stabilire comunicazioni e traffici fra il versante ionico e il versante tirrenico, e soprattutto fra le città metropoli sullo Jonio e le loro filiali o federate o indipendenti, in funzione di scali marittimi, sul Tirreno…..il lavoro da fare, in un terreno così tormentato, qual’è quello della Calabria e della Lucania, era quello di una ricognizione aerea e di una ricognizione pedonale che riprendesse il filo delle vecchie vie mulattiere, degli antichi valichi etc…Bisognava insomma riprendere la tradizione dei viaggiatori inglesi del primo Ottocento etc…”, a p. 63, egli scriveva pure che: “Non era agevole per Sibari aprirsi un varco verso il Tirreno; la chiusa e serrata catena dei monti di Paola a ponente e l’alta muraglia del Pollino a nord con la sua vetta a 2200 metri, venivano a costituire due barriere invalicabili, e poichè il Tirreno non offriva in quel settore, al pari dello Jonio, alcun porto naturale, si trattava di scegliere l’estuario di quei fiumi che si prestassero a scalo marittimo. Estuario e scalo eccezionalmente favorevoli offriva il Lao, il primo grande corso d’acqua, il più ricco di affluenti a nord dell’altopiano del Pollino: seguivano dopo altri minori corsi d’acqua di carattere più torrentizio, il Pixùs con l’omonima città, antico scalo di Siris e della Siritide, il fiume Alento porto della città di Elea e il Silaros (Sele) nella piana di Posidonia…..il fiume Lao dovè costituire il primo importante scalo marittimo di Sibari; da ciò la fondazione di quella colonia tirrena che le fonti rivendicano concordemente a Sibari e che veniva ad essere la città di confine tra la Lucania e il Bruzio…..”. Il Maiuri, a p. 66, continuando il suo racconto scriveva: “E’ opinione corrente che la via del commercio sibaritico, fin dalla sua prima prospera espansione e dai contatti e dagli scambi con il commercio etrusco, avvenisse per via carovaniera sulla prima balza del Pollino a traverso l’altipiano di Campotenese fino a raggiungere il corso del Lao e di là ridiscende il fiume fino al grande estuario e al suo emporio fluviale e marittimo: per raggiungere l’altopiano di Campotenese, prima della strozzatura che lo chiude verso l’attuale scoscesa via della ‘Dirupata’ per Castrovillari, si risaliva il corso dell’antico Sybaris (Coscile) che fa capo all’antico e odierno paese di Morano, da cui ha inizio il vero e proprio altopiano. Ma era indubbiamente una ia lunga e disagevole….Il calcolo quindi che fa il Lenormant che un carro o una bestia someggiata potesse compiere in due giorni il percorso da Sibari a Lao passando per Camptenese, non può essere certo applicato a un grosso commercio carovaniero qual’era quello di Sibari e alla natura dei suoi prodotti d’esportazione. A ciò s’aggiunga che la via carovaniera di terra poneva Sibari, nella prima metà del VI secolo, a contatto con lo sbocco della via carovaniera di Siris verso il corso del Bussento (‘Pixùs’), contatto che, fino a quando Siris esercitò il suo florido commercio di concorrenza, Sibari, dovè evitare cercando di raggiungere Lao con una via più diretta e indipendente. Tale via era offerta dalla valle dell’Esaro che conduce agevolmente con il suo corso e le sue sorgenti al valico di Belvedere e alla sua rada. Etc..”.
Laos e Scidros, antiche colonie magno greche fondate da Sibari
Dalla Treccani on-line leggiamo che Lao fu antica colonia greca dell’Italia meridionale, fondata; intorno al 600 a. C., dai Sibariti sulla costa tirrenica della Lucania meridionale: la località è da ricercarsi probabilmente in prossimità dell’odierna Scalea, presso la foce del fiume Lao o Laino. Lao fu presto fiorente; nel 510 a. C., quando Sibari fu distrutta, i suoi cittadini profughi trovarono rifugio a Lao e a Scidro; e di qui presero le mosse i varî tentativi di ricostruzione della distrutta città. Lao fu una delle prime città della Magna Grecia che soggiacquero all’impeto delle stirpi osche prementi dall’interno della penisola verso il mare: verso il 400 a. C. doveva già essere caduta in mano dei Lucani. Nel 389, quei di Turi tentarono di riconquistarla; ma nel territorio stesso della città il loro esercito subì da parte di quello lucano una tremenda disfatta. Nel sito di Lao sorse più tardi la stazione romana di Lavinium, nel cui nome si riflette forse quello preellenico della città. Bibl.: M. La Cava, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, Napoli 1819; G. Gioia, Memorie storiche sopra Lainos, Napoli 1883; D. Marincola-Pistoia, Di Terina e di Lao, Catanzaro 1886; E. Pais, Storia della Sicilia e della Magna Grecia, Torino 1894; G. Giannelli, Culti e miti della Magna Grecia, Firenze 1924, p. 300 segg.; id., La Magna Grecia da Pitagora a Pirro, Milano 1928, pp. 65-71; E. Ciaceri, Storia della Magna Grecia, I, 2ª ed., Roma 1928, p. 270 segg.; II, ivi 1927, pp. 396, 420; E. Galli, in Not scavi, 1932, p. 323 segg. Gioia Giuseppe, Memorie storiche e documenti sopra Lao, Laino, Sibari, Tebe – Lucana della. Magna Grecia città antichissime, Napoli, 1883.
Nel V sec. a.C., Erodoto di Alicarnasso o di Thurii, nelle sue Storie ci parla di SCIDRO
Erodoto, detto di Alicarnasso o di Thurii, (in greco antico: Ἡρόδοτος Hēródotos, pronuncia: [hɛːródotos]; Alicarnasso, 484 a.C. – Thurii, circa 425 a.C.) è stato uno storico greco antico, fu considerato da Cicerone come il «padre della storia». Nella sua opera, ispirata a quella dei logografi (in particolare Ecateo di Mileto), egli cerca di individuare le cause che hanno portato alla guerra fra le poleis unite della Grecia e l’Impero persiano ponendosi in una prospettiva storica, utilizzando l’inchiesta e diffidando degli incerti resoconti dei suoi predecessori. Della misteriosa ed antichissima ed in seguito scomparsa colonia greca ‘Scidro’, ci dà notizia Erodoto nel VI Libro delle Storie. Secondo Wikipedia Erodoto nel V libro delle città ioniche guidate da Aristagora insorgono contro il dominio di Dario I e di seguito la ribellione viene sostenuta in Ellade dai politici Milziade e Aristide i quali formano un esercito oplita. La battaglia si svolge nel 490 a.C. a Maratona e l’esercito greco, di gran lunga inferiore di numero a quello nemico, riesce a sconfiggere Dario. La vittoria la si deve all’unione delle polis Sparta e Atene e al coraggio degli uomini ellenici. Non molti anni dopo il figlio di Dario Serse riprende il progetto espansionistico del padre e assalta alcune città ioniche come Mileto (libro VII). Ora veramente l’intera Grecia è minacciata e tutte le polis, dopo il sacrificio dello spartano Leonida alle Termopili, si uniscono politicamente e militarmente per fronteggiare il copioso esercito di Serse. Nel Libro VI delle sue “Storie”, egli racconta che, nel 510 a.C., qui ed a Lao vi trovarono rifugio i profughi dell’allora fiorente colonia greca Sibari, distrutta poi dalla rivale città dio Crotone. Nel Libro VI delle Storie Erodoto narra che i Sibariti privati della loro città andarono ad abitare nelle colonie Lao e Scidro. Erodoto, (….) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, et Sipron incolebant” (i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero “Scidron” perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. In questo centro e a Laos, secondo il grande storico greco, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. L’opera storiografica di Erodoto, le Storie (Ἱστορίαι), è divisa in 9 libri, secondo una divisione operata dai grammatici alessandrini. Le citazioni di Erodoto in opere successive sono numerosissime, sia per quel che riguarda i contenuti, sia per quel che riguarda il suo stile. Dionigi di Alicarnasso fu un grande estimatore del suo stile, mentre Plutarco scrisse un intero trattato contro di lui, il De Herodoti malignitate, anche se nelle sue opere utilizza abbondantemente l’opera di Erodoto.
Nel VI sec. a.C., il ‘Periplo’, opera di Pseudo Scylace, a cui si rifà Erodoto che è l’autore più antico che cita la colonia magno greca di Scidro
Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a p. 168 parlando delle coste Tirreniche, in proposito scriveva che: “Lo Pseudo Scylace (Peripl., 2) ricorda lungo queste coste, dopo Poseidonia e Velia, le città greche di Laos, fondazione di Turi, Pandosia, Platea, Terina, Ipponio, Medma, e quindi il promontorio e la città di Reggio; Pomponio Mela (‘De Chorograf., II, 69), ricorda Buxento, Blanda ecc…”. Dunque, Mario Napoli scriveva che l’unico autore dell’antichità che ricorda l’antica colonia magno greca di Scidro è lo scrittore Erodoto. Mario Napoli però scrive pure che la colonia Sibaritica di Lao viene ricordata dal geografo Pseudo Scylace. Stessa notizia fu citata da Ettore Pais (….), nella sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, dove l’autore a p. 247, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Su Scidro, colonia di Sibari, Herodt. VI, 21, su Lao v. Herodt. l. c.; Strab. VI, p. 253; C; cfr (SCYL.) 12 ove in luogo della distrutta Sibari si nomina Turio. Il testo dei codici Ποσειδω. ιαι χαι ‘Ελαα Θουριων απ si può semplicemente correggere Ποσειδωγια χαι Λαος Θουριων αποιχιαι, e senza aggiungervi ‘Elea’, la colonia focese, come piace a C. Muller, ad l. G.G. M. I, p. 20. Sulle monete di Lao del VI sec. v. Head, op. cit., p. 61.”. Ettore Pais (…), riguardo il periplo di Scylace postillava che: “(1) Su Scidro, colonia di Sibari, Herodt. VI, 21, etc…”, aggiungendo che “su Lao v. Herodt. l. c.; Strab. VI, p. 253; C; cfr (SCYL.) 12 ove in luogo della distrutta Sibari si nomina Turio.”. Dunque, sulla colonia Sibaritica di Scidro, colonia magno greca fondata sulle coste del mare Tirreno, ha scritto solo Erodoto ma, esiste un collegamento storico con il geografo Pseudo Scylace perchè pare che a questo geografo fosse uno pseudonimo dello stesso Erodoto. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a pp. 43-44, in proposito scriveva che: “Con il termine ‘Leukania’ lo Pseudo Scillace indica una regione che va dalla foce del fiume Silaro, sul mar Tirreno, fino a Turi, sul mar Ioniom e che rispecchia la situazione cronologica riferibile al periodo tra la fine del V secolo a.C., quando ha inizio la sottomissione dei Greci da parte dei Lucani, e la metà del IV quando i Bretii impongono appunto il loro predominio alla regione che risulta una penisola (61). Queste notizie vengono attinte dal cosidetto “Periplo”, un manuale dal carattere più tecnico-nautico che etnografico con un’arida descrizione delle coste dell’Italia e della Sicilia, scritto essenzialmente ad uso dei navigatori, attribuito a torto a Scillace di Carianda vissuto nel IV sec. a.C.. L’opera risale appunto alla prima metà del IV, ma, almeno per la sua fonte, utilizza dati più antichi (62); conosce pertanto i Lucani nell’Italia meridionale (par. 12 e 14) a sud dei Sanniti ed accanto agli Japigi, sul mar Tirreno e sul mar Ionio, riflettendo una situazione cronologicamente anteriore alla data della separazione dell’elemento bruzio da quello lucano. Tali indicazioni non divergono molto da quelle fornite dal racconto di Strabone. Etc…”. La Catalano, a p. 43, nella nota (61) postillava che: “(61) PSEUDO-SCYL., Perip. par. 12: η δε Λευχανια εστιν αχτη; il suo periplo risulta di sei nycthemeriae e comprende le seguenti città greche: Posidonia, Elea, Laos, (colonia di Turi), Pandosia, Plateeis, Terina, Ipponio, Mesma e Regio, di cui è ricordato anche il promontorio. L’elenco delle fonti per la descrizione della Lucania, associata con quella del Bruzio è tracciato da C. Turano, Le conoscenze geografiche del Bruzio nell’antichità classica, in “Klearchos”, XVII, 1975, pp. 35-47 passim”. La Catalano, a p. 44, nella nota (62) postillava che: “(62) Cfr. J. Berard, La Magna Grecia, Torino, 1963, p. 28, n. 64”. Infatti, leggendo Wikipedia il Periplo di Scilace (titolo completo in greco Σκύλακος Καρυανδέως Περίπλους τῶν ἐκτὸς τῶν Ἡρακλέους στηλῶν, Periplo esterno alle colonne di Eracle) è un antico periplo, risalente alla fine del VI secolo a.C., di cui resta una copia o un’epitome successiva databile al IV secolo a.C., o Periplo dello Pseudo-Scilace (titolo completo in greco Σκύλακος Καρυανδέως Περίπλους τῆς θαλάσσης τῆς οἰκουμένης Εὐρώπης καὶ Ἀσίας καὶ Λιβύης, Periplo dell’ecumene marittima di Europa, Asia e Libia). Molti ritengono, tuttavia, che il nome di Scilace sia piuttosto un richiamo pseudoepigrafo all’autorità di Erodoto, il quale cita uno Scilace di Carianda: navigatore greco già al servizio del Re dei Re di Persia Dario I in qualità di esploratore del basso corso dell’Indo e della costa vicina alla sua foce. Scilace fa una circumnavigazione in senso orario del mar Mediterraneo e del mar Nero, partendo dall’Iberia e terminando in Africa occidentale, oltre le colonne d’Ercole. La parte africana deriva chiaramente dal Periplus di Annone il Navigatore. Ne resta un manoscritto, quello di Pithou. Il Periplo di Scilace fu pubblicato la prima volta ad Augusta nel 1600 da David Höschel, assieme ad altre opere cartografiche greche minori. Ad Amsterdam il Periplo venne ripubblicato dal Vossius, nel 1639; poi da Hudson nel suo Geographi Graeci minores. A Parigi fu ripubblicato nel 1826 da Gail; a Berlino lo ristampò nel 1831 R.H. Klausen.
Nel V sec. a.C., ERODOTO di Alicarnasso o di Thurii, nelle sue Storie ci parla di SCIDRO
Erodoto, detto di Alicarnasso o di Thurii, (in greco antico: Ἡρόδοτος Hēródotos, pronuncia: [hɛːródotos]; Alicarnasso, 484 a.C. – Thurii, circa 425 a.C.) è stato uno storico greco antico, fu considerato da Cicerone come il «padre della storia». Nella sua opera, ispirata a quella dei logografi (in particolare Ecateo di Mileto), egli cerca di individuare le cause che hanno portato alla guerra fra le poleis unite della Grecia e l’Impero persiano ponendosi in una prospettiva storica, utilizzando l’inchiesta e diffidando degli incerti resoconti dei suoi predecessori. Della misteriosa ed antichissima ed in seguito scomparsa colonia greca ‘Scidro’, ci dà notizia Erodoto nel VI Libro delle Storie. Secondo Wikipedia Erodoto nel V libro delle città ioniche guidate da Aristagora insorgono contro il dominio di Dario I e di seguito la ribellione viene sostenuta in Ellade dai politici Milziade e Aristide i quali formano un esercito oplita. La battaglia si svolge nel 490 a.C. a Maratona e l’esercito greco, di gran lunga inferiore di numero a quello nemico, riesce a sconfiggere Dario. La vittoria la si deve all’unione delle polis Sparta e Atene e al coraggio degli uomini ellenici. Non molti anni dopo il figlio di Dario Serse riprende il progetto espansionistico del padre e assalta alcune città ioniche come Mileto (libro VII). Ora veramente l’intera Grecia è minacciata e tutte le polis, dopo il sacrificio dello spartano Leonida alle Termopili, si uniscono politicamente e militarmente per fronteggiare il copioso esercito di Serse. Nel Libro VI delle sue “Storie”, egli racconta che, nel 510 a.C., qui ed a Lao vi trovarono rifugio i profughi dell’allora fiorente colonia greca Sibari, distrutta poi dalla rivale città dio Crotone. Nel Libro VI delle Storie Erodoto narra che i Sibariti privati della loro città andarono ad abitare nelle colonie Lao e Scidro. Erodoto, (….) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, et Sipron incolebant” (i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero “Scidron” perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. In questo centro e a Laos, secondo il grande storico greco, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. L’opera storiografica di Erodoto, le Storie (Ἱστορίαι), è divisa in 9 libri, secondo una divisione operata dai grammatici alessandrini. Le citazioni di Erodoto in opere successive sono numerosissime, sia per quel che riguarda i contenuti, sia per quel che riguarda il suo stile. Dionigi di Alicarnasso fu un grande estimatore del suo stile, mentre Plutarco scrisse un intero trattato contro di lui, il De Herodoti malignitate, anche se nelle sue opere utilizza abbondantemente l’opera di Erodoto.
Nel V sec. a.C., il toponimo “SIPRON” citato da Erodoto di Alicarnasso, nelle sue Storie
Della misteriosa ed antichissima ed in seguito scomparsa colonia greca di ‘Scidro’, ci dà notizia Erodoto nel VI Libro delle Storie. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a p. 430 parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Appresso pochissimo degli antichi trovo di esso fatta menzione. Uno di questi fu Erodoto , l’altro Frontino. Quello non solo ci dà lume di esserci stato, ma anche da chi abitato: Questo ci fa sapere verso i suoi tempi qual fosse. Allor che i Crotoniati distrussero Sibari a tempo di Dario Istarpe (I) circa l’olimpiade LXX, siccome molti scrivono, i Sibariti all’eccidio avanzati, per vaj luoghi si dispersero: altri andarono in Posidonia, siccome sopra s’è detto altri ad abitar Lao, o Talao, Città dagli Argonauti edificata, ed alcuni vennero diceotto miglia ad occidente a Sapri. De’ primi che andarono in Posidonia ci diede fra gli altri notizia Strabone. De’ secondi, il già citato Erodoto nel lib. 6, narrando i travagli che Milesj da’ Persiani soffrivano, e la poca corrispondenza da quelli ne’ Sibariti trovata, così in latino c’è il dice: “Haec Milesiis a gente Perfarum passim parem gratiam non reddiderunt Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon et Sipron (2) incolebant: Nam Sybari a Crotoniatis direpta, universi Milesii puberes at moestitiam ostendendam caput abraserum, et luctum exhibuerunt. Abitavan dunque Sibariti, ed in Lao, ed in Sipro, che dalla costante inveterata opinione di tutti fu creduto esser detto anche ‘Sybaris’ dal nome dell’abbandonata (3) patria, e nel corso degl’anni corottamente poi fu detto Sapri.”. L’Antonini, a p. 430, nella nota (1) postillava che: “(I) Se sia vero, che in questa distruzione di Sibari intervenne ancor Pittagora, il qual fiorì regnando Servio Tullio in Roma, non pare che cadesse Dario Istarpe, che secondo il P. Petavio cominciò nel 4193. del mondo, al di cui anno, secondo la stessa Cronologia, non arrivò Tullio, essendo morto verso l’anno 4181. ‘Vid. Athen. temp. Sigonii.”. Sempre l’Antonini, a p. 430, nella nota (2) postillava che: “(2) Il trovarsi in alcuni esemplari scritto Scidron, e non Sipron ha fatto credere all’Olstenio, che sia piuttosto il Cetraro per una certa conformità di nome; ed anche appresso Stefano si legge: ΣΚΙΔΡΘC παλις Ιωλιας Το………
L’archeologo Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a pp. 177-181 dove ci parla di Scidro. In particolare il Napoli, a p. 182 in proposito scriveva che: “L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s.v. Σχιδρος , con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele). Ecc…”. Dunque, l’archeologo Mario Napoli, scriveva che il geografo Strabone (….), nella sua “Geographia”, non accenna mai alla colonia di Scridro. Il Napoli scriveva che questa colonia dei Sibariti, sorta probabilmente solo dopo la caduta di Sibari, del ‘510 a.C., si fa cenno in Erodoto (….) e, nel passo precedente a p. 177, il Napoli dice che Erodoto ci parla di Scidro nella sua opera “(Herod. VI, 21)”. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), credeva che la città in un primo tempo fosse ‘Sibarys’ e in seguito si chiamò ‘Sapri’(Subaris-Subaron-Sipron-Sapron )”. Oreste Dito (….), che nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 88 parlando di Lao, in proposito scriveva che: “La distruzione di Sibari ci fa conoscere negli storici l’esistenza di Laos. Erodoto ricorda che à Milesii che soffrirono da parte dei Persiani, non corrisposero i Sibariti, che, espulsi dalla loro città, abitavano Laos e Skidro. Imperocchè essendo stata presa Sibari dai Crotoniati, i milesii tutti in età vigorosa si rasero i loro capi e fecero gran lutto ecc…”. Dunque, anche Oreste Dito, sulla scorta di Ettore Pais (…) ci segnala il racconto di Erodoto, lo storico greco ci racconta della disfatta di Sibari da parte dei Crotoniati. L’archeologo Mario Napoli ci ricorda che attraverso il racconto di Erodoto di Alicarnasso veniamo a sapere che in seguito alla distruzione di Sibari nell’anno 510 a.C., i profughi sibariti si rifugiarono sulle coste del Tirreno ed andarono nelle loro due colonie: Scidro e Lao. Secondo il grande storico greco Erodoto, in questo centro e a Laos, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510 a.C. Egli racconta che, nel 510 a.C., a Scidro ed a Lao vi trovarono rifugio i profughi dell’allora fiorente colonia greca Sibari, distrutta poi dalla rivale città dio Crotone. Il barone di San Biase, Giuseppe Antonini (….), a p. 430 così scriveva in proposito alla colonia Sibaritica di Scidro: “Appresso pochissimi degli antichi trovo di esso fatta menzione. Uno di questi fu Erodoto, l’altro Frontino. Quello che solo ci da lumi di esserci stato, ma anche da chi abitato: Questo ci fa sapere verso i suoi tempi qual fosse. Allor che i Crotoniati distrussero Sibari al tempo di Dario Istaspe (1), circa l’Olimpiade LXV, siccome molti scrivono, i Sibariti all’eccidio avanzati, per varj luoghi si dispersero: altri andarono in Posidonia, siccome sopra si è detto, altri ad abitar Lao o Talao, città degli Argonauti edificata, ed altri vennero dieciotto miglia più ad occidente a Sapri. De primi che andarono in Posidonia ci diede notizia Strabone. Dei secondi, il già citato Erodoto nel libro 6, narrando i travagli che i Milesi, da Persiani soffrivano, e la poca corrispondenza da quelli ne’ Sibariti trovata, così in latino ce’ il dice: ‘Haec Milesiis a gente Persarum passis parem gratiam non reddiderunt Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, Sipron (2) incolebant: Nam Sybari a Crotoniatis direpta, universi Milesii, puberes ad moestitiam ostendendam caput abraserunt, luctum exbibuerunt’. Abitavan dunque Sibariti ed in Lao, ed in Sipro, che dalla costante inveterata opinione di tutti fu creduto essere detto anche Sybaris, dal nome dell’abbandonata (3) patria, e nel corso degli anni corrottamente poi fu detto Sapri”. Dunque, nel 1745, nella sua prima edizione della “Lucania”, il barone Antonini, parlando di Sapri, citava il libro VI di Erodoto. L’Antonini scriveva che Erodoto “….narrando i travagli che i Milesi, da Persiani soffrivano, e la poca corrispondenza da quelli ne’ Sibariti trovata, così in latino ce’ il dice: ‘Haec Milesiis a gente Persarum passis parem gratiam non reddiderunt Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, Sipron (2) incolebant: Nam Sybari a Crotoniatis direpta, universi Milesii, puberes ad moestitiam ostendendam caput abraserunt, luctum exbibuerunt’. Abitavan dunque Sibariti ed in Lao, ed in Sipro, che dalla costante inveterata opinione di tutti fu creduto essere detto anche Sybaris, dal nome dell’abbandonata (3) patria, e nel corso degli anni corrottamente poi fu detto Sapri”. Dunque, l’Antonini, ricordava una frase di Erodoto: ‘Haec Milesiis a gente Persarum passis parem gratiam non reddiderunt Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, Sipron (2) incolebant: Nam Sybari a Crotoniatis direpta, universi Milesii, puberes ad moestitiam ostendendam caput abraserunt, luctum exbibuerunt’, che tradotto significa che: “Queste parole non restituirono un uguale favore ai Milesi, che avevano sofferto dal popolo dei Persiani, i Sibariti, che, dopo aver spogliato la città, abitarono Laon, Sipron; …”. Dunque, l’Antonini ricorda il “Sipron” di Erodoto. Erodoto, nel libro VI delle sue “Storie”, parlando della guerra Persiana, dei Milesi e dei Sibariti, citava il centro pre-ellenico o italico di “Sipron”. L’Antonini, a p. 430, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Il trovarsi alcuni esemplari scritto ‘Scidron’, e non ‘Sipron’ ha fatto credere all’Olstenio, che sia più tosto il Cetraro per una certa conformità di nome; ed anco appresso Stefano si legge ΣΚΙΛΡΘC………………..Scidrus Urbs Italiae, gentile Scidranus.”. Dunque, l’Antonini, citava L’Olstenio e Stefano di Bisanzio. Nella mia Relazione sull’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, in proposito al toponimo di “Scidro” scrivevo che: “Erodoto, (24) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, et Sipron icolebant” (i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero “Scidron” perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. In questo centro e a Laos, secondo il grande storico greco, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. Ecc…”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 71 parlando di Buxentum, in proposito scriveva che: “Molti scrittori, dietro la lezione sbagliata d’un testo d’Erodoto, vollero porre a Sapri la ‘Scidro’ d’Erodoto (la lez. era ‘Sipron’); ecc…”. Dunque, alcuni hanno letto in Erodoto “SIPRON” altri invece hanno letto SKIDROS. Nicola Corcia (…), in proposito, affermava che l’Antonini sbagliasse a leggere Erodoto il quale parlava di Sipron e non di Skidron. Riguardo poi al toponimo “Sipron” che la storiografia locale persiste a riesumare, sulla scorta della citazione dell’Antonini, e di cui il Corcia credeva fosse un abbaglio, Carlo Battisti (….), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” diceva, tra l’altro: “consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…..Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi”. Il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, nella mia nota (32) postillavo che: “(32) Battisti C., Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964.”. Riguardo la citazione di Erodoto (….), nel 1894, a Palermo fu ristampato il testo di Ettore Pais (….), “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, dove l’autore a pp. 246-247 cita le città di Lao e Scidro e a p. 247 postillando di “Scidro” il Pais in proposito, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Su Scidro, colonia di Sibari, Herodt. VI, 21, su Lao v. Herodt. l.c.; Strab. VI, p. 253; C; cfr (SCYL.) 12 ove in luogo della distrutta Sibari si nomina Turio. Il testo dei codici Ποσειδω. ιαι χαι ‘Ελαα Θουριων απ si può semplicemente correggere Ποσειδωγια χαι Λαος Θουριων αποιχιαι, e senza aggiungervi ‘Elea’, la colonia focese, come piace a C. Muller, ad l. G.G. M. I, p. 20. Sulle monete di Lao del VI sec. v. Head, op. cit., p. 61.”. Il testo di Pais Ποσειδωγια χαι Λαος Θουριων αποιχιαι significa che: “Colonie di Poseidonia e Laos Thurion”. Dunque, nella sua nota (1) a p. 247 il Pais (…) citava i corretti riferimenti di rimando al racconto di Erodoto (….), in cui egli accennava alla colonia Sibaritica di Scidro. Erodoto, (…) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “Sybaritae, qui Urbeexuti, Laon, et Sipron icolebant” ( i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero ‘Scidron’ perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. Secondo il grande storico greco Erodoto, in questo centro e a Laos, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. Erodoto, (…) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “Sybaritae, qui Urbeexuti, Laon, et Sipron icolebant” ( i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero ‘Scidron’ perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, il toponimo di Scidro, la cui matrice è di origine greca, è riferito ad una colonia della Magna Grecia, sorta e fondata da profughi di un’altra colonia della Magna Grecia: Sibari. Sybaris (Sibari), colonia greca sulla costa ionica fra i fiumi Crati e l’omonimo fiume Sibari, celebre per la sua ricchezza e raffinatezza e per il suo ciclo di vita altrettanto splendido che breve, la sua prosperità, i rapporti con paesi lontani e la fine precoce e violenta (511- 510 a.C.), hanno reso leggendaria Sibari già nel mondo antico. Erodoto, (….) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, et Sipron incolebant” (i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero “Scidron” perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. In questo centro e a Laos, secondo il grande storico greco, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. Erodoto, (…) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “ Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon,et Sipron icolebant “ ( i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero ‘Scidron‘ perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. Secondo il grande storico greco Erodoto, in questo centro (a Scidro) e a Laos, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. Nel Libro VI delle Storie Erodoto narra che i Sibariti privati della loro città andarono ad abitare nelle colonie Lao e Scidro.
La leggenda di SCIDRO, eroe eponimo della colonia magno-greca, che fondò l’omonima città e che sposò Siri, figlia del re Morgete
Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a pp. 42-43, in proposito scriveva di Scidro che: “….questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “v. Etym. Magn., s. v. Σìρις “. La figlia del re Morgete si chiamava Siri e secondo la tradizione Siri aveva sposato Scidro. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, nel 1940, a p. 274, in proposito scriveva di Scidro che: “Ora la supposizione che Siri, alleata di Pixunte, da quando s’era formata la lega achea esercitasse anche la sua influenza su Scidro, nonostante questa fosse colonia di Sibari, troverebbe conferma nella leggenda secondo cui la figlia del re Morgete, Siri, sarebbe stata moglie di Scidro, l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro, – ove si potesse dare come sicura l’interpretazione dell’antico racconto (5).”. Il Ciaceri a p. 274, nella sua nota (5) postillava che: “(5) v. s. a p. 134 n. 2.”. Il Ciaceri scriveva che l’alleanza (“Lega Achea”) tra le due colonie greche di Siris, sullo Ionio e l’altra di Pixunte sul Tirreno, troverebbe conferma nella leggenda “secondo cui la figlia del re Morgete, Siri, sarebbe stata moglie di Scidro, l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro”. Il Ciaceri scriveva pure che la lega Achea, l’alleanza che avrebbero stretto Siris e Pixunte avrebbe avuto anche influenza sulla vicina colonia greca di Scidro, nonostante questa fosse una colonia della città greca di Sibari sullo Ionio. Dunque, secondo il Ciaceri vi era la leggenda di Siri, figlia del re Morgete (il re dei Morgeti, popolazione italiota) che avrebbe sposato Scidro. “Siri”, figlia del re Morgete, avrebbe sposato “Scidro” che lui chiama “eroe eponimo”. Cos’è un eroe eponimo ?. Da Wikipedia leggiamo che L’eponimo (dal greco ἐπώνυμος, composto di ἐπί, «sopra», e ὄνομα, «nome») è un personaggio, sia esso reale o fittizio, che dà il suo nome a una città, un luogo geografico, una dinastia, un periodo storico, un movimento artistico, un oggetto o altro. Il termine viene spesso utilizzato per indicare il personaggio, in genere mitico, a cui si attribuiva la fondazione di una città o di una stirpe. Poteva altresì indicare la divinità protettrice: per esempio Atena protettrice della città greca di Atene. Dunque, il Ciaceri intendeva dire che “Scidro” sarebbe stato l’eroe eponimo in quanto egli sarebbe stato un personaggio (in questo caso, secondo la eggenda, sarebbe stato il marito di Siri, figlia del re Morgete) che diede il suo nome a una città, un luogo geografico, ovvero diede il suo nome alla sua città omonima di “Scidro”. In questo caso, l’eroe eponimo del Golfo di Policastro, sarebbe Scidro, il quale, secondo la leggenda sarebbe stato sposato con Siri, figli del re Morgete e, dunque, col suo eponimo si è chiamata la piccola colonia sibarita e magno-greca di Scidro sul Tirreno. Il Ciacieri “supponeva” che la “leggenda secondo cui la figlia del re Morgete, Siri, sarebbe stata moglie di Scidro, l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro”, o l’antico racconto, confermerebbe la “supposizione” che, la colonia magno-greca di: “Siri, alleata di Pixunte, da quando s’era formata la lega achea esercitasse anche la sua influenza su Scidro, nonostante questa fosse colonia di Sibari”. Dunque, il Ciacieri accenna alla leggenda, o antico racconto dell’unione di Siri, figli di Morgete, re dei Morgeti e di Scidro “ l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro”, dunque, Scidro il fondatore della colonia sibaritica di Scidro. Il Ciaceri a p. 274, nella sua nota (5) postillava che: “(5) v. s. a p. 134 n. 2.”. Nella ristampa anastatica dello stesso testo del Ciaceri del 1924 (forse la I edizione), la stessa notizia ci è data nello stesso Cap. IX, a p. 285, ma la nota cambia perchè ivi è la nota (2)(non la nota 5). Nella sua nota (2), il Ciaceri postillava che: “(2) v. s. a p. 139 n. 2.”. Dunque, è la stessa nota e ci dice che egli ne parla a pag. 139 del vol. I. E’ qui che il Ciaceri chiarisce meglio il suo pensiero scrivendo che nel racconto Etymologicum Magnum, che poi vedremo meglio, si legge Scindo e, non “Scidro”. Infatti, il Ciaceri parlando degli scambi commerciali che avvenivano tra le due potenti città Ioniche di Siris (alleatasi con Pixunte) e di Sibari, con la sua colonia sul Tirreno di Scidro, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Se nell’Etym. Magn. s. v. Σìρις, ove è ricordata Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo, invece di Σχìνδου si dovesse leggere Σχìδρου (v. Pais, Stor. d. Sic. e d. M. Grec., p. 225 n. 4), si potrebbe pensare che tale forma di leggenda fosse sorta intorno a quel tempo, in cui si sarebbe cercato di creare la giustificazione di buoni rapporti fra le città di Siri e Scidro, colonia di Sibari. E ciò indipendentemente da quanto scrive il Mayer Apulien p. 330 n. 3, il quale, leggendo egualmente nel testo in questione, non vedo perchè, pone il nome di Scidro in relazione con quello del fiume Chidro nella campagna di Lecce che ha visto ricordato dal De Giorgi, Prov. di Lecce, I, p. 13, II, p. 511.”. In questa nota, il Ciaceri cita Ettore Pais (…. e la sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, la nota n. 4 di p. 225, dove postillava che: “(4) Che Siris fosse fondata da Colofoni, dicevano Timeo ed Aristotele apd Athen. XII, p. 523 d. I coloni, da Strabone, l. c. sono semplicemente detti Ioni; v. Licofrone v. 989; (Aristot.) ‘de mirab. ausc.’ 106, p. 840 Bkk., ove il testo è assai corrotto sicchè ove si legge Πλειον va letto Πολιειον, e dove si dice che i Troiani vi avevano fondato una città detta Σιγειον va letto Σιριν, cfr. Steph. Byz. s.v. Πολίειον πόλις Ιταλίας ή πρότερον Σίρις καλουμένη . τὸ ἐθνικὸν Πολιειεύς ὡς τοῦ Σίγειον τὸ Σιγειεύς (cfr. s.v. Σιρις; v. anche Etym. Magn. s.v. ἀπὸ Πόλιθος ἐμπόρου ἢ ὅτι ᾿Αθηνᾶς πολιάδος ἱερὸν ἐν αὐτῇ ἐστι. Di questo simulacro di Atene parlano Strabone, l. c.; Iustin. XX, 2, 4, cfr. ‘Sch. Vet. ad Lycophr.’, v. 984. Aristotile e Timeo asserivano che prima dei Colofoni a Siris erano giunti Troiani, ma è chiaro che questa leggenda ha un’origine perfettamente uguale a quella dell’origine lida dei Tirreni. In altri termini i Colofoni Ioni identificarono gli indigeni Còni con i Troiani. Il mito di Calcante localizzato a Siris , v. Lycophr. v. 978 sqq ., come ha giustamente veduto il Geffcken, Timaios Geographie des Westens ( Berlin 1892 ) p . 14 si spiega con la colonizzazione dei Colofoni . Il mito infatti in origine è colofonio . Nell’Etym. Magn. s . v. Σιρις (Siri) si legge che il nome derivò alla città ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σκίνδου . Sul nome Σικελία ed i Morgeti v . s . p. 5 , n . 1 in luogo di Σκίνδου io credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito . Che se Siris è detta figlia di Metaponto, v. Schol. in Dionys. Per. v. 461 , o è confusa con Metaponto istessa v. STEPH. BYz . s . v. Mɛtañóvτtov , la ragione va cercata, come vedremo , nella conquista della città fatta dai Metapontini.”. Dunque, il Ciaceri scrive che in questo testo alla parola Σìρις , è ricordata “Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo”. Ciaceri scrive che nel testo medievale dell’Etym., il termine di Scindo si dovrebbe leggere diversamente. Il Ciaceri cita Ettore Pais (…) ed il suo “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, p. 225, n. 4. Infatti, il Pais, a p. 225, nella sua nota (4) postillava dell’origine di Siris e scriveva che: “(4) Nell’Etym. Magn. s.v. Σìρις si legge che il nome derivò alla città ………Sul nome Σιχελìα ed i Morgeti v. s. p. 5, n. 1 in luogo di ………io credo si debba leggere……..e le ragioni le dirò in seguito.”. Dunque, il Pais, a pp. 5-6 parla dei Morgeti e di Scidro. Il Pais postillava che: “Sul nome Σικελία ed i Morgeti v. s. p. 5 , n . 1 in luogo di Σκίνδου io credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito”. Infatti, il Pais, nella nota n. 1 di pp. 5-6 postillava che: “(1) Per lo stesso motivo dallo Scoliasta di Teocrito IV, 32, è detto che Crotone figlio di Aiace ἐν Σικελίᾳ ἔκτισε Κρότωνα e nel l’Etimologico Magno ad. v. Σιρις 714, 3 è detto che la città italiana di Sirio si chiamava ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σχ Σχιχου, ove non si allude, secondo me, ai Morgeti di Sicilia ma a quelli d’Italia. Ora, come diremo a suo luogo , Sicania, e Sicelia non sono che due forme dello stesso nome (v. cap. sg. ) . La persistenza della forma Sicania e del nome dei Sicani nel golfo Tarantino è attestata nella antichissima tessera di bronzo scoperta a Policastro sopra Crotone lo scorso secolo, ove si legge che una persona chiamata Σαωτις vende una casa ad un’altra persona chiamata ivi Σιχαινια, v. Inscr. Graec. Antiquiss. del RöнL n. 544.”. Il Ciaceri ed il Pais spesso citano l’archeologo tedesco Maximilian Mayer, italianizzato in Massimiliano Mayer (Prenzlau, 30 agosto 1856 – Lipsia, 1939) che scrisse l’opera Apulien vor und während der Hellenisierung, Lipsia, 1914 , dove, a “p. 330 n. 3, il quale, leggendo egualmente nel testo in questione, non vedo perchè, pone il nome di Scidro in relazione con quello del fiume Chidro nella campagna di Lecce che ha visto ricordato dal De Giorgi, Prov. di Lecce, I, p. 13, II, p. 511.”. Il Ciaceri, cita Ettore Pais (…) ed il suo “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, p. 225, n. 4. Il Ciaceri postillava: “(2) Se nell’Etym. Magn.”, intendeva l’antico testo di cui leggiamo in Wikipedia l’Etymologicum Magnum (in greco antico: Ἐτυμολογικὸν Μέγα; talvolta abbreviato in EM) è il titolo di un lessico compilato a Costantinopoli da uno sconosciuto lessicografo intorno al 1150. L’EM si basa in gran parte su lessicografie, su opere di grammatica e di retorica: in particolare l’Etymologicum Genuinum e l’Etymologicum Gudianum. Tra le altre fonti vi sono: l’Etnica di Stefano di Bisanzio, l’Epitome di Diogeniano, il cosiddetto Lexicon Αἱμωδεῖν, l’Ἀπορίαι καὶ λύσεις di Eulogio, gli Epimerismi in Psalmos di Giorgio Cherobosco, l’Etymologicon di Orione di Tebe e una collezione di scoli. Il compilatore dell’Etymologicum Magnum non assume le caratteristiche di un mero copista, piuttosto di un sapiente “riorganizzatore”, in grado di modificare anche le proprie fonti, così da creare un lavoro nuovo e personale. L’editio princeps fu pubblicata da Zaccaria Calliergi e da Nikolaos Vlastos sotto la direzione di Anna Notaras a Venezia nel 1499. La più recente edizione dell’Etymologicum Magnum risale al 1848 ed è stata curata dal grecista Thomas Gaisford. In fase di preparazione vi è una nuova edizione a cura di F. Lasserre e N. Livadaras, chiamata Etymologicum Magnum Auctum. Il Pais, a pp. 5-6, nella nota (1) postillava: “(1) …nell’Etimologico Magno”. Ettore Pais (…. e la sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, la nota n. 4 di p. 225, dove postillava che: “(4)…..Nell’Etym. Magn. s . v. Σιρις (Siri) si legge che il nome derivò alla città ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σκίνδου . Sul nome Σικελία ed i Morgeti v . s . p. 5 , n . 1 in luogo di Σκίνδου io credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito . Che se Siris è detta figlia di Metaponto, v. Schol. in Dionys. Per. v. 461 , o è confusa con Metaponto istessa v. STEPH. BYz . s . v. Mɛtañóvτtov , la ragione va cercata, come vedremo , nella conquista della città fatta dai Metapontini.”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Sansoni, Bemporad, Firenze, 1963 (ristampa), a p. 83 e ssg., in proposito scriveva che: “Di Metaponto conosciamo così due mogli, Teano (nella prima redazione) e Autolite (nella seconda), uccisa dai figli adottivi dell’eroe: un terzo nome di moglie sarebbe quello di Melanippe, che Metaponto avrebbe sposata dopo la morte di Teano; e se ne potrebbe aggiungere ancora un quarto: Siris (6). Ma si capisce che la ragione di quest’ultima parentela è da ricercarsi nella vicinanza delle due città, e nel domnio che Metaponto esercitò su Siri, dopo la vittoria riportata su di essa dalla prima confederazione degli Achei italioti (7).”. Giannelli, a p. 83, nella nota (7) postillava che: “(7) Cfr. Pais, Ricerche stor., p. 109, n. I. Altri pensa che la leggenda che faceva di Siris la moglie di Metaponto – della quale si valse Euripide nella sua tragedia – sia nata per il fatto di essere stata Siri fondata da Metaponto (Beloch, I(2), 2, 240; cfr. Willamowitz, Heracles, I(2), p. 10, n. 22; vedi però Meyer, IV, § 397 nota).”.
(Fig…..) Battista Becario, carta nautica, 1435 (….), in cui figura il toponimo di Scridro – Carta nautica di Battista Becario,del 1435, conservata alla Biblioteca Palatina di Parma e pubblicata in Almagià Roberto (….), op. cit., tav.3, 3.
Nel VI sec. a.C., le colonie della città greco-Ionica di Sibari: Pyxous, Pixunte, Scidro e Lao, prima dell’avvento dei Lucani
Dal punto di vista bibliografico e storiografico, il toponimo di Scidro, la cui matrice è di origine greca, è riferito ad una colonia della Magna Grecia, sorta e fondata da profughi di un’altra colonia della Magna Grecia: Sibari. Sybaris (Sibari), colonia greca sulla costa ionica fra i fiumi Crati e l’omonimo fiume Sibari, celebre per la sua ricchezza e raffinatezza e per il suo ciclo di vita altrettanto splendido che breve, la sua prosperità, i rapporti con paesi lontani e la fine precoce e violenta (511- 510 a.C.), hanno reso leggendaria Sibari già nel mondo antico. Nel 510 a.C., dopo una guerra durata 70 giorni, i Crotoniati che con 10.000 uomini presidiarono un perimetro di 50 stadi (circa 9 km), guidati dal pluri-campione olimpico Milone, e dopo avere deviato uno dei fiumi conquistarono la città e la sommersero. Nel 444-443 a.C. ci fu la fondazione panellenica di Thurii, dal nome di una fonte nelle vicinanze. In seguito Thurii fu assoggettata dai Lucani. La città perse importanza e nel 193 a.C. i Romani vi dedussero una colonia, cui diedero nome Copia. Nell’84 a.C. fu trasformata in municipio e in periodo imperiale, tra il I e il III secolo d.C., si sviluppò nuovamente. Nel corso del V e del VI secolo iniziò a decadere per l’impaludamento della zona. Un secolo dopo l’area era completamente abbandonata. Ecco ciò che scriveva Strabone (…) nel suo libro IV della sua “Geografia”: “Segue nell’ordine, a distanza di duecento stadi, Sibari, fondata dagli Achei; è tra due fiumi, il Crathis e il Sybaris. Il suo fondatore fu Is of Helice (1). Nei primi tempi questa città era così superiore nella sua fortuna che governava su quattro tribù nelle vicinanze, aveva venticinque città sottomesse, fece la campagna contro i Crotoniati con trecentomila uomini e i suoi abitanti solo sul Crathis riempivano completamente un circuito di cinquanta stadi. Tuttavia, per la lussuria e per l’insolenza furono privati di tutta la loro felicità dai Crotoniati entro settanta giorni; poiché, presa la città, questi la condussero sopra il fiume e la sommerse. In seguito, i superstiti, solo pochi, si radunarono e ne fecero di nuovo la loro dimora, ma col tempo anche questi furono distrutti dagli Ateniesi e da altri Greci, i quali, pur essendo venuti lì per vivere con loro, ne concepirono un tale disprezzo che non solo li uccisero, ma spostarono la città in un altro luogo vicino e la chiamarono Thurii, da una sorgente con quel nome. Ora il fiume Sibari fa timidi i cavalli che ne bevono, e perciò tutti gli armenti ne sono tenuti lontani; mentre il Crathis rende gialli o bianchi i capelli delle persone che vi si bagnano, e inoltre cura molte afflizioni. Ora dopo che i Thurii ebbero lungamente prosperato, furono ridotti in schiavitù dai Leucani, e quando furono portati via dai Leucani dai Tarantini, si rifugiarono a Roma, e i Romani inviarono coloni per integrarli, poiché la loro popolazione era ridotto, e ha cambiato il nome della città in Copiae.”. Dunque Strabone non cita la colonia Sibarita di Scidro. Ma come ho già detto in precedenza ne ha parlato Erodoto (….), nel suo Libro VI delle sue “Storie”. Nella mia Relazione sull’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, in proposito al toponimo di “Scidro” scrivevo che: “L’archeologa Giovanna Greco, in un suo scritto sostiene che “il recente recupero a Sapri alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase arcaica ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro.”(19). Sybaris (Sibari), colonia greca sulla costa ionica fra i fiumi Crati e l’omonimo Sibari, celebre per la sua ricchezza e raffinatezza e per il suo ciclo di vita altrettanto splendido che breve. La prosperità, i rapporti con paesi lontani e la fine precoce e violenta (511-510 a.C.) hanno reso leggendaria Sibari già nel mondo antico. Ce ne parla Strabone (VI, 263), il quale tra le altre cose ci riferisce che si impiantò solidamente sulle coste tirreniche fondando tre città: Poseidonia (l’attuale Paestum), Pyxus (l’attuale Policastro) e Lao. Sibari, subì una tremenda distruzione da parte dei crotoniati. L’altra colonia di Sibari, ove si sarebbero rifugiati i sibariti dopo il 510, è Scidro, ma il noto storico antico Strabone non ne fa cenno nella sua Geografia (20), e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (21), con ricordi di Lico di Reggio (storico del III secolo a.C.) ed in Ateneo (22). Strabone (23), così dice: “Dopo Palinuro, il porto e il fiume di Pyxus; unico, infatti, è il nome di tutti e tre. La popolò Micito di Reggio, il signore di Messene in Sicilia, ma gli abitanti andarono via di nuovo, tranne pochi. Dopo Pyxus un’altro golfo e il fiume e la città di Laos, ultima tra le città lucane, poco elevata sul mare colonia di Sibari a 400 stadi da Elea.”. Erodoto, (24) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, et Sipron icolebant” (i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero “Scidron” perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. In questo centro e a Laos, secondo il grande storico greco, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. Di Skidros, eccetto il passo di Erodoto, ritroviamo la citazione del toponimo fatta in un passo di Lyco di Reggio, riferita da Stefano di Bisanzio, dove si parla della spedizione di Alessandro il Molosso poco prima del 330 a.C.: “Scidrus urbs italiae, gentile scidranus”: Il Berard (25) afferma: “di Scidro, salvo questo particolare, non sappiamo nulla: ne ignoriamo completamente la storia, ma pare che sia sempre restata una piccola borgata, di scarsa importanza forse una semplice base fortificata. La si vuole di solito localizzare a Sapri, nelle immediate vicinanze di ‘Pissunte’: localizzazione non troppo assurda, se Pissunte nel sec. VI non fu una postazione sirita, ma per ora nessuna scoperta archeologica l’ha confermato.”. Secondo il Corcia (26), “Scidro sarebbe una città antichissima non molto discosta dal Bussento e di origine pelasgica”, ma tali origini non sono provate. Il Nissen (27) e il Ciaceri (28), collocano Scidro non lontano da Pixunte (l’odierna Policastro). Il Ciaceri sostiene: “trovarono i sibariti di Laos un punto di appoggio nell’altra colonia di Scidro, la quale più che una città, era forse un semplice castello o luogo fortificato che non giunse ad avere un’esistenza politica propria”: Gli archeologi Maiuri (29) e Napoli (30), in assenza di dati topografici certi, negarono la localizzazione di Scidro con Sapri, mentre invece senza valide prove la collocarono a Belvedere marittimo in Calabria. Una forte tradizione locale vuole Scidro localizzata a Sapri, forse sulla scorta dell’Antonini e di alcuni storici eruditi locali come il Gallotti (31). In particolare, il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini, credeva che la città in un primo tempo fosse ‘Sibarys’ e in seguito si chiamò “Sapri” (Subaris-Subaron-Sipron-Sapron). Il Corcia, in proposito, affermava che l’Antonini sbagliasse a leggere Erodoto il quale parlava di Sipron e non di Skidron. Riguardo poi al toponimo “Sipron” che la storiografia locale persiste a riesumare, sulla scorta della citazione dell’Antonini, e di cui il Corcia credeva fosse un abbaglio, il Battisti (32) diceva, tra l’altro: “consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi”. Infatti, il Cesarino (33), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Scidro figura sulla carta nautica della nautica dell'”Italia” di Battista Becario, del 1435 (34).”. Nella mia Relazione, nelle mie note postillavo che: “(18) Johannowsky Walter, Atti XXII Congresso sulla Magna Grecia, Taranto, 1982, p. 422. (19) Greco Emanuele, op. cit., p. 17. (20) Lepore Ettore,”Elea e l’eredità di Sibari”, stà in P. d. P., 1966, p. 265 s. Napoli Mario, Civiltà della Magna Grecia, ed. Eurodes, p. 181. (21) Stefano Bizantino, Lessico geografico, Etnikà, Amsterdam, 1678. (22) Ateneo, XII, 523, c ,d, che si rifà a Timeo ed Aristotele. (23) Strabone, Geografia, (I sec.a.C.), Libro VI, 1. (24) Erodoto, libro VI, 21. (25) Berard J., La Magna Grecia – Storia delle colonie greche dell’Italia meridionale, Einaudi, Torino, 1963, p. 150. (26) Corcia Nicola, Storia delle due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789. (27) Nissen Heinrich, Italianische Landeskunde, Berlino, I-II (28). Ciaceri Emanuele, Storia della Magna Grecia, Roma, 1932, vol. II, p. 273. (29) Maiuri Amedeo, Passeggiate in Magna Grecia, stà in “II Congresso sulla Magna Grecia”, Taranto, 1963. (30) Napoli Mario, op. cit., pp. 181, 182. (31) Gallotti Nicola, Sapri nella storia e nella tradizione popolare, Napoli, 1899. (32) Battisti Carlo, Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964. (33) Cesarino Felice, Sapri archeologica, stà in “I Corsivi”, Marzo, 1987, n.3, p. 5.”. Secondo Nicola Corcia (…): “Scidro sarebbe una città antichissima non molto discosta dal Bussento e di origine pelasgica”, ma tali origini non sono provate. Il Nissen (…) e il Ciaceri (…), collocano Scidro non lontano da Pixunte (l’odierna Policastro). Il Ciaceri sostiene: “trovarono i sibariti di Laos un punto di appoggio nell’altra colonia di Scidro, la quale più che una città, era forse un semplice castello o luogo fortificato che non giunse ad avere un’esistenza politica propria”. Il Corcia, in proposito, affermava che l’Antonini sbagliasse a leggere Erodoto il quale parlava di Sipron e non di Skidron. Riguardo poi al toponimo “Sipron” che la storiografia locale persiste a riesumare, sulla scorta della citazione dell’Antonini, e di cui il Corcia credeva fosse un abbaglio, il Battisti (…) diceva, tra l’altro: “consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi”. Infatti, il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. L’archeologo Mario Napoli (…), in un suo studio, scriveva in proposito: ” L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s.v. Exidqos, con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c,d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele).”. Erodoto, (…) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “Sybaritae, qui Urbeexuti, Laon, et Sipron icolebant” ( i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero ‘Scidron’ perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. Secondo il grande storico greco Erodoto, in questo centro e a Laos, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. Erodoto, (6) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “ Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon,et Sipron icolebant “ ( i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero ‘Scidron‘ perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. Secondo il grande storico greco Erodoto, in questo centro (a Scidro) e a Laos, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. Di ‘Skidros’, eccetto il passo di Erodoto, ritroviamo la citazione del toponimo fatta in un passo di Lyco di Reggio, riferita da Stefano di Bisanzio, dove si parla della spedizione di Alessandro il Molosso poco prima del 330 a.C.: “Scidrus urbs italiae, gentile scidranus “. In particolare, il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (17), credeva che la città in un primo tempo fosse ‘Sibarys’ e in seguito si chiamò ‘Sapri’(Subaris-Subaron-Sipron-Sapron )”. In particolare, il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (17), credeva che la città in un primo tempo fosse ‘Sibarys’ e in seguito si chiamò ‘Sapri’(Subaris-Subaron-Sipron-Sapron )”. L’Antonini (17), dopo aver riportato il passo nel libro 6 di Erodoto, scriveva in proposito: “Abitavan dunque Sibariti ed in Lao, ed in Sipro, che dalla costanteinveterata opinione di tutti fu creduto essere detto anche Sybaris dal nome dell’abbandonata (3) patria, e nel corso degli anni corrottamente fu detto Sapri.”. Gli archeologi Amedeo Maiuri (11) e Mario Napoli (lo scopritore di Elea l’attuale Velia) (12), ritenevano che “in assenza di dati topografici certi”, negavano la localizzazione di ‘Scidro’ con Sapri, mentre invece senza valide prove la collocarono a Belvedere marittimo in Calabria. Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a pp. 177-181 dove ci parla di Scidro. In particolare il Napoli, a p. 182 in proposito scriveva che: “L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s.v. Σχιδρος, con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele). Fu certamente un piccolo centro, forse solo un emporio fortificato, ma non sappiamo dove sorgesse: sono state proposte alcune località, e particolarmente Sapri (Nissen), una località a sud di Lao (Beloch) o non lungi da Pixunte (Ciaceri), a Papasidero (Byvanck) o più opportunamente alla estremità di una via istimica, a Belvedere Marittimo, dove sfocia la valle dell’Esaro, o nella zona del Cetrano, ove sfocia la valle del Fellone (Bérard). Certamente non doveva trovarsi lì dove oggi è Sapri, nè in altra non precisata località presso Pixunte, se, come crediamo, Pixunte sia da collegarsi con Siris, e le monete di Pixunte e Siri siano da datarsi in data successiva al 510 avanti Cristo. Crediamo più logivo porre Scidro a sud di Lao, e forse proprio allo sbocco della valle dell’Esaro, cioè a Belvedere Marittimo.“. Dunque, l’archeologo Mario Napoli, scriveva che il geografo Strabone (….), nella sua “Geographia”, non accenna mai alla colonia di Scridro. Il Napoli (….), a p….., nelle sue note scriveva che a p. 181, riguardo la citazione del Nissen scriveva che: “J. Nissen, op. cit., II, p. 898)”. Nella sua nota il Napoli riporta un J. Nissen ma a me pare vi fosse un errore perche si tratta di Heinrich Nissen (….). Dunque, vi è un evidente errore. Riguardo invece la citazione del Ciaceri (…) che pure avanzava una ipotesi interessante postillava che: “(E. Ciaceri, I, pag. 273)”. Riguardo l’opera del Nissen a cui si riferiva Mario Napoli, si tratta di Heinrich Nissen (….). Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 37, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. Nissen, o. c., II, p. 898.”. Il Magaldi (…), a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: “(42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: “(42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Riguardo il Ciaceri, citato da Mario Napoli si tratta di Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, voll. I-II-III. Emanuele Ciaceri (…), nel suo, ‘Storia della Magna Grecia’ pubblicato nel 1940, nel suo vol. I, a p. 264, sulla fine di Sibari, in proposito così scriveva che: “Così tragicamente chiudeva la sua vita la grande e ricca città di Sibari. I suoi cittadini superstiti riparavano (in parte almeno) a Lao e a Scidro, colonie sibarite, (1), donde poi doven fare vari tentativi di ricostruzione della loro patria, anche dopo che fu fondata Turio, la quale doveva essere la legittima erede.”. Il Ciaceri (…), a p. 264, vol. I, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Herodot. VI-21”. Emanuele Ciaceri, nel 1940, forse è uno dei pochi che ha scritto sulle tre colonie dei Sibariti. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a pp. 272-273 in proposito scriveva che: “Trovarono i Sibariti di Lao un punto di appoggio nell’altra colonia di Scidro ( Σχιδρος ), la quale, più che una città, era forse un semplice castello o luogo fortificato che non giunse mai ad avere una esistenza propria politica; onde di essa manca ogni traccia di monete e non è neanche ricordata dagli scrittori latini (3). Niente oggi puossi affermare circa il tempo in cui Scidro ebbe origine, nè riguardo il suo vero sito; chè la notizia più antica che abbiamo di Erodoto (l.c.), secondo cui a Scidro, come pure a Lao, sarebbero riparati i Sibariti superstiti alla catastrofe della loro patria (a. 510), nulla aggiunge a quanto v’è naturalmente da supporre che, sia sorta al tempo della potenza di Sibari e che quindi la sua origine non sia stata di molto posteriore a quella di Lao. Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV. (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) e della bontà dell’opinione prevalsa fra i moderni, secondo la quale è stata posta ove oggi è Sapri, (4) si dubita assai oggigiorno. Che però giacesse a sud di Lao, (5) non è per niente dimostrato; e molto meno si vede la ragione di collocarla a mezza strada della vallata superiore del fiume Lao, ove si tolga la supposta omofonia del nome di Scidro con quello odierno della località di “Papasidero” (6). V’è piuttosto, a nostro credere, ragione di giudicare che non si trovasse molto lontana da Pixunte. Pixunte, in greco ecc…”. Dunque, come ci informa correttamente l’archeologo Mario Napoli, il Ciaceri voleva che Scidro si trovasse non lontano da Pixunte. Il Ciaceri, nel riferirsi a Pixunte intendeva la città di Pyxous, che dovrebbe corrispondere ad un luogo ben fortificato vicinissimo all’odierna Policastro Bussentino. Il Ciaceri, a p. 272, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Herodot. VI 21; Steph. B.: Σχιδρος, χολις ‘Ιταλιας. Di Scidro si occupò Oreste Dito, Notizie di storia antica (Roma, 1892).”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postilava che: “(1) Beloch, Gesch. I(2) 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F.H.G., II, p. 370″. Dunque, Emanuele Ciaceri (…) citava Oreste Dito (….), che nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a pp. 54-55, nel suo capitolo “La battaglia di Laos (390 av. C.)”, leggiamo che: “Più naturale invece mi sembra collocarvi Scidro. Veramente questa di Scidro è una quistione lasciata lì da parecchio, per la sua pochissima importanza. In Scidro si ritirarono parte dè Sibariti, che furono costretti a cercarsi un rifugio, distrutta la loro città, e l’unico accenno d’Erodoto, è così generale che nulla si può azzardare. Identificarla in Sapri, sol per una lezione sbagliata d’un codice, non c’è da pensare; solamente qualche nome può spingersi a delle ipotesi. Il nome di Cetraro può richiamarci ad un ‘Scidranum’ da cui Cedraro o Cetraro; però esso più verosimilmente si può riscontrare in ‘Citarium’, il ‘Citerium’ che Stefano Bizantino, sulla fede d’Ecateo Milesio, ricorda come città enotrica. Sembra invece che il nome Scidro s’avvicini molto di più al nome di Papa-Sidero, nome, come si vede, formato da due elementi, dalla parola greco-bizantina ‘papa’ (vecchio, antico), mentre l’altro è la trasformazione dello Σχιδρος d’Erodoto in ‘Shidro’, Sidero. Il comparire di questo borgo nel periodo bizantino, ricordando l’antica città ivi esistita, città che per la sua posizione mediterranea e per la sua pochissima importanza, doveva sfuggire agli occhi degli storici, è una conferma della nostra ipotesi. Essa trovavasi a metà sulla via che da Sibari portava a Laos, e come il moderno villaggio di Papa-Sidero, così Scidro era reso forte dalla stessa natura del luogo che la rendeva la chiave di Laos (1). Così si spiegano le parole di Diodoro, e l’imprudenza di cui taccia i Turiesi cade considerando la posizione di Scidro; perchè così padroni dello sbocco sul Coscile e di questa fortezza, ben possono spingersi ad un’azione comune cò Reggini su Laos. La via che da Sibari portava a Laos faceva sosta a Scidro, incominciando da questa fortezza a percorrere al piano di Laos, dall’attuale capo Scalea all’isola di Cirella. Precisa, sotto questo rispetto la descrizione di Diodoro. Il piano poi è atto ad una battaglia, non certo però nelle proporzioni esagerate di Diodoro. Strabone aggiunge presso l’eroo di Dracone. In seguito vedremo poi l’errore in cui è caduto Strabone per l’importanza da dare a queste sue parole. I Greci, senza speranza di ritirata, si rifugiarono parte sovra un’altura presso il mare (forse Cerilli, o il piano di Batum o Mercuri); parte s’affidarono alla liberalità di Leptine che s’ebbe favore presso i Greci contribuì a rompere l’alleanza trà Lucani e il fratello Dionisio. Ecc…”. Dunque, Oreste Dito così spiegava la sua tesi in merito alla posizione di Lao, della battaglia di Lao e della posizione sconosciuta di Scidro sua vicina. Oreste Dito, a suo dire analizza i versi di Diodoro Siculo e di Strabone che ci raccontano della battaglia dei Lucani contro la colonia sibaritica di Lao, avvenuta nell’anno 390 a.C..: “Questa battaglia che tanto importanza ebbe nelle vicende politiche delle popolazioni italiche, che d’allora, sotto il comando d’un Lucio presero quella personalità storica e politica dè tempi avvenire. Avvenne nel 390 av. C., data accettata in generale dagli storici moderni; Diodoro veramente la ricorda nella stessa olimpiade in cui i Romani divisero il territorio di Veio (393) e portarono la guerra agli Equi, a Veliterni; ecc..”. Sempre il Dito (…), a p. 52, in proposito scriveva che: “Così Diodoro (XVI, 18) confermato, per altro, da Strabone, che parlando di Laos accenna al fatto.”. Oreste Dito (…), a pp. 34-35, parlando della città greca di Siris sciveva che: “Città enotra, forte delle relazioni con gli Enotri, essa potette dominare incontrastata, contribuendo, come ricorda malamente Strabone alla distruzione di Metaponto; inoltre, essa facilmente potette estendere il suo dominio fino a Pyxous sul Tirreno prima che fossero aperte le vie di Laos e di Posidonia, escogitando così quel sistema di scambi commerciali per le vie di terra, sistema che tanta importanza ebbe nello sviluppo delle città dell’Ionio. Però queste stesse ragioni, che favorirono l’esistenza di Siri, generarono quella gelosia, che assolutamente doveva esser prodotta dal cozzo d’interessi, che mettevano Sibari di fronte a Siri in una regione comune, qual era quella degli Enotri. Se Siri, salendo il corso del fiume omonimo (Sinno), aveva un facile sbocco a Pyxus; anche Sibari, seguendo la via tracciata dal fiume Sibari (Coscile), aveva aperto, a traverso le foreste degli Enotri, quella via che passando per Campo-Tenese e toccando Scidro (vedi in prosieguo) faceva capo a Laos. Un’altra via da Campo-Tenese (Muranum) continuando per la regione, dove poi sorse Nerulo, sottoposta all’influenza degli Enotri-Sirini, e per la valle del Tanagra, conduceva a Posidonia; sicchè gl’interessi delle due città venivano a svolgersi nella medesima regione, di cui Sibari voleva il possesso assoluto e che ottenne facendo una politica del tutto italica.”. Il Dito in questo passaggio parla delle vie istimiche, degli itinerari che i greci delle città sullo Ionio percorrevano per arrivare sulle coste del mar Tirreno, toccare le colonie siritiche di Pyxous e quelle Sibaritiche di Scidro e di Lao per commerciare e raggiungere la colonia greca di Posidonia da dove partivano gli scambi commerciali con l’Etruria. Ma non mi trovo con alcune conclusioni del Dito che a me sembra ponga Scidro all’interno e non sul mare. Dito, a p. 34, scriveva che: “Se Sibari erasi resa potente nel commercio, non aveva dimenticato che in gran parte tale potenza era dovuta agli Enotri stessi. Laos doveva la sua importanza a tali relazioni, e Scidro era stata fondata a metà via tra le due città; la via che conduceva a Posidonia attraversava il territorio dè Sirini, e forte di tale posizione facile divenne il compito d’assoggettare Siri.”. Riguardo il posizionamento di Scidro, il Dito (….), partendo dal La Cava (…), “sul sito di Blanda, Lao, Tebe Lucana”, analizza pure le parole di Erodoto. Ma l’ipotesi di Dito, sebbene avesse dei fondamenti logici, rimane molto contraddittoria. Il Dito, analizzando ciò che scriveva Diodoro Siculo sulla battaglia, ipotizza luoghi e fatti non ancora del tutto chiariti. Oreste Dito (…), a p. 59 parlando delle due colonie di Pyxus e di Laos, in proposito scriveva che: “La posizione di queste città era garantita dalla stessa natura, e i due luoghi, i migliori della costa, dovettero essere sicuro rifugio à primi navigatori. Laos, fra l’isola di Cirella e il porto di S. Nicola Arcella, e Pyxus fra i due porti di Scario e di Sapri, erano due stazioni di fermata per la navigazione di cabotaggio dei Tirreni, e offrivano lo sbocco più facile e naturale à Greci di Sibari.”. Emanuele Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (3) postillava che: “(3) v. ad es. Corcia, Storia delle due Sicilie, III, p. 65”. Riguardo l’opera del Corcia citata dal Ciaceri, si tratta di Nicola Corcia (…), vol. III della sua “Storia delle Due Sicilie dall’antichità più remota al 1789”, a p. 65 e ssg parlando del “promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” parlando di Scidro, in proposito scriveva che: “tempo all’invasione dè Lucani. Ma di fuori di queste, ignote sono tutte le altre memorie di Scidro, che conservava certamente Lico di Reggio nella sua storia della Sicilia, giacchè coll’autorità di questo storico, coetaneo di Demetrio Falereo (1), parlava di ‘Scidro’ Stefano Bizantino (2). Senza investigare veramente il sito, sospettava il Mazocchi che sorgesse nelle vicinanze di ‘Lao’ (3); nè prima di quel celebre archeologo ne determinava meglio la posizione l’Holstein, il quale situava ‘Cetraro’, all’oriente del fiume ‘Lao’ o ‘Laino’ (4), senza considerare ch’esser doveva una città marittima, al pari dell’altra città vicina, anche colonia dè ‘Sibariti’. Perciò con più di verisimiglianza avvisavasi l’Antonini che sorgesse nell’odierno porto di ‘Sapri’, tuttochè vi credesse l’antica città di ‘Sipro’, ingannato dalla falsa lezione di alcune edizioni di Erodoto, in cui leggesi Σχιπον invece che Σχιδρος (5). Se non chè, affermandosi per costante tradizione che il nome di Sapri non fosse che un’alterazione di ‘Sybaris’, egli sembra che ‘Scidro’ ritenesse il suo nome sino all’arrivo dè Sibariti, che le imponevano quello della desolata patria.”. Il Corcia, a p. 65, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Suida, v. Λνχος”. Il Corcia, a p. 65, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Steph. Byz., v. Σχιδρος.”. Emanuele Ciaceri (…), però a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(7) Plinio, n.h., III, 72: ‘Oppidum Buxentum Graeciae Pyxus’. E ‘Buxentum’ hanno gli scrittori latini. Ma una vera forma latina del nome non c’è stata tramandata. Πνξονς troviamo in Strab. VI 253; Diodoro, XI, 59 e Steph. B.., il quale ultimo erroneamente distingueva Πνξις da Πνξονς, ponendo l’una nell’interno dell’Enotria e l’altra in Sicilia. In Ptolom. III, 1, 18 si ha Βονξεντον “. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Nissen, It. Landesk, II, p. 898.”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Beloch, Griech. Gesch., l. c. “. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Byvanck, op. cit., p. 109, n. 3., il quale, secondo noi a torto, ripetendo a quanto pare l’interpretazione di scrittore locale, afferma: “hodie Papasidero, i. e. Scidrus vetus”.”. Infatti, il Byvanck (…), nel…….. nel suo “De Magnae Graeciae Historia Antiquissima”, a p. 109 così scriveva: “Scidrs 3) castellum in media via sita esse videtur, quo loco nunc ‘Papasidero’ est in valle Lai superiore. Colonia erat Sybaritarum qui post Sybarim eversam Laum et Scidrum fugissent 4).“. Il Byvanck (…), a p. 109, nella sua nota (3) postillava che: “(3) (Scridrus)(Latine non memoratur), Graece Σχιδρος, hodie Papasidero, i. e. Scidrus vetus; – cfr. tab. mil. 220-221, – O. Dito, Notizie di Storia antica, Roma, 1892. – Alii non recte Scidrum ‘Sapri’ hodiernum esse contendunt.”. Sempre il Byvanck, a p. 109, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Her. 6, 21; Steph. Byz. s.v., qui Lycum laudat εν τψ περι ‘Αλεξανδρον saeculo IV igitur urbs exstabat.”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, nel 1940, nel suo vol. I, a pp. 273-274-275, parlando di “Pixunte”, in proposito scriveva altre cose interessanti anche su Scidro e diceva che: “Pixunte in greco Πνξομς, e presso gli scrittori latini ‘Buxentum (7) da cui traeva il golfo (G. di Policastro). giaceva sulla sponda sinistra dell’omonimo fiume, e cioè sul colle ad esso soprastante ove oggi è “Policastro di Bussento” (1) Non è detto che essa fosse colonia della ionica Siri; ma per affermarlo ne hanno dato argomento e l’osservazione che giaceva sul mare Tirreno, per così dire, dirimpetto a lei, e il fatto che già intorno all’a. 560 esistevano magnifici stateri di Siri sui quali leggevasi da un lato Σιριος, e dall’altro Πνξοες (2). La circostanza, che codesti stateri sono del tutto simili alle più antiche monete dell’achea Sibari ed hanno in caratteri achei la leggenda Σιριος, troverebbe spiegazione in ciò che allora v’era una monetazione uniforme e federale di pezzi d’argento incusi attestante l’esistenza della cosiddetta lega achea; che, come dicemmo, ionica era la città di Siri (3). E’ indubitato che nella posizione di Pixunte e nella sua alleanza con Siri devono ricercarsi le ragioni delle gelosie e della rivalità dei potenti Sibariti verso la città ionica, che prima costrinsero a riconoscere la loro egemonia e poi attaccarono e distrussero, dal momento che da quella posizione e da quella alleanza essi si vedevan tagliata la via di comunicazione per Lao e Scidro, con Posidonia e quindi con le coste dell’Etruria (4). Ora la supposizione che Siri, alleata di Pixunte, da quando s’era formata la lega achea esercitasse anche la sua influenza su Scidro, nonostante questa fosse colonia di Sibari, troverebbe conferma nella leggenda secondo cui la figlia del re Morgete, Siri, sarebbe stata moglie di Scidro, l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro, – ove si potesse dare come sicura l’interpretazione dell’antico racconto (5). E in tal caso si giungerebbe facilmente alla conclusione che la colonia di Scidro doveva trovarsi, come noi riteniamo, non molto lungi da Pixunte.”. Il Ciaceri, nel suo vol. I, a p. 275 continua il suo racconto su Pixunte e ci parla di Micito di Reggio ecc…Il Ciaceri (…), a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(7) Plinio, n.h., III, 72: ‘Oppidum Buxentum Graeciae Pyxus’. E ‘Buxentum’ hanno gli scrittori latini. Ma una vera forma latina del nome non c’è stata tramandata. Πνξονς troviamo in Strab. VI 253; Diodoro, XI, 59 e Steph. B.., il quale ultimo erroneamente distingueva Πνξις da Πνξονς, ponendo l’una nell’interno dell’Enotria e l’altra in Sicilia. In Ptolom. III, 1, 18 si ha Βονξεντον “. Il Ciaceri, a p. 274, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Sarebbe stata presso la foce del Bussento, a due km. ad ovest dell’odierna Policastro; v. L. PONELLE, Melag. d’archeol., 1907, p. 270 sgg.; Byvanck, op. cit., p. 106, n. 7.”. Riguardo la citazione del Ciaceri del Ponelle L., in una nota si postillava che: “Pixous era una sorta di statio lungo una via che da Sibari , per Siri , arrivava al Tirreno e di qui a Paestum : L. Ponnelle , Le commerce de la première Sybaris . Sybaris et Siris rivales commerciales in “ Mélanges d’Archéologie ..”, ovvero il saggio di Ponelle è contenuto in “Mélanges d’Archeologie et d’Historie”, XXVII ( 1907 ) , III – IV , pp . 243-276. Infatti, L. Ponelle (….), a p. 270 parlando della rivalità commerciale tra Sibari e Siris cita anche Pixunte e scriveva che:
Il Ciaceri a p. 274, nella sua nota (2) postillava che: “(2) v. Garrucci, II, p. 145, tav. CVIII, n. 1, 3; HEAD2, P. 83 SG.”. Il Carucci a p. 274, nella sua nota 3) postillava che: “(3) v. sopra a p. 134 sg.”. Il Carucci a p. 274, nella sua nota (4) postillava che: “(4) v. LENORMANT, I, p. 263 sgg., p. 275; BUSOLT, Griech. Gesch., I°, p. 412; PAIS, op. cit., II, p. 128.”. Il Ciaceri a p. 274, nella sua nota (5) postillava che: “(5) v. s. a p. 134 n. 2.”. Dunque, facciamo il punto della situazione. Il Ciaceri a p. 274, in proposito scriveva di SCIDRO che: “Ora la supposizione che Siri, alleata di Pixunte, da quando s’era formata la lega achea esercitasse anche la sua influenza su Scidro, nonostante questa fosse colonia di Sibari, troverebbe conferma nella leggenda secondo cui la figlia del re Morgete, Siri, sarebbe stata moglie di Scidro, l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro, – ove si potesse dare come sicura l’interpretazione dell’antico racconto (5).”. Continuando a riflettere su ciò che scriveva il Ciaceri, vorrei ritornare sulla questione dei rapporti commerciali della colonia greca di Scidrus. Il Ciaceri, a p. 274 scrivendo dei rapporti della colonia Siritica di Pixunte (Pissunte) scriveva che: “E’ indubitato che nella posizione di Pixunte e nella sua alleanza con Siri devono ricercarsi le ragioni delle gelosie e della rivalità dei potenti Sibariti verso la città ionica, che prima costrinsero a riconoscere la loro egemonia e poi attaccarono e distrussero, dal momento che da quella posizione e da quella alleanza essi si vedevan tagliata la via di comunicazione per Lao e Scidro, con Posidonia e quindi con le coste dell’Etruria (4).”. Il Carucci a p. 274, nella sua nota (4) postillava che: “(4) v. LENORMANT, I, p. 263 sgg., p. 275; BUSOLT, Griech. Gesch., I°, p. 412; PAIS, op. cit., II, p. 128.”. Infatti, Francois Lenormant (….), nel suo vol. I, della sua “La Grande-Grèce”, a p. 263 scriveva dei rapporti della colonia vicina di Posidonia e gli Etruschi (i Tirreni) che venivano a prendere le merci per portarle al Nord d’Italia. Le merci che provenivano dalla Grecia, da Mileto venivano trasportate dalla potente Sibari e da Siris, poste sullo Ionio, attraverso la via Istimica interna arrivavano a Lao e a Scidro e poi anche a Pixunte.
Il Ciaceri, a p. 274, nella sua nota (4) cita anche Ettore Pais (…). Il Carucci a p. 274, nella sua nota (4) postillava che: “(4) v. PAIS, op. cit., II, p. 128.”. Il Ciaceri citava l’altra opera del Pais ma io possesso la “Storia dell’Italia Antica” del Pais. Infatti, nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 200 e sgg, in proposito scriveva che: “Gli Etruschi raggiunsero poi la Campania. Apprendiamo da Dionigi di Alicarnasso che nel 524 a. C. in compagnia di molti popoli barbari, come Umbri e Dauni, tentarono di conquistare la città greca di Cuma. Ma i Cumani ricacciarono ecc…Da vari dati si ricava che alcune città della Campania furono soggiogate o fondate dagli Etruschi…..E’ bensì vero che verso la metà del V secolo i Sanniti si sovrapposero agli Etruschi nella Campania;…..Gli Etruschi occuparono il paese degli Oschi fino a Marcina posta non lungi da Salerno. Anche l'”ager Picentinus” limitrofo al Silaro venne in loro potere; il fiume che ivi scorre si chiama anche oggi Tusciano. Gli Etruschi non oltrepassarono tuttavia, per quel che pare, la foce del Silaro, ove era la colonia greca di Posidonia (Pesto). Posidonia era colonia di Sibari; alla sua fondazione avevano concorso anche abitanti della peloponnesia Trizene. Apprendiamo dagli antichi che gli abitanti di Sibari erano congiunti da stretta amicizia con gli Etruschi. A prima vista la notizia appare strana, date le rivalità che esistevano fra Greci e Tirreni, considerando per giunta la distanza e la situazione delle due città. Se si tien però conto che Pesto era colonia di Sibari, la notizia riesce chiara. Sibari esercitava il suo commercio risalendo il corso del Crati ed importando merci greche particolarmente sulle coste del Tirreno. Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, gelose dominatrici dello Stretto.”, e poi a p. 205 scriveva che: “Comprendiamo che attraverso il commercio dei Sibariti giungevano svariati prodotti dell’Asia. Soprattutto i Milesi diffondevano merci preziose, etc…”. Il Pais, a p. 358, vol. I, nelle sue note al Libro II postillava che: “p. 205. Le mie osservazioni sulle relazioni commerciali dei Sibariti, dei Milesi e degli Etruschi, sull’estensione della potenza Etrusca ecc.., esposi e documentai in miei libri precedenti, (Storia della Magna Grecia; Italia Antica). Ivi ho raccolto e discusso testi e materiali antichi.”. Dunque il Pais scriveva che le due colonie greche di Lao e di Skidro, la potente colonia di Sibari, posta sullo Ionio, commerciava le merci provenienti dalla Grecia e dai Milesi attraverso le due sue colonie alleate di Lao e Scidro, dai cui porti le merci venivano trasportate a Posidonia da dove venivano acquistate dagli Etruschi. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. V, nel suo “Le vicende di Sibari e di Crotone”, a pp. 255 e sgg e sgg, in proposito scriveva che: “Nel non lungo periodo del suo fiorire Siris si alleò con Pixous (Buxentum) posta sul Tirreno allo sbocco dell’omonimo fiume, e con essa battè moneta federale. Colonia dei Colofoni, Siris era l’esponente del commercio Ionico. Destò quindi la gelosia degli Achei, i quali deliberarono di cacciare d’Italia tutti gli altri Greci, che non fossero della medesima stirpe. Non era soltanto odio di razza, ma anche rivalità di commerci internazionali. Verso il 550 a.C. i Sirini furono sconfitti dai Metapontini, dai Sibariti e dai Crotoniati. Siris non fu, a quanto, pare distrutta, ma, come par dimostrato dale monete, fu occupata dagli Achei o per lo meno obligata a far parte della loro federazione……Le vicende di queste due città s’intrecciano. Sibari, alla confluenza dell’omonimo fiume Crati, era in amena regione costituita da ampia vallata. A settentrione sovrastava solenne il monte Pollino (2270 m.) le cui falde erano coperte di boschi, ecc…Erodoto diceva che non vi erano state altre città legate da vincoli così cordiali. Quando verso il 510 a.C. Sibari fu distrutta, i Milesi si rasero per il dolore il capo; ma Erodoto aggiunge che i coloni Sibariti a Skidros ed a Laos situate sulle coste opposte del mar Tirreno non mostrarono altrettanto dolore, allorchè Mileto nel 494 a. C. fu presa dai Persiani. I Milesi importavano in Sibari vasi, vesti e preziosi prodotti dell’Oriente e ne esportavano materie prime. Per mezzo della cittàà amica inviavano le loro mercanzie a Laos, a Skidros, a Posidonia, colonie dei Sibariti, e, come abbiamo già notato, ve le ritiravao i Tirreni signori appunto del paese limitrofo a Posidonia. Gli Etruschi consegnavano in cambio fra l’altro metalli, rame, stagno ed il ferro dell’Elba, che fu poi sottoposta alla vicina Populonia. I Sibariti furono sconfitti e dopo settanta giorni di assedio la loro città fu presa. I Crotoniati la distrussero e, stando alla tradizione, fecero passare su di essa il corso del fiume Crati……(a p. 271, cap. VII) Scacciati dai Crotoniati, i Sibariti cercarono rifugio presso le loro colonie di Laos e di Skidros sulle opposte coste del Tirreno; ma ve li perseguitarono i loro tenaci nemici finchè Ierone di Siracusa mandò in difesa dei fuggiaschi il fratello Polizelo. La perenne inimiciazia dei Crotoniati, od il timore dei popoli Sabellici, e particolarmente dei Lucani i quali già invadevano il suolo della Magna Grecia e si spingevano sino ale coste del mare, indussero gli abitanti ecc…La nuova Sibari fu fondata ove, secondo il responso, nasceva la fonte Thuria. Ecc…Uomini illustri furono inviati a stabilirsi nella nuova città. Fra essi fu Erodoto, che ivi scrisse parte della sua opera e fu perciò anche designato col nome di Thurios. La SIBARI preellenica prese allora, per distinguersi dalla terza Sibari, il nome di Thurii. Ecc….(p. 281, cp. VII) La distruzione di Sibari tornò a beneficio dell’achea Crotone. (p. 284) S’intende che dopo la distruzione di Sibari i Crotoniati non sentissero più ritegno nella loro sete d’Impero. Allo stesso modo che non si trattennero di perseguitare i fuggiaschi Sibariti, che avevano cercato riparo sulle coste del Tirreno nelle colonie di Laos e di SKIDROS, essi mossero arditamente guerra ai Locresi, traendo ragione o pretesto della circostanza che costoro avevano già per il passato inviato aiuti agli abitanti della ionica Siris. Avvenne allora la battaglia della Sagra, celebrata da Stesicoro detto Imera, ecc…..(p. 294) Nella regione situata nel golfo Lamentino (S. Eufmia) si trovava Terina ecc…Seguivano SKIDROS e Laos, colonie di Sibari, di cui abbiamo già avuto modo di discorrere. Teneva lor dietro Pixous, la Buxentum dei Romani. Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……(p. 295) Locri mediante le colonie di Ipponio e di Messana raggiungeva i medesimi fini e gli abitatori di Siris sino dal VI secolo, risalendo il fiume omonimo, giungevano presso ai monti ed alle marine di Pyxous o Bussento. Questa rivalità aveva destata la gelosia delle vicine città Achee di Sibari e Metaponto. Non è chiaro se le monete incise della fine del VI secolo o del principio del seguente, in cui figurano i nomi di PYXOUS e di SIRIS, accennino ad accordi anteriori con la lega Achea od a sottomissione posteriore dell’età in cui Siris fu da questa conquistata. In pari modo non sappiamo quali conclusioni cronologiche e storiche sia lecito ricavare da analoghe monete federali, ossia dagli stateri incusi delle due città a noi ignote, in cui sono segnate le sigle “PAL” e “MOL”. Si è pensato che tali nummi vadano riferiti a Palinuro ed a Melphes (Amalfi ?). Siamo purtroppo nel campo delle ipotesi che, come nel caso di Siris e di Pyxous, le monete federali appartengano a città che tentavano analoghi commerci di trasbordo fra l’Ionio ed il Tirreno. Il fatto che di queste due città non vien fatto più tardi memoria suggerisce il pensiero che la loro attività sia stata ben presto soffocata o distrutta da quella delle più potenti città Achee, che non tollerava rivalità commerciali e politiche. Rispetto a PYXOUS apprendiamo che più tardi (nel 471 a. C.) l’arcade Micito, tutore dei figli di Anassilao di Regio, vi condusse una colonia. Regio mirava da un lato a seguire la secolare politica di ostilità contro i pirati Tirreni, dall’altro, avendo relazioni nell’Ionio, cercava controbilanciare, anzi render vana, la concorrenza delle città Achee. Raggiungendo da Buxentum i monti che sovrastano a Sapri e discendendo poi verso le coste dello Ionio nella Siritide, Regio, divenuta signore di Pyxous, si collegava con Taranto invisa agli Achei di Metaponto, di Sibari e di Crotone.“. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “A 9 km. oltre il fiume Bussento, nel posto dove oggi è Sapri, si vuole da alcuni allogare ‘Scidrus’, che da altri si colloca a Papasidero, oppure la stazione ‘Cesernia’ della strada litorale ionica (1). Continuando a scendere lungo la costa, si oltrepassa Maratea e si raggiunge la foce del Noce che, prima di sboccare, lasciava a sinistra ‘Blanda’. Poco dopo l’isoletta Dino, ricca di grotte, fronteggia da vicino la costiera. Proseguendo si incontra, poco dopo, Scalea, che sembra fosse il porto di Lao (2). Ecc..”. Il Magaldi, a p. 37, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di queste identificazioni topografiche si riparlerà nel c. VIII.”. Dunque, il Magaldi ci parla di Sapri cap. VII che si trova nel suo vol. II della sua “Lucania Romana”. Il Magaldi, a p. 37, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. Nissen, o. c., II, p. 898.”. Riguardo l’opera del Nissen, citato dal Magaldi, si tratta di Heinrich. Nissen (…). Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: “(42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Dunque, in Hinrich Nissen, vol. I a p. 534 leggiamo che: “…….
L’archeologo Jean Berard (7) affermava: “di Scidro, salvo questo particolare, non sappiamo nulla: ne ignoriamo completamente la storia, ma pare che sia sempre restata una piccola borgata, di scarsa importanza forse una semplice base fortificata. La si vuole di solito localizzare a Sapri, nelle immediate vicinanze di ‘Pissunte’: localizzazione non troppo assurda, se Pissunte nel sec. VI, non fu una postazione sirita, ma per ora nessuna scoperta archeologica l’ha confermato.”.
L’archeologa Giovanna Greco, in un suo scritto sostiene che, “Il recente recupero a Sapri, alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico, sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase arcaica, ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro.” (1). Il Nissen (9) e il Ciaceri (10), collocano Scidro non lontano da Pixunte (l’odierna Policastro). Il Ciaceri sostiene : “trovarono i sibariti di Laos un punto di appoggio nell’altra colonia di Scidro, la quale più che una città, era forse un semplice castello o luogo fortificato che non giunse ad avere un’esistenza politica propria”. Una forte tradizione locale vuole Scidro localizzata a Sapri, forse sulla scorta dell’Antonini e di alcuni storici eruditi locali come il Gallotti (13). Secondo il Corcia (8): “Scidro sarebbe una città antichissima non molto discosta dal Bussento e di origine pelasgica”. Il Barone di San Biase, Guiseppe Antonini (….), così scriveva in proposito alla colonia Sibaritica di Scidro: “Appresso pochissimi degli antichi trovo di esso fatta menzione. Uno di questi fu Erodoto, l’altro Frontino. Quello che solo ci da lumi di esserci stato, ma anche da chi abitato: Questo ci fa sapere verso i suoi tempi qual fosse. Allor che i Crotoniati distrussero Sibari al tempo di Dario Istaspe (1), circa l’Olimpiade LXV, siccome molti scrivono, i Sibariti all’eccidio avanzati, per vaj luoghi si dispersero: altri andarono in Posidonia, siccome sopra si è detto, altri ad abitar Lao o Talao, città degli Argonauti edificata, ed altri vennero diciotto miglia più ad occidente a Sapri. De primi che andarono in Posidonia ci diede notizia Strabone. Dei secondi, il già citato Erodoto nel libro 6, narrando i travagli che i Milesi, da Persiani soffrivano, e la poca corrispondenza da quelli ne’ Sibariti trovata, così in latino ce’ il dice: ‘Haec Milesiis a gente Persarum passis parem gratiam non reddiderunt Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, Sipron (2) incolebant: Nam Sybari a Crotoniatis direpta, universi Milesii, puberes ad moestitiam ostendendam caput abraserunt, luctum exbibuerunt’. Abitavan dunque Sibariti ed in Lao, ed in Sipro, che dalla costante inveterata opinione di tutti fu creduto essere detto anche Sybaris, dal nome dell’abbandonata (3) patria, e nel corso degli anni corrottamente poi fu detto Sapri”. Vediamo le note dell’Antonini (…). La nota (1), riguarda una sua dissertazione sulla datazione. La nota (2), ci pare più interessante in quanto egli scrive: “Il trovarsi in alcuni esemplari scritto Scidron e non Sipron, ha fatto credere all’Olstenio, che sia piuttosto il Cetraro per una certa conformità di nome; ed anche appresso Stefano, si legge: EKIAPOC, polis Italias, …….Scidrus Urbs Italiae, gentile Scidranus.”. Nella sua nota (3) dice: “Circa quindici miglia lontano da Sapri abbiamo un simile esempio anche Greco; cioè che altri dall’abbandonato paese abbian dato il nome al nuovo, che son passati a fondare, o ad abitare. Egli è tre miglia sopra Maratea tra quelle colline, ed è chiamato Trecchina. Questo luogo fu fondato dai Greci che tenevano le montagne vicino le Termopile, chiamate anche Trechina, come si può da Erodoto, da Pausania, e da altri autori vedere. L’abbandonarono durante la Guerra Peloponnesiaca.”. L‘Antonini nella sua nota (2) di pagina 429, a proposito del ‘Sipron’, citato nel passo di Erodoto, scriveva: “Il trovarsi in alcuni esemplari scritto ‘Scidron’, e non ‘Sipron’, ha fatto credere all’Olstenio che sia piuttosto il Cetraro per una certa conformità di nome; ed anche appresso Stefano (3), si legge:“Scidrus Urbs Italiae, gentile Scidranus.”. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro atraverso per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno di cui parla il Pais e che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “Ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v. “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il ………………..Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Sempre riguardo la colonia sibaritica di Scidro vorrei segnalare che Giulio Giannelli (….), nel 1924, nel suo “Culti e miti della Magna Grecia – contributo alla storia più antica delle colonie greche dell’Occidente”, a pp. 138-139 (Appendice III) parlando di Sibari e della sua monetazione, in proposito scriveva che: “Non si può fare a meno di pensare alla tradizione della Ktisis di Sibari, conservataci da Aristotele (2), la quale faceva arrivare sulle sponde dell’Ionio, insieme agli Achei, anche un nucleo di coloni Trezenii, che dovettero poi sloggiare da Sibari; ed è felice ipotesi quella secondo la quale propro questi Trezenii sarebbero i fondatori della colonia alle bocche del Silaro, ove probabilmente già i Sibariti avevano uno stabilimento commerciale (3). A sostegno di questa teoria viene appunto la testimonianza delle monete, della grande diffusione del culto di Posidone in quella città e dell’onore in cui questo dio era ivi tenuto (1). ecc…ecc…Sulle monete del secondo periodo, esibendi anch’esse la figura del dio di Trezene, troviamo però sul retro, il tipo del toro sibarita: è il portato dell’emigrazione a Posidonia dei fuggiaschi di Sibari, i quali evidentemente, oltre che a Lao e a Scidro (4), dovettero trovar rifugio anche in questa città (5). Il significato fluviale del toro, che già ci apparve manifesto sui coni^ di Sibari, permane sulle monete Posidoniati: cambia però il fiume simbolizzato dalla figura taurina. Non è più il Crati, bensì il Silaro, un fiume che i coloni di Posidonia già verosimilmente veneravano ecc…”. Il Giannelli, a p. 143, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Così vuole la tradizione; le fonti in Byvanck, p. 126, n. 2”, in cui il Byvanck ci parla della monetazione di Sibari. Il Byvanck parla di Scidro a pp. 108-109.
Padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 48, in proposito scriveva che: “Nella vallata del Lao, poco a sud di Laino, doveva trovarsi la città di ‘Skidros’, che insieme con Laos accolse i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. Era certamente nel golfo del Lao, oggi detto di Policastro, e a breve distanza dal mare. Al tempo dell’Impero forse non esisteva più o aveva più o aveva perduto la sua importanza.”. Riguardo la città di Laos, il Russo, a p. 49, in proposito specificava che: “Sembra invece accertato che, presso la foce del Lao, poco più a sud di Scalea, era la città magno-greca di Laos, colonia di Sibari e importantissimo emporio commerciale sul Tirreno. Questa città sopravvisse alla metropoli; ma con la conquista romana decadde e fu sostituita da ‘Lavinium Bruttiorum’, che era a 16 miglia da Blanda e ad 8 da Cirella. Il suo sito è stato recentemente identificato in contrada “Marcellina”, nei pressi della stazione ferroviaria di Verbicaro-Orsomarso (44).”. Il Russo, a p. 49, nella nota (44) postillava che: “(44) O. Dito, Notizie di storia antica per servire d’introduzione alla storia dei Bruzi, Roma, 1882, u. 78 ss.; E. Galli, Livinium Bruttiorum, in “Notizie di Scavi”, VIII, S. VI, f. 7-9, pp. 328-363; B. Cappelli, Gli Statuti di Laino, in A.S.C.L., I., 405-410; Dito, La Calabria, 167-168″. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 79 parlando della conquista della lucana Pesto da parte di Alessandro il Molosso e l’itinerario da egli seguito, in proposito scriveva che: “S’impone ora la domanda relativa all’itinerario seguito dalle sue truppe per raggiungere Paestum. Alcuni studiosi pensano, sulla scia del Beloch, che il re abbia attraversato tutto il territorio lucano penetrando poi nella pianura pestana, altri ritengono che vi sia giunto per mare (77). Una terza ipotesi, avanzata da Pareti, si fonda sulla possibilità di una marcia da Turì al Tirreno, rimontando per Scidro verso Paestum con l’intento di liberare le città costiere di Laos, Pyxus ed Elea; dello stesso parere è C. A. Giannelli che sostiene però che il Molosso deve aver seguito un itinerario per via di terra da Turi a Scidro e, per via di mare, da Scidro a Paestum (78). In effetti questa soluzione avrebbe permesso all’Epirota un viaggio celere e sicuro rispetto a quello che l’avrebbe portato dallo Ionio al territorio poseidoniate attraverso la valle del Basento, di Serra e poi il Tito, il Platano ed il Sele (79).”. La Catalano, a p. 79, nella nota (75) postillava che: “(75) C.A. Giannelli, art. cit., p. 12 n. 35”. La Catalano qui si riferisce al testo di C. A. Giannelli (….), “L’intervento di Archidamo e di Alessandro il Molosso in Magna Grecia”, in “Critica storica”, VIII, 1969. Vi è pure un altro testo molto interessante che ci parla di Scidro, di Lao e di Alessandro il Molosso. Si tratta di Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, Firenze, Sansoni, 1963 oppure lo stesso testo ed. Bemporad, Firenze, 1924. La Catalano, a p. 79, nella nota (76) postillava che: “(76) Per l’itinerario del Molosso v. E. Lepore, Incontri di economie e di civiltà, in “Atti II Conv. St. sulla Magna Grecia”, cit., p. 219″. La Catalano, a p. 79, nella nota (77) postillava: “(79) C.A. Giannelli, art. cit., p. 16, definisce “più convincente” l’ipotesi del Pareti.”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Considerazioni sulla cronologia della colonizzazione greca in Occidente”, a p. 340 e ssg., in proposito scriveva che: “Il movimento migratorio dei Greci verso l’Italia meridionale e la Sicilia sarà cominciato probabilmente verso la metà dell’VIII secolo…Cominciando pertando dalle prime quattro città principali – Taranto, Metaponto, Siri e Sibari – le troviamo disposte dalla tradizione, per la data di fondazione, in quest’ordine: Metaponto (773 a.C.), Sibari (708), Taranto (706)(1). In realtà le ricerche….Siri sarebbe infatti sorta alla metà del VII secolo, ecc….Parlando dei coloni di Sibari, abbiamo fatto rilevare come un buon nucleo di loro fossero Trezenii, e abbiamo avanzato l’ipotesi che a questi sia dovuta la scelta di una località la quale offriva il più agevole collegamento con le sponde del Tirreno: e che i Sibariti tenessero molto a questa condizione favorevole allo sviluppo commerciale della loro città, lo mostra il fatto ch’essi si stanziarono prestissimo (certo fin dal principio del VII secolo), sul Tirreno, con gli stabilimenti di Lao e di Scidro e con un altro alle foci del Silaro, al quale tenne subito dietro (alla fine del VII o al principio del VI secolo: cfr. Beloch I, 2, 229 sg.), la fondazione di Posidonia, per parte dei Trezenii.”. Giannelli, ci parla di “Scidro” anche a p. 305, dove in proposito scriveva che: “Non è per altro escluso che la ktisis di Sibari abbia preceduto di qualche tempo quella di Siri e che i coloni Sibariti abbiano avuto buone ragioni per lasciare addietro il lungo tratto di costa lucana fra Taranto e le bocche del Crati, per venire a stabilirsi alla base della penisola del Bruzio…..ma, fra le genti che vennero a stabilirsi a Sibari erano in buon numero, a lato degli Achei, come abbian veduto, i Trezenii. Ora, è probabile che a questi non dispiacesse fissarsi in luogo adatto anche ai traffici ed ai commerci: e la foce del Crati assai si raccomandava, sotto questo riguardo, per trovarsi essa all’unpodei più brevi tragitti per i quali si poteva comunicare tra l’Ionio ed il Tirreno. Così la colonia degli Achei e Trezenii fu posta alla foce del Crati: di lì, i Sibariti si spinsero prestissimo attraverso lo stretto istmo di terra che li separava dal Tirreno, e piantarono, sulle sponde di questo mare, i due stabilimenti di Lao e di Sidro (1). Quando anche i coloni di Siri sentirono il bisogno di uno sbocco sul Tirreno, dovettero raggiungerlo attraverso un ben più lungo cammino, e fondarono la colonia di Pixunte, a nord degli stabilimenti dei Sibariti: questa città scomparve probabilmente insieme alla sua madre-patria e più tardi, nel 471, colonizzata nuovamente da Micito di Reggio. Intanto i Trezenii di Sibari si spingevano anche più a nord e, alle foci del Silaro, ponevano un altro stabilimento: che siano stati in particolar modo, i Trezenii sibariti i fondatori di esso, sembra indicarlo il culto di Hera Argiva, da loro ivi localizzato. Di lì a poco, tutte le genti trezenie di Sibari, lasciavano la loro sede primitiva e, non lungi da quello stabilimento, fondavano – una vera e presto florida – città, Posidonia.”. Giannelli, a p. 305, nella nota (1) postillava che: “(1) La fondazione di questi due stabilimenti risale ad epoca molto antica, certo alla metà del VII secolo, perchè non par dubbio debba ritenersi anteriore alla fondazione di Posidonia: Pais, p. 247; Galli, Per la Sibaritide, p. 119 sg.; Beloch I(2), 1, 238; Byvanck, p. 108.”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Sansoni, Firenze, 1963, nelle conclusioni: “Considerazioni sulla cronologia della colonizzazione greca in Occidente”, a p. 282 e ssg. riferendosi alla città di Cuma, in proposito scriveva che: “Per l’origine greca di questa città, i recenti ritrovamenti archeologici indicano gli ultimi anni dell’VIII secolo e i primi del VII; e viene fatto di pensare che non solo per ragioni di opportunità commerciale abbiano i Calcidesi scelto il golfo di Napoli, bensì anche perché le coste lucane dovevano ormai essere ipotecate dall’espansione dei Sibariti e dei Siriti e costellate dei loro stabilimenti commerciali, fra i quali forse già comparivano le città di Lao, di Scidro, di Pixunte. Nudo di colonie greche restava tuttavia il Bruzio meridionale, ad eccezione dell’estrema punta, sulla quale i Calcidesi avevano stabilito, di fronte a Zancle, la città di Reggio.”.
L’epigrafe con caratteri greci pubblicata dall’Antonini nel 1745 trovata e vista in località Fortino a Sapri, forse provenienti dalla città d’Avenia come dice lui dalla città di Vibona ?
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua prima edizione della, La Lucania, I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745 parlando di Sapri e nel descrivere i ruderi archeologici che vide personalmente, a pp. 434-435, in proposito scriveva che: “Verso l’imboccatura del porto dal lato occidentale sono gl’interi fondamenti di circa altri stanze simili a quelle, che sono nel lato occidentale, le quali potevano essere magazzini, o altra spezie d’officine alla marina appartenenti; e poi intorno intorno al porto veggonsi sott’acqua, ed al lido grandi ruine di larghissime muraglie; sicurissimo indubitato segno, che sulla riva del mare, e poco entro terra i Cittadini abitassero. Dico ciò, anche perchè non ho trovato fra quelle vicine vigne vestigia alcuno di antica cosa: e dimandato a quei Contadini, se zappando avessero mai trovato sotto terra qualche considerabile fabbrica, molti mi dissero d’avervi pochissime cose scoverto. Solamente al di sopra la Torre del lato occidentale trovai due pezzi di colonna d’ordinarissimo granito, e pochi passi dentro una vigna opposta un pezzo considerabile di fabbrica, ed un frammento di marmo, in cui eran rimaste le solo poche greche lettere dell’intera Iscrizione, che contener doveva nella maniera quì posta:
ΘΕΟΙΣΑΠ…..
…..ΟΙΗΣΕΝ……
……ΜΟΥ…..ΔΟΙ….Ρ…..
…..ΕΥΤΥΧΟC……
Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a p. 65, che parlando di ‘Scidro’ sulla scorta dell’Antonini scriveva che: “Il porto di Sapri è per gran tratto pieno di fabbriche occupate dal mare; ma più di tutte quelle rovine (6) dimostra il luogo abitato da’ Greci la seguente mutila epigrafe: ….etc…”.
Nel 510 a.C., Scidro dopo la distruzione di Sibari
Emanuele Ciaceri (…), nel suo, ‘Storia della Magna Grecia’,pubblicato nel 1940, a p. 264, sulla fine di Sibari, in proposito così scriveva che: “Così tragicamente chiudeva la sua vita la grande e ricca città di Sibari. I suoi cittadini superstiti riparavano (in parte almeno) a Lao e a Scidro, colonie sibarite, (1), donde poi doven fare vari tentativi di ricostruzione della loro patria, anche dopo che fu fondata Turio, la quale doveva essere la legittima erede.”. Il Ciaceri (…), a p. 264, vol. I, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Herodot. VI-21”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Sansoni, Firenze, 1963, a p. 257, in proposito scriveva che: “I Sibariti superstiti della guerra e della strage trovarono scampo nelle loro colonie: a Lao, a Scidro, a Posidonia stessa. Cinquantott’anni dopo, alcuni di essi tentarono di ritornare alla loro antica patria e riprendervi stanza: ma il tentativo, benché appoggiato da Posidonia (1), non riuscì, e i Crotoniati li sloggiarono dopo cinque anni (453-448: Diod., XII 10)(2): allora i Sibariti, ai quali non poteva sfuggire l’ognor crescente debolezza dei Crotoniati, vollero ritentare la prova, e invitarono Spartani ed Ateniesi ad essere loro alleati nel tentativo (Diod., XII, 10,3); Atene si mise a capo dell’impresa e sorse così, sotto la sua direzione, la città panellenica di Turii (444-3 a.C.). Nella nuova colonia i Sibariti non poterono restare, perché gli altri Greci non vollero loro riconoscere quella posizine di privilegio nella quale avevano sperato. Si ritirarono allora e fondarono, sulle rive del fiume Traente, una terza Sibari, che durò fin quando non la distrussero i Bruzi (Diod., XII, 22)(3).”. Giannelli, a p. 257, nella nota (1) postillava che: “(1) Forse anche Lao; cfr. Grose, “Numism. Chron.”, 1915, p. 189″. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nel cap. II, a pp. 27-28 e ssg., in proposito scriveva che: “L’unica fonte per stabilire, con molta approssimazione, l’epoca della distruzione di Sibari è Erodoto, il quale (VI, 21) dice che, nel tempo della presa di Mileto da parte dei Persiani (494) quei di Sibari non godevano miglior sorte, poichè, vinti dai Crotoniati avevan dovuto ricoverarsi nelle colonie di Lao e Scidro, e che Sibari stessa era stata rasa al suolo dai Crotoniati. Dice inoltre che l’annunzio della caduta di Sibari fu appreso con grande cordoglio da quei di Mileto, i quali tutti, dai fanciulli ai vecchi, si rasero il capo, in segno di lutto; rimprovera ai Laini di non aver fatto altrettanto, dopo la caduta di Mileto. Questa data trova una conferma in ciò che racconta Diodoro del ristabilimento dei Sibariti nella loro città, dopo 58 anni dacchè ne erano stati cacciati, cioè nel 453-2, donde furono di nuovo respinti dai Crotoniati, cinque anni dopo (447-6), e della fondazione di Turio (XI, 90,3 : XII, 10; cfr. IX, 23). Così con sicurezza può fissarsi un ‘terminus ante quem’con il racconto di Erodoto, riconfermato dalle parole di Diodoro. Etc…”.
Stefano di Bisanzio e Lico di Reggio
Lico di Reggio (Reggio, IV secolo a.C. – III secolo a.C.) è stato uno storico greco antico. Nemico di Demetrio Falereo, fu una delle fonti più importanti di Licofrone che, adottato da Lico, da lui attinse per la sua Alessandra. Lico di Reggio (Reggio, IV secolo a.C. – III secolo a.C.) è stato uno storico greco antico. Nemico di Demetrio Falereo, fu una delle fonti più importanti di Licofrone che, adottato da Lico, da lui attinse per la sua Alessandra. Lico di Reggio. – Storico greco (attivo tra la fine del IV e gli inizî del III sec. a. C.), autore di alcune opere, di cui possediamo frammenti, sulla Libia, sulla Sicilia, sulle imprese di Alessandro d’Epiro in Italia. Fu avversario di Demetrio Falereo, forse durante la sua permanenza in Egitto. L. fu tra le fonti principali di Timeo e di Licofrone. L’opera di Lico di Reggio è contenuta in opera più tarda scritta da Stefano Bizantino.
Il passo di Lico di Reggio (…) è contenuto in un testo di Stefano di Bisanzio o Stefano Bizantino. Stefano di Bisanzio, conosciuto anche come Stefano Bizantino (in greco antico: Στέφανος Βυζάντιος; VI secolo – …) è stato un geografo bizantino, autore di un importante dizionario geografico intitolato Etnica (Ἐθνικά) in 50 o 60 volumi. Stefano utilizza come fonti principali i geografi dell’antichità, quali Tolomeo, Strabone e Pausania, i grammatici e i commentari a Omero. La sua conoscenza della geografia è nondimeno approssimativa e le sue etimologie sono confuse. Il lavoro è di enorme valore per le informazioni di carattere geografico, mitologico e religioso che fornisce sull’antica Grecia. Del dizionario sopravvivono scarsi frammenti ma ne esiste un’epitome compilata da un certo Ermolao. Ermolao dedica la sua epitome a Giustiniano; se sia il primo o il secondo imperatore di questo nome è incerto, ma sembra probabile che Stefano visse nella prima parte del VI secolo sotto Giustiniano I. I frammenti iniziali rimasti dell’opera originale (alcuni dei quali contengono lunghe citazione di autori classici e molti interessanti dettagli storici e topografici) sono Contenuti nel De administrando imperio di Costantino Porfirogenito, capitolo 23 (la voce Ίβηρίαι δύο) e nel De thematibus, ii. 10 (un rapporto sulla Sicilia); gli ultimi includono un passaggio del poeta comico Alessi sulle Sette maggiori isole. Un altro frammento importante, che va dalla voce Δύμη alla fine del Δ, esiste in un manoscritto della biblioteca Seguerian. Costantino Porfirogenito fu comunque l’ultimo a consultare l’opera completa, la Suda e Eustazio di Tessalonica usano già il compendio. La versione moderna standard è quella di Augustus Meineke (1849), e di recente è stata pubblicata una nuova edizione critica dell’intera opera a cura di Margarethe Billerbeck (già Università di Friburgo) per il Corpus fontium historiae Byzantinae (2006-2017, V voll.). Per convenzione, i riferimenti si riferiscono alle pagine dell’edizione Meineke. La prima edizione moderna fu pubblicata dalla stamperia aldina nel 1502.
Nel IV secolo d.C., lo storico Lico di Reggio in “Lessico Geografico” di Stefano di Bisanzio cita “SCIDRO”
Di Skidros eccetto il passo di Erodoto, ritroviamo la citazione del toponimo fatta in un passo di Lico di Reggio (…), riferita da Stefano di Bisanzio (…), dove si parla della spedizione di Alessandro il Molosso poco prima del 330 a.C.: “Scidrus urbs italiae, gentile scidranus”. Nella mia Relazione sull’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, in proposito al toponimo di “Scidro” scrivevo che: “L’altra colonia di Sibari, ove si sarebbero rifugiati i sibariti dopo il 510, è Scidro, ma il noto storico antico Strabone non ne fa cenno nella sua Geografia (20), e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (21), con ricordi di Lico di Reggio (storico del III secolo a.C.) ed in Ateneo (22)…..Di Skidros, eccetto il passo di Erodoto, ritroviamo la citazione del toponimo fatta in un passo di Lyco di Reggio, riferita da Stefano di Bisanzio, dove si parla della spedizione di Alessandro il Molosso poco prima del 330 a.C.: “Scidrus urbs italiae, gentile scidranus”: etc….”. Nella mia Relazione, nelle mie note postillavo che: “(21) Stefano Bizantino, Lessico geografico, Etnikà, Amsterdam, 1678. (22) Ateneo, XII, 523, c ,d, che si rifà a Timeo ed Aristotele. Etc…”. Mario Napoli (…), in un suo studio, scriveva in proposito: ” L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s.v. Exidqos, con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c,d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele).”. Come vedremo, la colonia Sibaritica di Scidro verrà citata più volte dallo storico reggino Lico di Reggio (…). Alcuni autori citano lo storico reggino Lico di Reggio (…), che citava sia l’antica colonia sibaritica di Scidro e l’altra di Pixunte (attuale Policastro Bussentino). Riguardo la figura di Lico di Reggio, ha scritto Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a pp. 289-299, ritorna sulla figura di Lico di Reggio (…) ed in proposito scriveva che: “Il punto fondamentale per la determinazione approssimativa di questi termini cronologici sta nel fatto che, fra le altre cose, egli scrisse un libro ‘Intorno ad Alessandro’ e a lui stesso lo dedicò (4). E da escludere che si trattasse di Alessandro Magno perchè, a prescindere dell’ipotesi inconsistente, messa innanzi da qualcuno dei critici moderni, che nell’occasione in cui anche ambasciatori Bruzzi, Lucani ed Etruschi si sarebbero recati a rendere omaggio al Macedone in Babilonia (l’anno prima che fosse colpito dalla morte (a. 324)(1)(p. 299) gli avrebbe inviato Lico un suo scritto riguardante l’Occidente (2), incomprensibile riuscirebbe che ciò egli facesse con un libro in cui, a giudicare dai due frammenti soprammenzionati, ricordava insignificanti città d’Italia quali Scidro e Larino e relative storielle. Trattavasi invece di Alessandro d’Epiro o il Molosso, ch’era venuto in Italia (3) alla difesa delle città italiote minacciate dai Bruzzi e Lucani (a. 334-31); il quale, come vedremo, era avanzato prima da Brindisi sino ad Arpi nella Daunia, a sud della regione dei Frentani ov’è appunto la città di Larino (fr. 2) ed aveva compiuto, dopo, una spedizione per via interna da Metaponto sino a Pesto per prendere alle spalle i Lucani e Sanniti, donde quindi aveva fatto ritorno ad Eraclea verisimilmente lungo la via littoranea del Tirreno, ove, fra le altre, sorgeva la cittadina di Scidro (fr. 1), colonia di Sibari (4). Ecc..”. Ecco ciò che scriveva su Lico reggino il grande Ciaceri. Il Ciaceri, riferendosi al libro di Lico reggino “Intorno ad Alessandro”, nella sua nota (2) a p. 299, postillava che: “(2) v. LAQUEUR in R. E. XIII 2, 2406 sg.”. Inoltre il Ciaceri a p. 299, nella sua nota (3) postillava che: “(3) E, questa, del resto, la vecchia opinione del Mueller.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 272 scriveva che: “…di Scidro…; onde di essa manca ogni traccia di monete e non è neanche ricordata dagli scrittori latini (3).”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Herodot. VI 21; Steph. B.: Σχιδρος, χολις ‘Ιταλιας. Di Scidro si occupò Oreste Dito, Notizie di storia antica (Roma, 1892).”. Sempre il Caceri, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) e della bontà dell’opinione prevalsa fra i moderni, secondo la quale è stata posta ove oggi è Sapri, (4) si dubita assai oggigiorno. Ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, Griech. Gesch. Ià 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Il Ciaceri trascrive il passo di Lico di Reggio (…)(contenuto nel “Lessico” di Stefano di Bisanzio), in cui Lico cita e racconta di Scidro. Secondo il Caceri, lo storico reggino Lico di Reggio, citava la colonia Sibaritica di Scidro allorquando racconta della spedizione di Alessandro il Molosso. Il Ciaceri dice che si trattava del re di Epiro. Sulla scorta di storici del ‘900 come Emanuele Ciaceri, gli storici moderni hanno ripetuto la stessa notizia. Faccio cenno di alcuni autori che hanno citato Lico di Reggio parlando dell’antica città di Pixunte. L‘Antonini nella sua nota (2) di pagina 429, a proposito del ‘Sipron’, citato nel passo di Erodoto, scriveva: “Il trovarsi in alcuni esemplari scritto ‘Scidron’, e non ‘Sipron’, ha fatto credere all’Olstenio che sia piuttosto il Cetraro per una certa conformità di nome; ed anche appresso Stefano (3), si legge:“Scidrus Urbs Italiae, gentile Scidranus.”. Il passo di Lico di Reggio (…) è contenuto in un testo di Stefano di Bisanzio o Stefano Bizantino. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (3) postillava che: “(3) v. ad es. Corcia, Storia delle due Sicilie, III, p. 65”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Nissen, It. Landesk, II, p. 898.”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Beloch, Griech. Gesch., l. c. “. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Byvanck, op. cit., p. 109, n. 3., il quale, secondo noi a torto, ripetendo a quanto pare l’interpretazione di scrittore locale, afferma: “hodie Papasidero, i. e. Scidrus vetus”.”. Infatti, il Byvanck (…), nel…….. nel suo “De Magnae Graeciae Historia Antiquissima”, a p. 109 così scriveva: “Scidrs 3) castellum in media via sita esse videtur, quo loco nunc ‘Papasidero’ est in valle Lai superiore. Colonia erat Sybaritarum qui post Sybarim eversam Laum et Scidrum fugissent 4).“. Il Byvanck (…), a p. 109, nella sua nota (3) postillava che: “(3) (Scridrus)(Latine non memoratur), Graece Σχιδρος, hodie Papasidero, i. e. Scidrus vetus; – cfr. tab. mil. 220-221, – O. Dito, Notizie di Storia antica, Roma, 1892. – Alii non recte Scidrum ‘Sapri’ hodiernum esse contendunt.”. Sempre il Byvanck, a p. 109, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Her. 6, 21; Steph. Byz. s.v., qui Lycum laudat εν τψ περι ‘Αλεξανδρον saeculo IV igitur urbs exstabat.”. Ritornando a ciò che scriveva il Ciaceri, ovvero che la colonia Sbaritica di Scidro anche se non dovette avere una grande importanza, non scomparve così presto: “….se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2).”. E quì il Ciaceri menziona lo storico reggino Lico di Reggio (…). Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Fernando La Greca (33), in un suo studio sul Golfo di Policastro: ‘L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana’ , a p. 21 scriveva in proposito che: “L’ubicazione di Scidro è stata molto discussa. Nelle fonti antiche vi è solo un altro brano che riguarda Scidro, nel lessico di Stefano Bizantino, dove la stessa Scidro è detta città dell’Italia, ed il suo etnico è Skidronòs, come riporta lo storico Lico di Reggio nella sua opera, Ethnica, su Alessandro (20). In questa citazione si narra anche del passaggio per Scidro da parte del condottiero Alessandro il Molosso (chiamato da Taranto per fronteggiare i Sanniti) nel 334 a.C.; se ne deduce che Scidro avesse un porto. Il Molosso giunge in Italia con una flotta con la quale si sposta lungo le coste, e dopo aver combattuto in Puglia passa dal Tirreno per sorprendere i Sanniti alle spalle, prima passando per Scidro e, successivamente, sbarcando presso la città amica di Poseidonia.” […]; […] “a Sapri, le ceramiche di fine VI secolo trovate alle falde della collina del Timpone sembrano confermare l’ipotesi di coloro che localizzano qui una città greca arcaica, subcolonia dei Sibariti, di nome Scidro (Skidròs).”. Il La Greca, a p. 21, nella nota (20) postillava: “(20) Stefano Bizantino, Ethnica, ad v. Skidros.”. Dunque, Fernando La Greca (33) scriveva che l’unica fonte o citazione di una “Scidro” è un brano del “lessico” di Stefano Bizantino, “….dove la stessa Scidro è detta città dell’Italia, ecc…” e, dove: “si narra anche del passaggio per Scidro da parte del condottiero Alessandro il Molosso (chiamato da Taranto per fronteggiare i Sanniti) nel 334 a.C.”. Dunque, il La Greca scriveva che nel “Lessico” di Stefano di Bisanzio o Bizantino si narra del passaggio per Scidro di Alessandro il Molosso, condottiero che fu chiamato dalla città di Taranto per sconfiggere i Sanniti nel ‘334 a.C.. Di Alessandro il Molosso parlerò dopo. Innanzitutto, come abbiamo già detto, oltre ad Erodoto (…), ci parla della colonia Sibaritica di Scidro, posta sulle coste del Tirreno e non lontana da Pixunte, lo storico Lico di Reggio. Un altro studioso che ha riassunto la storia del toponimo è Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, edito nel 1815 a Napoli (si può vedere l’edizione ristampata e curata da La Greca nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’), che a p. 376, nella parte III che parla della ‘Lucania’, dopo aver discorso sul fiume Bussento, in proposito a ‘Scidro’ scriveva che: “Della medesima città di Scidro fece parola Stefano Bizzantino: ΣΚΙΔΡOC ‘Scridrus urbs Italiae, gentile Scidranus, ut Lycus in opere de Alessandro’. Il geografo ricavò questa notizia da Lico di Reggio scrittore di storie, e padre adottivo del poeta Licofrone.”. Dunque, il Romanelli chiarisce il passaggio di La Greca citando Stefano di Bisanzio che scriveva nel suo ‘Lessico Geografico’ di “Scidro”: “ΣΚΙΔΡOC ‘Scridrus urbs Italiae, gentile Scidranus, ut Lycus in opere de Alessandro'” che tradotto significa: “ΣΚΙΔΡOC ‘Scridrus è una città d’Italia, una famiglia chiamata Scidranus, come Lycus nell’opera di Alessandro”. Dunque Stefano dice chiaramente che la storia del passaggio di Alessandro il Molosso la trasse dallo storico Lico di Reggio. La Clara Bencivenga – Trillimich (40), nel suo “Pyxous – Buxentum”, a p……, sulla scorta del Gaetani (…..) a proposito di Bussento o “Buxentum” (ora Policastro Bussentino) scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da StefanoBizantino (….), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello(….).”. La Trillimich (….) ed il Gaetani (….) si riferivano all’opera di “(3) Stefano Bizantino, Lessico geografico, Etnikà, Amsterdam, 1678.” che è la stessa opera a cui si riferiva il La Greca parlando del “Lessico” di Stefano Bizantino. La studiosa Clara Bencivenga Trillmich (…), nel suo ‘Pyxous-Buxentum’, a p. 704, parlando di Bussento, scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501, i vescovi Rustico e per il 542 il vescovo Agnello (10).”. La Trillmich (…), nella sua nota (9), postillava che: “(9) Steph. Byz., s.v. Πυξούς.” e, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Gaetani Rocco, L’Antica Bussento, oggi Policastro Bussentino’, in Gli studi in Italia’, Periodico didattico, scientifico e letterario, a. V, vol. I, Roma, 1882, p. 376.”. La Trillmich (…), dunque sulla scorta del Gaetani (…), citava Stefano Bizantino (…): “(9) Steph. Byz., s.v. Πυξούς.”. Rocco Gaetani (….), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (….), nel suo ‘Mannelli Luca,Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, parlando di Policastro Bussentino leggiamo in proposito che “Ritrovasimentionata ancora questa Città nella Lucania da altri Antichi, e particolarmente da Velleio, Pomponio Mela, e Tolomeo. Stefano Bizantino disse sia Città diSicilia……………………. (2), e ne fu notato da Casanbono (3) ecc….havendo scritto bene Stefano che fusse Città di Sicilia, ancorchè nella Lucania, poichè anticamente questa provincia fu detta Sicilia, e così puote anco dirsi hoggigiorno il Regno tutto.”. Il Gaetani, riferendosi a Policastro, scriveva: “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’. “. Il Gaetani, a p. 17, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Stefano de Urbinus”. Rocco Gaetani, sulla scorta del manoscritto del Mandelli chiamava Stefano Bizantino “Stefano de Urbinus”.
Dunque, anche Rocco Gaetani parlando di Policastro Bussentino e delle sue origini scriveva che l’antica città di “Scidro” in Stefano Bizantino veniva posta sia come città della Sicilia e sia come città della Lucania. Il Gaetani spiega che Stefano Bizantino raccontava di Scidro come “città della Sicilia”, “ancorchè nella Lucania, poichè anticamente questa provincia fu detta Sicilia, e così puote anco dirsi hoggigiorno il Regno tutto.”. Infatti, lo storico e geografo Stefano di Bisanzio scriveva nel VI secolo a.C.., forse quando questa provincia della ex Lucania Romana apparteneva alla Sicilia Bizantina. Infatti, il racconto di Stefano di Bisanzio risale all’epoca dell’occupazione bizantina dell’Italia Meridionale, prima dell’avvento dei Longobardi e quindi il racconto di Stefano Bizantino è da porsi in epoca alto medioevale.
SCIDRO, LAO, PIXUNTE E PESTO ERANO CITTA’ CONQUISTATE DAI LUCANI
Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a pp. 3-4, in proposito scriveva che: “La colonia di Micito non durò a lungo: nel V e IV secolo si moltiplicarono le invasioni barbariche che minacciarono seriamente la civiltà greca. Alcune tribù appenniniche (Sanniti, Irpini, Japigi, Lucani, Messapi, Frentani ecc.) migrarono a più riprese a sud e si estesero fino alla Puglia e alla Calabria. In Calabria i Bruzii insorsero contro i Lucani dominatori, e, con l’aiuto di Alessandro d’Epiro, li sconfissero nella grande battaglia di Paestum nel 330 a.C. Di certo in questo anno i fuggitivi di Paestum ripararono a Pixunte. Da questo momento i lucani si ritirarono definitivamente nella regione situata tra i quattro fiumi principali (Sele, Lao, Crati e Bradano), cioè la Lucania.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: “4. Il mondo indigeno enotro-lucano, pur arretrando inizialmente a seguito della crescente presenza greca sulla costa, è comunque ben presente nell’area tra V e IV sec., con il significativo insediamento di Roccagloriosa, e con una serie di insediamenti minori “disposti quasi a corolla all’interno del golfo di Policastro” (34), prendendo alla fine il sopravvento anche sulle città costiere. Dal V secolo a. C. fino agli inizi del III fiorisce il frurion o fortezza lucana di Roccagloriosa, poi abbandonata con l’arrivo dei Romani. Gli scavi archeologici (35) hanno restituito mura, strade, edifici d’abitazione e sacri, iscrizioni, tombe a camera principesche con ori e vasi diproduzione pestana. Importante è un frammento bronzeo con iscrizione osca, datata al 300 a.C., relativa a una legge della città, e con riferimento a magistrati chiamati meddices. Il sito di Roccagloriosa è legato ad un mercato o centro di raccolta e scambio di beni, e ad uno sfruttamento intensivo dello spazio agrario nel IV e nel III sec.; le indagini archeologiche hanno attestato una economia agricola basata sulla policoltura, con un ruolo preminente occupato dalla coltivazione della vite. Inoltre, l’analisi dei dati faunistici su un campione di ossa presenta un panorama articolato, con un 30% di bovini e un 16% di suini (36). Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V / prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V sec., vasi a vernice nera tra cui un frammento figurato di cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (37). Tutto ciò evidenzia “una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec. organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa e occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte” (38). Di fine IV – inizi III sec. è una tomba a camera monumentale in località Laurelli di Caselle in Pittari: la camera, rettangolare e alta oltre quattro metri, è preceduta da un lungo dromos o corridoio tagliato nel pendio collinare e dotato di canalette per il drenaggio; la porta era decorata con capitelli dorici; del corredo sono stati recuperati solo frammenti di vasi a vernice nera e un balsamario (39). Da quest’area provengono anche moltissimi frammenti di ceramica di IV-III sec., pesi da telaio, macine (40). Altri insediamenti indigeni sono attestati a Morigerati ed a Tortorella (41)”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (34) postillava che: “(34) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (35) postillava che: “(35) GUALTIERI – FRACCHIA 1990; GUALTIERI – FRACCHIA 2001; GUALTIERI 2001”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (36) postillava che: “(36) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 56”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (37) postillava che: “(37) JOHANNOWSKY 1983a.”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (38) postillava che: “(38) GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (39) postillava che: “(39) JOHANNOWSKY 1983b; GIUDICE 2005”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (40) postillava che: “(40) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 53”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (41) postillava che: “(41) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18; FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 32”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà:“Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…). “. L’archeologa Giovanna Greco (….): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (…) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (….) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Si tratta del testo di autori vari: Greco Giovanna, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32 e p. 38. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.“. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “Ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v. “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il ………………..Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 269, parlando di Palinuro, in proposito scriveva che: “Ho già detto (vedi a Molpa) del contrario avviso di M. Napoli circa l’evento prodigioso. Pertanto solo gli scavi potranno portare ulteriori elementi atti a chiarire in via definitiva l’affascinante problema.”.Significativo in proposito è quanto scrive l’Archeologa Giovanna Greco (19): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (19) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (20) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà:“Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (19). “. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 177 e ssg. riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “All’immigrazione degli Enotri, degli Elleni, e degli altri popoli minori, tenne dietro, nel VI secolo a.C. quella più numerosa e forte dei Lucani. Appartenevano questi alla razza Sabellica o Sannita o Sabina, e provenivano dal Sannio, o meglio dalle vicine sponde del Silaro o Sele. Nel distaccarsi , per cresiuta popolazione, dai padri Sanniti, presero allora il nome di Lucani, o dal loro duce Lucio o Lucilio, come riferisce Plinio, o dal vocabolo greco ………lupo, col poco leggiadro significato di terra di lupi, o dal vocabolo latino lucus, bosco, quasi terra di boschi, o, infine dall’altra parola sabellica o latina lux, luce, cioè terra posta verso la plaga del cielo, onde loro veniva la luce, o terra orientale, perchè, scrive il Racioppi, “i Lucani, mossi dalle regioni abitate dalle stirpi osco-sabelliche, per occupare le terre poste alla sinistra del fiume Silaro, vennero in un paese, che è posto appunto all’oriente delle sedi originarie, onde essi uscirono”. (Vol. I pag. 14). Di qui il motto fatidico di Strabone, quasi simbolo di civiltà e di progresso: ‘Non a Lucio, sed a luce!’. “Allorchè i Sanniti – scrive il barone Antonini nell’opera succitata – per alleggerire di gente il loro paese mandarono i propri figliuoli in questa regione, la trovarono abitata dagli Enotri, da altri Greci e dai Coni, onde furon costretti, con lunga guerra, da essa cacciarli”. E infatti, come gli Enotri avevano respinto a sud i Siculi, sovrapponendosi ad essi, come i lucani, più valorosi, forti e audaci, soggiogarono e respinsero gli Enotri, estendendo rapidamente le loro conquiste fino all’estremo della penisola, fin nel paese dei Bruzii, donde, in seguito dovettero ritirarsi.”. Parlando del toponimo “Scidro”, Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” scriveva che: “….consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana….Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. Etc…”. Dunque, il Battisti, riguardo il toponimo di “Scidro” scriveva che detto toponimo non solo era “pre-italiano” ma è probabile che il toponimo “Scidros” possa essere un toponimo “traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano”. Nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, nella mia nota (32) postillavo che: “(32) Battisti C., Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964.”. Si tratta di Carlo Battisti (….) e del suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, 1964. Sul periodo pre-lucano vi sono delle evidenze archeologiche ed altro. Lo studioso locale Felice Cesarino (….), in proposito scriveva che: “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “5. La Lucania viene occupata dai Romani successivamente alla guerra contro Taranto e Pirro, ma la loro presenza era già consistente durante le guerre sannitiche. Poseidonia diventa colonia latina con il nome di Paestum nel 273 a.C.; etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.“.Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) ….ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, Griech. Gesch. Ià 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a pp. 289-299, in proposito scriveva che: “Trattavasi invece di Alessandro d’Epiro o il Molosso, ch’era venuto in Italia (3) alla difesa delle città italiote minacciate dai Bruzzi e Lucani (a. 334-31); etc…”. Il Ciaceri, a p. 299, nella sua nota (3) postillava che: “(3) E, questa, del resto, la vecchia opinione del Mueller”. Interessantissimo è ciò che scrisse Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nel capitolo “Cap. I – Lotte tra le popolazioni indigene ed intervento straniero”, a p. 11, dopo aver detto del tentativo dei Tarantini di richiesta di intervento a Sparta, tentativo andato vano, scriveva pure che: “La vittoria così poteva dirsi completa; ed al Molosso non restava che far ritorno alle spiagge dell’Ionio percorrendo la via più agevole, la litoranea, lungo la quale avrebbe avuto modo di far dimostrazione di forza dinanzi alle cittadine italiote che da lungo tempo eran state occupate dai Lucani, Pissunte, cioè, Scidro e Lao (3). E forse di là risalendo alle sorgenti del Laino e quindi prendendo il corso del Sinno veniva a posare in Eraclea. Etc…”. Dunque, in questo passaggio, il Ciaceri, sulla scorta del Pais (….) dice che le piccole città italiote di Pissunte, Scidro e Lao, “da lungo tempo eran state occupate dai Lucani”. Il Ciaceri (…), a p. 11, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il particolare che lo storico Lico reggino narrando le gesta di Alessandro ricordava Scidro (Stepha. B. s. v.) deve, a nostro giudizio, riferirsi al viaggio di ritorno del re da Pesto.”. Il Ciaceri, a p. 11, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Liv. VIII 24, 4-6. Certo, con esagerazione Livio parlava di 300 famiglie illustri prese come ostaggi.”. Dunque, Pixunte, poi in seguito Bussento, Scidro e Lao erano già città soggette ai Lucani. Da Wikipedia leggiamo che Paestum, fino al 1926 Pesto, è un’antica città della Magna Grecia, chiamata dai Greci Poseidonia in onore di Poseidone, ma devotissima ad Atena ed Era. Dopo la sua conquista da parte dei Lucani venne chiamata Paistom, per poi assumere, sotto i Romani, il nome di Paestum. L’estensione del suo abitato è ancora oggi ben riconoscibile, racchiuso dalle sue mura greche, così come modificate in epoca lucana e poi romana. In una data collocabile tra il 420 a.C. e 410 a.C., i Lucani presero il sopravvento nella città, mutandone il nome in Paistom. A parte sporadici riferimenti nelle fonti, non si conoscono i particolari bellici della conquista lucana, probabilmente perché non dovette trattarsi di una conquista repentina. È un processo che è possibile riscontrare in altre località (ad esempio nella non distante Neapolis), dove vi fu una lenta, graduale, ma costante infiltrazione dell’elemento italico, dapprima richiamato dagli stessi Greci per i lavori più umili e servili, per poi divenir parte della compagine sociale mediante il commercio e la partecipazione alla vita cittadina, fino a prevalere e a sostituirsi nel potere politico della città. Sebbene letterati e poeti greci riportino il rimpianto dei Poseidoniati per la perduta libertà e per la decadenza della città, l’archeologia testimonia che il periodo di splendore proseguì ben oltre la “conquista” lucana, con la produzione di vasi dipinti (talora firmati da artisti di prim’ordine quali Assteas, Python e il Pittore di Afrodite), con sepolture copiosamente affrescate e preziosi corredi tombali. Tale ricchezza doveva derivare in larga misura dalla fertilità della piana del Sele, ma anche dalla produzione stessa di oggetti di grande qualità, parte cospicua di quei commerci instauratisi durante il periodo precedente. Neanche il carattere greco della città scomparve del tutto, come attestano, oltre la produzione dei vasi dipinti, anche la costruzione del bouleuterion e la monetazione, che preservò le sue prerogative elleniche. Breve parentesi fu aperta nel 332 a.C., quando Alessandro il Molosso, re dell’Epiro – giunto in Italia su richiesta di Taranto in difesa contro Bruzi e Lucani – dopo aver riconquistato Eraclea, Thurii, Cosentia, giunse a Paistom. Qui si scontrò con i Lucani, sconfiggendoli e costringendoli a cedergli degli ostaggi. Ma il sogno del Molosso di conquistare l’Italia meridionale ebbe breve durata: la parentesi si chiuse nel 331 a.C., con la sua morte in battaglia presso Pandosia. Paistom ritornò così sotto il dominio lucano.
Nel VI-VII sec. a.C., l’insediamento “Lucano” al Timpone di Sapri
Riguardo gli antichi insediamenti d’epoche passate presenti nell’area Saprese, andrebbe ulteriormente e meglio indagata la notizia citata dallo studioso Domenico Di Lascio (…), nel suo ‘Dal Sele al Lao – le vie Romane del Lagonegrese’, dove a p. 121, parlando di Sapri, citava una notizia tratta dalla studiosa Paola Bottini (…), in ‘Archeologia, Arte e Storia alle sorgenti del Lao’, ed in proposito scriveva che: “In località “Timpone” è venuto alla luce un sito antropico risalente al VII-VI secolo a. C. simile a quello trovato in prossimità della foce del Bussento nei pressi di Policastro Bussentino (CAS95).”. Il Di Lascio (…), a p. 62, spiegava il significato di GAS, scrivendo che: “I dati emersi della ricerca Archeologica vengono analizzati e tratti dalle seguenti opere: CAS – (Castelluccio), P. Bottini, Archeologia Arte e Storia alle sorgenti del Lao.”. In effetti, il testo della Bottini stà nel Catalogo della mostra a Castelluccio (PZ) che fu curato da Paola Bottini e la prefazione di Dinu Adamesteanu. Paola Bottini ed altri autori, hanno parlato approfonditamente degli insediamenti e dei recenti ritrovamenti archeologici negli Atti del Convegno che si tenne a Taranto nel 1990 e pubblicati in AA.VV. (…), ‘A Sud di Velia – I, Ricognizioni e ricerche 1982-1988′, a cui rinvio per gli opportuni approfondimenti. Nel testo citato, a p. 17, la studiosa Giovanna Greco, in proposito scriveva che: “Un recente recupero a Sapri, alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase tardo arcaica ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro (16) subcolonia sibarita dove, secondo Erodoto, si rifugiarono i Sibariti dopo la distruzione della propria città (Her. VI, 21).”. Nello stesso testo, da p. 34 e sgg., nella ricognizione dei ritrovamenti nel territorio saprese, le studiose Fiammenghi e Maffettone (…), non citano nulla di quanto affermato dal Di Lascio (…), sulla scorta della Bottini (…), ma citano alcuni significativi ritrovamenti fatti in località ‘Canale’ e ‘Giammarone’. In particolare io credo che la Bottini (…), si riferisca all’insediamento “stagionale” ritrovato in località “Carnale”, a cui rimando per gli opportuni approfondimenti. In particolare la Bottini (…), in questo testo, pubblicò “La ricerca Archeologica nell’area del Lagonegrese”, dove però la Bottini, connette i ritrovamenti in località “Colla”, nel territorio di Rivello, con i porti Velini ecc…Significativo in proposito è quanto scrive l’Archeologa Giovanna Greco (19): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (19) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (20) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà:“Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (19). “.
Nel ‘334 a. C. (IV sec. a.C.), Alessandro il Molosso
Alessandro I d’Epiro, detto il Molosso (362 a.C. circa – Pandosia, 330 a.C. circa), è stato re d’Epiro e zio materno di Alessandro Magno. Venuto in Italia nel 335 a.C. per soccorrere la città magno-greca di Taranto, Alessandro I, entrò in conflitto con i Lucani, i Bruzi, gli Iapigi e i Sanniti, nel tentativo di creare uno stato unitario nel Meridione d’Italia. Pur riuscendo a conquistare con i Tarentini le città di Brentesion, Siponto, Heraclea, Cosentia e Paestum, tuttavia il suo progetto non si realizzò, venendo sconfitto in battaglia e ucciso a tradimento da un lucano a Pandosia (Lucania) o a Pandosia Bruzia nel 330 a.C. Secondo una certa critica storiografica moderna ‘il Molosso’ sarebbe venuto in Italia con l’intendo di conquistare l’Italia stessa, la Sicilia e l’Africa. Questo obbiettivo avrebbe completato il progetto del nipote e cognato, Alessandro Magno, che in quello stesso anno era intento a conquistare l’Asia. Questa interpretazione trova appoggio anche in antichi autori, come ad esempio Giustino (…). Marco Giuniano Giustino (….), nella sua opera, Epitoma Historiarum Philippicarum Pompei Trogi, XII, 21.
Nel ‘334 a. C. (IV sec. a.C.), Alessandro il Molosso raggiunse e conquistò Posidonia e, nel viaggio di ritorno si fermò con la sua flotta nel porto di “SCIDRO” per proseguire attraverso i monti ed arrivare ad Eraclea sullo Ionio
Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) ….ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, Griech. Gesch. Ià 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Ritornando a ciò che scriveva il Ciaceri, ovvero che la colonia Sibaritica di Scidro anche se non dovette avere una grande importanza, non scomparve così presto: “….se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2).”. Qui, il Ciaceri citava lo storico reggino Lico di Reggio (…). Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Dunque, di cosa si tratta ?. A cosa si riferiva il Ciaceri quando scriveva della “spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV” ?. Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a p. 299, parlando di Lico di Reggio (….) ci dice di Alessandro il Molosso, ed in proposito riferendosi a Lico di Reggio scriveva che: “fra le altre cose, egli scrisse un libro ‘Intorno ad Alessandro’ e a lui stesso lo dedicò (4). E da escludere che si trattasse di Alessandro Magno perchè, a prescindere dell’ipotesi inconsistente, messa innanzi da qualcuno dei critici moderni, che nell’occasione in cui anche ambasciatori Bruzzi, Lucani ed Etruschi si sarebbero recati a rendere omaggio al Macedone in Babilonia (l’anno prima che fosse colpito dalla morte (a. 324)(1)(p. 299) gli avrebbe inviato Lico un suo scritto riguardante l’Occidente (2), incomprensibile riuscirebbe che ciò egli facesse con un libro in cui, a giudicare dai due frammenti soprammenzionati, ricordava insignificanti città d’Italia quali Scidro e Larino e relative storielle. Trattavasi invece di Alessandro d’Epiro o il Molosso, ch’era venuto in Italia (3) alla difesa delle città italiote minacciate dai Bruzzi e Lucani (a. 334-31); il quale, come vedremo, era avanzato prima da Brindisi sino ad Arpi nella Daunia, a sud della regione dei Frentani ov’è appunto la città di Larino (fr. 2) ed aveva compiuto, dopo, una spedizione per via interna da Metaponto sino a Pesto per prendere alle spalle i Lucani e Sanniti, donde quindi aveva fatto ritorno ad Eraclea verisimilmente lungo la via littoranea del Tirreno, ove, fra le altre, sorgeva la cittadina di Scidro (fr. 1), colonia di Sibari (4). Ecc..”. Il Ciaceri, a p. 299, nella sua nota (3) postillava che: “(3) E, questa, del resto, la vecchia opinione del Mueller”. Su questi fatti ha scritto anche Giacomo Racioppi (….) nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata“. Nicola Corcia (…), vol. III della sua “Storia delle Due Sicilie dall’antichità più remota al 1789”, a p. 65 parlando di Scidro, in proposito scriveva che: “tempo all’invasione dè Lucani. Ma di fuori di queste, ignote sono tutte le altre memorie di Scidro, che conservava certamente Lico di Reggio nella sua storia della Sicilia, giacchè coll’autorità di questo storico, coetaneo di Demetrio Falereo (1), parlava di ‘Scidro’ Stefano Bizantino (2).”. Il Corcia, a p. 65, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Suida, v. Λνχος”. Il Corcia, a p. 65, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Steph. Byz., v. Σχιδρος.”. A questo proposito faccio notare che Emanuele Ciaceri, però a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(7) Plinio, n.h., III, 72: ‘Oppidum Buxentum Graeciae Pyxus’. E ‘Buxentum’ hanno gli scrittori latini. Ma una vera forma latina del nome non c’è stata tramandata. Πνξονς troviamo in Strab. VI 253; Diodoro, XI, 59 e Steph. B.., il quale ultimo erroneamente distingueva Πνξις da Πνξονς, ponendo l’una nell’interno dell’Enotria e l’altra in Sicilia. In Ptolom. III, 1, 18 si ha Βονξεντον “. Ovvero, il Ciaceri, faceva notare che Stefano Bizantino “erroneamente distingueva Πνξις da Πνξονς, ponendo l’una nell’interno dell’Enotria e l’altra in Sicilia”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, edito nel 1815 a Napoli (si può vedere l’edizione ristampata e curata da La Greca nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’), che a p. 376, nella parte III che parla della ‘Lucania’, dopo aver discorso sul fiume Bussento, in proposito a ‘Scidro’ scriveva che: “Della medesima città di Scidro fece parola Stefano Bizzantino: ΣΚΙΔΡOC ‘Scridrus urbs Italiae, gentile Scidranus, ut Lycus in opere de Alessandro’. Il geografo ricavò questa notizia da Lico di Reggio scrittore di storie, e padre adottivo del poeta Licofrone.”. Fernando La Greca (33), in un suo studio sul Golfo di Policastro: ‘L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana’ riferendosi all’opera di Lico di Reggio su Alessandro il Molosso “Etnika” scriveva che: “In questa citazione si narra anche del passaggio per Scidro da parte del condottiero Alessandro il Molosso (chiamato da Taranto per fronteggiare i Sanniti) nel 334 a.C.; se ne deduce che Scidro avesse un porto. Il Molosso giunge in Italia con una flotta con la quale si sposta lungo le coste, e dopo aver combattuto in Puglia passa dal Tirreno per sorprendere i Sanniti alle spalle, prima passando per Scidro e, successivamente, sbarcando presso la città amica di Poseidonia.” […]; […] “a Sapri, le ceramiche di fine VI secolo trovate alle falde della collina del Timpone sembrano confermare l’ipotesi di coloro che localizzano qui una città greca arcaica, subcolonia dei Sibariti, di nome Scidro (Skidròs).”. Fernando La Greca (33) scriveva che l’unica fonte o citazione di una “Scidro” è un brano del “lessico” di Stefano Bizantino, “….dove la stessa Scidro è detta città dell’Italia, ecc…” e, dove: “si narra anche del passaggio per Scidro da parte del condottiero Alessandro il Molosso (chiamato da Taranto per fronteggiare i Sanniti) nel 334 a.C.”. Il La Greca, riguardo “Scidro” scriveva pure che: “ed il suo etnico è Skidronòs, come riporta lo storico Lico di Reggio nella sua opera, Ethnica, su Alessandro (3). Il La Greca (….), nella sua nota (….) postillava di “(3) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie……, op. cit., p. 292-293.”. Il La Greca scriveva che nel “Lessico” di Stefano di Bisanzio o Bizantino (….), viene riportata l’opera di Lico di Reggio, “Etnika”, in cui si narra del passaggio per Scidro di Alessandro il Molosso, condottiero che fu chiamato dalla città di Taranto per sconfiggere i Sanniti nel ‘334 a.C.. e cita l’opera di Costantino Gatta (…). Dunque, il La Greca scriveva che Stefano di Bisanzio (….), nel suo “Lessico Geografico” riportava un libro di Lico di Reggio che citava “Scidro” dove lo storico reggino narrò il passaggio per Scidro di Alessandro il Molosso. Il La Greca scriveva che Alessandro il Molosso, nell’anno ‘334 a. C. (IV sec.), a.C., fu chiamato dai Tarantini di Sicilia per vincere i Sanniti che volevano conquistare la città. Alessandro il Molosso giunse in Italia con una flotta di navi e dopo essersi fermato a Scidro “e dopo aver combattuto in Puglia passa dal Tirreno per sorprendere i Sanniti alle spalle, prima passando per Scidro e, successivamente, sbarcando presso la città amica di Poseidonia.”. Dunque, secondo la notizia riportata dal La Greca, egli deduceva che “Scidro” avesse un porto nell’anno ‘334 a.C.. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. II, nel capitolo VI “Le imprese di Alessandro il Molosso”, a pp. 272-273, in proposito scriveva che: “Della potenza raggiunta dai Bretti aveva dato prova cospicua il vano tentativo di domarli fatto da Alessandro il Molosso, re di Epiro, zio di Alessandro il Grande……. Poniamo ora in rilievo che le popolazioni Sannitiche, alle quali fra poco dovevano succedere i Romani,…….Alessandro il Molosso, al quale Taranto si rivolgeva, era principe ambizioso e di gran valore ed accettò l’invito con la speranza di fondare un grande impero in Occidente. Nello stesso anno in cui suo nipote Alessandro il Grande muoveva alla conquista dell’impero Persiano, egli si volgeva in Italia, sapendo di avere impresa, …..Giunto però a Taranto, il principe Molosso……Ma, guastatosi coi Tarantini, fece fulcro della sua potenza la città di Thuri, loro nemica (dei Tarantini), minacciata dai Bretti e, per vendicarsi di Taranto, trasportò nel territorio di Thuri la sede dell’assemblea degli Italioti. Ben presto però Alessandro si accorse che la lotta coi Bretti era assai ardua. Era difficile penetrare nell’interne vallate dell’aspra regione montagnosa occupata da quelle genti forti e selvagge; ed allora concepì l’ardito disegno di assalirli alle spalle, trasportando parte delle sue forze per mare presso alle foci del Silaro, partendo dai confini di Pesto, discendendo le valli, che penetrano nel cuore del paese dei Bretti e raggiungono le coste dell’Ionio…..Il disegno non riuscì. I Bretti si difesero disperatamente presso il fiume Acheronte e nel passare la riviera il re d’Epiro venne ucciso da un esule Lucano. La sua morte avvenuta verso il 331-330 a.C. segnò la fine della potenza di Thuri ed un periodo di incontrastata superiorità per i Bretti (verso il 330 a.C.).”. Dunque come abbiamo visto il Pais non dice nulla circa le notizie di un passaggio di Alessandro a Scidro e a Pixunte. Ettore Pais (…), però scrisse in proposito il libro ‘La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia. Nota’, Napoli, Stab. Tip. della R. Università, 1902. Il Pais, nel suo “Storia critica di Roma durante i primi cinque secoli” dedica un capitolo alla questione intitolato “IL TESTO DI LIVIO ( VIII 24 , 4 ) RELATIVO ALLE GESTA DI ALESSANDRO IL MOLOSSO IN ITALIA . Dunque, è Tito Livio (….) che ci racconta della spedizione di Alessandro il Molosso contro i Lucani alleati dei Brezii. Il Pais, a p. 516, nelle sue note al testo riguardo la p. 223 sgg. postillava che: “p. 223 sgg. Intorno alle imprese di Alessandro il Molosso v. la mia memoria edita nell’Italia Antica vol. II, p. 163 sg. ove raccolgo tutto il materiale relativo a questo periodo.”. Da qualche parte ho letto che fu Giustino a fornire alcune utili informazioni che ci riguardano. Infatti, il Pais, nelle sue note al vol. II, postillava che: “p. 255 sgg. Intorno al sorgere dei Brutti porgono dati assai brevi e incompiuti, Diod. XVI, 15, Strab. VI, P. 255 C., Iustino XXIII, I, il quale insiste sulla loro ‘feritas che ‘diu terribilis finitimis fuit’. Degno di nota è anche il passo di Livio XXIV, 3, 12 ove i Crotoniati ecc..”. Infatti, Ettore Pais, nella sua “Italia Antica”, vol. II, a p. 164, in proposito scriveva che: “Ne è abbastanza chiara da qual fonte originaria derivi il racconto drammatico, che dalla fine di quel principe ci è conservato il Livio (1).”. Il Pais, a p. 164, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Livio, VIII, 3; 17; 24; cfr. Iustino, XII, 2, 12. Strab., VI, p. 256 C.; 280 C.”. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro atraverso per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch sarebbe l’autore moderno che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “Ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v. “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il ………………..Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”.
Interessantissimo è ciò che scrisse Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nel capitolo “Cap. I – Lotte tra le popolazioni indigene ed intervento straniero”, a pp. 8- 11, dopo aver detto del tentativo dei Tarantini di richiesta di intervento a Sparta, tentativo andato vano, scriveva pure che: “Chiesero, in fine, aiuto ad Alessandro il Molosso, re di Epiro; il quale accettando l’invito, con entusiasmo si affrettò a fare preparativi si da porsi presto in viaggio con 15 vascelli da guerra e numerosi navi cariche di truppe e di cavalli (2). Con quali propositi egli veniva in Italia (a. 334/3)?…..(p. 10) Alessandro comprese che per porre termine alla lotta era necessario fermare quella perenne fiumana di uomini alle sue sorgenti (5); e per questo egli decise di attuare una spedizione verso nord lungo l’interno del paese, sì da giungere a Pesto, l’antica Posidonia, che rappresentava, per così dire, la testa di ponte della potenza lucana, come un tempo l’era stata, in senso inverso, per lo Stato di Sibari (1)(p. 11). Quale via abbia tenuto, non è deto; ma puossi congettuarare che risalendo da Metaponto il corso del Casuento (Basento) e passando sotto Potenza raggiungesse le sorgenti del Tanagro, lungo il quale poi penetrava nella vallata del Silaro. Così avrebbe preso il nemico alle spalle. Lucani e Sanniti, prima ch’egli scendesse al piano, gli andarono incontro ma furono battuti; onde v’è da supporre che sia entrato a Pesto (2). La vittoria così poteva dirsi completa; ed al Molosso non restava che far ritorno alle spiagge dell’Ionio percorrendo la via più agevole, la litoranea, lungo la quale avrebbe avuto modo di far dimostrazione di forza dinanzi alle cittadine italiote che da lungo tempo eran state occupate dai Lucani, Pissunte, cioè, Scidro e Lao (3). E forse di là risalendo alle sorgenti del Laino e quindi prendendo il corso del Sinno veniva a posare in Eraclea. Le basi del suo principato eran ormai gettate; e Lucani e Bruzzi si vedevan costretti a consegnargli numerosi ostaggi, ch’egli inviava in Epiro, mentre gli esuli provenienti dalla loro parte venivano a formare intorno a lui un corpo di guardia (4).”. Il Ciaceri, a p. 11, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Non è ammissibile che si recasse per via di mare fino a Pesto, secondo la congettura del LENORMANT, La Grande-Grèce I p. 40 (vedi anche NIESE, Gesch. der griech. u. maked. Staaten I p. 476), seguita dal Pais, op. cit., p. 143.”. E’ proprio in questa postilla che il Ciaceri chiarisce la questione del percorso che fece il Molosso. Il Ciaceri non ammette il percorso enunciato dal Lenormant e dal Pais. Infatti, secondo Francois Lenormant (…), nel suo “La Grande-Grèce”, vol. I, p. 40 scriveva che il Molosso si recò a Pesto per mare. Francois Lenormant (….), nel suo vol. I, della sua “La Grande-Grèce”, a p. 40 scriveva che: “…….
Sull’ingresso e la conquista di Posidonia di Alessandro il Molosso, il Ciaceri a p. 11, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Liv. VIII, 17, 9: “ceterum Samnites bellum Alexandri Epirensis in Lucanos traxit, qui duo populi adversus regem escensionem a Pesto facientem signis conlatis pugnaverunt.”. Il Ciaceri (…), a p. 11, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il particolare che lo storico Lico reggino narrando le gesta di Alessandro ricordava Scidro (Stepha. B. s. v.) deve, a nostro giudizio, riferirsi al viaggio di ritorno del re da Pesto.”.E’ poprio in questa postilla che il Ciaceri chiarisce ulteriormente la sua teoria (differente dal Lenormant), sull’itinerario militare del Molosso. Il Ciaceri scrive che proprio la citazione di Scidro, che fece Lico di Reggio, dice il Ciaceri che starebbe a dimostrare che il Molosso toccò le spiagge di Scidro nel viaggio di ritorno per via mare da Pesto. Secondo il Ciaceri, fu da Scidro che il Molosso risalì con le sue truppe le vie interne per arrivare a Eraclea sullo Ionio. Il Ciaceri, a p. 11, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Liv. VIII 24, 4-6. Certo, con esagerazione Livio parlava di 300 famiglie illustri prese come ostaggi.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a p. 299, ritorna sulla figura di Lico di Reggio (…) e cita di nuovo l’impresa del Molosso e Scidro, scrivendo che: “gli avrebbe inviato Lico un suo scritto riguardante l’Occidente (2), incomprensibile riuscirebbe che ciò egli facesse con un libro in cui, a giudicare dai due frammenti soprammenzionati, ricordava insignificanti città d’Italia quali Scidro e Larino e relative storielle. Ecc..”. Il Ciaceri, riferendosi al libro di Lico reggino “Intorno ad Alessandro”, nella sua nota (2) a p. 299, postillava che: “(2) v. LAQUEUR in R. E. XIII 2, 2406 sg.”. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “Ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v. “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il ………………..Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 79, in proposito scriveva che: “….L’accenno alla spedizione sul versante tirrenico compare soltanto nel testo liviano, mentre sia Strabone che Trogo/Giustino la ignorano. Accettata l’attendibilità della notizia (75), rimane da stabilire se quest’intervento sia stato preceduto dalle imprese nel territorio bruzio. E’ plausibile pensare che solo dopo le operazioni vittoriose nel Bruzio, con la conquista d’importanti centri tra cui la stessa Cosentia (Liv., VIII 24,4), egli abbia potuto spingersi verso il litorale tirrenico per cercare di sconfiggere la resistenza lucana (76). S’impone ora la domanda relativa all’itinerario seguito dalle sue truppe per raggiungere Paestum. Alcuni studiosi pensano, sulla scia del Beloch, che il re abbia attraversato tutto il territorio lucano penetrando poi nella pianura pestana, altri ritengono che vi sia giunto per mare (77). Una terza ipotesi, avanzata da Pareti, si fonda sulla possibilità di una marcia da Turì al Tirreno, rimontando per Scidro verso Paestum con l’intento di liberare le città costiere di Laos, Pyxus ed Elea; dello stesso parere è C. A. Giannelli che sostiene però che il Molosso deve aver seguito un itinerario per via di terra da Turi a Scidro e, per via di mare, da Scidro a Paestum (78). In effetti questa soluzione avrebbe permesso all’Epirota un viaggio celere e sicuro rispetto a quello che l’avrebbe portato dallo Ionio al territorio poseidoniate attraverso la valle del Basento, di Serra e poi il Tito, il Platano ed il Sele (79).”. La Catalano, a p. 79, nella nota (75) postillava che: “(75) C.A. Giannelli, art. cit., p. 12 n. 35”. La Catalano qui si riferisce al testo di C. A. Giannelli (….), “L’intervento di Archidamo e di Alessandro il Molosso in Magna Grecia”, in “Critica storica”, VIII, 1969. Vi è pure un altro testo molto interessante che ci parla di Scidro, di Lao e di Alessandro il Molosso. Si tratta di Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, Firenze, Sansoni, 1963 oppure lo stesso testo ed. Bemporad, Firenze, 1924. Dalla Treccani on-line, alla voce su “Alessandro il Molosso” leggiamo che frattanto Taranto, la principale città greca dell’Italia meridionale, vedendo sé e i proprî alleati minacciati dai progressi continui degl’indigeni d’Italia e in particolare dei Lucani e degli Iapigi (Messapî). Chiamò al soccorso prima il re di Sparta Archidamo, poi, caduto questo nella battaglia di Manduria (338), il re dei Molossi. Archidamo era venuto soltanto per soccorrere i Greci d’Italia; A., che passò in Italia a un dipresso quando il suo parente e alleato di Macedonia passava in Asia, mirava, come più tardi Pirro, a fondarsi un impero nella penisola italiana. Egli riportò successi notevolissimi. Si avanzò nell’Apulia fin presso Arpi, e riuscì ad occupare il porto di Arpi, Siponto, alleandosi poi con le stirpi iapigie contro il potente nemico che le minacciava da nord-ovest, i Sanniti. Contro Sanniti e Lucani collegati ai suoi danni, forse sperando di ricuperare all’ellenismo Posidonia, già caduta in mano degl’indigeni, si avanzò fino al Silaro (Sele) ed ivi li vinse in battaglia. Ci viene detto, e non vi è ragione per dubitarne, che egli avesse stretto alleanza coi Romani, i quali avevano poco prima vinto la cosiddetta prima guerra sannitica, e che appunto allora con la guerra latina rinsaldavano il loro predominio nel Lazio e nella Campania. Ma a questo punto, impensieriti dai successi di A., i Tarentini defezionarono; sicché A. non poté più contare che sugli Epiroti, le città greche di Turi e di Metaponto, i fuorusciti lucani e qualche tribù indigena. Era troppo poco per resistere a popoli numerosi e guerrieri come Sanniti, Lucani e Bruzî. Così nel 331-330, mentre egli prendeva i suoi quartieri d’inverno presso Pandosia, nell’alta valle del Crati non lontano da Coscenza, assalito di sorpresa dai Lucani e dai Bruzî, favoriti dalle piogge, che, avendo rigonfiato i torrenti, impedirono ai varî reparti epiroti di prestarsi scambievolmente man forte, fu battuto e nella ritirata ucciso. Il cadavere, riscattato dagli alleati, fu sepolto in Epiro. Con lui crollò il sogno epirota d’impero in Occidente, che fu ripreso assai più tardi, in contingenze mutate e molto meno favorevoli, da Pirro. A. lasciò una figlia, Cadmea, e un figlio, Neottolomeo II, minorenne, che cominciò a regnare sotto la tutela della zia Olimpiade. La vedova, Cleopatra, tornò invece in Macedonia. Nell’insieme gli elementi che possediamo sono troppo scarsi per giudicare intorno alla personalità di Alessandro. Non gli mancarono certamente ambizione, audacia, valore. Se a queste doti si accompagnassero prudenza e perizia non possiamo giudicare. Certo il cattivo successo del suo tentativo, dovuto in grandissima parte all’insanabile spirito particolaristico dei Greci d’Italia, fu grave d’effetti nella storia delle colonie italiote.
Nel III sec. a.C., Stefano di Bisanzio cita il fiume Lao per Apollodoro
Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 444-445 parlando del fiume Bato, poi detto Lao e di Talao, in proposito scriveva che: “Gli antichi lo chiamavano indifferentemente ‘Lao’, o ‘Talao’; …..Tolomeo chiamollo Lao, facendolo confine delle due regioni. ‘Stefano’ (I) per l’autorità di Apollodoro disselo anche Lao: ‘Laus Urbs Lucaniae authore Apollodoro de orbo terrae lib. 2. a Lao amne’. ….”. L’Antonini, a p. 444, nella nota (I) postillava che: “'(I) …..Apollodoro nel lib. I della Biblioteca anco dice: ‘Valerio Flacco, dello stesso ancor fece parola, siccome un poco più chiaro ‘Pindaro in Nemea’ così tradotto ‘& ab Argis Ductores nondum erant Talaii Filii, lue hac violenter oppressi’. Che se gli Argonauti per questi lidi passarono, siccome lungamente s’è dimostrato, e come Igino ragionando di Bute, nella favola 14 disse; non ha dell’inverisimile, che uno di essi avesse al fiume, ed al luogo suo nome dato. Da altra banda però sappiamo, che simile denominazioni sono mere imposture.”. Dunque, l’Antonini è il primo a dirci del viaggio degli Argonauti e di Giasone raccontato da Apollodoro nella sua opera “Biblioteca”. Da Wikipedia leggiamo che Apollodoro di Atene, figlio di Asclepiade (in greco antico: Ἀπολλόδωρος ὁ Ἀθηναῖος; 180 a.C. circa – Atene, 120-110 a.C.), è stato uno storico, grammatico e lessicografo greco antico. Le opere attribuite ad Apollodoro sono tutte perdute nella loro interezza, eccezion fatta per 356 frammenti, dai quali si evince che aveva composto lavori di erudizione storico-cronografica. Di argomento geo-etnografico era, poi, l’ampio trattato Sul Catalogo delle navi (Περὶ νεῶν καταλόγου), in 12 libri, una sorta di commento storico-geografico all’omonima sezione del II libro dell’Iliade concernente la flotta greca. Di quest’opera, che trattava nel dettaglio questioni relative a toponimi e città spesso scomparse, restano 58 frammenti, spesso tramandati da Strabone e Ateneo di Naucrati. In virtù dell’ampio lavoro sulle divinità, ad Apollodoro sarebbe stata erroneamente attribuita la cosiddetta Biblioteca (Βιβλιοθήκη), compilata forse nel II secolo, ordinata per genealogie.
Nel 274 a.C. (III sec. a.C.), SCIDROS passò alla lega di Roma
Riguardo poi al toponimo “Sipron” che la storiografia locale persiste a riesumare, sulla scorta della citazione dell’Antonini, e di cui il Corcia credeva fosse un abbaglio, Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, diceva, tra l’altro che: “….consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi”. Infatti, il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, diceva, tra l’altro che: “In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. ”. Nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, nella mia nota (32) postillavo che: “(32) Battisti C., Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964.”. Si tratta di Carlo Battisti (….) e del suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, 1964. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “5. La Lucania viene occupata dai Romani successivamente alla guerra contro Taranto e Pirro, ma la loro presenza era già consistente durante le guerre sannitiche. Poseidonia diventa colonia latina con il nome di Paestum nel 273 a.C.; etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.“.
Nel III sec. a.C., il termine etnico “SAPRORUM” che Orazio Campagna crede derivi dalla tribù asiatica dei “SAPIRI” citata da Apollonio Rodio
Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a pp. 252-253, parlando di Sapri, sulla scorta del Fulco (…) in proposito scriveva che: “Appena gli strapiombi del territorio di Maratea declinano, il mare si incunea tra le coste lucana e campana, formando una rada sicura, il “Portus” per antonomasia, che, specificatamente, veniva indicato col termine etnico di “Saprorum”, probabilmente dai Sapiri, tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44). Anche se il porto offriva enormi possibilità commerciali, nel corso dei secoli, i “Sapri” non ebbero vita facile, e per movimenti sismici, e per incursioni dal mare. Al periodo greco-romano, a cui sono ascrivibili i resti presso “S. Croce” (45), seguirono lunghe pause di silenzio.”. Il Campagna (…), a p. 252, nella sua nota (44), postillava che: “(44) I Σαπειρες, Ap. R., 2, 395.”. Il Campagna, a p. 253, nella sua nota (45), postillava che: “(45) Fra i reperti, resti di moli e costruzioni sommerse, una tomba monumentale con pietra funeraria, su cui è inciso l’epitaffio di Lucio Sempronio Prisco e delle anime dei trapassati, in G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro Bussentino, op. cit., S. Loppel, Sapri Archeologica (ricerche subacquee) in “Mondo Archeologico”, n. 7, 1976.”. Dunque, Orazio Campagna, parlando di Sapri scrive questo passo interessante dicendo che il “Portus” di Sapri: “veniva indicato col termine etnico di “Saprorum”, probabilmente dai Sapiri, tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44)”. Questo passaggio sulla trubù dei “Sapiri” una tribù di provenienza asiatica menzionata – secondo il Campagna – da Apollonio Rodio (…), bisognerà indagare ulteriormente. Il Campagna (…), a p. 252, nella sua nota (44), postillava che: “(44) I Σαπειρες, Ap. R., 2, 395.”.
Nel III sec. a.C., Apollonio Rodio cita il toponimo “SAPRORUM” dai ‘SAPIRI’
Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a pp. 252-253, parlando di Sapri, sulla scorta del Fulco (…) in proposito scriveva che: “Appena gli strapiombi del territorio di Maratea declinano, il mare si incunea tra le coste lucana e campana, formando una rada sicura, il “Portus” per antonomasia, che, specificatamente, veniva indicato col termine etnico di “Saprorum”, probabilmente dai Sapiri, tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44). Anche se il porto offriva enormi possibilità commerciali, nel corso dei secoli, i “Sapri” non ebbero vita facile, e per movimenti sismici, e per incursioni dal mare. Al periodo greco-romano, a cui sono ascrivibili i resti presso “S. Croce” (45), seguirono lunghe pause di silenzio.”. Dunque, Orazio Campagna, parlando di Sapri scrive questo passo interessante dicendo che il “Portus” di Sapri: “veniva indicato col termine etnico di “Saprorum”, probabilmente dai Sapiri, tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44)”. Questo passaggio sulla trubù dei “Sapiri” una tribù di provenienza asiatica menzionata – secondo il Campagna – da Apollonio Rodio (…), bisognerà indagare ulteriormente. Il Campagna (…), a p. 252, nella sua nota (44), postillava che: “(44) I Σαπειρες, Ap. R., 2, 395.”. Sulla citazione di Apollo Rodio (…), del Campagna (…), è cosa da interessante e da ulteriormente approfondire ed indagare. Non so da dove nasca la citazione del Campagna, circa ciò che scriveva Apollonio Rodio (…), forse nella sua opera “Le Argonautiche”, un poema epico in cui si narra il viaggio di Giasone e della sua nave “Argo”. Preciso che il Campagna, a p. 45, pone la colonia sibaritica di “Scidro”, non a Sapri, ma verso Diamante in Calabria. Apollonio Rodio (in greco antico: Ἀπολλώνιος Ῥόδιος, Apollónios Ródios; Alessandria d’Egitto, 295 a.C. – 215 a.C.) è stato un poeta egizio del periodo tolemaico. Secondo il lessico bizantino Suda (o Suidas) dovette andare in esilio a Rodi per la scarsa considerazione che i suoi concittadini diedero alla sua opera principale (Le Argonautiche). Trasferitosi a Rodi, visse sull’isola fino alla sua morte occorsa intorno al 215; per via di questa vicenda fu soprannominato “Rodio”. La celebrità di Apollonio non è dovuta soltanto alle “Argonautiche”, ma anche al più celebre episodio della sua biografia: la violenta polemica letteraria che ebbe, fra il 246 a.C. e il 240 a.C. con il suo maestro Callimaco. Callimaco affermò che l’unico requisito della poesia era l’essenzialità lirica e per questo condannò tutta l’epica antica per la sua incapacità di mantenere una continuità di tono e di ispirazione. Nelle pagine precedenti, il Campagna non approfondisce il discorso sui “Sapiri”, “tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44)”. Come pure non approfondisce affatto ciò che scriveva Apollo Rodio (…), nel suo Libro II, a p. 395, dove scrive: Σαπειρες, il cui significato dal greco antico dovrebbe corrispondere a “Sapeires”, se non erro e non “Saprorum”, termine latinizzato. Apollonio Rodio (in greco antico: Ἀπολλώνιος Ῥόδιος, Apollónios Ródios; Alessandria d’Egitto, 295 a.C. – 215 a.C.) è stato un poeta greco antico. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a pp. 252-253 parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Appena gli strapiombi del territorio di Maratea declinano, il mare si incunea tra le coste lucana e campana, formando una rada sicura, il “Portus” per antonomasia, che, specificatamente, veniva indicato col termine etnico di “Saprorum”, probabilmente dai Sapiri, tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44).”. Il Campagna (…), a p. 252, nella sua nota (44), postillava che: “(44) I Σαπειρες, Ap. R., 2, 395.”. Nelle pagine precedenti, il Campagna non approfondisce il discorso sui “Sapiri”, “tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44)”. Il Campagna (…), a p. 252, nella sua nota (44), postillava che: “(44) I Σαπειρες, Ap. R., 2, 395.”. Come pure non approfondisce affatto ciò che scriveva Apollo Rodio (…), nel suo Libro II, a p. 395, dove scrive: Σαπειρες, il cui significato dal greco antico dovrebbe corrispndere a “Sapeires”, se non erro e non “Saprorum”, termine latinizzato. Sulla citazione di Apollo Rodio (…), del Campagna (…), è cosa da interessante e da ulteriormente approfondire ed indagare. Da Wikipedia leggiamo che Apollonio Rodio (in greco antico: Ἀπολλώνιος Ῥόδιος, Apollónios Ródios; Alessandria d’Egitto, 295 a.C. – 215 a.C.) è stato un poeta greco antico. Dunque, Apollonio scriveva nel III sec. a. C.. Apollonio Rodio (in greco antico: Ἀπολλώνιος Ῥόδιος, Apollónios Ródios; Alessandria d’Egitto, 295 a.C. – 215 a.C.) è stato un poeta egizio del periodo tolemaico. All’età di circa 30 anni fu nominato bibliotecario della Biblioteca di Alessandria dal re Tolomeo II Filadelfo, succedendo a Zenodoto. Contemporaneamente ebbe l’incarico dell’educazione del figlio di Tolomeo II Filadelfo, il futuro Tolomeo III Evergéte. Secondo il lessico bizantino Suda (o Suidas) dovette andare in esilio a Rodi per la scarsa considerazione che i suoi concittadini diedero alla sua opera principale (Le Argonautiche, vedi sotto). Trasferitosi a Rodi, visse sull’isola fino alla sua morte occorsa intorno al 215; per via di questa vicenda fu soprannominato “Rodio”. Apollonio fu autore del poema epico “Le Argonautiche” che narra il viaggio di Giasone e della sua nave “Argo”. Le Argonautiche (in greco antico: Τὰ Ἀργοναυτικά) è un poema epico in greco antico scritto da Apollonio Rodio nel III secolo a.C.. Unico poema di Età Ellenistica sopravvissuto, esso racconta il mitico viaggio di Giasone e degli Argonauti per recuperare il Vello d’oro nella remota Colchide. Le loro eroiche avventure e la relazione di Giasone con la pericolosa Medea, principessa e maga colchiana, erano già ampiamente note al pubblico Ellenistico, permettendo così ad Apollonio di superare la semplice narrazione, per presentare un’esposizione che aderisca ed enfatizzi i valori dei suoi tempi – l’età della grande Biblioteca di Alessandria – mentre la sua epica incorpora la sua ricerca nei campi della geografia, dell’etnografia, delle religioni comparate, della letteratura omerica. Comunque, il suo principale contributo alla tradizione epica risiede nell’evoluzione dell’amore tra l’eroe e l’eroina: egli sembra esser stato il primo poeta epico a studiare la «patologia d’amore». Le Argonautiche ebbero un profondo impatto sulla poesia latina: tradotte da Varrone Atacino e imitate da Valerio Flacco, influenzarono Catullo e Ovidio, e indicarono a Virgilio un modello per il suo poema romano, l’Eneide. Non so da dove nasca la citazione del Campagna, circa ciò che scriveva Apollonio Rodio (…), forse nella sua opera “Le Argonautiche”, un poema epico in cui si narra il viaggio di Giasone e della sua nave “Argo”. Su wikipedia alla voce di Apollonio Rodio è scritto che: “Secondo il lessico bizantino Suda (o Suidas) dovette andare in esilio a Rodi per la scarsa considerazione che i suoi concittadini diedero alla sua opera principale (Le Argonautiche, vedi sotto)”. Dunque, wikipedia cita il “lessico bizantino Suda o Suidas” e secondo questo testo Apollonio, esiliato a Rodi dove i suoi concittadini diedero scarsa considerazione alla sua opera “Le Argonautiche”. La Suda o Suida (greco: Σοῦδα o Σουίδα) è un lessico e un’enciclopedia storica bizantina del X secolo. Il lessico contiene 30.000 voci, tratte da molte fonti antiche andate perdute, ordinate alfabeticamente e attinenti a molte discipline: geografia, storia, letteratura, filosofia, scienze, grammatica, usi e costumi. Fondamentale per la conoscenza dell’antica storia letteraria greca, conserva preziose notizie su opere andate perdute o conservate parzialmenteː tra le sue fonti sono poeti antichi (Omero, Sofocle, Aristofane ecc.), ed eruditi (Esichio di Mileto, Arpocrazione, Costantino Porfirogenito ecc.), attinti attraverso commenti e antologie. La parte che tratta della storia della letteratura classica è, in effetti, spesso l’unica fonte a nostra disposizione sugli autori e le opere e, con i Deipnosophistai, le opere di Plutarco, Diogene Laerzio e la Biblioteca di Fozio costituisce la spina dorsale degli studi sull’universo dei classici greci. Conservato in diversi manoscritti medievali, il lessico è stato più volte pubblicato dalla fine del XIV secolo nelle tradizionali edizioni accademiche cartacee, di cui la più recente è quella di Ada Adler. Devo pure precisare che il Campagna, a p. 45, pone la colonia sibaritica di “Scidro”, non a Sapri, ma verso Diamante in Calabria.
Nel 274 a.C. (III sec. a.C.), SCIDROS passò alla lega di Roma
Riguardo poi al toponimo “Sipron” che la storiografia locale persiste a riesumare, sulla scorta della citazione dell’Antonini, e di cui il Corcia credeva fosse un abbaglio, Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, diceva, tra l’altro che: “….consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi”. Infatti, il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, diceva, tra l’altro che: “In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. ”. Nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, nella mia nota (32) postillavo che: “(32) Battisti C., Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964.”. Si tratta di Carlo Battisti (….) e del suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, 1964. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “5. La Lucania viene occupata dai Romani successivamente alla guerra contro Taranto e Pirro, ma la loro presenza era già consistente durante le guerre sannitiche. Poseidonia diventa colonia latina con il nome di Paestum nel 273 a.C.; etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.“.
Nel 274 a.C. (III sec. a.C.), SCIDROS passò alla lega di Roma
Riguardo poi al toponimo “Sipron” che la storiografia locale persiste a riesumare, sulla scorta della citazione dell’Antonini, e di cui il Corcia credeva fosse un abbaglio, il Battisti (…) diceva, tra l’altro: “consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi”. Infatti, il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, diceva, tra l’altro che: “In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. ”. Nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, nella mia nota (32) postillavo che: “(32) Battisti C., Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964.”. Si tratta di Carlo Battisti (….) e del suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, 1964. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “5. La Lucania viene occupata dai Romani successivamente alla guerra contro Taranto e Pirro, ma la loro presenza era già consistente durante le guerre sannitiche. Poseidonia diventa colonia latina con il nome di Paestum nel 273 a.C.; etc…”.
Nel 214 a.C. (III sec. a.C.), Tito Livio e il “SAPRIPORTO” ai tempi della 2° guerra Punica contro Annibale
Da Wikipedia leggiamo che Tito Livio racconta della sconfitta della quadra romana di Dezio Quinzio mentre scortava un convoglio di grano dalla Sicilia a Taranto. Forse riguardo una citazione del “Sapriporto” di cui parla Livio è in Luca Holstenio citato dal Laudisio. Tito Livio, Ad urbe condita libri, libro XXIV, cap. 20, 5-6. Tito Livio ci parla di una battaglia navale avvenuta a Sapriporto nel corso della 2° guerra Punica o contro Annibale. La cosa strana è il nome di questo specchio di golfo chiamato da Livio “Sapriporto” in quanto si trattava di un toponimo che indica un luogo a 15 miglia dalla città di Taranto, dove appunto si svolse la battaglia navale tra le forse cartaginesi di Annibale e quelle Romane. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III, nell’indice generale, alla voce “Sapriporto”, a p. 345, in proposito scriveva:“Sapriporto, battaglia navale fra Tarantini e Romani, III 175 sg.”. Infatti, il Ciaceri, a pp. 175-176 del vol. III, in proposito scriveva che:“Vero è che in quei giorni le cose non erano andate bene per i Tarentini che, uscita dalla città a foraggiare in numero di alcune migliaia s’eran visti improvvisamente assaliti dalle milizie romane di presidio, lasciate fuori dalla roca da M. Livio, e, mentre eran sparsi e vaganti per la campagna, sbaragliati e posti in fuga; (2) ma intorno allo stesso tempo eran riusciti a far partire sul mare la sconfitta ad una squadra romana che scortava un carico di grano proveniente dalla Sicilia e destinato al presidio di Taranto. Era stato affidato l’incarico della scorta a Decio Quinzio, noto per i suoi atti di valore, il quale era arrivato ad avere sotto il suo comando circa venti navi, dopo che 12 ne aveva ottenute dal contributo delle città di Pesto, Velia e Reggio. Partitosi il convoglio da Reggio, la squadra andava a vele lungo le coste del Bruzzio, non immaginando il Romano di dover combattere; ma nelle vicinanze di Crotone e di Sibari rinforzava le navi di remiganti e, tenuto conto della grandezza di esse, veniva ad avere una flotta ottimamente provveduta ed armata. Tranquillamente proseguirono attraverso il grande golfo, ma quando furono giunti a circa quindici miglia da Taranto, presso Sapriporto, da lontano videro venirsi incontro una squadra tarentina di egual numero di navi al comando di Democare; etc…nella romana stava lo stesso Quinzio, nella tarantina Nicone, sommamente odiato dai Romani in quanto era stato egli, come sappiamo, uno dei capi della fazione che aveva dato la città ad Annibale……A leggere oggi la descrizione che lo storico antico ci ha lasciato di questa battaglia, verrebbe fatto di pensare che nell’animo dei Tarentini etc…”. Il Ciaceri, a p. 175, nella nota (2) postillava: ” (2) Liv. XXVI, 39, 20-23″. Il Ciaceri, a p. 176, nella nota (1) postillava: ” (1) Liv. XXVI, 39, 1-19″. Pietro Ebner dice che Livio parla di un ‘Sapriporto’ in, XXVI, 39, 1-19. Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a pp. 590 e 591 parlando di Sapri e riferendosi al Laudisio, dice che Livio parla di un ‘Sapriporto’ in, XXVI, 39, 1-19. Riguardo la citazione di Tito Livio (…), Pietro Ebner (…), a p. 591 nella sua nota (13) parlando di Sapri e di ‘Scidro’, in proposito postillava che: ” (13)……Innanzi tutto Sapri non ha nulla a che vedere con il Sapriporto di Livio, XXVI, 39, 1-19 che scrive della sconfitta della quadra romana al comando di Decio Quinzio (scortava un convoglio di grano dalla Sicilia al presidio di Taranto) ad opera della squadra tarantina al comando di Democara.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (12) a p. 591 postillava che: “(12) Blanda, stazione XVI nella Tavola Peuntingeriana’ tra Vibona ‘Valentia’ e Salernum’ ha scritto anche M. Lacava, ‘Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana. Ecc..”. Pietro Ebner (…) dice che Livio parla di un ‘Sapriporto’ in, XXVI, 39, 1-19. Dunque Ebner parlando di Sapri e di ‘Scidro’ citava il “Sapriportico” citato da Tito Livio e scrive che Tito Livio (…) nel libro 26 (XXVI), 39, 1-19 parlava “della sconfitta della quadra romana al comando di Decio Quinzio (scortava un convoglio di grano dalla Sicilia al presidio di Taranto) ad opera della squadra tarantina al comando di Democara.”. Felice Grippa (….), nel suo “Sapri – Appunti di storia e geologia”, a p. 15, in proposito scriveva che: “Tito Livio, nel Libro XXXIX della sua ‘Storia’, che nel 211, durante la seconda guerra punica, nel corso di un tentativo di liberazione della guarnigione romana assediata a Taranto dai Cartaginesi, la flotta romana subì una dura sconfitta nelle “vicinanze di Sapriponte”. Scrisse esattamente “ad Sapripontem”. Il prefisso “Sapri”, pertanto, doveva essere un nome di luogo ben conosciuto se il più insigne storico dell’antichità lo introdusse nei suoi Annali, scritti nel 27.Livio precisò che “Sapripontem” distava da Taranto circa 15 miglia. Poichè la flotta romana proveniva dalla zona dell’attuale Reggio Calabria, ne consegue che “Sapripontem” dovrebbe essere localizzabile intorno a Marina di Gioiosa Ionica. Però in quella zona – ed in tutto l’arco costiero percorso dalla flotta romana – non si rintracciano, oggi, località che anche solo lontanamente possano essere accostate al suono “Sapri”.”.
Da Wikipedia leggiamo che Tito Livio racconta della sconfitta della quadra romana di Dezio Quinzio mentre scortava un convoglio di grano dalla Sicilia a Taranto. Forse riguardo una citazione del “Sapriporto” di cui parla Livio è in Luca Holstenio citato dal Laudisio. Tito Livio, Ad urbe condita libri, libro XXIV, cap. 20, 5-6. L’Ebner dice che Livio parla di un ‘Sapriporto’ in, XXVI, 39, 1-19. La seconda guerra punica (chiamata anche, fin dall’antichità, guerra annibalica) fu combattuta tra Roma e Cartagine nel III secolo a.C., dal 218 a.C. al 202 a.C., prima in Europa (per sedici anni) e successivamente in Africa. La guerra cominciò per iniziativa dei Cartaginesi, che intendevano recuperare la potenza militare e l’influenza politica perduta dopo la sconfitta subita nella prima guerra punica; è stata considerata anche dagli storici antichi il conflitto armato più importante dell’antichità per il numero delle popolazioni coinvolte, per i suoi costi economici e umani, soprattutto per le decisive conseguenze sul piano storico, politico e quindi sociale dell’intero mondo mediterraneo. Evento decisivo per la guerra in Italia fu la conquista di Taranto (213-212 a.C.). Annibale, con l’aiuto di un traditore, prese la città ma non la rocca che bloccava il porto, che, rimasta in mani romane, poteva essere rifornita dal mare. Così Annibale non poteva usare lo scalo, più capiente di quello di Locri (già in suo possesso) per ricevere i necessari aiuti da Cartagine. Nel 209 a.C. Quinto Fabio Massimo in persona marciò su Taranto e la riconquistò, grazie anche all’aiuto dell’esercito proveniente dalla Sicilia, che era sbarcato a Brundisium, e a un tradimento, prima che il Cartaginese potesse arrivare in suo soccorso; i Romani si comportarono brutalmente e 30.000 abitanti furono venduti come schiavi. Asdrubale condusse con abilità la marcia del suo esercito verso l’Italia; dopo avere attraversato senza grandi difficoltà i Pirenei e le Alpi giunse in Gallia cisalpina agli inizi del 207 a.C. con 20.000 armati, dove poté rafforzare il suo esercito con mercenari galli (per un totale ora di 30.000 armati), ma perse tempo prezioso assediando inutilmente Placentia; la situazione di Roma appariva molto grave, il console Marco Livio Salinatore si diresse a nord per fermare la marcia di Asdrubale, mentre l’altro console Gaio Claudio Nerone cercava di bloccare Annibale nel Bruzio, ma il condottiero cartaginese riuscì a muovere verso l’Apulia, respingendo i Romani nella battaglia di Grumento, e con una marcia laterale raggiunse prima Venosa e poi Canosa, dove si fermò attendendo notizie sui piani del fratello Asdrubale. Scullard aggiunge che con quattro legioni di fronte (Claudio Nerone) e due alle sue spalle a Taranto, Annibale non poteva avanzare oltre Canosa senza correre seri pericoli.
Nel 15 o 22 d.C. (I sec. d.C.), Strabone geografo e la colonia di Sibari nella sua “Geografia” non cita ‘SCIDRO’
Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a pp. 177-181 dove ci parla di Scidro. In particolare il Napoli, a p. 182 in proposito scriveva che: “L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s.v. Σχιδρος , con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele). Ecc…”. Dunque, l’archeologo Mario Napoli, scriveva che il geografo Strabone (….), nella sua “Geographia”, non accenna mai alla colonia di Scridro. Biagio Cappelli (…), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, a p. 197, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Strabonis, VI, 253; Vergilii, ‘Aeneis’, V. 833-71, VI , 337-83; Lycophronis, Alexandra, 722. Sull’argomento vedi anche: G. Alessio, ‘La sirena Ligea e l’antica Terina’, in “Almanacco Calabrese 1958″, Roma, 1958, pp. 19 ss.”. Sulla descrizione di alcuni nostri luoghi di cui, Strabone ha parlato, Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo bailiano ai confini calabro-lucani”, a p. 192, in proposito così scriveva che: “Tenendo presenti le coste marittime verso le quali declinano i montuosi focolai di ascetismo ecc…ci imbattiamo in tre luoghi dove la leggenda classica ha lasciato suoi ricordi: la foce del Lao, dove avrebbe approdato Draconte, compagno di Ulisse; il promontorio di Palinuro, dove avrebbe naufragato l’omonimo compagno di Enea; la punta Licosa, dove sarebbe stato portato dalle onde il corpo della sirena Leucosia vinta da Ulisse (39).”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Strabonis, VI, 253; Vergilii, ‘Aeneis’, V. 833-71, VI , 337-83; Lycophronis, Alexandra, 722. Sull’argomento vedi anche: G. Alessio, ‘La sirena Ligea e l’antica Terina’, in “Almanacco Calabrese 1958″, Roma, 1958, pp. 19 ss.”. Strabone è stato un noto geografo. Ecco ciò che scriveva Strabone (…) nel suo libro IV della sua “Geografia”: “Segue nell’ordine, a distanza di duecento stadi, Sibari, fondata dagli Achei; è tra due fiumi, il Crathis e il Sybaris. Il suo fondatore fu Is of Helice. Nei primi tempi questa città era così superiore nella sua fortuna che governava su quattro tribù nelle vicinanze, aveva venticinque città sottomesse, fece la campagna contro i Crotoniati con trecentomila uomini e i suoi abitanti solo sul Crathis riempivano completamente un circuito di cinquanta stadi. Tuttavia, per la lussuria e per l’insolenza furono privati di tutta la loro felicità dai Crotoniati entro settanta giorni; poiché, presa la città, questi la condussero sopra il fiume e la sommerse. In seguito, i superstiti, solo pochi, si radunarono e ne fecero di nuovo la loro dimora, ma col tempo anche questi furono distrutti dagli Ateniesi e da altri Greci, i quali, pur essendo venuti lì per vivere con loro, ne concepirono un tale disprezzo che non solo li uccisero, ma spostarono la città in un altro luogo vicino e la chiamarono Thurii, da una sorgente con quel nome. Ora il fiume Sibari fa timidi i cavalli che ne bevono, e perciò tutti gli armenti ne sono tenuti lontani; mentre il Crathis rende gialli o bianchi i capelli delle persone che vi si bagnano, e inoltre cura molte afflizioni. Ora dopo che i Thurii ebbero lungamente prosperato, furono ridotti in schiavitù dai Leucani, e quando furono portati via dai Leucani dai Tarantini, si rifugiarono a Roma, e i Romani inviarono coloni per integrarli, poiché la loro popolazione era ridotto, e ha cambiato il nome della città in Copiae.”. Dunque Strabone non cita la colonia Sibarita di Scidro. Strabone (in greco antico: Στράβων, Strábōn; in latino: Strabo; Amasea, ante 60 a.C. – Amasea ?, tra il 21 e il 24 d.C.) è stato un geografo, storico e filosofo greco antico. La ‘Geografia‘ (Γεωγραφικά) in 17 libri inizia con un’introduzione, nei libri I e II, in cui Strabone vuole dimostrare che Eratostene ha avuto torto a invalidare l’opera di Omero dal punto di vista geografico. I libri dal III al X descrivono l’Europa, e più in particolare la Grecia antica (libri VIII-X), mentre i libri dall’XI al XVI descrivono l’Asia Minore e il libro XVII si occupa dell’Africa (Egitto e Libia). Se la sua opera, che è il trattato geografico più ampio dell’antichità, riprende talvolta testi di diversi secoli più antichi del suo, tuttavia la sua conoscenza del diritto romano applicato nelle varie città ne fa una fonte essenziale per la conoscenza dell’inizio della romanizzazione in Gallia e nella Penisola iberica, che mostra, soprattutto nei libri III e IV, come a seguito dell’acculturazione graduale delle popolazioni, si stesse sviluppando in queste regioni una nuova, specifica cultura. A differenza della geografia tolemaica, improntata su uno studio ed una analisi più rigidamente matematiche, la Geografia di Strabone presenta un impianto più storico-antropologico. Strabone ci parla del promontorio di Palinuro nel libro VI della sua “Geographia”. Riguardo i testi citati dal Cappelli nella nota (39) si tratta di: Strabone (…) e la sua ‘Geographia’. Il testo di Strabone (…)(Strabonis), lo troviamo “volgarizzato” (come scriveva il Gaetani (…), ovvero tradotto dal greco, in Francesco Ambrosoli (…), nel suo ‘Collane degli antichi storici greci volgarizzati‘, su Strabone, vedi vol. III, pp. 93-94-95. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a pp. 44-45, riferendosi alle indicazioni geografiche fornite dal Periplo di Pseudo Silace, in proposito scriveva che: “Tali indicazioni non divergono molto da quelle fornite dal racconto di Strabone. Questi descrive le coste della Lucania a partire dal VI libro della sua Γεωγραφια, dando in apertura il limite settentrionale della regione: Μετα δε το στομα του Σιλαριδος Λευχανια (63). La descrizione segue con la rapida menzione del santuario di Hera Argiva, dell’isola Leucosia, di Hyele-Elea e il ricordo delle lotte sostenute dai suoi abitanti contro Lucani e Poseidoniati; infine, dopo aver citato Pyxus e Laos, dà la misura in stadì, 650 per l’esattezza, della ‘paralìa’ tirrenica. Il geografo elenca le stesse città greche nominate dallo Pseudo Scilace, ma non parla di Sidro che, insieme con Pyxus, non compare neppure nel “Periplo”. Risulta pertanto evidente la corrispondenza cronologica tra il dato straboniano e quello fornito dal manuale nautico (64). Anche per Strabone “la Lucania è il territorio posto tra la costa del Tirreno e quella del mar Siculo (= Ionio), sul tratto che da un lato va al Silaros (=Sele) a Laos, dall’altro da Metaponto a Turì; dalla parte del continente essa si estende dal territorio dei Sanniti fino all’istmo che va da Turì a Cerillae, presso Laos: quest’ultimo è largo 300 stadi” (65). Queste notizie dettate dalla fonte probabilmente timaica non contrastano con quelle adottate dallo stesso Strabone che mostra di conoscere in grandi linee la topografia delle coste, ma sembra ignorare quella dell’entroterra. Per il litorale tirrenico, infatti, nomina i centri di Posidonia, Elea, Pyxus e Laos etc…”. La Catalano, a p. 44, nella nota (63) postillava che: “(63) Strabon., VI 1,1, p. 252; per il confine settentrionale lungo il Sele cfr. E. Lepore, in “Diz. Epigr. Ant. Rom.”, cit., v. s. Lucania, p. 1884.”. La Catalano, a p. 45, nella nota (64) postillava che: “(64) Strab., VI 1,1, pp. 252-253; cfr. F. Lasserre, Laos et Talaos (Strabon VI 1,1,), in “PdP” XVIII, 1963, pp. 355-364 per la frontiera tra Lucania e la regione Bruzia; cfr. anche V. Panebianco, Laos, Lavinion, Mercurion etc…”. La Catalano, a p. 45, nella nota (65) postillava che: “(65) Strab., VI 1,4, p. 255”.
Nel 43 d.C. (I sec. d.C.), POMPONIO MELA parla di Buxentum e di Blanda
Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania -Discorsi”, parlando di Maratea a pp. 438-439, in proposito scriveva di Barrio (…) e di Pomponio Mela (…). Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: “‘Pomponio Mela’ al ‘lib. 2. cap. 2.’ ce l’ha detto: ‘Temesa’, Clampetia, Blanda, Buxentum, Velia, Plinio’, siccome sopra si disse, la mette nel golfo Vibonense, il quali indubbiamente finisce alla punta della Cirella, onde non può essere Belvedere, ch’è è più in là, e fuor di esso:….”. Il geografo latino Pomponio Mela (39), secondo il Cluverio (35), ci parla della città di Blanda, nel suo Libro II, Cap. IV. Pomponio Mela (Tingentera, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Il La Greca ci parla del geografo latino Pomponio Mela (….) e della sua opera geografica intitolata “De chorogr……….”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a Napoli nel 1815, a p. 86, in proposito scriveva che: “In questo medesimo significato fu descritto questo promontorio da Mela (1): ‘Buxentum, Velia, Palinurus, olim Phrygii governatoris, nunc loci nomen’, quantunque sul lato de Bruzi dopo Bussento descriver doveva Palinuro, e non già Velia. Lo stesso fu ripetuto da Solino. ecc..”. Fernando La Greca che ha curato nel 2000, la ristampa del Romanelli (…), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Mela, lib. II, de Ital. (II, 4, 69).”. Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a p. 168 parlando delle coste Tirreniche, in proposito scriveva che: “Pomponio Mela (‘De Chorograf., II, 69), ricorda Buxento, Blanda ecc…”. Pomponio Mela (…), scrisse ‘De Chorographia’ (Descrizione dei luoghi) e, ‘Cosmographia’ (Descrizione del mondo), ovvero anche ‘De situ orbis’ (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (…), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV, di Buxentum e di Molpa. Da Wikipedia leggiamo che Pomponio Mela (Tingentera/Iulia Traducta, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De chorographia (“Descrizione dei luoghi”), Cosmographia (“Descrizione del mondo”) o anche De situ orbis (“La posizione della terra”). L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo delle Colonne d’Ercole, subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’Ecumene, cioè dei luoghi abitati, in particolare quelli lungo le coste, mentre tratta più sommariamente i territori interni. Pomponio Mela è uno dei più antichi scrittori che parla della Cina. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). Da Wikipedia leggiamo che Pomponio Mela (Tingentera/Iulia Traducta, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo del mondo conosciuto ai tempi (Colonne d’Ercole), subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’oikumene, cioè dei luoghi abitati in particolari quelli lungo le coste e tratta più sommariamente i territori interni. L’interesse descrittivo di Mela si pone sulla descrizione fisica dei luoghi, ma talvolta descrive anche le città. Non era certo un mondo molto grande, rispetto a come lo conosciamo oggi, quello descritto da Mela, ma dopotutto le navi allora non erano ancora capaci di attraversare i grandi oceani e scarso era l’interesse verso l’Africa. Sicuramente anche la presenza del deserto non favoriva l’interesse ad una conquista politico militare in quei luoghi e la geografia, nonostante la volontà ellenistica di condurla sul binario di scienza oggettiva, si poneva, in realtà, come una descrizione dello spazio sul modello degli antichi peripli. L’opera ha uno stile caratterizzato da rapidità e concisione che fa credere che potesse essere un compendio destinato alle scuole o al grande pubblico: tuttavia, Mela si sforza di abbellire la nuda descrizione con clausole ritmiche che ne mostrano le pretese artistiche, anche se non mancano talvolta errori di stile e lessico dovuti all’incomprensione delle fonti, tra le quali si annoverano Cesare, Livio e Cornelio Nepote tra i romani, Posidonio, Eratostene ed Erodoto (per i fatti meravigliosi). Proprio in base a Erodoto, sono inserite a volte digressioni a carattere storico o letterario o anche etnografico per spezzare l’arido tecnicismo della materia.
Nel ’77 d.C. (I sec. d.C.), Plinio il Vecchio, nel libro 3°, cap. 5°, il “SINUS VIBONENSIS” (il golfo Vibonese)
Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione della “Lucania” del 1745 (ed. Gessari), a p. 423 scriveva che: “….e che così sia, sentiamone quello che ne scrive ‘Plinio’, nel cap. 5 del lib. 3. Egli dopo aver descritto Bussento, il fiume Lao colla Città dello stesso nome, passa verso il lido Bruzio, che comincia di là del Lao, parla di Blanda, ch’è Maratea, del Bato, poi del porto Partenio, ch’è il Diamante, e chiude, o finisce il golfo Vibonense, in cui tutti questi luoghi sono: ‘Opdum Buxentum, graece Pyxus, Oppidum Blanda, flumen Batum, Laus amnis,: Fuit & Oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus, portus Parthenius Phocensium, Sinus Vibonensis’; e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia’; continua dunque così: ‘Locus Campletiae, Oppidum Tempsa ecc…, la fluvius Acheron. Hippo, quod nunc Vibonem Valentiam appellamus’, e così via via descrive quel tratto di mare, chiaramente mostrandoci qual sia il golfo Vibonense, e dopo sì lungo spazio il Tirreno, o S. Eufemia, in cui Monteleone, o Vibona al mare è posto. Quando Cicerone dopo la morte di Cesare ecc…”.
Dunque, l’Antonini cita Plinio (…) ed il suo cap. 5 del Libro 3 della sua “Naturalis Historia”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 10, in proposito scriveva che: “Molti altri autori latini hanno scritto nelle loro opere riguardo l’esistenza di Bussento: Plinio il Vecchio: Proximum autem huic flumen Melphes et oppidum Buxentum, graece Pixus: Laus amnis; fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus. Trad.: “Qui vicino (Palinuro) c’è il fiume di Molpe (Mingardo) e la città di Bussento, la greca Pixunte: indi il fiume Lao; vi fu anche la città dallo stesso nome. Da questo luogo comincia la costiera dei Bruzii.”. Caio Plinio Secondo, conosciuto come “Plinio il Vecchio” (in latino: Gaius Plinius Secundus; Como, 23 – Stabia, 25 agosto o 25 ottobre 79), è stato uno scrittore, naturalista, filosofo naturalista, comandante militare e governatore provinciale romano. Plinio fu un uomo caratterizzato da un’insaziabile curiosità e scrisse molte opere, ma tutta la sua vasta produzione è ad oggi perduta, tranne per pochi frammenti. Tra queste opere si ricordano: il De iaculatione equestri; il De vita Pomponii Secundi, biografia in due libri del poeta tragico Publio Pomponio Secondo, di cui era devoto amico; i Bellorum Germaniae libri XX; gli Studiosi libri III, manuale sulla formazione dell’oratore; i Dubii sermonis libri VIII, su questioni grammaticali; e gli A fine Aufidii Bassi libri XXXI, sulla storia dell’Impero dal periodo in cui si interrompeva la storia di Aufidio Basso. L’unica opera pervenutaci è il suo capolavoro, la Naturalis historia; una vasta enciclopedia in 37 volumi che tratta di geografia, antropologia, zoologia, botanica, medicina, mineralogia, lavorazione dei metalli e storia dell’arte. L’opera enciclopedica è il risultato di un’enorme mole di lavoro di preparazione condotto su oltre 2000 volumi di più di 500 autori. Tale opera, letta e studiata nei secoli successivi, specialmente nel Medioevo e nel Rinascimento, rappresenta oggi un documento fondamentale delle conoscenze scientifiche dell’antichità. La fama di Plinio è anche legata alla sua morte, di cui ci è testimone il nipote-figlio adottivo Plinio il Giovane. Plinio il Vecchio era a capo della flotta romana stanziata a Capo Miseno, quando si verifica una delle più grandi catastrofi della storia, l’eruzione del Vesuvio del 79. Corso in aiuto di una sua amica, Rectina, e degli altri abitanti di Stabia, Plinio non fu più in grado di lasciare il porto della città e morì per le esalazioni del vulcano. La Naturalis historia, come detto, fu pubblicata nell’anno 77; già nel titolo l’opera si presenta come ricerca di carattere enciclopedico sui fenomeni naturali: il termine historia conserva il suo significato greco di indagine, e va notato che la formula ha dato la denominazione alle scienze biologiche, cioè alla storia naturale nel senso moderno della locuzione. Il primo libro fu completato dal nipote Plinio il Giovane dopo la morte dello zio e contiene la dedica a Tito, il sommario dei libri successivi ed un elenco delle fonti per ciascun libro. L’enciclopedia tratta svariati temi, dal generale al particolare: dopo la descrizione dell’universo (II libro), si passa a geografia ed etnografia del Bacino del Mediterraneo (III-VI libro), per poi trattare di antropologia (VII libro) e zoologia (VIII-XI libro). Antonini scriveva che Plinio il Vecchio (….) nel 77 d.C. “…Egli dopo aver descritto Bussento, il fiume Lao colla Città dello stesso nome, passa verso il lido Bruzio, che comincia di là del Lao, parla di Blanda, ch’è Maratea, del Bato, poi del porto Partenio, ch’è il Diamante, e chiude, o finisce il glofo Vibonense, in cui tutti questi luoghi sono: ‘Opdum Buxentum, graece Pyxus, Oppidum Blanda, flumen Batum, Laus amnis,: Fuit & Oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus, portus Parthenius Phocensium, Sinus Vibonensis’; e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia’; continua dunque così: ‘Locus Campletiae, Oppidum Tempsa ecc…, la fluvius Acheron. Hippo, quod nunc Vibonem Valentiam appellamus’, e così via via descrive quel tratto di mare, chiaramente mostrandoci qual sia il golfo Vibonense, e dopo sì lungo spazio il Tirreno, o S. Eufemia, in cui Monteleone, o Vibona al mare è posto.”. Dunque, Antonini sulla scorta di Plinio scriveva che egli cita il “Sinus Vibonensis” e, seguendo il ragionamento di Antonini che postilla sulla cronologia dei luoghi citati, egli pone il “Sinus” (il Golfo) “Vibonensis” tra il promontorio di Tortora fino ad arrivare a quello di Palinuro, ovvero ciò che oggi chiamiamo Golfo di Policastro. Scriveva Antonini: “e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia”. Dunque secondo l’Antonini l’ipotesi che si trattasse di “Vibo Valentia” non è plausibile vista la sua enorme distanza dagli altri luoghi che Plinio pone cronologicamente vicini ed in successione tra loro. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…..Plinio il Vecchio fa rientrare Buxentum nel Sinus Vibonensis, dove si trovano le “isole Itacesie” proprio di fronte a Vibo (contra Vibonem) (65), ma pone Hippo, chiamato Vibo Valentia, solo dopo molte altre città verso sud, e nel golfo di Terina (sinus ingens Terinaeus)(66). Etc…”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (65) postillava: “(65) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 7, 85”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (66) postillava: “(66) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72-73”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel I secolo d.C…….La contemporanea descrizione di Plinio il Vecchio ricorda per la Lucania, dopo Palinuro, il fiume Melpes (Lambro), la città fortificata di Bussento (oppidum Buxentum), corrispondente alla greca Pissunte (Graeciae Pyxus), quindi il fiume Lao, presso il quale vi fu un oppidum con lo stesso nome; di qui inizia il litorale del Bruzio, con la città fortificata di Blanda (80). Nel II secolo d.C. il geografo Claudio Tolomeo pone Boùxenton in Lucania tra Velia e la costa del Bruzio (81). Nel II-III secolo d.C. lo scrittore Ateneo, attingendo dalle opere del medico e dietologo Galeno (II sec. d.C.), in un elenco di vini italici apprezzati per le loro qualità terapeutiche, ricorda il vino di Bussento (Buxentinos), simile a quello Albano, aspro e digestivo (82). Va ricordato anche l’accenno agli ottimi vini lucani fatto da Plinio, con riferimento ai vini della zona di Turi, di Grumento e di Lagaria, usati anche come specialità medicinali (83). La produzione romana di vino sembra continuare una specializzazione di questo territorio già attestata in epoca greca e lucana (84).”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (80) postillava che: “(80) 80 Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72. Vd. FUSCO 1992.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (81) postillava che: “(81) Tolomeo, Geogr., III, 1, 8-9”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (82) postillava che: “(82) Ateneo, I, 48, 27a.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (83) postillava che: “(83) Plinio il Vecchio, Nat. hist., XIV, 6, 69.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (84) postillava che: “(84) GUALTIERI 2003, p. 159; vd. VANDEMERSCH 1994.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”.
Nel 27 a.C., (I sec. a.C.), Tito Livio, la nostra zona in “Ad Urbe condita libri”
Da Wikipedia leggiamo che Tito Livio (in latino: Titus Livius; Patavium, 59 a.C. – Patavium, 17 d.C.) è stato uno storico romano, autore della Ab Urbe condita, una storia di Roma dalla sua fondazione fino alla morte di Druso, figliastro di Augusto, nel 9 a.C. Iniziata nel 27 a.C., la raccolta Ab Urbe condita si componeva di 142 libri che narravano la storia di Roma dalle origini (nel 753 a.C.) fino alla morte di Druso (9 a.C.), in forma annalistica; è molto probabile che l’opera si dovesse concludere con altri 8 libri (per un totale di 150) che proseguissero fino alla morte di Augusto, avvenuta nel 14 d.C. I libri furono successivamente divisi in decadi (gruppi di 10 libri) che avrebbero dovuto coincidere con determinati periodi storici. Dell’intera opera ci è pervenuta solo una piccola parte, per un totale di 35 libri, cioè quelli dall’I al X e dal XXI al XLV (la prima, la terza, la quarta decade e cinque libri della quinta). Gli altri sono conosciuti solo tramite frammenti e riassunti (“Periochae”). I libri che si sono conservati descrivono in particolare la storia dei primi secoli di Roma dalla fondazione fino al 293 a.C., fine delle guerre sannitiche, la seconda guerra punica, la conquista della Gallia cisalpina, della Grecia, della Macedonia e di una parte dell’Asia Minore. L’ultimo avvenimento importante che si trova è relativo al trionfo di Lucio Emilio Paolo a Pidna.
Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “Ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v. “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il ………………..Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”.
Nel II-III sec. d.C., ATENEO e Scidro
In Wikipedia troviamo “Ateneo di Neucrati” che era una città dell’Egitto. Mario Napoli scriveva che, Ateneo da lui citato, “si rifà a Timeo o ad Aristotele”. Infatti, Ateneo di Naucrati, in greco antico: Ἀθήναιος Nαυκρατίτης o Nαυκράτιος, Athḕnaios Naukratítēs o Naukrátios (Naucrati, … – dopo il 192), è stato uno scrittore egizio dell’età imperiale. Dovrebbe aver scritto dopo la morte di Commodo (192 d.C.) perché ne parla con esecrazione, tra l’altro introducendo come anfitrione del banchetto da cui prende nome l’opera Publio Livio Larense, procurator dell’imperatore tra 189 e 192. Sappiamo dalle titolazioni dei manoscritti che fu di Naucrati e, dunque, greco egiziano, probabilmente grammatico e consultatore della Biblioteca di Alessandria, visto che cita circa 700 autori e 2.500 opere che, pur non consultate tutte direttamente, erano conservate ad Alessandria. Ateneo scrisse – come egli stesso afferma – almeno due opere che non ci sono giunte: un commento sul pesce thratta, citato dai comici attici, e una Storia dei re di Siria. L’unica sua opera giunta a noi è la miscellanea Δειπνοσοφισταί (I Dipnosofisti o I dotti a banchetto), redatta in quindici libri. Dei primi tre libri dell’opera (oltre a parti dei libri XI e XV), perduti, è sopravvissuta solo una epitome, che consente di avere idea dell’inizio dell’opera. Da Wikipedia leggiamo che I deipnosofisti (o dipnosofisti) o I dotti a banchetto (in greco antico: Δειπνοσοφισταί) è un’opera in quindici libri dello scrittore greco Ateneo di Naucrati.
I diversi toponimi attribuiti a Sapri nei secoli: Scidro, Scidron, Città d’Avenia, Bibo ab Sicam, Ceserma, Vicum Saprinum (a. 72 d.C.), Scido (1079), Saprà, Safri, Saperi, Portu (a. 1079), Terram Saprorum, Portus Saprorum, Porto di Sapri, Sapri
Dopo il III sec. a.C., Sapri nei secoli dell’Impero Romano
Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Itinerario Antonino e nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: “Agli inizi del III sec. a.C., Elea (Velia), potente colonia della Magna Grecia (l’odierna Moio della Civitella), stringerà con Roma una proficua e forte alleanza, che, determinerà la scomparsa dei centri fortificati dell’interno come Roccagloriosa e sorgeranno ‘villae’ lungo la costa (39). Sulla costa si vanno infittendo le emergenze monumentali di ‘villae’ più o meno complesse: da quella di Punta Licosa a sud di Velia a quella imponente e monumentale di Sapri.”. Le evidenze monumentali ed epigrafiche provenienti da Sapri, le ampie descrizioni degli studiosi ottocenteschi (40), testimoniano una situazione più complessa ed articolata che non quella di una semplice villa marittima per quanto monumentale che sia.”(41). Al problema, al momento insolubile, della ubicazione a Sapri della statio Caesernia, lungo la via costiera che univa Capua a Reggio (42), si connette la complessità delle emergenze monumentali nonché la presenza di un cippo funerario, pubblicato dall’Antonini e dal Mommsen, che menziona un duovir des (ignatus) che documenta una costituzione duovirale tipica di una colonia (43)”(44).”. Nella mia nota (39) postillavo che: “(39) Frederiksen M.W., The contribution of Archeology to the Agrarian Proble in the Gracam Period, stà in “D.d.A.”, IV-V, 1971, p. 340 s.”. Nella mia nota (40) postillavo che: “(40) Johannowsky W., Sapri, stà in “Atti del XXII Congresso sulla Magna Grecia”, Taranto, 1983, p. 528.”. Nella mia nota (41) postillavo che: “(41) Antonini G., op.cit., vedi anche la Relazione di Magaldi J. presentata alla Soprintendenza alle Antichità e Scavi della Campania, 1928: “Cenno storico archeologico della città di Sapri”, ove vengono descritti minuziosamente i ruderi esistenti a Sapri ed i rinvenimenti avuti nel corso dei lavori per la costruzione della SS. 18 nel 1884.”. Nella mia nota (42) postillavo che: “(42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Nella mia nota (43) postillavo che: “(43) Mommsen, CIL , X, 461; questo stesso cippo è dato come proveniente da Buxentum da Russi A. in Dizionario Epigrafico De Ruggiero, s.v. Lucania, p. 1897.”. Nella mia nota (44) postillavo che: “(44) Greco Giovanna, op. cit., p. 19″. Infatti, pare che all’epoca romana, il diumviro edile che sovrintendeva il porto e le infrastrutture portuali a S. Croce a Sapri, Lucio Sempronio Pomponio Prisco, appartenesse alla famiglia dei Prisco. Un Prisco aveva un ruolo importante proprio a Policastro. Io credo che, il centro demaniale di Policastro o Buxentum romana non avesse un porto o strutture portuali vere e proprie ma che tali strutture fossero state costruite in località S. Croce a Sapri che peraltro ha una baia ampia ed unica che poteva ospitare anche flotte di navi da battaglia che ivi potevano ormeggiare per attendere le armate al loro rientro. Il piccolo porticciolo e la baia naturale di Sapri, ebbero certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro (porto franco), nelle operazioni militari che si svolgeranno via mare. Felice Cesarino (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, a p. 27 in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “…..Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La lucania romana, Roma, 1947.”. Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 64, in proposito scriveva che: “Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: “Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana”, spiegava e faceva pensare ad antichi possedimenti in Lucania. Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: “(42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted Ulrich, Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p. 22.”. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, riferendosi alla probabile villa Imperiale di Massimiano Erculio, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”. Infatti, assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Anonimo Ravennate (….) che voleva fosse Sapri e, anche la citazione di una “Caesariana” nella Tavola Peuntingheriana (….), come vedremo in seguito. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 33 scriveva pure che: “Le comunicazioni avvenivano, innanzitutto, per via marittima, ma anche attraverso la via ‘Annia’, una strada militare, che, partendo da Buxentum, s’inoltrava attraverso la Lucania costiera; detta strada, raggiunta Sapri, prosegue per Rivello, utilizzando il tracciato di una carovaniera greca, che, partendo dal Golfo di Policastro, conduce alle sponde del Mar Ionio. Su questa strada esiste una costruzione romana, di forma quadrata, abbastanza consistente: sarebbe stato un sepolcro o un edificio militare. E’ stata localizzata pure una “via carovaniera”, che già in età preromana metteva in comunicazione Sapri con la valle del Noce, oltre Maratea, e le colonie greche sul Mar Jonio.”. Pietro Ebner (…), riguardo l’antica città di Bussento (…), e di Molpa (…), citava Giacomo Racioppi (…) e il Corcia (…). Ebner, cita Nicola Corcia (…), erudito che scrisse sulla Storia della Magna Grecia, e dice che ne ha scritto su ‘Scidro’. Il Corcia (…), in proposito al ‘Sipron‘ dell’Antonini (…), scriveva: “Perciò con più di verisimiglianza avvisavasi l’Antonini che sorgesse nell’odierno porto di Sapri, tuttochè vi credesse l’antica città di Sipro, ingannato dalla falsa lezione di alcune edizioni di Erodoto, in cui si leggesi……., invece che …….” (…). Insomma, il Corcia (…), riteneva che la lettura di Antonini del Sipron citato da Erodoto, fosse errata e affermava che l’Antonini sbagliasse a leggere Erodoto il quale parlava di Sipron e non di Skidron.
Via S. Paolo sulle colline di Sapri
(Fig…) l’antichissima via S. Paolo che dal territorio saprese nei pressi del locale “le Capannelle” e, della Madonna dei Cordici, corre sul crinale collinare e arriva oltre Vibonati
Mia zia, Maria Attanasio raccontava che sua nonna Teresa Eboli (la “vava”), gli diceva che andava con sua madre a pregare nella Cappella di Santa Maria di Porto Salvo, sita nelle contrade sopra le colline di Sapri, nei pressi della Madonna dei Cordici e poco dopo l’attuale locale chiamato “le Capannelle”. In quei luoghi, vi era anticamente una chiesetta intitolata a “Santa Maria di Porto Salvo”. Mia zia Maria, racconta che, molte famiglie Sapresi, si recavano a piedi, a far visita alla Madonna di Porto Salvo, una statuetta lignea di cui si sono perse le tracce, per farsi benedire. Oggi, di quella cappella si sono perse le tracce e sono rimati in piedi i suoi ruderi. Proprio in quelle contrade, oltre ai ruderi della chiesetta di Santa Maria di Porto Salvo che vediamo illustrati nell’immagine, vi è anche una strada interpoderale e sterrata, sulle mappe chiamata “via San Paolo”. Questa contrada è stata sempre nel territorio della Baronia di Torraca, prima Universitas Aragonese e poi infine Comune, ma come si può ben vedere nell’immagine del satellite essa è posta non molto distante dalla costa di Sapri, con la sua ampia baia. Nei pressi di queste collinette vi è il Santuario dedicato a Santa Maria dei Cordici e il Seminario vescovile di ‘Pietradama’ che, Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, scriveva a p. 248 (v. ristampa curata da Rossella Gaetani): “…guardando in alto, vedo il colossale e incompleto Seminario di Pietradama, che spaventò il dittatore d’Italia nelle acque di Sapri.”. Oggi, guardando le mappe, la località è chiamata “Torrette Tempe”. Vibonati, è stato da secoli collegato con il territorio Saprese, da una strada interpoderale, di campagna, che corre lungo la dorsale costiera, all’altezza del locale le ‘Capannelle’. Proprio l’attuale località denominata ‘le Capannelle’, molto vicina alla contrada dei ‘Cordici’ , è limitrofa ad un’altra località che un tempo doveva essere abitata e, nelle cui prossimità dovevano preesistere diverse necropoli. Proprio nei pressi, negli anni ’70, furono scoperti diversi sacelli, tanto da farci ipotizzare la preesistenza di città scomparse. Le località di ‘S. Martino’ e del ‘Fortino’, ecc.., poste sulle alture di Sapri, a metà strada con la vicina Torraca, la località dei ‘Cordici’, scende dal crinale ……….del versante saprese e in alto, verso le ‘Capannelle’, esiste una stradina, indicata sulle mappe come ‘via S. Paolo’, che corre lungo il crinale, oltrepassa l’attuale Cimitero di Sapri, arriva fino alle ‘Ginestre’ e si prolunga fino al cimitero di Vibonati. Doveva essere la strada che in origine collegava le campagne interne dei due centri. Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (…), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella sua descrizione del ‘Principato Citra (o Citeriore), a pag. 79, scrive anche di Sapri: “Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano‘Seno Saprico’dalla città di Sapri , oggi nominata Li Bonati…” (…). Scipione Mazzella Napolitano, forse sulla scorta di altri che lo precedettero, affermava che il luogo di Sapri nel 1568, fosse nominato ‘Li Bonati’. La carta d’epoca aragonese dell’immagine Fig. 1, riveste una particolare importanza ed interesse non solo perchè riporta nomi di luoghi, alcuni dei quali ancora oggi poco conosciuti, ma anche in quanto è forse l’unica testimonianza scritta del luogo citato ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘. Probabilmente i resti dell’antica città di cui parlava Cicerone nelle sue famose lettere allo amico Attico. ‘Bibo ad Siccam odieruin.‘, cosa significa questo termine o toponimo citato nella carta?. E’ sicuramente un toponimo, ovvero un nome di un luogo. ‘Bibo’ stà per Vibo o Bibone o Vibone. ‘Ad Siccam odie ruin.‘, si riferisce ad un luogo ove si vedono delle rovine, odie ruinata, oggi rovinata, forse un’antica città in rovina ed abbandonata. Letteralmente la scritta in latino ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘ si traduce: ‘Bevo alla spada oggi rovinata’ (?). La carta in questione da noi pubblicata (Fig. 1), colloca il toponimo Bibo ad Siccam odie ruin. tra un Bibone novo, forse l’odierna cittadina di Vibonati, Torraca e Sapri. E’ forse da collegare a questa antica carta d’epoca aragonese la curiosa prima citazione di Sapri. La carta in questione colloca il toponimo tra le campagne delle odierne Vibonati, Sapri e Torraca. Sappiamo di resti antichi, forse di un’antica città, rinvenuti nelle campagne tra Sapri e Torraca, nell’area dell’antico ‘Seminario‘ vescovile ‘Fanuele’. Infatti nella carta in questione il luogo viene proprio posto nell’entroterra saprese, sulla dorsale che sale verso Torraca. Sappiamo anche di reperti archeologici rinvenuti nelle campagne che da Sapri vanno sulla dorsale verso Torraca ed in particolare in località Madonna dei Cordici. Sappiamo di inportanti rinvenimenti anche recenti rimasti occultati in località Seminario Arcivescovile (abbandonato dalla Curia da due secoli), oggi nella proprietà dei Borea che ivi hanno costruito e che si sono sapute voci di scorribande di tombaroli in quei luoghi. Questo territorio, presenta delle importanti fonti sorgive che alimentavano certamente in epoca romana, le ville romane e le strutture portuali a S. Croce in epoca romana, attraverso gli acquedotto che scendono al Porto di Sapri. Inoltre, dobbiamo segnalare che le fonti sorgive presenti nella località dove oggi è presente una chiesetta detta la Madonna dei Cordici, potrebbero avvalorare l’ipotesi del significato dell’etimo: ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘. Alla luce di queste considerazioni, andrebbe ulteriormente indagata e rivista tutta la politica archeologica delle autorità Sapresi e della Soprintendenza della Campania, al fine di mettere in luce e di meglio valorizzare tutta l’area archeologica compresa fra il Seminario ‘Fanuele’ e ‘Madonna dei Cordici’, e le colline che degradano fino ai versanti sapresi delle contrade di ‘Fortino’, di ‘S. Martino’ e forse ‘Fenosa’. L’attuale documentazione dei rinvenimenti in quell’area, attesta e conforta la tesi di una città sepolta e scomparsa tesi questa suffragata dagli innumerevoli ritrovamenti puntualmente occultati dalle stesse autorità deputate alla tutela del patrimonio.
Nel 197 a.C. e 194 a.C., e pure nel 187 a.C., Tiberio Sempronio Longo e la colonia marittima romana di Buxentum
Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), nel cap. VII, a p. 206, in proposito scriveva che: “Le “colonie” importano l’invio di coloni, che erano stati soldati ed agricoltori insieme. Esse ebbero, in origine, finalità prevalentemente militare e politica (3). La colonia romana è definita da Cicerone (‘De lege agr. II, 73)”propugnacolo dell’Impero”. Esse furono infatti le sentinelle avanzate di un vasto Impero e fecero buona guardia ai suoi confini. Costituite di cittadini romani, le colonie partecipavano, naturalmente, della cittadinanza romana. Qualunque fosse il loro statuto di fondazione (‘lex coloniae’), erano sempre dipendenti dalla Capitale; data la loro natura e la loro finalità, non poteva essere diversamente. Dell’Urbe esse potevano considerarsi come le diramazioni, per mezzo delle quali Roma faceva sentire il suo prestigio ai popoli soggetti (4).”. Il Magaldi (…), a p. 206, nella nota (4) postillava: “(4) La più antica colonia di cui si ha notizia è Anzio, fondata nel 338 a.C. Cfr. De Sanctis, op. cit., II, p. 434.”. Sempre il Magaldi (…), a p. 207, nella nota (2) postillava: “(2) E. Pais, Seie cronologica delle colonie Romane e Latine dall’età regia fino all’Impero, parte I (dall’età del tempo dei Gracchi), in Memorie della R. Accademia dei Lincei, serie V, vol. XVII (1924), p. 329.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), nel cap. VII, a pp. 211-212, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno in cui fu fondata Copia lo furono pure le colonie di Crotone, di Vibo-Valentia e di Tempsa. L’anno precedente (194), quello del secondo consolato di Scipione, furono dedotte, colla funzione di “marittime”, le colonie di Volturno, Literno, Puteoli, Salerno e, verso il confine meridionale della Lucania, Bussento (1), la cui legge di deduzione era stata proposta nel 197 dal tribuno della plebe. Il loro scopo precipuo era quello di fare buona guardia sul mare, ideate com’erano state in previsione di una guerra contro la Siria, presso il cui re Antioco aveva cercato riparo Annibale (2). Le colonie dell’a. 193, anche se ufficialmente considerate “latine”, come Copia e Vibo-Valentia, o “cittadine”, come Crotone e Tempsa, in realtà non differivano in nulla dalle “marittime”. E tutte insieme stringevano come in una morsa le indocili popolazioni dell’interno. La colonia romana di Bussento fu impiantata nel territorio della abbandonata città greca di Pissunte con la partecipazione di trecento coloni. Ma non ebbe una esistenza florida, si che nel 186, a meno di un decennio dalla fondazione, si sentì il bisogno di ripopolarla, avendola il console Postumio trovata a metà deserta (1).”. Il Magaldi (…), a p. 211, nella nota (1) postillava: “Cfr. Livio, XXXII, 29, 3 (a. 197): ‘C. Atinius tribunus plebis tulit, ut quinque coloniae in oram maritimam deducerentur, duae ad ostia fluminum Vulturni Liternique, una Puteolos, una ad Castrum Salerni: his Buxentum adiectum, trecenae familiae in singulas colonias indebantur mitti. Triumviri deducendis iis, qui per triennium magistratum haberent, creati M. Servilius Geminus, Q. Minucius Thermus, Ti. Sempronius Longus; XXXIV, 45, I seg. (a. 194): ‘Coloniae civium Romanorum eo anno deductae sunt Puteolos, Volturnum, Liternum , treceni homines in singulas. Item Salernum Buxentumque coloniae civium Romanorum deductae sunt. Deduxere triumviri Ti. Sempronius Longus, qui tum consul erat, M. Servilius, Q. Minucius Thermus. Ager divisus est, qui Campanorum fuerat. Cfr. Livio, XXXIV, 42, 6: ‘Puteolos Salernumque et Buxentum adscripti coloni, qui nomina dederant et cum ob id se pro civibus Romanis ferrent, Senatus iudicavit non esse eos civis Romanos. Si tratta della risposta data dal Senato alla richiesta dei Ferentinati, che i coloni latini introdotti nella città diventassero cittadini romani. Questa notizia – dice il Pais, op. cit., p. 342 – va messa a fianco di quelle sui varii tentativi dei Latini di deiventare cittadini roani. Cfr. Velleio, I, 15, 3: ‘Eodem temporum tractu, quamquam apud quosdam ambigitur, Puteolos Salernumque et Buxentum missi coloni….Sulla fondazione della colonia di Bussento cfr. Pais, o. c., p. 340 seg.”. Il Magaldi (…), a p. 212, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Livio, XXXIV, 23, 3 seg. (a. 185): ‘Extremo anni, quia Sp. Postumius consul renuntiaverat peragrantem se propter quaestiones utrumque litus Italiae desertas colonias Sipontum supero, Buxentum infero mari invenisse, triumviri ad colonos eo scribendos ex senatus consulto ab T. Maenio praetore urbano creati sunt L. Scribonius Libo M. Tuccius Cn. Baebius Tamphilus. Cfr. Pais, o. c., p. 342”. Clara Bencivenga Trillmich (…), nel suo “Pyxous-Buxentum”, a pp. 703-704 , in proposito scriveva che: “Dopo un silenzio di quasi tre secoli, è Livio (5) che torna nuovamente a parlarne, a proposito della deduzione, nel 194 a.C. ed ulteriormente rinforzata nel 186 a.C., della colonia marittima romana di Buxentum, nome che costituisce l’evidente latinizzazione del nome greco (6). In epoca Imperiale, la città è citata dai geografi (7), mentre dall’epigrafia apprendiamo che si trattava di un ‘municipium’ retto da ‘duoviri’, che era iscritta alla ‘tribus Promptina’,e che possedeva un foro ed un ‘macellum’ (8).”. La Trillmich (…), a p. 704 , nella sua nota (6) postillava che: “(6) L’identificazione di Pyxous con Buxentum è autorevolmente confermata da Plinio, Nat. Hist. Ili, 5, 72 : oppidum Buxentum, Greciae Pyxus.”. La Trillmich (…), a p. 704 , nella sua nota (7) postillava che: “(7) Plin. Ili, 5, 72; Pomp. Mela II, 4, 69 (Buxantium); Ptolem. Ili, 1, 8 (βούξεν-τον) ; Geogr. Rav. IV, 32”. La Trillmich (…), a p. 704 , nella sua nota (8) postillava che: “(8)CIL X, I, n° 461 ; V. Bracco, // foro di Buxentum, in Scritti sul mondo antico in onore di F. Grosso, Roma, 1981, p. 77-84; Id., Il Macellum di Bussento, in Epigraphica, XLV, 1983, p. 109-115.”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, nella rivista “L’Universo”, LIII, n. 3, maggio-giugno, parlando di Buxentum, a p. 506 e ssg., in proposito scrivevano che: “Pixous greca si trasformò in Buxentum romana nel 197 a.C. quando cinque colonie marittime furono dedotte al Volturno, a Literno, a Pozzuoli, a Salerno e a Bussento. La deduzione avvenne nel 194 a.C. (53): 300 cittadini romani (famiglie, piuttosto), rioccuparono la città, dandole nuova vita. Le testimonianze di Buxentum sono numerose. le iscrizioni furono raccolte dal Mommsen, che dichiarò ‘falsae vel alienae’ altre due iscrizioni (54), riportate da storici locali come l’Antonini e il Riccio (55); la storia politica fu più o meno trattata, da Plinio a Strabone (56); sarcofagi etc…”. I due autori, a p. 507, nella nota (53) postillavano: “(53) Quinque coloniae in oram maritimam deducerentur, duae ad ostia fluminum Vulturni Liternique, una Puteolos, una ad castrum Salerni, his Buxentum adiectum….(Plinio, N. H.), cfr. V. Panebianco, La colonia romana di Salernum, cit. p. 3. Buxentum è la latinizzazione di Pixous.“. I due autori, a p. 507, nella nota (56) postillavano: “(56) Sono noti dall’annalistica di triumviri di Buxentum, L. Scribonio Libone, M. Tuccio, Gneo Bebio Panmfilo.”. Mario Napoli (….), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, parlando di Pixunte, a p. 175, in proposito scriveva che: “Recenti scavi, eseguiti nell’abitato di Policastro, sembrano confermare che la greca Pixunte e la romana Buxentum debbano identificarsi con l’odierna Policastro, etc….Potrebbe nascere il sospetto che quando, nel 194 a.C., i Romani vi dedussero una prima colonia, la città sia stata spostata dalla riva destra a quella sinistra, dove è ora, con procedimento che è documentabile in molti casi; ma non solo della cosa non vi è ricordo alcuno nelle numerose fonti che ci parlano della romanizzazione della città (Liv., XXXIII, 29, 4; XXXIV, 42, 6; 45, 2; XXXIX, 22, 4; Vell. Pat. 1, 15; Plin. III, 72), e sembra anche escludersi dal contesto del passo di Strabone, etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a p. 27, in proposito scriveva che: “La fondazione avviene in più fasi, secondo il racconto di Tito Livio. In un primo momento, nel 197 a.C., su proposta del tribuno della plebe Gaio Atinio, si delibera la fondazione delle colonie, ciascuna con trecento famiglie. Si eleggono quindi i tre magistrati incaricati di curare la deduzione: Marco Servilio Gemino, Quinto Minucio Termo, Tiberio Sempronio Longo (45). Quasi sicuramente della deduzione di Bussento fu incaricato Sempronio Longo, interessato alla Lucania e appartenente alla stessa famiglia di Tiberio Sempronio Gracco, che durante la guerra contro Annibale aveva combattuto in Lucania, ed aveva allacciato rapporti di amicizia e di clientela con i notabili della regione (46). Etc…”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (45) postillava: “(45) Livio, XXXII, 29, 3-4”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (46) postillava: “(46) Livio, XXIII, 37, 10-11; XXIV, 15; 20; 44, 9; XXV, 1, 5; 15, 18-20; 16-17”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 27, in proposito scriveva pure che: “Nel 194 a.C. fu inviata a Buxentum una colonia di 30 famiglie (10) per ripopolare la città. I coloni di Buxentum non rimanevano a lungo nell’aria irrespirabile della città, che, per molto tempo, non dette segni di vita.”. Il Tancredi, a p. 27, nella nota (10) postillava: “(10) Tito Livio, nel libro XXXII, 29 così riferisce: “Acilio, tribuno della plebe, decise di fondare cinque colonie sil litorale: due alla foce del fiume Volturno e Literno, una a Pozzuoli, una alla fortezza di Salerno. A questa fu aggiunta ‘Bussento’. Fu ordinato che fossero mandate trenta famiglie in ciascuna colonia. I tribuni eletti perché esercitassero nella fondazione la carica di magistrato per tre anni, furono: M. Servilio Gemino, Q. Minucio Termo e T. Sempronio Longo”.”. Nel 2014, è apparso a stampa lo studio “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, di Antonio Scarfone (….), sulla scorta di Werner Johannowsky (….) scriveva in proposito: “D’altronde, alcuni esponenti della Gens Sempronia, una delle più antiche e potenti stirpi romane, erano noti nel Golfo di Policastro sin dall’età repubblicana. Infatti, come ci narra Tito Livio, nel 194 a.C., il triumviro Tiberio Sempronio Longo fu uno dei magistrati cui fu affidato il compito, avendo acquisito la suprema carica di console, della cura della vicina e sicuramente più importante colonia di Buxentum (11).”. Scarfone, a p. 451, nella nota (11) postillava che: “(11) Questi i passi di Tito Livio, in cui viene narrata la fondazione della colonia di Bussento, Libro XXXII, 29, I: etc…”……” (….), il tribuno della plebe Caio Atinio propose di fondare cinque colonie etc…Vi si aggiunse Bussento. Si decretò di mandare etc….”. Questi i passi di Tito Livio in cui viene narrata la fondazione della colonia di Bussento. Libro XXXII, 29, I: […] “C. Atinius, tribunus plebis, tulit ut quinque coloniae in oram maritimam deducerentur, duae ad ostia fluminum Vulturni Liternique, una Puteolos, una ad Castrum Salerni: his Buxentum adiectum; trecentae familiae in singulas colonias iubebantur mitti. Tresviri deducendis iis, qui per triennium magistratum haberent, creati M. Servilius Geminus Q. Minucius Thermus Ti. Sempronius Longus.” […] che tradotto significa: “Il tribuno della plebe Caio Atinio propose di fondare cinque colonie sulla costa, due alla foce dei fiumi Volturno e Literno, una a Pozzuoli, una a Castro di Salerno. Vi si aggiunse Bussento. Si decretò di mandare in ogni colonia trecento famiglie. Furono creati triumviri per la fondazione di quelle colonie Marco Servilio Gemino, Quinto Minucio Termo, TiberioSempronio Longo.” (Traduzione a cura di RONCONI & SCARDIGLI, 1980). Etc…”.
L’epigrafe sepolcrale pubblicata dall’Antonini trovata e vista in località Fortino a Sapri, forse proveniente dalla città d’Avenia come dice lui dalla città di Vibona (lucana) ?
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua prima edizione della, La Lucania, I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745 parlando di Sapri e nel descrivere i ruderi archeologici che vide personalmente, a p. 435 (I edizione del 1745 e a p. 434 nella II edizione del 1795), in proposito scriveva pure che: “Mi furono ben vero mostrati molti gran mattoni, ch’erano stati di sepolcri, e di questi spessissimi si trovavano fra quei vigneti con qualche lucerna sepolcrale. Nell’erto della collina vicino un pagliaio viddi a terra l’iscrizione seguente, che avrei forse con poco denaro potuto avere, se la sciocchezza d’un Prete, che ne faceva gran caso, non avesse distolto il padrone, ch’era un contadino, dal vendermela, dicendomi averla promessa ad un suo amico in Napoli. Peraltro a me bastò averla copiata ed è questa:
M. T. PALP II. IVCVNDI
V IX. AN. XI. M. VIII.
M. PALPIVS. BASSVS
ET. LARTIA. MVSSIDIANA PARENT. MOESTISS.
(Fig…) Antonini, op. cit., p. 434
L’Antonini prosegue parlando di un’altre due iscrizioni: “Mi furono mostratimolti gran mattoni che erano stati di sepolcri. Nell’erto della collina, vicino ad un pagliaio, vidi a terra l’iscrizione seguente, che avrei forse con poco danaro potuto avere, se la sciocchezza d’un Prete, che ne faceva gran caso, non avesse distolto il padrone, che era un contadino, dal vendermela, dicendo di averla promessa ad un suo amico in Napoli. Peraltro, a me bastò averla copiata, ed èquesta:”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, dopo aver detto dell’accurata descrizione dei manufatti a S. Croce fatta dall’Antonini nel 1745, a p. 32, nella nota (21) postillava che: “(21) Fra i reperti dell’antichità classica, oltre la lapide di Sempronio Prisco, sono da ricordare altre due: una greca, incompleta, consistente in un frammento di marmo presso la Torre del lato occidentale, tra le vigne, colle seguenti parole: etc…., un’altra romana, più chiara e completa, con questa iscrizione: M. T. PALP II. IVCVNDI V IX. AN. XI. M. VIII. M. PALPIVS. BASSVS ET. LARTIA. MVSSIDIANA PARENT. MOESTISS. Questa s’interpreta: ‘Memoria Titi Palpii Jucundi: vixit annos undecim, menses octo. Marcus Palpius Bassus et Lartia Mussidiana, parentes moestissimi (posuerunt) = Ricordo di Tito Palpio Giocondo: visse undici anni ed otto mesi. Marco Palpio Basso e Larzia Mussidiana, genitori molto addolorati, gli posero questa lapide. Alla famiglia dei Bassi, intorno ai primi secoli, appartennero personaggi illustri tra consoli, cavalieri, poeti e grammatici. Sono iscrizioni rinvenute e citate dall’Antonini nella “Lucania” (Tomo I, Parte 2°, Discorso XI, pagg. 433-434). Commuove per la scomparsa diun fanciullo in tenera età.”. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a p. 65, che parlando di ‘Scidro’ sulla scorta dell’Antonini scriveva che: “Molti sepolcri ancora si scoprivano tra’ prossimi vigneti, ma appena ne rimavano queste due lapide: (egli riporta la seguente epigrafe sepolcrale):….”. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a p. 66, che parlando di ‘Scidro’ sulla scorta dell’Antonini scriveva che: “Notabile nella prima di queste iscrizioni è il pronome di ‘LARTIA’, il quale, corrisponde a ‘domina’, si legge in molti titoli sepolcrali etruschi, nè so se s’incontra in altre epigrafi latine: certo è che i due titoli dimostrano il luogo abitato nè tempi romani; ma che la città fosse abbandonata o distrutta ai primi tempi dell’impero si può raccogliere dal non essere ricordata nè da Strabone nè dà geografi posteriori.”.
Dunque, secondo il Corcia (…) vol. III, a p. 66, l’iscrizione latina riportata dall’Antonini vista a Sapri, riguarda una testimonianza etrusca. Sulla storia di Sapri ha scritto anche il dottor Nicola Gallotti nel 1899 che pubblicò “Sapri nella storia e nella tradizione popolare – brevi cenni”, e sebbene parlasse delle origini di Sapri anche sulla scorta di studiosi come Nicola Corcia, il Curcio-Rubertini (…) e il Tropea (…), in “Storia dei Lucani”, non si accenna mai alla città di Avenia ed al racconto della tradizione orale locale di una città inghiottita dalle acque a seguito di un “maremoto”. Lo stesso Corcia (…) accenna a origini etrusche e ad una “città dei Romani” riferendosi al pronome latino di “Lartia” che si trova nell’iscrizione lapidea – la stele marmorea – che oggi si trova in Piazza del Plebiscito. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura, mito e storia”, a pp. 177-178, in proposito scriveva che: “L’Antonini cita, tra i reperti da lui rinvenuti a Sapri, anche una lapide sepolcrale di fanciullo recante la seguente epigrafe latina: etc….”Memoria Titi Palpii Iucundi: vixit annos undecim, menses octo. Marcus Palpius et Lartia Mussidiana, parents moestissimi (posuerunt)(11) (In memoria di Tito Palpio Giocondo: visse 11 anni e 8 mesi. I genitori dolentissimi, Marco Palpio Basso e Larzia Mussidiana, posero questa lapide)(13).”. Il Guzzo, a p. 177, nella nota (11) postillava: “(11) F. Cesarino – Sapri archeologica – in “I Corsivi” – Anno 1987 – n. 3“. Il Guzzo, a p. 178, nella nota (13) postillava: “(13) G. Antonini – Op. cit., Vol. I – pag. 434”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario tra mito e storia etc…”, a pp. 222-223, in proposito scriveva che: “Nella zona opposta, vale a dire nell’odierna località dell'”Acqua Media”, l’Antonini enumera le fondamenta di circa venti stanze simili alle “Camerelle”; un vecchio molo corroso dalle onde e tutt’intorno al lido, sott’acqua, grandi rovine di larghissime muraglie (11). Tutte queste rovine ed in particolare le Terme ed il Teatro, sono indubbio indizio che Sapri, se non proprio una grande città, dovette certamente costituire, all’epoca del dominio di Roma, centro assai considerevole. L’Antonini cita, tra i reperti da lui rinveuti a Sapri, anche una lapide sepolcrale di fanciullo recante la seguente epigrafe latina: etc….”Memoria Titi Palpii Iucundi: vixit annos undecim, menses octo. Marcus Palpius Bassus et Lartia Mussidiana, parents moestissimi (posuerunt)”. (In memoria di Tito Palpio Giocondo: visse 11 anni e 8 mesi. I genitori dolentissimi, Marco Palpio Basso e Larzia Mussidiana, posero (questa lapide)(12).”. Il Guzzo, a p. 224, nella nota (12) postillava: “(12) Antonini, op. cit., vol. I – pag. 434”. Devo però precisare che il Guzzo si sbagliava quando scriveva che: “Nella zona opposta, vale a dire nell’odierna località dell'”Acqua Media”, l’Antonini enumera le fondamenta di circa venti stanze simili alle “Camerelle, etc…” Non si tratta del zona limitrofa all’“Acqua Media”, che si trova dove attualmente si trova l’area portuale moderna (il nuovo porto) di Sapri, a ridosso del Monte Ceraso ma la zona a cui si riferiva l’Antonini era quelle che oggi è detta località Fortino. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua prima edizione della, La Lucania, I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745 parlando di Sapri e nel descrivere i ruderi archeologici che vide personalmente, a p. 434, in proposito scriveva che: “Verso l’imboccatura del porto dal lato occidentale sono gl’interi fondamenti di circa altri stanze simili a quelle, che sono nel lato occidentale, le quali potevano essere magazzini, o altra spezie d’officine alla marina appartenenti; e poi intorno intorno al porto veggonsi sott’acqua, ed al lido grandi ruine di larghissime muraglie; sicurissimo indubitato segno, che sulla riva del mare, e poco entro terra i Cittadini abitassero. Etc…”.. Infatti, l’Antonini si riferiva al lato occidentale della baia naturale di Sapri, dove attualmente vi è posto il faro Pisacane per intenderci. L’Antonini scriveva nel 1745 di aver visto e trovato: ” verso l’imboccatura del porto del lato occidentale sono gl’interi fondamenti di circa venti altre stanze simili a quella, che sono nel lato orientale ecc….Solamente al di sopra la Torre del lato occidentale (crediamo si riferisca alla Torre del Buondormire), trovai un frammento di marmo con grechelettere.”. La “Torre del lato occidentale” è una torre che oggi non esiste più ma all’epoca ancora era visibile evidentemente ed era la torre, forse vicereale detta “Torre del Buondormire” di cui ho parlato in un altro mio saggio. La Torre del Buondormire doveva trovarsi nel punto in cui essa traguardava il mare e dove oggi si trova il Faro Pisacane molto vicino alla “Spiaggia del Buondormire”, dove, nel 1857, si trovava un posto doganale borbonico che accolse i trecento di Pisacane. Dunque, l’Antonini è chiaro al riguardo e dice che l’epigrafe vista con caratteri greci scolpiti si trovava in una vigna posta al di sopra di detta Torre Buondormire, ovvero molto probabilmente dove oggi si trova l’Ospedale Civile di Sapri. Tutta quella porzione di territorio oggi si chiama località Fortino perchè in epoca murattiana e borbonica vi era un fortino e delle opere militari che, nel 1832, il barone Palamolla affittava al Sindaco di Sapri, come risulta dai documenti in mio possesso. Attualmente, l’area in questione è posta sul versante costiero, tra la località S. Marco nel Comune di Sapri e l’area a ridosso della zona Ospedaliera, in parte nel Comune di Vibonati e a ridosso dei camping. L’Antonini, a p. 435 riporta un’altra epigrafe, forse sepolcrale che egli aveva rilevato a Pozzuoli. Dice essere molto simile alle due precedenti epigrafi sepolcrali in ricordo dei due giovani deceduti prematuramente.
La stele funeraria marmorea con epigrafe ed epitaffio dedicato al giovane defunto Lucio Sempronio Prisco in Piazza del Plebiscito a Sapri – il Duumviro Edile Lucio Sempronio Pomponio Prisco figlio di Lucio Pompeo Prisco, forse poeta e scrittore
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: “Le evidenze monumentali ed epigrafiche provenienti da Sapri, le ampie descrizioni degli studiosi ottocenteschi (40), testimoniano una situazione più complessa ed articolata che non quella di una semplice villa marittima per quanto monumentale che sia.”(41). Al problema, al momento insolubile, della ubicazione a Sapri della statio Caesernia, lungo la via costiera che univa Capua a Reggio (42), si connette la complessità delle emergenze monumentali nonché la presenza di un cippo funerario, pubblicato dall’Antonini e dal Mommsen, che menziona un duovir des (ignatus) che documenta una costituzione duovirale tipica di una colonia (43)”(44).”. Nella mia nota (40) postillavo che: “(40) Johannowsky W., Sapri, stà in “Atti del XXII Congresso sulla Magna Grecia”, Taranto, 1983, p. 528.”. Nella mia nota (41) postillavo che: “(41) Antonini G., op.cit., vedi anche la Relazione di Magaldi J. presentata alla Soprintendenza alle Antichità e Scavi della Campania, 1928: “Cenno storico archeologico della città di Sapri”, ove vengono descritti minuziosamente i ruderi esistenti a Sapri ed i rinvenimenti avuti nel corso dei lavori per la costruzione della SS. 18 nel 1884.”. Nella mia nota (42) postillavo che: “(42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Nella mia nota (43) postillavo che: “(43) Mommsen, CIL , X, 461; questo stesso cippo è dato come proveniente da Buxentum da Russi A. in Dizionario Epigrafico De Ruggiero, s.v. Lucania, p. 1897.”. Nella mia nota (44) postillavo che: “(44) Greco Giovanna, op. cit., p. 19″. A p. 9 parlando dell’area archeologica di S. Croce a Sapri in proposito scrivevo che: “In piazza del Plebiscito a Sapri, si può ammirare, ove è collocato, il cippo funerario (fig.14) dedicato a L. Sempronio Prisco, che fu rinvenuto nell’area retrostante l’attuale Ospedale civico, e che fu erroneamente (52) attribuito dal De Ruggiero (53) alla colonia romana di Buxentum.”. Nella mia Relazione, nella nota (52) postillavo che: “(52) Fiammenghi C.A., Maffettone R., op. cit., p. 34”. Nella mia Relazione, nella nota (53) postillavo che: “(53) De Ruggiero, Dizionario epigrafico, s.v. Lucania, p. 1897”. L’opera citata è di Ettore De Ruggiero (….), Dizionario Epigrafico di Antichità Romane, ed. Istituto Italiano per la Storia Antica, Roma, 1959. Quello che ci parla della Lucania. Infatti, la stessa notizia fu riferita dall’archeologa Giovanna Greco (….) che, in un suo saggio in ‘Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988′, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17, a p. 19, in proposito scriveva che: “Al problema, al momento insolubile, della ubicazione a Sapri della statio Caesernia, lungo la via costiera che univa Capua aReggio (30), si connette la complessità delle emergenze monumentali nonchéla presenza di un cippo funerario, pubblicato dall’Antonini e dal Mommsen, che menziona un ‘duovir des’ (ignatus) che documenta una costituzione duovirale tipica di una colonia (31).” (….). L’archeologa Giovanna Greco, a p. 19, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Nissen, Italische Landeskunde, vol. II, p. 899, n. 8; Karhsted, op. cit., p. 22.”. La Greco, a p. 19, nella sua nota (31) postillava che: “(31) CIL, X, 461; questo stesso cippo è dato come proveniente da Buxentum da A. Russi in Dizionario Epigrafico De Ruggiero, s.v. ‘Lucania, p. 1897.”. Dunque, l’archeologa Giovanna Greco, a p. 19 citava un saggio di A. Russi che dice che il cippo funerario esistente ancora oggi in Piazza del Plebiscito a Sapri e che nell’epigrafe ci parla della prematura morte del giovane Lucio Sempronio Pomponio Prisco (…), proveniva da Buzentum e non dalla villa romana di S. Croce. Il saggio di A. Russi (….), dal titolo “Lucania” lo ritroviamo a p. 1897, del vol. IV del “Dizionario Epigrafico di antichità romane” di Ettore De Ruggiero (…)(ristampa del 1959, vol. IV). In esso leggiamo che: “…………….”. Tuttavia, pur considerando per buona la citazione della Greco vorrei far notare che si tratta di un’ipotesi di A. Russi. Neanche il Mommsen (….), la collocava a Buxentum. Come ha scritto la Greco a p. 19, il Mommsen pubblicò l’epigrafe del cippo funerario di Piazza Plebiscito col n. 461 in C.I.L., vol. X. Infatti, sul cippo marmoreo in piazza del Plebiscito a Sapri, nello stesso testo citato in precedenza hanno scritto le due studiose Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone (…), che a p. 34 scrivono che: “45) Comune di Sapri. Loc. Ospedale. I.G.M. F° 210, mm. 285/150. In quest’area, ridossata al complesso di S. Croce, nei pressi del moderno Ospedale si rinvenne il cippo di L. Sempronio Prisco, erroneamente attribuito (così il De Ruggiero, ‘Diz. Epigr. s.v. Lucania, p. 1897) alla colonia romana di ‘Buxentum’ e attualmente collocato in Piazza Plebiscito di Sapri. In questa stessa area si conservano a poche decine di metri di distanza l’uno dall’altro due tratti di acquedotto romano (già peraltro segnalati dal Magaldi).”. Dunque, anche le due studiose citavano il Dizionario Epigrafico di Antichità Romane di Ettore De Ruggiero (…), il quale, nel cap. IV, alla voce ‘Lucania’ a p. 1897 contiene il saggio di A. Russo che attribuisce questo cippo funerario marmoreo come proveniente dalla colonia Romana di Buxentum. Pare che all’epoca romana, il diumviro edile che sovrintendeva il porto e le infrastrutture portuali a S. Croce a Sapri, Lucio Sempronio Pomponio Prisco, appartenesse alla famiglia dei Prisco. Un Prisco aveva un ruolo importante proprio a Policastro. Io credo che, il centro demaniale di Policastro o Buxentum romana non avesse un porto o strutture portuali vere e proprie ma che tali strutture fossero state costruite in località S. Croce a Sapri che peraltro ha una baia ampia ed unica che poteva ospitare anche flotte di navi da battaglia che ivi potevano ormeggiare per attendere le armate al loro rientro. Il piccolo porticciolo e la baia naturale di Sapri, ebbero certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro (porto franco), nelle operazioni militari che si svolgeranno via mare. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 28, in proposito scriveva che: “Dell’età romana esiste un importante documento; è un monumento funebre, che si trova attualmente in piazza del Plebiscito, si ritiene giustamente che provenga dalla zona di Santa Croce. Si tratta di un blocco di marmo di non rilevante rifinitura; risulta completo di dado, fusto, zoccolo e cornice. E’ dedicato al duumviro edile Lucio Sempronio Prisco, deceduto all’età di 25 anni. Ecco l’epigrafe; etc….(12)(13)(14). Etc…Da Tito Livio (Libro XL, Cap. 42) sappiamo che i duumviri navali, uno dei quali sarebbe stato Lucio Sempronio Prisco, morto al Porto (oggi di Sapri), erano scelti tra i più distinti cittadini; in senso assoluto, parlando di edili, si deve intendere di Edili Curuli, grado di alto onore. Possiamo così dedurre che il ‘Portus’ esisteva già all’epoca di Roma Repubblicana, che vi manteneva i suoi ufficiali (15).”. Il Tancredi, a p. 28, nella nota (12) postillava che: “(12) Diis Manibus”. Il Tancredi, a p. 28, nella nota (13) postillava: “(13) Pompeo fu poeta e scrittore romano”. Il Tancredi, a p. 28, nella nota (14) postillava: “(14) Agli Dei Mani. A Lucio Sempronio Prisco, Duumviro, figlio dell’edile Lucio Pompeo. Cessò di Vivere a venticimque anni e sette mesi di età. Se i fati non fossero stati troppo crudeli, qui suo padre e sua madre avrebbero dovuto essere prima sepolti”. Come è facile rilevare, il distico elegiaco definisce crudeli i fati e aggiunge che su questo sepolcro gentilizio, prima di quello del figlio, si sarebbe dovuto leggere il vecchio epitaffio del padre e della madre.”. Il Tancredi, a p. 28, nella nota (15) postillava: “(15) Nel 1981, un noto studioso, fecondo pubblicista, il Prof. Vittorio Bracco, da Polla, ha esaminato ed integrato un’epigrafe apposta al Campanile della Cattedrale di Policastro, ma proveniente da costruzioni precedente. Ecco il testo: CAIUS ARRIUS, CAI FILIUS, SERGIA TRIBUS, DUUMVIR ITERUM, TRIBUNUS MILITUM, MURUM ET FORUM CURAVIT. ….Cfr. Bracco V., ‘Il Foro di Bussento’ Pubblicazioni dell’Università di Macerata, in “Scritti sul mondo antico in memoria di Fluvio Grosso”, Edit. Bretsschneider, Roma, 1981. Il Bracco fa rilevare l’importanza dell’epigrafe perché dà notizia della costruzione del foro bussentino, ad opera appunto del magistrato romano Caio Arro. La scoperta e l’interpretazione di tale epigrafe fa pensare all’alto magistrato romano, Lucio Sempronio Prisco, il cui ricordo è tramandato dal monumentino funebre sopra ricordato.Mancano, purtoppo, nomi di altri illustri personaggi della zona, che abbiano operato nella gestione della cosa pubblica o acquisito meriti in altri campi nell’epoca romana. Sapri, ov’è sito il monumentino in onore di Lucio Sempronio Prisco, disca appena 12 Km. da Policastro; i due centri erano anche allora raggiungibili, atteso il terreno pianeggiante: non vi era alcun ostacolo di monti o di fiumi. Il Bracco sensatamente afferma che Sapri “dovette essere certo un lembo vivo dell’ager Buxentinus”.”. Il Tancredi, a p. 29 scriveva pure che: “All’epoca del primo Impero Romano (16) risale la costruzione d’un grande porto, in pieno mare. Il bacino che oggi porta il nome di Sapri, forma, nel Golfo di Policastro, una specie di sottogolfetto che, da due lati, è difeso dalle onde, mentre il terzo lato è aperto.”.
(Fig….) Stele marmorea con epitaffio dedicato a Lucio Sempronio Pomponio Prisco – P.zza del Plebiscito a Sapri (foto Attanasio)
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua prima edizione della, La Lucania, I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745 parlando di Sapri e nel descrivere i ruderi archeologici che vide personalmente, a p. 435, in proposito scriveva che: “Nei scorsi giorni mi fu mandata quest’altra di fresco trovata nello stesso luogo, e sebbene io l’avessi fatta subito stampare nel foglio 133 delle mie lettere al Sig. Egizio, pure non dovrà dispiacere, che quì ancora inseriscasi. Essa è intagliata in un ceppo quadrato alto, palmi quattro: “.
(Fig….) Antonini Giuseppe, La Lucania, I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, p. 434 (2)
L’immagine di fig. 1, illustra la stele funeraria in marmo bianco, posizionato da secoli in Piazza del Plebiscito a Sapri, prima dell’attuale sistemazione ed in occasione di una sommaria ripulitura. Su di essa vediamo scolpita l’epigrafe o iscrizione funeraria ( epitaffio), realizzata in ricordo della prematura morte del giovane diumviro (magistrato) edile romano Lucio Sempronio Pomponio Prisco, il giovane magistrato romano che, probabilmente si occupò della costruzione e gestione delle imponenti strutture oggi in parte visibili a Santa Croce che credo fossero i resti di una villa imperiale o patrizia romana con strutture portuali annesse. Il cippo marmoreo oggi in Piazza (Fig. 1), presenta scolpita sulla faccia frontale, reca la seguente epigrafe ( iscrizione scolpita su pietra o su marmo) in lingua e caratteri latini: D.M. L. SEMPRONIO L. F. POM. PRISCO AED. DVOVIR. DES. V. A. XXV. MEN. VII.
SI NON ANTE DIEM CRUDELIA FATA FUISSENT. HIC PATER, ET MATER DEBUIT ANTE LEGI.
che, tradotta significa: “Agli Dei dei Mani. L. Sempronio, figlio di Pompeo Prisco, duoviroediledesignato, visse venticinque anni e sette mesi. Se il destino non fosse stato anzitempocrudele, quìavrebbero dovuto essere letti prima il padre e la madre”. Dell’iscrizione latina ce ne parla anche il Mommsen che la pubblicò (3), sulla scorta dell’Antonini (2) (Fig. 2). Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a pp. 222-223, in proposito scriveva che: “In tale periodo Sapri fu governata da Lucio Sempronio Pomponio Prisco, supremo magistrato, duumviro edile e figlio del poeta e scrittore romano Pompeo. Giovane e illustre per ufficio e per discendenza, morì a soli 25 anni. Ebbe un grado di alto onore, essendo incaricato della cura dei templi, degli edifici pubblici, dei ludi e della polizia urbana con servizio annuale. Su un cippo eretto in suo onore, che attualmente sorge in Piazza del Plebiscito, è perfettamente visibile una lapide con la seguente epigrafe latina: etc…..L’interpretazione e la traduzione sono le seguenti: “Dicatum Monumentum Lucio Sempronio Prisco, Lucii Pompei filio, Aedilis Duovir: designatus: vixit annos 25 et menses septem”. (Monumento dedicato a Lucio Sempronio Prisco, figlio di Lucio Pompeo, designato Duumviro Edile: visse 25 anni e 7 mesi. Se il destino non fosse stato crudele prima del tempo, qui sarebbero letti prima i nomi del padre e della madre).”. Ecco cosa scriveva in proposito lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (10), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria, ed a p. 134, in proposito scriveva che: “Incontrai delle persone del luogo alcune persone molto distinte con le quali mi fermai a conversare e queste mi indicarono una iscrizione murata nella base del piedistallo della Santa Croce che si elevava sulla Piazza. Era molto consunta ma riuscii a decifrarla (15). Il significato è il seguente e mi piace riportare l’iscrizione a motivo del lamento finale con il quale termina: D.M. L. SEMPRONIO ecc….Questa lapide fu eretta dagli sconsolati genitori di Lucio Sempronio, magistrato (duovir) dobbiamo credere di Scidro; alla quale carica era assunto prima di aver raggiunto il venticinquesimo anno d’età. Il profondo dolore dei genitori si desume dalla frase “Se il fato non l’avesse prematuramente rapito, suo padre e sua madre avrebbero dovuto trovar posto nella tomba prima di lui”. Potrai osservare che le ultime due righe sono un esametro e un pentametro. Ho visto molti monumenti sepolcrali ecc…”. Il Ramage, a p. 134, nella nota (15) postillava che: “(15) Oggi è quasi del tutto illegibile”. Il Ramage, in seguito, per confronto, riporta altre tre iscrizioni che dice essere rinvenute a Pozzuoli. Le iscrizioni che cita il Ramage, qui, per brevità non li trascrivo in quanto esse provengono da Pozzuoli ma, rilegendo l’Antonini vediamo che esse sono le stesse da egli pubblicate. Dunque, il Ramage, nel suo viaggio e soggiorno a Sapri, documenta che la stele marmorea con l’epigrafe scolpita si trovava in Piazza lebiscito a Sapri ma essa si trovava su di un rocco di una colonna romana poste a mò di monumentino funebre in ricordo del venticinquenne Prisco. Il Ramage dice essere posto “alla base del piedistallo della Santa Croce che si elevava sulla Piazza“.
LUCIO POMPONIO SEMPRONIO PRISCO, duumviro edile, morto a 25 anni a Sapri
La stele funeraria che oggi si trova in Piazza del Plebiscito (Fig. 1), reca un’iscrizione in latino che ricorda la prematura morte del giovane diumviro edile (‘AED. DVOVIR’): Lucio Sempron(i)o Pomponio Prisco. Tranne le esigue informazioni pervenuteci sul personaggio romano, nulla si sa in suo proposito. Le uniche informazioni su Lucio Prisco, sono quelle contenute nell’epigrafe latina scolpita nel cippo. Sappiamo che egli è morto giovane, all’età di 25 anni e sappiamo dall’epigrafe (iscrizione) che egli era figlio di Lucio Pompeo Prisco. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, (a cura di Rossella Gaetani), a p. 40, i proposito scriveva che: “La lapide dedicata alle anime dei trapassati, eretta a Lucio Sempronio Prisco (23), figlio di Lucio Pompeo, che essendo duumviro uscì di vita di anni 25 e mesi 7, nella primavera della vita, ahi. destino crudele! Su questo sepolcro non dovevano forse esser letti prima i nomi del padre e della madre di lui ? La pietra sepolcrale, che si vede in mezzo alla piazza qual posto ebbe da principio ? Donde è venuta ? Come vi si trova? Il monumento di Lucio Sempronio dov’era eretto?.”. Rossella Gaetani (….), la nipote che ha curato la ristampa del libretto, a p. 282, nella nota (23), sulla scorta di un depliant di Felice Cesarino (….) postillava che: “(23) Lucio Sempronio Prisco. Giovane rampollo della “gens sempronia”, imparentata con i Gracchi, una delle più potenti famiglie plebee della Roma antica. Duoviro edile, cui spettava la vigilanza sugli edifici pubblici, sui mercati e suoi giuochi, insomma la “cura urbis”. Il cippo funerario del magistrato fu rinvenuto nell’area della villa romana di S. Croce Sapri e, non è da escludere che quella grande dimora patrizia fosse di proprietà della sua famiglia. Attualmente è collocato nella Piazza Plebiscito di Sapri. Di recente, il prof. Johannowskj ha proposto per questo reperto una datazione posteriore all’età giulio – claudia, che lo collocherebbe nella seconda metà del I secolo d.C. La prima segnalazione del suo rinvenimento, effettuato nella zona archeologica di S. Croce Sapri, vé fornita dallo storiografo del 700 G. Antonini, nella sua “Lucania”. Rossella Gaetani citava Werner Johannowskj che fece fare quel brutto intervento che oggi nasconde il paramento murario romano originale. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a pp. 222-223, in proposito scriveva che: “In tale periodo Sapri fu governata da Lucio Sempronio Pomponio Prisco, supremo magistrato, duumviro edile e figlio del poeta e scrittore romano Pompeo. Giovane e illustre per ufficio e per discendenza, morì a soli 25 anni. Etc…”. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, a pp. 39-40, in propsito scriveva che: “La lapide dedicata alle anime dei trapassati, eretta a Lucio Sempronio Prisco (23), figlio di Lucio Pompeo, che essendo duumviro uscì di vita di anni 25 e mesi 7, nella primavera della vita, ahi, destino crudele! Su questo sepolcro non dovevano forse esser letti prima i nomi del padre e della madre di lui ? La pietra epolcrale, che si vede in mezzo etc….”. Sappiamo pure che egli era un giovane magistrato (diumviro edile), il cui compito – probabilmente – era quello di sovrintendere i lavori e le opere o strutture portuali esistenti a S. Croce. Lucio Sempronio Pomponio Prisco era stato assegnato alle strutture in costruzione a Sapri con il compito di vigilare sugli edifici pubblici (sulle strutture portuali a Santa Croce a Sapri). Come abbiamo già detto, se fosse confermato dagli studi che il personaggio rappresentato nei due busti marmorei, da noi recentemente scoperti e pubblicati quì (Figg. 3-4-5-6-7-8-9), fosse il giovane magistrato edile – commemorato nella stele funeraria – sarebe un ulteriore conferma che, la colonia marittima di Buxentum fosse da collocarsi proprio a Sapri. Tuttavia, sul Prisco – personaggio romano commemorato nell’epigrafe scolpita nel cippo funerario oggi in Piazza – nulla si sa di certo, come nulla si sa della sua sepoltura che pure deve esistere da qualche parte a Sapri. Al momento, alla luce di alcuni recenti ritrovamenti di cui parleremo, possiamo fare delle ipotesi attendibili fino a quando altri non porteranno delle prove contrarie. Noi crediamo di aver individuato i busti marmorei e la sepoltura del giovane diumviro Lucio Prisco, conosciuto fin’ora solo attraverso la stele marmorea in Piazza del Plebiscito. Riguardo il personaggio di cui si parla nell’epigrafe scolpita in latino, riguardo Lucio Sempronio Prisco, il Cesarino (9), scriveva in proposito: “un giovanerampollo della ‘gens sempronia‘, imparentata con la famiglia dei Gracchi, potente famigliapatrizia di Roma urbe.“. La vicinanza con la “gens Sempronia” – da cui probabilmente proveniva il giovane magistrato Lucio Sempronio Pomponio Prisco – ci è data dalla presenza a Buxentum nel 194 a.C. del triumviro romano Lucio Sempronio Longo che, fu uno dei magistrati preposti alla fondazione della colonia marittima di Buxentum. Nel 2014, è apparso a stampa lo studio “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, di Antonio Scarfone (….), sulla scorta di Werner Johannowsky (….), scriveva in proposito: “….progetto di indagine da parte della competente Soprintendenza ai Beni Archeologici di Salerno (SCOGNAMIGLIO, 2008), riferibili ad un periodo compreso tra il I ed il II secolo d.C., sono ciò che rimane di un’imponente villa patrizia costiera che sembrerebbe essere appartenuta alla famiglia dei Semproni. Ciò sembra essere avvalorato dal ritrovamento di una stele funeraria, dedicata al giovane Lucio Sempronio Prisco (JOHANNOWSKY, 1992), figlio del duoviro edile Pompeo, oggi posta in Piazza Plebiscito nel centro storico di Sapri. D’altronde, alcuni esponenti della Gens Sempronia, una delle più antiche e potenti stirpi romane, erano noti nel Golfo di Policastro sin dall’età repubblicana. Etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 33-34 ritorna sull’argomento dei “Semproni” e della Villa romana di S. Croce e in proposito scriveva che: “La villa romana di Santa Croce a Sapri, con una superficie di circa 7000 mq, si data tra la fine del periodo repubblicano e la tarda età imperiale; forse apparteneva alla famiglia dei Sempronii”. A p. 34, scriveva pure: “Tratti dell’acquedotto si conservano in loc. S. Martino e in loc. Ospedale, dove si rinvenne anche il cippo di Lucio Sempronio Prisco (70).”. Il La Greca, a p. 34, nella nota (70) postillava: “(70) Vd. FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, pp. 32-34; ANTONINI 1795, vol. I, pp. 428-435; MAGALDI 1928; BRACCO 1981 a, p. 119-121.”. Proseguendo il suo racconto, il La Greca a p. 34 scriveva pure: “Questo cippo funerario da Sapri, del I sec. d.C., menziona il duovir des(ignatus) Lucio Sempronio Prisco (71), e attesta che la colonia (Vibo) era retta da magistrati annuali, i duoviri, tipici delle colonie latine; forse la città ricevette anche una colonia di veterani al tempo delle guerre civili. Etc…”.
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a p. 27, in proposito scriveva che: “Quasi sicuramente della deduzione di Bussento fu incaricato Sempronio Longo, interessato alla Lucania e appartenente alla stessa famiglia di Tiberio Sempronio Gracco, che durante la guerra contro Annibale aveva combattuto in Lucania, ed aveva allacciato rapporti di amicizia e di clientela con i notabili della regione (46). Inoltre, a Sapri esiste una importante iscrizione che ricorda un Lucio Sempronio Prisco, eletto supremo magistrato (duovir designatus)(47) di una colonia non menzionata: solitamente si ritiene che la colonia sia Buxentum, ma potrebbe esservi stata anche una seconda colonia nell’area di Sapri, come si dirà più avanti. Alla famiglia Sempronia viene inoltre attribuita la proprietà della villa di Santa Croce.“. Il La Greca, a p. 27, nella nota (46) postillava: “(46) Livio, XXIII, 37, 10-11; XXIV, 15; 20; 44, 9; XXV, 1, 5; 15, 18-20; 16-17”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (47) postillava: “(47) CIL, X 461”. Riguardo l’ultima nota, il La Greca postilla dell’opera di Teodor Momesen (….), C.I.L…Dunque, l’epigrafe latina e l’epitaffio scolpita nella stele marmorea in Piazza del Plebiscito fu raccolta e pubblicata oltre che dall’Antonini anche da Teodor Mommsen (….), nel vol. X del suo “Corpus Inscriptorum Latinorum” ed in particolare la n. 461. Riguardo la figura del duomviro edile Lucio Sempronio Pomponio Prisco, di cui sappiamo alcune notizie solo attraverso l’epitaffio dedicatogli dai parenti suoi congiunti e visibile nella stele funeraria oggi in Piazza del Plebiscito a Sapri, il La Greca scriveva che “eletto supremo magistrato (duovir designatus)(47) di una colonia non menzionata:….etc…” possiamo dire ciò che il Magaldi scriveva in proposito sulla figura del duomviro edile. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 232, in proposito scriveva che: “In Lucania furono sicuro municipi Potenzia, Volceio, Eburo, Atina, Eraclea, Velia; colonie Grumento, Pesto, Bussento, Blanda; colonie erano pure Copia e Venosa (3). Queste città compaiono nelle iscrizioni, o indicate col loro nome o coll’etnico: Potentini, Volceiani, Atiniani, Tegianesi, Veliesi, Pestani, Bussentini, Venusini, oppure genericamente accennate con i termini, che si chiariscono in base al luogo di ritrovamento etc….”. . Dunque, il Magaldi scriveva che Buxentum era una colonia e non era un Municipio. La distinzione non è da poco. Vediamo perchè. Il Magaldi, a pp. 234-235 scriveva pure che: “L’ordinamento dei municipi non differisce, se non in qualche particolare di poco o di nessun conto, da quello delle colonie. In seguito, sotto il nome generico di municipi furono intese anche le colonie (p. 227); perciò, quando si parla di costituzione municipale, si intende parlare anche di quella delle colonie. Vediamo dunque in che consisteva l’ordinamento municipale romano (4), riferendoci in particolare alla regione di cui trattiamo. Al vertice della costituzione municipale erano i duumviri giusdicenti (‘duoviri iuri dicundo’), ai quali si affiancavano, come colleghi minori, i duoviri edili, o semplicemente “edili”. Le due coppie di magistrati sono indicate talvolta collegialmente sotto la denominazione di “quadrumviri” (1). Ma, a rigore, i quadrumviri sarebbero stati a capo dei municipii propriamente detti, là dove i duumviri delle colonie (2). A questi quattro magistrati si aggiungevano spesso due questori (‘quaestores’), ai quali potevano ancora aggiungersene altri due per il culto. Si giunge così agli “ottoviri”, che troviamo in varii municipi della Sabina. I duumviri giusdicenti trovano riscontro, in certo modo, nei due consoli del più antico ordinamento repubblicano dello Stato romano (3).E come i consoli datavano col loro nome gli atti dello Stato, non diversamente i duoviri datavano gli atti del municipio (4). Essi avevano potere giudiziario, come dice il loro nome stesso; ma la loro competenza, sia in materia civile, sia in materia penale, non andava oltre certi limiti. Convocavano e presiedevano il Senato locale, avevano il potere esecutivo sulle deliberazioni di questo e dirigevano i comizii popolari. Nei paghi e nei Vichi dipendenti, i duumviri potevano nominare loro delegati (‘praefecti’)(p. 234)(5)”. Il Magaldi, a p. 237, nella nota (2) postillava che: “(2) I duoviri si ritrovano in Lucania ad Atina (C.I.L., X, 337), a Volcei (C.I.L., X, 1809), a Eburo (C.I.L., X, 451, in cui ricorre anche il ricordo dei IIviralicii), a Bussento (C.I.L., X, 461: IIvir des(ignatus), a Blanda (C.I.L., X, 125), a Pesto etc…”. Il Magaldi, a p. 238, in proposito scriveva che: “Dopo i duumviri (o quadrumviri) giusdicenti vengono per autorità i duumviri (o quadrumviri) edili, o più semplicemente “edili”, corrispondenti agli edili di Roma. A questi magistrati era affidata la tutela dell strade e degli edifici pubblici, la sorveglianza dei mercati, dei giuochi e delle feste pubbliche, insomma i servizi di polizia urbana, e provvedevano, fra l’altro all’approvvigionamento della città (‘cura annonae’). Gli edili avevano al loro servizio gli agenti dell’ordine. Il ricavato delle multe (pecunia multaticia) era da essi impiegato in opere pubbliche (1). Non diversamente dai duoviri, gli edili potevano usare fra di loro del “diritto di veto”, ma non potevano usarlo con i duumviri, trattandosi di un’autorità di grado superiore. Nei municipi e nelle colonie lucane si incontrano, come al solito, gli edili in numero di due, ma un titolo lapideo grumentino, del 51 a.C., il quale però lascia adito a qualche dubbio, ha fatto pensare al Patroni che Grumento avesse in un certo momento tre edili.”. Il Magaldi, a p. 238, nella nota (3) postillava che: “(3) In lucania, gli edili sono ricordati a Grumento…, a Bussento (C.I.L., X, 461).”. Il Magaldi, a p. 255, in proposito scriveva che: “Per la Lucania noi siamo formati della esistenza di “curatori del comune” a Tegiano, ad Atina, a Volceio, a Bussento, a Velia, a Potenza, a Cosilino (1).”. Il Magaldi, a p. 255, nella nota (1) postillava che: “(1) C.I.L., X, *482: (cur. r. p. ) Buxentin(orum); etc…”.
LA GENS SEMPRONIA
Da Wikipedia leggiamo che Sempronia era il nomen di una gens dell’antica Roma, con un ramo patrizio e uno plebeo.
Sempronius, maschile singolare (nomen)
Sempronia, femminile singolare (nomen)
Sempronianus, maschile singolare (cognomen) per i maschi che erano nati all’interno della gens e poi adottati da altri.
Sebbene la più famosa gens Sempronia plebea non fosse imparentata con quella patrizia, questa era considerata una delle più importanti famiglie durante il periodo della repubblica. La gens raggiunse l’apice del potere tra il 304 a.C. e il 121 a.C., dando i natali a parecchi consoli, censori, pretori e tribuni della plebe. La gens era divisa i diversi rami, tra i quali i più importanti politicamente erano: Semproni Blesi, questo ramo ebbe due consolati, tenuti da Gaio Sempronio Bleso nel 253 e nel 244 a.C. Sulla “Gens Sempronia” sapiamo che vi erano i Semproni Gracchi, questo ramo ebbe tre consoli, tutti di nome Tiberio Sempronio Gracco, che tennero cinque consolati (il primo divenne console nel 238; il secondo, figlio del primo, nel 215 e 213; il terzo, nipote del secondo, nel 177 e 163 a.C.), un censore (sempre l’ultimo dei tre, nel 169 a.C.) e due tribuni della plebe (i fratelli Gaio Sempronio Gracco e Tiberio Sempronio Gracco, figli dell’ultimo dei tre Tiberii, quello due volte console e censore). Nel 170 a.C. per volere del censore Tiberio Sempronio Gracco fu eretta la Basilica Sempronia. Questo ramo apparentemente era ancora attivo intorno al 2 a.C., quando Giulia, la figlia di Augusto, fu esiliata con il suo amante Tiberio Sempronio Gracco. I figli di quest’ultimo morirono piccoli; oltre ai Semproni Gracchi, vi era un altro ramo, quello dei Semproni Longi, questo ramo ebbe due consoli, padre (Tiberio Sempronio Longo (console nel 218 a.C.)) e figlio (Tiberio Sempronio Longo (console nel 194 a.C.)). Questo nome probabilmente derivava da un antenato molto alto di statura. Semproni Sofi, faceva parte di questo ramo Caius Sempronius Sophus, il primo console plebeo della gens Sempronia. Un suo omonimo, probabilmente suo figlio, divenne console nel 268 a.C., fu più noto per aver divorziato dalla moglie per partecipare ai Ludi Romani senza la sua conoscenza. Entrambi divennero censori. Semproni Tuditani, questo ramo ebbe tre consoli, il più distinto fu Publio Sempronio Tuditano, eletto nel 204 a.C., partecipò alla battaglia di Canne come tribuno militare. Da Wikipedia, alla voce “Gens Sempronia” leggiamo che ai Semproni Gracchi, …….Questo ramo apparentemente era ancora attivo intorno al 2 a.C., quando Giulia, la figlia di Augusto, fu esiliata con il suo amante Tiberio Sempronio Gracco. I figli di quest’ultimo morirono piccoli.……..Dunque, Giulia, figlia di Augusto, fu esiliata dal padre insieme al suo amante Tiberio Sempronio Gracco a cui probabilmente apparteneva la villa maritima di S. Croce a Sapri. Da Wikipedia leggiamo che Giulia maggiore (nota ai contemporanei come Iulia Caesaris filia o Iulia Augusti filia; ottobre 39 a.C. – 14) è stata una nobildonna romana, unica figlia naturale dell’imperatore Augusto e della sua seconda moglie Scribonia (1). Nel 2 a.C., Giulia, madre di due eredi di Augusto (Lucio e Gaio) e moglie del terzo (Tiberio), venne arrestata per adulterio e tradimento. Quando Tiberio, suo sposo e fratellastro si recò a Rodi, nel 6 a.C., i due avevano già divorziato. Augusto le fece recapitare una lettera a nome di Tiberio in cui il loro matrimonio veniva dichiarato nullo. L’imperatore stesso affermò in pubblico che Giulia era colpevole di aver complottato contro la vita di suo padre. Molti dei complici di Giulia vennero esiliati, tra cui Sempronio Gracco, mentre Iullo Antonio, figlio di Marco Antonio e Fulvia, fu obbligato a suicidarsi. Anche la liberta Febe, che aveva aiutato Giulia nella congiura, si suicidò. Augusto mostrò di essere a conoscenza da tempo delle manovre dei congiurati, che si incontravano al Foro Romano, come pure della relazione amorosa tra Iullo e Giulia, forse l’unica vera tra tutte quelle attribuite alla figlia dell’imperatore. Nel corso degli anni, le cose peggiorarono. Giulia cominciò a frequentare, tra gli altri, Iullo Antonio, anche lui figlio di Marco Antonio. Fu un’unione scandalosa e pericolosa. Non solo: i due, intorno al 2 a.C., organizzarono una congiura proprio contro il padre di lei, Ottaviano. Vi partecipò Sempronio Gracco (amante onnipresente nella vita di Giulia) e la serva Febe. Augusto scoprì tutto, fece saltare la congiura, costrinse Iullo e Febe al suicidio, spedì Sempronio lontano da Roma e inviò Giulia, la sua figlia prediletta, in esilio a Pandataria. Con l’accusa di “adulterio” e “tradimento”. Per lui fu un grande dolore: “Vorrei essere morto senza figli”, dirà citando l’Iliade. Iullo Antonio, accusato di essere amante di Giulia maggiore (figlia di Augusto) e di avere ordito un complotto contro l’imperatore stesso, fu condannato a morte. Per sfuggire all’infamante condanna si suicidò nel 2 a.C.
NEL 197 a.C. e 194 a.C., i SEMPRONII GRACCHI e SEMPRONII LONGI: Tiberio Sempronio Longo
Sul “Tiberio Sempronio Longo” (figlio) citato da Tito Livio ha scritto pure Emilio Magaldi (….), nel suo “Lucania Romana”. Egli, nella Parte I, nel cap. IV, dedicato alla II guerra Punica contro Annibale p. 132, in proposito scriveva che: “Nel 214 a.C. il proconsole Ti. Gracco comandava parecchie coorti arruolate in Lucania (4). Lo stesso Livio, riferendo un avvenimento del 212 a.C., dice chiaramente che se una parte dei Lucani era passata ad Annibale, un’altra era rimasta con i Romani (5). Etc…“. Il Magaldi, a p. 132, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. Livio, XXIV, 20, 1: ‘Graccus in Lucanis aliquot cohortes in ea regione conscriptas cum praefecto socium in agros hostium praedatum misit’.”. Il Magaldi, a p. 136, scriveva pure: “Non sappiamo se il viaggio di andata o in quelo di ritorno, pare più probabile in quest’ultimo (4), Annone si scontrò in Lucania, presso Grumento, con Ti Sempronio Longo, il console del 218. Ascoltiamo Livio: “Negli stessi giorni che Cuma fu liberata dall’assedio, anche in Lucania, presso Grumento, Ti Sempronio, cognominato Longo, si scontrò con esito favorevole con il cartaginese Annone. Gli procurò oltre 2000 morti, mentre egli perdè solo 280 uomini, e gli prese 41 insegne militari. Scacciato dal territorio lucano, Annone si ritirò nel Bruzio”(5). Alle parole che abbiamo riferite di Livio si è negato ogni valore da qualche studioso moderno, e nell’episodio esposto o si è vista una reduplicazione anticipata dello scontro che avvenne l’anno seguente fra Annone e Ti. Sempronio Gracco, o addirittura vi si è riconosciuta la mano falsificatrice di Valerio Anziate che, per essere un annalista poco degno di fede, diventa spesso il capro espiatorio delle situazioni scabrose della critica liviana.”. Il Magaldi, a p. 136, nella nota (5) postillava: “(5) Cfr. Livio, XXIII, 37, 10 segg.: ‘Quibus diebus…etc…Cfr. De Sanctis, o.c., III, 2, p. 255 e 360”. Il Magaldi, a p. 138, in proposito scriveva pure che: “Intanto in Campania Casilino, assediata contemporaneamente dai due consoli, cadeva, e il colpo fu accusato anche da Capua, che vedeva approssimarsi il suo giorno. Dopo la caduta di Casilino,, mentre Marcello tornava presso Nola, Fabio si diresse verso il Sannio per punire e recuperare alcune città che avevano defezionato. Fra le città nominate in questo punto della narrazione di livio, troviamo ricordata la lucana ‘Blanda’, di cui si dirà a suo luogo (2).”. Il Magaldi, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. Livio, XXIV, 20, 5 seg.: ‘oppida vi capta Compulteria, Telesia, Compsa inde, Fagisulae et Orbitanium, ex Lucanis Banda et Apulorum Aecae oppugnatae’. Sull’identificazione di queste città v. De Sanctis, o.c., III, 2, p. 262. Abbiamo già detto che Compsa era presso il confine dell’Irpinia con la Lucania. Il Racioppi, o. c., I, p. 359, n. 1, propone che al posto di Blanda si legga Bantia. Il Racioppi non trova “verosimile che Fabio dal Sannio, o anche da Consa, venisse ad espugnare Blanda sul Tirreno, e tornasse quindi subito nel Sannio ed in Apulia, ove prende Eca; mentre, invece, nelle terre prossime a Blanda era l’esercito di Tito Sempronio”. La emendazione del Racioppi è dichiarata arbitraria dal De Sanctis, il quale ricostruisce così l’azione dei Romani in Lucania: “Nella Lucania, dove la maggior parte della regione costiera era rimasta fedele, procedettero riconquistando verso mezzogiorno, e con l’occupazione di Blanda ricacciarono, può dirsi, i Cartaginesi nell’interno del paese. Occupazione questa che fu effettuata probabilmente da Ti. Gracco mentre Annibale si trovava altrove e l’esercito di Annone, battuto a Benevento, non poteva nel momento tener testa ai ‘volones’. Tale offensiva in Lucania mirava soprattutto, occupando colà il nemico, a impedire che si usassero altrove le forze indigene e puniche stanziate in quella regione. Con la offensiva nel paese degli Irpini ed in Puglia si era invece raggiunto l’effetto, strategicamente etc…”. Il Magaldi, a p. 139, in proposito scriveva che: “Nel 213 furono creati consoli Q. Fabio Massimo, figliuolo del precedente, e Ti. Sempronio Gracco per la seconda volta. I due consoli partirono l’uno per l’Apulia, l’altro per la Lucania (2)…..Nello stesso anno 213 il console Sempronio in Lucania fece molte piccole battaglie, nessuna degna d’essere ricordata, ed espugnò alquante città secondarie dei lucani (2).”. Il Magaldi prosegue il suo racconto e descrive la fine del console Tiberio Sempronio Gracco verso il Vallo di Diano per alcuni e per altri si è pensato a Pesto, secondo il racconto Liviano e forse tradito da Fabio Massimo. Il Magaldi, in proposito citava Giacomo Racioppi (….), che, nel suo “Storia dei Popoli della Lucana e della Basilicata”, vol. I, cap. XVII, a p. 359, così si esprime: “Intanto Casilino, non potuta soccorrere a tempo da Annone, fu presa da Fabio,…..Di qua, fa punta nella Lucania settentrionale e s’impadronisce di Bantia (1). Quindi passa in Apulia etc…”. Il Racioppi, a p. 359, nella nota (1) postillava: “(1) Livio, lib. IV, dec. III, cap. 20: “Fabius in Samnium ad ….recipiendas armis quae defecerant urbes processit. Oppida vi capta, Compulteria, Telesia, Compsa, Melae, Fulfulae, et Orbitanium. Ex Lucanis, Blandae, Apulorum Aecae appugnatae….Haec inter paucos dies gesta….”. Qui, in luogo di Blandae, io penso si abbia a leggere Bantiae. Blanda, se non fu Maratea, fu di certo prossima al mare Tirreno, sulla spiaggia che corre da Pesto a Laino; ed oggi, con probabilità maggiore, è allogata a Tortora. – In Lucania era Tito Sempronio, mentre nel Sannio era Fabio, di cui (dice Livio ivi stesso) ‘circa Luceriam provincia erat’. Non pare, dunque, verosimile che Fabio dal Sannio, od anche da Consa, venisse ad oppugnare Blanda sul Tirreno, e tornasse quindi subito nel Sannio ed in Apulia, ove prende Eca; mentre, invece, nelle terre prossime a Blanda era l’esercito di Tito Sempronio. Questa inverisimiglianza è rimossa del tutto, se, nel passo di Livio, si legga “Bantiae”.”. Dunque, il Racioppi, non lo chiama “Tiberio Sempronio” ma lo chiama “Tito Sempronio” perchè si riferiva a “Tito Sempronio Gracco” che durante la guerra Annibalica aveva un esercito in Lucania. Il Racioppi, a p. 358, in proposito scriveva che: “Tito Sempronio continua la sua campagna devastatrice in Lucania: e combattendo qui e qua, prende molte castella, che per la poca nobiltà loro, non furono a noi tramandati di nome dagli storici (4): i quali invece ricordano, che passò oltre i Bruzii, e dei dodici popoli Bruzii che si erano dati in fede ai Cartaginesi (5), due tornarono in soggezione ai Romani, cioè quei di Cosenza e quei di Turii, i più prossimi alla Lucania.”. Il Racioppi, a p. 358, nella nota (4) riporta il passo di Livio, lib. V, dec. III, cap. 1 e, nella nota (5) postillava: “(5) Livio, lib. V, dec. III, cap. 1”. I “Semproni Gacchi” furono molto attivi nella Lucania occidentale. Don Giovanni Di Ruocco (….), nel suo “Le sedi vescovili del Cilento” parlando di Paestum, a p. 28, in proposito scriveva che: “Negli anni 281 e 273 Paestum fu una colonia Romana. Nell’anno 125 Caio Gracco stimò Paestum come Colonia Romana.”. Da Wikipedia leggiamo che l’amante di Giulia, Tiberio Sempronio Gracco, amante di Giulia Maggiore. Come è stato già detto in precedenza, oltre al ramo dei “Semproni Gracchi” a cui apparteneva l’amante di Giulia Maggiore (la figlia di Augusto Ottaviano) esiliato da Ottaviano forse proprio a Sapri nella villa di S. Croce, che doveva essere di proprietà della famiglia, vi era anche l’altro ramo dei “Semproni”, quello dei “Semproni Longi” a cui apparteneva Tiberio Sempronio Longo, console nel 194 a.C. a Buxentum (Bussento). Tiberio Sempronio Longo era figlio di Tiberio Sempronio Longo, console nel 218 a.C.. In Wikipedia, alla voce “Gens Semproni” leggiamo che “Questo nome probabilmente derivava da un antenato molto alto di statura”. Sempre su Wikipedia leggiamo che Tiberio Sempronio Longo (1) (latino: Tiberius Sempronius Longus) (… – 174 a.C.) è stato un politico romano. Figlio del console omonimo, sconfitto da Annibale nel 218 a.C., sostituì il padre come decemviro sacris faciundis nel 210 a.C. e nello stesso anno divenne anche augure (al posto di Tito Otacilio Crasso) (2) e tribuno della plebe. Nel 197 a.C. fu edile curule fu scelto come triumviro per la fondazione di nuove colonie a Puteoli, a Buxentum ed in altre località (3). Nel 196 a.C. fu pretore in Sardegna (4) e mantenne la carica per un biennio. Nel 194 a.C. fu eletto console con Publio Cornelio Scipione Africano; durante il consolato svolse anche la funzione di triumviro per seguire la fondazione delle colonie che aveva già stabilito nel 197 a.C.. Combatté anche contro i Galli Boi, ma senza riportare vittorie definitive (5). L’anno seguente (193 a.C.) fu legato sotto il console Lucio Cornelio Merula durante la campagna contro i Galli Boi; nel 191 a.C. fu legato sotto il console Manio Acilio Glabrione durante la campagna contro Antioco il Grande in Grecia. Nel 184 a.C. si presentò candidato per la censura, ma fu sconfitto (6). Morì nel 174 a.C. durante la grande pestilenza che colpì Roma (7). Le note postillate di Wikipedia sono tutte su Tito Livio (….), nella sua opera “Ad Urbe condita”.
Nel 186 a.C. (II sec. d. C.), Tito Livio, LIVIO POSTUMIO e la seconda colonia di Buxentum
Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 212, in proposito scriveva che: “La colonia romana di Bussento fu impiantata nel territorio della abbandonata città greca di Pissunte con la partecipazione di trecento coloni. Ma non ebbe una esistenza florida, si che nel 186, a meno di un decennio dalla fondazione, si sentì il bisogno di ripopolarla, avendola il console Postumio trovata a metà deserta (1).”. Il Magaldi (…), a p. 212, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Livio, XXXIV, 23, 3 seg. (a. 185): ‘Extremo anni, quia Sp. Postumius consul renuntiaverat peragrantem se propter quaestiones utrumque litus Italiae desertas colonias Sipontum supero, Buxentum infero mari invenisse, triumviri ad colonos eo scribendos ex senatus consulto ab T. Maenio praetore urbano creati sunt L. Scribonius Libo M. Tuccius Cn. Baebius Tamphilus. Cfr. Pais, o. c., p. 342”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 331, parlando di Policastro Bussentino scriveva che: “Nel 186 il console Spurio Postumio riferì al Senato di aver trovato deserta la città (11) che venne poi (89-87 a.C.) ascritta alla tribù Pompitina. Etc…”. L’Ebner, a p. 331, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Per decreto del Senato il pretore urbano T. Menio nominò un triumvirato (L. Scribonio Libo, M. Tuccio e Gneo Rubio Tampila) per la ricolonizzazione.”. Antonio Scarfone (….), “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri” proponeva i passi di Tito Livio sulla fondazione di Bussento ed in particolare quelli del “Libro XXXIX, 23, I: […] “Extremo anni, quia Sp. Postumius consul renuntiaverat peragrantem se propter quaestiones utrumque litus Italiae desertas colonias Sipontum supero, Buxentum infero mari invenisse, triumviri ad colonos eo scribendos ex senatus consulto ab T. maenio praetore urbano creati sunt L. Scribonius Libio, M. Tuccius, Cn. Baebius Tamphilus.” […] “Alla fine dell’anno, poiché Sp. Postumio console aveva riferito che nel percorrere le due coste d’Italia per via dei suoi processi aveva trovato spopolate le colonie di Siponto sull’Adriatico e di Bussento sul Tirreno, il pretore urbano T. Menio, secondo un senatoconsulto, elesse triumviri, per il reclutamento dei coloni da mandarelà,L. Scribonio Libone, M. Tuccio, Cn. Bebio Tanfilo.” (Traduzione a cura di RONCONI & SCARDIGLI, 1980).”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Tuttavia, date le premesse e il comportamento dei Ferentinati, che molto prima già si sentivano cittadini romani, non c’era da aspettarsi, da parte dei coloni, un grande attaccamento al sito di Buxentum. Infatti, quando nel 186 a.C. il console Spurio Postumio ritorna a Roma dopo aver tenuto una serie di processi nelle città dell’Italia meridionale contro i fedeli del dio Bacco, accusati di congiurare contro lo Stato, annuncia in senato di aver trovato deserte le colonie di Bussento e di Siponto (in Puglia). È facile immaginare l’accaduto: al primo censimento utile (i censimenti si tenevano di solito ogni cinque anni) i coloni di Bussento si sono recati a Roma per farsi censire tra i cittadini romani, e vi sono rimasti, perché questo era il loro scopo principale. Si rende necessario per Bussento e Siponto ripetere tutte le operazioni di deduzione: si nomina una nuova commissione di magistrati (Lucio Scribonio Libone, Marco Tuccio, Gneo Bebio Tanfilo), e si accettano le iscrizioni di nuovi coloni disponibili (50). Interessante è la presenza fra i curatori di Marco Tuccio, cittadino e patrono di Paestum, entrato nella clientela degli Scipioni, senatore e magistrato a Roma quale edile e poi pretore, a capo di un esercito e incaricato di far rispettare l’ordine pubblico e le leggi in Puglia, Lucania e Calabria (51). Etc…”. Il La Greca, a p. 29, nella nota (50) postillava che: “(50) Livio, XXXIX, 23, 3-4”. Il La Greca, a p. 29, nella nota (51) postillava che: “(51) Vd. Livio, XXXV, 41, 9; XXXVI, 45, 9; XXXVII, 2, 1; 2, 6; 50, 13; XXXVIII, 36, 1”. Il La Greca, a p. 29, nella nota (52) postillava che: “(52) Velleio, I, 15, 3”.
VELLEIO PATERCOLO, una fonte
Da Wikipedia leggiamo che Marco o Gaio Velleio Patercolo (in latino: Marcus/Gaius Velleius Paterculus; Aeclanum o Capua, 19 a.C. circa – dopo il 30 d.C.) è stato uno storico, militare e magistrato romano, autore di un’opera intitolata Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo. Di origine campana, probabilmente vide i natali ad Aeclanum o a Capua in quanto discendente diretto – per parte materna – di Decio Magio, sannita, esponente di punta del partito fedele a Roma quando Capua passò ad Annibale e perciò inviato come ostaggio a Cartagine. Nel 30, pubblicò la sua Storia romana (Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo) dedicata a Marco Vinicio, console in quell’anno. Velleio conosceva bene Vinicio anche perché, con il grado di tribunus militum, nell’1 d.C. aveva operato agli ordini di suo padre Publio Vinicio in Oriente e forse aveva dovuto la questura, e quindi l’ingresso in senato, all’influenza di suo nonno Marco Vinicio. La nomina di Vinicio a console dovette essere piuttosto repentina o inaspettata, e quindi Velleio fu probabilmente costretto a pubblicare la sua opera con dedica scritta ancora in modo sbrigativo e mancante di molti particolari. Lo stesso Velleio ci informa che il suo lavoro sarebbe continuato in modo più approfondito, ma questa revisione o non è stata pubblicata o non si è conservata.[senza fonte]. La sua opera fu rinvenuta nel 1515 nell’abbazia alsaziana di Murbach, dove Beatus Rhenanus, nome umanistico di Beat Bild, ne ritrovò i manoscritti, curando poi nel 1520 un’edizione approssimativa uscita a Basilea. Tuttavia «la fonte più autorevole per la critica del testo velleiano è costituita dalla copia dell’editio princeps in cui Alberto Burer, amanuense del Renano, inserì alla fine un’appendice di correzioni desunte da una sua più esatta collazione del codice Murbacensis, ora perduto».
Nel 154-153 a. C., VELLEIO PATERCOLO e la colonia latina di Buxentum
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Probabilmente anche questa volta i coloni di Bussento vanno via, dopo aver ottenuto la cittadinanza, se lo storico Velleio Patercolo, pur ritenendo lui stesso dubbiosa la notizia trovata nelle sue fonti, riferisce che verso il 154-153 a.C. furono inviati nuovi coloni a Pozzuoli, Salerno e Bussento (52).”. Il La Greca, a p. 29, nella nota (52) postillava che: “(52) Velleio, I, 15, 3”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’,del 1978, pp. 64-65 parlando della “Vibone Lucana”, in proposito scriveva che: “Aveva anche perduto la sua ragione di vita, perchè la nuova formazione del terreno la fece inusabile come porto e il nuovo porto (del quale parleremo) risentiva della desolata decadenza della regione. Che un’altra città, ribattezzata dai Romani col nome di “Potentia”, sia da identificare con Vibona Lucana, riteniamo improbabile, questa Potentia (della quale non sappiamo proprio nulla, fuorchè del nome) doveva trovarsi più a sud; ed è anche questa Potentia ha creato un mondo di confusioni: si cercava il porto marino di Blanda, perchè era vicino a Potenza, capoluogo della Lucania, fondata pure dai Romani (15).“. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (15), postillava che: “(15) Velleio Patercolo, Historiae Romane, libro I, 15 (Da una colonna si legge: “Potentia Romanorum huc nos relegavit”). Fu colonia romana dal 189 a.C.”. Il Tancredi, continuando il suo racconto a p. 64, in proposito scriveva pure che: “Nel sec. XVII Vibona Lucana è già un ricordo lontano, citato come ‘Bibo’ (16) ed al suo posto si trova un villaggio, detto ‘Petrasia’ (17), che poco dopo scompare e rimase col nome di ‘Villammare’ (Marina di Vibonati).”. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Cfr. nota n. 13. Ferraro Filippo (cit. dal Troyli, Tomo I, P. II, p. 178 in “Additions ad Calepinum” la dice “Bibone”.”. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Cfr. nota n. 13.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a p. 31, in proposito scriveva che: “A conferma, Velleio pone al 239 a.C. la fondazione della colonia di Valentia (quella in Calabria) (62)”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (62) postillava che: “Velleio, I, 14, 8″. Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” ed a p. 63, in proposito scriveva che: “Nel 558 di Roma vi fu spedita una colonia di 300 cittadini, tre anni dopo che il tribuno della plebe Caio Acilio proponeva che altre se ne mandassero a ‘Salerno’ e sulla spiaggia della ‘Campania (1). Livio dice che…..etc…”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (1) postillava che: “(1) Liv., XXXIV, 45. – Cfr. XXXII, 29. – Vell. Pat. I, 15, 3.”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 10, in proposito scriveva che: “Molti altri autori latini hanno scritto nelle loro opere riguardo l’esistenza di Bussento: Velleio Patercolo: ‘Manlio Volsone et M. Fulvio consulibus Bononiae deducta colonia….eodem temporum tractu (quandam apud quosdam ambigitur) Puteolos, Salernum et Buxentum missi coloni’. Trad.: Fondata la colonia di Bologna dai consoli Manlio Volsone e M. Fulvio, nello stesso periodo di tempo (lo stesso che è disputato da certi autori) furono mandati i coloni a Pozzuoli, a Salerno e a Bussento.”.
I BUSTI MARMOREI RITROVATI
(Fig….) Busto marmoreo di Lucio Sempronio Pomponio Prisco in una casa a Sapri (Foto Vincenzo Mastrangelo)
In occasione di uno dei miei studi e ricerche, ebbi l’occasione di rinvenire in una casa di Sapri, tre statue marmoree scolpite di tre busti. Due dei tre busti, rappresentano un giovane riccioluto in uniforme ed il terzo busto dovrebbe rappresentare la ‘Giustizia’, una donna in uniforme. Tutti e tre i busti scolpiti, di marmo bianco e con una patina di sporco dovuto all’esposizione alle intemperie perchè esse si trovano poste all’aperto sul parapetto del muretto di un terrazzo scoperto posto sul retro di Palazzo Gaetani in via Cassandra a Sapri. Le tre statue (Figg. 3-4-5-6-8), sono di mirabile fattura e bellezza e sono d’epoca ro- mana. I due busti che rappresentano lo stesso personaggio, anche se leggermente differenti tra loro, rappresentano un giovane sui 25 anni, in uniforme romana, la toga da magistrato con il classico gancio che la trattiene sulla spalla, dal viso paffuto, la testa con la chioma riccioluta e la corona d’alloro tipica dei busti d’epoca romana. L’altro busto, l’altro dei tre, rappresenta una donna (Fig. 7), che a nostro parere rappresenta la ‘Giustizia’, riconoscibile dalla fattura del suo copricapo e dalla veste che indossa. La fattura sculto-rea è un pò rozza ma pur sempre di grande bellezza. E’ probabile che i due busti marmorei posti ai due lati e, con al centro il busto della ‘Giustizia’ – noi pensiamo, rappresentino un personaggio noto ai sapresi, Lucio Sempronio Pomponio Prisco – commemorato nella stele marmorea di Piazza del Plebiscito – di cui non si sapeva nulla – il giovane magistrato – morto in giovane età – a 25 anni (Figg. 3-4-5-6-8). La scoperta è stata fatta casualmente in occasione di una delle tante ricerche e studi da me intrapresi nei nostri luoghi. Coadiu-vato dal fotografo Vincenzo Mastrangelo che, ha potuto effettuare diversi scatti delle opere in questione, mi recai a Palazzo Gaetani in via Cassandra a Sapri. Avevo visto più volte – passando – dal cavalcavia che sale verso Torraca – la parte retrostante del Palazzo e della tenuta Gaetani di via Cassandra. Dal cavalcavia, sono ben visibili le tre statue marmoree a mezzo busto, poste su un terrazzo scoperto del primo piano del Palazzo Gaetani a Sapri in via Cassandra. Entrando in casa Gaetani, su gentile concessione della Famiglia, potei ammirare da vicino la mirabile bellezza e fattura di queste tre antiche statue marmoree d’epoca romana. In occasione della visita in casa Gaetani, ebbi l’opportunità di documentare detti manufatti di cui nessuno o pochi conoscevano l’esistenza (Figg. 3-4-5-6-8). A suo tempo debitamente segnalati alla Soprintendenza di Salerno, non si è avuto a tutt’oggi alcun riscontro dalle autorità. Forse, essi sono vincolati ai sensi della Legge del 1939, ma la Soprintendenza di Salerno non ha dato riscontro. Non ancora conosciuti dagli studiosi, crediamo che due dei tre busti marmorei (Fig. 3-4-5), potrebbero rappresentare Lucio Sempronio Pomponio Prisco, il giovane magistrato a cui è dedicata la stele marmorea in Piazza del Plebiscito a Sapri. Crediamo che il personaggio rappresentato nei due dei tre busti marmorei scolpiti fosse lo stesso personaggio commemorato nella stele funeraria o cippo marmoreo che oggi è collocato in Piazza del Plebiscito, in quanto l’epigrafe, ci parla di un giovane Magistrato, la cui carica era quella del ‘aedilis duovir’ (duoviro edile), un magistrato romano assegnato alle strutture portuali, riconoscibile dall’armatura e dalla corona d’alloro posta sui belli e giovani riccioli. La versione del giovane magistrato edile – a cui è dedicata la stele funeraria di Piazza del Plebiscito è avvalorata dalla terza scultura marmorea ( il terzo busto) che a nostro parere rappresenta la ‘Giustizia’ ( Fig. 7), riconoscibile dalla fattura del suo copricapo e dalla veste che indossa, di cui, crediamo esserci attinenza con la carica di diumviro edile del giovane ma-gistrato prematuramente scomparso. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Sapri”, a pp. 590-591, in proposito scriceva che: “….e del Gatta (5) che ubica Blanda a Sapri. Egli insiste sulle “sue ruine” e dei “grandi avanzi di fabbriche (6) che asserisce di aver visto personalmente. Il Laudisio (7), però, dopo aver detto della chiesa di Sapri fu elevata a parrocchia nel 1725 (8), continua richiamando anch’egli l’opinioe dell’Holstenius che ivi “fuisse olim sitam antiquam Blandam, urbem episcopalem”, affermando pure lui l’esistenza di resti archeologici (9), tra cui, “nella piazza di Sapri”, l’epigrafe di Lucio o Sempronio Prisco (10), trascritta dall’Antonini nelle lettere a Matteo Egizio e nella Lucania, p. 434. Il Laudisio mostra di essere dell’opinione di dell’Holstenius esclamando “non ergo mediterranea civitas, ut contra opinatur”. Ivi era perciò, conclude il Laudisio, l’antica città di Blanda (11), sede vescovile, di cui è detto nella nota lettera di Gregorio Magno al vescovo pestano Felice, residente ad Agropoli.”.
Il mosaico d’epoca romana da me rinvenuto nel palazzo Peluso a Sapri
Purtroppo le immagini delle due foto che pubblicai documentano il bellissimo esemplare di una porzione di pavimentazione d’epoca romana costituita da un mosaico e tessere musive non restano che le mie foto che scattai in occasione di una visita che feci, allora ancora studente, all’Avvocato Vincenzo Peluso, ultimo discendente dei Peluso di Vibonati e di Sapri.
(Fig….) Porzione di mosaico e tessere musive d’epoca Romana, da me rinvenuto nel Palazzotto Peluso in c.so Garibaldi a Sapri – oggi Proprietà Rizieri – forse fatto scomparire – foto Attanasio
Pare che questo mosaico fosse stato ancora visibile già 1828, allorquando il viaggiatore inglese Craunfurd Tait Ramage, lo vide e lo citò. Lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (24), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria. Ecco cosa scriveva in proposito al bel mosaico che abbiamo fotografato in casa Peluso: “Sulle scale di una casa, che si trova a nord di una piccola insenatura, a circa un chilometro dal paese, in una località ora denominata Camerelle – luogo dove era fosse ubicata la città antica – trovai un esemplare di mosaico grossolano.”. Dunque, il Ramage (24), aveva visto il mosaico alle Camerelle, ovvero in S. Croce, ma siccome dice: “sullescale di una casa”, noi crediamo che non si possa escludere che si possa trattare dello stesso mosaico da noi fotografato in un piccolo ambiente di casa Peluso. Forse in seguito, il bel mosaico – che il Ramage dice essere grossolano, fu fatto trafugare dal Capo Urbano Vincenzo Peluso, nell’altra casa dei suoi avi, fatta costruire proprio dal Prete Peluso e di cui ci parla sempre il Pesce (6): “Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene”, ovvero il Palazzo in C.so Garibaldi. Era in uso comune in tante famiglie gentilizie di Sapri conservare e fare bella mostra di reperti archelogici provenienti dai ruderi in località Santa Croce a Sapri dove ancora oggi, nonostante le sfortunate spoliazioni di antiquari napoletani del ‘700, possono ammirarsi resti ed avanzi di fabbriche. Sono moltissime le famiglie che ancora ospitano materiale proveniente dalle strutture d’epoca romana a Sapri, come la Famiglia Farano, i Gaetani, i Gallotti, i Branda, i Cesarino, hanno gelosamente conservato reperti ai più oggi sconosciuti. Cosa possiamo dire dei mosaici in questione illustrati in foto. Innanzitutto era composto da due pezzi di forma pressocchè rettangolare, ed a sua volta essi erano composti da più pezzi assemblati tra loro che coprivano la pavimentazione di uno stanzino di servizio alle cucine del Palazzo, quello che nella tradizione locale veniva detto “u gliar’, ovvero un piccolo e fresco deposito di derrate alimentari ma posto accanto al locale cucina. Dalle foto si vede che la superficie era stata interessata forse in passato da uno strato di calce forse per nasconderlo alla vista. I mosaici erano composti da piccolissime tessere musive in marmo policromo di colore nero e bianco che, formavano dei motivi geometrici tipici dell’epoca repubblicana. Come abbiamo già detto, i mosaici erano due distinti e simili tra loro, adagiati e disposti vicini tra loro in modo da costituire l’intero pavimento dello stanzino angusto. Come si può vedere in una delle due foto (Fig. 4), in alcuni pezzi o mattonelle spiccano i motivi della ‘svastica’ o croce uncinata. E’ singolare che questi mosaici fossero proprio nel Palazzotto dell’Avvocato Peluso che per decenni è stato un convinto fascista e Podestà. I due mosaici di casa Peluso, non sono molto dissimili da alcuni mosaici che ancora oggi si possono vedere nelle strutture d’epoca romana in località Santa Croce e a ridosso della S.S. 18 e rinvenuti in occasione degli ultimi scavi effettuati dalla Soprintendenza di Salerno, ma in essi non vi è traccia della croce uncinata. La croce uncinata era un motivo decorativo in uso all’epoca romana negli edifici pubblici, come le termae ecc.. Il disegno di una croce greca con i bracci piegati ad angoli retti (卐 o 卍), simbolo religioso e propizio per alcune culture religiose. All’epoca del giovane Avv. Vincenzo Peluso, la svastica era il simbolo del regime Nazista – alleato del regime Fascista di Mussolini, di cui l’Avvocato era membro essendo stato per diversi anni Podestà di Sapri.
La Villa marittima e monumentale con strutture portuali in località S. Croce a Sapri
(Fig….) Rilievo plamimetrico delle opere d’epoca romana a S. Croce a Sapri effettuato subito dopo i lavori di sistemazione fatti eseguire da Werner Johannoswski – le Cammerelle e ambulacro con ambienti sottostanti oggi chiusi al pubblico (proprietà Attanasio)
Ferdinando La Greca (…), nel suo recente “Da Libio Severo ai Paleologo etc…”, nel 2017, a p. 35, in proposito scriveva che: “Lungo la costa sorgono anche importanti ville romane quali centri di produzione agricola, vere e proprie aziende che sfruttano il lavoro degli schiavi e si specializzano in pochi prodotti altamente redditizi per il mercato (olio, vino, grano, frutta, fiori, ortaggi): sono note le ville costiere di Tresino presso Agropoli (quella più antica, in quanto fortificata), di Licosa, di Sapri.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 64, in proposito scriveva che: “Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: “Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana”, spiegava e faceva pensare ad antichipossedimenti in Lucania. Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: “(42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, riferendosi alla probabile villa Imperiale di Massimiano Erculio, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 287-288-289-290, in proposito scriveva che: “Abbiamo già detto di Velia, per la sua mitezza del suo clima, e per le ville che allietavano il litorale, era un luogo ricercato di villeggiatura e di cura, e abbiamo ricordato, tra i suoi frequentatori illustri, il console Emilio Paolo, e anche Orazio ricordammo (p. 41). Qui aggiungiamo che Velia, col suo porto (p. 34), per essere uno scalo quasi obbligatorio di coloro che andavano in Sicilia, o ne tornavano per via di mare, costringeva i viaggiatori a fermarvisi (1). Cicerone, nella sua seconda ‘actio’ contro Verre, ricorda che, per trovarsi a Roma, come richiedeva la procedura, il giorno della trattazione della causa, dové esporsi ad un viaggio per mare pieno di pericoli, da Vibone a Velia (2). In un altro passo Cicerone afferma di aver visto con i suoi occhi, all’ancora del porto di Velia (p. 34), la splendida nave, su cui Verre si era imbarcato, non senza avervi prima caricato una parte, la più preziosa della refurtiva (3).”. Il Magaldi a p. 288, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cicerone, Ad fam., IX, 7, 2 (a. 46): “……………..”….(in questa lettera Cicerone riferisce le diverse voci che correvano sull’itinerario che avrebbe seguito Cesare ritornando dalla guerra d’Africa).”. Il Magaldi, a p. 288, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. Cicerone, Actio II in Verrem, II, 40, 99: “……………..”…Cfr. C.F. Crispo, I viaggi di M. Tullio Cicerone a Vibo, in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, a. XI (1941), p. 18 seg.. Nel passo riferito di Cicerone vi era un allusione al ‘Thempsanum incommodum’, di cui si è fatto cenno (p. 188).”. Il Magaldi, a p. 288, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Cicerone, Actio II in Verrem, V, 17, 44 etc..”. L’archeologa Giovanna Greco (….) che, in un suo saggio in ‘Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988′, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17, a p. 19, in proposito scriveva che: “L’alleanza che già agli inizi del III sec. Elea stringe con Roma segna la scomparsa dei centri fortificati dell’interno, lo spopolamento delle campagne ed il sorgere di ‘ville’ lungo la costa (26). A sud di Capo Palinuro la deduzione della colonia di Buxentum nel 194 porta a forme di occupazione del territorio già analizzate dal Karhstedt (27) e, in questa stessa sede, documentate ed evidenziate dalle ricerche di H. Fracchia e di M. Gualtieri. Velia è città fiorente in età romana ed il territorio alle sue spalle, ancora una volta forse per la sua morfologia tormentata e difficile, non mostra segni di grosse trasformazioni; è piuttosto sulla costa che si vanno infittendo le emergenze monumentali di ‘ville’ più o meno complesse: da quella di Punta Licosa a Nord di Velia a quella imponente e monumentale di Sapri a Sud. Le evidenze monumentali ed epigrafiche provenienti da Sapri, le ampie descrizioni degli studiosi ottocenteschi (28) testimoniano una situazione più complessa ed articolata che non quella di una semplice villa marittima per quanto monumentale essa sia (29). Al problema, al momento insolubile, della ubicazione a Sapri della statio Caesernia, lungo la via costiera che univa Capua aReggio (30), si connette la complessità delle emergenze monumentali nonchéla presenza di un cippo funerario, pubblicato dall’Antonini e dal Mommsen, che menziona un ‘duovir des’ (ignatus) che documenta una costituzione duovirale tipica di una colonia (31).” (….)(….). Si veda Giovanna Greco (….) ed il suo saggio, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32. L’archeologa Giovanna Greco (…), nel suo saggio, a p. 19, nella sua nota (27) postillava che: “(27) U. Karhstedt, Die wirtschaftliche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p. 20 s.; A. Greco Pontrandolfo – E. Greco, L’agro picentino e la lucania occidentale, in Società romana e produzione schiavistica, vol. I, Bari, 1981, p. 138 ss.”. Riguardo la citazione della Greco dello studioso tedesco Ulrich Karhstedt (….), e il suo ‘Die wirtschaftliche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit’, pubblicato a Wiesbaden nel 1960. Riguardo le due citazioni della Greco di Fracchia si tratta di H. Fracchia – M. Gualtieri – F. Polignac (…) e del loro “Il territorio di Roccagloriosa in Lucania”, in MEFRA, 1983, I, p. 345 s.; mentre per la citazione di Gualtieri si tratta di M. Gualtieri (…), “Roccagloriosa, Relazione preliminare”, in NSc, 1979, p. 383 s. Per quanto mi riguarda vorrei citare su Roccagloriosa due testi di Maurizio Gualtieri ed Helena Fracchia (….), “Roccagloriosa II”, pubblicato per il Centre Jean Berard e l’altro meno recente “Roccagloriosa – Un’antico centro lucano sul golfo di Policastro”, ed. Ediprint, Siracusa, 1990. Sempre la Greco, a p. 19, nella sua nota (28) postillava che: “(28) W. Johannowsky, Sapri, in Atti XXIII, CSMG, Taranto, 1983, p. 528.”. La Greco, a p. 19, nella sua nota (29) postillava che: “(29) G. Antonini, Lucania, Napoli, 1745, p. 429 e p. 431; relazione Magaldi alla Soprintendenza di Napoli del 1938: descrive minuziosamente un complesso sistema idrico ed ambienti mosaicati venuti alla luce durante la costruzione di alcune palazzine.”. La citazione della Greco sulla Relazione di Magaldi è riferita a Josè Magaldi (…) è errata. Se la Greco si riferiva alla Relazione di Josè Magaldi (…) dal titolo “Cenno storico archeologico della città di Sapri”,essa è del marzo 1928 non è del 1938, come scriveva Giovanna Greco. La relazione in parola è in mio possesso, e fui io a fornirne visione alla Sezione di Sapri G.A.S. Golfo di Policastro. La relazione, di cui ivi pubblico il frontespizio fu a me donata in copia dall’autore che viveva a Salerno. Josè Magaldi, nel 1928, presentò detta Relazione su incarico dell’allora “Regia Soprintendenza alle Antichità e Scavi della Campania” (Archivio Attanasio) dove, nella sua ricostruzione storica ci parla degli scavi che furono fatti nella zona di S. Croce per portare a compimento la realizzazione della SS. 18 “Fu nel 1884 che fu fatta un pò di luce sulle rovine. In quell’anno portandosi a compimento il tronco di strada provinciale Sapri – Salerno e dovendo essa attraversare tutta quell’estensione di terreno offrì la fortunata occasione ecc…Così fu possibile scoprire nel sito dell’attuale Istituto S. Croce una grande agglomerazione di ruderi di fabbrica antica con numerosi mosaici di dimensioni considerevoli ecc..”. Il tecnico Josè Magaldi, inoltre si rifece al testo del dott. Nicola Gallotti (…), nel suo ‘Sapri nella storia e nella tradizione popolare – Brevi cenni del dott. Nicola Gallotti’, Napoli, Tipografia Giuseppe Golia, (Archivio Attanasio), pubblicato nel lontano 1899, ovvero dopo cinque anni dai lavori per la costruzione della SS. 18 e di cui posseggo una copia malandata. Nella relazione, inoltre, il Magaldi non parla affatto di “un complesso sistema idrico ed ambienti mosaicati venuti alla luce durante la costruzione di alcune palazzine”, non parla di rinvenimenti dovuti alla costruzione di alcune Palazzine. Il Magaldi descrive alcuni rinvenimenti ed evidenze archeologiche presenti su tutto il territorio saprese ma non parla di nessuna palazzina, se per questo si vuole far credere che l’area archeologica si potesse estendere alle palazzine dei via Camerelle. Invece il Magaldi descrive minuziosamente i rinvenimenti limitati all’area di S. Croce a Sapri. Infatti, nello stesso testo, Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone (…), a p. 33 scrivono che: “Tuttavia, fondamentale per lo studio del complesso di S. Croce è la testimonianza dell’Ing. G. Magaldi (anche loro commettono l’errore, infatti non si tratta dell’Ing. G. Magaldi ma di Josè Magaldi) che nel 1828, per incarico della Soprintendenza alle Antichità e Scavi della Campania, redasse un ‘Cenno storico ed archeologico della città di Sapri’. Il Magaldi ci restituisce un quadro minuzioso della situazione dell’epoca con due planimetrie particolareggiate del complesso di S. Croce, menzionando anche gli scavi e i ritrovamenti del 1884, in occasione dell’apertura della strada provinciale, e del 1906 quando fu costruito l’Istituto di S. Croce. A tutta questa evidenza non ha tuttavia mai fatto seguito uno scavo sistematico se si esclude un piccolo saggio di scavo da P.C. Sestieri nel 1948 nell’area di S. Croce rimasto inedito. Anche il recente intervento della Soprintendenza Archeologica di Salerno (cfr. W. Johannowsky, in ‘Atti XXIII CSMG’, Taranto 1983, P. 528) ha interessato il restauro (molto brutto dico io) delle volte delle strutture delle Cammerelle.”. Le due studiose, continuano il loro racconto sui rinvenimenti di Sapri. Interessante sarebbe il recupero della relazione inedita del saggio di Scavo che P.C. Sestieri effettuò a S. Croce nel lontano 1948.
(Fig….) Disegno da me eseguito tratto dal testo di Josè Magaldi (…), op. cit., sugli scavi archeologici del 1928 condotti dalla Regia Soprintendenza alle Antichità della Campania – Salerno in occasione dei lavori condotti per la costruzione della strada Provinciale SS. 18 che collegava i paesi prossimi a Sapri
Il bradisismo della fascia costiera del Cilento, e gli effetti sulle città costiere ormai scomparse
Nel 1947, Emilio Magaldi (…..), nel suo “Lucania Romana”, a p. 43 e ssg. parlando di Paestum, in proposito scriveva che: “Profondamente mutate dalle condizioni di un tempo sono le condizioni attuali della piana di Pesto, che però si vanno risollevando con la bonifica. Una volta l’aria vi odorava di fiori, ed ora vi è greve morbosa; ….le zanzare malariche insidiano la salute dei butteri, e le mandre di bufali tengono il campo. E’ interessante approfondire questo mutamento che si è verificato, perchè esso riguarda la sparizione di Pesto, di cui è stata data, solo di recente, la spiegazione giusta. Si credeva, fino a poco tempo addietro, che quella sparizione fosse dovuta alla malaria e alle incursioni dei Saraceni, che nel IX secolo avrebbero spinto i Pestani ad abbandonare la città e a riparare a Capaccio Vecchio, che sorge sui monti retrostanti (p. 15). Già il Gunther, studiando il bradisismo del Golfo di Napoli, aveva avuto l’intuizione che la scomparsa di Pesto fosse da attribuirsi allo stesso fenomeno, che avrebbe avuto come conseguenza la malaria, e, quindi, l’abbandono. Gli scavi recenti hanno dimostrato che la città è rimasta sepolta sotto una spessa coltre di materiali di origine palustre, fortemente cementati fra loro. In base a questa osservazione il DE LORENZO, e dopo di lui il D’ERASMO, hanno così ricostruito il fenomeno (3). Nel VI sec. a.C., e forse anche prima, la piattaforma di travertino su cui posa Pesto dovè iniziare un lento movimento di discensione per effetto del bradisismo del litorale tirrenico. All’epoca di Augusto, questo movimento doveva essere giunto a tal punto che cominciava a formarsi il pantano in prossimità di Pesto. Strabone dice che il fiume, impaludando, rendeva la città malsana (4). Il movimento discendente continuò ancora durante l’Impero e il Medio Evo, si che alla fine di questo il livello del mare doveva essere superiore all’attuale di più di 10 m., e la piattaforma su cui poggia Pesto doveva emergere pochissimo. Impediti di correre liberamente al mare, il Sele e i prossimi corsi d’acqua – fra cui è “Capo di fiume”, che scorre vicino a Pesto – ristagnando, formarono l’acquitrinio e così prepararono a poco a poco alla città antica il funereo manto – che presso Porta Marina mostra uno spessore di oltre cinquanta metri. Naturalmente è da connettere con questi movimenti di bradisismo la variazione della linea di spiaggia, la quale si è avvicinata o si è allontanata, a seconda della direzione discendente o ascendente del movimento.”. Il Magaldi, a p. 43, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. De Lorenzo, Sulla causa geologica della scomparsa dell’antica città di Paestum, in “Rendiconti R. Accademia dei Lincei”, Cl. Sc. fis. s. 6°, vol. XI (1930); G. D’Erasmo, Il bradisismo di Paestum, in “Rendiconti R. Accademia Scienze fis. e mat.” s. 4à, vol. IV (1934), (ripubblicato per cura dell’Ente per le antichità e i monumenti della provincia di Salerno”, ivi, 1935).”. Il fenomeno del bradisismo ha interessato gran parte della fascia litoranea della costiera Tirrenica ed ha influito sulle numerose ed al tempo floride città magno-greche sorte sulle costa del basso Cilento. Come si è detto per l’esempio di Paestum, la maggior parte di queste città sono in seguito scomparse. La tradizione popolare ed i racconti settecenteschi attribuscono cause varie, maremoti, terremoti, distruzioni vandaliche e saraceniche ecc.., ma le rovine d’epoca romana che ancora oggi si possono vedere nell’area di S. Croce a Sapri non sono mai state rilevate con cura scientifica e soprattutto non sono state mai studiate. Gli studi sulle preesistenze dell’antichità possono rivelare risvolti inattesi, come ad esempio si è potuto fare nel “Serapo” a Pozzuoli. La ricostruzione dell’andamento del bradisimo ai Campi Flegrei, a partire dal IV sec. d.C. nel corso dei secoli fino ai tempi moderni è stata possibile grazie a osservazioni compiute sulle rovine di una costruzione di epoca romana, situata a poche decine di metri dal porto di Pozzuoli: il Serapeo. Erroneamente considerato come un tempio dedicato al dio egizio Serapide (da cui il nome) è stato in realtà un mercato romano dal I al II secolo AD. La peculiarità di questa costruzione è la presenza, a varie altezze sulle tre colonne ancora erette, di fori prodotti da molluschi marini (litodomi) che vivono nella fascia intertidale (tra la bassa e l’alta marea) e che quindi sono indicativi del livello marino nel passato. Grazie alla datazione di tali fori è stato possibile ricostruire le oscillazioni del livello del mare nel tempo dovute al sollevamento o abbassamento del suolo a Pozzuoli per effetto del Bradisimo. Avendo studiato ed osservato da Architetto la tipologia costruttiva adottata in epoca romana allorquando vennero costruiti i piloni frangiflutti oggi detti “Pila” a mare, in località S. Croce, sono stato sempre convinto che in quel punto il mare esisteva ed è per questo motivo che i romani costruirono l’antico molo costituito da piloni posti in successione. Ma, come dicevo, la tipologia costruttiva dei piloni è differente perchè essa cambia. La costruzione delle fondamenta dei piloni appoggiata al suolo marino presenta una malta pozzolanica, ovvero una malta a base di calce e pozzolana che è una malta idraulica, ovvero una malta adatta ad indurirsi nelle costruzioni sottomarine, o per meglio dire nelle costruzioni dentro l’acqua. Infatti, i piloni, oggi dette “Pila” sono immersi nell’acqua del mare. Dunque, il mare in quel tratto litoraneo della costa saprese vi è sempre stato. E’ per questo motivo che i Romani costruirono quell’opera idraulica e portuale. Se questo è vero, ed è vero, come io credo, dimostra che la linea di costa della baia saprese veniva si a modificarsi ma non nel modo come è stato affermato in recenti studi. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Questo cippo funerario da Sapri, del I sec. d.C., menziona il duovir des(ignatus) Lucio Sempronio Prisco (71), e attesta che la colonia (Vibo) era retta da magistrati annuali, i duoviri, tipici delle colonie latine; forse la città ricevette anche una colonia di veterani al tempo delle guerre civili. L’iscrizione porta un buon sostegno all’ipotesi della colonia di Vibo, e non occorre attribuire il personaggio, come è stato fatto, a Blanda o a Bussento. Etc…”. E’ interessante l’ipotesi del La Greca sulle origini della città di Vibone, che in sostanza riprende ciò che aveva in precedenza scritto e creduto l’Antonini.Non è chiaro se il La Greca, nel riferirsi alle rovine di S. Croce si riferisca ad una città di origine sabellica o Lucana o si riferisca alla colonia latina di Vibona. Si è visto che, sebbene si propenda per l’ipotesi della Villa romana di S. Croce appartenente come proprietà ai “Sempronii”, duumviri, probabilmente parenti a Tiberio Sempronio Longo, della colonia romana di Buxentum, non ritengo valida l’ipotesi che i “Sempronii”, probabilmente proprietari della villa di Sapri, ricoprissero la carica di duumviri (o duumviro edile) per disporre della colonia di Vibo ma essi disponevano della colonia romana e Sillana di Buxentum. Il La Greca, a p. 34 continuando il suo discorso sull’area di S. Croce scriveva pure che: “Ricerche recenti nell’area della villa romana di Santa Croce a Sapri (72) hanno stabilito che il livello del mare in epoca storica era più basso dell’attuale di circa 1,80 m. La linea di costa tuttavia presentava qui un andamento particolare, e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto, l’area successiva del lungomare, che oggi ospita edifici abitativi moderni, costituiva allora una piccola insenatura marina.”. Il La Greca, a p. 34, nella nota (72) postillava: “(72) Toccaceli 2003”. Il La Greca, a p. 34, nella nota (72) si riferiva al testo del geologo Romeo Toccaceli (….), ed a p….., nella bibliografia scriveva: “(72) TOCCACELI 2003 = R. M. TOCCACELI, Evidenze geoarcheologiche della variazione del livello del mare in età storica: l’insediamento romano di S. Croce (Sapri – Golfo di Policastro), in ALBORE LIVADIE – ORTOLANI 2003, pp. 255-264. TRA LAZIO E CAMPANIA 1995 = AA. VV., Tra Lazio e Campania.”, su cui contenuto nutro dei dubbi. Il La Greca si riferisce ad uno studio geomorfologico del geologo Romeo Toccaceli di Sapri che, nel 2003 riteneva che “…il livello del mare in epoca storica era più basso dell’attuale di circa 1,80 m.”. Il Toccaceli (ed in questo caso il La Greca, ritenevano che in epoca storica, senza peraltro specificare quale epoca storica a cui si riferisse, il livello del mare era più basso di circa mt. 1, 80. Dunque, essi ritenevano che nell’antichità, l’area delle rovine di S. Croce, il livello del mare era molto più basso dell’attuale, tanto che, il La Greca affermava che in epoca antica: “La linea di costa tuttavia presentava qui un andamento particolare, e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto, l’area successiva del lungomare, che oggi ospita edifici abitativi moderni, costituiva allora una piccola insenatura marina.”. Il La Greca riteneva che il molo frangiflutti (le pilae) e le “cammerelle”, in epoca antica non erano bagnate dal mare, ovvero erano all’asciutto. Se pur ammettendo l’evidenza geologica che nell’antichità la linea costa presentasse un andamento particolare, non mi pare possibile, invece che “un andamento particolare”, l’avesse pure la linea orografica del sottosuolo di Sapri e della baia di Sapri. Inoltre, ammettendo per buona l’ipotesi e gli studi del Toccaceli (….), da cui risuta che tutta la villa ed il molo (le pilae), rovine che insistono nell’area di S. Croce, in parte sommersi dall’acqua, siano state in epoca antica “e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto”, mi chiedo come sia stato possibile che, la tipologia costruttiva del molo frangiflutti (dalla tradizione chiamato le “Pile” (da “Pilae”, ovvero pilone), denoti una diversa tipologia costruttiva adatta alle costruzioni marine ?. Mi spiego meglio. Dall’analisi della costruzione della Pilae, un molo frangiflutti costruito a protezione delle opere prossime alla battigia del mare a S. Croce, si vede chiaramente quale sia stato sempre il livello del mare. Le “Pilae”, di Sapri sono costituite da una porzione posta sotto l’acqua del mare e, un’altra porzione che affiora dal livello del mare, visibile al visitatore. Esse sono state costruite con due tipologie costruttive diverse tra loro. La porzione di opera sottomarina è stata infatti costruita usando una malta idraulica a base di pozzolana. Questo dimostra che i romani costruirono le “Pilae” nell’acqua del mare che, all’epoca, già era presente. Infatti, l’opera serviva a proteggere la piccola insenatura dai flutti marini, marosi, che in certi giorni di burrasca si vedono infrangersi proprio verso la Pilae. Dunque, se a S. Croce, il livello del mare è stato, come io credo, almeno dall’epoca romana come è attualmente, ne va da se che l’ipotesi del La Greca e di altri non hanno fondamento. A S. Croce, il mare c’è sempre stato così come lo vediamo ora e con lo stesso livello. Era talmente sostanziale la presenza del mare che i romani dovettero costruire il molo frangiflutti a divesa dei venti di mezzogiorno particolarmente rovinosi nelle giornate di burrasca. Felice Crippa (….), nel suo “Sapri – Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 73 e 74, venivano pubblicati due disegni ricostruttivi della villa d’epoca romana che mostrano chiaramente la Villa disposta all’asciutto e su un pianoro leggermente rialzato rispetto alla linea della battigia del mare. La ricostruzione dell’autore dei disegni, però, nella sua ricostruzione a volo d’uccello (dall’alto) della villa di S. Croce, non tiene minimamente conto delle opere portuali, del criptoportico delle “Camerelle” e del molo frangiflutti. Le evidenze archeologiche in sito denotano, è vero, delle opere murarie ad un livello superiore a quello marino ma queste costituiscono un tutt’uno con le opere murarie sottostanti, quelle cioè che si vedono dalla battigia del mare, che sono opere portuali e che, nel caso del molo frangiflutti (detto Pila), posto un pò più avanti, erano opere costruite con le loro fondamenta nel mare stesso, dunque opere portuali.
LA CITTA’ SCOMPARSA DI VIBONE ED IL ‘FUNDUS SICCAE’ DI CICERONE (una delle fonti per Vibo)
MARCO TULLIO CICERONE E L’AMICO ATTICO
Leggiamo da Wikipedia che Cicerone per sfuggire ad una probabile vendetta di Silla, tra il 79 ed il 77 a.C. Cicerone si recò, accompagnato dal fratello Quinto, dal cugino Lucio e probabilmente anche dall’amico Servio Sulpicio Rufo, in Grecia ed in Asia Minore. Particolarmente significativa fu la sua permanenza ad Atene. Qui incontrò nuovamente l’amico Attico che, fuggito da un’Italia sconvolta dalle guerre, si era rifugiato in Grecia. Egli era poi diventato cittadino onorario di Atene e poté presentare a Cicerone alcune tra le più importanti personalità ateniesi del tempo. Ad Atene, inoltre, Cicerone visitò quelli che erano i luoghi sacri della filosofia, a cominciare dall’Accademia di Platone, di cui era allora capo Antioco di Ascalona. Di quest’ultimo Cicerone ammirò la facilità di parola, senza tuttavia condividerne le idee filosofiche, ben differenti da quelle di Filone, delle quali era convinto ammiratore. Dopo un breve soggiorno a Rodi, dove conobbe lo stoico Posidonio, Cicerone tornò in Grecia, dove fu iniziato ai misteri eleusini, che lo impressionarono molto, e dove poté visitare l’Oracolo di Delfi. Qui domandò alla Pizia in quale modo avrebbe potuto raggiungere la gloria, ed ella gli rispose che avrebbe dovuto seguire il suo istinto, e non i suggerimenti che riceveva. Dopo il suo rifiuto a partecipare alla vita politica con la costituzione del primo triumvirato di Cesare, Pompeo e Crasso, Marco Tullio Cicerone, si tenne fuori dalla politica ma ciò non bastò a salvarlo dalle vendette dei populares, nel 58 a.C. e dopo fu costretto all’esilio. Cicerone, non si diede pace, implorando le sue conoscenze perché favorissero il suo ritorno, ma alcune sue ville furono addirittura distrutte, come quella di Formia che spesso dovette abbandonare a causa delle sue repentine fughe. Verso la metà del I secolo a.C., quando, dopo la congiura e l’uccisione di Giulio Cesare, il questore Romano Marco Tullio Cicerone, si diede alla fuga e, girovagando si recò via mare per le diverse ville sparse sulla costa tra la sua villa di Anzio fino ad arrivare a quelle del Golfo di Policastro. Dunque, come vedremo, è molto probabile che Cicerone, prima di essere ucciso dai sicari di Marcantonio che, lo credette uno dei congiurati trascorse gli ultimi giorni della sua vita proprio in una delle patrizie ville romane che allora vi erano nel Golfo di Policastro come quella che esisteva a Sapri in località S. Croce, l’unica di cui abbiamo la testimonianza essendo i suoi monumentali ruderi ancora esistenti. Cicerone non fu, certamente, colto di sorpresa dall’assassinio, da parte dei Liberatores, di Giulio Cesare: era sicuramente al corrente della congiura che si andava tessendo, ma decise sempre di tenersene al di fuori, pur manifestando una grande ammirazione per l’uomo che era destinato a divenire il simbolo stesso della congiura, Bruto. E lo stesso Bruto, infatti, con il pugnale sporco del sangue di Cesare ancora in mano, additò Cicerone definendolo l’uomo che avrebbe ristabilito l’ordine nella repubblica. In seguito alla sua prescrizione decretata da Antonio, Cicerone lasciò allora Roma e si ritirò nella sua villa di Formia, che aveva ricostruito dopo gli episodi legati a Clodio. A Formia, però, fu raggiunto da alcuni sicari inviati da Antonio, che, aiutati da un liberto di nome Filologo, poterono trovarlo fin troppo facilmente. Cicerone, accortosi dell’arrivo dei suoi assassini, non tentò di difendersi, ma si rassegnò alla sua sorte, e venne decapitato. Una volta ucciso, per ordine di Antonio, gli furono tagliate anche le mani (o forse soltanto la mano destra, usata per scrivere ed indicare durante i discorsi), con cui aveva scritto le Filippiche, che furono esposte in senato insieme alla testa, appese ai rostri che si trovavano sopra la tribuna da cui i senatori tenevano le loro orazioni, come monito per gli oppositori del triumvirato. Prima del suo assassinio, Cicerone, si spostava continuamente in viaggio dalla sua Villa di Formia e scriveva tanto ai suoi fedelissimi amici. Nei primi del ‘400, Francesco Petrarca, nel corso delle sue frequentazioni nei luoghi campani, rinvenne le lettere (Epistole) che il Questore romano Marco Tullio Cicerone scrisse ai suoi fedeli amici, tra cui, vi sono 396 epistole, scritte tra il 68 e il 44 a.C., indirizzate a Tito Pomponio Attico, uomo ricco, appartenente al rango equestre, dotato di grande cultura, seguace dell’Epicureismo e pertanto determinato a non prendere parte attiva alla vita politica. Le epistole di Cicerone furono riscoperte tra il 1345 e il 1389 da Petrarca e dal cancelliere e umanista Coluccio Salutati. Complessivamente furono ritrovate circa 864 lettere, delle quali una novantina furono scritte da corrispondenti. Le epistole furono raccolte e archiviate dal segretario di Cicerone, Tirone, fra il 48 e il 43 a.C. Si dividono in 4 categorie. Alla prima delle 4 categorie appartengono quelle scritte da Cicerone al suo amico Attico. Epistole agli amici (Epistulae ad Familiares) (16 libri). Pare che le lettere scritte da Cicerone, quelle che a noi interessano siano due, ovvero Lettere ad Attico, scritte nel 44 d.C. (quindi proprio quando oramai era arrivata la sua fine) e, sono: epistola 6 del libro 16 e, l’epistola 19, del lib. 14 ad Attico. Subito dopo, il 7 dicembre del ’43 a.C., Cicerone sarà ucciso nella sua villa di Formia dai sicari di Antonio. Tito Pomponio Attico, era grande amico e vecchio compagno di Cicerone. Prese il cognonem di Attico, dopo una lunga permanenza ad Atene. Leggiamo da Wikipedia che Marco Tullio Cicerone (in latino: Marcus Tullius Cicero, pronuncia ecclesiastica: /ˈmarkus ˈtulljus ˈʧiʧero/, pronuncia restituta o classica: /ˈmaːr.kʊs ˈtʊl.lɪ.ʊs ˈkɪ.kɛ.roː/; in greco antico: Κικέρων, Kikérōn; Arpino, 3 gennaio 106 a.C. – Formia, 7 dicembre 43 a.C.) è stato un avvocato, politico, scrittore, oratore e filosofo romano. Esponente di un’agiata famiglia dell’ordine equestre, fu una delle figure più rilevanti di tutta l’antichità romana. La sua vastissima produzione letteraria, che va dalle orazioni politiche agli scritti di filosofia e retorica, oltre a offrire un prezioso ritratto della società romana negli ultimi travagliati anni della repubblica, rimase come esempio per tutti gli autori del I secolo a.C., tanto da poter essere considerata il modello della letteratura latina classica. Grande ammiratore della cultura greca, attraverso la sua opera i Romani poterono anche acquisire una migliore conoscenza della filosofia. Tra i suoi maggiori contributi alla cultura latina ci fu, senza dubbio, la creazione di un lessico filosofico latino: Cicerone si impegnò, infatti, a trovare il corrispondente vocabolo in latino per tutti i termini specifici del linguaggio filosofico greco. Tra le opere fondamentali per la comprensione del mondo latino si collocano, invece, le Lettere (Epistulae, in particolar modo quelle all’amico Tito Pomponio Attico) che offrono numerosissime riflessioni su ogni avvenimento, permettendo di comprendere quali fossero le reali linee politiche dell’aristocrazia romana. Le epistole di Cicerone furono riscoperte tra il 1345 e il 1389 da Petrarca e dal cancelliere e umanista Coluccio Salutati. Complessivamente furono ritrovate circa 864 lettere, delle quali una novantina furono scritte da corrispondenti, e ciò inizialmente provocò un grande entusiasmo, temperato successivamente dal fatto che l’immagine che traspariva di Cicerone non era quella dello strenuo eroe difensore della Repubblica, come si era sempre dipinto nelle sue opere e nelle sue orazioni, ma una versione molto più umana, con le sue debolezze e i suoi aspetti meno retorici, ma certamente affascinanti nella loro genuinità. Le epistole furono raccolte e archiviate dal segretario di Cicerone, Tirone, fra il 48 e il 43 a.C. Si dividono in 4 categorie:
Epistole agli amici (Epistulae ad familiares) (16 libri)
Epistole al fratello Quinto (Epistulae ad Quintum fratrem) (3 libri)
Epistole a Marco Giunio Bruto (Epistulae ad M. Brutum) (2 libri)
Epistole ad Attico (Epistulae ad Atticum) (16 libri)
Per esempio Epistulae ad familiares (Lettere ai familiari o Lettere agli amici) sono la sezione dell’epistolario di Marco Tullio Cicerone contenente le lettere indirizzate dall’oratore arpinate a personaggi della vita pubblica, come Gneo Pompeo Magno, Gaio Giulio Cesare e Asinio Pollione, e privata, come la moglie Terenzia o il liberto Tirone. Redatte tra il 63 e il 43 a.C., le lettere non sono suddivise secondo un criterio cronologico, ma secondo il destinatario cui sono indirizzate. Il manoscritto è conservato presso la Biblioteca nazionale Marciana di Venezia. Riguardo queste lettere Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Velia, a p. 727, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Cicerone, Ad Familiares, XVI, 7: in Verrem, III.”. Sempre Ebner a p. 740 parlando di Vibonati, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cicerone, Ad Attico, XVI, 6, vedi F.A. Soria, Lettera intorno alle visite di alcuni autori, in “Giornale letterario di Napoli, vol. LXXV.”.
CICERONE E LE SUE LETTERE AGLI AMICI ATTICO E CAIO TREBAZIO TESTA DI VELIA E SICCA DI SAPRI
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7……Ma tutto ciò non sembra avere a che fare conla città antica: la questione non è sulle origini di Vibonati, ma sull’esistenza o meno nella zona di una città romana di nome Vibo. Passiamo alle fonti su Vibo. Nel 70 a.C. Cicerone, dopo un’inchiesta in Sicilia sulle malefatte del governatore Verre, ritorna in tutta fretta a Roma per il giorno del processo, navigando su una piccola imbarcazione tra Vibone e Velia (a Vibone Veliam), fra mille pericoli (55), legati forse al passaggio del capo Palinuro, ma forse anche alla presenza nella zona di schiavi fuggitivi appartenenti al disciolto esercito di Spartaco, sconfitto nel 71 da Crasso proprio in Lucania. Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (55) postillava: “(55) Cicerone, Verr., Sec., II, 40, 99”. Come sappiamo le lettere scritte all’amico di Velia sono tante e non sono solo quelle scritte e contenute nell’epistolario “Lettere ad Attico”. E così negli anni, si è tramandata questa notizia di cui non si dice mai quale fosse la sua vera origine. Forse Cicerone si fermò nel vicus “Saprinus” presso la proprietà dell’amico Sica di cui parla in altre lettere ad Attico. Da “Saprinsus” Cicerone scrive all’amico Caio Trebazio di Velia. Gaio Trebazio Testa (in latino: Gaius Trebatius Testa; Elea, … – 4 d.C. circa) è stato un giurista e politico romano, la cui fioritura si colloca nel I secolo a.C.. La familiarità con Cicerone è testimoniata dall’intensa corrispondenza – diciassette lettere – nelle quali aleggia sempre un tono umoristico e confidenziale e da cui è possibile attingere molte delle notizie sulla sua vita. Ancora oggi non riesco a capire l’esatta provenienza della notizia ed ad individuare la lettera di Cicerone in cui egli, nel 75 a.C. scrive all’amico di Velia Caio Trebazio Testa. Tuttavia, rivedendo alcuni autori locali come ad esempio il sacerdote Luigi Tancredi (….) credo si tratti di Plutarco (…) che scrisse della vita di Cicerone. Infatti, Luigi Tancredi (….), nel 1978, nel suo “Le città sepolte del Golfo di Policastro” parlando dell’antica “Vibone Lucana”, che egli così chiama per distinguerla dalla Vibo Valenzia, a p. 66 in proposito scriveva che: “Nel tempo imperiale romano dev’esserci già una chiara distinzione, ma non sempre è mantenuta. Cicerone è una eccezione: egli si riferisce alla città lucana e, per evitare ogni malinteso, parla nelle sue Lettere ad Attico (20) di “Vibo ad Siccam”, mentre l’altra calabra, menzionata nelle Verrine, porta sempre il nome di “Valenzia”. Poi, proseguendo il suo racconto il Tancredi viene al passo che interessa e scrive che: “Sicca era un amico di Cicerone ed abitava a Vibone lucana; il viaggio fu compiuto nel 44 a.C. (21).”. Dunque, il Tancredi ci parla chiaramente di un podere e di un amico di Cicerone “Sicca” o “Sica” che viveva ed abitava a Vibona o “Vibo ad Siccam”. Dunque, secondo la notizia che citava il Tancredi vi era un luogo o vicus o piccola città chiamata Vibone abitata dall’amico di Cicerone “Sica” che aveva ivi una villa o un grande podere agricolo. Cicerone si era recato dall’amico Sica subito dopo aver fatto visita a Velia (Elea) all’amico Caio Trebazio Testa.
Nel I sec. a.C., i toponimi antichi dell’area nei racconti dei viaggi di Cicerone, nelle sue lettere citate da Plutarco
In alcune lettere, Cicerone, cita il toponimo di “Vibonem ad Sicam”. Forse proprio le rovine di un’antica città scomparsa di ‘Vibonem ad Sicam’, citata e conosciuta da Cicerone, nelle sue continue fughe. Forse a Sapri, vi era un suo carissimo e potentissimo amico che viveva nella sua villa patrizia, su cui Cicerone poteva fidare, fuggendo dalla sua villa di Formia a causa delle beghe e delle lotte politiche per l’uccisione di Giulio Cesare e la sua successione. La notizia andrebbe ulteriormente indagata. Dalla biografia che ne fa Plutarco (….), si evince che Cicerone, pur essendo molto amico di Bruto, e odiasse Giulio Cesare per le sue manie accentratrici, forse abbia avuto un ruolo, sia pur secondario nella tragica fine del dittatore e che a Sapri, Cicerone venisse ad incontrare un personaggio all’epoca molto influente. Attraverso l’epistolario scritto da Cicerone (….), le cui memorie furono poi in seguito riprese da Plutarco (….), veniamo a conoscenza di alcune interessanti notizie che riguardano i nostri luoghi. La notizia del Tancredi che io credo provenga dalle “Vita di Cicerone” in Plutarco (…), Cicerone si era fermato nel podere a Vibone o “Bibone” o “Bibo” dove fu ospitato dall’amico Sica. A questo riguardo il Tancredi a p. 64 in proposito scriveva che: “Nel sec. XVII Vibona Lucana è già un ricordo lontano, citato come ‘Bibo’ (16) ed al suo posto si trova il villaggio, detto “Petrasia” (17), che poco dopo scompare e rinasce col nome di Villammare (Marina di Vibonati).”. Il Tancredi nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cfr. nota n. 13. Ferraro Filippo (cit. da Troyli, Tomo I, Parte II, p. 178.”. Il Tancredi nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cfr. nota n. 13”. Il Tancredi a p. 64 richiama più volte la sua nota (13) dove egli postillava che: “(13) Archivio di Stato, Napoli, Sez. Piante Topografiche, carta 32a, n. 2 (Bibo ad Siccam odie ruin), anno 1600.”. In sostanza il Tancredi, nella sua nota (13) postillava della carta d’epoca aragonese (e non come egli scrive del sec. XVI o 1600) che fui proprio io a scoprire all’Archivio di Stato e a mostrargli. Sulla carta in questione il La Greca ed il Vladimiro hanno pubblicato quelle Parigine. E qui, stranamente, il Tancredi invece di postillare della lettera ad Attico citata dall’Antonini (una delle quatto), nella sua nota (21) postillava che: “(21) Vita di Cicerone”, dove egli voleva riferirsi appunto alle “Vite” di Plutarco. Riguardo la citazione di Antonini (…), è interessante ciò che scrive Fernando La Greca (…) nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, che illustrava una delle carte scoperte da Ferdinando Galiani (…) a Parigi e conservate alla Biblioteqhe Nationale di Francia a Parigi. Si tratta della carta collocata “Carteset Plans, GE AA 1305-6, part. e GE AA 1305-6, part.”. La carta citata dal La Greca non è la nostra, ma credo essa sia una copia di quelle originali trafugate dal Galiani. La carta citata dal La Greca si trova a Parigi. Parlando di queste carte Parigine (simili alla nostra di cui ho già parlato), il La Greca (….), a p. 44, in proposito scriveva che: “Fra i numerosi toponimi risalenti ad epoca romana, troviamo ‘Bibo ad Siccam odie ruin(ato) (41), l’antica Vibone lucana, posta anche dall’Antonini, unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè), presso il sito di Vibonati (con l’isoletta ‘La Sicca’ davanti alla costa); ‘Cosuento ruin(ato)(42) presso Magliano ecc..”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’). Cfr. G. Antonini, ‘La Lucania….’, cit., vol. I, pp. 419-428”. Sempre il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Plin., ‘Natur. histor., III, 11, 97 (‘Casuentum’ fiume della Lucania).”. Dunque, il La Greca (…), riguardo il toponimo di “Bibo ad Siccam odie ruin (ato)” contenuto mella carta “carta del Cilento” (quella parigina, non quella da me scoperta all’ASN), in proposito postillava di Plutarco e nella sua nota (41) postillava che: “Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ecc…”. Dunque, il La Greca (….) cita Plutarco (….) e credo che si riferisca proprio alle sue “Vite”, ovvero la vita di Cicerone, ne parla a pp. 31, 32. Non sappiamo a quale edizione di Plutarco si riferisca nella sua postilla il La Greca. Dunque, la notizia potrebbe provenire anche da Plutarco (…) che parlò di Cicerone nella sua opera le Vite parallele (Βίοι Παράλληλοι) sono dedicate a Quinto Sosio Senecione, amico e confidente di Plutarco, al quale lo scrittore dedica anche altre opere e trattati. Costituite da 23 coppie (una è andata perduta), alla biografia di un personaggio greco viene accostata, generalmente, quella di un romano, ad esempio Alessandro Magno e Giulio Cesare. L’originalità plutarchea sta proprio in questo accostamento, che dimostra sia come l’Ellade avesse prodotto valenti uomini d’azione e sia come i Romani non fossero tutti barbari. Le sue biografie contengono un’infinità di informazioni utili alla ricerca storiografica. Riguardo la citazione di Antonini (…), è interessante ciò che scrive Fernando La Greca (…) nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, che illustrava una delle carte scoperte da Ferdinando Galiani (…) a Parigi e conservate alla Biblioteqhe Nationale di Francia a Parigi. Si tratta della carta collocata “Carteset Plans, GE AA 1305-6, part. e GE AA 1305-6, part.”. Il La Greca (…) a p. 44, in proposito scriveva che: “Fra i numerosi toponimi risalenti ad epoca romana, troviamo ‘Bibo ad Siccam odie ruin(ato) (41), l’antica Vibone lucana, posta anche dall’Antonini, unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè), presso il sito di Vibonati (con l’isoletta ‘La Sicca’ davanti alla costa); ‘Cosuento ruin(ato)(42) presso Magliano ecc..”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’). Cfr. G. Antonini, ‘La Lucania….’, cit., vol. I, pp. 419-428”. Sempre il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Plin., ‘Natur. histor., III, 11, 97 (‘Casuentum’ fiume della Lucania).”. La citazione del La Greca (…), riguardo la citazione dell’Antonini (…) è interessantissima in quanto dice che “unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè)” che secondo lui menziona il toponimo “Vibo ad Sicam”, citato dallo stesso Livio, Cicerone e nel Chronicorum Casinensium Epitome, unico erudito che per la prima volta non solo la cita ma la pone a Vibonati. Ovviamente sul sito di Vibonati bisognerà fare delle ovvie precisazioni che farò. Dunque, il La Greca, scrive questo in quanto stà parlando della “Vibo ad Sicam” citata nella carta corografica conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi (la carta n. 6, da lui pubblicata nel suo testo insieme al Valerio che è collocata come “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s. ID/Cote: GE AA-1305 – feuille 6, conservata alla Biblioteca Nazionale di Francia, di cui egli dice essere uguale a quella da me scoperta all’ASN e a cui rimando per gli opportuni approfondimenti, nel mio saggio “Una carta corografica manoscritta e inedita, d’epoca Aragonese”, ivi pubblicata ed illustrata nell’immagine di Fig. 1, completamente diversa e più antica anche se simile.
(Fig….) Carta conservata alla BNF – GE AA-1305 – feuille 6
Fernando La Greca (…), parlando sempre della sua carta Parigina e, parlando dei toponimi contenuti nella carta cita l’Antonini come si è visto e scrive che: “unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè)” che secondo lui menziona il toponimo “Vibo ad Sicam”. Infatti, il La Greca (…), a pp. 72-73 si fa particolarmente interessante quando egli ritiene l’Antonini uno sprovveduto che non conoscesse Livio, Cicerone ecc.. e, scrive che: “Ci sono fondati sospetti che Giuseppe Antonini, barone di S. Biase, ed autore dell’opera ‘La Lucania’, pubblicata in un volume nel 1745 e in due volumi nel 1795 (dagli eredi) (227), abbia avuto modo di vedere le mappe, o parte delle mappe, prima del Galiani, facendone largo uso nella sua opera, ma nascondendo tale fonte. Quasi costantemente, nella sua descrizione, sembra avere davanti agli occhi e seguire passo passo la nostra mappa, con i suoi nomi, i suoi fiumi, degli affluenti, dei monti, dei paesi, dei santuari, delle isole, e segnalando i ponti lungo le strade. Molte sue ipotesi sul sito di paesi antichi scomparsi trovano riscontro sulla mappa, come ad es. ‘Vibo ad Siccam’ presso Sapri, e ‘Petilia’ sul Monte della Stella (peraltro riportata nella mappa solo come ‘Mercato Petilia’). Inoltre, nella sua descrizione di Paestum ecc…” e, a p. 73 si chiede “Come potè l’Antonini entrare in possesso di tali mappe? Probabilmente grazie al fratello maggiore, Annibale Antonini, abate a Parigi, uomo di vasta cultura, erudito, ed autore di varie opere, fra le quali, significativamente, una guida di Parigi per i viaggiatori stranieri, giunta nel 1734 alla seconda edizione (229). L’opera descrive in gran parte musei, archivi, biblioteche, pinacoteche; l’abate Antonini se ne mostra esperto conoscitore, giungendo a indicare anche i nomi delle persone preposte ai vari uffici e alle quali rivolgersi per consultare volumi e documenti. Probabilmente l’abate si era imbattuto, durante le sue ricerche, nelle mappe aragonesi, e riconoscendo le località del Regno di Napoli, doveva essersi procurato facilmente qualche copia, poi inviata al fratello. Le mappe, fino al 1738, secondo il Galiani (230), erano state nell’Archivio della Corona di Parigi; poi, sfuggite ad un incendio, erano state portate a Versailles (Dépòt de la Marine). A questo punto, possiamo facilmente immaginare che la notizia dell’esistenza di tali carte a Parigi sia passata dai fratelli Annibale e Giuseppe Antonini ai fratelli Berardo e Ferdinando Galiani. Una sicura connessione ci è raccontata dal Winckelmann: questi, nella sua ‘Prefazione’ (1760) alle ‘Osservazioni sopra l’Architettura degli Antichi’, parlando del suo viaggio a Paestum, racconta che l’architetto Bernardo Galiani (poi traduttore dell’opera di Vitruvio) era intervenuto sul testo manoscritto del barone Antonini per correggerne gli errori più evidenti, riguardanti proprio la descrizione di Paestum; era stato lasciato tuttavia un grosso abbaglio, la definizione della cinta muraria come “quasi ovale”, che sorprende molto il Winckelmann (231). L’Antonini pubblica il suo lavoro nel 1745, e diventa presto noto a tutti i viaggiatori del ‘gran tour’; molte sue descrizioni però non reggono alla prova dei fatti, come quella della muraglia ovale. E’ probabile che, anziano e pressato dalle domande dell’amico Berardo, infine Giuseppe Antonini si sia deciso a rivelare l’esistenza delle carte parigine, notizie girate da Berardo al fratello Ferdinando, ambasciatore a Parigi, che, avendo in mente la realizzazione di una carta moderna del Regno, dovette mettersi subito alla ricerca delle antiche mappe. Siamo nel campo delle ipotesi, ma appare plausibile che sia andata così.”. L’ipotesi di Fernando La Greca è molto interessante e merita ulteriori approfondimenti. Ho voluto riproporre integralmente questo passo del La Greca (…) perchè, sebbene sia, come lui stesso sostiene, un’ipotesi, lo trovo una buona e corretta ipotesi di lavoro su cui svolgere i necessari approfondimenti. Il La Greca (…), a p…., nella sua nota (229) postillava che: “(229) A. Antonini, Memorial de Paris et de ses environs a l’usage des voyageurs, Nouvelle édition, Paris, 1734”. Il La Greca a p…., nella sua nota (230) postillava che: “(230) B. Tanucci, Lettere a Ferdinando Galiani, cit., pp. 231-232 (11 luglio 1768).”. Il La Greca a p…, nella sua nota (231) postillava che: “(231) J.J. Winckelmann, Osservazioni sopra l’Architettura degli Antichi, in Id., Opere, a cura di C. Fea, 1832, pp. 18-19; vd. J. Raspi Serra (a cura di), ‘Paestum idea e immagine. Antologia di testi critici e di immagini di Paestum (1750-1836), Panini, Modena, 1990, pp. 31-34.”.
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “In effetti, anche altre fonti sembrano attestare l’esistenza della Vibo lucana, diversa da Valentia in Calabria. Se Cicerone chiama Vibo la città sul Golfo di Policastro, chiama poi Valentini e non Vibonenses gli abitanti di Vibo Valentia (61), attestando che il nome principale di quest’ultima doveva essere proprio Valentia. A conferma, …..Pomponio Mela, risalendo il Tirreno, cita di seguito, come due città diverse, Hipponium e Vibone (63); Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (61) postillava: “(61) Cicerone, Verr. sec., 2, 40; 5, 40 e 158”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (63) postillava: “(63)….Pomponio Mela, De chor., II, 4, 68”.
Nel 194 a.C. (II sec. d. C.), Tito Livio e la “VIBONA” colonia romana
Luigi Tancredi (…), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, p. 62 parlando della città scomparsa di “Vibona” in proposito scriveva che: “Nel 338 a. C. il tiranno di Siracusa, Dionisio il Vecchio, distrusse la città di Hipponion ed il nome scomparve (8). Pochi anni dopo, nel 379 i Cartaginesi ricostruirono la città ed appare il nome di Vibona, in greco Viponion (9). Per quasi due secoli la città esiste sotto questo nome finchè, nel 194 a.C., cade in possesso dei Romani, che la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10). Non è l’unica di questo nome. Ancora oggi esiste ‘Valencia’ in Spagna, ‘Valence’, in Francia ecc..Per distinguere questa Valentia dalle altre, si trascina insieme al nuovo nome anche quello vecchio, e quindi abbiamo “Vibo Valentia” a partire dal 194 a.C. (11). Durante il governo romano decade la città, come tutta la Magna Grecia, dall’antico splendore. Ecc…”. Il Tancredi nella sua nota (8) postillava che: “(8) Diodoro Siculo, op. cit., XIV, 107”. Il Tancredi nella sua nota (9) postillava che: “(9) Diodoro Siculo, op. cit., XVI, 15”. Il Tancredi nella sua nota (10) postillava che: “(10) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, 40.”. Il Tancredi nella sua nota (11) postillava che: “(11) Tito Livio, op. cit.”. Dunque, il Tancredi scrive che secondo Livio (….), “nel 194 a.C., cade in possesso dei Romani, che la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10)”. Il Tancredi nella sua nota (10) postillava che: “(10) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, 40.”. Sempre il Tancredi parlando della “3. Decadenza romana” di “Pyxous-Policastro”, (dunque in questo caso riferendosi a Policastro), a p. 14 in proposito scriveva che: “Nel 194 a. C. fu inviata da Roma una colonia di 30 famiglie per ripopolare la città abbandonata (18). Si tratta evidentemente di una fondazione nuova; la Pyxous greca porta d’ora in avanti, per circa sette secoli, il nome romano di ‘Buxentum’. Il Tancredi, a p. 14, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Tito Livio, Storie “ab Urbe condita”, lib. XXXII, cap. 29, 4.”. Il Tancredi, a p. 14, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Tito Livio, Storie “ab Urbe condita”, lib. XXXIX, cap. 22, 4″, che poi in seguito vedremo meglio. Il Tancredi, a p. 15 riferendosi a Buxentum (Policastro) scriveva pure che: “I Romani tentarono almeno due volte di far rivivere Buxentum. Sotto il console P. Cornelio Scipione Africano, verso il 194 a. C., come abbiamo già detto, va inviata una colonia (20).”. Il Tancredi a p. 15 nella sua nota (20) postillava che: “(20) Tito Livio, op. cit., XXXII, c. 29, 4 (= 560 di Roma, “ad Urbe condita”).”. Dunque, pur riferendosi a Policastro (l’antico Pyxous), il Tancredi ci parla delle storie raccontate da Tito Livio e della colonia romana ivi mandata nel 194 a. C. Mi chiedo se la colonia romana di cui parlava Livio era a Pyxous o era a Vibone ?. Ritorniamo al Tancredi quando ci parla della colonia romana di Vibone citata da Livio. Dunque, il Tancredi scrive che secondo Livio (….), “nel 194 a.C., cade in possesso dei Romani, che la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10)”. Il Tancredi nella sua nota (10) postillava che: “(10) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, 40.”. Dunque, il Tancredi si riferiva al libro XXXV, 40 delle storie di Tito Livio in cui ci parla della Storia di Roma e scrive che Tito Livio scriveva della colonia romana che fu mandata nel 194 a.C., allorquando sia l’antica ‘Buxentum’ (Policastro), cadde in possesso dei Romani. Il Tancredi, a pp. 71-72, dopo aver detto e citato la città di “Scidron” negando che “si trovava in questi paraggi, essa era da secoli scomparsa e, al tempo della costruzione del porto, radiata dalla memoria umana”, postillando nella sua nota (4) Erodoto, proseguendo il suo racconto e parlando del “Porto di Vibona”, in proposito scriveva che: “Non possiamo evitare di mettere in discussione in questo punto un’affermazione, che noi stessi abbiamo fatta poche pagine prima. Livio parla dei 3700 coloni e 300 cavalieri, che Vibona ricevette sotto il consolato di Quinzio Flaminio e Domizio Enobardi (5).”. Il Tancredi cita alcune notizie tramandateci da Tito Livio che scriveva che nel 194 a.C., i Romani inviarono nella nuova “Vibone”: “dei 3700 coloni e 300 cavalieri, che Vibona ricevette sotto il consolato di Quinzio Flaminio e Domizio Enobardi (5).”. Il Tancredi, a p. 71, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, cap. 31”. Il Tancredi, a p. 15, in un altro passo riferendosi questa volta a Buxentum (Policastro) scriveva pure che: “I Romani tentarono almeno due volte di far rivivere Buxentum. Sotto il console P. Cornelio Scipione Africano, verso il 194 a. C., come abbiamo già detto, va inviata una colonia (20).”. Il Tancredi a p. 15 nella sua nota (20) postillava che: “(20) Tito Livio, op. cit., XXXII, c. 29, 4 (= 560 di Roma, “ad Urbe condita”).”. Dunque, in sostanza Tito Livio racconta che i Romani per ripopolare alcuni luoghi che avevano conquistato mandarono delle colonie nell’anno 194 a.C.. Il Tancredi scriveva che nel caso della colonia inviata dai romani a Buxentum, Livio ne parlava nel Libro XXXII, cap. 29, 4 e nel caso, invece, di Vibone, ne parlava nel Libro XXXV, cap. 31. Buxentum ricevette una colonia nell’anno 194 a. C., sotto il consolato di P. Cornelio Scipione Africano e, sempre nell’anno 194 a.C., Vibone ricevette una colonia sotto il consolato di Quinzio Flaminio e Domizio Enobardi. Dunque, il Tancredi a p. 71 ci parla di ciò che scrisse Tito Livio (….), nel libro XXXV della sua opera del I secolo d.C., “Ab Urbe condita”. Tito Livio (in latino: Titus Livius; Patavium, 59 a.C. – Patavium, 17 d.C.) è stato uno storico romano, autore della Ab Urbe condita, una storia di Roma dalla sua fondazione fino alla morte di Druso, figliastro di Augusto, nel 9 a.C.. Iniziata nel 27 a.C., la raccolta Ab Urbe condita si componeva di 142 libri che narravano la storia di Roma dalle origini (nel 753 a.C.) fino alla morte di Druso (9 a.C.), in forma annalistica; è molto probabile che l’opera si dovesse concludere con altri 8 libri (per un totale di 150) che proseguissero fino alla morte di Augusto, avvenuta nel 14 d.C. Il Tancredi riferendosi al passo di Tito Livio in “ab Urbe condita”, Libro XXXV, 40 scriveva che i Romani “la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10)”. Il Tancredi, a p. 71 scriveva pure che: Il Tancredi a p. 71 scriveva ancora che: “Questa colonia è normalmente ascritta a Vibo Valentia; ecc…”. Infatti, molti storici hanno sempre ritenuto che Livio si riferisse alla cittadina calabra di Vibo Valentia e non alla nosta Vibone Lucana. Il Tancredi a questo proposito a p. 71 citava le argomentazioni dell’Antonini che dice portava: “valide e logiche ragioni per dimostrare che la datazione di Valentia è contenuta nella seconda decade di Livio (perduta), mentre quella del 31° capitolo si riferisce a Vibona Lucana.”. Infatti, un autore che avanzava l’ipotesi che si trattasse di Vibone (che alcuni chiamarono Lucana per distinguerla da Vibo Valentia in Calabria fu proprio l’Antonini che, nella sua Lucania argomentò con diverse notizie questa ipotesi. L’Antonini, oltre a confutare il Barrio (….) cita Pomponio Mela (….) e l’Itinerario Antonino. L’Antonini lo chiama “Vibonem ad Siccam” (vedi p. 428). Antonini, a pp. 421-422 in proposito citava un passo di Strabone (libro 6) in cui parla della colonia dei Romani inviata ad Hipponio e, che muterà il suo nome in “Vibonem Valentiam” aggiungeva che: “Era l’anno di Roma circa il DXV., e forse nel Consolato di M. Manilio Turrino, e di Q. Valerio Faltone, quando furono mandati i Coloni ad Hipponio, chiamato da ‘Velleio’ specialmente ‘Valentia’. Ecco le di lui parole nel Libro I, dalle quali l’uno, e l’altro si ricava: “Proximoque anno (I), Torquato, Sempronioque Cofs. Brundusium, et post triennium Spoletium, quo anno floralium ludorum factum est initium; postque briennium deducta Valentia”. Di questa deduzione non si trova in Livio fatta menzione, per la mancanza della Deca 2. Nè nell”Epitoma’ XX, dove esser dovrebbe, affatto se ne fa parola. Aggiugnesi che lo stesso Livio nel libro 37 numerando le Colonie, che ajuto, o denaro ai Romani esibirono, o negarono, non fa di ‘Valentia’ menzione alcuna. Ciò che fu già dal ‘Sigonio’ notato nel c. 5, lib. 2, de antiq. jur Italiae, ecc..”, l’Antonini si riferiva al testo di Carlo Sigonio (….), De antiquo jure Romanorum, Italiae, provinciarum (1560):
Su ciò che scriveva Livio (….), il Tancredi argomentava che: “Siamo titubanti d’accettare le pur convincenti deduzioni, perchè 4000 coloni, con mogli e bambini, formano una popolazione di almeno 10.000 anime. E sulla collina che riteniamo sede della città di Vibona, una tale posizione non è facilmente immaginabile. La cifre che indica Livio sono normalmente esatte e non occorre aplicare come per molte altre fonti il beneficio dell’inventario. Quindi, per sottoporre la notizia al vaglio storico, abbiamo effettuato diversi sopralluoghi e queste sono state le nostre deduzioni. La nostra conoscenza del sito di Vibona si basa principalmente sulla carta topografica ecc…..Vibona subì una prima distruzione nei primi decenni del sec. X, ad opera dei Saraceni di Agropoli e di Camerota (6). A quel tempo risalgono le prime costruzioni di Vibonati, luogo di rifugio dei Vibonesi. La città di Vibonati, fu ricostruita, probabilmente su tono minore, e durante il periodo normanno, che dava ordine e pace alla contrada, e si sarà ripresa.”. Il Tancredi a p. 72, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cirelli F., op. cit., p. 36”. Si tratta di Filippo Cirelli (….).
La falsa frase “PARVA GEMMA MARIS INFERI” attribuita a Cicerone (anno 75 a.C.) dal Tancredi e dal Guzzo che, come altre bufale menzoniere su Sapri ricorre spesso nei blog pubblicitari sulla rete
Negli scritti di alcuni storici locali ricorre spesso la notizia di una lettera di Cicerone che scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il ‘Vicus’ come “Parva gemma maris inferi”, la cui traduzione letterale è “piccola gemma dei mari del Sud”. In questi scritti, però non vengono mai riferiti i riferimenti bibliografici. Questa notizia non è stata mai sufficientemente indagata. In questo blog che curo da pochi anni stò cercando di approfondire ed ulteriormente indagare alcuni temi e notizie. Nel 1998, nella mia Relazione sull’ “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“ redatta su incarico del Comune di Sapri per la redazone del nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito scrivevo che: “Sulla scorta dell’Antonini, la storiografia locale, credeva riferirsi a Sapri Marco Tullio Cicerone, quando come questore in viaggio per la Sicilia occidentale, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, nel 75 a.C., diceva: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma del mare del sud). Marco Tullio Cicerone, nel I sec. navigò ripetute volte per le nostre coste; infatti nella lettera scritta nel 44 ad Attico (60) si legge: “perveni enim Vi bonem ad Siccam”.”. Nella mia nota (60) postillavo che: “(60) Cicerone M.T., Lettere ad Attico, libro 16, epistola 6.”, riferendomi all’altra notizia e lettere ad Attico. Ancor prima, nel 1987, pubblicavo un mio saggio “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10 che fu citato da Felice Cesarino (…), nel suo saggio, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988. Nel 2014, lo studioso Antonio Scarfone (….), sulla scorta di alcuni scrittori locali, sul sito dell’ISPRA pubblicò il saggio dal titolo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, dove non troviamo nessun contributo o citazione a Cicerone, se non la frase: “Gli Autori del passato hanno avuto un forte interesse verso la storia di Sapri, definita da Cicerone come ‘parva gemma maris inferi’, ecc…“, senza indicarne i riferimenti bibliografici. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri – giovane e antica” parlando del “Vicus Saprinus” menzionato da Frontino, a p. 25, in proposito scriveva che: “Nel 75 a.C. Marco Tullio Cicerone, noto oratore e filosofo romano, passando per le coste tirreniche, durante il viaggio di andata nella Sicilia Occidentale, per svolgere il suo compito di Questore, si fermò al “Saprinus” e di qui scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il Vicus ‘Parva gemma maris inferi’, “Piccola gemma dei mari del Sud”.”. Il Tancredi riferisce la notizia di una “parva gemma maris inferis” scritta da Cicerone riferendosi ad un “Saprinus” in una lettera scritta all’amico Caio Testa Trebazio ma il Tancredi non dice altro e non da alcun riferimento bibliografico di questa lettera. Ancora oggi non riesco a capire l’esatta provenienza della notizia ed ad individuare la lettera di Cicerone in cui egli, nel 75 a.C. scrive all’amico di Velia Caio Trebazio Testa. Nell’Antonini (….) non si fa cenno della notizia. Nel 1997, Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” a p. 175 parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Altra testimonianza della notevole importanza raggiunta da Sapri ci viene fornita da Marco Tullio Cicerone, il quale, durante uno dei suoi numerosi viaggi per le nostre coste, nell’anno 75 a.C., diretto in Sicilia in qualità di questore, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, gli parlò di Sapri, dove si era fermato, concentrandone in quattro parole tutta la bellezza: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma dei mari del Sud).”. Anche in questo caso il Guzzo non fornisce nessun riferimento bibliografico. Il Guzzo, a p. 175, dopo aver parlato della stele funeraria in piazza del Plebiscito nella sua nota (11) cita Werner Johannowsky, nel suo “Appunti sulla tipologia e lo sviluppo architettonico della “villa urbana” – in ‘Apollo’ (rivista), n. IX, 1933. Dunque, il Tancredi (….) prima ed il Guzzo (….) in seguito ci informano di un’altra lettera scritta da Cicerone all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa. Questa però è una lettera che Cicerone scrive nel 75 a.C., molti anni prima, quando cioè Cicerone, in qualità di Questore di Roma si recò in viaggio nella Sicilia Occidentale. Il Tancredi scrive che in occasione del viaggio di andata, Cicerone si fermò a “Saprinus” e da quì scrisse all’amico di Velia Caio Testa Trebazio “appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. Angelo Guzzo (….), storico locale, nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a p. 222, in proposito scriveva che: “Altra testimonianza della notevole importanza raggiunta da Sapri ci viene fornita da Marco Tullio Cicerone, il quale, durante uno dei suoi numerosi viaggi per le nostre coste, nell’anno 75 a.C., diretto in Sicilia in qualità di questore, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, gli parlò di Sapri, dove si era fermato, concentrandone in quattro parole tutta la bellezza: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma dei mari del Sud).”. Il Guzzo ripete la stessa frase nell’altro suo lavoro. Anche in questo caso il Guzzo non fornisce nessun riferimento bibliografico. Il Guzzo, a p. 175, dopo aver parlato della stele funeraria in piazza del Plebiscito nella sua nota (11) cita Werner Johannowsky, ‘Appunti sulla tipologia e lo sviluppo architettonico della “villa urbana” – in ‘Apollo’ (rivista), n. IX, 1933. Dunque, il Tancredi (….) prima ed il Guzzo (….) in seguito ci informano di un’altra lettera scritta da Cicerone all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa. Questa però è una lettera che Cicerone scrive nel 75 a.C., molti anni prima, quando cioè Cicerone, in qualità di Questore di Roma si recò in viaggio nella Sicilia Occidentale. Il Tancredi scrive che in occasione del viaggio di andata, Cicerone si fermò a “Saprinus” e da quì scrisse all’amico di Velia Caio Testa Trebazio “appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. Ancora oggi non riesco a capire l’esatta provenienza della notizia ed ad individuare la lettera di Cicerone in cui egli, nel 75 a.C. scrive all’amico di Velia Caio Trebazio Testa.
Nel 75 a.C., il “VICUS SAPRINUS” e il ‘FUNDUS SICCAE’, Cicerone nelle sue lettere all’amico Caio Trebazio Testa di Velia
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7……Ma tutto ciò non sembra avere a che fare conla città antica: la questione non è sulle origini di Vibonati, ma sull’esistenza o meno nella zona di una città romana di nome Vibo. Passiamo alle fonti su Vibo. Nel 70 a.C. Cicerone, dopo un’inchiesta in Sicilia sulle malefatte del governatore Verre, ritorna in tutta fretta a Roma per il giorno del processo, navigando su una piccola imbarcazione tra Vibone e Velia (a Vibone Veliam), fra mille pericoli (55), legati forse al passaggio del capo Palinuro, ma forse anche alla presenza nella zona di schiavi fuggitivi appartenenti al disciolto esercito di Spartaco, sconfitto nel 71 da Crasso proprio in Lucania. Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (55) postillava: “(55) Cicerone, Verr., Sec., II, 40, 99”. Dunque, il La Greca scriveva che nel 70 a.C. Cicerone, dopo una sua inchiesta in Sicilia sulle malefatte di Verre, dovendosi trovare a Roma per partecipare al processo contro Verre dovette rientrare a Roma e, trovandosi ospite di un suo amico a “Vibone” egli dovette affrotare un pericoloso viaggio navigando su una piccola imbarcazione tra la città di Vibone e Velia. In entrambe le città, Vibone e poi Velia, Cicerone sostava ospitato da amici fidati. Il La Greca aggiunge che in questo breve ma pericoloso viaggio, Cicerone forse dovette affrontare il pericolo che per via mare in quel periodo vi erano diversi soldati dell’armata di Spartaco che erano stati sconfitti da Crasso nel 71 a.C. proprio in queste zone, forse nei pressi del Vallo di Diano. La notizia del viaggio periglioso di Cicerone è tratta da egli stesso che ne parla nella sua opera “Verrine” dedicata a Verre. Da Wikipedia leggiamo che In Verrem è una serie di orazioni scritte da Cicerone, note anche come Verrine. Furono elaborate nel 70 a.C., in occasione di una causa di diritto penale discussa a Roma, che vedeva come accusatori il popolo della ricca provincia di Sicilia e l’ex propretore dell’isola Gaio Licinio Verre come imputato. L’accusa mossa nei suoi confronti era de pecuniis repetundis, cioè di concussione, reato consumato durante il triennio di governo dal 73 al 71 a.C. I siciliani, che avevano conosciuto poco tempo prima Cicerone come questore di Lilibeo, gli affidarono l’accusa. Dell’esatta ubicazione del Fundus Siccae si sono interessati l’Amatucci: “ Di un luogo dell’epistola IV lib. III di Cicerone ad Atticum e d’un Oppidulum dei Bruttii in rend. Della R. Acc. Di Arch. – lett. e belle arti 1898 pp. 131-137, ed il Crispo “ I viaggi di M. T. Cicerone a Vibo“ in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, 1941 fasc. III p. 183 e seg. RUOPPOLO 1988 = M.G. RUOPPOLO, Un amico di Cicerone, L. (?) Vibius Sicca, «Athenaeum» LXVI, 1988, pp. 194-197. CRISPO 1941 = C.F. CRISPO, I viaggi di M. Tullio Cicerone a Vibo, «ASCL» XI, 1941, pp. 1-20; 183-199; 225-233: “Si fermò Cicerone nella marina di Vibo la prima volta, nella primavera del 75 a.C. quando era in viaggio per raggiungere Lilybaeum sede della sua questura nella Sicilia Occidentale. Aveva 34 anni e cominciava allora la sua vita politica. Ecc..”.
(Fig….) C.F. Crispo (….), in ASCL, XI, 1941.
Sebbene il Crispo (….) parlando del viaggio di Cicerone in Sicilia per raccogliere informazioni sul Propretore della Sicilia Caio Licinio Verre, si ostinava a credere che la Vibone (Lucana) fosse Vibo Valenzia, a p. 18, invece, il Crispo in proposito citava una lettera di Cicerone (….), contenuta nelle ‘Verrine’, in cui Cicerone parla di una città “Vibo di Velia”. Il Crispo a p. 18 in proposito scriveva che: “Cicerone (‘in Verrine’ (II), 1,9) accenna alle insidie tesegli da Verre in mare e in terra nel viaggio in Sicilia e scansate in parte per la propria vigilanza, in parte per lo zelo e le affettuose premure degli amici (2). In nessun luogo dà particolare informazione su questo punto, ma pare che fosse proprio nel ‘Sinus Vibonensis’, alla fine della sua missione, gli fosse stato preparato l’agguato per sopprimerlo o almeno per impedirgli di essere presente a Roma il giorno del processo – il 5 di agosto (nonae sextilis) ecc…”. Il Crispo a p. 18 nella sua nota (3) postillava che: “(3) ‘In Verrine’ (II), II, 40: non ego a Vibone Veliam parvulo navigo inter fugitivorum ac praedonum ac tua tela ecc..”. Dunque, dall’epistola contenuta nelle ‘Verrine’ Cicerone parla proprio di “Vibone Veliam”. Dunque, Cicerone fuggendo dalla Sicilia non si trovava per mari verso Vibo Valenzia ma si trovava vicino a una città chiamata “Vibone Velia”. Il Crispo a p. 18 nella sua nota (3) scriveva che: “Verre per essere assolto sperava nell’assenza di Cicerone ecc..”. Leggiamo da Wikipedia che Gaio Licinio Verra dal 73 a.C. al 71 a.C. fu propretore della Sicilia, designato dal Senato, e quindi acquisisce potere di imperium: funzioni militari, amministrative, giurisdizionali. Il governo di una provincia aveva durata annuale, ma in particolari circostanze poteva essere esteso. Il suo successore per il 72 era Quinto Arrio, che però non poté raggiungere la Sicilia in quanto impegnato nella guerra contro Spartaco ( nella quale morì) e quindi Verre ottenne una proroga dell’incarico. Poiché inoltre a causa della guerra servile e delle insurrezioni nell’Italia meridionale la situazione militare era molto pericolosa, il Senato gli prorogò ancora l’incarico anche per il 71 a.C., allo scopo di affidargli la protezione dell’isola contro eventuali infiltrazioni di ribelli. Durante il suo governo si macchiò di innumerevoli ingiustizie, allo scopo di accrescere il suo potere e le sue ricchezze personali. Compì concussioni, saccheggi e ruberie, pratiche piuttosto comuni nel periodo, per le quali, denunciato dai siciliani, subì un celebre processo a Roma nel quale Cicerone pronunciò contro di lui le orazioni denominate Verrine.
Nel ’58 a.C., Cicerone, il vicus “SAPRINUS” e la tenuta (proprietà fondiaria), il ‘Fundus Sicca’ dell’amico Sicca o Sica nei pressi di Vibone (Lucana)
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…..Nel 58 a.C. Cicerone, costretto all’esilio, si reca a Vibone, nella villa (fundus) di un suo amico, Vibio Sicca (56); poi è costretto a lasciare l’Italia, e raggiunge in fretta Turi e Brindisi per imbarcarsi verso la Grecia (57). Nell’interpretazione dell’Antonini, per spiegare la particolare rapidità degli spostamenti di Cicerone, la villa di Sicca doveva trovarsi in Lucania, nel territorio dell’odierna Vibonati. Etc….L’Antonini cita inoltre anche Plutarco, il quale nella vita di Cicerone, ricordando la sua presenza nella villa di Sicca a Vibone, pone questa località in Lucania (59). Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (56) postillava: “(56) Su Sicca vd. RUOPPOLO 1988.”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (57) postillava: “(57) Cicerone, Ad Att., III, 2-4; Pro Planc., 40-41, 96-97.”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (58) postillava: “(58) Tito Livio, XXXV, 40, 5-6”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (59) postillava: “(59) Plutarco, Cic., 32, 2”. Dopo il suo rifiuto a partecipare alla vita politica con la costituzione del primo trimvirato di Cesare, Pompeo e Crasso, Marco Tullio Cicerone, si tenne fuori dalla politica ma ciò non bastò a salvarlo dalle vendette dei populares, nel 58 a.C. e dopo fu costretto all’esilio. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel 1978, nel suo “Le città sepolte del Golfo di Policastro” parlando dell’antica “Vibone Lucana”, che egli così chiama per distinguerla dall’altra città calabra ‘Vibo Valenzia’, a p. 66 in proposito scriveva che: “Cicerone è un’eccezione: egli si riferisce alla città lucana e, per evitare ogni malinteso, parla nelle sue Lettere ad Attico (20) di “Vibo ad Siccam”, mentre l’altra ecc…”. Il Tancredi, a p. 66, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Cicerone M.T., ‘Ad Atticum’, III, 3 “Sed te oro ut ad me Vibonem statim venias, quo multis de causis converti iter meum”; ecc…”. Il Tancredi postillava della lettera ad Attico nel Libro III, la n. 3. Infatti, la lettera in questione la ritroviamo in “Lettere ad Attico” che, ivi pubblico traendole dal testo “Epistole ad Attico_1” (vol. II) a cura di Carlo Di Spigno (….), pubblicato nel 1998 per l’edizione Utet. Si tratta dell’epistola n. 3 contenuta ne Libro III, la lettera che Marco Tullio Cicerone scrive ad Attico che il Di Spigno (….), nel suo vol. I, Libro III a p. 266 in proposito è ivi scritto: “47 (III, 3) Scritta in itinere c. IX Kal. Apr., ut. vid., an. 58.”: “Cicero ad Attico sal. Utinam illum diem videam cum tibi agam gratias quod me vivere coegisti! Adhuc quidem valde me paenitet. Sed te oro ut ad me Vibonem (1) statim venias, quo ego multis de causis (2) converti iter meum. Sed eo si veneris, de toto itinere ac fuga mea consilium capere potero. Si id non feceris, mirabor; sed confido te esse factorum.”, la cui traduzione del Di Spigno è: “Voglia il Cielo che io veda il giorno in cui potrò ringraziarti di avermi costretto a vivere! Finora solamente rammarico è quel che provo e anche profondo. Ma ti prego di venire immediatamente ad incontrarmi a Vibone (1), dove sono diretto, perchè ho deviato, per molte ragioni (2), dal cammino che mi ero prefisso. Ma, se tu verrai là, potrò prendere una decisione sull’itinerario completo che devo seguire nel mio esilio. Se non lo farai, me ne stupirò; comunque ho fiducia che tu lo farai.”. Il Di Spigno, a p. 266, nella sua nota (1) postillava che: “‘Vibo Valentia (‘Hipponium’), città dei ‘Brutii’ sul versante tirrrenico” e, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cicerone progettava di cercare rifugio in Sicilia, oppure nell’isola di Malta; cfr. Cic., Planc., 95 e l’epist. 49 (III, 4).”. Ma pare che il questore Romano Marco Tullio Cicerone, riguardo la sua amicizia con Sicca ed il suo podere a Vibone (Lucana non Vibo Valenzia), ho trovato un’altra lettera che mi sembra molto eloquente a riguardo. Si tratta dell’epistola sempre contenuta nelle sue Lettere ad Attico, la n. 2 del Libro III. Il Di Spigno a p. 267, la riporta e scrive che: “48 (III, 2) Scritta a Nari di Lucania il 27 marzo del 58. Cicerone ad Attico. La ragione per cui ho scelto questo itinerario sta nel fatto che non ho altro luogo ove con pieno diritto possa soggiornare alquanto tempo, eccetto la tenuta fondiaria di Sicca, ecc…(1).”. Il Di Spigno a p. 267, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ma Cicerone avrà un’amara sorpresa; cfr. 49 (III, 4)” e, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cicerone temeva una vendetta da parte di Publio Autronio Peto, il console designato per il 65, implicato nella così detta prima congiura di Catilina e, in tono ridotto, nella violenta cospirazione del 63. Ecc..”. Dunque, il Di Spigno riguardo l’amara sorpresa che attendeva Cicerone cita l’epistola n. 49 (III, 4) che egli scrive a p. 268: “49 (III, 4) Scritta Vibone, ut vid., III, Non. Apr. an. 58. Cicerone ad Attico Sal. Miseriae nostrae ecc…Vorrei che tu attribuissi all’infelicità in cui mi dibatto, piuttosto che alla mia incoerenza, il fatto che all’improvviso sono partito dalle vicinanze di Vibone (1), dove ti sollecitavo a venire. Mi è stato appunto portato il testo della proposta di legge ecc…”. Il Di Spigno, a p. 268, nella sua nota (1) postillava che: “(1) In quei paraggi si trovava la proprietà fondiaria di Sicca; cfr. 48 (III, 2).”. Dunque, come scrive Cicerone, egli sollecitava l’amico Attico a ragiungerlo nella “tenuta” dell’amico Sicca che, nella lettera n. 2 del Libro III scrive essere “vicina” a Vibone. Dunque potrebbe trattarsi della bella e grande villa romana di cui ancora oggi si possono ammirare le antiche vestigia in località S. Crce a Sapri. Il Di Spigno, a p. 268, nella sua nota (2), riferendosi alla lettera (49, III, 4) postillava che: “(2) La distanza era calcolata dalle coste d’Italia; cfr. 52 (III, 7), vol. I; Plut., Cic. 32. Mentre Cicerone parla di 400 miglia, in Plutarco e in Cassio Dione leggiamo 500; cfr. Plut., l.c.; Cass. Dio, XXXVIII, 17,7. La discrepanza dei dati è variamente spiegabile, ma il testo ciceroniano non va toccato.”. Dunque, al di là della dissertazione sulle distanze calcolate dai vari autori per stabilire i luogni citati nelle lettere Ciceroniane, il Di Spigno, pur credendo che si trattasse di una ‘Vibo Valenzia’ e non di una Vibone Lucana, come la chiama il Tancredi ed il Racioppi, in queste due epistole del ’58 abbiamo la citazione di una villa con annesso grande podere a Vibone dell’amico Sicca che ospitò Cicerone. Ora vediamo cosa voleva intendere il Di Spigno con la postilla di: “Plut., Cicer., 32.”. Voleva intendere il testo di Plutarco sulla vita di Cicerone contenuta nelle sue “Vite parallele”. A sostegno della sua tesi, l’Antonini (….), cita lo scrittore greco Plutarco (….), che visse sotto l’Impero romano e scrisse la biografia di diversi personaggi illustri, tra cui quella di Marco Tullio Cicerone. Antonini, dice che Plutarco, nella sua: “Vita di questo Oratore” (parlava della vita di Cicerone), scriveva che “per venire qui: Lucaniam pedestri itinire percurrit, e chiama Hipponem il nostro Vibone, dicendo, esser in Lucania: (riporta il passo scritto in greco da Plutarco), Hipponii vero (quod oppidum est Lucaniae, Vibonem dicunt nunc, il volete più chiaro?).“. Dovrebbe trattarsi di un passo (il Di Spigno e il La Greca dicono essere a pp. 31-32) che io ho trovato nel testo di Plutarco (….), ‘Vite parallele’ pubblicato nel testo “Seconda parte delle vite di Plutarco Cheroneo etc…”, dove a p. 235 è scritto: “cinquecento miglia fuori d’Italia. Non vi fu quasi persona, che stimasse quello editto, perchè tutti riverivano Cicerone, & infinita umanità e cortesia gli usarono sempre. Tuttavia capitan lo egli in Hippone città della Lucania, la quale oggi si chiama Vibone, un certo Siciliano, che aveva nome Vibio, il quale in affarissime cose s’era servito dell’amicizia di Cicerone, & nel Consolato di lui era stato creato prefetto dè fabri; non lo volle alloggiare; anzi gli minacciò, che subito sarebbe ito ad accusarlo. Ecc…Navigando poi con buon vento a Durazzo ecc..”. Questo passaggio di Plutarco nella vita di Cicerone è interessante perchè anche lui ci parla di una Vibone. Il trascrittore dellopera di Plutarco prima la chiama ‘Hippone’ (Hipponion) e poi aggiunge “città della Lucania, la quale oggi si chiama Vibone”. Ovviamente, sebbene tantissimi autori locali tra cui l’Ebner (….) abbiano citato le lettere ad Attico di Cicerone, nessuno ha mai voluto indagare ed approfondire la questione della Vibo Lucana e del podere di Sicca che Cicerone cita più volte:
(Fig….) Plutarco, vita di Cicerone, in ‘Vite parallele’, p. 235
Ora, Plutarco parla di Vibio siciliano. Cicerone, nel passo della lettera, menziona invece Sicca . E’ possibile conciliare le due testimonianze? Si deve pensare ad una svista di Plutarco, che tramanderebbe un nome per un altro, oppure Sicca e Vibio siciliano sono effettivamente due persone distinte? Per spiegare questa confusione e per far concordare le due fonti sono state avanzate delle ipotesi. Premettiamo che presso taluni si nota una certa perplessità nel riconoscere in Vibio siciliano, che non volle accogliere Cicerone a Vibo bensì in un cwrìon , lo stesso personaggio ricordato da Cicerone e che accolse invece l’esule a Vibo. Questo dubbio è dello Smith, che si fa eco di vecchi commenti. Effettivamente a prima vista, Sicca e Vibio potrebbero sembrare due persone distinte. Infatti, come vedremo più avanti anche Fernando La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone);”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) cita alcune lettere di Cicerone inviate ad Attico, in particolare cita “Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca);” e poi aggiunge: “Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone);”. Dunque, il passaggio di Plutarco che abbiamo letto: “….Hippone città della Lucania, la quale oggi si chiama Vibone, un certo Siciliano, che aveva nome Vibio, ecc…” è per Ferdinando La Greca il “Vibio Sicca, amico di Cicerone”. Dunque, l’amico di Cicerone che aveva una villa con podere o tenuta agricola in un luogo sul mare molto vicino alla Vibone Lucana si chiamava Vibio Sicca. A ‘Vibo’ Cicerone è ospitato presso il praefectus fabrum L. Vibio Sicca: Att. III, 2. 3. 4; Planc. 96; PLUT. Cic. 32, 1. Cf. DG 5, 631; CRISPO 1941, 186; MOREAU 1987, 471; RUOPPOLO 1988, 194. Sulla rete, su questo personaggio trovo scritto: “L. VIBIUS SICCA; Cfr. Crispo, 1941; Ruoppolo (…), 1988; Amico di Cicerone. Ospita Cicerone a Vibo durante il viaggio in esilio (anno ’58 a.C.); Cicerone si reca da lui per non vedere Publilia nell’anno 45 a.C.; Ospita Cicerone a Vibo nell’anno 44 a.C.”. Dell’esatta ubicazione del Fundus Siccae si sono interessati l’Amatucci: “ Di un luogo dell’epistola IV lib. III di Cicerone ad Atticum e d’un Oppidulum dei Bruttii in rend. Della R. Acc. Di Arch. – lett. e belle arti 1898 pp. 131-137, ed il Crispo “ I viaggi di M. T. Cicerone a Vibo“ in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, 1941 fasc. III p. 183 e seg. RUOPPOLO 1988 = M.G. RUOPPOLO, Un amico di Cicerone, L. (?) Vibius Sicca, «Athenaeum» LXVI, 1988, pp. 194-197. CRISPO 1941 = C.F. CRISPO, I viaggi di M. Tullio Cicerone a Vibo, «ASCL» XI, 1941, pp. 1-20; 183-199; etc…”. Sulla rete trovo un interessante saggio di Guido Carugno (….). Nel febbraio del 58 fu promulgata la lex Clodia de capite civis Romani (che mandava Cicerone in esilio) . Cicerone, senza attenderne l’approvazione dei comizi tributi, nella notte del 20 marzo del ’58 a.C., lasciò Roma e si diresse verso la Campania. Voleva recarsi in Epiro (ad Att. III,1), ma poi cambiò idea e, lasciata la via Appia, si mise sulla via Popilia che conduceva a Reggio Calabria. Nei pressi di Nares Lucanee scrisse ad Attico (III,2) per informarlo del cambiato itinerario e gli dava appuntamento a Vibone (Lucana); in una successiva lettera (ad Att. III,3), spiegava all’amico che per motivi di sicurezza si era rifugiato a Vibo nella casa di Sicca. Qui Cicerone venne a conoscenza della correzione apportata da Clodio alla seconda legge che nel frattempo era stata promulgata. Partito da Vibo alla volta di Turi, per raggiungere Brindisi e quindi l’Oriente, durante il viaggio, verso il 13 di aprile, scrisse una lettera ad Attico (III,4) nella quale tra l’altro gli diceva: ‘allata est enim nobis rogatio de pernicie mea; in qua quod correctum esse audieramus erat eiusmodi ut mihi ultra quadringenta milia liceret esse, illoc pervenire non liceret. Statim iter Brundisium versus contuli ante diem rogationis, ne et Sicca apud quem eram periret et quod Melitae esse non licebat’. Cicerone, male informato. parla di 400 miglia. che per giunta calcola da Roma, ma in effetti egli era allontanato di 500 miglia dai confini d’Italia, come attesta Plutarco. Ora, mentre Cicerone era a Vibo nel fundus Siccae (….), dovette ricevere, quantunque non ne faccia menzione nelle lettere scritte ad Attico in questo periodo, una comunicazione: da Gaio Virgilio, pretore della Sicilia, il quale gli faceva sapere, come attesta Plutarco, di tenersi lontano dalla sua provincia. Cicerone dovette maturare l’idea di recarsi in Sicilia durante il viaggio verso il mezzogiorno della penisola, tant’è vero che, come abbiamo ricordato, ad un certo punto non bene identificabile, invece di recarsi direttamente a Brindisi per raggiungere l’Oriente, deviò verso il Bruzio ponendosi sulla via Popilia. L’esule dunque, agitato da vari pensieri, depose l’idea di andare in Oriente e decise di trovare ospitalità in Sicilia, dove era pretore un suo amico. Quantunque questa decisione non emerga dalle lettere inviate ad Attico, tuttavia non c’è dubbio che le cose si siano svolte così, come del resto rilevasi sia da quanto Cicerone stesso ricorda nell’orazione pro Plancio 95, 96, sia anche dalla testimonianza di Plutarco (1.c.), il quale attribuisce all’esule il proposito di raggiungere la Sicilia appena uscito da Roma . Ora, riprendendo il nostro ragionamento, se, come abbiamo motivo di ritenere, Cicerone, prima di scrivere questa lettera ad Attico, aveva ricevuto anche la comunicazione da Gaio Virgilio, a maggior ragione, a parte il computo della distanza dall’Italia, egli dovette rinunziare al proposito di andare in Sicilia, nella quale gli era vietato di porre i piede. Veramente, nel passo della lettera che stiamo esaminando. Cicerone non fa altra questione se non quella della distanza, ma poichè lascia intendere di recarsi in oriente, dal momento che prende la via di Brindisi, è giusto pensare che il divieto di Gaio Virgilio era già a sua conoscenza. Suppongo che Cicerone tralasci di ricordare esplicitamente il divieto del pretore di Sicilia, perchè egli è tutto rivolto con la mente alla correzione della legge del tribuno. Quando Cicerone scrive ut… illoc pervenire non liceret vuole alludere alla Sicilia e non ad altro luogo; ed è anche evidente che, nelle righe seguenti della lettera, il pensiero dell’esule è rivolto ad altro e che la Sicilia, tra le considerazioni che seguono, non può essere più ricordata in quanto che l’argomento è stato già in precedenza esaurito, sia pure con la semplice valutazione della distanza. Nell’esame della lettera, non dobbiamo in questo momento perdere di vista la successione logica del pensiero di Cicerone, perchè ciò, come vedremo, ha una grande importanza ai fini della nostra dimostrazione. A questo punto, vien fatto di domandarsi: che c’entra, nel passo della lettera, il ricordo di Malta e quando mai Cicerone aveva manifestato il proposito di rifugiarsi in quest’isola? Se Melita fosse Malta, Cicerone avrebbe ricordato quest’isola, logicamente, accanto alla Sicilia e non dopo altre considerazioni statim iter Brundisium versus contuli… ne etSicca apud quem eram, periet et quod Melitae esse non licebat. Ma c’è da fare un’altra importante osservazione. Malta che, come si sa, è a sud di Pachino di circa 90 km., fu definitivamente strappata ai Cartaginesi nel 218 dal console Sempronio, il quale costrinse alla resa il presidio cartaginese agli ordini di Amilcare. Da allora, quel gruppo di isole fu annesso alla provincia di Sicilia ed il governo centrale, con sede nel municipio di Malta, era rappresentato da un procuratore alle dipendenze del pretore di Sicilia. In base a ciò. non può sfuggire l’impossibilità d’identificare Melita con Malta. Ai fini del divieto imposto a Cicerone dal pretore Gaio Virgilio, è evidente che dire Sicilia o Malta era perfettamente la stessa cosa, dato il rapporto di dipendenza giurisdizionale dell’isola dal pretore di Sicilia. Esclusa l’identificazione di Melita con Malta per gli argomenti su addotti, cerchiamo di identificare questo luogo. Suppongo che dovesse trovarsi in territorio metropolitano e lontano da Vibo, come sil rileva dal passo di Cicerone, in cui il nome di Sicca, che era a Vibo, è posto accanto alla menzione di Melita (ne et Sicca, apud quem eram periret, et quod Melitaeesse non licebat). Ora, nei pressi di Monteleone esiste un paese chiamato Mileto, sulle cui rovine Ruggiero il Normanno nel 1058 fece costruire una cittadina nella quale stabilì la sua corte (10). Questa località è vicina all’antico Hipponio, che sovrastava all’ Ippwniàthz kòlpoz (Strabone 6, 266), detto dai Romani sinus Vibonensis (Plinio n. h. 10, 29). Quivi appunto nel 191 a. C. i Romani dedussero una colonia di plebei del Lazio. Concludendo, dunque, Cicerone ha voluto dire ad Attico: appena che sono venuto a conoscenza della correzione apportata da Clodio al bando per cui non potevo, per motivi di distanza, recarmi in Sicilia, ho preso immediatamente la via di Brindisi il giorno precedente alla votazione della legge, sia per non mettere nei guai Sicca, che mi ospitava a suo rischio, sia anche perchè a Mileto non potevo starmene nascosto in campagna. A bene osservare il testo di Cicerone, appare chiaro che l’esule, dopo aver liquidato con la valutazione della distanza di 400 miglia il suo progettato ritiro in Sicilia, nel successivo periodo,passa ad un’altra serie di considerazioni, in cui il fatto che egli non volesse generosamente mettere nei guai Sicca, dato il divieto di Clodio di accogliere l’esule, è intimamente legato alla sua permanenza a Mileto, cioè nel fundus Siccae, che corrisponde esattamente a (tò) cwrìon ricordato da Plutarco. Dell’esatta ubicazione del ‘Fundus Siccae’ si sono interessati l’Amatucci: “ Di un luogo dell’epistola IV lib. III di Cicerone ad Atticum e d’un Oppidulum dei Bruttii in rend. Della R. Acc. Di Arch. – lett. e belle arti 1898 pp. 131-137, ed il Crispo “ I viaggi di M. T. Cicerone a Vibo“ in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, 1941 fasc. III p. 183 e seg. L’Amatucci, nell’interessante nota già ricordata, ha avuto per primo il merito di identificare Melita con l’attuale Mileto. Il fundus Siccae, ricordato da Cicerone, è da identificare col cwrìon menzionato da Plutarco. E questo fundus non era a Vibo, dove Sicca, come attesta Plutarco, non volle accogliere l’esule per ovvie ragioni di sicurezza, bensì in un oppidulum della valle del Mesima, denominato sin dal sec. XIV Mellite o Melita. La serrata dimostrazione dell’Amatucci, che identifica il luogo dell’Appennino calabrese ricordato da Cicerone nella lettera in questione. è basata su rilievi di carattere puramente topografici, che dimostrano un‘esatta conoscenza dei luoghi percorsi da Cicerone in questo doloroso momento della sua vita. Il Crispo non condivide il punto di vista dell’Amatucci e ritiene che Melita sia Malta, ma di questa sua asserzione non dà una dimostrazione convincente. Certo, è naturale che, leggendo Melita il pensiero corra a Malta, ma, in base a quanto abbiamo detto, discutendo dei luoghi di Cicerone e di Plutarco che ricordano lo stesso episodio, non credo che si possa agevolmente accogliere quest’identificazione che si tramanda, a parer mio, erroneamente di edizione in edizione. Io ho accolto la tesi dell’Amatucci e ad essa ho apportato nuovi elementi per sostenerla e – confermarla.
Nel 49 a.C., la flotta del pompeiano Cassio attaccò la flotta di Cesare
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7……e di Cesare, che parla di un attacco del pompeiano Cassio nel 49 a.C. alla flotta cesariana, in parte ancorata e in parte a secco nel porto di Vibo (68). Etc..”. Il La Greca, a p. 32, nella nota (68) postillava: “(68) Cesare, Bell. civ., III, 101”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, p. 67 parlando della città scomparsa di “Vibona” in proposito scriveva che: “La battaglia navale del 49 a.C. contro Pompeo pare combattuta a Vibone Lucana (24).”. Il Tancredi, a p. 67, nella nota (24) postillava: “(24) Cesare C. Giulio, De Bello Civili, libro III, 101: “cum esset Caesaris classis divisa in duas partes, dimidiae parti praeerat P. Sulpicius praetor Vibone ad fretum”, che tradotto significa: “Quando la flotta di Cesare fu divisa in due parti, P. Sulpicio, pretore di Vibone, era a capo di una metà”. Dunque, secondo la notizia del La Greca (….), che, sulla scorta del “De Bello Civili” di Giulio Cesare, la flotta di Pompeo a lui affidata era ancorata a secco nel porto di Vibo. Infatti, da Wikipedia leggiamo che Gaio Cassio Longino, nominato tribuno della plebe nel 49 a.C., allo scoppio della guerra civile si schierò dalla parte di Pompeo, che gli affidò il controllo di parte della sua flotta nelle acque del Mediterraneo. Dopo la battaglia di Farsalo e la morte di Pompeo in Egitto, egli decise di beneficiare della clemenza di Cesare: lo raggiunse dunque in Cilicia, vicino Tarso, da dove il dittatore stava pianificando l’attacco a Farnace. Nonostante il suo rapporto con Cesare si fosse consolidato, Cassio decise, nel 44 a.C., di allontanarsi dalla corrente politica di Cesare per essere uno degli organizzatori del complotto che portò costui alla morte. In Wikipedia alla nota (1) si postilla di : Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XL, 28-29. La guerra civile romana del 49 – 45 a.C., più nota come guerra civile tra Cesare e Pompeo, consistette in una serie di scontri politici e militari fra Gaio Giulio Cesare e i suoi sostenitori contro la fazione tradizionalista e conservatrice del Senato romano (Optimates), capeggiata da Gneo Pompeo Magno, Marco Porcio Catone Uticense e Quinto Cecilio Metello Pio Scipione Nasica. Essa fu il penultimo conflitto militare sorto all’interno della Repubblica romana. Dopo aspri dissensi con il senato, Cesare varcò in armi il fiume Rubicone, che segnava il confine tra la provincia della Gallia Cisalpina e il territorio dell’Italia; il senato, di contro, si strinse attorno a Pompeo e, nel tentativo di difendere le istituzioni repubblicane, decise di dichiarare guerra a Cesare (49 a.C.). Dopo alterne vicende, i due contendenti si affrontarono a Farsalo, dove Cesare sconfisse irreparabilmente il rivale. Pompeo cercò quindi rifugio in Egitto, ma lì fu ucciso (48 a.C.). La guerra civile alessandrina, o semplicemente guerra alessandrina (in greco antico: Ἀλεξανδρῖνος πόλεμος, Alexandrȋnos pólemos; in latino: bellum Alexandrinum), fu un conflitto armato combattuto all’interno del regno tolemaico d’Egitto tra i fratelli rivali Tolomeo XIII, Cleopatra e Arsinoe IV nel I secolo a.C., dal 48 al 47 a.C. La guerra diventò subito interesse della repubblica romana (al tempo della guerra civile tra Cesare e Pompeo) quando Tolomeo fece assassinare il fuggitivo Gneo Pompeo Magno; il rivale di questi, Giulio Cesare, accorse in Egitto e risolse la guerra a favore di Cleopatra, che diventò sua amante. Le principali fonti della guerra civile combattuta negli anni 49 – 45 a.C. sono rappresentate dalle biografie di Svetonio (Vite dei dodici Cesari) e di Plutarco (Vite parallele), oltre a Appiano di Alessandria (Storia romana, XIV: Guerre civili, II), Cassio Dione Cocceiano (Historia Romana), Velleio Patercolo (Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo), Marco Tullio Cicerone (Orationes Philippicae, Orationes in Catilinam, Epistulae ad Atticum, Orationes: pro Marcello, pro Ligario, pro Deiotaro, De provinciis consularibus), Marco Anneo Lucano (Pharsalia), e una delle parti in causa, Gaio Giulio Cesare, con i Commentarii De bello gallico e De bello civili.
VIBONE LUCANA, CITTA’ SCOMPARSA ED IL ‘FUNDUS SICCAE’ DI CICERONE (una delle fonti per Vibo)
Nel I sec. a.C., i toponimi antichi dell’area nei racconti dei viaggi di Cicerone, nelle sue lettere ed in Plutarco
In alcune lettere, Cicerone, cita il toponimo di “Vibonem ad Sicam”. Forse proprio le rovine di un’antica città scomparsa di ‘Vibonem ad Sicam’, citata e conosciuta da Cicerone, nelle sue continue fughe. Forse a Sapri, vi era un suo carissimo e potentissimo amico che viveva nella sua villa patrizia, su cui Cicerone poteva fidare, fuggendo dalla sua villa di Formia a causa delle beghe e delle lotte politiche per l’uccisione di Giulio Cesare e la sua successione. La notizia andrebbe ulteriormente indagata. Dalla biografia che ne fa Plutarco (….), si evince che Cicerone, pur essendo molto amico di Bruto, e odiasse Giulio Cesare per le sue manie accentratrici, forse abbia avuto un ruolo, sia pur secondario nella tragica fine del dittatore e che a Sapri, Cicerone venisse ad incontrare un personaggio all’epoca molto influente. Attraverso l’epistolario scritto da Cicerone (….), le cui memorie furono poi in seguito riprese da Plutarco (….), veniamo a conoscenza di alcune interessanti notizie che riguardano i nostri luoghi. La notizia del Tancredi che io credo provenga dalle “Vita di Cicerone” in Plutarco (…), Cicerone si era fermato nel podere a Vibone o “Bibone” o “Bibo” dove fu ospitato dall’amico Sica. A questo riguardo il Tancredi a p. 64 in proposito scriveva che: “Nel sec. XVII Vibona Lucana è già un ricordo lontano, citato come ‘Bibo’ (16) ed al suo posto si trova il villaggio, detto “Petrasia” (17), che poco dopo scompare e rinasce col nome di Villammare (Marina di Vibonati).”. Il Tancredi nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cfr. nota n. 13. Ferraro Filippo (cit. da Troyli, Tomo I, Parte II, p. 178.”. Il Tancredi nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cfr. nota n. 13”. Il Tancredi a p. 64 richiama più volte la sua nota (13) dove egli postillava che: “(13) Archivio di Stato, Napoli, Sez. Piante Topografiche, carta 32a, n. 2 (Bibo ad Siccam odie ruin), anno 1600.”. In sostanza il Tancredi, nella sua nota (13) postillava della carta d’epoca aragonese (e non come egli scrive del sec. XVI o 1600) che fui proprio io a scoprire all’Archivio di Stato e a mostrargli. Sulla carta in questione il La Greca ed il Vladimiro hanno pubblicato quelle Parigine. E qui, stranamente, il Tancredi invece di postillare della lettera ad Attico citata dall’Antonini (una delle quatto), nella sua nota (21) postillava che: “(21) Vita di Cicerone”, dove egli voleva riferirsi appunto alle “Vite” di Plutarco. Riguardo la citazione di Antonini (…), è interessante ciò che scrive Fernando La Greca (…) nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, che illustrava una delle carte scoperte da Ferdinando Galiani (…) a Parigi e conservate alla Biblioteqhe Nationale di Francia a Parigi. Si tratta della carta collocata “Carteset Plans, GE AA 1305-6, part. e GE AA 1305-6, part.”. La carta citata dal La Greca non è la nostra, ma credo essa sia una copia di quelle originali trafugate dal Galiani. La carta citata dal La Greca si trova a Parigi. Parlando di queste carte Parigine (simili alla nostra di cui ho già parlato), il La Greca (….), a p. 44, in proposito scriveva che: “Fra i numerosi toponimi risalenti ad epoca romana, troviamo ‘Bibo ad Siccam odie ruin(ato) (41), l’antica Vibone lucana, posta anche dall’Antonini, unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè), presso il sito di Vibonati (con l’isoletta ‘La Sicca’ davanti alla costa); ‘Cosuento ruin(ato)(42) presso Magliano ecc..”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’). Cfr. G. Antonini, ‘La Lucania….’, cit., vol. I, pp. 419-428”. Sempre il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Plin., ‘Natur. histor., III, 11, 97 (‘Casuentum’ fiume della Lucania).”. Dunque, il La Greca (…), riguardo il toponimo di “Bibo ad Siccam odie ruin (ato)” contenuto mella carta “carta del Cilento” (quella parigina, non quella da me scoperta all’ASN), in proposito postillava di Plutarco e nella sua nota (41) postillava che: “Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ecc…”. Dunque, il La Greca (….) cita Plutarco (….) e credo che si riferisca proprio alle sue “Vite”, ovvero la vita di Cicerone, ne parla a pp. 31, 32. Non sappiamo a quale edizione di Plutarco si riferisca nella sua postilla il La Greca. Dunque, la notizia potrebbe provenire anche da Plutarco (…) che parlò di Cicerone nella sua opera le Vite parallele (Βίοι Παράλληλοι) sono dedicate a Quinto Sosio Senecione, amico e confidente di Plutarco, al quale lo scrittore dedica anche altre opere e trattati. Costituite da 23 coppie (una è andata perduta), alla biografia di un personaggio greco viene accostata, generalmente, quella di un romano, ad esempio Alessandro Magno e Giulio Cesare. L’originalità plutarchea sta proprio in questo accostamento, che dimostra sia come l’Ellade avesse prodotto valenti uomini d’azione e sia come i Romani non fossero tutti barbari. Le sue biografie contengono un’infinità di informazioni utili alla ricerca storiografica. Riguardo la citazione di Antonini (…), è interessante ciò che scrive Fernando La Greca (…) nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, che illustrava una delle carte scoperte da Ferdinando Galiani (…) a Parigi e conservate alla Biblioteqhe Nationale di Francia a Parigi. Si tratta della carta collocata “Carteset Plans, GE AA 1305-6, part. e GE AA 1305-6, part.”. Il La Greca (…) a p. 44, in proposito scriveva che: “Fra i numerosi toponimi risalenti ad epoca romana, troviamo ‘Bibo ad Siccam odie ruin(ato) (41), l’antica Vibone lucana, posta anche dall’Antonini, unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè), presso il sito di Vibonati (con l’isoletta ‘La Sicca’ davanti alla costa); ‘Cosuento ruin(ato)(42) presso Magliano ecc..”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’). Cfr. G. Antonini, ‘La Lucania….’, cit., vol. I, pp. 419-428”. Sempre il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Plin., ‘Natur. histor., III, 11, 97 (‘Casuentum’ fiume della Lucania).”. La citazione del La Greca (…), riguardo la citazione dell’Antonini (…) è interessantissima in quanto dice che “unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè)” che secondo lui menziona il toponimo “Vibo ad Sicam”, citato dallo stesso Livio, Cicerone e nel Chronicorum Casinensium Epitome, unico erudito che per la prima volta non solo la cita ma la pone a Vibonati. Ovviamente sul sito di Vibonati bisognerà fare delle ovvie precisazioni che farò. Dunque, il La Greca, scrive questo in quanto stà parlando della “Vibo ad Sicam” citata nella carta corografica conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi (la carta n. 6, da lui pubblicata nel suo testo insieme al Valerio che è collocata come “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s. ID/Cote: GE AA-1305 – feuille 6, conservata alla Biblioteca Nazionale di Francia, di cui egli dice essere uguale a quella da me scoperta all’ASN e a cui rimando per gli opportuni approfondimenti, nel mio saggio “Una carta corografica manoscritta e inedita, d’epoca Aragonese”, ivi pubblicata ed illustrata nell’immagine di Fig. 1, completamente diversa e più antica anche se simile.
(Fig….) Carta conservata alla BNF – GE AA-1305 – feuille 6
Fernando La Greca (…) parlando della sua carta Parigina e, parlando dei toponimi contenuti nella carta cita l’Antonini come si è visto e scrive che: “unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè)” che secondo lui menziona il toponimo “Vibo ad Sicam”. Infatti, il La Greca (…), a pp. 72-73 si fa particolarmente interessante quando egli ritiene l’Antonini uno sprovveduto che non conoscesse Livio, Cicerone ecc.. e, scrive che: “Ci sono fondati sospetti che Giuseppe Antonini, barone di S. Biase, ed autore dell’opera ‘La Lucania’, pubblicata in un volume nel 1745 e in due volumi nel 1795 (dagli eredi) (227), abbia avuto modo di vedere le mappe, o parte delle mappe, prima del Galiani, facendone largo uso nella sua opera, ma nascondendo tale fonte. Quasi costantemente, nella sua descrizione, sembra avere davanti agli occhi e seguire passo passo la nostra mappa, con i suoi nomi, i suoi fiumi, degli affluenti, dei monti, dei paesi, dei santuari, delle isole, e segnalando i ponti lungo le strade. Molte sue ipotesi sul sito di paesi antichi scomparsi trovano riscontro sulla mappa, come ad es. ‘Vibo ad Siccam’ presso Sapri, e ‘Petilia’ sul Monte della Stella (peraltro riportata nella mappa solo come ‘Mercato Petilia’). Inoltre, nella sua descrizione di Paestum ecc…” e, a p. 73 si chiede “Come potè l’Antonini entrare in possesso di tali mappe? Probabilmente grazie al fratello maggiore, Annibale Antonini, abate a Parigi, uomo di vasta cultura, erudito, ed autore di varie opere, fra le quali, significativamente, una guida di Parigi per i viaggiatori stranieri, giunta nel 1734 alla seconda edizione (229). L’opera descrive in gran parte musei, archivi, biblioteche, pinacoteche; l’abate Antonini se ne mostra esperto conoscitore, giungendo a indicare anche i nomi delle persone preposte ai vari uffici e alle quali rivolgersi per consultare volumi e documenti. Probabilmente l’abate si era imbattuto, durante le sue ricerche, nelle mappe aragonesi, e riconoscendo le località del Regno di Napoli, doveva essersi procurato facilmente qualche copia, poi inviata al fratello. Le mappe, fino al 1738, secondo il Galiani (230), erano state nell’Archivio della Corona di Parigi; poi, sfuggite ad un incendio, erano state portate a Versailles (Dépòt de la Marine). A questo punto, possiamo facilmente immaginare che la notizia dell’esistenza di tali carte a Parigi sia passata dai fratelli Annibale e Giuseppe Antonini ai fratelli Berardo e Ferdinando Galiani. Una sicura connessione ci è raccontata dal Winckelmann: questi, nella sua ‘Prefazione’ (1760) alle ‘Osservazioni sopra l’Architettura degli Antichi’, parlando del suo viaggio a Paestum, racconta che l’architetto Bernardo Galiani (poi traduttore dell’opera di Vitruvio) era intervenuto sul testo manoscritto del barone Antonini per correggerne gli errori più evidenti, riguardanti proprio la descrizione di Paestum; era stato lasciato tuttavia un grosso abbaglio, la definizione della cinta muraria come “quasi ovale”, che sorprende molto il Winckelmann (231). L’Antonini pubblica il suo lavoro nel 1745, e diventa presto noto a tutti i viaggiatori del ‘gran tour’; molte sue descrizioni però non reggono alla prova dei fatti, come quella della muraglia ovale. E’ probabile che, anziano e pressato dalle domande dell’amico Berardo, infine Giuseppe Antonini si sia deciso a rivelare l’esistenza delle carte parigine, notizie girate da Berardo al fratello Ferdinando, ambasciatore a Parigi, che, avendo in mente la realizzazione di una carta moderna del Regno, dovette mettersi subito alla ricerca delle antiche mappe. Siamo nel campo delle ipotesi, ma appare plausibile che sia andata così.”. L’ipotesi di Fernando La Greca è molto interessante e merita ulteriori approfondimenti. Ho voluto riproporre integralmente questo passo del La Greca (…) perchè, sebbene sia, come lui stesso sostiene, un’ipotesi, lo trovo una buona e corretta ipotesi di lavoro su cui svolgere i necessari approfondimenti. Il La Greca (…), a p…., nella sua nota (229) postillava che: “(229) A. Antonini, Memorial de Paris et de ses environs a l’usage des voyageurs, Nouvelle édition, Paris, 1734”. Il La Greca a p…., nella sua nota (230) postillava che: “(230) B. Tanucci, Lettere a Ferdinando Galiani, cit., pp. 231-232 (11 luglio 1768).”. Il La Greca a p…, nella sua nota (231) postillava che: “(231) J.J. Winckelmann, Osservazioni sopra l’Architettura degli Antichi, in Id., Opere, a cura di C. Fea, 1832, pp. 18-19; vd. J. Raspi Serra (a cura di), ‘Paestum idea e immagine. Antologia di testi critici e di immagini di Paestum (1750-1836), Panini, Modena, 1990, pp. 31-34.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “In effetti, anche altre fonti sembrano attestare l’esistenza della Vibo lucana, diversa da Valentia in Calabria. Se Cicerone chiama Vibo la città sul Golfo di Policastro, chiama poi Valentini e non Vibonenses gli abitanti di Vibo Valentia (61), attestando che il nome principale di quest’ultima doveva essere proprio Valentia. A conferma, …..Pomponio Mela, risalendo il Tirreno, cita di seguito, come due città diverse, Hipponium e Vibone (63); Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (61) postillava: “(61) Cicerone, Verr. sec., 2, 40; 5, 40 e 158”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (63) postillava: “(63)….Pomponio Mela, De chor., II, 4, 68”. L’Antonini, a sostegno della sua tesi che Cicerone si riferisse non a Vibo Valenzia ma al nostro Vibonati cita anche Plinio (…), dicendo che egli nel cap. 5 del lib. 3: “aveva incontro al nostro Vibone situato alcune isole col nome d’Ithacesiae: Et contra Vibonem parvae sunt Insulae, quaevocantur Ithacesiae, Ulyssis specula”, e sulla base di ciò detto l’Antonini affermava non essere il Vibo Valenzia ma un luogo a noi prossimo. Le isole ‘Ithacesiae’ di cui parla l’Antonini e Plinio, sono degli isolotti che ricorrono in tutte le carte d’Italia annesse alla ‘Geografia’ di Tolomeo, come possiamo vedere nel codice greco più antico conosciuto, il Codice Vaticano Urbinate Greco 82, di cui l’immagine di Fig….., ne illustra un particolare della carta dell’Italia. Ma come abbiamo cercato di dire e dimostrare alcuni autori come Plutarco (….) dicono non si tratti di Vibo Valenzia in Calabria anche perchè questa cittadina aveva un porto molto distante dalle ville della costa Velina. E’ molto probabile che si tratti della baia e del porto di Sapri. L’Antonini (….), nella sua ‘Lucania’, alla pagine 424-425, disserta sul toponimo di ‘Vibone‘ e, citando “l’Abbate Aceti” scriveva che, il Questore romano, Marco Tullio Cicerone, nelle sue “Epistole ad Attico” (una raccolta di lettere che Cicerone scrisse a diversi suoi amici subito dopo la congiura che portò alla morte di Giulio Cesare), si riferiva all’antico toponimo (nome di luogo) riferito a Sapri o al porto naturale di Sapri. Infatti, il Questore romano Marco Tullio Cicerone, nelle sue “lettere ad Attico”, cita più volte il toponimo di ‘Vibonem ad Sicam‘. L’antica città romana o ‘Latina’ di cui parlava Cicerone nelle sue famose lettere allo amico Attico. ‘Bibo ad Siccam odieruin.‘. Dal punto di vista strettamente bibliografico e, storiografico, il primo a riferire del toponimo “Bibo ad Sicam”, è stato il Barone di S. Biase (natio di Cuccaro Vetere), Giuseppe Antonini, nella sua ‘Lucania’ (…). Nel 1745 e in seguito, nel 1795, il nipote Matteo Egizio, pubblicò la “Lucania – I Discorsi”, del barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….) che, ci parla per la prima volta di un ‘Bibo ad Sicam‘ o ‘Siccam’ (…), citata da Cicerone (…). L’Antonini (….), è il primo a riferire del toponimo (nome di luogo), attribuendolo e credendo si riferisca a Sapri, il Questore romano, Marco Tullio Cicerone che, nel I secolo, che era spesso in viaggio navigando ripetute volte per le nostre coste. Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, parlando di Vibonati, scriveva che: “Chiama il volgo questo paese ‘Libonati’, mutando la lettera V in L, ciò che per latro non di rado nella lingua Italiana accade. Fu dà Latini detto ‘Vibo ad Sicam’, e ‘Siccam’ da una Isoletta, che gli sta all’incontro, poche miglia all’oriente di Maratea, anche oggi chiamata ‘Sicca’ a differenza del ‘Vibo Valentia’, ch’è Monteleone, detto già ‘Ipponium, & Hipponium. Ecc…”. Riguardo questo passaggio dell’Antonini (….), Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 740 parlando di Vibonati in proposito scriveva che: “Naturalmente è da escludere l’ipotesi dell’Antonini (3) che vuole Vibonati denominato da un’isoletta che le sarebbe quasi di fronte “Vibo ad Sicam, e Siccam” e che ubica ivi la Vibone di Cicerone (4). Già il Troyli (5) aveva fatto giustizia di questa ipotesi quando scriveva “lasciando da parte l’opinione di qualche altro Autore, che per amore della sua Lucania la vorrebbe ne’ Bonati; da Vibone diducendolo Vibonati, con una etimologia molto nuova”. Dello stesso parere il Soria (6), più incisivo il Magnoni (7).”. Ebner a p. 740 nella sua nota (5) postillava che: “(5) Troyli, cit., I, p. 419, p. 178.”. Ebner a p. 740 nella sua nota (6) postillava che: “(6) F. A. Soria, Lettera intorno alle sviste di alcuni autori, “Giornale letterario di Napoli”, vol. LXXV.”. Dunque Pietro Ebner (….) dando torto all’Antonini citava l’opera dell’abbate Troyli (….) riferendosi al tomo I, p. 419 e p. 178 del suo ‘Istoria generale del Reame di Napoli etc…’ dove a p. 176 del tomo I parlando di Vibo Valenzia in proposito scriveva che:
L’Antonini continua il suo discorso argomentando su ciò che aveva scritto Gabriele Barrio (….), di cui parlerò in seguito che voleva che il ‘Vibone’ citato da Cicerone fosse l’attuale Vibo Valenzia in Calabria. Figuriamoci se Cicerone nel fuggire dopo l’uccisione di Giulio Cesare si fosse recato a Vibo Valenzia e non come voleva giustamente l’Antonini nel golfo di Policastro che gli antichi chiamarono “Seno Vibonense” e, che altri in seguito, come vedremo chiamarono “Seno Saprico”. L’Antonini (…), a p. 428, iniziando a parlare di Sapri e del suo porto, scriveva che: “Verisimilmente il porto dei Vibonesi dovea esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, che non potevano essere per gente di poco conto, siccome diremo.”. Infatti, l’Antonini aggiungeva che: “Gabriel Barrio nella, per altro, eruditissima opera ‘de situ Calabrie’, al lib. 2, per tirar tutto a quella regione, non solo volle darci a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso, che ‘Vibo Valentia’, cioè l’Hipponium, ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’ siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: ‘Ut Plutarchus’, qui Vibonem in Lucania esse scribit; ed a sede di lui standone l”Abbate Aceti’ nelle note ultimamente fatte allo stesso Barrio, ha purtroppo malmenato il medesimo Plutarco, perchè aveva posto Vibone in Lucania; tutto perchè non han saputo, o non han voluto sapere, che c’era un altro ‘Vibone’, chiamato ‘ad Siccam’, per distinguerlo dal ‘Vibo Valentia: Nec solus Strabo, ecc..”. Certo è che le ‘Cammerelle’, come si mostravano prima degli anni ’80, somigliano ai ‘criptoportici’ (così detti da Schmiedt) di alcune ville patrizie romane a Formia, dove vi era anche la villa di Cicerone. Questo studio, riapre nuovi scenari circa il pasaggio e la conoscenza che il grande oratore Cicerone, avesse dei nostri luoghi. L’Antonini (….), è il primo a riferire del toponimo (nome di luogo), attribuendolo e credendo si riferisca a Sapri, il Questore romano, Marco Tullio Cicerone che, nel I secolo, che era spesso in viaggio navigando ripetute volte per le nostre coste. Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, parlando di Vibonati, scriveva che: “Chiama il volgo questo paese ‘Libonati’, mutando la lettera V in L, ciò che per altro non di rado nella lingua Italiana accade. Fu dà Latini detto ‘Vibo ad Sicam’, e ‘Siccam’ da una Isoletta, che gli sta all’incontro, poche miglia all’oriente di Maratea, anche oggi chiamata ‘Sicca’ a differenza del ‘Vibo Valentia’, ch’è Monteleone, detto già ‘Ipponium, & Hipponium. Gabriel Barrio nella, per altro, eruditissima opera ‘de situ Calabrie’, al lib. 2, per tirar tutto a quella regione, non solo volle darci a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso, che ‘Vibo Valentia’, cioè l’Hipponium, ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’ siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: ‘Ut Plutarchus’, qui Vibonem in Lucania esse scribit; ed a sede di lui standone l”Abbate Aceti’ nelle note ultimamente fatte allo stesso Barrio, ha purtroppo malmenato il medesimo Plutarco, perchè aveva posto Vibone in Lucania; tutto perchè non han saputo, o non han voluto sapere, che c’era un altro ‘Vibone’, chiamato ‘ad Siccam’, per distinguerlo dal ‘Vibo Valentia: Nec solus Strabo, ecc..”. Infatti, il Questore romano Marco Tullio Cicerone, nelle sue “lettere ad Attico”, cita più volte il toponimo di ‘Vibonem ad Sicam‘. L’Antonini, nella nota (I), dice di trarre la notizia dalla ‘Storia’ di Francesco Fabricio (….). L’Antonini continua il suo discorso argomentando su ciò che aveva scritto Gabriele Barrio (….), di cui parlerò in seguito che voleva che il ‘Vibone’ citato da Cicerone fosse l’attuale Vibo Valenzia in Calabria. Figuriamoci se Cicerone nel fuggire dopo l’uccisione di Giulio Cesare si recò a Vibo Valenzia e non come voleva giustamente l’Antonini nel golfo di Policastro che gli antichi chiamarono “Seno Vibonense” e, che altri in seguito, come vedremo chiamarono “Seno Saprico”. L’Antonini (…), a p. 428, iniziando a parlare di Sapri e del suo porto, scriveva che: “Verisimilmente il porto dei Vibonesi dovea esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, che non potevano essere per gente di poco conto, siccome diremo.”. Infatti, l’Antonini aggiungeva che: “Gabriel Barrio nella, per altro, eruditissima opera ‘de situ Calabrie’, al lib. 2, per tirar tutto a quella regione, non solo volle darci a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso, che ‘Vibo Valentia’, cioè l’Hipponium, ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’ siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: ‘Ut Plutarchus’, qui Vibonem in Lucania esse scribit; ed a sede di lui standone l”Abbate Aceti’ nelle note ultimamente fatte allo stesso Barrio, ha purtroppo malmenato il medesimo Plutarco, perchè aveva posto Vibone in Lucania; tutto perchè non han saputo, o non han voluto sapere, che c’era un altro ‘Vibone’, chiamato ‘ad Siccam’, per distinguerlo dal ‘Vibo Valentia: Nec solus Strabo, ecc..”. Nel 1975, lo studioso Giulio Schmiedt (…), pubblicò un’interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Nel suo studio, sugli ‘Antichi porti d’Italia’ (…) riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato ‘Vibo ad Sicam’ che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino”. Sulla questione ancora oggi dibattuta dagli storici, ovvero se si trattasse di Vibo Valenzia o piuttoto di una Vibone Lucana, l’Antonini (….), nella sua ‘Lucania’, alla pagina 424, disserta sul toponimo di ‘Vibone‘, credendo che si riferiva a Sapri, il Questore romano Marco Tullio Cicerone, quando scriveva e citava nelle sue Epistole il toponimo di ‘Vibonem ad Sicam‘ e, dedica molte pagine a Vibonati, dissertando sull’origine del toponimo ‘Vibone’, spiegando e sostenendo e confutando le tesi del Barrio (…) che, nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’ (…), sosteneva essere la Vibo Valenzia in Calabria e, confutava quanto aveva sostenuto Plutarco (…), il quale, al contrario parlava di una ‘Vibonem in Lucania’ . Il Barrio (…), bistrattava Plutarco e, scriveva: “Nec solus Strabo Calabriam cum Lucania confuntit, Plutarchus, ut infra vedebimus, Vibonem in Lucania esse dicit.”. Antonini, parlando di ‘Vibone’, dava torto a Barrio e cita anche Pomponio Mela (…), Tito Livio (…) e Plinio (…). L’Antonini (…), a p. 428, iniziando a parlare di Sapri e del suo porto, scriveva che: “Verisimilmente il porto dei Vibonesi dovea esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, che non potevano essere per gente di poco conto, siccome diremo.”. Antonini, parlando di ‘Vibone’, dando torto a Barrio (…) e cita anche Pomponio Mela. Anche il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’, traeva questa notizia dalle epistole papali di papa S. Gregorio Magno e, nella nota (48), a p…., del Visconti (…), che postillava il Laudisio (…), scriveva: “(48) Bar., Ant. Luc., part. 1, pag. 139.”, ovvero il Laudisio (…), nel riportare la notizia secondo cui: “Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile.”, l’aveva tratta dal Barrio (…), nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s., molto prima dell’Ughellio (…), scriveva sull’antica Vibonati e su alcune notizie citate dal Laudisio (…), credendola l’antica Vibone Lucana o “Hipponium”:
(Fig….) Barrio Gabriele, De situ Calabrie, op. cit., p…..
Buxentum in età Imperiale
Nel 13 d.C. (I sec. d.C.), la villa a S. Croce a Sapri (?) di Giulia, figlia di Augusto e moglie dell’Imperatore Tiberio esiliata dal padre Augusto perchè amante di Sempronio Gracco che aveva una villa a Sapri
Nel 1700, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, nel suo Discorso X che, parlando di Bussento a p. 418 parlando del campanile della cattedrale scriveva che: “La Cattedrale, che non è di rozza architettura, è bastantemente grande, e di presente molto ben ornata, ed ufficiata per sei mesi da dodici Canonici.”, poi proseguendo la sua dissertazione sul campanile l’Antonini a p. 419 in proposito segnalava che: “Trovasi però non pochi frammenti d’Iscrizioni antiche, che dimostrano essere stata un tempo di qualche considerazione. Eccone due, che sono allogati nel campanile, i quali, cogl’altri pezzi di marmo, onde questo è composto, mostrano, che la città fosse ben antica. Uno è il seguente GERMANICO CAESARI….AVG….F. DIVI. AVG. N……DIVI. IVLII…PRON…AVG….COS. II. IMPERAT…..l’altro è questo AUGUSTAE IULIAE….DRVSI F…..DIVI….AVGVST…..”. Si tratta, come vedremo, dell’epigrafe dedicata a Giulia maggiore, figlia di Augusto e moglie di Tiberio. Dunque, l’Antonini fu il primo a segnalare le antiche iscrizioni marmoree o epigrafi latine presenti sul campanile della Cattedrale di Policastro Bussentino allora Buxentum.
Sulle due epigrafi presenti incastonate nel campanile della Cattedrale ha scritto mons. Nicola Maria Laudisio (….), nelle ultime pagine della sua “Synopsis et…”. Infatti a pp. 109-110, troviamo scritto (vedi versione curata dal Visconti): “Poichè la città, come afferma l’Ughelli (231), è molto antica, in una di queste lapidi marmoree si legge: “A GERMANICO CESARE FIGLIO DI TIBERIO AUGUSTO NIPOTE DEL DIVO AUGUSTO PRONIPOTE DEL DIVO GIULIO AUGUSTO PER DUE VOLTE CONSOLE E IMPERATOR. Germanico Cesare visse intorno al 12 dopo Cristo. Era figlio figlio naturale di Druso e figlio adottivo di Tiberio, suo zio; perciò fu nipote del divo Augusto, che a sua volta era padre di Tiberio e figlio di Giulio Cesare; Germanico inoltre fu console per due volte col secondo imperatore, cioè con Tiberio. Ebbe il soprannome di Germanico perchè dopo la morte di Augusto partì per la Germania e, rifiutato il titolo di imperatore con cui era stato acclamato dall’esercito, dopo aver vinto i nemici ritornò a Roma dove ottenne l’onore del trionfo. Partito anche per l’oriente per sedare delle dedizioni, vinse il re dll’Armenia; perciò Tiberio fu preso dalla gelosia e nello stesso tempo dall’odio, e per suo comando Germanico fu avvelenato ad Antiochia dal re di Siria pisone, quando aveva 34 anni di età, nel 19 dopo Cristo. Egli aveva pubblicato diverse opere, ma ci restano di lui soltanto la versione in esametri latini dei ‘Phaenomena’ che Arato aveva scritto nel 275 prima della nascita di Cristo, e alcuni epigrammi. Ecc…”. Il Laudisio proseguendo il suo racconto sulle due epigrafi poste sul campanile della Cattedrale diPolicastro, in proposito aggiungeva della seconda epigrafe marmorea: “Si vede anche un’altra iscrizione in onore di Augusta Giulia Drusilla che fu l’unica figlia del divo Augusto e moglie di Tiberio; ma per loro ordine fu mandata in esilio a causa della sua vita scandalosa, e secondo la tradizione morì in esilio. L’iscrizione è questa: AD AUGUSTA GIULIA FIGLIA DEL DIVO AUGUSTO.”. Ecco ciò che scriveva il Laudisio a proposito delle due epigrafe marmoree. Le frasi scolpite delle due epigrafi marmoree riportate ivi del testo tradotto dal Visconti che curò la versione del Laudisio che in originale è a p. 58. Il Laudisio (…), nella versione del Visconti, a p. 58, nella sua nota (231) postillava che: “(231) ‘Italia Sac.’, tom. 7, col. 758: Satis admodum eius (scil. urbis Polycastri) origo antiqua, nomen retinens a Greco vocabulo, quasi magnum castrum, seu urbis castrum; amplam fuisse indicant eius vestigia et ruinae, diversis enim ex varia fortuna bellis cessit in praedam).”. Il Laudisio riportava una frase di Ferdinando Ughelli (…), nella sua “Italia Sacra”, col. 758, vol. VII. L’Ughelli scriveva in proposito alle due lapidi che: “La sua origine (cioè la città di Polycastrus) è piuttosto antica, conservando il suo nome dal nome greco, come fosse un grande castello, o un castello di una città; indicano che i suoi resti e le sue rovine erano estesi; ecc..”. Dunque, le due epigrafi furono citate anche dall’Ughelli ove parlava della Diocesi di Policastro. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “4. Ricordi dell’Età Imperiale”, a p. 15 in proposito scriveva che: “La romana Buxentum, invece, non ha mai raggiunto importanza fino al I secolo a. C.. Sotto ‘Silla’, verso l’87 a.C. divenne ‘municipio’ romano (22). Ai tempi dei primi imperatori era posto di confino per gli esiliati di marca. La figlia di ‘Augusto, moglie di Tiberio, ‘Giulia’, che il padre non poteva tollerare a Roma, perchè la sua vita privata era troppo licenziosa, deve essere morta nelle vicinanze di Buxentum, come dimostra la sua lapide, incastonata nel campanile di Policastro (23). Augusto morì a Nola; probabilmente doveva allontanare la figlia dal luogo degli scandali, senza, però, perderla di vista, o almeno poterla raggiungere entro un tempo non proibitivo. Anche la lapide di ‘Cesare Germanico’ (24) si trova allo stesso posto, indicando l’intera genealogia: da Giulio Cesare ad Augusto e a Tiberio. Non sappiamo come questi illustri personaggi se l’abbiano passata da queste parti, nè abbiamo notizie di palazzi o costruzioni da essi eseguiti. La città più importante di questo lembo del Golfo era probabilmente ‘Vibona’, che giace tuttora sotto una folta vegetazione e che copre forse anche i palazzi.”. Il Tancredi, a p. 15, nella sua nota (23) postillava che: “(23) “AUGUSTAE IULIAE – DRUSI F(ILIAE) – DIVI AUGUSTI”. Tacito C., ‘Annales’, I. Dione Cassio, ‘ad annum a. U.c. 748; Svetonio, In vita Tiberii, LIII.”. Dunque, il Tancredi postillava che ci parlano di questo personaggio, Giulia maggiore sia Tacito (…) che Svetonio. L’epigrafe lapidea vi è scolpita una iscrizione che recita in latino la seguente frase: “AUGUSTAE IULIAE – DRUSI F(ILIAE) – DIVI AUGUSTI”: “l’Augusta Giulia figlia di Druso, divino Augusto”. Il Tancredi, a p. 16, nella sua nota (24) postillava che: “(24) “GERMANICO CAESARI – TI(BERII) AUG(USTI) F(ILIO) – DIVI AUG(USTI) N(EPOTI) – DIVI IULI PRO N(EPOTI) AUG(USTI) – CO(N)S(ULU) II – IMPERATORI II”. Tacito C., ‘Annales’, II, 72 e 83 (per la vita).”. Il Tancredi segnalava la prima iscrizione o epigrafe riportata a p. 419 dall’Antonini. Devo però segnalare una strana notizia al riguardo che proviene da Domenico Romanelli (…), nel suo “Antica topografia istorica del regno di Napoli”, dove, a p. 96 parlando di Buxentum egli in proposito scriveva che: “Ma ruderi di antichità non esistono in Policastro…Eppure l’Antonini, quantunque avesse dichiarata questa città di epoca recente, e vuota di abitanti, pure attestò, che un miglio fuori le sue mura a levante si trovi un avanzo di edifizio romano, che mostra di essere stato un tempio. Oggi è detto ‘castellare’. Questo solo indizio per bocca di un contraddittore ci basta. Il p. Mannelli, che adottò (2) la stessa nostra opinione, vide in Policastro varj ruderi di antichità, che non si videro nell’Antonini, e specialmente la seguente iscrizione innalzata a Germanico (3): GERMANICO CAESARI T. AVG. F. DIVI AVG. N. DIVI IVLI PRON. AVG. COS. II IMPERATORI II AVG. ET IVLIA DRVSI F….DIVI AVGVSTI.”. Innanzitutto devo far presente che il Romanelli riunisce in un unica iscrizione le due iscrizioni che l’Antonini riportava separatamente perchè sebbene fossero entrambe sul campanile della cattedrale esse non erano unite. Il Romanelli a p. 96, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Mannelli. Stor. della Lucania ms. nella R. Bibliot. di Napoli.”. Il Romanelli si riferiva all’opera inedita, è un manoscritto, “La Lucania Sconosciuta” del padre agostiniano Luca Mannelli di cui ho pubblicato ivi in un altro mio saggio le pagine originali tratte dalla Biblioteca Nazionale di Napoli. Sul manoscritto del Mannelli scrisse anche il sacerdote Rocco Gaetani (…) che, riguardo il manoscritto del Mannelli riportò la trascrizione integrale delle pagine in cui parla di Policastro, nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli pubblicate per la prima volta dal manoscritto pel sac. Rocco Gaetani”, a pp. 18-19 in proposito scriveva che: “Credo che molte iscrizioni di quei tempi sian sepolte fra gli abbattuti edifici di Policastro, dalle quali potrebbesi formar concetto della sua magnificenza, essendone però una sola, nemmeno intera pervenuta a mia notizia, non voglio tediarla di qui rapportarla, argomentandosene che Livia moglie d’Augusto e madre di Tiberio insieme con Giulia sua figliola honorò con la sua presenza quella città nella quale inalzarono a quel famoso Germanico del sangue loro una statua con tale iscrizione GERMANICO CAESARI TI. AVG F. DIVI AUG. N. DIVI. IVLI PRON. AVG. COS II IMPEATORI II AVGVSTA EI IVLIA DRVSI F…..DIVI AVGVSTI…..”. Ecco ciò che scriveva il Mannelli che riportava l’epigrafe che l’Antonini sia nella prima edizione del 1745 che nell’altra pubblicata dal nipote nel 1795 scriveva essere posta sul campanile della Cattedrale. Il Mannelli riportava l’epigrafe riportata dall’Antonini e scriveva “Livia moglie d’Augusto e madre di Tiberio insieme con Giulia sua figliola honorò con la sua presenza quella città nella quale inalzarono a quel famoso Germanico del sangue loro una statua con tale iscrizione”. Dunque, l’epigrafe in questione è dedicata all’Imperatore Tiberio che fu proprio il marito di Giulia maggiore, figlia di Augusto e di Livia. Secondo il Mannelli, Livia, moglie di Augusto e madre di Tiberio e di Giulia, che sposò lo stesso Tiberio, suo fratellastro dimorarono a Buxentum. Io non credo che essi dimorarono a Buxentum ma credo che la loro villa fosse a Sapri. Il Romanelli (…) che, a p. 96 dubitava delle cose scritte a riguardo dall’Antonini e dal Mannelli, nella sua nota (3), riguardo le due iscrizioni riportate dall’Antonini in proposito postillava che: “(3) C.I.L., X, 460”. Dunque, secondo il Romanelli, l’epigrafe che l’Antonini riportava separatamente egli postilla del libro X del “Corpus Inscriptionum Latinarum”, pubblicato da Theodor Mommsen (…). Sull’epigrafe hanno scritto i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 507: “Le testimonianze di Buxentum sono numerose: le iscrizioni furono raccolte dal Mommsen, che dichiarò “falsae vel alienae” altre due iscrizioni (54), riportate dagli storici locali come l’Antonini e il Riccio (55); la storia politica fu più o meno trattata, da Plinio a Strabone (56); sarcofagi romani vennero alla luce nel secolo scorso, ecc…”. I due studiosi a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. Tra le false o estranee ha interesse la seguente: …….xent. in rem/urbic./iug. LX. adsig./d.d.i.s. K….Fra gli studiosi stranieri il primo che abbia riportato le iscrizioni latine fu C. Tait Ramage (Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109), che visitò Policastro nel 1828.”. I due studiosi sempre a p. 507, nella loro nota (55) postillavano che: “(55) Notevole è l’ipotesi che G. Riccio (Storia e topografia antica della Lucania, cit.), avanza sull’iscrizione falsa citata alla nota precedente. Egli riteneva che il frammento si riferisse alla ‘rifazione delle pubbliche mura ecc…”. Ma, come vedremo non è questa l’iscrizione che ci interessa. Dunque, riepilogando, i due studiosi Natella e Peduto scrivono che il Mommsen raccolse alcune epigrafi riportate dall’Antonini (…) e dal Riccio (…) e scrivono pure che le due epigrafi riportate dall’Antonini e dal Riccio, furono ritenute false dal Mommsen (…) che le inserì tra le iscrizioni “falsae vel alienae”. Diciamo subito che non sono le due iscrizioni o le epigrafi citate dall’Antonini a p. 419 e a cui mi riferisco, le due o una che ci parlano di Giulia maggiore, figlia di Augusto. Dunque, i due studiosi non si riferivano a questa testimonianza ancora presente sulla base del campanile della Cattedrale di Policastro. Sulle epigrafi marmoree a cui si riferivano i due studiosi Natella e Peduto che scrivevano che il Mommsen le aveva ritenute false, ci viene incontro Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle Due Sicilie’, nel suo vol. III, ci parla di Bussento e a pp. 63 riportava le due epigrafi di cui i due studiosi Natella e Peduto dicevano che il Mommsen sosteneva la loro falsità. Una la pubblicò l’Antonini a p. 370 e l’altra molta antica la pubblicò l’Antonini a p. 407. Dunque, non sono quelle a cui ci riferiamo. Inoltre l’epigrafe o le due epigrafi (separate) pubblicate dall’Antonini a p. 419, sono state prese in considerazione dai due studiosi, i quali, nella loro nota (54) a p. 507 postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. ecc…”. I due studiosi citavano le epigrafi riportate nel “Corpus Inscriptionum Latinarum” (C.I.L.) e, postillavano “C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460″. Infatti, la bibliografica intorno alle due epigrafi citate dai due studiosi e che il Mommsen dava per false, ovvero “falsae vel alienae”, sono state citate da Clara Bencivenga Trimllich (….), nel suo “Pyxous-Buxentum”, a p. 706, dove nella sua nota (20) postillava cosa diversa da Peduto e Natella: “(20) C.I.L., X, I, n° 94.”. Il Corpus Inscriptionum Latinarum (C.I.L.) è un’opera in più volumi che raccoglie antiche iscrizioni in latino. Si pone come fonte autorevole di documentazione epigrafica relativa ai territori compresi nell’Impero romano. Il CIL, come viene comunemente denominato, raccoglie le iscrizioni latine sino alla caduta dell’Impero romano d’Occidente, di qualsiasi natura (pubblica, sacra, sepolcrale, onoraria, rupestre, graffiti etc.), e su ogni supporto epigrafico (per lo più pietra e bronzo). I due studiosi segnalavano che le epigrafi di Policastro Bussentino, alcune delle quali risalivano alla suindicata antica e romana Buxentum, furono riportate e pubblicate dal viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: “Di fronte alla cattedrale giacciono, semi interrate, alcune bellissime colonne di marmo. evidentemente resti di un tempio che doveva eregersi dove oggi sorge l’odierna cattedrale. Le uniche iscrizioni che potei trovare furono quelle murate sulla base del campanile ed anche queste non erano che frammenti. Una si riferiva a Germanico e l’altra alla figlia di Druso. Le registro qui, ed è strano che non siano state trascritte con esattezze dai geografi: GERMANICO CAESARI….ecc…E’ impossibile ora stabilire in che modo la famiglia di Tiberio mantenesse dei legami con Buxentum, ma la suddetta iscrizione è comunque stata scolpita in onore di Druso Cesare Germanico, figlio di Tiberio, che fu console per la seconda volta nel 18 d.C.. L’altra è dedicata a: AVGVSTAE. IVLIA. DRVSI. F…..DIVI. AVGVST…..Questa Giulia, figlia del primo, sposò, nell’anno 20 d.C, il cugino germano Nerone, figlio di Germanico e Agrippina. Essa si atirò l’odio di Messalina, tanto che, istigato da lei, l’imperatore Claudio nel 59 d.C., la fece condannare a morte. Per spiegare l’esistenza di queste iscrizioni si deve ritenere che in questa provincia dovevano esservi delle proprietà della famiglia imperiale. Ecc…”. Dunque, il Ramage che fu il primo degli scrittori stranieri a riportare le epigrafi o iscrizioni latine presenti a Policastro, ragionando sulla presenza di queste epigrafi scriveva che: “Per spiegare l’esistenza di queste iscrizioni si deve ritenere che in questa provincia dovevano esservi delle proprietà della famiglia imperiale. E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C.”. Recentemente, Rosanna Romano (…), nel suo saggio “La cattedrale di Policastro” (in “Visibile latente etc…”, ed. Donzelli), a p. 38 in proposito al campanile della Cattedrale di Policastro scriveva che: “Nel 1167 fu costruito il campanile utilizzando materiale di spoglio ricavato dalle pietre tombali di età romana……Due le iscrizioni funerarie romane poste sui primi due ordini romanici, una dedicata a Julia, figlia dell’imperatore Augusto, l’altra a Germanico, figlio dell’imperatore Tiberio. Gli altri due ordini furono sovrapposti nel secolo XV.”. Angelo Guzzo (…) che, sulla scorta del Laudisio, nel suo “Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia”, quando parlando di Policastro a p. 119 in proposito scriveva che: “”In ricordo di Giulia figlia di Augusto e moglie di Tiberio. Il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio, ecc…., afferma che detta lapide deriva dal monumento funebre eretto ad Augusta Giulia Drusilla, figlia unica di Augusto e moglie di Tiberio, da questi esiliata a Buxentum e fattavi morire di fame per la sua condotta disonesta. Giulia, quindi, era l’unica figlia di Augusto, nata nel 39 a.C., dalla seconda moglie Scribonia. Sposò prima Marcello, poi Agrippa, infine Tiberio, futuro imperatore romano, figlio adottivo della terza moglie di Augusto, Livia Drusilla. Giulia fu celebre per la sua meravigliosa bellezza, per intelligenza e per depravata condotta. Tiberio, non potendola più sopportare, da uomo intransigente e severo qual era, la costrinse a ritirarsi dalla corte. Augusto, informato del fatto, la fece esiliare prima nell’isola Pandataria (Ventotene), poi a Regium Julium (Reggio Calabria) ed infine a Buxentum, ove Tiberio la fece morire di fame nell’anno 13 d.C., all’età di 52 anni. Di questo fatto parlano Tacito, Dione Cassio e Svetonio (52).”. Il Guzzo, a p. 119, nella sua nota (52) postillava che: “(52) G. Cataldo, op. cit., pagg. 10-11.”. Ma, come possiamo leggere dalla trascrizione del testo di Laudisio, egli non dice “Tiberio, da questi esiliata a Buxentum e fattavi morire di fame per la sua condotta disonesta. Giulia, quindi, era l’unica figlia di Augusto, nata nel 39 a.C., dalla seconda moglie Scribonia.”. Rileggendo il passaggio del Guzzo mi colpisce la frase secondo cui Giulia, oltre ad essere stata esiliata da Tiberio “nell’isola Pandataria (Ventotene), poi a Regium Julium (Reggio Calabria)”, aggiunge anche che Giulia fu esiliata “ed infine a Buxentum, ove Tiberio la fece morire di fame nell’anno 13 d.C., all’età di 52 anni.”. Leggendo le cronache alla voce “Giulia figlia di Augusto”, per esempio ciò che scrive Wikipedia o la Treccani non si evince che ella fosse stata esiliata o “confinata” a Buxentum (Bussento), “ove Tiberio la fece morire di fame nell’anno 13 d.C., all’età di 52 anni.”. Il Guzzo, sulla scorta del Cataldo, scrive che l’esilio forzato di Giulia a Buxentum “Di questo fatto parlano Tacito, Dione Cassio e Svetonio (52).”. Dunque, il Guzzo a p. 119, postillava del sacerdote Giuseppe Cataldo. Il Guzzo, a p. 119, nella sua nota (52) postillava che: “(52) G. Cataldo, op. cit., pagg. 10-11.”. Le due epigrafe di IVULIA e di GERMANICO, citate dall’Antonini furono pure citate con un disegno dal sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 115, nella Tav. XXVI del suo “Notize storiche su Policastro Bussentino”. Il Cataldo, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: “Sotto Augusto Buxentum fu compresa nella III^ Regione Italica (Lucania e Brutium) l’anno 42 a. C…Fra le maggiori località costiere di origine greca, come ecc.., nonchè Blanda Julia (Maratea) e Velia e Vibo ad Siccam (Vibone Lucana), Pixunte non doveva essere inferiore, perchè, pur non essendo un centro di grande entità, era, più che oggi, soggiorno turistico specialmente per gli uomini illustri come Cicerone, Orazio, ecc…Dell’antica Buxentum restano tracce di mura romane, costruite su quelle greche ecc..e tre lapidi, di cui una incompleta. La (I) “In ricordo di Giulia, figlia di Augusto e moglie di Tiberio” e la (2) ecc…Facciamo alcune possibili precisazioni circa le lapidi I^ e 2^. I) – Chi è Augusta Giulia ? – Mons. Laudisio, nelle ultime pagine della sua Sinopsis, afferma che detta lapide deriva dal monumento funebre eretto ad Augusta Giulia Drusilla, figlia di Augusto e moglie di Tiberio, da questi esiliata (a Bussento) e fatta morire di fame per la sua disonesta condotta (Lapis erectus etc….). Codesta Giulia era l’unica figlia di Augusto, ecc…, sposò…..ed infine Tiberio, figlio adottato dalla terza moglie Livia Drusilla. Giulia fu celebre per bellezza, per spirito e per depravata condotta. Tiberio, non potendola più sopportare, da severo ed intransigente che era, la costrinse a ritirarsi dalla corte. Augusto, informato del fatto, la fece esiliare nell’isola Pandataria (Vendotene), poi a Reggio Calabria (Regium Julium), infine in una piccola città della Campania, dove Tiberio la fece morire di fame nel 13 d.C. all’età di 52 anni. Ecc..”. Dunque, rilegendo il passo del Cataldo notiamo che egli non scrive ciò che aferma il Guzzo, ovvero che Giulia Augusta fu esiliata da Tiberio “ed infine a Buxentum, ove Tiberio la fece morire di fame nell’anno 13 d.C., all’età di 52 anni.” ma, più correttamente, il Cataldo sulla scorta di Tacito e di Svetonio parla di “infine in una piccola città della Campania, dove Tiberio la fece morire di fame nel 13 d.C. all’età di 52 anni.”. Dunque, la notizia che Giulia, figlia di Augusto e moglie di Tiberio, fosse da questo esiliata anche ed infine a Buxentum è una illazione del Guzzo. Dunque, il Cataldo parla di una piccola città della Campania. Ed è per questo motivo che io escludo che si trattasse di Buxentum ma potrebbe trattarsi della villa bellissima che ancora oggi ne restano le vestigia a Sapri in località S. Croce. Il Cataldo continuando il suo racconto scriveva pure che: “Dell’esilio parlano Tacito, Dione Cassio (ad Ann. Urb. Cond. 748) e Svetonio (in Vita Tiberii, LIII). Tacito si esprime così: “Julia supremum diem obiit; ob impudicitiam olim a padre Augusto Pandataria insula, mox oppido Rheginorum, qui siculum fretum accolunt, clausa” (Annali, I). Non credo chedovremmo confondere l’augusta Giulia con altre due delle dieci ricordate dalla storia. Queste sono: a) Giulia, nipote di Augusto ecc…ecc…”. Dunque, il Cataldo in questo ultimo passaggio cerca di chiarire al suo lettore che vi erano pure altre Giulie citate dalla storia. Dunque, della Giulia “augusta”, figlia unica di Augusto hanno scritto Tacito (…), nei suoi “Annali”, libro I; hanno scritto “Dione Cassio (ad Ann. Urb. Cond. 748) e Svetonio (in Vita Tiberii, LIII).”. Chi era “Giulia maggiore” o “IVLIA” che ritroviamo nell’altra epigrafe ?. Leggendo Wikipedia vediamo che si tratta di Giulia maggiore figlia di Augusto. La madre di Augusto, Azia maggiore era più precisamente la figlia della sorella di Cesare, Giulia minore, e di Marco Azio Balbo; Ottaviano, pertanto, era pronipote di Cesare. Da Wikipedia leggiamo che Giulia maggiore(nota ai contemporanei come Iulia Caesaris filia o Iulia Augusti filia; ottobre 39 a.C. – 14) era una nobildonna romana, figlia dell’imperatore Augusto, l’unica naturale, e della sua seconda moglie Scribonia. Dopo la morte di Agrippa, Augusto fece sposare Giulia e Tiberio, allo scopo di legittimare la successione del figliastro. Per sposare Giulia (11 a.C.), Tiberio dovette divorziare da Vipsania Agrippina, la figlia di primo letto di Agrippa che egli amava profondamente e da cui aspettava un secondo figlio, (dopo Druso minore). Si dice che lo perse per via dello shock dovuto a questo improvviso cambiamento. Il matrimonio con Tiberio non ebbe un corso positivo. Perseguendo gli interessi politici della famiglia, Tiberio nel 12 a.C. era stato costretto da Augusto a divorziare dalla prima moglie, Vipsania Agrippina, figlia di Marco Vipsanio Agrippa, che aveva sposato nel 16 a.C. e da cui aveva avuto un figlio, Druso minore. L’anno successivo sposò dunque Giulia maggiore, figlia dello stesso Augusto e quindi sua sorellastra, vedova di Agrippa. Tiberio era sinceramente innamorato della prima moglie Vipsania e se ne allontanò con grande rammarico; il sodalizio con Giulia, vissuto dapprima con concordia e amore, si guastò ben presto, dopo la morte del figlio ancora infante che era nato loro ad Aquileia. Il carattere di Tiberio, particolarmente riservato, si contrapponeva inoltre a quello licenzioso di Giulia, circondata da numerosi amanti. Il figlio che ebbero morì durante l’infanzia; alla scarsa opinione che il marito aveva del carattere della moglie, Giulia rispondeva considerando Tiberio non alla sua altezza, lamentandosi di questo fatto persino attraverso una lettera, scritta da Sempronio Gracco, destinata all’imperatore. Quando Tiberio si recò a Rodi, nel 6 a.C., i due avevano già divorziato. Giulia maggiore era figlia di Augusto e sorellastra di Tiberio che la sposò nel 17 a.C. Nel 2 a.C., Giulia, madre di due eredi di Augusto (Lucio e Gaio) e moglie del terzo (Tiberio), venne arrestata per adulterio e tradimento. Augusto le fece recapitare una lettera a nome di Tiberio in cui il loro matrimonio veniva dichiarato nullo. L’imperatore stesso affermò in pubblico che Giulia era colpevole di aver complottato contro la vita di suo padre. Molti dei complici di Giulia vennero esiliati, tra cui Sempronio Gracco, mentre Iullo Antonio, figlio di Marco Antonio e Fulvia, fu obbligato a suicidarsi. Anche la liberta Febe, che aveva aiutato Giulia nella congiura, si suicidò. Augusto mostrò di essere a conoscenza da tempo delle manovre dei congiurati, che si incontravano al Foro Romano, come pure della relazione amorosa tra Iullo e Giulia, forse l’unica vera tra tutte quelle attribuite alla figlia dell’imperatore. Augusto tentennò sull’opportunità di mandare a morte la propria figlia, decidendo poi per l’esilio. Giulia fu confinata sull’isola di Pandateria (moderna Ventotene), dove venne accompagnata dalla madre Scribonia. Le condizioni di vita erano disagevoli: sull’isola, di meno di due chilometri quadrati, non erano ammessi uomini, mentre eventuali visitatori dovevano essere prima autorizzati da Augusto, dopo che l’imperatore fosse stato informato della loro statura, carnagione, segni particolari o cicatrici; inoltre, non era concesso a Giulia di bere vino né alcuna forma di lusso. L’esilio di Giulia causò ad Augusto sia rimorso che vergogna e rancore, per il resto della sua vita. Cinque anni dopo le fu permesso di tornare sulla terraferma in condizioni migliori, a Reggio Calabria, dove secondo la leggenda sarebbe stata ospitata nella Torre di Giulia. Augusto non accolse nessuna intercessione che potesse richiamarla presso di sé e quando il popolo romano gli implorò la grazia con insistenza, egli gli augurò di avere tali figlie e tali spose. Decretò che le ceneri della figlia non venissero inumate nel mausoleo di famiglia. Secondo Svetonio (…), Giulia maggiore, moglie di Tiberio, dopo l’arresto fu confinata sull’isola di Ventotene e poi in seguito, secondo la leggenda sarebbe stata ospitata a Reggio Calabria. Ma sappiamo dalle fonti e dallo stesso Svetonio che quando Tiberio divenne imperatore nel 14, tolse a Giulia le sue rendite, ordinando che fosse confinata in una sola stanza e le venisse tolta ogni compagnia umana. Giulia morì poco dopo. La morte potrebbe essere stata causata dalla malnutrizione, se Tiberio la volle morta come ritorsione per aver disonorato il loro matrimonio; è anche possibile che Giulia si sia lasciata morire dopo aver saputo dell’assassinio del suo ultimo figlio, Agrippa Postumo. Il Cataldo, riguardo l’esilio forzato di Giulia citava “Svetonio (in Vita Tiberii, LIII)”. Di Svetonio Tranquillo Gaio, le sue opere sono le Vite dei dodici Cesari in otto libri, sono ben più ampie e sono a noi giunte pressoché complete (manca solo una breve parte iniziale). Comprendono, in ordine cronologico, i ritratti di dodici Imperatori romani, tra cui lo stesso Cesare, a cui seguono Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone, Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano, Tito, Domiziano. Secondo Wikipedia Svetonio ne ha parlato nella sua opera “Augustus”, 65 e in “Tiberius”, 7. Sempre secondo Wikipedia hanno parlato di Giulia Velleio Patercolo, II, 10; Cassio Dione in “Storia romana”, LIV, 35.4; Tacito in “Annali”, I, 53. Dunque, la mia ipotesi che Giulia fosse stata confinata a Sapri nella bella villa in località S. Croce non potrebbe essere tanto campata in aria visto che l’epigrafe funebre a lei dedicata esiste e si trova non molto distante da Sapri. Tuttavia la notizia andrebbe a mio parere ulteriormente indagata. Secondo quanto scrivevano Tacito e Svetonio, la villa (Imperiale) che accolse l’esilio forzato della bella moglie di Tiberio potrebbe essere quella di Sapri essendo questa l’unica più vicina a Policastro, dove si trova la sua epigrafe funeraria e l’unica esistente su tutto il litorale fino a Velia. L’ipotesi è plausibile ?. Certo è che la notizia e l’ipotesi stessa dovrebbe essere ulteriormente e meglio indagata dagli addetti ai lavori chepare abbiano dimenticato le due epigrafi ancora visibili sul campanile della cattedrale di Policastro. Già il Ramage si chiese come mai si trovassero a Policastro quelle epigrafi che ci parlano di una famiglia imperiale, la quale a suo avviso, essi dovevano possedere una villa di una certa importanza. Vi sono ville d’epoca romana a Policastro ?. Che io sappia non ne sono mai state trovate. Forse è per questo motivo che l’Antonini poneva Bussento lì dove doveva trovarsi l’antica città della Molpa. Sono ancora tanti i dubbi e le incertezze storiche di questo territorio e non credo che certe notizie vadano liquidate alla stregua del Racioppi che criticò fortemente l’Antonini. L’Antonini scrive che il campanile fu costruito con materiale di risulta proveniente da altri ruderi o monumenti dell’antichità. Infatti, il campanile è di epoca posteriore a quello delle Iscrizioni citate dall’Antonini, solo una risulta anteriore. E’ quindi da non ecludere l’ipotesi che l’epigrafe di Giulia (“IVLIAE”), provenga da una villa d’epoca romana posta nella zona. Credo che oltre ogni ragionevole dubbio si possa propendere per l’ipotesi che si trattasse proprio della villa d’epoca Romana a Santa Croce a Sapri. Come scriveva il Tancredi, la figlia di Augusto e moglie di Tiberio, Giulia maggiore, di cui a Policastro Bussentino, l’antica Buxentum (Bussento) possiamo leggerne l’epitaffio della sua morte su una lapide scolpita nel marmo posta sul campanile bizantino della cattedrale, fu confinata dal padre Cesare Augusto in una villa di cui a Policastro non si trovano i resti. E’ molto probabile però che la sua villa, in cui ella dovette morire, fosse la villa romana di cui ancora oggi possiamo ammirarne le vestigia in località S. Croce a Sapri. Il fatto che l’epigrafe marmorea si trovasse a Policastro significa poco perchè essa poteva provenire da altro luogo essendo materiale di risulta reimpiegato sulla torre campanaria della Cattedrale. L’epigrafe lapidea di Giulia, moglie di Tiberio, poteva essere scolpita e posta solo dopo la sua morte nel municipio di Buxentum. Ferdinando La Greca (…), nel suo recente “Da Libio Severo ai Paleologo etc…”, nel 2017, a p. 47, in proposito alle due epigrafi di cui parlo in questo mio saggio scriveva che: “La presenza di dediche per membri della famiglia Giulio-Claudia (per Livia moglie di Augusto e madre di Tiberio, qui chiamata Iulia, e per Germanico, murate nel campanile della cattedrale di Policastro)(70) è spiegata in connessione a proprietà imperiali nella zona, o in relazione ad assegnazioni coloniarie ai veterani di Augusto. Sono presenti numerose ville nel territorio, con importanti attestazioni archeologiche, come un rilievo tardo-repubblicano di produzione regionale affine ai rilievi coevi del vallo di Diano (71).“. Il La Greca (…), a p. 47, nella sua nota (70) postillava che: “(70) CIL X 459-460.”. Infatti due studiosi Natella e Peduto, a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che:“(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; ecc…”. Il La Greca, a p. 47, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Vd. Gualtieri, 1996.”. Il La Greca, nella sua disamina, citando le epigrafi di cui ci stiamo occupando scriveva però che quella di IVLIA era riferita a “…(per Livia moglie di Augusto e madre di Tiberio, qui chiamata Iulia,”. Infatti, il La Greca, a p. 37 pubblica l’immagine dell’epigrafe e scrive che si tratta di un iscrizione romana che menziona Livia moglie di Augusto (qui chiamata Augusta Iulia). Dunque, per il La Greca non si trattava di un epigrafe riferita a “Giulia maggiore” ma l’epigrafe è riferita a Livia, la seconda moglie di Augusto. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 278, in proposito scriveva che: “A Bussento, troviamo una dedica a Livia (6), la moglie di Augusto, la quale, dopo la morte del marito (a. 14 d.C.), fu adottata per testamento nella gente Giulia, ed ebbe il titolo di “Augusta”, onde nelle lapidi la troviamo indicata come ‘Iulia Augusta’. Da Svetonio (‘Claud.’ 11,2) veniamo a sapere che Claudio onorò la sua memoria di culto divino. Abbiamo conosciuto una sacerdotessa di Giulia Augusta a Volceio e ad Atina (p. 246). A Volceio, s’incontra una lapide in onore di Agrippa Postumo (1), figlio postumo di Agrippa e di Giulia, figlia di Augusto, adottato dall’Imperatore, il quale non avendo avuto figli maschi, sperò di avere trovato in lui il successore ecc…”. Il Magaldi, a p. 278, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. C.I.L., X, 459: ‘Augustae Iulia(e) / Drusi f. / divi Augusti’. Cfr. la C.I.L., X, 799 da Pompei, e l’annotazione del Mommsen: “Augusta vocabulum nomini ideo praeponitur, quod pro dea Livia colitur (cfr. n. 823)”.”. Dunque, il Magaldi, sulla scorta del Mommsen propendeva per Livia Drusilla, seconda moglie di Augusto. Il Magaldi, a p. 278, riferendosi alla sacerdotessa dice di parlarne a p. 246. Infatti, il Magaldi, a p. 246, in proposito scriveva che: “In Lucania noi incontriamo, oltre quello di Roma e di Augusto a Potenza, un “flamine perpetuo del divo Augusto” a Grumento, a Volceio e ad Atina una sacerdotessa di Giulia Augusta, e cioè di Livia, che si chiamò così dopo la morte di Augusto ed ebbe culto divino, un flamine di Tiberio a Pesto, uno di Vespasiano e uno di Adriano a Volceio, ecc…”. Il Magaldi, a p. 279, aggiungeva che: “A Germanico, figlio adottivo di Tiberio, che fu salutato ‘imperator’ per la seconda volta nel 18 d.C., fu posta una dedica a Bussento (3).”. Il Magaldi, a p. 279, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. C.I.L., X, 460: ‘Germanico Caesari / Ti, Aug. f. divi Aug. n. / divi Iuli pron. Aug. / cos. II imperatori II.”. Dunque, è molto probabile che le due epigrafi siano legate alle due figure di Livia e di Germanico. Livia Drusilla Claudia (in latino: Livia Drusilla Claudia; Roma, 30 gennaio 58 a.C. – Roma, 28 settembre 29), anche conosciuta semplicemente come Livia e dopo il 14 come Giulia Augusta, è stata una nobildonna romana, moglie dell’imperatore romano Augusto e Augusta dell’Impero. Fu la madre di Tiberio e di Druso maggiore, nonna di Germanico e Claudio, nonché bisnonna di Caligola e trisavola di Nerone. Fu divinizzata da Claudio. Dunque, l’epigrafe murata ed ancora visibile sul campanile della cattedrale di Policastro si riferisce a “Giulia” detta “maggiore”, figlia unica di Augusto Ottaviano e di Strabonia o si riferisce a Livia Augusta, seconda moglie di Augusto Ottaviano, come scrive il La Greca ?. A questo riguardo posso dire che il La Greca citava Gualtieri (….) ed il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, a pp. 10-11 in proposito aggiungeva che: “Dell’esilio parlano Tacito, Dione Cassio (ad Ann.Urb.Cond. 748) e Svetonio (in Vita Tiberii, LIII). Tacito si esprime così: “Julia supremum diem obiit; ob impudicitiam olim a padre Augusto Pandataria insula, mox oppido Rheginorum, qui siculum fretum occolunt, clausa” (Annali, I).”. Il Cataldo cioè scriveva che Tacito nei suoi annali, parla di Julia e del padre Augusto. Il Cataldo, continuando il suo racconto a p. 11 scriveva che: “Non credo che dovremmo confondere l’augusta Giulia con altre due delle dieci ricordate dalla storia (Nuova Enciclopedia Popolare Italiana: p. 596-97, G-GU, vol. 9: Torino, 1959). Queste sono: a) Giulia, nipote di Augusto, figlia di Druso e di Livia, sorella di Germanico; sposa di Nerone e di Rebellio Blando. Relegata nelle isole Tremiti, per la condotta depravata, morì nel 59 d.C. per ordine dell’imperatore Claudio. b) Giulia Augusta, adottata per testamento da Augusto e detta così da lui: era Livia Drusilla, discendente dai Claudii, figlia di Livio Druso Claudiano, già morto Tiberio Claudio Nerone e madre di Tiberio imperatore. Donna retta ed esemplare, ma così bella da indurre Augusto a divorziare da Scribonia per sposarla. Nata nel 57 a.C., morì nel 29 d. C. a 86 anni.”. Dunque, il Cataldo pur portando altri esempi riteneva si trattasse della Giulia maggiore, figlia unica di Augusto e di Strabonia e moglie dell’imperatore Tiberio. Ma quali che fossero questi due personaggi a cui si riferiscono le due epigrafiche latine e marmoree di sicuro a Policastro, l’antica Buxentum, ville d’epoca romana non ne sono state trovate e di contro abbiamo la bella e opulenta villa d’epoca romana in località S. Croce a Sapri. Infatti, il La Greca (…), a p. 35, in proposito scriveva che: “Lungo la costa sorgono anche importanti ville romane quali centri di produzione agricola, vere e proprie aziende che sfruttano il lavoro degli schiavi e si specializzano in pochi prodotti altamente redditizi per il mercato (olio, vino, grano, frutta, fiori, ortaggi): sono note le ville costiere di Tresino presso Agropoli (quella più antica, in quanto fortificata), di Licosa, di Sapri.”. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ”19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” e, nelle pp. 62-63-64 e s., parla di ” 20 – Pissunto, o Bussento (Buxentum)”. Nicola Corcia, dunque, a p. 64, del suo vol. III, in proposito scriveva che: “…..risorse l’antica ‘Bussento’, a circa due miglia dalla foce del fiume omonimo e ad un miglio dalle sue rovine. Di queste rovine or non rimane che una muraglia di opera reticolata, nella quale si sono distinti i ruderi di un tempio, e nella torre della cattedrale fabbricati si veggono rottami d’iscrizioni poste a Germanico e Giulia Augusta, la nobilissima e virtuosa madre di Tiberio.”. Dunque, Nicola Corcia ci parla di un’iscrizione dedicata Giulia Augusta, madre di Tiberio.
Nel 43 d.C. (I sec. d.C.), POMPONIO MELA parla di Buxentum, Blanda e Ceserma
Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania -Discorsi”, parlando di Maratea a pp. 438-439, in proposito scriveva di Barrio (…) e di Pomponio Mela (…). Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: “‘Pomponio Mela’ al ‘lib. 2. cap. 2.’ ce l’ha detto: ‘Temesa’, Clampetia, Blanda, Buxentum, Velia, Plinio’, siccome sopra si disse, la mette nel golfo Vibonense, il quali indubbiamente finisce alla punta della Cirella, onde non può essere Belvedere, ch’è è più in là, e fuor di esso:….”. Il geografo latino Pomponio Mela (39), secondo il Cluverio (35), ci parla della città di Blanda, nel suo Libro II, Cap. IV. Pomponio Mela (Tingentera, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Il La Greca ci parla del geografo latino Pomponio Mela (….) e della sua opera geografica intitolata “De chorogr……….”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a Napoli nel 1815, a p. 86, in proposito scriveva che: “In questo medesimo significato fu descritto questo promontorio da Mela (1): ‘Buxentum, Velia, Palinurus, olim Phrygii governatoris, nunc loci nomen’, quantunque sul lato de Bruzi dopo Bussento descriver doveva Palinuro, e non già Velia. Lo stesso fu ripetuto da Solino. ecc..”. Fernando La Greca che ha curato nel 2000, la ristampa del Romanelli (…), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Mela, lib. II, de Ital. (II, 4, 69).”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 45, nella nota (64) postillava che: “L’elenco straboniano delle città lucane lungo il litorale tirrenico coincide con quello di Plinio il Vecchio, in N.H. III 5,71-72: “A Silaro regio tertia et ager Lucanus Bruttiusque incipit, nec ibi rara mutatione incolarum. Tenuerunt cum Pelasgi, Oenotri, Itali, Morgetes, Siculi, Graeciae maxime populi, novissime a Sannitibus orti duce Lucio. Oppidum Paestum, Poseidonia Graecis appellatum, sinus Paestanus, oppidum Elea quae nunc Velia, promontorium Palinurum…oppidum Buxentum Graece Pyxus, Laus amnis-fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Bruttium litus, oppidum Blanda (invece Liv. XXIV 20,6: ….ex Lucanis Blanda). La descrizione di Plinio ha tuttavia un carattere limitato e si discosta poco da quella che si legge nel ‘De Chorographia’ di Pomponio Mela, opera scritta sotto Caligola o al principio del regno di Claudio. Di poco posteriore alla Γεωγραφια di Strabone così come la ‘historia’ pliniana, è in effetti un compendio con un arido elenco di nomi e dati matematici e per l’Italia si limita a pochi cenni sommari (II, 58). Il geografo Pomponio Mela compila quasi lo stesso elenco procedendo da sud a nord e indicando, fra le città rivierasche della Lucania tirrenica, le seguenti località: ‘Blanda, Buxentum, Velia, Palinurus, Paestanus sinus, Paestanus oppidum, Silarus amnis…..omnia Lucaniae loca (Pom. MELA, De chor. II, 4).”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Pomponio Mela (…), scrisse ‘De Chorographia’ (Descrizione dei luoghi) e, ‘Cosmographia’ (Descrizione del mondo), ovvero anche ‘De situ orbis’ (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (…), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV, di Buxentum e di Molpa. Da Wikipedia leggiamo che Pomponio Mela (Tingentera/Iulia Traducta, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De chorographia (“Descrizione dei luoghi”), Cosmographia (“Descrizione del mondo”) o anche De situ orbis (“La posizione della terra”). L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo delle Colonne d’Ercole, subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’Ecumene, cioè dei luoghi abitati, in particolare quelli lungo le coste, mentre tratta più sommariamente i territori interni. Pomponio Mela è uno dei più antichi scrittori che parla della Cina. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). Da Wikipedia leggiamo che Pomponio Mela (Tingentera/Iulia Traducta, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo del mondo conosciuto ai tempi (Colonne d’Ercole), subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’oikumene, cioè dei luoghi abitati in particolari quelli lungo le coste e tratta più sommariamente i territori interni. L’interesse descrittivo di Mela si pone sulla descrizione fisica dei luoghi, ma talvolta descrive anche le città. Non era certo un mondo molto grande, rispetto a come lo conosciamo oggi, quello descritto da Mela, ma dopotutto le navi allora non erano ancora capaci di attraversare i grandi oceani e scarso era l’interesse verso l’Africa. Sicuramente anche la presenza del deserto non favoriva l’interesse ad una conquista politico militare in quei luoghi e la geografia, nonostante la volontà ellenistica di condurla sul binario di scienza oggettiva, si poneva, in realtà, come una descrizione dello spazio sul modello degli antichi peripli. L’opera ha uno stile caratterizzato da rapidità e concisione che fa credere che potesse essere un compendio destinato alle scuole o al grande pubblico: tuttavia, Mela si sforza di abbellire la nuda descrizione con clausole ritmiche che ne mostrano le pretese artistiche, anche se non mancano talvolta errori di stile e lessico dovuti all’incomprensione delle fonti, tra le quali si annoverano Cesare, Livio e Cornelio Nepote tra i romani, Posidonio, Eratostene ed Erodoto (per i fatti meravigliosi). Proprio in base a Erodoto, sono inserite a volte digressioni a carattere storico o letterario o anche etnografico per spezzare l’arido tecnicismo della materia.
Nel 192 d.C. (II sec. d.C.), ‘SCIDRO’ è ricordata da Ateneo
Nella mia Relazione sull’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, in proposito al toponimo di “Scidro” scrivevo che: “L’altra colonia di Sibari, ove si sarebbero rifugiati i sibariti dopo il 510, è Scidro, ma il noto storico antico Strabone non ne fa cenno nella sua Geografia (20), e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (21), con ricordi di Lico di Reggio (storico del III secolo a.C.) ed in Ateneo (22)…..Di Skidros, eccetto il passo di Erodoto, ritroviamo la citazione del toponimo fatta in un passo di Lyco di Reggio, riferita da Stefano di Bisanzio, dove si parla della spedizione di Alessandro il Molosso poco prima del 330 a.C.: “Scidrus urbs italiae, gentile scidranus”: etc….”. Nella mia Relazione, nelle mie note postillavo che: “(21) Stefano Bizantino, Lessico geografico, Etnikà, Amsterdam, 1678. (22) Ateneo, XII, 523, c, d, che si rifà a Timeo ed Aristotele. Etc…”. Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a pp. 177-181 dove ci parla di Scidro. In particolare il Napoli, a p. 182 in proposito scriveva che: “L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s.v. Σχιδρος , con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele). Ecc…”. Dunque, l’archeologo Mario Napoli, scriveva che il geografo Strabone (….), nella sua “Geographia”, non accenna mai alla colonia di Scridro. Il Napoli scriveva che questa colonia dei Sibariti, sorta probabilmente solo dopo la caduta di Sibari, del ‘510 a.C., si fa cenno in Erodoto (….) e, nel passo precedente a p. 177, il Napoli dice che Erodoto ci parla di Scidro nella sua opera “(Herod. VI, 21)”. Secondo Mario Napoli, si fa cenno della colonia di “Scidro” “(Σχιδρος) , con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele).”. Dunque, il Napoli, oltre ad Erodoto dice che la colonia sibaritica di Scidro si fa cenno anche in “in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele).”. A quale autore si riferiva Mario Napoli ?. L’archeologo Mario Napoli, nella sua opera “Civiltà della Magna Grecia”, a p. 181 scriveva che la colonia Sibaritica di “Scidro”, oltre ad essere stata citata nel Libro VI delle “Storie” di Erodoto (…) fu citata anche “in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele)”. Riguardo l’interessante citazione di Ateneo (…), del Napoli, essa andrebbe ulteriormente indagata in quanto leggendo wikipedia alla voce “Ateneo” troviamo tre autori con lo stesso nome. E’ il sacerdote Luigi Tancredi (….) che ci viene in soccorso. Infatti, il Tancredi (…), nel suo capitolo “SKIDROS” del suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro” a p. 93 in proposito scriveva che: “Degli infelici abitanti parla una sola riga: dice che essi (i sopravvissuti) si rifugiarono a ‘Laos’ e a ‘Skidros’ (2).”. Il Tancredi, a p. 93, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Idem. Cfr. Ateneo, ‘Dipnosofisti’, XII, 523.”, che è la stessa citazione che postillava il Napoli. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel II-III secolo d.C. lo scrittore Ateneo, attingendo dalle opere del medico e dietologo Galeno (II sec. d.C.), in un elenco di vini italici apprezzati per le loro qualità terapeutiche, ricorda il vino di Bussento (Buxentinos), simile a quello Albano, aspro e digestivo (82). Etc…”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (82) postillava che: “(82) Ateneo, I, 48, 27a.”. Da Wikipedia leggiamo che Ateneo di Naucrati (in greco antico: Ἀθήναιος Nαυκρατίτης o Nαυκράτιος, trasl. Athḕnaios Naukratítēs o Naukrátios; Naucrati, … – dopo il 192) è stato uno scrittore egizio di lingua greca, attivo nell’età imperiale. Ateneo scrisse – come egli stesso afferma – almeno due opere che non ci sono giunte: un commento sul pesce thratta, citato dai comici attici, e una Storia dei re di Siria. L’unica sua opera giunta a noi è la miscellanea Δειπνοσοφισταί (I Deipnosofisti o I dotti a banchetto), redatta in quindici libri. Dei primi tre libri dell’opera (oltre a parti dei libri XI e XV), perduti, è sopravvissuta solo una epitome, che consente di avere idea dell’inizio dell’opera. I deipnosofisti (o dipnosofisti) o I dotti a banchetto (in greco antico: Δειπνοσοφισταί) è un’opera in quindici libri dello scrittore greco Ateneo di Naucrati.
BLANDA SITA NEL PORTO DI SAPRI ?
Mario Nigro, il Cluverio, l’Holstenio e Costantino Gatta ritenevano che l’antico sito della città di Blanda fosse nel ‘Porto di Sapri’
Nel 1557, Mario Nigro su ‘SAFRI’ e su Blanda
Alcuni studiosi della bibliografia antiquaria come il Volpe (41), il Volpi (42) e, l’Antonini (27), si basarono e trassero molte notizie da alcuni eruditi e studiosi del ‘500, come ad esempio Negro Mario (o Dominicus Marius Niger, Veneto), Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, nella ‘Lucanie Regiones fitus’, di Geographie Commentarii VII che, nel 1557, a p. 199, indica nell’indice del testo la pagina in cui parla di Blanda. Infatti, nell’antico testo di Mario Nigro, del 1557, nelle sue note, alla voce Sapri, lo chiama ‘Safri castellum’(33) e a p. 199 scrive: “Mox Talaus urbis fuit Sybaritarum colonia paululum à mari remota, prope cuius locum in litore maris castellu est quod iuniores Paleocastrum vocant, Talao sinui imminens, ubi et ammis Talaus Dianius nunc in radicibus Apoenini exortus apud Masecum castellum: ad leva penes se alterum Sallam nomine relinques penetratos suterraneis speluncis monte in mare it. Inde Safri: Malatias castella. Postea Laus amnis in mare vadit, Laino modo nomine in quo ager Lucanus terminatur. In mediterraneo aut haec habentur, Ulci Compsas antiqua oppida. Item aliud Potentia no in celebre cui nomen ad hoc tepus restat, non procul à fonte Pyxi cui adiacet. Inde Blanda oppidum fuit situ validum. Similiter Grumentum etc…”, che tradotto dal latino sarebbe: “Poco dopo la città di Talao fu una colonia dei Sibariti, poco distante dal mare, presso il cui sito si trova un forte sulla riva del mare, che i più giovani chiamano Paleocastrum, affacciato sul golfo di Talao, dove, sulle sponde del Talao, Dianius ora sgorga nelle radici di Apollino presso il forte di Masecum: sull’argine se ne lascia un altro chiamato Sallus essendo penetrato nelle caverne sotterranee, il monte andò in mare.Poi Safri: i forti di Malatia.Successivamente il Lao sfocia nel mare, sotto il nome di Laino, dove termina il campo di Lucano.Nell’interno si trovano questi, gli antichi centri di Ulci Compesa.Parimenti non esiste altra Potentia nel celebre luogo il cui nome resta in questo luogo, non lontano dalla sorgente della Pyxi, alla quale è adiacente.Allora Blanda era una città in una posizione forte.Allo stesso modo Grumentum ecc...”. Mario Nigro scriveva che, poco dopo vi è la città di Talao che fu una colonia dei Sibariti. Talao era poco distante dal mare e che presso di essa vi è un forte in riva al mare, che “..presso il cui sito si trova un forte sulla riva del mare, che i più giovani chiamano Paleocastro, affacciato sul golfo di Talao.”. Dice ancora che “…sulle sponde del Talao, Diano ora sgorga nelle radici di Apollino presso il forte di Masecum: sull’argine se ne lascia un altro chiamato Sallus essendo penetrato nelle caverne sotterranee, il monte andò in mare”. Il Nigro scriveva che il fiume Talao sgorga dal monte Pollino presso Marsico. Questo aveva un affluente chiamato “Sallus” che si inabissava nelle cavità carsiche prima di arrivare a mare. Il Nigro aggiunge pure che il fiume “…Lao sfocia nel mare, sotto il nome di Laino, dove termina il campo di Lucano.“.
Le interessantissime notizie riportate da scrittori testimoni del loro tempo andrebbero ulteriormente indagate.
(Figg. 4-5) Mario Nigro, Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, p. 199 (33)
Nel 1600, Filippo Cluverio, Blanda nel Porto di Sapri
Un altro erudito del tempo che a metà del ‘600 scrisse un’opera rimasta immemorabile è Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver. Si tratta dell‘”Italia antiqua”, pubblicata postuma nel 1624 dal nipote (35). Filippo Cluveri, a p. 1263 del Libro IIII, ci parla di ‘Blanda opidum’. Ciò che scrive il Cluverio su Blanda a pagina 1263 nella sua ‘Italia antiqua’ (35), è scritto in latino e si vede nell’immagine che quì pubblichiamo (Figg. 6-7).
(Figg. 6-7) Filippo Cluveri(o), ‘Italia antiqua’, 1624, p. 1263 (35).
Anche Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studii storico-Archeologici”, ed. Ercolano, Rionero, 1888, a pp. 12-13 del vol. II, in proposito scriveva che: “Blandae, oppidum. Secondo il Cluverio questa città era sita sul Tirreno alla dritta del fiume Noce sull’altura un miglio sopra Maratea. Ecc..”. Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver. Si tratta dell‘”Italiae antiquae”, pubblicata postuma nel 1624 dal nipote (…). Filippo Cluveri (…) (o Philppi Clvveri), nel cap. XIV, a p. 1263 del Libro IIII, ci parla di ‘Blanda opidum’. Ciò che scrive il Cluverio su Blanda a pagina 1263 nella sua ‘Italia antiqua’ (…), è scritto in latino e si vede nell’immagine che quì pubblichiamo (Figg…..). Infatti, il noto umanista Filippo Cluverio o Philipp Cluver (…), nella sua “Italiae Antiquae”, nel vol. II, Lib. IIII (IV), a p. 1263 parla di “Blanda oppidum” dove scriveva che: “BLANDA ‘oppidum’ ridiculè Barrius facit ‘Belvedere’ (ni sorsan ‘Maratéa’!) Praeter Tabulam, Melae quoque & Plinio memoratur; & plurali numero Livio BLANDAE; ut infrà videre est in Ancis, post Grumentum. In Lucanorum Blandas suisse finibus, cis Laum amnem, etiam ex Tabula pater. Falsus igitur heic quoque, ut saepè in aedem Lucanià posteà, Plinius, qui Brutiis adscripsit, dicto lib. III, cap. V. ‘Oppidum’, inquit, ‘Buxentum’; Gracè Pyxùs. Laùs amnis. fuit & opidum eodem nomine. Ab eo Brutium litus; opidum Blanda; flumen Batum’. Mela, lib. II, cap. IV, litus hoc in Lucanorum & Brutiorum nomina non distinguit. Adverso itinere incedens: ‘Hippo’, inquit, ‘nunc Vibon, Temesa, Clampesia, Blanda, Buxentum, Velia’. Ecc…”:
(Figg…..) Filippo Cluveri (o), ‘Italia antiqua’, 1624, Libro III, p. 1263 (…)
Il Cluverio (…), parla della città di Blanda e del porto di Sapri nel Libro IIII (IV), Cap. XIV, a p. 1263. Pubblicata postuma per la prima volta a Leiden nel 1624, se ne conoscono non meno di 25 edizioni almeno fino al 1729, pubblicate ad Amsterdam, Venezia, Londra, Parigi, Oxford, ecc. dai più prestigiosi editori dell’epoca. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (…), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (…). Il Cluverio scrive questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi libri di geografia e cartografia come Theatrum Orbis Terrarum, pubblicato nel 1570. Il Cluverio (…) nella sua opera geografica si rifece ad alcune carte geografiche pubblicate dal cartografo Abramo Ortellio (…), ed in particolare all’atlante “Theatrum Orbis terrarum” del ……..Il Theatrum Orbis Terrarum (“Teatro del mondo”) è considerato il primo vero atlante moderno; redatto da Abramo Ortelio, consisteva in una raccolta di mappe con testi a supporto, che formavano un libro impreziosito dall’aggiunta di lamine di rame incise specificatamente. Il Theatrum Orbis Terrarum di Abramo Ortelio venne dato alle stampe per la prima volta il 20 maggio 1570, da Gilles Coppens de Diest, ad Anversa. Tre edizioni in latino, oltre a una in olandese, una in francese e una in tedesco, fecero la loro comparsa prima della fine del 1572; ben 25 edizioni furono pubblicate prima della morte di Ortelius avvenuta nel 1598 e molte altre furono pubblicate dopo la sua scomparsa tanto che l’atlante continuò ad essere richiesto fino al 1612.
(Fig….) Filipp Cluver (Cluverio), carta d’Italia per la prima volta pubblicata nel 1630
(Fig….) Filippo Cluverio (…), op. cit., p. 1209 stralcio della carta geografica di Ortellio
Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore, riferendosi al Barrio che fu ripreso dal Cluverio in proposito scrivea che: “E dell’averla descritta oltre al Lao, siccome ne fu da ‘Cluverio’ ripreso, così noi pigliammo poco sopra la libertà di darne la verace lezione in questa maniera: “Oppidum Buxentum, graece Pixus, Oppidum Blanda, Flumen Batum, Laus amnis; fuit, & Oppidum eiusdem nominis. Ab eo Brutium litus &. Ecc..”.
Nel 1666, Luca Holstenio
Un altro erudito del tempo che ci parla di Sapri e di Blanda è Luca Holstenio (28) (Figg. ). Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel suo libro del 1666, ‘Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii’, ecc.., (Note all’Italia antiqua di Cluverio (35)), scrive questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi libri di geografia e cartografia come Theatrum Orbis Terrarum, pubblicato nel 1570. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (28), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (35). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (35)(Figg. 6-7), l’Holstenio (28), nel 1666, scrive a p. 22, parlando della ‘Lucania’, dice: “Blanda ec hodie: Porto deSapri”,e a p. 288, scrive le note (annotationes) alla pagina 1262 del libro ‘Italia antiqua’ di Filippo Cliuverio (35) dice in proposito: “Pag. 1262. lin. 31. Sybarita ec Laum Scridum incolebant) Scridrum quoque ad idem mare fuisse existimo, forte ubi nunc est Citrano. Lin. 42. Ceserma, ec.) Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquileia ad Casas Cesarianas, pro quibus hic corrupte Ceserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam suisse, ubi nunc Marathea, nam inde XVI. sunt m. p. ad Lainum flumen.”. L’Holstenio, sempre a p. 288, nelle note alla pagina 1263 dell”Italia antiqua’ di Cluverio e dice: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”. In seguito, nella sua prima edizione del 1745 della sua ‘Lucania’, curata da Guglielmo Goesio, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (27), disserta su ciò che aveva scritto l’Holstenio (28) che, abbiamo integralmente riportato in latinoe, scrive in proposito: “Luca Olstenio nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avanti a- vea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.” (27). L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge che: “L’accuratissimo Olstenio (28)… ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. In buona sostanza, l’Antonini, restò un pò basito delle parole dell’Holstenio sul ‘Porto de Sapri‘ e sulla collocazione del sito di Blanda, ma non riteniamo – come dicono alcuni – che non fosse totalmente d’accordo con l’Holstenio, il quale aveva fatto dissertato sul libro più antico del Cluverio (18)(Fig. 6-7). Intanto la notazione di pagina 22 dell’Holstenio che il Cluverio, indicava: “Blanda ec hodie: Porto deSapri”, è la conferma che Sapri veniva denominato sugli antichi e coevi (‘500) documenti con il toponimo di ‘Porto de Sapri’. E’ il Cluverio (35) che lo denomina ‘Porto de Sapri’ e, questo ci deve far riflettere. In seguito, nel 1831, la notizia dell’Holstenio (28), veniva riportata anche nella Synopsi del Laudisio (17) che, parlando di Blanda, diceva: “Luca Hulstenius (28) sostiene che dove c’è ora la suddetta Blanda vi fu in passato l’antica città di Blanda, sede vescovile. Conferma questa tesi anche la già citata lettera di S. Gregorio Magno al vescovo di Agropoli (11); gli raccomanda infatti le chiese di Velia, di Bussento e di Blanda proprio perchè erano vicine.. ….dunque Blanda non fu una cittàdell’entroterra come invece comunemente si crede”. Il Visconti (18), nelle sue note (nota 10, p. 88) al testo del Laudisio (17), parlando di Blanda, riferisce: “Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio (4), che afferma che fu espugnata dai Romani, durante la seconda guerra punica (ex Lucanis Blanda et Apolorum Aecae oppugnate. XXIV 20, 5-6); nell’età Augustea prese il nome di Blanda Julia (C.I.L., X, 125).”.
Nel 1624, Luca Holstenio, Blanda e il Porto di Sapri
Giuseppe Antonini nella sua ‘Lucania’ (27) riporta alcune notizie tratte da alcuni eruditi del tempo, che meritano un maggiore approfondimento. Sono interessanti le notizie storiche e bibliografiche riferiteci dall’Antonini (27) che, parlando di Sapri e di Blanda (Fig. 2), riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. Giuseppe Antonini, Barone di S. Biase nella sua ‘Lucania’, per i tipi di Tomberli (27), nel 1745, nella sua prima edizione della ‘Lucania’ curata da Guglielmo Goesio, parlando di Sapri, riferisce degli autori a lui precedenti che avevano scritto e collocato l’antica città di Blanda a Sapri, come ad esempio Luca Holstenio (28) che voleva che le vestigia di Blanda erano quelle che si vedevano nel porto di Sapri: “‘Luca Olstenio’ nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia eius apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.”. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. Sempre l’Antonini (…) a p. 439 parlando di Maratea e di Blanda in proposito scriveva che: “Luca (I) Olstenio nelle ‘note all’Italia antica’ dello stesso ‘Cluverio’, mosso forse ance dalle già da noi addotte ragioni, e tirato dalla ‘Tavola Peuntingeriana’, che dice: CESERMA. BLANDA M. P. VII. LAVINIUM M. P. XVI. CERELIS M. P. VIII. scrisse, e cn esattissima misura, e giustizia: ‘Unde colligo Blandam fuisse, ubi nunc Maratea; nam inde sunt XVI. M.P. ad Lainum fluvium. Ecc…”. L’Antonini sull’Olstenio nella sua nota (I) a p. 439 postillava che: “Questo stesso autore nelle ‘note a Carlo di S. Paolo’, dimenticatosi di quanto si dice, scrisse, che Blanda era al porto di Sapri; e nelle ‘note ad Ortelio, fol. 32. dove questo dice: ‘Blandam Lucanis fuisse ad scriptum’, egli soggiunse: ‘Recte, nam X. M.P. disiabat Buxento. Vestigia eius maxima apparent ad portum Sapri.”. Un altro erudito del tempo che ci parla di Sapri e di Blanda è Luca Holstenio (28) (Figg. ). Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel suo libro del 1666, Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geografi- cum ortelii, ecc.., (Note all’Italia antiqua di Cluverio (35)), scrive questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi libri di geografia e cartografia come Theatrum Orbis Terrarum, pubblicato nel 1570. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (28), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (35). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (35)(Figg. 6-7), l’Holstenio (28), nel 1666, scrive a p. 22, parlando della ‘Lucania’, dice: “Blanda ec hodie: Porto deSapri”,e a p. 288, scrive le note (annotationes) alla pagina 1262 del libro ‘Italia antiqua’ di Filippo Cliuverio (35) dice in proposito: “Pag. 1262. lin. 31. Sybarita ec Laum Scridum incolebant) Scridrum quoque ad idem mare fuisse existimo, forte ubi nunc est Citrano. Lin. 42. Ceserma, ec.) Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquileia ad Casas Cesarianas, pro quibus hic corrupte Ceserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam suisse, ubi nunc Marathea, nam inde XVI. sunt m. p. ad Lainum flumen.”. L’Holstenio, sempre a p. 288, nelle note alla pagina 1263 dell”Italia antiqua’ di Cluverio e dice: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”. In seguito, nella sua prima edizione del 1745 della sua ‘Lucania’, curata da Guglielmo Goesio, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (27), disserta su ciò che aveva scritto l’Holstenio (28) che, abbiamo integralmente riportato in latinoe, scrive in proposito: “Luca Olstenio nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avanti a- vea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.” (27). L’Antonini, nella sua nota (1) ag- giunge: “L’accuratissimo Olstenio (28)… ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. In buona sostanza, l’Antonini, restò un pò basito delle parole dell’Holstenio sul ‘Porto de Sapri‘ e sulla collocazione del sito di Blanda, ma non riteniamo – come dicono alcuni – che non fosse totalmente d’accordo con l’Holstenio, il quale aveva fatto dissertato sul libro più antico del Cluverio (18)(Fig. 6-7). Intanto la notazione di pagina 22 dell’Holstenio che il Cluverio, indicava: “Blanda ec hodie: Porto deSapri”, è la conferma che Sapri veniva denominato sugli antichi e coevi (‘500) documenti con il toponimo di ‘Porto de Sapri’. E’ il Cluverio (35) che lo denomina ‘Porto de Sapri’ e, questo ci deve far riflettere. In seguito, nel 1831, la notizia dell’Holstenio (28), veniva riportata anche nella Synopsi del Laudisio (17) che, parlando di Blanda, diceva: “Luca Hulstenius (28) sostiene che dove c’è ora la suddetta Blanda vi fu in passato l’antica città di Blanda, sede vescovile. Conferma questa tesi anche la già citata lettera di S. Gregorio Magno al vescovo di Agropoli (11); gli raccomanda infatti le chiese di Velia, di Bussento e di Blanda proprio perchè erano vicine.. ….dunque Blanda non fu una cittàdell’entroterra come invece comunemente si crede”. Il Visconti (18), nelle sue note (nota 10, p. 88) al testo del Laudisio (17), parlando di Blanda riferisce: “Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio (4), che afferma che fu espugnata dai Romani, durante la seconda guerra punica (ex Lucanis Blanda et Apolorum Aecae oppugnate. XXIV 20, 5-6); nell’età Augustea prese il nome di Blanda Julia (C.I.L., X, 125).”.
Nel 1723, Costantino Gatta: nel mare di Sapri fu ingoiata l’antica sede vescovile di Blanda
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Sapri”, a pp. 590-591, in proposito scriceva che: “….e del Gatta (5) che ubica Blanda a Sapri. Egli insiste sulle “sue ruine” e dei “grandi avanzi di fabbriche (6) che asserisce di aver visto personalmente. Il Laudisio (7), però, dopo aver detto della chiesa di Sapri fu elevata a parrocchia nel 1725 (8), continua richiamando anch’egli l’opinioe dell’Holstenius che ivi “fuisse olim sitam antiquam Blandam, urbem episcopalem”, affermando pure lui l’esistenza di resti archeologici (9), tra cui, “nella piazza di Sapri”, l’epigrafe di Lucio o Sempronio Prisco (10), trascritta dall’Antonini nelle lettere a Matteo Egizio e nella Lucania, p. 434. Il Laudisio mostra di essere dell’opinione di dell’Holstenius esclamando “non ergo mediterranea civitas, ut contra opinatur”. Ivi era perciò, conclude il Laudisio, l’antica città di Blanda (11), sede vescovile, di cui è detto nella nota lettera di Gregorio Magno al vescovo pestano Felice, residente ad Agropoli.”. Ebner, a p. 590, nella nota (5) postillava che: “(5) Gatta, cit., p. 305 sg. “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi il ‘Porto di Sapri’ (a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei Edifizj sommersi entro il Mare”. Ebner, a p. 590, nella nota (6) postillava che: “(6) Antonini cit., I, p. 431: “due augusti acquedotti (….), una lunga strada larga circa nove palmi (….) una continuata muraglia d’opera reticolata (….), molte piccole stanze rovinate (….), chiarissimi indizi di pitture etc….”. Ebner, a p. 590, nella nota (7) postillava che: “(7) Laudisio cit., p. 33 sg.”. Ebner a p. 590, nella nota (8) postillava che: “(8) Laudisio, ibidem, Ecclesiam Portus Saprorum anno 1725 in Parochialem erexerat, ma un documento dell’Adp ANTICIPA L’EREZIONE AL 1719.”. Ebner, a p. 590, nella nota (9) postillava che: “(9) Laudisio, ibid., Enim vero extant adhuc hodie moenium ruinae lepidibus que vere antiquitatem praeseferunt et praedicant vetustam.”. Infatti, il Visconti (….), nelle sue note alla ‘Synopsi’ del Laudisio (17), riferiva che Blanda era stata citata dal Costantino Gatta (….) che, la identifica con Sapri. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie istorico-topografiche della Provincia di Lucania”, a p. 306, in proposito scriveva che: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi il ‘Porto di Sapri’ (a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei Edifizj sommersi entro il Mare”.
Costantino Gatta (….), a p. 306, nella sua nota (a) postillava che: “(a) Luca Olstennio Geografia Sacra”. Il Gatta si riferisce a Lucas Holstenio (….) ed alla sua “note all’Italia antica di Cluverio”. Il Gatta, parlando di Blanda, riferisce due notizie interessanti. La prima è quella che Blanda era da lui creduta a Sapri che a quel tempo, si chiamava ‘Porto de Sapri’ . Infatti, risulta sui documenti notarili ed ecclesiastici che nel ‘600 e ‘700, il piccolo centro costiero di Sapri, veniva denominato con il toponimo di ‘Porto di Sapri’ , come ad esempio i cartigli della Principessa Carafa, oppure sui documenti notarili del Barone Palamolla. Il Gatta, parlandoci di Blanda, riferisce anche una seconda notizia, ovvero, riferendosi alla città di Blanda: “Ella fuingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifici sommersi entro ilmare”. Si tratta della notizia di una catastrofe naturale o un maremoto accaduto nell’antichità che vine raccontato dalla tradizione orale popolare.
Scipione Mazzella Napolitano lo chiamava “SENO SAPRICO”
Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (4), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella sua descrizione del ‘Principato Citra (o Citeriore), a pag. 79, scrive anche di Sapri: ”Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano ‘Seno Saprico’ dalla città di Sapri, oggi nominata Li Bonati…”.
La via Popilia
Riguardo le vie di comunicazione, le strade dell’epoca, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando delle strade in epoca romana, a pp. 43-44, nella sua nota (14), postillava che: “Tralasciando la viabilità minore tra la Puglia e la Campania ricordiamo che i collegamenti di queste regioni con la Calabria e la Sicilia avvenivano attraverso la strada costiera da Taranto a Reggio Calabriae la ‘via Popilia’. Quest’ultima partiva da Napoli proseguendo da Pompei, Nocera, Salerno, Auletta, Rotonda, Morano, Tarsia, Cosenza, Nicastro, Monteleone, (ora Vibo Valentia), Nicotera, Regio. Da Salerno c’era il raccordo (per Paestum, Policastro, Sapri) attraverso il Cilento fino alla ‘Popilia’, mentre su questa (presso Rotonda) esisteva il bivio con la strada (per Laino, Cirella, Amantea) che si ricollegava alla ‘Popilia’ a sud di Nicastro. Ecc…”. La Via Capua – Regium (Via ab Regio ad Capuam), nota anche come Via Popilia o Via Annia o Via Popilia Lenate , è un’importante strada romana costruita nel 132 a.C. In quell’anno infatti la magistratura romana decretò la costruzione di una strada che congiungesse stabilmente Roma con la “Civitas foederata Regium”, estrema punta della penisola italica. La strada si staccava dalla via Appia a Capua e raggiungeva Nola, Nuceria Alfaterna (Nocera Superiore) e poi Salernum (Salerno) sul mare Tirreno. Da qui la strada si dirigeva verso la piana del Sele attraversando la città di Eburum, l’odierna Eboli. Dopo aver toccato la confluenza tra il fiume Sele e il Tanagro, la via Popilia puntava a sud risalendo il percorso di quest’ultimo fino a raggiungere il Vallo di Diano, un altopiano dove all’epoca erano situate le città romane di Atina (Atena Lucana), Tegianum (Teggiano), Consilinum (Padula), Sontia (Sanza) e i pagi di Marcellianum e Forum Anni, poi Forum Popilii. Molti di questi insediamenti furono devastati da Alarico nel 410 e solo alcuni sono stati ricostruiti in epoca medievale, come per esempio Forum Popilii ricostruita in posizione più difendibile con il nome usato anche modernamente di Polla. Lasciato il Vallo di Diano, la strada si dirigeva a sud verso la antica città, ora scomparsa, di Nerulum e da qui Muranum, l’odierna Morano Calabro. Nel percorso fino a Regium, la strada attraversava il territorio di Interamnium (San Lorenzo del Vallo) e le città di Caprasia, individuata nella posizione della C.da Ciparsia del Comune di Castrovillari, Consentia (Cosenza) e Mamertum, la città oggi conosciuta come Martirano e nota nelle cronache romane per la resistenza dei suoi abitanti alleati di Roma contro Pirro nelle guerre dette guerre pirriche e per aver dato origine al nome di Mamertini, soldati mercenari famosi soprattutto per aver giocato un ruolo di primo piano nello scoppio della Prima guerra punica. Da Mamertum, percorrendo la via Popilia continuando verso sud, si raggiungeva l’importante nodo fluviale di Ad Sabatum Flumen, un passaggio obbligato e di importanza strategica per i collegamenti nella zona e per raggiungere l’antica Vibona, ora Vibo Valentia. Proseguendo lungo l’antica strada romana, si raggiungeva Hipponium, città ribattezzata dopo le guerre pirriche Valentia e unita con Vibo nel comune moderno di Vibo Valentia. Prima di raggiungere la sua città di arrivo, la via Capua-Regium toccava Nicotera e l’importante porto di Scyllaeum (Scilla).
Nel ’72 (I sec. d.C.), il ‘VICUM SAPRINUM’ nel ‘De Coloniis libellus’ di Giulio Sesto Frontino
Assume particolare importanza la citazione di un ‘Vicum Saprinum’ in Frontino (….) nel suo de ‘Coloniis’ (…). E’ l’Antonini (…) che, parlando di Sapri, riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: “Nel 72 d.C., Frontino (67), riferisce di un “Vicum Saprinum” in una non meglio precisata “Mappa Albanensium”: “In mappa Albanensium invenientur haec: praeterea Vicum Saprinum et Clinivatium.”. Etc…”. Nella mia nota (67) postillavo che: “(67) Frontino, De Coloniis (citato dall’Antonini, op. cit.)”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucania – discorsi’, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427,428. Su Frontino, l’Antonini ci parla ancora di questo antico scrittore (Frontino) e di Scidro. Nel 1745 (edizione Gessari, I Ediz.), il barone di San Biase, Giuseppe Antonini (….), a p. 430 così scriveva in proposito alla colonia Sibaritica di Scidro e, riferendosi ai “secondi”, ovvero ai Sibariti fuggiti e scampati alla distruzione della loro città, in proposito scriveva che: “Appresso pochissimi degl’antichi trovo di esso fatta menzione. Uno di questi fu ‘Erodoto’, l’altro ‘Frontino’. Quello non solo ci dà lume di esserci stato, ma anche da chi abitato: Questo ci fa sapere verso i suoi tempi qual fosse.”. L’Antonini, a p. 431 riferisce che: “In ‘Frontino de Coloniis’, leggiamo che Sapri fosse stato solamente un Vico: “IN MAPPA ALBANENSIUM INVENIENTUR HAEC: PRAETEREA VICUM SAPRINUM ET CLINIVATIUM. In terra voratos, e Sardiatos testimoniis dividi, ripis, rivis &c.”, e come non si trova, che altri avesse mai parlato di Sapri, perciò Guglielmo Goesio scrisse: “cuius alibi factam nescio mentionem.”. Dunque, l’Antonini cita il testo di Giulio Sesto Frontino e poi cita Guglielmo Goesio. Il significato letterale di questa frase contenuta (secondo l’Antonini) nel testo di Giulio Sesto Frontino (….) è il seguente: “Questi luoghi: il Vicum Saprinum ed il Vicum Clinivatium, si trovano segnati nella Mappa Albanense. Nella terra dei divorati, divisa dalle testimonianze dei Sardi, da sponde e torrenti ecc…”.
Nel 72 d.C., Frontino (1 bis), riferisce di un “Vicum Saprinum” in una non meglio precisata “Mappa Albanensium“: “In mappa Albanensium invenientur haec: praeterea VicumSaprinum etClinivatium.“. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: “Guglielmo Goesio, curatore dell’edizione seicentesca della “Lucania” dell’Antonini (68), postillava al riguardo che questo nome appariva per la prima volta: “cuius alibi factam nescio mentionem”. Nella mia nota (68) postillavo che: “(68) Antonini G., op. cit., parte II, disc. XI, p. 430.”. Preciso che in questo passaggio vi è un errore di trascrittura. Si tratta di Guglielmo Goesio che non è il curatore dell’edizione seicentesca della “Lucania” dell’Antonini, la cui edizione del barone Antonini è del 1745. La stessa notizia, in precedenza era stata pubblicata dal prof. Felice Cesarino (….), in uno dei suoi saggi pubblicati sui bollettini del Gruppo Archeologico di Sapri, di cui facevo parte. Il Cesarino (…), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione della Storia antica di Sapri”, in “L’attività archeologica nel Golfo di Policastro”, (anno 1979), a pp. 25-35, senza fornire alcun riferimento bibliografico come si era solito fare all’epoca, in proposito scriveva che: “L’informazione di Frontino (‘De Coloniis’ – 1° sec. a.C.), relativa ad un ‘vicum saprinum’ citato in una non meglio precisata ‘mappa Albanensium’, non ci consente alcuna illazione, laddove lo stesso curatore dell’edizione seicentesca postilla al riguardo: “cuius alibi factam nescio mentionem”.”. Devo però precisare che correttamente il Cesarino riferendosi a Guglielmo Goesio (…) scriveva che era il “curatore dell’edizione seicentesca” del testo “De Coloniis” di Giulio Sesto Frontino (…) e non come ho scritto “curatore dell’edizione seicentesca della “Lucania” dell’Antonini”. Nel 1560 Guglielmo Goesio (….), pubblicò il testo in cui si riporta il testo di Giulio Sesto Frontino. Dopo la pubblicazione di Guglielmo Goesio (…), molti intrapresero a studiare il testo di Frontino. Dunque, l’informazione dell’Antonini è interessante. Giuseppe Antonini, Barone di S. Biase nella ‘Lucania’, per i tipi di Gessari (….)(1745), a p. 430 riferisce: “….e come non si trova, che altri avesse mai parlato di Sapri, perciò Guglielmo Goesio scrisse: “cuius alibi factam nescio mentionem.”. Dunque, l’Antonini cita il testo di Giulio Sesto Frontino e poi cita Guglielmo Goesio e scrive che Goesio (….), nella sua opera, in proposito scriveva che la menzione di un “Vicum Saprinum” era stato per la prima volta menzionato da Frontino. Guglielmo Goesio (…), curatore dell’edizione seicentesca del testo “De Coloniis libellum” di Giulio Sesto Frontino (….), secondo l’Antonini (….), postillava al riguardo che questo nome appariva per la prima volta: “cuius alibifactam nescio mentionem”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri – giovane e antica” parlando del “Vicus Saprinus” menzionato da Frontino, a p. 25, in proposito scriveva che: “Circa il “Vicus saprinus”, menzionato nel 72 a.C., non si hanno notizie precise; si suppone che abbia avuto un certo ruolo, perché spesso citato. Ne parla Frontino nell’opera ‘De coloniis’ “In mappa Albanensium invenientur haec: praeter Vicum Saprinum et Clinivatium”. Precedentemente tale nome non era apparso, stando a quel che asserisce Goesio: “Cuius alibi factam nescio mentionem”. Nel 75 a.C. Marco Tullio Cicerone, noto oratore e filosofo romano, passando per le coste tirreniche, durante il viaggio di andata nella Sicilia Occidentale, per svolgere il suo compito di Questore, si fermò al “Saprinus” e di qui scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il Vicus ‘Parva gemma maris inferi’, “Piccola gemma dei mari del Sud”.”. Sempre il Tancredi, sul “Vicus saprinus”, a p. 24, in proposito scriveva pure che: “Ecco perché non possiamo recepire quanto affermato da un ignoto autore in una ‘Critica dello sviluppo della civiltà italica dalla colonizzazione greca all’età imperiale’, conservata nell’Archivio storico di Napoli: “Vicus Saprinus, nel Sinus Buxentum, ospitò i Sibariti sfuggiti alla distruzione della loro città”. Dunque, il Tancredi, citando la frase di Guglielmo Goesio (….) citato dall’Antonini, che postillando “Cuius alibi factam nescio mentionem”, ovvero “Non so se sia stato menzionato altrove.“ che come scrive il Tancredi, “Precedentemente tale nome non era apparso, stando a quel che asserisce Goesio”. Infatti, io stesso scrissi, “Guglielmo Goesio, …..postillava al riguardo che questo nome appariva per la prima volta”, riferndomi al nome di “Vicum Saprinum” apparso su Frontino. Antonini sulla scorta di Guglielmo Goesio (….) cita il “Vicum Saprinum”, cita Giulio Sesto Frontino e, cita l’opera di Frontino “De Coloniis” che cita un “Vicum Saprinum”. Chi era Frontino?. Giulio Sesto Frontino (….), De Coloniis (I secolo d.C.). Leggiamo da Wikipedia che Giulio Sesto Frontino (in latino: Sextus Iulius Frontinus; 40 circa – 103/104) è stato un politico, funzionario e scrittore romano. Tra le maggiori sue opere vi è gli Strategemata sono commentari di una sua opera perduta, il De re militari, e consistono in quattro libri di stratagemmi militari. Poi anche il De aquaeductu urbis Romae è un trattato sugli acquedotti ed è l’opera più importante di Frontino, una buona e concreta trattazione, svolta in due libri, dei problemi di approvvigionamento idrico a Roma. Frontino era stato curatore delle acque, cioè il responsabile degli acquedotti e dei servizi connessi, e il trattato riflette la serietà e lo scrupolo del suo impegno. L’opera contiene notizie storiche, tecniche, amministrativo-legislative e topografiche sui nove acquedotti esistenti all’epoca, visti come elemento di grandezza dell’Impero Romano e paragonati, per la loro magnificenza, alle piramidi o alle opere architettoniche greche. L’opera si è conservata nel codice Cassinensis 361 di mano di Pietro Diacono (XII secolo), ritrovato nell’Abbazia di Montecassino da Poggio Bracciolini nel 1429. Tra le opere di Frontino troviamo quella citata da Antonini (…), il ‘De Coloniis libellus’. Sex. Iulius Frontini De coloniis libellus, un testo latino presumibilmente pubblicato postumo nel 1560.
Il significato letterale di questa frase contenuta (secondo l’Antonini) nel testo di Giulio Sesto Frontino (….) è il seguente: “Questi luoghi: il Vicum Saprinum ed il Vicum Clinivatium, si trovano segnati nella Mappa Albanense. Nella terra dei divorati, divisa dalle testimonianze dei Sardi, da sponde e torrenti ecc…”. A quale passo di Frontino contenuto nel testo pubblicato da Guglielmo Goesio si riferiva l’Antonini ?. Vediamo ora l’opera di Guglielmo Goesio (….) a cui si riferiva Giuseppe Antonini. Si tratta di Guglielmo Goesio. Guglielmo Goesio nella Prefazione alla Raccolta “Rei agraria Auctores , legesque varia” . Ediz. di Amsterdam del 1674. Egli è citato nel prodromo nelle “Memorie etc..” di Francesco Antonio Ventimiglia (….). Guglielmo Goesio, nel 1674, insieme ad altri testi pubblicò il “De Coloniis libellus” che egli attribuì a Giulio Sesto Frontino (…). Il testo del Goesio è il “Rei agraria Auctores, legesque varia”. Vediamo il testo di Guglielmo Goesio (….) del 1674, in cui riportava il “De Coloniis libellum”.
Nell’edizione di Guglielmo Goesio (….), a p. 102 fu plubblicato il “De Coloniis libellus – ex commentario Claudio Cesaris subsequitur” e a pp. 145-146-146-147 troviamo il passo di Giulio Sesto Frontino sul “Vicum Saprinum” che fu citato dall’Antonini. Il Goesio (….), a p. 145 riportando il passo di Frontino scriveva che: “IN MAPPA e ALBANENSIUM INVENIENTUR HAEC. – Ager ecc…”, ovvero “Questi saranno trovati sulla Mappa di Albanensium” : infatti, a pp. 146-147, dopo aver parlato della “Provincia Calabra”, nella “Provincia Dalmatiarum” scrive che: “d. F. Interpolatos. vel, internotatos. PRAETEREA VICUM SAPRINUM & Clinivatium. d In terra voratos & sardiatas testimoniis dividi, ripis, rivis, arboribus antemissis ut supra dixi, loca, pali sacrificales, tumor terrae, in effigiem limitis constitutus. aliquotiens enim petras quadratas inscriptas. non enim omnis titulus inscriptionibus indutus est, nam & ipsi montes sic terminantur. Alia subseciva sunt, quae in mensura non venerunt, si convenerit inter possessores, possident: si non convenerit remanent potestati. Alia loca sunt praefectoria quae, ad publicum ius pertinent.” che, tradotto significa: “Oltre le strade di Saprina e più pendente. d. Nella terra divorata e inaridita da testimonianze divise, argini, ruscelli e alberi, come ho detto sopra, luoghi, pali sacrificali, il rigonfiamento della terra, stabilito a somiglianza del confine poichè a volte sono inscritte rocce quadrate poiché non tutti i titoli sono rivestiti di iscrizioni, poiché le montagne stesse sono così delimitate. Ci sono altre cose successive che non sono venute nella misura, se è concordato tra i possessori, lo possiedono: se non è concordato, rimangono in potere. Altri luoghi sono prefetture che appartengono al diritto pubblico”. Il termine “Clinivatium” significa: “pendenza”.
(Fig….) Giulio Frontino tratto da Guglielmo Goesio (….), p. 146-147
Dunque, nell’edizione di Guglielmo Goesio del De Coloniis di Frontino troviamo confermato ciò che scriveva Frontino. Frontino scriveva che nella mappa “Albanensium”, dopo aver elencato i luoghi della “Provincia Calabra” (che all’epoca doveva corrispondere alla Puglia), scriveva che nella “Provincia della Dalmazia” vi era il “Vicum Saprinum“, del quale scriveva che: “D.F. Interpolato.o, internato.OLTRE LE STRADE DI SAPRINA E CLINIVATIUS.d Nella terra divorata e inaridita da testimonianze divise, argini, ruscelli e alberi, come ho detto sopra, luoghi, pali sacrificali, il rigonfiamento della terra, stabilito a somiglianza del confine.poiché a volte sono inscritte rocce quadrate.poiché non tutti i titoli sono rivestiti di iscrizioni, poiché le montagne stesse sono così delimitate.Ci sono altre cose successive che non sono venute nella misura, se è concordato tra i possessori, lo possiedono: se non è concordato, rimangono in potere.Altri luoghi sono prefetture che appartengono al diritto pubblico.“. Riguardo la citazione di Frontino (…), l’Antonini lo cita pure quando a p. 423 ci parla della città scomparsa di “Vibone”. Giuseppe Antonini, ne parla nella sua ‘Lucania’, parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427, 428. Antonini (…), a p. 424, del Discorso XI, nella sua prima edizione del 1745 (ed. Gessari) parlando di “Vibone”, in proposito scriveva che: “…e per quanto ne scrisse Strabone ci pare avere bastantemente soddisfatto alla verità, chiaramente comprovata, ed autenticata dal nome ch’ancor oggi il luogo conserva di Vibonati. Ma perchè altri non abbia motivo di caricarci di presunzione, e di autorità, vi aggiugneremo, che ‘Frontino’ lo mette unitamente con Bussento così: AGER VIBONENSIS ACTUS. N.X. G.P. XXV. E sebben ponga Bussento ne’ Bruzj; come l’è indubitato, che sempre fu della Lucania per incontrastabile sicurezza, così fu dimostrato già, che questo dovette essere inavvertenza di qualche sciocco Copista; e che così sia….”. La citazione di Frontino che fa l’Antonini la confermo in Guglielmo Goesio a p. 91. L’Antonini scrive a riguardo che: “E sebben ponga Bussento nè Bruzj; come l’è indubitato, che sempre fu della Lucania per incontrastabile sicurezza, così fu dimostrato già, che questo dovette essere inavvertenza di qualche sciocco Copista; e che così sia. Ecc..”. Proseguendo il suo racconto l’Antonini aggiunge che: “In terra voratos, e Sardiatos testimoniis dividi, ripis, rivis ecc., ecc…”. Dunque, Frontino pone Bussento nei Bruzi. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro” parlando dei “Documenti sull’antichità che riguardano il sito di Pixous”, a p. 48 in proposito scriveva che: “F) Frontino: ‘De Coloniis’: “In provincia Brittinorum centuriae quadrate in jugera CC. et caetera in laciniis sunt praecisa post demortuos milites. Ager Buxentinus sextertianus est assignatus in cancellationem limitibus maritimis”. = Nella provincia dei Bruzii dopo la strage dei soldati le centurie quadrate furono divise per 200 iugeri di terreno e il resto rimase ai margini in pezzi non assegnati. L’agro bussentino preso a sesterzi fu destinato come barriera nei confini marittimi.”. Dalla Treccani leggiamo che è “falsa è l’attribuzione a F. del De coloniis, dove si nomina Adriano, mentre F. visse prima.”. Roberto Almagià (….), nella sua “Monumenta Italiae Cartographica” pubblicò (tav. VI, 3) una “Carta d’Italia” di Jacques Signot, del 1515. La carta del Signot (….) fu stampata a Parigi, è annessa al ‘La totalle et vraye description des tous les passaiges qui sont de Gaules en Italie’. Questa carta è stata pubblicata da Andrea Borri (….), Carta 17, p. 33. Pare che in questa carta fosse segnato un Bibone ed un Vicus, forse il Vicus Saprinum di Frontino in de Coloniis.
(Fig……) Carta d’Italia di Jacques Signot, del 1515, dove è segnato un Bibone ed un Vicus, forse il Vicus Saprinum nel ‘de Coloniis’ di Frontino di cui ci parlava l’Antonini (….)
Nel ’72 (I sec. d.C.), il ‘AGER VIBONENSIS ACTUS’ nel ‘De Coloniis libellus’ di Giulio Sesto Frontino
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucania – discorsi’, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427,428. Giuseppe Antonini, ne parla nella sua ‘Lucania’, parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427, 428. Antonini (…), a p. 423, del Discorso XI, nella sua prima edizione del 1745 (ed. Gessari) scriveva che: “..ch’ancora oggi il luogo conserva di Vibonati. Ma perchè altri non abbia motivo di caricarsi di presunzione, e di autorità, vi aggiungeremo, che ‘Frontino’ lo mette unitamente con Bussento così: AGER VIBONENSIS ACTUS. N.X. G.P. XXV. E sebben ponga Bussento nè Bruzj; come l’è indubitato, che sempre fu della Lucania per incontrastabile sicurezza, così fu dimostrato già, che questo dovette essere inavvertenza di qualche sciocco Copista; e che così sia sentiamone quello che ne scrive ‘Plinio’, nel cap. 5 del lib. 3.” :
Assume particolare importanza la citazione di un ‘Ager Vibonensis Actus’ in Frontino (….) nel suo de ‘Coloniis libellus’ (…). E’ l’Antonini (…) che, parlando di Sapri, riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. L’Antonini scrive a riguardo che: “E sebben ponga Bussento nè Bruzj; come l’è indubitato, che sempre fu della Lucania per incontrastabile sicurezza, così fu dimostrato già, che questo dovette essere inavvertenza di qualche sciocco Copista; e che così sia. Ecc..”. Riguardo Frontino e la citazione dell’Antonini ha scritto anche Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” ed a p. 63 parlando di Bussento, in proposito scriveva che: “Un’altra colonia ancora spedita a Bussento ci ricorda un breve cenno di Balbo (6), una di quelle certamente spedita da Silla o Ottavio;etc…”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (6) postillava che: “(6) Front. De Colon. 109”.
(Fig…) Nicola Corcia, op. cit., pp. 62-63
Da Wikipedia leggiamo che ai tempi di Marco Cocceio Nerva Cesare Augusto a Roma fu riorganizzato il sistema dell’approvvigionamento idrico; ci resta di quegli anni l’opera fondamentale scritta dal curatore delle acque, Sesto Giulio Frontino, sulla progettazione e la manutenzione degli acquedotti. Un altro grande provvedimento fu la “politica degli alimenta”, che consisteva nell’erogare prestiti a tasso agevolato, sussidi alle famiglie povere e l’istruzione gratuita agli orfani. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro” parlando dei “Documenti sull’antichità” che riguardano il sito di Pixous, a p. 48 in proposito scriveva che: “F) Frontino: ‘De Coloniis’: “In provincia Brittinorum centuriae quadrate in jugera CC. et caetera in laciniis sunt praecisa post demortuos milites. Ager Buxentinus sextertianus est assignatus in cancellationem limitibus maritimis”. = Nella provincia dei Bruzii dopo la strage dei soldati le centurie quadrate furono divise per 200 iugeri di terreno e il resto rimase ai margini in pezzi non assegnati. L’agro bussentino preso a sesterzi fu destinato come barriera nei confini marittimi.”. Dunque, Frontino pone Bussento nei Bruzi. Dunque, l’Antonini e molto più tardi alcuni scrittori come il Tancredi (…) riportano l’interessante notizia di un “Ager Vibonensis actus” citato da Giulio Sesto Frontino nella sua opera “De Coloniis libellus”. Nel 1560 Guglielmo Goesio (….), pubblicò il testo in cui si riporta il testo di Giulio Sesto Frontino (…): “De Coloniis libellus”. Antonini sulla scorta di Guglielmo Goesio (….) cita il “Ager Vibonensis Actus”, cita Giulio Sesto Frontino e, cita l’opera di Frontino “De Coloniis” che cita un “Ager Vibonensis actus”. L’opera di Guglielmo Goesio (….) a cui si riferiva Giuseppe Antonini. Si tratta di Guglielmo Goesio. Guglielmo Goesio nella Prefazione alla Raccolta “Rei agraria Auctores , legesque varia” . Ediz. di Am. ſterdam del 1674. Egli è citato nel prodromo nelle “Memorie etc..” di Francesco Antonio Ventimiglia (….). Guglielmo Goesio, nel 1674, insieme ad altri testi pubblicò il “De Coloniis libellus” che egli attribuì a Giulio Sesto Frontino (…). Il testo del Goesio è il “Rei agraria Auctores, legesque varia”. Il Gaetani, nella sua nota (….) postillava che l’opera del Frontino era contenuta nell’opera di Guglielmo Goesio: “(1) Rei Agrariae Auctores legesque variae etc…, ed. Goesio, Amstelredami, 1674, vol. I, p. 78 – Gromatici Vetera etc., ed. Lackmann, Berolini, 1848, p. 141.”. Guglielmo Goesio (…), curatore dell’edizione seicentesca del testo “De Coloniis libellum” di Giulio Sesto Frontino (….), secondo l’Antonini (….), postillava al riguardo che questo nome appariva per la prima volta: “cuius alibifactam nescio mentionem”.
La citazione di Frontino che fa l’Antonini la confermo in Guglielmo Goesio a p…… Dopo la pubblicazione di Guglielmo Goesio, molti intrapresero a studiare il testo di Frontino. Dunque, l’Antonini cita il testo di Giulio Sesto Frontino e poi cita Guglielmo Goesio. Il Goesio riportando il passo del “De Coloniis libellus” di Giulio Sesto Frontino, nel suo “Rei Agrarie auctorie legesque variae” del 1674, in cui a p. 109, Frontino scriveva che: “Provincia Brutiorum. Centuriae ecc…Ager Vibonensis. actus N. e x. G.P. XXV. Cardo in Orientem Decimanus in Meridianum.”. Dunque, l’informazione dell’Antonini è interessante. Chi era Frontino?. Giulio Sesto Frontino (….), De Coloniis (I secolo d.C.). Leggiamo da Wikipedia che Giulio Sesto Frontino (in latino: Sextus Iulius Frontinus; 40 circa – 103/104) è stato un politico, funzionario e scrittore romano. Tra le maggiori sue opere vi è gli Strategemata sono commentari di una sua opera perduta, il De re militari, e consistono in quattro libri di stratagemmi militari. Poi anche il De aquaeductu urbis Romae è un trattato sugli acquedotti ed è l’opera più importante di Frontino, una buona e concreta trattazione, svolta in due libri, dei problemi di approvvigionamento idrico a Roma. Frontino era stato curatore delle acque, cioè il responsabile degli acquedotti e dei servizi connessi, e il trattato riflette la serietà e lo scrupolo del suo impegno. L’opera contiene notizie storiche, tecniche, amministrativo-legislative e topografiche sui nove acquedotti esistenti all’epoca, visti come elemento di grandezza dell’Impero Romano e paragonati, per la loro magnificenza, alle piramidi o alle opere architettoniche greche. L’opera si è conservata nel codice Cassinensis 361 di mano di Pietro Diacono (XII secolo), ritrovato nell’Abbazia di Montecassino da Poggio Bracciolini nel 1429. Tra le opere di Frontino troviamo quella citata da Antonini (…), il ‘De Coloniis libellus’. Sex. Iulius Frontini De coloniis libellus, un testo latino presumibilmente pubblicato postumo nel 1560. Dalla Treccani leggiamo che è “falsa è l’attribuzione a F. del De coloniis, dove si nomina Adriano, mentre F. visse prima.”.
Nel ’77 d.C. (I sec. d.C.), Plinio, nel libro 3°, cap. 5°, il “SINUS VIBONENSIS” (il golfo Vibonese)
Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione della “Lucania” del 1745 (ed. Gessari), a p. 423 scriveva che: “….e che così sia, sentiamone quello che ne scrive ‘Plinio’, nel cap. 5 del lib. 3. Egli dopo aver descritto Bussento, il fiume Lao colla Città dello stesso nome, passa verso il lido Bruzio, che comincia di là del Lao, parla di Blanda, ch’è Maratea, del Bato, poi del porto Partenio, ch’è il Diamante, e chiude, o finisce il golfo Vibonense, in cui tutti questi luoghi sono: ‘Opdum Buxentum, graece Pyxus, Oppidum Blanda, flumen Batum, Laus amnis,: Fuit & Oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus, portus Parthenius Phocensium, Sinus Vibonensis’; e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia’; continua dunque così: ‘Locus Campletiae, Oppidum Tempsa ecc…, la fluvius Acheron. Hippo, quod nunc Vibonem Valentiam appellamus’, e così via via descrive quel tratto di mare, chiaramente mostrandoci qual sia il golfo Vibonense, e dopo sì lungo spazio il Tirreno, o S. Eufemia, in cui Monteleone, o Vibona al mare è posto. Quando Cicerone dopo la morte di Cesare ecc…”. Dunque, l’Antonini cita Plinio (…) ed il suo cap. 5 del Libro 3 della sua “Naturalis Historia”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 10, in proposito scriveva che: “Molti altri autori latini hanno scritto nelle loro opere riguardo l’esistenza di Bussento: Plinio il Vecchio: Proximum autem huic flumen Melphes et oppidum Buxentum, graece Pixus: Laus amnis; fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus. Trad.: “Qui vicino (Palinuro) c’è il fiume di Molpe (Mingardo) e la città di Bussento, la greca Pixunte: indi il fiume Lao; vi fu anche la città dallo stesso nome. Da questo luogo comincia la costiera dei Bruzii.”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 45, nella nota (64) postillava che: “L’elenco straboniano delle città lucane lungo il litorale tirrenico coincide con quello di Plinio il Vecchio, in N.H. III 5,71-72: “A Silaro regio tertia et ager Lucanus Bruttiusque incipit, nec ibi rara mutatione incolarum. Tenuerunt cum Pelasgi, Oenotri, Itali, Morgetes, Siculi, Graeciae maxime populi, novissime a Sannitibus orti duce Lucio. Oppidum Paestum, Poseidonia Graecis appellatum, sinus Paestanus, oppidum Elea quae nunc Velia, promontorium Palinurum…oppidum Buxentum Graece Pyxus, Laus amnis-fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Bruttium litus, oppidum Blanda (invece Liv. XXIV 20,6: ….ex Lucanis Blanda). La descrizione di Plinio ha tuttavia un carattere limitato e si discosta poco da quella che si legge nel ‘De Chorographia’ di Pomponio Mela, opera scritta sotto Caligola o al principio del regno di Claudio. Di poco posteriore alla ………… di Strabone così come la ‘historia’ pliniana, è in effetti un compendio con un arido elenco di nomi e dati matematici e per l’Italia si limita a pochi cenni sommari (II, 58). Il geografo Pomponio Mela compila quasi lo stesso elenco procedendo da sud a nord e indicando, fra le città rivierasche della Lucania tirrenica, le seguenti località: ‘Blanda, Buxentum, Velia, Palinurus, Paestanus sinus, Paestanus oppidum, Silarus amnis…..omnia Lucaniae loca (Pom. MELA, De chor. II, 4).”. Da Wikipedia leggiamo che Caio Plinio Secondo, conosciuto come “Plinio il Vecchio” (in latino: Gaius Plinius Secundus; Como, 23 – Stabia, 25 agosto o 25 ottobre 79), è stato uno scrittore, naturalista, filosofo naturalista, comandante militare e governatore provinciale romano. Plinio fu un uomo caratterizzato da un’insaziabile curiosità e scrisse molte opere, ma tutta la sua vasta produzione è ad oggi perduta, tranne per pochi frammenti. Tra queste opere si ricordano: il De iaculatione equestri; il De vita Pomponii Secundi, biografia in due libri del poeta tragico Publio Pomponio Secondo, di cui era devoto amico; i Bellorum Germaniae libri XX; gli Studiosi libri III, manuale sulla formazione dell’oratore; i Dubii sermonis libri VIII, su questioni grammaticali; e gli A fine Aufidii Bassi libri XXXI, sulla storia dell’Impero dal periodo in cui si interrompeva la storia di Aufidio Basso. L’unica opera pervenutaci è il suo capolavoro, la Naturalis historia; una vasta enciclopedia in 37 volumi che tratta di geografia, antropologia, zoologia, botanica, medicina, mineralogia, lavorazione dei metalli e storia dell’arte. L’opera enciclopedica è il risultato di un’enorme mole di lavoro di preparazione condotto su oltre 2000 volumi di più di 500 autori. Tale opera, letta e studiata nei secoli successivi, specialmente nel Medioevo e nel Rinascimento, rappresenta oggi un documento fondamentale delle conoscenze scientifiche dell’antichità. La fama di Plinio è anche legata alla sua morte, di cui ci è testimone il nipote-figlio adottivo Plinio il Giovane. Plinio il Vecchio era a capo della flotta romana stanziata a Capo Miseno, quando si verifica una delle più grandi catastrofi della storia, l’eruzione del Vesuvio del 79. Corso in aiuto di una sua amica, Rectina, e degli altri abitanti di Stabia, Plinio non fu più in grado di lasciare il porto della città e morì per le esalazioni del vulcano. La Naturalis historia, come detto, fu pubblicata nell’anno 77; già nel titolo l’opera si presenta come ricerca di carattere enciclopedico sui fenomeni naturali: il termine historia conserva il suo significato greco di indagine, e va notato che la formula ha dato la denominazione alle scienze biologiche, cioè alla storia naturale nel senso moderno della locuzione. Il primo libro fu completato dal nipote Plinio il Giovane dopo la morte dello zio e contiene la dedica a Tito, il sommario dei libri successivi ed un elenco delle fonti per ciascun libro. L’enciclopedia tratta svariati temi, dal generale al particolare: dopo la descrizione dell’universo (II libro), si passa a geografia ed etnografia del Bacino del Mediterraneo (III-VI libro), per poi trattare di antropologia (VII libro) e zoologia (VIII-XI libro). Antonini scriveva che Plinio il Vecchio (….) nel 77 d.C. “…Egli dopo aver descritto Bussento, il fiume Lao colla Città dello stesso nome, passa verso il lido Bruzio, che comincia di là del Lao, parla di Blanda, ch’è Maratea, del Bato, poi del porto Partenio, ch’è il Diamante, e chiude, o finisce il glofo Vibonense, in cui tutti questi luoghi sono: ‘Opdum Buxentum, graece Pyxus, Oppidum Blanda, flumen Batum, Laus amnis,: Fuit & Oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus, portus Parthenius Phocensium, Sinus Vibonensis’; e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia’; continua dunque così: ‘Locus Campletiae, Oppidum Tempsa ecc…, la fluvius Acheron. Hippo, quod nunc Vibonem Valentiam appellamus’, e così via via descrive quel tratto di mare, chiaramente mostrandoci qual sia il golfo Vibonense, e dopo sì lungo spazio il Tirreno, o S. Eufemia, in cui Monteleone, o Vibona al mare è posto.”. Dunque, Antonini sulla scorta di Plinio scriveva che egli cita il “Sinus Vibonensis” e, seguendo il ragionamento di Antonini che postilla sulla cronologia dei luoghi citati, egli pone il “Sinus” (il Golfo) “Vibonensis” tra il promontorio di Tortora fino ad arrivare a quello di Palinuro, ovvero ciò che oggi chiamiamo Golfo di Policastro. Scriveva Antonini: “e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia”. Dunque secondo l’Antonini l’ipotesi che si trattasse di “Vibo Valentia” non è plausibile vista la sua enorme distanza dagli altri luoghi che Plinio pone cronologicamente vicini ed in successione tra loro.
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…..Plinio il Vecchio fa rientrare Buxentum nel Sinus Vibonensis, dove si trovano le “isole Itacesie” proprio di fronte a Vibo (contra Vibonem) (65), ma pone Hippo, chiamato Vibo Valentia, solo dopo molte altre città verso sud, e nel golfo di Terina (sinus ingens Terinaeus)(66). Etc…”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (65) postillava: “(65) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 7, 85”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (66) postillava: “(66) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72-73”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel I secolo d.C…..La contemporanea descrizione di Plinio il Vecchio ricorda per la Lucania, dopo Palinuro, il fiume Melpes (Lambro), la città fortificata di Bussento (oppidum Buxentum), corrispondente alla greca Pissunte (Graeciae Pyxus), quindi il fiume Lao, presso il quale vi fu un oppidum con lo stesso nome; di qui inizia il litorale del Bruzio, con la città fortificata di Blanda (80). Nel II secolo d.C. il geografo Claudio Tolomeo pone Boùxenton in Lucania tra Velia e la costa del Bruzio (81). Nel II-III secolo d.C. lo scrittore Ateneo, attingendo dalle opere del medico e dietologo Galeno (II sec. d.C.), in un elenco di vini italici apprezzati per le loro qualità terapeutiche, ricorda il vino di Bussento (Buxentinos), simile a quello Albano, aspro e digestivo (82). Va ricordato anche l’accenno agli ottimi vini lucani fatto da Plinio, con riferimento ai vini della zona di Turi, di Grumento e di Lagaria, usati anche come specialità medicinali (83). La produzione romana di vino sembra continuare una specializzazione di questo territorio già attestata in epoca greca e lucana (84).”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (80) postillava che: “(80) 80 Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72. Vd. FUSCO 1992.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (81) postillava che: “(81) Tolomeo, Geogr., III, 1, 8-9”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (82) postillava che: “(82) Ateneo, I, 48, 27a.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (83) postillava che: “(83) Plinio il Vecchio, Nat. hist., XIV, 6, 69.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (84) postillava che: “(84) GUALTIERI 2003, p. 159; vd. VANDEMERSCH 1994.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”.
Nel II sec. d.C., CLAUDIO TOLOMEO e Boùxenton e Blanda, nella tav. VI d’Europa della ‘Geographia’ di Tolomeo
Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 444-445 parlando del fiume Bato, poi detto Lao e di Talao, in proposito scriveva che: “Gli antichi lo chiamavano indifferentemente ‘Lao’, o ‘Talao’; …..Tolomeo chiamollo Lao, facendolo confine delle due regioni. ‘Stefano’ (I) per l’autorità di Apollodoro disselo anche Lao: ‘Laus Urbs Lucaniae authore Apollodoro de orbo terrae lib. 2. a Lao amne’. ….”. L’Antonini, a p. 444, nella nota (I) postillava che: “'(I) …..Apollodoro nel lib. I della Biblioteca anco dice: ‘Valerio Flacco, dello stesso ancor fece parola, siccome un poco più chiaro ‘Pindaro in Nemea’ così tradotto ‘& ab Argis Ductores nondum erant Talaii Filii, lue hac violenter oppressi’. Che se gli Argonauti per questi lidi passarono, siccome lungamente s’è dimostrato, e come Igino ragionando di Bute, nella favola 14 disse; non ha dell’inverisimile, che uno di essi avesse al fiume, ed al luogo suo nome dato. Da altra banda però sappiamo, che simile denominazioni sono mere imposture.”. Dunque, l’Antonini è il primo a dirci del viaggio degli Argonauti e di Giasone raccontato da Apollodoro nella sua opera “Biblioteca” Da Wikipedia leggiamo che Apollodoro di Atene, figlio di Asclepiade (in greco antico: Ἀπολλόδωρος ὁ Ἀθηναῖος; 180 a.C. circa – Atene, 120-110 a.C.), è stato uno storico, grammatico e lessicografo greco antico. Le opere attribuite ad Apollodoro sono tutte perdute nella loro interezza, eccezion fatta per 356 frammenti, dai quali si evince che aveva composto lavori di erudizione storico-cronografica. Di argomento geo-etnografico era, poi, l’ampio trattato Sul Catalogo delle navi (Περὶ νεῶν καταλόγου), in 12 libri, una sorta di commento storico-geografico all’omonima sezione del II libro dell’Iliade concernente la flotta greca. Di quest’opera, che trattava nel dettaglio questioni relative a toponimi e città spesso scomparse, restano 58 frammenti, spesso tramandati da Strabone e Ateneo di Naucrati. In virtù dell’ampio lavoro sulle divinità, ad Apollodoro sarebbe stata erroneamente attribuita la cosiddetta Biblioteca (Βιβλιοθήκη), compilata forse nel II secolo, ordinata per genealogie. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel II secolo d.C. il geografo Claudio Tolomeo pone Boùxenton in Lucania tra Velia e la costa del Bruzio (81). Etc…”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (81) postillava che: “(81) Tolomeo, Geogr., III, 1, 8-9”. La notizia è tratta dal barone Giuseppe Antonini (…) che, nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: “Tolomeo’ alla ‘tavola VI d’Europa, sebben la faccia mediterranea, dice chiaramente esser in Lucania. Ecco le di lui parole: ecc..”. Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: “Luca (I) Olstenio nelle ‘note all’Italia antica’ dello stesso ‘Cluverio’, mosso forse ance dalle già da noi addotte ragioni, e tirato dalla ‘Tavola Peuntingeriana’, che dice: CESERMA. BLANDA M. P. VII. LAVINIUM M. P. XVI. CERELIS M. P. VIII. scrisse, e cn esattissima misura, e giustizia: ‘Unde colligo Blandam fuisse, ubi nunc Maratea; nam inde sunt XVI. M.P. ad Lainum fluvium. Tolomeo’ alla ‘tavola VI d’Europa, sebben la faccia mediterranea, dice chiaramente esser in Lucania. Ecco le di lui parole: ecc..”.
(Fig….) Antonini (…), p. 439
Il grande geografo alessandrino, Claudio Tolomeo, nella sua Geografia (3), pone la città di Blanda nell’interno della Lucania, nelle vicinanze di Potentia (Potenza). Scrive il Romanelli (25): “la descrizione che ne fa Tolomeo (3), quantunque l’avesse riposto tra le città mediterranee, perchè non toccava la riva delmare: Lucanorum, mediterraneae Ulci, Compsa, Potentia, Blanda,Grumentum.”. In altri studi abbiamo parlato delle carte geografiche dette tolemaiche perchè copiate dall’opera geografica del geografo alessandrino, come ad esempio quella che quì pubblichiamo (Fig. 4)(34), conservata alla Biblioteca Nazionale di Napoli ed attribuita al cartografo Nicolò Germanico. Questa carta è bellissima ed interessantissima per i toponimi ivi contenuti. In essa leggiamo i toponimi di Velie (Velia) e Brixentu (Policastro) e Blanda. In seguito, nel XV secolo, si ebbero le prime pubblicazioni a stampa della ‘Geografia’ di Claudio Tolomeo, dette ‘Cosmographia’, dove alcuni abili monaci copisti e miniaturisti copiarono alcune carte redatte dal geografo alessandrino come ad esempio quella di Fig. 4, conservata alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Sulla Geografia di Tolomeo, trascritta e tradotta dal greco in latino (Fig. 3).
(Fig. 4) Tav. VII, Europe tabula sexta Sexta Europa tabula Italiam continent et Cyrnum insulam cum ceteris adiacentibus insulis, tratta dalla Cosmographia di Nicolò Germanico (34)
(Fig. 4) Tav. VII, Europe tabula sexta Sexta Europa tabula Italiam continent et Cyrnum insulam cum ceteris adiacentibus insulis, tratta dalla Cosmographia di Nicolò Germanico (34)
Riguardo l’antica città di Blanda, lo studioso Michele Lacava (29), ci riporta dei passi dell’introvabile manoscritto del Mandelli (19) che criticava l’ipotesi di Camillo Pellegrino (38) che fu il primo ad identificare la città perduta con Maratea: « Di tal opinione fu quel raro ingegno dei nostri tempi Camillo Pellegrino, il quale nella Tavola in piano del Ducato di Benevento segnolla in questo sito: Blanda, nunc Maratea (…) Parvemi ciò inverosimile, poiché dicendoci Livio, Blanda fosse città mediterranea della Lucania, e Tolomeo espressamente poi annoverandola tra i luoghi fra terra di essa provincia, non mi sembra potersi in questo tratto marittimo situare. ……Tolomeo in vero riconosce Blanda fra terra, ma quella Tavola di Pirro Ligorio è Maratea giù e Maratea suso, che sarebbe la Blanda mediterranea.”. (19). Anticamente la Lucania comprendeva un vasto territorio che si estendeva da Paestum a Potenza, passando ovviamente per il Vallo. Non per nulla, due paesi della provincia di Salerno, molto distanti tra loro, si chiamano Vallo della Lucania e Atena Lucana. Ebbene, proprio da un paese dell’antico territorio lucano, Diano, detto oggi Teggiano, venne, nella seconda metà del Seicento, la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un illustre dianese, Luca Mandelli, monaco agostiniano. Egli, grande erudito, iniziò a descrivere il territorio lucano cominciando dai paesi costieri, poi si inoltrò nelle zone interne fino a raggiungere il Vallo di Diano, dove riuscì a descrivere, via via, la Valle, Polla, Atena e Diano.
(Fig. 4) Particolare delle nostre coste nella Carta dell’Italia contenuta nel Codice Vaticano Urbinate Greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo.
La Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82, è la pagina 71v e 72r), il più antico codice greco conosciuto della Geographia di Tolomeo (…). Questa carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (…), Tav. I., ne parla nel Capitolo Primo: “La cartografia dell’Italia anteriormente al secolo XV – 1- L’Italia nelle Carte tolemaiche dei più antichi codici”, p. 1-2-3. La carta in questione che è contenuta nel Codice Urbinate greco 82 (…). Codice Urbinate greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua versione digitale è consultabile sul sito: https://digi.vatlib.it/search?k_f=1&k_v=Urb.gr.82; si veda in proposito: Stornajolo C., Codices urbinates graeci Bibliothecae Vaticanae descripti, Romae 1895, p. 128-129, 331. Per questo codice si veda pure: Claudii Ptolemaei Geographiaecodex Urbinas Graecus 82, phototypice depictus consilio et opera curatorum BibliothecaeVaticanae (Codices e Vaticanis selecti, 19), 4 voll., Lyon-Leipzig 1932.
(Fig. 5) La carta dell’Italia nel Codice greco Codex Vidobonensis (Vind-Hist), particolare delle nostre coste (9).
(Fig. 6) Carta d’Italia annessa al Codice Vaticano latino 5698, manoscritto, il più antico Codice latino conosciuto. Immagine tratta dal Mazzetti (…)
Nel III sec. d.C., “CESERMAE” (Sapri ?) nell’Itinerario Antonino
Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Itinerario Antonino e nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, non ho mai parlato di uno dei monumenti della geo-storia: il cosiddetto “Itinerario Antonino”. L’Itinerario antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’alto. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano. L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo. Altri studiosi precedenti prendono in considerazione l’Itinerario Antonino (uno stradario del III secolo in forma di testo) e molte altre rielaborazioni di una carta stradale antica dell’impero romano. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: “Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il Mar Tirreno coll’Ionio (2). (p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”.
A Rivello o a Sapri, CESARIANA per il Racioppi
Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……Nel suo territorio si scavano molto antichi ruderi ed anticaglie varie, onde è tenuto paese antico, succeduto secondo taluni a Velia, quindi detto Ri-vello, quasi Rivelia; altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; M.G. Racioppi mette Cesariana nel sito della ‘civitas’. Si conserva ancora nelle sue vicinanze un antico tempietto od eroo, e vi si veggono le vestigia di un anfiteatro. Fu uno dei molti paesi del regno occupati dai Saraceni nel corso del nono secolo.”. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. I, a pp. 476-477 riferendosi alla stazione di “ad Tanarum” citata nell’Itinerario Antonino, in proposito scriveva che: ” ….( o come in altro codice) ‘Canarum’. Questa stazione era, a mio avviso, presso alla fiumana che anche oggi è detta “Sammaro” accosto al paese odierno di Sacco; dessa è uno dei corsi originarii del Calore; e da questa stazione ‘ad Samarum’ giungeva a Marcelliana, che indubbiamente era nello estremo superiore orientale del bacino o pianoro di Tegiano; e da Marcelliana piegava a destra per a Cesariana (non ancora di sicuro allogata) sia a Rivello, sia a Sapri o Acqua-fredda (1). Forse il tronco della strada per la valle del Calore a Marcelliana sostituì la strada per la valle del Tanagro a Marcelliana e Nerulo, sia perchè parve di più breve e diretto percorso, sia per le ricorrenti inondazioni della pianura Pollana.”.
Nel III-IV sec. d.C., l’“Itinerario Antonino”
Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Itinerario Antonino e nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, non ho mai parlato di uno dei monumenti della geo-storia: il cosiddetto “Itinerario Antonino”. L’Itinerario antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’alto. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano. L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: “Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il Mar Tirreno coll’Ionio (2). (p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “9. Bussento e le altre città del Golfo di Policastro sono elencate anche negli itinerari antichi, e in particolare negli itinerari costieri lungo il Tirreno da Reggio a Roma. Questi itinerari, risalenti all’epoca imperiale romana, e ritrascritti da autori medioevali, ci tramandano anche il nome di centri minori. Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”. Da Wikipedia leggiamo che l’Itinerarium Antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’altro. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano.[senza fonte] L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo.
Blanda e Caesariana nella Tabula Peuntingheriana
La Tabula peuntingheriana, Itineraria militare. La Tavola o Tabula Peutingheriana (da Peuntinger, il nome del suo scopritore) è una copia del XII-XIII secolo di un’antica carta romana che mostra le vie militari dell’Impero romano. È attualmente conservata presso la Hofbibliotechek di Vienna, in Austria, e per ciò è detta Codex Vindobonensis. Ne esiste anche una copia in bianco e nero negli archivi della cartothèque de l’IGN, a Parigi; ed un’altra riproduzione è conservata presso il museo sotterraneo dell’Arena di Pola in Istria. La sua datazione è problematica, così come la sua provenienza. La Tabula fu infine stampata nel 1591 ad Anversa con il nome di Fragmenta tabulæ antiquæ dal famoso editore Johannes Moretus. Il manoscritto è generalmente datato al XIII secolo. Sarebbe opera di un anonimo monaco copista di Colmar, che avrebbe riprodotto verso il 1265 un documento più antico. Per quanto attiene a talune specifiche indicazioni, l’originale deve essere posteriore al 328. Porta il nome dell’umanista e antichista Konrad Peutinger che la ereditò dal suo amico Konrad Celtes, bibliotecario dell’imperatore Massimiliano I; Peutinger avrebbe voluto pubblicare la carta, ma morì prima di riuscirci. Disegnata probabilmente a metà del IV secolo, copiata dettagliatamente nel pieno Medioevo e riscoperta nel 1508 da quel K. Peutinger da cui ha tratto il nome, la Tabula è una striscia di pergamena lunga quasi 7 metri ma alta soltanto 35 centimetri, che rappresenta tutto il mondo allora conosciuto. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”.
Nel III-IV sec. d.C., la ‘CAESARIANA’ o ‘CESERMA’ nella Tavola Teodosiana o Peuntingheriana
Felice Cesarino (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, a p. 27 in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “…..Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La lucania romana, Roma, 1947.”. Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 64, in proposito scriveva che: “Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: “Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana” faceva pensare ad antichi possedimenti in Lucania. Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: “(42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted Ulrich, Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p. 22.”. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, riferendosi alla probabile villa Imperiale di Massimiano Erculio, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”. Infatti, assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Anonimo Ravennate (….) che voleva fosse Sapri e, anche la citazione di una “Caesariana” nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: “L’Antonini (35), a proposito di Sapri, riferiva che……“seguitando sorse l’antica carta di Peutingero, dove col medesimo nome vien chiamata.”. Infatti, a sostegno di una possibile localizzazione di ‘Cesernia’ in Sapri, è la mappa Teodosiana, detta anche ‘Tavola Peuntingheriana’, ovvero la più antica carta topografica che conosciamo, (fig.5)(36), che tra le località costiere della nostra zona, figura ‘Cesernia’. Il Racioppi (37), sosteneva che “l’antica città di Cesariana, non ancora di sicuro allogata, è da ricercarsi a Rivello, Sapri o Acquafredda.”. Il Battisti (38), che distingueva ‘Cesernia’ da ‘Cesariana’, ne propendeva per la localizzazione in Sapri.”. A sostegno di una possibile localizzazione di ‘Cesernia‘ in Sapri, è la mappa Teodosiana, detta anche ‘Tavola Peuntingheriana‘, ovvero la più antica carta topografica che conosciamo (…), che tra le località costiere della nostra zona, figura ‘Cesernia‘. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, per i tipi di Gessari (….)(1745), a p. 430 riferisce in proposito che: “…e nell’Anonimo di Ravenna chiamasi Ceserma (1), seguitando forse l’antica carta di Peutingero, dove con il medesimo nome vien chiamato”. L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge: “(1).L’accuratissimo Olstenio (….), vorrebbe che quel Ceserma si leggesse Cesae Caesaris, e che fosse la Cesariana, ubi nume Casalnuovo, ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese de’ più mediterranei della regione.“. L’Antonini (….), a proposito di Sapri, riferiva che l’Anonimo di Ravenna (….), ragionando dei luoghi posti sul mare, voleva che Sapri fosse l’antica città romana di “Ceserma“, “seguitando sorse l’antica carta di Peutingero, dove col medesimo nome vien chiamata.”. Infatti, nella Tabula Peuntingheriana (….) o carta Teodosiana, di cui qui ho pubblicato lo stralcio che a noi interessa, è citata la stazione di “Ceserma”.
(Fig…..) Tavola Peuntingheriana o carta Teodosiana – particolare della Calabria, dove si legge ‘Ceserma e Blanda’
Nella mia nota (36) postillavo che: “(36) La “Tabula peuntingheriana, “Itineraria militare”, riproduzione fattane da Stefano Bellinio è tratta dal testo di Sacco E., op. cit.”. L’immagine stralcio della lunga Tabula Peuntingheriana che ivi ho pubblicato non è la riproduzione di Stefano Bellinio (…) pubblicata dal Sacco (…), ma è l’immagine che rappresenta la vera carta di Peuntingherio che troviamo pubblicata su Wikipedia, ovvero l’immagine tratta dal Codice Vidobonensis (…), conservato alla Biblioteca Hofbibliotechek di Vienna. Da Wikipedia leggiamo che il testo, basato su una prima compilazione del IV sec., venne più volte aggiornato nel corso dei secoli; numerosi sono i punti in comune con la Tavola Peutingeriana o Peuntingheriana. La ‘Tabula peuntingheriana, Itineraria militare’, riproduzione fattane da Stefano Bellinio è tratta dal testo di Sacco E., op. cit. La Tavola Peutingeriana o Tabula Peutingeriana è una copia del XII-XIII secolo di un’antica carta romana che mostra le vie militari dell’Impero romano. È attualmente conservata presso la Hofbibliotechek di Vienna, in Austria, e per ciò è detta ‘Codex Vindobonensis’. Ne esiste anche una copia in bianco e nero negli archivi della cartothèque de l’IGN, a Parigi; ed un’altra riproduzione è conservata presso il museo sotterraneo dell’Arena di Pola in Istria. La sua datazione è problematica, così come la sua provenienza. La Tabula fu infine stampata nel 1591 ad Anversa con il nome di Fragmenta tabulæ antiquæ dal famoso editore Johannes Moretus. Il manoscritto è generalmente datato al XIII secolo. Sarebbe opera di un anonimo monaco copista di Colmar, che avrebbe riprodotto verso il 1265 un documento più antico. Per quanto attiene a talune specifiche indicazioni, l’originale deve essere posteriore al 328, perché mostra la città di Costantinopoli, che fu fondata in quell’anno; mentre per altre (come ad esempio nella Pars IV – Liguria di Levante) potrebbe essere antecedente al 109 a.C. data di costruzione della via Emilia Scauri, che non vi è indicata. Porta il nome dell’umanista e antichista Konrad Peutinger che la ereditò dal suo amico Konrad Celtes, bibliotecario dell’imperatore Massimiliano I; Peutinger avrebbe voluto pubblicare la carta, ma morì prima di riuscirci. La Tabula è probabilmente basata sulla carta del mondo preparata da Marco Vipsanio Agrippa (64 a.C.- 12 a. C.), amico e genero dell’imperatore Augusto e, tra l’altro, costruttore del primo Pantheon , in seguito ricostruito totalmente da Adriano nel 123. Si pensa che la sua redazione fosse finalizzata ad illustrare il cursus pubblicus (cioè la rete viaria pubblica sulla quale si svolgeva il traffico dell’impero, dotata di stazioni di posta e servizi a distanze regolari, che era stata appunto riordinata da Augusto). Dopo la morte dell’imperatore, la carta fu incisa nel marmo e posta sotto il Porticus Vipsaniæ, non lontano dall’Ara Pacis, lungo la Via Flaminia. Un altra carta che si può definire tematica è la cosiddetta Tabula Peutingeriana. Disegnata probabilmente a metà del IV secolo, copiata dettagliatamente nel pieno Medioevo e riscoperta nel 1508 da quel K. Peutinger da cui ha tratto il nome, la Tabula è una striscia di pergamena lunga quasi 7 metri ma alta soltanto 35 centimetri, che rappresenta tutto il mondo allora conosciuto. ll presunto originale della carta stradale della seconda metà del IV secolo (ca. 375 d.C.) contiene una rappresentazione grafica del mondo conosciuto allora, nella quale le strade erano rappresentate come linee di collegamento fra le singole tappe dei percorsi. L’originale tardo antico può essere ricondotto a diversi possibili carte precedenti, tra i quali una carta del mondo preparata da Marco Vipsanio Agrippa (64 a.C. – 12 a.C.). Si pensa che la sua redazione fosse finalizzata ad illustrare il cursus publicus (cioè la rete viaria pubblica sulla quale si svolgeva il traffico dell’impero, dotata di stazioni di posta e servizi a distanze regolari, che era stata appunto riordinata da Augusto). Dopo la morte dell’imperatore, la carta fu incisa nella sua lapide di marmo e posta sotto il Porticus Vipsaniæ, non lontano dall’Ara Pacis, lungo la Via Flaminia a Roma. Riguardo la stazione romana di ‘Ceserma’ vorrei qui ricordare la studiosa e archeologa Giovanna Greco (….), in un suo studio, a p. 19, in proposito scriveva che: “..è piuttosto sulla costa che si vanno infittendo le emergenze monumentali di ‘ville’ più o meno complesse: da quella di Punta Licosa a Nord di Velia a quella imponente e monumentale di Sapri a Sud. Le evidenze monumentali ed epigrafiche provenienti da Sapri, le ampie descrizioni degli studiosi ottocenteschi (28) testimoniano una situazione più complessa ed articolata che non quella di una semplice villa marittima per quanto monumentale essa sia (29). Al problema, al momento insolubile, della ubicazione a Sapri della statio Caesernia, lungo la via costiera che univa Capua aReggio (30), si connette la complessità delle emergenze monumentali nonchéla presenza di un cippo funerario, pubblicato dall’Antonini e dal Mommsen, che menziona un ‘duovir des’ (ignatus) che documenta una costituzione duovirale tipica di una colonia (31).” (….)(….). Si veda Giovanna Greco (….) ed il suo saggio, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32. L’Archeologa Giovanna Greco (…), a p. 19, nella sua nota (28) postillava che: “(28) W. Johannowsky, Sapri, in Atti XXIII, CSMG, Taranto, 1983, p. 528.”. La Greco, a p. 19, nella sua nota (29) postillava che: “(29) G. Antonini, Lucania, Napoli, 1745, p. 429 e p. 431; relazione Magaldi alla Soprintendenza di Napoli del 1938: descrive minuziosamente un complesso sistema idrico ed ambienti mosaicati venuti alla luce durante la costruzione di alcune palazzine.”. Sulla relazione di Josè Magaldi ho scritto quando parlo più in generale della villa marittima e monumentale in località S. Croce a Sapri. L’archeologa Giovanna Greco, a p. 19, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Nissen, Italische Landeskunde, vol. II, p. 899, n. 8; Karhsted, op. cit., p. 22.”. La Greco, a p. 19, nella sua nota (31) postillava che: “(31) CIL, X, 461; questo stesso cippo è dato come proveniente da Buxentum da A. Russi in Dizionario Epigrafico De Ruggiero, s.v. ‘Lucania, p. 1897.”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a pp. 69-71-72 parlando di Buxentum, in proposito scriveva che: “Però la nuova colonia non ebbe quell’importanza che i Romani ne speravano; essa rimase fuori dal movimento stradale acquistando invece maggiore importanza il luogo dove in prosieguo sorse ‘Caesariana’ (Sapri).”. Il Dito, a p. 71, in proposito scriveva che: “Dopo Buxentum, in fondo la porto naturale di Sapri si trovava la stazione navale di ‘Caesariana’, (1) ch’era anche stazione di intreccio della via che da ‘Nerulo’ per ‘Caesariana’ costeggiava il litorale tirreno fino alla ‘Colonna reggina’. Molti scrittori, dietro la lezione sbagliata d’un testo d’Erodoto, vollero porre a Sapri la ‘Scidro’ d’Erodoto (la lez. era ‘Sipron’); ma la stessa situazione e i pochi vestigi antichi (‘le Camerelle’) che non vanno oltre l’epoca imperiale attestano della sua importanza come stazione navale a cui faceva capo il commercio per l’interno. Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il Mar Tirreno coll’Ionio (2). (p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Dunque, Oreste Dito (….) scriveva che la fondazione della stazione marittima di Caesariana (così viene indicata sulla tavola Peuntingeriana), in onore di qualche Imperatore (“Cesare”) romano, “non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario Antonino e la tavola Peuntingeriana o teodosiana (sec. IV)“. Nella mia Relazione del 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, quando scrivevo che: “Il Racioppi (37), sosteneva che “l’antica città di Cesariana, non ancora di sicuro allogata, è da ricercarsi a Rivello, Sapri o Acquafredda.”.“. Nella mia nota (37) postillavo che: “(37) Racioppi G., Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1902.”. Nella mia Relazione del 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, quando scrivevo che: “Il Battisti (38), che distingueva ‘Cesernia’ da ‘Cesariana’, ne propendeva per la localizzazione in Sapri.”. Nella mia nota (38) postillavo che: “(38) Battisti Carlo, op. cit.”. Il Battisti (….), che distingueva ‘Cesernia‘ da ‘Cesariana‘, ne propendeva per la localizzazione in Sapri. Battisti Carlo, Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi “, vol. XXXII, Firenze, 1964. Nel 1815, Domenico Romanelli (….), nel suo “Antica topografia istorica del Regno di Napoli”, nel suo vol. I (vedi ristampa a cura di Ferdinando La Greca, dal titolo “Il Cilento, Paestum, e il Picentino”, p. 116), dopo aver detto di “7 – Mendicolco Vicus” ci parla di “8 – Caesariana”. Il Romanelli, fa il punto della sitauzione topografica e dei toponimi presenti in alcuni antichi autori come il Cluverio (…) e l’Olstenio (Holstein), e delle sue “Note all’Italia Antiqua al Cluverio”, ma soprattutto partendo dalle stazioni romane citate nell’Itinerario Antoninino, nell’Anonimo di Ravenna e nella Tabula Peuntingheriana. Il Romanelli a p. 116, in proposito scriveva che: “I soli itinerarj, e le tavole topografiche ci guidano finora nelle ricerche delle città Lucane. Camminiam perciò sull’incertezza, e tra dubbio lume, senza guida di alcuno scrittore, che ce ne insegni i veri nomi, e ci dia, conto di loro esistenza politica. Una di esse fu ‘Caesariana’, che nell’itinerario Antonino da Capua alla Colonna è segnata tra Marcelliana, e Nerulo a miglia 21 dalla prima, che noi abbiam rettificato in 14, perchè oggi se ne contano 12, ed a 33 da Nerulo, perchè oggi se ne contano 28: AD CALOREM IN MARCELLIANA…….M.P. XXV; CAESARIANA……M.P. XXI, leg. XIV; NERULO…..M.P. XXXIII ecc….Questa medesima città nella tavola peuntingeriana è descritta erroneamente col nome di ‘Caserma’ a miglia sette da Blanda, ma l’Olstenio (1) ha fatto ben osservare, che invece di ‘Caserma’ legger si debba ‘Caesariana’: Caserma. Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquiliae ad Casas Caesarianas, pro quibus hic corrupte Caserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam fuisse, ubi nunc Maratea, nam inde XVI sunt mill. pass. ad Lainum fluvium. Eccone l’ordine topografico: CASERMA (leg. Caesariana); BLANDA……M.P. VII; LAVINIUM (leg. Laus)….M.P. XVI; CERILIS ecc….Riponendosi però Blanda a Maratea, se conviene la distanza di miglia 16 sino al fiume Lao, non conviene l’altra di sette sino a Cesariana, e perciò noi abbiamo stimato di aggiungere la cifra X, che forse fu tralasciata, e completare miglia 17, ch’esattamente vi corrispondono, fissandosi Cesariana a Casalnuovo, come saremo per dire. Questa topografia di Cesariana a Casalnuovo poco lontano da Sanza, devesi allo stesso Olstenio (2), da cui si aggiunge in altro luogo: “Caesariana, sive Casae Caesariannae ponendae videntur, ubi nunc” Casalnuovo. Corrispondendo adunque tutte le segnate distanze da Nerulo, da Blanda, e da altri luoghi al sito di Casalnuovo, noi abbiamo tutta la ragione di credere, che qui fosse Cesariana, che dalla via Aquilia veniva attraversata.”. Il Romanelli, a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Holsten. in Cluver. pag. 288.”. Il Romanelli, a p. 117, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Id. pag. 293.”. Il Romanelli, parlando dell’Olstenio si riferiva al testo di Luca Holstenio (…) e del suo ‘Annotationes in geographiam sacram Caroli à S. Paulo Italiam Antiquam Cluverii et Thesaurum aurum geographicum Ortelii’, Roma, pubblicato nel 1666. Dunque, il Romanelli voleva che l’antica stazione Romana di “Ceserma”, segnata nella Tavola di Peuntingherio, fosse da identificarsi con l’odierno Casalnuovo nel Vallo di Diano e vicino a Sanza (SA). E’ vero che nella Tabula Peuntingheriana la stazione romana di Ceserma è segnata vicino al fiume Silaro che dal golfo di Policastro risale verso il Vallo di Diano ma è anche vero che la stazione di Ceserma è segnata abbastanza prossima al mare e proprio in prossimità della baia naturale di Sapri, che anche nella carta è facilmente distinguibile. Sulla Tabula Peuntingheriana, la stazione romana di “Ceserma” è segnata come toponimo “Ceserma VII”. Il Romanelli, citava l’Holsteino (…), a p. 288 e a p. 293. Vediamo l’Olstenio (…), nelle sue “Note all’Italia Antiqua del Cluverio”, ovvero al testo del 1666 ‘Annotationes in geographiam sacram Caroli à S. Paulo Italiam Antiquam Cluverii et Thesaurum aurum geographicum Ortelii’, un testo di geografia storica che rivede l’altro testo di Cluverio: “Italia Antiqua”. Infatti, l’Olstenio, a p. 288, in proposito scriveva che: “Lin. 42. ‘Ceserma, &.) Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquilliae ad Casas Caesarianas, pro quibus hic corrupte Ceserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam suisse, ubi nunc Marathea, nam inde XVI. sunt m.p. ad Lainum fl.”.
Nel VI-VII sec. d.C. (?), l’antica “Ceserma” nell’Anonimo Ravennate
Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Anonimo Ravennate (….) che voleva fosse Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, studio redatto per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: “L’Antonini (35), a proposito di Sapri, riferiva che l’Anonimo di Ravenna (lib. 4 e 5), ragionando dei luoghi posti sul mare, voleva che Sapri fosse l’antica città romana di “Ceserma”, ecc…”. Nella mia nota (35) postillavo che: “(35) Antonini G., La Lucania, parte II, Napoli, 1745, discorso XI, nota 1, p. 430.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, per i tipi di Gessari (….)(1745), a p. 430 riferisce in proposito che: “…e nell’Anonimo di Ravenna chiamasi Ceserma (1), seguitando forse l’antica carta di Peutingero, dove con il medesimo nome vien chiamato”. L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge: “L’accuratissimo Olstenio (….), vorrebbe che quel Ceserma si leggesse Cesae Caesaris, e che fosse la Cesariana, ubi nume Casalnuovo, ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese de’ più mediterranei della regione.“. L’Antonini (….), a proposito di Sapri, riferiva che l’Anonimo di Ravenna (….), ragionando dei luoghi posti sul mare, voleva che Sapri fosse l’antica città romana di “Ceserma“. Dunque, secondo l’Antonini l’Anonimo di Ravenna o Ravennate nei suoi Libri 4 e 5 della sua “Cosmografia Ravennate”“ragionando dei luoghi posti sul mare”, chedeva che “voleva che Sapri fosse l’antica città romana di “Ceserma”. L’Anonimo di Ravenna, detto anche Geografo di Ravenna, fu autore di un elenco di dati geografici riuniti in cinque libri nel VII o nell’VIII sec. sotto il titolo di “Cosmografia ravennate”. L’Anonimo di Ravenna (…), detto anche Geografo di Ravenna, fu autore di un elenco di dati geografici riuniti in cinque libri nel VII o nell’VIII sec. sotto il titolo di “Cosmografia ravennate”. Il Porcheron (…), nella trascrizione del testo dell’Anonimo di Ravenna (…), a p. 253, in proposito scriveva che: “II. Itinerum civitas Columpna Regia, Arciades, Tauriana, Vibona Valentia, Tenna, Tempsa, Clampetia (c) Ercules, Cerillis, Lanimunium, Blandas, Cesernia, (d) Veneris, (e) Boxonia, ecc…”. Il Porcheron, a p. 253 nella sua nota (d) postillava: “(d. Sive lucus, sive templum aut quid aliut fuerit, nemo nos docet, hunc enim locum ceteri omnes neghexere.” e, nella nota (e) postillava che si trattava di Buxentum.
Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: “(p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Dunque, Oreste Dito cita l’Anonimo di Ravenna (…), in cui viene citata “Cesernia”. Oreste Dito scriveva che: “nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Il geografo di Ravenna. Da Wikipedia leggiamo che il testo, basato su una prima compilazione del IV sec., venne più volte aggiornato nel corso dei sec.; numerosi sono i punti in comune con la Tavola Peutingeriana o Peuntingheriana. La Cosmografia ravennate è una lista di luoghi e città del VII secolo d.C., che presenta il mondo allora conosciuto. Prende il suo nome dalla città italiana di Ravenna, dove il testo fu realizzato da un autore anonimo. Consiste in una sequenza di toponimi che vanno dall’India fino all’Irlanda. Il testo lascia supporre che probabilmente l’autore ha frequentemente usato delle mappe come fonti. Sebbene graficamente si presenti come una mappa, è in realtà una metodica elencazione di località, tratte dalla mappa. Le tre copie manoscritte distano dall’originale tre o quattro generazioni. Di conseguenza le copie sono affette da errori di ortografia, divisioni di parole ed errori di trascrizione che sembrano provenire da una cattiva interpretazione di una dettatura. Le variazioni tra i testi non sono limitate ai nomi delle località, ma ci sono variazioni significative nei commenti. Da questo si può dedurre che gran parte degli errori sono attribuibili ai copisti. I cinque libri che compongono l’opera sono stati pubblicati per la prima volta a Parigi da dom Porcheron con il titolo: “Anonymi Ravennatis de geographia libri V” nel 1688. Sono stati pubblicati di nuovo a Parigi con notevoli miglioramenti da A. Jacobs nel 1858 e a Berlino da Parthey nel 1860. L’edizione critica più recente dei tre manoscritti è quella di Joseph Schnetz, Itineraria Romana, vol. II: Ravennatis Anonymi Cosmographia et Guidonis Geographica, 1942 (ristampa 1990), B. G. Teubner, Stuttgart. Tradizione del testo: Fra i tre manoscritti che formano la tradizione diretta della Cosmographia dell”Anonimo Ravennate, il ms. Città del Vat., Biblioteca Apostolica Vaticana, Urb. Lat. 961 e il ms. Basel, Universitätsbibliothek, F V 6 danno luogo a un ramo, il ms. Paris, Bibliothèque Nationale, lat. 4794 a un altro; il testo si fonderà sul Vaticano e sul Parigino, dal momento che il Basiliense, restituendo usi tradizionali del latino estranei all”epoca dell”autore (sec. VIIIin ), non è affidabile. È necessaria l”integrazione con i geografi che si sono serviti della Cosmographia, particolarmente Guidone Pisano, il quale nelle Historiae variae si serve di un codice perduto della Cosmographia che conteneva una redazione più completa e corretta (sei i mss. di Guidone, più due testimoni secondari); poi Riccobaldo da Ferrara (De locis orbis) e l”anonimo pisano autore del Liber de existencia riveriarium et forma maris nostri Mediterranei. I problemi critici principali sono la corretta ortografia e identificazione degli oltre cinquemila toponimi della Cosmographia. (da Te.Tra. I, scheda a cura di Annapaola Mosca). Bibliografia filologica: Anonymi Cosmographia et Guidonis Geographica, ed. J. Schnetz, Stutgardiae 19902 (prima ed., Lipsiae 1940), pp. 1-110 (Itineraria Romana, II); Ravennatis anonymi cosmographia et Guidonis geographica, edd. M. Pinder – G. Parthey, Berolini 1860 (rist. Aalen 1962); J. SCHNETZ, Untersuchungen über die Quellen der Kosmographie des anonymen Geographen von Ravenna, München 1942 (Sitzungsberichte der Bayerischen Akademie der Wissenschaften, Phil.-hist. Abt., 1942, n. 6). Dunque, come ho già scritto, nel 1688, i cinque libri che compongono l’opera sono stati pubblicati per la prima volta a Parigi da dom Porcheron con il titolo: “Anonymi Ravennatis de geographia libri V”.
Nel VII sec. d.C., Blanda e Ceserma nella Cosmographia dell’Anonimo Ravennate
Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: “Più recenti notizie di Blanda si hanno dall’Anonimo Ravennate (22), vissuto intorno al VII sec., il quale riporta nel IV libro il nome di Blanda tra Laminium e Cesernia: Tempsa, Clompetia, Cerillis, Laminium, Blandas, Cesernia, Buxentum, e lo ripete nel V libro con variazione nel nome di Laminium: Laminium, Blandas, Cesernia. L’ordine, da sud a nord, seguitò dall’Anonimo Ravennate nell’elencazione delle città costiere meridionali, ci dice che Laminium (Lao) era a nord di Cerillis (Cirella) e Blanda a nord di Laminium, così com’è realmente.”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Anonymi Ravennatis, ‘De Geographia’, IV, 32 e V, 2”. Infatti, l’Antonini (…), a p. 430, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “…e nell’Anonimo di Ravenna’ chiamasi ‘Ceserma (I), seguitando forse l’antica carta di ‘Peutingero’, dove col medesimo nome vien chiamato.”. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. La prima edizione della ‘De Geographia’ dell’Anonimo di Ravenna è di don Placido Porcheron (…). L’Anonimo di Ravenna (6), detto anche Geografo di Ravenna, fu autore di un elenco di dati geografici riuniti in cinque libri nel VII o nell’VIII sec. sotto il titolo di ‘Cosmografia ravennate’. Il testo, basato su una prima compilazione del IV sec., venne più volte aggiornato nel corso dei sec.. Numerosi sono i punti in comune con la Tavola peutingeriana. L’Anonimo di Ravenna (o ravennate) (6). L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge: “…ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “9. Bussento e le altre città del Golfo di Policastro sono elencate anche negli itinerari antichi, e in particolare negli itinerari costieri lungo il Tirreno da Reggio a Roma. Questi itinerari, risalenti all’epoca imperiale romana, e ritrascritti da autori medioevali, ci tramandano anche il nome di centri minori. Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”.
Guido da Pisa, nella sua “Geographica” parla di Blanda
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Etc…”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Da Wikipedia leggiamo che Guido da Pisa (Pisa, … – XII secolo) è stato un geografo italiano. Diverse fonti citano un Guido compilatore di testi storici e geografici. Nella raccolta che costituisce il codice Vaticanus latinus 11.564 della Biblioteca apostolica Vaticana, egli unì le Chronica maiora di Isidoro di Siviglia con le Historiae adversus paganos di Paolo Orosio, aggiungendo (c. 184 recto) la notizia di un terremoto avvenuto a Pisa nel 1117. Un’altra compilazione, contenuta nel codice Egerton 818 della British Library di Londra, comprende le Collectanea rerum memorabilium di Gaio Giulio Solino e il De septem miraculis mundi del venerabile Beda, e si conclude con sei esametri nei quali Guido si presenta come autore della raccolta: «Me Guido collegit studiose» (c. 52 recto). L’opera più nota di Guido è la Geographica, in quattro libri: il primo libro, composto da brani tratti dalla Cosmographia dell’Anonimo ravennate, dall’Historia Longobardorum di Paolo Diacono e dalle Collectanea di Solino, descrive i territori dei quali si componeva l’Impero romano; il secondo libro descrive brevemente l’antica società romana, seguendo le Etymologiae di Isidoro di Siviglia, il terzo tratta della geografia, seguendo ancora l’Anonimo ravennate, e il quarto libro descrive la guerra di Troia secondo il De excidio Troiae historia di Darete Frigio e le gesta di Alessandro Magno dello Pseudo-Callistene. Il nome dell’autore è presente sia nel prologo – «ego Guido inductus pro scientia mea» – che alla fine dell’opera – «Ex quibus haec Guido documenta decora reliquit» – menzionando anche l’anno in cui fu scritta l’opera: «anno ab incarnatione eius millesimo centesimo XIX». L’opera è contenuta nel codice Bruxellensis 3897-3919 della Bibliothèque Royale di Bruxelles; parzialmente nel Florentinus Riccardianus 881, nel Mediolanensis Ambrosianus R 114, nel Romanus Sessorianus 286 della Biblioteca nazionale di Roma, e nel Caesareus CCCXXXIII, Endlicheri 3.190 di Vienna.
Ville e possedimenti imperiali
Ferdinando La Greca (…), nel suo recente “Da Libio Severo ai Paleologo etc…”, nel 2017, a p. 35, in proposito scriveva che: “Lungo la costa sorgono anche importanti ville romane quali centri di produzione agricola, vere e proprie aziende che sfruttano il lavoro degli schiavi e si specializzano in pochi prodotti altamente redditizi per il mercato (olio, vino, grano, frutta, fiori, ortaggi): sono note le ville costiere di Tresino presso Agropoli (quella più antica, in quanto fortificata), di Licosa, di Sapri.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a pp. 64-65, in proposito scriveva che: “Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: “Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana”, spiegava e faceva pensare ad antichi possedimenti in Lucania. Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. Nella mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, nella nota (42) postillavo che: “(42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n. 8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p. 22.”. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, riferendosi alla probabile villa Imperiale di Massimiano Erculio, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 287-288-289-290, in proposito scriveva che: “Abbiamo già detto di Velia, per la sua mitezza del suo clima, e per le ville che allietavano il litorale, era un luogo ricercato di villeggiatura e di cura, e abbiamo ricordato, tra i suoi frequentatori illustri, il console Emilio Paolo, e anche Orazio ricordammo (p. 41). Qui aggiungiamo che Velia, col suo porto (p. 34), per essere uno scalo quasi obbligatorio di coloro che andavano in Sicilia, o ne tornavano per via di mare, costringeva i viaggiatori a fermarvisi (1). Cicerone, nella sua seconda ‘actio’ contro Verre, ricorda che, per trovarsi a Roma, come richiedeva la procedura, il giorno della trattazione della causa, dové esporsi ad un viaggio per mare pieno di pericoli, da Vibone a Velia (2). In un altro passo Cicerone afferma di aver visto con i suoi occhi, all’ancora del porto di Velia (p. 34), la splendida nave, su cui Verre si era imbarcato, non senza avervi prima caricato una parte, la più preziosa della refurtiva (3).”. Il Magaldi a p. 288, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cicerone, Ad fam., IX, 7, 2 (a. 46): “……………..”….(in questa lettera Cicerone riferisce le diverse voci che correvano sull’itinerario che avrebbe seguito Cesare ritornando dalla guerra d’Africa).”. Il Magaldi, a p. 288, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. Cicerone, Actio II in Verrem, II, 40, 99: “……………..”…Cfr. C.F. Crispo, I viaggi di M. Tullio Cicerone a Vibo, in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, a. XI (1941), p. 18 seg.. Nel passo riferito di Cicerone vi era un allusione al ‘Thempsanum incommodum’, di cui si è fatto cenno (p. 188).”. Il Magaldi, a p. 288, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Cicerone, Actio II in Verrem, V, 17, 44 etc..”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “4. Ricordi dell’Età Imperiale”, a p. 15 in proposito scriveva che: “Ai tempi dei primi imperatori era posto di confino per gli esiliati di marca. Etc…Non sappiamo come questi illustri personaggi se l’abbiano passata da queste parti, nè abbiamo notizie di palazzi o costruzioni da essi eseguiti. La città più importante di questo lembo del Golfo era probabilmente ‘Vibona’, che giace tuttora sotto una folta vegetazione e che copre forse anche i palazzi.”. Riguardo il manoscritto del Mannelli riportò la trascrizione integrale delle pagine in cui parla di Policastro, nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli pubblicate per la prima volta dal manoscritto pel sac. Rocco Gaetani”, a pp. 18-19 in proposito scriveva che: “Credo che molte iscrizioni di quei tempi sian sepolte fra gli abbattuti edifici di Policastro, dalle quali potrebbesi formar concetto della sua magnificenza, essendone però una sola, nemmeno intera pervenuta a mia notizia, non voglio tediarla di qui rapportarla, etc…”. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 129, Craufurd scriveva che: “Per spiegare l’esistenza di queste iscrizioni si deve ritenere che in questa provincia dovevano esservi delle proprietà della famiglia imperiale. Ecc…”. Dunque, il Ramage che fu il primo degli scrittori stranieri a riportare le epigrafi o iscrizioni latine presenti a Policastro, ragionando sulla presenza di queste epigrafi scriveva che: “Per spiegare l’esistenza di queste iscrizioni si deve ritenere che in questa provincia dovevano esservi delle proprietà della famiglia imperiale. E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 115, nella Tav. XXVI del suo “Notize storiche su Policastro Bussentino”. Il Cataldo, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: “Sotto Augusto Buxentum fu compresa nella III^ Regione Italica (Lucania e Brutium) l’anno 42 a. C…Fra le maggiori località costiere di origine greca, come ecc.., nonchè Blanda Julia (Maratea) e Velia e Vibo ad Siccam (Vibone Lucana), Pixunte non doveva essere inferiore, perchè, pur non essendo un centro di grande entità, era, più che oggi, soggiorno turistico specialmente per gli uomini illustri come Cicerone, Orazio, ecc…Dell’antica Buxentum restano tracce di mura romane, costruite su quelle greche ecc…e tre lapidi, etc…”. Ferdinando La Greca (…), nel suo recente “Da Libio Severo ai Paleologo etc…”, nel 2017, a p. 47, in proposito alle due epigrafi di cui parlo in questo mio saggio scriveva che: “La presenza di dediche per membri della famiglia Giulio-Claudia (per Livia moglie di Augusto e madre di Tiberio, qui chiamata Iulia, e per Germanico, murate nel campanile della cattedrale di Policastro)(70) è spiegata in connessione a proprietà imperiali nella zona, o in relazione ad assegnazioni coloniarie ai veterani di Augusto. Sono presenti numerose ville nel territorio, con importanti attestazioni archeologiche, come un rilievo tardo-repubblicano di produzione regionale affine ai rilievi coevi del vallo di Diano (71).“. Il La Greca (…), a p. 47, nella sua nota (70) postillava che: “(70) CIL X 459-460.”. Infatti due studiosi Natella e Peduto, a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che:“(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; ecc…”. Il La Greca, a p. 47, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Vd. Gualtieri, 1996.”. Il La Greca (…), a p. 35, in proposito scriveva che: “Lungo la costa sorgono anche importanti ville romane quali centri di produzione agricola, vere e proprie aziende che sfruttano il lavoro degli schiavi e si specializzano in pochi prodotti altamente redditizi per il mercato (olio, vino, grano, frutta, fiori, ortaggi): sono note le ville costiere di Tresino presso Agropoli (quella più antica, in quanto fortificata), di Licosa, di Sapri.”. La mia ipotesi che Giulia fosse stata confinata a Sapri nella bella villa in località S. Croce non potrebbe essere tanto campata in aria visto che l’epigrafe funebre a lei dedicata esiste e si trova non molto distante da Sapri. Tuttavia la notizia andrebbe a mio parere ulteriormente indagata. Secondo quanto scrivevano Tacito e Svetonio, la villa (Imperiale) che accolse l’esilio forzato della bella moglie di Tiberio potrebbe essere quella di Sapri essendo questa l’unica più vicina a Policastro, dove si trova la sua epigrafe funeraria e l’unica esistente su tutto il litorale fino a Velia. L’ipotesi è plausibile ?. Certo è che la notizia e l’ipotesi stessa dovrebbe essere ulteriormente e meglio indagata dagli addetti ai lavori chepare abbiano dimenticato le due epigrafi ancora visibili sul campanile della cattedrale di Policastro. Già il Ramage si chiese come mai si trovassero a Policastro quelle epigrafi che ci parlano di una famiglia imperiale, la quale a suo avviso, essi dovevano possedere una villa di una certa importanza. Vi sono ville d’epoca romana a Policastro ?. Che io sappia non ne sono mai state trovate. Forse è per questo motivo che l’Antonini poneva Bussento lì dove doveva trovarsi l’antica città della Molpa. Sono ancora tanti i dubbi e le incertezze storiche di questo territorio e non credo che certe notizie vadano liquidate alla stregua del Racioppi che criticò fortemente l’Antonini. L’Antonini scrive che il campanile fu costruito con materiale di risulta proveniente da altri ruderi o monumenti dell’antichità. Infatti, il campanile è di epoca posteriore a quello delle Iscrizioni citate dall’Antonini, solo una risulta anteriore. E’ quindi non è da ecludere l’ipotesi che l’epigrafe di Giulia (“IVLIAE”), provenga da una villa d’epoca romana posta nella zona. Credo che oltre ogni ragionevole dubbio si possa propendere per l’ipotesi che si trattasse proprio della villa d’epoca Romana a Santa Croce a Sapri. Come scriveva il Tancredi, la figlia di Augusto e moglie di Tiberio, Giulia maggiore, di cui a Policastro Bussentino, l’antica Buxentum (Bussento) possiamo leggerne l’epitaffio della sua morte su una lapide scolpita nel marmo posta sul campanile bizantino della cattedrale, fu confinata dal padre Cesare Augusto in una villa di cui a Policastro non si trovano i resti. E’ molto probabile però che la sua villa, in cui ella dovette morire, fosse la villa romana di cui ancora oggi possiamo ammirarne le vestigia in località S. Croce a Sapri. Il fatto che l’epigrafe marmorea si trovasse a Policastro significa poco perchè essa poteva provenire da altro luogo essendo materiale di risulta reimpiegato sulla torre campanaria della Cattedrale. L’epigrafe lapidea di Giulia, moglie di Tiberio, poteva essere scolpita e posta solo dopo la sua morte nel municipio di Buxentum.
Nel IV sec. d.C., la villa in Lucania (a Molpa o a Bussento ?) dove si ritirarono gli Imperatori Massimiano Erculeo o Erculio e Massenzio
In alcuni scrittori locali leggo che le strutture murarie d’epoca romana che oggi ancora si possono ammirare in località S. Croce a Sapri dovevano essere una grande villa appartenuta all’Imperatore Massimiano Erculeo. Felice Cesarino (…), nel suo saggio “La residenza di un personaggio eccellente – La villa romana di Sapri”, apparso sulla rivista “I Corsivi”, n. 1, anno 2010, a p. 10 in proposito scriveva che: “Alcuni storici (Eutropio, Zosimo e Orosio) riferiscono che l’Imperatore Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano, dopo aver abdicato nel 305 d.C. si era ritirato in Lucania, in una località imprecisata. Emilio Magaldi, in “Lucania Romana”, sostiene che il toponimo ‘Caesariana’ (da taluni identificata con Sapri) farebbe appunto pensare ad un possedimento imperiale in questa regione. Ecc..”. Felice Cesarino (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, a p. 27 in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “L’Imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (cfr. Orosio). La villa in parola secondo uno degli autori antichi (Lattanzio) si direbbe trovata in Campania, secondo altri (Zosimo, Zonara, Eutropio) in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (Honingman). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La lucania romana, Roma, 1947.”. Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi. Infatti, nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a pp. 281-282, in proposito scriveva che: “Prima di chiudere la rassegna dobbiamo ricordare Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, che, abdicato con lui nel 305, si ritirò in Lucania, dove possedeva una villa (p. 64). E da questa villa egli scappò a Roma, all’annunzio che suo figlio Massenzio era stato gridato imperatore dai pretoriani (27 o 28 ottobre del 306)(9).”. Il Magaldi, a p. 281, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. Eutropio, IX, 27, 2: ‘Tanem uterque uno die privato habitu imperii insigne mutavit, Nicomediae Diocletianus, Herculius Mediolani……Concesserunt tamen Salonas unus, alter in Lucaniam; Zonara, XII, 32: …………………….Suida (Adler), s.v. ……………: “………………..”; Eutropio, X. 2.3: “Romae interea praetoriani excito tumultu Maxentium etc….”; Orosio, VII, 28, 5: ‘praetoriani milites etc….’; Zosimo, II, 10:…..’………..’, Cfr. SEECK, op. cit. di qui a poco, I^, p. 84.”. Il Magaldi, a p. 281, citava p. 64. Infatti il Magaldi a p. 64, in proposito scriveva che: “Anche l’imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (3). La villa in parola secondo uno degli autori antichi si sarebbe trovata in Campania (4), secondo i più di essi in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (5). Fra la Campania e la Lucania le maggiori probabilità sono per la Lucania perchè, come osserva il SEECK, se la Campania, celebre per le sue ville, potè facilmente sostituirsi nella tradizione alla Lucania, il contrario non è ammissibile (6). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale, che la villa imperiale si trovava a Molpa (p. 31)(7) non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: “Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana”, spiegava e faceva pensare ad antichipossedimenti in Lucania. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “A 9 km. oltre il fiume Bussento, nel posto dove oggi è Sapri, si vuole da alcuni allogare ‘Scidrus’, che da altri si colloca a Papasidero, oppure la stazione ‘Cesernia’ della strada litorale ionica (1). Continuando a scendere lungo la costa, si oltrepassa Maratea e si raggiunge la foce del Noce che, prima di sboccare, lasciava a sinistra ‘Blanda’. Poco dopo l’isoletta Dino, ricca di grotte, fronteggia da vicino la costiera. Proseguendo si incontra, poco dopo, Scalea, che sembra fosse il porto di Lao (2). Ecc..”. Il Magaldi, a p. 37, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di queste identificazioni topografiche si riparlerà nel c. VIII.”. Dunque, il Magaldi ci parla di Sapri cap. VII che si trova nel suo vol. II della sua “Lucania Romana”. Il Magaldi, a p. 37, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. Nissen, o. c., II, p. 898.”. Riguardo l’opera del Nisse citato dal Magaldi si tratta di Heinrich. Nissen (…). Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: “(42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Mario Napoli (…), riguardo il Nissen ripete la stessa postilla e nota. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La villa è collocata in Campania da LATTANZIO, de mort. persecut., 26, 7. La collocano invece in Lucania Zosimo, II, 10, ZONARA, XII, 32, EUTROPIO, IX, 27, 2, e X, 2, 3 (riportati in seguito).”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. HONINGMANN, cit., col. 1559. Così pure il commendatore Lattanzio, l. c., nell’edizione del Migne”. Il Magaldi, riguardo la postilla del Lattanzio (…) si riferiva all’opera “De mortibus percecutorum”. De mortibus persecutorum (dal latino, «Le morti dei persecutori») è un trattato in lingua latina attribuito allo scrittore cristiano Lattanzio (….). Composto negli anni immediatamente seguenti all’Editto di Milano, il trattato aveva lo scopo morale di istruire i cristiani su quale fosse la sorte che spettava ai nemici di Dio. Esso narra, con uno stile scorrevole e a tratti molto crudo e vivace, la vita, le sofferenze e la fine tragica di tutti i persecutori del cristianesimo, da Nerone fino a Massimino Daia. L’opera si articola in oltre cinquanta capitoli, i più ricchi dei quali sono quelli dedicati ai tetrarchi e ai loro successori. L’attribuzione del De mortibus persecutorum è stata anche oggetto di dibattito: lo scritto infatti, per il gusto del macabro di molte scene e lo stile ardente e diretto si differenzia dalle altre opere di Lattanzio in cui prevale invece un’eloquenza molto più pacata. Secondo Arnaldo Momigliano l’autore del De mortibus persecutorum è forse l’unico scrittore cristiano dell’epoca che si diffonda su eventi sociali e politici e lo fa con uno spirito conservatore e senatoriale che deve risultare imbarazzante per coloro che identificano i cristiani con l’amore per gli strati sociali più poveri e deboli. Il Migne (….) pubblicò il testo attribuito al Lattanzio. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. O. SEECK, Geshichte des Untergangs der antiken Welt, vol. I^, p. 84 e Anhang^4, p. 485”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Cfr. CORCIA, o. c., III, p. 58 seg.”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. O. SEECK, Geshichte des Untergangs der antiken Welt, vol. I^, p. 84 e Anhang^4, p. 485”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Cfr. CORCIA, o. c., III, p. 58 seg.”. Riguardo la postilla del Corcia (…), si tratta di Nicola Corcia (….). Già Nicola Corcia (…), a p. 59 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789” dissertando sull’origine Pelasgica della Molpa, citava Eutropio (come dice il Cammarano) ed in proposito scriveva che: “Da così nota antichità la città si mantenne insino ai tempi Romani. E’ noto, in fatti, da Eutropio che Massimiliano Erculeo, collega di Diocleziano, abdicato l’impero, ritiravasi nella ‘Lucania’ (6), ed il citato Cronista riferisce che ritiravasi nella città di Molpa. Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Nicola Corcia (…), a p. 58 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789”, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Eutropio, IX, 27”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Riguardo la citazione di Eutropio, il Corcia che lo cita e postillava del passo 27 del libro IX. Su Eutropio leggiamo da Wikipedia che egli era probabilmente di origine italica (così è citato nella Suda). Ricoprì in due riprese importanti cariche pubbliche sotto vari imperatori. Professava il paganesimo. Prese parte alla campagna sasanide dell’imperatore Giuliano nel 363. Successivamente ricoprì incarichi di estrema importanza a Costantinopoli, al servizio dell’imperatore Valente (364–378), di cui fu segretario e storico (magister memoriae) e su richiesta del quale scrisse il Breviarium ab Urbe condita (“Breviario dalla fondazione di Roma”). Nel 371/372 fu proconsole (governatore) della provincia d’Asia; restaurò alcune costruzioni di Magnesia al Meandro, e fu accusato di tradimento dal suo successore Festo, ma assolto. Sotto Teodosio I fu prefetto del pretorio dell’Illirico nel 380-381, e nel 387 fu console posterior. Un altro storico, Giorgio Codino, nel suo De originibus Constantinopolitanis (“Sulle origini di Costantinopoli”), afferma che Eutropio fu segretario di Costantino I, ma non è chiaro se si tratta della stessa persona. Morì dopo il 387. Il Breviarium ab urbe condita, in dieci libri, è un compendio (breviarium in latino indica una stesura di sintesi) della storia romana, dalla fondazione della città fino alla morte di Gioviano, avvenuta nel 364. L’attenzione dell’autore è concentrata più agli avvenimenti di politica estera, alle campagne e alle guerre di conquista, che alla politica interna. Gli ultimi quattro libri, dedicati alle vicende imperiali, offrono, però, interessanti ritratti dei sovrani. Le fonti utilizzate da Eutropio sono varie: da Tito Livio e Svetonio, fino a cronache a noi non pervenute, come ad esempio la famigerata e dibattuta Enmannsche Kaisergeschichte e ai ricordi personali dell’autore. Nicola Corcia, riguardo le notizie storiche sulla città della Molpa citava lo scrittore antico Eutropio le cui notizie probabilmente si era ispirato un chronicon medioevale detto “Cronaca di S. Mercurio” che veniva citato più volte dall’Antonini. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’, scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Della cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel XI secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”. Nel 1995, in occasione della stesura del nuovo Piano Regolatore Generale del Territorio di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, fui incaricato dal Comune di Sapri di redigere uno studio di Analisi e Storia, a mia firma la Relazione sull’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a p. 9 parlando dell’area archeologica di S. Croce a Sapri in proposito scrivevo che: “Intorno al IV sec. d.C. la zona era ancora frequentata, infatti, recentemente, è stata rinvenuta in località S. Croce una moneta coniata tra il 293 e il 297 d.C., dell’Imperatore romano Massimiano Erculio. Orosio, riferisce che l’imperatore dopo aver abdicato nel 305, si ritirò nella sua villa in Lucania, ove un anno dopo, il figlio Massenzio ricevè la notizia della sua acclamazione ad imperatore. L’Honingman, collocava la villa imperiale tra le due regioni. Sapri è l’unica testimonianza in Campania e Basilicata di villa di lusso costiera del tardo impero.”. Dunque, nel mio studio citavo lo scrittore antico Orosio e Honingman. Riprendendo la postilla di Nicola Corcia (…), sull’Antonini e la Molpa, il barone Giuseppe Antonini (…), a pp. 377-378-379 riferendosi alla città di Molpa, in proposito scriveva che: “Ebbe questa picciola Città l’onore di essere stata scelta dall’Imperador Massimiano Erculeo, padre di Massenzio per luogo di riposo, di quiete e di ozio, dopo che rinunziato l’Impero, doveva (2) vivere a se stesso: E quì stavasene, allora che i soldati Pretoriani elessero Imperadore suo figlio: “Costantino in Galliis strenuissime Remp. procurante, Praetoriani milites Romae Maxentium filium Erculii, qui privatus in Lucania morabatur, Augustum nuncupaverunt”, dice Orosio nel lib. 7 ed Eutropio avealo più distintamente scritto nel cap. 2. del lib. 10: “Romae interea Praetoriani, excitato tumultu, Maxentium Herculii filium, qui haud procul ab Urbe in villa publica morabatur, Augustum nuncupaverunt. Quo nuntio Maximianus Herculius ad spem erectus resumendi fastigii, quod invitus amiserat, Romam advolavit e Lucania, quam sedem privatus elegerat, in agris amoenissimis consenescens.”. Dunque, l’Antonini scriveva che Orosio nel suo Libro 7 ed Eutropio nel cap. 2 del Libro 10 scrivevano che: “Nel frattempo a Roma i Pretoriani, avendo fatto tumulto, chiamarono Augusto, figlio di Massenzio, figlio di Ercole, che abitava non lontano dalla città in una villa pubblica.Per mezzo di questo messaggero Massimiano Erculio, eretto nella speranza di riconquistare l’alta posizione, che a malincuore aveva perduto, volò a Roma dalla Lucania, che aveva scelto come residenza privata;”. Antonini continuando il suo racconto scriveva ancora che: “Zosimo nel lib. 2 quasi con le parole stesse il fatto ci narra: “His intellectis (tradotto) Maximinianus Erculius pro filio Maxentio, non abs re follecitus, Lucania relicta, in qua morabatur, Ravennam (in questo solo discorda) contendit.”. La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. Ecc..”. Il barone Giuseppe Antonini (…), citato da Nicola Corcia, a pp. 377-378-379 riferendosi alla città di Molpa, dopo aver detto degli Imperatori Massimiliano Erculeo e di suo figlio Massenzio alla Molpa, citava un brano tratto dalla “Cronaca di S. Mercurio” dove si parlava dell’Imperatore Libio Severo a Bussento e scriveva che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. ecc..”. Dunque, l’Antonini segnalava che il monaco di S. Mercurio nella sua “Chronica”, in proposito scriveva della villa dell’Imperatore Libio Severo in Bussento che: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”, ovvero che: “Qui ancora oggi è esposta una casa fatiscente, dove nacquero i figli, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero.”. Dunque, secondo il monaco cronista della ‘Cronaca di S. Mercurio’ è a Bussento che nacquero i figli dell’Imperatore Massenzio, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero. Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani (…), consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo: “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sedeepiscopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a p. 15, in cui ci parla dell’antica Bussento (Buxentum), citando un passo della ‘Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito, riferendosi all’Antonini che voleva la Molpa fosse l’antica Buxentum scriveva che: “Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”. Ecco ciò che scriveva il Gaetani sul passo del Cronicon di S. Mercurio e sulle tesi dell’Antonini. Sul chronicon del “monaco di S. Mercurio”, citato dall’Antonini (…) e nel chronicon di Luca Mannelli (…), ha scritto anche il parroco di Centola Giovanni Cammarano (…). Il Cammarano (…), a p. 15, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1° e, riferendosi a colui che chiama “Venceslao 1°”, Abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “E’ lui infine ad informarci nelle sue cronache che alla Molpa nacquero due Imperatori romani, Massimiliano e suo figlio Massenzio. Ecc…”. Dunque, secondo il Cammarano, a Molpa nacquero due Imperatori romani, Massimiliano Erculeo e suo figlio Massenzio. Secondo Orosio, l’Imperatore romano Massimiano Erculeo, dopo aver abdicato, nell’anno 305 d.C. (IV sec. d.C.) si ritirò nella sua villa in Lucania e, un anno dopo, nel 306 d.C., suo figlio Massenzio ricevette la notizia della sua acclamazione ad Imperatore dell’Impero. Marco Aurelio Valerio Massenzio (in latino: Marcus Aurelius Valerius Maxentius; 278 – Roma, 28 ottobre 312) è stato un imperatore romano autoproclamato, che governò l’Italia e l’Africa tra il 306 e il 312; ebbe il riconoscimento del Senato romano ma non quello degli augusti Galerio e Severo (da lui fatto uccidere), che riconosceranno Costantino mentre Massenzio l’otterrà anche tramite la forza militare, per cui è considerato da molti un usurpatore. Figlio dell’imperatore Massimiano, coregnante di Diocleziano, e di Eutropia. Marco Aurelio Valerio Massimiano Erculeo, padre dell’Imperatore Massenzio è noto più semplicemente come Massimiano (in latino: Marcus Aurelius Valerius Maximianus Herculius; Sirmio, 250 circa – Massilia, luglio 310), è stato cesare privo di tribunicia potestas (dal luglio 285) e poi augusto (dal 1º aprile 286 al 1º maggio 305) dell’Impero romano. Condivise quest’ultimo titolo con il suo amico, co-imperatore e superiore Diocleziano, le cui arti politiche erano complementari alle capacità militari di Massimiano. Stabilì la propria capitale a Milano, ma passò gran parte del proprio tempo impegnato in campagne militari. Riguardo il suo ritiro su wikipedia leggiamo che: Il 1º maggio 305, in cerimonie separate a Mediolanum e Nicomedia, Diocleziano e Massimiano lasciarono il potere contemporaneamente; la successione, però, non andò esattamente come Massimiano aveva sperato, in quanto, forse per l’influenza di Galerio, i nuovi cesari furono Severo e Massimino, con l’esclusione dunque di Massenzio. Entrambi i nuovi cesari avevano delle lunghe carriere militari ed erano vicini a Galerio: Massimino era suo nipote e Severo un suo vecchio collega nell’esercito. Massimiano rimase subito contrariato dalla nuova tetrarchia, che vide Galerio assumere la posizione dominante già ricoperta da Diocleziano; sebbene Massimiano avesse diretto la cerimonia che aveva proclamato cesare Severo, in due anni l’augusto ritirato era divenuto talmente insoddisfatto da sostenere la ribellione del figlio Massenzio contro il nuovo regime. Diocleziano si ritirò nel suo nuovo palazzo costruito vicino a Salona, nella sua terra natale, la Dalmazia; Massimiano scelse invece delle ville in Campania o Lucania, dove visse una vita di agi e lussi (125). Sebbene lontani dai centri politici dell’impero, Diocleziano e Massimiano rimasero in contatto regolare tra loro. Nella nota (125) si postillava che: “Barnes, Constantine and Eusebius, p. 27; Southern, p. 152.”. Alcune notizie storiche che riguardano i due Imperatori Romani, Massimiano Erculeo e suo figlio Massenzio rientrano nelle notizie storiche che riguardano l’antica città scomparsa della “Molpa”, città di fondazione greca e poi Romana. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,……….Nel borgo nacque l’Imperatore Massimiliano e suo figlio Massenzio; Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; ecc…”. Molpa viene rifondata in epoca romana per ragioni difensive: viene munita difatti di stazioni di osservazioni per l’avvistamento di navi cartaginesi. Successivamente la zona fu anche scelta come residenza estiva da diverse famiglie patrizie e, secondo la leggenda, fu anche dimora dell’imperatore Massimiano, che dopo la rinuncia all’impero avvenuta nel 305 d.C. scelse di abitare in questa terra per la bellezza dei luoghi e la bontà dei vini prodotti nella zona. Rifacendosi agli antichi scritti di Eutropio ed Orosio, lo storico settecentesco barone Giuseppe Antonini aveva erroneamente ipotizzato che le ossa rinvenute nella grotta potessero appartenere alle vittime di due terribili naufragi di flotte romane avvenuti nei paraggi di Capo Palinuro:
il primo naufragio avvenuto nel 253 a.C. durante la prima guerra punica, in cui colarono a picco ben 150 delle 250 navi agli ordini dei consoli Gneo Servilio Cepione e Gaio Sempronio Bleso;
il secondo naufragio avvenuto nel 36 a.C., quando la flotta di Ottaviano, diretta in Sicilia, fu sorpresa in questo braccio di mare e perse alcune navi.
Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi” riguardo la notizia della Molpa, cita anche il Chronicon dell’‘Anonimo Salernitano‘, ovvero il cosiddetto “Chronicon Salernitanum”. L’Antonini (…), continuando il suo racconto sulla Molpa, a p. 368, scriveva che: “Se in parte creder si deve all”Anonimo Salernitano’, per quanto nella sua ‘Cronaca’ scrive, diede questa Città colla stessa diversità dè nomi il suo, anzi il principio, e la fondazione ad Amalfi, Città da se chiarissima. Dice il ‘Cronista’, che partite da Roma alcune ragguardevoli famiglie per andare ad abitare nella frescamente ristorata Costantinopoli, furono colle navi da tempesta in Ragusa portate: ed indi dopo alcun tempo obbligate colle navi stesse a fuggire: ‘Ac ubi (continua a dire) Italiam adierunt, veneruntque in locum, qui Melfis dicitur. (In altri manoscritti si legge Melpii) Ibi multo tempore postea sunt demorati, & inde sunt Melfitani vocati; locus enim dedit nomen illis.”. L’Antonini (…), a p. 370, cita l’‘Anonimo Salernitano’ che nel suo manoscritta ‘Chronicon‘, voleva che gli abitanti di Molpa, avessero fondato Amalfi e Ravello. L’episodio raccontato dall’‘Anonimo Salernitano’ (…), viene citato anche da Pietro Ebner (…) che, nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, e a pp. 171-172, parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Il ‘Chronicon Salernitanum’ (11) dice di alcune famiglie romane in viaggio per l’Oriente sbattute dalla tempesta a Ragusa e poi giunte a Molpa, da dove sarebbero ripartite per fondare Amalfi.”. Ebner, a p. 171, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Il ‘Chronicon salernitanum’ dice di alcune famiglie romane in viaggio per Costantinopoli e sbattuti dalla tempesta a Ragusa da dove furono costretti a fuggire. ‘Ac ubi Italiam adierunt veneruntque in locum qui Melfis (ma anche Melpii) dicitur. Ibi multo tempore postea sunt demoratii, et inde sunt Malfitani vocati. Locus enim dedit nomen illis. F. Ughelli (cit., IX, p. 235), da una croce …..”. Dunque, l’Antonini cita anche Ferdinando Ughelli (…) e la sua “Italia Sacra”, tomo IX, p. 235. L’Antonini (…), cita l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “….le frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. L’Antonini non scrive solo della fondazione dell’antica città scomparsa di “Amalphi” ma aggiunge anche le notizie sulle frequentissime incursioni dei Goti. Ma non è questo il passo dell’Antonini che ci parla dei due Imperatori romani. Lo storico Matteo Camera, nel suo ‘Istoria della città e costiera di Amalfi’, pubblicato a Napoli nel 1836 a p. 10, parlando delle origini della città di Amalfi, citavo interessanti notizie sulla Molpa e su un’antico casale di Amalfi li vicino sorto ed in proposito scriveva che: “Questa città di Molpa o Melfi nel seno di Palinuro fu totalmente dà barbari distrutta. Al presente però è osservabile colà nelle rupe meridionale una grotta appellata ‘la grotta delle ossa’, dove si vede un cumulo di ossa umane pietrificate e riunite insieme da una materia gessosa stillata dalle viscere del monte superiore. Il dottore Antonini (2) opina che le ossa ammonticchiate in quella grotta furono quelle dè naufraghi Romani di ritorno dall’Africa con 150 navi sotto il Console di S. Servinio Servilio Cepione, e di C. Sempronio Bleso (Orosio lib. 4 cap. 9.) che per ordine di Ottaviano furono ivi riposte. Ecc…”. Dunque, Matteo Camera, sulla fondazione dell’antica città di Amalfi citava l’Antonini che a sua volta citava il libro IV, capitolo IX di Orosio (….). In verità devo precisare che l’Antonini cita Orosio ma quando parlando di Molpa ci parla di alcuni naufragi di alcune flotte Romane. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a p. 57, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Molpe, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico ‘Melpie’) e Mingardo,……Secondo EUTROPIO (IX, 27) nel 305 d.C. vi si ritirò Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano, quando abdicò all’Impero. Ecc..”. Dunque, secondo il Cantalupo (…), fu Eutropio nel libro IX, cap. 27 che nell’anno 305 d.C. a Molpa si fosse ritirato l’Imperatore Massimiano Erculeo, dopo aver abdicato al collega Diocleziano. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: “E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C. Un antico cronista del IX secolo narra: “In Buxentum, usque ad presentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natus est imperator Severus Libius, et eius avus fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad habitaculum elegerat postquam renunciavi imperium”. (7). Possiamo tradurre le sue parole nel modo seguente: “Nella città di Buxentum si vedono ancora oggi le rovine della casa in cui nacque l’imperatore Severo Libio; l’avo di questi era amico dell’imperatore Ercole Massimiano, che decise di risiedere a Molpa dopo aver abdicato”.”. Il Ramage si riferiva al passo del Chronicon del monaco di S. Mercurio di cui l’Antonini pubblicò alcuni passi parlando della Molpa. Il Ramage a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’imperatore Massimiano era soprannominato Ercole, dopo l’abdicazione fu alleato e collega di Massenzio. Si suicidò nella città di Marsiglia ecc..”.
Nel 2014, è apparso a stampa lo studio “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, di Antonio Scarfone (….), sulla scorta di Werner Johannowsky (….) scriveva in proposito: “Inoltre, lo storico ed apologeta romano Paolo Orosio nonché altri cronisti del IV secolo d.C. riferiscono che lo stesso imperatore romano Massimiano, lasciando il potere nel 305, scelse successivamente di ritirarsi in una villa ubicata in Lucania nella quale egli visse un periodo di agi e lussi mantenendo comunque sempre un costante contatto con l’amico e collega Diocleziano, sebbene lontano dal centro politico dell’impero (BARNES, 1981). Tra i maggiori autori antichi, il famoso scrittore Lattanzio, localizza invece la villa sopra menzionata in Campania mentre altri scrittori meno importanti come Eutropio e Zosimo ne confermano l’ubicazione in Lucania (CORCIA, 1845). (12)”.
Vittorio Bracco (…), nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Laurito distrutta da Belisario inventore delle Moline Teberine sopra le Barche, quando scacciò da Roma i Goti, delle cui Reliquie fu edificata Cammerota di Marchesi (24), etc…”. Bracco, a p. 39, nella nota (24) postillava: “(24) Molpa, come la vicina Palinuro,……Non dovrebbe avere nessun peso il riferimento alla zona di Molpa della villa posseduta da Massimiliano Erculio, il collega di Diocleziano, che vi si ritirò dopo avere abdicato. L’attribuzione, “contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale, non ha il sostegno di alcuna citazione classica” (E. Magaldi, Lucania romana, I, Roma, Istituto di Studi Romani, 1947, p. 64 e p. 281); anzi le fonti antiche, che parlano di “agri amoenissimi” (Eutropio, X, 2, 3) e che per giunta son tra loro discordi nell’attribuire la villa alla Campania o alla Lucania, fanno propendere per l’agro salernitano, che risponde in gran parte a quella disposizione naturale e partecipa per vicende storiche ed amministrative dell’una e dell’altra regione (cfr. V. Bracco, Salerno romana, Salerno, Palladio, 1979, p. 121). “Dei due centri quello meglio esplorato è Palinuro….(il cui) abitato sembra che si estendesse sull’altura di Tempa della Guardia…(dove) sono stati messi in luce i resti di alcune abitazioni…ed un tratto delle mura” (cfr. L. Santoro, Fortificazioni della Campania antica, Salerno, Palladio, 1979, p. 76); etc…”. Dunque, Bracco scriveva che “Non dovrebbe avere nessun peso il riferimento alla zona di Molpa della villa posseduta da Massimiliano Erculio, il collega di Diocleziano, che vi si ritirò dopo avere abdicato.”. Bracco aggiungeva pure che, le fonti antiche (forse si riferiva ad Eutropio) dicevano che la villa di Massimiano Erculio “fanno propendere per l’agro salernitano, che risponde in gran parte a quella disposizione naturale e partecipa per vicende storiche ed amministrative dell’una e dell’altra regione.”. Vittorio Bracco (….), nel suo “Salerno Romana”, a p. 121 in proposito scriveva che: “In luogo prossimo, sui passi percorsi in altre età da Plozio Planco, che fuggiva ai triumviri (300), o dal Bruttio Presente che, amico di Plinio minore, si beava de suoi ozi campani e lucani (301), aveva fondato o acquistato una sua villa Massimiano Erculio, la quale partecipava della natura delle sue regioni (302)……Passando dopo molti anni, il viaggiatore non poteva non accorgersi di alcune ruvide colonne militari, che scandivano il percorso della via Annia dalle porte di Salerno e lo seguivano fin dentro il Campo Atina fra i monti lucani; quei cippi (304) ripetevano tutti un nome fra gli altri, M. Aurelio Massimiano Erculio, il rude Augusto a cui obbedì l’Italia, finito di morte imposta da Costantino, che poco dopo ringuainava la spada, vincitore agevole nel segno celeste (305) sul vulnerabile Massenzio, a ponte Milvio. Forse era proprio questo, il tracciato secolare che si lasciava il mare alle spalle, il cammino che, riparato per decisione sovrana di cui si toccava ancora il beneficio, irrorava le terre in mezzo alle quali sorgeva l’augusta tenuta abbandonata.”. Bracco, a p. 215, nella nota (302) postillava: “(302) E’ ipotesi moderna, derivante dal fatto che qualche autore cita la villa come situata in Campania, altri in Lucania (cfr. A. Magaldi, Lucania romana, cit., I, cit., p. 64; cfr. pure p. 281).”. Bracco, a p. 215, nella nota (303) postillava: “(303) Ecco il passo di Eutropio (X, 2, 3): Romae interea pretoriani excito tumultu Maxentium, Herculi filium, qui haud procul ab urbe in villa publica morabatur, Augustum nuncupaverunt. Quo nuntio Maximianus Herculius ad spem arrectus resumendi fastigii, quod invitus amiserat, Roman advolavit e Lucania, quam sedem privatus elegerat in agris amoenissimis consenescens….”.
Nel IV sec. d.C., Macrobio nei suoi “Saturnali” cita lo scrittore antico “Pestano” cittadino di Vibone
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucania – discorsi’, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, p. 428, del Discorso XI, nella sua prima edizione del 1745 (ed. Gessari) parlando di ‘Vibone’ scriveva che: “Fu cittadino di ‘Vibone’, Pestano, antico scrittore, di cui ‘Macrobio’ nè ‘Saturnali’ al lib. 6 fa menzione. Verisimilmente il porto dè Vibonesi doveva esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi ed antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, ecc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che Macrobio (…), nella sua opera “Saturnali” (libro 6) citava lo scrittore antico “Pestano” che fu cittadino di Vibone. Antonini non dice nulla di più. E’ una notizia interessante che dobbiamo ulteriormente indagare. Su questo cittadino di “Vibone” detto “Pestano” e citato dall’Antonini ha scritto Lorenzo Giustiniani, nel suo “Dizionario geografico ecc…”, alla voce “BONATI, o Libonati”, a pp. 313-314-315, vol II, in proposito scriveva che: “Ne’ Quinternioni ella è detta ‘Bonati’, seu ‘Bonatorum’, e li ‘Bonati’, o Libonati’, come nelle situazioni del 1648 e 1669, e mai ‘Vibonati’ secondo si vuole appellare da ‘Giuseppe Antonini’, e che in latino detta si fosse nell’antichità ‘Vibo ad Sicam’, o ‘Siccam’, da un’unisoletta, che le sta all’incontro poche miglia all’oriente di ‘Maratea’, anche addì nostri chiamata ‘Sicca’ a differenza di ‘Vibo Valentia’, ch’è ‘Monteleone’, detto già ‘Ipponium’, o ‘Hypponium’ (1). ‘Pasquale Magnoni’ (2), e l’eruditissimo ab. D. Francescantonio Soria’ (3) rilevarono però questa svista dell’Antonini, poichè siccome per passo di ‘Cicerone’ (4), che prima della correzione ‘Granoviana’ corrottamente leggeasi in ‘Macrobio’ (5), il dotto ‘Barrio’ (6) dè golfi ‘Pestano’, e ‘Vibonese’ coniò uno scrittore col nome di ‘Pestanus Vibonensis’, che poi fu seguito da tutti gli altri scrittori ‘Calabresi’, a segno, che il P. Amato (7) avvisò che questo personificato golfo fosse stato poeta, oratore, ed anche filosofo per aver scritto un trattato ‘de ventis’ (8), per cui con molta lepidezza il suddivisato ‘Soria’ gli dice che ecc..ecc…”. Insomma, il Soria dà torto all’Antonini. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Magnoni, letera critica al Barone Antonini, p. 22”. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Soria, Lettera intorno alle sviste di alcuni autori, nel vol. LXXV, del Giornale Letterati di Napoli “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Ciceron. Ad Atticum, l. 16, epist. 6”. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Macrobio, Saturnali, lib. 6, cap. 4 “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Barrio, De antiquit. de situ Calabrie, lib. 2, cap. 12 “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Amato nella sua ‘Pantopologia Calabra’ “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Si legga la lettera del mio dotto amico D. Michelangelo Macrì nel vol. LIX, del citato Giornale dei Letterati di Napoli “.
(Figg…) Lorenzo Giustiniani (…), su ‘Bonati’, vol. II, pp. 313-314-315
Macrobio visse nel IV secolo d.C.., ma, lo scrittore antico che l’Antonini chiama “Pestano” non si è capito chi fosse. Vediamo ora il Libro 6 dei ‘Saturnali’ dove l’Antonini scrive che Macrobio lo cita. Ambrogio Teodosio Macrobio (in latino: Ambrosius Theodosius Macrobius; 385 circa – 430 circa) è stato uno scrittore, grammatico e funzionario romano del V secolo. Studioso anche di astronomia, sostenne la teoria geocentrica. I Saturnalia, la sua opera principale, sono un dialogo erudito che si svolge in tre giornate, raccontate in sette libri, in occasione delle feste in onore del dio Saturno. L’opera ha un carattere enciclopedico ed è centrata principalmente sulla figura di Virgilio, anche se i suoi contenuti spaziano dalla religione alla letteratura e alla storia fino alle scienze naturali. Macrobio contribuì significativamente all’esegesi dell’Eneide e dell’opera di Virgilio più in generale; inoltre è grazie a lui se ci sono pervenuti frammenti di vari autori famosi, tra i quali spiccano Ennio e Sallustio, e se si è mantenuto il ricordo di poeti meno conosciuti come Egnazio e Sueio. Gli argomenti sono molto vari: dal nome e dall’origine dei Saturnali si passa a discutere degli antichissimi culti italici (libro I), poi di motti e sentenze celebri (libro II), uno dei quali sposterà la conversazione su Publio Virgilio Marone. È questa la parte più ampia e la più sentita (libro III-VI). Si discorre di passi difficili e controversi, della superiorità rispetto ad Omero dei rapporti fra Eneide e poesia latina arcaica ecc. e si conclude con discussioni sugli insulti e su risposte a vari quesiti quale il famoso: è nato prima l’uovo o la gallina? (Ovumne prius fuerit an gallina?) (libro VII però incompleto). Assai raramente Macrobio accenna alle proprie fonti immediate, tra le quali furono senza dubbio Aulo Gellio e Plutarco, forse Varrone. Riguardo ai ‘Saturnalia‘ di Macrobio vorrei citare una citazione del sacerdote Luigi Tancredi (….), che nel 1978, nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, a p. 47 parlando dei passi di Diodoro Siculo (nel Libro XI, pp. 471-72) che parlava di Micito, signore di Reggio e di Zancle che si dice avesse fondato la città di Pixunte (Pyxous), il Tancredi scriveva che: “Conferma la proibità di Micito la Macrobio in “Saturnal. 11: “Anaxilas Messenus, qui Messanam in Sicilia condidit, fuit Reginorum tyrannus. Is quum parvulos relinqueret liberos, Micytho servo suo commendasse contentus est ecc.. Anassilao messeno, che fondò Messina di Sicilia, fu tirannodi Reggio. Egli, allorchè lasiò i figliuoli piccoli, chiese istantaneamente che fossero affidati al suo servo Micito. Questi ne curò coscienziosamente la tutela: e con tanta clemenza ottenne il governo, che i Regini non disdegnavano (di essere comandati) da un servo del Re. Quando i fanciulli ebbero raggiunta l’età, affidò loro il supremo comando e i beni; ed egli raccolse le poche cose occorrenti per il viaggio, partì e con somma tranquillità invecchiò in Olimpia.”. Il passo di Macrobio citato da Tancredi è interessante ma a me pare strano che egli abbia scritto “Saturnal. 11”, in quanto i libri contenuti nei Saturnalia di Macrobio sono 7 e non 11. Tuttavia, se la notizia e la citazione del Tancredi è veritiera è la riprova che nei ‘Saturnalia’ Macrobio raccontava anche dell’antichissima città di “Pixunte” che gli storici dicono essere fondata da Micito di Reggio e, quindi la citazione dell’Antonini può essere corretta.
SAPRI NEI SECOLI BUI DEL MEDIOEVO
Le ampie paludi e la piaga della malaria su tutta la fascia costiera del Cilento e del Vallo di Diano
Nel 1947, Emilio Magaldi (…..), nel suo “Lucania Romana”, a p. 44 e ssg., in proposito scriveva che: “Un’altro triste primato che la Lucania vanta fra le regioni della penisola Italiana è quello della malaria, la quale oggi fortunatamente è in via di regressione, per il vivo impulso dato alla bonifica e per altre provvidenze. E’ ormai genericamente riconosciuto che l’infezione della malaria, che ebbe nel Medio Evo la massima virulenza, si manifestò e mietè vittime già in epoca antica (4). Una prova di ciò si può vedere nel culto di ‘Mefitis’, che è attestato per la lucania da quattro iscrizioni provenienti da Potenza, e da una di Grumento (1). (p. 47) Altra zona della Lucania interna molestata dalla malaria, nell’antichità fu il Vallo di Diano, nel quale si resero necessari, come si disse (p. 28), lavori di bonifica (2). Se la malaria riuscì ad attecchire nell’interno della regione, è superfluo rilevare i tristi effetti che essa ebbe nella zona litoranea, quella ionica. Combattuta e contenuta all’epoca in cui le città magno-greche erano nel massimo fiore, dilagò ed ebbe il sopravvento nell’età di Augusto, e da allora infierì sempre più, sì da rendere quelle contrade, una volta floride, deserte.”. Il Magaldi, a p. 44, nella nota (4) postillava: “(4) Sulla malaria nell’Italia antica ricordo, oltre il Nissen, o. c., I, p. 396 segg., P. Fraccaro, La malaria e la storia degli antichi popoli classici, in “Atene e Roma”, a. XXII (1919), p. 57 segg.; N. Toscanelli, La malaria nell’antichità e la fine degli Etruschi, Milano, 1927.”. Il Magaldi, a p. 47, nella nota (2) postillava: “(2)Cfr. C.I.L., X, 284 da Cosilino e C.I.L., X, 330 da Atina, di cui si dirà nel cap. VII.”.
Dal ‘440 al ‘460 d.C. (V sec. d.C.), i Vandali d’Africa di Genserico
Con la progressiva e definitiva dissoluzione dell’Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico e, gli Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. E’ dubbia la notizia secondo cui i Vandali stabilitisi nell’Africa settentrionale nel 429 con Genserico dopo avere occupato Lilibeo in Sicilia, invasero i nostri mari e nel 440 sbarcarono a Policastro e la saccheggiarono. Le invasioni barbariche, tra cui quelle dei Vandali con Genserico nel 440 d.C., ne distrussero le memorie (….). Genserico (o Gaiserico o Gianserico; Saline, circa 390 – Cartagine, 25 gennaio 477) è stato re dei Vandali e degli Alani (428 – 477), prima nella penisola iberica e poi in Africa. Fu una delle figure chiave dell’ultimo e tumultuoso periodo di vita dell’Impero romano d’Occidente (V secolo). Condusse i Vandali, gli Alani e una parte di Visigoti sbandati dalla penisola iberica al Nordafrica, fondando un regno che in pochi anni trasformò un “insignificante” popolo germanico in una delle maggiori potenze mediterranee; nel 455 guidò i Vandali nel Sacco di Roma. Genserico rimase signore incontrastato del Mediterraneo occidentale fino alla sua morte, regnando dallo stretto di Gibilterra alla Tripolitania. Morì il 25 gennaio del 477, all’età di 87 anni (77 secondo alcune fonti), a Cartagine. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 49 e ssg, in proposito scriveva che: “Danni ben peggiori subirono invece le coste dell’Italia meridionale ad opera dei Vandali di Genserico: impadrotisi di Cartagine e saldamente piantati sulle coste africane dall’Atlantico alla Cirenaica, spedirono, a partire dal 439, numerose ed agguerrite flotte contro le isole ed i litorali italiani, prendendo particolarmente di mira la Sicilia, il Bruzio, la Lucania e la Campania. Un pericoloso assalto portato proprio alle coste della Campania nel 457 fu respinto dall’imperatore Maggiorano, che nel 460 riuscì anche a comporre una pace con Genserico. Ecc..”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “Se il Cilento allora risultò salvo da quei saccheggi, fu invece investito alcuni decenni più tardi dalle scorrerie dei Vandali di Genserico che si erano stanziati sulle coste dell’Africa. Da qui, via mare, a partire dal 439, essi assalirono le coste della Sicilia, della Calabria e della Lucania, provocando la quasi totale scomparsa dei piccoli insediamenti costieri e la dispersione di gran parte degli abitanti, molti dei quali, catturati fiirono venduti come schiavi. Licosa, Erculam, Sapri, Velia, Bussento furono saccheggiate tra il 440 e il 460; le prime non si ripresero più, mentre i sopravvissuti di Velia e Bussento, stretti attorno all’unica autorità capace di coordinare la vita sociale, il vescovo cristiano, continuarono la loro esistenza ai margini della sopravvivenza.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “5. Invasioni barbariche e distruzioni: Vandali, Visigoti, Longobardi”, a p. 17 in proposito scriveva che: “Nel 440 ‘Genserico’, re dei Vandali, avrebbe di nuovo distrutto Buxentum. Questa volta la notizia non può venire accettata. Genserico prese nel 439 la città di Cartagine, poi s’imbarcò verso Lilibeo (l’odierna Marsala) e quella volta non mise più piede nell’Isola Meridionale, fino al 455. Se in base alle date di nostra conoscenza possiamo escludere la distruzione di Buxentum dai Vandali nel 440 (29) e riteniamo poco probabile la distruzione da parte dei Visigoti di Alarico, non possiamo con altrettanta sicurezza ragionare sulla presunta distruzione da parte dei ‘Longobardi di Alboino’ fra il 40 e il 650 . La data non coincide affatto, perchè Alboino morì verso il 572. Il re in questione potrebb’essere ‘Rotari’, ma poco importa perchè nessuno dei re Longobardi esercitava un reale potere nel beneventano.”. Il Tancredi, a p. 17, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Ghisleri Arcangelo, op. cit., Tav. III, p. 14.”. Il Tancredi si riferiva all’opera di Arcangelo Ghisleri (…), Testo-Atlante di Geografia Storica, Medio Evo, Arti Grafiche Bergamo, 1952, tav. III, p. 14. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 49 e ssg, riferendosi alla pace stipulata con Genserico dall’Imperatore Maggiorano, in proposito scriveva che: “Questa però non andò oltre l’anno successivo; mentre Recimero faceva uccidere lo stesso Maggiorano ed elevava al soglio imperiale Libio Severo ‘lucano’ (nov. 461 – sett. 465), che, stando ad una tarda testimonianza, era di Bussento (1), si rinnovarono lungo i litorali tirrenici gli assalti dei Vandali. “Ogni anno – scriveva il contemporaneo Sidonio Apollinare – i furori del Caucaso si scatenarono sull’Italia dalle cocenti spiagge della Libia” (2). L’antica città etrusca di Marcina, presso Salerno, fu distrutta (3), il tratto costiero fra il Sele ed il Golfo di Policastro subì frequenti sbarchi, che provocarono, oltre alla scomparsa di numerosi centri abitati minori, la disperazione di gran numero degli abitanti, che in parte si rifugiarono all’interno del territorio, in parte subirono il destino di essere venduti come schiavi di Africa. Stante la scarsità delle fonti non è possibile determinare con esattezza i danni prodotti dalle incursioni vandaliche sulle nostre aree litoranee; sembra però che gli insediamenti urbani protetti da validi circuiti di mura abbiano allora evitato la distruzione, per cui, al pari di Salerno, anche Velia, Molpe (4) e Bussento uscirono pressocchè indenni da quella generale rovina ecc….”. Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (2) postillava che: “(2)ROMANO / SOLMI, Le dominazioni barbariche etc…, cit. p. 90.”. Il Cantalupo citava il testo di Romano G. e Solmi A. (….), Le dominazioni barbariche in Italia (395 = 888), ed. Vallardi, Milano, 1940. I due studiosi Romano G. e Solmi A., nel loro Le dominazioni barbariche in Italia (395 = 888), nel 1940, riferendosi agli anni successivi al 442 così scrivevano a p. 90: “Padroni di Cartagine, dominarono sulle coste dell’Africa dall’Atlantico alla Cirenaica, ed allestirono flotte numerose ed agguerrite, con cui sparsero il terrore del loro nome per tutto il Mediterraneo e ne assoggettarono le isole. E l’Italia, come era da aspettarsi, fu il paese che più ebbe a sofrirne. Gli assalti contro la Sicilia, l’assedio di Palermo, i frequenti sbarchi sulla Lucania, che avvennero negli anni successivi, furono gli effetti immediati della nuova potenza sorta sulla costa africana.”. Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (3) postillava che: “(3) MARCINA è da identificarsi con Vietri sul Mare, piuttosto che con l’abitato etrusco-campano messo in luce dagli scavi archeologici presso Fratte di Salerno, nel quale va riconosciuta IRNA (in evidente relazione con il fiume Irno che ivi scorre), a cui sono da iferirsi le monete con l’iscrizione YRINA, comunemente attribuite a Nola (v. V. Panebianco, in la Parola del Passato, CVIII-CX (1966), pp. 245 sgg). Sulla distruzione di Marcina vedi CASSIODORO, Chronica, II, 156”. Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (4) postillava che: “(4)Su Molpe v. n. 2, p. 57“. Dunque, riguardo quel periodo storico e le incursioni dei Vandali di Genserico che funestarono le nostre coste l’antica, il Cantalupo, riferendosi alla città scomparsa di Molpa scriveva che: “Stante la scarsità delle fonti non è possibile determinare con esattezza i danni prodotti dalle incursioni vandaliche sulle nostre aree litoranee; sembra però che gli insediamenti urbani protetti da validi circuiti di mura abbiano allora evitato la distruzione, per cui, al pari di Salerno, anche Velia, Molpe (4) e Bussento uscirono pressocchè indenni da quella generale rovina che in qualche modo ebbe ripercussioni deleterie su Paestum. Ecc…”. Dunque, il Cantalupo scriveva che Velia Molpe e Bussento, essendo insediamenti urbani protette da alte e possenti mura (forse centri fortificati in passato) si salvarono dalle orde vandaliche di Genserico. Il Cantalupo, a p. 57, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Molpe, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico ‘Melpie’) e Mingardo, ebbe nome dall’omonima sirena (Strabone, I, 22 = 2, 12). Le sue origini sono da porsi almeno nel VI secolo a.C., quando appare essere uno scalo sibaritico come la vicina Palinuro, con la quale coniò in comune una moneta incusa con la leggenda: PAL / MOL. Secondo EUTROPIO (IX, 27) nel 305 d.C. vi si ritirò Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano, quando abdicò all’Impero. Fortificata dai Goti e distrutta da Belisario (cfr. Antonini, cit., pp. 372-373), sembra che abbia subito un saccheggio da parte dei Saraceni nel 1113 (Antonini, ibidem). Il geografo arabo Edrisi la menziona tra il 1139 ed il 1154 con il nome di ‘Molva’ indicandola a 24 miglia da Policastro. Quando, nella seconda metà del XV secolo fu definitivamente distrutta dai corsari Turchi, i suoi abitanti fondarono il casale di S. Serio (cfr. A. Silvestri, La popolazione del Cilento nel 1489, Salerno, 1956, p. XIII.”. Piero Cantalupo a p. 50 continuando il suo racconto scriveva che Paestum: “la rovina che in qualche modo ebbe ripercussioni deleterie su Paestum. La città infatti vide un’accentuarsi delle sue condizioni già critiche: la totale ed accertata scomparsa della circolazione monetaria (5) non potè non corrispondere ad una consistente diminuzione dei traffici e ad un conseguente, ulteriore e sensibile calo demografico. Gli assalti diretti alle sue mura certamente non mancarono quando i Vandali corsero a saccheggiare ed a distruggere per tutto l’entroterra pestano quella serie di abitati satelliti che costituivano la linfa vitale della città e ne permettevano la sopravvivenza pur nella sua estrema decadenza (6); ma un ruolo decisivo giocò anche il terrore, che, immobilizzando gli abitanti entro le mura urbane, a Paestum come altrove, determinò la più completa paralisi delle attività economiche e commerciali, al pari di quanto sarebbe accaduto quattro secoli più tardi, a seguito delle incursioni dei Saraceni. Ecc..”. Il Cantalupo, continuando il suo racconto sulle incursioni dei Vandali di Genserico scriveva che: “Gli abitati costieri non protetti da consistenti impianti difensivi scomparvero letteralmente, distrutti o abbandonati: sicché quale fu la sorte dei centri nella campagna pestana, tale fu quella del villaggio di S. Marco di Castellabate (1), del fondaco del Saùco, presso punta Tresino, e di ‘Erculam’, il ‘vicus’ di S. Marco di Agropoli…….(p. 52) Le incursioni vandaliche durarono fino al 475, quando Romolo Augustolo, l’ultimo Imperatore di Roma, riconoscendo a Genserico il possesso della Sicilia, che i barbari avevano conquistata nel 468, ottenne che questi non molestassero più le coste d’Italia.”. Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Le monete antiche sono attestate a Paestum fino all’imperatore Arcadio (395-408)“. Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (6) postillava che: “(6)V. p. 44“. Il Cantalupo, a p. 51, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Il villaggio romano dell’odierna S. Marco di Castellabate etc….“. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “Licosa, Erculam, Sapri, Velia, Bussento furono saccheggiate tra il 440 e il 460; le prime non si ripresero più, mentre i sopravvissuti di Velia e Bussento, stretti attorno all’unica autorità capace di coordinare la vita sociale, il vescovo cristiano, continuarono la loro esistenza ai margini della sopravvivenza.”. Dunque, Amedeo La Greca scriveva che tra il 440 ed il 460 i Vandali di Genserico saccheggiarono Licosa, Erculam, Sapri, Velia e Bussento e che si salvarono dalla distruzione solo Velia e Bussento. Il sacerdote Rocco Gaetani (….) che, nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sedeepiscopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a p. 22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda: “Dunque a tempo di San Gregorio era successa una invasione barbarica sul littorale della Lucania, ecc… Ordina però s. Gregorio ad Adeodato di raccogliere con sè nel suo monastero di s. Sebastiano i monaci Falcidiesi e i Crateresi, soggiungendogli che quando i lidi fossero sgombri dal pericolo delle incursioni barbariche ecc….Ricaviamo da ciò che nel V e nel VI secolo le chiese messe sul littorale del mare Tirreno, e quindi anche la Bussentina, venivano infestate dai barbari; ne questi erano solo i Longobardi, ma anche prima di essi quelli che muovevano dall’Africa, come i Vandali. Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Dunque, il Gaetani disserta sulle sventure di Buxentum (Bussento) e delle località costiere come Buxentum, antica diocesi cristiana, e scriveva che le sue sventure non iniziarono con la venuta dei Longobardi ma esse vi erano state gia molto tempo prima con i Vandali di Genserico che vennero dall’Africa. Forse è proprio a quel periodo dei Vandali di Genserico a cui può riferirsi la leggenda secondo cui gli abitanti di Molpa (l’antica Amalphi vecchia) siano fuggiti verso Eboli e poi andarono a fondare la città di Amalfi sulla costiera Amalfitana. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 370 scrivendo sulla Molpa citava l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “Errico Brecmanno c.4 e 5. de Rep. Amalphi poco, o nulla s’è scostato da quanto scrisse l’Ughellio sulla fede della stessa ‘Cronaca’, ma perchè mettono ambidue l’edificazione d’Amalfi circa al DC di Cristo, ho per un bel ritrovato quello, che i Romani passassero per Ragusa, andando a stabilirsi a Costantinopoli, già ducentosettant’anni prima rifatto. Vuò meglio credere (mi si dirà che sia un nostro capriccio) o che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. Dunque, già l’Antonini ipotizzava che la Molpa e la fondazione della Amalfi vecchia fosse dovuta “che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto”. Dunque, l’Antonini in questo passo a p. 370 ci parla delle “frequentissime incursioni dei Goti”. L’Antonini, come vedremo in seguito, sulla scorta del Chronicon di S. Mercurio (una cronaca spuria del IX secolo), riferendosi alle famiglie che abitarono in questa antica città scomparsa di Amalfi vecchia (forse la Molpa) “o che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala ecc..”.
Nel 450 (IV sec. d.C.), il probabile abbandono del sito di Sapri ? Ipotesi credibile ?
Riguardo Sapri, assume particolare importanza la Relazione dell’Archeologo Mario Incitti (…) redatta in occasione di un rilevamento subacqueo delle preesistenze sommerse a Santa Croce, organizzato dal locale Gruppo Archeologico di Sapri (G.A.S.) nell’estate del 1982. Nel 1995, in occasione della stesura del nuovo Piano Regolatore Generale del Territorio di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte fui incaricato dal Comune di Sapri di redigere uno studio di Analisi e Storia, a mia firma la Relazione sull’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a p. 11 in proposito scrivevo che: “Il Cesarino, in un suo scritto (56), riguardo ai resti della villa di S.Croce affermava che “del resto, la frequentazione della villa è accertata fino alla metà del V sec. d.C. Nella zona infatti è stata rinvenuta della ceramica’ sigillata’ di provenienza africana, in prevalenza del IV secolo.”. La relazione dell’archeologo Mario Incitti, redatta in occasione di un rilevamento subacqueo delle preesistenze sommerse a S.Croce, organizzato dal locale Gruppo Archeologico nell’estate del 1982, così si esprimeva: “Sono del tutto assenti elementi ceramici la cui produzione inizi oltre la metà del V secolo; per cui l’abbandono del sito è da porsi in relazione con eventi accaduti intorno all’anno 450. E’ probabile quindi che tale situazione storica sia da connettersi con il periodo di scorrerie lungo la costa italica operata dai Vandali sotto il regno di Genserico” (57). Ecc…”. Nella mia Relazione, nella nota (56) postillavo che: “(56) Cesarino F., Sapri archeologica, stà in “I Corsivi”, Sapri, Aprile 1987, p. 5″. Nella mia Relazione, nella nota (57) postillavo che: “(57) Incitti M., Relazione redatta in occasione del rilevamento subacqueo delle rovine “Le Cammarelle”, organizzato dal locale Gruppo Archeologico di Sapri, nell’estate del 1982.”. (Archivio Attanasio). Infatti, lo studioso Felice Cesarino (…), nel suo scritto “Sapri archeologica”, apparso sulla rivista “I Corsivi”, n. 5, 1987, dopo aver detto di una moneta dell’Imperatore romano Massimiano Erculio (….) scoperta a S. Croce, “coniata tra il 293 e il 297 d.C.”, in proposito scriveva che: “Ora, una moneta non è sufficiente ad accertare l’esistenza di una villa imperiale; ma è sicuramente una prova che la zona all’epoca era ancora frequentata. Del resto, la frequentazione della villa è accertata fino alla metà del V secolo d.C.. Nella zona infatti, è stata rinvenuta della ceramica “sigillata”, di provenienza africana, in prevalenza del IV secolo.“. A questo punto, il Cesarino per avvalorare la sua tesi trascrive la bozza della Relazione che stilò l’archeologo Mario Incitti, in occasione del rilevamento subacqueo tenutosi nel 1982 a Sapri in località S. Croce. Le conclusioni dell’Incitti erano proprio queste. Incitti (….), in proposito concludeva che: “Sono del tutto assenti elementi ceramici la cui produzione inizi oltre la metà del V secolo; per cui l’abbandono del sito è da porsi in relazione con eventi accaduti intorno all’anno 450. E’ probabile quindi che tale situazione storica sia da connettersi con il periodo di scorrerie lungo la costa italica operata dai Vandali sotto il regno di Genserico”. Dunque, Mario Incitti, pone l’abbandono del sito archeologico di S. Croce intorno alla metà del secolo V (anno 450 d.C.) ponendo l’abbandono in relazione alle scorrerie dei vandali di Genserico. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “Licosa, Erculam, Sapri, Velia, Bussento furono saccheggiate tra il 440 e il 460; le prime non si ripresero più, mentre i sopravvissuti di Velia e Bussento, stretti attorno all’unica autorità capace di coordinare la vita sociale, il vescovo cristiano, continuarono la loro esistenza ai margini della sopravvivenza.”. Dunque, Amedeo La Greca scriveva che tra il 440 ed il 460 i Vandali di Genserico saccheggiarono Licosa, Erculam, Sapri, Velia e Bussento e che si salvarono dalla distruzione solo Velia e Bussento.
Nel 461 (IV sec. d.C.), l’imperatore LIBIO SEVERO SERPENZIO “LUCANO”
Da Wikipedia leggiamo che Libio Severo Serpenzio (in latino: Libius Severus Serpentius; Lucania, 420 circa – Roma, autunno 465) è stato un senatore romano, imperatore d’Occidente dal 461 alla sua morte. Non fu riconosciuto dalla corte orientale né dal governatore della Dalmazia Marcellino, fedele al suo precedessore Maggioriano. Senatore originario della Lucania (2), fu uno degli ultimi imperatori romani d’Occidente, privo di effettivo potere, incapace di risolvere i numerosi e gravi problemi che affliggevano l’impero; viene descritto dalle fonti come uomo pio e religioso. Libius Severus Serventius. Senatore originario della Lucania, fu uno degli ultimi imperatori romani d’Occidente, privo di effettivo potere, incapace di risolvere i numerosi e gravi problemi che affliggevano l’impero; viene descritto dalle fonti come uomo pio e religioso. Dopo la morte dell’imperatore Maggioriano (7 agosto 461), assassinato dal magister militum d’Occidente Ricimero, si aprì una lotta per l’elezione del nuovo imperatore d’Occidente che coinvolse Ricimero, l’imperatore d’Oriente Leone I e il re dei Vandali Genserico. Ricimero voleva porre sul trono d’Occidente un imperatore debole, che potesse controllare: la sua origine barbarica gli impediva infatti di prendere il trono per sé stesso. Genserico aveva rapito durante il Sacco di Roma (455) la moglie e le figlie di Valentiniano III (Licinia Eudossia, Placidia ed Eudocia) e aveva fatto sposare il proprio figlio Unerico con una delle due figlie dell’imperatore deceduto, Eudocia, imparentandosi così con la famiglia imperiale; il candidato di Genserico per il trono d’Occidente era Anicio Olibrio, che aveva sposato l’altra figlia di Valentiniano, Placidia, e che era quindi «uno di famiglia». A tale scopo mise sotto pressione entrambi gli imperi attaccando ripetutamente Italia e Sicilia, affermando che il trattato di pace stipulato con Maggioriano non era più vincolante; Ricimero, che agiva autonomamente, inviò una ambasciata a Genserico chiedendogli di rispettare il trattato, mentre l’imperatore d’Oriente, con una seconda ambasciata, trattò l’interruzione delle incursioni e la riconsegna delle donne di Valentiniano. Ricimero, però, decise di ignorare il candidato di Genserico e mise sul trono Libio Severo, scelto forse per compiacere l’aristocrazia italica, facendolo eleggere imperatore dal Senato il 19 novembre 461, a Ravenna (Severo fu poi riconosciuto dal Senato di Roma, come consuetudine). In Wikipedia, alla nota (2) postilla: “Cassiodoro, Cronaca; Chronica gallica anno 511, 636.”. Riguardo alle sue origini lucane ed eventuali possedimenti in Lucania, nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 282, in proposito scriveva che: “Dobbiamo ricordare da ultimo un imperatore inetto, tra il fantasma e il fantoccio, che, ci rincresce dirlo, fu di nazione lucano, il solo sicuramente lucano, nella lunga serie degli imperatori romani. E’ Livio Severo che, passivo strumento nelle mani di Ricimero, fu gridato imperatore a Ravenna il 19 novembre 461, ma scomparve quattro anni dopo, senza neppure essere passato, pare, per Ravenna. Il SEECK dice che egli non sapeva scrivere correttamente nemmeno il suo nome, per il fatto che nelle iscrizioni compare ‘Libius’ e non ‘Livius’, ma questo è troppo, e noi non ci sentiamo di firmare il nostro Severo una così severa condanna (1). Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi (…), a p. 282, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cassiodoro, ‘Chronica ad a. DXIX. – a. 461: “Severinus et Dagalaifus. His conss. Maiorianus immissione Ricimeris etc….”; Cfr. O. SEECK, Geshichte des Untergangs der antiken Welt, vol. VI, Stuttgart, 1920, p. 349. Cfr. Anhang, p. 482.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 378-379 continuando il suo racconto su Bussento e sull’Imperatore Libio Severo e le sue origini Lucane scriveva che: “Quando, e come Severo fosse stato fatto Imperadore, puossi veder in vari storici; bastando ciò che noi accenneremo nella sottoposta nota (I) e qui diremo solamente che secondo vuole ‘Cassiodoro in chron.’ seguì la di lui elezione nel Consolato di Severino, e Degalaiso: “His Cost. Majoranus immissione Recimeris extinguitur, cui Severum, natione Lucanarum Ravennae succedere fecit in regno”. Il P. ‘Banduro’, in Nummism.’ di questo Imperatore parlando, così dice: “Libius Severus, Lucanus, Majorano Ricimeris fraude interfecto die VII. Augusti anni CDLXI. ejusdem opera Imper. Ravennae appellatus est die XIX. Novembris, probante quidem Rom. Senatu: At Leone, qui orientem regebat, inconsulto.”. E’ fama, che regnato avesse tre anni, e nove mesi.”. Dunque, l’Antonini cita Cassiodoro (…). Antonini scriveva che nella Chronaca di Cassiodoro egli scrive che: “Per questi Costantino Majoranus fu estinto per l’invio di Recimeris, al quale fece succedere Severo, per stirpe di Luca, nel regno di Ravenna”. L’Antonini scrive che il padre Banduro (…), nella sua opera “Numismatica” scriveva che: “Libio Severus, Lucanus e Majoranus Ricimeris furono uccisi a tradimento il settimo giorno.Nell’agosto dell’anno 461le opere dello stesso imperatore.Fu chiamato a Ravenna il 19.novembre, con l’approvazione di Rom.Il Senato: Ma senza consultare Leone che governava l’Oriente”. L’Antonini a p. 378, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Tornato era Majorano dalle Gallie in Italia per opporsi a gli Alani, che di nuova incursione la minacciavano; ed essendo vicino Tortona, Ricimero gli andò incontro coll’esercito Imperiale; e secondo il concerto fatto con Libio Severo, fecelo imprigionare, ed obbligato a rinunziare l’Impero, a capo di tre giorni l’uccise. Era Ricimero maestro dell’una, e dell’altra milizia, Comite, e Patrizio, e Severo era Patrizio solamente. Corso Ricimero in Ravenna; a capo di quattro mesi vi fece dichiarare Imperadore Severo dalle stesse milizie. Nè la Repubblica ebbe a pentirsene, poichè fu un uomo moderatissimo, giusto, e carco di virtù militari; quindi nondiede luogo a Genserico di far ulteriori progressi dell’Isole del Mediterraneo: Ed essendo il Re Beorgor con numerosissime squadre di Alani calato in Italia nell’anno CDLXIV. per mezzo dello stesso Ricimero interamente vicino Bergamo lo sconfisse colla morte anche di Beorgor, con cui finì nelle Gallie il Regno degli Alani. Severo in tanto stando in Roma, nell’anno appresso morì di veleno, occultamente da Ricimero datogli, siccome non pochi autori vogliono; ma, ‘Sidonio’ cede che morisse di malattia. Comunque però si fusse, la di lui morte fu dagl’Italiani altamente compianta, per aver perduto in lui un prode uomo, ed alloora necessarissimo per opporsi a’ moti di Genserico. Vedine Evagr. lib. 2 & 3. Jornande, ed altri. Dell’iscrizione 5. fol. 419. del Sig. Muratori si vede, che Libio Severo fu eletto Imperadore nell’anno MCCXIV. di Roma, e CDLXI di Cristo.”.
Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 287-288-289-290, in proposito scriveva che: “Abbiamo già detto di Velia, per la sua mitezza del suo clima, e per le ville che allietavano il litorale, era un luogo ricercato di villeggiatura e di cura, e abbiamo ricordato, tra i suoi frequentatori illustri, il console Emilio Paolo, e anche Orazio ricordammo (p. 41). Qui aggiungiamo che Velia, col suo porto (p. 34), per essere uno scalo quasi obbligatorio di coloro che andavano in Sicilia, o ne tornavano per via di mare, costringeva i viaggiatori a fermarvisi (1). Etc…”. Il Magaldi a p. 288, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cicerone, Ad fam., IX, 7, 2 (a. 46): “……………..”….(in questa lettera Cicerone riferisce le diverse voci che correvano sull’itinerario che avrebbe seguito Cesare ritornando dalla guerra d’Africa).”.
Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: “E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C. Un antico cronista del IX secolo narra: “In Buxentum, usque ad presentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natus est imperator Severus Libius, et eius avus fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad habitaculum elegerat postquam renunciavi imperium”. (7). Possiamo tradurre le sue parole nel modo seguente: “Nella città di Buxentum si vedono ancora oggi le rovine della casa in cui nacque l’imperatore Severo Libio; l’avo di questi era amico dell’imperatore Ercole Massimiano, che decise di risiedere a Molpa dopo aver abdicato”.”. Il Ramage si riferiva al passo del Chronicon del monaco di S. Mercurio di cui l’Antonini pubblicò alcuni passi parlando della Molpa. Il Ramage a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’imperatore Massimiano era soprannominato Ercole, dopo l’abdicazione fu alleato e collega di Massenzio. Si suicidò nella città di Marsiglia ecc..”. Riguardo Massimiano Erculeo ha scritto pure il Magaldi. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 116, parlando della Molpa, il Craufurd scriveva che: “Le cronache non spiegano come mai Massimiano, collega di Diocleziano, l’avesse scelta come luogo ove ritirarsi, quando questi due imperatori abdicarono nel 305 d.C.; ed egli vi risiedeva ancora nel 306, quando il figlio Massenzio lo convinse a lasciare il suo esilio in Lucania per riassumere nuovamente la porpora. La città era situata sulla sommità della collina in un luogo veramente piacevole alla vista; a nord guarda verso il fiume della Molpa, a sud verso il fiume Mingardo e ai piedi del monte è circondata dal mare che si stende a perdita d’occhio….Da questa altura scesi verso una piccola pianura dove scorre il fiume Mingardo e rimasi etc….”.
Nel 461-465 d.C. (V sec. d.C.), LIBIO SEVERO LUCANO e la sua villa a Buxentum (Bussento) o a Sapri ?
Alcuni studiosi hanno ipotizzato che nel 420 Molpa abbia dato i natali all’imperatore Libio Severo (anche se le fonti ufficiali indicano quale città di nascita Buxentum, l’attuale Policastro Bussentino. Ad esempio, le poche e stringate parole di Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,………..Nel borgo Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; ecc…”. Angelo Di Mauro scriveva che l’Imperatore Romano Libio Severo possedeva una villa a Molpa. La notizia è tratta dall’Antonini che a sua volta la traeva da Orosio. Altri sudiosi invece vogliono che la villa di Libio Severo fosse a Buxentum. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel suo cap. “6. A Buxentum nasce un imperatore”, a p. 18 in proposito scriveva che: “Due volte arrise un benevolo destino allo squallore della città. Nei primi anni del sec. V d.C. nacque fra le rovine di Buxentum un bambino, ‘Flavio Libio Severo’ (30) destinato a diventare, nel 461, imperatore romano e vincitore degli Alani nei pressi di Bergamo (31): la vittoria dev’essere stata notevole, perchè gli Alani scompaiono dalla storia come popolo e fanno parte dei Vandali. Il vincitore morì poco dopo, nel 465. A quanto pare, egli eseguì la tradizione romana secondo la quale l’imperatore debba favorire il suo luogo di nascita (32). Deve averlo fatto anche lui, perchè per breve tempo, Buxentum emerge dalle tenebre.”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (30), postillava che: “(30) Antonini G., op. cit. Parte II, Discor. VII, p. 378 (Chronicon di S. Mercurio).”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le Invasioni barbariche”, vol. I, a pp. 49 e ssg, riferendosi alla pace stipulata con Genserico dall’Imperatore Maggiorano, in proposito scriveva che: “Questa però non andò oltre l’anno successivo; mentre Recimero faceva uccidere lo stesso Maggiorano ed elevava al soglio imperiale Libio Severo ‘lucano’ (nov. 461 – sett. 465), che, stando ad una tarda testimonianza, era di Bussento (1), si rinnovarono lungo i litorali tirrenici gli assalti dei Vandali. “Ogni anno – scriveva il contemporaneo Sidonio Apollinare – i furori del Caucaso si scatenarono sull’Italia dalle cocenti spiagge della Libia” (2). Etc…”. Il Cantalupo a p. 50, nella sua nota (1) postillava che: “(1) BUXENTUM è il nome latino della città greca di ………..(‘Pyxus; Plinio, N.H., III, 72), la cui origine rimonta almeno al VI secolo a.C., come dimostrano alcune monete di confederazione con l’iscrizione: ‘Sirino / Pissunte’ (v. G. Riccio, Storia…, cit. II, Napoli, 1876, pp. 116 sgg.). A Bussento i Romani dedussero nel 194 a. C. una colonia, che fu rinsaldata otto anni dopo con l’invio di nuovi coloni (T. LIVIO, XXII, 29, 4: XXXIV, 42, 6 e 45, 2; XXXIX, 22, 4; VELLEIO PATERCOLO, I, 15). La città sul finire del IX secolo prese l’odierno nome di Policastro (v. n. 6, p. 99). Il CRONISTA DI S. MERCURIO (IX secolo ?) scriveva che ai suoi tempi in Bussento si vedeva ancora ‘ruinosa domus, ubi natus est imperator Libius Severus’ (v. G. ANTONINI, op. cit., pp. 396 e 408).”. Il Cantalupo nella nota (1) cita l’Antonini che riportava la notizia dell’imperatore Libio Severo lucano, tratta dalla cronaca medioevale del Monaco di S. Mercurio, di cui ho scritto in un altro mio saggio. Della cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel IX secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…..), nella sua “La Lucania- Discorsi”, a p. 396 parlando di Bussento, in proposito scriveva che: “Il primo si è quello di non trovarsi nè ivi, ne attorno a quel luogo vestigio alcuno d’antiche cose: e pure verso il nono secolo (quando crediamo che scrivesse) il Monaco di S. Mercurio, dice che ancora in Bussento mostravasi: ‘Ruinosa domus, ubi natus est Imperator Libius Severus’.”. Ancora il Cantalupo cita la p. 408 dell’Antonini, che a p. 408, nel Discorso IX, in proposito a Bussento scriveva che: “…e così ancora circa il nono secolo (di quando crediamo, che sia la Cronaca di S. Mercurio), vedendosi ancora nella Città ‘ruinosa domus’, in cui era nato l’imperador Libio Severo, ci fa credere che non fosse del tutto desolata: e che la total sua ruina accadesse, come sopra detto abbiamo, etc…”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 378 parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. ecc..”. L’Antonini segnalava che il monaco di S. Mercurio nella sua “Chronica”, in proposito scriveva della villa dell’Imperatore Libio Severo in Bussento che: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”, ovvero che: “Qui ancora oggi è esposta una casa fatiscente, dove nacquero i figli, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero.”. Dunque, secondo l’Antonini, il monaco cronista della ‘Cronaca di S. Mercurio’ è a Bussento che nacquero i figli dell’Imperatore Massenzio, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero. L’Antonini credeva che il fiume Bussento fosse il fiume Melpi, poi in seguito detto Rubicante, Lambro ed infine Mingardo. L’Antonini credeva che i luoghi a cui accennava a proposito dell’impratore Libio Severo, ovvero la città di Bussento erano la Molpa. Nicola Corcia (…), a p. 59 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789” dissertando sulla Molpa, segnalava che l’Antonini riportava un brano della “Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito scriveva che: “Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Dunque, Nicola Corcia, parlando della città di Buxentum scriveva che l’Antonini “pretendeva” che in questa città fosse nato Libio Severo, che in seguito diventerà Imperatore. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’ scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Dunque Nicola Corcia segnalava che l’Antonini riportava un brano della “Cronaca di S. Mercurio” (cronaca da lui datata al IX secolo) in cui il monaco scriveva che a Bussento vi era la casa natale dell’Imperatore Libio Severo che, nell’anno 460, per opera di “Racimero” successe all’Imperatore Maiorano (….). Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani (…), consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo: “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sedeepiscopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a p. 15, in cui ci parla dell’antica Bussento (Buxentum), citando un passo della ‘Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito, riferendosi all’Antonini che voleva la Molpa fosse l’antica Buxentum scriveva che: “Argomenta l’Antonini che la Molpa sia il Bussento da un frammento epigrafico in un cippo messo a strettoio delle uve…….Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”.Il Gaetani, a p. …., nella nota (12) postillava dell’Antonini, p. 378 e della cronaca di S. Mercurio avutala dal sig. Agostino Carbone. Mi sembra interessante ciò che scrisse l’amico Felice Cesarino (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, parlando della villa romana e dei resti archeologici in località S. Croce a Sapri, ipotizzando che possa essere la villa dell’Imperatore Massimiano Erculeo, a p. 27, sulla scorta di Emilio Magaldi (….), in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “L’Imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (cfr. Orosio). La villa in parola secondo uno degli autori antichi (Lattanzio) si direbbe trovata in Campania, secondo altri (Zosimo, Zonara, Eutropio) in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (Honingman). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen.”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La lucania romana, Roma, 1947.”. Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi. Alle parole del Cesarino “La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica.” preciso che la cronaca ripetuta dello scrittore regionale è la cronaca di S. Mercurio e lo scrittore regionale è l’Antonini, oltre che al Corcia, il quale non si rifaceva solo alla cronaca trascritta in più passi dall’Antonini ma anche a dei passi di Cassiodoro, il quale non è una fonte classica ma resta una fonte autorevole dell’epoca. Ricordiamo che lall’epoca, l’ex segretario di Teodorico si era ritirato nella sua Calabria. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 282, in proposito scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64 e ssg., in proposito scriveva che: “…………………..”. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: “E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C. Un antico cronista del IX secolo narra: “In Buxentum, usque ad presentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natus est imperator Severus Libius, et eius avus fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad habitaculum elegerat postquam renunciavi imperium”. (7). Possiamo tradurre le sue parole nel modo seguente: “Nella città di Buxentum si vedono ancora oggi le rovine della casa in cui nacque l’imperatore Severo Libio; l’avo di questi era amico dell’imperatore Ercole Massimiano, che decise di risiedere a Molpa dopo aver abdicato”.”. Il Ramage si riferiva al passo del Chronicon del monaco di S. Mercurio di cui l’Antonini pubblicò alcuni passi parlando della Molpa. Il Ramage a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’imperatore Massimiano era soprannominato Ercole, dopo l’abdicazione fu alleato e collega di Massenzio. Si suicidò nella città di Marsiglia ecc..”.
Nel 461-465 d.C. (V sec. d.C.), l’Imperatore romano Livio Severo e la sua villa a Bussento o a Sapri ?
Alcuni studiosi hanno ipotizzato che nel 420 Molpa abbia dato i natali all’imperatore Libio Severo (anche se le fonti ufficiali indicano quale città di nascita Buxentum, l’attuale Policastro Bussentino. Ad esempio, le poche e stringate parole di Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,………..Nel borgo Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; ecc…”. Angelo Di Mauro scriveva che l’Imperatore Romano Libio Severo possedeva una villa a Molpa. La notizia è tratta dall’Antonini che a sua volta la traeva da Orosio. Ma l’Antonini non scriveva questo. Nicola Corcia (…), a p. 59 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789” dissertando sulla Molpa, segnalava che l’Antonini riportava un brano della “Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito scriveva che: “Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Dunque, Nicola Corcia, parlando della città di Buxentum scriveva che l’Antonini “pretendeva” che in questa città fosse nato Libio Severo, che in seguito diventerà Imperatore. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’, scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Dunque Nicola Corcia segnalava che l’Antonini riportava un brano della “Cronaca di S. Mercurio” (cronaca da lui datata al IX secolo) in cui il monaco scriveva che a Bussento vi era la casa natale dell’Imperatore Libio Severo che, nell’anno 460, per opera di “Racimero” successe all’Imperatore Maiorano (….). Libius Severus Serventius. Senatore originario della Lucania, fu uno degli ultimi imperatori romani d’Occidente, privo di effettivo potere, incapace di risolvere i numerosi e gravi problemi che affliggevano l’impero; viene descritto dalle fonti come uomo pio e religioso. Dopo la morte dell’imperatore Maggioriano (7 agosto 461), assassinato dal magister militum d’Occidente Ricimero, si aprì una lotta per l’elezione del nuovo imperatore d’Occidente che coinvolse Ricimero, l’imperatore d’Oriente Leone I e il re dei Vandali Genserico. Ricimero voleva porre sul trono d’Occidente un imperatore debole, che potesse controllare: la sua origine barbarica gli impediva infatti di prendere il trono per sé stesso. Genserico aveva rapito durante il Sacco di Roma (455) la moglie e le figlie di Valentiniano III (Licinia Eudossia, Placidia ed Eudocia) e aveva fatto sposare il proprio figlio Unerico con una delle due figlie dell’imperatore deceduto, Eudocia, imparentandosi così con la famiglia imperiale; il candidato di Genserico per il trono d’Occidente era Anicio Olibrio, che aveva sposato l’altra figlia di Valentiniano, Placidia, e che era quindi «uno di famiglia». A tale scopo mise sotto pressione entrambi gli imperi attaccando ripetutamente Italia e Sicilia, affermando che il trattato di pace stipulato con Maggioriano non era più vincolante; Ricimero, che agiva autonomamente, inviò una ambasciata a Genserico chiedendogli di rispettare il trattato, mentre l’imperatore d’Oriente, con una seconda ambasciata, trattò l’interruzione delle incursioni e la riconsegna delle donne di Valentiniano. Ricimero, però, decise di ignorare il candidato di Genserico e mise sul trono Libio Severo, scelto forse per compiacere l’aristocrazia italica, facendolo eleggere imperatore dal Senato il 19 novembre 461, a Ravenna (Severo fu poi riconosciuto dal Senato di Roma, come consuetudine). Della cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel XI secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…), citato da Nicola Corcia, a pp. 377-378-379 riferendosi alla città di Molpa, dopo aver detto degli Imperatori Massimiliano Erculeo e di suo figlio Massenzio alla Molpa, citava un brano tratto dalla “Cronaca di S. Mercurio” dove si parlava dell’Imperatore Libio Severo a Bussento e scriveva che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. ecc..”. Dunque, l’Antonini segnalava che il monaco di S. Mercurio nella sua “Chronica”, in proposito scriveva della villa dell’Imperatore Libio Severo in Bussento che: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”, ovvero che: “Qui ancora oggi è esposta una casa fatiscente, dove nacquero i figli, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero.”. Dunque, secondo il monaco cronista della ‘Cronaca di S. Mercurio’ è a Bussento che nacquero i figli dell’Imperatore Massenzio, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero. Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani (…), consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo: “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sedeepiscopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a p. 15, in cui ci parla dell’antica Bussento (Buxentum), citando un passo della ‘Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito, riferendosi all’Antonini che voleva la Molpa fosse l’antica Buxentum scriveva che: “Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”. Ecco ciò che scriveva il Gaetani sul passo del Cronicon di S. Mercurio e sulle tesi dell’Antonini. L’Antonini continuando il suo racconto su Bussento e sull’Imperatore Libio Severo e le sue origini Lucane scriveva che: “Quando, e come Severo fosse stato fatto Imperadore, puossi veder in vari storici; bastando ciò che noi accenneremo nella sottoposta nota (I) e qui diremo solamente che secondo vuole ‘Cassiodoro in chron.’ seguì la di lui elezione nel Consolato di Severino, e Degalaiso: “His Cost. Majoranus immissione Recimeris extinguitur, cui Severum, natione Lucanarum Ravennae succedere fecit in regno”. Il P. ‘Banduro’, in Nummism.’ di questo Imperatore parlando, così dice: “Libius Severus, Lucanus, Majorano Ricimeris fraude interfecto die VII. Augusti anni CDLXI. ejusdem opera Imper. Ravennae appellatus est die XIX. Novembris, probante quidem Rom. Senatu: At Leone, qui orientem regebat, inconsulto.”. E’ fama, che regnato avesse tre anni, e nove mesi.”. Dunque, l’Antonini cita Cassiodoro (…). Antonini scriveva che nella Chronaca di Cassiodoro egli scrive che: “Per questi Costantino Majoranus fu estinto per l’invio di Recimeris, al quale fece succedere Severo, per stirpe di Luca, nel regno di Ravenna”. L’Antonini scrive che il padre Banduro (…), nella sua opera “Numismatica” scriveva che: “Libio Severus, Lucanus e Majoranus Ricimeris furono uccisi a tradimento il settimo giorno.Nell’agosto dell’anno 461le opere dello stesso imperatore.Fu chiamato a Ravenna il 19.novembre, con l’approvazione di Rom.Il Senato: Ma senza consultare Leone che governava l’Oriente”. L’Antonini a p. 378, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Tornato era Majorano dalle Gallie in Italia per opporsi a gli Alani, che di nuova incursione la minacciavano; ed essendo vicino Tortona, Ricimero gli andò incontro coll’esercito Imperiale; e secondo il concerto fatto con Libio Severo, fecelo imprigionare, ed obbligato a rinunziare l’Impero, a capo di tre giorni l’uccise. Era Ricimero maestro dell’una, e dell’altra milizia, Comite, e Patrizio, e Severo era Patrizio solamente. Corso Ricimero in Ravenna; a capo di quattro mesi vi fece dichiarare Imperadore Severo dalle stesse milizie. Nè la Repubblica ebbe a pentirsene, poichè fu un uomo moderatissimo, giusto, e carco di virtù militari; quindi nondiede luogo a Genserico di far ulteriori progressi dell’Isole del Mediterraneo: Ed essendo il Re Beorgor con numerosissime squadre di Alani calato in Italia nell’anno CDLXIV. per mezzo dello stesso Ricimero interamente vicino Bergamo lo sconfisse colla morte anche di Beorgor, con cui finì nelle Gallie il Regno degli Alani. Severo in tanto stando in Roma, nell’anno appresso morì di veleno, occultamente da Ricimero datogli, siccome non pochi autori vogliono; ma, ‘Sidonio’ cede che morisse di malattia. Comunque però si fusse, la di lui morte fu dagl’Italiani altamente compianta, per aver perduto in lui un prode uomo, ed alloora necessarissimo per opporsi a’ moti di Genserico. Vedine Evagr. lib. 2 & 3. Jornande, ed altri. Dell’iscrizione 5. fol. 419. del Sig. Muratori si vede, che Libio Severo fu eletto Imperadore nell’anno MCCXIV. di Roma, e CDLXI di Cristo.”. Ma davvero la città natale di Livio Severo fu Buxentum ?. Felice Cesarino (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, parlando della villa romana e dei resti archeologici in località S. Croce a Sapri, ipotizzando che possa essere la villa dell’Imperatore Massimiano Erculeo, a p. 27, sulla scorta di Emilio Magaldi (….), in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “L’Imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (cfr. Orosio). La villa in parola secondo uno degli autori antichi (Lattanzio) si direbbe trovata in Campania, secondo altri (Zosimo, Zonara, Eutropio) in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (Honingman). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La lucania romana, Roma, 1947.”. Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi. Infatti, nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 64, in proposito scriveva che: “Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: “Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana”, spiegava e faceva pensare ad antichi possedimenti in Lucania. Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: “(42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, riferendosi alla probabile villa Imperiale di Massimiano Erculio, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”. Nel 1828, il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie”, ristampato per i tipi di De Luca nel 1966,ci parla a pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio (….), nel 1966, ma segnalo anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Ramage scriveva che: “E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C. Un antico cronista del IX secolo narra: “In Buxentum, usque ad presentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natus est imperator Severus Libius, et eius avus fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad habitaculum elegerat postquam renunciavi imperium”. (7). Possiamo tradurre le sue parole nel modo seguente: “Nella città di Buxentum si vedono ancora oggi le rovine della casa in cui nacque l’imperatore Severo Libio; l’avo di questi era amico dell’imperatore Ercole Massimiano, che decise di risiedere a Molpa dopo aver abdicato”.”. Il Ramage si riferiva al passo del Chronicon del monaco di S. Mercurio di cui l’Antonini pubblicò alcuni passi parlando della Molpa. Il Ramage a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’imperatore Massimiano era soprannominato Ercole, dopo l’abdicazione fu alleato e collega di Massenzio. Si suicidò nella città di Marsiglia ecc..”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 282, in proposito scriveva che: “Dobbiamo ricordare da ultimo un imperatore inetto, tra il fantasma e il fantoccio, che, ci rincresce dirlo, fu di nazione lucano, il solo sicuramente lucano, nella lunga serie degli imperatori romani. E’ Livio Severo che, passivo strumento nelle mani di Ricimero, fu gridato imperatore a Ravenna il 19 novembre 461, ma scomparve quattro anni dopo, senza neppure essere passato, pare, per Ravenna. Il SEECK dice che egli non sapeva scrivere correttamente nemmeno il suo nome, per il fatto che nelle iscrizioni compare ‘Libius’ e non ‘Livius’, ma questo è troppo, e noi non ci sentiamo di firmare il nostro Severo una così severa condanna (1). Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi (…), a p. 282, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cassiodoro, ‘Chronica ad a. DXIX. – a. 461: “Severinus et Dagalaifus. His conss. Maiorianus immissione Ricimeris etc….”; Cfr. O. SEECK, Geshichte des Untergangs der antiken Welt, vol. VI, Stuttgart, 1920, p. 349. Cfr. Anhang, p. 482.”.
E’ proprio in quest’epoca che incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Sul nostro territorio nel VII secolo, come ricorda il Cappelletti (12) già in Rivello, la chiesa greca, vi dimostrò forza, per cui, anche per questi motivi, Papa S. Gregorio decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda, affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (11). Nicola Acocella (22), affermava in proposito: “La Velina ecclesia era già, all’epoca diGregorio Magno (a. 592), deserta di sacerdoti”, faceva riferimento alla nota lettera di Papa Gregorio Magno a Felice, Vescovo di Agropoli (11). Alla fine del VI secolo, Papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), ricorderà in una sua lettera (‘Epistulae, II, 29′)(11), la mancanza di titolare della sede bussentina. I Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro (13). Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (15). Aggiunge Lanzoni (16) che «in quel tempo, causa l’invasione deiLongobardi, altri vescovi sitraslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e daquesta seconda residenza presero ilnome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (Maratea) (14). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (13), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (14): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasionLombarde) (14) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (17) che, nel 1831, pubblicò (17) la Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito ripubblicata e tradotta dallo storico Gian Galeazzo Visconti (18). Il Laudisio (17), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (19), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (20) e, poi in seguito pubblicate da studiosi locali come Ebner (21) e Acocella (22). La principale notizia che il Laudisio (17-18) e poi il Duchesne (14) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (11). Questa interessantissima lettera del papa Gregorio magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (11). Paolo Cammarosano (24), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosamesse d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dentelongobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (11). Il Duchesne (14), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica siconoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello diPaestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. Iprimi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J.,969, 1015, 1017 ). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa diGrumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (11), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto atrasferirsi nell’interno di Capaccio.” (14). Scrive la Bencivenga – Trimllich (40), sulla scorta del Gaetani (9), a proposito di Bussento che “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da StefanoBizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (10).”. Sempre dal Gaetani (9), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (19), nel suo ‘Mannelli Luca,Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, leggiamo in proposito che “Ritrovasimentionata ancora questa città nella Lucania da …Stefano Bizantino disse sia città diSicilia (2 – si veda nota Stef. de Urbihus), havendo scritto bene Stefano che fusseCittà di Sicilia, ancorchè nella Lucania, poichè anticamente questa provincia fu dettaSicilia, e così puote anco dirsi hoggigiorno il Regno tutto.”. Il Gaetani, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva: “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’. “. Il Gaetani (9), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sedeepiscopale, studio storico-critico ecc..’, parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Ecco due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: Rustico sulla fine del V secolo e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi Rusticus Episcopus Buxentinus; e Sabbazio, che nel 649 sedeva al Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro Monoteliti, trovandosi sottoscritto: Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi. Dunque nel secolo VII, ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel Vescovo Agnello di cui fa menzione S. Gregorio nel suo ‘Libro 4, ep. VI’, scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, fosse vescovo di Bussento, ovvero di Velia o Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengano ad accertarlo.”. Sempre il Gaetani (9), nello stesso saggio, scriveva: “Giuseppe Volpi (10), fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (10), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio)(42), si parla della Diocesi di Capaccio e di Buxentum e Policastro. Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Il Laudisio (17-18), sulla scorta di Pietro Giannone (41), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”.Giannone (41), scriveva in proposito: “Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi, come passarono nel correre degli anni tutte l’altre città mediterranee del Regno (…), se due ragioni non l’avessero impedito. Ciò sono, il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti degli assedj di piazze marittime; e l’aver i Napoletani, per ragione anche de’ loro siti, ben fortificata Napoli e le altre piazze marittime a loro soggette.”. Il Laudisio (17-18), traendo alcune notizie dal manoscritto del Mannelli (19), dalle Memorie Lucane, Cap. II, p. 34 del Gatta (3), dal Tomo I, part. II, Cap. VI, parag. I, n. XIII, pag. 135 del Troyli (6), e dal Barrio (21), scriveva nel 1831 in proposito: “Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Ionico. Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti. Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”.
Sapri (o ‘Porto de Sapri’) e Blanda, con l’avvento delle prime comunità cristiane
La prima notizia risalente all’età alto-medievale riguarda Blanda: nel terzo Sinodo romano, nel 501 è ricordato Pasquale, Vescovo di Blanda (8-9). Restaurato il vescovado la prima volta all’inizio del secolo VI, nell’anno 500 (8). Nel 592 Blanda subì un’incursione longobarda, e la sede episcopale dovette essere ripristinata dal Vescovo Felice di Agropoli, su preciso mandato di papa Gregorio Magno. La notizia è tratta da una delle lettere del papa Gregorio Magno citate dal Laudisio (17-18) e poi dal Duchesne (14). La città viene infine ricordata in alcune epistole di papa Gregorio Magno. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda, ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (15). Il Lanzoni (16) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi sitraslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero ilnome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (?) (14). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (13), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (14): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (14) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (17) che, nel 1831, pubblicò (17) Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito ripubblicata e tradotta dallo storico Gian Galeazzo Visconti (18). Il Laudisio (17), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (19), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (20) ed il Gatta (…) e, poi in seguito citate da Ebner (21) e Acocella (22). La principale notizia che il Laudisio (17-18) e poi il Duchesne (14) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (11). L’interessantissima lettera del papa Gregorio Magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (11). Paolo Cammarosano (24), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe di informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia,…”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (11). Il Duchesne (14), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucaniaed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Unosolo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasionelongobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (11), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono comple- tamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (14). Nel 601 fu vescovo di Blanda un certo Pasquale, come ne attesta la sua presenza al Sinodo romano. Nel 649, anno in cui si svolse il Sinodo romano, Blanda continuò ad essere sede vescovile, come dimostra la presenza del suo vescovo Pasquale. Il Romanelli (25) ed il Troyli (6), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (11)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: “sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del ConcilioLateranense sotto papa Martino nel 649.” (25-11). Sempre riguardo la notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649, ne fa memoria il Laudisio (17) che, parlando di Blanda (Visconti, op. cit. , nota 10, p. 88-89), dice: ”…e fra di luivescovi vi è memoria diPasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto ilpontificato di Martino ( che si svolse nell’anno 649). Il Laudisio trae la notizia dal Binio: “an. 649 ex Binnio, tomoIV, pag. 736” (26). Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo (di cui possediamo un suo scritto inedito e che aiutò G.G. Visconti alla stesura del suo libro sul Laudisio – 18), afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice S. Martino, vi partecipò il suo vescovo Pasquale, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino (26). La notizia ci viene confermata poi in seguito dal Duchesne (14) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 conquelli di Paestum e Salerno” (11) e, aggiunge: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (14). Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalle loro situazioni marittime, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di Brutium (Calabria). Il Papa S. Gregorio Magno affidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (14) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (14). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blando. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte…..di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’ eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (14). Infatti, nell’ VIII secolo, Blanda passò in mano ai Longobardi.
Nel ‘592 (VI sec. d.C.), Sapri
E’ proprio in quest’epoca che incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Sul nostro territorio nel VII secolo, come ricorda il Cappelletti (12) già in Rivello, la chiesa greca, vi dimostrò forza, per cui, anche per questi motivi, Papa S. Gregorio decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda, affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (11). Nicola Acocella (22), affermava in proposito: “La Velina ecclesia era già, all’epoca diGregorio Magno (a. 592), deserta di sacerdoti”, faceva riferimento alla nota lettera di Papa Gregorio Magno a Felice, Vescovo di Agropoli (11). Alla fine del VI secolo, Papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), ricorderà in una sua lettera (‘Epistulae, II, 29′)(11), la mancanza di titolare della sede bussentina. I Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro (13). Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (15). Aggiunge Lanzoni (16) che «in quel tempo, causa l’invasione deiLongobardi, altri vescovi sitraslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e daquesta seconda residenza presero ilnome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (Maratea) (14). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, Gianluigi Barni (13), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (14): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasionLombarde) (14) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (17) che, nel 1831, pubblicò (17) la Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito tradotta e ripubblicata dallo storico Gian Galeazzo Visconti (18). Il Laudisio (17), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (19), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (20) e, poi in seguito pubblicate da studiosi locali come Ebner (21) e Acocella (22). La principale notizia che il Laudisio (17-18) e poi il Duchesne (14) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (11). Questa interessantissima lettera del papa Gregorio magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (11). Paolo Cammarosano (24), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosamesse d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dentelongobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (11). Il Duchesne (14), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica siconoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello diPaestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. Iprimi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J.,969, 1015, 1017 ). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa diGrumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (11), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto atrasferirsi nell’interno di Capaccio.” (14). Scrive la Bencivenga – Trimllich (40), sulla scorta del Gaetani (9), a proposito di Bussento che “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da StefanoBizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (10).”. Sempre dal Gaetani (9), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (19), nel suo ‘Mannelli Luca,Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, leggiamo in proposito che “Ritrovasimentionata ancora questa città nella Lucania da …Stefano Bizantino disse sia città diSicilia (2 – si veda nota Stef. de Urbihus), havendo scritto bene Stefano che fusseCittà di Sicilia, ancorchè nella Lucania, poichè anticamente questa provincia fu dettaSicilia, e così puote anco dirsi hoggigiorno il Regno tutto.”. Il Gaetani, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva: “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’. “. Il Gaetani (9), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sedeepiscopale, studio storico-critico ecc..’, parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Ecco due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: Rustico sulla fine del V secolo e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi Rusticus Episcopus Buxentinus; e Sabbazio, che nel 649 sedeva al Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro Monoteliti, trovandosi sottoscritto: Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi. Dunque nel secolo VII, ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel Vescovo Agnello di cui fa menzione S. Gregorio nel suo ‘Libro 4, ep. VI’, scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, fosse vescovo di Bussento, ovvero di Velia o Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengano ad accertarlo.”. Sempre il Gaetani (9), nello stesso saggio, scriveva: “Giuseppe Volpi (10), fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (10), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio)(42), si parla della Diocesi di Capaccio e di Buxentum e Policastro. Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Il Laudisio (17-18), sulla scorta di Pietro Giannone (41), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”.Giannone (41), scriveva in proposito: “Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi, come passarono nel correre degli anni tutte l’altre città mediterranee del Regno (…), se due ragioni non l’avessero impedito. Ciò sono, il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti degli assedj di piazze marittime; e l’aver i Napoletani, per ragione anche de’ loro siti, ben fortificata Napoli e le altre piazze marittime a loro soggette.”. Il Laudisio (17-18), traendo alcune notizie dal manoscritto del Mannelli (19), dalle Memorie Lucane, Cap. II, p. 34 del Gatta (3), dal Tomo I, part. II, Cap. VI, parag. I, n. XIII, pag. 135 del Troyli (6), e dal Barrio (21), scriveva nel 1831 in proposito: “Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Ionico. Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti. Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”.
Nel ‘649 (VII sec. d.C.), per Lanzoni l’ubicazione di “BLANDA JULIA”, nel Porto di Sapri, che aveva una comunità cristiana
Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riferitaci dal sacerdote Luigi Tancredi (2) che, nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamentenel‘649; aveva una comunità cristiana.”. Il Tancredi (….), riguardo questa notizia che ci riporta di secoli indietro nella ricostruzione storiografica di Sapri, non cita nessuna fonte storica o archivistica. Certamente, la notizia che nell’anno 649, esistesse a Sapri una ‘comunità cristiana’, fa ritornare di molti secoli prima la datazione di un centro abitato saprese. Francesco Lanzoni (…), p. 323, parla delle diocesi di ‘Buxentum’ e di ‘Blanda Julia‘ che pone a Sapri (forse da quì nacque la citazione del Tancredi di un porto a Sapri nel 649 a.C.). Vorrei invece approfondire la notizia del Lanzoni (…), secondo cui al porto di Sapri, poneva la Diocesi di Blanda Julia. Il Lanzoni (…), a p. 323, parlando delle antiche Diocesi crisiane, oltre a citare quella di “Buxentum”, cita quella di “Blanda Julia (Porto di Sapri)”. La notizia citata dal Tancredi (….) è tratta dal Lanzoni (…..). Francesco Lanzoni (…), p. 323, parla delle diocesi di ‘Buxentum’ e di ‘Blanda Julia‘ che pone a Sapri (forse da quì nacque la citazione del Tancredi di un porto a Sapri nel 649 a.C.). Vorrei invece approfondire la notizia del Lanzoni (…), secondo cui al porto di Sapri, poneva la Diocesi di Blanda Julia. Le notizie intorno all’antica sede vescovile – sede vacante nell’anno 592 – di ‘Blanda Iulia’, sono state citate dal sacerdote Francesco Lanzoni. Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, sempre a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.
(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323
Il Lanzoni (…), scrivendo nelle sue note ai vescovi Lucani scrivendo “(J-L. ecc..)” si riferiva all’opera di “J-L = Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888”. Il Lanzoni (…) – come pure l’Ebner (…) – come scrive Orazio Campagna (…) a p. 257, nella nota (64) scriveva che: : “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”. Orazio Campagna (…) che a p. 257, nella nota (64), lo citava ed in proposito scriveva che: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”. Riguardo Sapri, il Lanzoni, a p. 323, in proposito scrive che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195).; 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanne” : 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse Bleranae (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”. Infatti, il Lanzoni (…), scrivendo nelle sue note ai vescovi Lucani scrivendo “(J-L. ecc..)” si riferiva all’opera di “J-L = Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888”. L’opera citata è ‘Regesta Pontificum Romanorum’ che è un’opera che raccoglie migliaia di documenti del papato emessi dagli inizi della Chiesa cattolica fino al 1198. Tra il 1874 e il 1895 uscirono due volumi, editi da August Potthast, con l’edizione del Regesta pontificum romanorum per il periodo compreso tra il 1198 e il 1304, in continuazione dell’opera di Philipp Jaffé. L’opera riveduta e corretta a cui si riferiva l’Ebner (…) e il Lanzoni è Jaffé-Loewenfeld (…), ‘Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII’, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888. Il Lanzoni, nelle sue note si riferisce all’anno 1195 della citata opera. Il Jaffé-Loewenfeld (…), si occupa dei documenti n. 1195 da pp. 610 e s. Riguardo la notizia di un Vescovo Rustico (“Rusticus”) a Buxentum, Mons. Francesco Lanzoni (…), a p. 323 in proposito scriveva che: “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)”. Dunque, i Lanzoni scriveva che a ‘Buxentum’ credeva fosse “Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?”. Poi aggiungeva che a ‘Buxentum’ (Bussento) il primo vescovo fosse: “1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)”. Il Lanzoni scriveva che da un documento n. 1195 in Jafé-Loewenfeld (…), troviamo nell’anno 592 la Chiesa vacante ovvero nessun Vescovo. Del VII secolo, il Duchesne (…), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (…), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. Scrive sempre il Duchesne (…) che di quegli anni (VII secolo), il registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, ecc..”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che, parlando di Blanda sede vescovile in proposito scriveva che: “c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi…..; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601;….”. Lo studioso Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: “Ma la ‘vacatio sedis’ fu di non lunga durata se abbiamo notizie di un ‘Romanus Episcopus Ecclesiae Blandanae’, che sottoscrisse gli atti di due sinodi svolti nel 595 e 601 (24).”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (24) postillava che: “(24) F. Labbe, ‘Sacrosanta Concilia, VI, 917, 1343”. Come abbiamo visto nella pagina 323, il Lanzoni (…), a p. 323, sebbene scrivesse “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): ecc..ecc.., non riporta vescovi nell’anno 640 o 649. Il Lanzoni, scrive di Blanda Iulia, e di un suo vescovo chiamato Romano, presente il 5 luglio al sinono romano dell’anno 595, ma non dice nulla del sinodo romano dell’anno 640 o 649 a cui invece partecipò un altro vescovo di Blanda Iulia. Nel 1985, il sacerdote Luigi Tancredi (2), nel suo ‘Sapri giovane e antica’, a p. 34, parlando del suo Porto e della sua chiesa, affermava che: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamentenel‘649; aveva una comunità cristiana.”. La notizia è interessantissima perchè ci fa ritornare agli albori della storia di Sapri, al secolo VII, all’epoca delle incursioni vandaliche e della prima cristianizzazione dell’area. Il Tancredi (…), però non dice nulla a riguardo le fonti da cui avesse tratto l’interessante notizia. La notizia di un vescovo di Blanda Julia, che nell’anno 640-649, partecipò al sinodo romano, è del sacerdote Nicola Curzio (…), che nel suo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirrenodall’Etna ai sette colli’, pubblicato nel 1910, in proposito scriveva che: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “. Dunque, riepilogando, secondo il Curzio (…), nell’anno 640-649 (secolo VII d.C., epoca Longobarda), a Blanda Iulia, forse il “Portus” di Sapri, come credeva il Lanzoni (…), vi erano due vescovi: il primo chiamato “Pasquale”, presente al Sinodo romano di papa Martino, e nell’anno 743, l’altro vescovo chiamato “Gaudioso” presente al Sinodo romano di papa “Zaccaria”. Ma se è vero ciò che scriveva il Curzio (…), mi chiedo se si fosse tratto in inganno Pietro Ebner (15) che, sulla scorta del Duchesne (14), in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653)“. La notizia, era stata confermata dal Duchesne (14) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi alConcilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (11). Il Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, che pure aveva scritto, nel suo ‘Sapri, giovane e antica’: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamentenel‘649; aveva una comunità cristiana.”, in un altro suo passo, parlando delle diocesi tirreniche nel VII secolo d. C., epoca Longobarda, in proposito scriveva che: “il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”. Il Duchesne (…), nel suo studio, parlando della ‘Regione III’ dice in proposito: “In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio nel 592 (Ep., II, 42, luglio 592), sembra essere l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda…… Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostituirsi. Si trovano i loro Vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e di Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in quelle località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, di Conza e di Brutium. Ma sia che fossero o non fossero Longobarde, nel 649, le cose cambiarono poco dopo.” (…). Dunque, alla citazione che faceva il Curzio (…), che nell’anno 640-649, vi fosse un vescovo di Blanda Iulia al Sinodo romano, il Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, che pure aveva scritto, nel suo ‘Sapri, giovane e antica’: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamentenel‘649; aveva una comunità cristiana.”, in un altro suo passo, parlando delle diocesi tirreniche nel VII secolo d. C., epoca Longobarda, in proposito scriveva che: “il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”. Riguardo la citazione del Mansi (…), si tratta di Giovanni Domenico Mansi, Sacrorum conciliorum nova et amplissima collectio, vol. X, Florentiae 1764, coll. 863-1188. Del VII secolo, il Duchesne (14), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (11), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. Scrive sempre il Duchesne (14) che di quegli anni (VII secolo), il registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, ecc..”. Dal punto di vista storiografico, ci chiediamo quale fosse l’origine dell’interessantissima notizia riferitaci dal Tancredi (2), secondo cui: “Sapri, aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel‘649; aveva una comunità cristiana.”. Il Tancredi (2), riguardo questa notizia, non cita nessuna fonte storica o archivistica. Da quale autore il Tancredi traeva l’interessantissima notizia ?. Domenico Romanelli (….) ed l’abbate Troyli (….) parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (….)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: “sede vescovile nei primi secolidel Cristianesimo e dalla soscrizione diPasqualevescovo di Blanda negli attidel Concilio Lateranense sotto papa Martino nel649.”(….). Sempre riguardo la notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649 (a cui faceva riferimento il Tancredi), ne fa me-moria il Laudisio (6) che, parlando di Blanda (Visconti, op. cit. , nota 10, p. 88-89), dice: ” …e fra di luivescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto ilpontificato di Martino ( che si svolse nell’anno 649). Riguardo questa notizia, il Laudisio la trae da: “an. 649 ex Binnio, tomo IV, pag. 736”. Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo (di cui possediamo un suo scritto inedito e che aiutò G.G. Visconti alla stesura del suo libro sul Laudisio – 18) che, parlando della sede vescovile di Buxentum, afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice ‘S. Martino’, vi partecipò il suo vescovo Sabbazio, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Notizia che confermiamo avendo scaricato il testo scritto in latino del 1600. Da Wikipedia, riguardo Blanda, sede vescovile leggiamo che: La diocesi è ancora attestata nel 649, quando il vescovo Pasquale prese parte al sinodo indetto in quell’anno da papa Martino I. Un altro sinodo indetto da papa Zaccaria nel 743 fu sottoscritto da Gaudeosus Blandas, chiamato anche Gaudioso Blaudero; la «presenza di questo vescovo testimonierebbe il passaggio della Calabria settentrionale al dominio longobardo, poiché in quel periodo ai vescovi bizantini del resto della regione era impedita la partecipazione ai consessi indetti dai pontefici». Sono stati sollevati dubbi sull’appartenenza di tutti questi vescovi a Blanda. Ferdinando Ughelli, per esempio, e gli autori che ne dipendono (Gams e Cappelletti) attribuiscono i vescovi Romano e Gaudioso alla diocesi di Blera nella Tuscia. Alcuni storici poi ipotizzano che, distrutta Blanda, i vescovi si siano trasferiti a Cirella, il cui vescovo Romano avrebbe preso parte al sinodo romano del 649. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 65-66-67, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: “Al principio del secolo VII anche la Britia, come la Lucania ‘Occidentale’, dipendeva dal ducato bizantino di Napoli (6), sebbene in queste regioni fossero i Vescovi ad assolvere le funzioni giuridico-amministrative più importanti; mentre la Lucania ‘Minore’ gravitava intorno ad Agropoli ed al suo vescovo, che continuò ad esercitare la sua autorità almeno fino a Velia, la Britia si riorganizzò intorno ai vescovi di Blanda e di Bussento. Sicchè nel Concilio Romano del 649, tra i numerosi altri intervenuti, troviamo Pasquale vescovo di Blanda, Sabazio vescovo di Bussento (1) e Giovanni vescovo “pestano” (2) residente ad Agropoli. Ecc…”. Il Cantalupo (…), p. 66, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La circostanza è indirettamente confermata dal fatto che questi territori non appaiono elencati fra quelli della Calabria greca, circa la quale siamo maggiormente informati (v. F. HIRSCH, op. cit., p. 18, n. 30).”. Il Cantalupo, a p. 67, nella sua nota (1) postillava che: “(1) E’ evidentemente un errore l’affermazione di Natella e del Peduto (Pixous-Policastro, in “L’Universo”, Anno 53°, n. 3 (1973), p. 508, che Bussento cambiasse il nome in ‘Policastro’ dopo la guerra greco-gotica. Vedi quì, n. 6, a p. 99; cfr. anche P. F. Kehr, Regesta Pontificum Rom, in Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, 1935, p. 367).”. Dunque, il Cantalupo, ci dice che risultano al Concilio Romano dell’anno 649, troviamo Pasquale Vescovo di Blanda e Sabazio vescovo di Bussento, insieme al Vescovo Pestano Giovanni. Nel 1898 sarà il Duchesne (….) a confermare la notizia di una probabile prima distruzione dell’area di Policastro da parte (forse) dei Longobardi del Ducato di Benevento. La notizia, era stata confermata da monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo i Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne L.,Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “Questa zona rimase bizantina. Salerno lo era al tempo di Papa Honorius (6) (625-638). Non saprei dire se era diventata longobarda, nel momento in cui il suo Vescovo assistette nel 649 al concilio romano, ma penserei piuttosto il contrario. A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Sempre il Duchesne (vedi il Barni, p. 384), in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di ‘Bruttium’ (Calabria). Ma sia che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (….), nel suo ‘Mannelli Luca,Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: …Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Nell’anno649dominando quivi i Longobardi nel Concilio sotto il Papa Martino, pur si legge ‘Sabbatius Episcopus S. Buxentinae Ecclesiae subscripsi: segno manifesto che la città era in buono stato; ne da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tante altre di questi paesi ritrovasi scritto.”. Un altro erudito, Nicola Curzio (….), parlando dell’antica città di Blanda, ci ricorda che essa fu visitata da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio (43), il vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse Buxentum e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (43). Il Curzio, dice in proposito di Blanda: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “.
Nel 649 (VII sec. d.C.), il Concilio Lateranense sotto Papa Martino I, i vescovi PASQUALE, vescovo di Blanda e SABBAZIO, vescovo di Bussento
Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21)…..Nelle altre due diocesi menzionate nella lettera al vescovo Felice, i Longobardi non si trattennero se i due vescovi, con quello di Paestum ma non di Agropoli, parteciparono al Concilio romano del 649 (Martino I).“. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653)“. Il Concilio Lateranense di Papa Martino I, riguardo le notizie sulla nostra zona fu citato anche da Mons. Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, dove, l’alto prelato, già Vescovo della Diocesi di Policastro, a p. 68 (si veda il testo a cura di G. G. Visconti), scriveva che: “Perciò nel Concilio di Nicea del 325, che stabilì con le disposizioni canoniche XV, XVI e XVII i confini di ciascuna diocesi, partecipò assieme ad altri 318 vescovi anche Marco, vescovo di Calabria – allora la Lucania e la Calabria costituivano una provincia sola – Così pure Rustico, vescovo di Bussento, partecipò al III Concilio Romano indetto nel 502 dal pontefice S. Simmaco; e successivamente Sabbazio, vescovo di Bussento, partecipò al Concilio Lateranense dei centoquattro vescovi, che al tempo del pontefice S. Martino condannarono nel 649 i monoteliti *, come risulta dal Binnio (tomo IV, p. 736.).”. Dunque, il Laudisio (….) scriveva che, secondo il Binnio (….) il vescovo di Bussento, Sabbazio, nell’anno 649 partecipò insieme ad altri 104 vescovi al Concilio Lateranense indetto da Papa Martino I. Dunque, il Laudisio si riferiva al testo di Severino Binio (….), “Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt”, vol. IV, p. 736, del 1606. Ma come vediamo in questa pagina è molto probabile che non sia corretta la postilla del Laudisio. Il concilio Lateranense fu tenuto dal 5 all’31 ottobre 649 nella Basilica lateranense sotto la presidenza di Papa Martino I. Il concilio, causato dal conflitto che opponeva Costante II alla Chiesa di Roma in merito all’eresia monotelita, si riunì nella chiesa del Laterano e vi presero parte 105 vescovi (principalmente provenienti da Italia, Sicilia e Sardegna, più alcuni dall’Africa e da altre aree), si svolse in cinque sessioni, dette secretarii, dal 5 ottobre al 31 ottobre 649. Il sinodo produsse venti canoni di condanna dell’eresia monotelita, dei suoi autori, e degli scritti che questa aveva promulgato. Nella condanna erano incluse non solo le Ectesi, ovvero le esposizioni di fede del patriarca Sergio I, delle quali si era fatto sostenitore l’imperatore Eraclio, ma anche il Tipo del patriarca Paolo II (641-653) – successore di Pirro I (638-641), successore di Sergio – che godeva del supporto dell’imperatore regnante; inoltre «sancì l’esistenza in Cristo di due volontà e di due capacità operative». Anche se il concilio si opponeva agli atti imperiali si ebbe «cura di usare espressioni del più grande rispetto verso le persone degli imperatori e di contenere il dissenso nell’ambito più spiccatamente religioso». Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo – di cui possediamo un suo scritto inedito e che aiutò il Visconti alla stesura del suo libro sul Laudisio (18) che, parlando della sede vescovile di Buxentum, afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice S. Martino, vi partecipò il suo vescovo ‘Sabbazio’, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Mons. Curzio (….), dice in proposito di Blanda: “Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “. Domenico Romanelli (….) ed il Troyli (….), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (….)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: “sede vescovile nei primi secolidel Cristianesimo e dalla soscrizione diPasqualevescovo di Blanda negli attidel Concilio Lateranense sotto papa Martino nel649.” (….). Il sacerdote Rocco Gaetani (….), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (….), nel suo ‘Mannelli Luca,Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: …Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Nell’anno649dominando quivi i Longobardi nel Concilio sotto il Papa Martino, pur si legge ‘Sabbatius Episcopus S. Buxentinae Ecclesiae subscripsi: segno manifesto che la città era in buono stato; ne da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tante altre di questi paesi ritrovasi scritto.”. Nel 1898 sarà il Duchesne (….) a confermare la notizia di una probabile prima distruzione dell’area di Policastro da parte (forse) dei Longobardi del Ducato di Benevento. La notizia, era stata confermata da monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo i Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne Louis,Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “Questa zona rimase bizantina. Salerno lo era al tempo di Papa Honorius (6) (625-638). Non saprei dire se era diventata longobarda, nel momento in cui il suo Vescovo assistette nel 649 al concilio romano, ma penserei piuttosto il contrario. A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Sempre il Duchesne (vedi il Barni, p. 384), in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di ‘Bruttium’ (Calabria). Ma sia che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 65-66-67, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: “Al principio del secolo VII anche la Britia, come la Lucania ‘Occidentale’, dipendeva dal ducato bizantino di Napoli (6), sebbene in queste regioni fossero i Vescovi ad assolvere le funzioni giuridico-amministrative più importanti; mentre la Lucania ‘Minore’ gravitava intorno ad Agropoli ed al suo vescovo, che continuò ad esercitare la sua autorità almeno fino a Velia, la Britia si riorganizzò intorno ai vescovi di Blanda e di Bussento. Sicchè nel Concilio Romano del 649, tra i numerosi altri intervenuti, troviamo Pasquale vescovo di Blanda, Sabazio vescovo di Bussento (1) e Giovanni vescovo “pestano” (2) residente ad Agropoli. Ecc…”. Il Cantalupo (…), p. 66, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La circostanza è indirettamente confermata dal fatto che questi territori non appaiono elencati fra quelli della Calabria greca, circa la quale siamo maggiormente informati (v. F. HIRSCH, op. cit., p. 18, n. 30).”. Il Cantalupo, a p. 67, nella sua nota (1) postillava che: “(1) E’ evidentemente un errore l’affermazione di Natella e del Peduto (Pixous-Policastro, in “L’Universo”, Anno 53°, n. 3 (1973), p. 508, che Bussento cambiasse il nome in ‘Policastro’ dopo la guerra greco-gotica. Vedi quì, n. 6, a p. 99; cfr. anche P. F. Kehr, Regesta Pontificum Rom, in Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, 1935, p. 367).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 62, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Lo HIRSCH (‘Il Ducato di Benevento’, in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67) dopo aver supposto una conquista e un successivo (ma immotivato) abbandono, nel 592, di questi territori da parte dei Longobardi, poi (‘ibidem, p. 37), contraddicendosi (cfr. ibidem, pp. 29 e 30), afferma che nel 649 Blanda e Bussento facevano parte del ducato di Benevento. Invece, tenuto per fermo che nel 592 questi territori erano dei Bizantini, perchè visitati da un Vescovo (v. qui, a p. 64) che il Papa non avrebbe inviato in missione, se gli stessi fossero stati sottoposti alle violenze dei Longobardi, e stabilito che lo erano ancora nel 649, perchè i vescovi di Blanda e di Bussento parteciparono in tale anno al Concilio Romano, cosa che sarebbe stata impossibile se dette città fossero state longobarde, visti i rapporti intercorrenti allora tra la Chiesa ed i nuovi conquistatori (e vista anche l’improbabilità di una restaurazione dei Vescovadi nel ducato Beneventano in un’epoca circa la quale lo stesso HIRSCH afferma (ibidem, p. 30) che dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Dunque, il Cantalupo, ci dice che risultano al Concilio Romano dell’anno 649, troviamo Pasquale Vescovo di Blanda e Sabazio vescovo di Bussento, insieme al Vescovo Pestano Giovanni. Domenico Romanelli (….) ed l’abbate Troyli (…), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (….)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: “sede vescovile nei primi secolidel Cristianesimo e dalla soscrizione diPasqualevescovo di Blanda negli attidel Concilio Lateranense sotto papa Martino nel649.” (….). Sempre riguardo la notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649 (a cui faceva riferimento il Tancredi), ne fa memoria il Laudisio (….) che, parlando di Blanda (Visconti, op. cit. , nota 10, p. 88-89), dice: “…e fra di luivescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al ConcilioLateranense sotto ilpontificato di Martino ( che si svolse nell’anno 649). Il Laudisio, trae questa notizia da: “an. 649 ex Binnio, tomo IV, pag. 736″. Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo – di cui possediamo un suo scritto inedito e che collaborò con il Visconti (….) alla stesura del testo del Laudisio (….) che, parlando della sede vescovile di Buxentum, afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice S. Martino, vi partecipò il suo vescovo ‘Sabbazio’, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino (….), “Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc…”, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Giuseppe Volpe (….), citato dai due studiosi Natella e Peduto, nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento’, del 1888 (si veda ristampa a cura di Ripostes), a p. 120, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Cons. Op. cit., vol. II, pag. 148.”. Il Binnio a p. 148, del vol. II scrive del Quinto Concilio Romano. Il Volpe citava il testo di Severino Binnio, il vol. II, p. 148. Dunque, il Volpe ci parla di Bussento nel VI secolo sede di diocesi con un vescovo. Il Volpe (….), a pp. 117, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cons. Binio, dei Concili, vol. IV, pag. 736 – Costantino Gatta, Memorie della Lucania, cap. II, pag. 34.“. Il Volpe (…) si riferiva all’opera di Severino Binio (….), alla sua “Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt”, vol. IV, del 1606. Egli a p. 736 del vol. IV parlava dei vescovi di Bussento, Sabazio ecc…Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sedeepiscopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a pp. 21-22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale, papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda: “Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Dunque, anche il Gaetani scriveva che nel VII secolo, dopo il vescovo di Bussento, Sabbazio, non troviamo notizie della Diocesi per un certo periodo. Anche il sacerdote Cappelletti (….), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che: “Di molta importanza fu la città di Bussento, nei tempi romani. Dicevasi ‘Buxentum’. Due volte vi mandò colonie il senato; ed è ricordata dagli anticihi scrittori. Fu città vescovile: ma non se ne conoscono che tre vescovi del VI e del VII secolo; e furono: I. Rustico, il quale nel 501 fu al concilio romano del papa Simmaco. II. Un anonimo, ch’era morto nel 582; per lo che il papa S. Gregorio I raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1). III. Sabbazio, che nel 649 trovavasi al concilio romano del papa Martino I contro i monoteliti. Nè di più se ne sa.”.
(Figg….) Corcia Nicola (…), pp. 62-63-64
BLANDA JULIA
Nel ‘250-320 d.C. (III sec. d.C.), BLANDA e GIULIANO (“Iulianus”), suo Vescovo in una stele di Aieta
Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che, parlando di Blanda in proposito scriveva che: “c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); “. Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “Il Cristianesimo si diffonde molto più tardi che sul Jonio e, verso il 300 d.C. Blanda è sede, o piuttosto, dimora d’un vescovo, ‘Giuliano’ (26).”. Il Tancredi, nella sua nota (26) a p. 82, postillava che: “(26) Russo F., op. cit., vol. III, p. 18”. Il Tancredi (…), riguardo l’antica sede vescovile di Blanda Iulia, citava il testo di padre Francesco Russo (…), ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, il Tancredi citava il vol. III a p. 18 dove infatti il Russo parla dei vescovi di Blanda Iulia. Francesco Russo (…), nel vol. III a p. 18 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito scriveva che: “Blanda Julia, cittadina del litorale tirrenico della Calabria (1), al confine con la Lucania, ha il privilegio – insieme con Tauriano – di aver conservato il titolo più antico, che si ricordi un Vescovo di Bruzio. 1) GIULIANO (sec. III-IV). Risulta dalla seguente epigrafe, trovata nell’agro di Aieta, in cui si crede ubicata l’antica Blanda: “:
IN DD. ET. SPIRITU. SANCTO. IVLIANO.
EPP. C. QVI. VIXIT. ANNIS. L . MENSIBVS.
III. D. II. FELICIANE. CONIVGI. BENE
MERENTI. FECIT. JVLIANO. IN PACE (2)
Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, pubblicato nel 1917, nel vol. I a p. 326, in proposito scriveva che: “Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora…….Altre tracce del Cristianesimo in Lucania ci sono serbate dall’epigrafia (6). L’iscrizione di Blanda, già accennata, ricorda un vescovo Giuliano (1). Ecc..”. Il Magaldi (…) a p. 327, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Si ricordi che nel volume del ‘Corpus’ che a noi interessa sono riportate le iscrizioni latine anteriori al VII sec., salvo qualche eccezione……Cfr. C.I.L., X, 458 (addit., p. 964) (= Diehl, 1010): In D(omino) D(eo) et spirito Santo Iuliano ep(isco) p (u)s / qui vixit annis L mensibus / III d(iebus) II Feliciane coiugi bene/merenti ecc…..Pure cristiano è il frammento C.I.L., X, 177 da Potenzia, da cui non si ricava quasi nulla. Ma che l’iscrizione sia cristiana si ricava dal segno della croce, che è ben chiaro.”. Riguardo la notizia di un primo Vescovo dell’antica sede vescovile di Buxentum, chiamato Giuliano (“Iulianus”) anche il Lanzoni (…) a p. 323, in proposito scriveva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458).”.
Dunque, il Lanzoni per il vescovo ‘Iulianus’ cita “(CIL, XI, 1 e 3, 458).”. Il Lanzoni (…) con questa sigla “CIL” si riferiva all’opera: “CIL = Corpus inscriptionum latinarum consilio et, auctoritate academiae litterarum regiae Borussicae editum, Voll. XV, Berlino, 1863-1899.”. Il CIL raccoglie e cataloga tutte le iscrizioni epigrafiche latine dall’intero territorio dell’Impero romano, ordinate geograficamente e secondo una numerazione progressiva per ogni volume. I primi volumi hanno raccolto e pubblicato versioni autorevoli di tutte le iscrizioni precedentemente pubblicate e continua ad essere aggiornato nelle nuove edizioni e nei supplementi. Fu fondato nel 1847 a Berlino presso l’Accademia delle Scienze allo scopo di pubblicare una collezione organizzata delle iscrizioni latine, che precedentemente erano state descritte frammentariamente da centinaia di eruditi durante i secoli precedenti. Alla guida del comitato costituito allo scopo fu Theodor Mommsen (che scrisse vari volumi sull’Italia). Francesco Russo (…), a p. 18, continuando il suo racconto scriveva che: “Si tratta, come si vede, di un Vescovo coniugato, la cui età è assegnabile all’epoca immediatamente precostantiniana, presumibilmente tra il 250 e il 320. Ci troviamo perciò di fronte ad una veneranda antichità: e non è detto che Giuliano sia il primo o uno dei primi Vescovi di Blanda. Il fatto poi che sia un ‘Julianus’ di Blanda che il ‘Leucosius’ di Tauriano appartengano a cittadine della costa – conferma – ancora una volta – che il Cristianesimo, venuto dall’Oriente via.mare, ha raggiunto prima le zone marittime e poi, ma solo dopo, le zone interne.”. Il Russo a p. 17 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Viene ubicata nell’agro di Tortora, in contrada “Piarelli”, presso l’imboccatura del fiume Noce. Cfr. M. Lacava, ‘Blanda, Lao e Tebe Lucana, Napoli 1891; ‘Notizie degli Scavi’, 1897, p. 176.”. Il Russo, a p. 18, nella sua nota (2) postillava che: “(2) T. Momsen, ‘Corpus Inscriptionum Latinarum’, XI, 458; ‘Bull. d’Archeologia Cristiana, 1876, p. 92; A. Crispo, ‘Antichità Cristiane della Calabria prebizantina, in A.S.C.L., XIV, 16; Fulco, ‘Memorie St. di Tortora, 44.”. Michelangelo Angelo Pucci (….) nel suo “Tortora – Natura Storia Cultura” a p. 69, in proposito a ‘Blanda Cristiana’, scriveva che: “Nel corso del IV o V secolo si diffuse il cristianesimo nel territorio e Blanda divenne cristiana e sede vescovile. Si fa risalire a quest’epoca una lapide funeraria rinvenuta ad Aieta, riportata dal Momsen nel ‘Corp. Inscr. Lat.’ dedicata al vescovo Iulianus. Nonostante il nome latino, il vescovo sembra di rito greco-bizantino poichè nell’iscrizione si nominava la moglie ‘Feliciana’ e si accennava ai figli. Nel rito greco-bizantino infatti presbiteri ed episcopi potevano essere, e in maggioranza lo erano, sposati. Nel rito latino, invece, era già prassi che i vescovi e i presbiteri fossero scelti tra celibi. La crisi politica e militare dell’Impero d’Oriente determinò un graduale passaggio di poteri civili e giudiziari nelle mani del vescovo.”. Alcune notizie sul vescovo di Blanda Iulia, Giuliano (“Iulianus”) provengono dal sacerdote Francesco Lanzoni (…). Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, ancora a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.
(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323
Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a pp. 60-61 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa constatazione, di per sé quasi ovvia, è suffragata dall’unica fonte che ci parli della Lucania in questi anni, l’epistolario di Gregorio Magno. Gli effetti dell’invasione dei Longobardi su alcune diocesi del Mezzogiorno sembrano essere stati desolanti: nel luglio del 592, infatti, il pontefice doveva incaricare Felice vescovo di Agropoli di compiere una visita pastorale con ampi poteri di intervento “quoniam Velina, Buxentina et Biandana ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdotis noscuntur vacare regimine” (29). Si tratta delle diocesi di ‘Velia’ (identificata con Castellammare della Bruca, presso Pisciotta), ‘Buxentum’ (Capo della Foresta, presso Policastro, o Pisciotta nella Valle di Novi) e ‘Blanda Iulia’ (probabilmente Porto di Sapri), tutte nel Cilento, e quindi nei confini della Lucania tardo-antica (30): e la mancanza di vescovi e sacerdoti, per quanto non necessariamente collegata a vicende militari recenti, è un indizio abbastanza chiaro della situazione difficile della regione, senza dubbio connessa con i torbidi seguiti all’occupazione longobarda.”. Il Breccia, a p. 61, nella nota (29) postillava che: “(29) Gregorio Magno, Registrum epistolarum, II, 35, vol. I, p. 120”. Il Breccia, a p. 61, nella nota (30) postillava che: “(30) Cfr. F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604, “Studi e testi”, 35, Faenza, 1935, pp. 322-23″.
Dopo la metà del VII secolo non si hanno più notizie della diocesi, che fu probabilmente soppressa al tempo delle guerre iconoclaste, che a partire dall’VIII secolo hanno sottratto parte dell’Italia meridionale alla giurisdizione ecclesiastica di Roma per unirla a quella del patriarcato di Costantinopoli. Questo determinò, almeno nel Cilento, la scomparsa delle antiche diocesi sostituite da eparchie monastiche, tra cui si ricordano quelle del Mercurion, del Latinianon e del Lagonegro. Due cenobi monastici, San Pietro e San Giovanni Battista, furono eretti a Policastro dal patriarca Polieucte di Costantinopoli e molti furono i monasteri greci che sorsero nella regione, tra cui quelli di San Giovanni a Piro e San Cono di Camerota. Scrive il Barni (8), dopo aver parlato della Diocesi di Bussento al tempo del vescovo Felice di Agropoli (di Capaccio), in proposito che: “….ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (7). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco. Ma si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blanda. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte……di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo diPaestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (….). Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 69, dopo aver detto delle conquiste del territorio salernitano da parte dei Longobardi Beneventani, in proposito scriveva che: “I Bizantini erano in gravissime difficoltà in Oriente (1) ed avevano praticamente abbandonata a se stessa l’Italia; forse fu allora la flotta di Napoli, presente nelle acque della Lucania ‘Occidentale’, a garantire strettamente la sopravvivenza di Agropoli, a non fu in grado di arginare la penetrazione beneventana del massiccio del Cilento. La regione, unitamente alla limitrofa Britia, costituivano gli ultimi baluardi greci frapposti tra i possedimenti longobardi della Campania e quelli di Calabria, sicchè vennero investiti negli anni tra il 671 ed il 677, al tempo del duca Romualdo, lo stesso che strappò ai Bizantini vasti territori della Puglia (2), dando al Ducato Beneventano quell’estensione che, con poche variazioni, avrebbe conservata anche in seguito. La precaria situazione delle due regioni è documentata dal fatto ce nel Concilio Romano del 679 furono assenti non solo il vescovo “pestano” di Agropoli, ma anche quelli di Blanda e di Bussento. La conquista ebbe un assetto definitivo solo nei primi tempi del ducato di Arechi II, ecc…”. La notizia era stata confermata da monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo i Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne L.,Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, p. 384), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”.
Nel 461, l’imperatore LIBIO SEVERO SERPENZIO “LUCANO”
Da Wikipedia leggiamo che Libio Severo Serpenzio (in latino: Libius Severus Serpentius; Lucania, 420 circa – Roma, autunno 465) è stato un senatore romano, imperatore d’Occidente dal 461 alla sua morte. Non fu riconosciuto dalla corte orientale né dal governatore della Dalmazia Marcellino, fedele al suo precedessore Maggioriano. Senatore originario della Lucania (2), fu uno degli ultimi imperatori romani d’Occidente, privo di effettivo potere, incapace di risolvere i numerosi e gravi problemi che affliggevano l’impero; viene descritto dalle fonti come uomo pio e religioso. Libius Severus Serventius. Senatore originario della Lucania, fu uno degli ultimi imperatori romani d’Occidente, privo di effettivo potere, incapace di risolvere i numerosi e gravi problemi che affliggevano l’impero; viene descritto dalle fonti come uomo pio e religioso. Dopo la morte dell’imperatore Maggioriano (7 agosto 461), assassinato dal magister militum d’Occidente Ricimero, si aprì una lotta per l’elezione del nuovo imperatore d’Occidente che coinvolse Ricimero, l’imperatore d’Oriente Leone I e il re dei Vandali Genserico. Ricimero voleva porre sul trono d’Occidente un imperatore debole, che potesse controllare: la sua origine barbarica gli impediva infatti di prendere il trono per sé stesso. Genserico aveva rapito durante il Sacco di Roma (455) la moglie e le figlie di Valentiniano III (Licinia Eudossia, Placidia ed Eudocia) e aveva fatto sposare il proprio figlio Unerico con una delle due figlie dell’imperatore deceduto, Eudocia, imparentandosi così con la famiglia imperiale; il candidato di Genserico per il trono d’Occidente era Anicio Olibrio, che aveva sposato l’altra figlia di Valentiniano, Placidia, e che era quindi «uno di famiglia». A tale scopo mise sotto pressione entrambi gli imperi attaccando ripetutamente Italia e Sicilia, affermando che il trattato di pace stipulato con Maggioriano non era più vincolante; Ricimero, che agiva autonomamente, inviò una ambasciata a Genserico chiedendogli di rispettare il trattato, mentre l’imperatore d’Oriente, con una seconda ambasciata, trattò l’interruzione delle incursioni e la riconsegna delle donne di Valentiniano. Ricimero, però, decise di ignorare il candidato di Genserico e mise sul trono Libio Severo, scelto forse per compiacere l’aristocrazia italica, facendolo eleggere imperatore dal Senato il 19 novembre 461, a Ravenna (Severo fu poi riconosciuto dal Senato di Roma, come consuetudine). In Wikipedia, alla nota (2) postilla: “Cassiodoro, Cronaca; Chronica gallica anno 511, 636.”. Riguardo alle sue origini lucane ed eventuali possedimenti in Lucania, nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 282, in proposito scriveva che: “Dobbiamo ricordare da ultimo un imperatore inetto, tra il fantasma e il fantoccio, che, ci rincresce dirlo, fu di nazione lucano, il solo sicuramente lucano, nella lunga serie degli imperatori romani. E’ Livio Severo che, passivo strumento nelle mani di Ricimero, fu gridato imperatore a Ravenna il 19 novembre 461, ma scomparve quattro anni dopo, senza neppure essere passato, pare, per Ravenna. Il SEECK dice che egli non sapeva scrivere correttamente nemmeno il suo nome, per il fatto che nelle iscrizioni compare ‘Libius’ e non ‘Livius’, ma questo è troppo, e noi non ci sentiamo di firmare il nostro Severo una così severa condanna (1). Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi (…), a p. 282, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cassiodoro, ‘Chronica ad a. DXIX. – a. 461: “Severinus et Dagalaifus. His conss. Maiorianus immissione Ricimeris etc….”; Cfr. O. SEECK, Geshichte des Untergangs der antiken Welt, vol. VI, Stuttgart, 1920, p. 349. Cfr. Anhang, p. 482.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 378-379 continuando il suo racconto su Bussento e sull’Imperatore Libio Severo e le sue origini Lucane scriveva che: “Quando, e come Severo fosse stato fatto Imperadore, puossi veder in vari storici; bastando ciò che noi accenneremo nella sottoposta nota (I) e qui diremo solamente che secondo vuole ‘Cassiodoro in chron.’ seguì la di lui elezione nel Consolato di Severino, e Degalaiso: “His Cost. Majoranus immissione Recimeris extinguitur, cui Severum, natione Lucanarum Ravennae succedere fecit in regno”. Il P. ‘Banduro’, in Nummism.’ di questo Imperatore parlando, così dice: “Libius Severus, Lucanus, Majorano Ricimeris fraude interfecto die VII. Augusti anni CDLXI. ejusdem opera Imper. Ravennae appellatus est die XIX. Novembris, probante quidem Rom. Senatu: At Leone, qui orientem regebat, inconsulto.”. E’ fama, che regnato avesse tre anni, e nove mesi.”. Dunque, l’Antonini cita Cassiodoro (…). Antonini scriveva che nella Chronaca di Cassiodoro egli scrive che: “Per questi Costantino Majoranus fu estinto per l’invio di Recimeris, al quale fece succedere Severo, per stirpe di Luca, nel regno di Ravenna”. L’Antonini scrive che il padre Banduro (…), nella sua opera “Numismatica” scriveva che: “Libio Severus, Lucanus e Majoranus Ricimeris furono uccisi a tradimento il settimo giorno.Nell’agosto dell’anno 461le opere dello stesso imperatore.Fu chiamato a Ravenna il 19.novembre, con l’approvazione di Rom.Il Senato: Ma senza consultare Leone che governava l’Oriente”. L’Antonini a p. 378, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Tornato era Majorano dalle Gallie in Italia per opporsi a gli Alani, che di nuova incursione la minacciavano; ed essendo vicino Tortona, Ricimero gli andò incontro coll’esercito Imperiale; e secondo il concerto fatto con Libio Severo, fecelo imprigionare, ed obbligato a rinunziare l’Impero, a capo di tre giorni l’uccise. Era Ricimero maestro dell’una, e dell’altra milizia, Comite, e Patrizio, e Severo era Patrizio solamente. Corso Ricimero in Ravenna; a capo di quattro mesi vi fece dichiarare Imperadore Severo dalle stesse milizie. Nè la Repubblica ebbe a pentirsene, poichè fu un uomo moderatissimo, giusto, e carco di virtù militari; quindi nondiede luogo a Genserico di far ulteriori progressi dell’Isole del Mediterraneo: Ed essendo il Re Beorgor con numerosissime squadre di Alani calato in Italia nell’anno CDLXIV. per mezzo dello stesso Ricimero interamente vicino Bergamo lo sconfisse colla morte anche di Beorgor, con cui finì nelle Gallie il Regno degli Alani. Severo in tanto stando in Roma, nell’anno appresso morì di veleno, occultamente da Ricimero datogli, siccome non pochi autori vogliono; ma, ‘Sidonio’ cede che morisse di malattia. Comunque però si fusse, la di lui morte fu dagl’Italiani altamente compianta, per aver perduto in lui un prode uomo, ed alloora necessarissimo per opporsi a’ moti di Genserico. Vedine Evagr. lib. 2 & 3. Jornande, ed altri. Dell’iscrizione 5. fol. 419. del Sig. Muratori si vede, che Libio Severo fu eletto Imperadore nell’anno MCCXIV. di Roma, e CDLXI di Cristo.”.
Nel 461-465 d.C. (V sec. d.C.), LIBIO SEVERO LUCANO e la sua villa a Buxentum (Bussento) o a Sapri ?
Alcuni studiosi hanno ipotizzato che nel 420 Molpa abbia dato i natali all’imperatore Libio Severo (anche se le fonti ufficiali indicano quale città di nascita Buxentum, l’attuale Policastro Bussentino. Ad esempio, le poche e stringate parole di Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,………..Nel borgo Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; ecc…”. Angelo Di Mauro scriveva che l’Imperatore Romano Libio Severo possedeva una villa a Molpa. La notizia è tratta dall’Antonini che a sua volta la traeva da Orosio. Altri sudiosi invece vogliono che la villa di Libio Severo fosse a Buxentum. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel suo cap. “6. A Buxentum nasce un imperatore”, a p. 18 in proposito scriveva che: “Due volte arrise un benevolo destino allo squallore della città. Nei primi anni del sec. V d.C. nacque fra le rovine di Buxentum un bambino, ‘Flavio Libio Severo’ (30) destinato a diventare, nel 461, imperatore romano e vincitore degli Alani nei pressi di Bergamo (31): la vittoria dev’essere stata notevole, perchè gli Alani scompaiono dalla storia come popolo e fanno parte dei Vandali. Il vincitore morì poco dopo, nel 465. A quanto pare, egli eseguì la tradizione romana secondo la quale l’imperatore debba favorire il suo luogo di nascita (32). Deve averlo fatto anche lui, perchè per breve tempo, Buxentum emerge dalle tenebre.”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (30), postillava che: “(30) Antonini G., op. cit. Parte II, Discor. VII, p. 378 (Chronicon di S. Mercurio).”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le Invasioni barbariche”, vol. I, a pp. 49 e ssg, riferendosi alla pace stipulata con Genserico dall’Imperatore Maggiorano, in proposito scriveva che: “Questa però non andò oltre l’anno successivo; mentre Recimero faceva uccidere lo stesso Maggiorano ed elevava al soglio imperiale Libio Severo ‘lucano’ (nov. 461 – sett. 465), che, stando ad una tarda testimonianza, era di Bussento (1), si rinnovarono lungo i litorali tirrenici gli assalti dei Vandali. “Ogni anno – scriveva il contemporaneo Sidonio Apollinare – i furori del Caucaso si scatenarono sull’Italia dalle cocenti spiagge della Libia” (2). Etc…”. Il Cantalupo a p. 50, nella sua nota (1) postillava che: “(1) BUXENTUM è il nome latino della città greca di ………..(‘Pyxus; Plinio, N.H., III, 72), la cui origine rimonta almeno al VI secolo a.C., come dimostrano alcune monete di confederazione con l’iscrizione: ‘Sirino / Pissunte’ (v. G. Riccio, Storia…, cit. II, Napoli, 1876, pp. 116 sgg.). A Bussento i Romani dedussero nel 194 a. C. una colonia, che fu rinsaldata otto anni dopo con l’invio di nuovi coloni (T. LIVIO, XXII, 29, 4: XXXIV, 42, 6 e 45, 2; XXXIX, 22, 4; VELLEIO PATERCOLO, I, 15). La città sul finire del IX secolo prese l’odierno nome di Policastro (v. n. 6, p. 99). Il CRONISTA DI S. MERCURIO (IX secolo ?) scriveva che ai suoi tempi in Bussento si vedeva ancora ‘ruinosa domus, ubi natus est imperator Libius Severus’ (v. G. ANTONINI, op. cit., pp. 396 e 408).”. Il Cantalupo nella nota (1) cita l’Antonini che riportava la notizia dell’imperatore Libio Severo lucano, tratta dalla cronaca medioevale del Monaco di S. Mercurio, di cui ho scritto in un altro mio saggio. Della cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel IX secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…..), nella sua “La Lucania- Discorsi”, a p. 396 parlando di Bussento, in proposito scriveva che: “Il primo si è quello di non trovarsi nè ivi, ne attorno a quel luogo vestigio alcuno d’antiche cose: e pure verso il nono secolo (quando crediamo che scrivesse) il Monaco di S. Mercurio, dice che ancora in Bussento mostravasi: ‘Ruinosa domus, ubi natus est Imperator Libius Severus’.”. Ancora il Cantalupo cita la p. 408 dell’Antonini, che a p. 408, nel Discorso IX, in proposito a Bussento scriveva che: “…e così ancora circa il nono secolo (di quando crediamo, che sia la Cronaca di S. Mercurio), vedendosi ancora nella Città ‘ruinosa domus’, in cui era nato l’imperador Libio Severo, ci fa credere che non fosse del tutto desolata: e che la total sua ruina accadesse, come sopra detto abbiamo, etc…”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 378 parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. ecc..”. L’Antonini segnalava che il monaco di S. Mercurio nella sua “Chronica”, in proposito scriveva della villa dell’Imperatore Libio Severo in Bussento che: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”, ovvero che: “Qui ancora oggi è esposta una casa fatiscente, dove nacquero i figli, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero.”. Dunque, secondo l’Antonini, il monaco cronista della ‘Cronaca di S. Mercurio’ è a Bussento che nacquero i figli dell’Imperatore Massenzio, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero. L’Antonini credeva che il fiume Bussento fosse il fiume Melpi, poi in seguito detto Rubicante, Lambro ed infine Mingardo. L’Antonini credeva che i luoghi a cui accennava a proposito dell’impratore Libio Severo, ovvero la città di Bussento erano la Molpa. Nicola Corcia (…), a p. 59 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789” dissertando sulla Molpa, segnalava che l’Antonini riportava un brano della “Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito scriveva che: “Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Dunque, Nicola Corcia, parlando della città di Buxentum scriveva che l’Antonini “pretendeva” che in questa città fosse nato Libio Severo, che in seguito diventerà Imperatore. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’ scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Dunque Nicola Corcia segnalava che l’Antonini riportava un brano della “Cronaca di S. Mercurio” (cronaca da lui datata al IX secolo) in cui il monaco scriveva che a Bussento vi era la casa natale dell’Imperatore Libio Severo che, nell’anno 460, per opera di “Racimero” successe all’Imperatore Maiorano (….). Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani (…), consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo: “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sedeepiscopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a p. 15, in cui ci parla dell’antica Bussento (Buxentum), citando un passo della ‘Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito, riferendosi all’Antonini che voleva la Molpa fosse l’antica Buxentum scriveva che: “Argomenta l’Antonini che la Molpa sia il Bussento da un frammento epigrafico in un cippo messo a strettoio delle uve…….Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”.Il Gaetani, a p. …., nella nota (12) postillava dell’Antonini, p. 378 e della cronaca di S. Mercurio avutala dal sig. Agostino Carbone. Mi sembra interessante ciò che scrisse l’amico Felice Cesarino (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, parlando della villa romana e dei resti archeologici in località S. Croce a Sapri, ipotizzando che possa essere la villa dell’Imperatore Massimiano Erculeo, a p. 27, sulla scorta di Emilio Magaldi (….), in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “L’Imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (cfr. Orosio). La villa in parola secondo uno degli autori antichi (Lattanzio) si direbbe trovata in Campania, secondo altri (Zosimo, Zonara, Eutropio) in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (Honingman). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen.”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La lucania romana, Roma, 1947.”. Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi. Alle parole del Cesarino “La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica.” preciso che la cronaca ripetuta dello scrittore regionale è la cronaca di S. Mercurio e lo scrittore regionale è l’Antonini, oltre che al Corcia, il quale non si rifaceva solo alla cronaca trascritta in più passi dall’Antonini ma anche a dei passi di Cassiodoro, il quale non è una fonte classica ma resta una fonte autorevole dell’epoca. Ricordiamo che lall’epoca, l’ex segretario di Teodorico si era ritirato nella sua Calabria. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 282, in proposito scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64 e ssg., in proposito scriveva che: “…………………..”. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: “E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C. Un antico cronista del IX secolo narra: “In Buxentum, usque ad presentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natus est imperator Severus Libius, et eius avus fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad habitaculum elegerat postquam renunciavi imperium”. (7). Possiamo tradurre le sue parole nel modo seguente: “Nella città di Buxentum si vedono ancora oggi le rovine della casa in cui nacque l’imperatore Severo Libio; l’avo di questi era amico dell’imperatore Ercole Massimiano, che decise di risiedere a Molpa dopo aver abdicato”.”. Il Ramage si riferiva al passo del Chronicon del monaco di S. Mercurio di cui l’Antonini pubblicò alcuni passi parlando della Molpa. Il Ramage a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’imperatore Massimiano era soprannominato Ercole, dopo l’abdicazione fu alleato e collega di Massenzio. Si suicidò nella città di Marsiglia ecc..”.
Nel ‘722-794, i Bizantini, Carlo Magno ed i Longobardi
Di questo periodo ha parlato Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 76, in proposito scriveva che: “Agropoli dovette allora la sua sopravvivenza, oltre che alla sua condizione di solida fortezza, ai legami col vicino ducato di Napoli, piuttosto che ai più lontani Bizantini di Sicilia; sicchè quando, nel 766, questo ducato si separò materialmente da Bisanzio (1), anche Agropoli, alla stregua deglialtri terittori bizantini della Campania, gravitò nell’orbita della sua autonomia. In quel tempo le uniche città su Tirreno in grado di muovere flotte erano Napoli, Gaeta, Sorrento ed Amalfi, nominalmente bizantine e sottoposte allo stratego di Sicilia, ma tutte strette intorno a Napoli nell’interesse della difesa comune contro i Longobardi. Infatti, Arechi II di Benevento, dopo essersi autoproclamatosi Principe nel 774, iniziò a fortificare Salerno, mostrando non solo di voler soppiantare il predominio di Napoli sulle coste del Tirreno, ma minacciando anche la sopravvivenza stessa della città. Nel 787 la discesa effettuata da Carlo Magno nel territorio beneventano, per costringere all’obbedienza Arechi, fece momentaneamente avvicinare il Principe ai Napoletani; allontanatosi però il pericolo dell’imperatore franco, Arechi riprese la sua politica di ingerenza e di predominio nei riguardi di Napoli. Pertanto entro in trattative con l’imperatrice bizantina Irene, onde ottenere il titolo di ‘Patrizio’, titolo che gli avrebbe dato modo di legalizzare il suo tentativo di impadronirsi dei residui territori greci dell’Italia meridionale. Irene accolse la richiesta ed inviò il patrizio imperiale Teodoro, che era il ‘dispositor’ subordinato allo stratega di Sicilia, insieme a due ‘spatarii’ per portare le insegne di Patrizio ad Arechi. Essi giunsero però nel porto di Salerno nel dicembre del 787, quando il Principe era già morto il 26 agosto di quell’anno, e, poichè i Salernitani erano allora in trattative con gli ambasciatori di Carlo Magno, fu vietato loro di approdare; si diressero così verso la bizantina Agropoli, dove sbarcarono e rimasero fino al successivo 19 gennaio, allorchè si recarono via terra, nuovamente alla volta di Salerno; qui, partiti nel frattempo gli ambasciatori franchi, furono finalmente ricevuti da Adelperga, vedova di Arechi (2). I successori di Arechi II, Grimoaldo III (788-806) e Grimoaldo IV (806-817), ecc…”. Cantalupo, a p. 76, nella sua nota (2) postillava che: “(2) L’episodio è riportato da due lettere di papa Adriano I a Carlo Magno, (la 44 e la 48 del ‘Codex Carolinus; cfr. CAPASSO, Monumenta ad Neapolitani ducatus historiam pertinentia, I, 244-248): “…………………….”. Il Cantalupo, nella sua nota (2), riportando il testo delle due lettere di papa Adriano I a Carlo Magno (trascritte da Bartolomeo Capasso), postillava ancora che: “L’espressione: ‘in Lucaniae Acropoli, della seconda lettera, ha fatto credere prima al Ventimiglia (op. cit., p. 90), poi ad altri che il ‘Lucaniae’ stesse ad indicare l’appartenenza di Agropoli al gastaldato di Lucania e che, pertanto, la fortezza fosse allora longobarda. A parte la considerazione che resterebbe inspiegabile come, allontanati da un porto longobardo, gli ambasciatori siano andati a sbarcare in un altro porto longobardo, il valore dell’espressione: ‘in Lucaniae Acropoli’ è chiarita da quella del brano precedente: ‘a finibus Graecorum deferentes’, e trova giustificazione nel fatto che Agropoli era stato il centro di tutta la lucania ‘Minore’ bizantina, prima che i longobardi ne conquistassero la maggior parte.”. Di questo periodo e di alcuni fatti che lo caratterizzarono ha parlato Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, che nel suo vol. I, a pp. 456-457 parlando di Agropoli, in proposito scriveva che: “Manca ogni notizia circa il momento in cui i vescovi tornarono nell’antica loro sede pestana, come nulla si sa della fine dell’occupazione bizantina di Agropoli e Licosa. Ma che ancora nell’VIII secolo i bizantini possedessero, con quel ‘castrum’, la fascia costiera fino a Licosa, si presume dalle lettere (23) di Adriano I (722-794) a Carlomagno che il Pellegrino (24) ritenne complementari. Ecc..”. Ebner, a p. 456, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Epist. 44: Dum ibidem Salerni Atto, fidelissimus vester missus fuisset. Beneventani ipsos Graecos minime accipere voluerunt; sed post reversionem praedicti Attonis Diaconi tunc eos terreno itinere a finibus Graecorum deferentes, Salerno receperunt, et cum Athalperga relicti Arichis seu optimatibus Beneventanis tribus duiebus persistentes consiliati sunt. Epist. 48: Dum Atto Diaconus ad vestrum reversus est excellentiam, statim missi graeorum duo Statarii imperatoris cum Diucitin, quod latine Disponitor Siciliae dicitur, in Lucania Agropoli descendentes, terreno itinere Salernum ad relictam Arigisi ducis peragrantes 13 kal. Feb. consiliantes Beneventani, post tertium diem usque Neapolin deduxerunt.”. Ebner, a p. 456, nella sua nota (24) postillava che: “(24) C. Pellegrino (in Antonini, cit., pag. 255) ritiene complementari le due lettere a chiarire l’a finibus graecorum’ che egli ritiene Agropoli e non la Calabria. Dello stesso avviso l’Antonini e or non è molto O. Bartolini (Longobardi e bizantini nell’Italia meridionale, in “Atti 3° Congresso intern. Studi sull’alto Medioevo”, Spoleto, 1959, p. 103 sgg.”. Pietro Ebner, continuando il suo racconto a pp. 456-457-458, scriveva che: “Bisanzio aveva inviato un’ambasceria a Salerno per portare ad Arechi la nomina a patrizio imperiale, le insegne e gli indumenti propri della dignità, specialmente per accertarsi dei disegni politici di Arechi e chiedergli in ostaggio il primogenito Romualdo. L’ambasceria capeggiata da du ‘spartarii’ imperiali, dal patrizio e stratega di Sicilia (‘diocetés o dispositor Siciliae’), Teodoro, sbarcò in un momento imprecisato ad Agropoli, testa di ponte ancora bizantina, dove apprese della morte di Romualdo (21 luglio 787) e dello stesso Arechi (26 agosto). In quel momento era ancora nel Principato Beneventano la missione incaricata da Carlomagno di perfezionare le clausole della “donatio” ad Adriano I, e cioè alla Chiesa, di una fascia di territorio dal Volturno al Liri, con Capua, Teano, Arpino, Arce e Sora. I membri della missione, (l’abate S. Dionigi, Maginardo, il diacono Giuseppe, il conte Liuderico e ”hosterarius’ Goteramno) erano a Benevento in attesa dell’espletamento delle trattative condotte a Salerno dal capo di essa, il diacono Attone, con la vedova di Arechi, Adelperga, e i suoi consiglieri. Adelperga, figlia di re Desiderio e sorella di Adelchi (25), era avversa a re Carlo, non solo perchè aveva privato del regno e della libertà Desiderio e Adelchi e per aver costretto Arechi con le armi a riconoscerlo suo alto sovrano, ma quanto perchè voleva smembrare il Principato con la “donatio” al papa. Per l’ostilità trovata a Benevento la missione finì per riparare oltre Spoleto, mentre Attone veniva convinto a promettere il suo interessamento perchè re Carlo restituisse il secondogenito di Arechi, Grimoaldo, trattenuto in Francia come ostaggio, e lo riconoscesse successore del padre. L’arrivo in quel momento a Salerno di una missione bizantina, perciò, avrebbe fatto fallire le trattative con Attone, per cui Adelperga invitò i messi imperiali a trattenersi ad Agropoli fino alla partenza del diacono. L’ambasceria bizantina fu poi accompagnata, “terreno itinere”, scrisse papa Adriano, con una scorta d’onore da Agropoli a Salerno (20 gennaio a. 788). Le due trattative durarono tre giorni e si convenne che se Grimoaldo fosse stato rimpatriato e il ‘basileus’ avesse riconosciuta la sua successione, il nuovo principe avrebbe mantenuto gli impegni paterni riconoscendo la sottomissione (‘dicio’) del principato all’impero. La missione fu poi scortata a Napoli, dove attese le decisioni di Carlomagno. Questo il succedersi degli eventi su ci ci siamo soffermati anche per mostrare la fine azione diplomatica di Adelperga che avrebbe potuto perdere il principato beneventano se Grimoaldo non fosse tornato per realizzare, con l’aiuto bizantino, la riscossa contro il re franco. Il pontefice, intuito il disegno, si affrettò a scrivere a fosche tinte a Re Carlo. Anzi, nell’informarlo del sopraggiungere di Adelchi, sollecitò l’invio di un armata franca. Re Carlo, però, vide le cose diversamente, per cui, fattosi prestare giuramento di fedeltà, rimpatriò Grimoaldo autorizzandolo alla successione.”. Ebner, a p. 457, nella sua nota (25) postillava: “(25) Adelchi era stato associato al trono da re Desiderio nel 759. Sconfitto dai franchi di Carlomagno (Chiuse di Val Susa, a. 773), chiamato dal pontefice, riparò a Verona e poi a Bisanzio ben accolto da Costantino V copronimo che cercava di scacciare i franchi dall’Italia. Adelchi fu poi sconfitto da Grimoaldo, figlio di Arechi.”. Infatti, è interessante l’ultimo passaggio perchè a questa ultima battaglia che si riferì l’episodio raccontato da Gianni Granzotto al quale l’Ebner non aggiunse nella a riguardo. Adelchi, con le sue truppe bizantine sbarcate nel porto di Sapri, si fronteggiò in un’aspra battaglia con Grimoaldo che lo sconfisse probabilmente nel Vallo di Diano aiutato dalle truppe di Carlo Magno. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella LucaniaBizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a pp. 84, nella nota (189) postillava: “(189)…..Analogamente Agropoli, nel Cilento settentrionale, è considerata in “finibus Graecarum”, punto di sbarco delle armate di Belisario e di Narsete, dove “due messi inviati da Bisanzio al principe Arechi” doverono dimorare prima di continuare il cammino verso Salerno, come ricorda papa Adriano in una lettera a re Carlo (cfr. P. Ebner, Economia e Società nel Cilento medievale, cit., I, cit., p. 3″.
Nel ‘787 (VIII sec. d.C.), nel Porto di Sapri la flotta bizantina dell’Imperatrice Irene contro Carlo Magno
Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riferitaci dallo scritto Gianni Granzotto (2), su una grande battaglia avvenuta nel Vallo di Diano, nell’anno ‘778, tra le truppe bizantine – la cui flotta di navi, sbarcò nella baia naturale del porto di Sapri – che si scontrarono contro le truppe franco-carolingie di Carlo Magno – venute in soccorso del Principato di Benevento. Nel 1987, pubblicavo a stampa, un saggio dal titolo “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“ (…), dove citavo un’interessante notizia che riferiva il giornalista e scrittore storico Gianni Granzotto. La notizia, che riguarda il porto di Sapri, all’epoca carolingia e della dominazione del Ducato Longobardo di Benevento prima e del Principato di Salerno, fu da me citata nello studio a mia firma che commissionò il Comune di Sapri per la redazione del nuovo Piano Regolatore Generale di Sapri. Nello studio “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a p. 13, in proposito scrivevo che: “Recentemente abbiamo ritrovato una interessantissima notizia (73) sulla quale nutriamo qualche dubbio ma che che, se confermata da riscontri più oggettivi, fa certamente invecchiare di molto le origini di Sapri. La notizia riferita nel racconto del Granzotto (74). Verso la fine dell’anno 788 (75) le truppe bizantine dell’Imperatrice Irene: “Assai più forti al Vallo di Diano, verso Sala Consilina, vennero fatte a pezzi; primo fra tutti il capo della spedizione, il generale Sergio, cui fu mozzata la testa. Sulle navi che attendevano a Sapri, per riportarlo vincitore a Bisanzio…, solo poche decine di fuggiaschi riuscirono a scampare.” L’episodio ci viene confermato dal Capasso (76) secondo cui, a causa della lite sorta tra Costantino, figlio di Irene e promesso sposo a Rotrude, figlia di Carlo Magno che non volle stare ai patti, Irene spedì una grande armata militare e flotta di navi, per mare, comandata dal Sacellario e logoteta Giovanni a cui si unirono lo stratega di Sicilia Teodoro e l’ex re longobardo Adelchi (figlio di re Desiderio, ex re longobardo spodestato) che muovendo dalla Sicilia invasero la Calabria per risalire e conquistare il Ducato di Benevento. L’armata bizantina penetrata nella Lucania, si trovò di fronte l’esercito carolingio dei Franchi di Carlo Magno e di Grimoaldo III, comandate dal legato reale Guinigisio o Vinigisio, i quali, in una battaglia di estrema violenza (77) sconfissero i greci.”. Nella mia nota bibliografica (73), postillavo che: (73) La notizia del Granzotto dovrà essere ulteriormente indagata. Credo sia un’invenzione del Granzotto poichè in nessuna delle fonti vi è traccia di Sapri e del Vallo di Diano. Il luogo della battaglia è incerto: è Eginardo che lo pone in Calabria (Annales Einhardi, stà in Pertz, “Monumenta Germanicae Historiae, tomo I, ss. p. 175).”. Nella mia nota bibliografica (74), postillavo che: “(74) Granzotto G., Carlo Magno, ed. Mondadori, p. 127.”. Nella mia nota bibliografica (75), postillavo che: “(75) Theophane – Chronographia, tomo I, p. 718; tratta gli avvenimenti del mese di Novembre nell’indicazione XII, che corrisponde a Novembre dell’anno 788.”. Nella mia nota bibliografica (73), postillavo che: “(76) Capasso B., Monumenta ad Neapolitani ducatos Historiam pertinentia II, Napoli, pp. 65, 66.”. Nella mia nota bibliografica (76), postillavo che: “(77) Annales Regni Francorum, stà in Pertz, “Monumenta Germanicae Historiae, p. 82; Crhonicon Moissiacense, ibidem, p. 350; Annales Maximiani, ibidem, tomo XIII, p. 22; Annales Sithiense, ibidem, tomo XIII, p. 36; Annales Laurissenses, ibidem, tomo I, ss. p. 174; Poeta Saxo, ibidem, p. 245; Anonimo Salernitano, ibidem, parte II, tomo II, Reg. Ital.; Anastasi bibliotecarii, Historia ecclesiastica sive Crhonographia, stà in “Scriptorem Byzanti. Collct.”. Un’interessantissima notizia che farebbe invecchiare di molto le origini del porto di Sapri, testimoniandone la presenza anche intorno al secolo IX (2). Stando alle fonti, la notizia riferita al IX sec., e più precisamente nell’anno ‘787 (2), Sapri sarebbe stato conosciuto e aveva un porto. Se la notizia fosse confermata, nell’anno ‘787 (2), Sapri, non solo esisteva ed aveva un porto conosciuto ma la sua baia e porto naturale si trovarono al centro delle operazioni militari tra le armate bizantine di Irene d’Atene ed i Franchi di Carlo Magno. Durante la guerra tra Carlo Magno ed i Longobardi per la conquista dei territori del Mezzogiorno d’Italia, Sapri, la sua baia ed il suo porto naturale insieme ai territori del Golfo di Policastro dovevano dipendere da una forte influenza dei monaci iconoduli greci-bizantini che ivi si stabilirono provenienti dall’Asia minore (5) e, dovevano dipendere ed appartenevano al Ducato longobardo di Benevento che in origine, comprendeva il Ducato longobardo di Salerno. In seguito, solo i ducati lon-gobardi di Benevento e di Salerno si riunificarono nel Principato longobardo di Salerno, posto sotto il protettorato e l’autonomia concessa da Carlo Magno. I duchi longobardi, sempre in lotta tra loro, a causa dell’orografia del nostro territorio e del suo atavico isolamento, scelsero e preferirono il porto e la baia naturale di Sapri per l’approdo delle flotte che portavano le loro armate che, sbarcate a Sapri, si scontravano sul campo di battaglia da sempre preferito, il Vallo di Diano. Verso la fine dell’anno ‘787 (2) (nel IX sec.), il porto naturale di Sapri, fu teatro delle operazioni militari sorte a causa dei continui dissidi tra le corti carolingia e quella bizantina. La notizia ci è data in un libro dello scrittore Gianni Granzotto (2). Il Granzotto, afferma che verso la fine dell’anno ‘787 (2), il porto e la baia naturale di Sapri, furono scelte dalla flotta bizantina per attendere il loro generale Sergio per riportarlo vincitore a Bisanzio (2). Gianni Granzotto (2), racconta che, verso la fine dell’anno ‘787 (6) le truppe bizantine dell’Imperatrice (reggente) di Bisanzio, Irene d’Atene: “Al Vallo di Diano, verso SalaConsilina, le truppe bizantine vennero fatte a pezzi; primo fra tutti il capo della spedizione, il generale Sergio, cui fumozzata la testa. Sulle navi che attendevano a Sapri, per riportarlo vincitore a Bisanzio solopoche decine di fuggiaschi riuscirono a scampare.” (2). Il Granzotto (2), si riferisce ad una battaglia, combattuta nel Vallo di Diano tra le truppe della Imperatrice (reggente) di Bisanzio Irene d’Atene, contro le armate di Carlo Magno. Secondo il Granzotto, la flotta bizantina ancorata nella baia e nel porto naturale di Sapri, attendeva l’esercito bizantino ed il loro generale Sergio per riportarlo vincitore a Bisanzio (2).
Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella LucaniaBizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 69, in proposito scriveva che: “Il Vallo di Diano pure un secolo prima aveva visto un intervento imperiale dall’Oriente, volto a controllare la sicurezza dei propri domini nel Meriodione in opposizione alle pretese franche (189).”. Tortorella, a pp. 84, nella nota (189) postillava: “(189) Nel 787, l’imperatrice Irene, vittoriosa sull’iconoclastia in opposizione al figlio Costantino sesto, inviò “in gran fretta una flotta carica di soldati sulle rive della Calabria” e “organizzò un corpo di spedizione per tagliare la strada a Grimoaldo ed impedire, come si diceva con dispezzo a Bisanzio, che “una tribù di selvaggi illetterati” diventasse padrona di tutta l’Italia”. Però i Franchi “nella spada, lunga o corta che fosse, erano più forti. Assai più forti”. Nel Vallo di Diano, verso Sala, le milizie bizantine vennero sconfitte; primo fra tutti il capo della spedizione, il generale Sergio, a cui fu mozzata la testa. “Sulle navi che attendevano a Sapri per riportarlo vincitore a Bisanzio solo poche decine di fuggiaschi riuscirono a scampare”: così G. Granzotto, Carlo Magno, Milano, Mondadori, 1978 (cito dalla rima edizione “Oscar”, 1981, p. 127). Se si potesse dare i colori del romanzo alla realtà storica, sarebbe attraente la suggestione che suscita l’indicazione nel tempo, data a un terreno della campagna padulese, “dietro l’Epitaffio” (cfr. il fascicolo inerente, ‘Terreno “dietro l’Epitaffio”, conservato nell’Archivio di Stato di Napoli, fondo “Monasteri soppressi”, serie “S. Lorenzo della Padula”, busta 5659). Si potrebbe immaginare che la commemorazione funebre segnata dal toponimo, col termine greco e usata in senso assoluto, riferentosi pertanto a un episodio ben conosciuto e di rilievo, fosse stato un omaggio locale al valoroso generale d’Oriente, caduto sotto le armi carolinge.”.
Nel ‘787 (IX sec. d.C.), nel Porto di Sapri la flotta bizantina dell’Imperatrice Irene contro Carlo Magno
D’epoca più tarda è riferita un’interessantissima notizia che farebbe invecchiare di molto le origini del porto di Sapri,testimoniandone la presenza anche intorno al secolo IX (6). Stando alle fonti, la notizia riferita al IX sec., e più precisamente nell’anno ‘787 (7), Sapri sarebbe stato conosciuto e aveva un porto. Se la notizia fosse confermata, nell’anno ‘787 (7), Sapri, non solo esisteva ed aveva un porto conosciuto ma la sua baia e porto naturale si trovarono al centro della guerra di conquista tra le armate bizantine di Irene d’Atene ed i Franchi di Carlo Magno. Durante la guerra tra Carlo Magno ed i Longobardi per la conquista dei territori del Mezzogiorno d’Italia, Sapri, la sua baia ed il suo porto naturale insieme ai territori del Golfo di Policastro dovevano dipendere da una forte influenza dei monaci iconoduli greci-bizantini che ivi si stabilirono provenienti dall’Asia minore (2) e, dovevano dipendere ed appartenevano al Ducato longobardo di Benevento che, in origine, comprendeva il Ducato longobardo di Salerno. In seguito, solo i ducati longobardi di Benevento e di Salerno si riunificarono nel Principato longobardo di Salerno, posto sotto il protettorato e l’autonomia concessa da Carlo Magno. I duchi longobardi, sempre in lotta tra loro, a causa dell’orografia del nostro territorio e del suo atavico isolamento, scelsero e preferirono il porto e la baia naturale di Sapri per l’approdo delle flotte che portavano le loro armate che, sbarcate a Sapri, si scontravano sul campo di battaglia da sempre preferito, il Vallo di Diano. Verso la fine dell’anno ‘787 (7) (nel IX sec.), il porto naturale di Sapri fu teatro delle operazioni mi-litari sorte a causa dei continui dissidi tra le corti carolingia e quella bizantina. In-fatti, secondo la notizia ritrovata in un libro dello scrittore Gianni Granzotto (7), verso la fine dell’anno ‘787 (7), all’epoca di Carlo Magno, il porto e la baia naturale di Sapri, furono scelte dalla flotta bizantina per attendere il loro generale Sergio per riportarlo vincitore a Bisanzio (7).La notizia, riferita dal Granzotto sul suo libro su Carlo Magno (7), racconta che, verso la fine dell’anno ‘787 (6) le truppe bizantine del-l’Imperatrice ( reggente) Irene d’Atene: ” Al Vallo di Diano, verso SalaConsilina, le truppe bizantine vennero fatte a pezzi; primo fra tutti il capo della spedizione, il generale Sergio, cui fumozzata la testa. Sulle navi che attendevano a Sapri, per riportarlo vincitore a Bisanzio solopoche decine di fuggiaschi riuscirono a scampare.” (7). Il Granzotto (7), si riferisce ad una battaglia, combattuta nel Vallo di Diano tra le truppe della Imperatrice (reggente) di Bisanzio Irene d’Atene, contro le armate di Carlo Magno. Secondo il Gran-zotto, la flotta bizantina ancorata nella baia e nel porto naturale di Sapri, attendeva l’esercito bizantino ed il loro generale Sergio per riportarlo vincitore a Bisanzio (7). La no-tizia della battaglia avvenuta tra l’esercito bizantino e quello franco di Carlo Magno, poi ripresa dal Granzotto (7) e che andrebbe ulteriormente indagata, ci è pervenuta attraverso il racconto di alcuni cronisti dell’epoca (8-10-11-12-13-14-15-16-17). Ma in partico-lare la notizia ci è pervenuta attraverso il racconto di Eginardo, ritenuto il cronista di Carlo Magno. Eginardo nel suo “Annales Einhardi” (6), pone il luogo della battaglia in “Calabria”. Nel IX sec., i confini dell’attuale Calabria erano leggermente diversi da oggi e comprendevano anche i territori del Golfo di Policastro e di Sapri. Della notizia della furibonda battaglia tra i franchi ed i bizantini, già avevano riferito i cronisti dell’epoca (8, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17), poi ripresa dal Capasso (9) e poi dal Granzotto (7). L’episodio ci viene confermato dal Capasso (9) secondo cui, a causa della lite sorta tra Cos-tantino, figlio di Irene e promesso sposo a Rotrude, figlia di Carlo Magno che non volle stare ai patti, Irene spedì una grande armata militare e flotta di navi, per mare, comandata dal Sacellario e logoteta Giovanni a cui si unirono lo stratega di Sicilia Teodoro e l’ex re longobardo Adelchi (figlio di re Desiderio, ex re longobardo spodestato) Adelchi che muovendo dalla Sicilia invasero la Calabria per risalire e conquistare il Ducato di Benevento. L’armata bizantina penetrata nella Lucania, si trovò di fronte l’esercito carolingio dei Franchi di Carlo Magno e di Grimoaldo III, comandate dal legato reale Guinigisio o Vinigisio, i quali, in una battaglia di estrema violenza sconfissero i greci (8, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17). Dell’episodio, ci illuminano alcuni studiosi contemporanei (18), secondo cui, a causa della lite sorta tra l’Imperatore di Bisanzio Costantino VI, figlio della Imperatrice di Bisanzio Irene (basilissa = reggente) e, promesso sposo a Rotrude, figlia di Carlo Magno. Siccome il giovane Imperatore Costantino VI, non volle stare ai patti con Carlo Magno, sua madre Irene ( reggente), rompendo l’alleanza con Carlo Magno, offrì assistenza militare al principe longobardo Adelchi, figlio dell’ex re longobardo spodestato Desiderio. Adelchi, esiliato a Costantinopoli e, desideroso di conquistare il proprio regno, il Principato di Benevento, usurpato dal nipote Grimoaldo III che nel frattempo si era alleato con Carlo Magno, che difendeva suo nipote Grimoaldo III, verso la fine dello anno ‘787, sbarcò a Sapri con la flotta e l’esercito bizantino di Irene d’Atene per scontrarsi nel Vallo di Diano contro le truppe franche di Carlo Magno che lo sconfis-sero in una battaglia tremenda. L’episodio fu riferito da alcuni cronisti dell’epoca (8, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17), ed in particolare il racconto di Theophane (8) che, tratta gli avvenimenti del mese di Novembre nell’indicazione XII, che corrisponde a Novembre dell’anno 788. Ad onor del vero bisogna dire che l’episodio riportato dal Granzotto ci parla di un comandante chiamato Sergio (7) mentre il Theophane (8) parla di un comandante bizantino battuto dai franchi chiamato Giovanni. Thophane racconta che, nell’an-no ‘788, il principe longobardo Adelchi, unitosi alle truppe della Imperatrice di Bisanzio Irene, poste sotto il comando del sacellarius e logoteta Giovanni e, le truppe dalla Sicilia sotto il Patrikios (stratega) Teodoro, sbarcò in Calabria. L’armata bizantina penetrata nella Lucania, fu raggiunta dagli eserciti uniti dei duchi longobardi Ildebrando di Spoleto e Grimoaldo III suo nipote, insieme ad un corpo di armata di Carlo Magno, comandate dal legato reale Guinigisio o Vinigisio, i quali, in una battaglia di estrema violenza (8) sconfissero i bizantini di Irene ed uccisero il principe Adelchi. Recentemente, lo storico contemporaneo Ravegnani (18), dice in proposito: “….la spedizione promessa da Irene, arrivata troppo tardi in Calabria, non potè più contare sull’appoggio dei Longobardi di Benevento. Le forze imperiali, al comando del sacellario e logotete dello stratotikion Giovanni e Adelchi, che a Bisanzio aveva assunto il nome di Teodoto, rinforzate dai contingenti messi a disposizione dallo stratego di Sicilia, furono affrontate nel 788 da Longobardi e Franchi coalizzati e subirono una grave sconfitta perdendo in battaglia anche il loro comandante.”. Alla vicenda tragica di Adelchi, si ispirò Alessandro Manzoni, nella sua tragedia ‘Adelchi‘, pubblicata nel 1822 e poi musicata da Giuseppe Verdi.
Nel ‘787, al porto di Sapri, lo sbarco della flotta bizantina e la battaglia nel Vallo di Diano
Sebbene tutti i cronisti dell’epoca – che poi sono proprio quelli da cui sono state tratte alcune notizie storiche – cruciali per capire la storia del Mezzogiorno d’Italia nel secolo X, a cavallo tra la fine della dominazione Longobarda nel Ducato di Benevento e l’inizio del Principato di Salerno, poi divenuto in seguito Normanno – come ad esempio Eginardo o Teophane – indicassero la ‘Calabria‘, il luogo dello sbarco delle armate bizantine che doveva risalire e conquistare la Capitale del Ducato Benevento, il luogo dello sbarco è tutt’ora incerto. La citazione di uno sbarco a Sapri, è tutta del Granzotto (2), che avrà avuto dei validi motivi per affermalo ed escludere altri porti. La flotta bizantina dell’Imperatrice di Bisanzio Irene, è probabile che avesse scelto diversi porti o scali marittimi conosciuti e, controllati all’epoca ma, l’ipotesi del Granzotto non è poi tanto azzardata. Dobbiamo dire a riguardo che all’epoca Longobarda ed anche Normanna, è certo che sugli antichi documenti membranacei – privilegi ecc.. – i possedimenti nelle nostre terre ed il futuro ‘basso Cilento’ (che dopo gli Svevi sarà dei Sanseverino), erano detti ‘Calabrie’. Il nostro territorio – compreso una parte dell’attuale Lucania – si denominava ‘Calabrie‘. Non è quindi casuale la citazione del Granzotto (2) che immagina lo sbarco della flotta bizantina a Sapri. Inoltre, la baia ed il Porto naturale di Sapri, come pure la vicina Bussento (che ancora pare non avese mutato il suo nome in ‘Policastrum‘, facevano parte di un territorio di confine dell’antica Lucania, non del tutto controllata dal Principato Longobardo di Salerno e, forse, tutta la regione, non molto abitata, rappresentava un facile approdo per le armate greco-bizantine. Inoltre, è da considerare che Sapri, ha sempre avuto una baia naturale, facile approdo anche per una grande flotta, quale doveva essere quella greco-bizantina dell’Imperatrice reggente Irene. Non abbiamo notizie certe di approdi o porti o scali marittimi conosciuti all’epoca Longobarda (secolo X e XI) ma, dalle cronache dell’epoca, si evince che un simile episodio è accaduto poco tempo prima ad Agropoli che viene espressamente citato nelle cronache e, che quindi, se l’armata bizantina, fosse sbarcata ad Agropoli, sarebbe stata citata. Il porto o scalo marittimo di Sapri, all’epoca dello scontro, probabilmente non era conosciuto con un suo specifico toponimo ma la sua baia naturale, capace di ospitare alla fonda, grandi navi, era certamente conosciuta in atichità. La presenza dello scalo marittimo di Sapri e che esso fosse conosciuto all’epoca del Ducato di Benevento, non è attestato da documenti ma noi crediamo che lo fosse. Il Gaetani (16), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (18), nel suo ‘Mannelli Luca,Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 21, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva “Laonde questa città marittima e tanto fuor di mano da essi non fu assalita, ma fuposseduta da’ Greci Monarchi.Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia…”, riferendosi all’episodio dell’anno 915, allorchè anche Policastro fu distrutta dagli Arabi. La notizia della battaglia avvenuta tra l’esercito bizantino e quello franco di Carlo Magno, poi ripresa dal Granzotto (2) e, che andrebbe ulteriormente indagata, ci è pervenuta attraverso il racconto di alcuni cronisti dell’epoca (8,9,10,11,12,13, 14,15), ma in particolare la notizia ci è pervenuta attraverso il racconto di Eginardo (Einhardo), ritenuto il cronista di Carlo Magno. Eginardo nel suo “AnnalesEinhardi“ (6), pone il luogo della battaglia in “Calabria”. Eginardo, ci parla dei confini del Ducato Longobardo di Benevento che erano costituiti buona parte del Cilento e della Calabria, sotto l’egida dei Greci-Bizantini. La notizia della furibonda battaglia tra i franchi ed i bizantini, poi ripresa dal Capasso (3), da Schipa (4) e, poi dal Granzotto (2), avevano riferito i cronisti dell’epoca (7, 8, 10, 11, 12, 13, 14, 15). Nel IX sec., i confini dell’ attuale ‘Calabria‘ erano leggermente diversi da oggi ed i nostri territori – l’attuale Golfo di Policastro, ‘basso Cilento’ e Sapri – erano detti ‘Calabria‘ o ‘Longobardia minore‘. Su alcuni documenti dell’epoca, questi territori, tra cui le ‘Calabrie‘, venivano chiamati ‘Longobardia minore’. Questi territori, all’epoca, facevano parte del Ducato di Benevento, Ducato Longobardo che comprendeva anche buona parte della Calabria. Secondo Di Meo (6), Teophane (8), tradotto, scriveva: “nell’anno 9, di Costantino, avendo rotto il trattato di matrimonio tra Costantino, e la figlia di Re Carlo; spedì Giovanni Sacellario, e Logoteta inLongobardia, insieme ad Adelgiso, che fu un tempo Re della Longobardia maggiore, il quale da’ Greci fu detto Teodoto.”. Riguardo il luogo dello sbarco delle armate e della flotta bizantina, Teofane (8), parla di ‘Longobardia minore’ – che corrisponde a buona parte di quello che sarà in seguito il Principato Longobardo di Salerno di Gisulfo II – non parla di ‘Calabria‘. Il Di Meo (6), scriveva in proposito: “I Greci in poi dissero Longobardia minore gli Stati, che di lor dominio restavano in Puglia, e Calabria.”. Quindi, secondo la bibliografia antiquaria, dal Muratori in poi, il luogo della battaglia è stato la ‘Longobardia minore’ così detta dai Bizantini, ovvero buona parte dell’attuale Calabria che, all’epoca – secolo VIII – era controllata dai Bizantini di Bisanzio. Il Porfirio (19), parlando delle probabili origini della sede vescovile di Policastro, scriveva: “Fin dai primi tempi della Chiesa, Calabria e Lucania non suonassero che una stessa regione, fin dal 315 nella Sinodo ecumenica di Nicea tra i nomi dei 318 vescovi che v’intervennero, si trovasse quello di un Marco vescovo di Calabria, pure noi avvisiamo essersi la cattedra episcopale busentina installata dopo la celebrazione del Concilio di Nicea.”.
Nel ‘1097, in un documento il toponimo di “Scido”
E’ un documento unico per la nostra storia, pubblicato da uno studioso nel 1865. Si tratta di un documento dell’anno 1097 – un privilegio Normanno concesso nel territorio saprese – in cui si fa riferimento a ‘Scido’ ed a un monaco di Vibonati (Figg….), andato perso nelle note vicende belliche (…), ma pubblicato nel 1865 dal Trinchera (…) (Fig….).
(Fig….) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco, tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (…)
Nell’ottobre ‘1079, il ‘Portum‘ (Sapri ?), nella bolla di Benedetto Alfano I°, primate di Salerno
Un’altra interessante notizia su Sapri, ci viene dalla più antica fonte archivistica in nostro possesso, la lettera pastorale (bolla) dell’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, datata all’ottobre 1079 (Tancredi scrive 1099), ove Sapri figura al 7° posto delle trenta parrocchie della Diocesi di Policastro restaurata con un “Portum”. Secondo l’antico documento (6, 7), nel 1079, (Tancredi scrive 1099), Sapri figura con il toponimo di ‘Portum’ nell’elenco delle trenta parrocchie della Diocesi di Policastro, nella lettera pastorale (bolla) datata ottobre 1079, di Benedetto Alfano I, Arcivesco di Salerno che, a seguito della licenza per la nomina di nuovi vescovi ricevuta con la protezione longobarda nel 1058 da Papa Stefano IX (6), veniva restaurata l’antica sede episcopale bussentina “quae modo Paleocastren dicitur Ecclesiae, perapostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”, ordinando Vescovo della restaurata sede episcopale bussentina (rimasta vacante per diverso tempo), il monaco cavense Pietro Pappacarbone. Il documento diocesano dell’ottobre 1078 è la più antica fonte archivistica in nostro possesso. Scrive in proposito l’Ebner (6): “La notizia più antica circa l’esistenza di un locale abitato, almeno finora, è nella nota lettera (a. 166/67), dell’Arcivescovo Alfano di Salerno, con la quale ricostituiva l’antica “quae modo Paleocastren dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae” ed elevava a Vescovo il monaco cavense Pietro Pappacarbone da Salerno, destinandolo a quella sede. Nel definire i confini della ricostituita diocesi, l’arcivescovo v’includeva con ‘Cammarota’ (…), Caselle, Turturella, Turraca, anche “Portum” da identificare appunto con Sapri. Nei confini, erano incluse tutte le pertinenze e cioè case, terre, vigneti, campi, prati, pascoli, boschi, saliceti, ruscelli, acque, mercati del pesce, pievi, fattorie con servi, terre coltivate e corti e tutti gli appartenenti al clero con i loro beni.”.
(Fig. 3) La Bolla di Alfano I – trascrizione del testo latino pubblicata dal Tancredi (…)
Il documento considerato da Giacomo Racioppi (….) non autentico e da Felice Cesarino (….) apocrifo, è la più antica fonte archivistica fino a noi giunta. Il documento oltre ad essere una testimonianza dell’esistenza dei centri che vi si elencano, è anche un interessante fonte per la toponomastica dei luoghi. Lo storico locale Felice Cesarino (….), nel suo “Sapri archeologica”, pubblicato nel 1987, sulla rivista “I Corsivi”, n. 5, in proposito scriveva che: “A partire dai primi secoli dell’era cristiana le tracce della Sapri antica vanno affievolendosi, per scomparire del tutto in età medievale. Le cause possono essere ricercate in una catastrofe naturale (tesi sostenuta dalla tradizione locale) o in un progressivo impaludamento della zona, soggetta anche a fenomeni di bradisismo. Rifiutando la citazione di un “portus Saprorum”, contenuta nella bolla di Alfano del 1079, come probabile apocrifa (1), le vicende del ripopolamento di Sapri si possono far iniziare nel 1600″. Dunque, il Cesarino scrive che dal V secolo d.C., le notizie su Sapri si vanno affievolendosi fino al 1600 che secondo lui è il secolo in cui avverrebbe il suo possibile ripopolamento. La tesi del Cesarino era la stessa del sacerdote Rocco Gaetani che sebbene nei suoi scritti su Torraca avesse portato alla luce notevoli notizie sulla nostra terra sosteneva che: “In Sapri, i primi che si fanno vedere sono alcuni cittadini di Torraca: sono proprietari e lavoratori di vigne”. Dunque, Felice Cesarino dal V secolo d. C. al 1600 fa un salto di oltre 11 secoli. E’ possibile che un luogo sia disabitato per così tanto tempo ?. E’ credibile ciò che scriveva il Gaetani che i primi cittadini di Sapri erano lavoratori di vigne apparsi, come scrive il Cesarino nel 1600 ?. Il Cesarino, nel suo scritto sulla moneta dell’Imperatore di Massimiano Erculio, aggiungeva che: “1600. A tale epoca risale il nucleo di abitazioni più antiche sulla collinetta del Timpone, dove intorno al 1670 era stata costruita la cappella di S. Antonio di Padova da fedeli della terra di Torraca, il cui clero vi celebrava le messe.”. Oltre a queste affermazioni e ricostruzioni storiche di cui io dubito, il Cesarino affermava che: “Rifiutando la citazione di un “portus Saprorum”, contenuta nella bolla di Alfano del 1079, come probabile apocrifa (1), le vicende del ripopolamento di Sapri si possono far iniziare nel 1600″. In questo passaggio, il Cesarino citava il toponimo di “portus Saprorum” apparso nella “bolla di Alfano I”, databile intorno al 1079. Il documento di cui ho parlato in un mio saggio ivi pubblicato, è di notevole importanza per i toponimi citati che erano i nomi dei luoghi che costituivano la ricostruita Diocesi di Policastro. Secondo il Cesarino, che citava lo storico Giacomo Racioppi, il documento è apocrifo e secondo il Racioppi (….), nei suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata” (vedi nota (1) del Cesarino) scriveva che: “(1) Di questo documento esiste soltanto una copia del 1737. In proposito, il sacerdote e storico attendibile G. Racioppi nella sua “Storia dei popoli della lucania e della Basilicata” così si esprimeva: “…ma io dubito dell’autenticità di questa carta”. Infatti il Racioppi, nel suo vol. II, a p. 100, scriveva che “dubitava dell’autenticità di questa carta” d’epoca Normanna, dubitava ma non diceva che essa era non autentica. All’epoca di Racioppi 1889, vi era solo il testo del vescovo mons. Nicola Maria Laudisio che citava l’importante documento. L’Antonini, nel 1745, l’aveva citata ma non l’aveva sufficientemente indagata. Recentemente lo studioso Biagio Moliterni (….) ha indagato tutta la questione confutando alcune affermazioni del Racioppi. Sulla carta esistono anche degli studi di Pietro Ebner. La “bolla di Alfano I” è uno dei documenti più antichi che noi oggi abbiamo e sebbene esista una copia del 1737 conservata presso l’Archivio della Diocesi di Policastro essa è un documento d’epoca Normanna. Inoltre, Alfano I, arcivescovo di Salerno in quegli anni, oltre ad aver nominato primo vescovo della rinata diocesi di Policastro, Pietro Pappacarbone ha scritto diverse cose su Policastro, l’antica Bussento. Come rifiutare la citazione di un “portus Saprorum” ?.
Un’altra interessante notizia su Sapri, ci viene dalla più antica fonte archivistica in nostro possesso, la lettera pastorale (bolla) dell’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, datata all’ottobre 1079, ove Sapri figura al 7° posto delle trenta parrocchie della Diocesi di Policastro restaurata con un “Portum” Secondo l’antico documento (19 – 20), nel 1079, Sapri figura con il toponimo di ‘Portum’ nell’elenco delle trenta parrocchie della Diocesi di Policastro, l’Arcivesco di Salerno Bene- detto Alfano I, con la protezione longobarda, ricevè nel 1058 da Papa Stefano IX la licenza per la nomina di nuovi vescovi (19). Il documento (20) col quale veniva restaurata la antica sede episcopale bussentina “quae modo Paleocastren dicitur Ecclesiae, peraposto-licam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”, è la più antica fonte archivistica in nostro possesso. Il documento, oltre ad essere una testimonianza dell’esistenza dei centri che vi si elencano, è anche un interessante fonte per la toponomastica dei luoghi. Scrive in proposito l’Ebner (19): “La notizia più antica circa l’esistenza di un locale abitato, alme-no finora, è nella nota lettera (a. 166 /67), dell’Arcivescovo Alfano di Salerno, con la quale ricostituiva l’antica “quae modo Paleocastren dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae” ed elevava a Vescovo il monaco cavense Pietro Pappacarbone da Salerno, destinandolo a quella sede. Nel definire i confini della ricostitui-ta diocesi, l’arcivescovo v’includeva con ‘Cammarota’ (…), Caselle, Turturella, Turraca, anche “Portum” da identificare appunto con Sapri. Nei confini, erano incluse tutte le per-tinenze e cioè case, terre, vigneti, campi, prati, pascoli, boschi, saliceti, ruscelli, acque, mercati del pesce, pievi, fattorie con servi, terre coltivate e corti e tutti gli appartenenti al clero con i loro beni.”Con la nota lettera pastorale (bolla, a. 166/67) (19), datata all’ottobre 1079, l’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, con la protezione longobarda, ricevè nel 1058 da Papa Stefano IX la licenza per la nomina di nuovi vescovi (20). Il documento (20) col quale veniva restaurata l’antica sede episcopale bussentina “quae modo Paleocastren dicitur Ecclesiae, perapostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae” (20) ed elevava a Vescovo il monaco cavense Pietro Pappacarbone da Salerno, destinan-dolo a quella sede. Nel definire i confini della ricostituita diocesi, l’arcivescovo v’includeva con ‘Cammarota‘ (…), Caselle, Turturella, Turraca, anche un “Portum“.
Nel 1154, Sapri ed il suo Porto, nel Libro di Re Ruggero di al-Idrisi
Abbiamo ritenuto di indagare ulteriormente su questa vicenda in quanto crediamo che vadano ulteriormente approfondite alcune fonti e notizie in merito, come ad esempio la citazione di un toponimo arabo che dovrebbe indicare il luogo di Sapri, o un luogo vicino ad esso. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci da Amari e Schiapparelli (8), dove nella traduzione dall’arabo del testo scritto del ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, del geografo al-Idrisi (8), scrivono che nel suo libro, il geografo Idrisi, cita anche il porto di Sapri. La notizia, fu data per la prima volta dagli studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto nel loro “Pyxous-Policastro” (24), che parlando del Volpe (25) e delle mura di Policastro Bussentino al tempo dei Normanni del Roberto il Guiscardo, confermavano la notizia di solide mura e fortificazioni a Policastro, nel testo scritto in arabo del Libro del Re Ruggero del 1154, che descriveva gli scali marittimi più noti della Sicilia e del Regno Normanno dei primi del secolo XI. Il testo arabo del 1154, del geografo al-Idrisi, cita anche lo scalo marittimo di Sapri. Secondo la traduzione del testo in arabo di al-Idrisi, del 1154, i due studiosi Michele Amari e Schiapparelli (8), nel loro ‘L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi’
(Fig….) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi
Michele Amari e Schiapparelli (8), nel loro ‘L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi’, nel 1876-77, a p. 97, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo, a p. 97, parlando del ‘3 scompartimento e del V clima’, scrivevano in proposito che:
“Da Policastro ad ‘.tr.b.s (2) (Petrosa), conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.”. Poi aggiunge: ” Da questo Capo a qast.r.k.lì (Castrocucco) tredici miglia” .
Nella nota (2), Amari e Schiapparelli (…), postillavano che: “Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.”. Dunque, secondo i due studiosi e tradutori del Libro di Re Ruggero del 1154, al-Idrisi, la parola araba b.t.r.s., corrisponde al toponimo del porto di Sapri, mentre il ‘Capo di Policastro’, corrisponde al ‘Capo Bianco’. Amari e Schiapparelli, scrivevano “Da Policastro ad ‘.tr.b.s (2) (Petrosa), conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.”. Dunque, quale dei due termini indica il toponimo di Petrosa? Il toponimo Petrosa, è indicato con il termine o la parola araba di ‘.tr.b.s. , oppure è indicato con il termine e le due parole di marsà ràs b.li qas’t.rù ? La citazione del toponimo ‘Petrasia’ e, di una Torre della ‘Petrosa’, toponimi che indicano due località vicinissime, in epoca Aragonese, ci fa pensare – secondo la traduzione del testo in arabo dei due studiosi Amari e Schiapparelli, del Libro di Re Ruggero del 1154 – non indichi un toponimo o nome di luogo di un porto o di uno scalo marittimo – in questo caso Sapri – ma, il toponimo ‘.tr.b.s (‘Petrosa’) – noi crediamo – stia ad indicare il toponimo della Torre costiera di difesa dell’omonima località nei pressi di Villammare, conosciuta dal geografo arabo di Re Normanno Ruggero d’Altavilla, nel XII secolo e, che la distanza indicata dal geofrafo al-Idrisi (Edrisi) – “Da Policastro a Petrosa (2) (Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri)… conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) seimiglia.” – si riferisse alla distanza tra due Torri di avvistamento, di cui gli Arabi dovevano ben guardarsi nel caso di attacco. La citazione del toponimo di ‘Capo Bianco’, quando più avanti – nella nota (2), Amari e Schiapparelli scrivono: “Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola,corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro alCapo Bianco.”, sebbene i due studiosi abbiano bene individuato la costa, quella Saprese appunto, io credo che, il testo in arabo scritto dal geografo di Re Ruggero, al-Idrisi che, nel 1154, descriveva i luoghi sulla nostra costa, sia da riferire alla località “Petrosa”, nei pressi della località costiera di Villammare, dove oggi si può vedere l’omonima Torre marittima di avvistamento e di difesa, detta della Petrosa. La presenza del toponimo di ‘Petrasia’ e, di una Torre della ‘Petrosa’, vicinissime, in epoca aragonese, ci fa pensare che il toponimo ‘Petrosa’ – secondo la traduzione del testo in arabo dei due studiosi Amari e Schiapparelli, del Libro di Re Ruggero del 1154 – non indichi un toponimo o nome di luogo di un Porto o di uno scalo marittimo – in questo caso Sapri – ma, il toponimo ‘.tr.b.s (Petrosa) – noi crediamo – stia ad indicare i toponimi di alcune Torri costiere di difesa conosciute dagli Arabi al tempo del Re Normanno Ruggero e, che la distanza indicata dal geofrafo al-Idrisi (Edrisi) – “Da Policastro a Petrosa(2)(Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri)… conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) seimiglia.” – si riferisse alla distanza tra due Torri di avvistamento, di cui gli Arabi dovevano ben guardarsi nel caso di attacco. Infatti, la citazione del geografo del toponimo di ‘Capo Bianco’, quando più avanti – nella nota (2), Amari e Schiapparelli scrivono: “(2) Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro alCapo Bianco.” credo, si riferiscano alla località ad oriente di Sapri, dove alla fine del 1500, fu costruita la ‘Torre di Capobianco‘, altra Torre cavallara di avvistamento, costruita per la difesa delle coste in epoca Vicereale.
Nel 1239, Sapri in un documento Angioino
Un’altra interessante notizia sulla presenza di Sapri nel 1239 ci è data dallo studioso Kan- torowicz Ernst (21), di cui crediamo fosse un errore. Lo storico dell’Imperatore Federico II di Svevia, Kantorowicz (21), nel suo libro ‘Federico II imperatore’, scriveva che nel 1239, in occasione di un patto di alleanza stipulato tra il Papa Gregorio IX e le Repubbli-che marinare di Venezia e di Genova per combattere l’Imperatore Federico II di Svevia: “il papa pretendeva tutto il reame quod est beati Petri patrimonium; Venezia avrebbe avuto i porti di Barletta eSapri;”(21). Già nel nostro studio (1), scrivevamo in proposi-to: “Dubbi sussistono sull’esattezza della notizia dataci dallo storico Kantorowicz, secondo cui all’epoca federiciana l’alleanza fra Venezia e Genova, che aveva avuto Gregorio IX per mediatore contro Federico II di Svevia (prima metà del secolo XIII), stabilì che”: ” Venezia avrebbe avuto i porti di Barletta e di Sapri;…”(21). Uno dei primi atti del pontificato di papa Gregorio IX fu l’invio a Federico II di Svevia (che possedeva l’intera Sicilia), della comunicazione di mantenere le promesse fatte al suo predecessore Onorio III (cioè di non intervenire militarmente nei territori dell’Impero nel Nord d’Italia e di accettare le nomine dei vescovi incaricati dal papa stesso) e infine di organizzare un nuova crociata. Lo storico Kantorowicz, riferendosi allo storico patto di alleanza, e cita il Porto di Sapri che sarebbe andato a Venezia, alleatasi con il Papa Gregorio IX contro l’imperatore, è un palese errore. Infatti, lo storico Kantorowicz, trae la notizia dello storico patto da una epistola (lettera) del papa Gregorio IX scrive nel Settembre 1239 in occasione della sua mediazione per la stipula del patto d’alleanza fra le Repubbliche marinare di Venezia e Genova contro l’Imperatore Federico II di Svevia (prima metà del secolo XIII), dove però non figura il porto di Sapri ma figura il porto di ‘Salpas’ che è un porto della Puglia, indicato anche nella prima carta nautica esistente, la Carta Pisana del 1290 (Fig. 5). L’abbaglio del Kantorowicz (21) si desume dalla lettera (testo in latino) in cui si riporta il testo dell’alleanza o del patto, non figura Sapri ma figura il porto pugliese di “Salpas” (21-22): “Romaneus Quirinus et Stephanus Baduarius Iacobi Teopuli ducis et comminis Venetiarum Gregorio IX Papae et ecclesiae romanae promittunt sec XXV galeas ad regnium siciliae occupandum armaturos esse, iuraque, statunt, quae, sibi, tam, apud Barolum’ et Salpas quam in omni olio regni loco, quem venectorum auxilio contingerit occupari in perpetuum feudum concedi dubeant, tenore litterarum procurationis ducis et comminis venetiarum. a. 1239, Sept. 5.” (22). Secondo il Kantorowicz , il ‘Salpas‘ che figura nel testo in latino della lettera citata, è Sapri (21). Il Salpas che, figura nella lettera che Papa Gregorio IX scrive nel Settembre 1239 (22) in occasione della sua mediazione per la stipula del patto d’alleanza fra le Repubbliche marinare di Venezia e Genova contro l’Imperatore Federico II di Svevia (prima metà del secolo XIII) era un porto della costa Adriatica pugliese che, figura pure sulla più antica carta nautica conosciuta, la Carta Pisana (Fig. 5). Infatti la lettera del Papa Gegorio IX, ci parla di due porti pugliesi, Barolum e Salpas (22). Tuttavia la notizia tratta dallo storico Kantorowicz andrebbe ulteriormente approfondita ed indagata. Certo che Sapri, nel XIII secolo era uno scalo marittimo conosciuto con il toponimo di Saprà, come risulta dalla più antica carta nautica conosciuta la Carta Pisana, datata intorno al 1290 (Fig. 5).
Nel 1271, Sapri non figura in un documento angioino
In un mio saggio ho cercato di dimostrare i motivi per i quali Sapri non figura sull’interessante documento del 1271 tratto dalla Cancelleria Angioina. Sapri esisteva all’epoca ed il suo porto e l’ampia baia naturale, unica al mondo, era già conosciuta ai naviganti come si evince dallo studio cartografico degli antichi portolani e carte nautiche conosciute. All’epoca Angioina, il piccolo villaggio di Sapri doveva appartenere alla Contea di Policastro ed ai suoi feudatari e dunque rintrava nella popolazione focatica o di Torraca o di Policastro.
Nel 1200, lo scalo marittimo di Sapri ed i suoi diversi toponimi figura nelle carte nautiche più antiche conosciute
(….) Almagià Roberto, Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in “Monumenta Italia Cartographica”, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Tav. n. …., p…..
Nel 1290, Sapri nella Carta Pisana, la più antica carta nautica conosciuta
La notizia andrebbe ulteriormente indagata in quanto due secoli dopo un ‘Portum’ figura nella carta Pisana subito prima di Scalea. Certo è che due secoli dopo, il toponimo di ‘Portum’ appare sulla più antica carta nautica oggi conosciuta, la Carta Pisana, risalente a forse prima del 1290 (Fig. 1). Infatti, nella carta Pisana, sotto i porti di Policastro e Sapra o Saprà, si può leggere un Portum. Il toponimo di Portum è posto tra ‘Sapra’ e Scalea (Fig. 1). Il toponimo di Maratea nella Carta Pisana non figura. Di sicuro, il toponimo che nella ‘Carta Pisana’ indicava un porto, non corrisponde a Sapri in quanto nella carta Pisana, Sapri, figura con il toponimo di Sapra o un Saprà. Inoltre il Portum in questione si vede più vicino al toponimo e porto di Maratea essendo posto prima di Scalea (Fig. 1). Nutriamo dei seri dubbi che il Portum del documento diocesano del 1078 si riferisse a Sapri. La notizia andrebbe ulteriormente indagata in quanto due secoli dopo un Portum figura nella carta Pisana subito prima di Scalea.
(Fig. 1) La “Carta Pisana”, portolano della metà del XIII secolo, ingrandimento dell’Italia meridionale
Nel 1320, Sapri nell’Atlante Catalano alla BNF
(Fig. 6) Atlante Catalano del 1320
Nel 1300, la tassazione fiscale in epoca Angioina
Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Il lungo conflitto angioino aragonese ebbe come teatro di combattimento il basso Cilento, e gli effetti disastrosi si perpetueranno per diverso tempo in tutto il territorio. La stessa Policastro, ed i castelli del circondario, compreso quello di Torraca, dopo il conflito, vengono defiscalizzati in virtù delle misere condizioni i cui erano precipitati. Un dato preciso si ricava dagli archivi Vaticani, nei quali viene riportata la tassa cosiddetta dei “servizi comuni” pagata dai vescovi, infatti, negli anni successivi al conflitto la diocesi di Policastro risultava la più povera, poichè pagava appena 84 fiorini l’anno, contro i 350 di Capaccio e i 1.500 di Salerno.”.
Nel 1310, Torraca, Tortorella e Policastro nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae
Nicola Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Del ‘casti Turticelle’ viene fatto menzione anche nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”.
Foglio 250 IN EPISCUPATU POLICASTRENSI (38)
Mensa episcopalis policastrensis valet unc. XXV solvit unc. II.
Presbiteri et clerus policastrensis ecclesie tar. XII
Archidiaconus policastrensis pro bonis, que habet in Rocca gloriosa, que valent unc. II tar. VII, tar. III gr. XV
Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”.
Nel 1320, la popolazione dell’Università di Torraca nel “Generalis Subventio Angioino”
Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 35, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Nel ‘Generalis Subventio Angioino’ del 1320 vengono riportati per ciascuna “università”, ovvero per ogni attuale comune della provincia di Salerno, i valori dell’imposta applicata in proporzione al numero dei nuclei familiari e del loro reddito. Ogni nucleo familiare rappresentava un “fuoco”. Per risalire dal dato finanziario espresso in moneta del tempo, ossia “Once”, “Tari” e “Grana” a quello del numero dei fuochi, occorre adottare un moltiplicatore pari a circa 35 grani che rappresentava la tassazione focatica per ogni nucleo familiare di un piccolo centro come il nostro paese. Poichè ogni fuoco era composto da 6 persone è possibile ricavare il numero degli abitanti. Dal predetto documento si ricava che Torraca (e quindi anche il territorio di Sapri che ne faceva parte) nel 1320 veniva tassato per 1 oncia, 27 tarì e 10 grana. Poichè: 1 Oncia = 30 Tari = 600 Grana, nel nostro caso si ha per 1.27.10 1 Oncia = 600 Grana; 27 Tari = 540 Grana; 10 Grana = 10 Grana; Tot. = 1.150 Grana. Come si è già precisato, ogni fuoco era tassato con 35 Grana, si ottiene così: 1.150: 35 =32,86, ossia circa 33 fuochi che moltiplicato per 6, otteniamo: 33 fuochi x 6 (persone per fuoco) = 198 abitanti. Da quando sopra esposto è possibile tentare una stima del totale di abitanti; aggiungendone un 10 % di quelli non considerati nella tassazione focatica, arriviamo ad un numero complessivo di circa 220 anime.”. Il prelievo dell’imposta diretta rappresenta un tassello importante della politica fiscale angioina. La generalis subventio o colletta fu formalmente richiesta come tassazione straordinaria per la difesa del Regno ; tuttavia per la frequenza dell’esazione, essa si configurò, sostanzialmente, come un vero e proprio tributo ordinario e annuale. Nel solco dei cambiamenti già apportati dalla monarchia normanno-sveva, furono i primi due sovrani angioini, Carlo I e Carlo II, a intervenire nel sistema fiscale, precisando più compiutamente le funzioni degli ufficiali preposti alla riscossione dell’imposta e le procedure legate al prelievo. Le pratiche fiscali messe in atto nel corso del XIII secolo sono state ampiamente studiate nei lavori di Romolo Caggese, Giuseppe Galasso, Jean-Marie Martin, Serena Morelli e Giovanni Vitolo. Meno note sono invece le situazioni che si vennero a creare con i sovrani successivi, i quali non intervennero in maniera significativa in ambito fiscale, ma adottarono la politica già tracciata dai loro predecessori, declinandola secondo i contesti e le contingenze. Il presente lavoro si propone, pertanto, di offrire una panoramica sulle diverse modalità di applicazione del prelievo diretto nelle ancora poco studiate periferie del regno tra XIV e XV secolo, soffermandosi in particolare sulle due province di Terra di Bari e di Terra d’Otranto, sulla scorta della documentazione offerta dai Registri ricostruiti della Cancelleria Angioina, dai Libri Rossi e dai Codici Diplomatici. Verranno presi in considerazione alcuni interessanti aspetti dell’amministrazione fiscale : le competenze degli ufficiali preposti alla riscossione ; la serrata contrattazione tra la monarchia e le università ; le concessioni di riduzioni e remissioni di una parte o dell’itera somma da versare e infine la ripartizione dell’onere fiscale all’interno delle comunità.
Nell’8 agosto 1324, il “Tenimentum et Portus Sapri”, in un documento di re Roberto d’Angiò
Ebner (…), parlando di Sapri in età Angioina, in proposito scriveva che: “Mancano notizie in età normanna ed angioina del villaggio e del suo approdo monopolizzato dal vicino e più importante porto di Policastro.”. Ebner, a p. 592, dice che per quanto riguarda Sapri, il ‘Cedolario’, rinvia a Policastro. Ma non è così come vedremo. Probabilmente Ebner non si era accorto dell’interesante citazione di cui stò accennando. I due studiosi Natella e Peduto (…), citano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della colonia di Genovesi e di Bartolomeo Roveti. All’epoca Angioina, Sapri aveva un porto che doveva essere conosciuto in quanto lo ritroviamo menzionato in un documento del 1324 tratto dai Registri della Cancelleria Angioina e pubblicato da Matteo Camera, nei suoi “Annali”, nel 1860. L’antico documento (…) si riferisce ad un editto di re Roberto d’Angiò che concedeva la città di Policastro al soldato Bartolomeo Roveti, dopo l’avvenuta distruzione della città di Policastro che nel 1320 fu distrutta dalla flotta Aragonese al comando dell’ammiraglio genovese Corrado Doria. A Sapri, che in quegli anni doveva essere un piccolo villaggio marinaresco, doveva esistere un porto marittimo avendo la sua ampia baia un approdo e riparo sicuro per i vascelli che operarono durante la terribile guerra del Vespro tra gli Angioini e gli Aragonesi. La notizia di un porto a Sapri in epoca Angioina è provata e testimoniata proprio da questo documento di cui parlo. Il documento del 1324, “storico e inedito”, pubblicato dal Camera (…) nei suoi “Annali”, è di notevole importanza anche per Sapri in quanto in esso si cita più volte il Porto di Sapri (“portus Sapri”). Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 313, parlando della città di Policastro e continuando il suo racconto sull’editto di re Roberto d’Angiò che donava Policastro al milite genovese Bartolomeo Roveti (di cui ho parlato in un altro mio saggio sulla guerra del Vespro e la nostra terra all’epoca Angioina), in proposito aggiungeva e scriveva che: “Non appena fatto passaggio la nuova colonia genovese in Policastro, nacquero varie questioni petitoriali, possessoriali ec. su di esso territorio, alle quali re Roberto con suo editto pose termine – Rapportiamo questo altro documento storico anche inedito: “Robertus etc. Bonofiglio de Guardia militi magne nostre Magistro Rationali consiliario familiari et fideli suo gratiam etc….“. Il Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 314, trascrive il testo finale del documento: “Datum apud castrum–maris de Stabia per Iohannem Grillum de Salerno etc. anno domini MCCCXXIIII die octavo augusti VII Indictionis. Regnum nostrorum anno XVI (1).”. Re Roberto d’Angiò scriveva dal castrum di Castellammare di Stabia a Giovanni Grillo di Salerno. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ex regest. Reg. Roberti an. 1324 lit. C. fol. 22 fol. 208.”.
(Figg….) Documento del 1324, tratto dalla Cancelleria Angioina e pubblicato da Matteo Camera (…), nei suoi ‘Annali’, vol. II, pp. 313-314 per l’anno 1333 (Archivio Storico e digitale Attanasio)
Il documento del 1324, “storico e inedito”, pubblicato dal Camera (…) nei suoi “Annali”, è di notevole importanza anche per Sapri in quanto in esso si cita più volte “Item est in dictis tenimentis portus Sapri et Sici quidem mons magnus etc…“. Come si può leggere dal testo in latino dell’editto di re Roberto d’Angiò (…), trascritto integralmente da Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a pp. 313-314: “Item est in dictis tenimentis portus Sapri et Sici quidem mons magnus cum nemore magno ubi sunt venationes animalium silvestrium et glandes dossent percipi usque ad pretium sex unciarum per annum quem dictus Bonusfilius locare non potest dictis Ianuensibus nisi ex dominica jussione ad quod toliter ecc…” e, ancora: “…antiquo demanio certa tenimenta et terras que censuerunt pro certis pecuniis et victualium quantitatibus inter que est tenimentum Squisi et Portus Sapri qui locari possunt, dictum tenimentum Squisi pro unciis duabus et tenimentum portus Sapri qui locari potest annuis unciis auri quatuor petunt inde aliquid minui, ad quod taliter respondemus quod gratiose concessimus usque ad quindecim annos ad dictum vel alium consuetum censum seu pecuniam minime teneantur, ad sextum quod incipit Item terre demanii et tenimentorum prefatorum locari non possunt singulariter et divisim omnibus illis personis que apte essent ad recipiendum titulo locationis easdem eo quod persone ipse nondum venerunt omnes etc…”. Da cio che leggo si comprende che il re Roberto d’Angiò con questo editto indirizzato a Giovanni Grillo di Salerno, oltre a Policastro dona al capitano Genovese Bartolomeo Roveti anche il tenimento e porto di Sapri. Sulla notizia della colonia dei Genovesi al comando di Bartolomeo Roveti che doveva ripopolare Policastro, ha scritto il canonico Luigi Tancredi (…) che però non si accorse dell’interessante citazione di un “tenimenti e Portus Sapri”. Purtroppo questo documento angioino di Roberto d’Angiò non è stato possibile reperirlo sui registri ricostruiti da Riccardo Filangieri e pubblicati dall’Accademia Pontaniana a cura di altri autori. L’ultimo registro della Cancelleria Angioina andata distrutta e ricostruito è il n. 50 a cura di Riccardo Palmieri del 2010 che va dagli anni 1267 al 1295. Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 29 e s. scrive in proposito che: “Sulla ricostruzione di Policastro abbiamo alcuni documenti nei registri angioini. Altro decreto dispone che le case e i beni degli abitanti che non tornano entro 18 mesi alle loro abitazioni di Policastro, passano in proprietà dei nuovi coloni (78). Per vent’anni nessun barone dovrà costruire casa a Policastro e gli abitanti dei dintorni devono accorrere in difesa della città, in caso di pericolo (79). Questi sono i decreti del re. Non sappiamo in che misura furono osservati nell’allegra anarchia nel regno angioino, ma la ricostruzione ci fu.”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (78) postillava che: “(78) Archivio di Stato di Napoli, Reg. 255, Carte nn. 22-25 (8 luglio 1324).”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (79) postillava che: “(79) Ibidem.”.
Nel 4 ottobre 1397, Luigi II d’Aragona assentì e confermò la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Tortorella e del castello che passò nelle mani di Matteo Monforte di Laurito, tutore di Giovannella e Antonello (figli di Biancuccia Mercadante e di Tommaso di Monforte di Laurito)
Jole Mazzoleni (…), a p. 127,riguardo Tommaso Monforte, Signore di Laurito, marito di Biancuccia Mercadante e padre dei due figloli Antonello e Giovannella, in proposito scriveva che: “Questo castello passò poi (1397) nelle mani di Matteo, quale tutore dei nipoti, per la vendita fattagli da Biancuccia, a conclusione delle controversie (3).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Pietro Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), parlando di Torraca, a p. 664, scriveva che: “Il 4 ottobre 1397 Luigi II d’Aragona, su richiesta di Matteo di Monforte, tutore di Giovannella e Antonello, figli del quondam Tommaso di Monforte di Laurito e di Biancuccia Mercadante, gli concesse l’assenso (9) e la conferma per la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Turturella fattagli da Biancuccia che lo possedeva in feudo dal conte di Lauria, Francesco Sanseverino, con l’obbligo di rispettare i doveri feudali.”. L’Ebner, a p. 665, del suo vol. II, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Ass. 4 ottobre 1397, VI, Napoli”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 135, riporta il seguente documento: “X. 1397, 4 ottobre, VI, Napoli Luigi II d’A. re a. XIV” ed il testo della Mazzoleni è il seguente: “Luigi II d’A., a richiesta di Matteo di Monforte tutore di Giovannella e Antonello, figli del fu Tommaso di Monforte e di Biancuccia Mercadante, gli concede assenso e conferma per la vendita della metà del castello di Torraca nelle pertinenze di Policastro e Turturella fattagli da Biancuccia che lo teneva in feudo dal conte di Lauria, verso il quale si devono sempre rispettare gli obblighi feudali.”. La Mazzoleni a p. 135 per il documento n. X (pergamena n. 18), postillava che: “Priv. transuntato il 1528, 14 aprile Laurito a richiesta di Ferdinando Monforte (v. n. 24). Perg. n° 18.”.
(Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit. p. 135
La notizia, secondo l’Ebner (v. p. 664), si rileva da un documento di Laurito, il transunto della pergamena VIII, di Roccagloriosa, del giudice Guglielmo di Roccagloriosa e del notaio Giovanni Caso. Sempre l’Ebner (…), a p. 664 del vol. II, riferendosi a Biancuccia Mercatante, in proposito scriveva che: “….gli concesse l’assenso (9) e la conferma per la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Turturella fattagli da Biancuccia che lo possedeva in feudo dal conte di Lauria, Francesco Sanseverino, con l’obbligo di rispettare i doveri feudali.” e, a p. 665, del suo vol. II, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Ass. 4 ottobre 1397, VI, Napoli”. Ebner (…), a p. 339, del suo vol. II, di ‘Chiesa, ecc…’, parlando di Policastro, cita Biancuccia Mercadante di Torraca e, scriveva in proposito: “Il 13 ottobre 1397, a Napoli, arbitri il vescovo di Policastro, per Matteo di Monforte di Laurito, e il milite Roberto di Pantaleone, per Antonio Pellegrino di Diano, (secondo) marito di Biancuccia Mercadante (di Torraca), vedova di Tommaso di Monforte ( di Laurito, prima marito), si giunse ad un accordo circa i diritti dei pupilli di Tommaso, rappresentati da Matteo e quelli di Biancuccia rappresentati dal secondo marito (54).”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, vol. II, parlando di Policastro e postillava alla nota (54), sempre sulla scorta di Jole Mazzoleni (…): “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, a p. 102, parlando di Laurito, in proposito alle origini dei Monforte in proposito scriveva che: “Da un altro ‘Registro’ (7) si apprende che nel 1336 un ramo della famiglia Monforte si era trasferito a Laurito”e, poi scrive ancora sempre a p. 102 che: “Nel 1381 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro si riprese il villaggio di Laurito concedendolo al fratello Luigi, dal quale però lo ricomprò. Si oppose Matteo di Laurito. Il giureconsulto Matteo Arcamone riconobbe i diritti di Matteo Monforte alla successione del feudo di Laurito. Con il consenso della moglie Caterina di Celano, Francesco Sanseverino concesse il feudo ricevendone cento once in carlini d’argento come risoluzione degli obblighi feudali. Il 18 novembre 1404 re Ladislao separò (12) il villaggio di Laurito da Cuccaro. Tale separazione, però, non esentò l’antico feudatario dall’obbligo della dipendenza dai Sanseverino conti di Marsico. Infatti, nel 1448 Fancesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, confermò (13) a Jacobello di Monforte la concessione ecc..ecc..”. Jole Mazzoleni, a p. 127, riferendosi a Matteo Monforte di Laurito, zio paterno dei mancati feudatari legittimi (Antonello e Giovannella), essendo il fratello del defunto Tommaso di Monforte di Laurito, primo marito della vedova Biancuccia Mercadante: “Il Sanseverino, anzi, con il consenso della moglie Caterina di Celano, glielo dona ricevendone ecc… (1). Dieci anni dopo il feudo è diviso in due parti e l’amministrazione feudale è frazionata in due rami dei Monforte, come può seguirsi nelle vicende della complicata successione di Tommaso che nel testamento rogato nel 1390 lasciava quali eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela di Matteo per una parte del casale, mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano, riguardano solo Laurito, ma anche la successione del castello di Torraca sempre suffeudo dei Sanseverino (2). Questo castello passò poi (1397) nelle mani di Matteo, quale tutore dei nipoti, er la vendita fattagli da Biancuccia, a conclusione delle controversie (3).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Il testo della Mazzoleni per la pergamena n. VII ovvero la pergamena originale n. 6 è il seguente: “Transunto del precedente istrumento, rogato dal notaio Donato “magistri Gratiani”, e dal giudice Romano “magistri Marini” del 14(00), 10 luglio, VII. Perg. n° 6.”. Poi la Mazzoleni (…) a pp. 134 e 135 presenta anche il documento n. IX e scriveva che: “IX 1391, 25 novembre, XIV (sic) Torraca . Ludovico II d’A re a. VII.”, il cui testo della Mazzoleni è il seguente: “Matteo Signore di Laurito, quale tutore di Antonello e Giovannella, figli del defunto milite Tomaso di Monforte, signore di Laurito, e suo esecutore testamentario, fà fare l’inventario di tutti i preziosi, oggetti e beni del defunto, a garanzia della sua tutela.”. La Mazzoleni postillava che: “Giud. an. Nicola Mainone (?) di Torraca, not. Nicola Lombardo di Turturella. Perg. n° 7.”. La Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “XI 1397, 13 ottobre, VI, Napoli, Luigi II d’Angiò re a. XIV – Sorta contea tra Antonio Pellegrino di Diano, marito di Iancuccia (Biancuccia), già moglie del fu Tommaso di Monforte, e Matteo di Monforte, tutore e balio di Antonello e Giovannella, figli ed eredi del defunto Tommaso per le doti di Biancuccia, consistenti in metà del castello di Torraca, in vari beni mobili ed immobili, nel ‘morgicap’ costituitole da Tommaso, e nella quarta, i contendenti vengono ad uno accordo per salvaguardare i diritti dei pupilli, avendo arbitri della contesa il vescovo di Policastro per Matteo e il milite Roberto de Pantaleone per Antonio Pellegrino.” . La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”.
Nel 1300 (?) o 1569 (?), la “Torre Scilandro”, lungo la costa che corre verso Acquafredda ed il canale di Mezzanotte o confine con la Basilicata
(Fig….) “Torre Scilandro” – oggi erroneamente segnata su google maps come “Torre Mezzanotte” – probabilmente Torre angioina, posta poco distante dalla spiaggia e dal Canale di Mezzanotte, da cui fu avvistato il gruppo del Carducci dagli sgherri del prete Vincenzo Peluso.
Verso la fine del ‘500, si trovano le prime notizie sulle torri costiere costruite lungo le pendici del litorale costiero del Regno di Napoli. In particolare in questio saggio vorrei parlare delle Torri conosciute lungo il litorale saprese, alcune delle quali oggi non visibili perchè abbattute o distrutte o chissà cosa, come ad esempio la Torre detta del Bondormire che si trovava lungo la costa ad occidente da Sapri, dove oggi si trova il Faro “Pisacane” antistante l’Ospedale Civile di Sapri. La documentazione in nostro possesso ci permette di avere alcune notizie sicure sulle Torri esistenti, da costruire o costruite in epoca Vicereale. I primi documenti risalgono all’anno 1569. Posso dire che ancora oggi nella tradizione orale le torri cavallare e di avvistamento, che ritroviamo visibili lungo i crinali del litorale delle nostre coste vengono dette “Torri Normanne”. Eppure molte di queste sono Torri Vicereali, overo Torri quadrangolari fatte costruire alla fine del ‘500 dai Vicerè Spagnoli. E’ singolare che nella tradizione popolare le nostre torri vengano dette Normanne. Credo che molte di esse esistessero già a i tempi dei Normanni e che in seguito furono fatte rinforzare da Federico II di Svevia. Le torri preesistenti avevano forma diversa da quelle come oggi appaiono. Delle torri preesistenti però, si conosce molto poco. Si sa poco cioè delle Torri costruite prima dell’epoca Vicereale, di cui disponiamo una buona documentazione. Delle torri preesistenti lungo il litorale costiero del basso Cilento dovevano certamente esistere in epoca Federiciana e poi ancora in seguito in epoca Angioina. Molte di queste torri furono poi in seguito fatte rimaneggiare e rinforzare dagli Aragonesi che dominarono a lungo sul Regno di Napoli. Sappiamo che Federico II di Svevia avocò a se molti castelli e torri esistenti nel Regno allora detto di Sicilia che comprendeva pure le nostre coste. Sull’epoca di fondazione della ‘torre dello Scialandro’, come pure di altre torri come quella della ‘Petrosa’ a Villammare, questa pure citata dal Pasanisi, o della ‘torre del Buondormire’ a Sapri, non abbiamo notizie documentate ma credo si tratti di torri molto più antiche risalenti all’epoca anteriore della guerra del Vespro tra Angioini ed Aragonesi. Le Torri diguardia o di avvistamento (guardiole), più piccole, con pochi uomini di guardia ed un solo cannone, erano disposte sulle alture, oppure lungo la costa, spesso in località difficilmente raggiungibili, ma in ottima posizione per sorvegliare molte miglia di mare. ogni torre era in vista delle due limitrofe, in modo da poter comunicare, sia durante il giorno (segnali di fumo) che di notte (con l’accensione di fuochi). Il numero di fuochi corrispondeva a quello delle navi in arrivo e la fumata, (nei limiti delpossibile…..) era rivolta nella direzione da cui queste provenivano. entrambi i tipi di segnalazione erano preceduti da un suono di campana. Le Torri angioine, più antiche, di forma cilindrica, con basamento a tronco di cono che rappresenta i 2/3 dell’altezza dell’intera torre ed è sormontato da una cordonatura (redondone o toro) di tufo grigio in piperno (roccia vulcanica proveniente dalle cave napoletane poste ai piedi dei Camaldoli) o materiale simile, e mura poco spesse. Avevano funzione, essenzialmente “di avvistamento”. Le torri circolari, quelle d’epoca Angioina, caddero in disuso con l’avvento della polvere a sparo. Fu l’avvento dell’artiglieria a segnare il passaggio dalla forma circolare a quella quadrata, per meglio resistere alle cannonate. Le nuove Torri, costruite con criteri più moderni, erano così in grado di assolvere a funzioni di avvistamento, riparo ed anche offesa. Talvolta, due o più Torri venivano unite da ballatoi. L’ingresso veniva aperto sul lato a monte, al piano superiore (3-6 m. di altezza) e poteva essere dotato di una scala retraibile., anziché in muratura. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo pregevole studio sui ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, nel capitolo III: “Le Torri costiere nel Viceregno”, a p. 45, mostrava un disegno tratto dalle Carte e stampe, conservate all’Archivio di Stato di Napoli, da cui io stesso, trassi diversi documenti inediti:
(Fig….) Disegno della forma delle Torri marittime di avvistamento tratto dal Vassalluzzo (…), op. cit.
In questo disegno, si vedono le due principali tipologie di torri costiere. La torre dello Scialandro, appartenente al sistema difensivo costiero del Regno di Napoli, ma di sicuro non faceva parte del programma di costruzione promosso dal Governo Vicereale. Situata su uno sperone roccioso nei pressi del “Canale di Mezzanotte”, non conosciamo l’epoca di fondazione, ma essendo la sua struttura di foma a pianta e sezione circolare, dunque con base e tronco cilindrico, rappresentando ed assumendo la quasi perfetta forma di un cilindro, essa si configura tra le tipologie costruttive usate molti secoli prima dell’epoca Vicereale. Io credo che la sua forma cilindrica, può avvalore l’ipotesi che essa sia una Torre molto più antica e forse risalente al periodo Angioino. Per le torri Vicereali, ovvero le torri costiere, oggi in parte ancora visibili anche se dirute, al contrario è stato scritto molto. Le torri costiere vicereali sono le torri costruite lungo la costa del Regno di Napoli ed in particolare quelle Tirreniche, dal Governo dei Vicerè Spagoli, ce tra gli anni 1555 e 1582, intrapresero un programma di costruzione molto vasto. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, racconta della richiesta che Don Sancio Martinez, nel 1554, fece alle Università del luogo per la costruzione di due nuove Torri a Molpa e Palinuro. Il Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta dell’Alfano (…), a p. 197, scriveva in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella diObertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni.“. Dunque, secondo il Vassalluzzo (…), ad oriente di Sapri, l’unica Torre esistente e costruita era quella di Capobianco, anticamente detta Torre dell’Obertino. Dal sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nessuna citazione delle torri costiere più antiche ed in particolare della ‘Torre di Scialandro’, di cui parlerò. Nel 1978, e nel 1991, Angelo Guzzo (…), pubblicò due libri di estremo interesse per la ricostruzione storiografica delle nostre zone. Nei suoi ‘Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia‘ e, nel postumo ‘Sulla rotta dei Saraceni – La difesa anticorsara sulla costa del Cilento’, il Guzzo, anche sulla scorta del Pasanisi e del Vassalluzzo, fa una disamina della costruzione delle Torri marittime Vicereali costruite sul finire del XVI secolo, lungo le noste coste, da tempo oppresse dalle incursioni barbaresche. Secondo la ricostruzione che il Guzzo (…) fa, anche sulla scorta dei documenti di Archivio raccolti e citati dal Pasanisi (…) “Solo nel 1566 venne l’ordine della costruzione delle torri nelle rimanenti parti del Principato Citra, nel tratto cioè, che da Agropoli si estende fino a Sapri e non comprese nel precedente bando. Le torri da edificarsi o da accomodarsi ed indicate dall’Ingegnere Tortelli, che era stato inviato in quella provincia dal Duca d’Alcalà, furono le seguenti: 35) Una allo Scialandro, presso Sapri”. Dunque, il Guzzo (…), a p. 247, scriveva che la Torre dello Scialandro, veniva costruita a seguito dell’orinanza vicereale del 1566. Ma rileggendo il Pasanisi (…), abbiamo visto che l’epoca di costruzione di quella torre non si evince. Dal documento citato a p. 429 nella sua nota (1), si evince che l’università di Rivello, nel 1567, veniva esentata dal pagamento dei pesi per la Torre dello Scialandro, ma non si evince da nessun documento che la ‘Torre dello Scialandro’ rientrasse nel programma dell’ordinanza del 1566. Ancora il Guzzo (…), a pp. 248-250, in proposito scriveva che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località (e continua l’elenco delle torri a p. 250): “alla Petrosa, a Villammare; al Buondormire, presso Sapri, alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri, allo Scialandro, presso Sapri.”. Il Guzzo, racconta che, sebbene la richiesta di tasse per la costruzione delle due nuove torri fosse stata negata dalle Università del posto, queste due nuove torri erano operanti nel 1557. Il Guzzo (…), a p. 248, scriveva in proposito che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località:………………….”. Anzi il Guzzo (…), a p. 250, scriveva che: “Alla fine del 1570 sulla costa cilentana, di tutte le torri progettate e comprese nel bando del 1566, solo le seguenti erano effettivamente compiute, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati: – ………………. (35).”. Il Guzzo (…), a p. 252, nella sua nota (35), sulla scorta del Vassalluzzo (…), che a p. 197, del suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, nella sua nota (…), postillava la stessa cosa “……………………“. Il Guzzo (…), nelle pagine seguenti, parla del programma di costruzione attuato nel Regno di Napoli dal governo Vicereale Spagnolo e a p. 250, a proposito della Torre del Buondormire, dice che questa era una delle torri che furono completate alla fine del 1570 e a p. 252, nella sua nota (35), postillava che: “(35) La Torre del Buondormire ora del tutto scomparsa, era ancora visibile nel 1888. Vi furono come torrieri: ecc..ecc..”. Il Guzzo (…), riguardo la documentazione attestante la notizia che alla fine del 1570, ricavata dal Pasanisi (…), la costruzione della Torre del Buondormire, presso Sapri, era effettivamente compiuta, in proposito postillava che: “(22) Perc. Prov. Fascio 119, fol. 138- citato da Pasanisi O., op. cit., pag. 433.”. Dunque, se notiamo bene, il Guzzo, sulla scorta del Pasanisi e dei documenti di Archivio citati, scrivendo che detta suffraga la costruzione “effettivamente compiuta”,“come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati”. Dunque, il Guzzo, sulla scorta del Pasanisi (…), comprendeva nell’elenco delle torri che venivano costruite nel 1566, anche quella dello Scialandro. Il Guzzo, nel suddetto elenco, citava la ‘Torre dello Scialandro’ e la citava dopo la Torre alla foce del torrente Rubertino che abbiamo visto essere poi stata chiamata Torre di Capobianco che è ancora visibile davanti lo scoglio dello Scialandro. Dunque, stando a ciò che lo stesso Guzzo scrivesse a p. 250, la Torre dello Scialandro seguiva in successione quella del torrente Rubertino, e dunque, questa torre doveva essere una torre posta lungo la costa dopo quella del torrente Rubertino. Sempre il Guzzo (…), a p. 253, scriveva che con la nuova tassa imposta nel 1582, e per effetto di essa furono portate a termine anche la torre alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri. Dunque, della torre dello Scialandro, non si dice più nulla. Forse perchè era una torre già preesistente, come io credo, ma in rovina e dunque giudicata non idonea al programma di costruzione portato a termine dall’Ingegnere Tortelli. Dalla documentazione della Camera della Sommaria Vicereale del Regno di Napoli, pubblicata dal Pasanisi (…), si evince che la costruzione delle Torri cavallare fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli per la difesa delle coste e delle umili popolazioni dell’epoca, non interessavano alcune Torri costiere che già dovevano essere preesistenti, se non per il solo loro rafforzamento. Ma se il Guzzo (…), sulla scorta di Onofrio Pasanisi, a proposito di questa torre, a pp. 248-250, in proposito scriveva che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località (e continua l’elenco delle torri a p. 250): “alla Petrosa, a Villammare; al Buondormire, presso Sapri, alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri, allo Scialandro, presso Sapri.”. Dunque, anche in questo caso il Guzzo (…), ci dà un quadro distorto della realtà dei fatti, in quanto secondo quanto asserisce, la torre dello Scialandro, si costruiva nel 1567. Come ho avuto già modo di ribadire, la torre dello Scialandro, nel 1567, era già preesistente ma dal documento citato dal Pasanisi non si evince che fosse in costruzione. Forse nel 1567, la Torre dello Scialandro, come altre torri già preesistenti, erano state oggetto di interventi di manutenzione. Sempre il Guzzo, a p. 253, scrive che nel programma di costruzione attuato nel Regno di Napoli dal governo Vicereale Spagnolo, per effetto della nuova tassa imposta nel 1582, fu portata a termine alcune torri ma nel suo elenco non figura quella dello Scialandro. Infatti, se la Torre dello Scialandro, veniva citata da Scipione Mazzella Napolitano, nella sua prima edizione del 1568, mi chiedo come fosse possibile che questa torre, pur essendo compresa nel programma di ricostruzione del 1566, non fosse stata ultimata a seguito del programma attuato a seguito della tassa del 1582. L’unica spiegazione logica è quella, come io credo, che la Torre dello Scialandro, fosse una torre già peesistente ancora prima della costruzioni vicereali e che poi in seguito, fu compresa nel programma di ricostruzione per rinforzarla ma, come io credo, i lavori non furono del tutto ultimati a causa del fatto che mancavano i fondi per ricostruirla o rinforzarla. Infatti, il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta del Pasanisi (…), a p. 197, scriveva in proposito che: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella diObertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco(Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni.“. Dunque, secondo l’elenco che fa il Vassalluzzo (…), tra il 1568 e il 1584, sulla ‘Torre dello Scialandro’, a sua guardia non risulta nessun torriere ma risultano torrieri a guardia delle torri di Buondormire e di Capobianco. Ovviamente il fatto che non risultassero torrieri a guardia della ‘Torre dello Scialandro, nel secolo XVI, non significa che questa torre non fosse già preesistente. Il Guzzo (…), sulla scorta del Pasanisi (…), a p. 253, scriveva che nel 1580, la vicina Università di Maratea, “ricorreva al Vicerè per la mancata costruzione di una torre, già ordinata dal Governatore Conte di Briatico, nel luogo detto di Acquafredda, presso la grotta della Scala, approdo e dimora dei corsari (39).”. La “Grutta d’a Scala” (il nome significa ‘grotta della scala’). Il Guzzo, a p. 253, in proposito a questa torre in Acquafredda, nella sua nota (39), postillava che: “(39) O. Pasanisi, op. cit. p. 435.”. Infatti, Onofrio Pasanisi (…), a p. 435, aveva scritto che: “Nel 1580 l’università di Maratea ricorreva al vicerè per la mancata costruzione d’una torre già ordinata dal governatore Conte di Briatico nel luogo detto dell’Acqua fredda presso la grotta della Scala, approdo e dimora dei corsari (2).“. Il Pasanisi (…), a p. 435, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Proc. R. Cam. (p.a.) n. 3037, vol. 277.”. Ma in questo caso il Pasanisi (…), non si riferiva alla ‘Torre di Scialandro’, ma si riferiva ad una torre costruita ad Acquafredda, nel luogo, dove io credo, oggi vi è la Villa Nitti. La vicina spiaggetta della grotta della Scala si trova ad Acquafredda di Maratea in Provincia di Potenza, ed è molto probabilmente la spiaggetta dove sbarcò il gruppetto al seguito di Costabile Carducci. Non sappiamo se il 10 marzo 1577, secondo quando scrive Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, a p. 281: “il regio misuratore delle Torri delle cinque provincie di Terra di Lavoro, Principato Citra (il nostro) Basilicata, Terra di Bari e Capitanata, Liberato Lucido, ecc..”, l’avesse visitata insieme alle altre preesistenti lungo il litorale costiero del nostro Principato Citra. Certo è che se fosse ritrovato l’antico verbale di visita di Liberato Lucido, Regio misuratore del Regno di Napoli al tempo del governo dei Vicerè Spagnoli, sarebbe un ulteriore testimonianza dell’esistenza, anzi preesistenza della ‘Torre di Scilandro‘. A tal proposito stò cercando i registri ‘Quinernioni’, dove si annotavano le Sentenze e delibere della Regia Corte della Sommaria, come ci dice il Capasso. Riguardo la torre marittima della Molpa, requisita dal duca d’Alcalà, al De Leyna, e in seguito, il 10 marzo 1577, dunque dopo la prima edizione del Mazzella, secondo quanto il Pasanisi postillasse nella sua nota (3), si riferiva al “(3) Proc. R. Camera, n. 3749, vol. 315, p.a.”. Come pure, potrebbe risultare interessante il documento citato dal Guzzo (…), a p. 258: “Carta n. 41 del Volume 104 dell’Archivio di Stato di Napoli, Sommaria Diversi, I numerazione, in cui è ben chiaro il numero ed anche la dislocazione di tutte le torri marittime del Regno.”. Forse la ‘Torre dello Scialandro’ era una torre già preesistente, come io credo, ma in rovina e dunque giudicata non idonea al programma di costruzione portato a termine dall’Ingegnere Tortelli. Mazzella (…), a p. 87, elencava le torri costiere esistenti nel 1568, ed in proposito citava solo la torre dello ‘Scialandro’, scrivendo: “37 T. di Scilandro in Territorio di Policastro”. Scipione Mazzella (…), nel suo elenco delle Torri di Principato Citra, citava anche la “58 T. del Crivo di Scilandro in territorio di Cammerota”, confondendola con l’altra ‘Torre del Crivo‘, e confondendola il luogo, dicendola a Camerota. La torre dello Scialandro è una torre molto più antica delle altre visibili che la tradizione popolare orale chiama ‘Normanne’ ma, costruite in epoca Vicereale. Le torri vicereali, non sono di forma circolare come quella dello Scialandro, ma esse hanno una sezione a base quadrata e, in elevato assumono una quasi perfetta forma cubica. La Torre dello Scialandro, invece, diversamente dalle altre e unico esempio esistente fino a Novi Velia, ha una sezione a base circolare ed in elevato, assume una forma quasi cilindrica, rastremandosi verso l’alto, forma questa tipica delle Torri d’epoca Angioina, dunque molto più antica delle altre. Inoltre, molti scrittori che l’anno citata, l’hanno confusa con la vecchia Torre dell’Obertino poi detta di Capobianco. La Torre dello Scialandro, come si può ben vedere in tutte le altre carte geografiche citate, è sempre segnata lungo la costa che da Sapri va verso Acquafredda ma posta in successione alla Torre di Capobianco. Credo che la Torre di Scialandro, sia la seconda torre ad oriente di Sapri e del fiume Lubertino, che si vede disegnata in rosso nella carta d’epoca Aragonese. Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848′, edito nel 1909, parlando dei fatti che accaddero nel 1848, e sul Carducci, nel suo vol. II, a p. 5, in proposito alla torre che io credo fosse dello Scialandro, scriveva che: “Alcuni corsero ad avvertire le guardie doganali in una antica torre posta a ridosso della collina e addetta a caserma. Il brigatiere delle guardie, Salvatore Miggiani, raccolti i suoi pochi dipendenti ecc..”. A tal proposito, devo però citare il racconto dell’episodio e dei luoghi che fa Franco Maldonato (…), nel suo ‘Teste mozze’, edito recentemente, che a p. 104, in proposito allo sbarco di Carducci ad Acquafredda scriveva che: “Messo al sicuro il gozzo, si inerpicano in cerca di cibo verso l’abitato, un borgo di duecento anime, noto come Acquafredda perchè nelle acque rivierasche affiora, una bolla visibile solo in tempo di bonaccia, una sorgente sotterranea di acqua dolce, più fredda delle altre correnti in ogni periodo dell’anno. Quivi si era rifugiato il sacerdote Vincenzo Peluso, che in gennaio ..”. Maldonato (…), a p. 105 continuando il suo racconto scriveva che: “ritenne più prudente ritirarsi ad Acquafredda, poco più di cinque chilometri da Sapri, in una casina a forma circolare situata su un colle che guarda direttamente verso il mare ma dal lato opposto del Porticello.”. Dunque, secondo il Maldonato, il vecchio prete Vincenzo Peluso, nel gennaio del 1848, si era ritirato o “rifugiato” in una “una casina a forma circolare situata su un colle che guarda direttamente verso il mare ma dal lato opposto del Porticello.”.
Nel 1400, a Sapri, due torri costiere, in una carta inedita d’epoca Aragonese
In particolare per i casali citati, ci conforta l’immagine Fig…. (…), della carta d’epoca aragonese – dove essi vengono citati. La carta inedita, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, riveste una particolare importanza per i nomi dei luoghi o toponimi in essa citata, inoltre essa, è forse l’unica testimonianza cartografica dei due toponimi in questione che, ritroviamo solo in questa carta. Come si può vedere, nell’immagine sopra che illustra la carta in questione, nelle campagne poste a ridosso della fascia costiera di Sapri, e dopo il centro abitato di Sapri, andando verso Acquafredda, si possono leggere alcuni nomi di luogo, dei quali non conosciamo l’origine e che oggi sono del tutto scomparsi o di cui rimangono pochi ruderi. Nella carta in questione sono segnate con il colore rosso dei piccoli centri urbani o gruppi di costruzioni, che stanno ad indicare piccoli casali o borghi. Guardando la carta corografica: ‘Principato Citra – Regno di Napoli’, d’epoca Aragonese, dunque molto più antica del ‘Croquì’, ci accorgiamo che, all’altezza e di fronte lo scoglio dello Scialandro, che pure è segnato, vediamo riportata solo la figura colorata in rosso di una torre ma senza l’indicazione del suo nome. Nella stessa carta d’epoca aragonese, all’altezza dell’attuale Canale di Mezzanotte, vediamo indicata un’altra torre (sempre di colore rosso) che anche quì non è scritto il suo nome ma io credo fosse propio la Torre dello Scialandro. Le due torri, segnate lungo la costa ad oriente di Sapri e sul monte Ceraso, nella carta d’epoca Aragonese, indicate solo con il disegno di una torre ma senza i nomi, io credo siano proprio le torri citate da Scipione Mazzella Napolitano (…), segnalate nel suo ‘Descrittione del Regno di Napoli’, edito nel 1568.
(Fig…..) Carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno diNapoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…) e, citata nel 1987 (…) – particolare dell’entroterra e del litorale Saprese
Riccardo Cisternino (…) in un suo studio sulle Torri costiere nel Regno di Napoli, a pp. 107-108 in proposito scriveva che: “I disegni di recente rinvenuti presso la biblioteca nazionale di Napoli (nota 63) Vittorio Emanuele, riguardano esclusivamente i castelli dell’allora capitale ecc….Non potendosi, pertanto, trarre dei disegni o piante elementi di attribuzione di epoche, per le torri preesistenti se ne può fissare dalle forme esteriori l’origine se longobarda, normanna o angioina. Quella che scompare nella metà del seolo XVI è la forma cilindrica, mentre prevale quella quadrangolare, trasformazione dovuta a motivi pratici delle nuove torri destinate non solo alla difesa, ma anche a rigugio in caso di incursioni. Ecc…”. Dunque secondo il Cisternino, la forma esteriore cilindrica era diffusa nelle Torri preesistenti a quelle Vicereali, a quelle più antiche, come ad esempio le torri Angioine. E’ il caso della Torre detta dello “Scilandro” o “Scelandro”, che ritroviamo a circa due chilometri da Sapri. Questa Torre è una delle cose più antiche che si possono vedere sul nostro territorio. Appartiene sicuramente al Demanio in quanto non ci risulta sia stata ancora venduta come tante Torri del nostro litorale e si trova ancora nel nostro territorio Comunale di Sapri. Come ci fa notare Antonio Scarfone (…), nel suo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri” che, segnalava alcune notizie tratte da Scipione Mazzella Napolitano (…) e che in proposito affermava che: “nell’elenco dei centri abitati del Principato di Citra, così come nell’elenco delle torri costiere, viene segnalata solo una struttura litoranea, Scilandro nel territorio di Policastro (Guzzo, 1999) senza nessun accenno a Sapri come elemento di scalo.”, la prima citazione in assoluto di una ‘Torre dello Scialandro’ è di Scipione Mazzella Napolitano (…), che la citò a p. 87, del suo elenco delle Torri costruite nel Principato Citra, del suo ‘Descrittione del Regno di Napoli’, edito nel 1568. Scipione Mazzella Napolitano, nel 1568, citava l’antica Torre dello Scialandro. Antonio Scarfone (….), nel suo studio……………………………….. afferma, a supporto della sua tesi, che: “Un ultimo aspetto arricchisce di ulteriore mistero l’antica storia di Sapri: risale al 1586, quando il toponimo di Sapri non viene mai riportato da Scipione Mazzella Napolitano nella sua opera Descrittione del Regno di Napoli. Infatti, nell’elenco dei centri abitati del Principato di Citra, così come nell’elenco delle torri costiere, viene segnalata solo una struttura litoranea, Scilandro nel territorio di Policastro senza nessun accenno a Sapri come elemento di scalo.”. Scipione Mazzella Napolitano (…), nel suddetto elenco che vediamo illustrato nell’immagine della Fig…, citava due torri dello Scialandro ed in proposito scriveva che: “37. Torre di Scilandro in territorio di Policastro” e, poi scriveva pure: “58. Torre del Crivo di Scilandro in territorio di Camerota”. Dunque, il Mazzella, citava e le chiamava Torri di “Scilandro” , sia in territorio di Policastro e sia in territorio di Camerota. Non mi risulta che a Camerota o a Palinuro, vi sia una “58. Torre del Crivo di Scilandro”. Nell’elenco delle Torri costiere costruite a seguito delle ordinanza dei Vicerè spagnoli, non risulta questa torre nel territorio di Camerota. Certo la citazione di Scipione Mazzella (…), che scriveva nel 1568 è di esrema importanza per la ricostruzione storiografica di alcune torri preesistenti sul nostro territorio già in epoca, io credo, angioina:
(Fig….) Scipione Mazzella Napolitano (…), op. cit. (ed. 1568) p. 87, elenco delle Torri nel Principato Citra
Nel 1609, Enrico Bacco Alemanno (….), nel suo ‘Il Regno di Napoli diviso in dodici Provincie, con una breve descrizione delle cose più notabili ecc…’, pubblicato a Napoli, per i tipi di Giacomo Carlino e Costantino Vitale, pubblicava l’elenco delle Torri marittime e cavallare e dei castelli visibili lungo la costa del Regno di Napoli. Bacco Alemanno a p. 25 pubblicava l’elenco delle Torri in Principato Citra e per il “Territorio di Policastro” citava le seguenti torri: “37 Torre Scilandro. 38 Torre della Petrosa. 39 Torre di Capitello. 40 Torre di Capobene.”.
Estendendo l’indagine geo-storica ai documenti di archivio, nel 1954, Riccardo Cisternino (…), nel suo ‘Torri costiere e torrieri del Regno di Napoli (1521-1806)’, pubblicato per l’Archivio di Stato di Napoli e poi in seguito, nel 1977 ripubblicato dall’Istituto Italiano dei Castelli, pubblicò una serie di interessanti documenti da lui ordinati e tratti dalla Sezione Amministrativava, Registri Torri, Castelli, per le Torri (vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Questo studio, insieme ad altri saggi come quello di Onofrio Pasanisi (….) e quello di Angelo Guzzo (…), offre diversi spunti di indagine ulteriore sulla storia delle Torri cavallare e di avvistamento costruite prima di quelle Vicereali di cui pure parlerò. Cisternino (…), nell’edizione del 1977 per l’I.I.C, a pp. 98 in proposito scriveva che (elenco solo quelle in prossimità della costa vicino Sapri): “Dalla documentazione oggi esistente presso l’archivio di stato di Napoli si può dedurre che il numero delle torri e dei castelli esistenti nel periodo del viceregno era di 431, sottolineando immediatamente che l’impiego contemporaneo di esse fu sempre di molto inferiore, per evidenti motivi di economia. La suddivisione per provincia delle torri era la seguente: nota 38, p. 99. Basilicata – 2) torre dell’Arno alias Prezzame l’Asino (Maratea); 4) Caja (Maratea); 5) Crivo a Capo Filicosa (Maratea) ecc..Principato Citra: , p. 100. nota 39: 15) Bondormire (Policastro); 2) Capo Bianco (Policastro); nota 40., p. 101: 79) Petrusa (Bonati); 91) Scelandro (Policastro); ecc….”. Dunque, il Cisternino, riguardo il Principato Citra, in prossimità di Sapri ci dice di tre torri che sono le seguenti: la n. 15) Torre del Buondormire, la n. 2) Torre di Capo Bianco e la n. 15) torre ‘Scelandro‘. Queste torri sono tutte poste sotto l’Università (il comune di quei tempi che doveva provvedere al finanziamento per la loro costruzione) di Policastro. Credo che le tre torri citate dipendessero dall’Università di Policastro in quanto pur trovandosi queste tre torri (quella di Buondormire oggi scomparsa) nel territorio di Sapri e dunque nel subfeudo di Torraca, appartenevano alla più vasta contea dei Carafa di Policastro. Il Cisternino (…), nel suo pregevole lavoro a pp. 110 e s. cita le torri, l’anno ed i relativi suoi “Torrieri” ed a p. 119 e s. elenca i Torrieri che figurano nel Principato Citra, ovvero i Torrieri che stavano a guardia delle torri che qui elenco limitandomi a solo quelli che riguardao il litorale saprese: “Torrieri di Principato Citra. – p. 120.: 46) Cappellano Giuliano 1569 Scelandro. Policastro; 67) Cavaczicales Pietro 1569. Bondormire. Policastro; p. 121: 81) della Torraca Biagio, 1576, Bon Dormire. Policastro; 128) de Calis Giovanni, 1584, Capo Bianco, Policastro; 147) d’Ocha Giovanni, 1578, Petrusa, Bonati; p. 122: 195) Mangia Giulio, 1598 Scilandro, Policastro; 197) Magaldo Luca, 1599, Capo Bianco, Policastro; p. 123: 240) Prando Francesco, 1598, Bondormire, Policastro; 242) Pugliese Carlo, Petrosa, Libonati; p. 124: 305) Timpanello Attilio, 1577, Scilandro, Policastro; ecc…”. Questi i torrieri citati da Cisternino (…). Dunque, riepilogando abbiamo che: per la torre del Buondormire troviamo come torrieri nel 1569, Pietro Cavaczicales; nel 1576, Biagio della Torraca e, nel 1598, Francesco. Per la Torre detta dello ‘Scilandro’, nel 1569, Giuliano Cappellano; nel 1598 Giulio Mangia e, nel 1577 Attilio Timpanello. Riguardo la Torre di Capo Bianco, troviamo nel 1584 Giovanni de Calis; nel 1599, Luca Magaldo. Dunque, come leggiamo dai documenti citati dal Cisternino, la torre oggi detta di Mezzanotte, era quella dello “Scilandro” a volte detta “Scelandro”. Poi vi è la torre oggi detta di Capobianco, un tempo detta di “Capo Bianco” ed ancor prima torre di “Lubertino” dal nome del fiume carsico che ivi scorre nel monte Ceraso. Ancor prima e più antica di tutte era la torre detta del “Bon Dormire”, o torre del “Bondormire” non distante dall’omonima spiaggetta. Io credo che queste tre torri già esistessero ai tempi della costruzione delle torri vicereali. Furono certamente rinforzate ai tempi dei Vicerè Spagnoli. Anche il Cisternino estese l’indagine dei documenti di Archivio ad alcuni autori del ‘600 come ad esempio Scipione Mazzella Napolitano (…) nel suo ‘Descrittione del Regno di Napoli di Scipione Mazzella Napolitano’, Napoli, Giovan Battista Cappelli, 1601 ad Enrico Bacco Alemanno (….), ovvero al suo ………………………..del 1611, ed a Mario Cartaro (….) del 1613, ovvero al cartografo Mario Cartaro che insieme a Giovanni Stelliola (…), riportano nella carta illustrata in fig…..le torri esistenti lungo la costa del Regno di Napoli. Il Cartaro (….) stese la delineazione della carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm. 36 x 51, riprodotta da Mazzetti Ernesto, op. cit., (….), vol. II, tav. XVII. Cisternino, a p. 140 elencava le Torri esistenti nel Principato Citra secondo il Mazzella, l’Alemanno e il Cartaro. Per il Mazzella a p. 140 per il Principato figurano le seguenti Torri: “37) Torre dello Scilandro (Policastro); ; 42 Torre Capobene (Policastro); 58) Torre Crivo di Scilandro (Camerota); 62) Torre Crivo del Capo Filicara; ecc..”. Riguardo il Cartaro (…), a p. 140, per il Principato e per la costa di Sapri si elencano le seguenti Torri: “84) Petrosa; 85) Bondormire; 86) Capo Bianco; 87) Scilandro; 88) Crivo.”. Dunque, dall’analisi di quanto fin quì detto si può concludere che in tutti i casi, lungo la costa o il litorale saprese figura sempre la Torre detta del “Bondormire”, posta ad occidente ed ad oriente lungo la dorsale del monte Ceraso figurano le due torri dette una di “Capobene” in Mazzella e in Cartaro detta di “Capo Bianco” (dall’omonimo Capo Bianco’, in prossimità dello scoglio dello Scialandro). Inoltre, sia in Mazzella (1601) che in Cartaro (1613) figura la torre detta dello “Scilandro”. L’altra torre segnata in queste due carte, all’altezza di Acquafredda, come io credo, è l’antichissima “Torre dello Scilandro”, citata nel 1568 da Scipione Mazzella Napolitano. Recentemente, nel 2008, i due studiosi, Ferdinando La Greca (recentemente scomparso) e Vladimiro Valerio (…), in un loro pregevole studio, ‘Paesaggio antico e medioevale nelle mappe aragonesi di Giovanni Pontano – Le terre di Principato Citra’, edito nel 2008, a p. 30, pubblicavano uno stralcio della carta corografica o geografica del ‘Principato Citra’ (Fig. 1.16) di Nicola Antonio Stigliola (…), delineata tra il 1583 e il 1595. Dunque, i dati statistici di cui si servì lo Stelliola (…), nel delineare la carta del Regno, venivano raccolti poco dopo quelli pubblicati da Scipione Mazzella Napolitano (…), nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli’, la cui prima edizione risale al 1568. Come si può ben vedere anche in questa carta corografica del Regno di Napoli delineata nel ‘600 (…), la carta di Mario Cartaro-Stelliola (…), delineata dai due cartografi del Regno di Napoli, nel 1613. Nell’immagine illustrata pubblico la carta corografica del ‘Principato Citra’, con l’indicazione di tutte le torri vicereali costruite lungo le coste al 1613. In questa carta, oltre a citarsi la “Torre del bondormire”, e “Torre lo Scilandro”, si citava anche l’altra torre esistente lungo la costa saprese ad oriente del porto, la “Torre del Capobianco”, che è quella attualmente visibile ed esistente e, possiamo leggere chiaramente, a seguire la “Torre lo Scilandro” e, la “Torre lo Crivo”.
(Fig….) Mario Cartaro – carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm. 36 x 51, riprodotta da Mazzetti Ernesto, op. cit., (….), vol. II, tav. XVII
Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, racconta della richiesta che Don Sancio Martinez, nel 1554, fece alle Università del luogo per la costruzione di due nuove Torri a Molpa e Palinuro. Ma, l’opera più esaustiva che al momento sia stata scritta sulla costruzione delle Torri costiere nel periodo Vicereale è quella di Onofrio Pasanisi (…): ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napolinelsec. XVI’, pubblicata nel 1926. Infatti, Onofrio Pasanisi (…), è l’unico che riporta una notizia storica interessante e documentata sulla ‘Torre dello Scialandro’. Il Pasanisi (…), a p. 428, in proposito scriveva che: “Nel 1567 infatti venne imposta per la fabbrica una tassa di grana 22 per tutti i fuochi del regno (3), ecluse le terre lontane 12 miglia dalla marina ed alcune categorie di abitanti, schiavoni ed albanesi che pagavano la metà (4). L’aveva preceduta il 1° maggio 1566 una tassa di grana 7 ed 1 cavallo per il servizio di una guardia (5). L’adozione di questo sistema apportò immediatamente immensi benefici. Non solo permise una giusta ed ecqua ripartizione di questi pubblici pesi, non solo pose fine ai continui litigi delle università, ma quando, – e ciò fu assai notevole – col copioso affluire del danaro nelle casse dello Stato, diede modo a queste di essere rivalse delle spese di fabbrica e di quelle assai gravose del servizio di guardia, (queste ultime a datare dal 1° maggio 1566). Innumerevoli sono infatti gli ordini di rimborso dati dalla R. Camera ai percettori provinciali (1).”. Il Pasanisi (…), a p. 429, nella sua nota (1), postillava in proposito che: “(1) ad es. ‘Partium S., vol. 548, f. 150: rimborso dei ducati 93 a Guardiagrele pagati nel 1563 per la tassa del Sangro. Idem vol., fol. 122 per l’università di Rivello (Basilicata) per contribuzione torre Scialandro (Policastro).”. Il documento che cita il Pasanisi (…), è un documento tratto dai registri “Partium” della Real Camera della Sommaria del Regno di Napoli Vicereale. Dunque, questa notizia è di estrema importanza in quanto conferma la mia ipotesi circa l’esistenza (documentata) di una Torre dello Scialandro, che secondo questa notizia fornitaci dal Pasanisi che la cita, per la sua costruzione, le imposizioni fiscali pagate precedentemente dall’università di Rivello, il 1° maggio 1566, dovevano essere restituite a causa della nuova ordinanza emessa nel 1567, che escludeva dal pagamento tutte quelle università (i comuni dell’epoca) ed in questo caso l’università di Rivello, che distavano più di 12 miglia dalla torre costiera da costruire. Insomma, secondo quanto scrive il Pasanisi (…), nella sua nota (1), di p. 429, che cita il documento “Partium S., vol. 548, f. 150”, risulta che l’università di Rivello, prima del 1567, aveva contribuito al pagamento delle imposizioni fiscali per la “Torre Scialandro”. Tuttavia, non sono in grado di affermare il vero motivo per cui l’università di Rivello, pagava le imposizioni fiscali per la ‘Torre Scialandro’. Il Pasanisi (…), scrive che i motivi per i quali, nel 1567, il governo spagnolo Vicereale nel Regno di Napoli, imponesse il pagamento di pesi fiscali erano diversi. Infatti, i motivi addotti per il pagamento delle tasse poteva essere la: 1- costruzione della torre (imposta per la fabbrica), 2 – servizio di guardia per le torri già funzionanti; 3 – la costruzione di opere di rifacimento e ammodernamento su fabbriche già esistenti. Dunque, alla luce del documento citato dal Pasanisi, posso solo affermare che dopo il 1567, a seguito della nuova ordinanza emessa per “tutti i fuochi del regno” (tutti i nuclei familiari presenti e rilevati nell’ultimo censimento), l’università di RIvello verrà esentata dal pagamento di qualsiasi tassa. Dal documento citato si può anche affermare che la ‘Torre dello Scialandro’, nel 1567, già esisteva, anche se non posso dire quando è iniziata la sua costruzione. Per l’epoca di fondazione o costruzione della Torre dello Scialandro, bisognerebbe trovare i documenti, semmai vi fossero, che ci dicono quando ne fu ordinata la sua costruzione. Inoltre, non possiamo dire quando l’università di Rivello, insieme alle altre università, contribuirono per la fabbrica o per il suo servizio di guardia. Il documento citato dal Pasanisi, ci dice quando furono restituiti i pesi pagati all’università di Rivello che probabilmente come altre università aveva presentato ricorso alla Real Camera della Sommaria. Inoltre, interessante è la citazione di “l’università di Rivello (Basilicata) per contribuzione torre Scialandro (Policastro).”. Il documento dunque, fa luce anche sulla citazione del Mazzella (…), che nel suddetto elenco scriveva che: “37 Torre di Scilandro in territorio di Policastro”. Il Mazzella, nel 1568, proprio l’anno dopo l’ordinanza vicereale del 1567, elencava le torri costruite ed esistenti nel Principato Citra e la torre dello Scialandro la poneva nel territorio di Policastro. Dunque, mi chiedo cosa centrasse l’università di Rivello ?. Nel 1567, l’università di Rivello, faceva parte della Diocesi di Policastro e forse apparteneva alla vasta contea dei Carafa della Spina di Policastro. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (14), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta dell’Alfano (17), a p. 197 e, pure il Guzzo (…), a p. 252 del suo “Da Velia a Sapri”, scrivevano in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni. “. Dunque, secondo il Vassalluzzo ed il Guzzo lungo la costa di Sapri vi erano le tre torri: 1- Torre del Buondormire ad occidente; 2 – Torre di Obertino ad oriente oggi detta Torre di Capobianco. Ma non citavano la Torre dello Scilandro. Inoltre, devo precisare delle non similitudini con i nomi dei Torrieri. Ad esempio il Cisternino scrive che a guardia della Torre di “Capo Bianco”, nel 1584 troviamo “de Calis Giovanni” mentre, il Vassalluzzo lo chiamano “De Colis Giovanni”.
Nel 1714, la torre dello Scialandro
Nella carta ‘Provincia del Principato Citra’, delineata dal Magini nel ‘600 e poi ampliata dal cartografo Domenico De Rossi (…), del 1714, si vede chiaramente una “Torre dello Scialandro”. In questa carta, non viene indicato Sapri, ma viene correttamente indicato il confine tra le due Regioni. Inoltre, nella carta, possiamo leggere un toponimo strano “Elcerosa” e poi anche un “S. Giorgio”, due casali di cui non abbiamo ben capito l’esistenza.
La Torre dello Scialandro figura pure nella carta dell’ “Atlante Geografico del Regno di Napoli” o“Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, in quattro fogli’, delineata nel 1769 (I edizione) dal cartografo Filippo Rizzi-Zannoni. Dunque in questa carta si può vedere chiaramente il nucleo urbano di Sapri e le sue Torri.
(Fig…) Rizzi-Zannoni – Particolare dell’“Atlante Geografico del Regno di Napoli” o“Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, in quattro fogli (1769) (Archivio Attanasio)
Come possiamo vedere nella carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. ‘Manoscritti e rari‘, Ba 5d (2, che pubblicai nel 1998), in essa vengono riportate le tre torri esistenti e visibili all’epoca della stesura della carta. La carta citata riporta le tre torri conosciute e posto lungo il litorale di Sapri, ovvero essa riporta la Torre di “T. Buon Dormire”, posta ad occidente di Sapri, oggi località Fortino; la Torre di “T. Capobianco”, la “Foce Obertino”, entrambi toponimi segnati sul Monte Ceraso; a mare poi troviamo segnato “Lo Scoglio” e un pò distante troviamo infine la Torre “T. Scialandro” e subito dopo, poco distante la Torre “T. delle Grive”. Questa carta è interessantissima in quanto essendo del primo quarto del secolo XIX, ovvero 1815 testimonia che nel 1815, lungo la costa di Sapri ancora erano visibili le tre torri cavallare e di avvistamento di cui si è parlato e che la Torre detta oggi di “Mezzanotte”, all’epoca invece era detta con il suo toponimo originario ovvero Torre “T. Scialandro”. Dunque, l’attuale denominazione di “Torre di Mezzanotte” è errata.
(Fig…..) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita ed è stata da me pubblicata nell‘Analisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)
Nel 1400, la formazione dei primi nuclei urbani: località e borghetto delle “Mocchie” e la “Marinella”
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Paradossalmente, proprio negli anni in cui il toponimo di Sapri và gradualmente scomparendo sulle carte nautiche manoscritte, ma citato su quelle a stampa, vanno aumentando le testimonianze sulla presenza di un centro abitato. Finito il fenomeno saraceno e cresciuta la popolazione, il paese incominciò ad incrementarsi sull’arenile in luogo più vicino al mare e si formò l’antico villaggio del Timpone, sulla collinetta omonima non molto distante dall’odierno centro abitato. Contestualmente, andava allargandosi anche il piccolo borgo marinaro della ‘Marinella‘ che, dalla contrada delle ‘Mocchie’ andava sviluppando il suo centro abitato con case sparse sino al vallone dello ‘Ischitello‘. Sorsero poi ad occidente le contrade del ‘Rosario‘ e di ‘San Giovanni’ il piccolo borgo marinaro della ‘Marinella’ con poche case sparse lungo le colline, si andò poi successivamente ingrandendosi lungo la vecchia linea di costa arretrata rispetto a quella attuale e che nella zona delle ‘Mocchie‘ formava una piccola insenatura, sicuro riparo per le poche e piccole barche di pescatori. Il piccolo borgo marinaro chiamato ‘Portus Saprorum‘ si formò dapprima con piccoli raggruppamenti di case sulla china detta ‘Difesa‘ e ‘Fenosa‘ e del Timpone e sulla dorsale della collina di ‘San Martino’ (‘Santu Martin’) con case sparse e più giù, in località ‘Mocchie’ e poco distante da essa, un cospicuo raggruppamento di case si formò nella ‘Marinella’. Il piccolo nucleo della ‘Marinella‘, posto ad occidente della piccola insenatura formatasi nei secoli tra il torrente oggi detto ‘Brizzi‘ (‘Vrizz’) dell’arenile posto ai piedi della collina del Timpone, nacque come piccolo borgo marinaro. La sua posizione nascosta era quella più sicura per il ricovero delle piccole barche di pescatori, per la difesa dalle incursioni saracene, a quel tempo frequenti. Sicuramente il piccolo borgo della Marinella, era il luogo più salubre e, man mano, andò ingrandendosi insieme al gruppo di case sorte alle Mocchie ed al Timpone. In questi anni, oltre ad alcuni reperti, alle fonti archivistiche ed alla storiografia del tempo, si sono rivelati utili alcuni documenti diocesani e parrocchiali. Dai primi del ‘400, allorquando sorse il primo centro abitato alla marina del torrente Brizzi, oggi individuabile con la località detta le “Mocchie”, e poi sviluppatesi con la “Marinella”, era molto diffusa la produzione della calce viva che serviva a diversi usi nelle costruzioni di edifici e delle murature. Questo tipo di produzione locale era molto antica e abbastanza diffusa. Dalle informazioni che raccolsi nelle interveste a diversi anziani di Sapri appurai che al “Timpone”, oggi piccola frazione di Sapri, abbarbicata su una piccola altura prospiciente l’antica marina di Sapri, lungo il torrente Brizzi, vi era in passato una forte produzione di calce che avveniva con la costruzione delle cosiddette “carcare”. La “carcara” nel dialetto saprese era una piccola costruzione realizzata nel terreno e a forma di una piccola torretta di grosse pietre, una specie di fornace, cava all’interno che serviva alla cottura della pietra locale che una volta raggiunta una certa temperatura diventava calce viva. La calce viva così prodotta veniva in seguito posta all’intern di grosse vasche per farla spegnere e poterla così utilizzare nelle costruzioni edilizie. Forse il Primicerio Gennaro Guida avrà fatto un pò di confusione. Inoltre, dal Pesce (…) sappiamo che già alla sua epoca era diffusa a Rivello la produzione di caldaie di rame.
Credo che il borgo marinaro di Sapri si sia sviluppato in località “Mocchie”, dove oggi si possono notare un piccolo gruppo di edifici antichi che sono posti un pò sopraelevati rispetto al piano di campagna. Oggi li vicino è sorta la zona Industriale di Sapri ma un tempo quest’area era collegata con le vicine colline da una strada detta “Verdesca” che anche questa un toponimo di derivazione marinaresca. La strada della “Verdesca”, una strada mulattiera interna che si inerpica nei spuntoni rocciosi ed arriva più o meno dove oggi si trova l’edificio della Piscina Comunale di Torraca. Un tempo in quell’area sorgeva, già da molti secoli, la grancia di S. Fantino che è descritta dalla “Platea dei Beni e delle rendite ecc…” del 1595-96 che appartenevano all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, cenobio Basiliano. La grangia o grancia era un piccolo monastero alle dipendenze dell’Abbazia che sorgeva proprio in quei luoghi. La testimonianza della strada detta della “Verdesca” ci viene dal Giudice borbonico Gaetano Fischetti (…) e dal suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857′, pubblicato nel 1877.
(Fig….) Località Mocchie – piccolo borgo con vecchi edifici ed una rampa per il ricovero delle piccole barche
Credo che in quel luogo, non molto distante dal letto naturale dell’attuale torrente Brizzi, all’epoca vi fosse una piccola rada e insenatura naturale che permetteva un facile e sicuro ricovero dei piccoli legni ormeggiati per il trasporto delle derrate e per la pesca, un piccolo porto naturale. Quell’area è stata poco indagata e si trova di poco prospiciente all’altura o collinetta dove oggi si vedono abarbicati edifici del borgo del “Timpone”. Fu in quell’area delle “Mocchie” che nell’antichità si sviluppò il piccolo centro abitato di pescatori e marinareschi che solo in seguito si sviluppò nell’altro borgo detto della “Marinella”. Infatti, dalle evidenze storiche credo che il piccolo brogo marinaro delle “Mocchie” fosse più antico della “Marinella”. Oggi, oltre ad un piccolo gruppetto di case antiche, in località Mocchie a Sapri si può vedere ancora una scalinata ed una rampa che molto probabilmente serviva per il ricovero delle piccole barche. Infatti, io credo che anticamente il letto del torrente Brizzi, soprattutto in certi periodi dell’anno fosse diverso da quello attuale. In quel luogo esisteva una vera e propria insenatura che si collegava al mare aperto della baia di Sapri. L’ipotesi di un’insenatura è suffragata da un’attenta analisi ed indagine geologica. In quel punto, la Carta Geologica di Sapri ……………
Nel ‘400, Sapri e l’epoca della dominazione Aragonese
Dell’epoca della dominazione aragonese nel Regno di Napoli, Sapri, il suo porto ed il suo entroterra, doveva appartenere alla Contea aragonese di Policastro, costituitasi a seguito della donazione concessa da Re Ferrante d’Aragona al suo primo ministro Antonello de Petruciis, il quale, con il consenso del re, associò il figlio Giovanni Antonio de Petruciis alla Contea di Policastro che ormai si estendeva, in un unico complesso da Novi (Novi Velia) oltre Policastro (9). Il Di Luccia (12) affermava che, l’Abbazia di San Giovanni a Piro, possedeva a Sapri la Grancia di San Nicola, senza specificare però l’epoca di fondazione. Dopo la ‘Congiura dei baroni‘ e, la fellonia di Ferrante d’Aragona e, l’arresto e la decapitazione del Petrucci, il 25 ottobre 1496, la Contea aragonese di Policastro e quindi anche Sapri, furono avocate al fisco per fellonia e poi concessa da Re Ferrante d’Aragona a Giovanni Carafa (9).
La ‘Carta del Cilento’ d’epoca Aragonese
Nel lontano 1987 pubblicai a stampa in alcuni miei scritti uno studio (1) frutto di anni di ricerca e di fatiche che mi portarono a rintracciare alcune notizie storiche su Sapri e sul ‘basso Cilento‘ ed una serie di carte manoscritte inedite e sconosciute (1). Ancora studente iscritto alla Facoltà di Architettura dell’Università ‘Federico II’ di Napoli frequentavo spesso l’Archivio di Stato di Napoli che, al suo interno custodiva tesori di inaudita bellezza per la nostra storia. Verso la fine degli anni ’70, nell’Archivio di Stato di Napoli rinvenni la carta in questione ivi custodita in una cartellina cartacea insieme ad altre mappe e disegni nella “Raccolta Piante e disegni” della Sezione ‘Diplomatico – Politica’. Si tratta della carta corografica con toponomastica che rappresenta parte del Regno di Napoli. Alla segnatura la carta era segnata come ‘Principato Citra – Regno diNapoli‘. Questa carta, già studiata e citata nel lontano 1973 da Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), non era completamente dimenticata. Mai pubblicata ma solo parzialmente citata, io penso che si tratti di una carta geografica d’epoca Aragonese (Fig. 1) (2).
In seguito, il 16 maggio 1981 chiesi ed ottenni la fotoriproduzione in b/n (come da ricevuta), che pubblicai citandola, insieme ad altri interessantissimi documenti su alcuni articoli a stampa (1), alcuni dei quali sono stati quì riproposti riveduti ed approfonditi. La carta in questione, di cui parlerò, da me scoperta e rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN), che tutt’ora la conserva, fu da me pubblicata nel 1987 (1). Recentemente, nel 2015, ho richiesto ed ottenuto dall’Archivio di Stato di Napoli, che la conserva, la sua fotoriproduzione digitale (Fig. 1). In questi miei studi (1), frutto di ricerche durate anni, pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri ed in particolare la carta corografica in questione (Fig. 1). In particolare, nel lontano 1987, la citai in un mio studio pubblicato a stampa sulla rivista “I Corsivi”, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, del Dicembre 1987. Questa carta inedita e manoscritta, non datata e di anonimo, ci consente di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano. La carta corografica d’epoca Aragonese, illustrata in Fig. 1, forse è appartenuta alla ricca biblioteca di Alfonso V, Re di Napoli. Nel 1987 (1), in un mio studio pubblicato a stampa, a proposito di questa carta, così scrivevo: “…di cui sappiamo che una copia fatta riprodurre dal cartografo Ferdinando Galiani, è conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi.” (1).
(Fig….) Particolare tratto dalla carta corografica: ‘Principato Citra – Regno di Napoli’, carta manoscritta e dipinta a colori, d’epoca Aragonese, di autore Anonimo e non datata, inedita e da me rintracciata all’Archivio di Stato di Napoli il 16 maggio 1981 e pubblicata nel 1987, in un mio saggio a stampa (…)
La carta in questione, che segnalava Tancredi (…) ed il Guzzo (…) è una carta inedita di probabile epoca Aragonese, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (…), nella Sezione ‘Manoscritti e Rari’, i cui riferimenti bibliografici corretti sono: “Raccolta di piante e disegni, C. XXXII, n. 2”. La “C” stà per Cartella. Dunque, la Cartella n. XXXII = 32, n° 2. La carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno diNapoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto “‘1756’ ?, sec. XVIII, PrincipatoCitra,Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Nel 1987 (1), in un mio studio pubblicato a stampa, a proposito di questa carta, così scrivevo: “…di cui sappiamo che una copia fatta riprodurre dal cartografo Ferdinando Galiani, è conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi.” (1).
Nel 1455, la Terra di Torraca e forse anche il territorio di Sapri
Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino. Il figlio del povero Gaspare, Francesco, che si era schierato apertamente con Alfonso d’Aragona, riuscì a recuperare la maggior parte delle terre tolte dai D’Angiò-Durazzo al padre. Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), che nel 1445 Francesco Sanseverino era duca di Scalea, 3° Conte di Lauria e signore di Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Verbicaro, Trebisacce, Laino, Orsomarso. A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria:
Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Dunque, secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della contea dei Sanseverino di Lauria. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza.
Nel 1455, Torraca, la sua popolazione ed il suo territorio in epoca Aragonese
Secondo Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura dei Baroni’, a p. 39, in proposito all’epoca aragonese scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV sec., Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che venivano tassati.”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), che nel 1445 Francesco Sanseverino era duca di Scalea, 3° Conte di Lauria e signore di Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Verbicaro, Trebisacce, Laino, Orsomarso. A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria:
(Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova
Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Dunque, secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della conte dei Sanseverino di Lauria. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Sicuramente i 40 fogli manoscritti, conservati a Genova, costituivano il registro generale della Numerazione, mentre tutte le numerazioni comunali sono andate perdute. Queste 40 pagine manoscritte sono state, ignorate per secoli. Solo nel 1979 è stata pubblicata ”La popolazione del Regno di Napoli a metà quattrocento (Studio di un focolario aragonese)” da Giovanna Da Molin, attualmente professore ordinario di Demografia Storica e Sociale e di Storia Moderna nell’Università di Bari mentre un’altra pubblicazione è stata edita nel 1986 “Mezzogiorno e demografia nel secolo XV” di Fausto Cozzetto, attualmente professore associato di Storia Moderna nell’Università di Calabria. Dal momento che per alcune terre sono riportati due dati il primo indicato come “erat” (era), l’altro come “est” (è), sembra che il documento citi con “erat” i dati del 1443 e con “est” quelli del 1447, periodo in cui regnava a Napoli Alfonso I d’Aragona, detto il Magnanimo, che nel 1443 ordinò che fosse eseguita la prima delle numerazioni dei fuochi. Nel documento sono riportate tutte le Terre (città e casali, anche quelli abbandonati), tutte le province del regno, tutti i feudi con relativi possessori, le diocesi, le arcidiocesi, il numero dei fuochi e la tassazione. Il Malamaci però, sulla scorta del Gaetani si ferma al secolo XVI quando si hanno notizie dei baroni di Torraca che acquistano il feudo o il suffeudo. Stessa cosa devo dire per Pietro Ebner (…), che nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Torraca all’epoca Aragonese non riporta significative notizie. Oltre alle notizie demografiche della popolazione di Torraca e del suo territorio per l’epoca aragonese riportate dal Mallamaci sula scorta del ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova, notizie di Torraca, del suo territorio e del porto di Sapri, si hanno a partire dal 1500 in poi. Tuttavia, una notizia che riguarda il territorio saprese incluso nel suffeudo di Torraca all’epoca post-angioina e della metà del ‘400 è quella della citazione di un cimitero di fanciulli a “S. Fantino“, grancia dell’Abbazia di S. Giovanni a S. Giovanni a Piro, una grancia oggi scomparsa ma che probabilmente esisteva nel territorio saprese anche grazie alla presenza del porto da cui partivano le barche per i traffici dei monaci dell’Abbazia. La citazione viene nell’art. 41 degli Statuti del 1466 dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro redatti dall’allora Abate Commendatario dell’Abbazia Teodoro Gaza nel 1466. L’articolo n° 41, forse è uno di quelli aggiunti dagli altri abbati commendatari proprio in epoca aragonese. Oltre a questa notizia di cui parlo innanzi vi è l’altra dell’anno 1481 della bolla vescovile di Gabriele Guidano che concesse la costruzione di una cappella nel teritorio saprese allora unito a quello di Torraca.
I ‘Quinternioni’ feudali del Regno di Napoli
I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc…..Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.
Il toponimo ‘Casale del Confine’, citato in una carta d’epoca Aragonese
Andrebbero meglio indagati due toponimi (nomi di luogo) indicati in una carta di probabile epoca Aragonese, inedita e da me rinvenuta nell’Archivio di Stato di Napoli. Si tratta di due toponimi, nella carta in questione indicati in direzione del Monte Ceraso che dopo Sapri, si affaccia lungo la fascia e la linea di costa che va verso Acquafredda. Come possiamo leggere nella Carta in questione, il primo dei due toponimi è citato come “Casale del Confine”. Come possiamo vedere, dall’immagine ivi pubblicata, i caratteri usati nella carta in questione denotano l’epoca di delineazione della carta in questione. I caratteri della carta, simili alla ‘minuscola gotica’, sono molto simili a quelli che si possono vedere in un altro documento inedito da me pubblicato ivi, la bolla del vescovo Guidano del 1481, che concedeva a mastro Santillo Grandi di costruire nel territorio saprese una cappella dal titolo di S. Maria di Porto Salvo. La carta in questione, è stata probabilmente delineata all’epoca Aragonese (1400) per motivi fiscali. Per i dettagli che sono citati, nomi di luoghi (toponimi), le torri costiere esistenti all’epoca lungo la fascia costiera, i fiumi, le isole ecc.., fanno pensare che il delineatore si sia avvalso dei dati censuari raccolti nei primi censimenti della popolazione eseguiti all’epoca Angioina di cui si sono perse le tracce.
L’indagine demografica e geo-storica, condotta anche attraverso l’indagine cartografica, delle prime mappe delineate conosciute, se confrontate con le recenti vedute satellitali, può dare buoni frutti. In particolare per i casali citati, ci conforta l’immagine Fig…. (…), della carta d’epoca aragonese – dove essi vengono citati. La carta inedita, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, riveste una particolare importanza per i nomi dei luoghi o toponimi in essa citata, inoltre essa, è forse l’unica testimonianza cartografica dei due toponimi in questione che, ritroviamo solo in questa carta. Come si può vedere, nell’immagine sopra che illustra la carta in questione, nelle campagne poste a ridosso della fascia costiera di Sapri, e dopo il centro abitato di Sapri, andando verso Acquafredda, si possono leggere alcuni nomi di luogo, dei quali non conosciamo l’origine e che oggi sono del tutto scomparsi o di cui rimangono pochi ruderi. Nella carta sono segnate con il colore rosso dei piccoli centri urbani o gruppi di costruzioni, che stanno ad indicare piccoli casali o borghi. Di questi possiamo leggere i piccoli casali o borghi del “Lucerosa”, piccolo borgo segnato nelle campagne, non lontano da e sopra il centro abitato di Sapri (credo un luogo sopra il vicino monte Olivella). Sempre nella carta in questione, lungo il coro del “fiume Lubertino”, risalendo sempre sulle colline e le campagne sopra Sapri, come se volessimo andare verso la “Medichetta” (casale di S. Costantino di Rivello) e, sempre sul versante ad occidente del monte Ceraso, è segnato un piccolo borgo dal nome di “Luberfino”. Il toponimo “Luber fino”, non è molto chiaro anche facendone un ingrandimento della carta. Il toponimo indicato nella carta, anche se non si legge chiaramente, potrebbe assomigliare anche a un “Fantino”, forse la grangia di S. Fantino di cui parla anche la ‘Platea dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro’, che il delineatore della carta aragonese doveva conoscere in quanto questo era uno dei tanti possedimenti dell’antica abbazia di S. Giovanni a Piro, che nella ‘Platea’, del 1657-58, si dice essere nel territorio di Torraca ma che in realtà era nel territorio di Sapri, come ho cercato di dimostrare in un altro mio saggio ivi. Anche in questo caso, la carta che ci sembra essere molto dettagliata, informandoci di alcun luoghi e casali ormai scomparsi del tutto. Toponimi e casali, indicati in quell’area, nei pressi di Sapri e, lungo il corso di questo fiume carsico non visibile all’occhio nudo, il fiume Lubertino, sono diversi ma non si riesce a decifrarne la reale esistenza. Ad esempio, dove poi il fiume si dirama, sulla carta vediamo segnati due distinti casali o borghi, “S.to Jorio” e un “S. Stephano”. A quali luoghi, corrispondono questi due casali chiamati sulla carta “S. Jorio” e “S. Stephano” (S. Stefano)?. Forse il “S.to Jorio” starebbe a significare un “S. Giorgio” e, ricordiamo a tal proposito che un “S. Giorgio”, anche se i due luoghi hanno una posizione geografica molto distinta, vi era anche quello indicato lungo la costa ad oriente di Sapri, dove oggi si trova un noto ristorante. Confrontando la posizione del toponimo “S.to Stephano”, indicato sulla carta d’epoca aragonese e guardano le ultime vedute satellitali, vediamo che oggi, a quella posizione, vi è il casale di S. Costantino di Rivello. Mentre invece, riguardo il “S.to Jorio”, non saprei quale attuale o vecchio borgo stia ad indicare. Proprio nel punto antistante il “fiume lubertino”, in mare è indicato lo “Scilandro scoglio”. La zona è ricca di sorgenti carsiche e ivi, non molto distante si trova il ‘fiume Lubertino’ (che l’Antonini chiamava ‘Obertino’), un fiume di natura carsica e sotterraneo che scorre dalla montagna e sversa le sue fresche e limpide acque nel tratto di mare antistante la fascia costiera più o meno all’altezza dello scoglio dello ‘Scialandro’. L’area è stata oggetto di ritrovamenti archeologici di manufatti d’epoca romana segnalati in due opuscoli a stampa del Gruppo Archeologico Golfo di Policastro (G.A.S.)(…) e, poco più avanti, scendendo verso la costa si trova il cosiddetto ‘Riparo Smaldone’, un ritrovamento d’epoca preistorica. L’area in questione, fino ai primi anni dell’800, fu frequentata anche per la presenza della vecchia postale borbonica che da Sapri proseguiva verso Maratea. Riguardo l’epoca Aragonese e forse prima ancora all’epoca angioina della Guerra del Vespro, è interessante un documento del 1481, recentemente acquisito in digitale dall’Archivio dell’Abbazia di Cava de Tirreni. Dunque, secondo la carta d’epoca aragonese, il fiume ‘Lubertino’ o ‘Obertino’ (per l’Antonini), sfocia nel tratto di mare dove vi è lo scoglio dello ‘Scialandro’ e questo è un particolare corretto in quanto un po’ più a oriente dello scoglio dello ‘Scialandro’, navigando e non molto distante dalla linea di costa, sul pelo dell’acqua del mare si può vedere quello che la tradizione popolare chiama “u’ vull’ j l’acqua”. Osservando ancora la carta d’epoca aragonese, al di qua del “Fiume Lubertino”, sulle alture e, proseguendo ad oriente verso la costa che va verso Acquafredda, vediamo segnato anche l’altro piccolo borgo del “Casale del Confine”. Questo toponimo, è segnato sulla carta in questione molto vicino al “fiume lubertino” e non molto distante dal tratto di costa e soprattutto si vedono segnati con il colore rosso un gruppetto di edifici che stanno a significare l’indicazione di un piccolo borgo. Questo toponimo, non figura fra quelli indicati nelle più antiche mappe catastali conosciute esistenti nel Comune di Sapri e, questo dato potrebbe significare la totale scomparsa di questo antico borgo che probabilmente esisteva all’epoca aragonese ma che all’epoca della delineazione delle successive carte conosciute, già non era più visibile. Questo antico borgo o casale, non era visibile all’Antonini, che nel 1745, nella sua prima edizione della ‘Lucania’, descrive molto bene anche il “vullo dell’acqua” e Tait Cromfurt Ramage (…), che nel suo ‘………………………’, nel 1789, descrive bene il nostro paese. Nella carta in questione, di probabile epoca Aragonese (v. Fig…), il ‘Casale del Confine’, oltre all’indicazione del toponimo, è segnato con il colore rosso anche il gruppo di edifici che indica un piccolo borgo o un casale. Da una recente segnalazione dell’amico Domenico Smaldone, esperto dei luoghi, e interprete della aereofotogrammetria militare, che recentemente, alcuni escursionisti, nel corso di alcune escursioni, hanno rinvenuto alcune costruzioni, sul monte Ceraso sul crinale in località ‘Scifo’. L’amico Smaldone, mi ha fatto pervenire dei disegni molto interessanti che rappresentano un sito abbandonato che purtroppo, per ragioni di spazio digitale non riesco a pubblicare. Da un’indagine più accurata attraverso il satellite Landsat di google maps o Earth, ho individuato un sito che forse corrisponde a quello segnalato dagli amici Smaldone e Massimilla e, forse è proprio il sito indicato sulla carta d’epoca aragonese citata, il “Casale del Confine”. L’immagine che pubblico, illustrata sotto, è un’immagine satellitale, tratta da google maps o Earth, che illustra delle costruzioni, forse il piccolo borgo o casale indicato nella carta d’epoca aragonese, il “Casale del Confine”, forse un riparo costruito per ospitare la piccola guarnigione di soldati adibiti alla guardia di alcune torri cavallare di avvistamento che ivi furono costruite lungo la costa, e di cui oggi si può vedere solo la Torre di Capobianco. Credo che il gruppo di edifici segnato sulla carta d’epoca aragonese, come ‘Casale del Confine‘, sia il “Posto doganale” (così lo chiamava il Pesce (…)), di cui parlerò in seguito e, citato in alcuni libri a stampa che ci parlano dell’eccidio di Costabile Carducci del 1848 e della Spedizione di Carlo Pisacane dopo. Credo che il toponimo di “Casale del Confine”, citato nella carta in questione, riguardi un piccolo ‘Casale’ o piccolo aggregato urbano o di edifici, che indicava un piccolo borgo o aggregato di edifici detto “del Confine” perchè posto sul confine geografico e politico delle due Provincie o addirittura delle due Regioni confinanti, la Campania e la Basilicata. Infatti, il luogo citato con il toponimo del “Casale del Confine”, citato nella mappa d’epoca Aragonese, è posto sul vecchio confine geografico e politico delle due Regioni di Campania e di Basilicata, che all’epoca borbonica (non aragonese), le due Province del Regno delle due Sicilie erano il Principato Citra (Salerno), di cui Sapri è l’ultimo Comune, e quella della ‘Terra di Basilicata’. E’ molto probabile, come io credo, che il toponimo di “Casale del Confine”, citato sulla mappa in questione, attesti e testimoni la presenza di un confine geografico e politico delle due Province all’epoca della dominazione Aragonese nel Regno di Napoli.
Nel ‘400, il toponimo “Casale del Corbo” nella ‘Carta del Cilento’
Sempre nella citata carta d’poca Aragonese (…), spostandosi con lo sguardo verso le colline che da Sapri, dopo lo scoglio dello Scialandro vanno verso Acquafredda, non molto distante da un’antica torre cavallara di avvistamento d’epoca Vicereale, spostandoci più verso la costa di Acquafredda e, vicino ad un gruppo di costruzioni segnate con il colore rosso, vediamo segnato il toponimo di “Casale del Corbo”. Riguardo questo antichissimo casale citato nella carta d’epoca Aragonese di cui ho parlato, lo storico cilentano Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848′, edito nel 1909, parlando dei fatti che accaddero nelle campagne tra Acquafredda e Sapri, nel 1848, durante lo sbarco di Costabile Carducci, diretto a Sapri ma costretto a fermarsi nella rada di Acquafredda, a causa di una violenta tempesta di mare, e la sua cattura da parte della fazione dei Pelusiani di Sapri, a p. 4 del vol. II, in proposito scriveva che: “A l’improvviso una raffica violenta spinse il legno, a lo svoltare di una piccola punta, in una insenatura detta il Porticino o Canale della Monaca, sotto il pitoresco villaggio di Acquafredda, estremo lembo del comune di Maratea e della Provincia di Potenza.”. Poi ancora il Mazziotti (…), continuando il suo racconto sulla cattura del Carducci, a p. 5, in proposito scriveva che: “Alcuni corsero ad avvertire le guardie doganali in una antica torre posta a ridosso della collina e addetta a caserma. Il brigatiere delle guardie, Salvatore Miggiani, raccolti i suoi pochi dipendenti in armi e vari contadini provvisti di zappe e di scuri, ascese su un lieve rialzo di terreno detto la ‘Rotondella’ che sovrasta la spiaggia.”. Sempre il Mazziotti (…), proseguendo il racconto cita il casale del Corbo e a p. 6, in proposito diceva che: “II A breve distanza, dal lato opposto della collina, sorgeva la casa rurale di un certo Giovanni Florenzano (2). Ivi dimorava da parecchi mesi il vecchio prete Peluso, che fuggito da Sapri nel gennaio a l’avvicinarsi delle bande cilentane, si era dipoi sdegnosamente appartato in quella casa solitaria.”. Il Mazziotti (…), a p. 10, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Trasformata in un elegante villino dopo il 1896 dal nuovo proprietario sig. Giovanni Marsicano.”. Ma quì il racconto si riferisce sempre ad Acquafredda. Il Mazziotti (…), continuando il suo racconto, a p. 8, in proposito scriveva che: “Dunque era proprio lui! Occorreva adunare gente. Frenando il tumulto dell’animo, inviò un giovanetto, Domenico Florenzano, nella vicina tenuta detta ‘del Conte’ a chiamare i molti contadini che vi mietevano il grano ed a Sapri la sua domestica, Emanuelina Liguori, con una lettera ai suoi congiunti ecc….Dopo una lunga attesa giungevano da la campagna i mietitori: i fratelli Giambattista e Biagio Florenzano, un altro Biagio Florenzano ecc…”.
Nel 1466, a Sapri un cimitero di fanciulli a “S. Fantino” citato nello Statuto n. 41 degli Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro redatti da Teodoro Gaza
Le origini dei possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, e delle Grancie di San Nicola a Sapri e di S. Fantino sita nel porto di Torraca (o di Sapri), sono molto più antiche del documento del Notaio Domenico Magliano, la “Platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a piro del 1695-96” (3), citata dal Gaetani (4) e, di cui il Gaetani (…) pubblicò alcuni passi dei documenti ivi contenuti, manoscritti. Riguardo alcuni possedimenti nelle “Località Extra”, come quelli nel “Portus Saprorum” (all’epoca territorio di Torraca), come le Grangie di S. Fantino e quella di S. Nicola a Sapri – citate nell’antico documento notarile del 1695-96 (3)), venivano citate anche in uno dei 9 Statuti o Capitoli aggiunti ai 47 Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, pubblicati dal Di Luccia (…) e dal Cataldo (…). Il Cataldo (…), sulla scorta del Di Luccia (…), segnala che Teodoro Gaza (…), il 7 ottobre 1466, compilò gli Statuti o Capitoli della Terra di S. Giovanni a Piro. Il Cataldo (9), dice che gli Statuti “…comprendevano 47 articoli”, redatti dal Gaza in qualità di Abbate pro-tempore, per regolare la vita dell’Università (Comune Aragonese) di S. Giovanni a Piro e dell’Abbazia e, a cui ne vennero aggiunti altri 9 capitoli dagli Abati d’Aragona e De Bacio – successori del Gaza – e tolti due da Monsignor De Nigro. Scrive sempre Ebner (…), sulla scorta del Di Luccia (…), a p. 490 che “…chiamato a Roma, il Gaza venne sostituito temporaneamente dal canonico di Policastro Francesco del Nero (20) che per ordine dell’abbate commendatario cancellò i capp. 46, 47 e 49. L’abate de Vio modificò il cap. 37, Alfonso d’Aragona sostituì il cap. 44 con il 54……Il 27 dicembre 1468 venne nominato abate mons. Andrea del Nero, per rinuncia del cardinale Bessarione con breve di Paolo III (21). Seguì Alfonso d’Aragona, figlio naturale di re Ferrante (22).”. Sulla visita di Atanasio Calkeopulos ho dedicato ivi un mio saggio. Ebner (…), nel vol. II, a p. 490, nella sua nota (20), postillava che:“(20) Ebner, Economia e società cit., II, p. 415 sg. Capp. 46-48. A p. 416, manca, per errore tipografico, il cap. 48: “Costituimo, che nulla persona si ponga ecc..ecc..”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 491, nella sua nota (21), postillava che: “(21) Dal processo anzidetto conservato nell’Archivio della Cappella romana (f 152). Cfr. Di Luccia, p. 17 sgg.”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 491, nella sua nota (22), postillava che:“(22) Ebner, Storia cit., p. 449. Alfonso d’Aragona era stato nominato dal re vescovo di Chieti, ma la nomina non venne mai confermata dalla santa Sede. Alfonso fu poi (1489) anche abate commendatario della badia di S. Maria di Pattano (v.) che, con suo decreto, il re aveva avocata alla sua giurisdizione.”. Al capitolo o Statuto n. 41, pubblicato dal Di Luccia a p. 39, si scrive: “Constituimo, che li peccerilli dasette anni in giuso, che moreno siano sepelliti a S.Fantino, & chi se mette dentro l’Ecclesia paga tarì…“. Dunque, lo statuto n. 41, parla di un cimitero a S. Fantino. Secondo gli Statuti (aggiunti) dell’Abbazia di San Giovanni a Piro, alla Grancia di San Fantino (a Sapri), doveva esserci un cimitero dove si dovevano seppellire i bambini morti al di sotto dei sette anni. Ma si trattava del S. Fantino di cui l’Abbazia possedeva una Grangia a Torraca (o territorio saprese)?. Era il S. Fantino di cui parla il Di Luccia (…) ?. Scrive il Tancredi (…), a p. 60 che Teodoro Gaza “Fu il grande organizzatore del Cenobio Basiliano, in fase di decadenza. Procurò ogni mezzo per ricondurre all’antico splendore. Per regolare la vita dei due enti, dettò i celebri “Statuti”, che costituirono il “Diritto positivo” dell’Abbadia e dell’Università poichè contenevano norme di diritto Civile, Penale, Amministrativo, di Pubblica sirurezza ed altre norme relative alla tutela della proprietà, dell’igiene, al sistema tributaro ed all’amministrazione della giustizia, che, con il concorso degli esperti di diritto era nelle mani dell’Abate….Detti statuti del 7 ottobre 1466, Ind. XI, contenevano 49 articoli con altri 7 aggiunti dagli altri commendatori e una nota notarile, per opportune modifiche agli articoli precedenti. Esaminando questi provvedimenti di natura prettamente economica, ecc…”. Ecco ciò che scriveva il Tancredi sugli Statuti del Gaza da cui si evince che nel 1466, vi era un S. Fantino. A S. Giovanni a Piro, vi era una località chiamata S. Fantino, ma non è dimostrato che il S. Fantino a cui è riferito il cimitero di fanciulli citato nello statuto n. 41, sia da riferire a S. Giovanni a Piro. Se come io credo si tratti di un possedimento dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, posto nelle “località Extra”, come si evince dalla “Platea dei beni etc…” del 1695-96, siccome gli Statuti, tra l’Università di S. Giovanni a Piro e la Baronia ecclesiastica dell’Abbazia basiliana – compilati da Teodoro Gaza – pubblicati dal Di Luccia (…) – risalgono al 1466 e, lo Statuto n. 41 che riguarda proprio la Grancia di S. Fantino, dimostra che la grangia di S. Fantino nel territorio Saprese esisteva già nel 1466, epoca di fondazione degli Statuti redatti dall’Abbate pro-tempore Teodoro Gaza. Ma la grancia di S. Fantino a cui si riferiva lo statuto n. 41 era la Grancia di S. Fantino posta nel territorio saprese citata anche nella “Platea dei Beni e delle rendite etc..” redatta dal notaio Magliano nel 1695-96 ?. Io credo che lo Statuto n. 41, si riferisca ad una grancia dipendente dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro, posta nel territorio saprese (di Torraca all’epoca) e non si riferisse alla chiesa di S. Fantino posta nella terra di S. Giovanni a Piro. Infatti, Pietro Ebner (…), sulla scorta del Di Luccia, parlando di S. Giovanni a Piro, nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 493 scriveva in proposito che: “Il Di Luccia (p. 479 trascrive la “Instruccione et ordinatione date a voi Donno Ieronimo Sursaya per nui Antonio Terracina Apostolico protonotario et Commendatore de l’Abbatia de S. Ianne a Piro e S. Pietro de Lycusate” per cui il predetto doveva che eseguiate le volontà testamentarie di certo Francesco di cui manca il cognome; di “far acconciare e reparare dall’Università la Ecclesia de S. Fantino”. Dunque il Di Luccia ci parla di una chiesa di S. Fantino posta nel territorio di S. Giovanni a Piro e non ci parla di una Grancia e dunque come io credo lo statuto n. 41 si riferisce alla grancia di S. Fantino posta nel territorio di Torraca (ma in realtà si tratta del territorio saprese. Di certo si ha un ulteriore documento dell’epoca degli statuti che confermerebbe una grangia nel territorio saprese.
Nel 1466 (anno degli Statuti compilati da Teodoro Gaza), l’antico Camposanto o “cimitero di fanciulli” a Sapri
Il Gaetani (2) nel suo libro su Torraca ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, riporta uno stralcio dell’antico documento notarile manoscritto del 1695 (4) il quale, parla della Grancia di San Fantino, che apparteneva in origine all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, quindi confermando la notizia del Di Luccia (3), descrivendone limiti e confini nel territorio saprese. Il Gaetani (2), scrive in proposito: “tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia “. Sia i documenti del Di Luccia (3), che quello del Notaio Domenico Magliano (4) pubblicato dal Gaetani (2), non ci danno informazioni sul luogo dove erano costruiti questi due edifici. Riguardo il documento notarile del Magliano (4), pubblicato dal Gaetani (2), si parla della “Cappella di S. Infantini sita et posita inTerraTorracae… Nota sul Porto di Sapri“. Sappiamo che questo antico edificio sorgeva a Sapri o nel suo limitrofo territorio che apparteneva ai Baroni Palamolla. Il Gaetani (2), in proposito alla Grancia di San Fantino, traendo alcune notizie dal documento notarile del Magliano (4) e, pubblicandone un breve stralcio, parla e descrive la Cappella di San Fantino, di cui abbiamo dedicato uno studio quì pubblicato. Dalla descrizione delle terre annesse alla Grancia di S. Fantino, dei suoi confini e dei proprietari confinanti che riporta il Gaetani, non siamo riusciti ad individuarne l’esatta sua localiz-zazione nel 1689. Possiamo solo dire in proposito che la Grancia di S. Fantino si trovava nel territorio saprese a ridosso del vallone di S. Martino o di Ischitello, un tempo chiamato “piscitello” – come ci dice lo stesso Gaetani e, che detti terreni confinavano con i possedimenti del Barone Palamolla da cui dipendeva l’intero territorio saprese. Possia-mo aggiungere che la Grancia di S. Fantino, nel 1689, non dipendeva più dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro – come era stato in origine – i cui beni erano stati però incamerati dalla Cappella del SS. Presepe eretta dentro la sacrosanta Basilica di S. Maria Maggiore – quindi gestiti dalla Chiesa. Il Gaetani (2): “L’Abbadia basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina”. Le origini dei possedimenti della Abbazia di S. Giovanni a Piro, e delle Grancie di San Nicola a Sapri e di S. Fantino sita nel porto di Torraca (o di Sapri), sono molto più antiche del documento del Notaio Domenico Magliano (4), pubblicato dal Gaetani (2) che riportava uno stralcio dell’antico documento notarile ma-noscritto (4). La Grancia di S. Fantino – citata nell’antico documento notarile del 1695-96 (4)), veniva citata in uno dei 9 Statuti o Capitoli aggiunti ai 47 Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, pubblicati dal Di Luccia (3) e dal Cataldo (5). Il Cataldo (5), afferma sulla scorta del Di Luccia che Teodoro Gaza, il 7 ottobre 1466, compilò gli Statuti o Capitoli della Terra di S. Giovanni a Piro. Il Cataldo (5), dice che gli Statuti “…comprendevano 47 articoli”, redatti dal Gaza in qualità di Abbate pro-tempore, per regolare la vita dell’Università (Comune Aragonese) di S. Giovanni a Piro e dell’Abbazia e, a cui ne vennero aggiunti altri 9 capitoli dagli Abati d’Aragona e De Bacio – successori del Gaza – e tolti due da Monsignor De Nigro. Al capitolo o Statuto n. 41, pubblicato dal Di Luccia a p. 39, si scrive: “Constituimo, che li peccerilli dasette anni in giuso, che moreno siano seppelliti a S.Fantino, & chi se mette dentro l’Ecclesia paga tarì…“. Siccome gli Statuti, tra l’Università di S. Giovanni a Piro e l’Abbazia basiliana – compilati da Teodoro Gaga- pubblicati dal Di Luccia – risalgono al 1466, e lo Statuto n. 41 che riguarda proprio la Grancia di S. Fantino, se ne deduce che la Grancia di S. Fantino nel territorio saprese era presente nel 1466 – epoca di fondazione degli Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro – che la possedeva, già molto prima che fosse citata nell’antico documento notarile del 1695-96 (4). Inoltre, secondo gli Statuti (aggiunti) dell’Abbazia di San Giovanni a Piro, alla Grancia di San Fantino (a Sapri), doveva esserci un cimitero dove si dovevano seppellire i bambini morti al di sotto dei sette anni. Sulla scorta di queste notizie citate, a Sapri, nel 1466 – epoca di fondazione degli Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, vi erano le Grancie di S. Nicola, di San Infantino dove secondo lo Statuto n. 41, dovevano essere sep- pelliti i bambini morti al di sotto dei sette anni. In un libretto del 1928 il Magaldi (6), scriveva in proposito: “In contrada S.Giovanni, a ridosso della collina d’Ischitello, sorse anche un piccolo tempio cheappartenne fino all’anno 1778 al clero di Torraca e il cui sotterraneo divenne cimiteroantico del luogo:la fossa comune.”. Riguardo il vecchio cimitero “Camposanto”, nel 1891, il dott. Gallotti (7), così scriveva: ”Il Camposanto di Sapri, non solo è in posizione antigienica….io credo non avesse neppure la distanza dall’abitato….verso il 1825 proponevo al Consiglio Comunale di provvedere al più presto a spostare il Camposanto di Sapri in altro luogo che siadistante dal centro abitato. Debbo pur far notare come la ferrovia, di cui si è già parlato,lambisce quasi il Camposanto di Sapri.”. Il Gallotti che era medico, lamentava la posizione del preesistente e vecchio cimitero di Sapri e ne auspicava il suo spostamento in luogo più salubre, ma conferma il fatto che il vecchio cimitero o “fossa comune” fosse ubicato lungo la dorsale ferroviaria, sulle colline che traguardano il centro abitato. Mia zia Maria, racconta che il vecchio cimitero fosse posto ove oggi è la chiesetta della Madonna della trovatella. Certo è che la notizia di un vecchio cimitero sito nella Grancia di S. Fantino (o San Infantino; fantintino o infante = bambino), tratta dallo Statuto n. 41 dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro che nel 1466, la possedeva a Sapri, non è strana se consideriamo che il vecchio cimitero o camposanto o fossa comune, di Sapri, non era dove si trova attualmente ma si trovava proprio sulle colline di Sapri, sulla dorsale che sale verso Torraca, dove oggi viene chiamata la località ‘Trovatella’. Fino ai primi dell’’800, il vecchio cimitero di Sapri era dove oggi si trova una chiesetta dedicata alla Madonna della Trovatella, da cui prende il nome l’omonima borgata di Sapri. Quando in seguito all’ultimo conflitto mondiale, in mezzo al cimitero ed alla piccola cappella annessa e l’ossario, fu ritrovata intatta una statuina della Madonna, che la popolazione venera chiamandola ‘Trovatella’, venne poi costruita la piccola chiesetta proprio dove sorgeva il vecchio cimitero di Sapri. Dobiamo prendere per buone le tre notizie, ovvero che un vecchio camposanto si trovava nella tenuta o grancia di S. Infantino, il cui territorio è descritto dallo stralcio dell’antico documento notarile (4), riportato dal Gaetani (2) e, poi si è spostato dove è descritto dal Magaldi (6). Sarà poi in seguito, nel 1891, che il Gallotti (7) parlerà del Cimitero di Sapri e poi in seguito ne parlerà anche il Tancredi (8).
Secondo gli Statuti (aggiunti) dell’Abbazia di San Giovanni a Piro, alla Grancia di San Fantino (a Sapri), doveva esserci un cimitero dove si dovevano seppellire i bambini morti al di sotto dei sette anni. Lo studioso locale Josè Magaldi (…), nel 1928, nel suo libretto inedito ‘Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderiivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni’, che scrisse su incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, in proposito scriveva che: “In contrada S.Giovanni, a ridosso della collina d’Ischitello, sorse anche un piccolo tempio che appartenne fino all’anno 1778 al clero di Torraca e il cui sotterraneo divenne cimitero antico del luogo: la fossa comune.”. Dunque, Josè Magaldi (…), che si occupò degli scavi archeologici a S. Croce scriveva che a ridosso della collina del vallone “Ischitello” nella contrada saprese di S. Giovanni, sorse un piccolo tempio che era appartenuto fino al 1778 al clero di Torraca e che “il cui sotterraneo divenne cimitero antico del luogo: la fossa comune.”. Vi era un cimitero a San Fantino? Lo Statuto n. 41 non sembra così strano se consideriamo che il vecchio cimitero o camposanto o fossa comune, di Sapri, non era dove si trova attualmente ma i defuni venivano seppelliti in una fossa comune posta sotto l’antica chiesetta di S. Giovanni che come scriveva il Magaldi (…), fino al 1778 apparteneva al clero di Torraca. Già molti anni prima, nel 1891, il dott. Nicola Gallotti (…), nel suo ‘Condizioni igienico sanitarie di Sapri’, riguardo il vecchio cimitero “Camposanto”, scriveva che: ”Il Camposanto di Sapri, non solo è in posizione antigienica….io credo non avesse neppure la distanza dall’abitato….verso il 1825 proponevo al Consiglio Comunale di provvedere al più presto a spostare il Camposanto di Sapri in altro luogo che siadistante dal centro abitato. Debbo pur far notare come la ferrovia, di cui si è già parlato, lambisce quasi il Camposanto di Sapri.”. Il Gallotti che era medico, lamentava la posizione del preesistente e vecchio cimitero di Sapri e ne auspicava il suo spostamento in luogo più salubre, ma conferma il fatto che il vecchio cimitero o “fossa comune” fosse ubicato lungo la dorsale ferroviaria. Mia zia Maria, nata nel 1923, racconta che il vecchio cimitero fosse posto ove oggi è la chiesetta della Madonna della ‘Trovatella’. Ai primi del ‘900, il cimitero di Sapri, si trovava sulle colline di Sapri, sulla dorsale che sale verso Torraca, dove oggi viene chiamata la località ‘Trovatella’. Fino ai primi dell’800, il vecchio cimitero di Sapri era dove oggi si trova una chiesetta dedicata alla Madonna della Trovatella, da cui prende il nome l’omonima borgata di Sapri. Quando in seguito all’ultimo conflitto mondiale, in mezzo al cimitero ed alla piccola cappella annessa e l’ossario, fu ritrovata intatta una statuina della Madonna, che la popolazione venera chiamandola ‘Trovatella’, venne poi costruita la piccola chiesetta proprio dove sorgeva il vecchio cimitero di Sapri.
Nel ‘400, “Dimera di Sapri” in un pavimento maiolicato in S. Pietro a Majella a Napoli
Lo studioso della maiolica napoletana Guido Donatone (….), si è interessato ad un pavimento napoletano del ‘400, attualmente conservato nel Museo dell’Istituto d’Arte di Napoli, che reca la firma del suo esecutore: un certo ‘Dimera’ di Sapri.
La notizia di un certo ‘Dimera di Sapri’, probabile esecutore di un pavimento del XIV secolo a Napoli
Nel 1998, nella mia Relazione sull’ “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, redatta su incarico del Comune di Sapri per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) redatto dal Prof. Francesco Forte, a p. 16 in proposito scrivevo che: “Lo studioso della maiolica napoletana Guido Donatone (117), si è interessato ad un pavimento napoletano del ‘400, attualmente conservato nel Museo dell’Istituto d’Arte di Napoli, che reca la firma del suo esecutore: un certo ‘Dimera’ di Sapri. Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, ecc…”. Dunque, la notizia interessantissima riguardava un pavimento maiolicato napoletano del ‘400 che racava la firma del suo probabile esecutore, un certo “Dimera” di Sapri e, riferita da Felice Cesarino (…) che, nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione della storia antica di Sapri” (…) (stà in “L’attività archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, pubblicato nel lontano 1979), a p. 28 informava che: “Il prof. Guido Donatone, uno studioso della maiolica napoletana (10), si è interessato ad un pavimento napoletano del ‘400 (attualmente conservato presso l’Istituto d’Arte di Napoli) che reca la firma del suo esecutore: un certo DIMERA di Sapri.”. Il Cesarino a p. 28, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Vedi “La maiolica napoletana dalle origini al sec. XV” in “Storia di Napoli”, vol. IV, Napoli, 1975.”. Dunque, una notizia tratta da Guido Donatone (…) che ha scritto diversi testi sulla maiolica Campana, nel Regno di Napoli. Ho cercato di indagare ulteriormente sull’interessante notizia riferita dallo studioso napoletano Guido Donatone.
(Fig…..) Pavimento del ‘400 ove vi è la piastrella (riggiola) maiolicata con la scritta “Dimera de Sapri” nella cappella Campanile (…) nella chiesa di S. Pietro a Maiella a Napoli – immagine tratta dalla rete http://www.nobili-napoletani.it/Campanile.htm
Felice Cesarino traeva l’interessante notizia dal saggio sulla maiolica napoletana del ‘400 del prof. Guido Donatone (…). Il Cesarino (…), nella sua nota (10) citava il riferimento bibliografico, ovvero il testo del Donatone ma non diceva altro. Certo la notizia era ed è interessantissima essendo all’epoca pure fresca di stampa. Il volume IV della “Storia di Napoli” (Edizioni Scientifiche Italiane) contiene il saggio di Guido Donatone (…), “La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV”. Il volume IV della “Storia di Napoli”, fu pubblicato nel lontano 1974 ed ivi troviamo il saggio dello studioso napoletano Guido Donatone (…): “La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV” che, a pp. 579 e s. parla dei pavimenti maiolicati del XV secoli in Campania. Nel saggio di Guido Donatone “La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV” non appare mai la parola “Dimera di Sapri” e, nel testo scritto non pare vi sia un riferimento diretto al maiolicaro Dimera di Sapri. Il Donatone però, riporta alcune immagini di pavimenti ed una in particolare, la fig. n. 232, si può leggere “Dimera de Sapri”. La fig. 232 del saggio di Donatone (vedi Fig. n. 1) illustra un pavimento maiolicato. Per saperne di più dobbiamo riferirci alla didascalia. Infatti, nella didascalia della fig. 232) è scritto che: “(232) Avanzi del pavimento un tempo nella cappella del Crocifisso in S. Pietro a Maiella. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”, mentre nella didascalia dell’altra immagine fig. n. 233) si postillava che: “233) Avanzi di impiantito con lo stemma di Poderico. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”; la didascalia della fig. 235) postillava che: “235) Avanzi del pavimento della cappella Brancaccio della chiesa di S. Angelo a Nido. Fabbriche napoletane del secolo XV. L’autore dell’impiantito si rivela in maniera palmare uno dei ritrattisti che dipinsero i vasi con personaggi della corte aragonese più innanzi illustrati. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”.
Nel 1481, la cappella “extra moenia” di Santa Maria di Portosalvo
Mia zia, Maria Attanasio racconta che sua nonna Teresa Eboli (la “vava”), gli diceva che andava con sua madre a pregare nella Cappella di Santa Maria di Porto Salvo, sita nelle contrade sopra le colline di Sapri, nei pressi della Madonna dei Cordici e poco dopo l’attuale locale chiamato “le Capannelle”. In quei luoghi, vi era anticamente una chiesetta intitolata a “Santa Maria di Porto Salvo”. Mia zia Maria, racconta che, molte famiglie Sapresi, si recavano a piedi, a far visita alla Madonna di Porto Salvo, una statuetta lignea di cui si sono perse le tracce, per farsi benedire. Oggi, di quella cappella si sono perse le tracce e sono rimati in piedi i suoi ruderi. Nel 1914, Rocco Gaetani (3), nel suo ‘Gian Giacomo Palamolla detto il Palemonio‘, il barone di Torraca e di Sapri, accenna ad una ricostruzione storico-urbana e alle origini della cittadina di Sapri. Il Gaetani (…), riporta alcune notizie e documenti interessantissimi e ci parla anche di questa antichissima cappella o chiesetta di campagna di Santa Maria di Porto Salvo, costruita nelle campagne sapresi facenti parte del feudo della Baronia di Torraca. Secondo il racconto che ci fa il sacerdote Luigi Tancredi (10) “La chiesa, che era situata in collina, a 4 miglia da Torraca e custodita da Giovanni Barra, ora non esiste più, come non esiste quella di S. Francesco di Paola, che sorgeva appunto in località S.Francesco: andò in rovina durante la guerra 1940-43.”. Il Sacerdote Luigi Tancredi (10), nel suo libro “Sapri giovane e antica”, nel cap. III “Sapri sacra”, anche sulla scorta del sacerdote di Torraca, Rocco Gaetani (….), a pp. 53-54, ci parla dell’antica cappella di Santa Maria di Porto Salvo. Il Tancredi (10), a p. 53, parlando di “Santa Maria di Portosalvo”, in proposito scriveva che: “Figura già nel primo ‘600; con la sua costruzione, il Sig. Decio Palamolla, Barone di Torraca e del feudo di Sapri, volle venire incontro ai contadini dimoranti nel Porto, per la coltivazione dei campi, ove i prodotti, per il clima mite, maturavano prima. Il Vescovo Mons. Giovanni Santonio, versò 23 ducati e mezzo a Don Filippo Cavalieri, Arcidiacono della Cattedrale, per l’acquisto di un quadro della madonna e di alcuni arredi: croce, candelieri, palio, cuscini in oro-pelle e tovaglie. Vi era l’onere della celebrazione di una Messa settimanale da parte del clero e del Parroco di Torraca, D. Ferdinando Magaldi, secondo le intenzioni del Barone. La dotazione offerta dal Barone, con annuo assegno, fu ritenuta molto utile a vantaggio dei fedeli, sia di quelli stabilmente dimoranti, sia di quelli che affluivano di sopra. La cappella era coperta con tegole e l’altare, ben mantenuto, era convenientemente ornato (1). Quale bene immobile, la chiesa possedeva un vigneto, venduto da Domenico Biondo, da Maratea, a Ferdinando Caporale, torriere addetto alla Torre di Buondonno, presso il Porto; la somma di 20ducati, ricavati quale rendita di detto fondo, serviva per la manutenzione del sacro edificio (2). Nel 1632, D. Filippo Cavalieri riceveva 32 ducati, con la cui rendita si provvedeva all’acquisto di nuovi arredi, ai necessari restauri ed alla sostituzione della vecchia porta, ridotta in cattivo stato. La chiesa, che era situata in collina, a 4 miglia da Torraca e custodita da Giovanni Barra, ora non esiste più, come non esiste quella di S. Francesco di Paola, che sorgeva appunto in località S.Francesco: andò in rovina durante la guerra 1940-43.”. Dunque, secondo il racconto di Luigi Tancredi (10), la cappella di S. Maria di Portoalvo non esiste più. Luigi Tancredi scrive pure che nel 1978 non esisteva più neanche la “cappella di S. Francesco di Paola” che sorgeva nell’omonima località di San Francesco e che fu distrutta durante i bombardamenti che Sapri subì in occasione dell’ultimo conflitto mondiale. Il Tancredi, a p. 53, nella sua nota (1) postillava che: “(1) A.D.P. SS. Visite Pastorali di Urbano Feliceo: Torraca, Cappella “extra moenia”, 22 settembre (fol. 89) e 16 dicembre (fol. 98), 1629. Gaetani Rocco: o. p., pagg. 42-43. Così leggiamo nelle SS. Visite Pastorali “in dicto loco est necessarissima Cappella, quia confluunt gentes in dicto portu, praeter eos cui permanent”. Sempre il Tancredi, a p. 54, nella sua nota (2) postillava che: “(2) A.D.P.: idem: ‘Sante Visite Pastorali U. Feliceo (2 dicembre 1630).: “invenit in era altare decentissime ornatum de omnibus necessariis pro Missae sacrificio”.”. Sempre il Tancredi a p. 54, nella sua nota (3) postillava che: “(3) A,D.P.: SS. ‘Visite Pastorali di Urbano Feliceo (5.3.1632). In quest’anno era parroco di Torraca D. Giovanni Antonio Brando.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906 (v. ristampa a cura della nipote Rossella Gaetani, 2015), nell’Appendice II, a p. 293, postillava che: “Traduzione da pag. 42”: Visita del Vescovo Felicei, 2 dicembre 1635: visitò la cappella dal titolo di S. Maria di Porto Salvo con soffitto ed archi e trovò in essa l’altare molto ben preparato con tutto il necessario per il sacrifio della Messa. Nella parete sopra l’altare è dipinta l’immagine della SS.ma Vergine e si celebra una sola Messa nei giorni festivi per devozione del Barone della Terra di Torraca e del faudo di Sapri, D. Decio Palamolla. Nel detto luogo è necessarissima una detta cappella, perchè confluiscono genti nel detto porto, oltre quelle che già dimorano per la cura dei vigneti. Perciò pregò il Signor Barone che si facesse una assegnazione annua da parte di chi avrebbe buone intenzioni. Similmente il signor Barone assicura il b.m. Vescovo Santorio di aver dato 23 ducati all’ill.mo e Rev.mo D. Filippo Cavalieri, arcidiacono di Policastro per spendere questi 23 ducati per un’icona e per altre necessità di detta cappella; che non ancora erano stati spesi perchè detto arciprete è assente e che quando lui ritornerà, sarà fatto. Il barone sostenne Domenico Biondo di Maratea che vendesse la vigna nel feudo di Sapri al caporale Ferdinando Turriero della torre del Buondomire presso il porto (di Sapri) e ordinò, essendo debitore con lo stesso Ferdinando di veni ducati per i suoi della cappella che pretende invece dal Clero di Torraca, di preparare, al più presto, lo strumento di vendita “ad finem previdendi”.”.
(Fig….) Forse i ruderi della cappella “extra moenia” di S. Maria di Portosalvo sulla via S. Paolo, nei pressi del locale “Le Capannelle”. L’immagine è tratta da una foto postata su fb da Sergio Massimilla
Il Sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, scriveva a p….. (v. ristampa a cura della nipote Rossella Gaetani, 2015), nella sua nota (2) scriveva: “Visitatio Episcopi Felicei 16 dicembre 1629. Santa Maria de Porto Salvo. Si trovano venti docati e mezzo in mano al Vescovo “quibus exactis ecc..ecc..”. Nella visita dello stesso , 2 Decembre 1635, “Visitavit Cappellam sub titulo S.to Mariae de Portu Salvo, quae cappella est fornicata ecc..ecc..”. Il documento (2), citato dal Gaetani (3) è tratto dal documento: “Visitatio Episcopi Felicei”, datato 16 dic. 1629 (9), cioè il documento della visita episcopale del Vescovo Urbano Feliceo, che però il Laudisio (6), dice essere stato il 37° vescovo di Policastro, nominato Vescovo di Policastro nel 1630, è confermato dal Tancredi (10). Il Vescovo Feliceo, appena nominato Vescovo, visitò le parrocchie della sua Diocesi e riguardo Sapri, cita il documento (2) del 1481, in cui si dice che il Vescovo di Policastro dell’epoca aragonese, nel 1481, concedeva a Mastro Santillo Grandi, di costruire a Sapri la “Cappella di Santa Maria di Portosalvo”. Ne il Gaetani (…), e il Tancredi (…), fanno riferimento al documento del 1481, citato da Ebner. Il Gaetani (3), a p. 43, affermava che la Cappella di S. Maria di Porto salvo fu costruita per volontà del Barone di Torraca Decio Palamolla. In seguito, l’Ebner (5), citerà questa notizia, scrivendo in proposito: “Nell’Archivio della Badia di Cava vi è la bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S.Maria al porto di Sapri.”. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98.”. Pietro Ebner (…), postillando “I, ABC”, si riferiva ad un documento “I = inedito” e proveniente dall’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni (ABC). Dunque per l’Ebner (5), il titolo della Cappella che doveva costruire mastro Santillo Grandi non era come afferma il Gaetani (3): ‘S. Maria di Porto Salvo’ma era: ‘…di costruire una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri’. Cercheremo con il tempo il documento originale conservato all’Abbazia di Cava dei Tirreni, sperando di trovarlo intatto e leggibile. Sappiamo tuttavia che, alcune cappelle dal titolo di ‘Santa Maria di Porto Salvo’ si trovano a Villammare e al porto di Palinuro. Nel 1982, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa baroni e popolo nel Cilento’, a p. 592, citava un documento del 1481. Pietro Ebner (…), invece, scriveva in proposito ad un altro documento datato 1481. Ebner (…), scriveva che: “Nell’archivio della Badia di Cava vi è la Bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98.”.
Nel 1471 al 1485, Gabriele Guidano di Lecce, vescovo della Diocesi di Policastro
Nell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni esiste un documento datato anno 1481, di cui parlerò per quell’anno e citato da Pietro Ebner (…). Pietro Ebner (…), a p. 592 del vol. II, in proposito scriveva che: “Nell’archivio della Badia di Cava vi è la Bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98.”. Ma Pietro Ebner (…), non dice chi fosse il vescovo che nell’anno 1481 fosse a capo della cattedra Vescovile della Diocesi di Policastro. La notizia ed il documento riguarda proprio l’epoca in cui nel Golfo di Policastro diversi feudi erano in mano ai Petrucci ed è di estrema importanza per la storia di Sapri. Riguardo il vescovo della Diocesi di Policastro, a cui si riferisce un documento del 1481, di cui parlerò innanzi, io credo si trattasse del vescovo Gabriele Guidano, come del resto attesta lo stesso documento in questione e il sacerdote Giuseppe Cataldo, la cui cronostassi non coincide con quella di Ebner e soprattutto con quella del Laudisio che in quel periodo poneva Vescovo di Policastro Mons. Gabriele Altilio. Di sicuro, sappiamo da un documento notarile redatto dalla Curia Vescovile di Policastro, citato dal Gaetani (…), che nel 1481, il vescovo di Policastro Gabriele Guidano (…), concesse di costruire la Cappella di Santa Maria di Porto Salvo nel territorio di Torraca, sulle colline limitrofe a Sapri, all’epoca chiamata “Porto di Torraca” e, il suo feudo. Da mie personali ricerche, effettuate presso l’archivio dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità a Cava de Tirreni, risulta che l’antico documento, fosse collocato in ‘Arca’ (le Arche sono dei grandi manoscritti eseguiti dai monaci, dove essi registravano e sistemavano tutti i documenti), LXXXV (n. 85), n. 98. inoltre, come ho già detto, Ebner, non diceva chi fosse il vescovo di Policastro. Da mie personali ricerche nel prestigioso archivio Cavense, si trattava di “Gabriele Guidano” (così lo riporta il Laudisio a p. 77, della sua ‘Synopsi’ vedi versione curata dal Visconti), essendo sul documento citato un certo “Gabriel Godanus“. Infatti, il Laudisio (…), scriveva: “XXII. Gabriel Guidanus Licensies, episcopus anno 1491.”. Dunque, secondo il Laudisio (…), Mons. Gabriele Guidano venne eletto nell’anno 1491 e dunque non poteva essere il vescovo della Bolla del 1481 (il documento di cui parlerò innanzi che riguarda Sapri. Io credo , invece che il Laudisio abbia confuso la data di elezione alla cattedra vescovile di Policastro di Mons. Guidano. Credo che la data riportata dal Laudisio non fosse 1491 ma fosse 1481. Infatti, padre Leone dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, assicura che Gabriele Guidano (così l’ha chiamato lui), fosse stato vescovo di Policastro dall’anno 1481 al 1484. Secondo la cronostassi dei vescovi riportata dal Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis)’, edita nel 1831, a p. 76 (si veda la versione curata dal Visconti), all’epoca del documento, datato anno 1481, il vescovo di Policastro, doveva essere il n. XX Gabriele Altilio, lucano che, nell’anno 1471, successe ad Enrico Languaro che era stato nominato vescovo della Diocesi Paleocastrense il 1467. Il Laudisio (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “L’Altilio, dopo essere stato precettore del principe Ferrandino, figlio del re Alfonso II, fu nominato vescovo di Policastro nel 1471.”. Dunque, secondo la cronostassi del Laudisio, nell’anno 1481, l’anno del documento citato da Ebner, doveva essere vescovo di Policastro Gabriele Altilio. Ma quì c’è un errore. Se secondo la cronostassi del Laudisio (…), il vescovo della Diocesi di Policastro nel 1481 doveva essere Mons. Altilio che fu nominato vescovo nel 1471. Secondo il Laudisio, Mons. Altilio rimase Vescovo di Policastro fino alla nomina del suo successore XXI, ovvero fino all’anno 1491 quando fu eletto Mons. Gabriele Guidano. Forse il Laudisio confuse il nome di “Gabriele” Guidano con quello di Mons. Gabriele Altilio. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, in un suo datiloscritto inedito del 1973, a p. 40, in proposito scriveva che: “Nell’8 gennaio 1493 Mons. Altilio veniva eletto vescovo di Policastro, come si rileva da due lettere di Ferdinando II (9 e 14 gennaio) e dalla bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano.”. Dunque, anche la versione del Cataldo discordava da quella del vescovo Laudisio.Secondo la cronostassi riferita dal Cataldo, Mons. Altilio veniva eletto Vescovo di Policastro nell’8 gennaio del 1493, come si rileva da due lettere di re Ferdinando II (due lettere del 9 e del 14 gennaio 1493 e dalla Bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 171, nel suo capitolo dedicato alla serie dei vescovi di Policastro, in proposito scriveva che: “21, Gabriele Guidano, di Lecce, 1471-1485.”. Dunque, secondo la cronostassi del Cataldo, archivista della Diocesi di Policastro, Mons. Gabriele Guidano, di Lecce, fu vescovo di Policastro dal 1471 al 1485, e dunque ciò che afferma il Cataldo, sconfessa quanto sia scritto nella ‘Synossi’ del Laudisio e conferma l’antico documento d’epoca aragonese, citato da Ebner. Il Laudisio (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “XXII. Gabriele Guidano, di Lecce, nominato vescovo di Policastro nel 1491.”. Forse un errore di stampa ?. Sempre il Laudisio, continuando la sua cronostassi dei vescovi Policastrensi, in proposito scriveva che: “XXIII. Bernardino Laureo, di Spoleto, nominato vescovo ed assegnato alla diocesi di Policastro nel 1504.”. Dunque, se la cronostassi del Laudisio è corretta, il vescovo di Policastro Gabriele Guidano, dovette esserlo fino al 1504. Siccome che, l’Ebner, che lesse il documento inedito del 1481, forse proprio sulla scorta del Laudisio, notando l’erore nella sua cronostassi, non citò il vescovo Gabriele Guidano, come invece assicura essere scritto, padre Leone. Tuttavia, il padre Leone, assicura che sul documento è scritto il nome del vescovo di Policastro “Gabriel Godanus”. Infatti, per l’errore del Laudisio (…), riguardo l’esatta cronostassi dei due vescovi della Diocesi, l’Altilio ed il Guidano (..) e soprattutto riguardo il documento del 1481 che interessa la storia di Sapri, ci viene incontro il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 40, in proposito scriveva che: “Nell’8 gennaio 1493 Mons. Altilio veniva eletto Vescovo di Policastro come si rileva da due lettere di Ferdinando II (9 e 14 gennaio) e dalla Bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano. La data dell’elezione vescovile di Altilio è rilevata anche nella lettera del Signor Abate D. Gaetano Marini del 15 novembre 1803, ove è rettificata la serie dei Vescovi di Policastro, tramandata dall’Ughelli, secondo il quale Gabriele Altilio, per confusione di nome, sta al posto di Gabriele Guidano, Vescovo di Policastro nel 18 settembre 1471.”. Dunque, in questo passo a cui il Cataldo sriferiva del Vescovo Altilio, si dice chiaramente che la cronostassi del Laudisio è errata in quanto i riferiva a quella errata dell’Ughelli.
Nell’aprile 1481, “lo porto de Saprj” e “Sanctullus grangis de civitate Policastrj” nella bolla del vescovo Gabriele Godano o Guidano, che concesse a Mastro Santillo Grandi di costruire la cappella di S. Maria di Porto Salvo nelle campagne del “Porto di Sapri”
Pietro Ebner (…), postillando “I, ABC”, si riferiva ad un documento “I = inedito” e proveniente dall’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni (ABC). Da mie personali ricerche, effettuate presso l’archivio dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità a Cava de Tirreni, risulta che l’antico documento, fosse collocato in ‘Arca’ (le Arche sono dei grandi manoscritti eseguiti dai monaci, dove essi registravano e sistemavano tutti i documenti), LXXXV (n. 85), n. 98. Ebner, non diceva quale fosse il vescovo di Policastro che aveva emesso la bolla nell’aprile 1481, inoltre, come Ebner stesso dice, il documento era inedito. La bolla del vescovo di Policastro, dell’Aprile 1481, citata da Ebner a p. 592, vol. II, e nella sua nota (14), non è citato dal Laudisio (…) e, neppure dal Gaetani (…), che pure riportò diverse notizie su Sapri e Torraca. Inoltre, Ebner (…) riporta la notizia così com’è senza specificare chi fosse il vescovo di Policastro. Recentemente ho ricevuto il file digitale dell’antico documento del 1481, inviatomi da padre don Leone Morinelli dell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni, che è inedito e che pubblico per la prima volta. Nell’Archivio della Badia benedettina di Cava dei Tirreni è conservato un documento del 1481, la ‘bolla’, del vescovo di Policastro che, concesse a Mastro Santillo Grandi di costruire una Cappella a Sapri dal titolo di ‘Santa Maria di Porto Salvo’ (10), di cui il Gaetani (11), affermava essere stata costruita per volontà del Barone di Torraca Decio Palamolla:
(Fig….) Bolla del Vescovo di Policastro Gabriele Guidano del 1481, inedita e conservata presso l’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni (Arca, LXXV, 98) (Archivio Attanasio)
Nella bolla leggiamo che: “Gabriel Guidanus a filiu magister Sanctullus grangis de civitate Policastrj afferunt ………………..civitatis loro lo porto de Saprj que ad prie est Ristoperta ecc..”. Il documento del 1481, è di estrema importanza per la storia di Sapri e di Torraca, in quanto, esistono solo pochissimi documenti d’età precedente che riguardano Torraca, datati e precedenti all’anno 1481, o che riguardano un periodo antecedente a quello citato nella storia di Torraca dal Gaetani (…), che ci parla della baronia di Torraca degli ‘Scondito’, risalente al più tardi ‘1500. Come vedremo innanzi, prima del documento citato da Ebner, del 1481, vi sono alcuni documenti che come vedremo fanno risalire Torraca a Biancuccia Mercadante e al comune di Laurito, pubblicati dalla Jole Mazzoleni (…), tutti documenti sconosciuti al Gaetani (…). Infatti, come scrive il Gaetani (…), che non lo cita affatto, in proposito a Torraca, nel suo ‘La fede degli avi nostri ecc..’, nelle sue ‘Note storiche’, a p. 283, nella sua nota (24), in proposito scriveva che: “(24) Famiglia Palamolla (da G. Palamolla, pag. 19-20) del Can. Dott. Rocco Gaetani. Torraca fu feudo baronale sin dall’età angioina. Dal Cedularia del grande Archivio di Stato di Napoli, risultano i seguenti baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; ecc…”. Il Gaetani (…), un erudito locale e sacerdote di Torraca, ci informa che detta cappella “fu fatta costruire anche dal nostro Barone, con sussidi ecc…”, ma il Gaetani, faceva riferimento al documento “Visitatio Episcopi Felicei”, del 1635, dove si citava Dezio Palamolla. Dunque, secondo il documento datato 1635, non possiamo dire, quale fosse il Barone di Torraca nell’anno 1481, anno in cui, secondo una ‘bolla’ del Vescovo di Policastro, fu concesso a Mastro Santillo Grandi di costruire una cappella di Santa Maria di Porto Salvo. Dai ‘Cedularia’ dell’Archivio di Stato di Napoli, risultano baroni di Torraca, nel 1500, fino al 1504, “Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca”, come scrive il Gaetani a p. 283 del suo ‘Giovan Giacomo ecc.’. Un documento del 1481, epoca aragonese, conservato nell’Archivio della Badia benedettina di Cava dei Tirreni (…), è stato citato da Pietro Ebner (…). Si tratta della bolla del Vescovo di Policastro che concedeva a Mastro Santillo Grandi di costruire una Cappella a Sapri dal titolo di ‘Santa Maria di Porto Salvo’, di cui il Gaetani (…), affermava essere stata costruita per volontà del Barone di Torraca Decio Palamolla. La notizia fu da me pubblicata nel lontano 1987 in un mio scritto a stampa (1). Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel 1982, a p. 592, parlando di Sapri, citava la Cappella “di S. Maria al porto di Sapri”, costruita delle campagne del territorio Saprese, all’epoca facente parte del feudo e della Baronia di Torraca e, di cui il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, a p. …, scriveva che fosse voluta dal Barone di Torraca Dezio Palamolla. Lo attesta un documento del 1535, la “Visitatio Episcopi Felicei”, di cui parlerò. Nel 1914, Rocco Gaetani (3), nel suo ‘Gian Giacomo Palamolla detto il Palemonio‘ accenna ad una ricostruzione storico-urbana e alle origini della cittadina di Sapri. Il Gaetani (…), riporta alcune notizie e documenti interessantissimi e ci parla anche di questa antichissima cappella o chiesetta di campagna di Santa Maria di Porto Salvo, costruita nelle campagne sapresi facenti parte del feudo della Baronia di Torraca. Dal sito dell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni, leggiamo che i documenti pubblici (Bolle papali o vescovili, diplomi di imperatori, re e signori feudali) si trovano nell’arca magna in numero di oltre 700, ordinati anch’essi cronologicamente. Dunque, la bolla del vescovo di Policastro citata da Pietro Ebner dovrebbe trovarsi nell’‘Arca Magna’. Ebner, riguardo gli antichi documenti provenienti dalla Badia di Cava de Tirreni, citava il Codice Diplomatico Cavense. Il Codex diplomaticus cavensis abbreviazione bibliografica CDC; in italiano: Codice diplomatico cavense, o cavese) è un progetto editoriale attivo nel campo della storia dell’Italia medioevale e della Langobardia Minor, iniziato nel 1873 e proseguito con andamento irregolare. Il progetto persegue l’obiettivo della pubblicazione esaustiva dell’intero corpus diplomatico e documentario custodito nell’archivio della Badia benedettina della Santissima Trinità, situata a Cava de Tirreni. La consistenza dell’archivio si dipana su oltre 15.000 pergamene, a partire dalla prima scrittura che risale al 792. A tale patrimonio membranaceo è da aggiungere una mole consistente di documenti su carta (1). Nella nota (1), si postillava che: “(1) Biblioteca e archivio della Badia dal sito ufficiale dell’Abbazia”. Il documento (…), citato da Ebner, è di estrema importanza per la storia di Sapri e del feudo di Torraca, essendo un documento datato all’anno 1481. In quell’anno, l’apprezzo di Sapri, era feudo della Baronia di Torraca. La cappella di Santa Maria di Porto Salvo, di cui parliamo in questo nostro saggio, era stata costruita, non sappiamo quando, nel territorio Saprese, facente parte all’epoca del feudo di Torraca che, insieme ad altri piccoli centri, faaceva parte della restaurata Diocesi Paleocastrense (la rinata Diocesi di Policastro Bussentino). Riguardo il vescovo di Policastro, a cui si riferisce l’antico documento del 1481, io credo si trattasse del vescovo Gabriele Guidano. Di sicuro, sappiamo da un documento notarile redatto dalla Curia Vescovile di Policastro, citato dal Gaetani (…), che nel 1481, il vescovo di Policastro Gabriele Guidano (…), concesse di costruire la Cappella di Santa Maria di Porto Salvo nel territorio di Torraca, sulle colline limitrofe a Sapri, all’epoca chiamata “Porto di Torraca” e, il suo feudo. Da mie personali ricerche, effettuate presso l’archivio dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità a Cava de Tirreni, risulta che l’antico documento, fosse collocato in ‘Arca’ (le Arche sono dei grandi manoscritti eseguiti dai monaci, dove essi registravano e sistemavano tutti i documenti), LXXXV (n. 85), n. 98. inoltre, come ho già detto, Ebner, non diceva chi fosse il vescovo di Policastro. Da mie personali ricerche nel prestigioso archivio Cavense, si trattava di “Gabriele Guidano” (così lo riporta il Laudisio a p. 77, della sua ‘Synopsi’ vedi versione curata dal Visconti), essendo sul documento citato un certo “Gabriel Godanus“. Infatti, il Laudisio (…), scriveva: “XXII. Gabriel Guidanus Licensies, episcopus anno 1491.“. Padre Leone dell’Abbazia benedettina, assicura che Gabriele Guidano (così l’ha chiamato lui), fosse stato vescovo di Policastro dall’anno 1481 al 1484. Secondo la cronostassi dei vescovi riportata dal Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis)’, edita nel 1831, a p. 76 (si veda la versione curata dal Visconti), all’epoca del documento, datato anno 1481, il vescovo di Policastro, doveva essere il n. XX Gabriele Altilio, lucano che, nell’anno 1471, successe ad Enrico Languaro che era stato nominato vescovo della Diocesi Paleocastrense il 1467. Il Laudisio (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “L’Altilio, dopo essere stato precettore del principe Ferrandino, figlio del re Alfonso II, fu nominato vescovo di Policastro nel 1471.“. Dunque, secondo la cronostassi del Laudisio, nell’anno 1481, l’anno del documento citato da Ebner, doveva essere vescovo di Policastro Gabriele Altilio. Ma quì c’è un errore. Secondo il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, in un suo datiloscritto inedito del 1973, in proposito a p. 40, scriveva che: “Nell’8 gennaio 1493 Mons. Altilio veniva eletto vescovo di Policastro, come si rileva da due lettere di Ferdinando II (9 e 14 gennaio) e dalla bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano.”. Dunque, anche la versione del Cataldo discordava da quella del vescovo Laudisio. Sempre il Cataldo (…), a p. 171, nel suo capitolo dedicato alla serie dei vescovi di Policastro, in proposito scriveva che: “21, Gabriele Guidano, di Lecce, 1471-1485.”. Dunque, secondo la cronostassi del Cataldo, archivista della Diocesi di Policastro, Mons. Gabriele Guidano, di Lecce, fu vescovo di Policastro dal 1471 al 1485, e dunque ciò che afferma il Cataldo, sconfessa quanto sia scritto nella ‘Synossi’ del Laudisio e conferma l’antico documento d’epoca aragonese, citato da Ebner. Siccome che l’Ebner, che lesse il documento inedito del 1481, forse proprio sulla scorta del Laudisio, notando l’erore nella sua cronostassi, non citò il vescovo Gabriele Guidano, come invece assicura essere scritto, padre Leone. Il Laudisio (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “XXII. Gabriele Guidano, di Lecce, nominato vescovo di Policastro nel 1491.”. Forse un errore di stampa ?. Sempre il Laudisio, continuando la sua cronostassi dei vescovi Policastrensi, in proposito scriveva che: “XXIII. Bernardino Laureo, di Spoleto, nominato vescovo ed assegnato alla diocesi di Policastro nel 1504.”. Dunque, se la cronostassi del Laudisio è corretta, il vescovo di Policastro Gabriele Guidano, dovette esserlo fino al 1504. Tuttavia, il padre Leone, assicura che sul documento è scritto il nome del vescovo di Policastro “Gabriel Godanus”. Ma, a chi appartenesse o dipendesse il territorio nelle campagne Sapresi, dove Mastro Santillo Grandi, poteva costruire la cappella, nel 1481 ?. A chi appartenesse o da chi dipendesse il territorio di Torraca e quello Saprese negli anni della dominazione Aragonese ?.
Nel 1465, Antonello e Giovanniantonio Petrucci, conti di Policastro e del territorio di Sapri
Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” parlando di Sapri a p. 592 in proposito scriveva che: “Dell’età aragone si intuiscono notizie dalla costituzione della contea di Policastro concessa da re Ferrante al suo primo ministro Antonello Petruciis, il quale, con il consenso del re, associò il figlio Giovanni Antonio alla contea che ormai si estendeva, in un unico complesso, da Novi oltre Policastro. Il ‘Cedolario’, a proposito di Sapri, rinvia a Policastro. Nell’archivio della Badia di Cava vi è la Bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98.”, ovvero sosteneva che la bolla del Vescovo fosse conservata nell’Archivio dell’Abbazia benedettina di Cava dè Tirreni. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), riguardo alla contea di Policastro ed ai Petrucci, sulla scorta di Matteo Camera (…), a p. 515, in proposito scrivevano che: “Nel 1465 il conte Antonello Petrucci, figlio di contadini di Teano, segretario di re Ferrante, acquistò Policastro per 5.000 ducati. Suo figlio Giovanni Antonio, prese le parti dei baroni cospiranti contro Ferrante nel 1485-86, e aprì le porte della città ecc..”. La congiura fu ordita nel 1485 dal principe di Salerno Antonello dei Sanseverino. Questi, consigliato da Antonello Petrucci, Francesco Coppola, Luigi dei Gesualdo da Caggiano riunì intorno a sé molte famiglie feudatarie di signori e baroni del regno della fazione guelfa favorevoli agli angioini, tra cui oltre i Sanseverino si ricordano i Caracciolo principi di Melfi. Dunque secondo Matteo Camera, e i due studiosi, la contea di Policastro e forse anche il territorio saprese, furono soggette ai Petrucci almeno fino al 1487, ovvero fino a qualche anno prima che scoppiasse la ‘Congiura dei Baroni’, in cui i Petrucci furono trucidati. Giovanni Antonio Petrucci, conte di Policastro. – Uomo politico e poeta (n. 1456 circa – m. Napoli 1486); secondogenito di Antonello. Fu accademico Pontaniano. Il padre gli cedette la contea di Policastro e gli procurò la mano di Sveva Sanseverino, figlia del conte di Lauria e nipote del principe di Salerno, proprio quando costoro ordivano la congiura contro re Ferrante. Coinvolto nella caduta del padre, fu condannato alla decapitazione. Scrisse una collana di 83 sonetti ispirati alle sue drammatiche vicende e alla sua visione della vita, che furono pubblicati da Enrico Perito (…), nel suo ‘La Congiura de Baroni e il Conte di Policastro‘.
Nel 1496, la contea di Policastro ed il subfeudo di Torraca-Sapri a Giovanni Carafa conte di Policastro
Dopo la ‘Congiura dei baroni‘ e, la fellonia di Ferrante d’Aragona e, l’arresto e la decapitazione del Petrucci, il 25 ottobre 1496, la Contea aragonese di Policastro e quindi anche Sapri, furono avocate al fisco per fellonia e poi concessa da Re Ferrante d’Aragona a Giovanni Carafa della Spina (…). Pietro Ebner (…), a p. 592, aggiungeva che: “La contea di Policastro, avocata al fisco per fellonia, dopo l’arresto e la decapitazione di Antonello venne poi concessa da re Ferdinando (25 ottobre 1496) a Giovanni Carafa.”. Dunque, in seguito ai fatti della “Congiura dei Baroni”, la contea di Policastro ed il porto di Sapri, sarebbero appartenuti ai Petrucci solo fino al 1496, quando re Ferrante d’Aragona la concede in feudo ai Carafa che la possedette fino all’unità d’Italia. Il documento del vescovo Guidano, conservato negli Archivi dell’Abbazia di Cava dè Tirreni, è dell’Aprile del 1481, qualche anno prima (a. 1485), in cui i Petrucci parteciparono alla ‘Congiura dei baroni’ e, persero la contea di Policastro. Secondo i due studiosi Natella e Peduto (…), a p. 515, la contea di Policastro, fu rivenduta dal re, che demanializzò Policastro “nel 1496 a Giovanni Carafa, detentore del feudo nella prima metà del XVI secolo (81).”.
Nel 5 ottobre 1496, il diploma di re Ferdinando II d’Aragona (“Ferrantino”) che concede a Giovanni Carrafa della Spina la Contea di Policastro
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 340-341, parlando di Policastro scriveva che: “Giovanni Carafa (60), vice-cancelliere del re, acquistò Rofrano, Alfano e Policastro, Carlo comprò Campora e Antonio Castelnuovo. Il titolo di conte venne concesso da re Ferdinando nel 1496 a Giovanni Carrafa. Ecc..”. Ebner (…), a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: “La Concesione ai Carafa venne fatta con Albarano rg. (Quint. 55, f. 221; Quint. 58, f. 62e 172; Quint. 77, f. 270). Seguì la conferma 4 febbraio 1496) da re Federico, il quale aggiunse i feudi di Alfano e Sanza, con diploma del 5 ottobe 1496, edito nel mio ‘Economia e società’ cit. I, p. 540 sgg.”. Dunque, Ebner (…), scrive che il 4 febbraio 1496, re Federico (credo si riferisca a Federico I d’Aragona), confermò la concessione ai Carafa. Credo che in Ebner vi sia un errore quando nella sua nota (60) postillava di re Federico. Però a pensarci bene potrebbe non essere un errore. Infatti, Federico d’Aragona, ramo di Napoli (Napoli, 16 ottobre 1451 – Castello di Plessis-lez-Tours, 9 novembre 1504), era un sovrano italiano. Fu re di Napoli dal 1496 al 1501. Era il figlio di Ferdinando I e di Isabella di Taranto; fratello di Alfonso II e zio di Ferdinando II, successe al nipote Ferdinando II, morto precocemente senza eredi nel 1496, all’età di 28 anni. Ebner dice che si trattava di re Federico mentre lo stesso Ebner (…), nel vol. I a p. 540 del suo ‘Economia e Società etc…’, in proposito pubblicava il diploma diFerdinando II d’Aragona. L’intestazione che riporta l’Ebner a p. 540 è: “DIPLOMA DI POLICASTRO – FERDINANDUS SECUNDUS DEI”. Dunque, Ferdinando II d’Aragona, ovvero Federico I° d’Aragona ?. Ferdinando II d’Aragona, ramo di Napoli, noto anche come Ferrandino (Napoli, 26 agosto 1469 – Somma Vesuviana, 7 settembre 1496), fu re di Napoli per poco meno di due anni, dal 23 gennaio 1495 al 7 settembre 1496. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 540, pubblicava la trascrizione del Diploma di “Ferdinando Secundus Dei“, la cui immagine originale è stata pubblicata dall’Ebner (…) a p. 431 del vol. I, di ‘Economia e Società etc..’ (vedi l’immagine ivi pubblicata) e, nel vol. I, a p. 539, parlando di Policastro (attuale Policastro Bussentino), in proposito scriveva che: “Nel 1496 troviamo la contea concessa al benemerito patrizio napoletano Giovanni Carrafa della Spina. Il diploma che ne segue è appunto l’atto di concessione esistente nella Biblioteca del Senato della Repubblica (ms. n. 96), che ho potuto fotografare e trascrivere per la squisita cortesia del consigliere parlamentare dr. William Mondorsi. Trattasi (v. Catalogo, vol. V, p. 462) di un fascicolo membranaceo (350 x 240) di ff 10 (ultimo bianco), di cui il primo è inquadrato in un ricco fregio miniato con figure di donne e stemma. In alto, e a centro, la rappresentazione miniata del feudatario Giovanni Carrafa della Spina che riceve l’omaggio di Policastro (uomo inginocchiato). Al f 9 la firma autografa di re Ferdinando II. Il ‘ms.’ è strato scritto da una sola mano con caratteri gotico piccolo sul v e r dei ff di pergamena. Come giustamente si osserva sul Catalogo’, il documento è importante perchè in esso si può desumere “quale sia stato il governo di Policastro nel periodo della Signoria dei Carrafa”. Riguardo i possedimenti dei Carafa della Spina e l’acquisto di S. Giovanni a Piro e di Policastro, poi divenuti conti di Policastro, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, p. 492, nella sua nota (25) postillava che: “(25) Cfr. il Diploma originale in Ebner, Economia e Società, cit., vol. II, p. 541”, ma è la p. 491 che ivi pubblico:
(Fig…) Diploma con il quale re Ferdinando II d’Aragona concede a Giovanni Carafa della Spina alcuni feudi tra cui quello di Policastro – tratto da Ebner, Economia e società etc…, vol. II, p. 491 è scritto: “Diploma di Policastro”.
Dopo la ‘Congiura dei baroni‘ e, la fellonia di Ferrante d’Aragona e, l’arresto e la decapitazione del Petrucci, il 25 ottobre 1496, la Contea aragonese di Policastro e quindi anche Sapri, furono avocate al fisco per fellonia e poi concessa da Re Ferrante d’Aragona a Giovanni Carafa (…). Nel 1496 venne investito della contea di Policastro il benemerito patrizio napoletano Giovanni Carafa della Spina, il quale, oltre Policastro, ebbe “territoria Rocche gloriose ac casellae …. sancti Joanne ad pirum et Boschi, Turris et Alphani”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 540, pubblicava la trascrizione del Diploma di “Ferdinando Secundus Dei“, la cui immagine originale è stata pubblicata dall’Ebner (…) a p. 431 del vol. I, di ‘Economia e Società etc..’ (vedi l’immagine ivi pubblicata) e, nel vol. I, a p. 539, parlando di Policastro (attuale Policastro Bussentino), in proposito scriveva che: “Avocato poi al fisco per fellonia dei de Petruciis, ritroviamo il feudo in possesso dei Carrafa nel 1483 (Cola Carrafa denunciando la morte del padre Andrea ne chiese il rilievo-assenso nel 1491).”. Il Gaetani (…), nella sua nota (1) a p. 29 postillava che: “(1) Ughelli, Italia Sacra, tomo VII, col. 758.”. Ferdinando Ughelli (…), nel suo tomo VII della sua “Italia sacra”, nella colonna 758, in proposito alla Diocesi di Policastro scriveva che: “Dinde Ferdinado Antonius Petruccius Antonelli filius Policastri Dominus fuit, qui una cum vita Maiestatis reus factus, dominatum amisit: tandem ex Regio dono Ferdinandi II Regis Comes Policastrensi dictusest Ioannes Carrafa de Spina vir clarissimus, & Regni benemeritus, euius posteri hactenus Comitatum possidèt; bis sub Carrafis à Turcarum classe capta ecc…ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” parlando di Sapri a p. 592 in proposito scriveva che: “Dell’età aragone si intuiscono notizie dalla costituzione della contea di Policastro concessa da re Ferrante al suo primo ministro Antonello Petruciis, il quale, con il consenso del re, associò il figlio Giovanni Antonio alla contea che ormai si estendeva, in un unico complesso, da Novi oltre Policastro. Il ‘Cedolario’, a proposito di Sapri, rinvia a Policastro.”. Dunque, proprio in questo passaggio l’Ebner ci fa riflettere sul fatto che, verso la fine dell’età Aragonese, ovvero quando la Contea di Policastro inizia a dipendere dai Carafa, anche il territorio di Sapri poteva dipendere dai Carafa di Policastro. Forse buona parte del territorio saprese. Giovanni Caraffa detto “la Morte” (pare per il suo aspetto disgustoso) (metà del XV secolo, 1530), era patrizio napoletano; signore di Rofrano e Mannia investito il 1 luglio 1490, ambasciatore a Venezia nel 1496 e in Ungheria nel 1498, 1° Conte di Policastro investito con privilegio datato: Sarno 4 febbraio 1496 (esecutivo dal 25 ottobre 1496),compra Roccagloriosa nel1501, Signore di Rodio, Consigliere Regio, Provvisore Maggiore nel 1512, confermato di tutti i feudi il 31 ottobre 1518 (con l’aggiunta di Bosco e San Giovanni), Consigliere del Collaterale dal 22 maggio 1523. Sposa Giovanna, figlia di Arnaldo Sanchez castellano di Castelnuovo in Napoli. Dunque, Ebner scriveva che il 4 febbraio 1496 re Federico (forse si riferiva a Federico I d’Aragona) confermava i feudi concessi ai Carafa. Federico o Ferdinando II (detto Ferrandino) ? Pietro Ebner (…), però nel vol. I a p. 540 del suo ‘Economia e Società etc…’, pubblicava il diploma di Ferdinando II d’Aragona. L’intestazione che riporta l’Ebner a p. 540 è: “DIPLOMA DI POLICASTRO – FERDINANDUS SECUNDUS DEI”. Dunque, Ferdinando II d’Aragona, ovvero Federico I d’Aragona ?. Ferdinando II d’Aragona, ramo di Napoli, noto anche come Ferrandino (Napoli, 26 agosto 1469 – Somma Vesuviana, 7 settembre 1496), fu re di Napoli per poco meno di due anni, dal 23 gennaio 1495 al 7 settembre 1496. Inoltre dal febbraio al luglio del 1495 fu spodestato da Carlo VIII di Francia, calato in Italia per rivendicare l’eredità angioina. Era figlio di Alfonso II e Ippolita Maria Sforza, nipote di Ferdinando I°, titolare del trono di Gerusalemme.
Nel 25 ottobre 1496, re Ferdinando II d’Aragona (“Ferrandino”) donò la contea di Policastro a Giovanni Carafa della Spina, che divenne conte di Policastro, Roccagloriosa, Caselle e Bosco, Castel Ruggiero e Torre Orsaia (giurisdizione criminale)
Riguardo il feudatario di Policastro, Giovanni Carafa della Spina, ne ha parlato Pietro Ebner (…), sulla scorta del Di Luccia (…). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 340-341, parlando di Policastro scriveva che: “Giovanni Carafa (60), vice-cancelliere del re, acquistò Rofrano, Alfano e Policastro, Carlo comprò Campora e Antonio Castelnuovo. Il titolo di conte venne concesso da re Ferdinando nel 1496 a Giovanni Carrafa. Ecc..”. Pietro Marcellino di Luccia (…), che nel 1700, scrisse il dotto ‘Trattato Historico-Legale etc‘, su S. Giovanni a Piro e a p. 8, parlando di Policastro scriveva che: “….nell’anno 1496 e che poi fosse passata in persona del celebre Guerriero Don Gio: Carrafa, come si legge nella descrittione del Regno di Napoli, & appresso il Summonte.”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo trattato a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, della ‘Congiura dei Baroni‘ e del passaggio della contea di Policastro ai Carafa della Spina. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e popoli del Cilento’, a p. 592, parlando di Policastro, aggiungeva che: “La contea di Policastro, avocata al fisco per fellonia, dopo l’arresto e la decapitazione di Antonello venne poi concessa da re Ferdinando (25 ottobre 1496) a Giovanni Carafa.”. Sulla data del 25 ottobre nutriamo dei dubbi. Ebner dice che il 25 ottobre re Ferdinando II, ovvero Ferrandino, concesse ai Carafa, ma Ferrandino morì il 7 settembre 1496 ed inoltre già nel 1495, fu spodestato dal Regno di Napoli da Carlo VIII re di Francia. Orazio Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Dopo la congiura dei Baroni e il sequestro dei beni ai congiurati (86), la contea di Policastro che era stata avocata a sè dalla Corona, fu acquistata da Giovanni Carafa della Spina (87).”. Orazio Campagna, a p. 260, nella sua nota (86), in proposito postillava che: “(86) ASN, Privilegi della Sommaria, nei voll. 18 e sgg; E. Perito, ‘La congiura dè baroni etc…’, op. cit.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 340-341, parlando di Policastro scriveva che: “Giovanni Carafa (60), vice-cancelliere del re, acquistò Rofrano, Alfano e Policastro, Carlo comprò Campora e Antonio Castelnuovo. Il titolo di conte venne concesso da re Ferdinando nel 1496 a Giovanni Carrafa.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 390-391, parlando di Policastro e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro scriveva che il re Federico I d’Aragona, in seguito alla Congiura dei Baroni e all’arresto dei Petrucci, riferendosi all’Abbazia di S. Giovanni a Piro: “….concesse al bastardo suo figliuolo Alfonso che ne conservò le rendite fino al 1499. Dell’avocazione alla Corona dei beni di Antonello approfittarono i fratelli Carafa.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 491-492, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Nel 1496 venne investito (24) della contea Giovanni Carafa della Spina, il quale, oltre Policastro, ebbe “territoria Rocce gloriose ac Casellae (…) sancti Joanne ad pirum et Boschi, Turris et Alphani.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 492, nella sua nota (24), postillava che: “(24) Quinter. 1, f 43.”. Qui l’Ebner si riferisce ai libri della cancelleria Aragonese detti ‘Quinternioni‘. Ebner (…), a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: “….nella guerra tra Carlo VIII e re Ferdinando venne creato “general commissario sopra l’armata dè Vitiniani” assoldata da re Ferdinando. Si comportò così bene che il re nel 1496, per ringraziarlo “gli dona la città di Policastro col titolo di Conte”. Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Ecc…”. Pietro Ebner (…), riguardo il Carafa cita il Campanile (p. 50). Filiberto Campanile (…), nel suo ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (e non p. 50 come scrive Ebner) parla della nobile famiglia dei Carafa e, cita Giovanni Carrafa. Secondo i due studiosi Natella e Peduto (…), a p. 515, la contea di Policastro, fu rivenduta dal Re, che demanializzò Policastro “nel 1496 a Giovanni Carafa, detentore del feudo nella prima metà del XVI secolo (81).“. Natella e Peduto (…), a p. 515, nella loro nota (81) postillavano che: “(81) Per queste notizie vedi E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il conte di Policastro, Bari, Laterza, 1926.”. Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a pp. 113-114, sulla scorta del Di Luccia (…), dedica un intero capitolo “Usurpazione dei poteri spirituali e temporali da parte del Vescovo e del Conte di Policastro”, e a pp. 110-111, scriveva che “….Conte di Policastro, Signor Carafa. Detto Conte – come abbiamo già detto – discendeva da cospicua famiglia napoletana, la quale, fra l’altro, aveva dato alla Chiesa un Papa (Pietro Carafa, 1555-1559), dodici Cardinali, due Patriarchi e ventidue Vescovi. La città di Policastro, …..fino a che non pervenne al “celebre Guerriero D. Giovanni Carafa (2). Il Conte di Policastro, adunque, che in quel tempo era – per diritto di successione – D. Ettore Carafa, marito di Donna Teresa Farau, dei Principi di S. Agata, detenendo l’esercizio del potere criminale, sul Convento e sulle Università di Bosco, ecc..”. Ferdinando Palazzo, a p. 114, nella sua nota (2) postillava a riguardo che: “(2) Di Lùccia: pag. 8, op. cit.”. Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, scrisse un trattato dal titolo: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Pietro Marcellino Di Luccia, nel 1700, pubblicò il suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, in cui a p. 8, scrive che la città di Policastro nel 1496 passò a Giovanni Carafa. Pietro Marcellino di Luccia (…), a p. 8, parlando di Policastro scriveva che: “….nell’anno 1496 e che poi fosse passata in persona del celebre Guerriero Don Gio: Carrafa, come si legge nella descrittione del Regno di Napoli, & appresso il Summonte.”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo trattato a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, della ‘Congiura dei Baroni‘ e del passaggio della contea di Policastro ai Carafa della Spina. Il Summonte (…), scrive della ‘Congiura dei Baroni’ verso p. 270 nel suo cap. III, dell’edizione del 1655, e lo fa anche sulla scorta dello Zurita e del Pontano. Pietro Ebner (…), riguardo il Carafa cita il Campanile (p. 50). Ebner (…), citando il Campanile (…) si riferiva al testo intitolato: “L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo, a pp. 49-50 parlando del Duca Gianfrancesco Di Sangro, in proposito a pp. 49-50 scriveva che: “Ritornato che fu il Duca, dopo questo fatto, il Re hauendo hauuta particolar informazione del valor, c’egli hauea dimostrato in tutta quella impresa, l’andò con più lettere ringraziando honorandolo anche con titolo di parente e diremunerazione il creò suo Consiglier di Stato nel Regno di Napoli.”. In un altro testo il Campanile (…) ci parla dei Carafa della Stadera e della Spina. Filiberto Campanile (…), nel suo ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 parlando della nobile famiglia dei Carafa, cita Giovanni Carrafa e Carlo V nel 1523. Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (vedi II edizione), nel suo cap. II, a pp. 113-114, sulla scorta del Di Luccia, dedica un intero capitolo “Usurpazione dei poteri spirituali e temporali da parte del Vescovo e del Conte di Policastro”, e a pp. 110-111, scriveva che “Signor Carafa. Detto Conte – come abbiamo già detto – discendeva da cospicua famiglia napoletana, la quale, fra l’altro, aveva dato alla Chiesa un Papa (Pietro Carafa, 1555-1559), dodici Cardinali, due Patriarchi e ventidue Vescovi. La città di Policastro, …..fino a che non pervenne al “celebre guerriero Don Giovanni Carafa (2). Il Conte di Policastro, adunque, che in quel tempo era – per diritto di successione – D. Ettore Carafa, marito di Donna Teresa Farau, dei Principi di S. Agata, detenendo l’esercizio del potere criminale, sul Convento e sulle Università di Bosco, ecc..”. Ferdinando Palazzo (vedi II edizione), a p. 114, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di Lùccia: pag. 8, op. cit.”. Rileggendo Ebner, che a p. 668, parlava di Torre Orsaia, aprendiamo che “Nel 1524 Giovanni Carrafa, conte di Policastro, convenne innanzi la Real Camera della Sommaria il vescovo di Policastro assumendo di essere il legittimo feudatario di Torre Orsaia. I Carrafa….esibirono infatti, i capitoli originali concessi da Antonello de Petruciis…., le firme del re, che furono riconosciute autentiche da tre persone qualificate nel 1544. O. Pasanisi (9), che pubblicò gli statuti locali di Torre Orsaia, ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: “Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in atre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50). La Concesione ai Carafa venne fatta con Albarano rg. (Quint. 55, f. 221; Quint. 58, f. 62e 172; Quint. 77, f. 270). Seguì la conferma (4 febbraio 1496) da re Federico, il quale aggiunse i feudi di Alfano e Sanza, con diploma del 5 ottobe 1496, edito nel mio ‘Economia e società’ cit. I, p. 540 sgg.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” parlando di Sapri dopo la Congiura dei Baroni a p. 592, “La famiglia Carafa posedeva ancora la contea nel 700 il 3 ottobre 1770 la figlia di Gerardo Carafa e della congiunta Ippolita Carafa, Teresa, ebbe quale unica erede intestato Policastro con titolo di Conte, Forli con titolo di duca (il titolo era stato trasferito su Ispani con diritto al villaggio di denominarsi Forli), Libonati (Vibonati), Sapri e Santa Mericina o Marina e con i casali di S. Cristoforo e Capitello. Successivamente Teresa Carafa ebbe intestata varie giurisdizioni ecc..”. Dunque, Ebner scriveva che il 3 ottobre 1770, Teresa Carafa, figlia di Gerardo Carafa e della moglie Ippolita Carafa ebbe quale unica erede intestato Policastro con titolo di Conte, e di duca, Libonati, Sapri e Santa Mericina o Marina e con i casali di S. Cristoforo e Capitello. Pietro Ebner scriveva pure che secondo: “Il ‘Cedolario’, a proposito di Sapri, rinvia a Policastro.”. Cosa significa tutto questo ?. In primo luogo diciamo cos’è il ‘Cedolario’ ?. Il Cedolario è un documento d’epoca Aragonese ?. E’ un elenco inventario di documenti che riguardano soprattutto gli atti della Regia Camera della Sommaria in epoca Aragonese e Vicereale conservati oggi nell’Archivio di Stato di Napoli. Il Gaetani, a p. 283, nella sua nota (24), postillava le notizie sui feudatari di Torraca tratte dal ‘Cedularia’, del Grande Archivio di Stato di Napoli, e scriveva in proposito che: “Torraca fu feudo baronale sin dall’età angioina. Dai Cedularia del Grande Archivio di Stato di Napoli, risultano i seguenti baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1525, per Lucrezia Scondito il marito ecc..”.
I CARAFA DELLA STADERA
Dal “Libro d’Oro della Nobiltà Napoletana” leggiamo che i l’illustrissima e storica famiglia napoletana Carafa discende da altro più antico casato napoletano: i Caracciolo. Il capostipite fu Gregorio di Giovanni Caracciolo vissuto nel XII secolo, detto Carafa perchè ricopriva la carica di concessionario della gabella sul vino chiamata “campione Carafa”. Guerrello Caracciolo detto Carafa, Maresciallo del Regno, fu cavaliere dell’Ordine della Nave. Si divise in due grandi rami detti della Spina e della Stadera; capostipite della famiglia Carafa della Stadera fu Tommaso, figlio di Bartolomeo. Fu ascritta al Patriziato napoletano del Seggio di Nido e, dopo la soppressione dei sedili (1800) fu iscritta nel Libro d’Oro Napoletano. Numerosi furono i feudi posseduti e furono insigniti di prestigiosi titoli, tra i quali: barone di: Apricena, Binetto, Bonifati, Campolieto, Capriati, Civita Luparella, Colubrano, Rocca d’Aspro, Rutigliano, Sant’Angelo a Scala, San Mauro, Sessola, Tortorella, Trivigno, Tufara, Vallelonga. marchesi di: Anzi (1576), Baranello (1621), Bitetto (1595), Corato (1727), Montenero (1573), Montesardo, S. Lucido, Tortorella (1710). I Carafa raggiunsero i più alti gradi ecclesiastici nella Chiesa Romana con quindici cardinali e un Papa; Giovan Pietro Carafa (Capriglia 28-6-1476 † Roma, 18-8-1559), figlio di Giovanni Antonio dei conti Carafa e di Vittoria Camponeschi, figlia di Pietro Lalle, ultimo conte di Montorio, feudo in provincia di Teramo, fu eletto Papa il 23 maggio 1555 con il nome di Paolo IV. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 678 parlando di Tortorella, scriveva in proposito che: “Il Giustiniani (18), ….ci informa ….e del feudatario “Caraffa della Stadera”. Egli ci informa pre delle numerazioni dal 1532 al 1669 (19). Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitisi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi casali, dei baroni Carraffa della Stadera che lasciarono “tristi ricordi di tirannia e di soprusi” (sono ancora visibili i resti del palazzo marchesale), del palazzo dei baroni Gallotti etc…”. Ebner, a p. 678, nella nota (21) postillava che: “(20) Tancredi, Il Golfo di Policastro etc..”, p. 72.”. I Carafa o Caraffa sono una nobile e antica famiglia di origine napoletana, discendente dall’ancor più antica famiglia Caracciolo. Divisa in numerosi rami, i cui principali e più importanti sono i Carafa della Spina e i Carafa della Stadera, e decorata dei più alti titoli, raggiunse l’apice della sua potenza con l’elezione al soglio pontificio di Gian Pietro Carafa, papa con il nome di Paolo IV. Capostipite della famiglia Carafa della Spina fu Andrea, familiare della regina Giovanna I d’Angiò, il quale seguì Carlo III di Durazzo nella guerra d’Ungheria. I rappresentanti del Casato ricoprirono le più alte cariche in campo civile, militare ed ecclesiastico sino ad arrivare al soglio pontificio. Fu ascritta al Patriziato napoletano del Seggio di Nilo e, dopo la soppressione dei sedili (1800), fu iscritta nel Libro d’Oro napoletano. Numerosi furono i feudi posseduti e furono insigniti di prestigiosi titoli, tra i quali: Barone di: Bianco (1629), Carreri (1629), Cerro, Forlì (1629), Petrella, Rionegro (1666), Ripalonga, Roccasicone, Rocchetta, San Nicola di Leporino, Torraca; Conte di: Arpaia (1605), Condojanni (1629), Conte palatino (1622), Cerro, Grotteria (1496), Policastro, Roccella (1522); Marchese di: Brancaleone, Tortorella, Castelvetere (1530) con annesso il Granducato di Spagna di prima classe (1581); Duca di: Bruzzano (1646), Forli (1625), Montenero, Rapolla (1623), Traetto (1712); Principe di: Roccella (1594), Sacro Romano Impero (1563). Riguardo la famiglia dei Carafa, ha scritto il Cataldo (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 42, in proposito scriveva che: “Questa famiglia si divise in vari rami, fra cui i principali: i Carafa della Spina (Principi di Belvedere), della Bilancia (Duchi d’Andria), della Serra, ecc..a Tortorella vi erano i Marchesi dell’altro ramo: (Carafa della Stadera), i cui tenimenti passarono alla famiglia Rocco. Da essi uscirono personaggi illustri: – Giampietro Carafa (1476-1559), che fu papa Paolo IV nel 1555, ecc..”.
Nel 25 ottobre 1498, re Federico I d’Aragona smembrò la Contea di Lauria e diede le Terre di Tortorella, Battaglia e Casaletto a Giovanni Andrea Caracciolo, patrizio Napoletano e maestro d’armi del re Ferdinando I d’Aragona
Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 201, in proposito scriveva che: “Nel 1498, in seguito alla ribellione del Conte di Capaccio, Guglielmo Sanseverino, al re di Napoli Ferdinando I d’Aragona, la famiglia Sanseverino fu privata, tra l’altro, anche del feudo di Tortorella, che fu dato a Giovanni Andrea Caracciolo, maestro d’armi del re (4).”. Il Guzzo, a p. 201, nella nota (4) postillava che: “(4) C. Porzio: La congiura dei Baroni del Regno di Napoli contro Ferdinando I, Napoli, 1964, pag. 76.”. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 41, in proposito scriveva che: “Pochi anni dopo il nuovo re di Napoli Federico I, succeduto a Ferdinando II, effettuò un vero e proprio smembramento della Contea di Lauria suddividendola in tanti piccoli feudi che furono messi all’asta e ceduti alla nuova nobiltà di toga. Come documentato nei Quinternioni conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, Lib. III°, al foglio 169 e Lib VII°, foglio 159, in data 25 ottobre 1498 il re conferì “le Terre di Tortorella con i casali di Libonati, Casaletto e Battaglia” al patrizio napoletano Giovanni Andrea Caracciolo, etc…”. Dunque, su concessione di re Federico I d’Aragona, in seguito ai fatti della Congiura de Baroni, il casale di Vibonati, che all’epoca veniva chiamato Libonati, venne devoluto, insieme a Casaletto e Battaglia al patrizio napoletano Giovanni Antonio Caracciolo. Infatti, in seguito alla Congiura dei Baroni, re Federico I d’Aragona, che aveva assediato i Sanseverino a Teggiano, suddivise la Contea di Lauria appartenuta a Bernardino Sanseverino, ultimo conte di Lauria. Sul blog in rete del “Libro d’oro della Nobiltà Mediterranea” è scritto che G7. GiovanniAndrea (+ 1528), Patrizio Napoletano; ebbe le Serre di Tortovilla e Casaletto il 25-10-1498 e la terra di Misuraca il 25-4-1500, compra Scalea il 25-4-1501, Signore di Misuraca, Scalea, Tortorella con i casali di Libonati, della Battaglia e Casaletto; 1° Marchese di Misuraca dal 4-10-1523. = Andreanna, figlia ed erede di Paolo di Caivano Signore di Misuraca. H1. Paolo (+ assassinato nel corso di una ribellione di villici 1528), Patrizio Napoletano. = Donna Caterina Vittoria Acquaviva d’Aragona, figlia di Don Belisario 1° Duca di Nardò e di Sveva Sanseverino dei Principi di Bisignano (+ uccisa col marito 1528) (vedi/see) H2. Porzia (+ post 13-8-1546); 1 a) = 1523 Ferdinando Piscicelli, Patrizio Napoletano; 1 b) = Ferdinando Caracciolo, Patrizio Napoletano (vedi/see). H3. Isabella (+ post 1569), Marchesa di Misuraca e Signora di Scalea a Tortorella. = Don Ferdinando Spinelli 2° Duca di Castrovillari (vedi/see. H4. Aurelia (+ post 1558) = 1525 Francesco de Guevara Signore di Arpaia e Buonalbergo (vedi/see). H5. Antonia (+ post 1566) = Diego Sandoval de Castro. H6. Giulia = Vincenzo Casera.H7. Lucrezia (+ 3-12-1580), monaca dal 6-2-1528, poi Badessa del monastero di Santa Maria Donna Regina a Napoli dal 1-9-1569 al 30-8-1572. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a p. 164, in proposito scriveva che: “Dopo la tragica conclusione della Congiura dei Baroni, nel 1486, i Sanseverino vennero privati dei loro possedimenti e Bonati, che faceva parte del feudo di Tortorella, passò nelle mani di Giovanni Andrea Caracciolo.”.
Nel XV secolo, il “Portus Saprorum” insieme a Torraca
Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV secolo, Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che non venivano tassati.”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “Da questo periodo e per tutto il secolo XVI, la popolazione continuò nella sua crescita. Dai Cedolari angioini risulta che nel 1532, (Cedolari Angioini nel 1532 ?), il paese era tassato per 69 fuochi, quindi pari a 414 abitanti; nel 1545 crebbe a 76 fuochi, pari a 456 abitanti; nel 1561 a 86 fuochi, ossia 516 abitanti, fino a raggiungere i 100 fuochi nel 1595, che possono tradursi in ben 600 anime, che per quel periodo, era da considerarsi un centro di media importanza. Quello focatico era il sistema di tassazione, poichè si basava sul nucleo familiare ecc…”.
Nel 1500, i corsari barbareschi e le frequenti loro incursioni nel basso Cilento
Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno – la baronia di Novi”, a p. 163, in proposito scriveva che: “Alla Spagna di Filippo II, però, va il merito di aver implacabilmente perseguito i barbareschi che infestavano le coste mediterranee, lotta che culminava nel glorioso episodio della Battaglia di Lepanto. La tradizione (protocolli notarili, ecc…) ricorda il susseguirsi delle incursioni marittime turche anche nel retroterra (S. Barbara, Ceraso, Catona, Terradura, ecc…) protrattesi oltre il XVI secolo, specialmente nel Cilento meridionale, malgrado il riattamento delle antiche torri costiere e l’elevazione di altre (75), tutte poi custodite anche a segnalare l’avvicinarsi delle navi dei pirati. Questi nel 1531, distrussero Palinuro con i vicini casali; nel 1533 saccheggiarono Policastro; nel 1543 Pisciotta e nel 1544 Agropoli. Dopo il 27 giugno del 1544 il Barbarossa incendiò Policastro, Bosco, S. Giovanni a Piro, S. Marina, Torre Orsaia e Roccagloriosa (cento cittadini tra morti e prigionieri), il 12 vennero poste a sacco Camerota, Licusati e Lentiscosa (300 prigionieri, annotava il notaio Greco nei suoi protocolli). Nel 1563 i Turchi sbarcarono a S. Marco di Castellabate assalendo Torchiara, ma furono respinti lasciando 30 morti. Nel settembre successivo tornarono con 1600 uomini bruciando 60 case e catturando 60 persone.”. Ebner, a p. 163, nella nota (75) postillava che: “(75) Alla requisizione delle torri risultarono quelle di Policastro, Camerota, Molpa, Palinuro, Acciaroli, Agnone, Pagliarola di Castellabate. Altre furono costruite dalla Casa dell’Annunziata di Napoli, feudataria di Castellammare della Bruca (Velia).”.
Nel 25 aprile 1501, Giovanni Andrea Caracciolo acquista le Terre di Scalea
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 41, in proposito scriveva che: “….patrizio napoletano Giovanni Andrea Caracciolo, il quale, due anni dopo, il 25 aprile 1500, divenne anche signore della Terra di Misuraca (60), avendo sposato Andreanna, unica figlia ed erede di Paolo di Caivano. Il 25 aprile 1501 compra inoltre le Terre di Scalea, mentre il 4 ottobre 1523 gli viene concessa dal Vicerè la corona di I° Marchese di Misuraca. A partire da questo periodo le notizie rintracciabili all’Archivio di Stato di Napoli relative a Casaletto diventano sempre più numerose (61). nel 1508 il “Magnifico Ioanni Andrea Caraczolo, (viene) tassato in ducati 51.4.19 1.2 per Turturella et Casalecto, comperia per il detto donativo” (62).”. Il Montesano, a p. 41, nella nota (60) postillava che: “(60) Oggi Mesoraca, Comune in Provincia di Crotone”. Il Montesano, a p. 41, nella nota (61) postillava che: “(61) La scarsità di notizie relative al precedente periodo angioino e aragonese è i realtà dovuta principalmente alla distruzione degli archivi storici avvenuti, in parte, con i bombardamenti del Grande Archivio di Napoli etc..”. Il Montesano, a p. 42, nella nota (62) postillava che: “(62) ASN, Regia Camera della Sommaria, Segreteria, Partium, Inventario 1468-1688, vol. 75, 1508, f. 134”. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea antica e moderna”, a pp. 147-148, in proposito scriveva che: “In questi anni infelici, tuttavia, un punto di riferimento importante e un elemento di stabilità a Scalea fu rappresentato dalla famiglia Spinelli. Anche questa importante casata calabrese giunse a Scalea ‘maritali nomine’, cioè attraverso un matrimonio. Don Ferdinando Spinelli (morto nel 1547 c.a.), secondo duca di Castrovillari, secondo conte di Cariati, ecc…, sposò in seconde nozze Isabella Caracciolo, figlia ed erede di Giovanni Andrea, primo marchese di Mesoraca, signore di Scalea e Tortorella, e di Andreanna di Caivano, signora di Mesuraca. Con suo figlio, don Troiano I (c.a. 1530-66), secondo marchese di Mesoraca, che nel 1566 ottenne il titolo di principe di Scalea, inizia la serie dei principi. Essi fissarono la propria dimora nel palazzo dove presumibilmente già risiedevano i precedenti signori della città e che ancora oggi porta il nome di Palazzo dei Principi. Nelle sue grandi linee l’edificio, che fu ampliato e abbellito dagli Spinelli, oggi conserva la fisionomia che aveva ricevuto nel Cinquecento.”. Dunque, Giovanni Andrea Caracciolo, marchese di Mesoraca, signore di Scalea e di Tortorella, insieme alla moglie Andreanna di Caivano, ebbero come figli, le figlie Isabella e Porzia. Il Vacchiano ci dice che la figlia Isabella Caracciolo andò sposa a don Ferdinando Spinelli, secondo duca di Castrovillari che la sposò in seconde nozze e da cui si ebbe Troiano II Spinelli. Carmine Manco (…), nella sua “Scalea prima e dopo”, a p. 50, in proposito scriveva che: Tutte queste terre, che erano infeudate, titolate e che davano il titolo principesco, passarono nel 1556 agli Spinelli. Pertanto gli Spinelli presero il titolo di Principi di Scalea. Il primo Principe di Scalea fu Troiano e il secondo Ferdinando. Sotto il governo di questi vennero portati a termine i lavori di ampliamento della loro dimora, già dei Romano e dei Duchi di Sanseverino, che prese l’aspetto attuale e il nome di “Palazzo dei Principi…..(p. 52). Inoltre i tributi erano pesantissimi. L’amministrazione era confusa. Ogni sorta di abusi era possibile. Anche il napoletano Giovan Andrea Caracciolo che accentrava le cariche di fundicario, vice-secreto, e portolano di Scalea ne commise. In tutto questo caos a Scalea si fece qualcosa. I Palamolla riuscirono ad incrementare l’industria serica. Aumentò il commercio di cui erano mercanti oltre ai Palamolla, Sipio e Andrea Caputo, Antonio Macrino e Matteo Manfredi. Ecc…”. Dunque, in questo breve passo il Manco ci parla di Giovan Andrea Caracciolo che nel frattempo aveva assunto diverse cariche pubbliche del Viceregno spagnolo. Egli ricopriva le carice di “fundicario, vice-secreto, e portolano di Scalea“. A questo proposito il Manco scriveva che il Caracciolo aveva commesso diversi abusi. Infatti, Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 43, in proposito scriveva che: “Malgrado il possesso delle terre sicuramente il marchese Caracciolo non risiedeva in Tortorella, ma bensì nel palazzo marchesale di Misuraca. Ed è proprio lì che Giovanni Andrea trovoò la morte (65); nel 1528 egli, insieme al figlio Paolo e sua moglie Caterina, venne trucidato in piazza a seguito di una rivolta contadina. Grazie all’aiuto di alcuni parenti riuscirono a mettersi in salvo soltanto le figlie che, scampate al massacro, trovarono rifugio a Catanzaro. Qui conobbero il duca di Castrovillari Ferrante Spinelli il quale con le sue truppe era corso in aiuto del vicerè Filiberto di Chalois, intento a contrastare il tentativo di conquista della città da parte delle truppe fracesi e di quelle del Duca di Capaccio. Il duca Ferrante s’invaghì della giovane e bella Isabella e, dopo aver liberato dall’assedio la città e, nel contempo, sposato in seconde nozze la marchesa, marciò con il proprio esercito su Misuraca, ristabilendo l’ordine costituito e restituendo il feudo alla nuova moglie Isabella. Dal matrimonio tra i due nacque Troiano Spinelli, il quale ereditò, nel 1548, il feudo della madre, essendo quello del padre spettante al figlio avuto dal primo matrimonio, il III duca di Castrovillari Don Giovanni Battista II (66).”. Il Montesano, a p. 43, nella nota (65) postillava che: “(65) Racconti calabresi – di Achille Grimaldi – stamperia del Filiberto, Napoli, 1860”. Il Montesano cita il duca Ferrante Spinelli mentre il Vacchiano lo cita come “Ferdinando Spinelli”. Da Wikipedia leggiamo che Mesoraca (IPA: /mezoˈraka/, Misuraca in dialetto mesorachese, Mesoràchion in greco bizantino) è un comune italiano di 5868 abitanti della provincia di Crotone in Calabria. Dal 1292 fu territorio dei Ruffo di Calabria, mentre dal 1523 entrò a far parte del Marchesato di Crotone come possesso dei Caracciolo. Alla famiglia Caracciolo è legato uno degli episodi più noti e cruenti della storia mesorachese: nel 1527 a causa del malcostume del signore e nella messa in pratica del diritto Ius primae noctis, una congiura alimentò una rivolta contadina che causò lo sterminio di parte dei componenti della famiglia ad eccezione delle figlie Isabella e Porzia, che riuscirono a scappare a Catanzaro; la rivolta fu repressa e vendicata dal principe Ferrante Spinelli, il quale sposò la marchesina Isabella Caracciolo per ripristinare il feudo, conservato dalla famiglia Spinelli fino al 1584.
GLI SCONDITO
Nel 1500-1504, il “Portus Saprorum” insieme a Torraca passò al “Magnificus Franciscus Scondito”
Di sicuro il feudo di Torraca ed il porto di Sapri passarono alla famiglia Scondito ai primi del ‘500. Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio de Freda; nel 1579 succede Prospero de Freda figlio di Antonio; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che nel 1500 e fino al 1504 vi era un Magnifico Francesco Scondito. Recentemente Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “Di questo periodo, abbiamo notizie abbastanza precise sulle famiglie nobili di Torraca, grazie alla certosina ricerca effettuata da Rocco Gaetani, ………Si è cercato in questo testo di ampliare una lista dettagliata dei relativi baroni che hanno governato il paese dall’inizio del XVI sec. Tra questi: dal 1500 al 1504, compare un certo Magnificus Franciscus Scondito; ecc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Dal 1500 al 1504 Torraca è posseduta dal nobile Francesco Scondito, mentre nel 1524 risulta essere di Antonio De Freda, marito di Lucrezia Scondito, a pagare i prescritti diritti feudali.”. Dai ‘Cedularia’ dell’Archivio di Stato di Napoli, risultano baroni di Torraca, nel 1500, fino al 1504, “Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca”, come scrive il Gaetani a p. 283 del suo ‘Giovan Giacomo ecc.’. Tuttavia, bisogna segnalare che alcune notizie tratte dall’Ebner (…), cozzano con altre notizie dateci dal Gaetani (…). Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca. Ad un certo punto della storia, e questo però non viene chiarito ne dal Tancredi che dal Mallamaci, il vecchio “Portus Saprorum” diventa “Marina di Torraca” perche tutto il suo territorio apparterrà ai Palamolla, Baroni di Torraca.
Nel 1580, Fulvia Capece Scondito eredita dal padre Camillo Porzio il feudo di Centola
Sugli Scondito o la famiglia Capece-Scondito abbiamo alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente approfondite. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 167 e s., parlando sempre di Centola in proposito scriveva che: “Fulvia Capece Scondito, figliastra di Camillo Porzio, vendette il feudo di Centola il 2 settembre 1622 a Federico Pappacoda, marchese di Pisciotta. Già il 17 ottobre 1592, infatti, Aurelia della Marra e suo marito, il magistrato Cesare Pappacoda (1567-1621), avevano acquistato dal duca di Monteleone i feudi Pisciotta e della Molpa. Ecc…”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 114 e s., parlando sempre di Centola in proposito scriveva che: “Alla morte del Porzio, nel 1580, gli successe la figliastra (e secondo alcuni figlia naturale) Fulvia Capece Scondito, nominata sua erede universale. Questa si contrappose in un conflitto giurisdizionale all’abate di S. M. degli Angeli, Giulio Cesare Bologna. Passata infatti da Pio V, nel 1564, l’abbazia alle dirette dipendenze etc….”. Dunque, la nobile donna Fulvia Capece Scondito, era figliastra di Camillo Porzio. La figliastra del Porzio, Fulvia Capece Scondito, che aveva ereditato il feudo di Centola lo vendette il 2 settembre 1622 a Federico Pappacoda, marchese di Pisciotta. Perchè il Barra scrive che Fulvia Capece Scondito era la “figliastra” di Camillo Porzio ?. Dalla Treccani on-line, alla voce “Porzio Camillo” leggiamo che: “Nel 1580 Camillo Porzio dettò il suo testamento, nominando erede universale Fulvia Scondito, la cui madre aveva sposato quando era rimasta vedova.”. Camillo Porzio, che era divenuto il feudatario di Centola acquistandolo nel 1559 e, nel 1580 dettò le sue volontà testamentarie e donò il feudo e tutto quanto avesse alla figlia Fulvia Capece Scondito, figlia di sua moglie………………morta vedova. Da Wikipedia sappiamo che nel 1559 Porzio riuscì ad acquistare il feudo di Centola, nel Cilento, messo all’asta dalla nobile famiglia degli Alagna. Un’operazione immobiliare prestigiosa quanto complicata, destinata a creare duraturi contrasti fra gli eredi di Porzio, in quanto la proprietà, acquistata con somme versate da Porzio, fu intestata però al cognato, Marino Russo. Dunque, sulla vita privata del Porzio conosciamo il nome di suo cognato Marino Russo. Dunque, la moglie di Camillo Porzio doveva essere una Russo. Il Barra parla della Fulvia Capece Scondito come di una sua “figliastra”. In Wikipedia leggiamo pure che questo quadro di rispettabilità pubblica e di successo sociale doveva essere in forte contrasto con la sua vita privata, dato che in quegli stessi anni fu aggredito e sfregiato a colpi di coltello in seguito a un’avventura amorosa. Si ignorano i particolari della vicenda e la gravità delle ferite; di certo si sa che l’operazione di chirurgia plastica, praticata con le tecniche dell’epoca, ottenne risultati accettabili. Abbiamo visto che Camillo Porzio lasciò con testamento il feudo di Centola alla “figliastra” Fulvia Capece Scondito che ne divenne erede alla sua morte nel 1580. Abbiamo visto pure che Fulvia Capece Scondito, nel 1580 divenne feudataria di Centola. Dalla Treccani abbiamo visto che Camillo Porzio aveva sposato la madre, rimasta vedova, di Fulvia Capece Scondito. Su un blog tratto dalla rete “Il castello di San Sergio”, leggiamo che: “La tenuta feudale San Sergio, secondo il sacerdote Don Giuseppe Stanziola, parroco di Centola, prese il nome dalla cappella di San Sergio ivi dislocata. I feudatari di Centola furono i Rosso i quali ebbero la prima signoria, poi Giacomo della Morra, i Di Sangro, con Carlo e Alfonso, visti nel 1456, quando sempre secondo lo Stanziola, vi costruirono la cappella denominata San Sergio. Poi vennero i Caracciolo, di nuovo i Di Sangro con Sigismondo e Ippolita che tra il 1532 e il 1535 vi costruirono un piccolo maniero. Ritornarono alla fine del 1500 ancora i Rosso che, nel 1602, con Ascanio Rosso e poi la figlia Maria, cedettero il Feudo a Mario Rosso e da questi passò a Fulvia Scondito che, nel 1622, per 12000 ducati, vendette il feudo a Domenico Pappacoda, Marchese di Pisciotta etc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 713, in proposito scriveva che: “Nel ‘Cedolario’ Capizzo, Casaletto e Centola risultavano tassati per l’adoa a Ippolita di Sangro (6). Nel 1603 Maria Rosso, laica in ‘capitulis’, figlia di Ascanio Rosso, rinunziò a Centola donando il feudo allo zio Mario Rosso (7). Nel 1622 Fulvia Scondito alienò Centola, ‘libere’, a favore di Domenico Pappacoda, marchese di Pisciotta per 12 mila ducati (8).”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (4) postillava che: “(4) Ebner, Storia cit., pp. 137 sgg., 192, 201, 207, 217 e 246. Cfr. pure nel mio saggio ‘Economia e società cit., I, p. 262.”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (5) postillava che: “(5) Quint. 4, f 268: ‘cum omnibus eorum iuribus, et iurisdictionibus, mero etc. cognitione primarum causarum et cum integro eorum statu in quibus vivitur iure Longobardorum”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (6) postillava che: “(6) Il Cedulare (f 50 e 16) Adohae taxatur Ippolita de Sangro pro Casaletto Capizzo et Centula.”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (7) postillava che: “(7) Quint., 30, f 248”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (8) postillava che: “(8) Ass. in Quint. 69, f 103.”.
Nel 1524, Antonio De Freda, marito di Lucrezia Scondito pagò i diritti feudali per il feudo di Torraca
Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio ecc…”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che dal 1524 e fino al 10 gennaio 1524 vi era Lucrezia Scondito. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Dal 1500 al 1504 Torraca è posseduta dal nobile Francesco Scondito, mentre nel 1524 risulta essere di Antonio De Freda, marito di Lucrezia Scondito, a pagare i prescritti diritti feudali.”. Dunque, secondo il Gaetani, alla morte di Francesco Scondito, nel feudo di Torraca successe la figlia Lucrezia Scondito che aveva sposato Antonio De Freda. Antonio De Freda, nel 1524 pagò i diritti feudali del feudo di Torraca. Il Gaetani a p. 283, nella sua nota (24), postillava le notizie sui feudatari di Torraca tratte dal ‘Cedularia’, del Grande Archivio di Stato di Napoli, e scriveva in proposito che: “Torraca fu feudo baronale sin dall’età angioina. Dai Cedularia del Grande Archivio di Stato di Napoli, risultano i seguenti baroni: 1525, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio De Freda; nel 1579, succede Prospero De Freda, figlio di Antonio;”. Secondo il Gaetani (….), nel 10 gennaio 1525, Lucrezia Scondito muore e nel feudo di Torraca gli succedono il figlio Giovannantonio (o Giovanniantonio) De Freda. Dopo la morte di Giovannantonio De Freda, nel 1579, nei diritti feudali del feudo di Torraca subentra il figlio di Antonio De Freda, Prospero De Freda. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV secolo, Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che non venivano tassati.”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “Da questo periodo e per tutto il secolo XVI, la popolazione continuò nella sua crescita. Dai Cedolari angioini risulta che nel 1532, (Cedolari Angioini nel 1532 ?), il paese era tassato per 69 fuochi, quindi pari a 414 abitanti; nel 1545 crebbe a 76 fuochi, pari a 456 abitanti; nel 1561 a 86 fuochi, ossia 516 abitanti, fino a raggiungere i 100 fuochi nel 1595, che possono tradursi in ben 600 anime, che per quel periodo, era da considerarsi un centro di media importanza. Quello focatico era il sistema di tassazione, poichè si basava sul nucleo familiare……..Di questo periodo, abbiamo notizie abbastanza precise sulle famiglie nobili di Torraca, grazie alla certosina ricerca effettuata da Rocco Gaetani, ………Si è cercato in questo testo di ampliare una lista dettagliata dei relativi baroni che hanno governato il paese dall’inizio del XVI sec. Tra questi: dal 1500 al 1504, compare un certo Magnificus Franciscus Scondito; segue un vuoto di venti anni, fino al 1524 quanto Antonio De Freda, marito della nobil donna Lucrezia Scondito, pagò i diritti feudali divenendone proprietario; gli succedette prima il figlio Giovanniantonio e poi nel 1579 il secondogenito Prospero; il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, ecc..”. Prospero De Freda, che subentra a Giovanniantonio De Freda nei diritti feudali di Torraca era il figlio secondogenito di Antonio De Freda e di sua madre Lucrezia Scondito.
Nel 10 gennaio 1524, Giovannantonio de Freda succede alla madre Lucrezia Scondito nel feudo di Torraca
Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio de Freda; ecc..”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che dal 10 gennaio 1524, data in cui muore Lucrezia Scondito, gli succede il figlio Giovannantonio de Freda che sarà Barone di Torraca fino alla sua morte avvenuta nel 1579.
Nel 1532, Torraca contava 69 fuochi che moltiplicato per 6 = 414 abitanti
Nel 1805, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno di Napoli”, vol. IX, a p. 192 così scriveva di Torraca: “Nel 1532 la ritroviamo tassata per fuochi 69, nel 1545 per 76, nel 1561 per 86, nel 1595 per 100, nel 1648 per 117, e nel 1669 per 62.”.
Nel 1543, Sapri subì gravi danni per le incursioni del pirata Barbarossa e da Dragut pascià
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 592 parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Non è da escludere che il villaggio marinaro di Sapri subisse danni dalle incursioni del Barbarossa (1543) e di Dragut pascià”.
Nel 1550, Sapri ed il Golfo di Policastro nella carta dell’“Italia” di Battista Agnese
Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: “Sapri è chiaramente visibile nella carta nautica dell'”Italia (fig. 39), di Battista Agnese, del XVI sec. (1550), tratta dall’Atlante portolanico, conservato alla Biblioteca Ambrosiana di Milano (110).”. Nel mio studio, nella nota (110) postillavo che: “(110) Questa carta è tratta dal testo di Mazzetti E., op. cit., vol. II, tav. IV.”.
Le incursioni turche-ottomane nel Golfo di Policastro di Dragut Pascià
Ai primi del ‘500 (XVI secolo), le popolazioni del basso Cilento e del Golfo di Policastro, erano stremate a causa delle frequenti incursioni saracene (o barbaresche), delle armate turche-ottomane del sultano Dragut-Pascià, come la terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (4) ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore. La flotta turca-ottomana di Dragut-Pascià, la leggendaria dominatrice del mare Mediterraneo, operava in quegli an- ni frequenti incursioni anche e soprattutto sulle nostre coste e quelle della Calabria, im- paurendo le già stremate ed esili popolazioni del luogo tanto che il vicerè spagnolo Don Parafan de Ribera, Vicerè spagnolo, ordinò una serie di torri cavallare di avvistamento (quelle che nella tradizione popolare vengono chiamate ‘Torri Normanne’ da disseminare e costruire su tutto il litorale fino a Scalea (1). Policastro ed i piccoli centri del Golfo di Policastro, subirono due distruzioni ad opera dei pirati turchi: la prima nel 1534 e la seconda nel 1552 (3), tra cui certamente quella terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (4) che ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore. Nel corso di quest’ultima invasione, a Policastro fu distrutto il convento di S. Francesco del XII sec., i cui ruderi sono tuttora visibili ad oriente dell’abitato. Ancora oggi si possono notare negli usi e nei costu- mi, come pure nel dialetto di queste popolazioni, che esistono residui di civiltà araba. Per esempio l’uso che hanno i pescatori per la lavorazione delle reti da pesca, che si poteva vedere ancora a Sapri fino a pochi anni fa. La tipica posizione, poggiando tutto il peso del corpo sui talloni dei piedi. Vi sono poi pure, alcuni termini dialettali di origine araba ancora in uso a Sapri: ‘Tumminu’ (tomolo), ‘zerreiare’ (chiudere), ‘cammisa’ (camicia), ‘sceddecare’ (il battere le ali della gallina), ‘catu’ (secchio ), ‘alliffato’ ( attillato), ‘scimmuzzo’ ( tuffo nell’acqua del mare), ecc… (5).
(Fig….) “Principato Citra” di Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590- -1594), cm. 36 x 51, riprodotta e tratta da Ernesto Mazzetti, Cartografia del Mezzogiorno d’Italia, ESI, Napoli, tav. XVII.
Nell’11 luglio 1552, domenica, l’incursione turca-ottomana di Dragut Pascià distrusse Vibonati, S. Marina e S. Giovanni a Piro
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 741 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Il 10 luglio 1552 (era un sabato sera), una flotta di 123 galee gettò le ancora nel porto di Palinuro e propriamente presso la località Oliveto. Il giorno dopo, domenica, verso le 15 i musulmani di Dragut pascià sbarcarono mettendo a ferro e a fuoco Policastro e saccheggiarono, poi distruggendoli, i villaggi di Vibonati, S. Marina, S. Giovanni a Piro, mentre altri si spingevano fino a Bosco, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa e Castel Ruggiero uccidendo e facendo prigionieri gli abitanti (12).”. Ebner, a p. 742, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Laudisio cit., p. 22 sg: “……………..”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a pp. 164-165, in proposito scriveva che: “Nel 1552, insieme con Scario, San Giovanni a Piro, Policastro, Santa Marina, Bosco, Torre Orsaia, Roccagloriosa e Sapri, anche Vibonati ebbe a subire il saccheggio e l’incendio ad opera dei Turchi di Dragut Rais Bassà. Fu in occasione di tale funesta incursione che Vibonati perse beni e uomini, dei quali alcuni furono uccisi ed altri condotti schiavi (31).”. Il Guzzo, a p. 165, nella nota (31) postillava che: “(31) N. M. Laudisio: Paleocastren Dioceseos Historica Cronologica Sinopsis Erudita, Napoli, 1831, pag. 44.; G. Volpe, Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, Salerno, 1881, p. 118”. Il Laudisio ci parla di questa funesta giornata a p. 78, della sua ‘Sinopsi’ (vedi versione a cura del Visconti). Il Laudisio (…), a p. 79, nella sua nota (66) postillava che: “(66) Thren., cap. IV, vers. 19 (Veloviores fuerunt persecutores nostri ‘aquilis caeli: super montes persecuti sunt’ nos, ‘in deserto insidiati sunt nobis).” e nella nota (67) postillava che: “(67) Ex protocollo notarii Antonii de Onofrio, pag. 1, in arch. Matr. Ecclesiae oppidi Sansii, Caputaq. dioec.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 742 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Antonini…… Ricorda che per la sua breve distanza dal mare subì le incursioni musulmane nel 1559, orde respinte dai pochi che erano scampati alla peste del 1656. A seguito delle incursioni del 1562, si cinse di mura nel 1565.”. Dragut-Pascià fu un comandante navale ottomano e il successore di Khayr al-Din Barbarossa (che aveva assalito le nostre coste nel 1533). Viceré di Algeri, Signore di Tripoli e di al-Mahdiyya, si fece chiamare Spada vendicatrice dell’Islam e fu spesso lo spietato prota-gonista di credenze popolari, a causa della sua efferatezza. È ricordato anche per essere stato uno dei più grandi ammiragli (in turco Kapudanpasa) di etnia turca al servizio del sultano. La sua flotta ed i suoi uomini, nel 1552, furono gli autori di un’efferata operazio-ne militare incursiva sulle nostre coste. La quarta per la precisione. Questo triste episo- dio della nostra storia è ricordato dal vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), che nella sua ‘Synossi’ (un testo scritto e pubblicato nel 1831 – 3), così scriveva in proposito: “ …e per la quarta volta nel 1552 dal musulmano Dragut pascià; infatti il 10 luglio 1552, decimo dell’edizione – era un sabato sera – una flotta musulmana di 123 navi gettò le ancore nel Golfo di Policastro, ed esattamente presso la località che è chiamata Oliveto ( e quì sono chiari i riferimenti filo-borbonici del vescovo sanfedista, dello sbarco di Carlo Pisacane). Il giorno dopo, domenica, verso le ore 15, i musulmani sbarcarono più veloci delle aquile e misero a ferro e fuoco Policastro, e contemporaneamente alcuni di essi saccheggiarono e distrussero Vibonati, S. Marina, e S. Giovanni a Piro, altri Bosco, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa e Castel Ruggero, inseguendone gli abitanti sui monti e uccidendoli in luoghi deserti. (66). Quanti furono i morti e quanti i prigionieri! Quante le sciagure! Quanti raccolti furono bruciati nei campi! Il martedì successivo, 13 luglio, passarono a Camerota dirigendosi verso Policastro che pure distrussero, e di lì il giorno dopo, giovedì, salparono di sera, così come di sera erano giunti, e si diressero con le loro navi verso Napoli (67).” (…).
La Torre del “Buondormire” o del “Bondormire” a Sapri, oggi scomparsa
Dal punto di vista bibliografico e storiografico, la prima citazione del toponimo “Buondormire” è contenuta nella carta illustrata nell’immagine di Fig. 2, che illustra un particolare della nostra costa, tratto dalla carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno diNapoli‘, d’epoca Aragonese (secolo XV), da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9), nel tratto di costa limitrofo a Sapri, troviamo quattro torri. Come possiamo ben vedere nell’immagine della Fig. 2, che illustra il particolare del litorale Saprese e della baia di Sapri, dopo una Torre costiera segnata vicino il toponimo “Petrasia”, segnato in prossimità del vicino Villammare e, procedendo lungo il litorale, si notano due Torri, disegnate di colore rosso carminio – a forma di torrini – che sono poste alle due estremità della baia naturale di Sapri. Anzi a me pare vi fosse una terza fortificazione o torre posta sopra le colline. In particolare sulla parte occidentale della Baia di Sapri, corrispondente all’attuale Punta del Fortino, dove oggi si trova il Faro Pisacane, troviamo la Torre segnata “Bondormire”. Il fatto che queste Torri, come la Torre del Buondormire, segnalata con il toponimo di “Bondormire”, denota che la carta è molto più antica del ‘500, epoca di costruzioni delle Torri marittime Vicereali, costruite nel secolo XVI. Io credo che la Torre del Bondormire, fosse una torre costruita dagli Angioini al tempo della Guerra del Vespro.
(Fig…..) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno diNapoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN)
Nel 1566, la costruzione della ‘Torre del Buondormire’, oggi scomparsa
Nel 1978, e nel 1991, Angelo Guzzo (16), pubblicò due libri di estremo interesse per la ricostruzione storiografica delle nostre zone. Nei suoi, Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia‘ e pure nel postumo ‘Sulla rotta dei Saraceni – La difesa anticorsara sulla costa del Cilento’, il Guzzo, anche sulla scorta del Pasanisi e del Vassalluzzo, fa una disamina della costruzione delle Torri marittime Vicereali costruite sul finire del XVI secolo, lungo le noste coste, da tempo oppresse dalle incursioni barbaresche. Secondo il Guzzo (…), a p…., la costruzione della Torre del Buondormire, rientrò nel programma di edificazione di queste torri nel Regno di Napoli che ordinarono alcuni Vicerè Spagnoli. Secondo la ricostruzione che il Guzzo (…) fa, anche sulla scorta dei documenti di Archivio raccolti e citati dal Pasanisi (…) “Solo nel 1566 venne l’ordine della costruzione delle torri nelle rimanenti parti del pPrincipato Citra, nel tratto cioè, che da Agropoli si estende fino a Sapri e non comprese nel precedente bando. Le torri da edificarsi o da accomodarsi ed indicate dall’Ingegnere Tortelli, che era stato inviato in quella provincia dal Duca d’Alcalà, furono le seguenti: 33) Una nel luogo detto del Buondormire, presso Sapri.”. Dunque, secondo quanto scrisse il Guzzo (…), non risulta ben chiaro se la Torre del Buondormire presso Sapri, che pure faceva parte del programma di costruzione del bando del 1566, fosse già preesistente e se di questa fosse prevista dall’Ingere Tortelli, solo la sua ristrutturazione o rinforzo o invece, come non ritengo verosimile, si trattasse di una vera e propria costruzione. Il Guzzo (…), a p. 246, nella sua nota (15), cita Don Sancio Martinez, di cui ne ha scritto il Pasanisi (…), nell’altro suo saggio dedicato alla costruzione delle Torri marittime della nostra costa. Il Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, racconta della richiesta che Don Sancio Martinez, nel 1554, fece alle Università del luogo per la costruzione di due nuove Torri a Molpa e Palinuro. Il Guzzo, racconta che, sebbene la richiesta di tasse per la costruzione delle due nuove torri fosse stata negata dalle Università del posto, queste due nuove torri erano operanti nel 1557. Il Guzzo (…), a p. 248, scriveva in proposito che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località: al Buondormire presso Sapri.”. Anzi il Guzzo (…), a p. 250, scriveva che: “Alla fine del 1570 sulla costa cilentana, di tutte le torri progettate e comprese nel bando del 1566, solo le seguenti erano effettivamente compiute, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati: – la Torre di Buondormire, presso Sapri (35).”. Il Guzzo (…), a p. 252, nella sua nota (35), sulla scorta del Vassalluzzo (…), che a p. 197, del suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, nella sua nota (…), postillava la stessa cosa “(35) La Torre del Buondormire ora del tutto scomparsa, era ancora visibile nel 1888. Vi furono, come torrieri, Caviczoles Pietro nel 1568, Prando della Torraca nel 1576 e Brando Francesco dal 1598 al 1605. “. Il Guzzo (…), riguardo la documentazione attestante la notizia che alla fine del 1570, la costruzione della Torre del Buondormire, presso Sapri, era effettivamente compiuta, ricavata dal Pasanisi (…), postillava che: “(22) Perc. Prov. Fascio 119, fol. 138- citato da Pasanisi O., op. cit., pag. 433.”. Dunque, se notiamo bene, il Guzzo, sulla scorta del Pasanisi e dei documenti di Archivio citati, scrivendo che detta notizia, suffraga la costruzione “effettivamente compiuta”,“come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati”, incluendo nell’elenco anche quella la Torre del Buondormire, non avvalora affatto l’ipotesi che la Torre del Buondormire, fosse stata costruita con il Bando del Vicerè del 1566 e poi conclusa nel 1570, ma dimostra solo che essa, fosse operativa e pienamente funzionante. Non è facile stabilire l’epoca di costruzione delle Torri marittime, esistenti all’epoca sulla costa Saprese ma ritengo che moltissime di esse, già esistessero e che fossero da molto tempo funzionanti. Le nostre zone, e soprattutto le nostre coste, costituirono il primo vero baluardo nella Guerra del Vespro tra Angioini ed Aragonesi e già prima Federico II, aveva fatto costruire sulle nostre coste diferse fortificazioni. Non a caso le nostre Torri, nella tradizione orale vengono chiamate “Torri Normanne”. Non è facile stabilire l’origine di questa o di queste Torri, ma di certo possiamo dire che questa Torre, figura nella carta di probabile epoca Aragonese da noi scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig. …), di cui parleremo. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, sulla scorta degli studi del Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata ricostruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II ed in seguito dai Vicerè Spagnoli. La Greca, scriveva che: “Nel 1233 Fedrico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Dalla documentazione della Camera della Sommaria Vicereale del Regno di Napoli, pubblicata dal Pasanisi (…), si evince che la costruzione delle Torri cavallare fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli per la difesa delle coste e delle umili popolazioni dell’epoca, non interessavano alcune Torri costiere che già dovevano essere preesistenti, se non per il solo loro rafforzamento. Una di queste è la Torre detta del Buondormire. La Torre del Buondormire, preesisteva lungo il litorale saprese già da molto tempo prima del ‘500, in cui vennero costruite altre Torri costiere. Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (…), vi erano alcune Torri preesistenti. Sebbene non avessimo trovato testimonianza diretta nella scarna documentazione Angioina ed Aragonese, oggi possiamo dire che alcune torri già esistevano lungo la costa del Golfo di Policastro, come attestano alcune carte corografiche inedite da me scoperte. L’unico studioso che si sia occupato delle Torri costiere costruite anteriormente a quelle fatte costruire dai Vicerè Spagnoli, verso la fine del ‘500, è stato il Pasanisi (…) che però non fa luce su alcune Torri costiere – di cui abbiamo testimonianza – preesistenti lungo il litorale costiero del Golfo di Policastro. In particolare quella detta Torre del Buondormire.
Nel 1568, il ‘Seno Saprico’ di Scipione Manzella Napolitano
Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (15), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella sua descrizione del ‘Principato Citra (o Citeriore), a pag. 79, scrive anche di Sapri: ” Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano‘Seno Saprico’dalla città di Sapri, oggi nominata Li Bonati…”. La principale opera del Mazzella è la Descrittione del Regno di Napoli… (Napoli, G.B. Cappello, 1586). Nel 1595, Scipione Mazzella Napolitano (…), nel suo “Descrittione del Regno di Napoli” (per i tipi di Stigliola) parlando del Principato Citra, a p. 79 in proposito scriveva che: “Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamavano seno saprico dalla città di sapri, oggi nominata Libonati.”. E’ interessantissima la notizia del Mazzella (…) a cui ho accennato per alcune torri oggi scomparse ma che vi erano lungo la nostra costa da lui citate e descritte, il Mazzella scriveva che il golfo di Policastro anticamente era chiamato “seno Saprico”, ovvero golfo di Sapri. Il Mazzella fa derivare la parola di seno Saprico dalla “città di Sapri oggi nominata Libonati”. Questa notizia conferma che nel 1595, il territorio di Sapri era compreso nel tenimento di Vibonati allora detto “Libonati”. Lorenzo Giustiniani evidenziò il valore dell’opera per l’ampiezza delle materie trattate, riprendendo e amplificando un parere di G.D. Rogadei, espresso nel 1767, secondo il quale se a ciò il Mazzella avesse abbinato «l’esattezza e la critica», si sarebbe dovuto considerare «il più utile scrittore delle cose di questo Regno». F. Soria, nel 1781, rese invece un tributo agli sforzi dell’autore, contribuendo a giudicare i suoi come i meritevoli errori di chi aveva aperto una nuova strada nel genere delle guide di Napoli e del Regno. Antonio Scarfone (….), nel suo studio ‘Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri, a supporto della sua tesi, afferma che: “Un ultimo aspetto arricchisce di ulteriore mistero l’antica storia di Sapri: risale al 1586, quando il toponimo di Sapri non viene mai riportato da Scipione Mazzella Napolitano nella sua opera Descrittione del Regno di Napoli. Infatti, nell’elenco dei centri abitati del Principato di Citra, così come nell’elenco delle torri costiere, viene segnalata solo una struttura litoranea, Scilandro nel territorio di Policastro senza nessun accenno a Sapri come elemento di scalo.”. Dunque, la citazione del Mazzella da parte di Antonio Scarfone mi sembra errata in quanto il Mazzella ci parla per la prima volta di un “Seno Saprico”. La Descrittione del Regno di Napoli è suddivisa in due libri. Il secondo figura nell’edizione ampliata e aggiornata del 1601 (Napoli, G.B. Cappello, ma ancora con il frontespizio della Stamperia Stigliola a Porta Reale, del 1597; ed. anast. Bologna 1981). Nel primo si snoda la descrizione delle dodici province del Regno: Terra di Lavoro, Principato Citra, Principato Ultra, Basilicata, Calabria Citra, Calabria Ultra, Terra d’Otranto, Terra di Bari, Abruzzo Citra, Abruzzo Ultra, Contado di Molise e Capitanata. Per ciascuna di esse l’autore fornisce un elenco con i nomi delle città e delle Terre, le Comunità di minori dimensioni, e dei castelli, corredato del numero dei fuochi. Vi sono comprese anche le «terre di dominio», ossia i centri demaniali, regi, e le imposizioni fiscali pagate da ciascun fuoco alla Regia Corte. I castelli e le torri di difesa elencati rappresentano dati di un primo quadro geografico delle strutture difensive del Regno, approfondito nel secondo libro. In questo, come del resto in altri passaggi, il M. fornisce al lettore dati estremamente aggiornati, dichiarando che è «da sapere anco come per ordine della Maestà Cattolica vi sono cominciate molt’altre Torri, le quali per non esserno ancora finite, non l’habbiamo poste» (ibid., p. 83). Il primo libro si conclude con la lista delle «Città e Terre franche in perpetuo delli pagamenti fiscali», cui seguono le «Terre che pagano per conventione» e quelle «franche a tempo». Il secondo libro si apre con una breve premessa che ne illustra sinteticamente gli argomenti. Vi sono forniti alcuni dati fondamentali, come la popolazione del Regno in base alla numerazione del 1595: 483.468 fuochi, pari a poco più di 2 milioni di anime, a esclusione di Napoli e dei suoi casali, esenti dalla numerazione effettuata per fini fiscali in virtù dei loro privilegi, sanciti specialmente all’inizio del regno aragonese. Le entrate ordinarie della Corona sono calcolate in tre milioni di scudi, senza comprendere il donativo, ovvero le contribuzioni straordinarie accordate dal Regno alla Corona per particolari necessità, soprattutto di carattere militare. Il M. puntualizza però che il donativo «è già ridotto in entrata ordinaria» (ibid., p. 324). Seguono quindi i numeri dell’aristocrazia e i dati dell’organizzazione della difesa del Regno: quantità, qualità e distribuzione delle truppe sul territorio e della flotta; ma anche i sistemi di reclutamento, come i fanti selezionati dagli eletti delle Comunità. La premessa si chiude con l’accenno alla natura e alle qualità delle genti. Fanno seguito nutrite e particolareggiate liste che spiegano che cosa fosse il Regno di Napoli alla fine del XVI secolo, dal duplice punto di vista della Corona e dei suoi abitanti: viene descritto come un patrimonio della prima, l’oggetto dell’esercizio della sovranità, ma anche come l’ambito in cui i sudditi esercitavano concretamente la loro fedeltà al monarca, come dimostra l’attenzione riservata ai donativi accordati alla Corona spagnola, meticolosamente documentati dal 1507 al 1595. L’immagine illustrata nella Fig… in basso rappresenta la pagina 87 dove il Mazzella elenca le torri esistenti e visibili nel Principato Citra. La prima edizione del Mazzella risale al 1586 ampliata e perfezionata nel 1601. Come ho cercato di spiegare in precedenza parlando delle tre torri visibili lungo la linea di costa di Sapri, il Mazzella riporta: “51 T. della Branca in territorio di Camerota” che credo si tratti della Torre del Buondormire di cui ho già parlato.
(Fig….) Scipione Mazzella Napolitano (…), op. cit. (ed. 1568) p. 87, elenco delle Torri nel Principato Citra
Nel 1569, alla “Torre del Buondormire” o “Bon Dormire” o “Bondormire” nella carta di Abramo Ortellio
(Fig….) Abramo Ortellio (…), carta nell’Atlante “Theatrum Orbis Terrarum” del 1570
Nell’indagine geo-storica e, dal punto di vista storiografico, la prima citazione in assoluto della torre detta del “Buon dormire” (“Turris Buon dormire”) è quella del cartografo Abramo Ortellio (…), nel suo “Theatrum Orbis Terrarum”. Il Barone Giuseppe Antonini (20), nella sua “Lucania”, parlando delle origini del toponimo di Scidro, e dissertando su alcuni studiosi che l’avevano preceduto, scriveva in proposito che: “Luca Olstenio nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, ecc..“. Dunque, dal punto di vista bibliografico e storiografico, una delle prime citazioni della Torre “del Buondormire” – che doveva essere visibile al visitatore nel 1666 – è quella di Luca Olstenio o Holstenius (27) che, nelle sue ‘Note all’Italia Antiqua di Cluverio’ (26), ovvero il testo ‘Annotationes in geographiam sacram Caroli à S. Paulo Italiam Antiquam Cluverii et Thesaurum aurum geographicum Ortelii’, Roma, 1666 che, parlando dell’antica città di “Blanda” – che credeva fosse da individuarsi con l’antico scalo portuale e marittimo di Sapri – citò l’antica Torre del Buondormire. Luca Holstenio (27) o Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel 1666, nel suo libro, “Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc..”,(‘Note all’Italia antiqua di Cluverio’ (26)), citò l’antica Torre “del Buondormire” oggi scomparsa. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (27), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (26). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (26), l’Holstenio (27), nel 1666, parlando della ‘Lucania’ e di Blanda che credeva fosse Sapri, a p. 22, dice: “Blanda ec hodie: Porto deSapri”e a p. 288, dice: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”.
(Fig….) Cluverio Filippo, Italia Antica, p. 1263
Nell’indagine geo-storica e, dal punto di vista storiografico, la prima citazione in assoluto della torre detta del “Buon dormire” (“Turris Buon dormire”) è quella del cartografo Abramo Ortellio (…), nel suo “Theatrum Orbis Terrarum”.
(Fig….) Ortellio Abramo, carta di ………………………………….nell’Atlante “Theatrum Orbis Teatrum”
Luca Holstenio (….), nel 1666, pubblicò questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi atlanti cartografici come il noto e bellissimo “Theatrum Orbis Terrarum”, pubblicato nel 1570. Abramo Ortelio (latinizzato come: Abrahamus Ortelius od Orthellius, dal fiammingo Abraham Oertel; Ortels od Hortels) è stato un cartografo e geografo fiammingo. Ortelius fu con Mercatore il grande fondatore della cartografia fiamminga ed è ricordato per aver pubblicato il primo atlante moderno. Nel 1564 terminò il suo mappamondo, Typus Orbis Terrarum, per il quale egli, non esperto di matematica, imitò la proiezione ovale di Benedetto Bordone; nel 1565 pubblicò una carta dell’Egitto, nel 1567 una grande carta dell’Asia, attinta in parte a quella di Giacomo Gastaldi. Ma a quest’epoca Ortelio stava già lavorando al suo magnum opus, cui si era dedicato su consiglio del suo amico Jan Rademaker: un atlante moderno, che apparve nel 1570 col titolo di Theatrum Orbis Terrarum in 70 carte (su 53 fogli) incise dal pittore tedesco Frans Hogemberg. Il Theatrum Orbis Terrarum di Abramo Ortelio venne dato alle stampe per la prima volta il 20 maggio 1570, da Gilles Coppens de Diest, ad Anversa. Tre edizioni in latino, oltre a una in olandese, una in francese e una in tedesco, fecero la loro comparsa prima della fine del 1572; ben 25 edizioni furono pubblicate prima della morte di Ortelius avvenuta nel 1598 e molte altre furono pubblicate dopo la sua scomparsa tanto che l’atlante continuò ad essere richiesto fino al 1612. L’atlante di Ortelius fu considerato il compendio della cartografia del XVI secolo. Molte delle mappe riportate nell’atlante erano basate su fonti non più esistenti o estremamente rare. Ortelius allegò una preziosa lista delle fonti (il Catalogus Auctorum) con i nomi dei cartografi dell’epoca, alcuni dei quali destinati altrimenti a rimanere sconosciuti. Dopo la prima uscita del Theatrum Orbis Terrarum, Ortelius lo revisionò con regolarità, espandendo l’atlante e ripubblicandolo in diversi formati fino alla sua morte avvenuta nel 1598. Dalle 70 mappe e dagli 87 riferimenti bibliografici della prima edizione del 1570, l’atlante crebbe nel corso delle sue 31 edizioni arrivando ad avere 183 riferimenti e 167 mappe nel 1612. A partire dal 1630, Willem Blaeu ed il figlio Joan Blaeu lavorarono ad un nuovo atlante, l’Atlas Major, denominato originariamente Theatrum Orbis Terrarum, sive Atlas Novus in quo Tabulæ et Descriptiones Omnium Regionum che, come si evince dal titolo, era basato proprio sul Theatrum Orbis Terrarum di Ortelius. Il Barone Giuseppe Antonini (20), nella sua “Lucania”, parlando delle origini del toponimo di Scidro, e dissertando su alcuni studiosi che l’avevano preceduto, scriveva in proposito che: “Luca Olstenio nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, ecc..“. Dunque, dal punto di vista bibliografico e storiografico, una delle prime citazioni della Torre “del Buondormire” – che doveva essere visibile al visitatore nel 1666 – è quella di Luca Olstenio o Holstenius (27) che, nelle sue ‘Note all’Italia Antiqua di Cluverio’ (26) che, parlando dell’antica città di “Blanda” – che credeva fosse da individuarsi con l’antico scalo portuale e marittimo di Sapri – citò l’antica Torre del Buondormire. Luca Holstenio (27) o Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel 1666, nel suo libro, “Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc..”,(‘Note all’Italia antiqua di Cluverio’ (26)), citò l’antica Torre “del Buondormire” oggi scomparsa. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (27), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (26). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (26), l’Holstenio (27), nel 1666, parlando della ‘Lucania’ e di Blanda che credeva fosse Sapri, a p. 22, dice: “Blanda ec hodie: Porto deSapri”e a p. 288, dice: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”. Impropriamente chiamate “Torri Normanne” nella tradizione orale locale, la costruzione delle torri continuò anche sotto la reggenza del Vicerè spagnolo Don Parafan de Ribera. Purtroppo solo nel 1566 arrivò l’ordine della costruzione delle rimanenti torri da costruire nel tratto di costa del Principato Citra che va da Agropoli a Sapri. Della costruzione delle Torri marittime Vicereali lungo il litorale del Golfo di Policastro fino a Maratea, ne hanno parlato alcuni studiosi come il Romanelli (7), il Pasanisi (2), il Vassalluzzo (14) ed infine il Guzzo (16). Delle torri progettate e da realizzare, sul finire del 1570 solo quattro erano quelle completate ed operanti, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati (2). Nel 1568, Scipione Mazzella Napolitano (…), a p. 87, nel suo “Elenco delle torri esistenti nel Principato Citra del Regno di Napoli” del suo del suo ‘Descrittione del Regno di Napoli’, edito nel 1568 non citava la Torre di “Buondormire” :
(Fig….) Scipione Mazzella Napolitano (…), op. cit. (ed. 1568) p. 87, elenco delle Torri nel Principato Citra
Nel 1954, Riccardo Cisternino (…), nel suo ‘Torri costiere e torrieri del Regno di Napoli (1521-1806)’, pubblicato per l’Archivio di Stato di Napoli e poi in seguito, estese l’indagine dei documenti di Archivio ad alcuni autori del ‘600 come ad esempio il testo di Scipione Mazzella Napolitano (…) ed al suo ‘Descrittione del Regno di Napoli di Scipione Mazzella Napolitano’, Napoli ma, l’edizione del 1601. Cisternino, a p. 140 elencava le Torri esistenti nel Principato Citra secondo il Mazzella, l’Alemanno e il Cartaro. Per l’edizione del 1601 del Mazzella (….) e per il Principato Citra, il Cisternino a p. 140 scrive che nel suo elenco figurano le seguenti Torri: “37) Torre dello Scilandro (Policastro); ; 42 Torre Capobene (Policastro); 58) Torre Crivo di Scilandro (Camerota); 62) Torre Crivo del Capo Filicara; ecc..”. Dunque, secondo l’edizione del Mazzella del 1601 (…) e, secondo il Cisternino (….), la Torre di “Buondormire” non veniva riportata nel suo elenco. Essa non figurava. Dunque, nell’elenco trascritto che fa il Cisternino delle torri nominate nell’edizione nuova del 1601 del Mazzella non si cita la torre detta del Buondormire. Ma, rileggendo attentamente l’elenco delle Torri nel Principato Citra elencate da Scipione Mazzella Napolitano, nella sua edizione del 1568, a p. 87, si può leggere: “51. Torre della Branca in territorio di Camerota”. La Torre della Branca era la torre che in seguito fu denominata del Buondormire, infatti, pur essendo per errore a mio parere segnata per errore a Camerota, questa torre doveva essere nel territorio di Sapri che all’epoca faceva parte del subfeudo di Torraca sotto i Branda. La Torre di Buondormire doveva esistere sicuramente già dal 1568, come scrive lo stesso Cisternino. Nel 1954, Riccardo Cisternino (…), nel suo ‘Torri costiere e torrieri del Regno di Napoli (1521-1806)’, pubblicato per l’Archivio di Stato di Napoli e poi in seguito, nel 1977 ripubblicato dall’Istituto Italiano dei Castelli, pubblicò una serie di interessanti documenti da lui ordinati e tratti dalla Sezione Amministrativava, Registri Torri, Castelli, per le Torri (vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Questo studio, insieme ad altri saggi come quello di Onofrio Pasanisi (….) e quello di Angelo Guzzo (…), offre diversi spunti di indagine ulteriore sulla storia delle Torri cavallare e di avvistamento costruite prima di quelle Vicereali di cui pure parlerò. Cisternino (…), nell’edizione del 1977 per l’I.I.C, a pp. 98 in proposito scriveva che (elenco solo quelle in prossimità della costa vicino Sapri): “Dalla documentazione oggi esistente presso l’archivio di stato di Napoli si può dedurre che il numero delle torri e dei castelli esistenti nel periodo del viceregno era di 431, sottolineando immediatamente che l’impiego contemporaneo di esse fu sempre di molto inferiore, per evidenti motivi di economia. La suddivisione per provincia delle torri era la seguente: nota 38, p. 99. Basilicata – 2) torre dell’Arno alias Prezzame l’Asino (Maratea); 4) Caja (Maratea); 5) Crivo a Capo Filicosa (Maratea) ecc..Principato Citra: , p. 100. nota 39: 15) Bondormire (Policastro); 2) Capo Bianco (Policastro); nota 40., p. 101: 79) Petrusa (Bonati); 91) Scelandro (Policastro); ecc….”. Dunque, il Cisternino, riguardo il Principato Citra, in prossimità di Sapri ci dice di tre torri che sono le seguenti: la n. 15 Torre del Buondormire, la n. 2 Torre di Capo Bianco e la n. 15 torre Scelandro. Queste torri sono tutte poste sotto l’Università (il comune di quei tempi che doveva provvedere al finanziamento per la loro costruzione) di Policastro. Credo che le tre torri citate dipendessero dall’Università di Policastro in quanto pur trovandosi queste tre torri (quella di Buondormire oggi scomparsa) nel territorio di Sapri e dunque nel subfeudo di Torraca, appartenevano alla più vasta contea dei Carafa di Policastro. Il Cisternino (…), nel suo pregevole lavoro a pp. 110 e s. cita le torri, l’anno ed i relativi suoi “Torrieri” ed a p. 119 e s. elenca i Torrieri che figurano nel Principato Citra, ovvero i Torrieri che stavano a guardia delle torri che qui elenco limitandomi a solo quelli che riguardao il litorale saprese: “Torrieri di Principato Citra. – p. 120.: 46) Cappellano Giuliano 1569 Scelandro. Policastro; 67) Cavaczicales Pietro 1569. Bondormire. Policastro; p. 121: 81) della Torraca Biagio, 1576, Bon Dormire. Policastro; 128) de Calis Giovanni, 1584, Capo Bianco, Policastro; 1479 d’Ocha Giovanni, 1578, Petrusa, Bonati; p. 122: 195) Mangia Giulio, 1598 Scilandro, Policastro; 197) Magaldo Luca, 1599, Capo Bianco, Policastro; p. 123: 240) Prando Francesco, 1598, Bondormire, Policastro; 242) Pugliese Carlo, Petrosa, Libonati; p. 124: 305) Timpanello Attilio, 1577, Scilandro, Policastro; ecc…”. Questi i torrieri citati da Cisternino (…). Dunque, riepilogando abbiamo che: per la torre del Buondormire troviamo come torrieri nel 1569, Pietro Cavaczicales; nel 1576, Biagio della Torraca e, nel 1598, Francesco. Per la Torre di Scilandro, nel 1569, Giuliano Cappellano; nel 1598 Giulio Mangia e, nel 1577 Attilio Timpanello. Riguardo la Torre di Capo Bianco, troviamo nel 1584 Giovanni de Calis; nel 1599, Luca Magaldo. Dunque, come leggiamo dai ddocumenti citati dal Cisternino, la torre oggi detta di Mezzanotte, era quella dello “Scilandro” a volte detta “Scelandro”. Poi vi è la torre oggi detta di Capobianco, un tempo detta di “Capo Bianco” ed ancor prima torre di “Lubertino” dal nome del fiume carsico che ivi scorre nel monte Ceraso. Ancor prima e più antica di tutte era la torre detta del “Bon Dormire”, o torre del “Bondormire” non distante dall’omonima spiaggetta. Io credo che queste tre torri già esistessero ai tempi della costruzione delle torri vicereali. Furono certamente rinforzate ai tempi dei Vicerè Spagnoli. Anche il Cisternino estese l’indagine dei documenti di Archivio ad alcuni autori del ‘600 come ad esempio Scipione Mazzella Napolitano (…) nel suo ‘Descrittione del Regno di Napoli di Scipione Mazzella Napolitano’, Napoli, Giovan Battista Cappelli, 1601 ad Alemanno (….), ovvero al suo ………………………..del 1611, ed a Mario Cartaro (….) del 1613, ovvero al cartografo Mario Cartaro che insieme a Giovanni Stelliola (…), riportano nella carta illustrata in fig…..le torri esistenti lungo la costa del Regno di Napoli. Il Cartaro (….) stese la delineazione della carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm. 36 x 51, riprodotta da Mazzetti Ernesto, op. cit., (….), vol. II, tav. XVII. Cisternino, a p. 140 elencava le Torri esistenti nel Principato Citra secondo il Mazzella, l’Alemanno e il Cartaro. Per il Mazzella a p. 140 per il Principato figurano le seguenti Torri: “37) Torre dello Scilandro (Policastro); ; 42 Torre Capobene (Policastro); 58) Torre Crivo di Scilandro (Camerota); 62) Torre Crivo del Capo Filicara; ecc..”. Riguardo il Cartaro (…), a p. 140, per il Principato e per la costa di Sapri si elencano le seguenti Torri: “84) Petrosa; 85) Bondormire; 86) Capo Bianco; 87) Scilandro; 88) Crivo.”. Dunque, dall’analisi di quanto fin quì detto si può concludere che in tutti i casi, lungo la costa o il litorale saprese figura sempre la Torre detta del “Bondormire”, posta ad occidente ed ad oriente lungo la dorsale del monte Ceraso figurano le due torri dette una di “Capobene” in Mazzella e in Cartaro detta di “Capo Bianco” (dall’omonimo ‘Capo Bianco’, in prossimità dello scoglio dello Scialandro). Inoltre, sia in Mazzella (1601) che in Cartaro (1613) figura la torre detta dello “Scilandro”.
Nel 26 settembre 1562, Federico Carafa, 4° Conte di Policastro vendette il feudo di Rofrano a Scipione Scondito
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 434, parlando del casale e del feudo di Rofrano e dei suoi feudatari, i Carafa della Spina, all’epoca del Viceregno Spagnolo, in proposito scriveva che: “Ma i Carafa non tennero a lungo Rofrano. Per debiti (18) il 26 settembre 1562 Federico Carafa vendette Rofrano a Scipione Scondito per ducati 10.500 (19).”. Ebner nella sua nota (18) postillava che: “(18) La moglie Giulia Ruffo si unì ai creditori per salvare la sua dote.”. Ebner nella sua nota (19) postillava che: “(19) R. assenso per ‘verbum fiat’, ma con patto ‘de retrovendendo’, formula di quei tempi che consentiva di poter ottenere danaro a interesse con ipoteca sui beni.”. La notizia fu tratta dal sacerdote Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 25, in proposito scriveva che: “Quale sia stato il governo del Carafa si può dedursi già dal detto, ma con più chiarezza rilevasi dalla lunga serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa……Non andò guari ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di Rofrano, e quasi tutto lo Stato, che oltre Policastro e i suoi casali comprendeva altri nove Feudi. La Giulia Ruffo moglie di Federico si unì coi creditori per far salva la dote, com dal processo che ho citato.”. La notizia è interessantissima perchè i 10 Feudi che dovette vendere Federico Carafa e la moglie Giulia Ruffo per debiti segnano l’inizio della proprietà di alcuni feudi come Torraca ed il Porto di Sapri che erano stati dei Carafa della Spina. E’ per questo motivo che in seguito, i Palamolla intenteranno delle liti con i Principi Carafa della Contea di Policastro. Dunque, è interessante ciò che scrisse il Ronsini quando dice che: “Quale sia stato il governo del Carafa si può dedursi già dal detto, ma con più chiarezza rilevasi dalla lunga serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa……Non andò guari ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di Rofrano, e quasi tutto lo Stato, che oltre Policastro e i suoi casali comprendeva altri nove Feudi.”. Dunque, Federico Carafa fu costretto a vendere quasi tutta la Contea di Policastro, oltre dieci feudi. E’ molto probabile che Federico Carafa dovette vendere anche il Porto di Sapri, insieme al feudo di Torraca. Infatti, sempre il Ronsini, a p. 25, in proposito scriveva che: “Si ha documento autentico, che a 26 Settembre 1562 Federico Carafa vendè Rofrano a Scipione Scondito per ducati 10, 500 con R. assenso per ‘verbum fiat’, ma col patto del ‘retrovendendo’. Ciò vuol dire, che non fu vera vendita, ma censo per aver danaro ad interessi con cautela del Creditore sul Feudo. Questo fu veramente esposto venale da S.R.C. del 1576.”.
Nel 28 novembre 1563, Annibale Gambacorta sposa Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa
Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Dunque, è dall’unione con Giovanna Carafa con Annibale Gambacorta che inizia il legame con la Contea di Policastro. Giorgio Mallamaci (….), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, parlando di Torraca e sulla scorta del Gaetani (….), a p. 36, in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ‘Fabrizio e Giovanna (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso. Un certo ‘Annibale’, Signore di Torraca si sà è deceduto a soli 22 anni.”. Infatti, dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo di Annibale, Signore di Torraca dal 1539, Patrizio Napoletano = Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, Patrizio Napoletano (+28-II-1563). Il Mallamaci dice solo che dai ‘Cedolaria’ risultano un “Annibale Gambacorta, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano”. Scrive il Gaetani (…), che: “Il 16 novembre 1583, Prospero De Freda, vende il feudo di Torraca ad Annibale Gambacorta, ecc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ecc…”. Dunque, se Annibale Gambacorta aveva aquistato il feudo di Torraca il 16 novembre 1583 come faceva ad essere Signore di Torraca dal 1539 al 1563 ? Perchè, Annibale, nel 1539 aveva sposato Giovanna Carafa, contessa di Policastro e signora di Torraca, essendo Giovanna figlia di Fabrizio Carafa, conte di Policastro. Annibale poi muore all’età di 22 anni. Infatti, il Gaetani dice che Annibale sarà signore di Torraca fino al 1563. Forse la data del 16 novembre 1583 dell’acquisto di Torraca è errata ?. Giovanna Carafa era figlia di Ferdinando Carafa. Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano, sposò Annibale Gambacorta. Dalla loro unione nacquero Orazio, Scipione e Prospero Gambacorta. Dunque, secondo il Gaetani (….), dai ‘Cedularia’ si evince che Annibale Gambacorta era sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano. Fabrizio Carafa fu conte di Policastro. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ troviamo che Ferdinando Carafa, padre di Giovanna Carafa, era patrizio napoletano e sposato con Diana Ruffo di Calabria. Dunque, Giovanna Carafa, contessa di Policastro andò sposa ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca dal 1539 al 1563. Giovanna Carafa era figlia di Ferdinando Carafa. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ troviamo che Ferdinando Carafa, padre di Giovanna Carafa, era patrizio napoletano e sposato con Diana Ruffo di Calabria. Dunque, Giovanna Carafa, contessa di Policastro andò sposa ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca dal 1539 al 1563. Secondo il ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ Annibale, Signore di Torraca dal 1539, Patrizio Napoletano, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, Patrizio Napoletano (+28-II-1563). Famiglia nobilissima d’origine tedesca, stabilitasi a Pisa nel secolo XII, e signora della città dal 1347 al 1406. Da essa era uscito il fondatore della Congregazione di S. Maria della Grazia (detta dei Bottizzelli), Pietro da Pisa (1355-1435), asceso poi all’onore degli altari e raffigurato in molte tele di pittori insigni. I Gambacorta erano venuti nel Reame al tempo degli Angioini, ed avevano vestito l’abito di Malta fin dal 1391. Una linea ebbe anche il Ducato di Ardore, ma il collegamento con la presente linea sovrana di Pisa non è (ancora) stato documentato. Dal vol. 17 – Raccolta Rassegna Storica dei Comuni leggiamo che:
Nel 1557, Sapri ed il Golfo di Policastro nella carta di Pirro Ligorio
Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: “Sapri figura anche nella carta “Regni Neapolitani” (fig. 40) di Pirro Ligorio, del 1557, e riprodotta da Abramo Ortellio, nel “Teatrum Orbis Terrarum”, il primo Atlante riprodotto a stampa (111).”. Nel mio studio, nella nota (111) postillavo che: “(111) “Regni Neapolitani”, di Pirro Ligorio, del 1557, riprodotta nel “Teatrum Orbis Terrarum” (il primo Atlante pubblicato a stampa), di Abramo Otellio, Anversa edizione del 1570, è tratta dal testo di Mazzetti E., op. cit., vol. II, tav. V.”.
Nel 1571, le operazioni belliche delle armate cristiane per la battaglia di Lepanto
E’ proprio a causa della sua caratteristica e peculiarità di isolamento, della presenza di manodopera qualificata nei porti come quello di Sapri e, a causa delle pessime condizioni in cui versavano le popolazioni del ‘basso Cilento’, questi territori, furono scelti per assoldare uomini forti da portare a combattimento. Un bellissimo passo del giornalista Gianni Granzotto che, nel suo libro ‘La battaglia di Lepanto’ (2), ci racconta come a Sapri, in occasione dell’epica battaglia di Lepanto, furono assoldati uomini da portare a combattimento. Per lo scontro navale avvenuto a Lepanto nel 1571, in cui le forze cristiane ottennero una schiacciante vittoria sulle armate turche ed ottomane di Dragut-Pascià.
Nel 7 ottobre 1571, la Battaglia di Lepanto, Marcantonio II Colonna ed il reclutamento di uomini a Sapri e nel Cilento
Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo: “Il Granzotto, nel suo recente racconto sulla epica battaglia di Lepanto (1571), in cui le forze cristiane ottennero una schiacciante vittoria sulle armate turche, così leggiamo: “Ritrovammo il mare e il sole a poche leghe da Sapri. La levata diede buon frutto in questo povero borgo marinaro devastato dai pirati, che nell’ultima scorreria si erano buttati a profanare sino il cimitero, sollevando le pietre tombali per saccheggiare monili e altri oggetti sui cadaveri stessi. Fummo accolti veramente come fratelli venuti per soccorrere. Non avevamo nessun momento di libertà davanti a questa emozione: ci volevano veder mangiare, camminare, parlare, e guardavano tutto ciò che noi guardavamo. Un barbiere ci stava sempre al fianco, premuroso ed incalzante. Rivolgendosi a noi si ostinava ad usare la lingua latina, che poi traduceva nella parlata del luogo alla folla schierata in silenzio dietro le nostre spalle. Forse era l’immagine di Roma, portata da noi, che gli suggeriva l’impiego del latino, forse la nostra condizione di stranieri, o più semplicemente la vanità di mostrarsi conoscitore di quella lingua così nobile. Prospero, dopo qualche diffidenza, prese la cosa in divertimento. Agli eloqui del barbiere rispondeva con risate schiette, squillanti, fragorose, che gli scuotevano tutta la grande persona e andavano a rimbalzare in mezzo alla gente, spandendo allegrezza e buonumore nel seguito delle altre risa che alle sue tenevano eco. Si fece assai buona raccolta di soldati a Sapri, ma anche negli altri castelli nei quali era stato preparato il bando, a Lauria e a Lagonegro.” (127). Dunque, secondo il Granzotto, a Sapri vennero reclutati molti uomini tra la popolazione del luogo stremata dalle frequenti incursioni di saraceni, ecc…”. Nel mio studio, nella nota (127) postillavo che: “(127) Granzotto G., La Battaglia di Lepanto, ed. Mondadori, pp. 128, 129.”. E’ proprio a causa della sua caratteristica e peculiarità di isolamento, della presenza di manodopera qualificata nei porti come quello di Sapri e, a causa delle pessime condizioni in cui versavano le popolazioni del ‘basso Cilento’, questi territori, furono scelti per assoldare uomini forti da portare a combattimento. Un bellissimo passo del giornalista Gianni Granzotto che, nel suo libro ‘La battaglia di Lepanto’ (…), ci racconta come a Sapri, in occasione dell’epica battaglia di Lepanto, furono assoldati uomini da portare a combattimento. Per lo scontro navale avvenuto a Lepanto nel 1571, in cui le forze cristiane ottennero una schiacciante vittoria sulle armate turche ed ottomane di Dragut-Pascià. Il giornalista Gianni Granzotto, nel suo racconto dell’epica battaglia di Lepanto, fingendo di aver attinto ad un antico racconto manoscritto di un certo (inventato) Antonello Antonelli, ci racconta della disfatta della grande flotta turca-ottomana di Dragut Pascià, attaccata e distrutta nel 5 ottobre 1571 dalla Lega navale cristiana ( veneziani, genovesi ecc..) Gianni Granzotto che, nel suo libro ‘La battaglia di Lepanto’ (…), ci racconta come a Sapri, in occasione dell’epica battaglia di Lepanto, furono assoldati uomini da portare a combattimento. Nello scontro navale avvenuto a Lepanto nel 1571, in cui le forze cristiane ottennero una schiacciante vittoria sulle armate turche ed ottomane di Dragut-Pascià, il Granzotto, afferma: “Stavamo gocciolando come fontane, coperti di mota fino alle capigliature, quando ritrovammo il mare ed il sole a poche leghe da Sapri. La levata diede buon frutto in questo povero borgo marinaro devastato dai pirati, che nell’ultima scorreria si erano buttati a profanare sino il cimitero, sollevando le pietre tombali per saccheggiare monili e altri oggetti sui cadaveri stessi. Fummo accolti veramente come fratelli venuti per soccorrere. Non avevamo nessun momento di libertà davanti a questa emozione: ci volevano veder mangiare, camminare, parlare, e guardavano tutto ciò che noi guardavamo. Un barbiere ci stava sempre al fianco, premuroso ed incalzante. Rivolgendosi a noi si ostinava ad usare la lingua latina, che poi traduceva nella parlata del luogo alla folla schierata in silenzio dietro le nostre spalle. Forse era l’immagine di Roma, portata da noi, che gli suggeriva l’impiego del latino, forse la nostra condizione di stranieri, o più semplicemente la vanità di mostrarsi conoscitore di quella lingua così nobile. Prospero, dopo qualche diffdenza, prese la cosa in diverse con risate schiette, squillanti, fragorose, che gli scuotevano tutta la grande persona e andavano a rimbalzare in mezzo alla gente, spandendo allegrezza e buonumore nel seguito delle altre risa che alle sue tenevano eco. Si fece assai buona raccolta di soldati a Sapri, ma anche negli altri castelli nei quali era stato preparato il bando, a Lauria e a Lagonegro.” (…). Il racconto del Granzotto continua, affermando che erano nel mese di Agosto del 1571, che Prospero proseguirà il cammino a Lauria e Lagonegro per assoldare altri uomini per la battaglia, mentre colui che racconta si reca invece a Napoli e poi Messina per raggiungere la flotta delle veloci ed agili Gelee veneziane dove si imbarcheranno per raggiungere Lepanto, il luogo dell’epica battaglia il 5 ottobre 1571. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno – la baronia di Novi”, a p. 163, in proposito scriveva che: “Alla Spagna di Filippo II, però, va il merito di aver implacabilmente perseguito i barbareschi che infestavano le coste mediterranee, lotta che culminava nel glorioso episodio della Battaglia di Lepanto.”. In una lettera del 2 marzo 1572 Alberico Cybo chiedeva a Camillo Porzio di citare il figlio nel racconto della battaglia di Lepanto, ma Porzio era ben lungi dalla trattazione di quegli eventi nella sua Istoria. Il II libro, infatti, che si fermava all’anno 1551-52, era stato terminato nel 1569-70. E dunque è più probabile che il principe di Massa si riferisse a un’altra opera a cui sapeva che Porzio stava lavorando. Proprio una storia della battaglia di Lepanto cui Porzio accennava in una missiva al cardinale Carafa del 18 gennaio 1572 e che forse fu una delle ragioni che determinarono da parte di Porzio una pausa nella stesura dell’Istoria d’Italia che poi non venne più ripresa. Certamente in quei frangenti Porzio scrisse un elogio di Pio V, promotore della Lega contro gli infedeli, fatto pervenire al pontefice e mai rinvenuto. E’ interessante una notizia tratta da Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno – la baronia di Novi”, a p. 149, in proposito scriveva che: “Al duca Ettore successe (a. 1570) Camillo che sposò Geronima Colonna, sorella del celebre capitano generale della flotta pontificia nella battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571). Da un prezioso ms. (41) si apprende che alla morte di Camillo (28 marzo 1583) le rendite della baronia continuavavano a diminuire (difficile stabilire se il denunziante lo aveva fatto ai soli fini fiscali) I 2390 ducati denunziati alla morte della contessa Giulia erano diventati 2343 alla morte di Camillo, escluso lo stato di Pisciotta la cui rendita era di ducati 1990. Va segnalato che Berlingieri Carafa, pur avendo acquistata l’intera baronia, ecc…”. In questo passaggio Ebner cita il fratello di Geronima Colonna, ovvero Marcantonio Colonna, celebre capitano generale della flotta pontificia nella battaglia di Lepanto. Ebner, a p. 149, nella nota (41) postillava che: “(41) BPS, ms. Regestro Petitionem Releviorum, f. 13: etc…”. Da Wikipedia leggiamo che nella Lega navale, per ragioni di prestigio affiancavano la Real spagnola: la Capitana di Sebastiano Venier, settantacinquenne Capitano generale veneziano, la Capitana di Sua Santità di Marcantonio Colonna, trentaseienne ammiraglio pontificio, la Capitana di Ettore Spinola, Capitano generale genovese, la Capitana di Andrea Provana di Leinì, Capitano generale piemontese, l’ammiraglia Santa Maria della Vittoria del priore di Messina Pietro Giustiniani, Capitano generale dei Cavalieri di Malta. Dunque, Marcantonio Colonna, celebre capitano pontificio era fratello di Geronima Colonna che aveva sposato Camillo Carafa, figlio e successore nel 1570 del duca Ettore Pignatelli, conte poi duca di Monteleone (Vibo Valenzia). Il personaggio citato dal Granzotto, ser Antonello Antonelli era al seguito di Marcantonio Colonna. Da Wikipedia leggiamo che Marcantonio II Colonna (Lanuvio, 26 febbraio 1535 – Medinaceli, 1º agosto 1584) è stato un nobile, condottiero, ammiraglio e mecenate italiano e I principe di Paliano, III duca dello stesso, III duca di Tagliacozzo. Nel 1577 fu nominato viceré di Sicilia; inoltre fu uno dei maggiori protagonisti della vittoria della battaglia di Lepanto assieme all’ammiraglio Giovanni d’Austria e detenne numerose cariche amministrative e militari nell’ambito dello Stato della Chiesa e dei domini spagnoli del sud-Italia.[2]. Nacque il 26 febbraio 1535 nel castello baronale di Lanuvio (cittadina chiamata in quel tempo Civita Lavinia) da Ascanio Colonna, II duca di Paliano e conte di Tagliacozzo (fratello della poetessa Vittoria Colonna) e da Giovanna d’Aragona, nipote del re Ferdinando I di Napoli. Pochi giorni dopo la sua nascita, secondo una leggenda, un eremita, recatosi a visitare la madre, Giovanna, sostenne che si doveva attribuire al neonato il nome Antonio, in considerazione della sua futura grandezza, essendo egli destinato a compiere delle straordinarie imprese e a divenire il capo della casa Colonna. Fu così che sua madre, pur impressionata da quella profezia (quello era il suo sesto figlio, ed era quindi ben lontano dal diritto di primogenitura), lo chiamò Antonio, con il prenome Marco, in armonia con le tradizioni familiari. Le gesta eroiche di Marcantonio a Lepanto furono il principale motivo ispiratore degli apparati pittorici della Galleria Colonna realizzata circa un secolo dopo nel Palazzo Colonna, inoltre, Marcantonio Colonna, assieme al cognato Onorato Caetani, furono tra i più famosi e influenti militari presso la corte del papa Pio V, suscitando così le invidie del nipote Michele II Bonelli. Nel 1572 Marcantonio II Colonna si reca a Firenze al fine di accelerare le operazioni di allestimento della sua squadra navale. Si imbarca quindi a Gaeta nella squadra toscana assieme al balivo dell’ordine dei cavalieri di Santo Stefano Raffaele dei Medici, il quale, durante un giro di ispezione delle coste toscane s’imbatte in alcune navi pirata turche. Durante gli scontri Marcantonio Colonna riuscì a impadronirsi del galeone dei corsari. L’anno successivo venne nominato Capitano generale della Chiesa, carica che detenne solamente sino al 1573 quando venne sostituito dal duca Giacomo Boncompagni, figlio dello stesso pontefice Gregorio XIII.
Nel 1574 (?), Federico Carafa, 4° conte di Policastro
I Carafa della Spina furono Baroni di Torraca, Conti di Policastro e Roccella nel 1522, Marchesi di Tortorella nel 1530. Da Wikipedia, alla voce “Contea di Policastro” leggiamo che: “Federico Carafa (1574-doppo 1593), 4.° conte di Policastro, etc.”. Dunque, da Wikipedia apprendiamo che Federico Carafa sarà 4° conte di Policastro dal 1574 e morirà dopo l’anno 1593. Riguardo Federico Carafa ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava che: “(60)…..Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Ecc.. (Campanile, p. 50).”. Ebner si riferiva al testo di Filiberto Campanile (….), ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195. Dunque, Ebner scriveva che Federico Carafa era figlio di Giovan Battista Carafa e Giulia Carafa (forse Carafa della Stadera), sorella del Conte di Ruvo. Federico era fratello di Pierantonio Carafa che morì senza eredi e quindi la Contea di Policastro andò a Federico che aveva sposato Giulia Russa. Federico Carafa e Giulia Russa ebbero Lelio Carafa. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’ parlando di Rofrano, nel vol. II, p. 434, nella sua nota (18) postillava che: “(18) La moglie Giulia Ruffo si unì ai creditori per salvare la sua dote.”. Giulia Russa (come dice Ebner parlando di Policastro) o Giulia Ruffo (quando parla di Rofrano) ?. Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 25, in proposito scriveva che: “La Giulia Ruffo moglie di Federico si unì coi creditori per far salva la dote, com dal processo che ho citato.”. Evidentemente quella della nota (60) fu un errore materiale. Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 25, in proposito scriveva che: “Quale sia stato il governo del Carafa si può dedursi già dal detto, ma con più chiarezza rilevasi dalla lunga serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa……Non andò guari ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di Rofrano, e quasi tutto lo Stato, che oltre Policastro e i suoi casali comprendeva altri nove Feudi. La Giulia Ruffo moglie di Federico si unì coi creditori per far salva la dote, come dal processo che ho citato.”. La notizia è interessantissima perchè i 10 Feudi che dovette vendere Federico Carafa e la moglie Giulia Ruffo per debiti segnano l’inizio della proprietà di alcuni feudi come Torraca ed il Porto di Sapri che erano stati dei Carafa della Spina. E’ per questo motivo che in seguito, i Palamolla intenteranno delle liti con i Principi Carafa della Contea di Policastro. Dunque, è interessante ciò che scrisse il Ronsini quando dice che: “…..lunga serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa……Non andò guari ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di Rofrano, e quasi tutto lo Stato, che oltre Policastro e i suoi casali comprendeva altri nove Feudi.”. Dunque, Federico Carafa fu costretto a vendere quasi tutta la Contea di Policastro, oltre dieci feudi. E’ molto probabile che Federico Carafa dovette vendere anche il Porto di Sapri, insieme al feudo di Torraca. Infatti, sempre il Ronsini, a p. 25, in proposito scriveva che: “Si ha documento autentico, che a 26 Settembre 1562 Federico Carafa vendè Rofrano a Scipione Scondito per ducati 10, 500 con R. assenso per ‘verbum fiat’, ma col patto del ‘retrovendendo’. Ciò vuol dire, che non fu vera vendita, ma censo per aver danaro ad interessi con cautela del Creditore sul Feudo. Questo fu veramente esposto venale da S.R.C. del 1576.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) riferendosi a Lelio Carafa postillava che: “(60)….Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. E’ molto probabile che il territorio di Sapri, la porzione occidentale ovvero quella che dall’attuale località “Fortino” e fino al Cimitero dipendesse dai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca.
Nel 1579, Prospero De Freda, figlio di Antonio De Freda subentra al fratello Giovanniantonio nei diritti feudali di Torraca
Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio de Freda; nel 1579 succede Prospero de Freda figlio di Antonio; ecc….”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che nel 1579, alla morte del fratello Giovannantonio de Freda gli succede Prospero de Freda nel feudo di Torraca. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Dal 1500 al 1504 Torraca è posseduta dal nobile Francesco Scondito, mentre nel 1524 risulta essere di Antonio De Freda, marito di Lucrezia Scondito, a pagare i prescritti diritti feudali. Morta Lucrezia le succede prima il figlio Giovannantonio De Freda e poi, nel 1579, il nipote Prospero De Freda. Il 16 novembre 1583 Prospero De Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, ecc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Dunque, secondo il Gaetani, alla morte di Francesco Scondito, nel feudo di Torraca successe la figlia Lucrezia Scondito che aveva sposato Antonio De Freda. Antonio De Freda, nel 1524 pagò i diritti feudali del feudo di Torraca. Il Gaetani a p. 283, nella sua nota (24), postillava le notizie sui feudatari di Torraca tratte dal ‘Cedularia’, del Grande Archivio di Stato di Napoli, e scriveva in proposito che: “Torraca fu feudo baronale sin dall’età angioina. Dai Cedularia del Grande Archivio di Stato di Napoli, risultano i seguenti baroni: 1525, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio De Freda; nel 1579, succede Prospero De Freda, figlio di Antonio;”. Secondo il Gaetani (….), nel 10 gennaio 1525, Lucrezia Scondito muore e nel feudo di Torraca gli succedono il figlio Giovannantonio (o Giovanniantonio) De Freda. Dopo la morte di Giovannantonio De Freda, nel 1579, nei diritti feudali del feudo di Torraca subentra il figlio di Antonio De Freda, Prospero De Freda. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV secolo, Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che non venivano tassati.”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “Da questo periodo e per tutto il secolo XVI, la popolazione continuò nella sua crescita. Dai Cedolari angioini risulta che nel 1532, (Cedolari Angioini nel 1532 ?), il paese era tassato per 69 fuochi, quindi pari a 414 abitanti; nel 1545 crebbe a 76 fuochi, pari a 456 abitanti; nel 1561 a 86 fuochi, ossia 516 abitanti, fino a raggiungere i 100 fuochi nel 1595, che possono tradursi in ben 600 anime, che per quel periodo, era da considerarsi un centro di media importanza. Quello focatico era il sistema di tassazione, poichè si basava sul nucleo familiare……..Di questo periodo, abbiamo notizie abbastanza precise sulle famiglie nobili di Torraca, grazie alla certosina ricerca effettuata da Rocco Gaetani, ………Si è cercato in questo testo di ampliare una lista dettagliata dei relativi baroni che hanno governato il paese dall’inizio del XVI sec. Tra questi: dal 1500 al 1504, compare un certo Magnificus Franciscus Scondito; segue un vuoto di venti anni, fino al 1524 quanto Antonio De Freda, marito della nobil donna Lucrezia Scondito, pagò i diritti feudali divenendone proprietario; gli succedette prima il figlio Giovanniantonio e poi nel 1579 il secondogenito Prospero; il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, ecc..”. Prospero De Freda, che subentra a Giovanniantonio De Freda nei diritti feudali di Torraca era il figlio secondogenito di Antonio De Freda e di sua madre Lucrezia Scondito. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Torraca, a p. 192, in proposito scriveva che: “.., nel 1579, il nipote Prospero De Freda”.
Nel 16 novembre 1583, Annibale Gambacorta acquistò il feudo di Torraca (e la Terra di Sapri ?) da Prospero De Freda
Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio de Freda; nel 1579 succede Prospero de Freda figlio di Antonio; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che il 16 novembre 1583, Prospero de Freda vendette il feudo di Torraca ad Annibale Gambacorta. Da questo momento, nel feudo di Torraca si esauriranno i de Freda ed inizierà la saga dei Gambacorta. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Il 16 novembre 1583 Prospero De Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, ecc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Il Gaetani, a p. 283, nella sua nota (24), postillava le notizie sui feudatari di Torraca tratte dal ‘Cedularia’, del Grande Archivio di Stato di Napoli, e scriveva in proposito che: “Il 16 novembre 1583, Prospero De Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593 lasciando i figli Orazio, ecc..”. Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Alla fine del 1300 il feudo torracchese è oggetto di una lunga serie di vendite, tra i proprietari più importanti si annoverano: i De Freda ed i Gambacorta.”. Scrive il Gaetani (…), che: “Il 16 novembre 1583, Prospero De Freda, vende il feudo di Torraca ad Annibale Gambacorta, ecc…”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “….gli succedette prima il figlio Giovanniantonio e poi nel 1579 il secondogenito Prospero; il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, ecc..”. Prospero De Freda, che subentra a Giovanniantonio De Freda nei diritti feudali di Torraca era il figlio secondogenito di Antonio De Freda e di sua madre Lucrezia Scondito. Il Mallamaci a p. 42 in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono ecc…: “. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ecc…”. Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano, sposò Annibale Gambacorta. Dalla loro unione nacquero Orazio, Scipione e Prospero Gambacorta. Il Mallamaci dice solo che dai ‘Cedolaria’ risultano un “Annibale Gambacorta, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano”. Sempre il Mallamaci crive che dai ‘Cedularia’ risulta un “Fabrizio (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso”. Dunque, secondo il Gaetani (….), dai ‘Cedularia’ si evince che Annibale Gambacorta era sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano. Fabrizio Carafa fu conte di Policastro. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ troviamo che: “Ferdinando Carafa, padre di Giovanna Carafa, era patrizio napoletano e sposato con Diana Ruffo di Calabria”. Dunque, Giovanna Carafa, contessa di Policastro andò sposa ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca dal 1539 al 1563. Giovanna Carafa era figlia di Ferdinando Carafa. Dunque, è dall’unione con Giovanna Carafa con Annibale Gambacorta che inizia il legame con la Contea di Policastro. Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano, sposò Annibale Gambacorta. Dalla loro unione nacquero Orazio, Scipione e Prospero Gambacorta. Il Mallamaci dice solo che dai ‘Cedolaria’ risultano un “Annibale Gambacorta, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano”. Sempre il Mallamaci crive che dai ‘Cedularia’ risulta un “Fabrizio (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso”. Dunque, secondo il Gaetani (….), dai ‘Cedularia’ si evince che Annibale Gambacorta era sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano. Fabrizio Carafa fu conte di Policastro.
Nel 15 agosto 1585, Lelio Carafa, 5° conte di Policastro, avendo sposato Vittoria di Loria, divenne anche barone di Majerà
Da Wikipedia, alla voce “Contea di Policastro” leggiamo che: “Lelio Carafa (doppo 1593-ca. 1603), 5.° conte di Policastro, etc.”. Dunque, da Wikipedia apprendiamo che Lelio Carafa sarà il 5° conte di Policastro dopo il 1593 (succederà al padre Federico Carafa della Spina) e morirà dopo l’anno 1603. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 260, parlando della contea di Policastro dopo la morte e la successione di Alfonso di Loria, nel 1597, nella sua nota (87), in proposito postillava che: “(87) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F.A. Vanni, ‘Cronica di Majerà’, ms. cit.”. Però, sempre Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 75 parlando di Alfonso di Loria, Signore di Majerà, in proposito scriveva che: “Nel 1566 sposò Giulia di Bernardo di Cosenza, vissuta fino al 1625. Dal loro matrimonio nacquero Vittoria e Beatrice. Vittoria, che, in prime nozze, sposò Lelio Carafa dei Conti di Policastro, Capitoli del 15 Agosto 1585, ratificati il 18 gennaio 1587, fu l’ultima baronessa di Casa Loria a Majerà. Ebbe in dote la Terra, con rendite, “jussi”, vassallaggio, giurisdizione delle prime e seconde cause, il Castello, il bestiame e tutto quanto Alfonso possedeva (19). Lo stesso Alfonso intervenne per salvare la Contea di Policastro in crisi, difatti ottenne da Giovan Giacomo Palamolla di Scalea 9.000 ducati in prestito, con l’interesse del nove per cento, che devolvette ai Conti di Policastro, e la Contea non fu venduta (20). Vittoria restò vedova giovanissima. Lo stato vedovile la rattristò tanto che condusse vita da suora, secondo la regola dominicana, nel Castello di Majerà. Da Lelio e Vittoria erano nate due figlie, Giulia e Maria Carafa.”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Vanni cit.”. Il Campagna a p. 75, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Vanni cit.”. Il Camapgna si riferisce a F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono. Riguardo Lelio Carafa ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava che: “Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).”. Il testo di Giuseppe Campanile (….), ‘Notizie di Nobiltà etc.’. Giuseppe Campanile fu un genealogista. Figlio di Filiberto Campanile (….), membro di una famiglia nobile originaria di Tramonti, Giuseppe nacque a Diano (l’odierna Teggiano) intorno al 1616. Nel 1672 pubblicò la sua ultima ma più celebre opera, le Notizie di nobiltà, che tratta del significato degli stemmi delle famiglie nobili del Regno di Napoli e della loro origine e genealogia. Dunque, il Campagna scriveva che la Baronessa Vittoria di Loria era la figlia primogenita di Alfonso Loria. Vittoria di Loria sposò il conte di Policastro Lelio Carafa e gli portò in dote la terra di Majerà. Vittoria di Loria e Lelio Carafa ebbero un unica figlia erede Giulia Carafa della Spina che poi in seguito sposò lo zio Fabrizio Carafa a cui portò in dote la terra di Majerà. Riguardo il Conte di Policastro Fabrizio Carafa. Dunque, secondo Pietro Ebner, Fabrizio Carafa, quarto figlio di Federico Carafa, per “…evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa.”. Dunque, secondo l’Ebner, Fabrizio Carafa, 4° figlio di Federico Carafa, sposò la nipote Giulia Carafa, figlia di Lelio Carafa e unica erede della Contea di Policastro. Ebner, proseguendo il suo racconto sui Carafa diceva pure che: “Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).”. Ebner si riferiva al testo di Filiberto Campanile (….), ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195. Dunque, secondo l’Ebner (…), Lelio Carafa fu l’unico erede maschio di Federico Carafa, Conte di Policastro e di Giulia Russo. Ebner scrive pure che “Da costui solo Giulia, contessa di Policastro”. Dunque, l’Ebner scrive che Giulia Carafa fu l’unica erede femmina di Lelio Carafa e Giulia Russa. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Lelio (+ ca. 1603), 5° Conte di Policastro e Patrizio Napoletano. = Vittoria di Lauria, figlia di Alfonso Signore di Maierà (divenne erede del feudo alla morte del fratello). E1. Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa.”. Riguardo Lelio Carafa della Spina, Conte di Policastro, ha scritto Orazio Campagna (….), che a pp. 145-146 parlando di Majerà in Calabria, e dei ‘Loria’ in proposito scriveva che: “I Loria, così entrati nella storia della Terra, per oltre un secolo e mezzo ne determinarono le sorti (120). Ultima baronessa fu Vittoria, primogenita di Alfonso, la quale, nel 1598, eredito Majerà ecc…Figlia ed erede di Vittoria Loria fu Giulia Carafa, che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122). Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Il Campagna (…), a p. 145 nella sua nota (122) postillava che: “(122) Di Giulia Carafa si legge la seguente iscrizione incisa sul marmo nella chiesa di S. Maria del Casale; in alto vi è lo stemma dei Carafa della Spina: “D. Iuliae Carafae Polycastri comitissa Polycastrensis domus jam collabentis instauratrici coniugi amatissimae D. Fabritius Carafa unico vitae suae oblectamento immature viduatus obiit MDCVIII etatis sue XXI”. I Carafa furono signori di Policastro dal 1496. Fabrizio, sposo di Giulia, ne fu il VII conte. Apparentati ai Sismondi di Pisa, i Carafa ebbero un papa, Paolo IV (Giampietro Carafa), ecc…”. Sempre il Campagna parlando dei Carafa a p. 145, nella sua nota (122) postillava che: “(122) Da Anonimo, ms. del 1719, “Osservazioni intorno alla scrittura uscita per la primogenitura dè Signori di Forlì nella Famiglia Carafa della Spina, colle quali si dimostra essere gli Principi della Roccella i Primogeniti della universale famiglia Carafa, D.S.G.F.A.P.d.R, anno 1691″, presso Arch. Episc. di Policastro Bussentino; G. Campanile, ‘Notizie di nobiltà, etc., cit.; V. Nocito, ‘Notizie storiche della città di Belvedere Marittimo, etc., Genova, 1947.”.
Nel XV secolo, Torraca e Sapri e sua popolazione
Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV secolo, Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che non venivano tassati.”. Scrive il Gaetani (…), che: “Il 16 novembre 1583, Prospero De Freda, vende il feudo di Torraca ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni;”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “Da questo periodo e per tutto il secolo XVI, la popolazione continuò nella sua crescita. Dai Cedolari angioini risulta che nel 1532, (Cedolari Angioini nel 1532 ?), il paese era tassato per 69 fuochi, quindi pari a 414 abitanti; nel 1545 crebbe a 76 fuochi, pari a 456 abitanti; nel 1561 a 86 fuochi, ossia 516 abitanti, fino a raggiungere i 100 fuochi nel 1595, che possono tradursi in ben 600 anime, che per quel periodo, era da considerarsi un centro di media importanza. Quello focatico era il sistema di tassazione, poichè si basava sul nucleo familiare….”.
Nel 1589, il toponimo di ‘Sapri roui nata’ nella carta geografica di Gerardo Mercatore
(Fig….) Particolare della carta geografica ‘Puglia piana, Terra di Bari,Terra d’Otranto, Calabria et Basilicata’ del cartografo olandese Gerardo Mercatore, del 1589, contenuta nell”Atlas’, stampato a Duisburgo dall’autore nel 1595, tratta da una ristampa dall’originale originale in mio possesso: ed. Congedo, Galatina, Collezione Attanasio (…)
(Fig….) Carta geografica di ‘Puglia piana, Terra di Bari,Terra d’Otranto, Calabria et Basilicata’ del cartografo olandese Gerardo Mercatore, del 1589, contenuta nell”Atlas’, stampato a Duisburgo dall’autore nel 1589. L’immagine è tratta da una ristampa pubblicata nel testo del Mazzetti (…).
Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: “Un’interessante testimonianza per la storia del paese è la carta geografica di “Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto, Calabria et Basilicata” (fig. 42), del noto cartografo Gerardo Mercatore, del 1589 (122), ove leggiamo: “Sapri rovinata”. Il Cesarino, (123) suffragava “l’ipotesi di una catastrofe sismica,….e che il nostro paese, all’epoca, doveva di fatto essere scomparso”. Sulla base dei documenti precedentemente ritrovati e citati e documentati, su tale ipotesi, nutro dei seri dubbi.”. Nel mio studio, nella nota (122) postillavo che: “(122) Carta riprodotta nell'”Atlas”, Duisburgo, 1595, collezione di Celico Valente; citata anche dal Cesarino (…); riprodotta e tratta da Mazzetti E., op. cit., vol. II, tav. X”. Nel mio studio, nella nota (123) postillavo che: “(123) Cesarino F., ‘Sapri archeologica’, stà nei “I Corsivi”, 5, 1987, e pure ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in “I Corsivi”, 3, 1988. Il Cesarini in proposito dice: “L’ipotesi di una catastrofe sismica viene suffragata da una carta geografica del Mercatore, recante l’indicazione ‘Sapri ruinata’.”. Questa carta di cui pubblichiamo uno stralcio, riporta “Sapri rovinata”. (125).”. La mia nota (124), rimanda alla nota (125): “(125) Archivio di Stato di Napoli, Gravamina etc., 38, fol. 6, citato dal Gaetani R., op. cit., (Gian Giac…) p. 12.”.
Nello studio del 1998, che preparai e depositai per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri (1), in proposito scrivevo che: “Un interessante testimonianza per la storia del paese è la carta geografica di “Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto, Calabria et Basilicata” (Fig. 42), del noto cartografo Gerardo Mercatore, del 1589 (122), ove leggiamo: “Sapri rovinata”.Il Cesarino, (123) suffragava “l’ipotesi di unacatastrofe sismica,..e che il nostro paese, all’epoca, doveva di fatto essere scomparso”.Sulla base dei documenti precedentemente ritrovati e citati e documentati, su tale ipotesi, nutro dei seri dubbi.”. Sempre nello stesso studio del 1998 (1), nella nota (123), citavo il Cesarino (…) che in proposito al toponimo di “Sapri roui nata”, che figura sulla carta in questione (Figg. 1-2-3), – da noi individuata – in un due suoi studi “Sapri archeologica”, del 1987 e del 1988 (stà nella rivista “I Corsivi”, 5) e, pure ‘La Lucania del Barone Antonini’ (stà in “I Corsivi”, 3, 1988), così si esprimeva in proposito: “L’ipotesi di una catastrofe sismica viene suffragata da una carta geografica delMercatore, recante l’indicazione ‘Sapri ruinata’.”.
Il titolo di ‘Sapri roui nata’, dato alla pagina web, il blog di studi sulla storia locale del basso Cilento e che curo personalmente, è stato scelto a causa della sua evidente antifona. Nel 1987, in un mio studio pubblicai a stampa (1), la notizia di una ‘Sapri roui nata’, che trassi da una carta geografica del 1589 del cartografo Gerardo Mercatore. A Napoli, allora studente, acquistai una ristampa originale della carta in questione, che ancora posseggo e, mi accorsi che essa citava il toponimo di ‘Sapri roui nata’, come si può ben vedere nel particolare illustrato nell’immagine di Fig. 2. Nel 1987, ancora studente, pubblicai la notizia su diversi miei studi (1) ed in particolare su un mio studio dal titolo: “Sapri, incursioni nella notte dei tempi” (1). Le immagini (Figg. 1-2-3), illustrano un particolare del nostro litorale, tratto dalla Carta geografica di ‘Puglia piana, Terra di Bari,Terra d’Otranto, Calabria et Basilicata’ del cartografo genovese Gerardo Mercatore, del 1589, riprodotta nell’”Atlas”, Duisburgo, datata 1595 (3), che si vede nelle Figg. 1-2-3. L’immagine della Fig. 2, illustra la nostra zona all’altezza del Golfo di Policastro e, si legge il toponimo di ‘Sapri roui nata’ che indica il luogo di Sapri. In seguito, la notizia fu ripresa dal Cesarino (5) che, scriveva in proposito: “Una carta geografica di G. Mercatore del 1589 reca l’indizioneSapriruinata“ e, aggiungeva: “Una attenta disamina della cartografia di età medioevale è stata proposta da Franco Attanasio, …nell’articolo al quale rinviamo per gli opportuni approfondimenti.” . Trovai questa carta geografica (2), nella quale vidi annoverato il nome (toponimo di luogo) di Sapri, riportato: ‘Sapri rouinata’, a seguito di mie ricerche sulla toponomastica locale attraverso la Cartografia medievale, le carte geografiche manoscritte e a stampa, peripli e portolani o carte nautiche medioevali che attestavano la presenza di Sapri tra i luoghi conosciuti all’epoca della loro redazione. Il toponimo di Sapri, figura in diverse carte medioevali ma, sebbene figurasse con diversi toponimi, Portum, Sapri, Saprì, Sapra, Anves, quello di ‘Sapri roui nata’, riveste un particolare interesse storiografico in quanto Sapri, al tempo della redazione della carta in questione, 1589, epoca del Viceregno spagnolo sul Regno di Napoli, doveva essere conosciuto come luogo di rovine. Infatti, Sapri roui nata, sta per ‘rovinata’ o ‘rovine rinate’ o ‘luogo di antiche rovine’. Del resto, come vedremo in seguito in altri mie studi che ivi pubblico, il toponimo di Sapri, assumerà spesso, nelle nuove carte geografiche e corografiche, nuovi connotati e sarà indicato in diversi modi e, la citazione di una Sapri “roui nata”, non è la sola. Troviamo un’altra citazione simile del toponimo di Sapri, anche nella carta da noi scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, dove essa è conservata (6): la ‘Bibo ad sicam odie ruinato’, citato in una carta corografica del Regno di Napoli, di autore ignoto ma risalente all’epoca Aragonese (Fig. 6), di cui abbiamo ivi pubblicato lo studio: “Sapri in una carta inedita d’epoca Aragonese”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti (6). E’ anche vero che quello era proprio il periodo in cui fu delineata la carta del Mercatore, ma se così fosse stato, mi chiedo, se non fosse rimasta citazione alcuna nella bibliografia antiquaria degli eruditi del tempo come ad esempio il Laudisio nella sua ‘Synopsi della Diocesi di Policastro ecc..’ (9-10). Recentemente, sul sito dell’ISPRA, è apparso uno studio su Sapri, dove abbiamo ritrovato diverse inesattezze e citazioni errate. Nel 2014, lo studioso Scarfone (7), sulla scorta del Cesarino (5), proprio riferendosi alla carta Geografica del Mercatore, di cui nel lontano 1987, pubblicavo la citazione di una “Sapri roui nata”, così si esprimeva in proposito all’ipotesi di una catastrofe sismica: “Questa volta l’ipotesi dell’impatto di una catastrofe areale (8), probabilmente di natura sismica, viene suffragata da una carta geografica di Mercatore del 1589 recante l’indicazione di “Sapri rovinata” (fig. 2).”, e nelle sue note scriveva: “(8) Un indizio relativo all’evento naturale potrebbe ritrovarsi nella narrazione delle cronache del “terremoto che accompagnò il sollevamento del Mare Novo presso Pozzuoli, il 5 settembre del 1538“ quando a seguito degli effetti sismici “il mare si ritirò, così che l’intero Golfo di Baia rimase per qualche tempo all’asciutto, quindi ritornò, tutto rovinando (GATTA, 1984) verosimilmente con effetti anche lungo le coste del Golfo di Policastro.”.E’ vero che la carta del Mercatore fu delineata intorno agli anni 1585-89, ovvero gli anni in cui avvenne l’evento che cita Scarfone (7) ma è anche vero che l’evento è stato circoscritto alla sola area puteolana per gli effetti bradisismici. Infatti, Gatta, affermava: “verosimilmente con effetti anche lungo le coste del Golfo di Policastro”. E’ anche vero che quello era proprio il periodo in cui fu delineata la carta del Mercatore, ma se così fosse stato, mi chiedo, se non fosse rimasta citazione alcuna nella bibliografia antiquaria degli eruditi del tempo come ad esempio il Laudisio nella sua ‘Sinopsy della Diocesi di Policastro ecc..’ (9-10). Scarfone afferma, a supporto della sua tesi, che: “Un ultimo aspetto arricchisce di ulteriore mistero l’antica storia di Sapri: risale al 1586, quando il toponimo di Sapri non viene mai riportato da Scipione Mazzella Napolitano nella sua opera Descrittione del Regno di Napoli. Infatti, nell’elenco dei centri abitati del Principato di Citra, così come nell’elenco delle torri costiere, viene segnalata solo una struttura litoranea, Scilandro nel territorio di Policastro senza nessun accenno a Sapri come elemento di scalo.”. E’ vero che l’ipotesi di una brutta catastrofe ambientale – forse anche sismica e/o di un violento maremoto – è stato da secoli nella memoria del popolo e nella tradizione orale locale che voleva la “Città d’Avenia”, scomparsa e distrutta in seguito ad un violento maremoto, ma non credo che il toponimo di “Sapri roui nata”, sia stato usato dal cartografo Olandese per indicare un luogo distrutto a causa di una catastrofe sismica, come sostiene il Cesarino (5) e Scarfone (7). Credo che il toponimo “roui nato” o “rovinato”, stia ad indicare un luogo di rovine di una città scomparsa o di antichi edifici diruti. Nel dialetto popolare, il termine ‘ruinato’, o ‘ruina’ voleva significare ‘rovina’. Il termine ‘ruinato’, nel dialetto locale Saprese, può essere espresso anche con la parola ‘arruinato’, che più si addice ad un’evento calamitoso che ne ha determinato la causa della rovina. Secondo la Treccani, la derivazione etimologica di ruinare v. intr. e tr. (io rüino, ecc.). – Variante ant. o letter. di rovinare. Sapri, all’epoca della delineazione della Carta geografica del Mercatore, intorno e prima del 1589, doveva essere conosciuto come scalo marittimo di sicuro ancoraggio per i legni dell’epoca, a causa della sua baia e del porto naturale. Ma, all’epoca della delineazione della carta del Mercatore (Fig. 1), era proprio l’epoca in cui la Real Camera della Sommaria Vicereale del Regno di Napoli, chiedeva alle Università del posto, continue gabelle per la costruzione di Torri di guardia costiere che all’epoca risultarono inutili e dannose alla già fragile economia dell’area. All’epoca, molti centri – soprattutto alcuni centri costieri, poveri villaggi – registravano una forte diminuzione focatica, ovvero della popolazione effettiva, per pagare meno tasse e, a seguito della forte pestilenza che si ebbe in quegli anni, e quindi, i pochi abitanti del piccolo villaggio di Sapri, vennero annessi nella popolazione di Torraca – da cui esso dipendeva. Ecco perchè, la popolazione di alcuni centri, come Sapri o Porto di Sapri, o Porto di Torraca, al tempo del Mazzella Napolitano (8), non figurava. Sapri però, era anche conosciuto agli eruditi del tempo per le numerose preesistenze archeologiche o di città scomparse. Non crediamo si possa suffragare l’ipotesi del Cesarino di una catastrofe sismica – che pure c’è stata e forse anche violenta nei secoli addietro – ma che non riguarda il significato dato al toponimo di ‘Sapri roui nata’. Il toponimo ‘roui nata’, indica le preesistenze archeologiche già conosciute in antichità, ruderi e rovine di un’antica città scomparsa, di cui bisognerebbe meglio indagare. Il toponimo di “Sapri roui nata” – che leggiamo sulla carta in questione, posto nel Golfo di Policastro e vicino ad un fiume – ci ricorda un luogo di rovine o antichi ruderi forse di una città scoparsa (Fig……..), ipotesi che dovrebbe essere ulteriormente indagata sul posto, cercando di individuare manufatti e preesistenze su tutta l’area della collina che risale da S. Croce e da Punta del Fortino verso Contrada Pietradame come illustrato nell’immagine di Fig. 7 tratta dal satellite che dovrebbe corrispondere più o meno all’indicazione della “Bibo ad Siccam odie ruinata” dell’altra carta d’epoca Aragonese da noi scoperta (Fig….), di cui, in parte abbiamo già accennato nel nostro studio ivi pubblicato sulla “Necropoli Lucana sulla collina di S. Martino”.
Nel 1593, muore Annibale Gambacorta sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni
Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che Annibale Gambacorta muore nel 1593 lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ‘Fabrizio e Giovanna (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso. Un certo ‘Annibale’, Signore di Torraca si sà è deceduto a soli 22 anni.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Annibale Gambacorta, alla cui morte, avvenuta nel 1593, gli succedono i figli Orazio, Scipione e Giovanni“. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, riferendosi ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca in proposito scriveva che: “…….patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ecc…“. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; Giovanna, signora di Torraca; Pompeo Gambacorta, signore di Frasso deceduto il 1596. Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di Limatola.”. Sempre il Mallamaci scrive che dai ‘Cedularia’ risulta un “Fabrizio (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Torraca, a p. 192, in proposito scriveva che: “.., Annibale Gambacorta, alla cui morte, avvenuta nel 1593, gli succedono i figli Orazio, Scipione e Giovanni.”.
Nel 1584, il primo Torriere della Torre ‘Capo Bianco’ (già esistente come Torre Lubertino o Obertino)
(Fig….) Torre Capo Bianco sul Monte Ceraso a ridosso della SS. 18 che corre lungo Acquafredda
Impropriamente chiamate “Torri Normanne” nella tradizione orale locale, la costruzione delle torri continuò anche sotto la reggenza del Vicerè spagnolo Don Parafan de Ribera. Purtroppo solo nel 1566 arrivò l’ordine della costruzione delle rimanenti torri da costruire nel tratto di costa del Principato Citra che va da Agropoli a Sapri. Della costruzione delle Torri marittime Vicereali lungo il litorale del Golfo di Policastro fino a Maratea, ne hanno parlato alcuni studiosi come il Romanelli (7), il Pasanisi (2), il Vassalluzzo (14) ed infine il Guzzo (16). Delle torri progettate e da realizzare, sul finire del 1570 solo quattro erano quelle completate ed operanti, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati (2). Verso la fine del ‘500, si trovano le prime notizie sulle torri costiere costruite lungo le pendici del litorale costiero del Regno di Napoli. Anche la Torre di cui vi parlo ora è una di quelle che la notra tradizione orale chiama la “Torre Normanna”. Questa torre è sicuramente una di quelle rimaste di proprietà del Demanio dello Stato e dunque dipendente dal Comune di Sapri trovandosi sul suo territorio. Oggi questa torre è segnata sulle carte geografiche e satellitali come “Torre Capobianco”. Questa torre, come le tantissime diffuse lungo i litorali dell’ex Regno di Napoli, sono torri cavallare e di avvistamento fatte costruire dai Vicerè Spagnoli su imposizione fiscale all’Università (Comune dell’epoca) competente per il territorio. In questo caso l’Università competente doveva essere Policastro essendo sede della contea dei Carafa della Spina e forse del subfeudo dei Palamolla di Torraca. Oltre alla documentazione esistente per questa torre posso dire che questa era Vicereale anche per la forma esteriore che è quadrangolare. Riccardo Cisternino (…) in un suo studio sulle Torri costiere nel Regno di Napoli, a pp. 107-108 in proposito scriveva che: “I disegni di recente rinvenuti presso la biblioteca nazionale di Napoli (nota 63) Vittorio Emanuele, riguardano esclusivamente i castelli dell’allora capitale ecc….Non potendosi, pertanto, trarre dei disegni o piante elementi di attribuzione di epoche, per le torri preesistenti se ne può fissare dalle forme esteriori l’origine se longobarda, normanna o angioina. Quella che scompare nella metà del seolo XVI è la forma cilindrica, mentre prevale quella quadrangolare, trasformazione dovuta a motivi pratici delle nuove torri destinate non solo alla difesa, ma anche a rigugio in caso di incursioni. Ecc…”.
(Fig….)
Come ci fa notare Antonio Scarfone (…), nel suo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri” che, segnalava alcune notizie tratte da Scipione Mazzella Napolitano (…). Antonio Scarfone (….), nel suo studio, a supporto della sua tesi afferma che: “Un ultimo aspetto arricchisce di ulteriore mistero l’antica storia di Sapri: risale al 1586, quando il toponimo di Sapri non viene mai riportato da Scipione Mazzella Napolitano nella sua opera Descrittione del Regno di Napoli. Infatti, nell’elenco dei centri abitati del Principato di Citra, così come nell’elenco delle torri costiere, viene segnalata solo una struttura litoranea, Scilandro nel territorio di Policastro senza nessun accenno a Sapri come elemento di scalo.”. Nel 1568, Scipione Mazzella Napolitano (…), a p. 87, nel suo “Elenco delle torri esistenti nel Principato Citra del Regno di Napoli“, nella sua prima edizione del suo del suo ‘Descrittione del Regno di Napoli’, edito nel 1568, stranamente non citava la Torre di Capobianco:
(Fig….) Scipione Mazzella Napolitano (…), op. cit. (ed. 1568) p. 87, elenco delle Torri nel Principato Citra
Nel 1500, la popolazione di Torraca e quella di Sapri
Ovviamente ciò che ha scritto Scarfone significa poco in quanto un piccolo centro esisteva già da oltre un secolo. Il fatto che Scipione Mazzella Napolitano, nel suo elenco delle torri non segnali il toponimo di Sapri non significa affatto che ivi non esistesse un centro abitato ed il luogo fosse del tutto disabitato. Il Mazzella riportava la rilevazione focatica nell’Università della Terra di Torraca. Infatti, il testo del Mazzella è del 1568. L’opera del Mazzella è scaricabile da Google libri. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “A proposito di Torraca il Giustiniani (cfr. L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1805) scrive: “Torraca, ecc…e gli abitanti, al numero di circa 1400, sono addetti alla agricoltura ed alla pastorizia”. Un ramo dei Palamola si spostò da Scalea a Torraca, dando origine al ramo baronale che inizia con Decio, primo barone di Torraca e Sapri, figlio di Giacomo Palamolla e di Beatrice di Alitto dei baroni di Pappasidero, Decio sposa donna Brianna Gaetani del seggio di Nido in Napoli. Ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Torraca, a p. 192, in proposito scriveva che: “Il borgo era tassato, al tempo, per 100 fuochi (circa 500 abitanti)(3).”. Il Guzzo a p. 192, nella nota (3) postillava che: “(3) L. Giustiniani – Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1805, pag. 112.”. Io dico vol. IX, p. 192. Egli scriveva che: “Nel 1532, la ritrovo tassata per fuochi 69, nel 1545 per fuochi 76, nel 1562 per fuochi 86, nel 1595 per fuochi 100, nel 1648 per fuochi 117 e nel 1669 per 62. Fu posseduta dalla famiglia Gambacorta, ed in oggi dai Palamolla con titolo di baronia.”.
Nel 1593, Scipione e Costanza Gambacorta, figli di Annibale Gambacorta, alla sua morte ereditano il feudo di Torraca
Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Giorgio Mallamaci a p. 42 riferendosi a dopo la morte di Annibale Gambacorta, in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; ecc…”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che Annibale Gambacorta muore nel 1593 e lascia i figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Secondo il Mallamaci (…), nel 1593, alla morte di Annibale Gambacorta, nel feudo di Torraca subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Alla morte di Annibale il feudo di Torraca era andato ai suoi figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Scrive Giovanni Celico (…) che nel 25 maggio 1599, i fratelli Scipione e Costanza Gambacorta registrarono la vendita del 1598 del feudo di Torraca per 13.700 a Decio Palamolla. Nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ troviamo “Pompeo, Signore di Frasso dal 1593, Patrizio Napoletano (+1596/7) = Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei Signori di Limatola; ed i figli: Costanza (+Marianella 16-XII-1634) = 18-V-1617 Don Alfonso Carafa, 2° Duca di Cancellara (+2-XII-1673); Don Scipione, Signore e 1° Principe (per Diploma del Re di Spagna) di Frasso, Signore di Torraca fino al 1598, Cavaliere dell’Ordine di Calatrava (+Frasso 6-XI-1654) = Maria Gambacorta, figlia di Cesare Gambacorta, e di Porzia Caracciolo dei Signori di Trecentola (+1672).”. Dunque, troviamo che i “pupilli”, i figli di Pompeo e Giovanna Gambacorta, Costanza Gambacorta, figlia di Pompeo, morì a Marianella nel 16 dicembre 1634 ed il 18 maggio 1617 sposò Don Alfonso Carafa, 2° Duca di Cancellara. Troviamo pure che ‘Don Scipione Gambacorta’, Signore di Frasso e “Signore di Torraca fino al 1598“. Don Scipione Gambacorta, altro figlio di Pompeo e di Giovanna Gambacorta, aveva sposato Maria Gambacorta, figlia di Cesare Gambacorta e di Porzia Caracciolo dei Signori di Trentola.
Nel 1595, Torraca contava 100 fuochi che moltiplicato per 6 = 600 abitanti
Nel 1805, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno di Napoli”, vol. IX, a p. 192 così scriveva di Torraca: “Nel 1532 la ritroviamo tassata per fuochi 69, nel 1545 per 76, nel 1561 per 86, nel 1595 per 100, nel 1648 per 117, e nel 1669 per 62.”.
Nel 1596, Fabrizio Gambacorta sposò Virginia Gambacorta dei signori di Limatola
Giorgio Mallamaci a p. 42 riferendosi a dopo la morte di Annibale Gambacorta, in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; ecc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ‘Fabrizio e Giovanna (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso. Un certo ‘Annibale’, Signore di Torraca si sà è deceduto a soli 22 anni.”. Dunque, scriveva il Mallamaci che dopo la morte di Annibale Gambacorta, nel 1563, nel ramo dei Gambacorta di Napoli troviamo un “Fabrizio e Giovanna (+ 1596), Signori di Torraca e di Frasso”. Il Mallamaci a p. 42, dopo aver parlato dei figli di Annibale Gambacorta, Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta, Signori di Torraca dopo la morte del padre avvenuta nel 1563 (o 1593 ?), in proposito scriveva che: “……a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; ecc…”. Chi era questo Fabrizio Gambacorta ?. Fabrizio Gambacorta era figlio di Annibale Gambacorta (che aveva acquistato il feudo di Torraca da dei De Freda). Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo che: “Fabrizio, Signore di Torraca, Patrizio Napoletano = Virginia Gambacorta, Signora di Limatola, Vico, Frasso e Melizzano, figlia di Marcantonio Gambacorta, Signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei Signori di Palestrina”. Dunque, dal ‘Libro d’Oro’ si evince che Fabrizio Gambacorta aveva sposato Virginia Gambacorta, Signora di Limatola, Vico, Frasso e Melizzano. Si evince pure che Virginia Gambacorta era figlia di Marcantonio Gambacorta, Signore di Limatola, sposato con Isabella Colonna dei signori di Palestrina. Anche il Mallamaci, sulla scorta dei ‘Cedularia’ della Real Camera della Sommaria, scriveva che dopo Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano, seguirono Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina. Dunque, Virginia Gambacorta, era figlia di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea‘, si evince che: “Virginia, Signora di Vico, di Frasso fino al 1587, Signora di Melizzano fino al 1576, Signora di Limatola fino al 1570 (+16…) = a) Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca = b) 157… Marcello Pignatelli dei Marchesi di San Marco, Patrizio Napoletano (*Napoli 18-I-1561, +Napoli 20-IV-1580) = c) Fabrizio Cossa, Signore di Vairano e Presenzano“. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 41, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva pure che: “Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di Limatola.”. Dunque, gli sposi Fabrizio Gambacorta e Virginia Gambacorta, signori di Limatola e Torraca, ebbero come figli Giovanna Gambacorta, signora di Torraca che, nel 1596 ereditò il feudo di Torraca alla morte dello zio Pompeo Gambacorta. Dal vol. 17 – Raccolta Rassegna Storica dei Comuni leggiamo che: “Feudatari di Limatola della Famiglia Gambacorta: 4) Virginia Gambacorta. Nacque da Marcantonio Gambacorta e da Isabella d’Alessandro. Andò sposa, in prime nozze a Fabrizio di Annibale Gambacorta. Rimasta vedova, si rinchiuse nel monastero di Santa Maria Coeli. Vendette il feudo di Limatola nel 1570 allo zio Francesco, quello di Melezzano nel 1576 a Porzia Gambacorta ecc….Uscita dal monastero, si rimaritò, prima con Maecello Pignatelli e, poi, con Francesco Cossa, signore di Vairano.”. Dunque, Virginia Gambacorta, in prime nozze sposò Fabrizio Gambacorta figlio di Annibale Gambacorta, signore di Torraca ed è per questo matrimonio che Fabrizio Gambacorta, figlio di Annibale diventò anche signore di Limatola. Una linea ebbe anche il Ducato di Ardore, ma il collegamento con la presente linea sovrana di Pisa non è (ancora) stato documentato:
Nel 1596-7, muore Pompeo Gambacorta, signore di Torraca e di Frasso
Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva pure che: “…….a questi seguono: ecc….Giovanna, signora di Torraca; Pompeo Gambacorta, signore di Frasso deceduto il 1596. Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, ecc…”. Dunque, il Mallamaci, sulla scorta dei ‘Cedularia’ della Real Camera della Sommaria, scriveva che dopo Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano, seguirono Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina. Fabrizio Gambacorta e Virginia Gambacorta, signori di Limatola e Torraca, ebbero come figli Giovanna Gambacorta, signora di Torraca che, nel 1596, alla morte dello Pompeo Gambacorta, signore di Frasso ereditò il feudo di Torraca. Dunque, secondo i ‘Cedularia’ Pompeo Gambacorta, signore di Frasso muore nel 1596-7 e gli succede nel feudo di Torraca Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e di Virginia Gambacorta, dei signori di Limatola. Nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo che: “Pompeo, Signore di Frasso dal 1593, Patrizio Napoletano (+1596/7) = Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei Signori di Limatola.”. Dunque, Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso, nel 1596 aveva sposato Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca e figlia di Fabrizio e di Virginia Gambacorta. Nel ‘Libro d’Oro ecc..’ leggiamo “Giovanna, Signora di Torraca = Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso (+1596/7)”. Giovanna era figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca e di Virginia Gambacorta.
Nel 1596, Giovanna Gambacorta, figlia di Fabrizio e di Virginia Gambacorta diventa signora di Torraca
Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Giorgio Mallamaci a p. 42 riferendosi a dopo la morte di Annibale Gambacorta, in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; ecc…”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che Annibale Gambacorta muore nel 1593 e lascia i figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Alla morte di Annibale il feudo di Torraca era andato ai suoi figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Pare che il feudo di Torraca passasse a Giovanna Gambacorta, figlia di Fabrizio Gambacorta e di Virginia Gambacorta che avevano ereditato il feudo di Torraca da Annibale Gambacorta che, nel 1563 aveva sposato Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa dei duchi di Ariano. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva pure che: “Pompeo Gambacorta, signore di Frasso deceduto il 1596. Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di Limatola.”. Dunque, secondo i ‘Cedularia’ Pompeo Gambacorta, signore di Frasso muore nel 1596 e gli succede nel feudo di Torraca Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e di Virginia Gambacorta, dei signori di Limatola. Secondo il ‘Libro d’Oro della nobiltà mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo “Giovanna, Signora di Torraca”, che aveva sposato Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso (+1596/7). Infatti, nel ‘Libro d’Oro ecc..’ leggiamo “= Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso (+1596/7)”. Giovanna era figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca e di Virginia Gambacorta. Nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo che: “Pompeo, Signore di Frasso dal 1593, Patrizio Napoletano (+1596/7) = Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei Signori di Limatola.”. Dunque, Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso, nel 1596 aveva sposato Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca e figlia di Fabrizio e di Virginia Gambacorta. Nel ‘Libro d’Oro ecc..’ leggiamo “Giovanna, Signora di Torraca = Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso (+1596/7)”. Giovanna era figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca e di Virginia Gambacorta.
Nel 1597, un borgo marinaro detto “PORTUS SAPRORUM” nel verbale della visita episcopale di mons. Filippo Spinelli vescovo di Policastro
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli nel Cilento’, nel vol. I e a p. 131, parlando della chiesa di Sapri e delle parrocchie, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Diocesi di Policastro (ADP) vi sono custoditi 23 grossi volumi relativi a visite pastorali eseguite alle locali parrocchie tra gennaio 1597 e i primi del ‘900, non sempre di facile lettura, data la carta spugnosa adoperata. Anche per questo abbiamo selezionate le visite ritenute più ricche di informazioni ed anche più rispondenti alle finalità del saggio. Le più antiche risalgono al gennaio 1597, all’arcivescovo Filippo Spinelli, cardinale e vescovo di Policastro. Egli iniziò le sue visite rocchie, tra cui quella di Torraca “distante a portu qui dicitur di Sapri duo miliaria circiter”, notizia interessante in quanto conferma come già nel ‘500 quel villaggio marinaro aveva perduta l’antica denominazione (Portum, Portus Saprorum) ed acquisiva quella attuale.”. Dunque, secondo Pietro Ebner all’Archivio Diocesano di Policastro si conservano i verbali delle visite pastorali dei Vescovi di Policastro alle locali parrocchie di Torraca e di Sapri almeno dal 1597. Sempre Ebner a p. 131 del vol. I continuando il suo racconto parlando dei Verbali e delle visite episcopali effettuate dai vescovi della Diocesi di Policastro nelle diverse parrocchie, ne cita una del Vescovo di Policastro Filippo Spinelli effettuata a Torraca ed in particoalre il più antico verbale esistente nella Diocesi, ovvero il verbale della visita nella parrocchia a Torraca nel 1597 scrivendo che: “Le più antiche risalgono al gennaio 1597, all’arcivescovo Filippo Spinelli, cardinale e vescovo di Policastro. Egli iniziò le sue visite alle parrocchie, tra cui quella di Torraca “distante a portu qui dicitur di Sapri duo miliaria circiter”, ….”. La notizia fornitaci da Ebner, come luoi stesso affema: “…..notizia interessante in quanto conferma come già nel ‘500 quel villaggio marinaro aveva perduta l’antica denominazione (Portum, Portus Saprorum) ed acquisiva quella attuale.”. La notizia che, nel verbale della visita pastorale del vescovo Spinelli alla parrocchia di Torraca, Sapri, era citato come “distante a portu qui dicitur di Sapri duo miliaria circiter” ovvero che, Torraca era distante circa due miglia dal detto Porto di Sapri, testimonia che nel 1597, Sapri, era un centro e forse era un piccolo borgo marinaro con un porto. Inolte, come afferma lo stesso Ebner, Sapri, nel 1597, nei verbali della Curia diocesana veniva denominato “portu qui dicitur di Sapri” e dunque, secondo l’Ebner aveva perso l’antica denominazione di “Portum, Portus Saprorum”. Insomma, da questi documenti all’epoca del Viceregno Spagnolo, Sapri era chiamato “Porto di Sapri”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 41 in proposito scriveva che: “I documenti ufficiali, come le Sante Visite Pastorali dei Vescovi di Policastro spesso presentano rilievi statistici, ma sempre tratteggiano il vigore e lo svolgimento del culto e della vita religiosa, sia nelle parrocchie, che nelle campagne, evidenziando elementi positivi o negativi circa i luoghi sacri esistenti dentro (‘intra’) o fuori le mura o l’abitato (‘extra moenia’). Questi ultimi erano appunto detti ‘rurali’ perchè edificati in campagna ecc….Ancora oggi si ammirano cappelle, edicole e croci presso i villaggi o nelle diramazioni delle vie interpoderali, non solo nelle vallate, ma anche sui monti. Alla fine del 1500 non risulta alcuna notizia in proposito, a parte la precarietà dei documenti. Torraca, visitata da Mons. Filippo Spinelli, non porta alcuna citazione (38). Il territorio, fino al mare, era sotto la giurisdizione del Parroco di S. Pietro Apostolo, D. Ferdinando Magaldi.”. Il Tancredi, a p. 41, nella sua nota (38) postillava che: “(38) A.D.P.: SS. Vis. Past. di Filippo Spinelli: Torraca 1597, Vol. 3°, p. 1-58.”. Il sac. Rocco Gaetani (….), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, riferendosi e parlando del Barone di Torraca e Signore del Porto di Sapri (“Portus Saprorum”) affermava che: “in Sapri, i primi che si fanno vedere sono alcuni cittadini di Torraca: sono proprietari e lavoratori di vigne vitiferi e viniferi…” viniferi…“, ed ancora: “la piccola colonia agricola dei torracchesi si crebbe di numero ed ebbe bisogno di baratti, di vendita, di compera dicose mangerecce e di altre mercanzie necessarie alla vita. Il barone vi esercitava una specie di monopolio coi campagnuoli, marinai e passanti, possedendovi una taverna, e volendo, pur non avendo diritto di proibire, ius prohibendi, tutto per sè col l’altrui danno, vietò ogni commercio, l’apertura di altre osterie e perfino di edificarle. I torracchesi….si querelarono con la regia podestà ed ebbero giustizia.”.
I PALAMOLLA DI SCALEA POI BARONI DI TORRACA
I Palamolla di Scalea ed i dissesti finanziari della Contea di Policastro
Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà”, a p. 75 parlando di Alfonso di Loria, Signore di Majerà, in proposito scriveva che: “Lo stesso Alfonso intervenne per salvare la Contea di Policastro in crisi, difatti ottenne da Giovan Giacomo Palamolla di Scalea 9.000 ducati in prestito, con l’interesse del nove per cento, che devolvette ai Conti di Policastro, e la Contea non fu venduta (20). Ecc…”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Vanni cit.”. Il Campagna a p. 75, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Vanni cit.”. Il Camapgna si riferisce a F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono. Dunque, il Campagna, sulla scorta del manoscritto di Vanni (….) scriveva che Giovan Giacomo Palamolla di Scalea prestò 9.000 ducati ad Alfonso di Loria che li donò al consuocero Lelio Carafa, conte di Policastro e sposo di Vittoria di Loria, figlia di Alfonso per salvare la Contea di Policastro dai gravi dissesti finanziari e debiti in cui Lelio versava.
Nel 25 maggio 1598, Scipione e Costanza Gambacorta, figli (“pupilli”) di Annibale vendono il feudo di Torraca a Decio Palamolla, signore di Scalea e di Pappasidero
Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700” parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) La famiglia Palamolla, originaria di Scalea, per l’acquisto effettuato da Decio Palamolla nel 1598 e registrato il 25.5.1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati, ecc….”. Dunque, in questa nota il Celico aggiunge la interessantissima notizia dell’acquisto del feudo o parte del territorio (dico io) di Sapri da parte di Decio Palamolla. Infatti, scrive il Celico (…) che nel 25 maggio 1599, i fratelli Scipione e Costanza Gambacorta registrarono la vendita del 1598 del feudo di Torraca per 13.700 a Decio Palamolla. I “pupilli” (fratelli) Costanza e Scipione Gambacorta, figli di Pompeo Gambacorta, nel 1598 vendettero il Feudo di Torraca a Decio Palamolla. L’atto di acquisto del feudo di Torraca fu registrato il 25 maggio 1599 a favore di Decio Palamolla. Anche il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Sempre il Tancredi a p. 39 scriveva che: “Il primo dei cosiddetti “Baroni di Torraca e Signori del Porto di Sapri” fu Decio Palamolla, che comprò il feudo il 25 maggio 1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati (32).”. Il Tancredi a p. 39, nella sua nota (32) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: ‘Quinternione feudale’, vol. 180, pag. 213, Memoriale dei Diritti demaniali e concessi dal Vice Re D. Enrico Guzma, regnante Filippo d’Aragona….’Il dottor Marc’Antonio Vulcano espone a Vostra Eccellenza come fosse espediente a Scipione e Costanza Gambacorta, pupilli, che si venda la terra della Torraca della Provincia di Principato Citra, etc..Item la taverna sita al Porto di Sapri, etc…”Questi gli stralci di parte del contratto presentato alla Regia Camera Sommaria in Napoli il 25 ottobre 1599. Da ‘Notamenti de Registri significato’, manoscritto in Biblioteca Provinciale di Salerno, n. 96, pag. 1084, risulta quanto segue: “Dominus Carolus Palamolla; filius quondam Detii Palamolla petit investituram terrae Torracae in Principato Citra annorum redditibus ducatorum 113 cum expressione corporum per obitum dicti eius patris et dicit quod feudam Sapri fuit venditum ad instantiam creditorum et emptum ab illustri duce Medinae (Guzman) et expressa (salt. ut “significatoria”) die 22 maii 1656.”. Dal contesto si comprende che poco prima del 1656 feudatario era questo Palamolla e che il feudo fu acquistato dal Guzman, che, probabilmente, è quel milite impegnato nella repressione di Masaniello: in verità, furono due, uno a Napoli e uno a Salerno. Occorrerebbe cercarne la genealogia.”.
Nel 1598, i Palamolla di Scalea, baroni di Papasidero e di Calabria
Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva dal moento che Decio Palamolla ne acquistò la signoria. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 54, in proposito scriveva che: “Nel 1571 nel palazzo “Palamolla” nasceva, dalla nobil donna Clarice Di Alitto dei baroni di Papasidero e dal dottore in legge Gian Giacomo Palamolla, secondogenito di quattro figlioli, Lucio. Lucio Palamolla etc…”. Dunque, Lucio Palamolla era figlio della coppia Gian Giacomo Palamolla e della nobile donna Clarice Di Alitto, dei baroni di Papasidero in Calabria. Da questa unione, nel 1571 nacque Lucio. Lucio era il figlio secondogenito. Da questa unione nacque anche Decio Palamolla che come vedremo nel 1598 acquistò il feudo di Torraca ed il Porto di Sapri da Scipione e Costanza Gambacorta. Decio Palamolla sposò Brianna Gaetani, del seggio di Nido. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Un ramo dei Palamola si spostò da Scalea a Torraca, dando origine al ramo baronale che inizia con Decio, ecc…”. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 40-41 aggiungeva che: “Decio Palamolla, barone di Scalea, il quale vi si trasferisce ecc…Decio, figlio di Giacomo e Clarice di Di Alitto dei baroni di Pappasidero di Calabria, sposò Brianna Gaetani. Dopo di lui nei successivi tre secoli si ebbero ecc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39 in proposito scriveva che: “Decio era figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice di Alitto dei Baroni di Papasidero; sposò Donna Brianna Gaetano del seggio di Nido.”. Dunque, secondo il Tancredi che scriveva sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (….), Decio Palamolla era figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice di Alitto dei baroni di Papasidero (“Pappasidero”). Decio Palamolla sposò donna Brianna Gaetano del seggio di Nido. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “1° Decio Palamolla primo Barone di Torraca e di Sapri, figlio di Giacomo Palamola e di Clarice di Alitto, dei Baroni di Pappasidero. Decio ebbe per moglie Donna Brianna Gaetano.”. Riguardo i Palamolla di Torraca, Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700”, a p. 41 cita un interessante notizia che riguarda proprio un Palamolla. Celico parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) La famiglia Palamolla, originaria di Scalea, per l’acquisto effettuato da Decio Palamolla nel 1598 e registrato il 25.5.1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati, venne immessa nella baronia della Torraca con signoria sul porto di Sapri. Decio, figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice de Alitto dei baroni di Papasidero, sposò donna Brianna Gaetani del seggio di Nido. Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”.
Papasidero (Papàs Isidoros, Παπάς Ισίδωρος in greco) è un comune di 665 abitanti della provincia di Cosenza; il suo territorio è la riserva naturale orientata della Valle del Fiume Lao (DM Ambiente – Luglio 1987). I Palamolla, pur essendo baroni di Papasidero vissero molto a Scalea dove si può ammirare il bel Palazzo Palamolla. Il palazzo fu abitato dai Palamolla che si trasferirono a Scalea nel XIV secolo per sfruttare l’economia commerciale del tempo attraverso il traffico marino. In tempi più recenti fu sede della caserma dei Carabinieri, poi durante l’ultimo conflitto fu adibito a caserma per i soldati della difesa costiera. Decio Palamolla sposò Brianna Gaetano e nei successivi tre secoli si susseguirono ben 7 baroni della stessa dinastia: Carlo, Vespasiano, Francesco, Biagio etc. Sposò donna Brianna Gaetano del seggio di Nido a Napoli. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Un ramo dei Palamola si spostò da Scalea a Torraca, dando origine al ramo baronale che inizia con Decio, ecc…”. Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine- cronaca e storia dal 1600 al 1700”, a p. 14 cita un interessante notizia che riguarda proprio i Palamolla. Celico parlando di Tortora e del suo porto in proposito scriveva che: “Nell’ottobre del 1579, intanto, era redatta ed inoltrata informativa dal m.co Giovanni Palamolla (10), luogotenente della Portolania di Calabria con la quale si dava notizia della “cattura” alla Regia Camera che il 10 novembre scriveva al Palamolla perchè “prendesse li mori e li mandasse in Vicaria” (11), trasferendoli nella disponibilità del vicario reale, vale a dire sotto giurisdizione “criminale”. Il maestro portolano aveva cura di esigere le imposte attinenti alle “merci” che entravano e uscivano per mare, dei naufragi e di “far stare conce le strade”. Ma d. Pietro Exarque ne lasciò andare solo uno ecc…”. Il Celico racconta che sulle spiagge di Tortora furono catturati dei saraceni o mori che il feudatario di Tortora don Exarque trattenne nel suo maniero di Lauria e che all’epoca, il 10 novembre 1597 la Real Camera della Sommaria di Napoli, informata dal maestro portolano delle Calabrie, Giovanni Palamolla di Tortora ordinò di inviare alla Vicaria a Napoli. Nel 2006, Amito Vacchiano (…), nel suo “Scalea antica e moderna” a pp. 150-151 in proposito così scriveva: “…a Scalea verso la fine del secolo XVI vi furono i primi timidi segni di ripresa. Pare che i Palamolla riuscissero ad incrementare l’industria serica. Anche il commercio, a cui si dedicavano, oltre ai Palamolla, le famiglie Caputo, Macrino e Manfredi, riprese a svilupparsi.” e, poi ancora sui Palamolla a p. 153 scriveva ancora che: “In questo periodo Scalea offrì alla Chiesa un suo grande cittadino, che incarnava in modo perfetto la nuova sensibilità spirituale della Chiesa post-tridentina: padre Costantino Palamolla.”. Sempre il Vacchiano a p. 157 scriveva che: “In quest’epoca i Palamolla lasciarono per sempre Scalea. Erano diventati tanto ricchi da comprarsi dai Gambacorta il titolo di baroni di Torraca, con relativi castello e feudo.”.
Nel 25 ottobre 1599, Decio Palamolla registra l’acquisto del feudo di Torraca venduto da Scipione e Costanza Gambacorta, figli di Fabrizio
Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700” parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) La famiglia Palamolla, originaria di Scalea, per l’acquisto effettuato da Decio Palamolla nel 1598 e registrato il 25.5.1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati, ecc….”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, a p…., scriveva che: “Nell’ottobre 1599, Decio Palamolla, dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta, comprò il feudo di Torraca per 13.700 ducati.”. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 40-41 aggiungeva che: “Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di Limatola. Il 25 ottobre 1599, Decio Palamolla dei Scipione, acquistò il feudo di Torraca e di Sapri per 13.700 ducati. Nel 1599 il feudo di Torraca passa nelle mani di Decio Palamolla, barone di Scalea, il quale vi si trasferisce ecc…Decio, figlio di Giacomo e Clarice di Di Alitto dei baroni di Pappasidero di Calabria, sposò Brianna Gaetani. Dopo di lui nei successivi tre secoli si ebbero ecc…”. Dunque, secondo il Mallamaci (…) che scriveva sulla scorta delle notizie riportate dal Gaetani (…), il 25 ottobre 1599, Decio Palamolla “dei Scipione”, barone di Scalea acquistò il feudo di Torraca e di Sapri per 13.700 ducati dai fratelli Scipione e Costanza Gambacorta. Decio Palamolla era figlio di Giacomo Palamolla e Clarice d’Alitto, baroni di Papasidero in Calabria. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Il 25 ottobre 1599 il feudo di Torraca passa a Decio Palamolla – figlio di Giacomo e di Clarice di Alitto, baroni di Papasidero – che lo compra per 13.700 ducati e diviene primo barone di Torraca e di Sapri. Il borgo era tassato, al tempo, per 100 fuochi (circa 500 abitanti)(3)“. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39 in proposito scriveva che: “Il primo dei cosiddetti “Baroni di Torraca e Signori del Porto di Sapri” fu Decio Palamolla, che comprò il feudo il 25 maggio 1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati (32). Decio era figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice di Alitto dei Baroni di Papasidero; sposò Donna Brianna Gaetano del seggio di Nido.”. Riguardo i Palamolla di Torraca, Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700”, a p. 41 cita un interessante notizia che riguarda proprio un Palamolla. Celico parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) La famiglia Palamolla, originaria di Scalea, per l’acquisto effettuato da Decio Palamolla nel 1598 e registrato il 25.5.1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati, venne immessa nella baronia della Torraca con signoria sul porto di Sapri. Decio, figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice de Alitto dei baroni di Papasidero, sposò donna Brianna Gaetani del seggio di Nido. Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Infatti, scrive il Celico (…) che nel 25 maggio 1599, i fratelli Scipione e Costanza Gambacorta registrarono la vendita del 1598 del feudo di Torraca per 13.700 a Decio Palamolla. Dunque, in questa nota il Celico aggiunge la interessantissima notizia dell’acquisto del feudo o parte del territorio (dico io) di Sapri da parte di Decio Palamolla, Barone di Torraca che comprò dai figli di Pompeo Gambacorta, Scipione e Costanza Gambacorta ma solo più tardi la Terra di Sapri fu acquistata dai conti di Policastro, don Fabrizio e donna Giulia Carafa.
Nel 1600, Giovan Battista Carafa della Stadera, figlio terzogenito di Fabio Carafa dei conti di Moncalvo
Nel 1600, donna Vittoria Alderisio, signora di Tortorella sposò Giovan Battista Carafa della Stadera, figlio terzogenito di Fabio Carafa
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Nel 1600 l’unica figlia di Francesco, D. Vittoria Alderisio, sposò il patrizio Giovan Battista Carafa della Stadera, figlio terzogenito di Fabio Carafa (68) dei conti di Moncalvo (69), portando il feudo sotto l’egida della potente famiglia Carafa, che governerà Tortorella, in maniera a volte dispotica e violenta, fino al 1806. Il titolo di Marchese di Tortorella venne concesso il 20 luglio 1710 a Francesco Carafa (70).”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (68) postillava che: “(68) Fabio era il quinto dei sette figli di Giovan Francesco Carafa, II Conte di Montecalvo.”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (69) postillava che: “(69) Biagio Aldimari – Historia genealogica della famiglia Carafa – stamperia Raillard, Napoli, 1691, pag. 420.”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (70) postillava che: “(70) Pietro Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, pag. 677, vol. II.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a p. 165, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1569, Francesco Alderisio Junior cedette il feudo di Tortorella con i relativi casali e castelli alla sua unica figlia Vittoria, andata in sposa a Gian Battista Carafa. In conseguenza di tale matrimonio il feudo di Tortorella e conseguentemente Bonati, furono uniti al feudo di Policastro.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 202, in proposito scriveva che: “Il nipote di questi, Francesco Alderisio junior, cedette tutto alla sua unica figlia Vittoria, andata in sposa, i seguito, al marchese Giovan Battista Carafa Stadera e, in virtù di tale matrimonio, il feudo di Tortorella passò nelle mani di questa potentissima famiglia che la governò ininterrottamente per circa due secoli, fino all’abolizione della feudalità, (2 agosto 1806).(5)”. Il Guzzo, a p. 203, nella nota (5) postillava che: “(5) F. Rinaldi: Dei primi Feudi nell’Italia Meridionale – Napoli – 1886 – pag. 85.”.
Nel 1600, il probabile ripopolamento di Sapri secondo l’potesi del Cesarino
Secondo la ricostruzione storico-urbana di Felice Cesarino, Sapri verrebbe abbandonato intorno al V secolo d.C. e, verrebbe ripopolato solo nel 1600, ovvero dopo 11 secoli. Lo studioso locale Felice Cesarino (….), nel suo saggio “Sapri archeologica”, stà in “I Corsivi”, Sapri, Aprile 1987, n. 5, dopo aver detto che il sito di Sapri sarebbe stato abbandonato intorno al V secolo d.C., in connessione con le orde dei Vandali di Genserico sosteneva pure, con un salto di oltre 11 secoli che essa: “A partire dai primi secoli dell’era cristiana le tracce della Sapri antica vanno affievolendosi, per scomparire del tutto in età medievale. Le cause possono essere ricercate in una catastrofe naturale (tesi sostenuta dalla tradizione locale) o in un progressivo impaludamento della zona, soggetta anche a fenomeni di bradisismo. Rifiutando la citazione di un “portus Saprorum”, contenuta nella bolla di Alfano del 1079, come probabile apocrifa (1), le vicende del ripopolamento di Sapri si possono far iniziare nel 1600.”. Dunque, il Cesarino scrive che dal V secolo d.C., le notizie su Sapri si vanno affievolendosi fino al 1600 che secondo lui è il secolo in cui avverrebbe il suo possibile ripopolamento. La tesi del Cesarino era la stessa del sacerdote Rocco Gaetani che sebbene nei suoi scritti su Torraca avesse portato alla luce notevoli notizie sulla nostra terra sosteneva che: “In Sapri, i primi che si fanno vedere sono alcuni cittadini di Torraca: sono proprietari e lavoratori di vigne”. Dunque, Felice Cesarino dal V secolo d. C. al 1600 fa un salto di oltre 11 secoli. E’ possibile che un luogo sia disabitato per così tanto tempo ?. E’ credibile ciò che scriveva il Gaetani che i primi cittadini di Sapri erano lavoratori di vigne apparsi, come scrive il Cesarino nel 1600 ?. Il Cesarino, nel suo scritto sulla moneta dell’Imperatore di Massimiano Erculio, aggiungeva che: “1600. A tale epoca risale il nucleo di abitazioni più antiche sulla collinetta del Timpone, dove intorno al 1670 era stata costruita la cappella di S. Antonio di Padova da fedeli della terra di Torraca, il cui clero vi celebrava le messe.”. Oltre a queste affermazioni e ricostruzioni storiche di cui io dubito, il Cesarino affermava che: “Rifiutando la citazione di un “portus Saprorum”, contenuta nella bolla di Alfano del 1079, come probabile apocrifa (1), le vicende del ripopolamento di Sapri si possono far iniziare nel 1600″. In questo passaggio, il Cesarino citava il toponimo di “portus Saprorum” apparso nella “bolla di Alfano I”, databile intorno al 1079. Il documento di cui ho parlato in un mio saggio ivi pubblicato, è di notevole importanza per i toponimi citati che erano i nomi dei luoghi che costituivano la ricostruita Diocesi di Policastro. Secondo il Cesarino, che citava lo storico Giacomo Racioppi, il documento è apocrifo e secondo il Racioppi (….), nei suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata” (vedi nota (1) del Cesarino) scriveva che: “(1) Di questo documento esiste soltanto una copia del 1737. In proposito, il sacerdote e storico attendibile G. Racioppi nella sua “Storia dei popoli della lucania e della Basilicata” così si esprimeva: “…ma io dubito dell’autenticità di questa carta”. Infatti il Racioppi, nel suo vol. II, a p. 100, scriveva che “dubitava dell’autenticità di questa carta” d’epoca Normanna, dubitava ma non diceva che essa era non autentica. All’epoca di Racioppi 1913, vi era solo il testo del vescovo mons. Nicola Maria Laudisio a citarla ma gli studiosi precedenti compreso l’Antonini non l’avevano sufficientemente indagata. Recentemente lo studioso Biagio Moliterni (….) ha indagato tutta la questione confutando alcune affermazioni del Racioppi. Sulla carta esistono anche degli studi di Pietro Ebner. La “bolla di Alfano I” è uno dei documenti più antichi che noi oggi abbiamo e sebbene esista una copia del 1737 conservata presso l’Archivio della Diocesi di Policastro essa è un documento d’epoca Normanna. Inoltre, Alfano I, arcivescovo di Salerno in quegli anni, oltre ad aver nominato primo vescovo della rinata diocesi di Policastro, Pietro Pappacarbone ha scritto diverse cose su Policastro, l’antica Bussento. Come rifiutare la citazione di un “portus Saprorum” ?.
Nel 1616, la ‘Torre lo Crivo’ era nel Principato Citra e dunque appartenente al territorio di Sapri ?
I due cartografi Stelliola e Mario Cartaro (…), addirittura segnano la Torre del Crivio, all’interno dei confini geografici del “Principato Citra”, tanto che ci fa pensare che la linea di confine tra le due Regioni di Campania con il Principato Citra e la Basilicata (si vede la Torre di Acquafredda), all’epoca del 1613, sia stata diversa da quella attuale. Oggi la linea di Confine tra le due Regioni, corrisponde al vallone o Canale di Mezzanotte, come si può ben vedere sull’immagine del satellite di googgle maps, ma la carta in questione, include la “Torre lo Crivo” nel ‘Principato Citra’, che corrisponde all’attuale Campania.
Nel 1601, le torri a Sapri per Enrico Bacco Alemanno
Nel 1601, Enrico Bacco Alemanno (….), nel suo ‘Il Regno di Napoli diviso in dodici Provincie, con una breve descrizione delle cose più notabili ecc…’, pubblicato a Napoli, per i tipi di Giacomo Carlino e Costantino Vitale, pubblicava l’elenco delle Torri marittime e cavallare e dei castelli visibili lungo la costa del Regno di Napoli. Bacco Alemanno a p. 25 pubblicava l’elenco delle Torri in Principato Citra e per il “Territorio di Policastro” citava le seguenti torri: “37 Torre Scilandro. 38 Torre della Petrosa. 39 Torre di Capitello. 40 Torre di Capobene.”.
(Fig….) Enrico Bacco Alemanno – elenco delle Torri nel Principato Citra
Nel 1601, le Torri costiere nelle carte geografiche di Mario Cartaro
(….) (Fig….) Carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm.36 x 51, riprodotta da Mazzetti Ernesto, op. cit., (….), vol. II, tav. XVII
(Fig…) Faro “Pisacane” e spiaggia del Buondormire a Sapri in località Fortino, lì doveva sorgere anticamente la torre del Buondormire
Sappiamo dunque, dalla visita pastorale del Vescovo Felicei a Torraca – da cui dipendeva il “Porto di Sapri” (Portus Saprorum o Portus Torracae) – “Porto” o “Porto di Torraca” (territorio Saprese, Sapri, nei documenti dell’epoca era chiamato “Portum”), che, nel 1635, in occasione del vascovo Urbano Felicei, vescovo di Policastro, a Sapri, si vedeva e vi era la Torre cavallara detta Torre del Buondormire. Riguardo la Torre detta del “Buondormire”, come dirò innanzi sulla visita del vescovo di policastro Mons. Feliceo, riguardo la cappella di S. Maria di Porto Salvo, si parla di un torriere e di pagamenti nel 1614. Come si può leggere nel documento del 1614 del Vescovo di Policastro Felicei. Il Sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906 (v. ristampa a cura della nipote Rossella Gaetani, 2015), nell’Appendice II, parlando della cappella di S. Maria di Porto Salvo e del barone di Torraca Decio Palamolla, in proposito alla torre del Buondormire, a p. 293 postillava che: “Traduzione da pag. 42”: Visita del Vescovo Felicei, 2 dicembre 1635:visitò la cappella dal titolo di S. Maria di Porto Salvo ecc…. Il barone sostenne Domenico Biondo di Maratea che vendesse la vigna nel feudo di Sapri al caporale Ferdinando Turriero della torre del Buondomire presso il porto (di Sapri) e ordinò, essendo debitore con lo stesso Ferdinando di venti ducati per i suoi della cappella che pretende invece dal Clero di Torraca, di preparare, al più presto, lo strumento di vendita “ad finem previdendi”.”. Dunque, secondo questo documento pubblicato dal Gaetani nell’appendice II, a p. 293, il barone di Torraca Decio Palamolla sostenne Domenico Biondo di Maratea che avrebbe dovuto vendere la vigna nel feudo di Sapri al caporale Ferdinando Turriero della Torre di Buondormire. Dunque, secondo questo documento del 2 dicembre 1635, alla Torre di Buondormire vi era un Torriere di guardia che si chiamava Ferdinando Turriero. Nel documento citato è scritto (vedi appendice II del Gaetani): “Caporali Ferdinando Turrerius Turris di Buondormiri propre portum Sapri”. Il torriere caporale, Ferdinando Turriero della Torre di “Buondormiri”, non viene elencato nei documenti raccolti all’Archivio di Stato di Napoli da Riccardo Cisternino (…), come abbiamo già visto. Il Cisternino, tuttavia, non parla dei Torrieri nel 1600. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica” parlando di Sapri e della Cappella di “S. Maria di Porto Salvo” a Sapri, in proposito alla Torre del Buondormire riporta la stessa notizia del Gaetani e scriveva che: “Quale bene immobile, la chiesa possedeva un vigneto, venduto da Domenico Biondo, da Maratea, a Ferdinando Caporale, torriere addetto alla Torre di Buondonno, presso il Porto; la somma di 20ducati, ricavati quale rendita di detto fondo, serviva per la manutenzione del sacro edificio (11). Ecc…”. Ciò che scrive il Tancredi (…), riportando le notizie di alcuni antichi documenti (….), citati nella visita pastorale del Vescovo Feliceo (…). Dunque, nel riportare la stessa notizia del Gaetani, il sac. Luigi Tancredi (…), dice essere la Torre di “Buondonno”, ovvero, sul documento citato dal Gaetani, la torre detta del Buondormire veniva detta, secondo il Tancredi, torre di “Buondonno, presso il Porto”. Le notizie storiche sulle torri costiere, erano state confermate nel 1745 e poi nel 1795 dall’Antonini (20), e poi anche da altri studiosi come il Pasanisi (2), il Vassalluzzo (14) ed il Guzzo (16), che dedicarono diverse pubblicazioni a questo argomento. Della Torre del Buondormire, ne ha parlato anche il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (20), che nella sua prima edizione della ‘Lucania’, nel 1745 e poi nel 1795 (III edizione), parlando del porto di Sapri e delle Pilae, accennava alla Torre del Buondormire che ancora si vedeva, parlando dell’ampia baia di Sapri in proposito scriveva che: “….di questo riparo pochissimo oggi n’è rimasto, ed appena si vede sott’acqua, essendo il di più stato consumato, e roso; ma se mai al Governo piacesse di fare stendere un piccolo braccio, o di scogli, o difabbrica verso la Torre chiamata Buondormire, che sta ad occidente, lo che costerebbe pochissimo, si farebbe allo Stato ed a’ forestieri ancora un gran benefizio, perché i navilj, che vanno, o vengono da Calabria, da Sicilia, da Puglia, da Malta, avrebbero ove ricoverarli; non essendoci adesso da Messina fino a Baja porto né così capace, né più opportuno; ed in tal caso converrebbe ancor nettar il porto stesso, che presentemente ecc..”. Onofrio Pasanisi, nel 1934, nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’ (…), parlando delle Torri marittime costruite in epoca vicereale Spagnola, nel basso Cilento, scriveva sulle incursioni barbaresche che subirono alcuni paesi prossimi alla costa, con notevoli danni e distruzioni. Il Pasanisi a pp. 277-278. Onofrio Pasanisi (3), ha parlato della costruzione delle Torri marittime anche e soprattutto nel 1926, nel suo ‘La costruzione generale delle torri marittime della Real Camera di Napolinelsec. XVI’. Il Giustiniani (…), invece, nel suo vol. VII, a p. 228, parlando di Sapri ni proposito scriveva che: “……………….”. Alfano (17), nel 1795, ci dava notizie di queste torri marittime e costiere costruite lungo il litorale fino a Salerno. Il Vassalluzzo (14) prima e poi in seguito il Guzzo (16), si sono occupati delle Torri costiere fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli, ma non è stata mai fatta una disamina approfondita sulle Torri marittime costruite in epoche anteriori. Le Torri costruite sul litorale saprese le troviamo segnalate nella carta geografica regionale del “Principato Citra”, del 1613, delineata intorno al 1590-1594, dal cartografo Mario Cartaro (Fig. 3) (5). Il sacerdote Mario Vassalluzzo (14), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta dell’Alfano (17), a p. 197. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (14), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta dell’Alfano (17), a p. 197 e, pure il Guzzo (…), a p. 252 del suo “Da Velia a Sapri”, scrivevano in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni. “. Dunque, secondo il Vassalluzzo ed il Guzzo lungo la costa di Sapri vi erano le tre torri: 1- Torre del Buondormire ad occidente; 2 – Torre di Obertino ad oriente oggi detta Torre di Capobianco. Ma non citavano la Torre dello Scilandro. Inoltre, devo precisare delle non similitudini con i nomi dei Torrieri. Ad esempio il Cisternino scrive che a guardia della Torre di “Capo Bianco”, nel 1584 troviamo “de Calis Giovanni” mentre, il Vassalluzzo lo chiamano “De Colis Giovanni”.
La Torre “del Buon Dormire” figura pure nella carta dell’ “Atlante Geografico del Regno di Napoli” o“Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, in quattro fogli’, delineata nel 1769 (I° edizione) dal cartografo Filippo Rizzi-Zannoni. Dunque in questa carta si può vedere chiaramente il nucleo urbano di Sapri e le sue Torri.
Nel 1807-1808, la Torre del Buondormire figura nello schizzo “Croquì di Sapri”
Della Torre del Buondormire, ne ha parlato anche l’Antonini (6) ed il Gallotti (3) in seguito. La torre del ‘Buondormire‘, torre cavallara Vicereale (oggi scomparsa), costruita alla fine del 1600 dai Vicerè spagnoli insieme alla Torre dello Scialandro e di Capobianco a difesa delle coste e come si può vedere nella carta geografica di Mario Cartaro e Stelliola (Fig….). La Torre del Buondormire, si trovava dove attualmente è l’Ospedale civile di Sapri o dove si trova il Faro. Sarebbe interessante guardare i progetti dell’Ospedale, realizzato “sulla collina nominata Torricella”, forse il rilevato stradale o collinetta dove attualmente sorge l’Ospedale di Sapri. Infatti è lì che ai primi dell”800, sorse un piccolo ‘Villaggio’.
(Fig…) Particolare della “Antica batteria” e “Torre Buondormire” tratta da “Croquì’ di Sapri”, schizzo dei primi dell’800
(Fig. ..) ‘Croquì di Sapri’, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (…)
All’interno dello schizzo si vede ad oriente una ‘T. Scialandro‘ e dall’altra parte ad occidente un’ antica batteria con una ‘T. Buondormire‘, forse la torre detta del ‘Buondormire’, torre cavallara vicereale oggi scomparsa ma che doveva essere posta dove attualmente si trova l’Ospedale civile di Sapri. Inoltre si vede come la strada di comunicazione con l’interno fosse la vecchia postale borbonica che risaliva a Torraca e da li a Vibonati. Questo disegno documenta la particolare attività di rilievo lungo la costa del litorale saprese a fini militari, sia durante il decennio francese (1806-1815), durante il breve periodo di occupazione napoleonica, con Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo, il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. E’ molto probabile che il luogo fosse lo stesso dove nel ‘600 vi era una Torre di avvistamento costiera detta la ‘Torre del Buondormire’, come si può ben vedere rappresentata nel disegno del Genio militare francese, inedito e da noi scoperto di Fig. 8 (partilare tratto dallo schizzo di Fig. 10, di cui parliamo in un altro nostro studio ivi pubblicato. Nel 1815 la Torre del Buondormire era ancora visibile tanto che il Romanelli (….), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: “di due miglia di circonferenza, e di un miglio didiametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una adoccidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta diLubertino.” (….). Nel 1815 la Torre del Buondormire era ancora visibile tanto che il Romanelli (5), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: “ di due miglia di circonferenza, e di un miglio didiametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una adoccidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta diLubertino.” (….). Come possiamo vedere nella carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. ‘Manoscritti e rari‘, Ba 5d (2, che pubblicai nel 1998), in essa vengono riportate le tre torri esistenti e visibili all’epoca della stesura della carta. La carta citata riporta le tre torri conosciute e posto lungo il litorale di Sapri, ovvero essa riporta la Torre di “T. Buon Dormire”, posta ad occidente di Sapri, oggi località Fortino; la Torre di “T. Capobianco”, la “Foce Obertino”, entrambi toponimi segnati sul Monte Ceraso; a mare poi troviamo segnato “Lo Scoglio” e un pò distante troviamo infine la Torre “T. Scialandro” e subito dopo, poco distante la Torre “T. delle Grive”. Questa carta è interessantissima in quanto essendo del primo quarto del secolo XIX, ovvero 1815 testimonia che nel 1815, lungo la costa di Sapri ancora erano visibili le tre torri cavallare e di avvistamento di cui si è parlato e che la Torre detta oggi di “Mezzanotte”, all’epoca invece era detta con il suo toponimo originario ovvero Torre “T. Scialandro”. Dunque, l’attuale denominazione di “Torre di Mezzanotte” è errata.
(Fig…..) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita ed è stata da me pubblicata nell‘Analisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)
La Torre del Buondormire, era ancora visibile nel 1828, allorquando il viaggiatore inglese Craunfurd Tait Ramage (21), la vide e la citò nel suo ‘Viaggio nel Regno delle due Sicilie’. Ecco cosa scriveva in proposito lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (21), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria: “Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due Torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino.”. Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 252 in proposito scriveva che: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni. “.
Nel 1601, le torri a Sapri per Enrico Bacco Alemanno
Nel 1601, Enrico Bacco Alemanno (….), nel suo ‘Il Regno di Napoli diviso in dodici Provincie, con una breve descrizione delle cose più notabili ecc…’, pubblicato a Napoli, per i tipi di Giacomo Carlino e Costantino Vitale, pubblicava l’elenco delle Torri marittime e cavallare e dei castelli visibili lungo la costa del Regno di Napoli. Bacco Alemanno a p. 25 pubblicava l’elenco delle Torri in Principato Citra e per il “Territorio di Policastro” citava le seguenti torri: “37 Torre Scilandro. 38 Torre della Petrosa. 39 Torre di Capitello. 40 Torre di Capobene.”.
(Fig….) Enrico Bacco Alemanno, 1601, elenco delle Torri di Principato Citra, p. 25
Ma, Riccardo Cisternino (…), nella sua prima edizione del 1954 del suo ‘Torri costiere e torrieri del Regno di Napoli (1521-1806)’, a p. 140 assicura che Scipione Mazzella Napolitano (….), nella sua edizione del 1601 citava anche la torre di Capobianco. Scipione Mazzella Napolitano (…) nel suo ‘Descrittione del Regno di Napoli di Scipione Mazzella Napolitano’, secondo l’elenco del Cisternino citava anche la torre di Capobianco. Infatti, per il Mazzella e per il Principato, a p. 140 il Cisternino scriveva che figurano le seguenti Torri: “37) Torre dello Scilandro (Policastro); ; 42 Torre Capobene (Policastro); 58) Torre Crivo di Scilandro (Camerota); 62) Torre Crivo del Capo Filicara; ecc..”. Dunque, secondo l’edizione del 1601 del Mazzella (…), la Torre di Capobianco esisteva ed era chiamata “Torre Capobene”. Nel 1954, Riccardo Cisternino (…), nel suo ‘Torri costiere e torrieri del Regno di Napoli (1521-1806)’, pubblicato per l’Archivio di Stato di Napoli e poi in seguito, nel 1977 ripubblicato dall’Istituto Italiano dei Castelli, pubblicò una serie di interessanti documenti da lui ordinati e tratti dalla Sezione Amministrativava, Registri Torri, Castelli, per le Torri (vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Questo studio, insieme ad altri saggi come quello di Onofrio Pasanisi (….) e quello di Angelo Guzzo (…), offre diversi spunti di indagine ulteriore sulla storia delle Torri cavallare e di avvistamento costruite prima di quelle Vicereali di cui pure parlerò. Cisternino (…), nell’edizione del 1977 per l’I.I.C, a pp. 98 in proposito scriveva che (elenco solo quelle in prossimità della costa vicino Sapri): “Dalla documentazione oggi esistente presso l’archivio di stato di Napoli si può dedurre che il numero delle torri e dei castelli esistenti nel periodo del viceregno era di 431, sottolineando immediatamente che l’impiego contemporaneo di esse fu sempre di molto inferiore, per evidenti motivi di economia. La suddivisione per provincia delle torri era la seguente: nota 38, p. 99. Basilicata – 2) torre dell’Arno alias Prezzame l’Asino (Maratea); 4) Caja (Maratea); 5) Crivo a Capo Filicosa (Maratea) ecc..Principato Citra: , p. 100. nota 39: 15) Bondormire (Policastro); 2) Capo Bianco (Policastro); nota 40., p. 101: 79) Petrusa (Bonati); 91) Scelandro (Policastro); ecc….”. Dunque, il Cisternino, riguardo il Principato Citra, in prossimità di Sapri ci dice di tre torri che sono le seguenti: la n. 15 Torre del Buondormire, la n. 2 Torre di Capo Bianco e la n. 15 torre Scelandro. Queste torri sono tutte poste sotto l’Università (il comune di quei tempi che doveva provvedere al finanziamento per la loro costruzione) di Policastro. Credo che le tre torri citate dipendessero dall’Università di Policastro in quanto pur trovandosi queste tre torri (quella di Buondormire oggi scomparsa) nel territorio di Sapri e dunque nel subfeudo di Torraca, appartenevano alla più vasta contea dei Carafa di Policastro. Il Cisternino (…), nel suo pregevole lavoro a pp. 110 e s. cita le torri, l’anno ed i relativi suoi “Torrieri” ed a p. 119 e s. elenca i Torrieri che figurano nel Principato Citra, ovvero i Torrieri che stavano a guardia delle torri che qui elenco limitandomi a solo quelli che riguardao il litorale saprese: “Torrieri di Principato Citra. – p. 120.: 46) Cappellano Giuliano 1569 Scelandro. Policastro; 67) Cavaczicales Pietro 1569. Bondormire. Policastro; p. 121: 81) della Torraca Biagio, 1576, Bon Dormire. Policastro; 128) de Calis Giovanni, 1584, Capo Bianco, Policastro; 147) d’Ocha Giovanni, 1578, Petrusa, Bonati; p. 122: 195) Mangia Giulio, 1598 Scilandro, Policastro; 197) Magaldo Luca, 1599, Capo Bianco, Policastro; p. 123: 240) Prando Francesco, 1598, Bondormire, Policastro; 242) Pugliese Carlo, Petrosa, Libonati; p. 124: 305) Timpanello Attilio, 1577, Scilandro, Policastro; ecc…”. Questi i torrieri citati da Cisternino (…). Dunque, riepilogando abbiamo che: per la torre del Buondormire troviamo come torrieri nel 1569, Pietro Cavaczicales; nel 1576, Biagio della Torraca e, nel 1598, Francesco. Per la Torre di Scilandro, nel 1569, Giuliano Cappellano; nel 1598 Giulio Mangia e, nel 1577 Attilio Timpanello. Riguardo la Torre di Capo Bianco, troviamo nel 1584 Giovanni de Calis; nel 1599, Luca Magaldo. Dunque, come leggiamo dai ddocumenti citati dal Cisternino, la torre oggi detta di Mezzanotte, era quella dello “Scilandro” a volte detta “Scelandro”. Poi vi è la torre oggi detta di Capobianco, un tempo detta di “Capo Bianco” ed ancor prima torre di “Lubertino” dal nome del fiume carsico che ivi scorre nel monte Ceraso. Ancor prima e più antica di tutte era la torre detta del “Bon Dormire”, o torre del “Bondormire” non distante dall’omonima spiaggetta. Io credo che queste tre torri già esistessero ai tempi della costruzione delle torri vicereali. Furono certamente rinforzate ai tempi dei Vicerè Spagnoli. Anche il Cisternino estese l’indagine dei documenti di Archivio ad alcuni autori del ‘600 come ad esempio Scipione Mazzella Napolitano (…) nel suo ‘Descrittione del Regno di Napoli di Scipione Mazzella Napolitano’, Napoli, Giovan Battista Cappelli, 1601 ad ‘Alemanno’ (….), ovvero Enrico Bacco Alemanno (….), nel suo ‘Il Regno di Napoli diviso in dodici Provincie, con una breve descrizione delle cose più notabili ecc…’, pubblicato a Napoli, per i tipi di Giacomo Carlino e Costantino Vitale, pubblicato nel 1601. Il Cisternino estendeva la sua indagine pure alla cartografia ed in particolare ad una carta del 1611, ed a Mario Cartaro (….) del 1613, ovvero al cartografo Mario Cartaro che insieme a Giovanni Stelliola (…), riportano nella carta illustrata in fig…..le torri esistenti lungo la costa del Regno di Napoli. Il Cartaro (….) stese la delineazione della carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm. 36 x 51, riprodotta da Mazzetti Ernesto, op. cit., (….), vol. II, tav. XVII. Cisternino, a p. 140 elencava le Torri esistenti nel Principato Citra secondo il Mazzella, l’Alemanno e il Cartaro. Per il Mazzella a p. 140 per il Principato figurano le seguenti Torri: “37) Torre dello Scilandro (Policastro); ; 42 Torre Capobene (Policastro); 58) Torre Crivo di Scilandro (Camerota); 62) Torre Crivo del Capo Filicara; ecc..”. Riguardo il Cartaro (…), a p. 140, per il Principato e per la costa di Sapri si elencano le seguenti Torri: “84) Petrosa; 85) Bondormire; 86) Capo Bianco; 87) Scilandro; 88) Crivo.”. Dunque, dall’analisi di quanto fin quì detto si può concludere che in tutti i casi, lungo la costa o il litorale saprese figura sempre la Torre detta del “Bondormire”, posta ad occidente ed ad oriente lungo la dorsale del monte Ceraso figurano le due torri dette una di “Capobene” in Mazzella e in Cartaro detta di “Capo Bianco” (dall’omonimo Capo Bianco’, in prossimità dello scoglio dello Scialandro). Inoltre, sia in Mazzella (1601) che in Cartaro (1613) figura la torre detta dello “Scilandro”.
(….) (Fig….) Carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm.36 x 51, riprodotta da Mazzetti Ernesto, op. cit., (….), vol. II, tav. XVII
Il sacerdote Mario Vassalluzzo (14), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta dell’Alfano (17), a p. 197 e, pure il Guzzo (…), a p. 252 del suo “Da Velia a Sapri”, scrivevano in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni. “. Dunque, secondo il Vassalluzzo ed il Guzzo lungo la costa di Sapri vi erano le tre torri: 1- Torre del Buondormire ad occidente; 2 – Torre di Obertino ad oriente oggi detta Torre di Capobianco. Ma non citavano la Torre dello Scilandro. Inoltre, devo precisare delle non similitudini con i nomi dei Torrieri. Ad esempio il Cisternino scrive che a guardia della Torre di “Capo Bianco”, nel 1584 troviamo “de Calis Giovanni” mentre, il Vassalluzzo lo chiamano “De Colis Giovanni”. Nel 1745, nella sua prima edizione della sua “Lucania”, il barone Giuseppe Antonini (….), e poi nel 1797, per i tipi di Tomberli, lo chiamava ‘Obertino’. L’Antonini citava l’omonima Torre detta del “Lubertino”. Nei pressi di questo fiume, oggi si vede solo la Torre cavallara vicereale di ‘Capobianco’ ma, più anticamente vi era nello stesso luogo la Torre detta dell’ ‘Obertino’. Io credo che la Torre ‘Obertino’, che nel XIX secolo era chiamata Torre di Capobianco, prendesse il nome proprio dal fiume carsico sotterraneo. Antonini (…) nei sui Discorsi (XI), nel 1745, così scriveva: “Ritornati al mare di Sapri, e ad oriente secondo l’intrapreso corso, camminando, trovasi allo scoglio detto Scialandro, sorgere in mare un notevole fiume, chiamato Obertino, la di cui acqua nei giorni di calma si può bere senza che sia con quella del mare mischiata, ma nei tempi di mediocre agitazione è coverto o confuso, ne si vede, che il solo suo gorgogliare. Or da quì sino alla marina di Maratea, che n’ è sette miglia lontano, e ch’ è una catena di continuati dirupatissimi alti scogli( i frontoni), si trovan varie sorgive, e ruscelli di dolcissime acque, e da quando in quando delle grotte, ove i colombi fanno lor nidi, e l’està vi è deliziosa caccia di essi, che anche io due voltecon sommo piacere ho…” (….). L’Antonini (….) si riferiva al fiume sotterraneo di natura carsica, che ancora oggi scorre nei pressi dello Scoglio dello Scialandro, che l’Antonini (….) chiamava “fiumeObertino“, in prossimità della torre Vicereale omonima, oggi scomparsa. Come l’Antonini (….) che pure era stato a visitare Sapri e questi luoghi, gli antichi scrittori e viaggiatori, raccoglievano sul posto informazioni dagli abitanti del luogo ma prendevano sempre spunto da vecchie mappe o carte manoscritte come ad esempio la carta che quì pubblichiamo (Fig…..) che è di sicuro una copia di una carta molto più antica e risalente all’epoca Aragonese (…).
La Torre di “Capo Bianco” figura pure nella carta dell’ “Atlante Geografico del Regno di Napoli” o“Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, in quattro fogli’, delineata nel 1769 (I° edizione) dal cartografo Filippo Rizzi-Zannoni. Dunque in questa carta si può vedere chiaramente il nucleo urbano di Sapri e le sue Torri.
(Fig…) Rizzi-Zannoni – Particolare dell’“Atlante Geografico del Regno di Napoli” o“Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, in quattro fogli (1769) (Archivio Attanasio)
Giovanni Maria Alfano (….), nel 1795, nella sua ‘Istorica descrizione del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1823, p. 135, ci dava notizie di queste torri marittime e costiere costruite lungo il litorale fino a Salerno. Il Vassalluzzo (….) prima e poi in seguito il Guzzo (…), si sono occupati delle Torri costiere fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli, ma non è stata mai fatta una disamina approfondita sulle Torri marittime costruite in epoche anteriori. Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 252 in proposito scriveva che: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni. “. Le Torri costruite sul litorale saprese le troviamo segnalate nella carta geografica regionale del “Principato Citra”, del 1613, delineata intorno al 1590-1594, dal cartografo Mario Cartaro (Fig. 3) (5).
La torre di ‘Capobianco’, torre cavallara Vicereale è stata costruita alla fine del 1500 dai Vicerè spagnoli a difesa delle coste e come si può vedere nella carta geografica di Mario Cartaro e Stelliola (Fig….). Il Giustiniani (…), invece, nel suo vol. VII, a p. 228, parlando di Sapri in proposito scriveva che: “………………….”. Onofrio Pasanisi, nel 1934, nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’ (…), parlando delle Torri marittime costruite in epoca vicereale Spagnola, nel basso Cilento, scriveva sulle incursioni barbaresche che subirono alcuni paesi prossimi alla costa, con notevoli danni e distruzioni. Il Pasanisi a pp. 277-278. Onofrio Pasanisi (3), ha parlato della costruzione delle Torri marittime anche e soprattutto nel 1926, nel suo ‘La costruzione generale delle torri marittime della Real Camera di Napolinelsec. XVI’. Il Cavalcanti (…), nel suo portolano ‘Guida del Pilota ecc..‘, a p. 45, scriveva della costa e di Sapri. Il Cavalcanti (…), nel suo portolano, citava e chiamava la “Torre di Sapri”. Nel 1815 la Torre detta di “Capobianco” era ancora visibile tanto che il Romanelli (7), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: “di due miglia di circonferenza, e di un miglio didiametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una adoccidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta diLubertino.” (7). Dunque, il Romanelli (…), nel 1815 scriveva di Sapri e del suo Porto che vi erano due torri che chiamava 1) Torre del “Buondormire” e l’altra Torre detta del “Lubertino”. Dunque, il Romanelli non la chiamava Torre di “Capobianco” ma la chiamava Torre del “Lubertino”. Il toponimo “Lubertino” deriva molto probabilmente dalla vicina foce del fiume carsico e sotterraneo chiamato dall’Antonini (…) “Obertino” e da altri “Lubertino”. Si tratta di un fiume carsico che a mare da origine al fenomeno carsico detto dalla tradizione popolare “u vull’ j l’acqua”, di cui mi sono occupato in un altro mio saggio. Guardando la carta (di probabile epoca aragonese) (Fig. 1), il fiume Lubertino, doveva nascere da due sorgenti, una è nei pressi di Torraca e l’altra invece è la ‘Serra Corbara’, delle montagne poste prima di Lagonegro, forse in località ‘Fortino’. Come possiamo vedere nella carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. ‘Manoscritti e rari‘, Ba 5d (2, che pubblicai nel 1998), in essa vengono riportate le tre torri esistenti e visibili all’epoca della stesura della carta. Questa carta da me scoperta è inedita ed è stata da me pubblicata nell‘Analisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri). La carta citata riporta le tre torri conosciute e posto lungo il litorale di Sapri, ovvero essa riporta la Torre di “T. Buon Dormire”, posta ad occidente di Sapri, oggi località Fortino; la Torre di “T. Capobianco”, la “Foce Obertino”, entrambi toponimi segnati sul Monte Ceraso; a mare poi troviamo segnato “Lo Scoglio” e un pò distante troviamo infine la Torre “T. Scialandro” e subito dopo, poco distante la Torre “T. delle Grive”. Questa carta è interessantissima in quanto essendo del primo quarto del secolo XIX, ovvero 1815 testimonia che nel 1815, lungo la costa di Sapri ancora erano visibili le tre torri cavallare e di avvistamento di cui si è parlato e che la Torre detta oggi di “Mezzanotte”, all’epoca invece era detta con il suo toponimo originario ovvero Torre “T. Scialandro”. Dunque, l’attuale denominazione di “Torre di Mezzanotte” è errata.
(Fig…..) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2
La Torre detta di “Capobianco” o di “Capo Bianco”, era ancora visibile nel 1828, allorquando il viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (….), la vide e la citò nel suo ‘Viaggio nel Regno delle due Sicilie’. Ecco cosa scriveva in proposito lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (….), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria: “Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due Torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino.”.
Nel ‘600, a Sapri, la cappella di S. Vito
Forse vi è una relazione con la recente pubblicazione fatta dall’amico Domenico Smaldone, che ha pubblicato alcuni documenti che attestano la vendita di un’altra cappella, la Cappella di S. Vito che il barone Giovanni Antonio Brando di Torraca vendeva il 31 maggio 1746.
Nel ‘600, l’espansione urbana di Sapri
Un’altra testimonianza del passato di Sapri sono i numerosi stemmi e, riggiole (mattonelle policrome ed invetriate) che sormontano i portali dei palazzi, affreschi d’epoca borbonica, le lapidi marmoree, i torrini e fortilizi di cui ancora oggi si vedono i resti, alcune edicole votive, alcuni antichi Palazzi come quello Gallotti che affaccia su Piazza del Plebiscito o il Palazzo Gaetani su via Cassandra, o il Palazzo dei Peluso su C.so Garibaldi con i suoi torrini difensivi ecc.., a cui rimandiamo al prossimo studio.
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Nel 1600, la casa di Paolo Pietro Brandi in via Cassandra
Nel 1600, a Sapri, la Cappella del SS. Rosario (“Santo Rosario”) in via Cassandra
A Sapri, quasi verso la fine della via Cassandra, prima di arrivare nella Piazza Plebiscito si trova una piccola ma antichissima cappella o chiesetta, la Chiesetta o Cappella del S.S. Rosario. La facciata della Cappella del ‘S.S. Rosario’, come si vede nell’immagine, è semplice. In via Cassandra a Sapri, l’ingresso principale è sormontato dalla lapide marmorea su cui è stata incisa una scritta in latino illegibile e che andrebbe ripulita. La scritta, ci ricorda le sue origini. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, parlando del “Porto di Sapri elevato a Parrocchia” e delle sue origini a p. 32, in proposito scriveva che: “la ‘Venerabile cappella del S.S. Rosario di Sapri, appartenne e rimase amministrata dal clero di Torraca fino al 1719, anno in cui fu elevata a parrocchia dal Vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis.”. Sempre il Gaetani che a proposito della Cappella del SS. Rosario aggiunge: “L’antica Cappella era sita, ove al presente vedesi la farmacia Gaetani, e propriamente attigua alla casa di Paolo Pietro Brandi e trovandosi in cattive condizione di non permettere l’esercizio dei sacri ufficii, perchè in parte diruta e con una servitù di finestra da non potersi inalzare dal livello, oltre di un metro inferiore al piano della strada, essendovi stata sospesa la celebrazione delle messe, così interdetta venne richiesta dal Dottor Francesco Gaetani fu Giovanni, al fine di averla in permuta ad un’altra ecc…”. In seguito il Gaetani la impianterà nella sua proprietà sita lungo la strada Cassandra. Dunque, in via Cassandra, già nel 1600 esisteva un’antica cappella intitolata al SS. Rosario e, poi in seguito, sarà costruita l’altra con la permuta che ottennero i Gaetani e che apparterrà al clero di Torraca fino al 1719. Come scrive il Gaetani, la cappella del SS. Rosario era “intra moenia”, si trovava sempre a via Cassandra ed essa, si trovava attigua alla casa di Pietro Paolo Brando vicino la Farmacia Gaetani che esisteva nel 1800. Dal Gaetani apprendiamo che, la “Venerabile cappella del S.S. Rosario di Sapri“, appartenne e rimase amministrata dal clero di Torraca fino al 1719, anno in cui fu elevata a parrocchia dal Vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis. “L’antica cappella era sita ove al presente vedesi la farmacia Gaetani e propriamente attigua alla casa di Paolo Pietro Brandi“ e trovandosi in cattive condizioni “perchè in parte diruta“, oltre di un metro inferiore al piano dellastrada venne così richiesta in permuta dal dott. Francesco Gaetani.”. Così interdetta (alle Sante messe) venne richiesta al fine di averla in permuta con un altra“. In seguito il Gaetani la impianterà nella sua proprietà sita lungo la strada Cassandra. Di questa cappella, nel 1706, ne parla anche il Vescovo G. M. Cione nel suo “libro dei conti”.
(Fig…..) Cappella del S.S. Rosario, in via Cassandra a Sapri
(Fig…..) Lapide marmorea che sormonta il portale d’ingresso della Cappella del SS. Rosario in via Cassandra
Dell’antica Cappella del ‘Santo Rosario’, ne parla Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 58 che scriveva in proposito: “Fu fondata da D. Francesco Antonio Magaldi di Torraca, Canonico Cantore della Cattedrale di Policastro, nel feudo di Sapri dei Palamolla, nel 1706 e fu dotato dei seguenti beni: un capitale di 145 ducati, 4 vigneti in Sapri colla rendita di 200 ducati; un castagneto al Castellaro di Capitello ed una chiusa al Pallarete, colla rendita di 10 carlini (= 20 ducati); 40 vacche, colla rendita di 160 ducati; mezzo tomolo di terra pure in Sapri, colla rendita di 4 carlini. Il tutto assommava a 525 ducati (7)”. Il Tancredi riporta il documento diocesano (7) che descrive le rendite ed i beni assegnati a questa Cappella. Di questa antica Cappella di Sapri, ne parla il prelato Rocco Gaetani, nel suo libro su Torraca (1). Il Tancredi (…) a p. 58, nella sua nota (7) postillava che: “(26) A.D.P.: Ufficio Amministrativo Diocesano: Sapri, Capp. S. Rosario 1706.”. Dunque, secondo l’antico documento diocesano presentato dal Tancredi, la cappella del SS. Rosario in via Cassndra a Sapri era stata dotata di un “castegneto al Castellaro di Capitello ed una chiusa al Pallarete, colla rendita di 10 carlini (= 20 ducati)”. Una piccola cappella fondata dal Barone Palamolla dotata di un castagneto al Castellaro di Capitello. Il Gaetani, racconta a proposito della cappella in questione che essa si trovava nel piccolo e nuovo quartiere del ‘Rosario’ e poi aggiunge: “la ‘Venerabile cappella del S.S. Rosario di Sapri, appartenne e rimase amministrata dal clero di Torraca fino al 1719, anno in cui fu elevata a parrocchia dal Vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis.”. Sempre il Gaetani che a proposito della Cappella del SS. Rosario aggiunge: “L’antica cappella era sita ove al presente vedesi la farmacia Gaetani e propriamente attigua alla casa di Paolo Pietro Brandi” e trovandosi in cattive condizioni “perchè in parte diruta”, oltre di un metro inferiore al piano della strada venne così richiesta in permuta dal dott. Francesco Gaetani.”. Così interdetta (alle Sante messe) venne richiesta al fine di averla in permuta con un altra”. In seguito il Gaetani la impianterà nella sua proprietà sita lungo la strada Cassandra. Di questa cappella, nel 1706, ne parla anche il Vescovo G. M. Cione nel suo “libro dei conti” (1). La Cappella che oggi vediamo in via Cassandra ed illustrata nell’immagine di Fig…., non è quella originaria che pure è esistita ma è quella avuta in permuta dal dott. Francesco Gaetani che la impiantò nella sua nuova proprietà lungo la via Cassandra dove si trova e si vede attualmente e dove poco distante si trova l’attuale proprietà degli eredi Gaetani. Dell’antica cappella del SS. Rosario ne parlò anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 594 parlando della ‘Chiesa’ di Sapri in proposito scriveva che: “Sapri fu eretta in parrocchia solo il 1° settembre 1719 da mons. Andrea de Robertis col titolo dell’Immacolata. Nella visita del 1735 non si è notizia di cappelle, nè del clero. Nell’800 vi erano a Sapri solo tre cappelle intra moenia S. Giovanni Battista, S. Antonio di Padova al Timpone e S. Rosario. Nel giugno del 1832 visitò la chiesa mons. Laudisio. Decreto. Ecc..”. Devo far notare in proposito che quando Ebner sciveva che nella visita a Sapri nel 1735 non vi è notizie di cappelle, forse è dovuto al fatto che le cappelle a Sapri esistevano ma appartenevano al clero di Torraca. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a pp. 90-91, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742“, in proposito scriveva che: “Riteniamo opportuno dare qualche notizia circa i possedimenti nell’anno 1742, come risultano dai Catasti Onciari, volume 4342, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Si tratta delle dichiarazioni catastali o fiscali, rilasciate dagli abitanti della Terra di Sapri. Le così dette ‘Rivele’ sono, appunto, le dichiarazioni fatte dai proprietari circa i redditi e le tasse che versavano all’erario. Il Vol. 4342, oltre alle ‘Rivele’ degli abitanti del posto, contiene anche quelle delle contrade limitrofe (Bonati, Rivello, Lagonegro), dei Sacerdoti di Maratea, della Grancia di policastro ecc…. Le ‘Rivele’ iniziano con una frase che si ripete ecc…ecc…Di notevole importanza è il fascicolo riguardante la Rivela del Parroco, sotto il titolo “Chiesa Parrocchiale di Sapri”, si legge: “Rivelo io D. Biagio Lacorte, Procuratore di questo Reverendo Clero di questa Parrocchial Chiesa sotto il titolo della SS.ma Concezione della Beata Vergine, come detta Chiesa non possiede Beni stabili per essere stata eretta da quindici anni in circa, cosa che ancora non è completa di fabbrica, anzi scarsissima di utensili, solamente possiede…..In detta Rivela si parla, tra l’altro di Messe da celebrare per la somma di un carlino di elemosina per ogni Messa, come si evince dall’istrumento rogato dal Notar Giovanni Pietro Ricciardo della Terra di Bonati nell’anno 1719. E’ specificato il numero delle Messe (470) per li sopra donatori della Chiesa. Si parla anche delle quantità di grano che si paga alla Rev.ma Mensa Vescovile di Policastro. Questa è l’ultima annotatazione della Rivela riguardante i beni della Chiesa Parrocchiale non ha altri Altari, se non che il solo Altare maggiore, ancora non perfezionato. Vi sono, bensì, in questo tenimento di Sapri la cappella di San Giovanni, amministrata dal Reverendo Clero di Torraca, v’è altresì la cappella del SS. Rosario, amministrata dal Reverendo Canonico Domenico Cavalieri, la cappella di S. Antonio di Padova, anche anmministrata dal Rev.do Clero di Torraca, per essere fondata da benefattori prima dell’erezione di questa Chiesa Parrocchiale, ed altra cappella di S. Giovanni Battista (8) amministrata dalli Revv. di PP. di S. Francesco di Paula del convento di Bonati, per le rendite dei quali mi rimetto alla Rivela dell’Amministratore di essa….”. Dunque, secondo l’antico documento (“Rivela del Parroco della Chiesa Parrocchiale di Sapri”), il Tancredi afferma che la cappella di SS. Rosario in via Cassandra a Sapri era amministrata dal reverendo canonico Domenico Cavalieri.
Nel 22 luglio 1601, Fabrizio Carafa e la nipote Giulia Carafa, conti di Policastro e di Majerà si sposano con dispensa apostolica
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: “Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).”. Ebner si riferiva al testo di Filiberto Campanile (….), ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195. Il testo di Giuseppe Campanile (….), ‘Notizie di Nobiltà etc.’. Giuseppe Campanile fu un genealogista. Figlio di Filiberto Campanile (….), membro di una famiglia nobile originaria di Tramonti, Giuseppe nacque a Diano (l’odierna Teggiano) intorno al 1616. Nel 1672 pubblicò la sua ultima ma più celebre opera, le Notizie di nobiltà, che tratta del significato degli stemmi delle famiglie nobili del Regno di Napoli e della loro origine e genealogia. Un’altra notizia interessante che riguarda i Carafa della Spina, conti di Policastro ci è sempre riferita dal Campagna (…) che a p. 163 in proposito scriveva che: “Nel 1639 il dott. Marc’Aurelio Perrone, “Galantuomo di Buonvicino”, dopo aver venduto la Terra di Majerà a Giuseppe Guerra (aveva acquistato quel feudo da Francesco Carafa (191) il 3 aprile dell’anno precedente per 34.500 ducati), ecc…”. Il Campagna a p. 163 nella sua nota (191) postillava che: “(191) Figlio di Fabrizio e di Giulia, primogenita di Vittoria di Loria, morta all’età di 21 anni, come si rileva da una lapide in “S. Maria di Casale”, ora S. Domenico, di Majerà.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava che: “…..Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Ecc…”. Dunque, secondo l’Ebner (…), Lelio Carafa fu l’unico erede maschio di Federico Carafa, Conte di Policastro e di Giulia Russo. Ebner scrive pure che “Da costui solo Giulia, contessa di Policastro”. Dunque, l’Ebner scrive che Giulia Carafa fu l’unica erede femmina di Lelio Carafa e Giulia Russa. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Lelio (+ ca. 1603), 5° Conte di Policastro e Patrizio Napoletano. = Vittoria di Lauria, figlia di Alfonso Signore di Maierà (divenne erede del feudo alla morte del fratello).”. Dunque, secondo l’Ebner, Fabrizio Carafa, 4° figlio di Federico Carafa, sposò la nipote Giulia Carafa, figlia di Lelio Carafa e unica erede della Contea di Policastro. Sempre il Celico (…), nel suo libro su Tortora, parlando di Majerà, a p. 34 in proposito scriveva che: “Da Alfonso fu trasferita a Luise nel 1549 e poi ad Alfonso junior fino al 1558 e da Vittoria, primogenita di Alfonso junior, nacque D. Giulia moglie di D. Fabrizio Carafa conte di Policastro, che portò a titolo e feudo in quella casata, nella quale si estinse questo ramo dei Loria, mantenuti quasi ininterrottamente fino al 1718. D. Giulia, morta nel 1608 a soli ventuno anni e senza eredi, fu sepolta nella Chiesa di S. Domenico di Majerà ove riposava anche il nonno Alfonso……I Carafa, dal 1667 duchi di Majerà, trasferitisi da Pisa a Napoli ecc…”. Dunque, il Celico scriveva che donna Giulia Carafa, figlia di Alfonso Junior Carafa e di Vittoria di Loria, diventò moglie di suo zio Fabrizio Carafa, conte di Policastro e figlio di Federico Carafa. Fabrizio e Giulia si sposarono il 22 luglio 1601 e Giulia Carafa, sua moglie morì nel 1608 all’età di 21 anni. Infatti, Fabrizio poi si risposò. Chi erano i coniugi, conti di Policastro, Fabrizio e Giulia Carafa ?. Ritornando ai coniugi Carafa, Fabrizio, Conte di Policastro e sua moglie Giulia Carafa, contessa di Majerà, figlia ed erede di Vittoria Loria, contessa di Majerà in Calabria e nipote di Fabrizio Carafa, conte di Policastro che sposò. Dal ‘Libro d’Oro della Nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Fabrizio (+ post 3-1630), Patrizio Napoletano. a) = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 sua nipote Giulia Carafa 6° Contessa di Policastro b) = 30-4-1609 Eleonora, figlia del Nobile Giovan Girolamo Santacroce e di Cornelia Gaeta, già vedova di Michele Gentile. E1. Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa”. Dal ‘Libro d’Oro etc..’, leggiamo che il VII° conte di Policastro, Fabrizio Carafa con Dispensa Apostolica del 22 luglio 1601 sposò nel 1608 sua nipote Giulia Carafa che diviene così la VI contessa di Policastro e “che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122)”. Riguardo invece gli sposi e congiunti don Fabrizio Carafa e Giulia Carafa sua nipote, nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che “Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, Fabrizio Carafa, quarto figlio di Federico Carafa, per “…evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa.”. Orazio Campagna (….), che a pp. 145-146 parlando di Majerà in Calabria, e dei ‘Loria’ in proposito scriveva che: “I Loria, così entrati nella storia della Terra, per oltre un secolo e mezzo ne determinarono le sorti (120). Ultima baronessa fu Vittoria, primogenita di Alfonso, la quale, nel 1598, eredito Majerà ecc…Figlia ed erede di Vittoria Loria fu Giulia Carafa, che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122). Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Il Campagna (…), a p. 145 nella sua nota (122) postillava che: “(122) Di Giulia Carafa si legge la seguente iscrizione incisa sul marmo nella chiesa di S. Maria del Casale; in alto vi è lo stemma dei Carafa della Spina: “D. Iuliae Carafae Polycastri comitissa Polycastrensis domus jam collabentis instauratrici coniugi amatissimae D. Fabritius Carafa unico vitae suae oblectamento immature viduatus obiit MDCVIII etatis sue XXI”. I Carafa furono signori di Policastro dal 1496. Fabrizio, sposo di Giulia, ne fu il VII conte. Apparentati ai Sismondi di Pisa, i Carafa ebbero un papa, Paolo IV (Giampietro Carafa), ecc…”. Sempre il Campagna parlando dei Carafa a p. 145, nella sua nota (122) postillava che: “(122) Da Anonimo, ms. del 1719, “Osservazioni intorno alla scrittura uscita per la primogenitura dè Signori di Forlì nella Famiglia Carafa della Spina, colle quali si dimostra essere gli Principi della Roccella i Primogeniti della universale famiglia Carafa, D.S.G.F.A.P.d.R, anno 1691″, presso Arch. Episc. di Policastro Bussentino; G. Campanile, ‘Notizie di nobiltà, etc., cit.; V. Nocito, ‘Notizie storiche della città di Belvedere Marittimo, etc., Genova, 1947.”. Dunque, il Campagna scriveva che la Baronessa Vittoria di Loria era la figlia primogenita di Alfonso Loria. Vittoria di Loria sposò il conte di Policastro Lelio Carafa e gli portò in dote la terra di Majerà. Vittoria di Loria e Lelio Carafa ebbero un unica figlia erede Giulia Carafa della Spina che poi in seguito sposò lo zio Fabrizio Carafa a cui portò in dote la terra di Majerà. Riguardo il Conte di Policastro Fabrizio Carafa. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 260, parlando della contea di Policastro dopo la morte e la successione di Alfonso di Loria, nel 1597, nella sua nota (87), in proposito postillava che: “(87) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F.A. Vanni, ‘Cronica di Majerà’, ms. cit.”. Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 76, dopo aver parlato di Vittoria di Loria, figlia di Alfonso e sposa di Lelio Carafa, Conte di Policastro, la cui contea il padre Alfonso aveva contribuito a salvare dai dissesti finanziari, in proposito scriveva che: “Intanto il 2 Ottobre dello stesso anno (1597) moriva Alfonso di loria, che veniva seppellito nella Chiesa di S. Domenico (21). Il quattro settembre del 1598 da Vittoria e Fabio Bologna nacque Olimpia, che diventerà monaca presso S. Marcellino di Napoli. Dopo il parto, per infezione puerperale, il 22 Settembre moriva Vittoria (22). Nel 1601 è barone di Majerà Fabrizio Carafa, conte di Policastro e marito di Giulia (23), che aveva ereditato il feudo da Vittoria. A Fabrizio successe il figlio Francesco Carafa. Nel 1638, ecc…”. Il Campagna a p. 76, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Si concluse, così, la vita travagliata di questa baronessa ecc..in Vanni etc.”. Il Campagna a p. 76, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Giulia Carafa morì all’età di 21 anni, 1608, lasciando il Feudo al figlio, Francesco Carafa, che presentò il “Rilievo” nel 1640. Di Giulia si legge su una lapide posta in S. Maria del Casale: “……”L’iscrizione è sormontata dallo stemma dei Carafa della Spina.”.
Il Campagna si riferisce a F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono.
Nel 1605, Decio Palamolla acquistò la Terra di Sapri dai congiunti Fabrizio Carafa e la nipote Giulia Carafa, conti di Policastro
Come abbiamo potuto vedere le vicende dei possedimenti delle Terre di Torraca e di Sapri possedute dai Palamolla di Scalea e di Papasidero in Calabria, si legano alle vicende e ai possedimenti della contea di Policastro e di Majerà in Calabria possedute dai Carafa della Spina. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia storica riportata da Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700”, a p. 41 cita un interessante notizia che riguarda proprio un Palamolla. Celico parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) ecc….Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Dunque, se questa notizia fosse confermata da ulteriori e più dettagliati riscontri bibliografici e documentati sarebbe molto interessante e costituirebbe un ulteriore tassello all’evoluzione geo-storica della terra del Porto di Sapri. Dunque, il Celico, a p. 41, nella sua nota (10) aggiunge la interessantissima notizia dell’acquisto del feudo o parte del territorio (dico io) di Sapri da parte di Decio Palamolla, Barone di Torraca che comprò dai Carafa conti di Policastro. Infatti, scrive il Celico (…) che nel 25 maggio 1599, i fratelli Scipione e Costanza Gambacorta registrarono la vendita del 1598 del feudo di Torraca per 13.700 in favore di Decio Palamolla ma solo più tardi Decio Palamolla acquistò la Terra di Sapri dai congiunti conti di Policastro, don Fabrizio e sua molglie e nipote Giulia Carafa. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ‘Fabrizio e Giovanna (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso. Un certo ‘Annibale’, Signore di Torraca si sà è deceduto a soli 22 anni.”. Il Mallamaci dice solo che dai ‘Cedolaria’ risultano un “Annibale Gambacorta, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano”. Sempre il Mallamaci crive che dai ‘Cedularia’ risulta un “Fabrizio (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso”. Dunque, è dall’unione con Giovanna Carafa con Annibale Gambacorta prima e dalla vendita poi a Decio Palamolla della Terra di Sapri da parte dei congiunti conti di Policastro, don Fabrizio e Giovanna Carafa che inizia il legame con la Contea di Policastro. Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano, sposò Annibale Gambacorta. Dalla loro unione nacquero Orazio, Scipione e Prospero Gambacorta. Secondo il Gaetani (…), il feudo di Torraca apparteneva ad Annibale Gambacorta che morì nel 1593 e lasciò tutto ai tre figli Orazio, Scipione e Giovanni e Costanza Gambacorta. I figli di Annibale Gambacorta, nel 1598, Scipione e Costanza Gambacorta vendettero il feudo di Torraca e la signoria di Sapri a Decio Palamolla. Scipione e Costanza Gambacorta, nell’11 maggio 1599 registrarono l’atto di acquisto del feudo di Torraca a favore di Decio Palamolla. Scrive pure il Celico (…), e questa mi sembra la notizia interessantissima che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Il Celico scrive che il “feudo di Sapri” fu acquistato dopo da Decio Palamolla ma non scrive quando. Il Celico scrive pure che Decio Palamolla acquistò “poi” il feudo di Sapri da “conti di Policastrodon Fabrizio e donna Giulia Carafa”. Si è visto precedentemente chi fossero i conti di Policastro don Fabrizio Carafa e sua moglie, la nipote Giulia Carafa. A questo punto però nulla di nuovo se non la notizia riferita dal Celico, a p. 41 che scriveva che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”.
Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. E’ molto probabile che il territorio di Sapri, la porzione occidentale ovvero quella che dall’attuale località “Fortino” e fino al Cimitero dipendesse dai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca. Ad un certo punto della storia, e questo però non viene chiarito ne dal Tancredi che dal Mallamaci, il vecchio “Portus Saprorum” diventa “Marina di Torraca” perche tutto il suo territorio apparterrà ai Palamolla, Baroni di Torraca. Sui possedimenti dei Carafa della Spina, conti di Policastro ed il passaggio della Terra di Sapri ad altri feudatari è interessante una “rivela” del 1742. Questa “rivela” parla dello “smembramento” della Contea di Policastro. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a p. 92, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Notevole è pure il fascicolo che contiene la Rivela fatta da Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro, in qualità di fattore, ma è molto difficile la decifrazione della grafia. Comunque, è certo che all’inizio si parla dell’ubicazione geografica del Porto di Sapri e delle sue ultime vicende storiche, riferite allo smembramento della Contea di Policastro. Ne riportiamo qualche stralcio per intenderne l’importanza. “Antonio La Corte della Terra di Sapri, Erario dell’E.ma Casa del Sig.re Principe D. Girardo Caraffa, Conte di Policastro, Cavaliere Napolitano, et habitante in detta Città di Napoli, rivela come, quantunque il Feudo del med.mo dovesse andar compreso con la Città di Policastro, e nel Catasto si forma dalla med.ma, nò cadesse più proprio, il Rivelo delli suddetti beni sì esser fatto Sapri corpo compreso nella Contea di detta Città, e nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra, nulla però di meno, affinchè restino separatamente Rivelate, et adempita la mente di S. M. (ch’Iddio guardi) Rivela possedersi da detto Ecc.mo Sig.re li seguenti beni propri, e li infrascribe Redditi senza recare menomo pregiudizio alle rag.ni di detta città, e sono …” (Firma).”. Dunque, come scriveva il Tancredi presentandoci dei documenti “Rivele” che riguardavano alcuni parroci della Diocesi di Policastro ed in particolare quella di “Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro”, preposto del conte di Policastro Gerardo Carafa nel 1742, nella “rivela” del La Corte, fattore del conte di Policastro Gerardo Carafa, il territorio di Sapri doveva appartenere ai Carafa conti di Policastro. Secondo questo manoscritto il detto territorio fu “dismembrato” (dalla Contea dei Conti di Policastro), nel 1605: “nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, ecc..”. Infatti, il barone di Torraca, Decio Palamolla, pare che abbia acquistato solo dopo la Terra di Sapri dai Conti di Policastro i Carafa della Spina. Secondo il documento del 1742, la contea di Policastro dipendente dai conti Carafa della Spina, nel 1605 fu “dismembrato” dal territorio del porto di Sapri, ovvero tutta la porzione di territorio che si estendeva dalla torre del Buondormire alla Torre di Capobianco (il porto e la baia di Sapri) che dovettero passare ai Palamolla di Torraca. Infatti come ho già scritto la citazione del Celico (….) che scriveva appunto che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Riguardo i possedimenti dei Carafa, conti di Policastro è molto interessante ciò che si scrive nel prosieguo della “Rivela” del La Corte, fiduciario del conte Gerardo Carafa nel 1742. Si scrive che il territorio di Sapri nel 1742 venne “et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra ecc…”. Dunque, in sostanza, in questo documento si afferma che prima del 1605 e poi pure dopo il 1742, il territorio che apparteneva alla Contea di Policastro dipendente dai Carafa della Spina consisteva “…la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, ecc…”. Dunque, la marina o la fascia costiera che si estendeva dai confini di Camerota, volgarmente detta “Li Marcellini” fino al Canale di Mezzanotte, confine con la Basilicata.
Nel 20 marzo 1614, la Sentenza della Causa tra alcuni Sapresi contro Decio Palamolla, Barone di Torraca e di Sapri
In seguito all’acquisto della Terra di Sapri da parte del Barone di Torraca Decio Palamolla che l’acquistò nel 1605, secondo il Celico (….) dai Conti Carafa di Policastro sorsero dei litigi tra i sapresi che tenevano terreni nell’agro di Sapri e che coltivavano a vigne e frutteti, ed il Barone Decio Palamolla. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, a p. 11, parlando delle origini di Sapri cita un interessante documento. Il Gaetani in proposito scriveva che: “La piccola colonia agricola dei Torracchesi si crebbe di numero ed ebbe bisogno di baratti, di vendita, di compera di cose mangerecce e di altre cose mercanzie necessarie alla vita (1).”. Il barone (v. p. 12), vi esercitava una specie di monopolio coi campagnoli, marinai e passanti, possedendovi una ‘taverna’ e, volendo, pur non avendo il diritto di proibire, ‘jus prohibendi’, tutto per sè con l’altrui danno, vietò ogni commercio, l’apertura di altre osterie e perfino di edificarle. Ecc..”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39, riferendosi al Barone di Torraca e Signore del Porto di Sapri, Decio Palamolla, in proposito scriveva che: “La colonia marittima torrachese, ecc….Il barone esercitava una specie di monopolio coi sapresi, possedendovi una ‘taverna’, e, volendo, tutto a suo vantaggio, pur non avendo il diritto di proibire (jus prohibendi) vietò ogni commercio e con esso la costruzione e l’apertura di altre osterie. Ecc..”. Scrive e aggiunge il Gaetani che: “I torracchesi, che non furono mai servi e vassalli, ma sempre liberi cittadini, si querelarono con la regia podestà dell’aggravio ed ebbero giustizia. “Si gravano che ilbarone proibisce essi supplicanti che non vendano robe commestibili al porto di Sapri, ma vuole che solo si venda nelle sue taverne e che possano esse supplicanti tenere le loro taverne aperte e vendere a voglia loro e a chi li piace.“. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (34) postillava che: “(34) Arch. di Stato di Napoli: Atti de li esami presso dell’Esaminatore del S. C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, P.O. fol. 217.”. Giovan Giacomo Palamolla, nel frontespizio di una sua opera in latino si disse “ex Baronibusterrae Turracae etPortusSaprorum “. Il Gaetani (…) a p. 11 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gravamina pro Unitate Terrae Tuccacae contra Detium Palamolla primum Baronem ex praesentibus in S. R.C. proposita et decisa ac aliae Provisiones in beneficium ipsaemet unitatis expeditae, in praesenti libello, diligenter exaratae, noviterque in hoc anno Millesimo, septigentesimo octogesimo exscriptae ad posterum memoriam. Regnante Ferdinando IV utriusque Siciliae Hyerusalem Rege etc. Turracae Anno Domini 1780. Superiorum permissu et facultate.”. Sempre il Gaetani a p. 12 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gravamina etc 38, fol. 6. Si gravano, come alcuni cittadini tengono certe vigne nella Marina, delle quali ne pagano tomola uno e mezzo per ogni parte, che in tutto sono tomola ventuno: supplicano provvedersi, ‘quod abstineat’. – Risposta: “Sub die duedecimo Decembris millesimi sexcentesimi decimi quarti. Baro non impediatur exigere terraticum in Demanio et terris Baronalibus iuxta solitum”. Fol. 7.”. Scrive sempre il Gaetani (…) a p. 12 che “la risposta favorevole è del 20 marzo1614.Alla proibizione:“verum quoad terram Saprorum non liceat civibus Turracae erigere tabernas,sivetuguria pro vendendis rebus commestilibus in Littore Maris (1). “Si gravano, come alcunicittadini tengono certe vigne nella Marina, delle quali ne pagano tomola uno e mezzo per ogni parte, che in tutto sono tomola ventuno: supplicano provvedersi…”. Scrive il Tancredi che: “I torrachesi, che erano stati sempre liberi cittadini e non servi e vassalli, mossero querela al Re di Napoli, per l’aggravio ed ebbero giustizia; la sentenza favorevole è datata 20 marzo 1614 (35).”. Sempre il Tancredi (…), a p. 40, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Arch. di Stato di Napoli: “Gravamina pro Unitate huius Terrae Turracae contra Detium Palamolla primum Baronem ex ……….Cap. 38, f. 6: Si gravano, come alcuni cittadini tengono certe vigne nella Marina, ecc….Risposta: “Sub die duodecimo decembris millesimi sexcentesemi decimi quarti. Baro non impediatur exigere terraticum in Demanio et terris Baronalibus juxta solitum”, fol. 6 e 7. = Si gravano che il barone proibisce ecc…..”.
Nel 1614, la cappella di San Giovanni Battista eretta dal barone di Torraca Decio Palamolla, in un verbale di visita pastorale del vescovo di Policastro Mons. Felicei
Riguardo l’origine della cappella di San Giovanni Battista a Sapri, posso segnalare la notizia dataci dal sacerdote Rocco Gaetani (…). Riguardo il “tempietto” che nel 1778 apparteneva al “clero di Torraca”, come, nel 1909 scriveva il Magaldi (…), Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 54, scriveva della chiesa di S. Giovanni Battista: “Ubicata nel versante occidentale del Porto, attualmente presso la stazione ferroviaria, all’inizio di via Kennedy, fu eretta nel primo ‘600 dal Barone Decio Palamolla, per la celebrazione della S. Messa ogni domenica con incarico affidato al clero di Torraca, che riceveva appositi sussidi (4). La manutenzione era diligentemente curata da parte del clero stesso, al quale corrispondevano le decime 72 persone di Sapri (5). Da pochi frammentari documenti del primo ‘700, come il libro della contabilità della chiesa parrocchiale di Torraca, dai primi di settembre del 1706 alla fine dell’agosto 1707, si rileva che il procuratore D. Gaetano Magaldi pagava 4 carlini all’anno al principalista Nicola Comes e 16 carlini a Biase Brando per il servizio prestato nella cappella (6)….Nel 1778 sorse una causa fra il Clero di Torraca e quello di Sapri: il cosiddetto ‘frigidum meum ac tuum’ (9). Il 5 agosto, nella Curia Vescovile di Policastro si compose la lite tra i due Procuratori, D. Carmine Magaldi di Torraca e D. Domenico Pellegrino di Sapri, ecc….Dalle relazioni vescovili appare che la Cappella era di antico patronato della famiglia Lancetta e a cura del clero torracchese (11). “. Il Tancredi (…), a p. 55, nella sua nota (4) postillava che: “(4) A.D.P.: SS. Visite Pastorali U. Feliceo (5.3.1632). In quest’anno era parroco di Torraca D. Giovanni Antonio Brando.”. Il Tancredi (…), a p. 56, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Gaetani Rocco, op. cit., pag. 39-40 e nota (1), citante l’atto di giudizio del 1779.”. La cappella di San Giovanni esisteva da tempo a Sapri. Secondo alcuni documenti fu fatta eregere nel 1600 dal Barone di Torraca Decio Palamolla. Nel 1719, quando avvenne lo smembramento per l’edificazione della parrochia dell’Immacolata, l’antica e preesistente cappella di S. Giovanni si prestò per un breve tempo a sostituire la costruenda nuova chiesa “Matrice” dell’Immacola Concezione. Rocco Gaetani (….), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, pubblicato nel 1914, parlando delle origini di Sapri e dei Sapresi, a p. 11 (si veda l’altro a p. 289) riferendosi al documento del 4 agosto 1719 in cui egli descrive l’ordinazione del primo parroco di Sapri don Gennaro Eboli e descrive la vicenda dell’elevazione a parrocchia della Chiesa dell’Immacolata Concezione sorta in Piazza del Plebiscito, fa notare che la Chiesa di Torraca su ordine del Vescovo Mons. Andrea De Robertis, ecc…: “…..con istrumento erogato il 4 agosto 1719, dal notaio Gian Pietro Biscardo da Vibonati (2). Si ordinò che la Chiesa Madre fosse eretta nel luogo chiamato “L’Aria del Re”, sub invocatione SS. Conceptionis Virginis Mariae. La piccola popolazione ebbe assegnato alla cura l’Arciprete D. Gennaro Eboli con uffici e diritti propri, rispettando le ragioni del parroco e della Chiesa di Torraca, che permisero lo smembramento e concessero, fino a che non si edificasse la Matrice, il fonte battesimale, la custodia degli olii sacri, e il decente Tabernacolo nella cappella di S. Giovanni……Il popolo del porto di Sapri passò a far corpo a sè ed ebbe chiesa propria, parroco proprio, ma a piè pari il Vescovo fondatore ne saltò la determinazione dei confini: “parochiae certis finibus distinguendae” (Cond. Tride., Sess. 24, Cap. 13).”. Il Gaetani, a p. 289 di La Fede ecc…, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Archivio Bussentino, Bullarium, Fol. 17. Andres Archiepiscopus De Rubertis, Dei et Apostolicae sedis grazia Episcopus Policastren. Bero etiam Terrarum Turris Ursaiae, Castri Rogerii, Feudi Seleucii ecc…”. Dunque, secondo l’Atto rogato di fronte al notaio di Vibonati Gian Pietro Biscardo, la chiesa di Torraca “permise lo smembramento”, e che “fino a che non si edificasse la Matrice, il fonte battesimale, la custodia degli olii sacri, e il decente Tabernacolo nella cappella di S. Giovanni….”.
(Fig….) La chiesa di S. Giovanni in una vecchia cartolina
Oggi la chiesa non esiste più. A nulla valsero gli accorati appelli di un gruppo di cittadini al Vescovo Spinillo e al Sindaco di Sapri Vito D’Agostino. La prima cappella sacra di Sapri, forse la più antica, costruita un secolo prima della costruzione della chiesa dell’Immacolata Concezione in Piazza del Plebiscito fu abbattuta dalla protervia e dall’ignoranza per far posto ad un nuovo tempio più moderno. Nella foto che illustra la chiesa di S. Giovanni Battista a Sapri prima dei bombardamenti che il paese subì nel 1943, si possono vedere le due colonne d’epoca romana che costituiscono il portale laterale e, nella foto in basso la chiesa di S. Giovanni in occasione della sua recente e definitiva demolizione dopo secoli di vetustà.
Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, parlando del “Porto di Sapri” e delle sue origini a pp. 42-43-44, riferendosi alla Cappella di San Giovanni Battista a Sapri, in proposito scriveva che: “Nè deve ignorarsi; ……dovuta al nostro barone Dezio Palamolla, ecc….; e che la cappella di S. Giovanni fu fatta costruire anche dal nostro barone, con sussidii, a fine di tenerla nelle domeniche aperta al culto, mantenutovi dal nostro Clero (1), a cui fino al 1719, i buoni sapresi pagarono le decime (2).”. Il Gaetani (….), parlando della cappella di San Giovanni Battista a Sapri, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio Felicei etc. Cappella S.ti Joannis: Haec Cappella constructa in maritma Portus Saprorum a D. Barone Turracae, tunc quando erat Dominus illius Feudi, celebratur ibidem singulis Dominicis diebus cun congrua elemosyna. Cappella est competenter ornata cum omnibus necessariis, nempe calice planeta ecc…”. Poi, sempre il Gaetani (….) a p. 44 nella sua nota (2) postillava il documento di seguito riportato dell’immagine della Fig….che, è intitolato: “(2) Decime di quest’anno finito ad Agosto 1719 Procuratore in detto Anno il Rev. D. Gaetano Magaldo, ecc…” :
(Fig…) Decime versate dai Sapresi del Porto di Sapri nel 1719 – da Rocco Gaetani (…), op. cit., “Stato d’Anime” del Rev. D. Gaetano Magaldo
Per questo documento del 1719, il sacerdote Luigi Tancredi ne parla a p. 55 nella sua nota (7). Tancredi parlando di “San Giovanni Battista” a Sapri in proposito nella sua nota (7) a p. 55 postillava che: “A.D.P.: SS. Visit. Past. di A. De Robertis (anno 1714). D. Gaetano Magaldi paga dal servizio di S. Giovanni Biase Magaldi carlini 6 per la vigna delle Cannicelle. Nel 1719 il Procuratore D. Gaetano Magaldo riceve le decime del Porto di Sapri da Filippo Calderaro ecc..ecc…”. Come si può leggere nel documento dell’agosto del 1719, i cognomi delle famiglie di Sapri o “Portus Saprorum”. Si possono leggere i nomi di alcuni Eboli. Si leggono i nomi di Eboli: Giuseppe, Scipione, Biasi Antonio, Nicola, Francesco, Pietro. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 54, in proposito scriveva pure che: “Ubicata nel versante occidentale del Porto, attualmente presso la Stazione ferroviaria, all’inizio di via Kennedy, fu eretta nel primo ‘600 dal Barone Decio Palamolla, per la celebrazione della S. Messa ogni domenica con incarico affidato al clero di Torraca, che riceveva appositi sussidi (4). La manutenzione era diligentemente curata da parte del clero stesso, al quale corrispondevano le decime 72 persone di Sapri (5). Da pochi frammentari documenti del primo ‘700, come il libro della contabilità della chiesa parrocchiale di Torraca, dai primi di settembre 1706 alla fine dell’agosto 1707, si rileva che il procuratore D. Gaetano Magaldi pagava 4 carlini all’anno al principalista Nicola Comes e 16 carlini a Biase Brando per il servizio prestato nella cappella (6).”. Il Tancredi, a p. 54, nella sua nota (4) postillava che: “(4) A.D.P.: SS. Vis. Past. di Urbano Feliceo (1632).“. Il Tancredi a p. 54 nella sua nota (5) postillava che: “(5) Gaetani Rocco, op. cit., p. 43-44.”.
Nel 1600, PALAZZO GALLOTTI in via Nicodemo Giudice
(Fig….) Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice – affresco di stemma posto nell’androne dell’ingresso – foto Attanasio
(Fig….) Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice – lapide commemorativa del passaggio di Giuseppe Garibaldi ospite – foto Francesco Attanasio
A Sapri, nell’attuale via Nicodemo Giudice, al civico 106, vi è un antico palazzotto che è da sempre appartenuto alla famiglia dei baroni Gallotti di Battaglia, su cui ho scritto in un altro mio saggio. La famiglia Gallotti di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, non è da confondere con l’altra famiglia dei Gallotti che abitavano e possedevano l’altro palazzotto che affaccia su Piazza del Plebiscito a Sapri, la famiglia del dr. Nicola Gallotti che fu uno dei primi Sindaci di Sapri. Non credo che vi sia stata parentela fra le due famiglie. La prima, dei baroni Gallotti di Battaglia possedevano anche vaste proprietà in località Fortino del Cervara che si trova non lontano dal piccolo casale di Battaglia. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Questo palazzo, sito a Sapri in via Nicodemo Giudice si trovò al centro di due fatti storici che hanno caratterizzato gli anni del Risorgimento italiano nel 1848, nel 1857 e nel 1860 a causa del loro principale inquilino, il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i suoi figli. Forse lo stemma di famiglia è quello che si trova dipinto sul soffitto dell’androne dell’ingresso principale in via Nicodemo Giudice a Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice etc….”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, nei cap. X e XI, a p. 189, in proposito scriveva che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre pisacane con altri uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. Etc…”.
Nel 1600, un torrino difensivo in via Cassandra – Palazzo Guzzo
(Fig….) Torrino di difesa in vico Umberto I° a Sapri – proprietà Guzzo – foto Attanasio
Dal 1632 al 1658, Carlo di Palamolla, 2° Barone di Torraca e della Terra di Sapri
Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “2° Carlo di Palamolla, 2° Barone, sposò donna Francesca Zito, nobile di Rossano”. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Il secondo barone fu Carlo Palamolla, sposato con Francesca Zito, nobile di Rossano, ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “A Decio successe, infatti, nel 1632, Carlo Palamolla, che sposò Francesca Zito, nobildonna di Rossano. Ecc…”. Dunque, secondo il Guzzo fu nel 1632 che Carlo Palamolla successe a Dezio o Decio Palamolla e diventò 2° barone di Torraca e di Sapri. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39 nella sua nota (32) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: ‘Quinternione feudale’, vol. 180, pag. 213, Memoriale dei Diritti demaniali e concessi dal Vice Re D. Enrico Guzma, regnante Filippo d’Aragona….’Il dottor Marc’Antonio Vulcano espone a Vostra Eccellenza come fosse espediente a Scipione e Costanza Gambacorta, pupilli, che si venda la terra della Torraca della Provincia di Principato Citra, etc..Item la taverna sita al Porto di Sapri, etc…”Questi gli stralci di parte del contratto presentato alla Regia Camera Sommaria in Napoli il 25 ottobre 1599. Da ‘Notamenti de Registri significato’, manoscritto in Biblioteca Provinciale di Salerno, n. 96, pag. 1084, risulta quanto segue: “Dominus Carolus Palamolla; filius quondam Detii Palamolla petit investituram terrae Torracae in Principato Citra annorum redditibus ducatorum 113 cum expressione corporum per obitum dicti eius patris et dicit quod feudam Sapri fuit venditum ad instantiam creditorum et emptum ab illustri duce Medinae (Guzman) et expressa (salt. ut “significatoria”) die 22 maii 1656.”. Dal contesto si comprende che poco prima del 1656 feudatario era questo Palamolla e che il feudo fu acquistato dal Guzman, che, probabilmente, è quel milite impegnato nella repressione di Masaniello: in verità, furono due, uno a Napoli e uno a Salerno. Occorrerebbe cercarne la genealogia.”. Sulla figura del Vicerè spagnolo nel Regno di Napoli don Enrique de Guzman leggiamo su wikipedia che quando a Filippo II succedette sul trono di Spagna il figlio Filippo III l’amministrazione del vicereame di Napoli era affidata a Enrique de Guzmán, conte di Olivares. Il regno di Spagna era al suo massimo splendore unendo la corona d’Aragona, i domini italiani, a quella di Castiglia e del Portogallo. A Napoli il governo spagnolo fu debolmente attivo nella sistemazione urbanistica della capitale: risalgono a de Guzman la costruzione della fontana del Nettuno, di un monumento a Carlo I d’Angiò e la sistemazione della viabilità. Enrique de Guzmán y Ribera (Madrid, 1540 – Madrid, 1607) fu il secondo conte di Olivares e viceré di Napoli dal 1595 al 1599, per due mandati. Il figlio, Gaspar de Guzmán y Pimentel, fu de facto primo ministro spagnolo dal 1621 al 1643.
Nel 2 dicembre 1635, la visita pastorale del vescovo di Policastro, Mons. Felicei o Feliceo
Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nell’altro suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906 (v. ristampa curata da Rossella Gaetani), nel capitolo dedicato al “Porto di Sapri elevato a Parrocchia – Alcuni diritti di patronato”, parlando di alcune Cappelle ed edifici sacri a Sapri e, traendo la notizia dalla visita di Monsignor Felicei del 16 Dicembre 1635 (…), cita la Torre cavallara detta del “Bondormire” e, cita anche il suo torriere. Il documento (…), citato dal Gaetani (…) è tratto dal documento: “Visitatio Episcopi Felicei”, datato 2 dic. 1635 (…), cioè il documento della visita episcopale del Vescovo Urbano Feliceo, che però il Laudisio (…), dice essere stato il 37° vescovo di Policastro, nominato Vescovo di Policastro nel 1630, è confermato dal Tancredi (…). Il Vescovo Feliceo, appena nominato Vescovo, visitò le parrocchie della sua Diocesi e riguardo Sapri. Il Gaetani (…), nell’altro suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906 (v. ristampa curata da Rossella Gaetani), nel capitolo dedicato al “Porto di Sapri elevato a Parrocchia – Alcuni diritti di patronato”, parlando di alcune Cappelle ed edifici sacri a Sapri, traendo la notizia dalla visita di Monsignor Felicei del 16 Dicembre 1629 (…), cita la Cappella di S. Maria di Porto Salvo, e a p. 43, scriveva in proposito che:
(Fig…) Gaetani (….), p. 43 “Visitatio Episcopi Felicei”, del 2 dicembre 1635, documento tratto dal Gaetani (…)
Il Gaetani alla sua nota (2) scriveva: “Visitatio Episcopi Felicei 16 dicembre 1629. Santa Maria de Porto Salvo. Si trovano venti docati e mezzo in mano al Vescovo “quibus exactis ecc..ecc..”. Nella visita dello stesso , 2 Decembre 1635, “Visitavit Cappellam sub titulo S.to Mariae de Portu Salvo, quae cappella est fornicata ecc..ecc..”, il Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, scriveva a p….. (v. ristampa a cura della nipote Rossella Gaetani, 2015), nell’Appendice II, a p. 293, postillava che: “Traduzione da pag. 42”: Visita del Vescovo Felicei, 2 dicembre 1635:visitò la cappella dal titolo di S. Maria di Porto Salvo con soffitto ed archi e trovò in essa l’altare molto ben preparato con tutto il necessario per il sacrifio della Messa. Nella parete sopra l’altare è dipinta l’immagine della SS.ma Vergine e si celebra una sola Messa nei giorni festivi per devozione del Barone della Terra di Torracae del faudo di Sapri, D. Decio Palamolla. Nel detto luogo è necessarissima una detta cappella, perchè confluiscono genti nel detto porto, oltre quelle che già dimorano per la cura dei vigneti. Perciò pregò il Signor Barone che si facesse una assegnazione annua da parte di chi avrebbe buone intenzioni. Similmente il signor Barone assicura il b.m. Vescovo Santorio di aver dato 23 ducati all’ill.mo e Rev.mo D. Filippo Cavalieri, arcidiacono di Policastro per spendere questi 23 ducati per un’icona e per altre necessità di detta cappella; che non ancora erano stati spesi perchè detto arciprete è assente e che quando lui ritornerà, sarà fatto. Il barone sostenne Domenico Biondo di Maratea che vendesse la vigna nel feudo di Sapri al caporale Ferdinando Turriero della torre del Buondomire presso il porto (di Sapri) e ordinò, essendo debitore con lo stesso Ferdinando di venti ducati per i suoi della cappella che pretende invece dal Clero di Torraca, di preparare, al più presto, lo strumento di vendita “ad finem previdendi”.”. Sappiamo dunque, dalla visita pastorale del Vescovo Felicei a Torraca – da cui dipendeva il “Porto di Sapri” (Portus Saprorum o Portus Torracae) – “Porto” o “Porto di Torraca” (territorio Saprese, Sapri, nei documenti dell’epoca era chiamato “Porto”), che, nel 1635, in occasione del vascovo Urbano Felicei, vescovo di Policastro, a Sapri.
Nel 1541 (secondo il Gaetani) o 1641 (secondo il Tancredi ?) fu compilato “l’apprezzo di Sapri” dal notaio Pietro Gaglierano (per il Gaetani) o Gallerano nella causa di limiti tra i Carafa, della contea di Policastro ed il subfeudo dei Palamolla di Torraca
Andrebbe ulteriormente indagata la notizia storica che riportavo nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: “Il Gaetani, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente (119).”. “Sono state sempre del barone di Torraca il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi baroni di Torraca e posseduti da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri” (120).”. Nel mio studio depositato presso il Comune di Sapri (1), riguardo la nota (119) postillavo che: “(119) Gaetani R., op. cit., p. 9. Il documento citato dal Gaetani si trova in: ‘Archivio di Stato di Napoli’, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernalda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”. Nel mio studio depositato presso il Comune di Sapri (1), riguardo la nota (120) postillavo che: “(120) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P. O. “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. Francesco Palamolla.”. Dunque, la notizia è interessantissima ed andrebbero ulteriormente indagati gli atti del Processo e della Causa vertente tra il barone di Torraca Francesco Palamolla, pronipote di Decio ed il conte di Policastro Carafa della Spina (quale ?). Il Di Luccia (…), ha citato questi processi ma non dice chi fossero i loro intestatari. La notizia, proveniva dal sacerdote Rocco Gaetani (…), che nel suo ‘Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio’, nel 1906, a pp. 9-10, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “Si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente (1).”. Il Gaetani, a p. 10, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Processi della causa vertente tra la casa di Palamolla e il Conte di Policastro dipendente dagli atti del Patrimonio del duca di Bernanda in Banca attualmente di D. Luigi presso Vincenzo Quaranta. Fol. 161, vol. I. Grande Archivio di Stato, Napoli.”. Anche il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39, dopo aver parlato di Decio Palamolla, primo barone di Torraca in proposito scriveva che: “Non mancano riferimenti successivi all’agro saprese. In alcuni processi, circa i limiti tra la baronìa di Torraca e la contea di Policastro, per la causa vertente e dipendente dagli atti del Patrimonio del Duca di Bernalda in Banca (nel 1914 di D. Luigi presso Vincenzo Quaranta), il signor Pietro Gaglierano nel 1641 fece l’apprezzamento di Sapri, specificando i confini dei due feudi, precisò che “a Policastro toccava Vibonati e Torraca, che sino al verde era territorio di Torraca e sino al mare terminato dal vallone di S. Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo di Fenosa da oriente (33)”. Il documento citato dal Gaetani (…) si trova conservato nell’Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; e si tratta di alcuni documenti riguardanti i “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernanda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta. Fol. 161, vol. I. Grande Archivio di Stato, Napoli.”. Dunque, il Gaetani citava alcuni documenti e atti di causa che oggi (a. 1914) si trovavano conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli e sono quelli di “D. Luigi presso V. Quaranta. Fol. 161, vol. I”. Il Tancredi (….), a p. 39, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Arch. di Stato di Napoli: ‘Processi di causa vertente fra Palamolla e Carafa, fol. 161, vol. 1.”. Dunque, si trattava degli Atti di Causa vertente fra la casa dei Palamolla ed i Carafa conti di Policastro. L’unica stranezza della notizia sta nel fatto che il Gaetani dice essere atti del 1541 mentre il Tancredi giustamente pone la data del 1641. Credo abbia torto il Gaetani di anno 1541 perchè a quel tempo il feudo di Torraca non apparteneva ai Palamolla che il Decio acquistò solo nel 1598. Inoltre, sempre a proposito delle cause vertenti a quell’epoca, il sacerdote Rocco Gaetani (….), prosegue il suo racconto e a p. 10 scriveva che: “Sono state sempre del barone di Torraca il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi baroni di Torraca e posseduti da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri”(2).”. Il Gaetani (…), a p. 10, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Fol. 217, P.O. Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, pronipote di Decio. Copia tratta dall’originale. Grande Archivio di Stato di Napoli.”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sempre sulla scorta del Gaetani (….) continuando il suo racconto citava altri documenti ed in proposito scriveva che: “L’appartenenza di Sapri alla Baronia di Torraca si deduce da altri atti così indicati: “Sono stati sempre del Barone di Torraca il ‘seminatorio’ di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino la mare, il vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi Baroni di Torraca e posseduto da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri (34).”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (34) postillava che: “(34) Arch. di Stato di Napoli: Atti de li esami presso dell’Esaminatore del S. C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, P.O. fol. 217.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “4° Francesco Palamolla, quarto Barone, prese per moglie donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia.”. Dunque, il sacerdote Rocco Gaetani (….), a p. 10, nella sua nota (2) postillando che: “(2) Fol. 217, P.O.”, citava gli atti della Causa (“Esami presso dell’Esaminatore”) intentata da Francesco Palamolla, pronipote di Decio Palamolla e 4° Barone di Torraca. Oggi questi atti sono conservati nel “Fol. 217, P.O” all’Archivio di Stato di Napoli e riguardano gli “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del Sacro Collegio ad istanza di Don Francesco Palamolla”. Francesco Palamolla intentato davanti alla Regia Camera della Sommaria di Napoli contro i conti di Policastro. Questi Atti sono conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Le cause pendenti e processi di limiti del territorio e dei possedimenti feudali intentate tra i Carafa e diversi feudatari dell’area oltre che quelle intentate contro la Curia vescovile furono diverse. Oltre alle liti che sorsero tra la Curia Vescovile, le Abbazie basiliane come quella di San Giovanni a Piro, i suoi ampi possedimenti, anche nel territorio Saprese, e i Carafa, conti di Policastro, sorsero delle liti anche fra gli stessi feudatari del posto, come ad esempio la lite riportata in un documento del 1541. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia secondo cui nell’Archivio di Stato di Napoli esistono gli atti di una vertenza giudiziaria sorta nel 1551: la Causa di possesso e di limiti del 1551, che fu intentata davanti alla Real Corte di Napoli da Carafa, Conte di Policastro ed i feudatari di Torraca, i Palamolla. Dopo il 1587, come scrive il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Ecc…”. Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte: “ come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. I Palamolla di Scalea detenevano la Baronia ed il Feudo di Torraca e dunque anche l’attuale territorio di Sapri. Nel 1541 (secondo il Gaetani ma 1641 secondo il Tancredi), il notaio Pietro Gaglierano, compilò “l’apprezzo di Sapri”, una dettagliata descrizione dei beni, dei terreni e delle proprietà, e dei confini dell’apprezzo di Sapri, posto nel feudo di Torraca che, in passato appartenevano e dipendevano dall’antica Abbazia di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Dunque, secondo l’antico documento notarile (…), nel 1541 (ma il Tancredi scrive anno 1641), il territorio di Sapri (il feudo i Sapri) era ‘un’apprezzo’, posseduto dal Barone di Torraca Decio Palamolla. Devo però precisare sulla data del 1541 che all’epoca i Palamolla ancora non detenevano Torraca e parte del territorio di Sapri essendo Decio Palamolla divenuto il primo barone di Torraca solo in seguito, ovvero nel 1599. Secondo l’antico documento notarile, il territorio del feudo di Sapri, confinava con Vibonati e con Tortorella “Sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente.”. Il Gaetani (…), scrive pure che secondo il documento del notaio Pietro Gaglierano (…), sono appartenute al barone di Torraca “…il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino,…”. Dunque, nel territorio dell’appezzo di Sapri, erano compresi le contrade di S. Martino, della Fenosa e di S. Domenica. Nel 1541, il notaio Pietro Gaglierano, compilò “l’apprezzo di Sapri”, una dettagliata descrizione dei beni, dei terreni e delle proprietà, e dei confini dell’apprezzo di Sapri, posto nel feudo di Torraca che, in passato appartenevano e dipendevano dall’antica Abbazia di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Dunque, secondo l’antico documento notarile (…), nel 1541, il territorio di Sapri (il feudo i Sapri) era ‘un’apprezzo’, posseduto dal Barone di Torraca Decio Palamolla e, che il suo pronipote Don Francesco Palamolla, nel 1641 allorquando Francesco Palamolla, pronipote di Decio Palamola era il 4° Barone di Torraca. Francesco presentò istanza alla Real Corte di Napoli, ed intentò una causa di confini con il Conte di Policastro. Dunque, nel processo o causa intentata dai Palamolla di Torraca contro i feudatari di Policastro, i Carafa della Spina, per stabilire i limiti (confini) dei possedimenti appartenenti alle due casate, si deduce che il territorio di Vibonati doveva essere appannaggio dei Carafa e quello di Sapri doveva appartenere ai Palamolla di Torraca. Come ci fa sapere il Gaetani (….), che secondo “l’appezzo di Sapri” redatto nel 1541 dal notaio Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente. Secondo l’antico documento notarile, il territorio del feudo di Sapri, confinava con Vibonati e con Tortorella “Sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente.”. Il Gaetani (…), scrive pure che secondo il documento del notaio Pietro Gaglierano (…), sono appartenute al barone di Torraca “…il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino,…”. Dunque, nel territorio dell’appezzo di Sapri, erano compresi le contrade di S. Martino, della Fenosa e di S. Domenica.
Il territorio di Sapri fu “dismembrato” dalla contea di Policastro dei Carafa
Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. E’ molto probabile che il territorio di Sapri, la porzione occidentale ovvero quella che dall’attuale località “Fortino” e fino al Cimitero dipendesse dai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca. Ad un certo punto della storia, e questo però non viene chiarito ne dal Tancredi che dal Mallamaci, il vecchio “Portus Saprorum” diventa “Marina di Torraca” perche tutto il suo territorio apparterrà ai Palamolla, Baroni di Torraca. Sui possedimenti dei Carafa della Spina, conti di Policastro ed il passaggio della Terra di Sapri ad altri feudatari è interessante una “rivela” del 1742. Questa “rivela” parla dello “smembramento” della Contea di Policastro. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a p. 92, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Notevole è pure il fascicolo che contiene la Rivela fatta da Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro, in qualità di fattore, ma è molto difficile la decifrazione della grafia. Comunque, è certo che all’inizio si parla dell’ubicazione geografica del Porto di Sapri e delle sue ultime vicende storiche, riferite allo smembramento della Contea di Policastro. Ne riportiamo qualche stralcio per intenderne l’importanza. “Antonio La Corte della Terra di Sapri, Erario dell’E.ma Casa del Sig.re Principe D. Girardo Caraffa, Conte di Policastro, Cavaliere Napolitano, et habitante in detta Città di Napoli, rivela come, quantunque il Feudo del med.mo dovesse andar compreso con la Città di Policastro, e nel Catasto si forma dalla med.ma, nò cadesse più proprio, il Rivelo delli suddetti beni sì esser fatto Sapri corpo compreso nella Contea di detta Città, e nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra, nulla però di meno, affinchè restino separatamente Rivelate, et adempita la mente di S. M. (ch’Iddio guardi) Rivela possedersi da detto Ecc.mo Sig.re li seguenti beni propri, e li infrascribe Redditi senza recare menomo pregiudizio alle rag.ni di detta città, e sono …” (Firma).”. Dunque, come scriveva il Tancredi presentandoci dei documenti “Rivele” che riguardavano alcuni parroci della Diocesi di Policastro ed in particolare quella di “Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro”, preposto del conte di Policastro Gerardo Carafa nel 1742, nella “rivela” del La Corte, fattore del conte di Policastro Gerardo Carafa, il territorio di Sapri doveva appartenere ai Carafa conti di Policastro. Secondo questo manoscritto il detto territorio fu “dismembrato” (dalla Contea dei Conti di Policastro), nel 1605: “nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, ecc..”. Infatti, il barone di Torraca, Decio Palamolla, pare che abbia acquistato solo dopo la Terra di Sapri dai Conti di Policastro i Carafa della Spina. Secondo il documento del 1742, la contea di Policastro dipendente dai conti Carafa della Spina, nel 1605 fu “dismembrato” dal territorio del porto di Sapri, ovvero tutta la porzione di territorio che si estendeva dalla torre del Buondormire alla Torre di Capobianco (il porto e la baia di Sapri) che dovettero passare ai Palamolla di Torraca. Infatti come ho già scritto la citazione del Celico (….) che scriveva appunto che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Riguardo i possedimenti dei Carafa, conti di Policastro è molto interessante ciò che si scrive nel prosieguo della “Rivela” del La Corte, fiduciario del conte Gerardo Carafa nel 1742. Si scrive che il territorio di Sapri nel 1742 venne “et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra ecc…”. Dunque, in sostanza, in questo documento si afferma che prima del 1605 e poi pure dopo il 1742, il territorio che apparteneva alla Contea di Policastro dipendente dai Carafa della Spina consisteva “…la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, ecc…”. Dunque, la marina o la fascia costiera che si estendeva dai confini di Camerota, volgarmente detta “Li Marcellini” fino al Canale di Mezzanotte, confine con la Basilicata.
Parte del territorio di Sapri incluso negli antichi possedimenti dell’abbazia di S. Giovanni a Piro
Riguardo “l’apprezzo” di Sapri, ovvero il suo territorio e dipendenza, vorrei citare quanto ho letto scritto da Matteo Camera (….), che nel 1876, nel suo capitolo I: “Origine e fondazione di Amalfi ecc.”, del suo “Memorie Storico-Diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi”, scritta sulla scorta di antichissimi manoscritti raccolti dall’autore, a pp. 4-5 parlando dell’antichissima città di Melphi o Molpa, in proposito scriveva che: “Malgrado il lungo andare dè secoli rimangono, rimangono colà tuttavia dei ruderi dove giaceva l’antica Melfe o Amalfi lucana. Il suo fabbricato stava alquanto discosto dal lido ed in mezzo ad una piccola valle. Abbiamo sott’occhio una vecchia ‘memoria’ forense di contenzioso possedimento territoriale, tra l’Abate di S. Giovanni ‘a Piro’, utile signore di essa terra, contro il conte e la contessa di Policastro, nell’anno 1513; in cui a pagina 113, negli articoli XVII, XVIII, XIX troviamo scritto: “come da tempo immemorabile dal vallone nominato Amalphi la vecchia, verso ponente insino alli scogli di Pretralua verso levante, il mare sempre ha battuto ed al presente batte il territorio della terra detta di san Giovanni, senza che tra il mare et territorio predetto se interponga alcun territorio in mezzo ecc…Item” :
In sostanza, lo storico Amalfitano Matteo Camera, scrivendo delle origini della città di Amalfi citava il testo di Pietro Marcellino Di Luccia (….), il suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700 a Roma. Il Di Luccia (….), nei suoi capitoli XVII-XVIII, XIX scriveva del territorio che apparteneva all’antichissima Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro e diceva che questo territorio, che dipendeva da essa, si estendeva dall’antichissima città scomparsa di “Amalphi vecchia” fino al Canale di Mezzanotte, attuale confine con la Basilicata. Dunque, i possedimenti dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, secondo il Di Luccia (…), nell’antichità comprendevano anche la fascia costiera ed il territorio di Sapri. L’antica città di “Petralua” doveva essere l’antica città sepolta di Vibone lucana, attuale Vibonati. Infatti, a Villammare esiste la Torre Petrasia che sorge sull’omonima area. Interessante è ciò che scriveva il Di Luccia (…), a p…..:“come dal sopradetto vallone di Amalphi la vecchia, seu Marcellino, calando verso levante si viene alla marina della grotta del porco, e de là alle marine delle Massete, del Molaro, di Garigliano, dell’Ogliastro, dello Scario et insino alli scogli di Petralua, quale marine sono state, e sono marine della terra di S. Giovanni, e così sono nominate, e sono e si tieneno, trattano, e reputano comunemente e generalmente” ecc..(1).”. Il Di Luccia (….), riportato dal Camera (….), scriveva che l’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva tutte le marine sulla fascia costiera compresa fra la vecchia Molpa, ossia una città scomparsa che ho individuato nella “Carta del Cilento“, una carta d’epoca aragonese fino agli scogli di “Petralua” (Villammare). Il Di Luccia (….), nel suo Trattato si basò sugli atti del processo del 1513 tra il Casale di San Giovanni a Piro ed i Carafa della Spina, Conti di Policastro. Io credo che però non è da escludere che l’Abbazia di S. Giovanni a Piro abbia avuto dei possedimenti o delle dipendenze anche nel territorio di Sapri e di Torraca. Infatti, a Sapri vi erano le grangie di S. Nicola e di S. Fantino, poste entrambe nel territorio Saprese. Io credo che diverse dipendendenze dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, dipendenze “extra moenia” siano state in seguito inglobate nei possedimenti alle dirette dipendenze dei Carafa degli Spina, Conti di Policastro e per questi motivi, nei primi del ‘500 sorsero conflitti e cause civili tra i Palamolla di Torraca ed i Carafa di Policastro.
Infatti, riguardo l’antica cappella del SS. Rosario a Sapri, posta appunto nel piccolo quartiere del “Rosario”, Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 58 che scriveva in proposito: “Fu fondata da D. Francesco Antonio Magaldi di Torraca, Canonico Cantore della Cattedrale di Policastro, nel feudo di Sapri dei Palamolla, nel 1706 e fu dotato dei seguenti beni: un capitale di 145 ducati, 4 vigneti in Sapri colla rendita di 200 ducati; un castagneto al Castellaro di Capitello ed una chiusa al Pallarete, colla rendita di 10 carlini (= 20 ducati); 40 vacche, colla rendita di 160 ducati; mezzo tomolo di terra pure in Sapri, colla rendita di 4 carlini. Il tutto assommava a 525 ducati (26)”. Il Tancredi riporta il documento diocesano (7) che descrive le rendite ed i beni assegnati a questa Cappella. Di questa antica Cappella di Sapri, ne parla il prelato Rocco Gaetani, nel suo libro su Torraca (1). Il Tancredi (…) a p. 58, nella sua nota (7) postillava che: “(26) A.D.P.: Ufficio Amministrativo Diocesano: Sapri, Capp. S. Rosario 1706.”. Dunque, secondo l’antico documento diocesano presentato dal Tancredi, la cappella del SS. Rosario in via Cassndra a Sapri era stata dotata di un “castegneto al Castellaro di Capitello ed una chiusa al Pallarete, colla rendita di 10 carlini (= 20 ducati)”. Una piccola cappella fondata dal Barone Palamolla dotata di un castagneto al Castellaro di Capitello.
I Carafa della Spina di Policastro e le loro indebite usurpazioni
Da Ferdinando Palazzo (…), che scrisse sulla scorta di Pietro Marcellino di Luccia (…) e del suo ‘Trattato Historico-Legale‘, che dopo il 1587, anno in cui il feudo di Policastro, passò nelle mani del Conte di Policastro: “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Poi esiste l’altro documento citato, il ‘Trattato historico legale’, scritto dall’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia nel 1700 (3) che, nel 1669, fu incaricato dall’amministrazione della Cappella romana del SS. Presepe (Cappella Sistina) – a cui era passata nel 1587 per Commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (3) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che come scriveva il Palazzo (15):“…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei dueenti.”. Dunque, è dal 1599, il territorio saprese che, apparteneva alla baronia dei Palamolla di Torraca (signori di Scalea) e, la Curia vescovile e con il Conte di Policastro, vi furono sempre continui conflitti legali. Pietro Ebner (…), riferendosi al casale di San Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “L’ampia memoria storica legale del Di Luccia, dimostrò le indebite usurpazioni subite dalla badia dei poteri spirituali e temporali sul casale.”, che senza alcun dubbio spettavano alla Commenda basiliana per la sua stessa natura di Baronato. Infatti, proprio a causa di queste controversie legali e delle usurpazioni dei Conti Carafa della Spina – foraggiate dalla Curia Vescovile di Policastro – che il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’ ecc.., scritta poi nel 1831, ha scritto quasi nulla sul Cenobio basiliano, sulla sua lunga storia e sui suoi possedimenti nel territorio.”.
Nel 20 marzo 1614, la Sentenza della Causa tra alcuni Sapresi contro Decio Palamolla, Barone di Torraca e di Sapri
In seguito all’acquisto della Terra di Sapri da parte del Barone di Torraca Decio Palamolla che l’acquistò nel 1605, secondo il Celico (….) dai Conti Carafa di Policastro sorsero dei litigi tra i sapresi che tenevano terreni nell’agro di Sapri e che coltivavano a vigne e frutteti, ed il Barone Decio Palamolla. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, a p. 11, parlando delle origini di Sapri cita un interessante documento. Il Gaetani in proposito scriveva che: “La piccola colonia agricola dei Torracchesi si crebbe di numero ed ebbe bisogno di baratti, di vendita, di compera di cose mangerecce e di altre cose mercanzie necessarie alla vita (1).”. Il barone (v. p. 12), vi esercitava una specie di monopolio coi campagnoli, marinai e passanti, possedendovi una ‘taverna’ e, volendo, pur non avendo il diritto di proibire, ‘jus prohibendi’, tutto per sè con l’altrui danno, vietò ogni commercio, l’apertura di altre osterie e perfino di edificarle. Ecc..”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39, riferendosi al Barone di Torraca e Signore del Porto di Sapri, Decio Palamolla, in proposito scriveva che: “La colonia marittima torrachese, ecc….Il barone esercitava una specie di monopolio coi sapresi, possedendovi una ‘taverna’, e, volendo, tutto a suo vantaggio, pur non avendo il diritto di proibire (jus prohibendi) vietò ogni commercio e con esso la costruzione e l’apertura di altre osterie. Ecc..”. Scrive e aggiunge il Gaetani che: “I torracchesi, che non furono mai servi e vassalli, ma sempre liberi cittadini, si querelarono con la regia podestà dell’aggravio ed ebbero giustizia. “Si gravano che ilbarone proibisce essi supplicanti che non vendano robe commestibili al porto di Sapri, ma vuole che solo si venda nelle sue taverne e che possano esse supplicanti tenere le loro taverne aperte e vendere a voglia loro e a chi li piace.“. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (34) postillava che: “(34) Arch. di Stato di Napoli: Atti de li esami presso dell’Esaminatore del S. C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, P.O. fol. 217.”. Giovan Giacomo Palamolla, nel frontespizio di una sua opera in latino si disse “ex Baronibusterrae Turracae etPortusSaprorum “. Il Gaetani (…) a p. 11 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gravamina pro Unitate Terrae Tuccacae contra Detium Palamolla primum Baronem ex praesentibus in S. R.C. proposita et decisa ac aliae Provisiones in beneficium ipsaemet unitatis expeditae, in praesenti libello, diligenter exaratae, noviterque in hoc anno Millesimo, septigentesimo octogesimo exscriptae ad posterum memoriam. Regnante Ferdinando IV utriusque Siciliae Hyerusalem Rege etc. Turracae Anno Domini 1780. Superiorum permissu et facultate.”. Sempre il Gaetani a p. 12 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gravamina etc 38, fol. 6. Si gravano, come alcuni cittadini tengono certe vigne nella Marina, delle quali ne pagano tomola uno e mezzo per ogni parte, che in tutto sono tomola ventuno: supplicano provvedersi, ‘quod abstineat’. – Risposta: “Sub die duedecimo Decembris millesimi sexcentesimi decimi quarti. Baro non impediatur exigere terraticum in Demanio et terris Baronalibus iuxta solitum”. Fol. 7.”. Scrive sempre il Gaetani (…) a p. 12 che “la risposta favorevole è del 20 marzo1614.Alla proibizione:“verum quoad terram Saprorum non liceat civibus Turracae erigere tabernas,sivetuguria pro vendendis rebus commestilibus in Littore Maris (1). “Si gravano, come alcunicittadini tengono certe vigne nella Marina, delle quali ne pagano tomola uno e mezzo per ogni parte, che in tutto sono tomola ventuno: supplicano provvedersi…”. Scrive il Tancredi che: “I torrachesi, che erano stati sempre liberi cittadini e non servi e vassalli, mossero querela al Re di Napoli, per l’aggravio ed ebbero giustizia; la sentenza favorevole è datata 20 marzo 1614 (35).”. Sempre il Tancredi (…), a p. 40, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Arch. di Stato di Napoli: “Gravamina pro Unitate huius Terrae Turracae contra Detium Palamolla primum Baronem ex ……….Cap. 38, f. 6: Si gravano, come alcuni cittadini tengono certe vigne nella Marina, ecc….Risposta: “Sub die duodecimo decembris millesimi sexcentesemi decimi quarti. Baro non impediatur exigere terraticum in Demanio et terris Baronalibus juxta solitum”, fol. 6 e 7. = Si gravano che il barone proibisce ecc…..”.
Nel 1648, Torraca contava 117 fuochi che moltiplicato per 6 = 702 abitanti
Nel 1805, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno di Napoli”, vol. IX, a p. 192 così scriveva di Torraca: “Nel 1532 la ritroviamo tassata per fuochi 69, nel 1545 per 76, nel 1561 per 86, nel 1595 per 100, nel 1648 per 117, e nel 1669 per 62.”.
Nel 1648 e 1669, Sapri non figura tra i centri censiti da Ottavio Beltrano
Sapri non rifigura tra quei centri censiti per i soli anni 1648 e 1669, riportati da Ottavio Beltrano (…) nel suo ‘Breve descrizione del Regno di Napoli’, che sappiamo essere stato pubblicato a Napoli nel 1644, la sua prima edizione. In questo testo il Beltrano riporta la popolazione di alcuni centri del basso Cilento appartenenti al Principatro Citra o Citeriore del Regno di Napoli le cui numerazioni sono tratte dai dati di alcuni censimenti effettuati nel secolo XVII come ad esempio quelli del 1648 e poi l’altro del 1669. In questi due censimenti pare non figurasse Sapri o Terra Saprorum in quanto questo territorio all’epoca apparteneva ai Palamolla di Torraca e dunque rientrava nell’esile popolazione dell’Università di Torraca. Il Beltrano enumera i fuochi, le famiglie presenti nel Principato Citra da p. 147 e seguenti.
(Fig….) Beltrano Ottavio, op. cit., p….., sul Principato Citra nel Regno di Napoli
Nel 22 maggio 1656, un documento di Carlo Palamolla
Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39 nella sua nota (32) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: ‘Quinternione feudale’, vol. 180, pag. 213, Memoriale dei Diritti demaniali e concessi dal Vice Re D. Enrico Guzma, regnante Filippo d’Aragona….’Il dottor Marc’Antonio Vulcano espone a Vostra Eccellenza come fosse espediente a Scipione e Costanza Gambacorta, pupilli, che si venda la terra della Torraca della Provincia di Principato Citra, etc..Item la taverna sita al Porto di Sapri, etc…”Questi gli stralci di parte del contratto presentato alla Regia Camera Sommaria in Napoli il 25 ottobre 1599. Da ‘Notamenti de Registri significato’, manoscritto in Biblioteca Provinciale di Salerno, n. 96, pag. 1084, risulta quanto segue: “Dominus Carolus Palamolla; filius quondam Detii Palamolla petit investituram terrae Torracae in Principato Citra annorum redditibus ducatorum 113 cum expressione corporum per obitum dicti eius patris et dicit quod feudam Sapri fuit venditum ad instantiam creditorum et emptum ab illustri duce Medinae (Guzman) et expressa (salt. ut “significatoria”) die 22 maii 1656.”. Dal contesto si comprende che poco prima del 1656 feudatario era questo Palamolla e che il feudo fu acquistato dal Guzman, che, probabilmente, è quel milite impegnato nella repressione di Masaniello: in verità, furono due, uno a Napoli e uno a Salerno. Occorrerebbe cercarne la genealogia.”. Sulla figura del Vicerè spagnolo nel Regno di Napoli don Enrico Guzma……
Nel 1669, Torraca contava 62 fuochi che moltiplicato per 6 = 372 abitanti
Dal Nel 1805, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno di Napoli”, vol. IX, a p. 192 così scriveva di Torraca: “Nel 1532 la ritroviamo tassata per fuochi 69, nel 1545 per 76, nel 1561 per 86, nel 1595 per 100, nel 1648 per 117, e nel 1669 per 62.”.
Nel 1671, Sapri nel verbale della visita del Vescovo di Policastro De Silva
Dal documento diocesano sulla “Prima visitatioEpiscopi de Silva“ datato 1671, apprendiamo che nel 1671 da poco era stata costruita nel feudo del Porto di Sapri, la Cappella di San Antonio di Padova al Timpone ove “vi si celebravanei giorni festivi di precetto, salvo nelle domeniche nelle quali la messa si diceva nella Cappella di San Giovanni“. Anche la Cappella di San Giovanni, secondo il Gaetani, fu fatta costruire dal Barone Palamolla e con i sussidi dei buoni sapresi del Porto di Sapri, i quali dal 1714 pagarono le decime.
Nel 1658, Vespasiano Palamolla, 3° Barone di Torraca e della Terra di Sapri
Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “3° Vespasiano Palamolla, 3° Barone, ebbe a moglie donna Lucrezia Salone, figlia del Barone di Castrocucco “. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “…..a lui successe Vespasiano, sposato a Lucrezia Salone, figlia del barone di Castrocucco. Ecc..”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “Nel 1658, a due anni dalla terribile peste che, come tutti gli altri paesi del Cilento decimò anche qui la scarsa popolazione, subentrò nel dominio del feudo Vespasiano Palamolla, che ebbe per moglie donna Lucrezia Salone, figlia del barone di Castrocucco. Ecc…”. Dunque, secondo il Guzzo fu nel 1658 che Vespasiano Palamolla successe a Carlo Palamolla e diventò 3° barone di Torraca e di Sapri. Vespasiano Palamolla sposò donna Lucrezia Salone dei baroni di Castrocucco. Su donna Lucrezia Salone, baronessa di Castrocucco e figlia di del Barone di Castrocucco vi sono alcue notizie tratte dalla rete. Lo storico, verso il 1890 Michele Lacava (….) chiese e ottenne da Bartolomeo Capasso, all’epoca direttore dell’archivio, un sunto di quei documenti per un suo libro; dai suoi appunti possiamo seguire, a grandi linee, la successiva storia del feudo. Lacava appuntò come «nel 1470 Re Ferrante investì Galiotto Pascale di Policastro del castello diruto e disabitato di Castrocucco in Provincia di Valle di Crati e Terra Giordana, cum eius arce juribus etc. Nel 1563 il detto castello fu venduto a Giulia De Rosa dall’incantatore del Sacro Regio Consiglio per esecuzione contro Antonio Varavalle. Nel 1573 lo stesso castello fu venduto a Giovan Cola de Giordano… Nel 1603 era possessore di Castrocucco, Fabio Giordano… Nel 1680 Domenica Giordano, Baronessa di Castrocucco, legittima moglie di D. Bonaventura Salone Caracciolo donò a D.a Francesca Greco sua figlia primogenita la Terra seu Castello di Castrocucco sito in Provincia di Basilicata» . Dunque, secondo i ‘Cedolaria’ e il Lacava, nel 1680 un Don Bonaventura Salone Caracciolo, Barone di Castrocucco, forse era il padre di donna Lucrezia Salone Caracciolo che era andata sposa a Vespasiano Palamolla. Intanto, nel 1664 la nobildonna Francesca Greco aveva sposato Antonio Labanchi, attraverso cui questa famiglia acquisì il titolo di barone di Castrocucco e che conserverà fino all’abolizione della feudalità.
Nel 1671, a Sapri, al Timpone, da poco era sorta la “cappella di S. Antonio di Padova”
Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, parlando del “Porto di Sapri” e delle sue origini a p. 36, in proposito scriveva che: “Nel 1671, da poco erasi costruita nel feudo del Porto di Sapri, la cappella di S. Antonio di Padova per devozione dei fedeli e per comodo dei circonvicini. Vi si celebrava nei giorni festivi di precetto, salvo nelle domeniche nelle quali la messa si diceva nella cappella di S. Giovanni (1).”. Il Gaetani (….), a p. 36, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Prima visitatio Episcopi de Sylva, 6 novembre 1671 – Cappella Sancti Antonio de Padua – “Nuper fuit constructa in eodem faudo Portus Saprorum ex fidelium devotione et ad ipsorum ibidem commemoratium commodum, ex eo quia in ea singulis diebus festivis de praecepto praeter Dominicas in quibus celebratur in altera Cappella Sancti Joannis. Onus missarum est 28. Pariter est competenter ornata cum calice”. Dunque, stando al verbale della visita episcopale del vescovo di policastro Mons. De Sylva il 6 novembre 1671, le messe di domenica, a Sapri venivano celebrate nella cappella di S. Giovanni che al momento dunque risulta ancora più antica di quella data. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a pp. 90-91, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Riteniamo opportuno dare qualche notizia circa i possedimenti nell’anno 1742, come risultano dai Catasti Onciari, volume 4342, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Si tratta delle dichiarazioni catastali o fiscali, rilasciate dagli abitanti della Terra di Sapri. Le così dette ‘Rivele’ sono, appunto, le dichiarazioni fatte dai proprietari circa i redditi e le tasse che versavano all’erario. Il Vol. 4342, oltre alle ‘Rivele’ degli abitanti del posto, contiene anche quelle delle contrade limitrofe (Bonati, Rivello, Lagonegro), dei Sacerdoti di Maratea, della Grancia di policastro ecc…. Le ‘Rivele’ iniziano con una frase che si ripete ecc…ecc…Di notevole importanza è il fascicolo riguardante la Rivela del Parroco, sotto il titolo “Chiesa Parrocchiale di Sapri”, si legge: “Rivelo io D. Biagio Lacorte, Procuratore di questo Reverendo Clero di questa Parrocchial Chiesa sotto il titolo della SS.ma Concezione della Beata Vergine, come detta Chiesa non possiede Beni stabili per essere stata eretta da quindici anni in circa, cosa che ancora non è completa di fabbrica, anzi scarsissima di utensili, solamente possiede…..In detta Rivela si parla, tra l’altro di Messe da celebrare per la somma di un carlino di elemosina per ogni Messa, come si evince dall’istrumento rogato dal Notar Giovanni Pietro Ricciardo della Terra di Bonati nell’anno 1719. E’ specificato il numero delle Messe (470) per li sopra donatori della Chiesa. Si parla anche delle quantità di grano che si paga alla Rev.ma Mensa Vescovile di Policastro. Questa è l’ultima annotatazione della Rivela riguardante i beni della Chiesa Parrocchiale non ha altri Altari, se non che il solo Altare maggiore, ancora non perfezionato. Vi sono, bensì, in questo tenimento di Sapri la cappella di San Giovanni, amministrata dal Reverendo Clero di Torraca, v’è altresì la cappella del SS. Rosario, amministrata dal Reverendo Canonico Domenico Cavalieri, la cappella di S. Antonio di Padova, anche anmministrata dal Rev.do Clero di Torraca, per essere fondata da benefattori prima dell’erezione di questa Chiesa Parrocchiale, ed altra cappella di S. Giovanni Battista (8) amministrata dalli Revv. di PP. di S. Francesco di Paula del convento di Bonati, per le rendite dei quali mi rimetto alla Rivela dell’Amministratore di essa….”. Dunque, secondo l’antico documento (“Rivela del Parroco della Chiesa Parrocchiale di Sapri”), il Tancredi afferma che la cappella di SS. Rosario in via Cassandra a Sapri era amministrata dal reverendo canonico Domenico Cavalieri.
Nel 1600, nel Porto di Sapri, Scipione Eboli e Giovanna Rosa
Secondo il sacerdote Luigi Tancredi il primo parroco di Sapri, Don Gennaro Eboli nacque nel 1692 e morì nel 1805. Il Tancredi dice pure che Gennaro nacque dall’unione di Scipione Eboli coniugato con Giovanna Rosa. Scipione Eboli lo ritroviamo anche nel documento del 1719. Se il figlio Gennaro Eboli nacque nel 1692 è molto probabile che il matrimonio tra Scipione e Giovanna si ebbe o lo stesso anno (1692) o l’anno prima (1691). I matrimoni a Sapri vennero offciati dai sacerdoti della chiesa di Torraca di cui però non abbiamo i registri delle nascite. Presso l’Archivio di Stato di Salerno, i registri delle nascite per Torraca iniziano nel 1809. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nella sua “Sapri giovane e antica”, a pp. 72-73 parlando della chiesa parrocchiale di Sapri in proposito scriveva che: “La vita del primo parroco Don Gennaro Eboli, figlio di Scipione e di Giovanna Rosa, fu molto lunga, perchè si protrasse per oltre un secolo. Ebbe una fibra vigorosa e guidò il popolo ecc…”. Sempre il Tancredi a p. 75, nell’elenco dei Sacerdoti di Sapri elenca “D. Gennaro Eboli, 1692-1805”. Dunque secondo il Tancredi il primo parroco di Sapri, Don Gennaro Eboli nacque nel 1692 da Scipione Eboli e dall’unione di Giovanna Rosa.
I sacerdoti di Torraca D. Donato e D. Domenico Stoduti che esercitarono a Sapri
Sulle origini di Rocco Stoduti è interessante notare che a Sapri vi era un Arciprete chiamato Domenico Stoduti. Infatti, rileviamo dal sacerdote Luigi Tancredi (….), nella sua “Sapri giovane e antica”, a pp. 72-73 parlando della chiesa parrocchiale di Sapri in proposito scriveva che: “Si veniva, intanto formando un nuovo clero: nel 600 c’erano già 50 sacerdoti, appartenenti a famiglie distinte, come risulta da apposito elenco, che dettero vita e slancio operativo a Sapri, sotto la direzione pastorale di Don Francesco Magaldi, Don Daniele Mangia (54) Don Domenico Stoduti. Quest’ultimo è citato nel 1717. La vita del primo parroco Don Gennaro Eboli, figlio di Scipione e di Giovanna Rosa, fu molto lunga, perchè si protrasse per oltre un secolo. Ebbe una fibra vigorosa e guidò il popolo ecc…”. Dunque, secondo il Tancredi nel 1717 si citava un Don Domenico Stoduti forse un sacerdote proveniente dalla chiesa di Torraca. Sempre il Tancredi a pp. 73-74 parlando del “Clero di Torraca che ha operato a Sapri dal primo ‘600 al 1719” cita un “D. Donato Stoduti 1670-1727”; e anche un “D. Domenico Stoduti 1688-1733.”.
Nel 1692, nel Porto di Sapri nasce Gennaro Eboli
Nel 1695-96, la ‘Platea dei beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro’ redatta dal notaio Domenico Magliano
Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo: ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, parlando di Torraca, a pp. 151-152 ecc.. fa luce (…) su un antico documento manoscritto conservato presso l’Archivio Diocesano di Policastro e citato pure dal Di Luccia (….). Si tratta di un documento del 1695 (….): “La Platea dei beni e delle rendite dell’Abbadia di S. Giovanni a Piro”, compilata nel 1695 dal notaio Domenico Magliano. Questo documento è di estrema importanza anche per Sapri in quanto in esso vengono elencati i beni e le rendite di tutti i possedimenti che dipendevano dall’antica Abbazia italo-greca prima e poi benedettina di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Il sacerdote Rocco Gaetani, a p. 152 parlando di S. Fantino morto a Tessalonica, in proposito così scriveva che: “Nè incuria degli uomini, nè l’audacia del tempo sono giunte a distrugere le robuste pareti della sua Chiesa fabbricata in mezzo a una vasta tenuta, la quale vi signoreggiava sontuosamente. La ricca Grancia di San Fantino a Torraca con le Grance di San Benedetto a Policastro, di San Gaudioso a Rivello, di San Nicola in Maratea, di San Costantino a Trecchina, di San Pietro in Maiera, di San Nicola in Grisolia appartennero alla doviziosa e antica Abbadia dè monaci Basiliani (43) di San Giovanni a Piro, che ebbe vicende or prospere or infauste, fino a che Sisto V nel 1587, con speciale bolla, l’unì ed incorporò alla insigne cappella del Santo Presepe eretta dentro la grande basilica di Santa Maria Maggiore (2). L’Abbadia Basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina, com’oggi si osserva involta di erbe e roveti. Tolgo da importante documento del 1695, la descrizione del tempietto e dei limiti delle sue larghe e molte possessioni. La Venerabile Cappella di S. Fantino dimostra magnificenza ecc…”. Dunque è proprio in questo passo che il Gaetani si richiama all’“importante documeno del 1695”. Il Gaetani a pp. 153-154 riporta il passo della descrizione della detta cappella e del territorio o possedimenti in Torraca (ma io dico in territorio Saprese) che appartenevano alla Grancia di S. Fantino.
In questo libro dei conti e dele rendite si parla della Grancia di San Fantino a Torraca e ne descrive limiti e confini (nel territorio saprese) e dice che doveva appartenere alla Badia di San Giovanni a Piro e che “tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia“. Pietro Ebner (…) parlando del cenobio basiliano di San Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Il Di Luccia (citt., p. 3) afferma che l’abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva la grancia a Sapri di S. Nicola, senza specificare però l’epoca di fondazione.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, e diversi altri effetti, possiede la Terra di S. Gio: a Piro, quale è Baronia essendo copiosa d’anime, e di ottimo Clero con sua Giurisdizione, e perchè viene al presete occupata da Monsig. di Policastro, perciò ad effetto di far vedere la verità del fatto, ho determinato di fare una digressione nell’origine di detta Abbadia, e Terra, ecc…” .
(Fig….) Di Luccia P.M., op. cit., p. 3
Il Di Luccia (…), affermava che l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, possedeva a Sapri la grancia di San Nicola e la grancia di S. Fantino a Torraca, ma non specificava niente altro. Incominciamo col dire subito che la citazione del Di Luccia (…), poi in seguito confermata da Domenico Martire (…) e dal Cappelli (…), dei due possedimenti “…di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca”, la grangia di S. Fantino veniva citata a Torraca perchè Sapri o il suo “Porto”, all’epoca del Di Luccia (…), 1700, era ancora posto nel territorio dell’Università o Baronia o Feudo di Torraca, allora dei Palamolla. Dunque, la grancia di S. Fantino, si trovava nel territorio Saprese. La notizia di della grancia di S. Fantino a Torraca, è citata anche in seguito dal Gaetani (…) che, in proposito, fa luce. Il Gaetani (…) nel suo libro su Torraca: ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, riporta uno stralcio dell’antico documento notarile manoscritto del 1695 (3) il quale, parla della ‘Grancia di San Fantino’, che apparteneva in origine all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, quindi confermando la notizia del Di Luccia (…), descrivendone limiti e confini nel territorio saprese. Il documento (…), descrive le Grancie di S. Fantino e di S. Nicola, site nel porto di Torraca (o di Sapri) che, però erano molto più antiche del documento in questione. Il documento del 1695-96, del notaio Domenico Magliano (…) è, quasi contemporaneo di altri due importantissimi documenti che riguardano la storia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e dei suoi possedimenti. Si tratta di due importantissimi ed unici documenti da cui è possibile trarre alcune uniche notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro ed i suoi possedimenti sul nostro territorio ed in particolare in quello Saprese. Dal documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (…), conservato nell’Archivio Diocesano di Policastro, di cui il Gaetani (…), ha pubblicato un piccolo stralcio trascritto e, di cui ivi pubblico alcune pagine originali, si possono trarre interessantissime notizie storiche sulle origini ed i possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e su alcuni suoi possedimenti nel territorio Saprese e di Torraca. Infatti, questo documento (…), è interessante anche per la storia di Sapri, dell’Università (Comune) di Torraca e quindi del territorio Saprese a cui in quel tempo apparteneva. Il Gaetani (…), in proposito alla ‘Cappella di S. Fantino‘, pubblicò il passo trascritto del documento illustrato in Figg….., tratto dal documento notarile del Magliano (…), del 1695. Il documento illustrato nell’immagine di Fig…., si legge, nel territorio di “Torraca. La quì sottoscritta Badia di S. Fantino e ducati annue rendite in doti dieci carlini sottoposto a due terzi è stata venduta dal Rag: Zifao al Don Francesco Falci di Napoli, come da Istrumento del Rag. Notaro Nunzio Pacileo di Napoli, al quale a me presentato. Die Xma (decima) gbri ibgS (?), con ordine e dal D. Falce ceduto alli fratelli D: Zif… D: Filippo ed Alfieri e D: Francesco Brandi di Torraca; anche Pasquale Falce. Cappella di S. Fantini, sita et posta in Tra (terra) Torraca Provinciae Salernitana et Diocesis Paleocastrens, et Grancia ….de alys est et est annesa et unita Abb.e (Abbazia) …..Joanni a Pyro Abba acque est annesa S. Capp. e Presepy in Basilica S. Maria Maiory de Urbe quoque ……concessi fuerunt con………..Rev. D. Egidio Sorrentino…..Joanny a Pyro……….ecc… D. Michele Brancaleone et F.sco Tomaso Mercadante..”.
(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (…) – Particolare tratto da pag. 163 che riporta i possedimenti a Torraca
Sappiamo che questi antichi edifici sorgevano nel territorio Saprese che all’epoca dipendeva dall’Università o Feudo che apparteneva ai Palamolla di Torraca. Dunque, la ‘platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro’ redatta dal Notaio Domenico Magliano nel 1695-96, citata e trascritta in parte dal Gaetani (…), riguardo il possedimento di Torraca, diceva che quì (riferendosi al feudo di Torraca), vi era la “sottoscritta Badia di S. Fantino” fu venduta dal Ragioniere Zifao a Francesco Falci di Napoli per ‘ducati annue rendite in doti dieci carlini sottoposto a due terzi’, con Atto pubblico (Istrumento) del Rag. Notaro Nunzio Pacileo di Napoli, e aggiunge “al quale a me presentato. La ‘Platea’ continua e dice che Don Francesco Falce di Napoli, cedette la detta Badia di S. Fantino “alli fratelli D: Zif… D: Filippo ed Alfieri e D: Francesco Brandi di Torraca; anche Pasquale Falce.”. Sempre nella “Platea”, leggiamo che: “Cappella di S. Fantini, sita et posta in Tra (terra) Torraca Provinciae Salernitana et Diocesis Paleocastrens, ecc..”. Dunque, in questo passo, la Platea dei beni redatta nel 1695-96 dal notaio Domenico Magliano, ci informa che a Torraca o nel suo feudo vi erano a quei tempi distintamente tre edifici: la Badia di S. Fantino, la Cappella di S. Fantino e la grancia di S. Fantino. Riguardo la grancia di S. Fantino, la platea dei beni e delle rendite (…), redatta dal notaio Domenico Magliano nel 1695-96, dice che: “….et Grancia ….de alys est et est annesa et unita Abb.e (Abbazia) …..Joanni a Pyro Abba acque est annesa S. Capp. e Presepy in Basilica S. Maria Maiory de Urbe quoque ……concessi fuerunt con………..Rev. D. Egidio Sorrentino…..Joanny a Pyro……….ecc… D. Michele Brancaleone et F.sco Tomaso Mercadante..”, ovvero dice che la Grancia di S. Fantino posta nel feudo di Torraca dipendeva dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro che era stata annessa (aggregata) alla Cappella del Presepe dalla Basilica di Santa Maria Maggiore “con……………..Rev.GillesD.Sorrentino..JoannydaPyro……… … ….eccD.MicheleBrancaleoneeF.scoTomasoMercadante”. Chi erano i due notabili Reverendo Egidio Sorrentino, Michele Brancaleone e Tomaso Mercadante ?.
(Fig. 4) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (5) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.
Le notizie di alcuni possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro nel territorio Saprese e le sue origini, di cui parleremo – sono molto più antiche del documento (…) del Notaio Domenico Magliano
(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; Manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (…)
Nel 1695-96, i confini del territorio della Grancia di S. Fantino in “Terra di Torraca” (campagne di Sapri)
La ‘Grangia’, secondo il Visconti (…):“Era particolarmente nelle Abbazie benedettine, il magazzino destinato alla conservazione dei prodotti agricoli che i monaci ricavavano dai loro terreni. Faceva parte di solito, del complesso monastico, ma nei monasteri dei Cistercensi, a causa dello sviluppo delle abbazie, la grangia venne costruita anche in località non lontane dall’Abbazia stessa, ed ospitava i conversi che sotto la guida di un monaco anziano erano addetti ai lavori nei campi.”. Il Gaetani (…), che, in proposito alla ‘Grancia di San Fantino’, possedimento dell’antica Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, sita nel territorio Saprese (Torraca), pubblicò anche la trascrizione del contenuto del documento (…) illustrato nell’immagine di Fig…. (pag. 153), dove si descrivono i confini del territorio della ‘Grancia di S. Fantino’, riferendosi al documento (…), da cui trae il passo, scrive nella sua nota (1) postillando che: “(1)donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, ecc…”, trascrive il documento: “Incomincia il territorio di detta Grancia, sita et posta nel territorio di detta Terra di Torraca, da Ponente vi è il vallone che sparte la foresta de Cercole del Barone della Torraca detto lo Saracino, et và a basso per detto vallone insino allo vallone detto della Chiusa della Sorba, poi saglie per la via pubblica, per sopra il scariazzo di m.ro Francesco Brando, et circuisce detta via detto territorio, et poi circuisce la Chiusura, che fu del q.m D. Flaminio Barra renditia à detta Grancia et per sopra la vigna fu di Mario Campanella, che hoggi si possiede dal Abbate D. Francesco Magaldo, et p. sopra la Chiusura del D.co Tommaso Mercadante, per sopra la vigna di Francesco di Loise, per sopra la vigna di Gio Tommaso Brando, per sopra la vigna di D. Daniele mangia, per sopra le Castagne, et cerque di Luca Palamolla, et Domenico mercadante pe sopra le Cerque furno di q.m. Cesare Brando, per sopra la Chiusura della Coia, poseduta da Francesco Brando di Celio, per sopra le Cerque di D. Giacomo Antonio Brando, et per sopra la terra possedeva il q.m Gio. Antonio Alias Cisina, hoggi devoluta à dètta Grancia et scende al’ vallone sparte la foresta del Barone, da parte di Ponente chiamata la foresta dello Saraceno (1).”. Dalla descrizione delle terre annesse alla Grancia di S. Fantino, dei confini del suo territorio e dei proprietari confinanti che riporta il Gaetani, non siamo riusciti ad individuare l’esatta sua localizzazione che aveva questo possedimento nel 1689. Possiamo solo dire in proposito che la Grancia di S. Fantino si trovava nel territorio Saprese (Terra di Torraca) a ridosso del vallone di S. Martino o di Ischitello, un tempo chiamato “Piscitello” – come ci dice lo stesso Gaetani e, che detti terreni confinavano con i possedimenti del Barone Palamolla (“Barone della Torraca detto lo Saracino”), da cui dipendeva l’intero territorio Saprese. Possiamo aggiungere che la Grancia di S. Fantino, nel 1689, dipendeva sempre dall’Abbadia di S. Giovanni a Piro, i cui beni erano stati però incamerati dalla Cappella del SS. Presepe eretta dentro la sacrosanta Basilica di S. Maria Maggiore – quindi gestiti dalla Chiesa – e non più dipendente dagli Abbati dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro come era in origine e, che secondo il Gaetani (…), riferendosi alla Commenda, così scriveva: “L’Abbadia basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina”.
Nel 1689, i confini del territorio della Grancia di S. Fantino in ‘Terra di Torraca’ (territorio di Sapri ?)
La Grancia di S. Fantino, nel 1689, dipendeva sempre dall’Abbadia di S. Giovanni a Piro, i cui beni erano stati però incamerati dalla Cappella del SS. Presepe eretta dentro la sacrosanta Basilica di S. Maria Maggiore – quindi gestiti dalla Chiesa – e non più dipendente dagli Abbati dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro come era in origine e, che secondo il Gaetani (4): “L’Abbadia basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina”. La ‘Grangia’, secondo il Visconti (…):“Era particolarmente nelle Abbazie benedettine, il magazzino destinato alla conservazione dei prodotti agricoli che i monaci ricavavano dai loro terreni. Faceva parte di solito, del complesso monastico, ma nei monasteri dei Cistercensi, a causa dello sviluppo delle abbazie, la grangia venne costruita anche in località non lontane dall’Abbazia stessa, ed ospitava i conversi che sotto la guida di un monaco anziano erano addetti ai lavori nei campi.”.Il Gaetani (4), che, in proposito alla ‘Grancia di San Fantino’, possedimento dell’antica Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, sita nel territorio Saprese (Torraca), pubblicò anche la trascrizione del contenuto del documento (5) illustrato nell’immagine di Fig. 9 (pag…..), dove si descrivono i confini del territorio della ‘Grancia di S. Fantino’ riferendosi al documento (…), da cui trae il passo, nel suo ‘La fede degli Avi nostri o Ricordi storici della chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, a pp. 152-153, in proposito pubblicava la trascrizione del testo estratto di una o due pagine tratte dal documento del 1695-96 redatto dal notaio Domenico Magliano “La Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, che riguardavano la chiesa di S. Fantino a Torraca e la grancia di S. Fantino posta in territorio saprese: “Tolgo da importante documento del 1695, la descrizione del tempietto e dei limiti delle sue larghe e molte possessioni.”. Dunque, il Gaetani (…), a pp. 152-153, scrive che sulla scorta del suo amico Canonico Domenico Menta, cita e si riferisce alla “Platea di Beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro, del 1695-96”, redatta dla notaio Domenico Magliano, trascrivendone il testo di alcune pagine: “La Venerabile Cappella di S. Fantino dimostra magnificenza di spesa nell’edificio per essere d’ampiezza et altezza con pietre d’intaglio tutti i fondamenti; li quattro cantoni, ed il frontespitio, et anco un arco sopra l’altare medesimente di pietre scarpellate, stimandosi che tal edificio sia stato costrutto in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi vien detta la marina, et porto di Sapri, perchè s’aprì il monte, et entrò il mare; la detta Cappella era diuta senza tetto, et per divozione del Santo fu l’anni passati sotto lì 16 d’agosto 1689 ricorso dal Rev. D. D. Michele Brandaleone alla f. m. di P. P. Innocenco XI et commesso al q.m. mons. Rosa Vesc.vo di Policastro, et incaricato dal suddetto D. Michele, il quale n’ebbe cura, et con l’entrate di detta Cappella rifece le mura, la ricoverse, fece l’astraco Porte et Altare et di più di suo proprio, e per sua divotione ci fece intempiata, valtaltare, carta di gloria et candelieri.”, poi continua la trascrizione del testo che riguarda i confini della Grancia di S. Fantino: “Incomincia il territorio di detta Grancia, sita et posta nel territorio di detta Terra di Torraca, da Ponente vi è il vallone che sparte la foresta de Cercole del Barone della Torraca detto lo Saracino, et và a basso per detto vallone insino allo vallone detto della Chiusa della Sorba, poi saglie per la via pubblica, per sopra il scariazzo di m.ro Francesco Brando, et circuisce detta via detto territorio, et poi circuisce la Chiusura, che fu del q.m D. Flaminio Barra renditia à detta Grancia et per sopra la vigna fu di Mario Campanella, che hoggi si possiede dal Abbate D. Francesco Magaldo, et p. sopra la Chiusura del D.co Tommaso Mercadante, per sopra la vigna di Francesco di Loise, per sopra la vigna di Gio Tommaso Brando, per sopra la vigna di D. Daniele mangia, per sopra le Castagne, et cerque di Luca Palamolla, et Domenico mercadante pe sopra le Cerque furno di q.m. Cesare Brando, per sopra la Chiusura della Coia, poseduta da Francesco Brando di Celio, per sopra le Cerque di D. Giacomo Antonio Brando, et per sopra la terra possedeva il q.m Gio. Antonio Alias Cisina, hoggi devoluta à dètta Grancia et scende al’ vallone sparte la foresta del Barone, da parte di Ponente chiamata la foresta dello Saraceno (1).”. Dalla descrizione delle terre annesse alla Grancia di S. Fantino, dei confini del suo territorio e dei proprietari confinanti che riporta il Gaetani, non siamo riusciti ad individuare l’esatta sua localizzazione che aveva nel 1695-96. Possiamo solo dire in proposito che la Grancia di S. Fantino si trovava nel territorio Saprese (Terra di Torraca) a ridosso del vallone di S. Martino o di Ischitello, un tempo chiamato “Piscitello” – come ci dice lo stesso Gaetani (…) e, che detti terreni confinavano con i possedimenti del Barone Palamolla (“Barone della Torraca detto lo Saracino”), da cui dipendeva l’intero territorio Saprese.
Nel 1700, il Catasto Onciario ed i possidenti di Sapri, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli
Il Catasto onciario, precursore degli odierni catasti, rappresenta l’attuazione pratica delle norme dettate da re Carlo di Borbone nella prima metà del XVIII secolo per un riordino fiscale del regno di Napoli, progettato e diretto da Bernardo Tanucci. Nonostante fosse un catasto descrittivo, poiché non prevedeva la rappresentazione geometrica dei luoghi, fu uno strumento teso ad eliminare i privilegi goduti dalle classi più abbienti che facevano gravare i tributi fiscali sempre sulle classi più umili e di fatto rappresenta uno dei più brillanti esempi del tempo di ingegneria finanziaria e di ripartizione proporzionale del peso fiscale. Il catasto era basato su un sistema di duplice tassazione, che prevedeva sia una imposizione di tipo reale cioè sui beni e sia personale cioè sulla capitazione o testatico e sulle attività dei contribuenti e dei loro nuclei familiari. Dall’imposizione catastale per antico privilegio era esentata la città di Napoli. Si chiamò Onciario perché la valutazione dei patrimoni sia immobiliari che da bestiame o finanziari (per es. da censi attivi), veniva stimato in base all’unità monetaria teorica di riferimento, l’oncia, corrispondente a sei ducati. Era anche detta Oncia di carlini tre, in quanto ogni tre carlini di rendita, capitalizzati al tasso di interesse fissato al 5% (solo per il bestiame era fissato al 10%), equivalevano a 60 carlini, pari a sei ducati e quindi 1 Oncia di capitale o patrimonio. Veniva così introdotta anche una distinzione tra unità monetarie di riferimento per la valutazione delle rendite, adottando le valute correnti del grano, il carlino e il ducato, e per i patrimoni usando delle unità monetarie di conto come il tarì e l’oncia. È chiaro come un meccanismo volutamente semplice poteva assicurare nelle intenzioni, un prelievo fiscale generalizzato ed accertamenti molto rapidi. Per il calcolo delle imposte le persone erano distinti in diverse categorie. Una prima distinzione era effettuata fra cittadini e forestieri: i primi formavano i “fuochi” (ovvero le famiglie) dell’Università; i secondi erano solamente iscritti nell’Onciario o perché vi possedevano beni o perché vi esercitavano un’attività. La consultazione dell’Onciario, conservato in originale per tutte le università del Regno presso la Regia Camera della Sommaria (S.R.C.) poi nell’Archivio di Stato di Napoli, oltre che in copia in alcuni pochi archivi comunali, è ancora oggi, pur con tutti i suoi limiti e omissioni, una fonte preziosa di informazioni sul periodo. Sul Catasto Onciario ha scritto Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di storia dalle origini al settecento”, a p. 120, nella nota (222) postillava che: “Il metodo delle Rivele restò in vigore sino al 1741, quando Carlo di Borbone dispose il Catasto Onciario); ivi, Catasti Onciari, Caselle in Pittari, vol. 4249. Il Catasto Onciario, detto ‘Liber unciarii’ e ‘Libro di tassa’, fu iniziato il 20 di settembre dai ‘Magnificis deputatis electis in publico colloquio pro confictione catasti’ e reso pubblico (pubblicatus in publica Plàtea) il 27 di ottobre del 1754. I Deputati furono due notai, Nicola Barbelli e Giuseppe Peluso, e due Reverendi, Don Carmine Greco e Don Paolo Orlando, coadiuvati da Giovanni Tancredi, Nicola Giudice e Nicola Torre. Quell’anno il ‘Sindaco’ era Antonio Fiscina, il Capoeletto Carlo Speranza, gli Eletti Pietro Torre, Gioacchino Stoduto e Giuseppe Croccia, in pratica gli amministratori (‘Magnifici de regime) del tempo.”.
Nel 1706, la cappella del SS. Rosario di Sapri fu dotata di un castagneto al Castellaro di Capitello
Riguardo l’antica cappella del SS. Rosario a Sapri, posta appunto nel piccolo quartiere del “Rosario”, Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 58 che scriveva in proposito: “Fu fondata da D. Francesco Antonio Magaldi di Torraca, Canonico Cantore della Cattedrale di Policastro, nel feudo di Sapri dei Palamolla, nel 1706 e fu dotato dei seguenti beni: un capitale di 145 ducati, 4 vigneti in Sapri colla rendita di 200 ducati; un castagneto al Castellaro di Capitello ed una chiusa al Pallarete, colla rendita di 10 carlini (= 20 ducati); 40 vacche, colla rendita di 160 ducati; mezzo tomolo di terra pure in Sapri, colla rendita di 4 carlini. Il tutto assommava a 525 ducati (26)”. Il Tancredi riporta il documento diocesano (7) che descrive le rendite ed i beni assegnati a questa Cappella. Di questa antica Cappella di Sapri, ne parla il prelato Rocco Gaetani, nel suo libro su Torraca (1). Il Tancredi (…) a p. 58, nella sua nota (7) postillava che: “(26) A.D.P.: Ufficio Amministrativo Diocesano: Sapri, Capp. S. Rosario 1706.”. Dunque, secondo l’antico documento diocesano presentato dal Tancredi, la cappella del SS. Rosario in via Cassndra a Sapri era stata dotata di un “castegneto al Castellaro di Capitello ed una chiusa al Pallarete, colla rendita di 10 carlini (= 20 ducati)”. Una piccola cappella fondata dal Barone Palamolla dotata di un castagneto al Castellaro di Capitello.
Nel 1700, Palazzo Gallotti in Piazza del Plebiscito
(Fig….) Palazzo Gallotti in Piazza del Plebiscito – Portale marmoreo e particolare della serratura metallica – foto Attanasio
Nel 1710, Francesco Palamolla, 4° Barone di Torraca e della terra di Sapri
Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “A Vespasiano successe, nel 1710, Francesco Palamolla, che sposò donna Lucrezia Bruno, dei Baroni di Santa Lucia e, nel 1776, da questi il feudo passò nelle mani del figlio Vespasiano, che prese per moglie Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Nel 1805, morto Vespasiano diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla ecc…”. Dunque, stando a quanto scrive il Guzzo, Francesco Palamolla diventa 4° barone di Torraca e della Terra di Sapri nel 1710 alla successione della morte di Vespasiano. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Francesco, il quarto barone di Torraca prese per moglie Lucrezia Bruno dei baroni di Santa Lucia ecc…”. Chi era Francesco Palamolla, IV barone di Torraca ?. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, non dice nulla di Francesco Palamolla. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “4° Francesco Palamolla, quarto Barone, prese per moglie donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia.”. Dunque, secondo il Gaetani (…), il IV° barone di Torraca, Francesco Palamolla nel 1641 era sposato con donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia. Nella storia di Torraca troviamo scritto che dopo Decio Palamolla troviamo “Decio Palamolla sposò Brianna Gaetani e nei successivi tre secoli si susseguirono ben 7 baroni della stessa dinastia: Carlo, Vespasiano, Francesco, Biagio etc.”. Duque, il IV barone, Francesco Palamolla successe al III barone di Torraca, Vespasiano Palamolla che ebbe a moglie donna Lucrezia Salone dei Baroni di Castrocucco. Dunque, Francesco Palamolla era figlio di donna Lucrezia Salone e di Vespasiano Palamolla. I Palamolla di Scalea detenevano la Baronia ed il Feudo di Torraca e dunque anche l’attuale territorio di Sapri. Riguardo l’acquisto di Sapri, il Tancredi (…), sulla scorta del Gaetani a p. 39 precisava che: “L’appartenenza di Sapri alla Baronia di Torraca si deduce da altri atti così indicati: “Sono stati sempre del Barone di Torraca il ‘seminatorio’ di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino la mare, il vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi Baroni di Torraca e posseduto da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri (34). Ecc…“. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (34) postillava che: “(34) Arch. di Stato di Napoli: Atti de li esami presso dell’Esaminatore del S. C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, P.O. fol. 217.”.
Nel 1710 (?), Francesco Palamolla intentò una causa contro i Carafa di Policastro
Nel mio studio depositato presso il Comune di Sapri (1), riguardo la nota (120) postillavo che: “(120) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P. O. “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. Francesco Palamolla.”. Andrebbero ulteriormente indagati gli atti del Processo e della Causa vertente tra il barone di Torraca Francesco Palamolla, pronipote di Decio ed il conte di Policastro Carafa della Spina (quale ?). Il Di Luccia (…), ha citato questi processi ma non dice chi fossero i loro intestatari. Dunque, il sacerdote Rocco Gaetani (….), a p. 10, nella sua nota (2) postillando che: “(2) Fol. 217, P.O.”, citava gli atti della Causa (“Esami presso dell’Esaminatore”) intentata da Francesco Palamolla, pronipote di Decio Palamolla e 4° Barone di Torraca. Francesco Palamolla intentato davanti alla Regia Camera della Sommaria di Napoli contro i conti di Policastro.
Nel 9-10 maggio 1714, la visita pastorale a Torraca del Vescovo di Policastro, Mons. A. De Robertis
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 594 parlando della ‘Chiesa’ di Sapri in proposito scriveva che: “Sapri fu eretta in parrocchia solo il 1° settembre 1719 da mons. Andrea de Robertis col titolo dell’Immacolata. Nella visita del 1735 non si è notizia di cappelle, nè del clero. Nell’800 vi erano a Sapri solo tre cappelle intra moenia S. Giovanni Battista, S. Antonio di Padova al Timpone e S. Rosario. Nel giugno del 1832 visitò la chiesa mons. Laudisio. Decreto. Ecc..”. Devo far notare in proposito che quando Ebner scriveva che nella visita a Sapri nel 1735 non vi è notizie di cappelle, forse è dovuto al fatto che le cappelle a Sapri esistevano ma appartenevano al clero di Torraca. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), parlando della Sapri sacra nel suo libro “Sapri giovane e antica”, parlando della chiesa dell’Immacolata concezione a Sapri, a p……, nella sua nota (41) postillava che: “A.D.P. (Archivio Diocesi di Policastro), SS. Visite Pastorali di A. De Robertis, anno 1714: nello Stato d’anime si rileva che Don Gennaro Eboli, chierico, era figlio di Scipione e di Giovanna Rosa ed aveva un solo fratello, Matteo.”. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi (….), il documento che contiene alcune interessanti notizie circa l’origine della Chiesa Madre di Sapri, la Chiesa dell’Immacolata concezione sono contenute in un verbale della visita pastorale del vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis, per l’anno 1714. Vediamo in dettaglio la notizia. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi (….), il verbale delle visite pastorali di Mons. De Robertis attesta che nel 1714, don Gennaro Eboli era chierico. Sul documento citato da Laudisio (….), fa luce il sacerdote Rocco Gaetani (…) ancor prima del Tancredi. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, a pp. 41-42 in proposito scriveva che: “Io so che Sapri nel 1714, nello stato di anime segnava 345 persone, oltre tre case di Vibonati, e che in Torraca, in questo stesso anno, si presentò alla sacra visita di Monsignor De Robertis, l’accolito Gennaro Eboli del porto di Sapri, e presentò le bolle di ordinazione e fu approvato pel Suddiaconato (1); ecc…”. Il Gaetani (…) a p. 41, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio de Robertis, 9 maggio 1714: Visitavit Acolythum Januarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras Testimoniales suorum ordinum et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”. Dunque, secondo il Gaetani (….), egli sapeva che nel 1714 Sapri segnava 345 persone. Inoltre il Gaetani (…), sulla base del documento conservato alla Curia Vescovile di Policastro dice che nel 1714 si presentò davanti al Vescovo Mons. Andrea De Robertis “l’accolito Gennaro Eboli del Porto di Sapri”.
Nel 1714, la cappella di S. Francesco di Paula in località Pietradama
Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a pp. 90-91, nel suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Riteniamo opportuno dare qualche notizia circa i possedimenti nell’anno 1742, come risultano dai Catasti Onciari, volume 4342, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Si tratta delle dichiarazioni catastali o fiscali, rilasciate dagli abitanti della Terra di Sapri. Le così dette ‘Rivele’ sono, appunto, le dichiarazioni fatte dai proprietari circa i redditi e le tasse che versavano all’erario. Il Vol. 4342, oltre alle ‘Rivele’ degli abitanti del posto, contiene anche quelle delle contrade limitrofe (Bonati, Rivello, Lagonegro), dei Sacerdoti di Maratea, della Grancia di Policastro ecc…. Le ‘Rivele’ iniziano con una frase che si ripete ecc…ecc…Di notevole importanza è il fascicolo riguardante la Rivela del Parroco, sotto il titolo “Chiesa Parrocchiale di Sapri”, si legge: “Rivelo io D. Biagio Lacorte, Procuratore di questo Reverendo Clero di questa Parrocchial Chiesa sotto il titolo della SS.ma Concezione della Beata Vergine, come detta Chiesa non possiede Beni stabili per essere stata eretta da quindici anni in circa, cosa che ancora non è completa di fabbrica, anzi scarsissima di utensili, solamente possiede…..In detta Rivela si parla, tra l’altro di Messe da celebrare per la somma di un carlino di elemosina per ogni Messa, come si evince dall’istrumento rogato dal Notar Giovanni Pietro Ricciardo della Terra di Bonati nell’anno 1719. E’ specificato il numero delle Messe (470) per li sopra donatori della Chiesa. Si parla anche delle quantità di grano che si paga alla Rev.ma Mensa Vescovile di Policastro. Questa è l’ultima annotatazione della Rivela riguardante i beni della Chiesa Parrocchiale non ha altri Altari, se non che il solo Altare maggiore, ancora non perfezionato. Vi sono, bensì, in questo tenimento di Sapri la cappella di San Giovanni, amministrata dal Reverendo Clero di Torraca, v’è altresì la cappella del SS. Rosario, amministrata dal Reverendo Canonico Domenico Cavalieri, la cappella di S. Antonio di Padova, anche anmministrata dal Rev.do Clero di Torraca, per essere fondata da benefattori prima dell’erezione di questa Chiesa Parrocchiale, ed altra cappella di S. Giovanni Battista (8) amministrata dalli Revv. di PP. di S. Francesco di Paula del convento di Bonati, per le rendite dei quali mi rimetto alla Rivela dell’Amministratore di essa….”. Il Tancredi, a p. 92, nella sua nota (8) postillava che: “(8) La cappella non esiste più; sembra fosse ubicata nella località ove è soto l’albergo “Le Terrazze”. In effetti il Tancredi, riferendosi all’antica cappella di S. Francesco di Paula, dicendo della sua antica ubicazione indica la località Pietradama, più o meno dove subito dopo sorge il Seminario Fanuele lungo la strada che porta a Torraca. Come ho già scritto li vicino vi è un tratto dell’antica strada di S. Paolo che correva lungo la dorsale di S. Martino e arrivava fino a Vibonati e forse a Policastro. Attualmente all’interno del recinto dell’Hotel Terrazze, ormai chiuso e abbandonato, verso occidente e a confine con altra proprietà si vede una piccola cappella forse sconsacrata.
Nel 1714, a Sapri la cappella di S. Giovanni Battista
Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 54, in proposito scriveva pure che: “La manutenzione era diligentemente curata da parte del clero stesso, al quale corrispondevano le decime 72 persone di Sapri (5). Da pochi frammentari documenti del primo ‘700, come il libro della contabilità della chiesa parrocchiale di Torraca, dai primi di settembre 1706 alla fine dell’agosto 1707, si rileva che il procuratore D. Gaetano Magaldi pagava 4 carlini all’anno al principalista Nicola Comes e 16 carlini a Biase Brando per il servizio prestato nella cappella (6).”. Il Tancredi a p. 54 nella sua nota (5) postillava che: “(5) Gaetani Rocco, op. cit., p. 43-44.”. Il Tancredi a p. 54-55 nella sua nota (6) postillava che: “(6) Gaetani Rocco, op. cit., pp. 34-35.“. Il Tancredi a p. 55 scriveva che: “Nel 1714, era affidata ancora alla cura del clero di Torraca con l’onere di otto messe settimanali. In tale anno si rileva la necessità di provvedere all’acquisto di carte-gloria, di sedie, croci e quadri, come alla tinteggiatura delle pareti. Fungeva da cappellano Don Biagio Giovanni Magaldi (7).“. Il Tancredi a p. 55 nella sua nota (7) postillava che: “(7) A.D.P.: SS. Vis. Pastor. Andrea De Robertis (anno 1714). D. Gaetano Magaldi paga dal servizio di S. Giovanni Biase Magaldi carlini 16 per la vigna delle Cannicelle.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a pp. 90-91, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Riteniamo opportuno dare qualche notizia circa i possedimenti nell’anno 1742, come risultano dai Catasti Onciari, volume 4342, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Si tratta delle dichiarazioni catastali o fiscali, rilasciate dagli abitanti della Terra di Sapri. Le così dette ‘Rivele’ sono, appunto, le dichiarazioni fatte dai proprietari circa i redditi e le tasse che versavano all’erario. Il Vol. 4342, oltre alle ‘Rivele’ degli abitanti del posto, contiene anche quelle delle contrade limitrofe (Bonati, Rivello, Lagonegro), dei Sacerdoti di Maratea, della Grancia di Policastro ecc…. Le ‘Rivele’ iniziano con una frase che si ripete ecc…ecc…Di notevole importanza è il fascicolo riguardante la Rivela del Parroco, sotto il titolo “Chiesa Parrocchiale di Sapri”, si legge: “Rivelo io D. Biagio Lacorte, Procuratore di questo Reverendo Clero di questa Parrocchial Chiesa sotto il titolo della SS.ma Concezione della Beata Vergine, come detta Chiesa non possiede Beni stabili per essere stata eretta da quindici anni in circa, cosa che ancora non è completa di fabbrica, anzi scarsissima di utensili, solamente possiede…..In detta Rivela si parla, tra l’altro di Messe da celebrare per la somma di un carlino di elemosina per ogni Messa, come si evince dall’istrumento rogato dal Notar Giovanni Pietro Ricciardo della Terra di Bonati nell’anno 1719. E’ specificato il numero delle Messe (470) per li sopra donatori della Chiesa. Si parla anche delle quantità di grano che si paga alla Rev.ma Mensa Vescovile di Policastro. Questa è l’ultima annotatazione della Rivela riguardante i beni della Chiesa Parrocchiale non ha altri Altari, se non che il solo Altare maggiore, ancora non perfezionato. Vi sono, bensì, in questo tenimento di Sapri la cappella di San Giovanni, amministrata dal Reverendo Clero di Torraca, ecc….”.
Nel 9-10 maggio 1714, Sapri in uno “Stato d’anime” redatto dal parroco don Daniele Mangia
Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, a pp. 41-42 in proposito scriveva che: “Io so che Sapri nel 1714, nello stato di anime segnava 345 persone, oltre tre case di Vibonati, e che in Torraca, in questo stesso anno, si presentò alla sacra visita di Monsignor De Robertis, l’accolito Gennaro Eboli del porto di Sapri, e presentò le bolle di ordinazione e fu approvato pel Suddiaconato (1); ecc…”. Il Gaetani (…) a p. 41, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio de Robertis, 9 maggio 1714: Visitavit Acolythum Januarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras Testimoniales suorum ordinum et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”. Dunque, secondo il Gaetani (….), egli sapeva che nel 1714 Sapri segnava 345 persone. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 40, in proposito aggiungeva che: “La popolazione di Sapri s’incrementò rapidamente nell’arco di due secoli, tanto da superare i 7.000 abitanti. Infatti, dallo stato d’anime, il nucleo saprese documentava 345 unità nel 1714 e 414 nel 1719 (36). Quindi saliva a 508 nel 1726, a 1046 nel 1757 e a 1131 nel 1761 (37)”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (36) postillava che: “(36) Gaetani Rocco, o.p., p. 41.”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (37) postillava che: “(37) A.D.P.: SS. Visite Pastorali di A. De Robertis (Vis. Portus Saprorum)(ann. 1726) e di G.B. Minucci (ann. 1757 e 1761).”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, parlando di Sapri e sulla scorta di Rocco Gaetani (…), a p. 41 in proposito scriveva che: “Da uno stato d’anime del 1714, riportato integralmente dal Parroco D. Daniele Mangia nelle visite Pastorali di Mons. De Robertis, conosciamo che in Sapri vivevano 345 persone, distinte in 65 famiglie, da un minimo di due ed un massimo di 12 membri ciascuna (39).”. Dunque, secondo l’antico documento del 1714: “lo stato d’Anime” citato dal Gaetani e poi dal Tancredi, a Sapri si contavano 13 membri in assoluto della famiglia Eboli. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 42-43-44-45-46-47 riporta integralmente e trascrive lo stato d’anime riportato dal parroco di Torraca don Daniele Mangia in occasione della visita pastorale di Mons. Andrea De Robertis nel 9 maggio 1714. Il Tancredi a p. 47 in proposito scriveva che: “E’ il primo dato anagrafico della popolazione di Sapri. Le cifre saliranno via via nel tempo, per l’operosità della nuova generazione. Questo nucleo originario comprendeva 68 famiglie, cioè case abitate o focolari domestici, tenendo conto delle tre case di Vibonatesi; solo 7 famiglie erano senza figli, due gruppi di persone vivevano per conto proprio, non coniugati. Le donne vedove, con relative famiglie, erano 8. I casati, distinti dai cognomi, erano 43, come già detto alla nota n. 13. Le origini, come appare chiaramente, erano di Torraca e di Vibonati; qualcuno, come i Maimone e gli Schettino, erano di Trecchina o di Maratea. Ecc..”. Sempre il Tancredi a p. 40, sulla scorta del Gaetani in proposito aggiungeva che: “La popolazione di Sapri s’incrementò rapidamente nell’arco di due secoli, tanto da superare i 7.000 abitanti. Infatti, dallo stato d’anime, il nucleo saprese documentava 345 unità nel 1714 e 414 nel 1719 (36). Quindi saliva a 508 nel 1726, a 1046 nel 1757 e a 1131 nel 1761 (37)”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (36) postillava che: “(36) Gaetani Rocco, o.p., p. 41.”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (37) postillava che: “(37) A.D.P.: SS. Visite Pastorali di A. De Robertis (Vis. Portus Saprorum)(ann. 1726) e di G.B. Minucci (ann. 1757 e 1761).”. Riguardo questo antico documento del 1714, il primo secondo il Tancredi che riguardi la popolazione di Sapri, il Tancredi (…), a p. 41, nella sua nota (39) postillava che: “(39) A. D.P.: SS. Vis. Past. di A. De Robertis (9-10) maggio 1714): – Le famiglie denominate, coi rispettivi membri, erano, per casati e cognomi (ceppi genealogici) 32, e cioè: Cannella 2, Nicodemo 1, Calderaro 8, Eboli 6, Cavaliere 1, ecc….(Segue stato completo delle famiglie predette). Nella nota è aggiunto “oltre tre case che dicon esser dè Bonati, e ne pagano la decima”. Il numero dei membri, in asoluto, per famiglie, distinte in casati, è: Barra 8, Bello, 25, ecc…, Eboli 13, ecc…”. Poi a pp. 42-43 il Tancredi riporta uno specchietto con “Lo Stato d’anime di Sapri nel 1714”.
Nel 1719 o nel 1725, a Sapri, la costruzione e l’elevazione a parrocchia della Chiesa dell’Immacolata
Nel 4 agosto 1719, il rogito notarile firmato da mons Andrea De Robertis per la costruzione della Chiesa dell’Immacolata nell’“Aria del Re” oggi Piazza del Plebiscito a Sapri
(Fig…) Chiesa dell’Immacola in piazza del Plebiscito a Sapri
Riguardo la costruzione e l’elevazione a parrocchia della Chiesa dell’Immacolata concezione oggi in Piazza del Plebiscito a Sapri, si hanno poche e frammentarie notizie. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 594 parlando della ‘Chiesa’ di Sapri in proposito scriveva che: “Sapri fu eretta in parrocchia solo il 1° settembre 1719 da mons. Andrea de Robertis col titolo dell’Immacolata. Nella visita del 1735 non si è notizia di cappelle, nè del clero. Il 14 giugno 1765 mons. Pantuliano si recò a Sapri nella chiesa locale dove visitò il SS. , il fonte e l’olio. Altare maggiore della Concezione. Altare di S. Vito martire. Coro e libri corali. Corpo, campanile. Elenco dei beni patrimoniali. Dalla visita di mons. Giuseppe de Rosa si rileva che a Sapri vi erano 12 sacerdoti e 2 chierici. Dalla prima visita di mons. Laudisio risulta che vi erano 9 sacerdoti e 5 chierici. Nell’800 vi erano a Sapri solo tre cappelle intra moenia S. Giovanni Battista, S. Antonio di Padova al Timpone e S. Rosario. Nel giugno del 1832 visitò la chiesa mons. Laudisio. Decreto. Ecc..”. Ebner non dava nessun riferimento bibliografico ma è indubbio che la notizia sulla chiesa di Sapri è stata tratta dal Laudisio (…). Infatti, Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 200 parlando di Sapri in proposito scriveva che: “La chiesa del porto di Sapri – come si legge dal Volpe – fu eretta in Parrocchia nell’anno 1725, al tempo del Vescovo Andrea de Robertis (3). Nel 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne conteneva 1368 (4).”. Il Vassalluzzo a p. 200, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Volpe, op. cit., pag. 137.”. Il Vassalluzzo citava il Volpe, ovvero il testo di Giuseppe Volpe (…), Notizie storiche delle antiche città ecc…”, p. 137. Infatti, il sac. Giuseppe Volpe (…), parlando degli “Antichi porti del Cilento” a p. 137, in proposito scriveva che: “VIII. A 28 chilometri evvi l’ottavo ed ultimo porto, ecc….Questo porto….”. Il Vassaluzzo per la notizia della Parrocchia di Sapri o di “Portus e Terram Saprorum” citava anche il Laudisio (….), ovvero Nicola Maria Laudisio (….), vescovo di Policastro ed il suo ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831. Il Vassalluzzo a p. 200 nella sua nota (3) postillava pure che: “Laudisio M. Nicola, op. cit., p. 61.”. Infatti, il Laudisio (…) a p. 61 (si veda p. 88 dell’edizione di Galeazzo Visconti) in proposito scriveva che: “Nel 1725 aveva eretto in parrocchia la chiesa di Sapri (9).”. Il Visconti, nella sua edizione con note al Laudisio a p. 88 nella sua nota 89) postillava che: “(9) Da un documento conservato nell’archivio della Curia di Policastro risulta però che la chiesa di Sapri fu eretta nel 1719.”. Devo però precisare che riguardo alcune notizie che riguardano il vescovo di Policastro de Robertis è noto il periodo controverso che vi fu per il suo mandato episcopale nella Diocesi di Policastro a causa dei continui dissidi con il feudatario della Contea di Policastro, il Carafa. Stessa cosa il Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri”, parlando di Sapri, a p. 225 in proposito scriveva che: “Nell’anno 1719, per la seconda volta nella sua storia, Sapri fu eretta a parrocchia dal Vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis. Il suolo per la costruzione della cattedrale fu offerto dal Conte Carafa di Policastro.”. Riguardo la nota del Visconti (….), nella sua edizione con note al Laudisio a p. 88 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Da un documento conservato nell’archivio della Curia di Policastro risulta però che la chiesa di Sapri fu eretta nel 1719.”. Dunque, il vescovo di Policastro Mons. Nicola Maria Laudisio (…), secondo il Visconti (….) fa riferimento ad un documento conservato nell’Archivio della Curia di Policastro (Archivio Diocesano di Policastro) dove, perlatro, il Visconti scrive che da questo documento si evince che la chiesa dell’Immacolata di Sapri fu eretta nel 1719 e non nel 1725. Sul documento citato dal Laudisio (…), il sacerdote Luigi Tancredi (….) parlando della Sapri sacra nel suo libro “Sapri giovane e antica”, parlando della chiesa dell’Immacolata concezione a Sapri, a p……, nella sua nota (41) postillava che: “A.D.P. (Archivio Diocesi di Policastro), SS. Visite Pastorali di A. De Robertis, anno 1714: nello Stato d’anime si rileva che Don Gennaro Eboli, chierico, era figlio di Scipione e di Giovanna Rosa ed aveva un solo fratello, Matteo.”. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi (….), il documento che contiene alcune interessanti notizie circa l’origine della Chiesa Madre di Sapri, la Chiesa dell’Immacolata concezione sono contenute in un verbale della visita pastorale del vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis, per l’anno 1714. Sul documento citato da Laudisio (….), fa luce il sacerdote Rocco Gaetani (…) ancor prima del Tancredi. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, a pp. 41-42 in proposito scriveva che: “Io so che Sapri nel 1714, nello stato di anime segnava 345 persone, oltre tre case di Vibonati, e che in Torraca, in questo stesso anno, si presentò alla sacra visita di Monsignor De Robertis, l’accolito Gennaro Eboli del porto di Sapri, e presentò le bolle di ordinazione e fu approvato pel Suddiaconato (1); so che nel 1719 lo stesso Vescovo, con autorità ordinaria, eresse la parrocchia, ‘sub invocatione Sanctae Mariae Immaculatae Conceptionis’ , e creò Arciprete il sopradetto D. Gennaro Eboli, il quale nella prima visita pastorale presentò lo stato di anime ascendere a 508, ed un sacerdote, D. Francesco Mileo (2), e che nel 1761, le anime ascendevano a 1131, i preti a sette ed i chierici ad otto: ‘crescit eundo’. Ecc…”. Sempre il Gaetani (…) a p. 41, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio de Robertis, 9 maggio 1714: Visitavit Acolythum Januarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras Testimoniales suorum ordinum et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”. Sempre il Gaetani a p. 41, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Visitatio Personalis Portus Saprorum (Fol. 128). “Visitavit personaliter R. D Januarium Eboli Archipres (r) Novae Parocchialis Ecclesiae sub invocatione San.tae Mariae Immacolatae Conceptionis Portus Saprorum authoritate ordinaria erecta etc: et de anno 1719 ab Ill.mo et Rev. D.no Archiepiscopo de Robertis Ep. Policastren, ut ex Bullis erectionis et provisionis prospective, legitime ecc…”. Questi i due documenti in questione citati dal Gaetani. Sempre il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, pubblicato nel 1914, parlando delle origini di Sapri e dei Sapresi, a p. 11 (si veda l’altro a p. 289), in proposito scriveva che: “Dopo cinque anni (1° settembre 1719) il porto di Sapri contava 414 abitanti “ad numerum quatuor centum quatuordecim insimul cohabitantibus” che con umile preghiera domandarono al Vescovo di essere separati dalla Chiesa di S. Pietro Apostolo di Torraca, per le gravi difficoltà di lontananza e per i pericoli di vie disastrose, che impedivano ai fanciulli, ai mal fermi, ai vecchi di andare e compiere i doveri religiosi nella distante parrocchia. Furono ascoltati, trovate giuste le ragioni, si obbligarono al beneficio di dotazione, con decime, cera, denaro, oltre gli assegni, i proventi e le sovvenzioni di diritto, senza servitù di gius patronato, con istrumento erogato il 4 agosto 1719, dal notaio Gian Pietro Biscardo da Vibonati (2). Si ordinò che la Chiesa Madre fosse eretta nel luogo chiamato “L’Aria del Re”, sub invocatione SS. Conceptionis Virginis Mariae. La piccola popolazione ebbe assegnato alla cura l’Arciprete D. Gennaro Eboli con uffici e diritti propri, rispettando le ragioni del parroco e della Chiesa di Torraca, che permisero lo smembramento e concessero, fino a che non si edificasse la Matrice, il fonte battesimale, la custodia degli olii sacri, e il decente Tabernacolo nella cappella di S. Giovanni……Il popolo del porto di Sapri passò a far corpo a sè ed ebbe chiesa propria, parroco proprio, ma a piè pari il Vescovo fondatore ne saltò la determinazione dei confini: “parochiae certis finibus distinguendae” (Cond. Tride., Sess. 24, Cap. 13).”. Il Gaetani, a p. 289 di La Fede ecc…, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Archivio Bussentino, Bullarium, Fol. 17. Andres Archiepiscopus De Rubertis, Dei et Apostolicae sedis grazia Episcopus Policastren. Bero etiam Terrarum Turris Ursaiae, Castri Rogerii, Feudi Seleucii ecc…”. Con istrumento erogato, il 4 agosto 1719, dal notaio Gian Pietro Biscardo da Vibonati (9), il Vescovo di Policastro Andrea De Robertis ordinò che la Chiesa Madre, la Chiesa dell’Immacolata posta nell’attuale Piazza del Plebiscito, fosse eretta nel luogo chiamato ” l’Ariadel Re” che era stato donato per l’occasione dal Conte di Policastro Ettore Carafa che espresse il desiderio che la nuova parrocchia fosse dedicata alla Vergine Immacolata. Al Carafa fu poi intitolata dalla cittadinanza una strada detta appunto “Via del Conte“. La chiesa di Sapri fu consegnata a Don Gennaro Eboli, primo parroco di Sapri e mio avo e, coadiuvato da Don Francesco Mileo. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 71, in proposito scriveva pure che: “Tutto venne eseguito con Bolla Vescovile del 1à settembre 1719 e con strumento rogato dal Notaio Gian Pietro Biscardo di Vibonati (49). Per la costruzione della chiesa parrocchiale , il sito, detto l”Aria del Re’, fu offerto dal Conte di Policastro, Ettore Carafa (50); la nuova chiesa fu dedicata alla Madonna “sub invocatione Mariae Immacolatae Conceptionis”: il primo Parroco fu Don Gennaro Eboli, coadiuvato da Don Francesco Mileo (51).”. Il Tancredi a p. 71, sempre sulla scorta del Gaetani, nella sua nota (49) postillava che: “(49) A.D.P. ‘Bullarium Archiepiscopi’ A. De Robertis: fol. 17. Bolla “Universis et singulis” 1° settembre 1719- Carteggio Sapri.”. Il Tancredi a p. 71, nella sua nota (50) postillava che: “(50) All’epoca, il Conte di Policastro dimorava a Napoli ed era membro della Congregazione dell’Immacolata; il vescovo aderì al suo desiderio che la nuova Parrocchia fosse dedicata all’Immacolata ecc…“. Sempre il Tancredi (…) a p. 71 scriveva che: “Don Gennaro Eboli era nativo di Sapri e si era già presentato al Vescovo, recatosi in Visita pastorale a Torraca il 9 maggio 1714, per essere ordinato suddiacono. Nella Pentecoste del 5 giugno 1729, il clero di Sapri aveva, oltre ai due sacerdoti nominati, anche un Diacono, Don Giovanni Battista Calderaro, e due chierici, Biagio La Corte e Antonio Mileo.”. Alcune notizie utili alla ricostruzione storiografica della Chiesa dell’Immacola Concezione di Sapri e di altre cappelle ivi esistenti possono essere desunte da alcuni documenti. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a pp. 90-91, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Riteniamo opportuno dare qualche notizia circa i possedimenti nell’anno 1742, come risultano dai Catasti Onciari, volume 4342, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Si tratta delle dichiarazioni catastali o fiscali, rilasciate dagli abitanti della Terra di Sapri. Le così dette ‘Rivele’ sono, appunto, le dichiarazioni fatte dai proprietari circa i redditi e le tasse che versavano all’erario. Il Vol. 4342, oltre alle ‘Rivele’ degli abitanti del posto, contiene anche quelle delle contrade limitrofe (Bonati, Rivello, Lagonegro), dei Sacerdoti di Maratea, della Grancia di policastro ecc…. Di notevole segnaliamo il fascicolo riguardante gli ecclesiastici, ‘secolari cittadini’; da esso risultano i nomi di quattro sacerdoti: D. Antonio Mileo, di anni 33, D. Biagio Lacorte, di anni 28, D. Francesco Mileo, di anni 49, D. Gennaro Eboli, Arciprete di Sapri. Si rileva, inoltre, la denominazione di alcune località, come ‘Brizzi’, ‘Aria del Re’, ‘Tempone’, ‘la Cantina’, ‘il Rosario’, ‘la Difesa’, ‘Cassandra’, ‘il Giardinello’, ‘S. Giovanni’, ‘Ischitelli’, ‘Pali’…ecc….La prima ‘Rivela’ è prodotta da Antonio Lacorte, bracciale, fattore (e forse amministratore) dell’Ecc.mo Sig.r Conte di Policastro. Egli dichiara la consistenza numerica della propria famiglia, i beni mobili ed immobili, i pesi (le tasse), che è tenuto a pagare, e quanto altro concorre a formare i “beni” della famiglia stessa. E’ importante sapere che il Lacorte era certamente benestante ed era padre del Parroco D. Biagio Lacorte. Riportiamo, semplificando, l’elenco dei ‘familiari’: Antonio Lacorte, bracciale, fattore dell’entrade dell’Ecc.mo Sig.r Conte di Policastro, di anni 50; Moglie Laura Pasquale, di anni 48; Primo figlio il Sacerdote Biagio, di anni 28; Serafina, maritata, di anni 24; Macario, accasato, bracciale, abita meco, di anni 21; Giovanni Aloise, figlio malsano, di anni 17; Bartolomeo, figlio, custode di capre, di anni 13; Giovanna, figlia in capillis, di anni 11 (“in capillis”, s’intende nubile); Pietro Illò ecc….Le ‘Rivele’ iniziano con una frase che si ripete ecc…Di notevole importanza è il fascicolo riguardante la Rivela del Parroco, sotto il titolo “Chiesa Parrocchiale di Sapri”, si legge: “Rivelo io D. Biagio Lacorte, Procuratore di questo Reverendo Clero di questa Parrocchial Chiesa sotto il titolo della SS.ma Concezione della Beata Vergine, come detta Chiesa non possiede Beni stabili per essere stata eretta da quindici anni in circa, cosa che ancora non è completa di fabbrica, anzi scarsissima di utensili, solamente possiede…..In detta Rivela si parla, tra l’altro di Messe da celebrare per la somma di un carlino di elemosina per ogni Messa, come si evince dall’istrumento rogato dal Notar Giovanni Pietro Ricciardo della Terra di Bonati nell’anno 1719. E’ specificato il numero delle Messe (470) per li sopra donatori della Chiesa. Si parla anche delle quantità di grano che si paga alla Rev.ma Mensa Vescovile di Policastro. Questa è l’ultima annotatazione della Rivela riguardante i beni della Chiesa Parrocchiale non ha altri Altari, se non che il solo Altare maggiore, ancora non perfezionato. Vi sono, bensì, in questo tenimento di Sapri la cappella di San Giovanni, amministrata dal Reverendo Clero di Torraca, v’è altresì la cappella del SS. Rosario, amministrata dal Reverendo Canonico Domenico Cavalieri, la cappella di S. Antonio di Padova, anche anmministrata dal Rev.do Clero di Torraca, per essere fondata da benefattori prima dell’erezione di questa Chiesa Parrocchiale, ed altra cappella di S. Giovanni Battista (8) amministrata dalli Revv. di PP. di S. Francesco di Paula del convento di Bonati, per le rendite dei quali mi rimetto alla Rivela dell’Amministratore di essa….”.
Nel 1719, Don Gennaro Eboli, primo parroco della Parrocchia dell’Immacolata a Sapri
Sulle origini del prete, mio avo, Gennaro Eboli vi sono alcune notizie. La notizia di un chierico “accolito” Gennaro Eboli del Porto di Sapri è tratta da un documento diocesano che vedremo in seguito. Nel 1888, il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, fa luce su un documento del 9 maggio 1714 citato dal vescovo di Policastro Mons. Laudisio (….) nella sua ‘Synopsi’. Il Gaetani (…), nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, a pp. 41-42 in proposito scriveva che: “Io so che Sapri nel 1714, nello stato di anime segnava 345 persone, oltre tre case di Vibonati, e che in Torraca, in questo stesso anno, si presentò alla sacra visita di Monsignor De Robertis, l’accolito Gennaro Eboli del porto di Sapri, e presentò le bolle di ordinazione e fu approvato pel Suddiaconato (1); ecc…”. Il Gaetani (…) a p. 41, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio de Robertis, 9 maggio 1714: Visitavit Acolythum Januarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras Testimoniales suorum ordinum et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”. Inoltre il Gaetani (…), sulla base del documento conservato alla Curia Vescovile di Policastro dice che nel 1714 si presentò davanti al Vescovo Mons. Andrea De Robertis “l’accolito Gennaro Eboli del Porto di Sapri”. Dunque, secondo il documento diocesano del 9 maggio 1714, redatto in occasione della visita pastorale a Sapri del vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis, a Sapri esisteva un chierico chiamato Gennaro Eboli. Secondo questo documento, il chierico di Sapri Gennaro Eboli si presentò al vescovo di Policastro “presentando le bolle di ordinazione e fu approvato pel Suddiaconato”: “(1) Visitatio de Robertis, 9 maggio 1714: Visitavit Acolythum Januarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras Testimoniales suorum ordinum et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”. Secondo il sacerdote Luigi Tancredi (2), parlando della Sapri sacra nel suo libro “Sapri giovane e antica”, riferisce che il primo parroco della Parrocchia della Chiesa dell’Immacolata Concezione di Sapri è stato Don Gennaro Eboli. Il Tancredi, scriveva in proposito: “il primo parroco, D. Gennaro Eboli (41) ebbe vita lunghissima; le sue firme risultano dal 1719 al 1805; sembra incredibile. Possiamo immaginare con quale forza fisica e morale resse questa nuova parrocchia, sebbene piccola, ma di ben diversa dimensione, se nel 1790 contava 1500 anime”. Il Tancredi (2), trae queste notizie da un documento diocesano (3) e, nella sua nota 41 dice: “A.D.P. (Archivio Diocesi di Policastro), SS. Visite Pastorali di A. De Robertis, anno 1714: nello Stato d’anime si rileva che Don Gennaro Eboli, chierico, era figlio di Scipione e di Giovanna Rosa ed aveva un solo fratello, Matteo.”. Dunque, riepilogando le informazioni forniteci dal Laudisio e dal Tancredi, Gennaro Eboli del Porto di Sapri era chierico nel 9 maggio 1714, inizia a firmare documenti come primo parroco di Sapri nel 1719, muore molto anziano nel 1805. Inoltre dal Tancredi sappiamo che Gennaro Eboli era figlio di Scipione Eboli e di Giovanna Rosa ed aveva un solo fratello di nome Matteo Eboli. Nel documento che illustro nella Fig…., in seguito – le famiglie del Porto di Sapri che versarono le decime nell’agosto 1719 per la Madonna dei Cordici – tratto a p. 44 dal Gaetani (….), si legge un Giovanni Antonio Rosa. Forse il fratello della Giovanna Rosa, madre di Gennaro Eboli. Come si può leggere nel documento dell’agosto del 1719, i cognomi delle famiglie di Sapri o “Portus Saprorum”. Si possono leggere i nomi di alcuni Eboli. Si leggono i nomi di Eboli: Giuseppe, Scipione, Biasi Antonio, Nicola, Francesco, Pietro. Dunque, secondo il documento del 9 maggio 1714, il chierico Gennaro Eboli del Porto di Sapri si presentò al Vescovo. Mi chiedo quanti anni poteva avere Gennaro Eboli ?, una ventina ? ciò potrebbe significare che in un improbabile registro delle anime egli sia nato intorno al 1694.Purtroppo per risalire alla nascita di Gennaro Eboli non è possibile consultare i registri delle nascite per gli anni antecedenti al XVIII secolo perchè essi non esistono. Possiamo vedere di individuare l’atto di morte. Sappiamo che don Gennaro Eboli morì molto vecchio. Purtroppo anche per il documento di morte del 1805 non si trova. Nell’Archivio di Stato di Salerno troviamo i registri dei “morti” per il Comune di “Torraca” dal 1809. Riguardo “Sapri” si trovano i registri dello “Stato della Restaurazione” dove troviamo i registri più antichi di Sapri ma i primi, i “nati” risalgono al 1822. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 40, in proposito aggiungeva che: “La popolazione di Sapri s’incrementò rapidamente nell’arco di due secoli, tanto da superare i 7.000 abitanti. Infatti, dallo stato d’anime, il nucleo saprese documentava 345 unità nel 1714 e 414 nel 1719 (36). Quindi saliva a 508 nel 1726, a 1046 nel 1757 e a 1131 nel 1761 (37)”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (36) postillava che: “(36) Gaetani Rocco, o.p., p. 41.”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (37) postillava che: “(37) A.D.P.: SS. Visite Pastorali di A. De Robertis (Vis. Portus Saprorum)(ann. 1726) e di G.B. Minucci (ann. 1757 e 1761).”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, parlando di Sapri e sulla scorta di Rocco Gaetani (…), a p. 41 in proposito scriveva che: “Da uno stato d’anime del 1714, riportato integralmente dal Parroco D. Daniele Mangia nelle visite Pastorali di Mons. De Robertis, conosciamo che in Sapri vivevano 345 persone, distinte in 65 famiglie, da un minimo di due ed un massimo di 12 membri ciascuna (39).”. Il Tancredi (…), a p. 41, nella sua nota (39) postillava che: “(39) A.D.P.: SS. Vis. Past. di A. De Robertis (9-10) maggio 1714): – Le famiglie denominate, coi rispettivi membri, erano, per casati e cognomi (ceppi genealogici) 32, e cioè: Cannella 2, Nicodemo 1, Calderaro 8, Eboli 6, Cavaliere 1, ecc….(Segue stato completo delle famiglie predette). Nella nota è aggiunto “oltre tre case che dicon esser dè Bonati, e ne pagano la decima”. Il numero dei membri, in assoluto, per famiglie, distinte in casati, è: Barra 8, Bello, 25, ecc…, Eboli 13, ecc…”. Poi a pp. 42-43 il Tancredi riporta uno specchietto con “Lo Stato d’anime di Sapri nel 1714”. Sempre il Tancredi a p. 47, parlando della popolazione e delle famiglie sapresi nel 1714 a seguire, in proposito scriveva che: “Questo nucleo originario comprendeva 68 famiglie, cioè case abitate o focolari domestici, tenendo conto delle tre case di Vibonatesi; solo 7 famiglie erano senza figli, due gruppi di persone vivevano per conto proprio, non coniugati. Le donne vedove, con relative famiglie, erano 8. I casati, distinti dai cognomi, erano 43, come già detto alla nota n. 13. Le origini, come appare chiaramente, erano di Torraca e di Vibonati; qualcuno, come i Maimone e gli Schettino, erano di Trecchina o di Maratea. Ecc..”. Dunque, secondo l’antico documento del 1714: “lo stato d’Anime” citato dal Gaetani e poi dal Tancredi, a Sapri si contavano 13 membri in assoluto della famiglia Eboli. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 71, in proposito scriveva pure che: “Tutto venne eseguito con Bolla Vescovile del 1à settembre 1719 e con strumento rogato dal Notaio Gian Pietro Biscardo di Vibonati (49). ……il primo Parroco fu Don Gennaro Eboli, coadiuvato da Don Francesco Mileo (51).”. Sempre il Tancredi (…) a p. 71 scriveva che: “Don Gennaro Eboli era nativo di Sapri e si era già presentato al Vescovo, recatosi in Visita pastorale a Torraca il 9 maggio 1714, per essere ordinato suddiacono. Nella Pentecoste del 5 giugno 1729, il clero di Sapri aveva, oltre ai due sacerdoti nominati, anche un Diacono, Don Giovanni Battista Calderaro, e due chierici, Biagio La Corte e Antonio Mileo…..La vita del primo parroco di Sapri Don Gennaro Eboli, figlio di Scipione e di Giovanna Rosa, fu molto lunga, perchè si protrasse per oltre un secolo. Ebbe una fibra vigorosa e guidò il popolo, che era in continuo aumento: la popolazione, infatti, saliva da 414 a 1500 unità. Potette redigere di proprio pugno, con scrittura ampia, chiara e ferma tutti i documenti fino al 1805, anno di sua morte.“. Sempre il Tancredi a p. 74 nell’elencare i parroci di Sapri scriveva che: “D. Gennaro Eboli 1719-1805; D. Biagio Antonio La Corte 1806-1818; D. Giovanni Eboli 1819-1834; D. Antonio Eboli 1834-1835; D. Nicola Timpanelli 1836-1857; D. Pietro Timpanelli 1858-1914 ecc…”. Sempre il Tancredi a p. 75, parlando dei “Sacerdoti di Sapri” scriveva che: D. Gennaro Eboli 1692-1805; ecc…”. Dunque, secondo il Tancredi il primo parroco di Sapri, Don Gennaro Eboli nacque nel 1692 e morì nel 1805.
Nel 1 settembre 1719, Sapri contava 414 abitanti
Riguardo la popolazione di Sapri nel 1719, ha scritto il sacerdote Rocco Gaetani (….) di Torraca. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, pubblicato nel 1914, parlando delle origini di Sapri e dei Sapresi, a p. 11 (si veda l’altro a p. 289), in proposito scriveva che: “Dopo cinque anni (1° settembre 1719) il porto di Sapri contava 414 abitanti “ad numerum quatuor centum quatuordecim insimul cohabitantibus”ecc…”. Il Gaetani, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, parlando del “Porto di Sapri” e delle sue origini a pp. 42-43-44 e, riferendosi alla Cappella di San Giovanni Battista a Sapri, in proposito scriveva che: “Nè deve ignorarsi; ……dovuta al nostro barone Dezio Palamolla, ecc….; e che la cappella di S. Giovanni fu fatta costruire anche dal nostro barone, con sussidii, a fine di tenerla nelle domeniche aperta al culto, mantenutovi dal nostro Clero (1), a cui fino al 1719, i buoni sapresi pagarono le decime (2).”. Il Gaetani (….), parlando della cappella di San Giovanni Battista a Sapri, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio Felicei etc. Cappella S.ti Joannis: Haec Cappella constructa in maritma Portus Saprorum a D. Barone Turracae, tunc quando erat Dominus illius Feudi, celebratur ibidem singulis Dominicis diebus cun congrua elemosyna. Cappella est competenter ornata cum omnibus necessariis, nempe calice planeta ecc…”. Poi, sempre il Gaetani (….) a p. 44 nella sua nota (2) postillava il documento di seguito riportato dell’immagine della Fig….che, è intitolato: “(2) Decime di quest’anno finito ad Agosto 1719 Procuratore in detto Anno il Rev. D. Gaetano Magaldo, ecc…” :
(Fig…) Decime versate dai Sapresi del Porto di Sapri nel 1719 – da Gaetani Rocco (…)
Per questo documento del 1719, il sacerdote Luigi Tancredi ne parla a p. 55 nella sua nota (7). Tancredi parlando di “San Giovanni Battista” a Sapri in proposito nella sua nota (7) a p. 55 postillava che: “A.D.P.: SS. Visit. Past. di A. De Robertis (anno 1714). D. Gaetano Magaldi paga dal servizio di S. Giovanni Biase Magaldi carlini 6 per la vigna delle Cannicelle. Nel 1719 il Procuratore D. Gaetano Magaldo riceve le decime del Porto di Sapri da Filippo Calderaro ecc..ecc…”. Come si può leggere nel documento dell’agosto del 1719, i cognomi delle famiglie di Sapri o “Portus Saprorum”. Si possono leggere i nomi di alcuni Eboli. Si leggono i nomi di Eboli: Giuseppe, Scipione, Biasi Antonio, Nicola, Francesco, Pietro. Riguardo questo documento e notizia del 1719, il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 55, nella sua nota (7) postillava che: “Nel 1719 il Procuratore D. Gaetano Magaldo riceve le decime del Porto di Sapri da Filippo Calderaro, ecc…Eboli ecc…”.
Nel 1720, Sapri eretto a Comune
Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo testo “Sapri giovane e antica”, a pp. 86-87-88 in proposito scriveva che: “L’erezione a Comune del Villaggio di Sapri, distinto da quello di Torraca, avvenne quasi certamente nel 1720, quale Terra o Università. Lo si deduce dai primi sigilli municipali, rinvenuti tra i carteggi vescovili, precisamente nei documenti delle Sacre Ordinazioni dei chierici, relativamente alla compilazione del Sacro Patrimonio (3) ecc…”. Il Tancredi (…), a p. 86, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il sacro patrimonio consiste in un appannaggio che la famiglia, per legge ecclesiastica, deve assegnare ad un suo membro, che intendediventare sacerdote a servizio del popolo di Dio, in modo che egli possa esercitare il sacro ministero senza preoccupazione d’interessi terreni.”.
Nel 1720, Sapri (“Marina di Torraca”), eretto a Comune, apparteneva alla Contea di Policastro o alla Baronia di Torraca ?
Riguardo i Palamolla, baroni di Torraca ed il territorio di Sapri ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “….e, nel 1776, da questi il feudo passò nelle mani del figlio Vespasiano, che prese per moglie Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Nel 1805, morto Vespasiano diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla ecc…”. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Dopo la descrizione del complesso ritorniamo ai Moscati e precisamente a Teresa, figlia di Giuseppe ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 di gennaio 1771 che il 20 agosto del 1795 sposò Vespasiano Palamolla, barone di Torraca. Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846. …….ed arriviamo a Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone di Torraca e marchese di Poppano fu don Francesco, cavaliere di giustizia del Sovrano Ordine di Malta, morto il 19 di febbraio del 1910 a Napoli. I titoli nobiliari della famiglia passarono poi per successione alla Famiglia Marigliano di Napoli, ereditati da Filippo, duca di Canzano e conte di Marigliano, figlio di Teresa Palamolla. Nicola, Moscati, nato a Napoli, fu il terzo marchese di Poppano, morendo celibe il 13 marzo del 1845, infine ecc…”. Dunque, riguardo il Barone di Torraca nel 1746, doveva essere il barone Vespasiano Palamolla che morì, secondo i Cedolaria ricordati dal Gaetani, l’11 maggio 1774. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “3° Vespasiano Palamolla, terzo Barone, ebbe a moglie donna lucrezia Salone figlia del Barone di Castrocucco. 4° Francesco Palamolla, quarto Barone, prese per moglie donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia; 5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; ecc…“. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. E’ molto probabile che il territorio di Sapri, la porzione occidentale ovvero quella che dall’attuale località “Fortino” e fino al Cimitero dipendesse dai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca. Ad un certo punto della storia, e questo però non viene chiarito ne dal Tancredi che dal Mallamaci, il vecchio “Portus Saprorum” diventa “Marina di Torraca” perche tutto il suo territorio apparterrà ai Palamolla, Baroni di Torraca. Francesco Sacco (…) ed al suo “Dizionario Geografico-Istorico-Fisico del Regno di Napoli” che, a pp. 380 381 parlando di Sapri scriveva che: “Sapri, Terra della Provincia di Salerno, ed in Diocesi di Policastro, situata sopra un falso piano bagnata dal Mar Tirreno, d’aria buona e nella distanza di sessantaquattro miglia dalla Città di Salerno, che si appartiene in Feudo alla Famiglia Carafa, Conti di Policastro. Questa terra appellata anticamente ‘Sipron’ ecc….Le cose degne da notarsi in quest’antica terra sono una Parrocchia di mediocre struttura; ed un Porto considerabile per la sua grandezza, avendo due miglia di perimetro, e mezzo miglio di apertura. Questo porto per l’opportunità del luogo, e per non esservene altro da Messina sino a Castellammare dovrebbe ristaurarsi. Ecc…”. Pietro Ebner (9), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” parlando di Sapri dopo la Congiura dei Baroni a p. 592, “La famiglia Carafa posedeva ancora la contea nel 700 il 3 ottobre 1770 la figlia di Gerardo Carafa e della congiunta Ippolita Carafa, Teresa, ebbe quale unica erede intestato Policastro con titolo di Conte, Forli con titolo di duca (il titolo era stato trasferito su Ispani con diritto al villaggio di denominarsi Forli), Libonati (Vibonati), Sapri e Santa Mericina o Marina e con i casali di S. Cristoforo e Capitello. Successivamente Teresa Carafa ebbe intestata varie giurisdizioni delle terre di Bosco, S. Giovanni a Piro e Torre Orsaia. Teresa aveva sposato il congiunto Gennaro Carafa, Principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo. Costui aveva avuto discendenza maschile da Silvia, per cui il primogenito Vincenzo divenne erede dei feudi della Roccella e il primogenito delle seconde nozze, Gerardo, ebbe titoli e feudi di Policastro.”. Dunque, secondo quanto scriveva Pietro Ebner, Gerardo Carafa della Spina, e Ippolita Carafa, ebbero come figlia Teresa che aveva sposato Gennaro Carafa, Principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo di Calabria. Scrive sempre l’Ebner che Gerardo Carafa della Spina era il figlio primogenito delle seconde nozze di Gennaro Carafa, Principe di Roccella con ……..Il Principe Don Gerardo Carafa della Spina (* 6-11-1702 + 16-6-1764), Principe del S.R.I., 6° Duca di Forli e 10° Conte di Policastro dal 1728, Patrizio Napoletano, e amministratore del Ducato di Chiusa per conto della moglie; il 20-1-1725 ottenne che il titolo di Duca di Forli (feudo venduto) passasse sul casale di Ispani e che questo cambiasse il suo nome in Forli; fece una permuta l’11-8-1733 dei casali di Vibonati e Sapri con la famiglia Pignone. Dunque, il passaggio è interessante perchè vi è scritto che il conte di Policastro, Gerardo Carafa, l’11 agosto 1733 permutò con la famiglia Pignone i fondi di Vibonati e di Sapri. Dunque, secondo questa notizia, il conte di Policastro, il Principe Gerardo Carafa della Spina, prima dell’11 agosto 1733 era proprietario dei casali di Vibonati e di Sapri. Per quanto riguarda il casale di Sapri, che appunto all’epoca risultava come dice l’Ebner (….), nel Catasto di Policastro, il Principe Gerardo Carafa della Spina, doveva essere padrone di una parte del suo territorio.
Nel 1731, le Rivele e la numerazione dei fuochi, dati demografici conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli
Sul sistema delle Rivele ha scritto Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di storia dalle origini al settecento”, a p. 120, nella nota (222) postillava che: “ASN, Registro delle Rivele di Caselle, a. 1754, Fondo “Catasti Onciari”, n. 4247 (Con Dispaccio del 1731 Carlo VI stabilì che la numerazione dei fuochi fosse fatta col nuovo metodo delle ‘Rivele’ o ‘Notificazioni’. Ogni capofamiglia doveva denunciare agli ufficiali dell’Università il proprio nucleo familiare, la professione, il mestiere, i beni mobili e immobili. Il metodo delle Rivele restò in vigore sino al 1741, quando Carlo di Borbone dispose il Catasto Onciario); etc…”.
Nell’11 agosto 1733, Gerardo Carafa della Spina, Conte di Policastro permutò con i Pignone i casali di Vibonati e di Sapri
Nel ‘Libro d’Oro della Nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: il Principe Don Gerardo Carafa della Spina (* 6-11-1702 + 16-6-1764), Principe del S.R.I., 6° Duca di Forli e 10° Conte di Policastro dal 1728, Patrizio Napoletano, e amministratore del Ducato di Chiusa per conto della moglie; il 20-1-1725 ottenne che il titolo di Duca di Forli (feudo venduto) passasse sul casale di Ispani e che questo cambiasse il suo nome in Forli; fece una permuta l’11-8-1733 dei casali di Vibonati e Sapri con la famiglia Pignone. Dunque, il passaggio è interessante perchè vi è scritto che il conte di Policastro, Gerardo Carafa, l’11 agosto 1733 permutò con la famiglia Pignone i fondi di Vibonati e di Sapri. Dunque, secondo questa notizia, il conte di Policastro, il Principe Gerardo Carafa della Spina, prima dell’11 agosto 1733 era proprietario dei casali di Vibonati e di Sapri. Per quanto riguarda il casale di Sapri, che appunto all’epoca risultava come dice l’Ebner (….), nel Catasto di Policastro, il Principe Gerardo Carafa della Spina, doveva essere padrone di una parte del suo territorio. Pietro Ebner (9), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” parlando di Sapri dopo la Congiura dei Baroni a p. 592, “La famiglia Carafa posedeva ancora la contea nel 700 il 3 ottobre 1770 la figlia di Gerardo Carafa e della congiunta Ippolita Carafa, Teresa, ebbe quale unica erede intestato Policastro con titolo di Conte, Forli con titolo di duca (il titolo era stato trasferito su Ispani con diritto al villaggio di denominarsi Forli), Libonati (Vibonati), Sapri e Santa Mericina o Marina e con i casali di S. Cristoforo e Capitello. Successivamente Teresa Carafa ebbe intestata varie giurisdizioni delle terre di Bosco, S. Giovanni a Piro e Torre Orsaia. Teresa aveva sposato il congiunto Gennaro Carafa, Principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo. Costui aveva avuto discendenza maschile da Silvia, per cui il primogenito Vincenzo divenne erede dei feudi della Roccella e il primogenito delle seconde nozze, Gerardo, ebbe titoli e feudi di Policastro.”. Dunque, secondo quanto scriveva Pietro Ebner, Gerardo Carafa della Spina, e Ippolita Carafa, ebbero come figlia Teresa che aveva sposato Gennaro Carafa, Principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo di Calabria. Scrive sempre l’Ebner che Gerardo Carafa della Spina era il figlio primogenito delle seconde nozze di Gennaro Carafa, Principe di Roccella con ……..
Nel 1739, a Sapri in località S. Martino vi erano beni e le dipendenze dell’antico Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano passati poi alle dipendenze del Monastero certosino di S. Lorenzo di Padula
Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nella sua “Sapri giovane e antica”, a p. 93 parlando di Sapri e dei documenti conservati nei Catasti Onciari dell’Archivio di Stato di Napoli, per il 1742 ci parla di un altro interessante documento (“Rivela”) del 1739 ed in proposito scriveva che: “Nel medesimo Volume n. 4342 dei Catasti Onciari, per l’anno 1742, si trova la Rivela riguardante la Grancia di Policastro per i beni posseduti in Sapri. Riportiamo per estratto: “Io Fr’ Placido M. a Cirino, Certusino Laico del Monistero di S. Lorenzo della Padula, Attual Granciero della Grancia di Policastro….rivelo come fra li beni che essa Grancia possiede, tiene un territorio di capacità (ettari ?) cento incirca, sito nelle Pertinenze della Terra di Sapri, e perciò alli Deputati di detta Terra di Sapri fò la pres.te mia Rivela di detto territorio chiamato vulgarmente S.to Martino, quale l’anno 1739 con….fu detto Territorio tutto censuato a Censo emfiteutico per annui docatiSi come per Istrumento rogato con tutte le solite solennità, per mano di Not.ro Gio. Ant. Brandi…”. La citazione del Tancredi di una ‘Rivela’ dove si descrivono le proprietà della Grancia del Monastero di S. Francesco di Policastro è interessante perchè in esso vi è la prova che ancora nel 1739 vi erano a Sapri possedimenti di proprietà e dipendenza della “Grancia” o Monastero di S. Francesco di Policastro, Grancia del Monastero di S. Lorenzo di Padula. Sappiamo che il Monastero della Certosa di S. Lorenzo di Padula possedeva i beni dell’antica Abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano e con questi beni passarono al Monastero di S. Lorenzo di Padula alcune “grancie” che appartenevano all’antico Monastero italo-greco di Rofrano. Il documento del 1731 citato dal Tancredi (….), conservato nei Catasti Onciari dell’Archivio di Stato di Napoli è firmato, è una dichiarazione del “grancero”, “Io Fr’ Placido M. a Cirino, Certusino Laico del Monistero di S. Lorenzo della Padula, Attual Granciero della Grancia di Policastro…”, che: “rivelo come fra li beni che essa Grancia possiede, tiene un territorio di capacità (ettari ?) cento incirca, sito nelle Pertinenze della Terra di Sapri, e perciò alli Deputati di detta Terra di Sapri fò la pres.te mia Rivela di detto territorio chiamato vulgarmente S.to Martino, quale l’anno 1739 con….fu detto Territorio tutto censuato a Censo emfiteutico per annui docatiSi ecc…”e che tale dichiarazione “come per Istrumento rogato con tutte le solite solennità, per mano di Not.ro Gio. Ant. Brandi…”. Dunque, secondo il documento rogato dal Notaio Giovanni Antonio Brandi di Vibonati, oggi conservato nel Volume n. 4342 dei Catasti Onciari, per l’anno 1742, ci parla dei bani posseduti nel 1739 a Santo Martino a Sapri posseduti dalla grancia di Policastro dipendente dal Monastero di S. Lorenzo di Padula. Il documento ci dice che questi beni e terreni siti a Santo Martino a Sapri erano stati affittati (a censo emfiteutico). Il “granciero” di Policastro, il Certusino laico del Monastero di S. Lorenzo di Padula, granciero della grancia di Policastro, frate Placido M. a Cirino, dichiarava i beni posseduti in Sapri dalla Grancia di Policastro. La Grancia di Policastro era il Monastero di S. Francesco d’Assisi, grancia del Monastero Certosino di S. Lorenzo di Padula al quale erano passati tutti i beni dell’antico Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, in seguito di S. Maria di Grottaferrata di Tuscolo, poi in seguito passata all’Arcamone per vendita e poi in sguito ancora passati al monastero di Padula. Nel 26 ottobre 1728, la Certosa di S. Lorenzo a Padula acquistò Montesano e il monastero basiliano di S. Pietro al Tomusso dall’Abbazia italo-greca di Grottaferrata a Grottaferrata, un tempo Grancia del monastero italo-greco di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano. E’ con l’acquisto del Monastero di S. Pietro al Tumusso che la Certosa di Padula diviene proprietaria di tutti i beni che un tempo appartenevano ai due Monasteri di Rofrano e di S. Giovanni a Piro. Infatti, il frate certosino del monastero di Policastro di cui parla il documento dipendeva dalla Certosa di Padula. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 339 parlando di Policastro in proposito scriveva che: “A Policastro, oltre quella di S. Giovanni a Piro, vi era una grancia di S. Lorenzo di Padula (55).”. Ebner a p. 339, nella sua nota (55) postillava che: “(55) Sacco cit., I, p. 97, col. 2.”. Ebner si riferiva al testo di Antonio Sacco (…) ed il suo ‘La Certosa di Padula disegnata, descritta e narrata su documenti inediti, con speciale riguardo alla topografia, alla storia e all’arte della contrada’. Il documento citato dal Tancredi è interessantissimo anche per Sapri e per il suo territorio perchè è la testimonianza che molti beni presenti nel territorio saprese non appartenevano alla Baronia dei Carafa o dei Palamolla ma erano dipendenze dell’antichissimo Monastero italo-greco di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano. Da Domenico Martire (….), però leggiamo che a Sapri vi era una grancia detta di “13. S. Nicola a Sapri”. Inoltre riguardo Policastro il Martire (….), riporta “12. S. Benedetto a Policastro” e non riporta il Monastero di S. Francesco. Dunque, il granciero che faceva la dichiarazione al Catasto nel 1731 a quale grancia o monastero dipendeva ? Di sicuro era un Monastero di Policastro e di sicuro gestiva un Monastero grancia o dipendenza di S. Lorenzo di Padula. Domenico Martire (…) nel 1877, a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, e cioè: …….1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria;6. S. Matteo nel territorio di Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca;15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, il Martire (….), oltre ad elencare per Policastro, la “grancia” di “6. S. Matteo nel territorio di Policastro”, che era una grancia dell’antico monastero di S. Maria di Rofrano, elenca pure alcune grancie o dipendenze dell’antico Monastero di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro che pure era grancia di S. Maria di Rofrano. Il Martire (….) a p. 151 elenca “11. Monastero di S. Giovanni a Pera, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepe di Roma:”, e quindi elenca “13. S. Nicola a Sapri” e pure “12. S. Benedetto a Policastro”. Il Martire aggiunge anche “14. S. Fantino alla Torraca”. Dunque, secondo il Martire (…) che scriveva anche sulla scorta del Di Luccia (….), a Sapri vi erano due grangie, quella di S. Nicola e quella di S. Fantino, entrambi grangie del monastero di S. Giovanni a Piro che a sua volta era una grangia del monastero di S. Maria di Rofrano. A Sapri, l’antica località di S. Martino è localizzata al di sopra della località “Fortino” e si estende fino alla località “Pietradame“. Vi passa pure l’antica via interpoderale S. Paolo che arrivava pare fino a Policastro. Come forse voleva e si riferiva il Corcia (13) nel 1874 e, poi anche Gallotti (6), sull’area adiacente e a ridosso del Seminario ‘Fanuele’, da cui si può vedere Sapri, e delle colline degradanti della contrada ‘S. Martino’, sopra Sapri, insiste una grande necropoli antichissima. Alla luce di queste considerazioni andrebbe ulteriormente indagata e rivista tutta la politica archeologica delle autorità sapresi e della Soprintendenza della Campania, al fine di mettere in luce e di meglio valorizzare tutta l’area archeologica compresa fra il Seminario ‘Fanuele’ e ‘Madonna dei Cordici’, e le colline che degradano fino ai versanti sapresi delle contrade di ‘Fortino’, di ‘S. Martino’ e forse ‘Fenosa’. L’attuale documentazione dei rinvenimenti in quell’area, attesta e conforta la tesi di una città sepolta e scomparsa tesi questa suffragata dagli innumerevoli ritrovamenti puntualmente occultati dalle stesse autorità che, forse timorosi di non potere attuare le loro politiche clientelari, hanno preferito girarsi dall’altra parte. Non si capisce per quale motivo le residenze dei Carabinieri di Sapri, fossero state costruite in località S. Martino, in un area scarsamente urbanizzata e distante dal locale centro abitato. Le evidenze e le notizie delle non scarse testimonianze archeologiche in quell’area, fanno ritenere ad un piano criminoso tendente ad occultare invece che valorizzare. Lo studioso locale, Josè Magaldi (5), nel 1928, su incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, in occasione delle opere e lavori che portavano a compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, scrisse un libretto rimasto indedito e di cui possediamo la copia originale donataci dall’autore: ‘Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderiivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni’. Il Magaldi (6), riprendendo alcuni passi del Gallotti (6), disserta fra le numerose notizie – sulle origini di Sapri ed in proposito alla città d’Avenia di cui ha sempre parlato la tradizione orale popolare, scriveva: “La collina rocciosa che da Santa Domenica a Santo Martino scende al mare e si estende fino al Faro ‘Pisacane’ e alla ridotta del Fortino era segnalata dai vecchi del luogo, fino al secolo scorso, come il punto dove in antichi tempi, sorgeva una città antica che impropriamente essi chiamavano l’antica città di Avenia, ma che giustamente ritenevano sommersa, giacchè la denominavano anche “la città dei romani”. Il Magaldi, poi prosegue il racconto scrivendo: “Un viottolo vicinale attraversava quella zona e metteva in comunicazione Sapri con i paesi circonvicini ed occidentali tra i quali il più importante tra i quali Vibonaticolonia dell’antica Vibone dell’Antonini.“.
(Fig….) via S. Paolo nelle campagne di Sapri
Nel 1741, il Catasto Onciario ed i possidenti di Sapri conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli
Da Wikipedia leggiamo che il Catasto onciario, precursore degli odierni catasti, rappresenta l’attuazione pratica delle norme dettate da re Carlo di Borbone nella prima metà del XVIII secolo per un riordino fiscale del regno di Napoli, progettato e diretto da Bernardo Tanucci. Nonostante fosse un catasto descrittivo, poiché non prevedeva la rappresentazione geometrica dei luoghi, fu uno strumento teso ad eliminare i privilegi goduti dalle classi più abbienti che facevano gravare i tributi fiscali sempre sulle classi più umili e di fatto rappresenta uno dei più brillanti esempi del tempo di ingegneria finanziaria e di ripartizione proporzionale del peso fiscale. Il catasto era basato su un sistema di duplice tassazione, che prevedeva sia una imposizione di tipo reale cioè sui beni e sia personale cioè sulla capitazione o testatico e sulle attività dei contribuenti e dei loro nuclei familiari. Dall’imposizione catastale per antico privilegio era esentata la città di Napoli. Si chiamò Onciario perché la valutazione dei patrimoni sia immobiliari che da bestiame o finanziari (per es. da censi attivi), veniva stimato in base all’unità monetaria teorica di riferimento, l’oncia, corrispondente a sei ducati. Era anche detta Oncia di carlini tre, in quanto ogni tre carlini di rendita, capitalizzati al tasso di interesse fissato al 5% (solo per il bestiame era fissato al 10%), equivalevano a 60 carlini, pari a sei ducati e quindi 1 Oncia di capitale o patrimonio. Veniva così introdotta anche una distinzione tra unità monetarie di riferimento per la valutazione delle rendite, adottando le valute correnti del grano, il carlino e il ducato, e per i patrimoni usando delle unità monetarie di conto come il tarì e l’oncia. È chiaro come un meccanismo volutamente semplice poteva assicurare nelle intenzioni, un prelievo fiscale generalizzato ed accertamenti molto rapidi. Per il calcolo delle imposte le persone erano distinti in diverse categorie. Una prima distinzione era effettuata fra cittadini e forestieri: i primi formavano i “fuochi” (ovvero le famiglie) dell’Università; i secondi erano solamente iscritti nell’Onciario o perché vi possedevano beni o perché vi esercitavano un’attività. La consultazione dell’Onciario, conservato in originale per tutte le università del Regno presso la Regia Camera della Sommaria (S.R.C.) poi nell’Archivio di Stato di Napoli, oltre che in copia in alcuni pochi archivi comunali, è ancora oggi, pur con tutti i suoi limiti e omissioni, una fonte preziosa di informazioni sul periodo. Sul Catasto Onciario ha scritto Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di storia dalle origini al settecento”, a p. 120, nella nota (222) postillava che: “Il metodo delle Rivele restò in vigore sino al 1741, quando Carlo di Borbone dispose il Catasto Onciario); ivi, Catasti Onciari, Caselle in Pittari, vol. 4249. Il Catasto Onciario, detto ‘Liber unciarii’ e ‘Libro di tassa’, fu iniziato il 20 di settembre dai ‘Magnificis deputatis electis in publico colloquio pro confictione catasti’ e reso pubblico (pubblicatus in publica Plàtea) il 27 di ottobre del 1754. I Deputati furono due notai, Nicola Barbelli e Giuseppe Peluso, e due Reverendi, Don Carmine Greco e Don Paolo Orlando, coadiuvati da Giovanni Tancredi, Nicola Giudice e Nicola Torre. Quell’anno il ‘Sindaco’ era Antonio Fiscina, il Capoeletto Carlo Speranza, gli Eletti Pietro Torre, Gioacchino Stoduto e Giuseppe Croccia, in pratica gli amministratori (‘Magnifici de regime) del tempo.”.
Nel 1742, Sapri possidenti in alcuni documenti (“Rivele”) conservate nel Catasto Onciario conservato nell’Archivio di Stato di Napoli
Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a pp. 90-91, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Riteniamo opportuno dare qualche notizia circa i possedimenti nell’anno 1742, come risultano dai Catasti Onciari, volume 4342, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Si tratta delle dichiarazioni catastali o fiscali, rilasciate dagli abitanti della Terra di Sapri. Le così dette ‘Rivele’ sono, appunto, le dichiarazioni fatte dai proprietari circa i redditi e le tasse che versavano all’erario. Il Vol. 4342, oltre alle ‘Rivele’ degli abitanti del posto, contiene anche quelle delle contrade limitrofe (Bonati, Rivello, Lagonegro), dei Sacerdoti di Maratea, della Grancia di policastro ecc…. Di notevole segnaliamo il fascicolo riguardante gli ecclesiastici, ‘secolari cittadini’; da esso risultano i nomi di quattro sacerdoti: D. Antonio Mileo, di anni 33, D. Biagio Lacorte, di anni 28, D. Francesco Mileo, di anni 49, D. Gennaro Eboli, Arciprete di Sapri. Si rileva, inoltre, la denominazione di alcune località, come ‘Brizzi’, ‘Aria del Re’, ‘Tempone’, ‘la Cantina’, ‘il Rosario’, ‘la Difesa’, ‘Cassandra’, ‘il Giardinello’, ‘S. Giovanni’, ‘Ischitelli’, ‘Pali’…ecc….La prima ‘Rivela’ è prodotta da Antonio Lacorte, bracciale, fattore (e forse amministratore) dell’Ecc.mo Sig.r Conte di Policastro. Egli dichiara la consistenza numerica della propria famiglia, i beni mobili ed immobili, i pesi (le tasse), che è tenuto a pagare, e quanto altro concorre a formare i “beni” della famiglia stessa. E’ importante sapere che il Lacorte era certamente benestante ed era padre del Parroco D. Biagio Lacorte. Riportiamo, semplificando, l’elenco dei ‘familiari’: Antonio Lacorte, bracciale, fattore dell’entrade dell’Ecc.mo Sig.r Conte di Policastro, di anni 50; Moglie Laura Pasquale, di anni 48; Primo figlio il Sacerdote Biagio, di anni 28; Serafina, maritata, di anni 24; Macario, accasato, bracciale, abita meco, di anni 21; Giovanni Aloise, figlio malsano, di anni 17; Bartolomeo, figlio, custode di capre, di anni 13; Giovanna, figlia in capillis, di anni 11 (“in capillis”, s’intende nubile); Pietro Illò ecc….Le ‘Rivele’ iniziano con una frase che si ripete ecc…Di notevole importanza è il fascicolo riguardante la Rivela del Parroco, sotto il titolo “Chiesa Parrocchiale di Sapri”, si legge: “Rivelo io D. Biagio Lacorte, Procuratore di questo Reverendo Clero di questa Parrocchial Chiesa sotto il titolo della SS.ma Concezione della Beata Vergine, come detta Chiesa non possiede Beni stabili per essere stata eretta da quindici anni in circa, cosa che ancora non è completa di fabbrica, anzi scarsissima di utensili, solamente possiede…..In detta Rivela si parla, tra l’altro di Messe da celebrare per la somma di un carlino di elemosina per ogni Messa, come si evince dall’istrumento rogato dal Notar Giovanni Pietro Ricciardo della Terra di Bonati nell’anno 1719. E’ specificato il numero delle Messe (470) per li sopra donatori della Chiesa. Si parla anche delle quantità di grano che si paga alla Rev.ma Mensa Vescovile di Policastro. Questa è l’ultima annotatazione della Rivela riguardante i beni della Chiesa Parrocchiale non ha altri Altari, se non che il solo Altare maggiore, ancora non perfezionato. Vi sono, bensì, in questo tenimento di Sapri la cappella di San Giovanni, amministrata dal Reverendo Clero di Torraca, v’è altresì la cappella del SS. Rosario, amministrata dal Reverendo Canonico Domenico Cavalieri, la cappella di S. Antonio di Padova, anche anmministrata dal Rev.do Clero di Torraca, per essere fondata da benefattori prima dell’erezione di questa Chiesa Parrocchiale, ed altra cappella di S. Giovanni Battista (8) amministrata dalli Revv. di PP. di S. Francesco di Paula del convento di Bonati, per le rendite dei quali mi rimetto alla Rivela dell’Amministratore di essa….”.
Nel 1742, Sapri nella “Rivela” di Antonio La Corte, fattore del Conte di Policastro Girardo Carafa della Spina
Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a p. 92, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Notevole è pure il fascicolo che contiene la Rivela fatta da Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro, in qualità di fattore, ma è molto difficile la decifrazione della grafia. Comunque, è certo che all’inizio si parla dell’ubicazione geografica del Porto di Sapri e delle sue ultime vicende storiche, riferite allo smembramento della Contea di Policastro. Ne riportiamo qualche stralcio per intenderne l’importanza. “Antonio La Corte della Terra di Sapri, Erario dell’E.ma Casa del Sig.re Principe D. Girardo Caraffa, Conte di Policastro, Cavaliere Napolitano, et habitante in detta Città di Napoli, rivela come, quantunque il Feudo del med.mo dovesse andar compreso con la Città di Policastro, e nel Catasto si forma dalla med.ma, nò cadesse più proprio, il Rivelo delli suddetti beni sì esser fatto Sapri corpo compreso nella Contea di detta Città, e nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra, nulla però di meno, affinchè restino separatamente Rivelate, et adempita la mente di S. M. (ch’Iddio guardi) Rivela possedersi da detto Ecc.mo Sig.re li seguenti beni propri, e li infrascribe Redditi senza recare menomo pregiudizio alle rag.ni di detta città, e sono …” (Firma).”. Dunque, come scriveva il Tancredi presentandoci dei documenti “Rivele” che riguardavano il Conte di Policastro, si può vedere come nel 1742 (il documento è conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli – Catasto Onciario) risultava sotto il dominio del Conte Gerardo Carafa di Policastro tutta la fascia costiera “…la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, ecc…”. Dunque, la marina o la fascia costiera che si estendeva dai confini di Camerota, volgarmente detta “Li Marcellini” fino al Canale di Mezzanotte, confine con la Basilicata. Nel Libro d’oro della nobiltà napoletana, alla voce Carafa troviamo: H4. Principe Don Gerardo Carafa della Spina (* 6-11-1702 + 16-6-1764), Principe del S.R.I., 6° Duca di Forli e 10° Conte di Policastro dal 1728, Patrizio Napoletano, e amministratore del Ducato di Chiusa per conto della moglie; il 20-1-1725 ottenne che il titolo di Duca di Forli (feudo venduto) passasse sul casale di Ispani e che questo cambiasse il suo nome in Forli; fece una permuta l’11-8-1733 dei casali di Vibonati e Sapri con la famiglia Pignone. Dunque, il passaggio è interessante perchè vi è scritto che il conte di Policastro, Gerardo Carafa, l’11 agosto 1733 permutò con la famiglia Pignone i fondi di Vibonati e di Sapri. Sempre il Tancredi (….), proseguendo il suo racconto ci presenta un altro accertamento del Catasto Onciario del 1742 ed in proposito scriveva che: “Alla precedente Rivela segue dichiarazione a parte, quasi un accertamento compiuto su quanto dichiarato dal detto Antonio Lacorte: “Facciamo piena, ecc…” :
(Fig….) Tancredi Luigi (…) – Rivela di Antonio La Corte, segretario del Conte Carafa
Nel 1745, Sapri era abitata da 500 persone
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucania‘, del 1745, nella sua prima versione curata da Guglielmo Goesio (…), così descrive Sapri: “nelle campagne intorno al Porto e Marina di Vibonati (che sono deliziosissime) abitano sparsamente da 500 persone, che le coltivano assai bene, specialmente per le viti e fichi e olivi,oltre di quei che sono addetti alla pesca, che vi è abbondantissima e di squisitosapore.” (….). Il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nella sua ‘Lucania’, così descrive le preesistenze che vide in località Santa Croce a Sapri, tra cui le ‘Pilae’, in proposito a p….. scriveva che: “Il porto, ch’è di figura semicircolare, ha quasi due miglia di circonferenza, e la sua bocca è di circa mezzo miglio, guardando per dritto a mezzo giorno; quindi è, che spirando quei venti, i legni non sono sicuri nel porto. Avevano a questo difetto rimediato gli antichi (che ben il conobbero) col fare un gran riparo di scogli all’imboccatura di esso, che ricevendo di fronte gli urti delle tempestose onde, faceva, che al di dentro tutto stasse in calma: di questo riparo pochissimo oggi n’è rimasto, ed appena si vede sott’acqua, essendo il di più stato consumato, e roso; ma se mai al Governo piacesse di fare stendere un piccolo braccio, o di scogli, o di fabbrica verso la Torre chiamata Buondormire, che sta ad occidente, lo che costerebbe pochissimo, si farebbe allo Stato ed a’ forestieri ancora un gran benefizio, perché i navilj, che vanno, o vengono da Calabria, da Sicilia, da Puglia, da Malta, avrebbero ove ricoverarli; non essendoci adesso da Messina fino a Baja porto né così capace, né più opportuno; ed in tal caso converrebbe ancor nettar il porto stesso, che presentemente…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 40, sulla scorta del Gaetani in proposito aggiungeva che: “La popolazione di Sapri s’incrementò rapidamente nell’arco di due secoli, tanto da superare i 7.000 abitanti. Infatti, dallo stato d’anime, il nucleo saprese documentava 345 unità nel 1714 e 414 nel 1719 (36). Quindi saliva a 508 nel 1726, a 1046 nel 1757 e a 1131 nel 1761 (37)”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (36) postillava che: “(36) Gaetani Rocco, o.p., p. 41.”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (37) postillava che: “(37) A.D.P.: SS. Visite Pastorali di A. De Robertis (Vis. Portus Saprorum)(ann. 1726) e di G.B. Minucci (ann. 1757 e 1761).”.
Nel 31 maggio 1746, Giovanni Antonio Brando vendeva la Cappella di S. Vito
Forse vi è una relazione con la recente pubblicazione fatta dall’amico Domenico Smaldone, che ha pubblicato alcuni documenti che attestano la vendita di un’altra cappella, la Cappella di S. Vito che il barone Giovanni Antonio Brando di Torraca vendeva il 31 maggio 1746. Chi era il barone Giovanni Antonio di Torraca ?. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “Nel 1658, a due anni dalla terribile peste che, come tutti gli altri paesi del Cilento decimò anche qui la scarsa popolazione, subentrò nel dominio del feudo Vespasiano Palamolla, che ebbe per moglie donna Lucrezia Salone, figlia del barone di Castrocucco. A Vespasiano successe, nel 1710, Francesco Palamolla, che sposò donna Lucrezia Bruno, dei Baroni di Santa Lucia e, nel 1776, da questi il feudo passò nelle mani del figlio Vespasiano, che prese per moglie Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Nel 1805, morto Vespasiano diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla ecc…”. Dunque, riguardo il Barone di Torraca nel 1746, doveva essere il barone Vespasiano Palamolla che morì, secondo i Cedolaria ricordati dal Gaetani, l’11 maggio 1774. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “3° Vespasiano Palamolla, terzo Barone, ebbe a moglie donna Lucrezia Salone figlia del Barone di Castrocucco. 4° Francesco Palamolla, quarto Barone, prese per moglie donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia; 5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; 6° Biagio Palamolla, sesto Barone, ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze Donna Mariana Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc..”.
Nel1747, il Troyli ci parla del porto di Sapri
Nel 1747 il Troyli (…), nel suo “Istoria generale del Reame di Napoli”, vol. I a p. 59 ci descrive il porto di Sapri
(Fig….) Troyli (…), op. cit., vol. I, p. 59
Nel 1764, parte del territorio di Sapri apparteneva a Teresa Carafa della Spina, Contessa di Policastro
Dopo la ‘Congiura dei baroni‘ e, la fellonia di Ferrante d’Aragona e, l’arresto e la decapitazione del Petrucci, il 25 ottobre 1496, la Contea aragonese di Policastro e quindi anche Sapri, furono avocate al fisco per fellonia e poi concessa da Re Ferrante d’Aragona a Giovanni Carafa (2). Pietro Ebner (9), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” parlando di Sapri dopo la Congiura dei Baroni a p. 592, “La famiglia Carafa posedeva ancora la contea nel ‘700 il 3 ottobre 1770 la figlia di Gerardo Carafa e della congiunta Ippolita Carafa, Teresa, ebbe quale unica erede intestato Policastro con titolo di Conte, Forli con titolo di duca (il titolo era stato trasferito su Ispani con diritto al villaggio di denominarsi Forli), Libonati (Vibonati), Sapri e Santa Mericina o Marina e con i casali di S. Cristoforo e Capitello. Successivamente Teresa Carafa ebbe intestata varie giurisdizioni delle terre di Bosco, S. Giovanni a Piro e Torre Orsaia. Teresa aveva sposato il congiunto Gennaro Carafa, Principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo. Costui aveva avuto discendenza maschile da Silvia, per cui il primogenito Vincenzo divenne erede dei feudi della Roccella e il primogenito delle seconde nozze, Gerardo, ebbe titoli e feudi di Policastro.”. Nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, leggiamo che: I5. Principessa Donna Teresa Carafa della Spina (* Napoli 17-4-1731 + 17-3-1804), Principessa del S.R.I., 7° Duchessa di Forli, 11° Contessa di Policastro e Duchessa di Chiusa dal 1764 con i feudi di Sapri, Vibonati e Ispani (Forli). = 3-7-1747 Principe Don Gennaro I Carafa Cantelmo Stuart 7° Principe della Roccella.
Nel 3 ottobre 1770, Teresa Carafa, figlia di Gerardo Carafa e di Ippolita Carafa, conti di Policastro
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 742 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Poi il feudo passò alla famiglia Carafa che lo possedeva ancora nel ‘700. Il 3 ottobre 1770, Teresa Carafa, figlia di Gerardo Carafa (v. a Policastro) e della congiunta Ippolita Carafa, quale unica erede ebbe l’intestazione di Policastro, con titolo di conte, Fòrli con titolo di duca (il titolo venne trasferito su Ispani, università autorizzata a denominarsi Fòrli), Libonati, Sapri e Santa Maricina o Santa Marina, insieme con i casali di S. Cristoforo e di Capitello. In seguito Teresa Carafa ebbe intestate anche le giurisdizioni di Bosco, S. Giovanni a Piro e Torre Orsaia. Teresa aveva sposato il parente Gennaro Carafa, principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo. Da costei il principe aveva avuto dei maschi, tra cui il primogenito Vincenzo al quale tocarono i feudi della Roccella. Da Teresa Carafa il principe aveva avuto altri maschi, tra cui il primogenito Gerardo che ebbe titolo e feudi di Policastro. A Gerardo seguì Francesco e poi il figlio Nicola e due femmine, Maddalena e Maria Teresa. Nicola, che con decreto ministeriale del 1831 aveva ottenuto il riconoscimento di tutti i titoli e predicati, morì senza eredi. I titoli e i feudi di Policastro (v.), Fòrli (cioè Ispani), Sapri, Vibonati e Pardinola con R. Assenso del 1897 passarono a Maria Severina Longo, figlia di Maddalena Carafa e perciò marchesa di Gagliati e di San Guiliano.”. Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, sulla scorta dell’Alfano (…) parlando di Sapri, a p. 197, in proposito scriveva che: “Vibonati….Nel 1797 si trovava infeudato alla Principessa D. Teresa Carafa di Policastro. Intorno a questo centro, detto anche Bonati o Libonati, sono state fatte numerose polemiche. Molti hanno voluto vedere qui il golfo di Vibona, di cui parla Cicerone nella sesta epistola ad Attico.”.
(Fig….) Diploma di Teresa Casafa, Contessa di Policastro, Duchessa di Forli (Ispani), Principessa della Roccella – propr. eredi Gallotti – foto Attanasio
(Fig….)
Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. E’ molto probabile che il territorio di Sapri, la porzione occidentale ovvero quella che dall’attuale località “Fortino” e fino al Cimitero dipendesse dai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca. Ad un certo punto della storia, e questo però non viene chiarito ne dal Tancredi che dal Mallamaci, il vecchio “Portus Saprorum” diventa “Marina di Torraca” perche tutto il suo territorio apparterrà ai Palamolla, Baroni di Torraca. Francesco Sacco (…) ed al suo “Dizionario Geografico-Istorico-Fisico del Regno di Napoli” che, a pp. 380 381 parlando di Sapri scriveva che: “Sapri, Terra della Provincia di Salerno, ed in Diocesi di Policastro, situata sopra un falso piano bagnata dal Mar Tirreno, d’aria buona e nella distanza di sessantaquattro miglia dalla Città di Salerno, che si appartiene in Feudo alla Famiglia Carafa, Conte di Policastro. Questa terra appellata anticamente ‘Sipron’ ecc….Le cose degne da notarsi in quest’antica terra sono una Parrocchia di mediocre struttura; ed un Porto considerabile per la sua grandezza, avendo due miglia di perimetro, e mezzo miglio di apertura. Questo porto per l’opportunità del luogo, e per non esservene altro da Messina sino a Castellammare dovrebbe ristaurarsi. Ecc…”.
Nel 1805, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno di Napoli”, vol. IX, a p. 192 così scriveva di Torraca:
Lorenzo Giustiniani (….), scriveva che Torraca: “Fu posseduta dalla famiglia ‘Gambacorta’, ed in oggi dalla ‘Palamolla’ con titolo di ‘baronia‘. Interessante a questo proposito è il documento pubblicato dal Tancredi (….), una “Rivela” ovvero la dichiarazione dei beni privati posseduti dai genitori di un prete che doveva lasciare tutto alla Chiesa. Il documento è interessante perchè rivela: “La prima ‘Rivela’ è prodotta da Antonio Lacorte, bracciale, fattore (e forse amministratore) dell’Ecc.mo Sig.r Conte di Policastro. Egli dichiara la consistenza numerica della propria famiglia, i beni mobili ed immobili, i pesi (le tasse), che è tenuto a pagare, e quanto altro concorre a formare i “beni” della famiglia stessa.”. Si tratta della dichiarazione o “Rivela” che fa nel 1742 Antonio Lacorte o La Corte, padre del futuro Parroco di Sapri Biagio Lacorte.
Nell’11 maggio 1774 (o 1776 come scrive il Guzzo ?), Vespasiano Palamolla, 5° barone di Torraca
Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). “. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “…..e, nel 1776, da questi il feudo passò nelle mani del figlio Vespasiano, che prese per moglie Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Nel 1805, morto Vespasiano diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla ecc…”. Dunque, riguardo il Barone di Torraca nel 1746, doveva essere il barone Vespasiano Palamolla che morì, secondo i Cedolaria ricordati dal Gaetani, l’11 maggio 1774. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; ecc….”. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Dopo la descrizione del complesso ritorniamo ai Moscati e precisamente a Teresa, figlia di Giuseppe ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 di gennaio 1771 che il 20 agosto del 1795 sposò Vespasiano Palamolla, barone di Torraca. Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846……..Francesco, il quarto barone di Torraca prese per moglie Lucrezia Bruno dei baroni di Santa Lucia ed arriviamo a Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer avi del medico Santo Giuseppe Moscati, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Dunque, come ha scritto Rocco Gaetani (….), Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca aveva sposato in seconde nozze donna Marianna Caputo dei marchesi di Cerreto. In rete in “Nobili-Napoletani” troviamo che: “Salvatore, marchese della Petrella come erede per la morte di suo padre Giuseppe, sposato ad Ippolita Mascaro, figlia di Luigi († 1812), marchese di Acerno, e di Vittoria Carafa di Montecalvo (1758 † 1792), generarono due figlie femmine: Vincenza, sposata al marchese Ferdinando Rohrlach, Gentiluomo di Camera di S.A.R. l’Infante di Lucca, e Marianna († 1861) sposata al marchese di Poppano Biagio Palamolla (1796 † 1867); con esse questo ramo si estinse.”. Dunque, secondo il sito dei Nobili Napoletani, Marianna Caputo, marchese di Cerreto, morì nel 1861 e fu sposa a Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca e marchese di Poppano, nato nel 1796 e morto nel 1867. Infatti, sul sito è scritto che Biagio Palamolla nasce il 1796, un anno dopo il matrimonio tra il padre Vespasiano Palamolla e la madre Teresa Moscati, marchesa di Poppano.
Nel 12 dicembre 1778, il primo stemma civico del Comune di Sapri
Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo testo “Sapri giovane e antica”, a pp. 86-87-88 in proposito scriveva che: “L’erezione a Comune del Villaggio di Sapri, distinto da quello di Torraca, avvenne quasi certamente nel 1720, quale Terra o Università. Lo si deduce dai primi sigilli municipali, rinvenuti tra i carteggi vescovili, precisamente nei documenti delle Sacre Ordinazioni dei chierici, relativamente alla compilazione del Sacro Patrimonio (3) in favore dei nuovi ordinati, promossi dal Suddiaconato, i quali dovevano dichiarare al Vescovo i beni ereditati dalla famiglia per poter vivere decorosamente, e stralciati dalla mappa catastale, con la specificazione esatta di fondi, case, rendite, relativi confini e debita autorizzazione civile (4). Ogni Università per distinguersi dalle altre aveva uno stemma civico segnato ed impresso, prima secco, poi ad inchiostro con timbro a fondo nero e disegni bianchi, reca la data del 12 dicembre 1778, usato nei documenti per la promozione agli ordini minori del chierico Giuseppe Lacorte. Il documento reca la firma del Cancelliere Nicola La Corte. Lo stemma, inciso su un disco rotondo, raffigura il mare, con due torri e al centro un uccello con una stella a sei punte in testa e, sotto i piedi, all’orizzonte, una fascia trasversa con la scritta “SAPRI”; intorno, circolarmente, vi è un’altra scritta in latino: EX VARIIS QUASI ELEMENTIS”. Il Tancredi (…), a p. 86, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il sacro patrimonio consiste in un appannaggio che la famiglia, per legge ecclesiastica, deve assegnare ad un suo membro, che intendediventare sacerdote a servizio del popolo di Dio, in modo che egli possa esercitare il sacro ministero senza preoccupazione d’interessi terreni.”. Sempre il Tancredi a p. 86, nella sua nota (4) postillava che: “(4) A.D.P.: ‘Sacre Ordinazioni sacerdotali: Sapri- Vol. I (1778-1829).” :
(Fig…) Stemma civico del “Comune di Sapri” – disegno tratto da “Sapri giovane e antica” di Luigi Tancredi
(Fig….) Stemma civico del Comune di Sapri impresso a secco su carta vergata con un timbro metallico
(Fig….) Stemma civico del “Comune di Sapri” nel Regno delle Due Sicilie – su timbro impresso a secco su carta vergata – documento inedito – foto Attanasio
Di questo sigillo ne parla anche Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia ecc…”, nel suo “Il secolo XVIII, primi segnali di autonomia saprese”, a p. 57 in proposito scriveva che: “Il suo territorio confinerà con i comuni di Vibonati, Torraca e Tortorella. Si fregerà, anche di un proprio stemma (che in seguito verrà cambiato), in cui viene rappresentato il mare del golfo tra due torri che molto plausibilmente rappresentavano: una la “Torre Canale di Mezzanotte”, l’altra, quella scomparsa denominata “Del Buondormire”, e come già citato, questa era ubicata in località Fortino al posto dell’attuale faro. Al centro delle torri vi era un uccello con in testa una stella a sei punte; sotto la scritta “Sapri”. Il tutto è incorniciato dalla frase “EX VARIIS QUASI ELEMENTIS” che esprime l’origine di Sapri, costituito in prevalenza di condizioni e provenienza diversa, quali: Torraca, Vibonati, Tortorella, Santa Marina, Rivello, Policastro e Maratea.”. Fin qui il Mallamaci ripete le stesse cose dette dal Tancredi ma si sbaglia nel dire che le due torri rappresentate nello stemma siano una quella di “Mezzanotte”. La Torre detta oggi di “Mezzanotte”, così detta su google maps a causa della vicinanza con il vicino confine tra la Regione Campania ex “Principatro Citeriore” del Regno delle Due Sicilie e l’attuale Basilicata, anticamente veniva ed era chiamata “Torre Scialandro” come ho cercato di dimostrare in un altro mio saggio. L’altra torre rappresentata è quella che oggi si chiama “Torre Capobianco” e che un tempo l’Antonini chimava “Torre Lubertino” a causa della vicinanza al fiume carsico sotterraneo “Lubertino”. Infatti, le due torri citate chiudevano l’ampia baia del porto naturale di Sapri.
Nel 17 agosto 1781, un documento su Sapri
Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 93 cita un documento del 1781 tratto e conservato nell’Archivio di Stato di Napoli. Il Tancredi a p. 93 dice “Voci di Vettovaglie (9)”. Il Tancredi (…), a pp. 93-94 in proposito scriveva che: “Il documento che segue potrà, in qualche modo, tornare utile alla definizione degli aspetti sociali ed economici del tempo. “In esecuzione dei Reali ordini, facciamo piena, vera ed indubitata fede Noi quì sotto a Croce signata Sindaco ed Eletto della città di Sapri, provincia di Salerno, etiam cum juramento….che il prezzo delle vettovaglie corre della seguente maniera B: Il grano a Carlini quindici il tomolo (10). L’orzo a Carlini otto il tomolo. L’avena a Carlini diciotto lo staio. Il vino a Carlini diciotto la soma. Altra sorta di vettovaglie non si vende presentemente in questa suddetta Terra…. In fede della verità ne abbiamo fatta scrivere la….e Croce signata di nostre proprie mani, firmata dal nostro ordinario Cancelliere e munita col nostro solito universal suggello. Sapri 17 agosto 1781. “Fortunato Timpanelli, Sindaco fa fede come d.o. + Segno di Croce di me ‘Biase’ Magaldi’ Eletto che fò fede come sopra”. Segue il bollo a secco che rappresenta un uccello sull’acqua e con la scritta in giro ‘Comune di Sapri, Provincia di Salerno'”. Il Tancredi a p. 93, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Archivio di Stato di Napoli: B. III/18 – anno 1781”. Dunque, il documento citato dal Tancredi è conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli: Busta III/18 – anno 1781.
Nel 1786, Sapri e Torraca secondo Giuseppe Maria Galanti
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” vol. II, a p. 665 parlando di Torraca in proposito ai Palamolla di Torraca scriveva che: “Il Galanti (12) scrive che “Torraca” contava ai suoi tempi 1296 abitanti.”. Ebner a p. 665, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Galanti, cit. IV, p. 234.”. Ebner si riferiva al testo di Giuseppe Maria Galanti (….), vol. IV del “Nuova descrizione storica e geografica delle Sicilie”, pubblicata dal 1796 in poi, egli riportava la popolazione dei centri del Cilento e a p. 234 scriveva “Toraca – d. di Policastro, 1296”, dove “d” stava per Diocesi, dunque “Toraca” in Diocesi di Policastro, abitanti 1296. Il Galanti riportava anche e distintamente la popolazione di Sapri che risultava a quei tempi superiore a quella di Torraca e scriveva che: “Sapri, d. di Policastro, 1423”.
Nel 1790, Palazzo Masiello in via Roma oggi via Nicodemo Giudice
(Fig….) Stemma araldico del 1790 che sormonta il portale di Palazzo Masiello in via Nicodemo Giudice con corte interna
Nel 1795, secondo il Tancredi, Giovanni Schettino, primo Sindaco di Sapri
Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica” a p. 89 elenca i Sindaci del Comune di Sapri citando il primo Sindaco “1) – Giovanni Schettino nel 1795” e il “12) Vincenzo Peluso nel 1852”. Questo Vincenzo Peluso si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”.
Nel 20 agosto 1795, Vespasiano Palamolla, 5° barone di Torraca sposò in prime nozze Teresa Moscati, marchesa di Poppano
Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Dopo la descrizione del complesso ritorniamo ai Moscati e precisamente a Teresa, figlia di Giuseppe ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 di gennaio 1771 che il 20 agosto del 1795 sposò Vespasiano Palamolla, barone di Torraca. Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846……..Francesco, il quarto barone di Torraca prese per moglie Lucrezia Bruno dei baroni di Santa Lucia ed arriviamo a Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “A Vespasiano successe, nel 1710, Francesco Palamolla, che sposò donna Lucrezia Bruno, dei Baroni di Santa Lucia e, nel 1776, da questi il feudo passò nelle mani del figlio Vespasiano, che prese per moglie Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Nel 1805, morto Vespasiano diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; Ecc..”. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”.
Nel 1797, Sapri era abitata da circa ……persone
1797, il Giustiniani, nel suo “Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli”, così descrive Sapri: “Terra in provincia del Principato Citeriore Diocesi di Policastro. E’ situata alla radice del monte, accosto al mare e dista da Salerno miglia 74. Si vuole antica indicando alcuni ruderi., che tuttavia si veggono. Taluni credono che fosse stata edificata da’ Sibariti ed altri che gli antichi romani, si fossero voluti dell’ampio porto, che si vede. Ilsuo territorio è fertile in grano, vino ed olio, ecc..” (….).
Nel 22 giugno 1798, muore Bonaventura Palamolla, fratello del 5° barone di Torraca, Vespasiano Palamolla
Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). “. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; 6° Biagio Palamolla, sesto Barone, ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze Donna Mariana Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone don Francesco Marchese di Poppano, ecc… “.
Nel 1799, la Repubblica Partenopea
Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, nel 1796 Giuseppe prese parte con Napoleone alla prima campagna d’Italia, lasciando la Corsica che ormai veniva abbandonata anche dagli inglesi. Il 23 gennaio 1799 il Regno di Napoli cadde in seguito al fallimento della spedizione dell’esercito borbonico, al comando del generale austriaco Karl von Mack per liberare Roma dai francesi. La controffensiva dei transalpini costrinse alla ritirata le truppe di Ferdinando IV, il quale fuggì a Palermo imbarcandosi sul Vanguard dell’ammiraglio Horatio Nelson con tutta la famiglia (21 dicembre 1798). Nella città fu proclamata la Repubblica Napoletana (“sorella” di quella francese) e fu innalzato l’albero della libertà. Il nome divenne celebre nel 1799 per le gesta degli insorgenti nel Regno di Napoli e nello Stato Pontificio. L’anno seguente, durante la Prima Repubblica francese. Il Re Ferdinando IV Borbone di Napoli tornò precipitosamente a Napoli, e il 21 dicembre 1798 s’imbarcò di nascosto sulla HMS “Vanguard” dell’ammiraglio Horatio Nelson con tutta la Famiglia Reale e John Acton, in fuga verso Palermo (portandosi dietro, tra l’altro, il denaro dei Banchi). Venne affidato al Marchese di Laino Francesco Pignatelli l’incarico di Vicario Generale e da questi fu dato ordine di distruggere la Flotta, che venne incendiata. Seguirono alcuni giorni di confusione e di caos. Mentre gli Eletti del Popolo rivendicarono il diritto di rappresentare il Re Ferdinando IV Borbone di Napoli, l’11 gennaio 1799 il Marchese Pignatelli concluse, a Sparanise, un gravoso Armistizio col generale Championnet. La Repubblica Napoletana, anche detta Repubblica Napolitana e, impropriamente, Repubblica Partenopea, fu un’entità statuale proclamata a Napoli nel 1799, ed esistita per alcuni mesi sull’onda della prima campagna d’Italia (1796-1797) delle truppe francesi della Repubblica sorta dalla Rivoluzione. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle nel ‘700, a p. 106, nella nota (278) postillava che: “(278) Con l’entrata dei Francesi in Napoli del 1799 il generale Championnet occupò la capitale del regno borbonico costringendo il re Ferdinando IV a fuggire in Sicilia) tutto il Cilento ebbe un fremito di riscossa: gli spiriti più nobili della borghesia progressista, impevuti delle idee liberali propugnate dalla Rivluzione Francese, si batterono per creare Municipalità democratiche in ogni paese, dove piantarono l’albero della libertà.”.
Nel 1799, il passaggio delle truppe Francesi di Napoleone Bonaparte
Recentemente Nicola Femminella (….), nel suo “Tesori nelle terre dei Lucani nelle terre dei Sanseverino etc…”, a p….. parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “La Madonna è ritenuta protettrice del paese per un episodio ormai entrato nella tradizione popolare. Nel 1799 l’esercito francese era diretto a Torraca per conquistare l’abitato e infierire sulla popolazione. Uomini e donne, vecchi e bambini si rifugiarono nella Chiesa di Cordici a invocare la Madonna. Inspiegabilmente calò sull’abitato una nebbia fittissima che impedì alle truppe francesi di vedere il paese. Esse lo sorpassarono allontanandosi dalle sue case.“. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Torraca, a pp. 665-666, in proposito scriveva che: “Il Bozza (16), nel’ubicare il villaggio su un colle, segnala che sulla cima vi è un castello. Torraca era notissima per i suoi calderai che giravano tutta l’Europa e che, emigrati, impresero a girare anche per le Americhe. Accorsatissimo è il suo santuario campestre (Madonna dei Cordici) in un ameno sito. Anche il Tancredi (17) scrive di Torraca bruciata dai francesi nel 1806, del santuario della Madonna dei Cordici e del castello baronale dei Palamolla che ospitò re Ferdinando il 15 settembre 1852 (lapide). In nota trascrivo i dati di censimento dal 1861 al 1971 (18).”. Ebner, a p. 665, nella nota (16) postillava: “(16) Bozza, cit., II, p. 221.”. Ebner citanto il Bozza si riferiva ad Angelo Bozza (….) ed al suo “La Lucania – Studi storico-archeologici”, del 1888, vol. II, che a p. 221 parlando di Torraca scriveva che: “Torraca, comune di 1298 ab., nel circ. di Sala, mand. di Vibonati, dal quale e dal mare dista 6 chm. Giace su di un colle alla cui cima sorge il castello con magnifico orizzonte. Caccia numerosi calderai, che vanno in tutti i paesi d’Europa ed in America, esercitandovi la loro arte. Vi è nelle sue vicinanze un accorsatissimo santuario campestre detto la Madonna dei Cortici, in un sito dilettevolissimo. Ha un piccolo territorio dal quale si ricava però in abbondanza ottimi vini, olio castagne e ghiande.”. Ebner, a p. 665, nella nota (17) postillava: “(17) Tancredi, Il golfo, cit., p. 69 sg.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, a p. 194 parlando di Torraca scriveva che: “Il 3 marzo 1799 si verificò a Torraca un fatto straordinario. I torracchesi, minacciati dai Francesi, che portavano terrore e sterminio in queste terre, si riunirono in chiesa e pregarono a lungo la Vergine dei Cordici. La preghiera fu ascoltata. Discese, all’improvviso, una nebbia fitta e oscura intorno al borgo, che fu sottratto, così, alla vista del nemico, mentre un sudore, mai visto, grondò dal volto della Madonna e dal braccio del Bambino.”. Queste le uniche parole del Guzzo su Torraca nel 1799. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “Repubblica Partenopea” (anno 1799) e del Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (…), a pp. 65- 66-67 e s. in proposito scriveva che: “Nel gennaio 1799 da Napoli giungono, portate dai soldati dell’esercito borbonico in fuga, notizie di sommosse avvenute nella città partenopea. La prima ad insorgere è la vicina Basilicata….All’armata dell’intrepido cardinale aderirono, spinti dalla sete di sangue e ricchezza, anche molti briganti. Tra questi vi era Panedigrano, al secolo Nicola Gualtieri, con il quale il cardinale Ruffo risalì il regno facendo proseliti ecc…Il movimento controrivoluzionario, ebbe in Novi il suo caposaldo e in Vallo della Lucania il suo più fiero avversario. Torraca, che si tenne fuori da vampate rivoluzionarie filo-repubblicane, venne minacciata dai francesi i quali dopo aver devastato e conquistato i paesi limitrofi si diressero verso il paese. La gente, disperata, il 3 marzo 1799, sotto il baronato di Vespasiano Palamolla e Terese Moscati, si riunì nella chiesa della Madonna dei Cordici per chiedere alla Vergine una sua intercessione. L’intensa preghiera della popolazione fu ascoltata, ed avvenne il miracolo. Discese all’improvviso una nebbia fitta e oscura che avvolse il borgo rendendolo invisibile alla vista del nemico che passò oltre.”. Ebner citando il Tancredi si riferiva a Luigi Tancredi (….), ed al suo “Il Golfo di Policastro etc…”, che purtroppo non posseggo. Il canonico Luigi Tancredi però scrisse di Sapri nel suo “Sapri – giovane e antica” e a p….., in proposito scriveva che: “…..
Nel 1799, la reazione dei Sanfedisti filo-borbonici del vescovo di Policastro, mons. Ludovico Ludovici ed i moti carbonari del basso Cilento
Già precedentemente e sin dal 1978 dedicai gran parte del mio tempo libero alla ricerca di testimonianze storiche sull’argomento, testimonianze e documenti che attestassero eventuali conferme o ripensamenti. Ho più volte pubblicato miei saggi di storia ed in seguito, nel 1998, su incarico dell’Amministrazione Comunale di Sapri avevo redatto uno studio di analisi storico-urbanistico per la redazione del Piano Regolatore Generale redatto dal Prof. Francesco Forte. Lo stusio si intitolava, l’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri”. Verso la fine del testo in proposito scrivevo che: “I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. Tuttavia, il decennio francese (1806-1815) fu una pausa troppo breve per l’opera di rinnovamento. Le aspirazioni costituzionali, sembrarono trionfare con i moti rivoluzionari del 1820, quando fra i deputati eletti del Cilento vi fu anche il canonico di Celle di Bulgheria Antonio Maria De Luca che, negli anni della reazione sanfedista organizzò in queste terre un movimento clandestino, legato a Carbonari e Filadelfi.”. I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, Monsignor Nicola Ludovico Ludovici, plenipotenziario ‘Sanfedista’ nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. In un manoscritto datato 1803 il nipote Cosmo Lodovici, canonico cantore della Collegiata della città di Eboli, tra gli arcadi sebezj “SalmoneoMeleagride” ed accademico sincero laureato, raccolse in un volume le gesta di suo zio per tramandarne ai posteri la memoria. Questo “diario-raccolta” venne in possesso del prof. Francesco Paolo Cestaro il quale da attento storico lo studiò e lo ritenne un importante e curioso saggio sanfedista perché era una sicura fonte di notizie storiche e biografiche, che citavano documenti singolari e mettevano in risalto lo spirito e la reazione popolare del nostro circondario contro i Francesi e la Repubblica Napoletana. Il volume, legato in carta pecora, è un manoscritto composto di 382 pagine, contiene oltre duecento componimenti di autori diversi ed è intitolato “Raccolta di varie composizioni italiane e latine in lode dell’Ill.mo e Rev.mo Mons, Lodovico Lodovici fatta dal Rev.mo Signore Cosmo Lodovici” -Eboli MDCCCIII-. In questa raccolta si trovavano inseriti parecchi componimenti poetici di ebolitani tra cui alcuni sonetti del signor D. Carlo d’Orsi (che fra gli Accademici Sinceri laureati aveva scelto il nome di DemareteMegalite, dai quali si apprende che egli nel 1797 aveva iniziato a scrivere la storia degli uomini illustri ebolitani), un’elegia latina di Donato Campagna ed una “cantata” per la caduta di Picerno di SalmoneoMeleagride ( Cosmo Lodovici). Il 23 gennaio 1799 il Regno di Napoli cadde in seguito al fallimento della spedizione dell’esercito borbonico, al comando del generale austriaco Karl von Mack per liberare Roma dai francesi. La controffensiva dei transalpini costrinse alla ritirata le truppe di Ferdinando IV, il quale fuggì a Palermo imbarcandosi sul Vanguard dell’ammiraglio Horatio Nelson con tutta la famiglia (21 dicembre 1798). Nella città fu proclamata la Repubblica Napoletana (“sorella” di quella francese) e fu innalzato l’albero della libertà. Il nome divenne celebre nel 1799 per le gesta degli insorgenti nel Regno di Napoli e nello Stato Pontificio. La parola “sanfedismo” deriva infatti da “Esercito della Santa Fede“, l’armata creata dal cardinale clabrese Fabrizio Ruffo che, tra il febbraio ed il giugno del 1799, prese parte attiva alla restaurazione del dominio borbonico a Napoli, ponendo fine alla Repubblica Napoletana. All’inizio della primavera, il cardinale Fabrizio Ruffo annunciò la costituzione di un’Armata Cristiana e Reale. Decine di migliaia di volontari accorsero da ogni parte del Regno. Il nucleo dell’Armata sanfedista fu composto da contadini, borghesi, ufficiali, finanche preti, pronti ad abbandonare famiglia, lavoro, case, chiese, per difendere la monarchia e la santa fede (da cui il nome sanfedisti), dalle truppe francesi rivoluzionarie. All’esercito si unirono anche banditi e recidivi nella speranza di vedere perdonati i propri reati, distinguendosi molto spesso in episodi di crudeltà gratuita. Guidata dal cardinale, l’armata contribuì a mettere fine all’esperienza della Repubblica Napoletana, con il conseguente ritorno sul trono di Napoli della dinastia Borbone (giugno 1799). Il cardinale Fabrizio Ruffo è sbarcato il 7 febbraio in Calabria con l’assenso regio e pochi compagni, riuscendo a costituire in poco tempo un’armata popolare (l’Esercito della Santa Fede) e a impadronirsi rapidamente della regione e quindi della Basilicata e delle Puglie. Nell’esercito di Ruffo militarono anche diversi briganti come Fra Diavolo, Panedigrano, Mammone e Sciarpa, che si distinguono con metodi feroci e sanguinari, tant’è che lo stesso Ruffo ne rimane amareggiato e non riesce a placare del tutto la loro efferatezza. Certamente gli episodi che riguardano quel momento storico ed in particolare le figure che parteciparono agli avvenimenti come ad esempio Mons. Ludovico Ludovici, Vescovo di Policastro dal …… e di Rocco Stoduti devono essere ulteriormente meglio indagati. Mons. Nicola Maria Laudisio (4), nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, non dice molto su questi episodi ma parla dei vescovi di Policastro e qualche notizia siamo riusciti a strapparla. Il 25 aprile viene approvata la legge di eversione della feudalità, sulla base di criteri relativamente radicali, ma anch’essa non potrà avere un principio di attuazione in conseguenza del repentino crollo della Repubblica. Nel frattempo, nel resto delle province, la situazione comincia a precipitare. Il cardinale Fabrizio Ruffo è sbarcato il 7 febbraio in Calabria con l’assenso regio e pochi compagni, riuscendo a costituire in poco tempo un’armata popolare (l’Esercito della Santa Fede) e a impadronirsi rapidamente della regione e quindi della Basilicata e delle Puglie. Nell’esercito di Ruffo militarono anche diversi briganti come Fra Diavolo, Panedigrano, Mammone e Sciarpa, che si distinguono con metodi feroci e sanguinari, tant’è che lo stesso Ruffo ne rimane amareggiato e non riesce a placare del tutto la loro efferatezza. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle nel ‘700, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: “Le ricerche del Cassese (279) della fine degli anni Quaranta hanno escluso infatti coinvolgimenti diretti di cittadini dell’Università casellese, mentre tutt’intorno nelle ‘Terre’ contigue divampava l’insurrezione, spesso affrettata e spietata. A Sanza infatti i galntuomini aizzarono il popolo contro i ‘democratizzatori’ padulesi Ettore Netti e Francesco Notaroberto; a Casaletto operò un nutrito gruppo di cospiratori contro il governo borbonico (la famiglia Petrosino: don Felice, Notar Vincenzo, Pascale; Notar Gianuario La Falce; Angelo Loviso; Saverio Scafuri; Don Pasquale Polito) e fu piantato ‘l’albero della Libertà’; a Morigerati furono attivi Don Bernardino Mega, Diego Cioffi e Don Gaetano Granato originario di Lentiscosa; a Vibonati Domenico Furiati e il fratello Notar Biagio (280). Neppure la quasi immediata reazione realista e sanfedista, che coinvolse in prima persona il vescovo di Policastro Monsignor Ludovico Ludovici (281) incaricato dal cardinale Fabrizio Ruffo di organizzare la controrivoluzione nella Valle del Bussento (282), pare avesse coinvolto la ‘Terra di Tortora.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (279) postillava che: “(279) Leopoldo Cassese, Giacobini e realisti nel Vallo di Diano, in “Rassegna Storica Salernitana”, X (1949), pp. 134 ss., ora in ‘Scritti di Storia Meridionale, Salerno, Laveglia, 1970, pp. 63-149.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (280) postillava che: “(280) Ivi, passim; ASN, Casa Reale, vol. 177, Libro nel quale son descritti…..tutti gli individui….che son notati per materie di Stato, passim.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (281) postillava che: (281)Frate ebolitano dei Minori Osservanti, fu trasferito dalla diocesi di Crotone a quella di Policastro nel 1797 (N.M. Laudisio, Sinossi etc., cit. p. 36).”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (282) postillava che: “(282) L. Cassese, Scritti di storia etc., cit., p. 106 ss.; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 268.”. Il Laudisio (…) ci parla del vescovo Ludovici a pp. 91-92-93, nell’edizione del Visconti. Laudisio a p. 91 in proposito scrive che: “XLVIII. Ludovico Ludovici, frate dell’Ordine dei Minori Osservanti, di Eboli, trasferito dalla diocesi di Crotone a quella di Policastro nel 1797….Fu insignito della carica di ministro plenipotenziario del defunto nostro augustissimo re Ferdinando, e ispezionò le provincie del regno e le contee del Molise, della Capitanata, di Principato Ultra e Terra di Bari; perciò, dopo l’occupazione del Regno fu con audacia sacrilega cacciato con la forza delle armi dal suo episcopo di Lauria. E come il pontefice Pio VII in quegli stessi anni fu deportato dal Quirinale a Savona e poi in Francia, così egli fu deportato dal suo episcopio a Roma e poi ad Assisi. A Roma dal pontefici Pio VII, allora regnante, fu nominato prelato domestico e suo assistente al soglio Pontificio. Passò per Rivello il comndante in capo delle truppe francesi, e gli fu consegnata dai cittadini una petizione; così, dopo parechi anni ecc…Perciò lo zelantissimo vescovo Ludovici, per liberare la sua diocesi dalla luce che serpeggiava, ecc…”. Mons. Lodovici ebbe una parte importantissima nella restaurazione del Regno Borbonico, egli ritenne utile e doveroso aiutare la Chiesa e contribuire a restaurare la monarchia, il suo impegno per la riuscita di questa missione durò oltre due anni e nel novembre del 1801 fece ritorno alla diocesi di Policastro. In un saggio on line leggiamo che: “Nel dramma di questa controrivoluzione emerge quale principale protagonista al fianco del Ruffo, il vescovo di Policastro mons. fra Lodovico Lodovici, dell’ordine dei Minori Osservanti, egli, come il cardinale Ruffo, si attivò girando in lungo e in largo il sud della provincia di Salerno, da Eboli agli Alburni, dal cuore del Cilento fino ai confini calabro-lucani infiammando gli animi con la predicazione e l’esempio, tanto da raccogliere ed armare sedicimila uomini, mettendovi a capo Don Rocco Stoduti, dando inizio all’insurrezione nel Principato Citeriore ed in tutti i comuni di fede realista. Il cardinale Vicario a questo punto credette giunto il momento di dare la responsabilità del comando degli insorti di tutto il territorio salernitano al vescovo di Policastro, gli affidò il governo politico ed economico nella provincia di Principato Citra, nominandolo “Generale dell’Armata cristiana, commissario regio, e, suo ministro plenipotenziario”. Alla caduta della Repubblica, venerdì 14 giugno 1799, Lodovico Lodovici, per la sua fedeltà verso il re, fu uno dei sei commissari regi nominati da Ferdinando IV ed inviato come “visitatore” con pieni poteri nelle terre di Lucera, Trani, Montefusco, della Capitanata (foggiano) e nel contado del Molise.”. Dopo la battaglia di Austerlitz, 2 dicembre 1805, i francesi occuparono il Regno di Napoli decretando la fine della dinastia; Lodovico Lodovici nel 1806 fu esiliato a Roma, dove divenne assistente al soglio pontificio, ritornò nel 1811 nella sua diocesi, dove morì e fu sepolto il 17 gennaio 1819: aveva 72 anni. Anche il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (….) ci dice alcune cose sull’arrivo dei francesi a Torraca. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “Repubblica Partenopea” (anno 1799) e del Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (…), a pp. 65- 66-67 e s. in proposito scriveva che: “Per contrastare il dilagare della rivoluzione repubblicana, il clero della zona cilentana intervenne infiammando la folla che accorse ad arruolarsi sotto il comando del Durante capo dei sanfedisti. Il 12 aprile 1799 venivano destituiti tutti gli apparati repubblicani di questi paesi che insorsero. Il vescovo di Policastro mons. Ludovico Ludovici, dell’ordine dei frati Minori Osservanti, (resse la diocesi dal 1797 fino al 1818, anno della sua morte) entrò in azione in prima persona. Egli si attivò riuscendo a scuotere il sud della provincia di Salerno, fino al confine calabro, infiammando gli animi con la predicazione ed attirare a se un gran numero di accoliti. Il cardinale Ruffo, visto il suo impegno per la sana causa, gli affidò il governo politico ed economico nella Provincia del Principato Citra, nominandolo ‘Generale dell’armata cristiana, commissario regio e suo ministro plenipotenziario’. Il presule non deluse le aspettative del cardinale; riuscì in poco tempo ad imporre il controllo di tutto il Cilento meridionale fino al Vallo di Diano. Dal Golfo di Policastro assicurò un tranquillo sbarco delle truppe inglesi, mentre Padula divenne la roccaforte per il controllo della Regia strada delle Calabrie. Per ottenere in breve tempo ottimi risultati, l’intrepido vescovo si circondò di elementi validi ma principalmente fidatissimi, tra questi molto sanguinari e noti briganti, come Nicola Gualtieri detto Panedigrano e Michele Pezza alias Fra Diavolo.”. Certamente gli episodi che riguardano quel momento storico ed in particolare le figure che parteciparono agli avvenimenti come ad esempio Mons. Ludovico Ludovici, Vescovo di Policastro dal …… e di Rocco Stoduti devono essere ulteriormente meglio indagati.
Nel 1799, Rocco Stoduti e le sue probabili origini con gli Eboli di Ispani (o di Torraca)
Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “Repubblica Partenopea” (anno 1799) e del Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (…), a pp. 65- 66-67 e s. in proposito scriveva che: “Tra gli uomini che accorsero al richiamo del Ludovici è doveroso citare il capomassa Rocco Stoduti, al quale lo stesso vescovo affidò un’armata di ben sedicimila uomini. Alcuni storici lo vogliono nativo di San Cristoforo, una frazione di Ispani, altri affermano invece che sia nato a Torraca. La seconda ipotesi sembrerebbe la più attendibile perchè suffragata dal fatto che in merito vengono forniti precisi dati, come la località e la data di nascita, i nomi dei suoi genitori ed anche l’esatta provenienza della mamma, della moglie ed il nome del figlio nato dal loro matrimonio. Se si accettano tali presupposti, dobbiamo ammettere quanto affermano i secondi storici, ossia che lo Stoduti è nato a Torraca nel 1756 da Carmine e Anna Eboli di Ispani, ha sposato una certa Antonia Eboli, anch’essa nativa di Ispani e dalla loro unione è nato Francesco, il quale ha seguito incondizionatamente le orme del padre. L’errore dovuto all’imprecisa collocazione del paese di nascita di Stoduti, potrebbe essere stato causato dalla provenienza della mamma e della moglie, entrambe native di Ispani. La conferma che costui sia torracchese, viene ancor più avvalorata dal fatto che in alcuni documenti del XVII e del XVIII sec. riportati dal Rev. Rocco Gaetani nel testo “La fede degli avi nostri”, questo cognome si legge di frequente. In una scrittura datata 1656, contenente il “Voto fatto dall’Università di Torraca a favore del clero di essa”, compaiono Carlo e Fabritio Stodut(o). In un altro del 1671, inerente ad un registro in cui venivano annotate le messe, spiccano i nomi di Guglielmo e Vittorio Stodut(i); ed ancora, in un elenco del 1733, ove vengono elencati i sacerdoti del paese, si fa menzione di Don Donato e Domenico Stoduti. Per finire, in un Regio Memoriale del 1778, in cui sono trascritte le regole inerenti la fondazione della Confraternita delle Anime del Purgatorio, si nominano appartenenti a tale organizzazione religiosa, Domenico e Rocco Stoduti. Da quanto accennato e dagli sparuti elementi, sarebbe azzardato affermare incondizionatamente che quest’ultimo, sia la stessa persona al quale il Vescovo di Policastro ha affidato il comando di un vero e proprio esercito, ma le coincidenze sono senz’altro numerose, specialmente le date.Come si è potuto constatare dal 1656 al 1778, degli otto Stoduti citati, nei tre documenti esiste uno solo con il nome Rocco, che in qualche modo potrebbe essere colui che nel 1799, anno della controrivoluzione monarchica intrapresa dal Cardinale Ruffo, sia stato uno degli artefici che ha portato al fallimento il sogno della Repubblica Partenopea. La fedeltà alla corona farà sì che nel primo decennio del XIX sec. lo ritroveremo ancora una volta in prima linea con suo figlio e vari torracchesi a combattere contro gli invasori francesi. La capitolazione lo costrinse a riparare con altri compaesani in Sicilia, presso la corte del re Ferdinando IV, ove sembra sia deceduto nel 1826. Dopo la sua fuga, cosa alquanto strana, non si ha traccia nel paese di qualcuno che porti tale cognome. Non è possibile neanche attingere ulteriori notizie dai registri parrocchiali, poichè sono andati distrutti dall’incendio provocato dai soldati napoleonici. Un’altra ipotesi che porta a pensare che lo Stoduti sia nato a Torraca, è rappresentata dal fatto che gli stessi francesi nutrivano per questo paese un particolare rancore, molto probabilmente dovuto al fatto che di aver dato i natali all’intrepido torracchese ed a suo figlio, ma anche per l’esistenza di un nutrito gruppo di compaesani che spalleggiava ambedue gli Stoduti e che seguiva gli incrollabili ideali monarchici da loro propugnati. Il vescovo di Policastro ebbe un’alta considerazione di costui, tanto da affidargli l’incarico di capeggiare i sanfedisti locali, i quali ebbero rapidamente ragione sui repubblicani, estirpando dai paesi vicini della ribelle Basilicata e successivamente in molti paesi del Cilento, il simbolo della repubblica “l’albero della libertà”. Il torracchese dopo aver placato la fievole rivolta cilentana, proseguì verso la Basilicata ed una volta sedata la ribellione lucana si diresse verso Salerno. Praticamente, in poco più di tre mesi, il versante tirrenico fino alle montagne campane sovrastanti Sapri, era ritornato nelle mani dei lealisti, grazie all’opera di Rocco Stoduti il quale riuscì ad innalzare il bianco vessillo borbonico nei centri liberati.“. Dunque, nell’interessante passaggio, il Mallamaci (….), scrive che alcuni storici, senza citarli, ritenevano che il Rocco Stoduti, quello della reazione Sanfedista del Cardinale Ruffo fosse nato a Torraca nel 1756 da Carmine Stoduto e Anna Eboli di Ispani. Il Mallamaci scrive che: “Alcuni storici lo vogliono nativo di San Cristoforo, una frazione di Ispani, altri affermano invece che sia nato a Torraca. La seconda ipotesi sembrerebbe la più attendibile perchè suffragata dal fatto che in merito vengono forniti precisi dati, come la località e la data di nascita, i nomi dei suoi genitori ed anche l’esatta provenienza della mamma, della moglie ed il nome del figlio nato dal loro matrimonio. Se si accettano tali presupposti, dobbiamo ammettere quanto affermano i secondi storici, ossia che lo Stoduti è nato a Torraca nel 1756 da Carmine e Anna Eboli di Ispani, ha sposato una certa Antonia Eboli, anch’essa nativa di Ispani e dalla loro unione è nato Francesco, il quale ha seguito incondizionatamente le orme del padre. L’errore dovuto all’imprecisa collocazione del paese di nascita di Stoduti, potrebbe essere stato causato dalla provenienza della mamma e della moglie, entrambe native di Ispani.”.
Nel 5 novembre 1803, Vespasiano Palamolla, diventa il 5° barone di Torraca e Teresa Moscati, Marchesa di Poppano
Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). “. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “…..5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; 6° Biagio Palamolla, sesto Barone, ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze Donna Mariana Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc….”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; Ecc…”. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846……“. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; ecc..”.
Nel 1805, Biagio Palamolla, 6° barone di Torraca
Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “…..6° Biagio Palamolla, sesto Barone, ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze Donna Mariana Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…” parlando di Torraca a p. 193 in proposito scriveva che: “Nel 1805, morto Vespasiano, diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto.”. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”. Dunque, secondo il Gaetani (….) sulla cui scorta scriveva il Guzzo, Biagio Palamolla diventa il 6° Barone di Torraca alla morte di Vespasiano Palamolla che, il 5 novembre 1803 risulta dal ‘Cedolario’, 5° barone di Torraca. Dunque Vespasiano morirà due anni dopo essere diventato il 5° Barone di Torraca e nel 1805, alla sua morte sarà Biagio a diventare il titolare erede della nobile casata. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846……..Francesco, il quarto barone di Torraca prese per moglie Lucrezia Bruno dei baroni di Santa Lucia ed arriviamo a Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Dunque, come ha scritto Rocco Gaetani (….), Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca aveva sposato in seconde nozze donna Marianna Caputo dei marchesi di Cerreto. In rete in “Nobili-Napoletani” troviamo che: “Salvatore, marchese della Petrella come erede per la morte di suo padre Giuseppe, sposato ad Ippolita Mascaro, figlia di Luigi († 1812), marchese di Acerno, e di Vittoria Carafa di Montecalvo (1758 † 1792), generarono due figlie femmine: Vincenza, sposata al marchese Ferdinando Rohrlach, Gentiluomo di Camera di S.A.R. l’Infante di Lucca, e Marianna († 1861) sposata al marchese di Poppano Biagio Palamolla (1796 † 1867); con esse questo ramo si estinse.”. Dunque, secondo il sito dei ‘Nobili Napoletani’, Marianna Caputo, marchese di Cerreto, morì nel 1861 e fu sposa a Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca e marchese di Poppano, nato nel 1796 e morto nel 1867. Infatti, sul sito è scritto che Biagio Palamolla nasce il 1796, un anno dopo il matrimonio tra il padre Vespasiano Palamolla e la madre Teresa Moscati, marchesa di Poppano.
Dal 1806 al 1815, il Decennio Francese
Tuttavia, il decennio francese (1806-1815) fu una pausa troppo breve per l’opera di rinnovamento. Le aspirazioni costituzionali, sembrarono trionfare con i moti rivoluzionari del 1820, quando fra i deputati eletti del Cilento vi fu anche il canonico di Celle di Bulgheria Antonio Maria De Luca che, negli anni della reazione sanfedista organizzò in queste terre un movimento clandestino, legato a Carbonari e Filadelfi. Il Regno di Napoli napoleonico (formalmente Regno dele Due Sicilie) fu uno Stato fondato da Napoleone Bonaparte nel dicembre 1805, allorquando le truppe francesi occuparono il Regno di Napoli borbonico. Il Regno, che comprendeva l’Italia meridionale continentale (senza la Sicilia) aveva come capitale Napoli, e si dissolse nel 1815. Nella storia del meridione d’Italia il periodo del Regno napoleonico è anche noto come Decennio francese. Dal 1805 i francesi tornarono ad occupare la parte continentale del regno, stanziando in Puglia un presidio militare. Il regno di Napoli borbonico l’11 settembre 1805 era entrato nella terza coalizione antifrancese, palesemente ostile a Napoleone. Dopo la vittoria di Austerlitz del 2 dicembre 1805, Napoleone Bonaparte regolò definitivamente i conti con Napoli. Il 27 dicembre emise un proclama da Schönbrunn dichiarando decaduta la dinastia borbonica, che Ferdinando aveva perso il suo regno e che “il più bello dei paesi è sollevato dal giogo del più infedele degli uomini”. L’imperatore dei francesi indicò quindi il 31 dicembre il fratello Giuseppe come “Re di Napoli”. Promosse l’occupazione del napoletano, condotta con successo dal Gouvion-Saint Cyr e dal Reynier. Re Ferdinando IV con la sua corte, già nel gennaio 1806 se ne tornò a Palermo, sotto la protezione inglese. Nella fase di passaggio dal regno di Ferdinando IV a quello del Bonaparte, fu reggente il marchese Michelangelo Cianciulli. L’11 febbraio 1806 Giuseppe Bonaparte entrò nella piazzaforte di Capua e il 15 dello stesso mese fece il proprio ingresso solenne a Napoli, omaggiato dalle autorità cittadine e di governo. Il 30 marzo 1806 fu proclamato re delle Due Sicilie. Il successivo quinquennio vide il Regno seguire una politica altalenante nei confronti della Francia napoleonica che, per quanto ormai egemone sul continente, rimase sostanzialmente sulla difensiva sui mari: questa situazione non consentì al Regno napoletano, strategicamente posizionato nel Mediterraneo, di mantenere una stretta neutralità nel conflitto a tutto campo fra francesi e inglesi, i quali a loro volta minacciavano di invadere e conquistare la Sicilia. Durante il decennio dell’occupazione francese del Regno delle due Sicilie (1806-1815), il meridione d’Italia visse una vera e propria guerriglia civile. Anche il Cilento venne coinvolto, tanto dalle operazioni terrestri tanto da quelle navali, per la difesa delle coste (6). Nel Regno delle due Sicilie, durante il breve periodo di occupazione napoleonica di Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo, il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. Il rafforzamento e l’ingrandimento delle fortificazioni militari esistenti, fu certamente oggetto di particolare attenzioni del governo napoleonico, in epoca murattiana, come risulta da alcune carte inedite dell’epoca, da me ritrovati presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, da me pubblicati nell’’87 e, a cui abbiamo ivi dedicato lo studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti. Durante il decennio dell’occupazione francese del Regno delle due Sicilie (1806-1815), il meridione d’Italia visse una vera e propria guerriglia civile, che si manifestò col cosiddetto “brigantaggio”, alimentato dai borboni e dagli inglesi, respinti ed arroccati in Sicilia. Anche il Cilento venne coinvolto, tanto dalle operazioni terrestri tanto da quelle navali, per la difesa delle coste (7). Nel Regno delle due Sicilie, durante il breve periodo di occupazione napoleonica di Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo, il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. Il rafforzamento e l’ingrandimento delle fortificazioni militari esistenti, fu certamente oggetto di particolare attenzioni del governo napoleonico, in epoca Murattiana, come risulta da alcuni disegni manoscritti, da me ritrovati e conservati presso la Biblioteca Nazionale di Napoli (2) che, pubblicai nel lontano 1987. Alcuni disegni manoscritti simili e di simile provenienza, furono pubblicati molti anni dopo, nel 1989, in uno studio di Antonio Caffaro (8). Molti di questi disegni , ma non quelli trovati da me ed ivi pubblicati, erano stati citati da Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa cilentana” (9) e poi successivamente, nel 1989 pubblicati da Adriano Caffaro, “Le fortificazioni della costa cilentana attraverso alcuni disegni inediti” (8). Il Caffaro (8), sebbene si fosse limitato ai documenti che riguardavano le sole batterie e fortificazioni progettate fino a Palinuro, rimane di estremo interesse in quanto fa luce su alcuni aspetti storiografici dell’ampia documentazione conservata presso gli Archivi della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. Questa ricca documentazione pare che provenga da alcuni fondi della Biblioteca Provinciale di Salerno. La particolare attività di rilievo lungo la costa del litorale saprese a fini militari, sia durante il decennio francese (1806-1815), durante il breve periodo di occupazione napoleonica, con Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo, il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. L’Esercito del Regno di Napoli, attivo durante il decennio francese, ovvero allorquando il regno fu conquistato e governato dai napoleonidi, fu una forza armata di terra che prese parte, al fianco della Grande Armata, a molte delle principali campagne delle guerre napoleoniche. Con l’occupazione napoleonica del 1806 il trono napoletano venne affidato in un primo momento a Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone. Nel 1808, fino al 1815, il trono napoletano fu occupato invece da Gioacchino Murat, uno dei più brillanti comandanti militari dell’impero napoleonico. Il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. Nel 1891, il Dott. Nicola Gallotti (5), uno tra i primi Sindaci di Sapri dell’Italia unitaria, in alcuni suoi scritti su Sapri, riportava interessanti notizie storiche su Sapri e così scriveva: “Devo ricordare, a titolo di cronaca locale, l’esistenza diun vecchio fortino, munito pure un tempo di diversi cannoni, e sito sul lembooccidentale estremo dell’antica Sapri. Ora il Fortino è del tutto smantellato, dappoichèparecchi anni indietro ne furono tolti financo i cannoni. Intanto vi fu un momento, in cui nel 1860, Garibaldi voleva attivare a difesa questo vecchio spaldo.”. Il Gallotti, medico, in un suo pregevole scritto dell’epoca, riferiva che il Re “GioacchinoMurat, visitò il paese per ispezionare il Fortino situato nell’omonima zona, la quale eraguarnita di cannoni“ (5), mentre il Pesce, ricordava che, “moschetti, cannoni e mortaretti, alcuni dei quali furono mandati nel sec. XVII a guarnire il Fortino presso il mare di Sapri e Vibonati“ (6). Nel presente studio, pubblichiamo una serie di documenti originali manoscritti e rari tratti dall’Archivio di Stato di Napoli e dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, le cui fotoriproduzioni digitali tratte dagli originali richieste ed ottenuto recentemente. Esse rappresentano parte della documentazione da me rinvenuta oltre trenta anni fa, presso l’Archivio di Stato di Napoli e la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. Nel 1981, ancora studente, iscritto alla Facoltà di Architettura dell’Università ‘Federico II’ di Napoli, frequentavo spesso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, ed in particolare le due sue Sezioni: la “Napoletana” e “Manoscritti e Rari”, che custodivano diversi documenti inediti che riguardano la nostra storia passata. E’ proprio alla Biblioteca Nazionale di Napoli che trovai una serie di documenti inediti che, in seguito ne pubblicai a stampa su alcune riviste, i resoconti storici in alcuni miei studi, come “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, pubblicato a stampa sulla rivista ‘Progetto‘, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3, 4 (1) (Figg…..) e, quello pubblicato già nel lontano 1987 sulla rivista “I Corsivi”, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“. Molti dei miei studi, in seguito sono stati riassunti nel 1998, allorquando mi occupai della redazione della Relazione di Analisi Urbana: sull'”Evoluzione storico-urbanistica di Sapri“, redatta per il nuovo Piano Regolatore Generale del Comune di Sapri, di cui fui incaricato e, depositata in Comune. In questi articoli, frutto di studi e ricerche durati anni, pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri e sul Golfo di Policastro ed in particolare alcune carte manoscritte ed inedite da me rinvenute alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. In particolare, rinvenni due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, custoditi presso la Sezione “Manoscritti e Rari“. Questi disegni, da una parte ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, da sempre prima linea di difesa alla conquista del Regno e causa principale dello spopolamento delle sue coste, dall’altra, costituiscono testimonianze che contribuiscono a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca (…). Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri – natura mito e storia ecc…”, parlando di Policastro Bussentino, a p. 181 in proposito scriveva che: “Il 1 agosto 1806 le truppe francesi, allo scopo di inseguire i borbonici attraverso le Calabrie, dopo essersi divisi in vari scaglioni al comando dei loro generali, iniziarono la marcia verso la Sicilia. Alcuni seguirono le strade interne (Eboli – Sala Consilina – Lagonegro), mentre il generale Mermet marciò lungo il litorale (72). Questi, con 1500 uomini, da Vallo della Lucania si portò prima a Roccagloriosa e, dopo averla saccheggiata e devastata spietatamente, si diresse a Policastro. Qui, dopo aver compiuto stragi, rapine ed atti di intollerabile violenza e vandalismo, saccheggiò le case, vi appiccò il fuoco e quindi si arroccò, con i suoi masnadieri, nel vecchio castello (73). Gruppi di emissari borbonici, tra i quali il Colonnello Rocco Stoduti di San Cristoforo, il Maggiore Necco, il Maggiore Giuseppe Guariglia ed il sacerdote Vincenzo Peluso di Sapri, riuscirono a far pervenire agli Inglesi notizie sulla nuova situazione venutasi a creare a Policastro e nella zona. Questi ultimi inviarono immediatamente a Policastro una flotta al comando dell’Ammiraglio Sydney Smith il quale, onde stanare i francesi da loro rifugio, non esitò a dare ordine al Capitano Guglielmo Harley di bombardare il castello che, nell’occasione, venne definitivamente distrutto (74).”. Il Guzzo a p. 181, nella sua nota (73) postillava che: “(73) G. Cataldo, op. cit., p. 62”. Il Guzzo a p. 182, nella sua nota (74) postillava che: “(74) A. Acton – I borboni di Napoli – Milano – 1964 – pag. 613 e segg.”. Sempre il Guzzo a p. 183, parlando sempre di Policastro in proposito scriveva che: “L’ordine fu ristabilito dal generale Manhès il quale riuscito a sterminare, in poco tempo, i briganti, fu salutato come un liberatore. “Egli, scrive il Monnier, “fu l’istrumento di una giustizia inesorabile; non indietreggiò di fronte a qualsiasi violenza, ma in breve tempo pacificò il Regno. Sacrificando un uomo, bruciando un villaggio, ne salvava dieci; egli infine prese sopra di sè la responsabilità terribile degli atti di rigore, che furono poi causa di salvezza del paese” (75).”. Il Guzzo a p. 183, nella sua nota (75) postillava che: “(75) M. Monnier – Notizie storiche documentate sul brigantaggio nelle provincie napoletane dai tempi di Frà Diavolo sino ai nostri giorni (1862) – Napoli – 1965, pagg. 20-21.“.
Nel 1806, le truppe francesi dei Generali Messena e Gardanne
Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della città di Lagonegro” a p. 309, in proposito scriveva che queste notizie erano state tratte dalla “Dalla relazione fatta dal Generale De Montigny-Turpin, che era Capitano dello stato maggiore del Generale Gardanne – pubblicata dal Racioppi, nel Vol. II p. 493 della ‘Storia’ – si possono apprendere i funesti particolari di quel sanguinoso combattimento, nel quale il Generale Gardanne in prima fila ed il Massena alla riserva, marciando da Lauria Inferiore a Lauria Superiore ecc…”. Infatti, Giacomo Racioppi, nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, pubblicò in apendice a pp. 493-494 il testo “Appendice I. Documenti (1). A. Incendio di Lauria – Agosto 1806. La ignota o poco nota relazione che segue riferiamo dal libro – Grands épisodes inedits et causes segrètes de la politique et des guerres sous de la Directoire executid, le Consulat et l’Empire, etc. etc. ‘Lettres à Mr. le Genénéral Pelet, directeur du depot de la Guerre, Senateur; à MM. Thiers, Lamatine, La Guerroniere et Delamarre, par M. Charles De Montigny-Turpin, general retraité. – Paris, de Soye, imprimeur, 1852, in 8°.”.
Dal 1805 al 1815, Sapri, Rocco Stoduti e l’occupazione francese
Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando e volendo a tutti i costi rivalutare la figura di Rocco Stoduti, trasformandolo da brigante che era ad un leale servitore della causa Borbonica, a p. 67, in proposito scriveva che: “La fedeltà alla corona farà sì che nel primo decennio del XIX secolo lo ritroveremo ancora una volta in prima linea con suo figlio e vari torracchesi a combattere contro gli invasori francesi. La capitolazione lo costrinse a riparare con altri compaesani in Sicilia, presso la corte del re Ferdinando IV, ove sembra sia deceduto nel 1826. Dopo la sua fuga, cosa alquanto strana, non si ha traccia nel paese di qualcuno che porti tale cognome. Non è possibile neanche attingere ulteriori notizie dai registri parrocchiali., poichè sono andati distrutti dall’incendio provocato dai soldati napoleonici.”. Il Mallamaci (….), parlando di Rocco Stoduti, a p. 67, in proposito scriveva che: “Un’altra ipotesi che porta a pensare che lo Stoduti sia nato a Torraca, è rappresentata dal fatto che gli stessi francesi nutrivano per questo paese un particolare rancore, molto probabilmente dovuto al fatto di aver dato i natali all’intrepido torracchese ed a suo figlio, ma anche per l’esistenza di un nutrito gruppo di compaesani che spalleggiava ambedue gli Stoduti e che seguiva gli incrollabili ideali monarchici da loro propugnati. Il Vescovo di Policastro ebbe un’alta considerazione di costui, tanto da affidargli l’incarico di capeggiare i sanfedisti locali, i quali ebbero rapidamente ragione sui repubblicani, estirpando dai paesi vicini della ribelle Basilicata e successivamente in molti paesi del Cilento, il simbolo della repubblica “l’albero della libertà”. Il torracchese dopo aver placato la fievole rivolta cilentana, proseguì verso la Basilicata ed una volta sedata anche la ribellione lucana si diresse verso Salerno. Praticamente, in poco più di tre mesi, il versante tirrenico fino alle montagne campane sovrastanti Sapri, era ritornato nelle mani dei lealisti, grazie all’opera di Rocco Stoduti il quale riuscì ad innalzare il bianco vessillo borbonico nei centri liberati.”. Dunque, secondo il Mallamaci, il Rocco Stoduto sposò Antonia Eboli, anch’essa nativa di Ispani e con cui ebbe un figlio di nome Francesco Stoduto. Il Mallamaci, cita il “Regio Memoriale, Regole e fondazione della pia e laicale confraternita delle Anime del Purgatorio, 1778”, pubblicato dal Rocco Gaetani nel suo “La Fede degli Avi nostri ecc..”, a pp. 260-261 e s. dove veniva citato il Rocco Stoduti ed altri Stoduti di Torraca. Carlo Pesce a p. 283 in proposito scriveva che: “mura, e spargendo terrore, saccheggio, stragi, e desolazione, si avanzavano lentamente a Napoli, altre masnade di galeotti, spediti dalla Sicilia su navi inglesi, e sbarcati nel golfo di Policastro, s’adoperavano, di conserva coi Celentani, a reprimere, a saccheggiare, a punire le popolazioni del versante occidentale. Un Rocco Stoduti di S. Cristoforo, dandosi il titolo di ‘Comandante Generale’, a capo d’una vil ciurma di galeotti e di Celentani, estese il raggio delle sue scorrerie in Lauria, Maratea, Lagonegro e Moliterno, e col pretesto di perseguire e punire i ‘Giacobini’, – come erano nomati, ad imitazione dei rivoluzionari francesi, i seguaci del nuovo ordine di cose – e ristabilire il vecchio regime, rubava e faceva rubare spudoratamente. La masnada dello Stoduti un triste giorno, irruppe in Lagonegro, e col solito pretesto di punire i fatti insurrezionali, si diede a saccheggiare varie case, fra cui principalmente quella della famiglia Tortorella in via Salce, facendo su tutto man bassa senza pietà. La cittadinanza, colta all’impensata, ecc…, al primo colpo di fucile tirato da un cittadino, se la diedero a gambe precipitosamente verso la marina di Sapri, abbandonando anche il bottino. In premio di queste scorrerie, lo Stoduti fu nominato dal Governo Borbonico Tenente Colonnello, e con tale qualità venne in Lagonegro un’altra volta, incaricato da S.M. per la ‘coscrizione dei miliziotti provinciali’, del 4 giugno 1802 (1).”. Sempre il Mallamaci, a pp. 68-69, parlando di Rocco Stoduti, cita l’episodio di Maratea ed in proposito scriveva che: “Maratea fu tra i primi paesi che dovette subire le forze filo borboniche dello Stoduti. I suoi principali protagonisti della giovane repubblica furono: l’arciprete Don Giuseppe Alitti, il frate Giambattista Basile del Convento dei Minori Orsservanti, il frate Angelo d’Albi del Convento di S. Francesco di Paola, ecc….La reazione borbonica fu pressocchè immediata ed ispirata dal vescovo di Policastro Ludovici e attuata da Rocco Stoduti, che con i suoi uomini, tra i quali molti torracchesi, ebbe ragione su tutto il territorio lagonegrese. Il 3 marzo Maratea venne occupata e quindi ricondotta sotto l’autorità del regno borbonico. Ecc…Il vescovo di Policastro, capomassa del distretto del lagonegrese, concesse ospitalità ad un ufficiale inglese Guglielmo Harley, il quale aveva il compito di organizzare l’avanzata dell’esercito monarchico. Dalla città tirrenica di Maratea, le truppe sanfediste comandate dal Durante si spinsero verso il Vallo di Diano. Ecc…Il capomassa sanfedista, torracchese Rocco Stoduti collaboratore del Durante, proveniente da Capitello, dilagò con i suoi 16.000 uomini nella Val D’Agri. Costui, diverrà tra gli uomini di spicco nella repressione repubblicana. Fedele suddito dei Borboni, sarà stimato dal Cardinale Ruffo e dal Vescovo di Policastro. La partecipazione alla repressione della rivolta repubblicana, gli valse i gradi di tenente del Regio esercito Borbonico. Tale era il suo attaccamento alla monarchia, che lo ritroveremo qualche anno dopo a fronteggiare anche l’invasione del meridione d’Italia da parte dell’esercito francese.”. Giorgio Mallamaci (….), parlando di Torraca e del periodo francese a p. 74-75 in proposito scriveva che: “Il comando dell’impresa fu affidato allo stesso Massena, il quale ebbe a sua disposizione una forza di circa 15.000 uomini. Il corpo di spedizione si mise in marcia alla fine del luglio, diviso in due colonne: la prima, che comprendeva il grosso dell’esercito e che era sotto il comando diretto del generale, amarciò verso Lagonegro per la via di Eboli fino a raggiungere Sala; la seconda composta di millecinquecento uomini sotto gli ordini di Mermet, si diresse lungo la costa verso Sapri. Il 2 agosto 1806, giunto a Montano, il Mermet mandò un distaccamento di quattrocento corsi ad assalire Laurino, paese cilentano dominante l’alta valle del Calore, alle pendici del monte Cavallo che, fu espugnato. La medesima sorte la subì Roccagloriosa, assalita nello stesso periodo dal Mermet ed invano difesa dal torracchese Rocco Stoduti e da altri due suoi compaesani: Vincenzo e Pasquale Falco e Nicola Brandi, i quali come nel 1799, fedeli sudditi del Borbone, saranno in prima fila a combattere contro i francesi. Contro gli occupanti si batterono anche le bande brigantesche ecc…Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine di controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa che avvenne l’episodio più grave. Rocco Stoduti con i suoi uomini occupò il paese ed uccise Felice De Luca, fratello del canonico De Luca. Quest’ultimo riuscì ad inviare un messaggio di aiuto ai francesi, i quali si adoperarono per riconquistare il paese. La battaglia di Roccagloriosa tra le truppe francesi e quelle dell’intrepido torracchese, ebbe inizio il 3 agosto e si dimostrò subito alquanto cruenta. Ecc…Il 4 agosto del 1806, festa di San Domenico, da Torre Orsaia il Mermet si recò a Policastro, ma poichè la via di Sapri era sotto il tiro della flotta inglese, ritornò a Torre Orsaia ad aspettare i rinforzi del Massena. Questi giunto a Lagonegro ecc…Tali notizie emergono da un libro dei morti in cui l’Arciprete Anastasio Brandi ne annotava i nomi. L’illustre sacerdote Rocco Gaetani nel suo trattato “La fede degli avi nostri” porta a conoscenza di uno di questi episodi. Egli dice che il 15 luglio ecc…ecc…”. Ecco cosa scriveva in proposito il sacerdote di Torraca, Rocco Gaetani (….), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906 per i tipi di Polizzi e Valentini. Il Gaetani dedicò un intero capitolo ai francesi: “Torraca incendiata dai soldati francesi” a pp. 10-11: “, e dai Francesi, i quali ultimi furono causa della sventura più grave che ci fosse mai toccata. Nell’anno mille settecento novantanove Napoleone, arbitro del mondo, col titolo di conquistatore usurpando l’altrui proclamava la Repubblica Partenopea, che durò sei mesi, dal ventisei gennaio al trecici giugno. I Borboni riebbero il dominio del Regno di Napoli; ma loro fu altra volta tolto colle armi e passò ad esser governato per due anni da Giuseppe Napoleone (1806-1808), ed indi per altri sette anni da Gioacchino Murat (3) (1808-1815), dal quale lo riacquistarono con la forza e governarono fino al 2 gennaio 1861, giorno della proclamazione dell’Unità d’Italia…..Preso Napoli e divenuto padrone del Regno, prima cura del principe Giuseppe fu proseguire l’esercito borbonico che ritiravasi per le Calabrie. Diecimila Francesi, comandati dal Generale Regnier, inseguivano quattordicimila Napoletani, obbedienti al Generale Damas coi quali stavano i principi reali Francesco e Leopoldo a danno più che a vantaggio della guerra. I Napoletani attendarono a Campotanese, vasta pianura, in mezzo ai monti alla quale sono ingresso e uscita due valli malagevoli e lunghe. L’oste francese che aveva rotto a Campestrino e Lagonegro poche schiere guidate dal Colonnello Sciarpa, scacciò da Rotonda uno squadrone napoletano ecc…Le terre che i Francesi tenevano, obbedivano a Giuseppe, quelle degli Inglesi o Siciliani, a Ferdinando; le non occupate dagli eserciti ecc…Lo storico napoletano che scrive…, omise il doloroso episodio, svoltosi qui sotto il comando del generale Messena, quando era accampato nella vicina Lagonegro. Nessun cronista dei tempi, nessun storico registrò quel fatto, che lasciò profonde ferite nel cuore di questo popolo, e vi scolpì col sangue il giorno 4 agosto 1806, festa di S. Domenico, ecc…In un foglio di un registro di morti si leggono i nomi di alcuni uccisi dagli schioppi francesi, notati dall’Arciprete Anastasio Brandi (2). Ecc…”. Carlo Pesce (….) a p. 283 in proposito scriveva che: “mura, e spargendo terrore, saccheggio, stragi, e desolazione, si avanzavano lentamente a Napoli, altre masnade di galeotti, spediti dalla Sicilia su navi inglesi, e sbarcati nel golfo di Policastro, s’adoperavano, di conserva coi Celentani, a reprimere, a saccheggiare, a punire le popolazioni del versante occidentale. Un Rocco Stoduti di S. Cristoforo, dandosi il titolo di ‘Comandante Generale’, a capo d’una vil ciurma di galeotti e di Celentani, estese il raggio delle sue scorrerie in Lauria, Maratea, Lagonegro e Moliterno, e col pretesto di perseguire e punire i ‘Giacobini’, – come erano nomati, ad imitazione dei rivoluzionari francesi, i seguaci del nuovo ordine di cose – e ristabilire il vecchio regime, rubava e faceva rubare spudoratamente. La masnada dello Stoduti un triste giorno, irruppe in Lagonegro, e col solito pretesto di punire i fatti insurrezionali, si diede a saccheggiare varie case, fra cui principalmente quella della famiglia Tortorella in via Salce, facendo su tutto man bassa senza pietà. La cittadinanza, colta all’impensata, ecc…, al primo colpo di fucile tirato da un cittadino, se la diedero a gambe precipitosamente verso la marina di Sapri, abbandonando anche il bottino. In premio di queste scorrerie, lo Stoduti fu nominato dal Governo Borbonico Tenente Colonnello, e con tale qualità venne in Lagonegro un’altra volta, incaricato da S.M. per la ‘coscrizione dei miliziotti provinciali’, del 4 giugno 1802 (1).”. Francesco Barra (…), nel suo saggio apparso sulla rivista “Rassegna Storica del Risorgimento”, a p. 310, in proposito scriveva che: “A capitolare a Maratea, e ad accettare altresì di passare al servizio del regime napoleonico, furono i capomassa Tommasini, Costa, Gugliotti e De Rosa, le quali bande furono incorporate nel Corpo dei Cacciatori di Montagna di Principato Citra, comandato da un altro ex capomassa, Gerardo Curcio ‘Sciarpa’. Ma alla fine del 1807, dopo varie vicende, avrebbero finito quasi tutti col disertare e fuggire in Sicilia. Rocco e Francesco Stoduti si rifiutarono invece recisamente di cambiare bandiera, riuscendo ad eludere quasi immediatamente la sorveglianza delle autorità ed a riparare avventurosamente in Sicilia. Meno fortunato Antonio Guariglia ecc…”.
Nel 4 agosto 1806, Sapri è occupata dai generali francesi Mermet e Gardanne
Dopo la caduta di Gaeta, il re decretò la repressione delle insurrezioni in Calabria. Andrea Massena fu mandato con quindicimila uomini verso sud, dividendo l’esercito in due colonne: uno, al comando di Massena stessò, diretto in Calabria per la via di Lagonegro; l’altro comandato dal Mermet, per la via di Sapri. Mermet, giunto a Montano Antilia il 3 agosto, mandò quattrocento uomini al comando di Vincenzo Gentile all’assalto di Laurino, difesa dal capobanda Speranza, che fu saccheggiata e incendiata. Contemporaneamente, Roccagloriosa, difesa da Rocco Stoduti, fu assalita e saccheggiata da Mermet. Il 4 agosto lo stesso Mermet si recò da Torre Orsaia a Policastro Bussentino, con la speranza di arrivare senza troppi problemi a Sapri. Ma era quest’ultima difesa dalla flotta inglese che stanziava al largo di Maratea. Mermet riparò nuovamente a Torre Orsaia, in attesa di Massena, che giunto a Lagonegro, distaccò un contingente al comando del Gardanne, che espugnò e incendiò Torraca. Giorgio Mallamaci (…), continuando il suo racconto sul periodo francese, a p. 77 in proposito scriveva che: “Dopo il sacco del paese, Gardanne con la sua colonna si unì al Mermet e con lui andò ad occupare Sapri.”. Infatti, dell’episodio ne parlano anche il Pesce (…) e il Barra (…) che a differenza del primo documentano gli avvenimenti. L’episodio si verifica in seguito al terribile passaggio delle truppe francesi del generale Gardanne a Torraca il 4 agosto 1806. Così scriveva Francesco Barra (…) su ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, nel suo “Principato Citra Storia 1806”, anno 1992, p. 304 : “Come si è già accennato, la marcia di Massena era stata contemporaneamente fiancheggiata dall’invio nel Cilento di una forte colonna di 1.500 uomini, al comando del generale Mermet, che aveva il compito di congiungersi al grosso del corpo di spedizione a Sapri, dopo aver sottomesso la regione insorta. Ecc…“. Dunque, riguardo gli episodi che riguardarono Sapri ed il suo porto, il Barra (….) scriveva che: “Data alle fiamme Torraca e congiuntosi al Mermet, Gardanne marciò su Sapri, che non fu salvata neppure dall’intervento delle navi inglesi, sulle quali i borbonici furono costretti a riparare, che fecero immediatamente vela in direzione del golfo di Salerno, probabilmente come manovra diversiva.”. Dunque, secondo la cronaca del Barra (…), i filobrobonici di Sapri, nel 1806 furono attaccati dal generale Gardanne e dovettero riparare e fuggire con la flotta Inglese che si trovava alla fonda alla baia di Sapri. Il Gardanne, generale delle truppe francesi, dopo aver distrutto e bruciato Torraca e congiuntosi alle truppe francesi del maresciallo Mermet, marciò su Sapri. Secondo il Barra (….), in ‘Cronache’ e in Rassegna Storica del Risorgimento, le notizie si desumono dalla sua nota (34) nella quale egli postillava che: “34) cfr. il rapporto di Mermet a Massena, Torre Orsaia 6 agosto 1806, in Mémoires du rol Joseph, par A. Du CASSE, Paris, 1854, vol. III, pp. 116-121.”. Dunque, la notizia si desume dal rapporto militare del maresciallo Mermet a Messena redatto da Torre Orsaia il 6 agosto 1806 e pubblicato in “Mémoires du roi Joseph, par A. Du CASSE, Paris, 1854, voI. III, pp. 116-121.”.
(Fig….) Du Casse A., Mémoires et correspondance politique et militaire du roi Joseph, Paris, 1854, vol IX
Francesco Barra (…) su ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, nel suo “Principato Citra Storia 1806”, anno 1992, p. 304 : “Egli inviò allora in rinforzo il generale Gardanne, che lanciò le sue truppe su Torraca e congiuntosi al Mermet, Gardanne marciò su Sapri, che non fu salvata neppure dall’intervento delle navi inglesi, sulle quali i borbonici furono costretti a riparare, che fecero immediatamente vela in direzione del golfo di Salerno, probabilmente come manovra diversiva (34). Massena frattanto, ecc….”. Il Barra (…), a p. 304, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Cfr. il rapporto di Mermet a Massena, Torre Orsaia 6 agosto 1806, in ‘Mémoires du roi Joseph’, par A. Du CASSE, Paris, 1854, voI. III, pp. 116-121.”. Sempre il Barra (….), nel suo saggio apparso sulla ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, a p. 305, odopo aver detto che il Mermet va a Policastro, in proposito scriveva che: “Gentile entrò il 4 a Torre Orsaia, che trovò evacuata dagli insorgenti e proseguendo la marcia si ricongiunse con Mermet lungo la strada per Policastro. Giunti, sotto le mura della città, dalla squadra inglese, che veleggiava a largo – e che era composta da un vascello di linea, due fregate, tre brick e una ventina di scialuppe armate – si distaccarono quattro scialuppe cannoniere, che vennero a sostenere i ribelli trincerati in Policastro, che era stata nel frattempo abbandonata dagli abitanti. Rinunciando allora a proseguire per Sapri lungo la strada costiera, troppo esposta alle artiglierie nemiche, Mermet come si è già detto, aveva preferito ripiegare su Torre Orsaia.”. Mons. Domenico Damiano (….), nel suo “Maratea nella storia nella luce e nella fede” dedica il capitolo “L’assedio dei francesi – 1806” e a p. 66, in proprosito scriveva che: “Il 1° agosto 1806, le truppe francesi comandate dal Maresciallo Massena, partirono da Napoli verso le Calabrie. Il Generale Gardanne, comandante l’avanguardia, era partito in precedenza, e per la strada Eboli-Sala Consilina, era giunto a Lagonegro. Il generale Mermet percorse invece la via del litorale con 1500 uomini, con l’ordine di recarsi a Policastro, indi a Sapri. Il Mermet giunse a Vallo della Lucania ecc….Laurino fu incendiata, gl’insorti di Roccagloriosa – in numero di 700 circa – opposero una forte resistenza; ma dopo un vivo combattimento, furono costretti a ritirarsi, e il paese fu incendiato: vi restarono appena cento abitanti che furono rispettati. (dale Memorie del Generale Mermet). Il Generale Gardanne, giunto a Lagonegro, pensava mettersi in comunicazione con il Mermet che trovavasi nei pressi di Torraca; lungo il tragitto gl’insorti lo obbligarono a ritirarsi. Egli, però, coll’aiuto del Messena, Comandante Supremo, allontanò il nemico, si unì al Mermet e attaccò Sapri.”.
Nel 1806 e 1808, al porto di Sapri la flotta siculo-Inglese di Sydney-Smith
Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di Orazio Campagna, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 253, parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Durante la campagna francese, 1806-1811, Sapri divenne porto di Sydney-Smith per il collegamento con gli insorti del Continente, per cui gli incendi e le distruzioni del generale Mermet, e le precipitose fughe verso la Sicilia da parte “di molta gente paesana”. (48).”. Il Campagna, a p. 253 nella sua nota (48) postillava che: “(48) In ASN.SA. 524, inc. 27, e ASN.SA, 374, inc. 7.”. Dopo la vittoria di Austerlitz del 2 dicembre 1805, Napoleone occupò nuovamente con le sue truppe il reame di Napoli, dichiarando decaduta la dinastia borbonica e nominando suo fratello Giuseppe Bonaparte re di Napoli. A Giuseppe Bonaparte, nel 1808 destinato a regnare sulla Spagna (per un gioco del caso al posto del fratello di Ferdinando, Carlo IV), successe Gioacchino Murat. Murat regnò sino al maggio 1815, riprendendo per sé il titolo di Re delle Due Sicilie, cancellando l’autorità amministrativa del Regno di Sicilia, che non aveva potuto conquistare, e accentrando il potere in un unico Stato con capitale Napoli. Il Campagna si riferiva a William Sydney-Smith che fu un ufficiale inglese della Marina britannica che combatté nella guerra di indipendenza americana e nelle guerre rivoluzionarie francesi, divenendo ammiraglio. Napoleone Bonaparte, ricordandolo nelle sue Memorie, ebbe a dire di lui: «Quest’uomo mi ha fatto perdere la mia fortuna». Proveniente da una famiglia di tradizioni militari, imparentata con William Pitt, I conte di Chatam, era il secondo figlio del capitano di fanteria John Smith. Nel novembre del 1805 Smith fu promosso al grado di Contrammiraglio e venne inviato nel Mediterraneo sotto il comando dell’ammiraglio Collingwood, che era stato nominato comandante in capo della flotta del Mediterraneo in seguito al decesso di Nelson a Trafalgar. Collingwood inviò Smith ad assistere il re Ferdinando I delle Due Sicilie nel riconquistare la capitale Napoli contro il fratello di Napoleone, Giuseppe Bonaparte, che ne era stato nominato re. Smith progettò una campagna utilizzando truppe irregolari calabresi insieme ad un corpo di spedizione inglese forte di 5.000 soldati, che avrebbero dovuto marciare su Napoli. Il 4 luglio 1806 questa forza composta sconfisse una grande formazione francese a Maida. Ancora una volta tuttavia l’incapacità di Smith nell’evitare di mancar di rispetto ai suoi superiori gli procurò l’esonero del comando delle forze da sbarco, nonostante il successo che aveva avuto il suo piano. Egli venne sostituito dal generale John Moore. Il Campagna si riferiva anche al Generale Mermet. Francesco Barra (…), nel suo ‘Cronache del brigantaggio meridionale – 1806-1815′, ed. Società Editrice meridionale, 1981, in proposito a p. 299 così scriveva che: “A Torraca vittime dei ribelli rimasero tre esponenti della famiglia Gallotti, la cui casa fu presa d’assalto, e i cui superstiti scamparono a stento al massacro cui per intera essa era stata votata gettandosi fortunosamente dalle finestre. Anche nel Vallo di Diano la rivolta dilagò rapidamente. Il 18 luglio, a Bellosguardo, il patriota Tiberio Macchiaroli fu letteralmente scannato ed il suo sangue raccolto in un cappello, mentre a Sicignano Gerardo Carnevale veniva bruciato vivo. Sempre a Sicignano, insorta il 19 luglio, la popolazione assediò per quattro giorni nel castello la famiglia Bilotti, che, sopraffatta, alla fine venne quasi tutta massacrata. 20). A capeggiare l’insurrezione borbonica nel Cilento era Antonio Guariglia. Dopo essersi impadronito a viva forza di Foria, sulle alture che dominano Capo Palinuro, Guariglia era il 19 luglio a Centola ed il 20 a Pisciotta, giungendo poi con circa 400 uomini al suo paese, S. Mauro, deciso a risolvere una volta per tutte l’antica faida con i Mazziotti di Celso. Ma costoro, raccolti i patrioti cilentani e pochi còrsi nel castello di Rocca Cilento, opposero disperata resistenza alle bande borboniche, che, fermate dalle robuste muraglie e dalla decisione dei difensori, furono costrette a porre l’assedio all’antico castello. 21). Destinato dalla corte borbonica e dall’ammiraglio inglese Sidney Smith a capeggiare l’insurrezione nel Vallo di Diano era Francesco Stoduti, il quale, cogli uomini venuti dalla Sicilia e con quelli levatisi in armi nei paesi del Vallo, raccolse un migliaio di insorti, dotati dagli inglesi anche di due pezzi di artiglieria leggera. Mentre lo Stoduti penetrava dal sud nel Vallo di Diano, questo veniva chiuso a nord e ad ovest dalle masse del De Rosa e del Tommasini. Difatti, Nicola Tommasini, antico capomassa del ’99, che si era mantenuto celato sino a quell’epoca, dopo aver fatto insorgere Piaggine, suo paese natale, Valle dell’Angelo e S. Angelo a Fasanella, aveva raccolto circa 500 uomini, che i francesi si attendevano da un momento all’altro di veder sboccare nella piana di Eboli attraverso la valle del Calore. 22) Pasquale De Rosa, a sua volta, anch’egli rimasto alla macchia dopo l’occupazione francese, alla testa di un mezzo migliaio d’insorgenti si era impadronito di Sicignano e del passo dello Scorzo, strategicamente assai rilevante, perché controllava la strada delle Calabrie. 23). La situazione strategica dei francesi si era fatta in pochi giorni assai critica, giacché i ribelli controllavano in pratica l’intero Cilento, da Sapri alla foce del Sele, e buona parte del Vallo di Diano, interrompendo le comunicazioni con la Calabria, mentre gli inglesi, istallatisi a Capri, minacciavano da vicino la Costiera amalfitana e dominavano pressoché incontrastati le acque e gli estesi litorali del Principato. Il comandante militare della provincia, generale Mermet, aveva peraltro assai scarse forze a disposizione. Il 15 luglio egli riferiva con tacitiana concisione al capo di stato maggiore generale.”. Cesar Berthier: La rébellion commence. 20) cfr., per tutti questi avvenimenti, Francesco Barra, ‘Cronache del brigantaggio meridionale – 1806-1815′, ed. Società Editrice meridionale, 1981, cit., pp. 267-282. 2i) Cfr. Francesco Barra, Cronache, cit., nota 7 a p. 278. 22) ANP, 381 AP 7, fase. C. Berthier, rapporto del gen. Montbrun, Salerno 20 luglio 1806, a midi. 23) Francesco Barra (….), nel suo ‘Cronache del brigantaggio meridionale – 1806-1815′, ed. Società Editrice meridionale, 1981, a p. 271; In., Insorgenza e brigantaggio, cit., pp. 156-157. Così scriveva Francesco Barra (…) su ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, nel suo “Principato Citra Storia 1806”, anno 1992, p. 304 : “Alla testa di questi assassini quasi dapertutto si trovano frati. I monaci della Certosa di S. Lorenzo della Padula sono accusati come autori della rivolta in quei luoghi. Infatti si è osservato che essa è scoppiata solo nei feudi dipendenti dalla Certosa. Molti degli abitanti ingannati e sedotti dai frati si son presentati a render le armi e a chieder grazia, ed indi son tornati alle loro case. [] Regna fra i ribelli lo spavento e la confusione: fuggono dapertutto. Impressionato dalla ferocia della repressione indiscriminata esercitata dalle truppe francesi, che si erano comportate come in un paese di conquista, abbandonandosi ad eccessi di ogni genere a danno delle popolazioni, Messena emanò da Padula un severo ordine del giorno, con cui prescriveva il rigoroso rispetto degli abitanti, anche allo scopo dichiarato di evitare di spingere a ribellarsi persino le persone più tranquille, forzandole a gettarsi nelle file dei ribelli, rendendo così la guerra più lunga e disastrosa a. 33) La mattina del 5 il maresciallo abbandonò la Certosa, avviandosi verso Lagonegro, lasciando l’appartamento abbaziale al re Giuseppe, che vi giunse a sera con la sua Guardia, trattenendovisi sino al 7. Vana fu la difesa di Lagonegro, inutilmente rafforzata dagli insorti calabresi di Antonio Versace Genialitz e da sei pezzi di artiglieria sbarcati dalle navi inglesi e trasportati sin li attraverso i monti a dorso d’asino per ordine di Sidney Smith. A Lagonegro il maresciallo seppe che il generale Mermet, che avanzava dal Cilento con 1.500 uomini verso Policastro e Sapri, aveva dovuto ritirarsi da Policastro su Torre Orsaia, per non esporsi alle offese della squadra inglese, che incrociava minacciosamente in prossimità della costa. Egli inviò allora in rinforzo il generale Gardanne, che lanciò le sue truppe su Torraca, i cui difensori furono sorpresi e fatti a pezzi. Data alle fiamme Torraca e congiuntosi al Mermet, Gardanne marciò su Sapri, che non fu salvata neppure dall’intervento delle navi inglesi, sulle quali i borbonici furono costretti a riparare, che fecero immediatamente vela in direzione del golfo di Salerno, probabilmente come manovra diversiva. 34) Massena, frattanto, dopo aver fortemente trincerato Lagonegro, proseguì la sua marcia, e l’8 agosto stroncò spietatamente la resistenza di Lauria, aprendosi definitivamente la via delle Calabrie. Come si è già accennato, la marcia di Massena era stata contemporaneamente fiancheggiata dall’invio nel Cilento di una forte colonna di 1.500 uomini, al comando del generale Mermet, che aveva il compito di congiungersi al grosso del corpo di spedizione a Sapri, dopo aver sottomesso la regione insorta. Il 1 agosto Mermet giunse a Vallo, dove ricevette la sottomissione degli insorti di Novi, due capi dei quali furono fucilati. Il 3 agosto, prima dell’alba, riprese la marcia, distaccando da 33) il documento, quanto mai significativo, è riportato in E. GACIIOT, Histoire mllitaire de Massena, cit., pp. 204-205.”. Sempre il Barra (….), a p. 304 nella sua nota (34) postillava che: “34) Roccagloriosa rimase a lungo in uno stato di profonda desolazione a causa della perdita avuta de’ più bravi individui di essa, e del sofferto incendio, come si legge in una supplica presentata dal Comune nel 1808, in Francesco Barra (…), Cronache, cit., p. 278.”.
Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri – natura mito e storia ecc…”, parlando di Policastro Bussentino, a p. 181, riferendosi all’agosto del 1806 in proposito scriveva che: “Gruppi di emissari borbonici, tra i quali il Colonnello Rocco Stoduti di San Cristoforo, il Maggiore Necco, il Maggiore Giuseppe Guariglia ed il sacerdote Vincenzo Peluso di Sapri, riuscirono a far pervenire agli Inglesi notizie sulla nuova situazione venutasi a creare a Policastro e nella zona. Questi ultimi inviarono immediatamente a Policastro una flotta al comando dell’Ammiraglio Sydney Smith il quale, onde stanare i francesi da loro rifugio, non esitò a dare ordine al Capitano Guglielmo Harley di bombardare il castello che, nell’occasione, venne definitivamente distrutto (74).”. Il Guzzo a p. 181, nella sua nota (73) postillava che: “(73) G. Cataldo, op. cit., p. 62”. Il Guzzo a p. 182, nella sua nota (74) postillava che: “(74) A. Acton – I borboni di Napoli – Milano – 1964 – pag. 613 e segg.”. Il Cataldo (…), nella sua opera su Policastro, a pp. 62-63 in proposito scriveva che: “Nel golfo di Policastro sbarcavano spesso flotte di navi inglesi, comandate dall’ammiraglio Sydney Smith, alleato di Ferdinando di Borbone. Trentasei soldati col tenente Slesor furono mandati sul castello di Maratea presso il colonnello A. Mandarini, borboniano; altri gruppi di emissari borboniani trovarono modo di molestare i nuovi dominatori, grazie all’appoggio del colonnello Rocco Stoduti di S. Cristoforo, dei Maggiori Giuseppe Necco e Antonio Guariglia, e D. Vincenzo Peluso di Sapri. Il Peluso fu devotissimo della corte borbonica e la seguì fino a Palermo; spesso approdava a Policastro ecc….Un’altra flotta, proveniente dalla Sicilia, comandata dal generale inglese Sir Stuart e da un principe reale, fece sbarcare a Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, che assalirono Roccagloriosa, Bosco, Torre Orsaia, Sanza, Fortino di Battaglia e Lago Serino. Era l’anno 1808. (Racioppi, op. cit., p. 461).”. Mons. Domenico Damiano (….), nel suo “Maratea nella storia nella luce e nella fede” dedica il capitolo “L’assedio dei francesi – 1806” e a p. 66, in proprosito scriveva che: “Il 1° agosto 1806, le truppe francesi comandate dal Maresciallo Massena, partirono da Napoli verso le Calabrie. Ecc…Dagli scritti del Colonnello Ferrari, che ritrae molto bene l’episodio della resistenza del Castello di Maratea, rileviamo che un giorno l’ammiraglio Sydney-Smith, alleato del Re Ferdinando di Borbone e comandante la flotta inglese nel Golfo di Policastro, mandò trentasei soldati col tenente Slesor sul Castello di Maratea, dove furono ricevuti con molta cortesia dal Mandarini, fedele Borboniano e capo delle masse riunite in quel luogo. I soldati inglesi ne ebbero una camicia ognuno di tela d’Olanda, ed ebbero l’incarico di portare in dono all’Ammiraglio un capriolo vivo con gli omaggi del Mandarini. In quella occasione Sydney-Smith nominò il Mandarini ‘Luogotenente della Regia Corte’ di Maratea, e, in un secondo tempo, ‘Vice-Preside di Basilicata, incaricato dal Re nelle limitrofe provincie di Calabria e Principato’, nomine confermate dalla corte di Palermo, la quale mise pure agli ordini del Mandarini le truppe volonti comandate dal Ten. Colonn. D. Rocco Staduto, nonchè dai Maggiori D. Antonio Guariglia e D. Giuseppe Necco.”. Il Damiano (….) a p. 68 si riferiva al Colonnello Giuseppe Ferrari, L’insurrezione calabrese e l’assedio di Amantea del 1806, Roma, Officina poligrafica editrice, 1911.
Nel 9 agosto 1806 Messena arriva a Lauria e fa un massacro
Il Massena, partito da Lagonegro per la Calabria, trovò la strada bloccata a Lauria. Dopo due tentativi di trattativa, Massena assalì la cittadina lucana l’8 e il 9 agosto, massacrando circa mille abitanti e dandosi al saccheggio. A Castrovillari Mermet e Massena, congiunti, marciarono su Cosenza, dove arrivarono senza problemi. Mentre i due francesi organizzavano guardie civiche per la difesa del potere napoleonico, in altri luoghi del Regno di Napoli continuarono atti di rivolte. Camerota difesa dal duca di Polleria e dalle bande del Guariglia, fu espugnata dal generale Lamarque il 1º settembre 1806, che in seguito ordinò la strage degli insorti. Il massacro di Lauria fu una strage compiuta tra il 7 ed il 9 agosto 1806 dalle truppe napoleoniche comandate dal generale Andrea Massena a danno della popolazione locale che si era ribellata all’occupazione francese parteggiando per la corona borbonica. Il fatto di sangue, anche noto nelle fonti ottocentesche come Sacco di Lauria o Assedio di Lauria, si verificò nella città lucana, fedele ai sovrani borbonici, poiché la popolazione locale ostacolò, con l’ausilio di militari napoletani, l’avanzata delle truppe francesi dalla capitale alla Calabria. Il 7 agosto l’armata francese partì all’alba da Lagonegro e giunse nei pressi di Lauria prima di mezzogiorno, così come risulta dalla relazione che il maresciallo Massena scrisse per il sovrano il 9 agosto, una volta superato Castelluccio e giunto a Rotonda. Lauria era un focolaio di rivolta, alimentato dagli stessi briganti, così denominati dai francesi, in realtà insorgenti capeggiati da Vincenzo Geniale Versace, che il 4 agosto avevano abbandonato Lagonegro. La quasi totalità degli abitanti di Lauria non era intenzionata a consegnare il paese allo straniero e riversava la propria rabbia, anche con la violenza fisica, contro gli stessi concittadini che invece consigliavano la resa. Già il 5 agosto, in quella che era la campagna delle Due Calabrie, Andrea Massena, provvisoriamente accampato nei pressi di Lagonegro, marciava verso la città ribelle. Distinte furono le sue parole rivolte ai soldati, quando il primo aiutante di campo, inviato in ricognizione, gli riferì che si sentiva suonare la campana a martello: – Che suonino la loro morte! – Un secondo aiutante di campo, a sua volta, lo portò a conoscenza che la sparatoria era cominciata: – Bruceranno! – E Massena, laconico come uno spartano, mantenne la sua parola: Lauria fu data alle fiamme. I soldati si distribuirono, infatti, una volta arrivati a destinazione, su due fronti: il primo, comandato dal generale Gardanne, si diresse sulle colline, nella parte alta del paese; il secondo fu condotto da Massena ad accerchiare la borgata. Le truppe furono accolte a fucilate dagli abitanti che, nell’attesa, avevano predisposto delle barricate; quindi i francesi appiccarono il fuoco alle case per costringere i ribelli ad uscire allo scoperto. Molti furono i morti, presumibilmente intorno ai mille: oltre un centinaio di abitanti furono sgozzati nelle grotte dove si erano nascosti e i fuggiaschi puniti con la fucilazione o la forca; non vennero risparmiati nemmeno i bambini e le donne; queste ultime subirono in gran numero anche violenza carnale. Le cronache del tempo narrano che i soldati còrsi, tra i più efferati, si accanirono contro gli inermi, massacrando anche i malati ritrovati nel proprio letto e impossibilitati a fuggire. Mons. Domenico Damiano (….), nel suo “Maratea nella storia nella luce e nella fede” dedica il capitolo “L’assedio dei francesi – 1806”, ha scritto alcune pagine sull’episodio e la tragedia di Lauria, parlandone a pp. 67-68-69. Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della città di Lagonegro” a p. 309, in proposito scriveva che queste notizie erano state tratte dalla “Dalla relazione fatta dal Generale De Montigny-Turpin, che era Capitano dello stato maggiore del Generale Gardanne – pubblicata dal Racioppi, nel Vol. II p. 493 della ‘Storia’ – si possono apprendere i funesti particolari di quel sanguinoso combattimento, nel quale il Generale Gardanne in prima fila ed il Massena alla riserva, marciando da Lauria Inferiore a Lauria Superiore ecc…”. Infatti, Giacomo Racioppi, nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, pubblicò in apendice a pp. 493-494 il testo “Appendice I. Documenti (1). A. Incendio di Lauria – Agosto 1806. La ignota o poco nota relazione che segue riferiamo dal libro – Grands épisodes inedits et causes segrètes de la politique et des guerres sous de la Directoire executid, le Consulat et l’Empire, etc. etc. ‘Lettres à Mr. le Genénéral Pelet, directeur du depot de la Guerre, Senateur; à MM. Thiers, Lamatine, La Guerroniere et Delamarre, par M. Charles De Montigny-Turpin, general retraité. – Paris, de Soye, imprimeur, 1852, in 8°.”.
Nel 9 settembre 1806, il generale francese Lamarque arriva a Sapri e fa una strage
Francesco Barra (….), nel suo saggio apparso sulla ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, a p. 308, dopo aver detto che il Mermet va a Policastro, in proposito scriveva che: “Restava però da disperdere un raggruppamento di 1.500 ribelli nel Lagonegrese, che per un momento erano riusciti a tagliare le comunicazioni tra Napoli e la Calabria, ma anch’essi furono battuti e dispersi dalle colonne dei generali Debelle e Peyri. Il 9 settembre, inoltre, Lamarqe aveva nuovamente “taillé en pieces” i borbonici a Vibonati, e lo stesso giorno entrava a Sapri. La tristissima condizione del centro cilentano, da due mesi oggetto di violenti scontri, di saccheggi e di eccidi, è efficacemente descritta dallo storico borbonico Pietro Calà Ulloa: (42) “Niuna cosa restò in piedi in Sapri. Poche donne e fanciulli, avanzi di terra florida e popolosa, raccolse, in mezzo la piazza a cerchio, viveano in triste comunità. Sei olte presa dagl’Imperiali, ed altrettante ripresa dà sollevati, stata era rovinata da capo a fondo””. Queste le parole di Francesco Barra a p. 308 tratte dal Calà-Ulloa. Infatti il Barra a p. 308, nella sua nota (42) postillava che: “(42) P. Calà Ulloa, Duca di Lauria, ‘Della sollevazione delle Calabrie contro a’ francesi, Roma, 1871, pp. 239-240.”. Jean Maximilien Lamarque è stato un generale francese, comandante di divisione durante le guerre napoleoniche, e parlamentare. Nato a Saint-Sevier, nelle Lande, Lamarque entrò nell’esercito nel 1791. Guadagnatosi il grado di generale, comandò una delle sei armate mandate alla conquista dei Regni Borbonici di Napoli e Sicilia. Dunque, riguardo Sapri occupato nel 9 settembre dalle truppe francesi del Lamarque, è stato citato il Pietro Calà-Ulloa (….) che ne parla nel suo ‘Della sollevazione delle Calabrie contro a’ francesi’. Francesco Barra (….), nel suo “Il brigantaggio del Decennio francese (1806-1815) Studi e Ricerche”, a p. 51 parlando degli ultimi mesi del 1806 racconta un episodio accaduto a Sapri. Scrive il Barra che: “Il 9 settembre, inoltre, Lamarque aveva nuovamente “taillé en pieces” i borbonici a Vibonati, e lo stesso giorno entrava a Sapri. La tristissima condizione del centro cilentano, da due mesi oggetto di violenti scontri, di saccheggi e di eccidi, è efficacemente descritta dallo storico borbonico Pietro Calà Ulloa (42): “Niuna cosa restò in piedi a Sapri. Ecc…“. Il Barra (…), a p. 51 nella sua nota (42) postillava che: “(42) P. Calà Ulloa, Duca di Lauria, ‘Della sollevazione delle Calabrie contro à francesi’, Roma, 1871, pp. 239-240.”.
Infatti, Pietro Calà Ulloa (….), nel suo “Della sollevazione delle Calabrie contro a’ francesi”, del 1871, a pp. 239-240, in proposito così scriveva che: “V……Eran perciò genti Napolitane e Francesi condotti da Lamarque or contro l’uno, or contro l’altro. Alcune terre si davan facilmente altre con maggior difficoltà. Tutto le soldatesche mettean a bottino, e strabocchevole era il sacco. Il barbarico furor non contento a spogliar le case, quel che trasportava non potendo sformava o distruggeva. Niuna cosa restò in piedi a Sapri. Poche donne e fanciulli, avanzi di terra florida e popolosa, raccolte in mezzo la piazza a cerchio, viveano in triste comunità. Sei volte presa dagl’Imperiali, ed altrettanto ripresa dà sollevati, stata era rovinata da capo a fondo. Mura annerita da più incendi, piuttosto spavento di vicina ruina, che rifugio. Rattamente si spingeva or contro questa, or contro quella Lamarque, ed in niuna entrava senza ostacolo.”. Calà Ulloa, a p. 340, in proposito scriveva pure che: “VI. Posta è Camerota in cima ad un poggio sporgente in fuori…..Visti colà ridotti i sollevati, divisò l’arrischiato Lamarque di prender e ruinar quel nido. Principal speranza di fornir l’impresa riposta nella prestezza. Riunì dunque a Centola Dofour e Gritz, l’uno già uso alla guerra Calabrese, che comandava i Francesi, l’altro a’ Corsi soldati. Con essi e buona mano di stanziali Napolitani, inchinando il giorno alla notte, corse ad assalir Cammarota. Ma la cosa procedette molto lontana dall’aspettation sua. Etc…”.
Nel 29 settembre 1806, a Torraca l’attacco del colonnello Andrea Pignatelli Cerchiara
Francesco Barra (….), nel suo “Il brigantaggio del Decennio francese (1806-1815) Studi e Ricerche”, a p. 52 racconta un episodio accaduto a Sapri. Scrive il Barra che: “Un altro e più consistente raggruppamento, costituito da circa 900 uomini, parte locali e parte sbarcati da un legno siciliano, si erano trincerati a Torraca, dove il 29 settembre furono attaccati dal I reggimento napoletano di linea del colonnello Pignatelli (43): “. Il Barra a p. 52 riporta quanto scrisse Pietro Calà Ulloa e, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il “Monitore Napolitano”, 3 ottobre 1806, n. 63.“.
Nel 16 ottobre 1806 a Sapri, lo Stoduti, Guariglia e Tommasini si scontrarono con le truppe francesi del colonnello Andrea Pignatelli-Cerchiara
Francesco Barra (….), nel suo “Il brigantaggio del Decennio francese (1806-1815) Studi e Ricerche”, a p. 53 racconta un episodio accaduto a Sapri. Scrive il Barra che: “Nonostante i ripetuti insuccessi, Guariglia, Stoduti e Tommasini si mantennero in armi per tutto l’autunno coi resti delle loro bande, ascendenti a mille uomini circa. A metà ottobre, anzi allo scopo di alleggerire la morsa che andava stringendosi a Maratea, Guariglia, Stoduti ed altri capi minori vennero nuovamente fatti sbarcare dal Mandarini sulle coste cilentane. Scesi il 16 ottobre presso Sapri, batterono un reparto del I reggimento di fanteria leggera del colonnello Andrea Pignatelli Cerchiara, che era calato da Torraca per respingerli. Dopo di che marciarono su Torraca, da cui scacciarono gli avversari dopo tre ore di lotta, facendo 94 prigionieri. Altro scontro si era avuto il 21 a S. Biase, conclusosi con la ritirata dei borbonici su Caselle e Morigerati. Avendo poi saputo dell’approssimarsi di una forte colonna al comando del comandante Bellelli, ed essendo rimasti a corto di viveri e munizioni, si erano ritirati il 24 a Maratea (45).”. Il Barra (…) a p. 53, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Per queste vicende l’ampio rapporto di Alessandro Mandarini del 24 ottobre 1806, in F. Barra, ‘Cronache’, cit., pp. 110-113.”. Riguardo l’ultima citazione il Barra a p. 32, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. F. Barra, ‘Cronache del brigantaggio meridionale 1806-1815’, Salerno Catanzaro, 1981, ecc…”. Dunque, il Barra sulla scorta di un dettagliato rapporto del Mandarini racconta l’episodio della banda dello Stoduti (padre e figlio) di Torraca che il 16 ottobre 1806 attacano la colonna del colonnello Andrea Pignatelli Cerchiara a Sapri e poi vittoriosi salgono a Torraca. Francesco Barra (….), nel suo saggio apparso sulla ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, a p. 309, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “Nonostante i ripetuti insuccessi, Guariglia, Stoduti e Tommasini si mantennero in armi per tutto l’autunno coi resti delle loro bande, ascendenti a mille uomini circa. A metà ottobre, anzi, allo scopo di alleggerire la morsa che andava stringendosi su Maratea, Guariglia, Stoduti ed altri capi minori vennero nuovamente fatti sbarcare dal Mandarini sulle coste cilentane. Scesi il 16 ottobre presso Sapri, batterono un reparto del I reggimento di fanteria leggera del colonnello Andrea Pignatelli Cerchiara, che era calato da Torraca pre respingerli. Dopo di che marciarono su Torraca, da cui scacciarono gli avversari dopo tre ore di lotta, facendo 94 prigionieri.”. Già nel mese di febbraio del 1806 Pignatelli aveva incontrato Giuseppe Bonaparte insieme a numerosi commilitoni che il nuovo re di Napoli cercava di guadagnare alla fedeltà francese senza l’umiliazione di una sconfitta. Mentre il 22 suo fratello Nicola Luigi assumeva la responsabilità del ministero della Marina, il 18 febbraio Andrea veniva promosso colonnello nel 1° reggimento di fanteria leggera. Fiducioso delle sue capacità, Bonaparte lo inviò a Gaeta all’inizio di luglio al comando di 1200 uomini e, il mese successivo, in Cilento a combattere il brigantaggio e a contrastare i tentativi di sbarco della flotta anglo-sicula sulla costa meridionale. Ferito il 22 ottobre, il 4 dicembre fu richiamato a Sapri da Jean-Maximilien Lamarque per la difesa della strada per Maratea. All’arrivo di Murat, mentre Nicola Luigi lasciava il suo incarico e Giuseppe transitava dal ministero delle Finanze alla Segreteria di Stato, Pignatelli fu promosso generale di brigata e ottenne il titolo di commendatore dell’Ordine delle Due Sicilie. Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 439, in proposito scriveva che: “Il generale Lamarque del corpo di esercito del Massena viene ad attaccare il Castello di Maratea, con 4500 uomini e quattro cannoni. Il 4 dicembre, postate che furono le artiglierie su prossime alture, circondata la piazza da tre lati, egli intende a tòrre ogni possibile comunicazione per la via di terra. Intima la resa, che è respinta; e comincia l’offesa: la quale si fa più viva ed efficace, quando sopravvengono da Lagonegro altri due cannoni di maggiore calibro, e da Sapri il colonnello Pignatelli-Cerchiara con cinquecento soldati, che dovranno tener fronte alle torme dei partigiani raccoltesi a Castrocucco sotto il comando del maggiore Giuseppe Necco, ed altre venute dai paesi intorno a Sicignano, guidate da Tommasini.”. Francesco Barra (….), nel suo saggio apparso sulla ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, a p. 310, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “Ma nel Cilento venivano intanto fatte convergere le colonne del generale Lamarque, che da Lagonegro marciò ancora una volta su Policastro e Sapri, per purgare dei ribelli il Basso Cilento, definito “le foyer des rassemblements”, e del maggiore Guy, che, dopo un assedio di 19 giorni riuscì a sbloccare Camerota, superando “une résistance assez forte”, che costò ai borbonici un centinaio di caduti (48). A fine novembre, Lamarque raggiunse, con circa quattromila uomini di buone truppe francesi e del regno italico, il campo trincerato di Lagonegro, unendosi alle forze al comando del Pignatelli Cerchiara, che sino ad allora a stento erano riuscite a contenere le masse. Ecc…”. Il Barra, a p. 310, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ANP, 381 AP 7, fasc. C. Berthier, rapporto dal capo di stato maggiore al re del 30 novembre 1806; già il 25 Giuseppe aveva riferito a Napoleone che “les 1500 hommes débarques dans le Cilento ont été pris, tués ou dispersés; les chefs ont été pris ou fusillés” (‘Memoires du roi Joseph, cit., III, p. 237). Cfr. anche F. Barra, ‘Cronache, cit., pp. 103-122“. Il Barra per “ANP”, scrive nella sua nota (*) a p. 1 che si tratta di: “ANP, 381, AP = Archives Nationales de Paris, Archives de Joseph Bonaparte;”. Inoltre, per ‘Conache’ di Francesco Barra egli si riferisce a: “(16) Cfr. F. Barra, ‘Cronache’, cit., Id., ‘Cronache del brigantaggio del Decennio francese in Principato Citra, II: ‘il brigantaggio nell’agro nocerino-sarnese’, in ‘Bollettino storico di Salerno e Principato Citra, 1988, n. 2, ecc…”. Dunque, secondo il saggio di Francesco Barra, pare che nel 1806, le truppe del generale francese Lamarque marciarono da Lagonegro verso Sapri e Policastro mentre le truppe del generale Guy marciarono verso Camerota per assediarla per ben 19 giorni. Secondo i documenti studiati da Barra (…), verso la fine del mese di novembre del 1806, il generale francese Lamarque “raggiunse, con circa quattromila uomini di buone truppe francesi e del regno italico, il campo trincerato di Lagonegro, unendosi alle forze al comando del Pignatelli Cerchiara, che sino ad allora a stento erano riuscite a contenere le masse.”. Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 439, in proposito scriveva che: “Il generale Lamarque del corpo di esercito del Massena viene ad attaccare il Castello di Maratea, con 4500 uomini e quattro cannoni. Il 4 dicembre, postate che furono le artiglierie su prossime alture, circondata la piazza da tre lati, egli intende a tòrre ogni possibile comunicazione per la via di terra. Intima la resa, che è respinta; e comincia l’offesa: la quale si fa più viva ed efficace, quando sopravvengono da Lagonegro altri due cannoni di maggiore calibro, e da Sapri il colonnello Pignatelli-Cerchiara con cinquecento soldati, che dovranno tener fronte alle torme dei partigiani raccoltesi a Castrocucco sotto il comando del maggiore Giuseppe Necco, ed altre venute dai paesi intorno a Sicignano, guidate da Tommasini.”. Jean Maximilien Lamarque è stato un generale francese, comandante di divisione durante le guerre napoleoniche, e parlamentare. Nato a Saint-Sevier, nelle Lande, Lamarque entrò nell’esercito nel 1791. Guadagnatosi il grado di generale, comandò una delle sei armate mandate alla conquista dei Regni Borbonici di Napoli e Sicilia. Fu protagonista, insieme ad Alessandro Mandarini, dell’assedio napoleonico di Maratea. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Già nel mese di febbraio del 1806 Pignatelli aveva incontrato Giuseppe Bonaparte insieme a numerosi commilitoni che il nuovo re di Napoli cercava di guadagnare alla fedeltà francese senza l’umiliazione di una sconfitta. Mentre il 22 suo fratello Nicola Luigi assumeva la responsabilità del ministero della Marina, il 18 febbraio Andrea veniva promosso colonnello nel 1° reggimento di fanteria leggera. Fiducioso delle sue capacità, Bonaparte lo inviò a Gaeta all’inizio di luglio al comando di 1200 uomini e, il mese successivo, in Cilento a combattere il brigantaggio e a contrastare i tentativi di sbarco della flotta anglo-sicula sulla costa meridionale. Ferito il 22 ottobre, il 4 dicembre fu richiamato a Sapri da Jean-Maximilien Lamarque per la difesa della strada per Maratea. All’arrivo di Murat, mentre Nicola Luigi lasciava il suo incarico e Giuseppe transitava dal ministero delle Finanze alla Segreteria di Stato, Pignatelli fu promosso generale di brigata e ottenne il titolo di commendatore dell’Ordine delle Due Sicilie.”. Il Mallamaci (….), parlando di Torraca e dei fatti di Maratea sulla scorta dell’Archivio privato della famiglia Mandarini (dice lui), a p. 78 in proposito scriveva che: “In merito scriverà da Maratea, Alessandro Mandarini, un fedele suddito dei Borbone il quale si teneva in continuo contatto epistolare con la corona, informando il sovrano che si trovava a Palermo, sull’evolversi della situazione bellica:………..Il sovrano a sua volta farà sapere al Mandarini che (Archivio privato famiglia Mandarini): “….di quanto ha ella riferito …….dà Capi Massa Stoduti e Guariglia in inutili operazioni contro i nemici stessi, e specialmente del fatto seguito nella montagna di Torraca, e nella successiva ritirata dei nostri verso Sapri, il Re si è degnato di approvare così fatte operazioni, dichiarando che terrà particolarmente presente i buoni servigi di Stoduto e Guariglia, ed anche quelli del Comandante di sciabecco Antonio Barranco il quale con intrepidezza protesse quella ritirata a Sapri”. Dunque, secondo la relazione epistolare con il re Ferdinando di Alessandro Mandarini, la ritirata della banda dei Stoduti e Guariglia a Sapri avvenne per opera e per merito del comandante dello Sciabecco Antonio Barranco.
Nel 4 dicembre 1806, Maratea è occupata dalle truppe del generale Lamarque
Jean Maximilien Lamarque è stato un generale francese, comandante di divisione durante le guerre napoleoniche, e parlamentare. Nato a Saint-Sevier, nelle Lande, Lamarque entrò nell’esercito nel 1791. Guadagnatosi il grado di generale, comandò una delle sei armate mandate alla conquista dei Regni Borbonici di Napoli e Sicilia. Fu protagonista, insieme ad Alessandro Mandarini, dell’assedio napoleonico di Maratea. Dalla Treccani on-line, in riferimento al colonnello Andrea Pignatelli Cerchiara leggiamo che: “Ferito il 22 ottobre, il 4 dicembre fu richiamato a Sapri da Jean-Maximilien Lamarque per la difesa della strada per Maratea.”. Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 439, in proposito scriveva che: “Il generale Lamarque del corpo di esercito del Massena viene ad attaccare il Castello di Maratea, con 4500 uomini e quattro cannoni. Il 4 dicembre, postate che furono le artiglierie su prossime alture, circondata la piazza da tre lati, egli intende a tòrre ogni possibile comunicazione per la via di terra. Intima la resa, che è respinta; e comincia l’offesa: la quale si fa più viva ed efficace, quando sopravvengono da Lagonegro altri due cannoni di maggiore calibro, e da Sapri il colonnello Pignatelli-Cerchiara con cinquecento soldati, che dovranno tener fronte alle torme dei partigiani raccoltesi a Castrocucco sotto il comando del maggiore Giuseppe Necco, ed altre venute dai paesi intorno a Sicignano, guidate da Tommasini.”. Il Mallamaci (….), parlando di Torraca e dei fatti di Maratea sulla scorta dell’Archivio privato della famiglia Mandarini (dice lui), a p. 78 in proposito scriveva che: “In merito scriverà da Maratea, Alessandro Mandarini, un fedele suddito dei Borbone il quale si teneva in continuo contatto epistolare con la corona, informando il sovrano che si trovava a Palermo, sull’evolversi della situazione bellica:………..Il sovrano a sua volta farà sapere al Mandarini che (Archivio privato famiglia Mandarini): “….di quanto ha ella riferito …….dà Capi Massa Stoduti e Guariglia in inutili operazioni contro i nemici stessi, e specialmente del fatto seguito nella montagna di Torraca, e nella successiva ritirata dei nostri verso Sapri, il Re si è degnato di approvare così fatte operazioni, dichiarando che terrà particolarmente presente i buoni servigi di Stoduto e Guariglia, ed anche quelli del Comandante di sciabecco Antonio Barranco il quale con intrepidezza protesse quella ritirata a Sapri”. Riguardo Sapri occupato nel 9 settembre dalle truppe francesi del Lamarque, è stato citato il Pietro Calà-Ulloa (….) che ne parla nel suo ‘Della sollevazione delle Calabrie contro a’ francesi’. Infatti, il Calà-Ulloa (…), a pp. 239 e 240 descrive i fatti accaduti a Maratea. Francesco Barra (….), nel suo saggio apparso sulla ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, a p. 310, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “A fine novembre, Lamarque raggiunse, con circa quattromila uomini di buone truppe francesi e del regno italico, il campo trincerato di Lagonegro, unendosi alle forze al comando del Pignatelli Cerchiara, che sino ad allora a stento erano riuscite a contenere le masse. Vinta la resistenza al passo della Colla ed occupata Maratea Inferiore, il 4 dicembre Lamarque poté dare inizio alle vere e proprie operazioni d’assedio, rese ardue dalle difficoltà del terreno e dell’accanita resistenza dei borbonici, che avevano respinto ogni offerta di resa. Ecc…”. Il Barra, a p. 310, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ANP, 381 AP 7, fasc. C. Berthier, rapporto dal capo di stato maggiore al re del 30 novembre 1806; già il 25 Giuseppe aveva riferito a Napoleone che “les 1500 hommes débarques dans le Cilento ont été pris, tués ou dispersés; les chefs ont été pris ou fusillés” (‘Memoires du roi Joseph, cit., III, p. 237). Cfr. anche F. Barra, ‘Cronache, cit., pp. 103-122“. Il Barra per “ANP”, scrive nella sua nota (*) a p. 1 che si tratta di: “ANP, 381, AP = Archives Nationales de Paris, Archives de Joseph Bonaparte;”. Inoltre, per ‘Conache’ di Francesco Barra egli si riferisce a: “(16) Cfr. F. Barra, ‘Cronache’, cit., Id., ‘Cronache del brigantaggio del Decennio francese in Principato Citra, II: ‘il brigantaggio nell’agro nocerino-sarnese’, in ‘Bollettino storico di Salerno e Principato Citra, 1988, n. 2, ecc…”. Mons. Domenico Damiano (….), nel suo “Maratea nella storia nella luce e nella fede” dedica il capitolo “L’assedio dei francesi – 1806” e a p. 66, in proprosito scriveva che: “Il 1° agosto 1806, le truppe francesi comandate dal Maresciallo Massena, partirono da Napoli verso le Calabrie. Ecc…Dagli scritti del Colonnello Ferrari, che ritrae molto bene l’episodio della resistenza del Castello di Maratea, rileviamo che un giorno l’ammiraglio Sydney-Smith, alleato del Re Ferdinando di Borbone e comandante la flotta inglese nel Golfo di Policastro, mandò trentasei soldati col tenente Slesor sul Castello di Maratea, ecc….”. Il Damiano (….) a p. 68 si riferiva al Colonnello Giuseppe Ferrari, L’insurrezione calabrese e l’assedio di Amantea del 1806, Roma, Officina poligrafica editrice, 1911.
Nel dicembre del 1806, Maratea la resa di Alessandro Mandarini al generale francese Lamarque
Francesco Barra (….), nel suo saggio apparso sulla ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, a p. 310, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “Venuto meno ogni soccorso esterno, esauriti i viveri e le munizioni, Alessandro Mandarini, che guidava la resistenza, il 10 dicembre accolse l’invito di Lamarque a trattare la capitolazione, ecc…”. Il Barra, a p. 310, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ANP, 381 AP 7, fasc. C. Berthier, rapporto dal capo di stato maggiore al re del 30 novembre 1806; già il 25 Giuseppe aveva riferito a Napoleone che “les 1500 hommes débarques dans le Cilento ont été pris, tués ou dispersés; les chefs ont été pris ou fusillés” (‘Memoires du roi Joseph, cit., III, p. 237). Cfr. anche F. Barra, ‘Cronache, cit., pp. 103-122“. Il Barra per “ANP”, scrive nella sua nota (*) a p. 1 che si tratta di: “ANP, 381, AP = Archives Nationales de Paris, Archives de Joseph Bonaparte;”. Inoltre, per ‘Conache’ di Francesco Barra egli si riferisce a: “(16) Cfr. F. Barra, ‘Cronache’, cit., Id., ‘Cronache del brigantaggio del Decennio francese in Principato Citra, II: ‘il brigantaggio nell’agro nocerino-sarnese’, in ‘Bollettino storico di Salerno e Principato Citra, 1988, n. 2, ecc…”. Sempre il Barra (…), nel suo saggio apparso sulla rivista “Rassegna Storica del Risorgimento”, a p. 310, in proposito scriveva che: “A capitolare a Maratea, e ad accettare altresì di passare al servizio del regime napoleonico, furono i capomassa Tommasini, Costa, Gugliotti e De Rosa, le quali bande furono incorporate nel Corpo dei Cacciatori di Montagna di Principato Citra, comandato da un altro ex capomassa, Gerardo Curcio ‘Sciarpa’. Ma alla fine del 1807, dopo varie vicende, avrebbero finito quasi tutti col disertare e fuggire in Sicilia. Rocco e Francesco Stoduti si rifiutarono invece recisamente di cambiare bandiera, riuscendo ad eludere quasi immediatamente la sorveglianza delle autorità ed a riparare avventurosamente in Sicilia. Meno fortunato Antonio Guariglia ecc…”.
Nel 4 ottobre 1806, a Vibonati e Sapri e i briganti
Sempre il Barra (…), nel suo saggio apparso sulla rivista “Rassegna Storica del Risorgimento”, a pp. 311-312, in proposito scriveva che: “III. Dall’insorgenza al brigantaggio. La resa di Maratea e lo scioglimento di molte delle masse borboniche che per sei mesi avevano accanitamente conteso ai francesi il Cilento ed il Vallo di Diano segnò la fine dell’insurrezione. Battuta in campo aperto, essa si sarebbe d’ora in poi manifestata sotto le forme, non meno insidiose, della guerriglia, finendo col degenerare rapidamente in vero e proprio brigantaggio…..Il riflusso dell’insurrezione, ormai battuta ovunque in campo aperto, e l’approssimarsi della stagione invernale avrebbero fatto presto prendere – riteneva Clary – “à cette guerre unae autre face”. Le bande, ricacciate dai centri abitati, sarebbero state costrette a rifugiarsi sui monti e nei boschi, dove per sopravvivere, avrebbero dovuto suddividersi in piccoli nuclei, dediti al banditismo spicciolo. Questa nuova situazione avrebbe imposto un nuovo sistema repressivo, basato su forti colonne mobili, destinate a proteggere i centri maggiori e le vie di comunicazione, e che sarebbero risultate assai più efficaci dei piccoli distaccamenti isolati. E se questi erano i problemi dei militari, non minori certamente erano quelli dei funzionari civili. Delle gravissime difficoltà incontrate dalle nuove autorità governative nel controllare il territorio, e persino ad insediarsi stabilmente su di esso, costituisce testimonianza efficace la situazione del sottintendente di Vibonati, Giovanni Franchini. Ancora alla fine dell’ottobre 1806, infatti, questi era impossibilitato a fissare la sua residenza a Vibonati, nominalmente sede della Sottintendenza, “perchè quel paese ben presto viene infestato dai briganti, i quali replicate volte han formato punto di riunione tanto in esso quanto in Torraca, Lauria, Maratea, Sapri ed altri luoghi di quel Circondario”. (51) Di talché egli venne autorizzato dal ministro a stabilirsi a Vallo, che però soltanto col decreto del 4 maggio 1811 divenne ufficialmente sede di Sottointendenza.”. Il Barra, a p. 312 nella sua nota (51) postillava che: “(51) ASN, Interni, fasc. 2207, rapporto del sottointendente B. Caprile all’intendente Charron, Sala 4 ottobre 1806.”. Francesco Barra (….), nel suo “Il brigantaggio del Decennio francese (1806-1815) Studi e Ricerche”, a p. 58 in proposito scriveva che: “E se questi erano i problemi dei militari, non minori certamente erano quelli dei funzionari civili. Dalle gravissime difficoltà incontrate dalle nuove autorità governative a controllare il territorio, e persino ad assediarsi stabilmente su di esso, costituisce testimonianza efficace la situazione del sottintendente di Vibonati, Giovanni Franchini. Ancora alla fine di ottobre 1806, infatti questi era impossibilitato a fissare la sua residenza a Vibonati, nominalmente sede della Sottintendenza, “perchè quel paese ben spesso viene infestato dai briganti, i quali replicate volte han formato punto di riunione tanto in esso quanto in Torraca, Lauria, Maratea, Sapri ed altri luoghi di quel Circondario” (51). Di talchè egli venne autorizzato dal ministro a stabilirsi a Vallo, che però soltanto col decreto del 4 maggio 1811 divenne ufficialmente sede di Sottintendenza.”. Il Barra (…), a p. 58, nella sua nota (51) postillava che: “(51) ASN, Interni, fasc. 2207, rapporto dell’intendente Charron del 22 ottobre 1806.”.
Dal 1807 al 1811, Vibonati fu sede di Distretto e capoluogo di Mandamento fino al 1924
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 740 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Libonatorum, Bonatorum, Bonati seu Bonatorum, li Bonati, Libonati, Vibonati. Università autonoma fino alla sua elevazione a Comune. Sede di distretto con 12 comuni dipendenti fino al 4 maggio 1811 (Legge da Parigi n. 122) quando venne sostituito da Vallo come sede di Distretto (1). Capoluogo di mandamento poi fino al 1924 quando venne sostituito con Sapri. Ecc..”. Ebner a p. 740 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Con la Legge 19 gennaio 1807, n. 14 (Napoli), Giuseppe Napoleone divise la Provincia di Principato Citeriore in 46 circondari. Vallo divenne distretto con la legge 4 maggio 1811, n. 122 che divise la provincia in 14 circondari, come immutati sono i comuni. Con la legge 19 gennaio 1807, n. 14 si stabilì (v. Ebner, Storia cit., p. 221), che il primo paese elencato era sede del circondario e “del giusdicente”. Il Laudisio cit., p. 60 ci informa (vedi oltre) dei tre circondari in provincia di Principato della sua Diocesi.”. Infatti, sempre l’Ebner, a p. 741, in proposito scriveva che: “Il Laudisio (26) scrive che l’intera diocesi, ai suoi tempi, per ciò che attiene l’amministrazione civile, comprendeva sei circondari nei quali risiedevano i giudici regi, di cui tre nella provincia di Basilicata e tre nella provincia di Principato Citra. E cioè Vibonati, Torre Orsaia e Camerota, villaggio quest’ultimo, dove si erano rifugiati i saraceni che distrussero per la prima volta Policastro e che si erano stanziati pure ad Agropoli.”.
Nel 1807, la fine della guerriglia contro i Francesi Napoleonici
Sempre il Barra (…), nel suo saggio apparso sulla rivista “Rassegna Storica del Risorgimento”, a p. 310, in proposito scriveva che: “Ma alla fine del 1807, dopo varie vicende, avrebbero finito quasi tutti col disertare e fuggire in Sicilia. Rocco e Francesco Stoduti si rifiutarono invece recisamente di cambiare bandiera, riuscendo ad eludere quasi immediatamente la sorveglianza delle autorità ed a riparare avventurosamente in Sicilia. Meno fortunato Antonio Guariglia ecc…”.
La partenza e fuga in Sicilia dei filoborbonici della banda dello Stoduti
Sempre il Mallamaci a p. 79, riguardo l’episodio di Maratea, in proposito scriveva che: “Contro i francesi si distinsero quattro torracchesi, ad essi il re, il 17 novembre 1807 riconobbe il merito di aver immolato la vita in combattimento per la difesa dello stato. Alle loro famiglie assicurò un adeguato sussidio: Pietro Falco, granatiere il 7 agosto 1806, in un attacco al suo paese, perse la vita. Alla moglie vennero assegnati 25 carlini al mese; Carmelo Bifani; Pietro Paolo Mercadante, Sabato Marotti.”. Sempre il Mallamaci a p. 79, sulla scorta del Gaetani scriveva che: “Tra le persone di Torraca che dovettero prendere la via dell’esilio e recarsi in Sicilia con gli Stoduti, si annoverano: Capitano Don Francesco Bifani, insieme alla moglie Donna Nicoletta e i figli Rosa e Andrea; Capitano Don Vincenzo Falco, la moglie Donna Laura, le filgie Annamaria e ROsa, il fratello Francescantonioo, insieme ai propri figli Felicia e Pietro; Don Antonio Barra, (cognato dei capitani Bifani e Falco), la propria consorte Antonia e i figli Maria, Francesco, Giuseppe, Laura, Pietro e Carmine.”.
Nel 1807, la loggia massonica di Lagonegro “La Filarete Lucana”
Leggiamo da wikipedia che nel 1807 sorge a Lagonegro la prima loggia massonica-carbonara (fra le primissime in Basilicata) che fu chiamata “la Filarete Lucana” è stato rinvenuto e si conserva il suggello di quella loggia in bronzo, coi segni della massoneria del compasso, della squadra e dei tre puntini con la denominazione in giro: “la filarete lucana o (oriente) di Lagonegro.” nel 1911, essendo stata istituita una loggia massonica col rito scozzese antico e accettato, esso ha rievocato e assunto lo stesso nome di Filarete Lucana, servendosi dello stesso suggello”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri ecc…”, parlando di Policastro, a p. 183 in proposito scriveva che: “Nel 1911, nella vicina Lagonegro, sorse una setta massonica d’antico rito scozzese con il nome di “Filarete Lucana”. Ad essa si iscrissero numerosi cittadini, di varia estrazione sociale, di Policastro, di Scario, di Vibonati, di Sapri e di altri centri della zona. Parecchi anni or sono, fu rinvenuto, nella contrada detta “Calancone”, il sigillo di bronzo della loggia, con i segni del compasso, della squadra e dei tre puntini, con la scritta in giro “La Filarete Lucana Oriente di Lagonegro” (77).”. Il Guzzo (….) a p. 183, nella sua nota (77) postillava che: “(77) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro – Napoli, 1913 – pag. 341.”. Infatti, Carlo Pesce a p. 341 in proposito scriveva che: “In Lagonegro era sorta una loggia o vendita’ di Carbonari, che fu detta ‘La Filarete lucana’, alla quale erano iscritti molti cittadini d’ogni ceto, desiderosi di novità, o ligi al passato regime. Le loro segrete riunioni si tenevano in una casetta appartata in contrada Calancone, dove spesso dalle innocue congiure si passava al vino ed alla crapula. E’ stato rinvenuto e si conserva il suggello di quella loggia, in bronzo, coi segni della massoneria, del compasso, della squadra e dei tre puntini, e con la denominazione in giro ‘la Filarete Lucana. O (Oriente) di Lagonegro. Nel 1911, essendo stata istituita una loggia massonica col rito scozzese antico ed accettato, essa ha rievocato ed assunto l’antico nome di ‘Filarete Lucana’, servendosi dello stesso suggello.”. Il Mallamaci (….), nel suo testo sulla storia di Torraca, a p. 84, parlando dei moti rivoluzionari del 1828, in proposito scriveva che: “Il carbonaro di Torraca, un certo ‘Andrea Valenoto’ che faceva capo alla setta dei ‘Filadelfi’, partecipò a questi embrionali moti.”.
Nel 1808, il Fortino del Cervaro, un piccolo fortilizio fatto costruire dal generale francese Desvernois
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 139, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “Il Fortino è nel salernitano, in territorio di Casaletto, sito lungo la consolare o strada delle Calabrie. Più precisamente era la via Popilia dei romani, oggi la strada Statale n. 19. Il Fortino nacque come piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Nicolas Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio: “Una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro, un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri sul litorale ovest”. Intorno, oggi vi sono sorte una trentina di abitazioni, certamente correlate alle necessità dei naturali (15).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (15) postillava: “(15) F. Policicchio, Il Decennio francese nel golfo di Policastro, Gutemberg, Lancusi, 2001, pp. 151-164.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1)….etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pag. 325.”. Carlo Pesce (….), nel 1904, nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, nel suo cap…., a p. 325, in proposito scriveva che: “Quivi spesse volte le truppe francesi di passaggio erano aggredite e massacrate inesorabilmente, nè valse alla tutela ed alla sicurezza la prossima guarnigione del Fortino del Cervaro, che pure fu presa di mira. “Nel 1808 – scrive il Racioppi nel Vol. II pag. 461 della ‘Storia’ – una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia, al comando del Generale Inglese Sir Stuart e d’un principe reale, gittò sulle coste del golfo di Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, i quali furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno, e misero a fuoco e sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sanza. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata – il ‘Fortino’ sul Cervaro – ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; assaltano il piccolo forte e massacrano tutti i soldati”. Alcuni di questi – riferisce la tradizione popolare – fuggirono nei paesi vicini in cerca di ricovero, che fu loro negato, e tutti, francesi e napoletani, finirono nella stessa orrenda morte.”. Il Pesce riferisce altri episodi riguardo il brigantaggio nel Lagonegrese. Dunque, il Pesce cita l’episodio della flotta Inglese al comando dell’ammiraglio Sir Stuart e cita Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvisare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilcata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; ecc..”. Dunque, secondo il Racioppi, nel 1808, la flotta Inglese al comando del generale Inglese Sir Stuart, lasciò sulle coste del Golfo di Policastro diversi filo-borbonici che cercarono in tutti i modi di contrastare l’occupazione francese. Molti di questi erano galeotti o ex galeotti, fuoriusciti, come ad esempio l’oriundo Rocco Stoduti di Torraca (dicono alcuni) o di S. Cristoforo dicono altri. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 106-107, in proposito scriveva che: “La frazione del Fortino, che deve il suo nome ad un posto di guardia fortificato per il controllo della strada delle Calabrie ed eretto durante il periodo francese (146), etc…”. Montesano, a p. 106, nella nota (146) postillava: “(146) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse nel golfo di Policastro, ed. Gutemberg, 2011, pag. 139.”.
Nel 1807-1808, Sapri in uno schizzo del Genio Militare Napoletano inedito: “Croquì’ di Sapri”
In alcuni miei articoli e studi pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri ed in particolare due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, custoditi presso la Sezione Manoscritti e Rari della Biblioteca Nazionale di Napoli. Questi disegni (8), da una parte costituiscono una testimonianza che contribuisce a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca su queste terre, da sempre in prima linea per la difesa o la conquista del Regno di Napoli Angioino ed Aragonese prima e del Regno delle due Sicilie dei Borboni in seguito, ma ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, ed in particolare del centro abitato di Sapri all’epoca dell’occupazione napoleonica del Regno delle due Sicilie.
(Fig. ..) ‘Croquì di Sapri’, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (8)
(Fig. ..) ‘Croquì di Sapri’, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (8)
Si tratta di un disegno (2) tratto da una ricca documentazione grafica e topografica, redatta dal corpo del Genio Militare Napoletano Murattiano, nel decennio francese (1806-1815), del Regno delle due Sicilie. In particolare, il disegno manoscritto quì riportato in Fig. 10, riporta la scritta: “Croquì di Sapri”. Il significato in lingua francese di ‘croquis‘ o croquì o croqui è ‘schema o schizzo‘ (Fig. 10). Questo disegno documenta la particolare attività di rilievo lungo la costa del litorale saprese a fini militari, sia durante il decennio francese (1806-1815), durante il breve periodo di occupazione napoleonica, con Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo e, il programma di organizzazione strategico militare che promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la progettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. Lo schizzo all’impronta, manoscritto detto “Croquì’ di Sapri” è uno dei disegni e carte tratte da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti ad un Fondo non inventariato appartenente all’ex Biblioteca Provinciale di Salerno, oggi custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari‘ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli – B.N.N. Sezione ‘Manoscritti e Rari’ ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2) idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3). Si veda nota bibliografica (160), dello studio per il P.R.G. del Comune di Sapri (1). Lo schizzo “Croquì di Sapri” (Figg. 1-7), ha la seguente collocazione: coll. Ba 25a (71. e 2, mentre il Progetto, illustrato in Figg……, è collocato come segue: coll. Ba 25a (32. I resoconti storici e bibliografici della documentazione in questione, sono stati da me pubblicati nello studio: “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcunidisegni inediti”, nella rivista a stampa “Progetto”, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3-4 (Figg. 6-7). Nel 1989, circa dieci anni dopo il mio rinvenimento, alcuni disegni e carte simili furono pubblicate da Caffaro Adriano, op. cit. (8). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro, e fa una buona disamina di questo carteggio inedito conservato alla BNN. Questo disegno conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli proviene dalla Sezione “Manoscritti e Rari” dove nella sua collocazione è scritto “manoscritto inizio sec. XIX”. Infatti, questo schizzo all’impronta non è datato, non riporta data e sulla sua probabile datazione possiamo solo riferirci a ciò che è scritto nella sua collocazione “manoscritto inizio sec. XIX”. Dunque, secondo la sua collocazione, il disegno in questione doveva essere datato intorno ai primi anni del 1800. E’ molto probabile che questo disegno o schizzo all’impronta sia un disegno militare. Infatti, in esso vengono riportate alcune utili informazioni militari come ad esempio la linea di costa e le batterie militari esistenti e quelle proposte come ad esempio si legge nella leggenda “C. batteria proposta”. Dunque, non vi è alcun dubbio sulla paternità di questo disegno che è stato redatto ed eseguito sicuramente da qualche rilevatore militare appartenuto al Genio Militare Napoletano. Mi chiedo a questo punto quale fosse il Genio Militare Napoletano, quello Borbonico oppure quello dell’occupazione militare del Regno di Napoli da parte di Giuseppe Bonaparte che poi in seguito con Gioacchino Murat diventò del Regno delle Due Sicilie. La collocazione parla di “….inizio secolo XIX”, dunque potrebbe trattarsi del Genio Militare Napoleonico di Giuseppe Bonaparte. Infatti, oltre al titolo del lavoro “Croquì di Sapri” che è un evidente francesismo. Queste le uniche informazioni sul documento. Per una possibile datazione dell’opera, del documento in questione ho cercato di confrontare simili documenti che nel lontano 1989, circa dieci anni dopo il mio rinvenimento alla BNN pubblicò Adriano Caffaro (…), nel suo “Le fortificazioni della costa cilentana attraverso alcuni disegni inediti”. Infatti, il Caffaro (…), pubblicò i documenti simili che riguardavano solo le batterie esistenti o da costruirsi sulla costa da Palinuro ad Agropoli. Nel suo pregevole studio Adriano Caffaro (….) pubblicò questi documenti riguardanti le batterie da Agropoli e Palinuro, tralasciando quelli esistenti da Palinuro fino alla Calabria e si rifece in parte alle citazioni contenute da Mario Vassalluzzo (…). Rileggendo il testo di Adriano Caffaro (…), “Le fortificazioni della costa cilentana attraverso alcuni disegni inediti”, pubblicato nel 1989, dieci anni dopo il mio rinvenimento alla BNN e, dove Adriano Caffaro (…) si occupò di documenti simili che riguardavano solo le batterie esistenti o da costruirsi sulla costa da Palinuro ad Agropoli, a pp. 22 e pp. 24-25, si può vedere un disegno simile che riguarda Agropoli datato 4 marzo 1807. Il Caffaro a pp. 22-25 in proposito scriveva che: “La fortificazione complessiva della zona è rappresentata da un altro disegno del 4 marzo 1807 di mm. 275 x 385, nel quale non viene riportata la scala; è schedato B (a) 5 (b) (3. Lo schizzo visualizza i “contorni di Agropoli”, evidenzia la strada d’accesso e di ecc….In alto a sinistra è la scritta “Croquì dei / Contorni di Agropoli / Il 4 marzo 1807 ecc…(13)”. Caffaro a p. 25, nella sua nota (13) postillava che: “(13) La costruzione della torre dei ecc……Questi due disegni di Agropoli sono stati già pubblicati senza schede e commento dal Vassalluzzo, Castelli….., op. cit., pp. 6, 24. Un altro simile disegno ha la collocazione B (a) 28 (48.”. Dunque, Caffaro nella sua nota (13) postillava e citava Mario Vassalluzzo (…) ed il suo Castelli, torri e borghi della costa cilentana, ma devo precisare che il Caffaro si sbagliava in quanto a pp. 6 e 24 il Vassalluzzo non pubblicava nessun documento. Il Vassaluzzo (….), a p. 70 parlando di Agropoli in proposito scriveva che: “Sotto i Napoleonidi e, successivamente, al tempo della restaurazione borbonica, il castello fu armato come non mai e intorno furono costruiti dei fortini, rispondenti alle armi di artiglieria del tempo (26).”. Il Vassalluzzo a p. 70 nella sua nota (26) postillava che: “(26) Biblioteca Nazionale di Napoli, ‘Pianta del forte di Agropoli’ non catalogata, Cartella 25B.”. Il Vassalluzzo riportava la stessa collocazione del documento citato da Caffaro anni dopo ma non lo pubblicava.
A Sapri, tale programma di potenziamento riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. E’ un disegno manoscritto, una sorta di schizzo disegnato a mano libera e in bianco e nero con inchiostro su carta, redatto all’impronta su carta bianca, di dimensioni cm. 27,5 x 28, senza indicazione di scala che, documenta l’assetto topografico ed urbano di Sapri e della baia, agli inizi dell’800 ed illustra una sommaria veduta planimetrica di Sapri, della baia, del porto naturale e del suo immediato entroterra. Nello schizzo planimetrico, una veduta planimetrica d’insieme e dall’alto di Sapri all’epoca. In esso vengono riportate alcune informazioni utili alla ricostruzione urbana del paese del tempo – primo decennio dell”800. Nello schizzo (Fig. 10), viene indicata una batteria costiera che esisteva sul lato occidentale del paese (Fig…..). Si vede l’orografia del sito, con l’indicazione della larghezza della baia naturale a mare (T. 200), l’indicazione dei contorni (litorale saprese), dei toponimi dei luoghi e dei torrenti, con la dislocazione delle fortificazioni esistenti e quelle proposte. In basso a sinistra vi è, la scritta ‘Croquì di Sapri’, in basso a destra vi è riportata una leggenda: “C. Batteria proposta’, posta all’altezza della contrada del ‘Rosario’ ad occidente, ‘D. Ridotto, idem’; E. F. idem;A.B. linea del buon ancoraggio.“. All’interno dello schizzo si vede ad oriente una ‘T. Scialandro‘ e dall’altra parte ad occidente un’ antica batteria con una ‘T. Buondormire‘, (la Torre del Buondormire), torre cavallara Vicereale oggi scomparsa ma che doveva essere posta dove attualmente si trova l’Ospedale civile di Sapri o dove oggi si vede il Faro Pisacane, presso l’omonima località ‘Fortino’. Inoltre si vede come la strada di comunicazione con l’interno fosse la vecchia postale borbonica che risaliva a Torraca e da li a Vibonati.
Infatti è lì che ai primi dell”800, sorse un piccolo ‘Villaggio’. Dalla leggenda dello schizzo “Croquì di Sapri” (Fig. 10-11), posta in alto a sinistra, si evince che al punto ‘C’ = Batteria Proposta’, “alt. del Rosario’, veniva proposta la costruzione di una nuova Batteria, la costruzione di un nuovo Fortino dotato di batteria di cannoni posto su un’altura detta ‘del Rosario’ che doveva trovarsi sopra la località ‘Fortino’. Si trattava forse proprio della nuava batteria di cui abbiamo i disegni di progetto del prospetto principale (Figg…….).
Nello schizzo, sul lato orientale, il compilatore disegnava ed indicava il nucleo urbano di Sapri. Il redattore dello schizzo indicava il nucleo urbano di Sapri costituito in due parti come se fossero due rioni, i quali sono rappresentati separati da un fiumerello o da un grosso torrente. Guardando la linea del torrente disegnata si vede che questo fa una leggera curvatura verso oriente e dunque esso somiglia al Torrente Brizzi. Infatti guardando l’immagine attuale satellitale si può vedere la stessa deviazione o curvatura del corso del torrente Brizzi. Dunque, siccome i due nuclei abitati o urbani segnati nello schizzo sono due e sono uno ad occidente e l’altro ad oriente separati dal torrente Brizzi, io credo che si tratti dei due borghi marinari della “Marinella” e l’altro delle “Mocchie”. Nel disegno viene indicato il torrente ‘Brizzi‘, di portata maggiore che divide il piccolo rione della ‘Marinella‘. Il rione ‘S. Giovanni’, ingranditosi solo più tardi e il rione del ‘Rosario’ (attuale via Cassandra) ancora non figuravano. Infatti, guardano lo schizzo d’epoca Murattiana (primi anni del 1800), si può notare che ad occidente, il redattore dello schizzo ha segnato il torrente ‘Ischitello’. In questa carta d’epoca Borbonica, sono segnate le due Torri esistenti, la Torre del Buondormire e la Torre dello Scialandro (13). Si vede l’orografia del sito, con l’indicazione della larghezza della baia naturale a mare (T. 200), l’indicazione dei contorni ( litorale saprese), dei toponimi dei luoghi e dei torrenti, con la dislocazione delle fortificazioni esistenti e quelle proposte. In basso a sinistra vi è, la scritta ‘Croquì di Sapri’, in basso a destra vi è riportata una leggenda: “C. Batteria proposta’, posta all’altezza della contrada del ‘Rosario’ ad occidente, ‘D. Ridotto, idem’; E. F. idem;A.B. linea del buon ancoraggio.“. All’interno dello schizzo si vede ad oriente una ‘T. Scialandro‘ e dall’altra parte ad occidente un’ antica batteria con una ‘T. Buondormire‘, forse la torre detta del ‘Buondormire’, torre cavallara vicereale oggi scomparsa ma che doveva essere posta dove attualmente si trova l’Ospedale civile di Sapri. Inoltre si vede come la strada di comunicazione con l’interno fosse la vecchia postale borbonica che risaliva a Torraca e da li a Vibonati. Questo disegno documenta la particolare attività di rilievo lungo la costa del litorale saprese a fini militari, sia durante il decennio francese (1806-1815), durante il breve periodo di occupazione napoleonica, con Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo, il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti.
Nel 1808, il Regno di Napoli e Gioacchino Murat
Il 1° gennaio 1810, durante il decennio francese, Sapri fu eretta a Comune autonomo dal governo Napoleonico di Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat dopo e, continuò a rimanere tale con il nuovo avvento della casata borbonica e con l’Unità d’Italia. Nel 1808 Napoleone nominò re di Napoli Gioacchino Murat, a seguito della nomina del precedente reggente, Giuseppe Bonaparte, a re di Spagna. A Napoli il nuovo re, ormai noto come “Gioacchino Napoleone”, fu ben accolto dalla popolazione, che ne apprezzava la bella presenza, il carattere sanguigno, il coraggio fisico, il gusto dello spettacolo e alcuni tentativi di porre riparo alla sua miseria, ma venne invece detestato dal clero. A Giuseppe Bonaparte, nel 1808 destinato a regnare sulla Spagna, succedette l’8 luglio Gioacchino Murat, che fu incoronato da Napoleone il 1º agosto dello stesso anno, col nome di “Gioacchino Napoleone”, ‘re delle Due Sicilie, par la grace de Dieu et par la Constitution de l’Etat, in ottemperanza allo Statuto di Baiona che fu concesso al regno di Napoli da Giuseppe Bonaparte. Il nuovo sovrano catturò immediatamente la benevolenza dei cittadini liberando Capri dall’occupazione inglese, risalente al 1805. Aggregò poi il distretto di Larino alla provincia di Molise. Fondò, con decreto del 18 novembre 1808, il Corpo degli ingegneri di Ponti e Strade e avviò opere pubbliche di rilievo non solo a Napoli (il ponte della Sanità, via Posillipo, nuovi scavi ad Ercolano, il Campo di Marte), ma anche nel resto del Regno: l’illuminazione pubblica a Reggio di Calabria, il progetto del Borgo Nuovo di Bari, l’istituzione dell’ospedale San Carlo di Potenza di Potenza, Guarnigioni dislocate nel Distretto di Lagonegro con monumenti e illuminazioni pubbliche, più l’ammodernamento della viabilità nelle montagne d’Abruzzo. Fu promotore del Codice napoleonico, entrato in vigore nel regno il 1º gennaio 1809, un nuovo sistema legislativo civile che, fra le altre cose, consentiva per la prima volta in Italia il divorzio e il matrimonio civile: il codice suscitò subito polemiche nel clero più conservatore, che vedeva sottratto alle parrocchie il privilegio della gestione delle politiche familiari, risalente al 1560. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 328-329 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “VI. – Passato il Re Giuseppe al trono di Spagna nel 1808, e nominato Re di NapoliGioacchino Murat, cognato dell’Imperatore e Granduca di Berg, la fama del valore del nuovo Sovrano e delle vittorie riportate ad Aboukir, a Marengo, ad Austerlitz, a Iena, a Madrid, gli procacciò tosto le simpatie dei sudditi. Nato povero ed oscuro, elevato, pei suoi meriti, ai supremi gradi dell’esercito, al parentado Napoleonico, alla Corona regale, bello ed aitante della persona, valoroso ed invitto, radunava in sè tutto quel che piace ai popoli, onde fu accolto dai Napoletani con immenso giubilo. Il Decurionato di Lagonegro, nel 19 Novembre 1808, etc…”.
Nel 1809, la flotta Inglese al comando del gen. Sir. John Stuart nel Golfo di Policastro e a Sapri
Carlo Pesce (….), nel 1904, nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, nel suo cap…., a pp. 324-325, così scriveva in proposito che: “Quivi spesse volte le truppe francesi di passaggio erano aggredite e massacrate inesorabilmente, nè valse alla tutela ed alla sicurezza la prossima guarnigione del Fortino del Cervaro, che pure fu presa di mira. “Nel 1808 – scrive il Racioppi nel Vol. II pag. 461 della ‘Storia’ – una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia, al comando del Generale Inglese Sir Stuart e d’un principe reale, gittò sulle coste del golfo di Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, i quali furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno, e misero a fuoco e sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sanza. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata – il ‘Fortino’ sul Cervaro – ove era posto un distaccamento di soldati ecc….”. Dunque, il Pesce cita l’episodio della flotta Inglese al comando dell’ammiraglio Sir Stuart e cita Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvisare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilcata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; ecc..”. Dunque, secondo il Racioppi, nel 1808, la flotta Inglese al comando del generale Inglese Sir Stuart, lasciò sulle coste del Golfo di Policastro diversi filo-borbonici che cercarono in tutti i modi di contrastare l’occupazione francese. Molti di questi erano galeotti o ex galeotti, fuoriusciti, come ad esempio l’oriundo Rocco Stoduti di Torraca (dicono alcuni) o di S. Cristoforo dicono altri. Carlo Pesce (…), a pp. 310-311, riferendosi a Lagonegro in proposito scriveva che: “La città, posta allo sbocco ecc….non solo punto necessario di passaggio e di concentramento delle truppe, provenienti dalla Capitale, ma altresì un posto strategico per la sorveglianza delle spiagge del vicino golfo di Policastro, dove spesso sbarcavano, su navi inglesi, truppe ed emissari borboniani per molestare i nuovi dominatori ed i fautori del nuovo ordine di cose, più che per tentare la ricuperazione del Regno perduto, e dove il Colonnello Borbonico Rocco Stoduti, il feroce repressore dei moti del 1799, il Maggiore Giuseppe Necco, e il famigerato D. Vincenzo Peluso di Sapri promuovevano continue ribellioni (1). Mancando gli alloggi per le truppe, furono ridotte in caserme varie case private, come quella Gallotti alla piazza Rosario e quella Corrado; ecc…….Riferisce il Colletta, che nel 1809, quando la flotta anglo-sicula, comandata da D. Leopoldo di Borbone e dal Generale Steward, percorreva il Tirreno e minacciava le coste qua e là, le schiere Murattiane ‘s’adunarono in tre campi, uno a Monteleone di 4000 soldati, altro a Lagonegro di 1600, ed il terzo di 11000 in Napoli e nei dintorni.”. Il Pesce, a p. 311, nella sua nota (1) postillava del prete Peluso scrivendo che: “(1) Il Prete Peluso, devotissimo alla Corte Borbonica, la seguì a Palermo, e spesso, approdando alle coste di Policastro e nascondendosi nelle caverne di Serralonga, ne usciva per esercitar vendette più per proprio conto che per la causa borbonica. Egli fu l’assassino del patriota Costabile Carducci nel 1848. (Vedi il mio opuscolo ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda’. Lagonegro, Tip. Lucana, 1905).”. Dunque, il Pesce (…) e prima ancora il Racioppi (….), dicono “generale sir Stuart”, ma sempre il Pesce, citando il Colletta (….) lo chiama “Generale Steward”. La flotta anglo sicula era capeggiata da un rampollo della famiglia Borbone. Leopoldo di Borbone, nome completo Leopoldo Giovanni Giuseppe Michele di Borbone, principe di Salerno membro della casa dei Borbone, principe delle Due Sicilie e principe di Salerno, fu l’unico figlio del re Ferdinando I che non si legò a nessuna casa reale europea e che condusse una vita tranquilla nella città di Napoli. Leopoldo era il sedicesimo figlio di Ferdinando I re del Regno delle Due Sicilie e della sua consorte Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, al momento della sua nascita sovrani del Regno di Napoli e del Regno di Sicilia. Durante il periodo murattiano, la corte di Napoli, rifugiata in Sicilia, gli affidò funzioni rappresentative, che non furono sempre fortunate. Nel 1808 Napoleone nominò re di Napoli Gioacchino Murat, a seguito della nomina del precedente reggente, Giuseppe Bonaparte, a re di Spagna. A Napoli il nuovo re, ormai noto come “Gioacchino Napoleone”, fu ben accolto dalla popolazione, che ne apprezzava la bella presenza, il carattere sanguigno, il coraggio fisico, il gusto dello spettacolo e alcuni tentativi di porre riparo alla sua miseria, ma venne invece detestato dal clero. Nel 1809 egli capeggiò formalmente la sfortunata spedizione anglo-borbonica nel golfo di Napoli. L’11 Giugno. In appoggio alle operazioni militari contro la Francia il Gen. John Stuart con 8.000 inglesi ed il Gen. Bourchard con 12.000 soldati borbonici salpano da Milazzo con duecento barche verso il golfo di Napoli scortati da due fregate, due corvette e diverse cannoniere borboniche e dalla squadra navale inglese comandata dal Commodoro Martin. Capo nominale della spedizione il principe di Salerno Leopoldo di Borbone imbarcato sulla fregata “Minerva”. Stuart, Sir John. – Generale inglese (n. in Georgia, America Settentr., 1759 – m. Clifton 1815). Combatté nella prima guerra d’indipendenza americana e successivamente, passato in Europa, nelle guerre contro la Francia rivoluzionaria. Brigadiere generale nel 1801, nel 1805 fu inviato a Napoli per cooperare con i Russi alla difesa della città. Riparato in Sicilia dopo la partenza di questi, nel luglio 1806 compì una fortunata incursione a S. Eufemia, e presso Maida sconfisse i Francesi; per questa fortunata impresa ebbe poi da Ferdinando I il titolo di conte di Maida. Così esposta, Napoli cadde sotto l’avanzata delle truppe di Masséna, ma Gaeta resistette ancora al re Ferdinando e la forza principale di Masséna fu rinchiusa nell’assedio di questa fortezza. Stuart, che era al comando temporaneo, si rese conto della debolezza della posizione francese in Calabria e il 1 ° luglio 1806 sbarcò rapidamente tutte le sue forze disponibili nel Golfo di Sant’Eufemia. Il 4 la forza britannica, forte di 4.800 uomini, ottenne la celebre vittoria di Maida sull’esercito di Reynier. Un anno dopo, divenuto luogotenente generale, ricevette il comando del Mediterraneo che mantenne fino al 1810. Le sue operazioni si confinarono nell’Italia meridionale dove Murat, re di Napoli, deteneva la terraferma mentre le truppe britanniche e siciliane (insieme ad alcuni ) tenne la Sicilia per il re borbonico. Tra gli eventi di questo periodo si possono ricordare il mancato soccorso del colonnello Hudson Lowe a Capri, la spedizione contro le cannoniere di Murat nel golfo di Napoli e il secondo assedio di Scilla. I vari tentativi di Murat di attraversare lo stretto in modo uniforme fallirono, anche se in un’occasione i francesi riuscirono effettivamente a prendere piede nell’isola. A.G. Macdonell nel suo libro del 1934 Napoleon and His Marshals descrive Stuart come “un uomo pigro, incompetente e malvagio“, ma non è chiaro perché Macdonell pubblichi una descrizione così denigratoria. Nel 1810 Stuart tornò in Inghilterra. Il Cataldo (…), nella sua opera su Policastro, a pp. 62-63 in proposito scriveva che: “Un’altra flotta, proveniente dalla Sicilia, comandata dal generale inglese Sir Stuart e da un principe reale, fece sbarcare a Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, che assalirono Roccagloriosa, Bosco, Torre Orsaia, Sanza, Fortino di Battaglia e Lago Serino. Era l’anno 1808. (Racioppi, op. cit., p. 461).“. Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della città di Lagonegro” a p. 309, in proposito scriveva che queste notizie erano state tratte dalla “Dalla relazione fatta dal Generale De Montigny-Turpin, che era Capitano dello stato maggiore del Generale Gardanne – pubblicata dal Racioppi, nel Vol. II p. 493 della ‘Storia’ – si possono apprendere i funesti particolari di quel sanguinoso combattimento, nel quale il Generale Gardanne in prima fila ed il Massena alla riserva, marciando da Lauria Inferiore a Lauria Superiore ecc…”. Infatti, Giacomo Racioppi, nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, pubblicò in apendice a pp. 493-494 il testo “Appendice I. Documenti (1). A. Incendio di Lauria – Agosto 1806. La ignota o poco nota relazione che segue riferiamo dal libro – Grands épisodes inedits et causes segrètes de la politique et des guerres sous de la Directoire executid, le Consulat et l’Empire, etc. etc. ‘Lettres à Mr. le Genénéral Pelet, directeur du depot de la Guerre, Senateur; à MM. Thiers, Lamatine, La Guerroniere et Delamarre, par M. Charles De Montigny-Turpin, general retraité. – Paris, de Soye, imprimeur, 1852, in 8°.”
Nel 1809, il Prete Vincenzo Peluso
Carlo Pesce (6) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda”, a p. 8, in proposito al prete Vincenzo Peluso di Sapri scriveva che: “Costui esordì la carriera del delitto con due omicidi commessi nel 1809 commessi ferocemente nella piazza di Sapri; onde, per sfuggire alla giustizia punitiva, scampò in Sicilia, dove ebbe protezione ed intimità dalla Corte di Borbone, godè le grazie della regina Carolina, la quale, è fama, si fosse fatta accompagnare da lui in un viaggio in Austria. Durante la dominazione francese il prete Peluso spesso approdò con altri galeotti su navi inglesi alle coste del golfo di Policastro per tenere in continue perturbazioni quelle contrade, e nascosto nella caverna di Serralonga, ne usciva per eseguir vendette più per conto proprio che per la causa borbonica. Ritornando Ferdinando sul trono di Napoli nel 1815, il Peluso ebbe, pei servigi resi, una lauta pensione e s’adattò a fare la spia. Sanguinario, prepotente, feroce, mattoide, circondato da vili satelliti parenti ed amici, protetto e temuto dalle autorità, aveva libero campo ad ogni scelleraggine. Il Vescovo Laudisio che pure era tanto influente in Corte e temuto dalla Diocesi, non potè mai esercitare su di lui alcun imperio e lo lasciò fare. Quando non indossava l’abito talare il Peluso vestiva bizzarramente per lo più, un berretto rosso, con lungo fiocco pendente, calzoni bigi e largo pastrano. Di lui si narrano molti assassini commessi o di proprio pugno o per mandato, e guai a chi non fosse stato liggio aisuoi doveri. Tornato appena dalla Sicilia,fece uccidere il sacerdote Loreto Giudice; nel 1820l’armiere Pietro Cesarino, sul cui cadavere esercitò le più brutte sevizie, e poscia una giovinetta, druda d’un suonipote; oltre d’un’infinità di altri gravissimi misfatti,che erano tutti andati impuniti benchè conosciuti generalmente”. Recentemente ho visto sulla rete il sito o blog dal titolo “Parlamento due Sicilie – Parlamento del Sud” curato da un certo Vincenzo Gulì. Ecco come un filoborbonico coevo, uno dei tanti fanatici che ancora oggi popolano il globo terrestre, si permette di scrivere sulla famigerata figura del prete Vincenzo Peluso: “L’agevole stroncatura del mito fasullo di Costabile Carducci è stata però l’occasione di approfondire un personaggio antitetico come don Vincenzo Peluso, sacerdote ma ‘Brigante di Sua Maestà’ come lo consideravano i francesi invasori del 1799 e seguenti. Un uomo leale, generoso e forte perché dotato di un fisico possente. Compì la sua più importante impresa a favore della Patria nella terza età dopo aver servito superbamente tre re: Ferdinando IV, Francesco I e poi Ferdinando II. Per sua fortuna passò al Cielo qualche anno dopo , cioè prima che soffrisse nel vedere lo scempio ‘risorgimentale‘ della sua Patria delle Due Sicilie ma in tempo per ricevere direttamente dalla mani di Re Ferdinando un regalo per i meriti ampiamente acquisiti di fedeltà e abnegazione. Una piccola flotta militare si fermò presso Acquafredda e il sovrano gli fece visita donandogli un anello d’oro per eterna riconoscenza. In occasione del convegno abbiamo avuto la gioia di conoscere un discendente di don Vincenzo che ci ha mostrato con orgoglio l’anello gelosamente custodito per oltre un secolo e mezzo. La nostra patria risorge con le verità storiche che spingono quelli che stanno nell’ombra a palesare sentimenti ed oggetti che si credevano per sempre perduti …”.
Nel 1809, Sapri era abitata da 1455 abitanti
Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 200 parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Nel 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne conteneva 1368 (4).”. Il Vassalluzzo a p. 200, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Rizzi F., Oss. stat. sul Cilento, op. cit., p. 69. Cassese L., La “statistica”, op. cit., p. 281. Sinno A., ‘Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo’, parte II, 1954, p. 130. Ecc…”. Dunque, il Vassalluzzo citava il testo di Filippo Rizzi (….), ovvero il suo “Osservazioni statistiche sul Cilento” e il testo di Leopoldo Cassese (…)
Nel 1859, i Consigli Decurionali – il Decurionato – il Consiglio comunale nei Comuni del Regno delle Due Sicilie
Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, a p. 153, in proposito scriveva: “….maggiore autonomia avrebbe concesso ai Consigli Comunali – Ducurionati – e ai Consigli provinciali e distrettuali in loro mani.”. Da Wikipedia leggiamo che Il “Consiglio Decurionale” era l’organo collegiale che amministrava i comuni nel Regno di Napoli e delle Due Sicilie, prima dell’Unità d’Italia. In sostanza, era l’equivalente dell’odierno consiglio comunale, ma con una composizione e delle funzioni specifiche dell’epoca. Dal tardo Medioevo sino all’età napoleonica il decurionato costituiva l’insieme delle persone che si occupavano di ciò che attualmente chiameremmo amministrazione comunale. A partire dal periodo dei re napoleonidi Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, nel Regno di Napoli gli odierni comuni, chiamati in precedenza “Università” e con a capo un governatore di nomina regia, furono ridenominati “decurionati”. Alle decisioni del decurionato potevano prendere parte tutti i cittadini (i “decurioni”) con una rendita superiore a 24 ducati per i paesi fino a 3 000 abitanti, con limiti aumentati per i comuni di dimensioni maggiori. La carica di sindaco era invece elettiva. Era costituito da un numero ristretto di persone elette per sorteggio[senza fonte] e sottoposto a un rigoroso controllo dell’intendente, che rappresentava il potere regio. Solo coloro che erano iscritti nella lista degli “eligibili”, approvata dagli intendenti, potevano far parte del decurionato. Nei paesi fino a 3 000 abitanti il decurione, che poteva anche essere analfabeta, doveva possedere una rendita annua non inferiore a 24 ducati, in quelli fino a 6 000 una rendita doppia e in quelli più popolosi una rendita quadrupla, e assieme agli altri decurioni costituiva i due terzi dell’organo collegiale, percentuale ridotta nel 1806 ad un terzo. I decurioni erano tre ogni 1 000 abitanti, si riunivano almeno una volta al mese, e con l’intervento del sindaco, del cancelliere comunale e del parroco redigevano la lista di leva, proponendo alle autorità competenti le guardie urbane ordinarie e supplenti. A partire dal periodo dei re napoleonidi Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, nel Regno di Napoli gli odierni comuni, chiamati in precedenza “Università” e con a capo un governatore di nomina regia, furono ridenominati “decurionati”. Alle decisioni del decurionato potevano prendere parte tutti i cittadini (i “decurioni”) con una rendita superiore a 24 ducati per i paesi fino a 3 000 abitanti, con limiti aumentati per i comuni di dimensioni maggiori. La carica di sindaco era invece elettiva. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, a p. 154, in proposito scriveva: “Limitando il diritto di voto a pochissimi, il Parlamento sarebbe stato non la rappresentanza della nazione, ma una camera di grandi proprietari terrieri, eletta da altri proprietari, percheè la ricchezza era per buona parte investita in terreni e perchè vi erano province, come la Basilicata e la Calabria, nelle quali pochi signori possedevano quasi tutte le terre.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a pp. 85-86, in proposito scriveva: “La nuova instituzione ebbe il nome di Come (1), equivalente a quello di ‘Unità o (Universitas) e comprendeva fisicamente tutto il territorio o comprensorio, moralmente tutto il popolo ivi residente. Il Comune era amministrato da sei cittadini reggimentari, due con l’Ufficio di Sindaco e quattro “Eletti”(2). Venivano eletti nel maggio di ogni anno, su proposta del primo Sindaco, che scadeva dall’incarico, in pubblico Parlamento, prima per acclamazione di popolo (unica voce ‘et nemine penitus discrepante vel contradicente’), poi per votazione segreta. L’intera ‘Giunta’ formava il ‘Consilium sex virorum’. Il Sindaco nominava altri collaboratori d’ufficio, come il Cancelliere, il Mastro d’atti, lo Scriba, i Razionali, i Procuratori di Cappelle, il Maestro del Monte Frumentario, il Predicatore Quaresimale, ecc..”.
Il Registro deI verbali delle delibere del CONSIGLIO DECURIONALE del Comune di Sapri
Esistono delle delibere Decurionali del Comune di Torraca che suffragano alcune notizie di quel periodo ma, per quel che ci è dato sapere ad oggi, le spese del Comune di Torraca riguardavano le “guide” che dovevano accompagnare il generale Turr in perlustrazione e risalire verso Lagonegro. Le guide servivano a Turr per una maggiore sicurezza nell’attraversare un territorio a lui sconosciuto ed evitare che si potesse imbattere in truppe borboniche nemiche. Sui documenti che attesterebbero le notizie dateci da Policicchio, più innanzi parlerò dell’unico libro esistente presso il Comune di Sapri. Si tratta di una raccolta di Delibere Decurionali del Comune di Sapri che inizia dal 1818 e finisce al 1847, ovvero a prima dei fatti del Carducci. Di tutta la parte che riguarda il periodo di Garibaldi vi sono i documenti conservati all’Archivio di Stato di Salerno e di Napoli. Il 1° gennaio 1810, durante il decennio francese, Sapri fu eretta a Comune autonomo dal governo Napoleonico di Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat dopo e, continuò a rimanere tale con il nuovo avvento della casata borbonica e con l’Unità d’Italia. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88 in proposito scriveva che: “La rifondazione possiamo dire, del Comune, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810.“. Dal 1811 al 1860, Sapri ha fatto parte del circondario di Vibonati, appartenente al Distretto di Sala Consilina del Regno delle Due Sicilie. Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, parlando della documentazione relativa a Torraca conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno hanno pubblicato gli stralci dei documenti contenuti nei fascicoli inerenti Torraca conservati presso il Comune di Torraca negli anni che interessano la nostra ricerca e non mi pare che vi siano documenti significativi che riguardino il periodo, il 1860, anno del passaggio di Garibaldi. Riguardo il periodo di Garibaldi ed il comune di Torraca, possaimo desumere i decurioni, i Sindaci, gli Intendenti borbonici dell’epoca ecc..In generale, il periodo del 1860, per il comune di Sapri ed il comune di Torraca, non è molto documentato e rappresentato. Non si capisce e non si conoscono i reali motivi della dispersione di molta documentazione che riguarda il periodo del passaggio di Garibaldi e questo non solo riguarda gli Archivi Municipali, come ad esempio gli Atti Decurionali ma ciò riguarda anche la documentazione dell’epoca conservata presso gli Archivi di Stato di Salerno e di Napoli. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a pp. 85-86, in proposito scriveva: “L’erezione a Comune del villaggio di Sapri, distinto da quello di Torraca, avvenne quasi certamente nel 1720, quale Terra o Università. Lo si deduce dai primi sigilli municipali, rinvenuti tra i carteggi vescovili, precisamente nei documenti delle Sacre Ordinazioni dei chierici, relativamente alla compilazione del Sacro Patrimonio (3) etc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva: “Larifondazione, possaimo dire, del Comune, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810. Nel periodo che va dal 1808 al 1815, epoca murattiana, il sigillo del Comune di Sapri, appartenente al Distretto e Circondario di Vibonati, in Provincia di Principato Citra (Salerno), viene semplificato: ha fondo chiaro e contenuto leggermente diverso: un uccello sulle acque, con un emblema sulla testa e la scritta in giro ovale: “Come di Sapri-Provincia di Salerno”(6). Nel 1816 nel sigillo comunale sono introdotte le insegne borboniche (àncora e corona reale) con la scritta “Comune di Sapri”. L’istituzione del Comune nella struttura attuale, per i tempi cambiati, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810.”.
Nel 1810, Gioachino Murat sbarcò a Sapri
L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 329-310, in proposito scriveva che: “Sia per conoscere le provincie, sia per tentare una invasione in Sicilia, difesa dalla flotta Inglese, Gioacchino nel 1810 s’inoltrò fino all’estrema Calabria. Poichè l’ultimo decreto firmato a Napoli è del 16 Maggio 1810, ed il primo, datato Cosenza, è del 23 dello stesso mese, si rileva che egli, in questo intervallo di 7 giorni, percorse tutto quel cammino seguendo la regia strada rotabile, parte costruita e parte in costruzione. Già fin dal Marzo il Decurionato di Lagonegro aveva assunto l’obbligo di somministrare ‘alla truppa, che dovrà sfilare in occasione del prossimo viaggio di S. M., tutta quella carne che sarà necessaria’, tuttochèvi fosse pubblico macello dato in appalto ‘per uso e comodo del Comune e della Truppa’. Giunse il Re a Lagonegro a cavallo la sera del 18 Maggio, accompagnato dallo Stato Maggiore e da numeroso esercito, ed ebbe festosissime accoglienze da tutti i cittadini, accorsi a completare le regali sembianze, le scintillanti divise militari e lo sfarzo di Corte. La maestosa figura di Gioacchino, dal capo coperto dall’ampio ‘Kolbak’ sormontato da piume ondeggianti al vento, etc…Nella notte il Re prese alloggio in casa Bruno, dove era il comando di Piazza, al Largo del Tribunale, e nel mattino seguente ricevè in casa Corrado, residenza del Sotto-Intendente etc…”.
Nel 1° gennaio 1810, Sapri diventa Comune autonomo del Regno delle Due Sicile di Gioacchino Murat
Il 1° gennaio 1810, durante il decennio francese, Sapri fu eretta a Comune autonomo dal governo Napoleonico di Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat dopo e, continuò a rimanere tale con il nuovo avvento della casata borbonica e con l’Unità d’Italia. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88 in proposito scriveva che: “La rifondazione possiamo dire, del Comune, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810.“. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89 riporta l’elenco dei “Sindaci di Sapri” da cui risulta che nel 1810 il 6° Sindaco di Sapri era “6) – Vincenzo Peluso” e, dal 1810 il 7° Sindaco “7) – Lorenzo Autuori nel 1811”. Dal 1811 al 1860 ha fatto parte del circondario di Vibonati, appartenente al Distretto di Sala Consilina del Regno delle Due Sicilie.
Dal 1808 al 1815, epoca Murattiana, il sigillo civico del Comune di Sapri appartenne al Mandamento di Vibonati
Il 1° gennaio 1810, durante il decennio francese, Sapri fu eretta a Comune autonomo dal governo Napoleonico di Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat dopo e, continuò a rimanere tale con il nuovo avvento della casata borbonica e con l’Unità d’Italia. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88 in proposito scriveva che: “Nel periodo che va dal 1808 al 1815, epoca murattiana, il sigillo del Comune di Sapri, appartenne al Distretto e Circondario di Vibonati, in Provincia di Principato Citra (Salerno), viene semplificato: ha fondo chiaro e contenuto leggermente diverso: un uccello sulle acque, con un emblema sulla testa e la scritta in giro ovale: “Comune di Sapri-Provincia di Salerno (6)“. Il Tancredi a p. 88, nella sua nota (6) postillava che: “(6) A.D.P.: ‘Idem, Fasc. 13° per D. Giuseppe Timpanelli (10 marzo 1910).“.
Nel 10 febbraio 1810, un documento del Comune di Sapri
Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a pp. 93-94 cita un documento del 1810 tratto e conservato nell’Archivio di Stato di Napoli. Il Tancredi a p. 94 dice “Affari demaniali Winspeare uno (11)”. Il Tancredi (…), a pp. 94-95 in proposito scriveva che: “Il documento che si riporta è il testo di una lettera inviata dal Comune all’Intendenza nel 1810. Dal contenuto si comprende la relativa importanza, in quanto può solo testimoniare il corretto governo del precedente signore di Sapri, il conte di Policastro. All’inizio, dove figura il punteggiato, mancano due righi contenenti nella sostanza i soliti nomi della burocrazia (di difficile lettura), ma che non incidono nella sostanza del documento. Alla fine della lettera sono riportati i nomi dei firmatari ed il bollo ad inchiostro. “Oggi che sono il 10 del mese di febbraio 1810 Sapri. Precedente invito fatto dal Sig. secondo Eletto Giuseppe Gerbase, funzionario del Sindaco Vincenzo Peluso afferma…..che si sono riuniti nella solita Casa del Consiglio ed alla loro presenza dal Sig.r Segretario del Decurionato è letta la circolare di S.E. il Sig.r Intendente, registrata negli Atti dell’Intendenza nn. 44 a 10 dicembre 1810 relativo ai gravami da addurre nella Commisssione stabilita da S. M. sull’abolita Feudalità, se mai questo Comune ne abbia mai riceuti dagli Ex Decreti del 16 dicembre ecc….Alla fine della lettera sono riportati i nomi dei firmatari e il bollo o ad inchiostro, raffigurante un uccello sull’acqua ed in giro l’iscrizione “Comune di Sapri” – Provincia di Salerno”. Il Tancredi a p. 94, nella sua nota (11) postillava che: “(12) Archivio di Stato di Napoli Fasc. 8”.
Nel 1811, Sapri aveva una popolazione di 1368 abitanti
Da una ricerca effettuata mi sono accorto che la notizia fu ricavata dal sacerdote Mario Vassalluzzo (…) che, nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, a p. 200, parlando di Sapri, scriveva che: “All’anno 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne contava 1368 (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 200, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Rizzi F., Osservazioni statistiche sul Cilento, op. cit., p. 69; Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281. Sinno A., Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo, parte II, 1954, p. 130. A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)“. Infatti, la notizia che a Sapri, nel 1811, contasse una popolazione di 1368 abitanti è tratta dalla Relazione redatta per il governo Napoleonico di Gioacchino Murat, redatta da Gennaro Primicerio Guida, pubblicata da Leopoldo Cassese (….), nella sua ‘La “Statistica” del Regno di Napoli del 1811 – ecc…’, pp. 280-281.
Nel 1811, Sapri, in una Relazione per il Governo Napoleonico di Gioacchino Murat
Nel 1998, in occasione della redazione del mio studio “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, lo studio storico-Urbanistico per la redazione del nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, depositata al Comune di Sapri, approfondii alcune notizie che avevo letto nei vari studi e pubblicazione su Sapri. Ve ne era una che destò subito la mia curiosità. Si trattava di una notizia che riguardava Sapri che veniva citata dallo storico locale Angelo Guzzo (…) che a sua volta l’aveva tratta dal Vasselluzzo (…). A p. 9 della Relazione in proposito riportavo la notizia e scrivevo che: “Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, a proposito di Sapri, scrive: “Circa 400 individui di questo centro vivono girando dentro e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare”(118).”. La notizia era tratta da due testi del Guzzo (…). Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 225, parlando di Sapri ci informava che: “Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, a proposito di Sapri, scrive: “Circa 400 individui di questo centro vivono girando dentro e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (15)“. Il Guzzo (…), a p. 225, nella sua nota (15) postillava che: “(15) A. Sinno – Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo“, 1954, Parte II, del 1955, Pag. 130”. Il Guzzo ci informava della curiosa notizia di Andrea Sinno (…). Il Guzzo non dice a quale epoca il Sinno si riferisca ma dice solo dei 400 individui di Sapri. Angelo Guzzo (…) nel suo ‘Il Golfo di Policastro etc…’, a pp. 182-183, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Ma la maggior rovina per questa ridente plaga costiera fu quella operata dai pirati barbareschi e musulmani di Khair Ed – Din (Ariadeno) Barbarossa nel 1534 e dai corsari turchi di Dragut-Rais-Bassà nel 1552 (21). Le case furono saccheggiate ed incendiate, gli abitanti parte uccisi e parte condotti schiavi. I pochi superstiti ripararono sulle colline, sui monti e nei paesi circonvicini, dove trovarono fraterna accoglienza in attesa di un ritorno in tempi di pace. La marina di Sapri divenne, così, completamente deserta ed i suoi abitanti, dediti un tempo alla pesca, furono costretti ad esercitare i mestieri più svariati ed i più umili servizi artigianali. Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, a proposito di Sapri, scrive: “Circa 400 individui di questo centro vivono girando dentro e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare” (22).”. Il Guzzo (…), a p. 183, nella sua nota (21) postillava che: “(21) G. Volpe – ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento – Salerno – 1881 – pag. 118.”. Il Guzzo (…), a p. 183, nella sua nota (22) postillava che: “(22) A. Sinno – Commercio e Industria nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo – Salerno – 1954 – Parte II – Pag. 130.”. Il Guzzo (…) riporta la stessa notizia anche nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, ed. dell’Autore, Battipaglia, 1997. Dunque il Guzzo (…) riportava l’interessante notizia dei 400 uomini che andavano girando dentro e fuori il Regno di Napoli e scriveva che tale notizia era tratta dall’Andrea Sinno (…), ma probabilmente egli si sbagliava. Il Guzzo (…), accostava la notizia dei “400 individui di Sapri che andavano accomodando caldare” alle incursioni barbaresche del ‘500 e soprattutto a quella del 1552 di Dragut. Il testo del Sinno (…) è in mio possesso ma a p. 130 della sua Parte II, non ho trovato la notizia. Andrea Sinno (…) nel suo “Commercio e Industria nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo”, parlava si di Sapri ma diceva altro. Il Sinno (…), a p. 130, nella sua Parte II, in proposito scriveva che: “In altri paesi costieri del Salernitano, da Agropoli a Sapri, si ebbe egualmente il fenomeno dello spopolamento, determinato dalla stessa causa, cioè dalla malaria, e per di più dal pericolo di incursioni di pirati. Ma quelle popolazioni, raggiunsero in passato i vicini paesi montani, dove trovarono fraterno accoglimento, e si assicurarono maggiori possibilità di vita, da qualche tempo hanno pigliata la via del ritorno per raggiungere il piano, dove vissero i loro antenati, e rifarsi una casa con maggiori agi, e formarsi coll’industria e coll’agricoltura una posizione più vantaggiosa, oppure un certo benessere col lavoro. Agropoli e Sapri e la stessa Pesto sono oggi centri importantissimi di vita, dove le popolazioni, discese dalle zone montane, svolgono le loro ecc…”. Dunque, il Sinno citava Sapri ma non citava la notizia. Dunque, il Guzzo (…), non solo errava i riferimenti bibliografici, forse mai del tutto verificati ma riportava la notizia facendola risalire a dopo l’incursione di Dragut Pascià e come vedremo errava di molto. La notizia come vedremo non è del Sinno (…). Da una ricerca effettuata mi sono accorto che la notizia fu ricavata dal sacerdote Mario Vassalluzzo (…) che, nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, a p. 200, parlando di Sapri, scriveva che: “All’anno 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne contava 1368 (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 200, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Rizzi F., Osservazioni statistiche sul Cilento, op. cit., p. 69; Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281. Sinno A., Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo, parte II, 1954, p. 130. A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)”. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), (da cui il Guzzo aveva tratto l’interessante notizia del Sinno), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, a p. 200, parlando di Sapri, scriveva che: “All’anno 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne contava 1368 (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 200, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Rizzi F., Osservazioni statistiche sul Cilento, op. cit., p. 69; Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281. Sinno A., Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo, parte II, 1954, p. 130. A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)“. Dunque, mi sembra chiaro che il Vassalluzzo (…), non si riferisse alle incursioni del ‘500 ma si riferisse all’anno 1811 e scrivesse chiaramente che la notizia del Sinno (…) era riferita al 1811 e non al 1552 come pare che si legga dal Guzzo. Il Vassalluzzo (…), infatti, nella sua nota (4) a p. 200 postillava che: “A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto ecc..ecc…”. Posseggo il testo del Sinno (…), ma a p. 130 non ho trovano nulla della citazione del Guzzo (…). Nel Sinno (…), si parla di Sapri a pp. 130 e 131, dove egli scriveva che: “In altri paesi costieri del Salernitano, da Agropoli a Sapri, si ebbe egualmente il fenomeno dello spopolamento, determinato dalla stessa causa, cioè della malaria e per di più il pericolo di incursioni di pirati. Ma quelle popolazioni, che raggiunsero in passato i paesi vicini montani, dove trovarono fraterno accoglimento, ecc…, da qualche tempo hanno pigliata la via del ritorno per raggiungere il piano, dove vissero i loro antenati, ecc..ecc…”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (4), citava anche Leopoldo Cassese (…), e credo che la notizia sia contenuta nel suo La «statistica» del Regno di Napoli del 1811. Relazioni sulla Provincia di Salerno, Salerno, 1955 a cui il Vassalluzzo si riferiva quando a p. 200, nella sua nota (4) postillava che: “Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281″ e quando scriveva che: “A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)”. Dunque, la notizia venne tratta dalla p. 281 di Leopoldo Cassese (…) che scriveva di Sapri all’anno 1811. Leopoldo Cassese (…), nel 1955 pubblicò ‘La «statistica» del Regno di Napoli del 1811. Relazioni sulla Provincia di Salerno’, Salerno, Tip. Ispirato & Cuomo. Leopoldo Cassese (…), ha scritto anche ‘Il Cilento al principio del secolo XIX’, edito nel 1956, in cui pubblicò il testo di Filippo Rizzi (…), ‘Osservazioni statistiche sul Cilento’, un’altra delle inchieste di quel periodo che riguarda il Cilento e le sue condizioni economiche. Per quanto riguarda il Principato Citra o Citeriore, dove ricadevano gran parte dei nostri centri del basso Cilento, il redattore dell’Inchiesta incaricato fu Gennario Guida (…). La sua inchiesta e Relazione conservata all’Archivio di Stato di Napoli fu pubblicata integralmente dal Leopoldo Cassese che a p. 281 riportava la notizia dei “400 individui di Sapri che giravano dentro e fuori il Regno di Napoli andando accomodando caldare”. I quesiti in ordine a cui si doveva rispondere si articolavano in quattro sezioni generali: Notizie relative allo stato fisico; Sussistenza e conservazione della popolazione; Notizie sull’economia rurale; Le manifatture. Alla fine di maggio i questionari furono inviati in tutte le universitates del Regno, e venne assegnata ai redattori una gratifica per il lavoro da svolgere. Infatti, Leopoldo Cassese (…), nel suo saggio a pp. 280-281 parlando del “Distretto di Vibonati”, cita il paese di ‘Sapri’ e non solo fornisce una serie di dati su pesi e misure adottate e su alcune produzioni ma, in proposito al paese di Sapri a p. 281, nelle “Osservazioni” scriveva che: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare.”. La notizia e la pagina 281 si trova nel Cassese (…), op. cit., in “Appendice IV – Stati di consumo”. Il Cassese (…) a p. 263 postillava che: “(*) A.S.N., Ministero dell’Interno, Inv. I, fascio 96/65, bis III.”. Certo la notizia è interessantissima trattandosi di una Relazione governativa che scriveva questo dei Sapresi ma è curiosa perchè a me risulta che a Rivello e non a Sapri, vi sia stata da tempo immemorabile l’arte e l’artigianato di accomodare caldare (caldaie di rame e stagno come quelle che venivano molto diffusamente utilizzate in passato):
(Fig….) Cassese Leopoldo, La “Statistica” del Regno di Napoli del 1811 – ecc…, pp. 280-281
Nel XIX secolo, a Sapri e Torraca, ramai e calderai
Pietro Ebner, nel suo “Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Torraca, a pp. 665-666, in proposito scriveva che: “Il Bozza (16), etc..”. Ebner, a p. 665, nella nota (16) postillava: “(16) Bozza, cit., II, p. 221.”. Ebner citanto il Bozza si riferiva ad Angelo Bozza (….) ed al suo “La Lucania – Studi storico-archeologici”, del 1888, vol. II, che a p. 221 parlando di Torraca scriveva che: “Torraca, …..Caccia numerosi calderai, che vanno in tutti i paesi d’Europa ed in America, esercitandovi la loro arte.”. A parte il cognome noto e antico di Sapri della famiglia dei “Calderaro”, ho trovato nuovi elementi a suffragio della notizia del Primicerio Guida (….). Recentemente, Giovannipaolo Ferrari (….), nella sua “Relazione socio-economica e demografica”, redatta per il PUC del Comune di Sapri parlando dell’“5.6 – L’Ottocento” a p. 22 in proposito scriveva che: “Sapri alla fine del XVIII secolo, era un consistente agglomerato cittadino, fiorente di attività, con un porto sicuro ed efficiente che consentiva scambi con Sicilia e Calabria a Sud ed altre Regioni a Nord. Tale struttura concentrava i traffici anche dei paesi dell’entroterra campano-lucano che confluiva a Sapri sia per imbarcazioni sia per spedire e ricevere merce. Un vivace traffico con le isole toscane consentiva l’approvvigionamento di ferro e di rame necessari per le ferriere e le lamiere dell’entroterra rivellese. A proposito della situazione di Sapri a fine secolo uno scrittore contemporaneo scrive: “….””. Ferrari (….), nella sua relazione riguardo la notizia dei “calderai” fiorente attività a Sapri non forniva riferimenti bibliografici. Nel 1984, Amedeo La Greca, Antonio Di Rienzo, Emilio La Greca, pubblicarono “Viaggio nel Cilento”, dove a pp. 255-256 parlando di Sapri in proposito scrivevano che: “Un particolare artigianato sorse a Sapri in quest’epoca, i “Calderari” detti in dialetto “i conza-caurare”, che giravano di paese in paese per la riparazione delle caldaie di rame. Agli inizi dell’ottocento ben quattrocento di costoro giravano per tutto il Regno. I “conza-cauràre” sono artigiani ormai scomparsi. Ma fino a qualche anno fa, essi ancora girovagavano per tutti i paesi del Cilento ed erano tramite di notizie, nonchè di “cultura” a carattere popolare. Questa filastrocca che presentiamo è un inno alla vita libera senza alcun legame di matrimonio; una dissacrazione di un valore, quello della famiglia: ma solo a parole, quasi a giustificare la condizione dei “conza-cauràre”, il cui lavoro a volte non permetteva la formazione di un focolare.: ‘A RANCASCIA. Managgia a chi se nzùra e a chi re se nzurà! Ecc…”. Il mestiere di “accomodare caldare” era il calderaio ovvero un artigiano che oltre a lavorare le ‘caldare di rame’ le accomodava. Questi artigiani erano molto diffusi all’epoca in quanto all’epoca, molte stoviglie erano di rame e queste di diversa forma e funzione erano dette caldare. Secondo la notizia riportata nella relazione del Guida (…), redatta per il Governo Murattiano, circa 400 sapresi “vivevano e giravano dentro e fuori il regno col mestiere di accomodare caldare”. Le caldare erano e sono oggetti di metallo lavorato nelle diverse forme adatte a contenere alimenti o liquidi che dovevano essere cotti sul fuoco. Grandi recipienti di rame battuto e a volte stagnato. Il rame, oltre ad essere contenuto negli alimenti e nell’acqua potabile, trova un largo impiego anche in cucina. Come ben sanno i cuochi, questo metallo possiede una conduttività termica così alta da evitare i rischi di surriscaldamenti locali, che fanno “attaccare” i cibi. Oltretutto i fondi dei recipienti in rame non rischiano di rovinarsi o deformarsi. Quello del calderaio è uno dei tanti mestieri che con il tempo sono scomparsi. Di calderai non ce n’erano molti in paese. Tuttavia quei pochi artigiani che c’erano bastavano a soddisfare le esigenze e le richieste di chi ne aveva bisogno. Nel corso dei miei studi presso la Facoltà di Architettura di Napoli presentai uno studio sugli usi, i costumi e le produzioni locali nel basso Cilento ed a Sapri raccolsi una serie di testimonianze delle antiche produzioni locali. Già dai primi del ‘500, allorquando sorse il primo centro abitato alla marina del torrente Brizzi, oggi individuabile con la località detta le “Mocchie”, e poi sviluppatesi con la “Marinella”, era molto diffusa la produzione della calce viva che serviva a diversi usi nelle costruzioni di case e muri. Questo tipo di produzione locale era molto antica e abbastanza diffusa. Dalle informazioni che raccolsi nelle interveste a diversi anziani di Sapri appurai che al Timpone, oggi piccola frazione di Sapri, posta abbarbicata su una piccola altura prospiciente l’antica marina di Sapri, lungo il torrente Brizzi, vi era in passato una forte produzione di calce che avveniva con la costruzione delle cosiddette “carcare”. La “carcara” nel dialetto saprese era una piccola costruzione realizzata nel terreno e a forma di una piccola torretta di grosse pietre, una specie di fornace, cava all’interno che serviva alla cottura della pietra locale che una volta raggiunta una certa temperatura diventava calce viva. La calce viva così prodotta veniva in seguito posta all’intern di grosse vasche per farla spegnere e poterla cos’ utilizzare nelle costruzioni edilizie. Forse il Primicerio Gennaro Guida avrà fatto un pò di confusione. Inoltre, dal Pesce (…) sappiamo che già alla sua epoca era diffusa a Rivello la produzione di caldaie di rame. La collega Maria Carla Calderaro di Sapri mi faceva notare che molti sapresi emigrarono in America e svolgevano il mestiere di calderai e ramai e che ad un certo punto il re del Messico concesse ad alcuni sapresi ivi emigrati la facoltà di gestire la zecca di Stato. Una di queste famiglie di Sapri erano i Farano che si arricchirono molto nel Messico di Massimiliano d’Asburgo.
Nel 21 aprile 1812, un documento del Comune di Sapri
Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 95 cita un documento del 1812 tratto e conservato nell’Archivio di Stato di Napoli. Il Tancredi a p. 95 dice “Affari demaniali Winspeare due (12)”. Il Tancredi (…), a pp. 95-96 in proposito scriveva che: “E’ un documento di una certa importanza, che non ha bisogno di commento. E’ datato 21 aprile 1812. Sul frontespizio è riportato, per così dire, l’oggetto: “Sapri-Provincia di Principato Citra. Domanda non coltivarsi i demani onde le acque non nocciano alle abitazioni ed al porto”. L’intendente della Provincia di Citra sulla domanda del Decurionato e cittadini di Sapri propone di far rimanere incolti i demani accantonati al Comune, poichè la loro coltivazione darebbe un più facile pendio alle acque, che recherebbero un danno alle sottoposte abitazioni ed al Porto”. Ecco il testo della lettera inviata al Ministro dell’Interno: Il Consigliere di Stato ed intendente della provincia di principato citeriore. A. S.E. Il Ministro dell’Interno. Napoli.: Eccellenza, il Comune di Sapri ecc….ecc…A questa richiesta segue la risposta del Ministro: A 25 Aprile 1812. …A. S.E. Il Consigliere di Stato Intendente di Principato Citra”. Il Tancredi a p. 95, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Archivio di Stato di Napoli Fasc. 55/56”.
Nel 1813, il progetto: “Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata Torricella” del Sotto Direttore della Fortificazione Salati, funzionario del Genio militare dell’Esercito Murattiano
Nel 1891, il Dott. Nicola Gallotti (3), in alcuni suoi scritti su Sapri, riportava interessanti notizie storiche su Sapri e così scriveva: “Devo ricordare, a titolo di cronaca locale, l’esistenza di un vecchio fortino, munito pure un tempo di diversi cannoni, e sito sul lembo occidentale estremo dell’antica Sapri. Ora il Fortino è del tutto smantellato, dappoichè parecchi anni indietro ne furono tolti financo i cannoni. Intanto vi fu un momento, in cui nel 1860, Garibaldi voleva attivare a difesa questo vecchio spaldo. ” (3). Il Gallotti (…), medico, in un suo pregevole scritto dell’epoca, nel suo ‘Sapri nella storia e nella tradizione popolare’, del 1899, cita il vecchio Fortino Borbonico di Sapri e, parlando di Sapri, a p. 16, riferiva che “E, oltre, agli accennati Garibaldi, Pisacane – Nicotera, ecc.. che illustrarono con i loro avvenimenti – anche quei di casa Borbone, un tempo, un tempo vi si recarono, e, tra i più autorevoli * (postillava fra tutti quelli che vi vennero”), senza dubbio, annoverato il Re Murat, che volle pure personalmente visitare il nostro amenissimo paese, ma forse più per ispezionare, sotto il rapporto strategico, il così detto Fortino di Sapri, il quale, in quel tempo, era munito pure di cannoni. Degli spaldi di esso però, oggi-dì, si riscontrano appena le parvenze.”. In un altro suo scritto, il Gallotti, scriveva pure: “Gioacchino Murat, visitò il paese per ispezionare il Fortino situato nell’omonima zona, la quale era guarnita di cannoni” (3), mentre il Pesce (11), ricordava che, “moschetti, cannoni e mortaretti, alcuni dei quali furono mandati nel sec. XVII a guarnire il Fortino presso il mare di Sapri e Vibonati”. Dunque, stando alle parole del Gallotti (…), che scriveva nel 1899, a Sapri, il Fortino, non esisteva e, nel 1899 “si riscontrano appena le parvenze.”. Si trattava di una piccola fortificazione borbonica, costruita ove attualmente si trova il Faro “Pisacane” (Figg. 2-3), a Sapri, nei pressi dell’attuale Ospedale civile di Sapri, proprio in località ‘Fortino’, forse rinforzato durante il decennio napoleonico, durante il decennio francese e del Regno di Gioacchino Murat e, rinforzato poi in seguito al ritorno della della monarchia borbonica, dal 1819 al 1833, come attesta la documentazione da noi rinvenuta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli, di cui parleremo (12). Lo Schmiedt (4), scriveva in proposito a Vibonati-Sapri-Maratea: “Dopo il Porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172) elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicam e che il secondo fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino (173).”. Il vecchio Fortino borbonico a Sapri, è stato citato anche da Pifano (13) che sulla scorta di Leopoldo Cassese (14), parlando dello sbarco di Pisacane il 28 giugno 1857, in proposito così scriveva: “Il punto prescelto per lo sbarco distava dall’abitato circa due chilometri e mezzo ed era altresì lontano dalla località indicata nelle mappe del tempo col nome di Fortino (chiamata oggi comunemente zona del Villaggio) ove era un posto doganale.”. Lo storico Leopoldo Cassese (14), parlando dello sbarco di Carlo Pisacane, scriveva in proposito: “Essendo assente il capo, d. Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Peluso, ne prese il comando d. Giuseppe Gallotti, il quale lasciava una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino.”.
Il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. Nel 1891, il Dott. Nicola Gallotti (5), uno tra i primi Sindaci di Sapri dell’Italia unitaria, in alcuni suoi scritti su Sapri, riportava interessanti notizie storiche su Sapri e così scriveva: “Devo ricordare, a titolo di cronaca locale, l’esistenza diun vecchio fortino, munito pure un tempo di diversi cannoni, e sito sul lembooccidentale estremo dell’antica Sapri. Ora il Fortino è del tutto smantellato, dappoichèparecchi anni indietro ne furono tolti financo i cannoni. Intanto vi fu un momento, in cui nel 1860, Garibaldi voleva attivare a difesa questo vecchio spaldo.”. Il Gallotti, medico, in un suo pregevole scritto dell’epoca, riferiva che il Re “GioacchinoMurat, visitò il paese per ispezionare il Fortino situato nell’omonima zona, la quale eraguarnita di cannoni“ (5), mentre il Pesce, ricordava che, “moschetti, cannoni e mortaretti, alcuni dei quali furono mandati nel sec. XVII a guarnire il Fortino presso il mare di Sapri e Vibonati“ (6). Si trattava di una piccola fortificazione borbonica, costruita ove attualmente si trova il Faro ‘Pisacane’ a Sapri o nei pressi dell’attuale Ospedale civile di Sapri, in località ‘Fortino’, forse rinforzato durante il decennio Napoleonico sotto il Regno dei francesi di Gioacchino Murat. La ricca documentazione inedita, conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, da me ritrovata e pubblicata nel 1994 (1-3), attesta come anche con il ritorno della Monarchia Borbonica, dal 1819 al 1833, le fortificazioni di Sapri furono oggetto di vari movimenti e lavori di trasformazione rivolti a trasformare i riferimenti costieri come si può vedere anche dal documento (Fig. 7), in mio possesso. Si tratta di una Carta di Passaggio (lasciapassare) rilasciata dall’Intendente borbonico della Provincia di Bari a Giuseppe Immediato, nativo di Sapri. Nel presente studio, pubblichiamo una serie di documenti originali manoscritti e rari tratti dall’Archivio di Stato di Napoli e dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, le cui fotoriproduzioni digitali tratte dagli originali richieste ed ottenuto recentemente. Esse rappresentano parte della documentazione da me rinvenuta oltre trenta anni fa, presso l’Archivio di Stato di Napoli e la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. Nel 1981, ancora studente, iscritto alla Facoltà di Architettura dell’Università ‘Federico II’ di Napoli, frequentavo spesso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, ed in particolare le due sue Sezioni: la “Napoletana” e “Manoscritti e Rari”, che custodivano diversi documenti inediti che riguardano la nostra storia passata. E’ proprio alla Biblioteca Nazionale di Napoli che trovai una serie di documenti inediti che, in seguito ne pubblicai a stampa su alcune riviste, i resoconti storici in alcuni miei studi, come “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, pubblicato a stampa sulla rivista ‘Progetto‘, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3, 4 (1) (Figg…..) e, quello pubblicato già nel lontano 1987 sulla rivista “I Corsivi”, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“. Molti dei miei studi, in seguito sono stati riassunti nel 1998, allorquando mi occupai della redazione della Relazione di Analisi Urbana: sull’”Evoluzione storico-urbanistica di Sapri“, redatta per il nuovo Piano Regolatore Generale del Comune di Sapri, di cui fui incaricato e, depositata in Comune. In questi articoli, frutto di studi e ricerche durati anni, pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri e sul Golfo di Policastro ed in particolare alcune carte manoscritte ed inedite da me rinvenute alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. In particolare, rinvenni due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, custoditi presso la Sezione “Manoscritti e Rari“. Questi disegni, da una parte ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, da sempre prima linea di difesa alla conquista del Regno e causa principale dello spopolamento delle sue coste, dall’altra, costituiscono testimonianze che contribuiscono a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca (3).
(Fig….) Faro “Pisacane” in località Fortino a Sapri – il luogo dove doveva sorgere in antichità la Torre del Buondormire e in seguito, in epoca Borbonica il “Posto Doganale”.
Nel 1813, il progetto: “Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata Torricella” del Sotto Direttore della Fortificazione Salati, funzionario del Genio militare dell’Esercito Murattiano
(Fig….) Progetto di un Fortino “Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata Torricella ecc..”, a Sapri – documento inedito da me scoperto
In alcuni miei articoli e studi pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri ed in particolare due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, oggi custoditi presso la Sezione Manoscritti e Rari della Biblioteca Nazionale di Napoli. Questi disegni (…), da una parte costituiscono una testimonianza che contribuisce a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca su queste terre, da sempre in prima linea per la difesa o la conquista del Regno di Napoli Angioino ed Aragonese prima e del Regno delle due Sicilie dei Borboni in seguito, ma ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, ed in particolare del centro abitato di Sapri all’epoca dell’occupazione Napoleonica del Regno delle Due Sicilie. Questi disegni e carte sono state tratte da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti ad un Fondo non inventariato appartenente all’ex Biblioteca Provinciale di Napoli, oggi custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari‘ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli – B.N.N. Sezione ‘Manoscritti e Rari’ ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2) idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3). Si veda nota bibliografica (160), dello studio per il P.R.G. del Comune di Sapri (1). Il progetto, illustrato in Figg……., è collocato come segue: coll. Ba 25a (32. I resoconti storici e bibliografici della documentazione in questione, sono stati da me pubblicati nello studio: “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcunidisegni inediti”, stà in “Progetto”, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3-4 (Figg. 6-7). Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro A., op. cit. (8). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro, e fa una buona disamina di questo carteggio inedito conservato alla BNN. Il disegno a colori acquerellato su carta ( Figg……), “Pianta del ridotto che siprogetta sulla collina nominata Torricella – Vi è la pianta topografica di Sapri e de suoicontorni” (Fig……). Si tratta di un progetto del Colonnello Costanzo del Genio militare Napoletano dell’Esercito del Regno delle due Sicilie, per la costruzione di un fortilizio con batteria di cannoni dove oggi si vede il Faro Pisacane o forse nel luogo dove oggi sorge l’Ospedale Civile di Sapri. Non sappiamo se la costruzione militare progettata dal Genio Militare fosse mai stata realizzata. Il disegno a colori ed acquerellato, di dimensioni 25 x 41, è inserito in un doppio riquadro, di cui all’interno più spesso, con sopra a sinistra l’indicazione di un numero 6; in alto a sinistra vi è indicato una leggenda, e a destra il ‘ Profilo della linea A B C ‘; in basso a sinistra vi è indicata la ‘scala per la pianta‘ che è di mm. 68= 22 mt.; in basso al centro, vi è riportata la firma del ‘Colon. Dir. del Genio/ /Costanzo’, che Adriano Caffaro (….), apprendiamo essere stato nel 1813, preposto a Direttore del Genio militare dell”Esercito’ (….) francese nel Regno delle Due Sicilie, dopo la divisione del Genio militare. Si tratta di un disegno (….) tratto da una ricca documentazione grafica e topografica, redatta dal corpo del Genio Militare Napoletano Murattiano, nel decennio francese (1806-1815), del Regno delle due Sicilie. Nel 1989, alcuni disegni e carte simili, circa dieci anni dopo la mia scoperta furono pubblicate da Caffaro Adriano (….), op. cit. (…). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro, e fa una buona disamina di questo carteggio inedito conservato alla BNN. Anche in questo caso, come pure nel “Croquì di Sapri”, il disegno acquerellato in questione del progetto “Pianta del ridotto che siprogetta sulla collina nominata Torricella – Vi è la pianta topografica di Sapri e de suoicontorni”, non è datato e, non vi è scritto nulla a riguardo una possibile datazione. Sul disegno (Fig…..) è scritto: “Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata Torricella – Vi è la pianta topografica di Sapri e de suoi contorni‘ “ e, poi anche: “V (vedi) B = Colon.lo Dir. del Genio/ /Costanzo”. Nell’intestazione questo disegno o progetto è scritto pure “vedi la pianta topografica di Sapri e dè suoi contorni”. Queste le uniche informazioni sul documento. Per una possibile datazione dell’opera, del documento in questione ho cercato di confrontare simili documenti che nel lontano 1989, circa dieci anni dopo il mio rinvenimento alla BNN pubblicò Adriano Caffaro (…), nel suo “Le fortificazioni della costa cilentana attraverso alcuni disegni inediti”. Infatti, il Caffaro (…), pubblicò i documenti simili che riguardavano solo le batterie esistenti o da costruirsi sulla costa da Palinuro ad Agropoli. Nel suo pregevole studio Adriano Caffaro (….) pubblicò questi documenti riguardanti le batterie da Agropoli e Palinuro, tralasciando quelli esistenti da Palinuro fino alla Calabria e si rifece in parte alle citazioni contenute da Mario Vassalluzzo (…). Infatti, Adriano Caffaro (…), nel suo testo citato cita il Colonnello del Genio Costanzo, che dal nostro documento pare sia l’autore del progetto in questione. Caffaro (…) a p. 25, in proposito scriveva che: “Estendendo la nostra indagine ad altre località fortificate della costa cilentana, troviamo un interessante disegno a colori di mm. 425 x 310, senza indicazione di scala, segnato B a 21 853, di epoca murattiana, raffigurante il porto degli Infreschi presso Camerota. La ‘Pianta figurativa del porto degli Infreschi’ è inserita in un doppio riquadro, di cui l’esterno più spesso. In basso a destra è la firma ‘Il Diret. Colon. o del / Genio Costanzo (14).”. Passaggio interessantissimo. Dunque, il disegno non è lo stesso nostro e non è neanche simile ma il Caffaro cita il colonnello Costanzo per un disegno della stessa epoca a Palinuro. Il Caffaro (…) a p. 25 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cfr. F. Barra, ‘Cronache del brigantaggio meridionale 1806-1815, Salerno-Catanzaro, 1981, pp. 123-125. Il corpo del Genio fu diviso nel 1813 in due parti: Genio dell’esercito al quale fu preposto Costanzo e Genio dell’armata attiva Colletta (N. Cortese, ‘Corpi e scuole militari dell’esercito napoletano dal 1806 al 1815, Estr. “Rassegna Storica Napoletana”, a. I, n. 4, 1933, pp. 27-28.”. Dunque, il Caffaro in questo caso, parlando del Genio Militare Napoletano all’epoca di Gioacchino Murat, cita Francesco Barra (…) e Nicola Cortese (…) e scriveva che nel 1813 il Colonnello Costanzo fu preposto al corpo del Genio dell’Esercito. Ma la cosa più interessante è l’autore del progetto. Si tratta dell’Intendente Salati, dipendente dall’ufficio del Genio dell’Esercito Colonnello Costanzo. Infatti, sul disegno in questione è scritto: “Il Sotto Dirett: Salati”. Infatti, sempre dal Caffaro apprendiamo a p. 38 che: “Il disegno a colori, firmato Il Tenente Marotti / Col mio Intervento / Il Sotto Direttore della Fortificazione Salati. Il Direttore Colonnello del Genio Costanzo, ecc…”, per un disegno simile, un progetto di una batteria da costruirsi a Palinuro.
(Fig…..) Disegno di Progetto: “Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata Torricella – Vi è la pianta topografica di Sapri e de suoi contorni‘ “, progetto di un fortino da costruirsi a Sapri, disegno del Genio militare francese, a firma del ‘Colon. Dir. del Genio/ /Costanzo’ (2), epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Biblioteca Nazionale di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari‘ (…)
Riguardo poi le notizie ed informazioni sulle batterie costiere costruite e attive presso il litorale del basso Cilento, Adriano Caffaro (….), in proposito, a p. 45 scriveva che: “L’esame degli ultimi progetti di fortificazione e la ricostruzione delle varie linee difensive danno l’idea precisa del grande lavoro effettuato dal corpo del Genio militare per rendere veramente imprendibile il promontorio di Palinuro e costituirlo a caposaldo militare dell’intero tratto costiero del Cilento. Infatti, il 1° novembre 1811 quando la marina di Palinuro venne investita dalle truppe borboniche, mentre la flotta anglo-sicula ecc…(36).”. Caffaro a p. 45 nella sua nota (36) postillava che: “(369 La notizia è anche in M. Acciarino, ‘Segreteria di guerra e marina, ramo guerra. Inventari dei documenti riguardanti gli edifici militari e le fortificazioni. Anni 1753-1823, Napoli, Archivio di Stato, 1974, p. 73.”. Non sappiamo se il progetto del Genio militare Napoletano (Figg……), fosse stato mai realizzato o fosse stato proposto per rinforzare un fortino borbonico preesistente nei pressi della Torre di Buondormire, che si trovava dove attualmente si trova il presidio ospedaliero di Sapri o dove attualmente si trova il Faro di Sapri. In quell’area di Sapri, doveva già trovarsi un piccolo Fortino munito di cannoni come ci ricorda il Gallotti (…) ed il Pesce (…) e, come si può vedere nel rilievo del Ten. C. Blois (Fig. 1)(…), del 1819, che cita una “Torre del Fortino” (che doveva essere la Torre del Buondormire), oggi scomparsa. Riguardo i Fortini o batterie presenti a Sapri nell”800, il particolare (Fig…..), tratto dallo schizzo (Fig…..) da noi rinvenuto e pubblicato, cita all’estremo lembo della baia di Sapri, ad occidente, un’ ‘antica batteria’ e una ‘T. Buondormire‘ , la Torre del ‘Buondormire’, torre costiera e marittima di avvistamento, oggi scomparsa, ma costruita molto prima della costruzione delle Torri costiere fatte costruire dai Vicerè Spagnoli alla fine del ‘500, come la Torre dello Scialandro, del Lubertino e di Capobianco a difesa delle coste. La Torre detta del “Buondormire”, si trovava dove attualmente è l’Ospedale civile di Sapri o dove si trova il Faro ‘Pisacane‘ (Figg. 2-3). Sarebbe interessante guardare i progetti dell’Ospedale, realizzato “sulla collina nominata Torricella”, forse il rilevato stradale o collinetta dove attualmente sorge l’Ospedale di Sapri.
Nel 20 novembre 1814, un documento del Comune di Sapri
Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 98 cita un documento del 1814 tratto e conservato nell’Archivio di Stato di Napoli. Il Tancredi a p. 98 dice “Affari demaniali Winspeare tre (13)”. Il Tancredi (…), a pp. 97-98 in proposito scriveva che: “Il seguente documento, senza data, ma facilmente databile al 20 novembre 1814 (data riportata su un altro documento dello stesso foglio, riguardante altra città), è, in realtà, una semplice annotazione per ricordare un provvedimento precedente, quello del Fs. 55/56, riportato innanzi. “Comune di Sapri, Provincia di Principato Citeriore. Con rapporto dell’Intendente del 21 aprile 1812 al Ministero dell’Interno, si propose di far rimanere incolte le dodici quote stabilite sui terreni dell’ex feudatario, spettanti in divisione al Comune, per allontanare, al possibile, coltivandosi, il pericolo dell’inondazione; ecc….”. Il Tancredi a p. 98, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Archivio di Stato di Napoli Ms, Fasc. 88/21”.
Nel 1815, il prete di Sapri, don Vincenzo Peluso accompagnò la regina Carolina in viaggio a Vienna
Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a p. 110, in proposito scriveva che: “Abitava allora in Sapri, suo paese nativo, un vecchio prete, Vincenzo Peluso, fanatico sanfedista del 1799, che fuggito per delitti di sangue in Sicilia il 1809 vi era stato ricevuto con grande favore da la Corte borbonica, di cui divenne familiare, tanto che, vuolsi, avesse accompagnato la regina Carolina a Vienna il 1815 (1).”. Mazziotti, a p. 110, nella nota (1) postillava: “(1) Sentenza della sezione di accusa di Potenza del 16 gennaio 1863. Rapporto del giudice istruttore Iuliani del 12 marzo 1849. (Processo Carducci), vol. 2°, parte 2°.”. Maria Carolina Luisa Giuseppa Giovanna Antonia d’Asburgo-Lorena, nota semplicemente come Maria Carolina d’Austria (Vienna, 13 agosto 1752 – Vienna, 8 settembre 1814), nata arciduchessa d’Austria, divenne regina consorte di Napoli e Sicilia come moglie di Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia. Fu deposta nuovamente dalle forze napoleoniche nel 1806 e trascorse i suoi ultimi anni in esilio a Vienna, dove morì nel 1814, poco prima di poter assistere alla restaurazione dei Borbone sul trono delle Due Sicilie.
Nel 1815, Sapri in una carta geografica dell’epoca
Un altro documento unico per la ricostruzione dell’evoluzione urbanistica di Sapri è la carta illustrata in Fig….Si tratta della carta manoscritta del “Golfo di Policastro”, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita ed è stata da me pubblicata nell‘Analisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri). In questa carta del primo quarto di secolo XIX si vede chiaramente indicato il nucleo urbano di Sapri e la frazione non distante del Timpone segnato come “Lo Tempone”. La carta in questione ivi richiamata più volte in quanto in essa si indicano alcuni toponimi come le Torri marittime visibili lungo la costa di Sapri è interessante in quanto in essa si vedono segnati gli edifici e rioni che costituivano il nucleo urbano di Sapri.
(Fig…..) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2.
(Fig…..) Particolare della carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2.
Nel 1816-1817, Sapri nei documenti conservati all’Archivio di Stato di Napoli
Nel 1974, lo studioso Mario Acciarino (…), nel suo ‘Segreteria di Guerra e marina – Ramo Guerra – Inventario dei documenti riguardanti gli edifici militari e le fortificazioni – anni 1723-1823′, pubblicò un interessante studio e l’inventario dei documenti riguardanti gli edifici militari e le fortificazioni – anni 1723-1823 conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. L’Acciarino (…), nella sua “Premessa” in proposito scriveva che: “La redazione della presente “guida-inventario” ha avuto origine dalla constatazione ecc….Mentre per le scritture del Ministero Guerra (ramo Genio, secolo XIX), esiste un indice dei singoli oggetti trattati (indice redatto però anteriormente alla parziale distruzione, verificatasi per gli ultimi eventi bellici), per la Segreteria di Guerra e Marina, che conserva i documenti del periodo 1734-1823 circa, esiste il solo inventario sommario, con l’indicazione generica dell’oggetto di ciascun fascio……Ponendosi quindi come fine del lavoro la segnalazione di tutti i documenti relativi agli edifici militari, ai monasteri soppressi, alle chiese, ai castelli, alle torri marittime e telegrafiche, ai porti ed alle fortificazioni in genere, nel complesso dei lavori di costruzione, di modifica, di manutenzione, si è cercato di mettere in evidenza gli oggetti trattati, specificando, quando è stato possibile, i nomi dei singoli edifici e le località in cui si trovavano. Il lavoro ha così portato alla luce documenti interessanti la storia degli edifici militari e l’organizzazione del servizio del corpo del Genio, oltre a documenti e disegni con firma autografa di noti personaggi dell’epoca…..La presente “guida-inventario”, che segnala documenti che vanno dall’anno 1753 al 1823 circa, è integrata dall’indice delle piante e dei disegni e da quello delle località.”. Infatti, l’Acciarino nel suo “Indice delle località”, fra le diverse località e piazze della “Segreteria i guerra e marina – Ramo Guerra” cita e riporta i documenti riguardanti la piazza di Sapri. Acciarino (…), a p. 23, riguardo la Piazza di Sapri riporta un documento contenuto nel Fascio n. 442, nell’‘incartamento’ n. 54 e scrive che: “54. Sapri – Magazzino della batteria: Lavori di riparazione. Stato estimativo. a. 1816-17.”. Dunque, esiste un documento datato anno 1816-1817. Su questo documento bisognerebbe ulteriormente indagare ed eventualmente richiedere la sua copia o riproduzione digitale.
Nel 1816, il sigillo del Comune di Sapri
Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89 in proposito scriveva che: “Nel 1816 nel sigillo comunale sono introdotte le insegne borboniche (àncora e corona reale) con la scritta “Comune di Sapri“.
Nel 12 ottobre 1817, l’istituzione del Consolato Britannico di Sapri
(Fig….) Regolamento Generale del Consolato Britannico di Sapri (foto Attanasio su gentile concessione della famiglia Florenzano)
(Fig….) Regolamento Generale del Consolato Britannico di Sapri (foto Attanasio su gentile concessione della famiglia Florenzano)
Subito dopo il decennio francese (1806-1815), a Sapri – appartenente al mandamento o circondario di Vibonati – il 12 Ottobre 1817, fu istituito a Napoli il Consolato Britannico di Sapri, di cui pubblichiamo il cartiglio ed il timbro del Regolamento Generale (Figg. 6-7), la cui sede era nel Palazzo dei Florenzano, in Via Cassandra a Sapri. Sul Cartiglio del Regolamento Generale del Consolato Britannico di Sapri – di cui la famiglia Florenzano, lo custodisce insieme al suo timbro – si può leggere la firma del Console Generale del Regno di Napoli Sir Ludwinghton (Fig. 6). Nella pagina successiva del Regolamento (Fig. 9), si legge al Capitolo primo: ”sito nel Portus Saprorum” e, si riportano i diritti e doveri del Vice-Console di Sapri che, dall’epitaffio sulla lapide marmorea nella Chiesa dell’Immacolata (Fig. 10), sappiamo essere stato Don Antonio Peluso. Della Famiglia Peluso a Sapri, vi è una lapide marmorea nella chiesa dell’Immacolata a Sapri, il cui epitaffio scolpito ci racconta la morte di Don Antonio Peluso Vice-Console del Consolato Britannico di Sapri. D. Antonio Peluso era figlio di Vincenzo Peluso e Anna Brandi. Nacque nel 1795 e, fu sposato con Rosa Maria Branda. Morì il 28 Agosto 1820, lasciando orfane le sue tre figlie Carolina, Maria Clementina, Mariannina, come si può leggere sull’epitaffio scolpito sulla lapide marmorea posta nell’ambulacro della Chiesa dell’Immacolata di Sapri (Fig. 8). D. Antonio Peluso, Vice-Console del Consolato Britannico di Sapri era figlio di Vincenzo ed Anna Brandi. Sulla lapide marmorea, sopra l’epitaffio si vede scolpito lo stemma araldico della famiglia Peluso (Fig. 9) e, leggiamo che l’elogio funebre fu fatto dal mio avo, il sacerdote Giovanni Eboli (fratello della mia bisnonna paterna Teresa Eboli) alla presenza del Vescovo sanfedista e filoborbonico Nicola Laudisio (Fig. 10). La presenza a Sapri, in epoca borbonica, di un Consolato Britannico, denota principalmente l’importanza che Sapri, in quegli anni, prima della costruzione della linea ferroviaria Napoli-Reggio, aveva assunto un’importante ruolo di scalo marittimo per i notevoli traffici commerciali che dalle Calabrie e Sicilia che si estendevano alla Capitale del Regno delle due Sicilie.
Il 12 ottobre 1817, a Napoli venne istituito il Consolato Britannico di Sapri che ebbe poi in seguito sede nell’attuale palazzo in via Cassandra di proprietà Florenzano (Fig. 2). Il 12 Ottobre 1817, a Napoli il Console Generale Britannico Sir Ludwington redisse, stilò e firmò il “Regolamento generale del Consolato Britannico a Sapri nel 1817”, un documento unico per la storia di Sapri, recante la firma del ‘Console Generale Sir Ludwington’, il sigillo in ceralacca originale, 12 ottobre 1817 ed il timbro impresso dall’originale, che qui riproduciamo una nostra copia fattane dall’originale impresso sul cartiglio. Il 12 Ottobre 1817, a Napoli, allora capitale del Regno borbonico del Regno delle due Sicilie venne istituito il Consolato Britannico di Sapri, come recita il Cartiglio del Regolamento Generale del Consolato Britannico di Sapri (Fig. 1), a firma del Console Generale del Regno delle due Sicilie Sir Ludwinghton, il quale, nel cartiglio riporta: “sito nel Portus Saprorum“. Sappiamo che lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (24), letterato scozzese fu il precettore dei figli del Console Inglese presso la Corte Borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria. Il Regolamento Generale del Consolato Britannico di Sapri (Fig. 1), di cui pubblichiamo le pagine che possediamo in copia, è oggi custodito gelosamente dalla Famiglia Florenzano che mi autorizzò a farne copia. In quegli anni, la sede del Consolato Britannico di Sapri era il palazzo oggi di proprietà Florenzano, sito in via Cassandra, di cui vediamo il portale nell’immagine di Fig. 2. Sul cartiglio o frontespizio del Regolamento (Fig. 1-4), datato 1817 , si legge la firma del Console Generale Britannico del Regno borbonico delle due Sicilie, Sir. Ludwington che, istituisce a Sapri il Consolato Britannico che, aveva sede nell’attuale Palazzo della Famiglia Florenzano in via Cassandra a Sapri (Fig. 2). La famiglia Florenzano di Sapri che possiede questi due cimeli storici, mi concesse di fotografarne il Regolamento originale e di imprimere il timbro originale sul Cartiglio (Fig. 5-6). Quì di seguito pubblico integralmente le singole pagine dell’intero Regolamento del Consolato Britannico di Sapri, di cui posseggo una copia. Nel documento illustrato nell’immagine di Fig. 8, ovvero la prima pagina del Regolamento Generale del Consolato Britannico di Sapri leggiamo i diritti e doveri del Vice-Console di Sapri.
(Fig…) Timbro con sigillo metallico del Consolato Britannico di Sapri ( foto Attanasio)
Nel 1819, Sapri in un rilievo del Ten. Blois del Genio militare Borbonico
(Fig….) Particolare tratto dal disegno del rilievo di Sapri del Ten. Blois del 1819, illustrato nell’immagine della Fig….., “Porto di Sapri’,“Rilievo originale eseguito dal Ten.Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000. In questo particolare si vede il centro abitato di Sapri come doveva apparire al Genio Militare Borbonico nel 1 gennaio 1819
Lo studioso Giulio Schmiedt (2), nel 1975, pubblicò un interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, dal titolo ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Parte II- I Porti delle Colonie Greche’ pubblicato a Firenze nel 1975. Schmiedt (2), gà molti anni prima, nel 1972 aveva pubblicato un altro interessante studio sui porti della Magna Grecia ed aveva citato quello di S. Croce a Sapri. Si tratta dello studio ‘Il livello antico del Mar Tirreno – Testimonianze dei resti archeologici, a cura di’ (2.1). Nello studio ‘Antichi porti d’Italia’, lo Schmiedt (2), riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicame che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino” (riferendosi al punto ove sitrova ilFaro Pisacane) (2), a cui abbiamo dedicato lo studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti e che vediamo illustrato nella foto del satellite di Fig. 1. Nel suo studio, Schmiedt (2) a pp. 78-79 pubblicò un particolare del disegno di cui mi occupo ed è quello illustrato nella fig. 6:
(Fig…..) Particolare pubblicato da Giulio Schmiedt (…), tratto dal disegno: “Porto di Sapri’,“Rilievo originale eseguito dal Ten.Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”.
Il disegno pubblicato da Giulio Schmiedt (2) era stato tratto da un disegno dipinto e acquerellato su carta bambagina illustrato nell’immagine di Figg. 2-3 che illustra un rilievo di Sapri eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano (5). Schmiedt (2), in proposito scriveva che: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, e aggiungeva pure che: “un vecchio schizzo eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”. Il disegno pubblicato dallo Schmiedt (2) a pp. 78-79, è un particolare tratto dal disegno in scala maggiore di cui oggi pubblico l’immagine digitale integrale (vedi Fig. 2), già pubblicata nel 2014, ma non integralmente, da Antonio Scarfone in un suo studio sulla baia di Sapri: “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”. Di questo disegno mi ero occupato già nel lontano 1987 (1) in occasione della pubblicazione di un mio studio sulle origini e la storia di Sapri, poi in seguito approfondito nella mia “Relazione Storico-Urbanistica di Sapri” redatta per il nuovo Piano Regolatore di Sapri. Si tratta di un disegno dipinto a colori acquerellato su carta che illustra e rappresenta del rilievo in scala 1:5000 della baia naturale di Sapri e del piccolo centro abitato nel 1819, ai tempi della rivincita Borbonica sul Regno delle Due Sicilie che era stato occupato in precedenza da Gioacchino Murat cognato di Napoleone Bonaparte. Il disegno in questione illustrato nell’immagine della Fig. 3, di cui, lo Schmiedt (2) nel 1975, aveva pubblicato un particolare delle costa nord di Sapri è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Presso la Sezione “Stampe Antiche” (n. 141142) del Nuovo Archivio di Firenze è scritto: “‘Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten.Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: “cart. n. 82, doc. n. 52, Comune diSapri, Prov. Salerno”.
(Fig…..) “Porto di Sapri’,“Rilievo originale eseguito dal Ten.Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: “cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno”. Il disegno dipinto a colori che rappresenta Sapri è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, Sezione ‘Stampe Antiche’: (n. 141142)
Come si può vedere dal disegno del Ten. Blois del Genio Militare Napoletano e Borbonico del Regno delle Due Sicilie, rappresenta la testimonianza più attendibile dell’evoluzione urbana della cittadina di Sapri nel 1 gennaio 1819, epoca in cui il Ten. Blois lo redasse disegnandolo e colorandolo ad acquerello su carta bambagina.
Nel 1818, a Sapri, il primo cimitero del paese in località oggi detta della “Trovatella”
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 200, in proposito scriveva che: “Sul conto del Torre risultò un precedente: un danno volontario di tre ducati in pregiudizio di D. Tommaso Eboli di Sapri; nulla sul conto di Michele Fusco. Il giudice Francesco Saverio Cajazzo, per affetto della sovrana indulgenza del 17 febbraio 1861, dichiarò abolita l’azione penale del procedimento (11). Da Tommaso Eboli, nel 1818, il Comune di Sapri comprò il terreno su cui venne realizzato, nei pressi dell’odierna Trovatella, il primo camposanto del paese, poi dismesso dopo essere stato interessato da una frana. Egli, insieme ai figli Gaetano, Giuseppe e Domenico, era inserito nella terza classe degli attendibili politici perchè “nel 1848 aderirono alla corrente liberale senza eccedenza e senza decisa volontà”. Un altro figlio, Vincenzo, era incluso, invece, nella seconda classe degli attendibili: “nel 1848 spargeva notizie allarmanti ed esultava nel progresso del liberalismo”. Tommaso, anche a nome dei figli, chiese la cancellazione dalle “abominevoli liste” e, assicurando d’essere sempre stato attaccato al Re, così motivò la richiesta: “….quando l’Augusta persona del Sovrano si recò in Sapri, che spontaneamente gli esponenti, con i loro travagliatori, appianarono l’alpestre strada che da Sapri mena a Torraca (12) per dove S. M. passò e gli esponenti erano contenti per il solo bene di aver prestato a Lei.”. Le informazioni assunte sul conto della famiglia Eboli, facendo restare incompleto il carteggio, furono più lunghe e complicate del solito perché il Sottintendente si dovette rivolgere ai Giudici di Vibonati e Sanza in quanto la loro dimora era in ambo i Circondari (13). Avevano spostato i loro interessi economici a Sanza, dove vive ancora oggi la discendenza (14).”. Policicchio, a p. 200, nella nota (11) postillava: “(11) Testimonianza di D. Emmanuele Gaetani fu Vincenzomaria, di anni 75, proprietario di Torraca.”. Policicchio, a p. 200, nella nota (12) postillava: “(12) Il Re, prima di andare a Torraca, il 28 settembre 1852, fece sosta a Sapri per visitare il sacerdote, moribondo, Vincenzo Peluso, per i servigi resi durante i rivolgimenti del 1848 conclusisi con la morte di Costabile Carducci.”.
Nel 1819, Sapri nei documenti conservati all’Archivio di Stato di Napoli
Nel 1974, lo studioso Mario Acciarino (…), nel suo ‘Segreteria di Guerra e marina – Ramo Guerra – Inventario dei documenti riguardanti gli edifici militari e le fortificazioni – anni 1723-1823′, pubblicò un interessante studio e l’inventario dei documenti riguardanti gli edifici militari e le fortificazioni – anni 1723-1823 conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. L’Acciarino (…), nella sua “Premessa” in proposito scriveva che: “La redazione della presente “guida-inventario” ha avuto origine dalla constatazione ecc….Mentre per le scritture del Ministero Guerra (ramo Genio, secolo XIX), esiste un indice dei singoli oggetti trattati (indice redatto però anteriormente alla parziale distruzione, verificatasi per gli ultimi eventi bellici), per la Segreteria di Guerra e Marina, che conserva i documenti del periodo 1734-1823 circa, esiste il solo inventario sommario, con l’indicazione generica dell’oggetto di ciascun fascio……Ponendosi quindi come fine del lavoro la segnalazione di tutti i documenti relativi agli edifici militari, ai monasteri soppressi, alle chiese, ai castelli, alle torri marittime e telegrafiche, ai porti ed alle fortificazioni in genere, nel complesso dei lavori di costruzione, di modifica, di manutenzione, si è cercato di mettere in evidenza gli oggetti trattati, specificando, quando è stato possibile, i nomi dei singoli edifici e le località in cui si trovavano. Il lavoro ha così portato alla luce documenti interessanti la storia degli edifici militari e l’organizzazione del servizio del corpo del Genio, oltre a documenti e disegni con firma autografa di noti personaggi dell’epoca…..La presente “guida-inventario”, che segnala documenti che vanno dall’anno 1753 al 1823 circa, è integrata dall’indice delle piante e dei disegni e da quello delle località.”. Infatti, l’Acciarino nel suo “Indice delle località”, fra le diverse località e piazze della “Segreteria i guerra e marina – Ramo Guerra” cita e riporta i documenti riguardanti la piazza di Sapri. Acciarino (…), nell’indice, riguardo la Piazza di Sapri scrive che: “Sapri: 437, 6; 442, 54.”. Acciarino (…), a p. 14 riporta il documento dell”incartamento’ n. 6 contenuto nel Fascio n. 437, ovvero: “6. Sapri – Batteria e baraccone: Lavori di riparazione. Stato estimativo. Processo verbale di consegna. a 1819.”. Dunque, esiste un documento datato anno 1819 che riguardano i lavori di riparazione della Batteria e del baraccone esistenti a Sapri nell’anno 1819. Su questo documento bisognerebbe ulteriormente indagare ed eventualmente richiedere la sua copia o riproduzione digitale.
Il “casino” (palazzotto) dei Peluso in C.so Garibaldi a Sapri
Il Palazzo della famiglia Peluso in C.so Garibaldi a Sapri, si può vedere sul web, collegandosi alla pagina di Sapri di Google maps o Earth. Il prete Vincenzo Peluso, fu citato dal Cav. Carlo Pesce (6) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci: ‘Costabile Carducci, Il dramma d’Acquafredda – Conferenza per un episodio della Rivoluzione Napolitana del 1848′, edito a Napoli, nel 1895 e, di cui ho pubblicato ivi in un altro mio saggio, il manoscritto olografo originale, scritto di proprio pugno dal Pesce (…), oggi conservato dalla Famiglia Tavernese. Il Pesce (6) descrive la figura e le proprietà di un avo dell’Avvocato Vincenzo Peluso. Si tratta del prete Vincenzo Peluso autore di orrendi misfatti di cui si macchiò quale filoborbonico convinto che era. Secondo il Pesce, fu proprio il prete Vincenzo Peluso – che l’aveva fatto costruire. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla Famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 9, a proposito del prete Vincenzo Peluso e del Palazzotto in C.so Garibaldi, nel 1895, scriveva: “Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene. In mezzo al mare su d’uno scoglio aveva eretto il casino dei bagni; alla marina di Vibonati altra casetta, che chiamava la Babilonia, e ad Acquafredda l’altra villa piccola, per quanto deliziosa e pittoresca.”. Il vecchio palazzotto fortificato sito in C.so Garibaldi a Sapri, residenza dell’Avvocato Vincenzo Peluso e delle due sue sorelle, era di antica fattura. Insieme all’Archivio del Comune di Sapri (forse perso), esso doveva essere la memoria storica del paese. In esso si dovevano custodire documenti della famiglia Peluso ma nel contempo la memoria di secoli in cui la stessa famiglia ha partecipato attivamente alle vicende storiche del Regno. In alcuni miei articoli e studi , pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri ed in particolare due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari’ della Biblioteca Nazionale di Napoli (Figg. 2-3). Questi disegni (2), da una parte costituiscono una testimonianza che contribuisce a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca su queste terre, da sempre in prima linea per la difesa o la conquista del Regno di Napoli Angioino ed Aragonese prima e del Regno delle due Sicilie dei Borboni in seguito, ma ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, ed in particolare del centro abitato di Sapri all’epoca dell’occupazione napoleonica del Regno delle due Sicilie. Proprio in uno di questi schizzi eseguiti dal Genio Militare Napoletano, al tempo dell’occupazione francese (Fig. 2), si può vedere al centro del paese ed in prossimità della linea di costa, una costruzione militare, quella che si vede nell’immagine ingrandita di Fig. 3. Noi crediamo fosse proprio il Palazzotto del prete Vincenzo Peluso, di cui parleremo (2-16).
(Fig….) Particolare del Palazzotto Peluso tratto dallo schizzo del 1817 “Croquì di Sapri“
(Fig….) “Villa Pelusi” – particolare tratto dal disegno del Rilievo del Ten. Blois del 1819 – particolare rappresentato dove oggi è l’attuale Villa Comunale di Sapri
Recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio Storico un documento storico di notevole interesse per la Storia di Sapri. Si tratta di un disegno acquerellato del 1 gennaio 1819, eseguito dal Tenente Blois del Genio militare Napoletano (29). In questo rilievo del 1819, si riportano alcune interessanti informazioni storiche su Sapri, come lo vedeva nel 1819 il Tenente Blois. In esso vediamo segnata la “Villa Pelusi” che vediamo illustrata nell’ingrandimento di Fig. 18. Forse proprio la villa oggi in C.so Garibaldi. L’Avvocato Carlo Pesce (6), nel 1895, nel suo “Costabile Carducci e l’eccidio di Acquafredda”, a proposito del prete Vincenzo Peluso e del Palazzotto in C.so Garibaldi in proposito scriveva che: “, alla marina di Vibonati altra casetta, che chiamava la Babilonia,…”. Io credo si trattasse di una casetta non ubicata a Villammare (la marina di Vibonati) ma di una casetta costruita nei pressi dell’attuale Ospedale civile di Sapri, oggi detto il Villaggio, che a quei tempi doveva essere uno spaldo militare munito di cannoni di cui abbiamo già parlato nel nostro studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”. Forse in seguito, il bel mosaico – che il Ramage dice essere grossolano, fu fatto trafugare dal Capo Urbano Vincenzo Peluso, nell’altra casa dei suoi avi, fatta costruire proprio dal Prete Peluso e di cui ci parla sempre il Pesce (6): “Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene”, ovvero il Palazzo in C.so Garibaldi. Era in uso comune in tante famiglie gentilizie di Sapri conservare e fare bella mostra di reperti archelogici provenienti dai ruderi in località Santa Croce a Sapri dove ancora oggi, nonostante le sfortunate spoliazioni di antiquari napoletani del ‘700, possono ammirarsi resti ed avanzi di fabbriche. Sono moltissime le famiglie che ancora ospitano materiale proveniente dalle strutture d’epoca romana a Sapri, come la Famiglia Farano, i Gaetani, i Gallotti, i Branda, i Cesarino, hanno gelosamente conservato reperti ai più oggi sconosciuti. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Peluso si ritirò in una casa di campagna a Torraca, dove trascorse in solitudine gli ultimi giorni della sua esistenza, e dove prima di morire ebbe l’onore di essere visitato dal suo amato sovrano. In quell’occasione il sovrano, Re Ferdinando si imbarcò a Napoli, sulla nave ammiraglia Fulminante, scortata dal Guiscardo, dal Ruggiero, dal Sannita e dal Carlo III e giunse nella rada di Sapri il 28 settembre. La stessa sera raggiunse a piedi Torraca, etc…Re Ferdinando, durante la visita al marchese di Poppano, Biagio Palamolla, saputo che a poca distanza dal castello era in fin di vita il vecchio prete, assassino del Costabile Carducci, volle andare a visitarlo, con suo figlio, il principe ereditario Francesco, di quindici anni e con il seguito di corte. Si racconta, che il Peluso aveva 75 anni, provato dalla malattia, ed emozionato dall’inaspettata visita, baciò ripetutamente la mano del re, e poco dopo spirò. Era il 4 ottobre del 1852. La casa di Sapri del terribile sacerdote, venne in seguito incendiata per vendetta da un manipolo di uomini del Pisacane…e con la restante a Policastro.”. Giacomo Racioppi, però, sulla scorta del testo del Venosta (….), scriveva che la “casina bianca”, indicata negli Atti come luogo dello sbarco, non era quella sulla spiaggia dellOliveto ma, secondo la versione del Venosta doveva essere il palazzotto del prete Peluso a Sapri che si trovava, all’epoca, in prossimità della linea di costa della baia di Sapri. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: “….Sapri; – Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione. Quella casina apparteneva a un tale uomo, che ha legato alla nostra storia un nome infamato, e che riempe oggi il racconto, dimani forse la leggenda, de’ popoli a Sapri circostanti. Il Prete Peluso, vecchio ‘calderaro’, partiggiano anzi sicario di casa Borbone, spirito bizzarro, quanto feroce, cinico e manesco, quanto inculto e grossiero, che del sacerdote altro non si ebbe del crisma indelebile, e del brigante ebbe tutto, meno il capestro, vivea parte dell’anno in quelle mura tra cinici gusti e bizzarri; irrequito ed inquieto per mala coscienza. Quivi, agli assassini assueto, macchinò nel 1848 l’assassinio di Costabile Carducci; e l’eseguì poscia, di fredda mano, nella prossima di Acquafredda. Quivi infermo, qualche anno di poi, fu colpito da visita da Re Ferdinando di Borbone che il raccomando santamente a Nostra Donna di Novi, gli strinse la mano insanguinata; – grazia di Regio carnefice ad assassino da macchia. Quivi morì, legando l’ombra al loco e alle mura; cui poscia il cieco flusso della rivoluzione olle punite, quasi di ossa e di polpe, in memoria di chi li ebbe costrutte.”.
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 222 parlando del prete Peluso, in proposito scriveva che: “Nel 1852, poco prima che il “famoso prete” morisse, nel fare Ferdinando II il suo secondo viaggio in Calabria “Diverso contegno mantenne con chi gli aveva dato prova di fedeltà. A Torraca, nei pressi di Lagonegro, si fermò per rendere visita in una casa di campagna, al vecchio e morente prete Peluso” (66). Anche il De Cesare erroneamente sostiene che il Re visitò il prete a Torraca.”. Policicchio, a p. 222, nella nota (62) postillava: “(62) A. De Leo, Gentiluomini Preti…cit., p. 82.”. Si tratta del testo di Antonio De Leo (….), “Galantuomini, Preti e Contadini nella Rivoluzione – Il Risorgimento in Calabria”, La Brutia e Pancallo Editori, ….Sempre Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 222 parlando del prete Peluso e della sua villa che aveva a Sapri riportava il passo dell’avv. Pesce di Lagonegro: “….”Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene.” (64).”. Policicchio, a p. 222, nella nota (64) postillava: “(64) Le ricerche hanno dato, al momento, una sola traccia che possa, in qualche maniera, farci orientare dove questa potesse essere ubicata. Il Comune di Sapri, per animare il commercio sia di mare che di terra, con delibera del 17 aprile 1830 domandò l’assenso ad una fiera la cui celebrazione doveva avvenire annualmente nei giorni 18, 19 e 20 agosto. Avuta l’autorizzazione, il Decurionato dovette stabilire il luogo dove effettuarla e, con delibera del 4 luglio 1831, deliberò “che la fiera suddetta si faccia nel lido del mare, e precisamente principiando dalla Casina del Sig. Sacerdote Peluso, fino alle Cammerelle”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Il Decennio francese nel golfo di Policastro”, a p. 132, nella nota (51) postillava: “(51) Le ricerche hanno dato, al momento, una sola traccia che possa, in qualche maniera, farci orientare dove questa potesse essere ubicata. Il Comune di Sapri, per animare il commercio sia di mare che di terra, con delibera del 17 aprile 1830 domandò l’assenso ad una fiera la cui celebrazione doveva avvenire annualmente nei giorni 18, 19 e 20 agosto. Avuta l’autorizzazione, il Decurionato dovette stabilire il luogo dove effettuarla e, con delibera del 4 luglio 1831, deliberò “che la fiera suddetta si faccia nel lido del mare, e precisamente principiando dalla Casina del Sig. Sacerdote Peluso, fino alle Cammerelle”.”. Notizia questa molto interessante che Policicchio, di cui però non dice la fonte. Presumo che la fonte sia l’Archivio Comunale di Sapri che, essendo inpraticabile, infatti non risulta nell’elenco degli Archivi consultati dallo studioso, al momento posso solo dire che la notizia deve essere approfondita. Inoltre, riguardo ciò che scriveva Policicchio sulla villa del prete Peluso: “(64) Le ricerche hanno dato, al momento, una sola traccia che possa, in qualche maniera, farci orientare dove questa potesse essere ubicata.”, in questo mio saggio è ampiamente dimostrato dove fosse ubicata, guardando le carte ed i documenti inediti da me pubblicati dal lontano 1978, da cui risulta chiaramente che all’epoca, nel 1857, dove ora vi è il Corso Garibaldi, forse l’unico edificio era ivi ubicato in prossimità della spiaggia di Sapri. All’epoca la spiaggia di Sapri era molto più arretrata rispetto a quella attuale. Dove oggi c’è il lungomare di Sapri, nel 1857 vi era spiaggia che si prolungava molto più all’interno. Inoltre, Policicchio, a p. 222, in proposito riportava un passo di Pesce (….), tratto dal suo “Il dramma di Acquafredda etc…” e scrive: “…”In mezzo al mare su d’uno scoglio aveva eretto il casino dei bagni; alla marina di Vibonati altra casetta che chiamava la “Babilonia”, e ad Acquafredda altra villa piccola, per quanto deliziosa e pittoresca” (65).”..”. Sulla citazione del passo di Pesce, il Policicchio, a p. 222, nella nota (65) postillava: “(65) F. Policicchio, Il Decennio francese…, cit., pp. 131-2”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Il Decennio francese nel golfo di Policastro”, a p. 132, riportava altro passo del Pesce sulle proporietà del prete Peluso, dove scriveva che: “…”In mezzo al mare su d’uno scoglio aveva eretto il casino dei bagni; alla marina di Vibonati altra casetta che chiamava la ‘Babilonia’, e ad Acuafredda altra villa piccola, per quanto deliziosa e pittoresca (52).”…”. Policicchio, a p. 132, nella nota (52) postillava: “(52) Il Peluso si trovava in questa ‘villa piccola’ da dove, nel 1848, sospettoso e timoroso, aveva notato e seguito tutte le mosse della barca con la quale Costabile Carducci sbarcò ad Acquafredda e dove si trovò la morte per suo ordine.”. L’ultimo passaggio del Policicchio è opinabile in quanto a mio parere il Carducci fu tradotto da Acquafredda a Sapri dove fu mandato a morte verso il monte Spina.
Nel 28 agosto 1820, la lapide in ricordo della messa funebre di don Giovanni Eboli per la morte del Vice-Console Antonio Peluso
(Fig….) Lapide marmorea con epitaffio nell’ambulacro della Chiesa dell’Immacolata in Piazza del Plebiscito a Sapri. Sulla lapide è inciso l’ epitaffio in ricordo del Vice-Console Britannico D. Antonio Peluso, posta nell’ambulacro della Chiesa dell’Immacolata. La lapide ricorda anche l’elogio funebre del mio avo, il sacerdote Don Giovanni Eboli.
Dall’epitaffio sulla lapide marmorea nella Chiesa dell’Immacolata (Fig. …), sappiamo essere stato Don Antonio Peluso, nato nel 1795, sposato con Rosa Maria Branda e morto nel 28 Agosto 1820, che lasciava orfane le sue tre figlie Carolina, Maria Clementina, Mariannina. Don Antonio Peluso, Vice-Console del Consolato Britannico di Sapri era figlio dei sig.ri Vincenzo Peluso ed Anna Brandi. Il documento è di notevole importanza per la storia del nostro paese anche per la descrizione e la citazione di luoghi e di toponimi ancora non del tutto sufficientemente indagati e conosciuti. Nell’epitaffio della lapide marmorea posta nella Chiesa dell’Immacolata (Fig….) viene citato anche il sacerdote Timpanelli che, raccontò i fatti accaduti sull’eccidio di Costabile Carducci di cui rimane la memoria nel manoscritto del cav. Carlo Pesce (….), manoscritto olografo di cui posseggo le foto concessimi dagli eredi del canonico Arciprete di Sapri Timpanelli, la Famiglia Tavernese che lo possedeva dopo la morte di Gennaro Tavernese (Fig…..).
Nel 1820, il Prete Vincenzo Peluso uccise l’armiere Pietro Cesarino
Carlo Pesce (6) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda”, a pp. 8-9, in proposito al prete Vincenzo Peluso di Sapri scriveva che: “Di lui si narrano molti assassini commessi o di proprio pugno o per mandato, e guai a chi non fosse stato liggio aisuoi doveri. Tornato appena dalla Sicilia,fece uccidere il sacerdote Loreto Giudice; nel 1820l’armiere Pietro Cesarino, sul cui cadavere esercitò le più brutte sevizie, e poscia una giovinetta, druda d’un suonipote; oltre d’un’infinità di altri gravissimi misfatti,che erano tutti andati impuniti benchè conosciuti generalmente”.
Nel 1820, l’Arciprete di Sapri don GIOVANNI EBOLI ottenne due reliquie di Santi
Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Sapri giovane e antica’, a p. 63, parlando della chiesa parrocchiale di Sapri dell’ “Immacolata concezione”, in Piazza del Plebiscito, in proposito a S. Vito, scriveva che: “In chiesa si custodiscono due reliquie di Santi: una di San Biagio, ottenuta da Papa Pio VII nel 1820, tramite il parroco Don Giovanni Eboli, l’altra di San Vito ottenuta precedentemente.”. Inoltre, il Tancredi, cita l’iscrizione sull’Atare di S. Vito, in detta chiesa: “Salvatore Sollazzo e Raffaella La Corte 1881.”. Scrive il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica” che, l’altro mio avo, Don Giovanni Eboli – successore del primo Parroco di Sapri, Don Gennaro Eboli – nel 1820, ottenne da Papa Pio VII, due reliquie di Santi che sono oggi conservate dentro la Chiesa Madre dell’Immacolata Concezione, di cui l’Eboli era parroco. Si tratta della reliquia di S. Biagio che l’Eboli ottenne dal Papa nel 1820, mentre l’altra – che era stata ottenuta precedentemente- è la reliquia di S. Vito, patrono di Sapri. Secondo il Tancredi (…), il mio avo l’Arciprete don Giovanni Eboli, forse nipote del precedente e primo arciprete di Sapri don Gennaro Eboli, figura a pp. 74-75 nell’elenco dei “Parroci di Sapri”: “D. Giovanni Eboli 1819-1834”.
Nel 1822, risale il più antico registro dei nati conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli
Purtroppo anche per il documento di morte del 1805 non si trova. Nell’Archivio di Stato di Salerno troviamo i registri dei “morti” per il Comune di “Torraca” dal 1809. Riguardo “Sapri” si trovano i registri dello “Stato della Restaurazione” dove troviamo i registri più antichi di Sapri ma i primi, i “nati” risalgono al 1822.
Nel 1823, Sapri nella descrizione dell’Alfano
L’Alfano (29), nel suo ‘Istorica descrizione del Regno di Napoli’, del 1823, a proposito di Sapri dice: “Terra sopra un falso piano bagnato dal Mar Tirreno, d’aria buona, Diocesi di Policastro, 64 miglia da Salerno distante, feudo di Carafa Spina. Anticamente fu detta Sipron, edificata dai Sibariti, quando dopo la disfatta avuta dai Crotoniati nell’Olimpiade settantesima, furono costretti a disertare dai propri Luoghi. Vi è un vecchio Porto considerevole, che ha due miglia di perimetro, è mezzo miglio di apertura. Produce grani, frutta, vini generosi, oli eccellenti, e il mare da abbondante pesca.Fa di popolazione 1489.“. Noi questo abbiamo letto in Alfano a p. 135 (29), mentre l’Ebner (9) afferma che l’Alfano (29) scriveva di Sapri: “all’imboccatura di esso(del porto di Sapri – della sua baia), varie vestigia di antichi magazzini, e molte mura stanno mezze sepolte nell’acqua: da queste reliquie argomentasi essere stata una colonia assai antica, o almeno un porto di considerazione. Credono alcuni che sia stata l’antica città di Velia; me è più probabile che avendo i Crotoniati distrutta la città di Sibari nella Calabria, alcuni Sibariti fuggiti andarono a edificarvi un castello col nome di Sibaron, poi Sipron, e finalmente Sapri, nominato anche Safri.“.
Nel 1828, a Sapri il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage
Angelo Guzzo, nel suo “Il Golfo di Policastro ecc…”, parlando di Sapri, a p. 183 in proposito scriveva che: “Nel 1828, un sacerdote scozzese C. Tait Ramage, in viaggio nel Regno delle Due Sicilie, visitò anche Sapri, di cui ebbe a dire: “Questo paese aveva un aspetto di maggiore benessere di quanti ne avessi fin qui veduti”. Nato in Scozia a Annefield nei pressi di Newhaven, Ramage è stato un Ministro della Chiesa scozzese e cultore delle lettere classiche. È noto in Italia per aver intrapreso un viaggio nel Regno delle Due Sicilie nel 1828, che descrisse nell’opera intitolata “The nooks and by-ways of Italy. Wandering in search of its ancient Remains and modern superstitions”. Sono note le ristampe di questo testo ‘Attraverso il Cilento – il viaggio di C.T. Ramage da Paestum a Policastro nel 1828′, edizioni l’Ippogrifo, agosto 2013 e quella a cura di GIuseppe Galzerano. In Italia è conosciuto soprattutto per la sua opera intitolata The nooks and by-ways of Italy. Wandering in search of its ancient Remains and modern superstitions, pubblicata in italiano col titolo Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, in cui Ramage descrive un viaggio a piedi intrapreso a sud di Napoli, tra l’aprile e il giugno 1828, alla ricerca delle “sopravvivenze” linguistiche, archeologiche e culturali greco-latine. In tale viaggio, Ramage parte da Napoli, giunge a Paestum, attraversa il Cilento, da Policastro visita la Calabria tirrenica e ionica, per giungere in Basilicata, ecc…per poi fare ritorno a Napoli. Il resoconto del viaggio di Ramage rappresenta un’importante descrizione socio-culturale delle provincie del Mezzogiorno italiano nell’anno 1828. Nel 1828, il sacerdote scozzese Craufurd Tait Ramage (…), nel suo scritto “Viaggio nel Regno delle Due Sicilie“, avendo visitato anche Sapri così ne parlava: “Entrammo poco dopo in un piccolo bellissimo porto, vicino al quale è situato il paese di Sapri. Questo paese aveva un aspetto di maggior benessere di quanti fin qui veduti. Le case erano disseminate tra vigneti e giardini che i recenti acquazzoni avevano rinverdito e che ora si mostravano freschi ed accoglienti. Fui colpito pure dall’aspetto rigoglioso dei frutteti. Gli agrumeti, aranci, e limoni erano di lussureggiante bellezza. L’albicocco quì cresce con particolare rigoglio – il ‘crisciommolo’ napoletano di cui vanno così giustamen te orgogliosi – Questo vocabolo è evidentemente una corruzione del greco (“mela d’oro”). Inoltre Ramage riportava le iscrizioni incise sulle lapidi viste a Sapri, tra cui quella che già alla epoca si “elevava nellapiazza” (….). Lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (….), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria. Ecco cosa scriveva in proposito al bel mosaico che abbiamo fotografato in casa Peluso: “Sulle scale di una casa, che si trova a nord di una piccola insenatura, a circa un chilometro dal paese, in una località ora denominata Camerelle – luogo dove era fosse ubicata la città antica – trovai un esemplare di mosaico grossolano.”. Dunque, il Ramage (….), aveva visto il mosaico alle Camerelle, ovvero in S. Croce, ma siccome dice: “sullescale di una casa”, noi crediamo che non si possa escludere che si possa trattare dello stesso mosaico da noi fotografato in un piccolo ambiente di casa Peluso. Lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage. Il Ramage (….), nel suo “Attraverso il Cilento”, parlando del suo viaggio e della sua visita a Sapri, dopo aver descritto alcune cose viste a Sapri fornendo interessanti ed utili notizie storiche, lasciando il paese, in proposito scriveva che: “Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino. Fui felice di risalire in barca, perchè il riverbero del sole sulla sabbia rendeva pesante qualsiasi sforzo. Mentre avanzavamo le montagne si avvicinavano sempre di più alla riva, fino a sovrastare il mare. Il sentiero tortuoso si snodava lungo i pendii dei monti, ma a quest’ora del giorno sarebbe stata una vera follia tentare di percorrerl a piedi. Non vi era un filo di aria ed il caldo era il più intenso che avessi provato; eppure i marinai non sembravano accorgersene, nonostante che i loro torsi nudi fossero esposti direttamente ai raggi del sole. Ora sono diventato prudente, perchè l’estate scorsa, mentre salivo lungo la strada che portava al palazzo di Tiberio nell’isola di Capri, ecc…”. Sempre il Ramage continuando il suo racconto e, mentre viaggiava in barca in direzione di Acquafredda e Maratea scriveva che: ”Mentre stavamo procedendo in direzione di Maratea i marinai mi parlarono dell’esistenza di un curioso fenomeno, e mi rammaricai di non averlo potuto vedere, prima di lasciare Sapri. Mi dissero che, vicino a Sapri, nei pressi di una roccia chiamata Scialandro, una polla d’acqua ribolle dal fondo del mare con tale forza da creare una corrente d’acqua dolce nel bel mezzo di quella salata e mi dissero pure che, quando il mare è calmo è possibile bere l’acqua dolce perchè questa non si mischia con quella salata, quando invece tira il vento essa si vede solo ribollire in mezzo al mare.”.
Nel 1828, Sapri ed i moti insurrezionali dei carbonari e filadelfi
Già precedentemente e sin dal 1978 ho dedicato gran parte del mio tempo libero alla ricerca di testimonianze storiche sull’argomento, testimonianze e documenti che attestassero eventuali conferme o ripensamenti. Ho più volte pubblicato miei saggi di storia ed in seguito, nel 1998, su incarico dell’Amministrazione Comunale di Sapri redassi uno studio di analisi storico-urbanistico per la redazione del Piano Regolatore Generale redatto dal Prof. Francesco Forte. Lo studio si intitolava, l’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri”. Verso la fine del testo in proposito scrivevo che: “I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. Tuttavia, il decennio francese (1806-1815) fu una pausa troppo breve per l’opera di rinnovamento. Le aspirazioni costituzionali, sembrarono trionfare con i moti rivoluzionari del 1820, quando fra i deputati eletti del Cilento vi fu anche il canonico di Celle di Bulgheria Antonio Maria De Luca che, negli anni della reazione sanfedista organizzò in queste terre un movimento clandestino, legato a Carbonari e Filadelfi.”. I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, Monsignor Nicola Laudisio, plenipotenziario ‘Sanfedista’ nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. Tuttavia, il decennio francese (1806-1815) fu una pausa troppo breve per l’opera di rinnovamento. Le aspirazioni costituzionali, sembrarono trionfare con i moti rivoluzionari del 1820, quando fra i deputati eletti del Cilento vi fu anche il canonico di Celle di Bulgheria Antonio Maria De Luca che, negli anni della reazione sanfedista organizzò in queste terre un movimento clandestino, legato a Carbonari e Filadelfi.
Nel 1828, i moti rivoluzionari del ’28 ed il vescovo di Policastro, mons. Laudisio
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221, in proposito riportava una frase tratta dal testo di Carlo Pesce che scriveva sul prete Peluso e sul vescovo Laudisio: “….”Il Vecchio Laudisio, che pure era tanto influente in Corte e temuto nella Diocesi, non poté mai esercitare su lui alcuno imperio e lasciò fare (63).”. Policicchio, a p. 221, nella nota (63) postillava: “Poté, al contrario, lodarsi con la polizia all’epoca dei mori del 1828 quando ebbe a che fare col canonico De Luca: “Avendo inteso a Lauria i disordini avvenuti nella mia diocesi, mi sono affrettato a ritornare in essa onde prestarmi pel servizio del Re nostro augusto padre e del bene di questi paesetti e infatti per misericordia di Dio e di Maria SS. ma mi è riuscito di far presentare al maresciallo Del Carretto il canonico De Luca, la presentazione del quale ha liberato Celle dall’incendio al pari di Bosco, e tutti coloro di questi miei paesi i quali presi con le armi alla mano furono costretti a seguire l’orda”.”.
Nel 17 aprile 1830, la delibera del Decurionato di Sapri per istituire una fiera
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 222 parlando del prete Peluso e della sua villa che aveva a Sapri riportava il passo dell’avv. Pesce di Lagonegro: “….”Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene.” (64).”. Policicchio, a p. 222, nella nota (64) postillava: “(64) Le ricerche hanno dato, al momento, una sola traccia che possa, in qualche maniera, farci orientare dove questa potesse essere ubicata. Il Comune di Sapri, per animare il commercio sia di mare che di terra, con delibera del 17 aprile 1830 domandò l’assenso ad una fiera la cui celebrazione doveva avvenire annualmente nei giorni 18, 19 e 20 agosto. Avuta l’autorizzazione, il Decurionato dovette stabilire il luogo dove effettuarla e, con delibera del 4 luglio 1831, deliberò “che la fiera suddetta si faccia nel lido del mare, e precisamente principiando dalla Casina del Sig. Sacerdote Peluso, fino alle Cammerelle”.”. Notizia questa molto interessante di cui però Policicchio non rivela la fonte. Presumo che la fonte sia l’Archivio Comunale di Sapri che, essendo inpraticabile, infatti non risulta nell’elenco degli Archivi consultati dallo studioso, al momento posso solo dire che la notizia deve essere approfondita. Inoltre, riguardo ciò che scriveva Policicchio sulla villa del prete Peluso: “(64) Le ricerche hanno dato, al momento, una sola traccia che possa, in qualche maniera, farci orientare dove questa potesse essere ubicata.”, in questo mio saggio è ampiamente dimostrato dove fosse ubicata, guardando le carte ed i documenti inediti da me pubblicati dal lontano 1978, da cui risulta chiaramente che all’epoca, nel 1857, dove ora vi è il Corso Garibaldi, forse l’unico edificio era ivi ubicato in prossimità della spiaggia di Sapri. All’epoca la spiaggia di Sapri era molto più arretrata rispetto a quella attuale. Dove oggi c’è il lungomare di Sapri, nel 1857 vi era spiaggia che si prolungava molto più all’interno. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Il Decennio francese nel golfo di Policastro”, a p. 132, nella nota (51) postillava: “(51) Le ricerche hanno dato, al momento, una sola traccia che possa, in qualche maniera, farci orientare dove questa potesse essere ubicata. Il Comune di Sapri, per animare il commercio sia di mare che di terra, con delibera del 17 aprile 1830 domandò l’assenso ad una fiera la cui celebrazione doveva avvenire annualmente nei giorni 18, 19 e 20 agosto. Avuta l’autorizzazione, il Decurionato dovette stabilire il luogo dove effettuarla e, con delibera del 4 luglio 1831, deliberò “che la fiera suddetta si faccia nel lido del mare, e precisamente principiando dalla Casina del Sig. Sacerdote Peluso, fino alle Cammerelle”.”.
Nel 18 agosto 1831, a Francesco Carafa gli furono riconosciuti tutti i titoli compreso Sapri
Pietro Ebner (9), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” parlando di Sapri dopo la Congiura dei Baroni a p. 593, “A Gerardo successe Francesco ( 1 giugno 1781 – 22 settembre 1846) che dalla moglie Beatrice di Sangro ebbe poi Nicola nato il 21 agosto 1829, il quale con decreto ministeriale il 18 agosto 1831 ottenne il riconoscimento di tutti i titoli e predicati e due femmine, Maddalena che sposò Camillo Severino Longo, marchese di Gagliati e Maria Teresa. Nicola morì il 25 dicembre 1894 senza discendenti, per cui i titoli di conte di Policastro, duca di Forlì ( Ispani detto Forli) e duca delle Chiuse, con i predicati di Tenerola, Frattapiccola (Terra di Lavoro), Sapri, Libonati (Vibonati) e Pandirola (1897)(16), passarono per legittima successione alla nipote Maria Severino Longo, marchesa di Gagliati e San Giuliano, figlia di Maddalena Carafa e moglie del nobile Lorenzo Tortora Braida.”. Pietro Ebner (….), a p. 592, nella sua nota (16) postillava che: “R. Assenso 11 luglio 1897”. Infine, i “predicati”, nel 1897 passarono definitivamente per successione a Maria Severino Longo, figlia di Maddalena Carafa e di Lorenzo Tortora Braida. Sempre l’Ebner a p. 593 cita l’Alfano (….) che scriveva di Sapri: “Feudo dei Carafa. Conclude l’Alfano, il villaggio contava ai suoi tempi 1465 abitanti.”. Ebner si riferiva a Giuseppe Maria Alfano (…) ed al suo “……..
Nel 1832, il primo sigillo civico (comunale) del “Comune di Sapri” nel Regno delle Due Sicilie e Sindaco Francesco Antonio Peluso inedito
(Fig….) Stemma su timbro del Comune di Sapri impresso un documento del 1832 che riguarda le batterie costiere – inedito e da me scoperto e conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli – Archivio Attanasio
Il sacerdote Luigi Tancredi, nel suo “Sapri giovane e antica” nell’elenco dei “Sindaci di Sapri“, a p. 89 elencava e citava “10) Francescantonio Peluso, 1834” e ancor prima del Peluso citava “9) Prospero La Corte, 1822”. Dunque dal 1822 al 1834 è stato Sindaco Prospero La Corte ma sul documento inedito, di cui vediamo un particolare, risulta che era Sindaco “Francesco antonio Peluso”. Il documento in questione, dove, oltre alla firma del Sindaco dell’epoca Francescantonio Peluso, possiamo vedere uno dei primi timbri metallici a inchiostro del Comune di Sapri. Si tratta di un documento inedito da me scoperto e conservato all’Archivio di Stato di Napoli datato 1832. Fa parte di una ricca documentazione della Direzione del Genio del Tirreno (Genio Militare del Regno delle Due Sicilie). Si tratta di un atto, un contratto di locazione stipulato tra il Genio Militare Borbonico ed il proprietario dei locali, Barone Vespasiano Palamolla di Torraca. Il documento è particolarmente interessante perchè ci conferma che nel 1832 era Barone di Torraca Vespasiano Palamolla di cui leggiamo nel Mallamaci (….), in “Torraca, Storia di un borgo ecc..”, a p. 42 che: “Vespasiano, quinto barone, sposato con donna Teresa Moscati, marchesa di Poppano;….ecc…”. Il documento inoltre è particolarmente interessante perchè essendo del 1832 riportando la firma del Sindaco Francesco Antonio Peluso rimette in discussione la scansione temporale dei Sindaci di Sapri redatta dal Tancredi. Come ho già detto il Tancredi a p. 89 scriveva che “10) Francescantonio Peluso, 1834”, mentre invece il documento inedito in questione dimostra che Francesco Antonio Peluso era già Sindaco di Sapri nel 1832. Devo far notare che secondo il Tancredi, lo stemma civico di cui ho pocanzi parlato – inedito – nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89 in proposito scriveva che: “Nel 1816 nel sigillo comunale sono introdotte le insegne borboniche (àncora e corona reale) con la scritta “Comune di Sapri“. Dunque, secondo il Tancredi, lo stemma civico (o sigillo comunale) impresso sul documento di cui ho pocanzi parlato è stato introdotto dai Borboni dopo la morte di Murat ed il ritorno del Regno delle Due Sicilie alla casa reale Borbonica.
Nel 1832-1833, la ricca documentazione inedita del Genio Militare Borbonico- Direzione del Genio del Tirreno e Don Antonio Peluso, Sindaco di Sapri facente funzioni di Commissario di Guerra
In questi anni, oltre ad alcuni reperti e alle fonti archivistiche, si è rivelata utile la documentazione inedita, conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, da me rinvenuta e rimasta inedita fino alla mia pubblicazione a stampa in alcuni miei studi nel 1987 e poi nel 1994 (1-12). La documentazione rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli, attesta non solo come anche con il ritorno della monarchia borbonica, dal 1819 al 1833, le fortificazioni di Sapri furono oggetto di vari movimenti e lavori di trasformazione rivolti a modificare i riferimenti costieri, come si può vedere anche dal documento (Fig. 4), ma soprattutto, a noi interessa, tale documentazione in nostro possesso, attesta l’esistenza in epoca borbonica e forse ancora preesistente a quel periodo, in località ‘Fortino’ a Sapri, vi fossero delle fortificazioni e delle batterie costiere. Nei primi anni ’80, rinvenni dei documenti d’epoca borbonica che riguardano le batterie costiere e fortificazioni militari del Regno delle due Sicilie nel Golfo di Policastro, Palinuro, Centola ecc.. I documenti sono manoscritti e inediti. Presso l’Archivio di Stato di Napoli, ove restavano conservate, rinvenni la seguente documentazione: pandette Ministero Guerra e Segreteria di Guerra, fasci: 2306, 2409, 1960, 2325, 2364, 2325, 442, 437, Sezione militare, pandette Ministero della Guerra e Segreteria di Guerra, fasci: 442, 437, 1960, 2306, 2325, 2364, 2409, che vanno tutti sotto il nome di “Sapri“ e “Piazza di Sapri“. Si trattava di una documentazione interessantissima perchè riguardava le fortificazioni e le batterie costiere a Sapri, Palinuro, Centola ecc…e, nel Golfo di Policastro fino ad Agropoli, dell’esercito del Regno Borbonico delle Due Sicilie, nel primo trentennio dell”800. La documentazione che avevo rinvenuto all’Archivio di Stato di Napoli e che avevo già pubblicato in altri miei studi è quella illustrata nelle Figg. 5 e 6 (1-12), che facevano parte di un fondo di n. 13 fogli tratti dal Fondo Ministero Guerra (12), datati Napoli, 3 Aprile 1833, inediti. Uno del 1832 (i fogli numerati 4 e 6), è indirizzato alla Direzione del Genio del Tirreno da D. Francesco Antonio Peluso Sindaco del Comune di Sapri. La documentazione rinvenuta, ci consente di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, da sempre prima linea di difesa alla conquista del Regno e causa principale dello spopolamento delle sue coste, dall’altra, costituiscono testimonianze che contribuiscono a chiarire alcuni aspetti della progettazione e del rafforzamento militare dell’epoca nelle nostre zone costiere (6). Due dei 13 fogli, datati 1832 (quelli numerati 4 e 6 – Figg. 5 e 6), indirizzati alla Direzione del Genio del Tirreno da D., sono due processi Verbali stilati nel 1832 a Sapri dal Commissario di Guerra della Piazza di Sapri del Regno delle due Sicilie in epoca borbonica, Don Francesco Antonio Peluso Sindaco di Sapri che effettuava la disdetta di alcuni locali di proprietà del Barone Palamolla di Torraca, “tenuti in affitto dalla Guerra per uso di Magazzino delle Munizioni di Artiglieria”. I locali di proprietà del Barone Decio Palamolla, erano stati affittati dal Genio militare Napoletano che li avevano adibiti a Caserma e spalto difensivo. Dal documento si evince che detti locali erano muniti anche di batterie, essendovi munizioni, e quindi doveva essere un piccolo fortilizio armato (Figg. 5-6). Per questa documentazione, si rimanda al mio studio ivi pubblicato: “I disegni e le carte inedite del Genio militare napoletano, da me scoperte all’Archivio di Stato di Napoli.” e, “I disegni e le carte inedite del Genio militare napoletano, da me scoperte alla Biblioteca Nazionale di Napoli.”
I documenti manoscritti e rari originali tratti dall’Archivio di Stato di Napoli e dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, le cui fotoriproduzioni dagli originali abbiamo richiesto ed ottenuto recentemente. Esse rappresentano parte della documentazione da me rinvenuta oltre trenta anni fa. Ecco cosa ci scrisse la dott.ssa Orciuoli: “Gentile Studioso, in riferimento alla Sua richiesta si comunica che sono stati consultati i fasci nn. 437, 442, 2306, 2325, 2409, mentre i fasci 1960 e 2364 sono risultati mancanti. In particolare, il fascio 437, contenente un solo fascicolo, riguarda le pensioni; il fascio 442, le richieste di licenza e approvazione di matrimoni; i fasci 2306 e 2409 sono relativi rispettivamente a Difesa della frontiera e delle coste (Pescara, Civitella del Tronto, Capua, Gaeta) e alle Piazze di Nola, Brindisi, Messina, Palermo e Napoli. Ecc…”. In seguito ad una mia formale richiesta per ottenere la riproduzione digitale di alcuni documenti inediti da me scoperti nel lontano 1987, di cui alcuni feci fare le riproduzioni fotostatiche, la dott.ssa Orciuoli dell’Archivio di Stato di Napoli, a riguardo così mi rispondeva: “Solo nel fascio 2325, relativo agli edifici militari, oltre che a quelli di Torre Annunziata, Caserta, Castellammare, Baia, Portici, Granatello, Aversa, Otranto, Napoli, è presente un fascicolo 627, datato 9 marzo 1833 contenente due sottofascicoletti aventi ad oggetto “Piazza di Sapri, esercizio 1832, Processo verbale di continuazione di fitto per l’anno 1832 di un locale in Sapri di proprietà del Sig. Barone Pallamolla, per uso di magazzino delle munizioni di artiglieria” il primo, e “[…] per uso di caserma di artiglieria” il secondo.”. E’ di questi documenti che voglio parlare. Infatti, nell’Archivio di Stato di Napoli sono conservati alcune cartelle, in particolare la n. …….., che contiene il fascicolo n. 2325, relativo gli edifici militari nel Regno delle Due Sicilie ed il fascicolo n. 627, datato 9 marzo 1833 contenente due sottofascicoletti contenenti dei documenti del 1832 e 1833 che testimoniano la stipula di contratti di locazione di locali siti a Sapri e di proprietà del Barone Palamolla di Torraca. Questi locali dovevano essere adibiti a magazzino per il deposito di munizioni di artiglieria per le guarnigioni del vicino Fortino militare o piazzaforte militare. Questo fortino o piazzaforte militare doveva trovarsi nei terreni a Sapri del barone Palamolla di Torraca.
Nel corso dei miei studi e ricerche (1), rinvenni alcuni documenti presso l’Archivio di Stato di Napoli, ove erano ivi conservati nella Sezione militare, pandette del Ministero della Guerra del Regno delle due Sicilie sotto la dominazione borbonica e che facevano parte di un fondo e documentazione che andavano tutti sotto il nome di “Sapri” e “Piazza di Sapri” (5), di cui ho pubblicato ivi uno studio. La ricca documentazione inedita, conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, da me ritrovata e pubblicata prima nel 1987 e poi nel 1994 (1-3), attesta come anche con il ritorno della monarchia borbonica, dal 1819 al 1833, le fortificazioni di Sapri furono oggetto di vari movimenti e lavori di trasformazione rivolti a trasformare i riferimenti costieri, come si può vedere anche dal documento (Figg…..), in mio possesso che hanno impresso lo stesso timbro del Regno delle due Sicilie che ritroviamo anche su un altro documento (Fig…..), del 1838. Si tratta di un lasciapassare rilasciato dall’Intendente borbonico della Provincia di Bari a Giuseppe Immediato nativo di Sapri. Questa documentazione inedita, ci consente di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, da sempre prima linea di difesa alla conquista del Regno e causa principale dello spopolamento delle sue coste, dall’altra, costituiscono testimonianze che contribuiscono a chiarire alcuni aspetti della progettazione e del rafforzamento militare dell’epoca nelle nostre zone costiere (11). In particolare quelli che quì pubblico, fanno parte di un fondo di n. 13 fogli tratti dal Fondo Ministero Guerra (5), datati Napoli, 3 Aprile 1833, inediti. In uno del 1832 (i fogli numerati 4 e 6), indirizzati dall’allora Sindaco di Sapri, D. Francesco Antonio Peluso, facente funzioni di Commissario di Guerra, alla Direzione del Genio del Tirreno. In due di questi fogli, datati 1832 (i fogli numerati 4 e 6), indirizzati alla Direzione del Genio del Tirreno da Don Francesco Antonio Peluso, Sindaco di Sapri. I due documenti (Figg. 10-11), sono due processi verbali stilati nel 1832 a Sapri dal Sindaco di Sapri, facente funzioni di Commissario di Guerra della Piazza di Sapri del Regno delle due Sicilie in epoca borbonica, Francesco Antonio Peluso che effettua la disdetta di alcuni locali di proprietà del Barone Palamolla di Torraca, “tenuti in affitto dalla Guerra per uso di Magazzino delle Munizioni di Artiglieria”. I locali di proprietà del Barone Decio Palamolla, erano stati affittati dal Genio militare Napoletano che li avevano adibiti a Caserma e spalto difensivo. Dal documento si evince che detti locali erano muniti anche di batterie essendovi munizioni e quindi doveva essere un piccolo fortino. Per questa documentazione, si rimanda a due miei studi ivi pubblicati: “Le carte inedite del Genio Militare Napoletano, da me scoperte all’Archivio di Statodi Napoli.” e, “I disegni e le carte inedite del Genio Militare Napoletano, da me scoperte alla Biblioteca Nazionale di Napoli.”.
(Fig….) Direzione del Genio del Tirreno (Genio Militare del Regno delle Due Sicilie) – documenti inediti del 1832
Nel 24 dicembre 1838, Sapri è Comune del Regno delle Due Sicilie di Ferdinando II di Borbone
Nel 1836, Sapri era denominata“Terra Saprorum” nel più antico Registro della Curia della Parrocchia di Sapri
Il 1836 è l’anno del più antico registro dei nati e dei defunti esistente custodito dalla curia nella parrocchia di Sapri, il paese viene denominato “Terra Saprorum.”.
I posti doganali e le Torri costiere nel territorio Saprese
Nel 24 dicembre 1838, l’Intendente della Provincia di Bari rilascia carta di passaggio a Giuseppe Immediato nativo di Sapri
L’indagine geo-storica, può essere condotta anche attraverso l’indagine sugli scritti a stampa o documenti esistenti. A Sapri, in epoca borbonica e forse ancora prima, come ho già scritto in un altro mio saggio ivi, esisteva una batteria costiera nel luogo di Punta del ‘Fortino’, corrispondente all’attuale Ospedale civile di Sapri. Nel mio saggio sulla batteria costiera della Punta del Fortino, dicevo pure che ivi era il posto doganale che interessò lo sbarco di Pisacane. In quel tratto di costa vi era una torre forse d’epoca Angioina, detta ‘Torre del Buondormire’. A Sapri, sono diverse le testimonianze che attestano la presenza in epoca borbonica, anche la tempo dell’eccidio del Carducci, nel 1848, di due avamposti di confine adibiti a posti doganali. Io posseggo una ‘carta di passaggio’, un lasciapassare, un documento che veniva rilasciato dall’Intendente al posto doganale a chi dovesse oltrepassare o recarsi in viaggio presso un’altra provincia del Regno delle due Sicilie. Le immagini delle due Figg…, illustrano due lasciapassare o ‘Carta di Passaggio’, datate 24 dicembre 1838, rilasciato dall’Intendente borbonico della Provincia di Bari a Giuseppe Immediato nativo di Sapri. La prima immagine illustra la ‘Carta di passaggio’, che appartiene alla famiglia Gallotti di Sapri, dove l’Intendente della Provincia di Salerno, rilascia Cara di Passaggio al Sig. Biagio Antonio Gallotti, il 3 giugno 1837. Il 24 dicembre 1834 è l’anno del lasciapassare o ‘carta di Passaggio’ concesso al sig. Immediato di Sapri. Lo possiamo leggere nel documento illustrato nell’immagine su carta vergata intolato alla maestà di Ferdinando II di Borbone re del Regno delle Due Sicilie. Il Pesce (…), a p. 9, del suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda’, parlando dell’avvistamento del gruppo di rivoltosi al seguito di Costabile Carducci nel 1848, ad opera del prete Vincenzo Peluso, che si trovava in una sua dimora non lontano da Acquafredda, detta “Rotondella”, in proposito scriveva che: “Fatto chiamare immantinenti dalla vicina Torre, residenza delle guardie doganali, il brigatiere Salvatore Miggiani…“. Dunque, Carlo Pesce (…), traendo alcune notizie dagli Atti dei processi intentati contro i Pelusiani dell’epoca, riferiva che nel 1848, all’epoca del Regno delle due Sicilie Borbonico, a Sapri, dopo lo scoglio dello ‘Scialandro‘, vi era una “vicina Torre, residenza delle guardie doganali…“. Sempre il Pesce (…), a p. 10, racconta che il Peluso, che si trovava in una casetta ai confini tra Sapri e Acquafredda, scrive che “mandò tosto a chiamare tutti i contadini del villaggio, che si trovavano a mietere il grano nella difesa di Carmine Perazzi sul monte tra Acquafredda e Sapri.”. Dunque, il Pesce, sulla scorta degli Atti processuali conservati al Tribunale di Lagonegro, si riferiva al monte Ceraso, tra Acquafredda e Sapri. Il Pesce, parlava di una vicina Torre, residenza delle guardie Doganali e poi parlava della ‘difesa’ di Carmine Perazzi, sul monte (il Ceraso) tra Acquafredda e Sapri, dove vi era già all’epoca il confine tra le due Regioni. La citazione del Pesce (…), in cui egli accenna a una “Torre, residenza delle guardie doganali”, che doveva trovarsi sul monte Ceraso e vicino Acquafredda, posso solo dire che nel luogo chiamato “Casale del Confine”, doveva esserci già al tempo del Regno di Napoli aragonese un piccolo casale o borgo in cui vi era un posto doganale, o una guarnigione adibita alla guardia della dogana, forse angioina prima che aragonese, trovandosi questo posto proprio sul vecchio confine tra l’ex ‘Principato Citra’ borbonico (l’attuale Provincia di Salerno), di cui faceva parte il mandamento di Sapri, confinante con la ‘Terra di Basilicata’, di cui faceva parte la frazione di Acquafredda. All’epoca della delineazione della mappa in questione, il territorio in questione, faceva parte del Regno di Napoli, e dunque, sul monte Ceraso, esisteva o era già conosciuto il confine geografico e politico tra il Principato Citra, a cui apparteneva Sapri e, il Principato della Terra di Basilicata. Osservando però le vedute satellitali Landsat tratte da Google maps o Earth, notiamo che la linea tratteggiata che indica il confine geografico tra le due Regioni oggi, è segnato e ricalca l’attuale frattura del ‘Canale di Mezzanotte’. Infatti, recandoci sulla SS. 18 Tirrenica inferiore, che corre verso Acquafredda, proprio sul ponte del ‘Canale di Mezzanotte‘, troviamo la segnaletica che indica ivi la linea di confine. E’ molto probabile che dall’epoca del Regno di Napoli Aragonese, la linea di confine che si trovava all’altezza dello scoglio dello scoglio dello ‘Scialandro’ e che si protendeva sul versante sud del monte Ceraso, sia stato nei secoli, forse in epoca Borbonica spostato a favore del Comune di Sapri e a discapito della frazione di Acquafredda. E’ un aspetto questo che andrebbe ulteriormente indagato. Confrontando l’antica mappa d’epoca Aragonese, con le più antiche carte catastali conosciute e conservate presso l’Archivio del Comune di Sapri e dell’UTE di Salerno, il luogo dove è stato segnato il toponimo “Casale del Confine”, non corrisponde affatto all’attuale confine fra le due Regioni, la Campania e la Basilicata.
(Fig….) Carta di passaggio datato 24 dicembre 1838, lasciapassare al sig. Giuseppe Immediato di Sapri
(Fig….) Timbro della Prefettura di Polizia del Regno delle Due Sicilie di re Francesco II e del Comune di Rivello – proprietà Attanasio – inedito
Nel 20 maggio 1838, la visita di Artur John Strutt e del suo amico poeta William Jackson
(Fig….) Strutt Arthur John, A pedestrian tour in Calabria & Sicily, 1842; si veda anche ristampa edizione Galzerano con traduzione
Arthur John Strutt è stato un pittore, incisore, viaggiatore, scrittore ed archeologo inglese. Rimase per il resto della sua vita in Italia, interessandosi soprattutto agli aspetti “pittoreschi”, in particolare a quelli della Campagna romana, rivolgendo la sua attenzione, in modo specifico, ai paesaggi e ai costumi degli abitanti. Nel 1838 intraprese un viaggio a piedi verso il sud dell’Italia (allora Regno delle Due Sicilie, in compagnia dell’amico William Jackson. Il 30 aprile giunse a Palermo e il 15 dicembre, dopo aver attraversato la Campania e la Calabria. Le sue osservazioni furono raccolte in un libro, “A pedestrian tour in Calabria & Sicily” (Un viaggio a piedi in Calabria e in Sicilia) che ebbe un notevole successo, soprattutto nei paesi anglosassoni, ed è considerato ancor oggi un documento molto importante per comprendere la società del Regno delle due Sicilie nel periodo pre-unitario. Strutt (…), si recò in viaggio nel Regno Delle Due Sicilie e visitò diversi luoghi del basso Cilento. Strutt visitò Castellabate, Cameroda, Pioppi, Policastro, Sapri.
(Fig….) Strutt Arthur John, op. cit., p. 67, visita a Sapri nel 20 maggio 1838
Nel 6 giugno 1841, “Francescantonio” Eboli
Degli Eboli di Sapri vi sono documenti contenuti nei Registri dei “matrimoni” ecc…conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno. Infatti, guardando i documenti on-line scansiti per l’anno 1841 dei registri dei “Matrimoni” nel Regno delle Due Sicilie “Stato civile della Restaurazione” conservati all’Archivio di Stato di Salerno. Secondo una recente segnalazione dell’amico Massimo Basilici, studioso di Pereto, un paese dell’Abruzzo, dai Registri conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, risultano alcune evidenze su alcuni Eboli di Sapri trasferitisi a Poggio Cinolfo. Basilici ha condotto delle ricerche anagrafiche e storiche sulle famiglie e cognomi comuni di Pereto servendosi della ricca documentazione conservata presso gli Archivi di Stato dell’Aquila ed altro. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente in proposito scriveva che: “Agli inizi dell’Ottocento a Poggio Cinolfo visse Francescantonio di professione ‘calderaro’. (66).”. Nella sua nota (66) egli postillava che: “(66) ASAq, Poggio Cinolfo, Nati, anno 1844. Da segnalare che in altre registrazioni anagrafiche di Poggio Cinolfo si trova distinta la professione di ‘ferraro’.”. Basilici (….) per “ASAq”, intende l’Archivio di Stato di Aquila. Basilici riferendosi a Francescantonio Eboli scriveva pure che: “Sposò Gallotti Rosa, di professione ‘filatrice’ (68), domiciliata in Poggio Cinolfo che sarebbe nata intorno all’anno 1811. (68).”. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente, a p. 117 in proposito scriveva che: “Da quanto rinvenuto nei registri di Poggio Cinolfo e quelli di Sapri, si possono estrarre delle considerazioni: – il cognome Eboli ad inizio Ottocento era presente in entrambi i paesi con un certo Francescantonio. A Sapri di Eboli ve ne erano diversi, mentre a Poggio Cinolfo uno solo. – a Sapri si trovano diverse persone che di professione erano ramaioli, ovvero era una professione diffusa che in altri paesi, come ad esempio Poggio Cinolfo, erano chiamati calderari. Ecc..”. Dunque, l’amico Basilici ci parla dell’antica Famiglia degli Eboli a Sapri e a Pareto. Basilici, nell’“Appendici” al suo testo, a p. 115 riferendosi agli “Eboli” in proposito scriveva che: “Le Origini. Di seguito sono riportate le ricerche condotte per trovare informazioni sulle origini degli Eboli di Poggio Cinolfo.”. In realtà ed inconsapevolmente, l’amico Basilici attraverso la sua ricerca trova diversi documenti interessantissimi sugli Eboli di Sapri. Il Basilici, a p. 116 egli in proposito scriveva che: “Prendendo in considerazione la provenienza da Sapri, è stata condotta una ricerca sui matrimoni a Sapri dal 1844, andando a ritroso fino all’anno 1828. Non si trova alcun matrimonio con Rosa Gallotti. Si trova invece il matrimonio di un certo Francescantonio Eboli, di professione pastore, il 6 giugno 1841 di anni 26. Era figlio di Biagio, anche lui pastore, e di Anna Maria Gerbasi. Sposò Maddalena Pasquale (Pasquale è il cognome) di 17 anni di Sapri (147).”. Basilici a p. 116 nella sua nota (147) postillava che: “(147) ASSa, matrimoni, anno 1841, registrazione numero 8.”. Infatti, all’Archivio di Stato dell’Aquila, troviamo al fascicolo 5762, registrazione n° 8 (immagine n° 36), il 6 giugno 1841 troviamo un certo “Francescantonio” Eboli, forse mio avo, di professione pastore e figlio di Biagio Eboli, anche lui pastore e Anna Maria Gerbasi. Sposò Maddalena Pasquale (Pasquale è il cognome), di 17 anni di Sapri.
(Fig….) Archivio di Stato di Salerno – Registri di Sapri: “Matrimoni”, anno 1841, n° d’ordine 8
Sempre il Basilici a p. 116 in proposito scriveva che: “Per celebrare il matrimonio fu predisposto un ‘processetto’; (148) in questo si trovano delle carte autografe che forniscono altre informazioni. Francescantonio sarebbe nato il 13 marzo 1815 da ‘Biase’ (scritto per Biagio), mentre Maddalena sarebbe nata il 22 marzo 1824 (149). Il registro delle nascite di Sapri dell’anno 1815 è mancante, quindi non si hanno altre informazioni sulle origini di Francescantonio. E’ stata svolta anche una ricerca nelle registrazioni delle nascite di Sapri per trovare riferimenti al cognome Gallotti, con l’obiettivo di trovare una eventuale Rosa Gallotti. Nell’anno 1823 trovo tre registrazioni di nascite con il cognome Gallotti. Trovo tra queste una Rosa Maria Gallotti, figlia di Domenico, di professione ‘ramaio’, e Milo Maria, nata il 31 agosto 1823 (150).”. Basilici, a p. 116, nella sua nota (150) postillava che: “(150) ASSa, nati, anno 1823, registrazione numero 36.”.
(Fig….) Archivio di Stato di Salerno – Registri di Sapri: “Nati”, anno 1823, n° d’ordine 36
Dunque, il Basilici, trova tre registrazioni di nascite a nome di Rosa Gallotti
Nel 16 aprile 1844, a Sapri sbarcò la colonna mobile del Maggiore Gabriele De Cornè
Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, a p. 71 in proposito scriveva che: “Le agitazioni furono represse dal Governo colla spedizione di una colonna mobile, comandata dal Maggiore Gabriele De Cornè. Questi, imbarcatosi a Napoli alla presenza del re Ferdinando il 15 aprile 1844, sbarcò colla nave Ruggiero a Sapri, nel golfo di Policastro, il giorno dopo; indi si recò a Maratea, a Lagonegro e proseguì per i distretti di Sala Consilina e di Vallo della Lucania (Archivio di Stato di Napoli: Prefettura di Polizia, anno 1843, incartamento 856, vol. 15, p. I, citato dal Mazziotti: Costabile Carducci e i moti del Cilento nel 1848, I, p. 63). Il popolo faceva buona accoglienza delle truppe del re, ma sotto covava e nascondeva il fuoco. Ecc…Il commissario Marchese aveva avuto sentore della sommossa, la cui minaccia ecc..ecc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, a p. 63 del vol. I (riferendosi all’anno 1844) in proposito scriveva che: “Il governo nella primavera dell’anno seguente, per tenere a freno gli spiriti irrequieti mandava nella provincia una colonna mobile comandata dal maggiore Gabriele De Cornè, che, imbarcatosi alla presenza del re il 15 aprile 1844 su la fregata ‘Ruggiero’, approdava il dì seguente a Sapri. La colonna si recò il 17 a Maratea, poi a Lagonegro e quindi, retrocedendo, traversò i distretti di Vallo e di Sala (3).”. Il Mazziotti a p. 63, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Archivio di Napoli, prefettura di polizia, anno 1843, incart. 856, vol. 15, p. I.”.
Nel 1846, Biagio Palamolla, 6° barone di Torraca, dopo la morte di Teresa Moscati, sua madre e, diventa marchese di Poppano
Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846…..ecc…“.
Nel 1846, Sapri nella ‘Guida del Pilota’ di Pier Luigi Cavalcanti
Pier Luigi Cavalcanti (…), nella sua ‘Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie’, nel 1846, a p. 45, nel suo portolano, così descriveva la costa ed i porti del basso Cilento. Il Cavalcanti aggiunge delle notizie interessanti sulle torri che vedeva:
I MARTIRI DELLA LIBERTA’ A SAPRI: COSTABILE CARDUCCI, CARLO PISACANE e GARIBALDINI
I MOTI RIVOLUZIONARI DEL ’48 NEL CILENTO E A SAPRI
I moti del Cilento nel 1848 furono alcuni dei moti nel meridione italiano precursori della spedizione dei Mille di Garibaldi. Erano stati preceduti vent’anni prima dai moti del Cilento nel 1828. La sollevazione fu iniziata il 17 gennaio 1848 nel Cilento, alla notizia dei moti di Palermo, sotto la guida di Costabile Carducci[1]La rivoluzione del 1848 nel meridione italiano fu sostanzialmente organizzata e centrata inizialmente a Palermo. La natura popolare della rivolta siciliana, che prese inizio il 12 gennaio sotto la guida di Rosolino Pilo e Giuseppe La Masa, era evidente per il fatto che manifesti e volantini vennero distribuiti tre giorni prima gli atti veri e propri rivoluzionari. Il tempo d’inizio fu deliberatamente scelto affinché coincidesse con il compleanno di Ferdinando II delle Due Sicilie, essendo egli stesso nato a Palermo nel 1810 durante il periodo di occupazione napoleonica del Regno di Napoli. L’esercito borbonico capitanato dal generale De Majo oppose una debole resistenza, e si ritirò dall’isola. Messina e Palermo, tuttavia, vennero bombardate duramente dall’esercito in ritirata, un gesto che costerà al re Borbone l’appellativo di “Re bomba” e le proteste di Francia, Russia, Stati Uniti d’America ed altri paesi. In provincia di Salerno Costabile Carducci organizzò una rivolta simile nel Cilento, con successo iniziale. Infatti nella seconda metà del gennaio 1848 Costabile Carducci, abbracciate le idee carbonare, capeggiò i moti nel Cilento. Insorgevano Castellabate, Pollica e Torchiara a opera di gruppi radicali della piccola borghesia. Poiché i patrioti avevano deciso d’iniziare l’insurrezione nel Salernitano (una sommossa a Napoli per la presenza in questa città d’ingenti forze di polizia borboniche era impossibile), egli ricevette da Carlo Poerio l’ordine di recarsi nel Cilento. Il Carducci si pose quindi a capo del movimento insurrezionale a Torchiara vicino Agropoli, assumendo poi anche il comando degli insorti dei paesi vicini. Sperava di poter estendere il moto alla Basilicata e alla Calabria, ma la mancanza di una salda e univoca formazione politica con funzione direttiva rese caotiche le sue operazioni militari. Comunque i Borboni, sconfitti in Sicilia, furono costretti a scendere a patti con lui. Ottenuta la Costituzione, Carducci rivestì il ruolo di colonnello comandante nella Guardia nazionale di Salerno. Ma quando la monarchia borbonica, prendendo spunto da una sommossa del 15 maggio, sciolse il Parlamento borbonico, Carducci fu costretto a fuggire a Roma. Successivamente Costabile Carducci tentò di scatenare la rivolta di nuovo nel Cilento ed in Calabria nell’estate del 1848: raccolte nel Vallo di Diano (in provincia di Salerno) le superstiti forze salernitane e lucane a luglio, cercò di tornare nel Cilento ma -quasi naufragato vicino Maratea- fu fatto prigioniero ed ucciso barbaramente dai borbonici.[3] La conseguente repressione borbonica fu feroce nel Cilento, soffocando ogni tentativo patriottico risorgimentale fino allo sbarco di Carlo Pisacane nel 1857.
Nel 30 gennaio 1848, i moti del ’48, l’occupazione di Camerota, Policastro, Vibonati
Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. I, a pp. 107 e ssg., in proposito scriveva pure che: “XIII. Da Pisciotta il Carducci il dì seguente con molti liberali del paese, tra cui Giuseppe Pagano, e con una compagnia di vallesi condotta da Stefano Passero andò a Centola, ospite della famiglia Lupo. Il Passero sequestrando per ordine del suo capo una somma di ducati trenta al cassiere comunale ne rilasciava ricevuta, apponendovi questa data “Centola, undecimo giorno della nostra rigenerazione”. Correva voce che le masse avrebbero proseguito per Celle e per Roccagloriosa passando per Policastro. Il fiero capourbano del paese, facendo lo spavaldo, adunava gli urbani per contrastare ad esse il passo (2). Il vescovo di Policastro Mons. Laudisio con il clero e con gli alunni del seminario si chiuse in chiesa pregando in continuazione i santi per scansare il pericolo. Con viva soddisfazione seppe a l’improvviso che le masse sarebbero andate invece direttamente a Laurito, lasciando così da parte la sua tranquilla residenza! Ilare e contento scriveva il giorno 27: “Il clero ed i ragazzi del seminario stettero in continuazione a pregare Gesù e la Madonna, e nostro Signore fece allontanare quell’orda”(1). Una triste sorpresa attendeva il timido prelato. Il Carducci si proponeva infatti di andare a Laurito e di là a Casaletto ad aspettare gli emissari che i liberali della Basilicata dovevano inviare (2). Ma informato che ancora non si apprestava in quella provincia alcun concorso, mutava di nuovo il suo programma. Distaccate due compagnie, una sotto il comando di Nicola Antonio Gatti di Ceraso a Futani, l’altra capitanata da Stefano Passero a Torra Orsaia, con ordine ad entrambe di attenderlo a Sanza, egli col grosso della colonna procedeva per Camerota il giorno 28 e quindi si volgeva proprio a Policastro. Il vescovo ed il capourbano, a l’annunzio, fuggivano precipitosamente nella notte successiva, lasciando nello spavento circa un centinaio di alunni del seminario. La mattina seguente, 30 gennaio, la colonna entrava in Policastro, incontrata festosamente da Cristoforo Falcone, il vecchio relegato a la Pantelleria per i fatti del 1821, che seguì di poi con i suoi figli la colonna. Questa, ignara degli avvenimenti della capitale, passando per Capitello, proseguiva il 31 gennaio per Vibonati, vi bruciava le carte di polizia e disarmava i gendarmi (1). Il giudice regio del circondario Michele Palieri, soddisfatto che contro i timori invalsi i rivoltosi avessero rispettato le vie e le proprietà, si affrettava a scrivere al conte di S. Secondo, sottointendente di Sala: “Il contegno di tutti i capi è la moderazione e la affabilità, severa è la diciplina dei loro subordinati. Fermo al mio posto ho fatto sì che nessuno fuggisse tocco da timore panico e sono contento di essere riuscito ad estinguere una scintilla capace di accendere il più spaventoso incendio anarchico” (2). Questo rapporto, che il sottointendente trasmise in alto dicendo di ritenerlo fatto sotto l’influenza dei cilentani, segnò il principio delle sventure del buon giudice (3).”. Mazziotti, a p. 108, nella nota (1) postillava: “(1) Relazione del giudice Palieri del 4 febbraio 1848. Processo Carducci, Archivio provinciale di Potenza.”. Mazziotti, a p. 108, nella nota (2) postillava: “(2) Lettera del Carducci da Pisciotta del 28 genaio, esistente presso di me.”. Mazziotti, a p. 109, nella nota (1-2) postillava: “(1-2) Rapporto del Palieri del 4 febbraio già citato.”. Mazziotti, a p. 109, nella nota (3) postillava: “(3) Lettera del sottointendente di Sala del 6 febbraio.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 328, in proposito scriveva che: “E pure Sanza come la maggior parte dei comuni della provincia di Salerno, aveva anch’essa avuto i suoi liberali, principalissimi tra i quali, D. Terenzio, D. Luigi e D. Rocco Barzellona (1).”. Su don Terenzio, Bilotti, a p. 328, nella nota (1) postillava: “(1) Il primo già settario fin dal 1820, avea ricettato nei suoi casini di Torre di Panno e Sirippi Costabile Carducci, quando nel 1848 fu nel Cilento, e di lì lo aveva fatto accompagnare in Calabria e poco dopo lo aveva richiamato per tentare nuove rivolte, quando quel patriotta caduto nelle mani degli urbani di Sapri, fu fatto assassinare dal famigerato prete Peluso. Il Barzellona era stato in attiva corrispondenza col su parente D. Leonino Vinciprova da Omignano etc…”.
Nel 29 gennaio 1848, il Cav. FELICE PECORELLI, capourbano di Policastro Bussentino e Santa Marina
Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. I, a pp. 107 e ssg., in proposito scriveva pure che: “XIII. Da Pisciotta il Carducci… Correva voce che le masse avrebbero proseguito per Celle e per Roccagloriosa passando per Policastro. Il fiero capourbano del paese, facendo lo spavaldo, adunava gli urbani per contrastare ad esse il passo (2). Il vescovo di Policastro Mons. Laudisio con il clero e con gli alunni del seminario si chiuse in chiesa pregando in continuazione i santi per scansare il pericolo. Con viva soddisfazione seppe a l’improvviso che le masse sarebbero andate invece direttamente a Laurito, lasciando così da parte la sua tranquilla residenza! Ilare e contento scriveva il giorno 27: “Il clero ed i ragazzi del seminario stettero in continuazione a pregare Gesù e la Madonna, e nostro Signore fece allontanare quell’orda”(1)….Ma informato che ancora non si apprestava in quella provincia alcun concorso, mutava di nuovo il suo programma. Distaccate due compagnie, una sotto il comando di Nicola Antonio Gatti di Ceraso a Futani, l’altra capitanata da Stefano Passero a Torra Orsaia, con ordine ad entrambe di attenderlo a Sanza, egli col grosso della colonna procedeva per Camerota il giorno 28 e quindi si volgeva proprio a Policastro. Il vescovo ed il capourbano, a l’annunzio, fuggivano precipitosamente nella notte successiva, lasciando nello spavento circa un centinaio di alunni del seminario.“. Mazziotti, a p. 108, nella nota (1) postillava: “(1) Relazione del giudice Palieri del 4 febbraio 1848. Processo Carducci, Archivio provinciale di Potenza.”. Sul cav. Pecorelli filoborbonico di Policastro Bussentino (Santa Marina), ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 234, in proposito scriveva che: “I cacciatori quindi recatisi a Tortorella ed ivi raggiunti anche dal cav. Felice Pecorelli con la sua squadriglia, proseguirono per Casaletto dove giunsero nelle ore pomeridiane e si accamparono nel largo detto Campo (2) per passarvi la notte. Il giorno seguente ripresero il cammino per Buonabitacolo.”. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 16 parlando dei moti calabresi del ’48, in proposito scriveva che: “Intanto il Peluso, col tuono di grande inquisitore, prese ad interrogare il Carducci; cui ripeteva con cipiglio beffardo ed insolente: “Ditemi ora, o Signore, perchè m’avete sempre perseguitato e minacciato ? Che male v’avevo fatto io, povero vecchio, oltre dei miei principii politici dissenzienti dai vostri ? Quando capitanaste la ribellione nel Cilento, minacciaste persino (e lo seppi da fonte sicura) d’uccidere me, monsignor Laudisio e il cav. Pecorelli di Policastro; etc…”. Angelo Guzzo, nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero etc…”, a pp. 208 e ssg., in proposito scriveva che: “Il fiero e spavaldo capourbano di Policastro e Santa Marina Felice Pecorelli, radunò i cittadini per opporre resistenza. Il vescovo Mons. Laudisio, spaventato, si rinchiuse in cattedrale con i sacerdoti ed i seminaristi pregando i Santi perché scansansero il pericolo (35). La sua soddisfazione dovette essere enorme quando seppe che i rivoltosi sarebbero andati a Laurito. Ma il giorno dopo, 28 gennaio, una trist sorpresa era riservata al timido Vescovo. Il Carducci si era proposto …..Però fu costretto a mutare programma, etc…(36)….Le due compagnie avevano avuto l’ordine di attenderlo a Sanza. All’annunzio dell’imminente arrivo delle truppe, Mons. Laudisio e Felice Pecorelli, la notte del 29 gennaio, se la diedero a gambe, lasciando circa 100 seminaristi e moltissimi policastresi in preda allo spavento.“. Guzzo, a p. 209, nella nota (36) postillava: “(36) M. Mazziotti, op. cit., pag. 98 e seg.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 68, in proposito scriveva che: “Il capourbano di Santa Marina cav. Felice Pecorelli, anche lui per chiedere una ricompensa, chiamava Pisacane “Socialista”, e altri l’hanno imitato. Dubitiamo che Pecorelli sapesse cosa fosse il socialismo, ma lo intendeva semplicemente come insulto. Il fatto storico è che Pisacane era mazziniano. E Mazzini era tanto poco marxista, quanto Marx era mazziniano. E’ tutt’è due non sono sospetti di fascismo”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969 parlando degli attendibili e delle famiglie potenti cilentane e del loro facile voltafaccia, a p. 80-81, in proposito scriveva che: “Il ricordo delle effervescenze del Quarantotto, quando le bande contadine del Cilento portarono nella lotta il peso dei loro più immediati interessi ed avanzarono rivendicazioni sulla terra di carattere “comunistico”, risvegliarono la paura dei “rossi” e paralizzarono il timido entusiasmo dei meno reazionari rappresentanti della borghesia locale (72).”. Cassese, a p. 81, nella nota (72) postillava: “(72) E’ interessante rilevare la determinazione di “socialisti” data ai compagni di Pisacane. Il capourbano di S. Marina e Policastro, cav. Felice Pecorelli, nel chiedere, come tanti altri, un premio per l’opera svolta, dice che, unitosi con le regie truppe, era corso a “tracciare le orme dei ‘rivoltosi socialisti’, che venian rotti in Padula” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. VIII, c. 183).”.
Il 2 febbraio 1848, il sindaco di Sapri, ANGELO TINELLI invitò con una lettera a Sapri il Carducci che inviò la colonna del Passero
Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. I, a p. 109, continuando il suo racconto scriveva pure che: “Il sindaco di Sapri, Angelo Tinelli, il 2 febbraio invitava il Carducci a soffemarsi nel suo comune, ma egli vi mandava invece il distaccamento comandato da Stefano Passero. I liberali di Sapri, tra cui Giovanni Gallotti con i suoi figli Salvatore e Raffaele, il clero con l’arciprete Nicola Timpanelli accolsero festevolmente le masse con la bandiera tricolore e con la croce. L’arciprete le guidava in chiesa, intuonava il ‘Te Deum’ e quindi asceso sul pergamo predicava al popolo. Abitava allora in Sapri, suo paese nativo, un vecchio prete, Vincenzo Peluso, fanatico sanfedista del 1799, che fuggito per delitti di sangue in Sicilia il 1809 vi era stato ricevuto con grande favore da la Corte borbonica, di cui divenne familiare, tanto che, vuolsi, avesse accompagnato la regina Carolina a Vienna il 1815 (1). Al Peluso si riferiva, a l’approssimarsi delle masse, che queste volessero ucciderlo e bruciargli la casa; voce al certo foggiata per malignità dei suoi nemici o per quella smania tanto comune di apparire bene informati e di dare preziosi consigli. Il vecchio prete a queste voci lasciava frettolosamente il paese con alcuni suoi fidi e per timore andava ramingo per le campagne, riparando la notte in alcune caverne. Il Carducci, dopo breve dimora in Vibonati, saliva con i suoi seguaci per una via mulattiera a Rofrano.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215 parlando di don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: “Con la bandiera tricolore andò incontro ai rivoltosi Cilentani capitanati da Costabile Carducci e Stefano Passero ospitandoli in casa propria. Era in Chiesa quando l’arciprete di Sapri, don Nicola Timpanelli, celebrò Messa col canto del Te-Deum per ringraziamento. Con l’accordo del Sindaco di Sapri, Angelo Tinelli, fece loro dare cento ducati dalla casa comunale.”.
Il 4 febbraio 1848, a Vibonati, Costabile Carducci è ospite della famiglia dell’amico GAETANO GIFFONI
Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. I, a p. 109, continuando il suo racconto scriveva pure che: “Il Carducci, rimasto qualche giorno a Policastro, raggiungeva i suoi il 4 febbraio a Vibonati, accettando ivi l’ospitalità offertagli da Gaetano Giffoni. Il sindaco di Sapri, Angelo Tinelli, il 2 febbraio invitava il Carducci a soffemarsi nel suo comune, ma egli vi mandava invece il distaccamento comandato da Stefano Passero. I liberali di Sapri, tra cui Giovanni Gallotti con i suoi figli Salvatore e Raffaele, il clero con l’arciprete Nicola Timpanelli accolsero festevolmente le masse con la bandiera tricolore e con la croce. L’arciprete le guidava in chiesa, intuonava il ‘Te Deum’ e quindi asceso sul pergamo predicava al popolo. Abitava allora in Sapri, suo paese nativo, un vecchio prete, Vincenzo Peluso, fanatico sanfedista del 1799, che fuggito per delitti di sangue in Sicilia il 1809 vi era stato ricevuto con grande favore da la Corte borbonica, di cui divenne familiare, tanto che, vuolsi, avesse accompagnato la regina Carolina a Vienna il 1815 (1). Al Peluso si riferiva, a l’approssimarsi dele masse, che queste volessero ucciderlo e bruciargli la casa; voce al certo foggiata per malignità dei suoi nemici o per quella smania tanto comune di apparire bene informati e di dare preziosi consigli. Il vecchio prete a queste voci lasciava frettolosamente il paese con alcuni suoi fidi e per timore andava ramingo per le campagne, riparando la notte in alcune caverne. Il Carducci, dopo breve dimora in Vibonati, saliva con i suoi seguaci per una via mulattiera a Rofrano.”. Angelo Guzzo, nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero etc…”, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 30 gennaio la colonna giungeva a Policastro, il Carducci, passando per Capitello, raggiungeva la sua colonna il 4 febbraio a Vibonati, dove i rivoltosi, il 31 gennaio, avevano bruciato le carte di polizia e disarmato i gendarmi (36). Il giudice regio del Circondario Michele Polieri, nell’occasione, scriveva che a Vibonati i rivoltosi non avevano ucciso alcuno. A Vibonati il Carducci fu ospite della famiglia del suo amico Gaetano Giffoni. Dopo breve sosta, il Carducci saliva con i suoi seguaci, per una via mulattiera verso Rofrano.”. Guzzo, a p. 209, nella nota (36) postillava: “(36) M. Mazziotti, op. cit., pag. 98 e seg.”.
Il 4 febbraio 1848, a Vibonati, il giudice regio MICHELE PALIERI
Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. I, a pp. 107 e ssg., in proposito scriveva pure che: “XIII….Questa, ignara degli avvenimenti della capitale, passando per Capitello, proseguiva il 31 gennaio per Vibonati, vi bruciava le carte di polizia e disarmava i gendarmi (1). Il giudice regio del circondario Michele Palieri, soddisfatto che contro i timori invalsi i rivoltosi avessero rispettato le vie e le proprietà, si affrettava a scrivere al conte di S. Secondo, sottointendente di Sala: “Il contegno di tutti i capi è la moderazione e la affabilità, severa è la diciplina dei loro subordinati. Fermo al mio posto ho fatto sì che nessuno fuggisse tocco da timore panico e sono contento di essere riuscito ad estinguere una scintilla capace di accendere il più spaventoso incendio anarchico” (2). Questo rapporto, che il sottointendente trasmise in alto dicendo di ritenerlo fatto sotto l’influenza dei cilentani, segnò il principio delle sventure del buon giudice (3).”. Mazziotti, a p. 108, nella nota (1) postillava: “(1) Relazione del giudice Palieri del 4 febbraio 1848. Processo Carducci, Archivio provinciale di Potenza.”. Mazziotti, a p. 108, nella nota (2) postillava: “(2) Lettera del Carducci da Pisciotta del 28 genaio, esistente presso di me.”. Mazziotti, a p. 109, nella nota (1-2) postillava: “(1-2) Rapporto del Palieri del 4 febbraio già citato.”. Mazziotti, a p. 109, nella nota (3) postillava: “(3) Lettera del sottointendente di Sala del 6 febbraio.”. Sulla benevola relazione del giudice Gaetano Palieri, del circondario di Vibonati, Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a p. 98, in proposito aggiungeva che: “Una grossa tempesta si addensava sul capo dei due giudici regi, massime del Palieri già guardato in alto con sinistra prevenzione. Pochi mesi prima, nel gennaio, egli ingenuamente aveva riferito che le masse cilentane durante il passaggio per il suo circondario non avevano commesso alcuna violenza, anzi imprudentemente si era lasciato sfuggire alcune parole benevole per il loro contegno. Il sottointendente del tempo, come ho raccontato (2), nel trasmettere a Salerno la relazione, aveva espresso il sospetto che questa fosse stata scritta d’accordo con i capi delle bande. Il sospetto era subito divenuto certezza nelle sfere ufficiali!.”. Mazziotti, a p. 98, nella nota (2) postillava: “(2) Vol. 1°, pag. 109”. Mazziotti, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Processo Carducci, vol. 2°, parte 2°”.
Il 13 giugno 1848, Carducci scriveva da Paola a Ricciardi perchè voleva recarsi a Sapri
Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. I, a pp. 183 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Quindi scriveva sollecitamente al Ricciardi così: “Paola, a le 3 dopo mezzanotte del 13 giugno 1848. Mio caro amico, Giacomino Longo si è portato in Catanzaro per porsi a la testa di quel movimento. Sono calati (discesi) in Sapri duemila regi, che sento già attaccati da la nostra gente colà da me fatta muovere (2); mi ci vorrei portare, ma amerei prima avere con voi un abboccamento. Qualora approviate la mia partenza per Sapri, procurate di disporre che mi venga data una forza a mia disposizione di un centinaio di uomini, onde non ricevere qualche incontro per le strade; il di più con il vivo della voce” (3).”. Mazziotti, vol. I, a p. 183, nella nota (2) postillava: “(2) Notizia erronea. La colonna sbarcata a Sapri non incontrò resistenza.”.
Il 10 giugno 1848, i moti del ’48, il generale Busacca sbarcò a Sapri
L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, a p. 365, in proposito scriveva che: “A reprimere l’insurrezione calabra il Re mandò per mare il Generale Nunziante ed il Generale Busacca, che dovevano convergere per Cosenza. Quest’ultimo sbarcò col suo esercito sulla spiaggia di Sapri nel 10 Giugno, e passando per Rivello proseguì per la strada delle Calabrie. Nel tempo stesso il Generale Lanza, con una colonna mobile, partiva da Nocera, e percorrendo la strada consolare accorreva alle repressione. Quest’esercito di 1600 uomini, con cavalli, carri e cannoni, giunse a Lagonegro nel 20 Giugno in posizione di guerra, cò fucili e le pistole impugnate, destando il terrore nella popolazione, mentre i cittadini più liberali avevano preso il largo, ed il Comune dovè somministrare vitto e alloggio. Proseguendo la marcia il Generale Lanza per le Calabrie, attaccò i rivoltosi sulle alture di Campotenese, dove gli fu facile sbaragliarli, e così ebbe termine quell’insurrezione male organizzata, mal diretta e male eseguita.”. I due studiosi G. Morabito De Stefano (….), nel loro saggio “La famiglia De Lieto nel Risorgimento Nazionale”, apparso sulla rivista “Rassegna Storica del Risorgimento”, (anno 1938), a p. 349 parlando dell’insurrezione Calabrese del 1848 a cui partecipò attivamente anche Costabile Carducci, poi catturato ad Acquafredda ed ucciso a Sapri, in proposito scriveva che: “Il 6 giugno il Nunziante sbarcò a Pizzo, bene accolto dalla popolazione e subito passò ad occupare Monteleone senza opposizione. Il generale Busacca, dopo vari tentativi di sbarcare a Paola occupata dai calabresi, sbarcò a Sapri l’occupò e subito dopo Castrovillari era già occupata dalle truppe comandate dal Ribotti.”. Dell’episodio ne parla anche Carlo Pesce (…), nel suo “Costabile Carducci ed il dramma d’Acquafredda ecc…”, che a p. 6, sulla scorta di Nicola Nisco (….) parlando dei moti rivoluzionari del 1848 a cui aveva partecipato attivamente Costabile Carducci in proposito scriveva che: “A Cosenza erasi istituito un Comitato di salute pubblica, dal quale il Ribotti fu prescelto ‘Comandante in capo di tutto l’esercito Calabro-Siculo’, e il Carducci ebbe, col grado di Colonnello, il comando della 4° Brigata delle truppe insurrezionali (1). Le sorti della guerra, si sa, volsero presto a male; il Re spedì contro i Calabresi il Generale Nunziante, che sbarcò al Pizzo, il generale Busacca, che sbarcò a Sapri, e il generale Lanza che percorse la strada consolare.”. Il Pesce (….), a p. 6 nella sua nota (1) postillava che: “Vedi il ‘Volume dei documenti riguardanti l’insurrezione Calabra. Doc. 149.”. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a pp. 5-6 parlando dei moti calabresi del ’48, in proposito scriveva che: “Quindi prese parte alla spedizione Sicula, organizzata dal Generale Ignazio Ribotti, e nel 14 dello stesso mese approdò sul ‘Vesuvio’ a Paola con Petruccelli della Gattina e con 700 siciliani per rafforzare l’insurrezione calabra, che pareva il fulcro del movimento liberale. A Cosenza erasi istituito un Comitato di salute pubblica, dal quale il Ribotti fu prescelto ‘Comandante in capo di tutto l’esercito Calabro-Siculo’, e il Carducci ebbe, col grado di Colonnello, il comando della 4° Brigata delle truppe insurrezionali (1). Le sorti della guerra, si sa, volsero presto a male; il Re spedì contro i Calabresi il generale Nunziante, che sbarcò a Sapri, e il generale Lanza, che percorse la strada consolare.”. Pesce, a p. 6, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi il volume dei documenti riguardanti l’insurrezione clabra. Doc. 149.”. Nel 1848, Costabile Carducci abbracciate le idee carbonare, capeggiò i moti nel Cilento. Ottenuta la Costituzione, Carducci rivestì il ruolo di colonnello comandante nella guardia nazionale di Salerno. Ma quando la monarchia borbonica, prendendo spunto da una sommossa del 15 maggio, sciolse il parlamento, Carducci fu costretto a fuggire prima a Roma e poi in Sicilia. Il 14 giugno dello stesso anno, insieme a Ferdinando Petruccelli della Gattina ed altri rivoluzionari, tentò di organizzare delle sommosse in Calabria, ma l’esercito borbonico represse ogni manifestazione, e Carducci tentò di riparare nel Cilento.Il 14 giugno dello stesso anno, insieme a Ferdinando Petruccelli della Gattina ed altri rivoluzionari, tentò di organizzare delle sommosse in Calabria, ma l’esercito borbonico represse ogni manifestazione, e Carducci tentò di riparare nel Cilento. Sempre il Pesce (2), parlando del Prete Vincenzo Peluso ai tempi dei moti del ’48, in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; il Prete, quasi in atto di disdegno e di protesta si ritirò nella casina in Acquafredda.”. Sempre il Pesce, a p. 12, in proposito al prete Peluso scriveva che: “E poichè il fratello D. Michelangelo, ricevitore doganale, che era pure accorso, gli fece oservare che, stando quei Calabresi in atteggiamento pacifico, non era prudenza assalirli, ed aprire il fuoco, e che bisognava piuttosto attendere alle loro mosse e stare in guardia, il Prete furibondo gli disse: “Tu sei un vigliacco irriconoscente etc…”Quei signori lì sono tutti banditi perchè hanno mosso guerra al Re ed hanno combattuto contro le truppe regie del generale Busacca, che voi vedeste approdare alla spiaggia di Sapri nel 15 giugno; contro di essi è uscito il dcreto fuorbando, ed io so da informazioni segrete che essi erano rivolti a Sapri per unirsi ai nostri nemici e porre le nostre case a sacco e fuoco.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, a p. 87, in proposito scriveva che: “Il 15/05/1848, in occasione dell’insediamento del nuovo parlamento napoletano i deputati estremisti, appoggiati dai liberali, chiesero al sovrano di migliorare la Costituzione. Ferdinando II in risposta, ritira la Costituzione e soffoca nel sangue i moti rivoluzionari. Truppe regie furono inviate via mare a Sapri dove il generale Busacca sbarca con 2.000 soldati borbonici, altri reparti avanzavano via terra verso Lagonegro al fine di ristabilire l’ordine. Alla notizia dei moti del 1848, Costabile Carducci decide con i comitati rivoluzionari, di mettersi al comando di una nuova insurrezione cilentana. Si pone come guida dei circoli costituzionali dove i liberali antiborbonici trasmettono ideali di libertà e di unità. Allo scopo di portare la rivoluzione nel Cilento e in Basilicata, decide di attuare uno sbarco a Sapri ed iniziare una nuova rivoluzione.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, a p. 87, in proposito scriveva che: “Allo scopo di portare la rivoluzione nel Cilento e in Basilicata, decide di attuare uno sbarco a Sapri ed iniziare una nuova rivoluzione. Da Praia, con altri patrioti, si dirige verso Sapri, sicuro di trovare un’attiva partecipazione dei liberali locali. Tale speranza venne delusa, poichè la popolazione era stata atterrita dalla notizia delle massicce forze borboniche sbarcate sotto il comando del generale Busacca, e e di altre truppe che avanzavano dal Vallo di Diano alla volta del Lagonegrese.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 77 e ssg., in proposito scriveva che: “In conformità a le istruzioni superiori, il maggiore Manzi scendeva il 12 luglio nella rada di Sapri con il suo battaglione e due pezzi di artiglieria. Dopo breve sosta nel paese accampava su le alture vicine, per attendere un grosso rinforzo di guardie urbane e di contadini armati promessogli da i capi urbani Peluso e Pecorelli. A l’arrivo di questi con la forze promesse, il Manzi si metteva in via per raggiungere Diano ove, secondo i suoi informatori, si concentravano le bande insurrezionali. Per guadagnar tempo preferiva la via di Capitello e di Vibonati a quella di Torraca e per sentieri diffficili e scoscesi, tra gli ardori del luglio, occupava Morigerati e quindi il giorno 16 Caselle e il dì seguente Sanza. A Padula, il 18 un messo del colonnelo Quandel gli annunziava il comando da lui assunto etc…”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 258, riferendosi al periodo dei moti del ’48 nel Cilento, nella nota (46) postillava: “(46) A Sapri Stefano Passaro fu accolto dal sindaco Angelo Tinelli, da Giovani Gallotti coi figli Salvatore e Raffaele, dal prete Nicola Timpanelli. Un altro prete, Vincenzo Peluso, ex sanfedista e fanatico realista, di cui abbiamo già detto e diremo ancora, era fuggito da Acquafredda appena saputo dell’arrivo dei liberali.”.
Nel 4 luglio 1848, ad Acquafredda la cattura di Costabile CARDUCCI e a Sapri ed il suo orrendo assassinio
(Fig….) Costabile Carducci – disegno inciso su carta tratto da Matteo Mazziotti (…), op. cit.
In seguito ai moti del 1848, alcuni sapresi si macchiarono della morte del patriota Costabile Carducci, anima dei moti antiborbonici del ’48. Del triste episodio, raccontato dal Mazziotti (7), dal Cassese (8) e, dal Pesce (2), esiste a Sapri, un manoscritto del Canonico Timpanelli, oggi gelosamente custodito dalla famiglia Tavernese (da Fig. 3 e s.). Il Carducci (Fig. 1), la notte del 4 luglio 1848, proveniente, con altri suoi compagni dall’impresa delle Calabrie, diretti a casa del patriota barone Giovanni Gallotti, ed intenti a proseguire per Napoli, per l’apertura del nuovo Parlamento, fù fatto prigioniero sulla spiaggia di Acquafredda – dove, insieme ai suoi compagni – si era fermato per rifocillarsi – da alcuni sapresi filoborbonici, tra cui il prete Vincenzo Peluso. Tradotto prima a Sapri, dove fu tenuto prigioniero e poi con l’inganno a Lagonegro “per la via della ‘fontana della Spina’….al punto designato dettodella ‘scala’, dove due alte rocce tagliate a picco restringono il varco a due chilometri daAcquafredda”, il Carducci fù orrendamente ucciso, mutilandone la testa che fu portata in omaggio al Re. Il 10 luglio 1848, un distaccamento della guardia nazionale di Trecchina, alla ‘fontana dellaSpina‘, raccolse il povero corpo martoriato del Carducci che poi sarà sepolto nella Chiesa della Concezione ad Acquafredda. Nisco Nicola (21), nel suo ‘Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli’, edito nel 1889, ricorda l’episodio di Costabile Carducci, nel suo vol. I, a pp. 242-243, dove non aggiunge importanti notizie ma racconta l’episodio come lo raccontò il giudice Jovane. Le “Ricordanze” di Luigi Settembrini (…), ricordano il triste episodio e come il prete Peluso, responsabile di quell’orrendo delitto, fu protetto alla Corte di Ferdinando II di Borbone il quale, inviò a Sapri la nave militare Tancredi per salvare il Peluso e portarlo impunito a Napoli. In seguito, tutti quei personaggi che avevano attivamente partecipato al triste episodio, furono lautamente ricompensati dal Re, che talvolta concesse pensioni e ricompense in danaro (…). All’epoca di Re Ferdinando II di Borbone, insieme ad alcuni suoi familiari ed insieme al Vescovo di Policastro Mons. Ludovici (4-5), il prete Vincenzo Peluso, fu fedele servitore della casa regnante borbonica del Regno delle due Sicilie. Tanto fedele al Re borbonico che all’epoca si macchiò di tali nefandezze che Ferdinando II di Borbone, riconoscente verso i suoi servigi, sbarcando a Sapri, si recò personalmente a far visita nel Palazzotto in C.so Garibaldi, al prete ammalato di idropisia e moribondo, donandogli un anello d’oro con il sigillo reale. All’epoca, il Vescovo di Policastro Ludovico Ludovici (….), era un convinto filo-borbonico e ‘Sanfedista’. Durante il Regno delle due Sicilie di Ferdinando II di Borbone, alcuni membri della famiglia Peluso, insieme ad un loro parente, il prete Vincenzo Peluso, si macchiarono di atroci nefandezze perpretate contro coloro che combattevano per la libertà. I Peluso, a Sapri, a quei tempi, costituivano una convinta fazione filo-borbonica e si macchiarono della nefanda uccisione di Costabile Carducci. Nell’epitaffio della lapide marmorea posta nella Chiesa dell’Immacolata a Sapri (Fig….), veniva citato anche il sacerdote D. Nicola Timpanelli. Nel 1848, Carducci tentò di riparare nel Cilento. Durante il tragitto fu costretto da una tempesta a sostare a Maratea, e, il 4 luglio, approdò sulla spiaggia del Porticello (presso Acquafredda). Lì fu raggiunto dal sacerdote Vincenzo Peluso di Sapri, uomo fidato dei Borboni, che, fingendo di essere loro alleato, uccise molti dei suoi compagni e lo fece prigioniero. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a p. 34, nella nota (3) postillava che: “(3) Il primo a narrarlo fedelmente su la scorta dei documenti del processo fu un valoroso avvocato di Lagonegro, il cav. Carlo Pesce, in una conferenza tenuta nel 1894 a Lagonegro e poi a Maratea.”. Infatti, nel 1895, l’Avv. Cav. Carlo Pesce (2) di S. Costantino, pubblicò “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napolitana del 1848 per l’Avv. Carlo Cav. Pesce” (Fig. 2)(2), stampato a Napoli, 1895, nello Stabilimento Tipografico – Palazzo della Cassazione. Il libro a stampa del Cav. Pesce (…), il cui frontespizio è illustrato nell’immagine di Fig. 2, è conservato presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, dove l’ho rinvenuto nella “Sezione Napoletana”, dopo affannose ricerche (2) (Fig. 2). Il libretto del Pesce (…), ci parla e fa un resoconto di un episodio della rivoluzione Napoletana del 1848, le vicende storiche che riguardano l’uccisione del patriota Costabile Carducci, che videro protagonisti alcuni cittadini “urbani” della cittadina di Sapri, prima dello sbarco dei trecento di Carlo Pisacane. Tra questi cittadini vi fu la figura dell’Arciprete Nicola Timpanelli, che fu diretto testimone, la cui memoria è ricordata dal Pesce. Carlo Pesce (…), per le nostre contrade è conosciuto per aver scritto ‘Storia della Città di Lagonegro’, che fu data alle stampe nel 1904, dunque molti anni dopo aver scritto questo libretto di cui noi possediamo la copia scansita alla Nazionale di Napoli (…). Il Cav. Carlo Pesce, era di S. Costantino di Rivello, e svolgeva la professione di Avvocato presso la camera penale di Lagonegro in Provincia di Potenza. Dimorò per diversi anni a Sapri, forse nei periodi estivi, dove conobbe la Famiglia Tavernese, imparentata con i Cesarino. A sua volta, la Famiglia Cesarino, si imparentò con la Famiglia dei Tavernese, che oggi si ritrovano in possesso dell’originale manoscritto suo olografo, di cui parleremo. Sebbene non concordi affatto con il titolo dato dal Pesce al suo libro, che vediamo illustrato nell’immagine di Fig. 2 e, sebbene ritengo che l’episodio della rivoluzione Napoletana del 1848, raccontato dal pesce, riguardi principalmente fatti accaduti a Sapri e non ad Acquafredda, dove il Carducci fu solo catturato, credo che al Pesce debba andare il merito di ricondurre la memoria ad un episodio triste ma interessante della nostra storia locale. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro etc…”, a pp. 366, e ssg., in proposito scriveva che: “Tra i profughi di Campotenese fuvvi Costabile Carducci, Deputato e Colonnello della Guardia Nazionale di Salerno, il quale, imbarcatosi alla marina d’Aieta, con altri sette compagni, sospinto dai marosi, approdò nel 4 Luglio 1848 alla piccola rada d’Acquafredda nel golfo di Policastro, dove fu catturato per ordine del Prete Vincenzo Peluso di Sapri. Questo ribaldo, dopo avere fatto eseguire una scarica di moschetti sui disgraziati profughi, dei quali restò ucciso tal Saverio Laino, consegnò il Carducci a 12 suoi sicari affinchè, col pretesto di menarlo prigioniero a Lagonegro, lo massacrassero per via. E così fu fatto. Il Governo premiò gli assassini ed accordò onori e protezioni al Peluso ed ai suoi infami sgherri. Intanto, due scudieri, spediti dal Carducci con due cavalli per via di terra, furono arrestati a Rivello, e tradotti a Lagonegro davanti al Giudice Istruttore Giambattista De Clemente, il quale non solo li mise in libertà, ma osò iniziare processura penale contro gli assassini di Laino e di Carducci, onde, in punizione dello zelo dimostrato, fu destituito. Tali erano le condizioni della Magistratura, che, anzicchè a tutela della giustizia e dei diritti, era riservata alla più infame politica. Ma, viva Dio! quel processo, dopo la redenzione d’italia, fu esumato e completato, e giusta, severa condanna colpì a varie riprese parecchi degli assassini del gran patriotta del Cilento (1).”. Pesce, a p 366, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la conferenza ‘Costabile Carducci e il Dramma d’Acquafredda’ dell’Avv. Carlo Pesce – Tip. Lucana 1905 – nella quale cercai prospettare nella verità storica quale triste episodio della rivoluzione napolitana, poco conosciuto o mal riferito dagli scrittori.”. Da wikipedia leggiamo che: “Successivamente, nello stesso giorno, dopo essere stato esposto al pubblico ludibrio, Carducci fu portato nella pineta di Acquafredda e lì fu ucciso con un colpo di pistola in pieno viso.”. Ma è profondamente falsa la notizia che fu ucciso “nella pineta di Acquafredda”. Il Carducci fu ucciso sul monte Spina dagli sgherri del Peluso. Il monte Spina è un monte posto tra la Medichetta di San Costantino e Sapri. Scriveva il Pesce (2) a proposito del prete Peluso che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; il Prete, quasi in atto di disdegno e di protesta si ritirò nella casina in Acquafredda.”. Il Carducci, la notte del 4 luglio 1848, proveniente, con altri suoi compagni dall’impresa delle Calabrie, diretti a casa del patriota barone Giovanni Gallotti, ed intenti a proseguire per Napoli, per l’apertura del nuovo Parlamento, fù fatto prigioniero sulla spiaggia di Acquafredda – dove, insieme ai suoi compagni – si era fermato per rifocillarsi – da alcuni sapresi filoborbonici, tra cui il prete Vincenzo Peluso. Tradotto prima a Sapri, dove fu tenuto prigioniero e poi con l’inganno a Lagonegro “per la via della ‘fontana della Spina’….al punto designato dettodella ‘scala’, dove due alte rocce tagliate a picco restringono il varco a due chilometridaAcquafredda”, il Carducci fù orrendamente ucciso, mutilandone la testa che fu portata in omaggio al Re. Il 10 luglio 1848, un distaccamento della guardia nazionale di Trecchina, alla ‘fontana dellaSpina‘, raccolse il povero corpo martoriato del Carducci che poi sarà sepolto nella Chiesa della Concezione ad Acquafredda. Il Peluso tornò a Sapri portando come trofeo la sciabola ed il cappello di Carducci, col risultato di venire accolto come trionfatore dai Borboni. Il cadavere del patriota, nel frattempo, venne gettato dai suoi aguzzini dall’alto di un dirupo, e ritrovato dopo qualche giorno da una pastorella. Un prete misericordioso, Daniele Faraco (forse un mio avo, mia nonna materna si chiamava Faraco), lo compose e lo seppellì nella piccola chiesa di Maria Santissima Immacolata ad Acquafredda, al cui esterno una lapide lo ricorda tuttora. Andrebbe ulteriormente indagata la posizione dei suoi familiari e della fazione Pelusiana nei moti del 1848 che portarono il Generale del Carretto a radere al suolo il piccolo borgo di Bosco ed in seguito in occasione dell’epopea di Carlo Pisacane. Scriveva il Pesce (…) a proposito del prete Peluso che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; il Prete, quasi in atto di disdegno e di protesta si ritirò nella casina in Acquafredda.”. La figura del prete Peluso è stata bene raccontata da Franco Maldonato, nel suo recente ‘Teste Mozze’ (…). Gran parte delle notizie storiche riportate nel testo del Pesce (2), sono state tratte dall’Archivio del Tribunale di Lagonegro (PZ), ma di sicuro, per quanto riguarda i fatti accaduti a Sapri, il Pesce (2), oltre che da alcuni atti processuali pubblicati anche dal Mazziotti (…), dal Racioppi (…) e dal …………….., l‘Avv. Carlo Pesce (2), appassionato studioso e filologo del posto, scrisse e pubblicò a stampa. Il Pesce (2), nella sua nota (1), in proposito scrive: “Questa Conferenza fu tenuta dall’autore in Lagonegro nella sala Comunale, nel 3 Giugno 1894, per la ricorrenza della festa nazionale, ed in Maratea nel 30 Luglio del 1894, per l’inaugurazione della Ferrovia.”. Il Pesce (…), dimorando a Sapri, entrò sicuamente in contatto con la Famiglia Timpanelli, ed in particolare con don Vincenzo Timpanelli, farmacista di Sapri, fratello dell’Arciprete don Nicola Timpanelli. E’ noto che la Famiglia Timpanelli, a Sapri, fosse particolarmente impegnata nelle vicende storiche che videro la restaurazione del Regno delle delle due Sicilie e del Monarca Borbonico Ferdinando IV- poi Ferdinando II, dopo il breve decennio Francese di Giuseppe Bonaparte e poi di Gioacchino Murat. La Famiglia Timpanelli, particolarmente attiva in quegli anni nella fede anti-borbonica, insieme ad altri liberali di Sapri come i Gallotti, che si opponevano all’altra fazione dei Peluso e del Prete Vincenzo Peluso in particolare che era al contrario convinta filo-borbonica e per la Restaurazione della monarchia nel Regno delle due Sicilie. Sebbene su queste vicende alcuni storici del tempo come il Mazziotti (7) ed il Pesce (2), abbiano contribuito a far luce sugli avvenimenti di quegli anni, che hanno visto in prima fila la cittadinanza di Sapri, partecipe e protagonista delle vicende che poi hanno portato all’Unità d’Italia e, che attraverso l’epopea di Carlo Pisacane l’hanno resa famosa in tutto il mondo, restano poco chiari alcuni aspetti che andrebbero ulteriormente indagati, come ad esempio la vicenda del martirio di Costabile Carducci, di cui il Dr. Vincenzo Timpanelli, nel ricordo del fratello, D. Antonio, arciprete di Sapri. Nicola Nisco (….), nel suo “Ferdinando II ed il suo Regno per Nicola Nisco”, nel 1884, a p. 191 in proposito scriveva che: “Battuto dalle regie milizie con alcuni pochi riparava a Sala presso Petromilla Ginnari, e col fratello di costei s’imbarcò per la marina di Sapri; ma per mare tempestoso sbarcava ad Acquafredda tra Sapri e Maratea. “Arrivata la notizia di questo sbarco a Sapri, scrive il giudice Juliani, incaricato del permesso etc…ed erano Vincenzo Peluso e Leopoldo Peluso nipoti del sacerdote ed altri che poi messosi al seguito del sig. Manco, per ristabilire il buon ordine, si vantarono di essere stati gli uccisori del Carducci; e specialmente Vincenzo Peluso vantavasi ‘di averlo ucciso di propria mano’per ordine dello zio, il quale dopo pochi giorni dell’avvenimento di Acquafredda imbarcatosi in Sapri sul vapore il Tancredi si ridusse in Napoli, ove tuttora trovasi.”. Ho voluto trascrivere letteralmente questo tratto della relazione del giudice incaricato della processura, Juliani, processura che trovasi nell’Archivio di Stato di Napoli, onde non si dica che i liberali nello scrivere la storia, imitando i lor avversari, calunniano il governo di un principe nell’ultimo governo divenuto pessimo.”.
Nel 1848, il prete sanfedista e borbonico don VINCENZO PELUSO e l’assassinio di Costabile Carducci
Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, a p. 87, in proposito scriveva che: “Allo scopo di portare la rivoluzione nel Cilento e in Basilicata, decide di attuare uno sbarco a Sapri ed iniziare una nuova rivoluzione. Da Praia, con altri patrioti, si dirige verso Sapri, sicuro di trovare un’attiva partecipazione dei liberali locali. Tale speranza venne delusa, poichè la popolazione era stata atterrita dalla notizia delle massicce forze borboniche sbarcate sotto il comando del generale Busacca, e e di altre truppe che avanzavano dal Vallo di Diano alla volta del Lagonegrese. Una tempesta il 4 luglio 1848, li fa naufragare ad Acquafredda di Maratea, dove il popolo istigato dal prete sanfedista e pluriomicida, Vincenzo Peluso, si organizza attaccandoli a colpi di fucile. Il Carducci ferito, venne facilmente catturato dal Peluso e ucciso da un gruppo di suoi fidati sicari, fatti giungere da Sapri. Il corpo dell’eroe, venne tumulato nella chiesa della Concezione di Acquafredda. Etc…”. Sempre il Mallamaci, scriveva pure che: “Un’altra versione sulla fine del Carducci, vuole che l’eroe, tra il 4 e il 5 luglio fu attirato con un tranello nell’abitazione del Peluso, con la scusa di un invito a cena, e poi trucidato da spietati sicari sul Monte Spina. Il capo gli fu reciso da un barbiere ed esposto in Napoli alla vista del re, il quale, per servigio reso donò al Peluso, mandante dell’omicidio, un prezioso anello. La casa del terribile prete di Sapri in cui si consumò il misfatto, era ubicata ad Acquafredda, presso una torre circolare inglobata nella villa Nitti.”. Su questa versione ulteriore fornita nei diversi atti dei diversi processi Matteo Mazziotti (….), ed il suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 111 e ssg., in proposito scriveva che: “A Sapri i partigiani del prete spadroneggiavano a loro talento, occupavano tutti i loro pubblici uffici e se ne avvalevano per subornare con minaccie o con blandizie i testimoni del processo. Parecchi tra essi, che da prima avevano ora spudoratamente, altri si mostravano perplessi e reticenti. In questo ambiente pervertito si accreditò la leggenda inventata del prete, cioè che il Carducci fosse approdato nella spiaggia di Acquafredda per trucidarlo e che, imbattutosi con le guardie doganali e con gli abitanti avesse gridato “viva la repubblica e muoia il re” provocando in tal modo il conflitto, in cui era caduto il Laino. Si aggiungeva che il Carducci condotto a Lagonegro avesse, durante la via, tentato di fuggire costringendo la sua scorta a tirargli contro varii colpi che lo avevano ucciso. Il nuovo istruttore riferiva questa bugiarda versione al ministro con relazione del 1 agosto (1). Così l’infame aggressione di Acquafredda si tramutava in onesta difesa, ed il barbaro assassinio in una giusta pena contro un delinquente fuggiasco.”. Il Carducci fu fatto uccidere dal prete Peluso da suoi sicari sul monte Spina, ma egli fu tradotto prima a Sapri, in seguito alla cattura dei naufraghi ad Acquafredda e poi da Sapri fu tradotto sul monte Spina invece che a Lagonegro dove si trovava il Giudice che lo doveva giudicare. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento della amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. Tuttavia, il decennio francese (1806-1815) fu una pausa troppo breve per l’opera di rinnovamento. Le aspirazioni costituzionali, sembrarono trionfare con i moti rivoluzionari del 1820, quando fra i deputati eletti del Cilento vi fu anche il canonico di Celle di Bulgheria Antonio Maria De Luca che, negli anni della reazione sanfedista organizzò in queste terre un movimento clandestino, legato a Carbonari e Filadelfi. Successivamente, in seguito ai moti del 1848, alcuni sapresi si macchiarono della morte del patriota Costabile Carducci, anima dei moti antiborbonici del ’48. Del triste episodio, raccontato dal Mazziotti (162), dal Cassese (163), e dal Pesce (164), esiste a Sapri, un manoscritto del Canonico Timpanelli, oggi gelosamente custodito dalla famiglia Tavernese. Il Carducci, la notte del 4 luglio 1848, proveniente con altri tre suoi compagni dall’impresa delle Calabrie, diretti a casa del patriota barone Giovanni Gallotti, ed intenti a proseguire per Napoli, per l’apertura del nuovo Parlamento, fù fatto prigioniero sulla spiaggia di Sapri, insieme ai suoi compagni, da alcuni sapresi filoborbonici, tra cui il prete Vincenzo Peluso. Tradotto poi con l’inganno a Lagonegro “per la via della ‘fontana della Spina’…..al punto designato detto della ‘scala’, dove due alte rocce tagliate a picco restringono il varco a due chilometri da Acquafredda”, il Carducci fù orrendamente ucciso. Il 10 luglio 1848, un distaccamento della guardia nazionale di Trecchina, alla fontana della spina, raccolse il povero corpo martoriato del Carducci che poi sarà sepolto nella Chiesa della Concezione ad Acquafredda. Le “Ricordanze” di Luigi Settembrini, ricordano il triste episodio e come il prete Peluso, responsabile di quell’orrendo delitto, fu protetto alla Corte di Ferdinando II di Borbone il quale, inviò a Sapri la nave militare Tancredi per salvare il Peluso e portarlo impunito a Napoli. In seguito, tutti quei personaggi che avevano attivamente partecipato al triste episodio, furono lautamente ricompensati dal Re, che talvolta concesse pensioni e ricompense in danaro.”. Nella mia nota (162) postillavo che: “(162) Mazziotti Matteo, Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848, vol. II, (1909), rist.di Galzerano ed.”. Nella mia nota (163) postillavo che: “(163) Cassese Leopoldo, La Spedizione di Sapri, ed. La Terza, Bari, 1969, vedi nota al testo n. 14, p. 55 e vedi pure Cassese L., Contadini e operai nel Salernitano nei moti del Quarantotto, stà in “Rassegna storica salernitana”, IX, 1948, pp.I-IV.”. Nella mia nota (164) postillavo che: “(164) Pesce C., Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda, Napoli, 1895.”. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 10, a proposito del prete Vincenzo Peluso scriveva che: “Riferite tali cose al prete Peluso, questi, o per timore, o perchè fin d’allora meditasse terribili disegni, mandò tosto a chiamare tutti i contadini del villaggio, che si trovavano a mietere il grano nella difesa di Carmine Perazzi sul monte tra Acquafredda e Sapri; e poco dopo mandò in tutta fretta la sua parente e domestica Emmmanuela Liguori in Sapri, con una lettera pel suo nipote omonimo Vincenzo Peluso, soprannominato il ‘Generale’: accorressero immediatamente tutti i parenti ed amici ad Acquafredda, dove erano disbarcati con tristi propositi ed in atteggiamento minaccioso molti rivoluzionari Calabresi, peri quali egli, il Peluso, versava in grave pericolo. Verso le ore 5 pomeridiane giunsero i primi terrazzani richiamati dal lavoro; il Peluso, agitato etc…“. Dunque, questa è un’altra interessante notizia. Il Pesce riferisce che il Peluso mandò a chiamare i contadini sapresi che lavoravano nell “Difesa” di Carmine Perazzi , un grande appezzamento di terra coltivata che si trovava sul monte Ceraso. Infatti, ancora oggi, lungo la statale SS. 18 che da Acquafredda arriva a Sapri, non esistente all’epoca, all’altezza dello scoglio dello Scialandro, vicino la Torre detta di Capobianco vi è una casetta rossa di proprietà della famiglia Perazzi. Sempre il Pesce, a p. 12, in proposito al prete Peluso scriveva che: “E poichè il fratello D. Michlangelo, ricevitore doganale, che era pure accorso, gli fece oservare che, stando quei Calabresi in atteggiamento pacifico, non era prudenza assalirli, ed aprire il fuoco, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 16 parlando dei moti calabresi del ’48, in proposito scriveva che: “Intanto il Peluso, col tuono di grande inquisitore, prese ad interrogare il Carducci; cui ripeteva con cipiglio beffardo ed insolente: “Ditemi ora, o Signore, perchè m’avete sempre perseguitato e minacciato ? Che male v’avevo fatto io, povero vecchio, oltre dei miei principii politici dissenzienti dai vostri ? Quando capitanaste la ribellione nel Cilento, minacciaste persino (e lo seppi da fonte sicura) d’uccidere me, monsignor Laudisio e il cav. Pecorelli di Policastro; per lo che fui costretto rifugiarmi nelle caverne e dormire più volte sul nudo suolo!…So che minacciaste anche di bruciare la mia Babilonia in Vibonati ! Che male v’aveva fatto io ? E Carducci di rimando calmo e dignitoso: “Ma voi v’ingannate; ciò non è vero; io non ho mai meditato simili iniquità, anzi son pure amico dei vostri nipoti D. Salomone e D. Moisè Peluso, che ho conosciuto in Napoli”. Pesce, a p. 18, in proposito scriveva che: “…e si avviò coraggioso al suo destino, menato innanzi per l’alpestre sentiero dai dodici manigoldi, fra i quali era anche un prete, Don Giuseppe Calderaro. Lungo il cammino furono usate al prigioniero le più atroci sevizie, e rivolte le parole più oltraggiose. Giunto il triste corteo al punto designato detto della Scala, dove due alte rocce tagliate a picco restringono il varco a due chilometri da Acquafredda, Giuseppe Bello, più degli altri feroce, fatto sedere su d’un sasso il Carducci stanco ed affranto, tentò strangolarlo colle mani; l’infelice dopo breve letargo si riebbe, ed allora Domenico Calderaro lo finì con un colpo di pistola alla gola tirato bruciapelo. In quel mentre spuntava sul firmamento l’aurora triste e rosseggiante, ed un cacciatore di Sapri, tal Raffaele Gallotti, trovandosi in quei pressi, vide inorridendo ligare il cadavere pel collo con una corda, trascinarlo per lungo tratto e precipitarlo nel sottostante burrone. Consumato il martirio quei manigoldi tornarono nel villaggio; ed è fama che Bello al ritorno per la gioia e per la ferocia fosse divenuto maniaco e furioso, sicchè bisognò frenarlo per impedire che si fosse precipitato dalle rupi.”. All’epoca epoca di Re Ferdinando II di Borbone, insieme ad alcuni suoi familiari, spalleggiato dall’allora Vescovo Ludovici, il prete Vincenzo Peluso, fu fedele servitore della casa regnante borbonica del Regno delle due Sicilie. Tanto fedele al Re borbonico che all’epoca si macchiò di tali nefandezze che Ferdinando II di Borbone, riconoscente verso i suoi servigi, sbarcando a Sapri, si recò personalmente a far visita nel Palazzotto in C.so Garibaldi, al prete ammalato di idropisia e moribondo, donandogli un anello d’oro con il sigillo reale. All’epoca, il Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (8-9), era un convinto filoborbonico e ‘Sanfedista’. Durante il Regno delle due Sicilie di Ferdinando II di Borbone, alcuni membri della famiglia Peluso, insieme ad un loro parente, il prete Vincenzo Peluso, si macchiarono di atroci nefandezze perpretate contro coloro che combattevano per la libertà. I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, Monsignor Ludovico Ludovici, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Fabrizio Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. Successivamente, in seguito ai moti del 1848, alcuni sapresi si macchiarono della morte del patriota Costabile Carducci, anima dei moti antiborbonici del ’48. Del triste episodio, raccontato dal Mazziotti (17), dal Cassese (18) e, dal Pesce (6), esiste a Sapri, un manoscritto del Canonico Timpanelli, oggi gelosamente custodito dalla famiglia Tavernese (Fig. 16). I Peluso, a Sapri, a quei tempi, costituivano una convinta fazione filoborbonica e si macchiarono della nefanda uccisione di Costabile Carducci. Nell’epitaffio della lapide marmorea posta nella Chiesa dell’Immacolata (Fig. 10) viene citato anche il sacerdote Timpanelli che all’epoca scrisse sui fatti dell’uccisione di Carducci, lasciando un manoscritto che abbiamo visto e letto ma che purtroppo non abbiamo potuto fotografare in quanto recentemente è stato da noi richiesto agli eredi del canonico Arciprete Timpanelli, la Famiglia Tavernese che lo possedeva dopo la morte di Gennaro Tavernese (Fig. 16). Timpanelli, pur essendo un prete e quindi doveva restare fedele alla causa Sanfedista del suo Vescovo Nicola Maria Laudisio, faceva parte di una fazione di liberali che con il Barone Gallotti si contrapposero a quella sanfedista e filoborbonica dei Pelusiani. Esso fu citato dal Cav. Carlo Pesce (6) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci. Il Pesce (6) descrive la figura del prete Vincenzo Peluso, autore di orrendi misfatti di cui si macchiò quale filoborbonico convinto che era. Secondo il Pesce, fu proprio il prete Vincenzo Peluso – che aveva fatto costruire il Palazzotto in C.so Garibaldi. La figura del prete Peluso è stata bene raccontata da Franco Maldonato, nel suo recente ‘Teste Mozze‘ (8). Il prete Vincenzo Peluso ed i suoi familiari ebbero un ruolo fondamentale nella reazione sanfedista nei nostri territori e soprattutto in occasione della prigionia e dell’uccisione del patriota Costabile Carducci. Il Peluso, palesemente protetto ed impunito dalle autorità filoborboniche, morì nel suo letto a Sapri e con gli onori del Re Ferdinando II di Borbone che gli vece visita al capezzale di morte. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla Famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a pp. 5-6 parlando dei moti calabresi del ’48, in proposito scriveva che: “Costui esordì la carriera del delitto con due omicidi commessi nel 1809 commessi ferocemente nella piazza di Sapri; onde, per sfuggire alla giustizia punitiva, scampò in Sicilia, dove ebbe protezione ed intimità dalla Corte di Borbone, godè le grazie della regina Carolina, la quale, è fama, si fosse fatta accompagnare da lui in un viaggio in Austria. Durante la dominazione francese il prete Peluso spesso approdò con altri galeotti su navi inglesi alle coste del golfo di Policastro per tenere in continue perturbazioni quelle contrade, e nascosto nella caverna di Serralonga, ne usciva per eseguir vendette più per conto proprio che per la causa borbonica. Ritornando Ferdinando sul trono di Napoli nel 1815, il Peluso ebbe, pei servigi resi, una lauta pensione e s’adattò a fare la spia. Sanguinario, prepotente, feroce, mattoide, circondato da vili satelliti parenti ed amici, protetto e temuto dalle autorità, aveva libero campo ad ogni scelleraggine. Il Vescovo Laudisio che pure era tanto influente in Corte e temuto dalla Diocesi, non potè mai esercitare su di lui alcun imperio e lo lasciò fare. Quando non indossava l’abito talare il Peluso vestiva bizzarramente per lo più, un berretto rosso, con lungo fiocco pendente, calzoni bigi e largo pastrano. Di lui si narrano molti assassini commessi o di proprio pugno o per mandato, e guai a chi non fosse stato liggio aisuoi doveri. Tornato appena dalla Sicilia,fece uccidere il sacerdote Loreto Giudice; nel 1820l’armiere Pietro Cesarino, sul cui cadavere esercitò le più brutte sevizie, e poscia una giovinetta, druda d’un suonipote; oltre d’un’infinità di altri gravissimi misfatti,che erano tutti andati impuniti benchè conosciuti generalmente”. Recentemente ho visto sulla rete il sito o blog dal titolo “Parlamento due Sicilie – Parlamento del Sud” curato da un certo Vincenzo Gulì. Ecco come un filoborbonico coevo, uno dei tanti fanatici che ancora oggi popolano il globo terrestre, si permette di scrivere sulla famigerata figura del prete Vincenzo Peluso: “L’agevole stroncatura del mito fasullo di Costabile Carducci è stata però l’occasione di approfondire un personaggio antitetico come don Vincenzo Peluso, sacerdote ma ‘Brigante di Sua Maestà’ come lo consideravano i francesi invasori del 1799 e seguenti. Un uomo leale, generoso e forte perché dotato di un fisico possente. Compì la sua più importante impresa a favore della Patria nella terza età dopo aver servito superbamente tre re: Ferdinando IV, Francesco I e poi Ferdinando II. Per sua fortuna passò al Cielo qualche anno dopo , cioè prima che soffrisse nel vedere lo scempio ‘risorgimentale‘ della sua Patria delle Due Sicilie ma in tempo per ricevere direttamente dalla mani di Re Ferdinando un regalo per i meriti ampiamente acquisiti di fedeltà e abnegazione. Una piccola flotta militare si fermò presso Acquafredda e il sovrano gli fece visita donandogli un anello d’oro per eterna riconoscenza. In occasione del convegno abbiamo avuto la gioia di conoscere un discendente di don Vincenzo che ci ha mostrato con orgoglio l’anello gelosamente custodito per oltre un secolo e mezzo. La nostra patria risorge con le verità storiche che spingono quelli che stanno nell’ombra a palesare sentimenti ed oggetti che si credevano per sempre perduti …”. Giacomo Racioppi, però, sulla scorta del testo del Venosta (….), scriveva che la “casina bianca”, indicata negli Atti come luogo dello sbarco, non era quella sulla spiaggia dellOliveto ma, secondo la versione del Venosta doveva essere il palazzotto del prete Peluso a Sapri che si trovava, all’epoca, in prossimità della linea di costa della baia di Sapri. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: “Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione. Quella casina apparteneva a un tale uomo, che ha legato alla nostra storia un nome infamato, e che riempe oggi il racconto, dimani forse la leggenda, de’ popoli a Sapri circostanti. Il Prete Peluso, vecchio ‘calderaro’, partiggiano anzi sicario di casa Borbone, spirito bizzarro, quanto feroce, cinico e manesco, quanto inculto e grossiero, che del sacerdote altro non si ebbe del crisma indelebile, e del brigante ebbe tutto, meno il capestro, vivea parte dell’anno in quelle mura tra cinici gusti e bizzarri; irrequito ed inquieto per mala coscienza. Quivi, agli assassini assueto, macchinò nel 1848 l’assassinio di Costabile Carducci; e l’eseguì poscia, di fredda mano, nella prossima di Acquafredda. Quivi infermo, qualche anno di poi, fu colpito da visita da Re Ferdinando di Borbone che il raccomando santamente a Nostra Donna di Novi, gli strinse la mano insanguinata; – grazia di Regio carnefice ad assassino da macchia. Quivi morì, legando l’ombra al loco e alle mura; cui poscia il cieco flusso della rivoluzione olle punite, quasi di ossa e di polpe, in memoria di chi li ebbe costrutte.”.
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 219-220, in proposito scriveva che: “I “Municipisti” di Sapri, al Governatore, esposero: “che con scandalo, e meraviglia osservano che uno ancora di coloro che furono i carnefici del fu Deputato Carducci, cioè il Brigatiere dei Dazj Indiretti Francesco Antonio Peluso che trovasi fin dalla sua ammissione da circa dieci anni posto in questa dogana, che colle sue estorsioni complimentava i suoi parenti in Napoli D. Salomone e D. Moisè Peluso; che non ha mai prestato servizio avendo dormito in sua casa. In tutta la permanenza che qui fecero i Garibaldini più di giorni 40 fu latitante. Ora va spargendo voce che Francesco 2° deve tornare che egli colla forza venne obbligato fare la votazione mentre la sua intenzione era quella del no. Ed intanto costui non ostante vedesi nello impiego, ma anche fisso nel posto di Sapri avendo figurato nei passati tempi, e continua in simile riprevovevole condotta in epoca di sospirato risorgimento e di benessere protetto nelle sue scelleratezze. In punto in sua casa la Guardia Nazionale di Sala vi fa una visita domiciliare, ed egli è in fuga vi replichiamo ch’è la pietra di scandalo, almeno che venchi campiato fuori controllo. Una simile se ne diretta al Direttore.”. L’interessato, il 4 febbraio 1861, rivolgendosi alla stessa autorità cui si erano rivolti i sapresi, così giustificò: “Francescantonio Peluso del Comune di Sapri da molti anni trovasi in servizio in qualità di Brigatiere in questo Fondaco dei Dazi indiretti di Capitello. Il medesimo sarebbe appartenuto in legame di parentela a quegli altri Peluso etc…”. Della questione il Governatore ne interessò il sottoposto di Sala che, esperite le indagini, il 16 marzo 1861 rispose: “La supplica del Brigatiere de’ D. I. Francescantonio Peluso dimorante in Sapri, (….) con la quale lo stesso vorrebbe rimanere nella Dogana ove rattrovasi etc…”. A conclusione dell’istruttoria, il Policicchio, a p. 221, nella nota (61) postillava: “(61) ASS, Governatorato, b. 15, f. 706.”.
Il manoscritto olografo del “Dramma d’Acquafredda” di Carlo Pesce
Recentemente ho acquisito in copia digitale, le pagine originali del manoscritto olografo del Cav. Avv. Carlo Pesce. Esso, è conservato dalla famiglia Tavernese che me lo mostrò oltre trenta anni or sono. Il membro della Famiglia Tavernese che lo possiede, Palmiro Tavernese, mi ha concesso la facoltà di studiarlo e di trarne foto digitali. Il Tavernese, sostiene che detto manoscritto apparteneva a don Vincenzo Timpanelli, farmacista di Sapri e fratello di uno dei protagonisti e testimoni diretti, l’Arciprete di Sapri, don Nicola Timpanelli, di cui parlerò. I due Timpanelli, don Vincenzo Farmacista di Sapri e don Nicola, Arciprete di Sapri, erano figli maschi della Baronessa Margherita Picinni-Leopardi, di Buonabitacolo, imparentatisi nei primi del ‘900 con i Cesarino di Sapri. I Tavernese di Sapri, si ritrovano oggi questo lascito di carte olografe forse a causa dei diversi passaggi di proprietà della loro madre. Da un’attento esame dello stesso si evince che il manoscritto in questione, ricalca fedelmente il testo del libro di Carlo Pesce (…), citato e pubblicato nel lontano 1895: ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda ecc..’, illustrato in Fig. 2. Oggi pubblico il manoscritto olografo originale di cui ho parlato e che credo sia stato scritto di proprio pugno dal Cav. Avv. Carlo Pesce in uno dei suoi tanti soggiorni sapresi e sicuramente arricchito da aneddoti raccontati dai suoi diretti testimoni: i Timpanelli di Sapri, molto probabilmente arriva questo carteggio. Come ho già detto, il Pesce, scrisse un suo resoconto sulle vicende storiche che riguardano l’uccisione del patriota Costabile Carducci e di cui fu testimone diretto suo l’Arciprete Don Antonio Timpanelli. Il manoscritto, si compone di n. 22 pagine manoscritte, date poi alle stampe a Napoli, nel 1895. L’Arciprete D. Nicola Timpanelli, pur essendo un prete e quindi doveva restare fedele alla causa Sanfedista del suo Vescovo Nicola Maria Laudisio, faceva parte di una fazione di liberali che con il Barone Gallotti si contrapposero a quella sanfedista e filoborbonica dei Pelusiani. Il Pesce (2), sulla scorta del Timpanelli, descrisse la figura del prete Vincenzo Peluso, autore di orrendi misfatti di cui si macchiò quale filo-borbonico convinto che era e, raccontò l’episodio della cattura e dell’uccisione orrenda di Costabile Carducci a Sapri. Recentemente, la vicenda del Carducci, è stata bene raccontata da Franco Maldonato, nel suo ‘Teste Mozze‘ (15). Il prete Don Antonio Timpanelli, insieme ad alcuni suoi familiari, fu un protagonista e testimone diretto delle vicende che videro la cattura del Carducci, nel 1848, e poi in seguito anche dello storico sbarco di Carlo Pisacane con i suoi trecento (8-9-10-11-12-13-14). In seguito, tutti quei personaggi che avevano attivamente partecipato al triste episodio, furono lautamente ricompensati dal Re, che talvolta concesse pensioni e ricompense in danaro (2) e, andrebbe ulteriormente indagata la posizione della fazione Pelusiana, nella vicenda del Carducci e poi di Pisacane.
(Fig. 3) Manoscritto olografo dell’Avv. Carlo Pesce (…), del testo del libro a stampa ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda’ , oggi posseduto dalla Famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio)
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 398, in proposito scriveva pure che: “III. Garibaldi……prende il mare su d’una barcaccia peschereccia che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico, carezzata dalle onde tranquille ed azzurre, baciata dagli infocati raggi del sole, cullata dalla brezza meridiana, scortata dal sorriso del cielo terso di cobalto, s’avanza a fatica rasentando le coste, quali degradanti e quali scendenti a picco nel mare, di Maratea, Cersuta ed Acquafredda fino all’insenatura di Sapri. Quasi lo stesso tragitto percorse già nel 4 luglio 1848, il gran patriota Costabile Carducci coi suoi sventurati compagni, quando egli, dopo le sconfitte di Campotenese, cercò raggiungere le natie balze del Cilento, ma, costretto ad approdare, peri violenti marosi, alla spiaggia del villaggio di Acquafredda, quivi, fu catturato e trucidato infamamente dagli sgherri del prete Peluso. Quali tristi ricordanze! E parve allora, al fausto passaggio di Garibaldi per quei lidi pittoreschi, già fiorenti di città e ville dell’antica Magna Grecia, che le ossa del gran Patriotta del Cilento, le quali tuttora riposano dimenticate nella chiesetta del villaggio, si fossero destate dall’avello frementi di gioia pel compimento della tanto sospirata redenzione d’Italia (1).”.
Nel 1848, DANIELE e don GIUSEPPE CALDERARO, parteciparono all’uccisione del Carducci
Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 184, in proposito scriveva che: “….e Nicola Calderaro (3). Quest’ultimo nipote del Peluso, era stato uno della comitiva che aveva nel 1848 sacrificato il Carducci. Rimasero del pari prigionieri la guardia di dogana Filippo Fiorentino ed Alfonso Panico.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (3) postillava: “(3) Sentenza 19 luglio 1858 – p. 119.”. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 18 riferendosi a Costabile Carducci fatto prigoniero, in proposito scriveva che: “…e si avviò coraggioso al suo destino, menato innanzi per l’alpestre sentiero dai dodici manigoldi, fra i quali era anche un prete, Don Giuseppe Calderaro. Lungo il cammino furono usate al prigioniero le più atroci sevizie, e rivolte le parole più oltraggiose. Giunto il triste corteo al punto designato detto della Scala, dove due alte rocce tagliate a picco restringono il varco a due chilometri da Acquafredda, Giuseppe Bello, più degli altri feroce, fatto sedere su d’un sasso il Carducci stanco ed affranto, tentò strangolarlo colle mani; l’infelice dopo breve letargo si riebbe, ed allora Domenico Calderaro lo finì con un colpo di pistola alla gola tirato a bruciapelo. Ognuno di quei carnefici volle disfogare la sua ferocia sul cadavere, al quale corse voce che furono apportate ben settantadue ferite. Consumato il martirio quei manigoldi tornarono nel villaggio, ed è fama che il Bello etc…(p. 22) Dopo la partenza del Tancredi, l’impudenza e l’alterigia dei Pelosiani giunse al colmo. Daniele Calderaro, che aveva una grossa macchia sulla gamba del calzone, la mostrava in pubblico ripetendo: “Questo è il sangue del Carducci”. Il ‘Generale’ Peluso che aveva avuto dallo zio etc… “. Secondo Carlo Pesce, “…ed allora Domenico Calderaro lo finì con un colpo di pistola alla gola tirato a bruciapelo.”. Sui Calderaro ha scritto anche Matteo Mazziotti parlando dei fatti del ’48 e dell’orrenda uccisione di Costabile Carducci. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento nel 1848”, vol. II, a p. 15, in proposito scriveva pure che: “Ad un cenno del prete alcuni sapresi, afferrato il Carducci, lo spinsero fuori. I compagni di lui tentavano di seguirlo; ma la turba li ricacciava dentro il frantoio. IV. A scortare il prigioniero andavano Vincenzo Peluso, detto il ‘generale’, Giuseppe e Vincenzo Bello, Flaminio Canonico, Agostino Faraco, Felice e Domenico Caiafa, Daniele Calderaro, il sacerdote Giuseppe Calderaro, Fortunato Timpanelli e Michelangelo Peluso (2).”. Mazziotti, a p. 15, nella nota (2) postillava: “(2) Qualche testimone esclude questo ultimo.”. Dunque, nella ciurma dei dodici fidati del prete Peluso vi erano i due Calderaro, Daniele ed il sacerdote Giuseppe. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, vol. I, dove, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Compiuta l’istruzione comparve tutta la vanità del processo, non essendo possibile gabellare come delitto la ricerca che i liberali di Sapri e dei paesi vicini avevano fatta del Carducci. Il Procuratore Generale della Gran Corte di Salerno, vistosi a mal partito, andò indagando qualche fatto che avesse potuto qualificarsi come delitto e lo rinvenne. Risultava dagli atti che nei primi di luglio Daniele Calderaro, cancelliere comunale di Sapri (1), era partito dal paese portando seco la chiave dell’ufficio (2). Giovanni Gallotti, funzionante da Sindaco, dovendo disbrigare alcune urgenti faccende comunali, aveva fatto scassinare la porta dell’ufficio ed affidate provvisoriamente, mediante verbale del 5 luglio, le funzioni di cancelliere al ‘decurione’ Domenico Bello (3). Il processo venne limitato a gli autori di questo fatto ed a coloro che avevano preso parte o favorito lo sbarco in Acquafredda quali ‘promotori di guerra civile’.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Ufficio corrispondente a quello attualmente di Segretario.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (2) postillava: “(2) Il Calderaro era accorso ad Acquafredda a premura del prete Vincenzo Peluso, come ho narrato nel Carducci, vol. 2°, pag. 8. Aveva preso parte all’assassinio del Carducci.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (3) postillava: “(3) I consiglieri comunali si chiamavano ‘decurioni’.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 182 e p. 184, in proposito scriveva che: “I più svelti si posero subito al sicuro, gli altri raggiunti vennero disarmati (2), rimanendovi prigionieri Domenico Esposito, Francesco Coia (o Cajafa), Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale e Nicola Calderaro (3). Quest’ultimo nipote del Peluso, era stato uno della comitiva che aveva nel 1848 sacrificato il Carducci. Rimasero del pari prigionieri la guardia di dogana Filippo Fiorentino ed Alfonso Panico.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (3) postillava: “(3) Sentenza 19 luglio 1858 – p. 119.”.
Nel 5-6-7 luglio 1848, i GALLOTTI alla ricerca di Carducci
Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 22 e ssg., in proposito scriveva che: “VII. Durante queste vicende, il Bifani, il Lotito ed il Sarubbi, inviati precedentemente da il Carducci, giungevano a Trecchine e, secondo l’ordine ricevuto da lui, avvisavano il capitano della guardia nazionale, Michele Grisi, di trovarsi con i suoi militi a Torraca a l’arrivo del loro capo. Proseguendo il cammino si imbattevano a Rivello con alcuni soldati della colonna del generale Busacca, i quali li arrestavano e li conducevano nel carcere del giudicato regio di Lagonegro. La notizia dell’arresto si spargeva in un attimo nella piccola città. I liberali del luogo, saputo che si trattava di seguaci del Carducci, diffusero ad arte la voce che masse di calabresi e di cilentani sarebbero subito accorse a liberare i detenuti invadendo la città. Un’onda di popolo, massime di contadini, traeva minacciosa al giudicato e chiedeva ad alta voce la liberazione di essi. Il giudice, spaventato, cedette sollecitamente, tanto più che non risultava a loro carico alcun delitto. La sera del 5 luglio giunsero al così detto Fortino presso Casalbuono e, secondo le loro istruzioni, si affrettarono ad avvertire il barone Giovanni Gallotti, che dimorava allora colà in una sua villa, dell’arrivo del Carducci in Sapri. L’annunzio sorprese il Gallotti, vecchio amico del Carducci, capitano della guardia nazionale a Sapri e capo della parte liberale del paese. Già arrivato il Carducci ?! Ed i suoi conterranei non lo avevano avvisato !. Forse non lo avevano potuto ! E perchè ? Balenò a la mente del Gallotti il sospetto di qualche colpo dei Peluso e della vecchia banda di lui. Immediatamente armatosi, discese a celeri passi con i tre arrivati e con due suoi fidi, Mansueto Brandi e Domenico Mercadante, a Sapri. Nel percorrere le vie del paese tenevano, per timore di qualche sorpresa, le armi in resta, chiedevano affannosamente del Carducci e gridavano “Viva Carducci, viva il nostro liberatore e padre!”(1). Domande, ricerche, tutto riuscì vano ! Gli amici del Gallotti lo ragguagliarono del ritorno del peluso avvenuto la mattina stessa, delle voci vaghe e sinistre sparse nel popolo. Nulla di sicuro e di certo. Con la disperazione nel cuore, trepidante per la vita dell’amico il Gallotti, essendo ormai sopraggiunta la notte, rientrava nella sua casa. Nelle prime ore del giorno 6 giungevano i Sapri il Lamberti ed il Ginnari ed informavano il Gallotti dell’aggressione subita in Acquafredda, della partenza del Carducci ferito, dell’arresto e della liberazione loro. Ove potevano i satelliti del Peluso aver trascinato il prigioniero ? Non ebbero neanche il sospetto dell’uccisione di lui. Certo era prigioniero, ma dove ? A Lagonegro ? Non era possibile ! Coloro che lo avevano avuto in consegna erano ritornati la mattina seguente a Sapri, non avevano quindi potuto assolutamente andare fino a Lagonegro, lontano molte ore da Acquafredda. Dunque in un luogo assai più vicino. Forse nella stessa villa del Peluso a Sapri ! Indubbiamente l’audace prete avrebbe raccolti quanti più proseliti numerava nella contrada e chiesto aiuto di soldati. Bisognava premunirsi. Il Gallotti nel suo febbrile entusiasmo per l’amico dando per sicuro la fervida speranza dell’animo, scriveva a i capitani della guardia nazionale dei paesi vicini: “E’ ancora tempo di salvare il Carducci, esso è rinchiuso nella villa Peluso. Portate non meno di cinquanta guardie”(1). Ed al suo vecchio compagno di fede Cristoforo Falcone: “L’orda di Peluso è chiusa nella villa: venite subito e portate forza” (2). A l’alba il Gallotti correva a Vibonati e pregava il giudice regio del circondario, Michele Palieri, di venire a Sapri per imporre al prete di rilasciare la preda. Ma nel frattempo il Peluso poteva fuggire conducendo seco il prigioniero! Impaziente di ogni indugio, senza aspettare le guardie nazionali e gli amici dei paesi contigui, una mano di giovani, tra cui il figlio del Gallotti di nome Salvatore, Felice Gaetani, Salvatore Tinelli, si avviò a la casa del Peluso. Questi, prevenuto pochi minuti prima, usciva proprio allora per mettersi in salvo: lo inseguirono fino al vallone detto Brizzi, ove dovettero retrocedere perchè i seguaci del prete, fermatisi risolutamente, spianarono le armi contro di loro. La mattina del 7 arrivavano da i comuni vicini molte guardie nazionali, e da Vibonati Giovanni Gallotti, il giudice Palieri, il capitano delle guardie nazionali del luogo Vincenzo Del Vecchio ed il sacerdote Domenicantonio Vassallo, insegnante nel seminario di Roccagloriosa. Si ignorava completamente dove il prete fosse fuggito e sopratutto dove avesse nascosto il Carducci. Il Peluso possedeva un’altra villa a Villammare ed una casa campestre nel villaggio denominato Tempone, posto a ridosso delle colline circostanti. Un gruppo diretto da Falcone e dal Ginnari corse a la villa (1). Era vuota! Una barca distaccatasi da poco dal lido si allontanava rapidamente! Sorse il pensiero che vi fossero i profughi e, dato di mano ad un altra barca, esultanti si affaticarono per raggiungerla. Delusione! Vi era soltanto un marinaio con la sua famiglia. Un altro gruppo saliva con ansia fino al villaggio Tempone. Qualche istante prima l’accorto prete aveva guadagnato le alture ed i boschi! Ed il Carducci? Nessuna notizia di lui! Scomparso miseramente! Lui, il trionfatore etc…Con l’angoscia nell’animo tornarono ai loro paesi. Il Lamberti prendeva sollecitamente la via di Sala, ove era aspettato, il prete Vassallo, rientrato nel seminario, etc…”. Nicola Nisco (….), nel suo “Ferdinando II ed il suo Regno per Nicola Nisco”, nel 1884, a p. 191, in proposito scriveva che: “Battuto dalle regie milizie con alcuni pochi riparava a Sala presso Petromilla Ginnari, e col fratello di costei s’imbarcò per la marina di Sapri; ma per mare tempestoso sbarcava ad Acquafredda tra Sapri e Maratea. “Arrivata la notizia di questo sbarco a Sapri, scrive il giudice Juliani, incaricato del permesso etc…ed erano Vincenzo Peluso e Leopoldo Peluso nipoti del sacerdote ed altri che poi messosi al seguito del sig. Manco, per ristabilire il buon ordine, si vantarono di essere stati gli uccisori del Carducci; e specialmente Vincenzo Peluso vantavasi ‘di averlo ucciso di propria mano’per ordine dello zio, il quale dopo pochi giorni dell’avvenimento di Acquafredda imbarcatosi in Sapri sul vapore il Tancredi si ridusse in Napoli, ove tuttora trovasi.”. Ho voluto trascrivere letteralmente questo tratto della relazione del giudice incaricato della processura, Juliani, processura che trovasi nell’Archivio di Stato di Napoli, onde non si dica che i liberali nello scrivere la storia, imitando i lor avversari, calunniano il governo di un principe nell’ultimo governo divenuto pessimo. E per meglio far conoscere quale animo ebbe Ferdinando II, nei primi anni del suo regno chiamato Tito, ricorderò chequanti erano in Napoli ed ancora son vivi si debbono rammentare, fossero pure a quella corte devoti, il prete Peluso al fine del luglio del 1848 e negli ultimi tristissimi che successero seduto sotto il portone della reggia in mezzo agli uffiziali della guardia e passeggiare nella piazza gaiamente col generale Torchiarolo, capitano della guardia del corpo. Il procuratore generale Scura che aveva ordinato il processo contro il Peluso e chiesto di sottoporlo ad accusa venne destituito; (p. 194). Per compiere poi l’oltraggio alla pubblica moralità e l’eccesso del regio potere, si ordinava l’accusa e poscia la condanna di Cristofaro Falcone, del di lui figlio e di altri, per essere andati due giorni dopo il terribile dramma di Acquafredda nella marina di Sapri, a ricercare il Carducci, e per aver tenuto col Passero e con Ulisse de Dominicis convegno a Vibonati ‘per liberare il Carducci che supponevano tenuto in ostaggio dai reazionarii di Sapri’.”.
Nel 1848, la leggenda della “testa mozza” del povero Carducci che fu portata al re Ferdinando II
L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 21 parlando dei moti calabresi del ’48, in proposito scriveva che: “Nel mattino del 10 il ‘Tancredi’ ripartì per Napoli portando la sacra persona del prte Peluso, il quale corse a ricevere direttamente dal Re il guiderdone del bel servizio. Portò seco i due cappelli dei Calabresi, e fu forse per questo che surse la voce, riferita da molti storici, che egli avesse portato la testa del Carducci: leggenda sorta anche perchè alcuni soldati, portando a bordo una cassetta, dissero, forse per ischerzo, che il dentro erano rinchiusi a testa e il braccio di Carducci.”. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 34-35 e ssg., in proposito scriveva che: “XI. Il mistero che avvolse per lungo tempo l’assassinio vi fece sorgere intorno le più strane leggende (3). Allorchè si vide il Peluso salire su la nave da guerra tenendo in mano gelosamente un sacchetto bianco, qualcuno del popolo sussurrò che contenesse la testa del trucidato (4). La voce si diffuse nei soldati colà presenti e negli abitanti del paese e fu raccolta da gli scrittori, che nell’ignoranza dei fatti prestarono ascolto a notizie vaghe ed immaginarie. Il visconte d’Arlincourt nel suo “L’Italie rouge” scrisse che la testa del ribelle fu messa nel sale ed inviata a i suoi compagni di fede di Napoli. Il buono ed ingenuo Settembrini aggiunse che il Peluso uccise di sua mano il Carducci, fece asciugare il capo dell’ucciso in un forno e lo presentò al re! (5). Il Petruccelli della Gattina, amico e compagno del Carducci nei moti di Calabria, con fantasia da novelliere tessè questo racconto: “Una sera il Carducci andò a domandare ospitalità al suo vecchio amico il prete Peluso di Sapri. Questo manigoldo lo accolse a braccia aperte; poi la notte quando il Carducci dormiva, si introduce nella camera di lui, l’uccide e gli toglie il capo. Adagiò quindi bellamente questa testa in una cassetta di latta, la contornò di bambagia e d’una pezzuola di tela bianca e corse in Napoli per presentarla al re Ferdinando” (1). A dimostrare la falsità della voce che al cadavere fosse stata tolta la testa bastano il rapporto del capitano Schettini e la perizia necroscopica che escludono recisamente cio! E tali documenti attestano falsa del pari l’altra voce che lo sventurato Carducci subisse settantadue colpi di pugnale (2); mentre non furono riscontrate che due sole ferite. Etc..”. Mazziotti, a p. 34, nella nota (4) postillava: “(4) Conteneva invece le carte del Carducci. A questa voce accennano anche gli atti del processo.”. Mazziotti, a p. 34, nella nota (5) postillava: “(5) Ricordanze, vol. I, pag. 314.”. Mazziotti, a p. 35, nella nota (1) postillava: “(2) ‘Le notti degli emigrati a Londra’.”. Mazziotti, a p. 35, nella nota (2) postillava: “(2) Dichiarazione di Rachele Calderaro.”.
Nell’8 luglio 1848, dopo l’omicidio del Carducci, il colonnello Recco con la nave ‘Tancredi’ da Napoli arriva a Sapri per salvare il prete Peluso ed il 9 luglio 1848 riparte per Napoli con il Peluso
Il sacerdote Mario Vassaluzzo (….), nel suo “Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana”, a p. 201 e sulla scorta del Mazziotti (….) parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Il cadavere del Carducci fu trascinato nel ripiano detto ‘Jazzine’ e precipitato nel burrone scavato tra le due altissime rocce. Temendo una insurrezione popolare, dietro segnalazione del Peluso, il giorno 8 luglio, il colonnello Recco, proveniente da Napoli, a bordo del “Tancredi”, sbarcò a Sapri. Ma poichè tutto era apparentemente calmo, egli ne partì il giorno 9 in compagnia del Peluso.”. Le “Ricordanze” di Luigi Settembrini (….), ricordano il triste episodio e come il prete Peluso, responsabile di quell’orrendo delitto, fu protetto alla Corte di Ferdinando II di Borbone il quale, inviò a Sapri la nave militare Tancredi per salvare il Peluso e portarlo impunito a Napoli. In seguito, tutti quei personaggi che avevano attivamente partecipato al triste episodio, furono lautamente ricompensati dal Re, che talvolta concesse pensioni e ricompense in danaro (…). L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 21 parlando dei moti calabresi del ’48, in proposito scriveva che: “Immantinenti fu mandata a Sapri una nave da guerra, il ‘Tancredi’, su cui prese pure imbarco il Canonico, con truppe a comando del Colonnello Recco. Giunta la nave nel giorno otto nelle acque di Sapri, a presentare gli omaggi al comandante ed averne protezione in quei frangenti si recò a bordo una commissione d’uffiziali della Guardia Nazionale, del clero e di altri notabili del paese, i quali vennero trattenuti a bordo per 24 ore. Nel frattempo le truppe, discese a terra, s’unirono coi Pelusiani, discesi dai monti, e festeggiando per le vie della città il fausto avvenimento, univano al grido: ‘Viva il Re! l’altro: ‘Viva Vincenzo Peluso! ed a scorno ed umiliazione dei liberali procedettero al disarmo della Guardia Nazionale. Nel mattino del 10 il ‘Tancredi’ ripartì per Napoli portando la sacra persona del prete Peluso, il quale corse a ricevere direttamente dal Re il guiderdone del bel servizio. Portò seco i due cappelli dei Calabresi, e fu forse per questo che surse la voce, riferita da molti storici, che egli avesse portato la testa del Carducci: leggenda sorta anche perchè alcuni soldati, portando a bordo una cassetta, dissero, forse per ischerzo, che il dentro erano rinchiusi a testa e il braccio di Carducci. Dopo la partenza del ‘Tancredi’, l’impudenza e l’energia dei Pelusiani giunse al colmo. La protezione, che il governo aveva dispiegato in loro favore, e il disarmo degli avversari li spinsero ai più brutti eccessi. Fortunato Timpanelli narrando ad un suo amico sotto il maestoso albero nella piazza di Sapri, i particolari orribili dell’assassinio, soggiunfìgeva: “Oh ! se tu pure ti fossi trovato in quel rincontro, avresti con tutti noi altri il premio dal governo e la pensione!”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 26 e ssg., continuando il suo racconto scriveva pure che: “IX. Flaminio Canonico, giunto rapidamente a Napoli, vi compiva subito l’importante missione affidatagli. I documenti del tempo non rivelano le sue pratiche: certo il nome di colui che lo spediva, caro da tanti anni a la Corte, la notizia che portava dell’uccisione del pericoloso agitatore dovettero farlo ammettere a la presenza del re. Il Peluso aveva dato complete istruzioni al suo emissario. Egli doveva confermare la versione da lui inventata, cioè che Carducci, sbarcato ad Acquafredda per promuovere la rivoluzione, per uccidere il Peluso e saccheggiare il paese, aveva al grido di “Viva la repubblica e muoia il re!” fatto fuoco etc…Non occorse tanta fatica per convincere il re e la Corte. Il re nutriva nell’animo un profondo rancore contro l’uomo che gli si era sempre posto di fronte, il gennaio nel Cilento, il 15 maggio a Napoli, il giugno in Calabria…..Il Recco, forse ancora in quella marina (Pesto), poteva in poche ore raggiungere Sapri. A tale scopo il re ingiungeva al capitano di vascello Ferdinando Roberti di salpare immediatamente con il piroscafo ‘Tancredi’ per Pesto e di consegnare al Recco questa lettera: “Napoli, 7 luglio 1848. Nel ricevere la presente Ella imbarcherà con l’intero suo battaglione sul battello a vapore Tancredi e si recherà a Sapri, ove si ha notizia che delle guardie nazionali di quel paese e dei comuni vicini siano riunite a vendicare la morte di Costabile Carducci, uno dei capi della rivoluzione del Vallo. Etc…Riveverà da un individuo di Sapri, che ha preso parte a l’uccisione del Carducci (1), la chiave di una cassa, ove sono riposte delle carte ed altri oggetti di pertinenza di esso Carducci e che trovasi presso il canonico Peluso; la quale cassa porterà seco a Napoli, ove si recherà terminato il sopraindicato disarmo” (2). Il Tancredi giungeva a Sapri il giorno 8 alle 2 pomeridiane. Il capitano Gallotti con i primari del paese ed il clero andava a bordo per atto di ossequio. Il Recco, sceso con essi a terra, mandava premurosamente a chiamare il Peluso (3). Mentre il Gallotti narrava sul lido al colonnello l’aggressione di Acquafredda, si vide tra un grande vocio scendere da le alture il grosso prete Peluso, in abito borghese, con un berretto rosso, portato in trionfo sopra un seggiolone in mezzo ad una numerosa schiera che gridava a squarciagola “Viva Vincenzo Peluso!”. A la esclamazioni, risposero festanti le truppe stese lungo la spiaggia. Il colonnello costringeva il Gallotti e gli altri andati a fargli omaggio a ritornare a bordo del ‘Tancredi’ ed a restarvi per 24 ore, durante le quali sciolse e disarmò la guardia nazionale, imponendo la consegna immediata de le armi, e ricostituì la guardia urbana, di cui dette il comando a Vincenzo Peluso, nipote del prete. Quest’ultimo intanto, ripetendo a suo talento al colonnello l’uccisione del Carducci, gli mostrava la valigia con l’uniforme di lui ed un sacchetto contenente le carte trovate in essa. L’improvviso sbarco delle truppe a Sapri aveva distolto ormai le guadie nazionali ed i liberali dei paesi vicini da l’accorrere colà. Scomparso ogni timore di disordini e di vendette, compiuta la sua missione a Sapri, il colonnello non aveva alcuna ragione di prolungare ivi la sua dimora. Al prete, d’altra parte, tardava d’andare a Napoli per raccogliere lodi ed onori in Corte. Il Recco con la truppa e con il Peluso riprendea sul Tancredi la via de la capitale il 9 luglio (1).”. Mazziotti, a p. 28-29 nella nota (1) postillava: “(3) Rapporto del Recco, dell’11 luglio 1848, alligato al fascicolo di lui presso l’archivio di Pizzofalcone in Napoli.”. Mazziotti, a p. 62, in proposito scriveva pure: “V. La fregata a vapore Tancredi, partita da Sapri il 9 luglio, come ho raccontato precedentemente, dopo poche ore di traversata sostò una seconda volta presso la rada di Pesto. Il colonnello Recco scese a terra con il suo reggimento, rimandò il piroscafo con il prete Peluso a Napoli e quindi senza indugio mosse per Capaccio.”. Nicola Nisco (….), nel suo “Ferdinando II ed il suo Regno per Nicola Nisco”, nel 1884, a p. 191 in proposito scriveva che: “Battuto dalle regie milizie con alcuni pochi riparava a Sala presso Petromilla Ginnari, e col fratello di costei s’imbarcò per la marina di Sapri; ma per mare tempestoso sbarcava ad Acquafredda tra Sapri e Maratea. “Arrivata la notizia di questo sbarco a Sapri, scrive il giudice Juliani, incaricato del permesso etc…ed erano Vincenzo Peluso e Leopoldo Peluso nipoti del sacerdote ed altri che poi messosi al seguito del sig. Manco, per ristabilire il buon ordine, si vantarono di essere stati gli uccisori del Carducci; e specialmente Vincenzo Peluso vantavasi ‘di averlo ucciso di propria mano’per ordine dello zio, il quale dopo pochi giorni dell’avvenimento di Acquafredda imbarcatosi in Sapri sul vapore il Tancredi si ridusse in Napoli, ove tuttora trovasi.”. Ho voluto trascrivere letteralmente questo tratto della relazione del giudice incaricato della processura, Juliani, processura che trovasi nell’Archivio di Stato di Napoli, onde non si dica che i liberali nello scrivere la storia, imitando i lor avversari, calunniano il governo di un principe nell’ultimo governo divenuto pessimo. E per meglio far conoscere quale animo ebbe Ferdinando II, nei primi anni del suo regno chiamato Tito, ricorderò chequanti erano in Napoli ed ancora son vivi si debbono rammentare, fossero pure a quella corte devoti, il prete Peluso al fine del luglio del 1848 e negli ultimi tristissimi che successero seduto sotto il portone della reggia in mezzo agli uffiziali della guardia e passeggiare nella piazza gaiamente col generale Torchiarolo, capitano della guardia del corpo. Il procuratore generale Scura che aveva ordinato il processo contro il Peluso e chiesto di sottoporlo ad accusa venne destituito; (p. 194). Per compiere poi l’oltraggio alla pubblica moralità e l’eccesso del regio potere, si ordinava l’accusa e poscia la condanna di Cristofaro Falcone, del di lui figlio e di altri, per essere andati due giorni dopo il terribile dramma di Acquafredda nella marina di Sapri, a ricercare il Carducci, e per aver tenuto col Passero e con Ulisse de Dominicis convegno a Vibonati ‘per liberare il Carducci che supponevano tenuto in ostaggio dai reazionarii di Sapri’.”.
Nel 13 luglio 1848, a Sapri, il maggiore Manzi e la reazione borbonica, la rimozione del giudice Gaetano Palieri
Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a p. 94 e ssg. parlando del “Capitolo III – Il Processo Carducci”, in proposito scriveva che: “I. In seguito a la denuncia del Lamberti e del Ginnari, il giudice regio Gaetano Bianchi, del circondario di Maratea, iniziava un processo per l’aggressione di Acquafredda. Si sapeva che la maggior parte dei colpevoli era del comune di Sapri, il quale è compreso nel circondario di Vibonati; quindi il Bianchi per l’accertamento di essi, si rivolse al suo collega Michele Palieri. Il Palieri, profondamente compreso del suo dovere, si pose con sollecitudine a l’opera, ma purtroppo lo attendevano le più amare sorprese. Allorchè il giorno 8 luglio sbarcò a Sapri il colonnello Recco, il buon giudice si vide, lui, il primo funzionario del paese, ricevuto con aperto dispregio dal colonnello. Dovette vedere invece il prete Peluso accolto con dimostrazioni di ossequio e portato in trionfo, sciolta la guardia nazionale e ricostituita l’antica esosa guardia urbana sotto il comando proprio di un fratello del Peluso. E questo prete indegno, macchiato di tanti misfatti, saliva tra le acclamazioni e le feste su una nave regia mandata a bella posta per lui! Ma dunque in alto si applaudiva al delitto e se ne proteggeva l’autore?.”. Il Mazziotti, a pp. 95-96, in proposito aggiungeva che: “I colpevoli di tanta scellaraggine, inorgogliti da le accoglienze del Recco, dal manifesto favore della Corte e del governo, sfrontatamente si vantavano dell’opera loro. Il Palieri indignato di simile impudenza si apprestava a procedere per questo secondo misfatto, quando nel pomeriggio del giorno 13 gli si disse dell’approdo del maggiore Manzi, con un battaglione di cacciatori. Affrettatosi a la rada ebbe ad assistere a le cordiali accoglienze del Manzi a i capiurbani Pecorelli e Peluso, che con i loro proseliti arrivavano a frotte, evidentemente prevenuti dell’arrivo. Il Manzi, allineato il suo battaglione sul lido, lesse ad alta voce, con tòno solenne, una lettera del ministero della guerra che incitava i due capiurbani di Policastro e di Sapri “a cooperarsi per il felice successo della truppa”. A sì lusinghiero invito, segno manifesto dell’alta fiducia del governo, i due capiurbani raggianti di gioia si pavoneggiavano tra i soldati. Giovanni Gallotti, pochi giorni prima elogiato pubblicamente “per avere garantito l’ordine e cercato di assicurare degli assassini a la giustizia” (1) fu ricevuto tanto male, che sdegnosamente lasciò Sapri appartandosi nella sua villa al Fortino. Nonostante questo doloroso spettacolo, il Palieri nella coscienza della dignità del suo ufficio non temette di avvicinarsi al Manzi, in atto di saluto cortese e deferente. Ma l’arogante ufficiale, anzicchè corispondergli gentilmente, gli scagliò contro parole sconcie e villane e quindi gli volse superbamente le spalle. A questa vista le bande del Peluso del Pecorelli si diedero a sghignazzare e poi quasi, inebriate da la gioia, a correre per le vie mettendo grida minacciose ed insolenti contro i migliori del paese. A l’immediata offesa, il Palieri fu preso da un impeto di indignazione e d’ira! Un dubbio acre tormentava l’animo. Forse in alto si era desiderata, forse anche ordita, la fine del Carducci. Etc…(p. 98). Una grossa tempesta si addensava sul capo dei due giudici regi, massime del Palieri già guardato in alto con sinistra prevenzione. Pochi mesi prima, nel gennaio, egli ingenuamente aveva riferito che le masse cilentane durante il passaggio per il suo circondario non avevano commesso alcuna violenza, anzi imprudentemente si era lasciato sfuggire alcune parole benevole per il loro contegno. Il sottointendente del tempo, come ho raccontato (2), nel trasmettere a Salerno la relazione, aveva espresso il sospetto che questa fosse stata scritta d’accordo con i capi delle bande. Il sospetto era subito divenuto certezza nelle sfere ufficiali!.”. Mazziotti, a p. 98, nella nota (2) postillava: “(2) Vol. 1°, pag. 109”. Mazziotti, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Processo Carducci, vol. 2°, parte 2°”. Mazziotti, vol. II, a p. 99, in proposito aggiungeva pure: “A queste diffidenze in alto si aggiungeva un sordo rancore contro di lui da parte di persone influenti del paese. Il Peluso fin da la venuta del Palieri nel circondario di Vibonati si er offeso perchè il novello giudice regi non era corso a fargli atto di omaggio come i predecessori di lui e non lo corteggiava al pari di tutti i funzionari della contrada. Quando poi il Palieri osò di iniziare un processo per l’avvenimento di Acquafredda, l’ira del prete traboccò. Naturalmente a l’approdo del Recco in Sapri il Peluso non mancò di dipingergli lo zelante magistrato con i più foschi colori. Ed il Recco gabellando le maligne insinuazioni come voce del paese, scriveva al ministro della guerra principe d’Ischitella “la pubblica opinione accusa il giudice Palieri di simpatia per i rivoltosi” (1).”. Mazziotti, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Processo Carducci, vol. 2°, parte 2°.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a p. 103 e ssg. parlando del “Capitolo III – Il Processo Carducci”, in proposito scriveva che: “Guai anche più gravi sovrastavano intanto a lo sventuralo Palieri. A Sapri i partigiani del prete spadroneggiavano a loro talento, occupavano tutti i pubblici uffici e se ne avvalevano per subornare con minaccie o con blandizie i testimoni del processo. Parecchi tra essi, che da prima avevano onestamente detto il vero, si disdicevano ora spudoratamente, altri si mostravano perplessi e reticenti. In questo ambiente pervertito si accreditò la leggenda inventata da prete, cioè che il Carducci fosse approdato nella spiaggia di Acquafredda per trucidarlo e che, imbattutosi con le guardie doganali e con gli abitanti avesse gridato “viva la repubblica e muoia il re” provocando in tal modo il conflitto, in cui era caduto il Laino. Si aggiungeva che il Carducci condotto a Lagonegro avesse, durante la via, tentato di fuggire costringendo la sua scorta a tirargli contro varii colpi che lo avevano ucciso. Il nuovo istruttore riferiva questa bugiarda versione al ministro con relazione del 1 agosto (1)….Per la continua ispirazione del prete si giunse al punto di accusare il Palieri di avere nel gennaio favorito l’invasione delle bande cilentane, e di poi, nel luglio, tentato in complicità con il Gallotti, di liberare e di proteggere un bandito. Bastò questo per creare contro il giudice regio un processo per lesa maestà. E mentre il Palieri, ignaro di tutta questa trama, etc…”.
Nel 1848, il prete Peluso ed il capourbano di Policastro, Cav. FELICE PECORELLI, Sanfedisti e filoborbonici
Sul cav. Pecorelli filoborbonico di Policastro Bussentino (Santa Marina), ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 234, in proposito scriveva che: “I cacciatori quindi recatisi a Tortorella ed ivi raggiunti anche dal cav. Felice Pecorelli con la sua squadriglia, proseguirono per Casaletto dove giunsero nelle ore pomeridiane e si accamparono nel largo detto Campo (2) per passarvi la notte. Il giorno seguente ripresero il cammino per Buonabitacolo.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 68, in proposito scriveva che: “Il capourbano di Santa Marina cav. Felice Pecorelli, anche lui per chiedere una ricompensa, chiamava Pisacane “Socialista”, e altri l’hanno imitato. Dubitiamo che Pecorelli sapesse cosa fosse il socialismo, ma lo intendeva semplicemente come insulto. Il fatto storico è che Pisacane era mazziniano. E Mazzini era tanto poco marxista, quanto Marx era mazziniano. E’ tutt’è due non sono sospetti di fascismo”. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 16 parlando dei moti calabresi del ’48, in proposito scriveva che: “Intanto il Peluso, col tuono di grande inquisitore, prese ad interrogare il Carducci; cui ripeteva con cipiglio beffardo ed insolente: “Ditemi ora, o Signore, perchè m’avete sempre perseguitato e minacciato ? Che male v’avevo fatto io, povero vecchio, oltre dei miei principii politici dissenzienti dai vostri ? Quando capitanaste la ribellione nel Cilento, minacciaste persino (e lo seppi da fonte sicura) d’uccidere me, monsignor Laudisio e il cav. Pecorelli di Policastro; per lo che fui costretto rifugiarmi nelle caverne e dormire più volte sul nudo suolo!…So che minacciaste anche di bruciare la mia Babilonia in Vibonati ! Che male v’aveva fatto io ? E Carducci di rimando calmo e dignitoso: “Ma voi v’ingannate; ciò non è vero; io non ho mai meditato simili iniquità, anzi son pure amico dei vostri nipoti D. Salomone e D. Moisè Peluso, che ho conosciuto in Napoli”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 88, in proposito scriveva pure che: “Di quest’ultima adunata d’insorti si formarono due colonne: l’una con a capo il Passero, l’altra col Ferrara. La colonna del Passero al grido di ‘Viva il re Vittorio Emmanuele! si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioi Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala; quella del Ferrara invece si avviò per Cuccaro Laurito Rofrano e si fortificò a Sanza, dove sorprese ed imprigionò e, pare, fucilasse in carcere l’infame capo urbano Sabino Laveglia, che tre anni prima aveva sollevato i sanzesi contro Pisacane. Etc…”. Sull’opera borbonica e collaborazionista del Pecorelli con i regi ha scritto il Pesce. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 16 parlando dei moti calabresi del ’48, in proposito scriveva che: “Intanto il Peluso, col tuono di grande inquisitore, prese ad interrogare il Carducci; cui ripeteva con cipiglio beffardo ed insolente: “Ditemi ora, o Signore, perchè m’avete sempre perseguitato e minacciato ? Che male v’avevo fatto io, povero vecchio, oltre dei miei principii politici dissenzienti dai vostri ? Quando capitanaste la ribellione nel Cilento, minacciaste persino (e lo seppi da fonte sicura) d’uccidere me, monsignor Laudisio e il cav. Pecorelli di Policastro; per lo che fui costretto rifugiarmi nelle caverne e dormire più volte sul nudo suolo!…”. Sull’opera borbonica e collaborazionista del Pecorelli con i regi ha scritto il Mazziotti. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 95-96 e ssg. parlando del “Capitolo III – Il Processo Carducci”, in proposito scriveva che: “Il Palieri indignato di simile impudenza si apprestava a procedere per questo secondo misfatto, quando nel pomeriggio del giorno 13 gli si disse dell’approdo del maggiore Manzi, con un battaglione di cacciatori. Affrettatosi a la rada ebbe ad assistere a le cordiali accoglienze del Manzi a i capiurbani Pecorelli e Peluso, che con i loro proseliti arrivavano a frotte, evidentemente prevenuti dell’arrivo. Il Manzi, allineato il suo battaglione sul lido, lesse ad alta voce, con tòno solenne, una lettera del ministero della guerra che incitava i due capiurbani di Policastro e di Sapri “a cooperarsi per il felice successo della truppa”. A sì lusinghiero invito, segno manifesto dell’alta fiducia del governo, i due capiurbani raggianti di gioia si pavoneggiavano tra i soldati. Giovanni Gallotti, pochi giorni prima elogiato pubblicamente “per avere garantito l’ordine e cercato di assicurare degli assassini a la giustizia” (1) fu ricevuto tanto male, che sdegnosamente lasciò Sapri appartandosi nella sua villa al Fortino.”. Mazziotti, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Processo Carducci, vol. 2°, parte 2°”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 84, in proposito scriveva che: “I ‘cacciatori’ erano al comando del maggiore Gennaro Marulli, ….In pratica egli impiegò più di due giorni (martedì e meroledì e prime ore del giovedì) per raggiungere Sanza (quando tutto era già finito) attraverso Torraca (dove fu seguito dal giudice Fischetti e dove fu accolto festosamente dal presule monsignor Laudisio, dal clero e dai notabili (66), Tortorella (dove ai militi si unì una squadra di filoborbonici guidati da Felice Pecorelli, già capourbano di Policastro), etc…”.
Nel 1850, il sacerdote don Filomeno GALLOTTI, figlio del barone di Battaglia, Giovanni Gallotti e la poesia per Costabile Carducci
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “A seguito di una falsa denuncia da parte di alcuni detenuti a cui fu promessa la libertà in cambio, D. Emanuele Gallotti di Giovanni, sacerdote di Sapri, fu carcerato perchè in casa, dopo perquisizione avvenuta ad opera del Giudice di Vibonati, venne ritrovata una poesia inneggiante alla morte di Costabile Carducci. Per ordine della polizia fu mandato prima nel monastero di Montoro per rimanervi “loco carcoeris” in attesa di provvedimento giudiziario. Ma poiché vi erano già altri quattro sacerdoti della Diocesi di S. Angelo dei Lombardi fu tramutato, sempre ristretto, nel monastero di S. Maria delle Grazie in Salerno. La poesia, all’epoca dei fatti, era di pubblico dominio nel Golfo e, sebbene la Gran Corte di Potenza (46) avesse riconosciuto come autori D. Carlo Gallotti (47), D. Agnesina e D. Concettina Veri di Maratea, il sacerdote venne lo stesso trattenuto in prigione. Tra le diverse suppliche in cui chiese i provvedimenti di giustizia e metterlo in libertà, sostenne: “I suoi nemici lo accusarono falsamente. Finsero di trovare tal poesia, quando egli aveva dimorato d’apprima per sei mesi qui in Salerno, in quell’abitazione da loro scardinata, aperta, depredata, e lasciata poi in balia di tutti.”. La libertà veniva reclamata oltre che per sé anche per “assistere ai bisogni del padre e del fratello che languiscono nelle prigioni” (48)”. Policicchio (….), a p. 214, nella nota (46) postillava: “(46) Sentenza del 15 febbraio 1850”. Policicchio, a p. 214, nella nota (47) postillava: “(47) Agli inizi del 1850, pur essendo stato rionsciuto autore della poetica composizione, ebbe dal Ministro dell’Interno, ramo polizia, il permesso, per un anno, di girare le Province del Regno e dare lezioni essendo egli “poeta estemporaneo”. Dallo stesso Ministro, in modo riservato, venne diramata circolare a tutti gli Intendenti con la quale si ordinava di essere il Gallotti diligentemente sorvegliato sia nei suoi movimenti che nei temi toccati e svolti durante le sue lezioni. L’intendente di Salerno, nell’accusare ricezione e ottemperanza della circolare, al Direttore della polizia in Napoli aggiunse: “stimo doveroso di sottomettere, evidenziando alla sua diligenza, che se mal non mi ricordo nel 1847 vi furono disposizioni contro di questo poeta, di non farlo cioè rientrare nel Regno, mentre egli si trovava nelle Marche di Ancona”. Alla fine di marzo, insieme alla moglie, si portò a Montano, ospite di D. Antonio Lauro di Torchito ed i temi trattati furono seguiti da quel giudice regio, D. Nicola De Majo. La mattina del 27 partì per Avelino. In giugno si recò a Caserta e poi in Piedimonte d’Alife. Alla fine dell’estate fece perdere le tracce di sé e in ottobre venne emanata altra circolare per “rintracciarlo e farlo mettere a stretta sorveglianza” (ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 89, f. 17).”. Policicchio, a p. 214, nella nota (48) postillava: “(48) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 135, f. 1.”.
Nel 16 gennaio 1851, la reazione borbonica e l’arresto del barone di Battaglia, don GIOVANNI GALLOTTI e del figlio SALVATORE e Raffaele riuscì a dileguarsi
Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno. Anno 1850”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Avanti si è detto che Garibaldi, a Sapri, fu ospite di Giovanni Gallotti, persona liberale il quale conobbe le prigioni borboniche. Non solo Giovanni soffrì per opinioni politiche sotto il Borbone, ma l’intera famiglia i cui membri erano annoverati tra gli attendibili politici. Le misure poliziesche contro elementi più progressisti o semplicemente sospettati, furono imponenti ed i migliori cittadini – nel campo dell’industria, delle arti o del pensiero – dovettero subire ignominiosi processi, montati dalla polizia e scontare conseguenti condanne in orribili bagni penali con i peggiori malviventi.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni. La sua biografia politica dalla polizia borbonica fu definita “Tristissima”, ma peggio fu che educò i figli ad avere la sua stessa condotta politica. I regnicoli erano costretti a sopportare le nefaste conseguenze di un regime di sopraffazioni e di violenze. In un simile contesto, Giovanni Gallotti, uno tra i tanti liberali del nostro sud (49), abbandonando la vita riservata e settaria che fino ad allora aveva condotto, si distinse, a partire dal 1848, per avere abbracciato le novità dell’epoca e si rese responsabile d’avere strenuamente lottato per la libertà e le istituzioni liberali. Con spirito di dedizione e la consapevolezza della incommensurabile portata sociale degli innovatori concetti politici, affrontò la sua azione sfidando le incomprensioni, le resistenze e lo scetticismo alimentati dai pregiudizi e dalla gretta paura del nuovo che caratterizza ogni fase di avanzamento e di progresso. Fece parte del comitato rivoluzionario e fu in mezzo ai settari. Spedì emissari nel Cilento e nelle Calabrie per dare e ricevere notizie. Con la bandiera tricolore andò incontro ai rivoltosi Cilentani capitanati da Costabile Carducci e Stefano Passero ospitandoli in casa propria. Era in Chiesa quando l’arciprete di Sapri, don Nicola Timpanelli, celebrò Messa col canto del Te-Deum per ringraziamento. Con l’accordo del Sindaco di Sapri, Angelo Tinelli, fece loro dare cento ducati dalla casa comunale. Quando Carducci fu catturato ad Acquafredda minacciò di morte gli autori e spedì corrieri a Maratea per liberare i suoi amici. Un rapporto di Polizia dice che Giovanni Gallotti “non si astenne neppure dalla tracotanza di dire che il re doveva rinunciare al trono o fuggire, perché era prossima a proclamarsi la Repubblica”. Fu indicato come esaltato liberale e accusato di “cospirazione ed attentato contro la sicurezza interna dello Stato”. Insieme al figlio Salvatore fu tra i primi a cadere nella rete della polizia borbonica. La loro condanna fu una prima volta abbreviata da venti a dieci anni di ferri dopo aver goduto di una benevolenza sovrana nel 1852, e una seconda volta graziata con rescritto del 23 dicembre 1856, sei mesi prima che avvenisse la spedizione di Pisacane.”. Policicchio, a p. 215, nella nota (49) postillava: “(49) Sul vigilato politico Domenico Crocco Egineta, fu Carlo, di S. Marina, accusato di avere corrispondenza con gli emigrati Mazziotti e Mariconda (suo suocero), arrestato il tre marzo 1859 per i troppi e sospetti spostamenti tra Licusati e Napoli. (Ivi, b. 22, f. 38).”.
Nel 29 giugno, 1857, la taverna del Fortino del Cervaro di proprietà del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti o di proprietà di Vincenzo Cioffi ?. I Gallotti erano proprietari di una casa di campagna in località S. Marco, non molto distante dal Fortino del Cervato ?
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “La colonna giunse al Fortino alle 22 ore italiane: gli uomini erano stanchi ed affamati, dopo aver percorso 12 miglia di strada erta e disagevole. Li accoglie con entusiasmo Vincenzo Cioffi nella sua taverna.”. In questo passaggio il Cassese è molto chiaro quando dice che i rivoltosi vengono accolti da Vincenzo Cioffi nella sua Taverna. Inoltre, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “I fratelli Galotti, chiusi nella loro casina, non si fanno vivi, e solo l’indomani, all’alba, Pisacane, accompagnato dal Cioffi, si reca da loro, e dopo un breve colloquio torna al Fortino insieme a Raffaele e Filomeno.”. Dunque, secondo il Cassese, il Cioffi, che aveva ospitato i rivoltosi di Pisacane nella “sua Taverna” accompagnò Pisacane nella casina dei Gallotti che non doveva essere distante dal Fortino ma che appunto non deve confondersi con la Taverna del Fortino che era di proprietà di Vincenzo Cioffi. Dunque, la Taverna del Fortino apparteneva a Vincenzo Cioffi, dai cui eredi, in seguito i Colombo hanno acquistato l’immobile. Dunque, la Taverna del Fortino non è da confondere con la proprietà o la casa in campagna dei baroni di Battaglia Gallotti. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 109 continuando il suo racconto scriveva pure: “Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno.”. Dunque, il Montesano, non so da dove prenda questa notizia, scriveva corrrettamente che la casina di famiglia dei baroni di Battaglia Gallotti si trovava in località “San Marco” che, si trovava sempre in contrada Fortino del Cervaro e che non doveva essere molto distante dalla Taverna del Fortino che ospitò i rivoltosi di Pisacane. La casa o la villa dei baroni di Battaglia, i Gallotti, non è da confondere con la “Taverna” del Fortino che molto probabilmente era di proprietà anch’essa dei baroni di Battaglia, Gallotti. Infatti, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “La colonna giunse al Fortino alle 22 ore italiane: gli uomini erano stanchi ed affamati, dopo aver percorso 12 miglia di strada erta e disagevole. Li accoglie con entusiasmo Vincenzo Cioffi nella sua taverna.”. In questo passaggio il Cassese è molto chiaro quando dice che i rivoltosi vengono accolti da Vincenzo Cioffi nella sua Taverna. Dunque, la Taverna del Fortino apparteneva a Vincenzo Cioffi, dai cui eredi, in seguito i Colombo hanno acquistato l’immobile. Dunque, la Taverna del Fortino non è da confondere con la proprietà o la casa in campagna dei baroni di Battaglia Gallotti. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Il barone di Battaglia, il vecchio don Giovanni Gallotti, il mattino del 30 giugno 1857, il generale Carlo Pisacane si recherà ad incontrarlo nella sua casina di famiglia in località S. Marco a circa un chilometro dal Fortino del Cervaro, dove non lo troverà. Questa notizia però distorce con la testimonianza di un rivoltoso liberato a Ponza e fatto prigioniero a Padula, Luciano Marino. Sulla deposizione del Marino, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 59, nella nota (31) postillava: “(31) Questo riferì Luciano Marino in un rapporto autografo del 4 luglio ’57: B. 216, vol. I, c. 55 sgg.”. Sulla testimonianza del Marino ha scritto Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 290 , nella nota (22) postillava: “(22) ….Il rivoltoso Luciano Marino così dichiarò a Sala al giudice istruttore il 2 luglio: “….entrammo tutt’in Sapri ove non trovammo che vecchi, ragazzi e donnicciuole. Gli altri abitanti erano fuggiti. Cominciammo a gridare giusta gli ordini de’ capi, ….ma poco fummo corrisposti….” (Cfr. cap. VI, n. 72); etc…”. Sempre sullo stesso argomento, sulla deposizione del rivoltoso Luciano Marino, Fusco, a p. 293, nella nota (39) postillava che: “(39) Nella deposizione del rivoltoso Luciano Marino già più volte citata si legge: “….proseguimmo il viaggio verso la taverna del Fortino sulla strada che mena a Calabria ove giungemmo alle ore 22. Ivi per ordine del capo Nicotera fu tagliata ed abbattuta la corda elettrica come intesi tra la banda medesima, dal tavernaro a nome Vincenzo, che si mostrò tutto nostro, dicendo che aveva il fucile nascosto e ci attendeva da più giorni,….furono uccisi degli animali pecorini per farci mangiare. Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione. La nottata la passammo al Fortino anzidetto, e la seguente mattina de’ 30 proseguimmo il viaggio….” (ASS, Processi politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.).”. Dunque, il rivoltoso Luciano Marino dichiarava nell’interrogatorio che “Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione.”. Dunque, secondo Luciano Marino, liberato da Pisacane a Ponza, il generale Pisacane si sarebbe recato nel casino di campagna dei Gallotti al Fortino e lì avrebbe incontrato il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i figli. Sempre il Fusco, a p. 295, nella nota (55) postillava: “(55) Così scrisse il giudice supplente Giuseppe De Filippis (ivi, b. 200, vol. I; G. Ranieri, Casalbuono ecc.., cit., p. 61). Il rivoltoso Luciano Marino nella deposizione più volte citata affermò: “….giunti in Casalnuovo niuni etcc…”. Sempre il Fusco, a p. 286, nella nota (72) postillava: “(72) Luciano Marino, scampato all’eccidio di Padula e consegnatosi agli urbani di Sassano, era nato nel 1827 a S. Maria di Capua. ‘Sartore’ ad Aversa, si era arrolato nel reggimento ‘Regina’ da cui aveva disertato, donde la relegazione a Ponza. Nella dichiarazione del 2 luglio a Sala dinanzi al giudice iistruttore Luigi Pizzicaro (ASS, Processi Politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.) oltre all’affermazione del ‘galantuomo’ riferì pure d’un altro personaggio, di un mugnaio di nome Rosario, che era rientrato nel Cilento perchè ‘sapeva’ che sarebbero arrivati i ‘rivoltosi’ (ivi, p. 216). Anche il “tavernaro del Fortino”, Vincenzo Cioffi, secondo Marino aveva affermato di attendere i rivoltosi “da più giorni” (ivi, p. 214).”. La versione della casetta in campagna dei baroni Gallotti distante dalla Taverna di proprietà di Vincenzo Cioffi contraddice l’altra versione che ne dà l’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, riferendosi alla “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva pure che Garibaldi: “….accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convenivano per la messa, dai propingui casolari, le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la bella ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta. Etc…”. Dunque, il Pesce riferendosi alla Taverna del Fortino scriveva che Garibaldi: “….accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”. Pesce scriveva che, il fabbricato della “Taverna del Fortino” era di proprietà del barone don Paolo Gallotti. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “…“Salumeria Colombo”. Dentro in realtà c’è ben altro che una salumeria. Nella stanza adiacente c’è invece il bar vero e proprio. Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia. E da allora la famiglia Colombo è sempre stata un tutt’uno con la teverna in cui “sostavano il 29 giugno 1857 Carlo Pisacane, il 4 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, etc…”. Dunque, il Finelli sostiene che l’attuale famiglia dei Colombo, proprietari dell’immobile ne siano venuti in possesso dai baroni di Battaglia, i Gallotti, nel 1911. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 218-219 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, …..Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Nel 1978 fui incaricato dal Giudice Francesco Flora e dal Tribunale di Lagonegro per redigere, in qualità di Consulente Tecnico di Ufficio la Perizia di divisione erditaria dell’Immobile in questione e le parti in causa erano i Colombo contro i Cioffi. In seguito pubblicherò i resoconti della Perizia che provano in modo inconfutabile la precedente proprietà dei Cioffi. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)…”. Fusco, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13) I due fratelli (Emanuele e Filiberto) precedettero Pisacane al Fortino dove col genitore e con Salvatore e Raffaele dovettero decidere se aggregarsi ai rivoltosi che stavano sopraggiungendo oppure defilarsi. Il vecchio Giovanni, forse stanco ormai di tante lotte e carcerazioni, consigliò di tenersi in disparte e di ritirarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli”, come sembrò di poter arguire il giudice istruttore di Sala Ferdinando Giannuzzi (ivi, b. 204, vol XL, c. 9; b. 199, voll. XLII e XLIII). La decisione, forse sofferta, non impedì il loro ennesimo arresto (31 ottobre 1857). Le tristi condizioni carcerarie dovettero indurli a confessare al procuratore generale Francesco Pacifico di non aver voluto associarsi ai “maledetti rivoltosi” (ivi, b. 199, vol. XLII, cc. 22 – 26). Furono liberati il 18 giugno del ’59. Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159.”. Sui Gallotti ha scritto anche Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Dunque anche il Mazziotti parla di una villa al Fortino e di una Villa a Sapri.
Nel 1852, la reazione borbonica e l’arresto del barone di Battaglia, don GIOVANNI GALLOTTI e del figlio SALVATORE
Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109, sulla scorta del Cassese (….) proseguendo il suo racconto sul Gallotti ed i suoi figli scriveva pure che: “Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa.”. Paolo Emilio Bilotti, nel suo “La Spedizione di Sapri – Da Genova a Sanza”, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: “Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)….Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (16) postillava: “(16) M. Mazziotti, La reazione borbonica, ecc.., cit., p. 157. Secondo l’intendente di Potenza il “domestico” era stato il “latore della corrispondenza dei Gallotti con l’efferato Carducci” (ivi).”. Dunque, il Fusco, postillando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti citava il Mazziotti, Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, dove, a pp. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Il prete Vincenzo Peluso, l’autore del truce assassinio di Costabile Carducci, anelava di vendicarsi contro i suoi nemici, i liberali di Sapri. Ad ispirazione del vecchio prete che, ospite del palazzo reale di Napoli, godeva il favore della Corte, si istruì un voluminoso processo contro centoventuno individui, accusati di aver promosso disordini in Sapri allorchè erano andati in cerca del Carducci. Cominciarono gli arresti. Fin da la metà del luglio 1848 il maggiore Vincenzo Manzi, spedito con un battaglione a reprimere la rivolta nel Cilento, aveva fatta sorprendere da un drappello dei suoi la casa di Cristofaro Falcone di Policastro, uno dei più devoti amici e cooperatori del Carducci. Il Falcone, probabilmente informato della visita poco gradita che lo attendeva, aveva prudentemente trascorso la notte altrove. Il Manzi però rinvenne un figlio di lui giovinetto, vivente tutt’ora, di nome Socrate e lo tenne in prigione qualche tempo nel castello ducale di Diano, come detentore di corrispondenze criminose trovate nella casa. Le corrispondenze però riguardavano il padre del giovine, sicchè dopo breve intervallo questi riebbe la libertà (1). Se non chè, la sera del 7 maggio 1850, il tenente dei gendarmi Luigi Ronchi comandante la tenenza di Sala Consilina irruppe con una schiera dei suoi dipendenti nella casa del Falcone ed arrestò tanto lui che il figlio (2).”. Mazziotti, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Nota del sottointendente di Vallo, Giuseppe Mollo, del 1° febbraio 1850, Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 8.”. Mazziotti, a p. 156, nella nota (2) postillava: “(2) Verbale di arresto del 7 maggio 1850, incartamento suindicato.”. Mazziotti, a pp. 156-157 continuando il suo racconto scriveva pure che: “Proprio nello stesso giorno la squadriglia Vairo arrestava nella pubblica piazza di Maratea i più accesi liberali del paese, tra cui Raffaele Ginnari, fido seguace del Carducci e Domenico Mercadante persona assai devota a la famiglia Gallotti, accorso anche egli a Sapri nel luglio. Di un altro seguace del Carducci, Pasquale Bifano di Torraca, so seppe la morte avvenuta il 10 marzo del 1849 in Basilicata. Le più attive indagini della polizia si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, con loro grande meraviglia, trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo, il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri, erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Compiuta l’istruzione comparve tutta la vanità del processo, non essendo possibile gabellare come delitto la ricerca che i liberali di Sapri e dei paesi vicini avevano fatta del Carducci. Il Procuratore Generale della Gran Corte di Salerno, vistosi a mal partito, andò indagando qualche fatto che avesse potuto qualificarsi come delitto e lo rinvenne. Risultava dagli atti che nei primi di luglio Daniele Calderaro, cancelliere comunale di Sapri (1), era partito da paese portando seco la chiave dell’ufficio (2). Giovanni Gallotti, funzionante da Sindaco, dovendo disbrigare alcune urgenti faccende comunali, aveva fatto scassinare la porta dell’ufficio ed affidate provvisoriamente, mediante verbale del 5 luglio, le funzioni di cancelliere al ‘decurione’ Domenico Bello (3). Il processo venne limitato a gli autori di questo fatto ed a coloro che avevano preso parte o favorito lo sbarco in Acquafredda quali ‘promotori di guerra civile’. La Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 e 22 marzo 1852, mandò assolti tutti coloro che erano accorsi a Sapri per liberare il Carducci, tra cui il Brandi: leggittimò l’arresto e rinviò a giudizio soltanto il Falcone, i due Gallotti, il Ginnari ed il Mercadante. Avverso la decisione costoro ricorsero alla Corte Suprema di Giustizia che il 28 giugno 1852 respinse il ricorso. Apertesi il dibattimento dinanzi la Gran Corte speciale di Salerno, difesero i Gallotti, l’avvocato Gennaro Galdi, i Falcone, l’avvocato Francesco La Francesca, il Ginnari ed il Mercadante l’avvocato Baione. Nel collegio della difesa intervenne negli ultimi giorni della discussione l’insigne avvocato napoletano Federico Castriota. La Gran Corte speciale con Sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Accolse come estranaeo al fatto Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchi anni in carcere e poi subì due anni di domicilio forzoso a Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859 condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Ufficio corrispondente a quello attualmente di Segretario.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (2) postillava: “(2) Il Calderaro era accorso ad Acquafredda a premura del prete Vincenzo Peluso, come ho narrato nel Carducci, vol. 2°, pag. 8. Aveva preso parte all’assassinio del Carducci.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (3) postillava: “(3) I consiglieri comunali si chiamavano ‘decurioni’.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) La sentenza narrando l’avvenimento di Acquafredda, disse con solenne mendacio che il Carducci aveva gridato “Viva la Repubblica”.”. Mazziotti, a p. 159, nella nota (2) postillava: “(2) Venuti i nuovi tempi il Ginnari ebbe la nomina di tenente di dogana, il 13 novembre 1860. Morì a Lagonegro, come ricevitore delle privative, il 3 febbraio 1865, lasciando tre figli, un maschio a nome Casimiro, che divenne ispettore delle ferrovie, e due figlie. La moglie di Raffaele Ginnari morì di colera il 1855.”.Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 94 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Capitolo III. Il Processo Carducci. I. In seguito a la denuncia del Lamberti e del Ginnari, il giudice regio Gaetano Bianchi, del circondario di Maratea, iniziava un processo per l’aggressione di Acquafredda. Si sapeva che la maggior parte dei colpevoli era del comune di Sapri, il quale è compreso nel circondario di Vibonati; quindi il Bianchi per l’accertamento di essi, si rivolse al suo collega Michele Palieri. Il Palieri, profondamente compreso del suo dovere, si pose sollecitudine a l’opera, ma purtrooppo lo attendevano le più amare sorprese. Allorchè il giorno 8 luglio sbarcò a Sapri il colonnello Recco. Il buon giudice si vide, lui, il primo funzionario del paese, ricevuto con aperto dispregio dal colonnello. Dovette vedere invece il prete Peluso accolto con dimostrazioni di ossequio e portato in trionfo, sciolta la guardia nazionale e ricostruita la guardia urbana sotto il comando proprio di un fratello del Peluso. E questo prete indegno, macchiato di tanti misfatti, saliva tra le acclamazioni e le feste su una nave regia mandata a bella posta per lui!”. Mazziotti, ancora, a p. 95 e ssg. in proposito scriveva: “Il Palieri indignato di simile impudenza si apprestava a procedere per questo sendo misfatto, quando nel pomeriggio del giorno 13 gli si disse dell’approdo del maggiore Manzi, con un battaglione di cacciatori. Affrattatosi a là rada ebbe ad assistere a le cordiali accoglienze del Manzi a i capiurbani Pecorelli e Peluso, che con i loro proseliti arrivavano a frotte, evidentemente prevenuti dell’arrivo. Il Manzi, allineato il suo battaglione sul lido, lesse ad alta voce, con tono solenne, una lettera del ministero della guerra che incitava i due capiurbani di Policastro e di Sapri “a cooperarsi per il felice successo della truppa”…..Giovanni Gallotti, pochi giorni prima elogiato pubblicamente “per avere garantito l’ordine e cercato di assicurare degli assassini a la giustizia” (1) fu ricevuto tanto male, che sdegnosamente lasciò Sapri appartandosi nella sua villa al Fortino. Nonostante questo doloroso spettacolo, il Palieri, ….non temette di avvicinarsi al Manzi, in atto di saluto cortese e deferente. Ma l’arrogante ufficiale, anzicchè corrispondergli gentilmente, gli scagliò contro parole sconcie e villanee quindi gli volse superbamente le spalle. A questa vista le bande del Peluso e del Pecorelli si diedero a sghignazzare e poi quasi, inebriate da la gioia, a correre per le vie mettendo grida minacciose ed insolenti contro i migliori del paese. Etc…”. Mazziotti, proseguendo il bel racconto riferisce delle gravi traversie che dovrà affrontare il giovane giudice di Vibonati Gaetano Palieri. Mazziotti, a p. 97, nella nota (1) postillava: “(1) Archivio di Napoli, incartamento Palieri, sa lettera del 14 luglio 1848 al procuratore generale di Salerno.”. Sempre sul giudice Palieri, il Mazziotti parlando della visita a Sapri del Recco nella nota (1) di pagina 99 postillava: “(1) Processo Carducci, vol. 2°, parte 2°.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a p. 104 e ssg. parlando del “Capitolo III – Il Processo Carducci”, in proposito scriveva che: “Per la continua ispirazione del prete si giunse al punto di accusare il Palieri di avere nel gennaio favorito l’invasione delle bande cilentane, e di poi, nel luglio, tentato in complicità con il Gallotti, di liberare e di proteggere un bandito. Bastò questo per creare contro il giudice regio un processo per lesa maestà. E mentre il Palieri, ignaro di tutta questa trama, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo. Rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Policicchio, a p. 284, nella nota (31) postillava: “(31) Condannato a 20 anni di ferri per i fatti del 48 fu graziato una prima volta con rescritto del 23 dicembre 1856. Di nuovo arrestato il 6 luglio 1857 insieme al figlio Salvatore, dopo i fatti di Pisacane, fu condannato per effetto del decreto n. 30 del 16 giugno 1859.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, …..Insieme al figlio Salvatore fu tra i primi a cadere nella rete della polizia borbonica. La loro condanna fu una prima volta abbreviata da venti a dieci anni di ferri dopo aver goduto di una benevolenza sovrana nel 1852, e una seconda volta graziata con rescritto del 23 dicembre 1856, sei mesi prima che avvenisse la spedizione di Pisacane.”. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno.”.
Nel 1852, la reazione borbonica e l’arresto di CRISTOFARO FALCONE
Nicola Nisco (….), nel suo “Ferdinando II ed il suo Regno per Nicola Nisco”, nel 1884, a p. 194 in proposito scriveva che: “Il procuratore generale Scura che aveva ordinato il processo contro il Peluso e chiesto di sottoporlo ad accusa venne destituito; (p. 194). Per compiere poi l’oltraggio alla pubblica moralità e l’eccesso del regio potere, si ordinava l’accusa e poscia la condanna di Cristofaro Falcone, del di lui figlio e di altri, per essere andati due giorni dopo il terribile dramma di Acquafredda nella marina di Sapri, a ricercare il Carducci, e per aver tenuto col Passero e con Ulisse de Dominicis convegno a Vibonati ‘per liberare il Carducci che supponevano tenuto in ostaggio dai reazionarii di Sapri’.”. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, dove, a pp. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Il prete Vincenzo Peluso, l’autore del truce assassinio di Costabile Carducci, anelava di vendicarsi contro i suoi nemici, i liberali di Sapri. Ad ispirazione del vecchio prete che, ospite del palazzo reale di Napoli, godeva il favore della Corte, si istruì un voluminoso processo contro centoventuno individui, accusati di aver promosso disordini in Sapri allorchè erano andati in cerca del Carducci. Cominciarono gli arresti. Fin da la metà del luglio 1848 il maggiore Vincenzo Manzi, spedito con un battaglione a reprimere la rivolta nel Cilento, aveva fatta sorprendere da un drappello dei suoi la casa di Cristofaro Falcone di Policastro, uno dei più devoti amici e cooperatori del Carducci. Il Falcone, probabilmente informato della visita poco gradita che lo attendeva, aveva prudentemente trascorso la notte altrove. Il Manzi però rinvenne un figlio di lui giovinetto, vivente tutt’ora, di nome Socrate e lo tenne in prigione qualche tempo nel castello ducale di Diano, come detentore di corrispondenze criminose trovate nella casa. Le corrispondenze però riguardavano il padre del giovine, sicchè dopo breve intervallo questi riebbe la libertà (1). Se non chè, la sera del 7 maggio 1850, il tenente dei gendarmi Luigi Ronchi comandante la tenenza di Sala Consilina irruppe con una schiera dei suoi dipendenti nella casa del Falcone ed arrestò tanto lui che il figlio (2).”. Mazziotti, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Nota del sottointendente di Vallo, Giuseppe Mollo, del 1° febbraio 1850, Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 8.”. Mazziotti, a p. 156, nella nota (2) postillava: “(2) Verbale di arresto del 7 maggio 1850, incartamento suindicato.”. Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Compiuta l’istruzione comparve tutta la vanità del processo, non essendo possibile gabellare come delitto la ricerca che i liberali di Sapri e dei paesi vicini avevano fatta del Carducci. Il Procuratore Generale della Gran Corte di Salerno, vistosi a mal partito, andò indagando qualche fatto che avesse potuto qualificarsi come delitto e lo rinvenne. Risultava dagli atti che nei primi di luglio Daniele Calderaro, cancelliere comunale di Sapri (1), era partito da paese portando seco la chiave dell’ufficio (2). Giovanni Gallotti, funzionante da Sindaco, dovendo disbrigare alcune urgenti faccende comunali, aveva fatto scassinare la porta dell’ufficio ed affidate provvisoriamente, mediante verbale del 5 luglio, le funzioni di cancelliere al ‘decurione’ Domenico Bello (3). Il processo venne limitato a gli autori di questo fatto ed a coloro che avevano preso parte o favorito lo sbarco in Acquafredda quali ‘promotori di guerra civile’. La Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 e 22 marzo 1852, mandò assolti tutti coloro che erano accorsi a Sapri per liberare il Carducci, tra cui il Brandi: leggittimò l’arresto e rinviò a giudizio soltanto il Falcone, i due Gallotti, il Ginnari ed il Mercadante. Avverso la decisione costoro ricorsero alla Corte Suprema di Giustizia che il 28 giugno 1852 respinse il ricorso. Apertesi il dibattimento dinanzi la Gran Corte speciale di Salerno, difesero i Gallotti, l’avvocato Gennaro Galdi, i Falcone, l’avvocato Francesco La Francesca, il Ginnari ed il Mercadante l’avvocato Baione. Nel collegio della difesa intervenne negli ultimi giorni della discussione l’insigne avvocato napoletano Federico Castriota. La Gran Corte speciale con Sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Accolse come estranaeo al fatto Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchi anni in carcere e poi subì due anni di domicilio forzoso a Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859 condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Ufficio corrispondente a quello attualmente di Segretario.”.
L’arciprete di Sapri Don NICOLA TIMPANELLI
E’ noto che la Famiglia Timpanelli, a Sapri, fosse particolarmente impegnata nelle vicende storiche che videro la restaurazione del Regno delle delle due Sicilie e del Monarca Borbonico Ferdinando IV – poi Ferdinando II, dopo il breve decennio Francese di Giuseppe Bonaparte e poi di Gioacchino Murat. La Famiglia Timpanelli, particolarmente attiva in quegli anni nella fede anti-borbonica, insieme ad altri liberali di Sapri come i Gallotti, che si opponevano all’altra fazione dei Peluso e del Prete Vincenzo Peluso in particolare che era al contrario convinta filo-borbonica e per la Restaurazione della monarchia nel Regno delle due Sicilie. Sebbene su queste vicende alcuni storici del tempo come il Mazziotti (….) ed il Pesce (….), abbiano contribuito a far luce sugli avvenimenti di quegli anni, che hanno visto in prima fila la cittadinanza di Sapri, partecipe e protagonista delle vicende che poi hanno portato all’Unità d’Italia e, che attraverso l’epopea di Carlo Pisacane l’hanno resa famosa in tutto il mondo, restano poco chiari alcuni aspetti che andrebbero ulteriormente indagati, come ad esempio la vicenda del martirio di Costabile Carducci, di cui il Dr. Vincenzo Timpanelli, nel ricordo del fratello, D. Antonio, arciprete di Sapri, forse contrubuì con le sue memorie alla stesura del libro di Carlo Pesce. Dall’epitaffio sulla lapide marmorea nella Chiesa dell’Immacolata (Fig. …), sappiamo essere stato Don Antonio Peluso, nato nel 1795, sposato con Rosa Maria Branda e morto nel 28 Agosto 1820, che lasciava orfane le sue tre figlie Carolina, Maria Clementina, Mariannina. Don Antonio Peluso, Vice-Console del Consolato Britannico di Sapri era figlio dei sig.ri Vincenzo Peluso ed Anna Brandi. Il documento è di notevole importanza per la storia del nostro paese anche per la descrizione e la citazione di luoghi e di toponimi ancora non del tutto sufficientemente indagati e conosciuti. Nell’epitaffio della lapide marmorea posta nella Chiesa dell’Immacolata (Fig…..) viene citato anche il sacerdote Timpanelli che, raccontò i fatti accaduti sull’eccidio di Costabile Carducci di cui rimane la memoria nel manoscritto del cav. Carlo Pesce (….), manoscritto olografo di cui posseggo le foto concessimi dagli eredi del canonico Arciprete di Sapri Timpanelli, la Famiglia Tavernese che lo possedeva dopo la morte di Gennaro Tavernese (Fig…..). Il Palazzo della Famiglia Timpanelli, oggi Tavernese, di cui si è salvato solo lo splendido portale e, lo stemma araldico (Figg…..), dimora dell’arciprete diacono Don Nicola Timpanelli, della curia di Sapri, ricordato nella lapide marmorea posta all’interno dell’androne della Chiesa Madre di Sapri in Piazza del Plebiscito ( Fig…..).
(Fig…) Stemma lapideo scolpito della famiglia Timpanelli che sormonta un portale in C.so Umberto I a Sapri
(Fig…..) Portale e stemma araldico del palazzo Timpanelli in C. so Umberto I a Sapri
Nell’8 febbraio 1851, l’arresto del prete di Sapri, Nicola Timpanelli
Paolo Emilio Bilotti (13), nel 1907, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, a pp. 186-187, parlando dei fatti dello Sbarco dei trecento di Carlo Pisacane a Sapri, così ricordava la figura dell’illustre arciprete e patriota don Nicola Timpanelli di Sapri, postillando nella sua nota (3), di p. 186, in proposito scriveva che: “Arch. di Salerno – Fasc. 39 del 1850 – Atti politici. L’arciprete Timpanelli malgrado le difese che lui faceva monsignor Laudisio, era dalla polizia tenuto per capo ed istruttore dei liberali di Sapri, che riuniva numerosi quasi ogni quindici giorni. Non gli fu mai data tregua per aver tentato, dopo il 4 luglio 1848, di liberare il Carducci dalle mani di coloro che poco dopo ne fecero strage. Non potendo resistere in Sapri alle continue insidie di don Vincenzo Peluso e degli altri preti, erasi rifugiato in Salerno, dove il 2° sergente Vignes lo arrestò il dì 8 febbraio 1851, appena ebbe terminato di celebrare la messa nella chiesa del Purgatorio. Eppure egli si trovava alla dipendenza della gran corte crim. col mandato pel palazzo. Ma la polizia napolitana interveniva dovunque e quando credeva. Etc…”.
Nel 1852, Vincenzo Peluso Sindaco di Sapri
Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica” a p. 89 elenca i Sindaci del Comune di Sapri citando il primo Sindaco “1) – Giovanni Schettino nel 1795” e il “12) Vincenzo Peluso nel 1852”. Questo Vincenzo Peluso si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”.
Nel 1852, il timbro del Comune di Sapri
(Fig….) Timbro del Comune di Sapri impresso su un documento del 1852 in mio possesso – proprietà Attanasio – inedito
Nel ………1850, il prete don Vincenzo Peluso si vede spesso a Corte (dalle Rimembranze del Settembrini)
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “Le “Ricordanze” di Luigi Settembrini, ricordano il triste episodio e come il prete Peluso, responsabile di quell’orrendo delitto, fu protetto alla Corte di Ferdinando II di Borbone il quale, inviò a Sapri la nave militare Tancredi per salvare il Peluso e portarlo impunito a Napoli.”. Nella mia nota (162) postillavo che: “(162) Mazziotti Matteo, Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848, vol. II, (1909), rist.di Galzerano ed.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pP. 105-106 e ssg. parlando del “Capitolo III – Il Processo Carducci”, in proposito scriveva che: “IV. Il Peluso intanto ospite nel palazzo reale, festeggiato come un eroe, spacciava protezioni e favori. Il Settembrini racconta: “In quei giorni si vide passeggiare innanzi la reggia, tra i militari, un prete grosso della persona e vecchio e brutto (il Peluso) ed o lo vidi in mezzo a due ufficiali della guardia, che cianciavano con lui e ridevano”(1). Il Nisco dice: “Quanti erano in Napoli e ancora sono vivi si debbono rammentare, fossero pure a quella Corte devoti, il prete Peluso, al finire di luglio 1848, e negli anni tristissimi che successero, seduto sotto il portone della reggia in mezzo agli ufficiali della guardia a passeggiare nella piazza gaiamente con il generale Torchiarolo capitano della guardia del corpo”(2). A l’omicida si osò anche di concedere una pensione vitalizia! Il fatto destò un profondo raccapriccio, che il Gladstone manisfestò solennemente nella prima delle sue lettere famose, del luglio 1851, a Lord Aberdeen. A l’eminente parlamentare inglese, un conterraneo di lui ebbe la temerità di rispondere, per ispirazione del governo borbonico, che il Peluso “ebbe il prezzo del sangue e la ricompensa offerta per la cattura del malvagio ribelle, vivo o morto, prete o laico, principe o sgherro”(3). Il fanatico prete, per colmo degli onori e delle soddisfazioni riteneva, dopo la rimozione dei due giudici regi, di avere ormai messo una pietra sepolcrale sul processo. Ma la parte liberale giustamente indignata del misfatto protestava. Già nella seduta della Camera del 27 luglio 1848 il deputato Dragonetti, in una interpellanza su i fatti di Calabria, chiedeva chiarimenti su l’assassinio del Carducci, lamentando che il presunto autore fosse in piena libertà e che non si fosse iniziato alcun procedimento”(1). Il ministro di giustizia assicurava “di avere con apposite circolari raccomandato a i procuratori generali l’esatto adempimento dei loro doveri”. I deputati Poerio e Pisanelli insistettero in seguito vivamente. L’istruttoria stentava fra innumerevoli difficoltà, per le frequenti contraddizioni dei testimoni, per gli intralci, etc….”. Mazziotti, a p. 106, nella nota (1) postillava: “(1) Ricordanze, vol. I, pag. 314.”. Mazziotti, a p. 106, nella nota (2) postillava: “(2) Opera citata, pag. 193”. Mazziotti, a p. 106, nella nota (3) postillava: “(3) Risposta di Carlo Mac-Farlan al Gladstone”. Mazziotti, a p. 107, nella nota (1) postillava: “(1) Colletta Carlo, Diario del Parlamento nazionale, vol. 2°, seduta del 27 luglio 1848. Il processo però era in corso.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 119-120 e ssg., in proposito scriveva che: “Ormai gli autori dello scellerato delitto, anzichè vergognarsi se ne gloriavano. In Sapri la sfrontatezza arrivò fino al punto che ne festeggiarono l’anniversario! Al governo ed al re piovevano continue richieste di onori e di pensioni per avere preso parte a la morte del Carducci. Si racconta che il re, infastidito a la fine da tante sollecitazioni esclamasse: “Ma dunque tutti hanno ucciso il Carducci!”. Il tristo sacerdote non godè a lungo i favori della Corte, nè i lieti ozi di Napoli, ove spesso, durante il governo costituzionale, ordiva dimostrazioni per il ritorno a l’assolutismo e qualche volta perfino le capitanava. Una grave infermità, l’idropisia, lo colse e lo costrinse a tornare nella sua villa di Sapri, ove le più acute sofferenze lo resero inabile a muoversi.”. Le “Ricordanze” di Luigi Settembrini (…), ricordano il triste episodio e come il prete Peluso, responsabile di quell’orrendo delitto, fu protetto alla Corte di Ferdinando II di Borbone il quale, inviò a Sapri la nave militare Tancredi per salvare il Peluso e portarlo impunito a Napoli. Matteo Mazziotti (….), a p. 106, in proposito scriveva che: “IV….. Il Nisco dice: “Quanti erano in Napoli e ancora sono vivi si debbono rammentare, fossero pure a quella Corte devoti, il prete Peluso, al finire di luglio 1848, e negli anni tristissimi che successero, seduto sotto il portone della reggia in mezzo agli ufficiali della guardia a passeggiare nella piazza gaiamente con il generale Torchiarolo capitano della guardia del corpo”(2).”. Mazziotti, a p. 106, nella nota (2) postillava: “(2) Opera citata, pag. 193”. Nicola Nisco (….), nel suo “Ferdinando II ed il suo Regno per Nicola Nisco”, nel 1884, a p. 193 in proposito scriveva che: “E per meglio far conoscere quale animo ebbe Ferdinando II, nei primi anni del suo regno chiamato Tito, ricorderò chequanti erano in Napoli ed ancora son vivi si debbono rammentare, fossero pure a quella corte devoti, il prete Peluso al fine del luglio del 1848 e negli ultimi tristissimi che successero seduto sotto il portone della reggia in mezzo agli uffiziali della guardia e passeggiare nella piazza gaiamente col generale Torchiarolo, capitano della guardia del corpo. Il procuratore generale Scura che aveva ordinato il processo contro il Peluso e chiesto di sottoporlo ad accusa venne destituito; (p. 194). Per compiere poi l’oltraggio alla pubblica moralità e l’eccesso del regio potere, si ordinava l’accusa e poscia la condanna di Cristofaro Falcone, del di lui figlio e di altri, per essere andati due giorni dopo il terribile dramma di Acquafredda nella marina di Sapri, a ricercare il Carducci, e per aver tenuto col Passero e con Ulisse de Dominicis convegno a Vibonati ‘per liberare il Carducci che supponevano tenuto in ostaggio dai reazionarii di Sapri’.”.
Nel 28 settembre 1852, a Sapri la visita di Ferdinando II di Borbone insieme a suo figlio Francesco al prete Vincenzo Peluso malato e morente prostrato in casa con la sorella Rosa Maria Peluso che l’accudiva
Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, a p. 75 in proposito scriveva che: “Nell’autunno del 1852 il re Ferdinando II volle visitare la Basilicata e la Calabria. Sbarcato da Napoli il mattino del 28 settembre sul lido di Sapri, nel golfo di Policastro, col figlio quindicenne, Francesco, duca di Calabria, e col fratello, il Conte di Trapani, Aiutante Generale del grado di Brigatiere, visitò e confortò il vecchio D. Vincenzo Peluso nelle sua villa; indi proseguì per Torraca, Casaletto Spartano, Battaglia e Lagonegro. Il Peluso morì il 4 ottobre.”. Infatti, anche Mario Vasalluzzo (…), nel suo “Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana”, a p. 202 e sulla scorta del Mazziotti (….) parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Il 28 settembre del 1852, Sapri riceveva la visita del Re. Il sovrano accompagnato da un nutrito seguito e scortato da quattro navi, approdò al Fortino, a circa un chilometro dalla cittadina. Ferdinando, saputo della sua infermità, volle far visita al Peluso. Fu l’ultimo saluto col suo fedele collaboratore: Vincenzo Peluso infatti, a sei giorni da quello storico incontro, cessava di vivere la sua esistenza agitata e tormentata (5).”. Il Vassalluzzo a p. 204, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Mazziotti M., Costabile Carducci ed i Moti…., op. cit., vol. II, pp. 16, 17, 30, 110, 119. De Cesare R., La fine di un Regno, Città di Castello, 1900, vol. I, pag. 18.”. Dunque, il sacerdote Mario Vassalluzzo cita il Matteo Mazziotti (….) e cita anche Raffaele De Cesare (….) ed il suo “La fine di un Regno, Città di Castello, 1900, vol. I, pag. 18. Raffaele De Cesare (….) ed il suo “La fine di un Regno, ed. Longanesi, Milano, 1969, nel suo “capitolo II”, a p. 32 parlando del viaggio del Re Ferdinando II in Calabria, sulla scorta di Carlo Pesce (….), in proposito scriveva che: “Sulla fine di settembre del 1852, il re volle dare….., partisse alla volta delle Calabrie. Il movimento delle truppe ebbe luogo nei giorni 23, 24, 25 e 26 settembre, concentrandosi tutta la colonna nei dintorni di Lagonegro. Il re s’imbarcò la sera del 27 settembre a Napoli sul ‘Fulminante’, insieme col principe ereditario, che contava quindici anni, e col conte di Trapani. Il suo seguito era formato dal principe D’Aci, dai brigatieri Ferrari e Del Re, dai colonnelli Nunziante e De Steiger, dal tenente colonnello Letizia, dai maggiori Severino, Anziani e De Angelis, dai capitani Grenet, Schumacher e Salvatore Nunziante. Il colonnello Afan de Ribera, che era pure del seguito, comandava l’atiglieria; il brigatiere Garofalo era capo dello stato maggiore, e il maggiore La Tour seguiva, come aiutante in campo, il conte di Trapani. I direttori Scorza e Murena partirono per posta ed attesero il sovrano a Lagonegro. Il re aveva seco il suo cameriere particolare, Gaetano Galizia, mentre un cuoco e un sottocuoco, con servizio completo, di cucina in apposito furgone, procedevano il corteo di un giorno. Il ‘Fulminante’, seguito dal ‘Giuscardo’, dal ‘Ruggiero’, dal ‘Sannita’ e dal ‘Carlo III’, giunse la mattina del 28 nella rada di Sapri. La sera di quel giorno il re dormì a Torraca, facendo la prima tappa, da Sapri a Torraca, a piedi per mancanza di strade. Alloggiò nel castello del marchese di Poppano, Biagio Palamolla: castello medioevale, con le torri merlate. Lo ricevette il vecchio marchese che, per grave caduta da cavallo, si era ritirato venti anni prima, dalle guardie del Corpo, col grado di brigatiere e portastendardo. Il re, prima di allontanarsi, conferì all’ospite il titolo di duca di Torraca; e il marchese, a perpetuo ricordo, fece cingere con una catena di ferro l’ingresso del castello e murare sulla facciata una lunga lapide latina, della quale ecco la chiusa: ……..Fu quella la sola eccezione che Ferdinando fece al suo proposito di non accettare, a nessun patto, ospitalità da privati. Saputo che, a poca distanza di là, in una casa di campagna, era in fin di vita il vecchio prete Peluso, l’assassino di Costabile Carducci, volle andare a visitarlo, e vi andò a piedi, seguito dal figlio e dagli aiutanti, ed esortò quel tristo a sperare nella divina Provvidenza. Il Peluso, accasciato dagli anni e dal male, baciò ripetutamente la mano del re, e poco dopo morì (1). Alla Taverna del Fortino trovò una berlina di corte ecc….”. Il De Cesare, a p. 33, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Avv. Carlo Pesce, ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda’, Lagonegro, Tipografia Lucana, Matteo Tancredi, 1905. E’ un breve scritto, che si legge con viva commozione. Devo anche al signor Pesce un curioso diario sul passaggio del re da Lagonegro, pubblicato dal giornale ‘il foglietto’ di quella città. (Vedi Parte III, Documenti).”. Dunque, il De Cesare ci parla dell’episodio del passaggio del re a Sapri sulla scorta del libretto dello storico di Lagonegro Carlo Pesce (…), di cui una sola copia si trova nei miei archivi e alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Io posseggo anche copia del manoscritto olografo del Pesce (…) che ho pubblicato in un altro mio saggio. E’ molto probabile che il racconto del Pesce sia stato influenzato da notizie di prima mano di un parente dell’arciprete Timpanelli. Ma il Pesce (….), non scrive ciò che ha scritto il De Cesare e sulla cui scorta ha scritto il Mallamaci. Il De Cesare, a p. 32 riferendosi al paese di Torraca, e non a Sapri, scriveva che: “Saputo che, a poca distanza di là, in una casa di campagna, era in fin di vita il vecchio prete Peluso, l’assassino di Costabile Carducci, volle andare a visitarlo, e vi andò a piedi…”. Dunque, su questo punto anche il Mallamaci errava. Infatti, sul racconto del De Cesare, Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a p. 121, nella nota (1) postillava che: “(1) Ho narrata la visita reale a Sapri come la riferisce la tradizione e come l’hanno raccontata due sacerdoti di quell’epoca ancora viventi al mio gentile amico avv. Roberto Gaetani. Il De Cesare nella terza edizione della “Fine di un regno” dice per errore che il re visitò il prete Peluso in una villa presso Torraca.”.
(Fig….) “Villa Pelusi” – particolare tratto dal disegno del Rilievo del Ten. Blois del 1819 – particolare rappresentato dove oggi è l’attuale Villa Comunale di Sapri
L’Avv. Carlo Pesce (….), nell’altro suo libro “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 373-374 parlando della visita del Re Ferdinando II (già Ferdinando IV): “Nell’autunno del 1852 il Re Ferdinando volle visitare un’altra volta questa parte della Basilicata e le Calabrie…Il movimento delle truppe, oltre 20 mila soldati, ebbe luogo dal 23 al 26 Settembre concentrandosi tutta la colonna in Lagonegro e nei dintorni (1). Trattavasi quasi d’una marcia militare, che i liberali del tempo dissero fatta per intimorire le popolazioni.”. Pesce, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la ‘Fine di un Regno’ di Raffaele De Cesare, Vol. I, pag. 18, 3° ediz., dove nel Vol. III è pure riportata questa narrazione, già da me pubblicata nel giornale il ‘Foglietto'”. Pesce, a pp. 373 e ssg. in proposito scriveva pure che: “Il Re, imbarcatosi la sera del 27 settembre a Napoli, sulla fregata a vapore Fulminante, col figlio allora quindicenne Francesco, Duca di Calabria, e col fratello il Conte di Trapani, Aiutante Generale col grado di Brigatiere, sbarcò nel mattino del 28 Settembre nella rada di Sapri. Quivi, avendo appreso che il Prete Vincenzo Peluso, l’esecrando assassino del gran patriota Costabile Carducci, era infermo e presso a morte, volle visitarlo, e recatosi a piedi nella villa, dove il vecchio era accasciato da idropisia e dagli anni, lo confortò e lo esortò a bene sperare nella divina misericordia. Da Sapri, il Re, a cavallo, percorrendo una traccia di rotabile, costruita da un negoziante per lo scarico di legname al porto, passò a Torraca, dove alloggiò e pernottò nel castello medievale, dalle torri merlate, del marchese di Poppano(Biagio Palamolla), il quale a perpetuo ricordo della visita reale, fece murare sulla facciata del Castello una lapide con lunga ed enfatica iscrizione latina. Nel mattino seguente il Re, passando per Casaletto Spartano e pel villaggio di Battaglia, raggiunse la strada consolare alla taverna del Fortino, sul monte Cervaro, memorabile nella storia e descritto a pag. 136. Colà attendevano il Re modeste berline di Corte, tirate dai cavalli della posta, ed il numeroso esercito, etc…”. In quella occasione e nel corso della visita il re Ferdinando II donò al Peluso morente l’anello di oro col sigillo di casa reale che portava seco, oggi custodito dalla famiglia Martorelli erede Peluso. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel 1905, nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della Rivoluzione Napoletana del 1848‘, (non quello citato dal De Cesare), Napoli, Stabilimento Tipografico Palazzo della Cassazione, 1895, di cui io posseggo una copia, in proposito a p….. scriveva che:
Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 119-120 e ssg., in proposito scriveva che: “Una grave infermità, l’idropisia, lo colse e lo costrinse a tornare nella sua villa di Sapri, ove le più acute sofferenze lo resero inabile a muoversi. Nelle prime ore del 28 settembre 1852 gli abitanti di Sapri videro avanzarsi da punta detta degli Infreschi cinque navi, le quali si ormegiarono a qualche distanza da la costa in direzione della località denominata ‘Fortino’ da alcuni avanzi di antiche fortificazioni. Ivi approdarono il re Ferdinando con il figlio Francesco allora di sedici anni, il fratello Francesco Paolo conte di Trapani ed un lungo e pomposo seguito per andare quindi in Calabria ad assistere a le manovre militari (1). Dal Fortino a Sapri intercede circa un chilometro ed allora non vi era che una strada mulattiera. Il re con il suo seguito procedette a cavallo accompagnato da un numeroso distaccamento di soldati. Lungo la via gli si fecero incontro le autorità municipali, il clero e gran folla di abitanti, accorsi a la notizia dell’arrivo del sovrano. Giunto il corteo su la piazza del paese, probabilmente qualche funzionario locale che potette accostarsi al re, gli disse “Maestà ! Vincenzo Peluso è moribondo, egli desidera di vedervi l’ultima volta prima di morire!” Ferdinando 2°, memore del suo antico protetto, subito accondiscese e volse le redini del cavallo verso la villa Peluso posta a breve distanza dal lido. Entrò nella villa con il figlio ed alcuni altri del seguito. Il prete, ormai decrepito, era adagiato su una poltrona, affannoso, prostrato di forze, assistito amorosamente da una vecchia sua sorella a nome Rosa Maria e da qualche suo fido beneficato. A l’avvicinarsi del sovrano il volto rugoso e gli occhi semispenti dell’infermo si illuminarono improvvisamente di una gioia suprema ed insperata. Baciando ripetutamente la mano al re si sforzava di manifestargli la profonda riconoscenza dell’animo per tanta degnazione. Il re con parole benevole lo incoraggiava a sperare in una prossima guarigione e gli offrì anche del denaro, ma il Peluso commosso fino a le lagrime, ricusò ogni soccorso, allegando di non avere bisogno, come era difatti, e che gli bastava l’alto indimenticabile onore di avere ricevuto il suo re ed il suo benefattore. “Maestà, esclamava singhiozzando per la viva emozione, voi siete adorato e lo sarà anche di più vostro figlio”. In una nota a margine del processo per l’assassinio del Carducci si legge che in questa visita il re donò al Peluso un anello d’oro. Il dono dell’anello, come assicurano persone presenti a la visita reale, non ebbe luogo in quella circostanza ma era avvenuto precedentemente. L’anello, che si conserva ancora da gli eredi del Peluso, è abbastanza grande, porta inciso nella parte superiore lo stemma borbonico ed al di sotto a l’esterno le parole “Viva il re” (1). Accomiatosi affettuosamente dal malato, il re visitò la chiesa del paese la quale aveva urgente bisogno di restauri. Egli largì, per questa spesa, al parroco Nicola Timpanelli la somma di duemila ducati (2). Quindi salito novellamente a cavallo prese la via che conduce a Torraca. Sei giorni dopo la visita reale, il quattro ottobre, spirava il vecchio Peluso, in età di settantacinque anni, nella villa di Sapri. L’atto di morte, trascritto nel registro dello stato civile al n. 39 dello stesso anno porta le firme di altri due “Vincenzo Peluso” l’uno come sindaco, l’altro come cancelliere comunale funzionante, ciò che dimostra come la famiglia avesse allora accaparrati tutti gli uffici pubblici. Gli apprestò i conforti religiosi e gli somministrò i sacramenti l’arciprete Nicola Bruno del villaggio di Battaglia (1). Ebbe solenni esequie; l’arciprete del luogo recitò l’elogio funebre nel quale paragonò l’estinto a S. Michele Arcangelo ” (2).”. Mazziotti, a p. 119, nella nota (1) postillava che: “(1) Nello stesso punto, al Fortino, sbarcò poi il Pisacane il 28 giugno 1857.”. Mazziotti, a p. 121, nella nota (1) postillava che: “(1) Ho narrata la visita reale a Sapri come la riferisce la tradizione e come l’hanno raccontata due sacerdoti di quell’epoca ancora viventi al mio gentile amico avv. Roberto Gaetani. Il De Cesare nella terza edizione della “Fine di un regno” dice per errore che il re visitò il prete Peluso in una villa presso Torraca.”. Mazziotti, a p. 121, nella nota (2) postillava che: “(2) Pari a L. 8.500”. Mazziotti scriveva che la cifra di 2.000 ducati donata dal Re Ferdinando all’arciprete Timpanelli, ai suoi tempi, nel 1909, corrispondevano ad 8.500 lire del Regno d’Italia. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 222 parlando del prete Peluso, in proposito scriveva che: “Nel 1852, poco prima che il “famoso prete” morisse, nel fare Ferdinando II il suo secondo viaggio in Calabria “Diverso contegno mantenne con chi gli aveva dato prova di fedeltà. A Torraca, nei pressi di Lagonegro, si fermò per rendere visita in una casa di campagna, al vecchio e morente prete Peluso”(66). Anche il De Cesare erroneamente sostiene che il Re visitò il prete a Torraca.”. Policicchio, a p. 222, nella nota (62) postillava: “(62) A. De Leo, Gentiluomini Preti…cit., p. 82.”. Si tratta del testo di Antonio De Leo (….), “Galantuomini, Preti e Contadini nella Rivoluzione – Il Risorgimento in Calabria”, La Brutia e Pancallo Editori, ….Sempre Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 222 parlando del prete Peluso e della sua villa che aveva a Sapri riportava il passo dell’avv. Pesce di Lagonegro: “….”Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene (64).”. Policicchio, a p. 222, nella nota (64) postillava: “(64) Le ricerche hanno dato, al momento, una sola traccia che possa, in qualche maniera, farci orientare dove questa potesse essere ubicata. Il Comune di Sapri, per animare il commercio sia di mare che di terra, con delibera del 17 aprile 1830 domandò l’assenso ad una fiera la cui celebrazione doveva avvenire annualmente nei giorni 18, 19 e 20 agosto. Avuta l’autorizzazione, il Decurionato dovette stabilire il luogo dove effettuarla e, con delibera del 4 luglio 1831, deliberò “che la fiera suddetta si faccia nel lido del mare, e precisamente principiando dalla Casina del Sig. Sacerdote Peluso, fino alle Cammerelle”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 200, riferendosi a Tommaso Eboli, in proposito scriveva che: “Un altro figlio, Vincenzo, era incluso, invece, nella seconda classe degli attendibili: “nel 1848 spargeva notizie allarmanti ed esultava nel progresso del liberalismo”. Tommaso, anche a nome dei figli, chiese la cancellazione dalle “abominevoli liste” e, assicurando d’essere sempre stato attaccato al Re, così motivò la richiesta: “….quando l’Augusta persona del Sovrano si recò in Sapri, che spontaneamente gli esponenti, con i loro travagliatori, appianarono l’alpestre strada che da Sapri mena a Torraca (12) per dove S. M. passò e gli esponenti erano contenti per il solo bene di aver prestato a Lei.”.”. Policicchio, a p. 200, nella nota (12) postillava: “(12) Il Re, prima di andare a Torraca, il 28 settembre 1852, fece sosta a Sapri per visitare il sacerdote, moribondo, Vincenzo Peluso, per i servigi resi durante i rivolgimenti del 1848 conclusisi con la morte di Costabile Carducci.”.
Nel 28 settembre 1852, l’anello di oro donato al prete Vincenzo Peluso da re Ferdinando II in occasione della sua visita ?
Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 119-120 e ssg., in proposito scriveva che: “In una nota a margine del processo per l’assassinio del Carducci si legge che in questa visita il re donò al Peluso un anello d’oro. Il dono dell’anello, come assicurano persone presenti a la visita reale, non ebbe luogo in quella circostanza ma era avvenuto precedentemente. L’anello, che si conserva ancora da gli eredi del Peluso, è abbastanza grande, porta inciso nella parte superiore lo stemma borbonico ed al di sotto a l’esterno le parole “Viva il re” (1).”. Mazziotti, a p. 121, nella nota (1) postillava che: “(1) Ho narrata la visita reale a Sapri come la riferisce la tradizione e come l’hanno raccontata due sacerdoti di quell’epoca ancora viventi al mio gentile amico avv. Roberto Gaetani. Il De Cesare nella terza edizione della “Fine di un regno” dice per errore che il re visitò il prete Peluso in una villa presso Torraca.”. In quella occasione e nel corso della visita il re Ferdinando II donò al Peluso morente l’anello di oro col sigillo di casa reale che portava seco, oggi custodito dalla famiglia Martorelli erede Peluso. Recentemente Franco Maldonato (…), nel 2024, nel suo “Il mistero del sigillo reale” ha disvelato delle notizie interessanti sull’anello che Re Ferdinando II donò al sacerdote filoborbonico Vincenzo Peluso.
(Fig….) L’anello di oro con sigillo reale di re Ferdinando II di Borbone che donò al prete Vincenzo Peluso (Archivio Attanasio)
Nel 28 settembre 1852, re Ferdinando II da Sapri salì a Torraca dove fece visita al marchese di Poppano
E’ proprio sulla scorta del De Cesare (….), che lo storico coevo, Giorgio Mallamaci scrivendo la storia di Torraca ci parla dello storico evento distorcendone alcuni fatti. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848”, dopo aver parlato di Costabile Carducci che dice essere stato ucciso “sul Monte Spina” (che non esiste), continuando a parlare di Torraca, a p. 88, riferendosi al re Ferdinando IV di Borbone, “divenuto Ferdinando II, re delle Due Sicilie”, in proposito scriveva che: “Il Peluso si ritirò in una casa di campagna a Torraca, dove trascorse in solitudine gli ultimi giorni della sua esistenza, e dove prima di morire ebbe l’onore di essere visitato dal suo amato sovrano.”. Il Mallamaci, tratto in errore dal De Cesare (….) scriveva che il prete Peluso si trovava in una casa di campagna a Torraca, mentre egli era infermo a Sapri, nel suo palazzotto di c.so Garibaldi a Sapri. Purtroppo, ancora oggi si scrivono queste notizie circa la visita fatta nel 1852 al prete Peluso dal re Ferdinando II. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 222 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Nel 1852, poco prima che il “famoso prete” morisse, nel fare Ferdinando II il suo secondo viaggio in Calabria “Diverso contegno mantenne con chi gli aveva dato prova di fedeltà. A Torraca, nei pressi di Lagonegro, si fermò per rendere visita in una casa di campagna, al vecchio e morente prete Peluso”(66).”. Policicchio, a p. 222, nella nota (62) postillava: “(62) A. De Leo, Gentiluomini Preti…cit., p. 82.”. Si tratta del testo di Antonio De Leo (….), “Galantuomini, Preti e Contadini nella Rivoluzione – Il Risorgimento in Calabria”, La Brutia e Pancallo Editori, ….L’Avv. Carlo Pesce (….), nell’altro suo libro “Storia della città di Lagonegro”, a p. 373 parlando della visita del Re Ferdinando II (già Ferdinando IV): “Da Sapri, il Re, a cavallo, percorrendo una traccia di rotabile, costruita da un negoziante per lo scarico di legname al porto, passò a Torraca, dove alloggiò e pernottò nel castello medievale, dalle torri merlate, del marchese di Poppano(Biagio Palamolla), il quale a perpetuo ricordo della visita reale, fece murare sulla facciata del Castello una lapide con lunga ed enfatica iscrizione latina. Nel mattino seguente il Re, passando per Casaletto Spartano e pel villaggio di Battaglia, raggiunse la strada consolare alla taverna del Fortino, sul monte Cervaro, memorabile nella storia e descritto a pag. 136. Colà attendevano il Re modeste berline di Corte, tirate dai cavalli della posta, ed il numeroso esercito, etc…”. Dunque, è errato ciò che scriveva il De Cesare ed in seguito il Mallamaci, perchè Mazziotti scrive che il re sbarcato prima a Sapri si recò subito a fare omaggio e visita al prete Peluso ed in seguito si recò a Torraca dove fece visita al Palamolla. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 119-120 e ssg., in proposito scriveva che: “Accomiatosi affettuosamente dal malato, il re visitò la chiesa del paese la quale aveva urgente bisogno di restauri. Egli largì, per questa spesa, al parroco Nicola Timpanelli la somma di duemila ducati (2). Quindi salito novellamente a cavallo prese la via che conduce a Torraca.”. Dunque, re Ferdinando solo dopo salì a Torraca. Il Mallamaci proseguendo il suo racconto scriveva: “In quell’occasione, Re Ferdinando si imbarcò a Napoli, sulla nave ammiraglia il ‘Fulminante’, scortata dal ‘Guiscardo’, dal ‘Ruggiero’, dal ‘Sannita’ e dal ‘Carlo III’ e giunse nella rada di Sapri il 28 settembre. La stessa sera raggiunse a piedi Torraca, dove fu accolto dalla popolazione con festose manifestazioni: luminarie, spettacoli, giochi di fuoco e danze. Il re fu ospitato nel castello, dal vecchio marchese Biagio Palamolla. Quest’ultimo, a causa di una grave caduta da cavallo, si era ritirato venti anni prima dall’incarico di guardia del re con il grado di brigadiere e portastendardo. Il sovrano prima di lasciarlo, gli donò una carrozza in segno di gratitudine e poi conferì all’ospite il titolo di Duca di Torraca. Fu questa la sola volta, in cui Ferdinando di Borbone accettò ospitalità da privati. Re Ferdinando, durante la visita al marchese di Poppano, Biagio Palamolla, saputo che a poca distanza dal castello era in fin di vita il vecchio prete, assassino del Costabile Carducci, volle andare a visitarlo, con suo figlio, il principe ereditario Francesco, di quindici anni e con il seguito di corte.”. Raffaele De Cesare (….) ed il suo “La fine di un Regno, ed. Longanesi, Milano, 1969, nel suo “capitolo II”, a p. 32 parlando del viaggio del Re Ferdinando II in Calabria, sulla scorta di Carlo Pesce (….), in proposito scriveva che: “Sulla fine di settembre del 1852, il re vole dare….., partisse alla volta delle Calabrie. Il movimento delle truppe ebbe luogo nei giorni 23, 24, 25 e 26 settembre, concentrandosi tutta la colonna nei dintorni di Lagonegro. Il re s’imbarcò la sera del 27 settembre a Napoli sul ‘Fulminante’, insieme col principe ereditario, che contava quindici anni, e col conte di Trapani. Il suo seguito era formato dal principe D’Aci, dai brigatieri Ferrari e Del Re, dai colonnelli Nunziante e De Steiger, dal tenente colonnello Letizia, dai maggiori Severino, Anziani e De Angelis, dai capitani Grenet, Schumacher e Salvatore Nunziante. Il colonnello Afan de Ribera, che era pure del seguito, comandava l’atiglieria; il brigatiere Garofalo era capo dello stato maggiore, e il maggiore La Tour seguiva, come aiutante in campo, il conte di Trapani. I direttori Scorza e Murena partirono per posta ed attesero il sovrano a Lagonegro. Il re aveva seco il suo cameriere particolare, Gaetano Galizia, mentre un cuoco e un sottocuoco, con servizio completo, di cucina in apposito furgone, procedevano il corteo di un giorno. Il ‘Fulminante’, seguito dal ‘Giuscardo’, dal ‘Ruggiero’, dal ‘Sannita’ e dal ‘Carlo III’, giunse la mattina del 28 nella rada di Sapri. La sera di quel giorno il re dormì a Torraca, facendo la prima tappa, da Sapri a Torraca, a piedi per mancanza di strade. Alloggiò nel castello del marchese di Poppano, Biagio Palamolla: castello medioevale, con le torri merlate. Lo ricevette il vecchio marchese che, per grave caduta da cavallo, si era ritirato venti anni prima, dalle guardie del Corpo, col grado di brigatiere e portastendardo. Il re, prima di allontanarsi, conferì all’ospite il titolo di duca di Torraca; e il marchese, a perpetuo ricordo, fece cingere con una catena di ferro l’ingresso del castello e murare sulla facciata una lunga lapide latina, della quale ecco la chiusa: ……..Fu quella la sola eccezione che Ferdinando fece al suo proposito di non accettare, a nessun patto, ospitalità da privati. Saputo che, a poca distanza di là, in una casa di campagna, era in fin di vita il vecchio prete Peluso, l’assassino di Costabile Carducci, volle andare a visitarlo, e vi andò a piedi, seguito dal figlio e dagli aiutanti, ed esortò quel tristo a sperare nella divina Provvidenza. Il Peluso, accasciato dagli anni e dal male, baciò ripetutamente la mano del re, e poco dopo morì (1). Alla Taverna del Fortino trovò una berlina di corte ecc….”. Il De Cesare, a p. 33, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Avv. Carlo Pesce, ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda’, Lagonegro, Tipografia Lucana, Matteo Tancredi, 1905. E’ un breve scritto, che si legge con viva commozione. Devo anche al signor Pesce un curioso diario sul passaggio del re da Lagonegro, pubblicato dal giornale ‘il foglietto’ di quella città. (Vedi Parte III, Documenti).”. Dunque, il De Cesare ci parla dell’episodio del passaggio del re a Sapri sulla scorta del libretto dello storico di Lagonegro Carlo Pesce (…), di cui una sola copia si trova nei miei archivi e alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Io posseggo anche copia del manoscritto olografo del Pesce (…) che ho pubblicato in un altro mio saggio. E’ molto probabile che il racconto del Pesce sia stato influenzato da notizie di prima mano di un parente dell’arciprete Timpanelli. Ma il Pesce (….), non scrive ciò che ha scritto il De Cesare e sulla cui scorta ha scritto il Mallamaci. Dunque, il racconto del Mallamaci, cambia anche la data di arrivo di re Ferdinando II a Sapri, ponendola non al 28 settembre 1852 ma al 4 ottobre 1852. Stessa divergenza di date e di notizie ritrovo anche in Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di policastro ecc..”, dove parlando di Torraca a p. 196 in proposito scriveva che: “Il 15 ottobre 1852 Torraca ebbe l’onore di ospitare il re Ferdinando II, il quale, diretto in Calabria, si fermò al castello Palamolla su invito dell’amico barone Biagio. Sul portale del salone principale del maniero dovrebbe ancora far mostra di sè la lapide che ricorda l’avvenimento.”. Il Pesce dunque riporta la data scolpita sulla lapide apposta sulla facciata del Castello di Torraca ed in particolare parlando dell’amico barone Biagio si riferiva al barone Biase Palamolla. Di Biagio Palamolla il Guzzo (…), ne parla a p. 193 ed in proposito scriveva che: “Nel 1805, morto Vespasiano, diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla, Marchese di Poppano, ecc….”.
Nel 4 ottobre 1852, a Sapri muore il prete Vincenzo PELUSO
Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 119-120 e ssg., in proposito scriveva che: “Sei giorni dopo la visita reale, il quattro ottobre, spirava il vecchio Peluso, in età di settantacinque anni, nella villa di Sapri. L’atto di morte, trascritto nel registro dello stato civile al n. 39 dello stesso anno porta le firme di altri due “Vincenzo Peluso” l’uno come sindaco, l’altro come cancelliere comunale funzionante, ciò che dimostra come la famiglia avesse allora accaparrati tutti gli uffici pubblici. Gli apprestò i conforti religiosi e gli somministrò i sacramenti l’arciprete Nicola Bruno del villaggio di Battaglia (1). Ebbe solenni esequie; l’arciprete del luogo recitò l’elogio funebre nel quale paragonò l’estinto a S. Michele Arcangelo ” (2).”. Mazziotti, a p. 122, nella nota (1) postillava che: “(1) Fede parrocchiale di morte”. Mazziotti, a p. 122, nella nota (2) postillava che: “(2) Conferenza, già citata, dall’avv. Carlo Pesce.”. Infatti, il Pesce, a p. 26, in proposito scriveva che: “Il Prete Peluso era già morto ottuagenario nel 1852 per idropisia, e negli ultimi giorni della sua vita ebbe il supremo onore d’una visita reale. Etc…L’Arciprete di Vibonati nell’intessergli l’elogio funebre lo paragonò a S. Michele Arcangelo!…”. Dunque, secondo il Mazziotti, al prete Peluso “Gli apprestò i conforti religiosi e gli somministrò i sacramenti l’arciprete Nicola Bruno del villaggio di Battaglia (1).”. Mazziotti, a p. 122, nella nota (1) postillava che: “(1) Fede parrocchiale di morte.”. Mentre il Pesce scriveva che l’elogio funebre della messa, alla sua morte fu “L’Arciprete di Vibonati”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 222 parlando del prete Vincenzo Peluso, in proposito scriveva che: “Nel 1852, poco prima che il “famoso prete” morisse, nel fare Ferdinando II il suo secondo viaggio in Calabria “Diverso contegno mantenne con chi gli aveva dato prova di fedeltà. A Torraca, nei pressi di Lagonegro, si fermò per rendere visita in una casa di campagna, al vecchio e morente prete Peluso”(66). Anche il De Cesare erroneamente sostiene che il Re visitò il prete a Torraca. Al contrario, Carlo Pesce dice: etc…”. Policicchio, a p. 222, nella nota (62) postillava: “(62) A. De Leo, Gentiluomini Preti…cit., p. 82.”. Si tratta del testo di Antonio De Leo (….), “Galantuomini, Preti e Contadini nella Rivoluzione – Il Risorgimento in Calabria”, La Brutia e Pancallo Editori, ….
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 200, in proposito scriveva che: “Da Tommaso Eboli, nel 1818, il Comune di Sapri comprò il terreno su cui venne realizzato, nei pressi dell’odierna Trovatella, il primo camposanto el paese, poi dismesso dopo essere stato interessato da una frana. Egli, insieme ai figli Gaetano, Giuseppe e Domenico, era inserito nella terza classe degli attendibili politici perchè “nel 1848 aderirono alla corrente liberale senza eccedenza e senza decisa volontà”. Un altro figlio, Vincenzo, era incluso, invece, nella seconda classe degli attendibili: “nel 1848 spargeva notizie allarmanti ed esultava nel progresso del liberalismo”. Tommaso, anche a nome dei figli, chiese la cancellazione dalle “abominevoli liste” e, assicurando d’essere sempre stato attaccato al Re, così motivò la richiesta: “..quando l’Augusta persona del Sovrano si recò in Sapri, che spontaneamente gli esponenti, con i loro travagliatori, appianarono l’alpestre strada che da Sapri mena a Torraca (12) per dove S. M. passò e gli esponenti erano contenti per il solo bene di aver prestato a Lei.”. Le informazioni assunte sul conto della famiglia Eboli, facendo restare incompleto il carteggio, furono più lunghe e complicate del solito perché il Sottintendente si dovette rivolgere ai Giudici di Vibonati e Sanza in quanto la loro dimora era in ambo i Circondari (13). Avevano spostato i loro interessi economici a Sanza, dove vive ancora oggi la discendenza (14).”. Policicchio, a p. 200, nella nota (12) postillava: “(12) Il Re, prima di andare a Torraca, il 28 settembre 1852, fece sosta a Sapri per visitare il sacerdote, moribondo, Vincenzo Peluso, per i servigi resi durante i rivolgimenti del 1848 conclusisi con la morte di Costabile Carducci.”.
Nel 23 dicembre 1856, la Gran Corte Criminale graziò don Giovanni Gallotti ed il figlio Salvatore
Mazziotti, Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, a pp. 157-158, in proposito scriveva che: “Compiuta l’istruzione comparve tutta la vanità del processo, non essendo possibile gabellare come delitto la ricerca che i liberali di Sapri e dei paesi vicini avevano fatta del Carducci. Il Procuratore Generale della Gran Corte di Salerno, vistosi a mal partito, andò indagando qualche fatto che avesse potuto qualificarsi come delitto e lo rinvenne. Risultava dagli atti che nei primi di luglio Daniele Calderaro, cancelliere comunale di Sapri (1), era partito da paese portando seco la chiave dell’ufficio (2). Giovanni Gallotti, funzionante da Sindaco, dovendo disbrigare alcune urgenti faccende comunali, aveva fatto scassinare la porta dell’ufficio ed affidate provvisoriamente, mediante verbale del 5 luglio, le funzioni di cancelliere al ‘decurione’ Domenico Bello (3). Il processo venne limitato a gli autori di questo fatto ed a coloro che avevano preso parte o favorito lo sbarco in Acquafredda quali ‘promotori di guerra civile’. La Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 e 22 marzo 1852, mandò assolti tutti coloro che erano accorsi a Sapri per liberare il Carducci, tra cui il Brandi: leggittimò l’arresto e rinviò a giudizio soltanto il Falcone, i due Gallotti, il Ginnari ed il Mercadante. Avverso la decisione costoro ricorsero alla Corte Suprema di Giustizia che il 28 giugno 1852 respinse il ricorso. Apertesi il dibattimento dinanzi la Gran Corte speciale di Salerno, difesero i Gallotti, l’avvocato Gennaro Galdi, i Falcone, l’avvocato Francesco La Francesca, il Ginnari ed il Mercadante l’avvocato Baione. Nel collegio della difesa intervenne negli ultimi giorni della discussione l’insigne avvocato napoletano Federico Castriota. La Gran Corte speciale con Sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Accolse come estranaeo al fatto Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchi anni in carcere e poi subì due anni di domicilio forzoso a Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859 condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Ufficio corrispondente a quello attualmente di Segretario.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (2) postillava: “(2) Il Calderaro era accorso ad Acquafredda a premura del prete Vincenzo Peluso, come ho narrato nel Carducci, vol. 2°, pag. 8. Aveva preso parte all’assassinio del Carducci.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (3) postillava: “(3) I consiglieri comunali si chiamavano ‘decurioni’.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) La sentenza narrando l’avvenimento di Acquafredda, disse con solenne mendacio che il Carducci aveva gridato “Viva la Repubblica”.”. Mazziotti, a p. 159, nella nota (2) postillava: “(2) Venuti i nuovi tempi il Ginnari ebbe la nomina di tenente di dogana, il 13 novembre 1860. Morì a Lagonegro, come ricevitore delle privative, il 3 febbraio 1865, lasciando tre figli, un maschio a nome Casimiro, che divenne ispettore delle ferrovie, e due figlie. La moglie di Raffaele Ginnari morì di colera il 1855.”. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, …..Insieme al figlio Salvatore fu tra i primi a cadere nella rete della polizia borbonica. La loro condanna fu una prima volta abbreviata da venti a dieci anni di ferri dopo aver goduto di una benevolenza sovrana nel 1852, e una seconda volta graziata con rescritto del 23 dicembre 1856, sei mesi prima che avvenisse la spedizione di Pisacane.”.
Nel 1857, don Pietro Paolo PERAZZI (io credo Perazzo), filoborbonco a Torraca, i Perazzo di Vibonati, i Gallotti di Morigerati, i Peluso e i Magaldi a Sapri
Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “A mettere in guarda la popolazione, intervennero anche alcune delle famiglie più in vista del paese e di consolidata fede Borbonica. Tra queste vi fu quella dei ‘Perazzi’, che circa un mese prima, in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante. Il vescovo, insieme al sacerdote ed ai Perazzi, convinse la popolazione di Torraca che i nuovi arrivati erano un’organizzata banda di briganti. Ad avvalorare la sua tesi intervennero anche incresciosi eventi. Alcuni dei nuovi arrivati, con la scusa di cercare armi, si introdussero nelle abitazioni, al solo scopo di effettuare dei furti…..Un altro furto fu denunciato da Giovanni Tancredi, un fattore della ferriera dei Perazzi situata a Morigerati, in questo caso si trattava della sottrazzione di un fucile.”. Dunque, secondo il Mallamaci, alcuni componenti della famiglia Perazzi, ma io credo fossero i “Perazzo”, che possedevano una ferriera a Morigerati, a Torraca si prodigarono, un mese prima prima dell’avvenuto sbarco, quindi nel mese di Maggio, a Sapri, “in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante.”. A Torraca, in occasione del passaggio di Pisacane, un loro dipendente della ferriera di Morigerati, il fattore Giovanni Tancredi, denunciò un furto a casa sua e chiese la restituzione del maltolto. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 233 scriveva ancora: “I soldati ebbero dono di ciriege a spese del vescovo, i capi furono ricevuti in casa di D. Pietro Paolo Perazzi, dove furono consigliati di proseguire per Casaletto Spartano invece che volgere al Fortino etc…”. Bilotti, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p 46 e seg.”. Dunque, il Bilotti, sulla scorta del libretto del giudice regio Fischetti scriveva che a Torraca, il giorno dopo l’arrivo e partenza del Pisacane, ovvero il giorno dell’arrivo delle truppe borboniche sbarcate a Sapri, i capi del drappello militare borbonico giunto da Sapri furono ricevuti in casa di don Pietro Paolo Perazzi. A tal proposito, vorrei citare Leopoldo Cassese (…) che, riguardo i fatti del Pisacane a Sapri, menzionava il “contadino Carmine Perazzo” che insieme a Francesco Eboli, furono costretti a fare marcia indietro ed accompagnare Pisacane a Sapri. Il Cassese (…), a p. 54, nella sua nota (11), riguardo le deposizioni di alcuni cittadini di Sapri postillava che: “(11) L’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a guidare i rivoltosi per la contrada, nonchè quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”, non mi fanno dubitare del Cassese (…), ma di certo la questione del telegrafo sul monte Ceraso andrebbe ulteriormente indagata, in quanto questo è proprio uno dei punti rimasti a mio parere non del tutto chiariti. Sui Perazzo ha scritto anche Felice Fusco (….), sulla scorta del Bilotti. Egli, nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68, in proposito scriveva che: “In una lettera a Fanelli già ricordata egli così delineava la cospirazione vallese: etc….”….In questa provincia si sta organizzando un partito reazionario sotto la direzione di Perazzo di Vibonati, Palmieri di Polla, e Coletti di Diano, i quali promettono a ciascun individuo 5 carlini per giorno….etc….(52).”. Fusco, a p. 283, sempre sulla tecnica delle scatole cinesi, nella nota (52) postillava che: “(52) Cfr. n. 36.”. Fusco a p. 282, nella nota (36) postillava che: “(36) L. De Monte, Cronaca del Comitato segreto etc…, cit., p. XCVIII sg. – Il testo originale della lettera di Vincenzo Padula si conserva presso il Museo Centrale del Risorgimento di Roma, b. 346, n. 27.”. Il testo citato è quello di Luigi De Monte, “Cronaca del Comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”, del 1877. Dunque, il De Monte (….) pubblicava la lertera del prete Vincenzo Padula al Fanelli dove venivano interessanti rivelazioni sui filoborbonici del basso Cilento. Della lettera, ne ha parlato anche Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 scriveva ancora: “Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato che il suo comune offiva duecento militari tutti armati, etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio vi sarebbe stato a temere etc…(2).”. Bilotti, a p. 71, nella npota (2) postillava: “(2) De Monte, Id. – Lettera di V. Padula al comitato, febbraio, 1857.”. Fusco, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Fusco a p. 283, nella nota (53) ostillava: “(53) Sui Perazzo di Torraca cfr. F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81.”. Fusco, a p. 284, nella nota (55) postillava: “(54) Sui Gallotti di Morigerati, cfr. L. Cassese: La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 79 e F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81. Il potere dispotico di questa famiglia (Diomede, Gaetano, Francesco, Nicola) era tale che il sottointendente Giuseppe Calvosa ordinò due inchieste sul loro conto affidando la prima al giudice regio di Sanza Vincenzo Leoncavallo e la seconda al sindaco (e consigliere distrettuale) Donato Orlando da Caselle. Uno dei Gallotti, il decurione Francesco, fu rinchiuso nel convento dei Minori Osservanti di Sanza perchè espiasse le colpe!”. Il testo di Felice Fusco, Caselle in Pittari Economia e Società fra Otto e Novecento, vol. I, a p. 81. Fusco, a p. 284, nella nota (60) postillava: “(60) ASS, Gabbinetto dell’Intendenza, ivi, b. 197, vol. I, c. 75 ss.”. Fusco, a p. 284, nella nota (61) postillava: “(61) L. Cassese, La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 80, n. 71.”. Si tratta del testo di Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri, ed. Laterza, Bari, 1969. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 10, a proposito del prete Vincenzo Peluso scriveva che: “Riferite tali cose al prete Peluso, questi, o per timore, o perchè fin d’allora meditasse terribili disegni, mandò tosto a chiamare tutti i contadini del villaggio, che si trovavano a mietere il grano nella difesa di Carmine Perazzi sul monte tra Acquafredda e Sapri; etc…”. Dunque, questa è un’altra interessante notizia. Il Pesce riferisce che il Peluso mandò a chiamare i contadini sapresi che lavoravano nell “Difesa” di Carmine Perazzi , un grande appezzamento di terra coltivata che si trovava sul monte Ceraso. Infatti, ancora oggi, lungo la statale SS. 18 che da Acquafredda arriva a Sapri, non esistente all’epoca, all’altezza dello scoglio dello Scialandro, vicino la Torre detta di Capobianco vi è una casetta rossa di proprietà della famiglia Perazzi. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, a p. 11, in proposito scriveva che: “Discorrendo quindi confidenzialmente, il Lamberti disse al Miggiani che essi provenivano dall’impresa delle Calabrie, che erano diretti a Sapri in casa del barone don Giovanni Gallotti, e che con loro eravi il Colonnello Costabile Carducci, il quale doveva recarsi in Napoli per l’apertura del Parlamento. Le parole del Lamberti furono tosto riferite al prete Peluso.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221 parlando dei Peluso a Sapri, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calabresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di Cilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi.”. Cassese, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2). Giusto tre anni dopo il De Petrinis, diventato maggiore delle truppe garibaldine, ebbe l’onore di ospitare Giuseppe Garibaldi quando giunse a Sala il 5 settembre. Cfr. M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860, in Arch. Stor. Sal., I (1921), p. 136.”.
Nel 3 settembre 1860, a Sapri, don VINCENZO PELUSO, nipote del famigerato prete e Capo Urbano all’epoca di Carducci e di Pisacane e, LEOPOLDO PELUSO, Sindaco di Sapri
Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “9) Prospero La Corte 1822; 10) Francescantonio Peluso, 1834; 11) Pasquale Autuori, 1844; 12) Vincenzo Peluso, 1852; (13) Pasquale Autuori, 1865; (14) etc….(7)”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri.”. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi, a Sapri, all’epoca di Garibaldi, nel 1860, il Sindaco era Vincenzo Peluso che fu Sindaco di Sapri dal 1852 (1857, sbarco di Pisacane) al 1865, quando fu eletto Sindaco don Pasquale Autuori. Purtroppo notizie più precise in tal senso non vi sono a causa dei diversi roghi avvenuti presso il Municipio di Sapri, in occasione dei quali sono andati definitivamente persi i documenti municipali dell’epoca, in particolare le Delibere del Consiglio Decurionale. Riguardo il Comune di Sapri, sempre Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva: “Nel 1816 nel sigillo comunale sono introdotte le insegne borboniche (àncora e corona reale) con la scritta “Comune di Sapri”. L’istituzione del Comune nella struttura attuale, per i tempi cambiati, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810.”. Dunque, il Tancredi scriveva che al tempo di Garibaldi il Sindaco di Sapri era Vincenzo Peluso. Si tratta di Vincenzo Peluso, il vecchio prete pluriomicida ?, la cui fazione era filo-borbonica. No, si trattava del nipote del famigerato prete, e nel 1857 era Capo Urbano di Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: “Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, etc…”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) non si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Il Bilotti (…), dedica quattro pagine allo storico sbarco ed in proposito scriveva che: Essendo assente il capodegli urbani di Sapri,Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbaniGiuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, invece parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, secondo il Mallamaci, all’epoca di Pisacane il Sindaco di Sapri era Leopoldo Peluso, altro nipote del famigerato Prete Vincenzo. Dunque, all’epoca, i due nipoti del famigerato prete Vincenzo Peluso, uno era Vicenzo Peluso (omonimo dello zio prete) che era capourbano e l’altro, Leopoldo Peluso che era Sindaco di Sapri. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Il manipolo guidato da Nicotera e Falcone non ebbe miglior successo. Raggiunto il corpo della guardia urbana ne abbattè le insegne e invano cercò Vincenzo Peluso, il capourbano, per vendicare su di lui l’uccisione di Costabile Carducci (14); né ottenne armi e viveri nelle abitazioni in cui penetrò, col risultato di spaventare ancora di più gli abitanti non ancora fuggiti.“. Fusco, a p. 288, nella nota (14) postillava: “(14) Per vendicarsi dell’affronto subito quella notte il capourbano e i suoi congiunti asserirono poi di essere stati derubati di ben 113 ducati dai rivoltosi guidati da Nicotera (G. Fischetti, Cenno storico ecc.., cit., p. 39).”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 193, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 5° vi sono indicati i nomi di’: Giovanni Gallotti al Fortino. Venanzio Aldini. Antonio S. Elmo.”. ‘Per le spieghe date dallo stesso Nicotera eran quelli da cui si dovea far capo nello sbarcare a Sapri’. ‘Nel fol. 5° t. si leggono le circostanze relative allo sbarco in Sapri e sono le seguenti: ‘Giunti a Sapri alle 8 di sera….Un distaccamento comandato da Nicotera per prendere il Sindaco ed avere de’ viveri ed il Capourbano Pelosi per ammazzarlo. Etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 54-55, in proposito scriveva che: “Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, dopo avere assalito al grido di “Viva l’Italia, Viva la Repubblica” il corpo della guardia urbana e distrutti gli stemmi (13), va a casa del capurbano d. Vincenzo Peluso con l’intenzione di vendicare con la sua uccisione la morte di Costabile Carducci (14), ma non avendolo rinvenuto, perché se ne era fuggito a Sala, appicca il fuoco alla porta di casa (15); indi, sempre al grido di “Viva la libertà”, percorre il paese penetrando qua e là nelle case per sequestrarvi armi e munizioni. Tutto ciò, invece di accendere e galvanizzare gli animi, valse ad atterrirli; sicché quando all’alba del 29 tutta la massa dei rivoltosi, con la bandiera spiegata ed emettendo grida incitanti alla rivolta, penetrò nel paese, lo trovò quasi deserto, ed i pochi rimasti fecero tutt’altro che buona accoglienza (16), nonostante le promesse di abolire tutti i pesi, cioè gabella e fondiaria.”. Cassese, a p. 55, nella nota (13) postillava: “(13) B. 197, vol. XVI”. Cassese, a p. 55, nella nota (14) postillava: “(14) Sulla infelice fine di questo coraggioso patriota, che nel ’48 fu l’anima dei moti nel Salernitano, e che cadde ad Acquafredda ad opera specialmente del prete Peluso, cfr. M. Mazziotti, Costabile Carducci ed i moti del Cilento nel 1848, voll. 2, Roma-Milano, 1909 e L. Cassese, Contadini e operai del Salernitano nei moti del Quarantotto, in “Rassegna Storica salernitana”, IX (1948), pp. I-IV.“. Cassese, a p. 55, nella nota (15) postillava: “(15) B. 197, vol. IX.”. Cassese, a p. 55, nella nota (16) postillava: “(16) B. 197, vol. VI, c. 2.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 55, in proposito scriveva che: “Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, ….si recarono poi, in tredici o quattordici, a casa del noto realista d. Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo, ma non lo rinvenero (18); di là passarono, etc…”. Cassese, a p. 55, nella nota (18) postillava: “(18) B. 197, voll. VI e VII.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221 parlando dei Peluso a Sapri, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calabresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di Cilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Dunque, Fusco scriveva: “…..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore…I Peluso e i Magaldi a Sapri, etc…(57).”. Dunque in questa lettera del Fanelli al comitato di Napoli si citavano per Sapri i Peluso e i Magaldi. Fusco, a p. 283, nella nota (57) postillava: “(57) L. Rossi, Gli statuti di Novi Velia ecc.., cit., pag. 49 – 96. Ivi altri possidenti filoborbonici.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 288, nella nota (12) postillava: “(12) Fuggirono non solo i ‘realisti’ (il capourbano Vincenzo Peluso col figlio Annibale, capourbano di Ispani, fuggì a Vallo: cfr. P. E. Bilotti, La Spedizione di Sapri ecc…, cit., pag. 190; Giuseppe Magaldi; il sindaco Leopoldo Peluso; Giuseppe Gallotti che per ordine di Fischetti aveva guidato gli urbani contro i ‘rivoltosi’; ed altri ancora) e verosimilmente paurosi cittadini, ma anche gli ‘attendibili’ timorosi di compromettersi (ASS, P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. I, cc. 75 ss.).”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: ….24. Giovanni Magaldi – ect….”. Dunque, il Bilotti scriveva che tra i liberali iscritti nei registri di polizia, nel 1848 vi era Giovanni Magaldi, che, a Sapri, presumibilmente apparteneva alla fazione dei Gallotti.
Nel 1848 e 1857, i LIBERALI del Basso Cilento e le loro attività patriottiche prodromiche alla Spedizione
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) nella nota (165) postillavo che: “(165) Cassese L., op. cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B.77; vedi pure Bilotti P.E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, p. 195; vedi pure Fischietti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “Sapri, naturalmente, non poteva essere assente in questa gara, guardando al futuro con trepidazione e speranza. Attesa la posizione felicissima, sul mare, crocevia di tre regioni, la vigilanza era intensa: i messaggi arrivavano piuttosto tempestivamente. E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. Sulla figura di Giovanni Del Prete, Luigi Tancredi, a p. 118, in proposito scriveva che: “Giovanni Del Prete, liberale di provata fede, fu perseguitato in modo violento dai gendarmi; per sfuggire alle loro insidie, fu costretto ad emigrare in Brasile, ove morì. Si disse che, prima di partire, fu convocato con un pretesto da giudice Fischietti, nella Pretura di Vibonati, ove gli furono rivolte parole altamente offensive, ma egli seppe dignitosamente rispondere, senza affatto tradire la sua fede di liberale.”. Tancredi, per i fatti del Carducci, a p. 118, nella nota (5) citava il testo di Matteo Mazziotti (….), “Costabile Carducci e i moti del Cilento nel 1848”, Albrighi e Segati, Milano, 1909, vol. II, pag. 13 e ss. Tancredi, a p. 119, scriveva pure che: “Contro Sapri, forse unico paese liberale, più temuto, si rivolsero, nel tempo, i rigori più gravi. Riportiamo l’atto di accusa contro il Timpanelli, il Tinelli e il Del Prete, emesso dalla Gran Corte Criminale di Principato Citra. Copia autentica dell’atto fu rilasciata dalla Procura del Re presso il Tribunale di Salerno in data 28 marzo 1884, debitamente vistata. Suona così: “Imputati di attentato e cospirazione, aventi per oggetto il distruggere e cambiare il Governo e di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’autorità reale, nonché di aver eccitato la guerra civile fra gli abitanti di una stessa popolazione, discorsi tenuti in luoghi pubblici e in pubbliche adunanze, provocato direttamente gli abitanti del Regno a commettere i reati predetti e di altri discorsi sediziosi, tendenti allo stesso reo fine di cambiare il Governo”.”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 120, in proposito scriveva che: “Non mancavano, poi, i liberali, malgrado l’accurata sorveglianza borbonica, come precedentemente indicato (6).”. Tancredi, a p. 120, nella nota (6) postillava: “(6) Tra i paesi della zona, che parteciparono all’impresa di Pisacane, ricordiamo Scario con alcuni appartenenti alla famiglia Bruno e Santa Marina con membri della famiglia Maccarone: uno di essi, Maccarone Domenico, fu catturato, processato e imprigionato.”. Infatti, riguardo ai sobillatori e rivoltosi controllati dalla polizia, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Il Bilotti, a p……, nell’“Elenco generale dei compromessi disposti per ordine alfabetico dei rispettivi comuni di origine”, a p….., troviamo un “Vallato Carmine di Cuccaro; 241. Lazzaro Luigi di Policastro; Smimmero Luigi di Polla; Tropeano Gaetano di San Pietro di Polla; 285. Maccarone Giovanni di Santa Marina; 299. Tuoti Francesco di Scalea; 327. Raele Raffaele (forse di Lagonegro o di Lauria)”. Dunque, secondo i documenti consultati dal Bilotti, Giovanni Maccarone, era di Santa Marina-Policastro (non di Scario) e vi era anche un altro Maccarone Domenico di Santa Marina-Policastro che fu tradotto a Montesano. Sulla figura del patriota e liberale Mansueto Brandi citato dal Bilotti, ho scritto nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, etc…“. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 185-186 parla dell’ingresso dei Trecento a Sapri e scriveva che: “….unico ad avvicinarsi fu Mansueto Brandi da Torraca, pregiudicato politico di vecchia data, il quale non solo simpatizzò subito coi capi, ma si offerse a medicare la mano ferita a Giuseppe Colacicco, e si unì poi alla Spedizione (1).”. Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Atto di accusa, p. 40”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, etc…”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 64, in proposito scriveva che: “….c’era un uomo semplice, al quale il comitato di Napoli non aveva pensato, perchè non sapeva governare la penna per sostenere una corrispondenza: Mansueto Brandi. Conosciuto da tutti come brav’uomo, pieno d’entusiasmo e d’iniziativa, etc…”. Ancora sui sorvegliati politici del tempo, il Bilotti, nel capitolo IX “Tra Salerno e Gaeta” raccontando dell’arresto di un traditore: “Un traditore fra i cospiratori – Arresto dei fratelli Taiani e sequesto di corripondenze compromettenti – Sospettati rapporti di Nicola Taiani nel distretto di Salerno etc…”, a p. 160 e sgg., in proposito egli scriveva che: “…le autorità giudiziarie non prendevano riposo, massime dopo l’arresto “degli emissari demagogici” Nicola e Salvatore Taiani da Maiori. I due fratelli giravano pel regno il primo coonestando i suoi viaggi col qualificarsi tipografo ambulante etc….Ad entrambi si erano sequestrate etc…a Salvatore varie carte e principalmente “una lettera enigmatica” con firma di un tale Gennaro Siniscalco, etc…Gli si trovò anche una carta di passaggio etc…Si seppe inoltre che il Nicola Taiani era stato più volte in segrete ferenze con D. Giovanni Amatruda da Agerola allora dimorante in domicilio forzoso a Napoli, ma compromesso in politica fin dal 1843. Nel portare una lettera dell’Amatruda al De Curtis in Roccagloriosa il Taiani vi era stato festeggiatissimo; con altre lettere, certamente sovversive, era poi di lì partito, dirigendosi successivamente da De Luca in Torreorsaia, da Cavaliere in Capitello, e da D. Gennaro Siniscalchi in Cardile. Non si comprende come tali notizie fossero pervenute alla polizia, ma è certo che furono impartiti ordini pressanti ai giudici regi di Torreorsaia, Vibonati e Gioi perchè procedessero ad immediate perquisizioni e nel cas, all’arresto dei ‘pervenuti’, e poi anche ai giudici etc…”. Sempre il Bilotti, a p. 183 scriveva pure che: “Avveniva intanto a Montemurro verso la metà di maggio 1857, l’arresto di tal Vincenzo Gerbasi, soprannominato ‘Fatariello’, che fu uno dei più fidati emissari dei liberali di Padula; etc..”. Dunque, sempre il Bilotti scriveva che dalle carte sequestrate al Taiani di Maiori si seppe che, nel portare una lettera dell’Amatruda al De Curtis in Roccagloriosa il Taiani vi era stato festeggiatissimo; con altre lettere, certamente sovversive, era poi di lì partito, dirigendosi successivamente da De Luca in Torreorsaia, da Cavaliere in Capitello, e da D. Gennaro Siniscalchi in Cardile. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Sempre il Bilotti, a pp. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. Giacomo Di Pietro – 3. Nicola Vita – 4. Antonio La Corte – 5. Salvatore Tinelli – 6. Francescantonio Vecchio – 7. Federico Vecchio – 8. Gaetano Vecchio – 9. Nicola Vecchio – 10. Giuseppe Guerra. – 11. Giuseppe Giffoni Fasanaro – 12. Giuseppe Pugliese – 13. Biagio Giffone – 14. Girolamo Giudice – 15. Clemente Giffoni – 16. Francesco Pugliese-Ciccone – 18. Angelo Tinelli – 23. Socrate Ant.à La Corte – 24. Giovanni Magaldi – 25. Francesco Timpanelli – 27. Carmine Timpanelli – 30. Francesco Colimodio – etc… – 37. Vincenzo La Corte – 38. Salvatore Gallotti – 45. Mansueto Brandi – 46. Giusepe M. Brandi – 54. Raffaele Gallotti – 55. Carlo Gallotti – ect….”. Pisacane recandosi a casa del noto liberale don Giovanni Gallotti trovò solo i fratelli Emanuele Gallotti ed il sacerdote don Filomeno Gallotti che spiegò a Pisacane che suo padre, il barone don Giovanni Gallotti, insieme ai due fratelli, Salvatore Gallotti e Raffaele Gallotti erano al Fortino. Dunque, secondo il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. In primo luogo non ho chiarito se i due fratelli, Salvatore e Raffaele Gallottifossero i fratelli del barone don Giovanni Gallotti o fossero altri due fratelli del sacerdote don Filomeno Gallotti. Inoltre, il luogo dove si trovassero i due fratelli, Salvatore e Raffaele, insieme al padre, è sicuramente il Fortino di Casaletto in quanto sarebbe stato strano che i tre si sarebbero uniti al manipolo di urbani di Sapri per andare contro i rivoltosi a punta Fortino a Sapri. Il Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri e, a p. 186, in proposito scriveva che: “Pisacane inoltre sapeva che al suo arrivo a Sapri si sarebbe dovuto trovare il sarto Matteo Giordano da Omignano, persona indicata dai corrispondenti, da cui avrebbe dovuto far capo, perchè fidatissimo dipendente della famiglia Magnone (2); ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottointendente di Sala a 16 giugno 1860.”. Bilotti, a p. 204, in proposito scriveva pure che: “…e, quindi scrisse ad Albini, a Libertini ed a Magnoni, il quale ultimo, specialmente, avrebbe dovuto a mezzo di suo nipote Ferdinando Vairo far trovare a Sapri, all’arrivo della Spedizione, uomini ed armi come aveva fatto, benchè inutilmente, in occasione del progettato e non effettuato sbarco del giorno 13 (1).”. Bilotti, a p. 204, nella nota (1) postillava: “(1) De Monte – Cronaca.”. Il Bilotti, a p. 205, in proposito scriveva ancora che: “Il Magnoni assicurò d’avere immediatamente scritto al nipote quanto occorreva, ma comunicò ancora che in Salerno vi era stato in quella giornata grande movimento di truppe dirette nel Cilento ed in Calabria dove “correva voce fosse avvenuto uno sbarco”. Il testo citato dal Bilotti è quello di Luigi De Monte (….), ovvero “Cronache del comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Non soltanto gli emissari di Magnone dovevano incontrarlo a Sapri, ma anche gli “attendibili” (sospetti politici) specialmente il sarto Matteo Giordano, e il possidente Giovanni Gallotti che dovevano sollevare la città, e ingrossare le file con numerosi amici.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Questo gruppo di sapresi furono soprattutto dei Sanfedisti. Essi furono molto attivi nella rivolta del 1799, ai tempi della “Repubblica Partenopea”. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p…., nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sempre il Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg.) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. I testi citati sono: P. Russo, Un brandello dell’impresa dei Mille. Dal Fortino ad Auletta, Salerno, Grafespres, 2000. Inoltre, è citato il testo di Ferruccio Policicchio (….), “Le camicie rosse del Golfo di Policastro” in AA. VV., Garibaldi e garibaldini in Provincia di Salerno, Salerno, Plectica, 2005. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 328, in proposito scriveva che: “E pure Sanza come la maggior parte dei comuni della provincia di Salerno, aveva anch’essa avuto i suoi liberali, principalissimi tra i quali, D. Terenzio, D. Luigi e D. Rocco Barzellona (1).”. Su don Terenzio, Bilotti, a p. 328, nella nota (1) postillava: “(1) Il primo già settario fin dal 1820, avea ricettato nei suoi casini di Torre di Panno e Sirippi Costabile Carducci, quando nel 1848 fu nel Cilento, e di lì lo aveva fatto accompagnare in Calabria e poco dopo lo aveva richiamato per tentare nuove rivolte, quando quel patriotta caduto nelle mani degli urbani di Sapri, fu fatto assassinare dal famigerato prete Peluso. Il Barzellona era stato in attiva corrispondenza col su parente D. Leonino Vinciprova da Omignano etc…”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (15) postillava: “(15) Pizzolorusso riporta i nomi di Samuele La Corte, Mansueto Brandi, i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; Giuseppe Curcio, Liborio Peluso, Nicola e Vincenzo Cioffi, Carmine Barra, Camillo Caccurri, Pietro Gravina, Pietro Cernicchiaro, Biagio Filizzola, padre Luigi da Torraca, Pasquale e Nicola Bifani, Pasquale Brandi, Carmine Falco, Carlo e Cono Viggiano, gli Zipparro (Pasquale, Domenico, Antonio, Giuseppe), Francesco Fiorito da Torraca (A. Pizzolorusso, I martiri ecc.., cit., p. 220 sg., n. 1).”. Il testo citato è di Antonio Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885.
Nel 1848, nel 1857 e nel 1860, don Giovanni Gallotti, barone di Battaglia e di Casaletto Spartano
(Fig….) Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice – lapide commemorativa del passaggio di Giuseppe Garibaldi ospite – foto Francesco Attanasio
A Sapri, nell’attuale via Nicodemo Giudice, al civico 106 vi è un antico palazzotto che è da sempre appartenuto alla famiglia dei baroni Gallotti di Battaglia, su cui ho scritto in un altro mio saggio. La famiglia Gallotti di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, non è da confondere con l’altra famiglia dei Gallotti che abitavano e possedevano l’altro palazzotto che affaccia su Piazza del Plebiscito a Sapri, la famiglia del dr. Nicola Gallotti che fu uno dei primi Sindaci di Sapri. Non credo che vi sia stata parentela fra le due famiglie. La prima, dei baroni Gallotti di Battaglia possedevano anche vaste proprietà in località Fortino del Cervara che si trova non lontano dal piccolo casale di Battaglia. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Questo palazzo, sito a Sapri in via Nicodemo Giudice si trovò al centro di due fatti storici che hanno caratterizzato gli anni del Risorgimento italiano nel 1848, nel 1857 e nel 1860 a causa del loro principale inquilino, il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i suoi figli. Forse lo stemma di famiglia è quello che si trova dipinto sul soffitto dell’androne dell’ingresso principale in via Nicodemo Giudice a Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque scrivevo che a Sapri, Pisacane recandosi a casa del noto liberale don Giovanni Gallotti trovò solo i fratelli Emanuele Gallotti ed il sacerdote don Filomeno Gallotti che spiegò a Pisacane che suo padre, il barone don Giovanni Gallotti, insieme ai due fratelli, Salvatore Gallotti e Raffaele Gallotti erano al Fortino. Chi era il barone don Giovanni Gallotti che come vedremo aveva una casa al Fortino ed una casa a Sapri in via Nicodemo Giudice. Non era uno dei Gallotti del Palazzo in Piazza Plebiscito. Egli apparteneva ad una nobile famiglia di feudatari di Battaglia che è ed è stata baronia e frazione del comune di Casaletto Spartano nei cui confini vi è la contrada del Fortino di Cervara. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice etc….”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, nei cap. X e XI, a p. 189, in proposito scriveva che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre pisacane con altri uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. Etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “Casaletto Spartano”, vol. I, a p. 639, in proposito scriveva che: “Il Galanti (2) ci dice solo dei suoi 961 abitanti, l’Alfano (3), che attribuisce il feudo alla famiglia Gallotti, scrive che etcc…”. Ebner, a p. 639, nella nota (3) postillava: “(3) Alfano, op. cit., p. 38.”. Si tratta di Giuseppe Maria Alfano, ed il suo “Istorica descrizione del Regno di Napoli diviso in docedi provincie etc…”. L’Alfano a p. 117 ci parla della Provincia di Principato Citeriore o di Salerno e a p. 114, in proposito scriveva che: “Terra sopra una roccia di pietri vive, d’aria bassa, Diocesi di Policastro, etc…Il suo titolo di Baronia è di Gallotti.”. L’Alfano, a p. 111 scrive la stessa cosa di Battaglia. Dunque, la baronia era di Casaletto e di Battaglia. Il Guzzo però parlando del casale di Tortorella, a p. 202, in proposito scriveva pure che: “Dalla famiglia Caracciolo il feudo passò al marchese di Misuraca, Troiano Spinelli, il quale, nel 1555, lo vendette a Giovanni Antonio Ricca. Da questi passò ai Gallotti, poi agli Oferio etc…”. Dunque, i Gallotti erano stati anche baroni di Tortorella. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “Tortorella”, vol. II, a p. 678, in proposito scriveva che: “Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitesi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi casali, dei baroni Carafa della Stadera che lasciarono “tristi ricordi di tirannia e soprusi” (sono ancora visibili i resti del palazzo marchesale), del palazzo dei baroni Gallotti, etc…”. Ebner, a p. 678, nella nota (21) postillava: “(21) Tancredi, Il Golfo di Policastro, cit., p. 72”. Infatti, Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, a p. 73, in proposito scriveva che: “Il palazzo bastionato dei Baroni Gallotti, dominante da una piccola altura il caseggiato di Battaglia, fu costruito nel Cinquecento. La via “Rupazzi” collegava Casaletto con Tortorella.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “Battaglia”, vol. I, a p. 550, in proposito scriveva che: “L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (morto il 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia del padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio.”. Dunque, il barone di Battaglia don Giovanni Gallotti era uno dei quatro figli del barone Mario Gallotti. Il barone Mario Gallotti morì il 14 gennaio 1768 e gli successe il figlio Mario Antonio Gallotti che ottenne l’intestazione del casale l’11 febbraio 1778. In seguito, la baronia dei Gallotti “avendo posseduto il feudo per un periodo superiore ai duecento anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei Feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e in quelle dei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovani e Antonio.”. Dunque, in seguito alla morte di Mario Antonio Gallotti, successe il figlio Mario Gallotti, il quale aveva quattro figli, tra cui il nostro don Giovanni Gallotti. Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Casaletto Spartano e di Battaglia, a p. 216, in proposito scriveva che: “Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Gallotti per la somma di 3260 ducati, mentre Scipione Gallotti già possedeva, nel territorio il casale di Tornito. Successivamente, per rinuncia di Carlo, la baronia passò al figlio Mario Gallotti, che la possedette fino alla morte, avvenuta il 14 gennaio 1768. Gli successe il figlio Mario Antonio, che ottenne l’intestazione del casale l’11 febbraio 1778 (4). La famiglia Gallotti, avendo posseduto il feudo per un periodo superiore ai duecento anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei Feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e in quelle dei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovani e Antonio.”. Guzzo, a p. 216, nella nota (3) postillava: “(3) L. Giustiniani, Dizionario geografico etc.. – Op. cit., vol. III, p. 204”. Guzzo, a p. 216, nella nota (4) postillava: “(4) P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento – Roma, 1982 – vol. I – pag. 550.”.
(Fig…..) Battaglia – Palazzo Gallotti
Montesano, continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150).”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Altre notizie sui Gallotti ci vengono da Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Bilotti, a pp. 189-190, scriveva pure che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con alcuni uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…..Dalla casa Gallotti Pisacane ebbe polvere, alquante munizioni ed altri aiuti, ma non nelle proporzioni che si aspettava da un liberale notissimo, quantunque non legato ai nazionalisti (4).”. Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54.”. Sempre sui Gallotti, il Bilotti ne parla nel capitolo dedicato al Fortino. Il Bilotti, a p….., in proposito scriveva che: “….e vi si fermarono non soltanto per riposare e prendere un pò di cibo fornito alla meglio dal Cioffi, ma anche per attendere aiuti promessi o richiesti. Fu inutile però aspettare, perchè Pisacane da nessuno ebbe visite, fuorchè da due figli del barone Giovanni Gallotti, cioè da Raffaele e da Filomeno, i quali poco dopo si distaccarono, forse con la promessa di affrettare l’arrivo di uomini e di vetttovaglie. Il loro padre, e l’altro fratello, Salvatore, rimpatriati da appena un mese per sovrana indulgenza, si trovavano in Lagonegro, ivi forse fuggiti, come opina il Fischietti, alla notizia dello sbarco dei rivoltosi. Essi avevano molto sofferto ed avevano legittima paura di nuve compromissioni (1).”. Bilotti, a p. 200, nella nota (1) postillava che: “(1) Tale precauzione del resto non valse a preservarli da un nuovo arresto.”. Dunque, secondo il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: “Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberli di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Sui Gallotti l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni. La sua biografia politica dalla polizia borbonica fu definita “Tristissima”, ma peggio fu che educò i figli ad avere la sua stessa condotta politica. I regnicoli erano costretti a sopportare le nefaste conseguenze di un regime di sopraffazioni e di violenze. In un simile contesto, Giovanni Gallotti, uno tra i tanti liberali del nostro sud (49), abbandonando la vita riservata e settaria che fino ad allora aveva condotto, si distinse, a partire dal 1848, per avere abbracciato le novità dell’epoca e si rese responsabile d’avere strenuamente lottato per la libertà e le istituzioni liberali. Con spirito di dedizione e la consapevolezza della incommensurabile portata sociale degli innovatori concetti politici, affrontò la sua azione sfidando le incomprensioni, le resistenze e lo scetticismo alimentati dai pregiudizi e dalla gretta paura del nuovo che caratterizza ogni fase di avanzamento e di progresso. Fece parte del comitato rivoluzionario e fu in mezzo ai settari. Spedì emissari nel Cilento e nelle Calabrie per dare e ricevere notizie. Con la bandiera tricolore andò incontro ai rivoltosi Cilentani capitanati da Costabile Carducci e Stefano Passero ospitandoli in casa propria. Etc…”. Policicchio, a p. 215, nella nota (49) postillava: “(49) Sul vigilato politico Domenico Crocco Egineta, fu Carlo, di S. Marina, accusato di avere corrispondenza con gli emigrati Mazziotti e Mariconda (suo suocero), arrestato il tre marzo 1859 per i troppi e sospetti spostamenti tra Licusati e Napoli. (Ivi, b. 22, f. 38).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Avanti si è detto che Garibaldi, a Sapri, fu ospite di Giovanni Gallotti, persona liberale il quale conobbe le prigioni borboniche. Non solo Giovanni soffrì per opinioni politiche sotto il Borbone, ma l’intera famiglia i cui membri erano annoverati tra gli attendibili politici. Le misure poliziesche contro elementi più progressisti o semplicemente sospettati, furono imponenti ed i migliori cittadini – nel campo dell’industria, delle arti o del pensiero- dovettero subire ignominiosi processi, montati dalla polizia e scontare conseguenti condanne in orribili bagni penali con i peggiori malviventi. Etc…”.
Nel 1857, i GALLOTTI, baroni di Sanza e di Morigerati, attendibili ma anche filoborbonici
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo dela famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati. Uno di essi è decurione, un altro è supplente giudiziario (entrambi hanno pratiche illecite), sicché “disgraziatamente le cariche vengono dalla detta famiglia occupate, perché oltre ai medesimi evvi d. Diomede Gallotti, figlio al supplente Sindaco e Consigliere distrettuale, e D. Gaetano 1° Eletto”. “Costoro – ribadisce in altro rapporto il sottointendente – che si arrogano il titolo di Baroni, non desiderano le cariche comunali che per esercitare un dispotismo tanto più nefando, in quanto gravita su una popolazione misera e bisognosa”. Le frodi a danno dell’amministrazione comunale, del Monte frumentario, e dell’intera popolazione erano fatti di dominio pubblico, e perciò sottoposti ad essere travisati ed esagerati con elementi fantastici. La realtà di essi però rimaneva, e non potè esimere l’autorità provinciale dall’adottare il provvedimento della destituzione del sindaco e del cancelliere comunale, del Primo Eletto d. Gaetano, nonché del decurione d. Francesco Gallotti il quale, perché si emendasse dei sui turpi vizi, fu per un breve periodo rinchiuso nel monastero di Sanza. Da questa borghesia turbolenta, faccendiera e senza scrupoli, pronta ad ogni predominio che le consentiva un pacifico sfruttmento delle popolazioni rurali, non c’era da attendersi se non uno sfacciato doppio gioco, una calcolata condotta che le permetteva al momento giusto di dimostrare di essere stata fedele al governo, oppure vantare il proprio liberalismo.”. Cassese, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2). Giusto tre anni dopo il De Petrinis, diventato maggiore delle truppe garibaldine, ebbe l’onore di ospitare Giuseppe Garibaldi quando giunse a Sala il 5 settembre. Cfr. M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860, in Arch. Stor. Sal., I (1921), p. 136.”.
Nel 1856, il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti e la reazione borbonica
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Avanti si è detto che Garibaldi, a Sapri, fu ospite di Giovanni Gallotti, persona liberale il quale conobbe le prigioni borboniche. Non solo Giovanni soffrì per opinioni politiche sotto il Borbone, ma l’intera famiglia i cui membri erano annoverati tra gli attendibili politici. Le misure poliziesche contro elementi più progressisti o semplicemente sospettati, furono imponenti ed i migliori cittadini – nel campo dell’industria, delle arti o del pensiero – dovettero subire ignominiosi processi, montati dalla polizia e scontare conseguenti condanne in orribili bagni penali con i peggiori malviventi.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni. La sua biografia politica dalla polizia borbonica fu definita “Tristissima”, ma peggio fu che educò i figli ad avere la sua stessa condotta politica. I regnicoli erano costretti a sopportare le nefaste conseguenze di un regime di sopraffazioni e di violenze. In un simile contesto, Giovanni Gallotti, uno tra i tanti liberali del nostro sud (49), abbandonando la vita riservata e settaria che fino ad allora aveva condotto, si distinse, a partire dal 1848, per avere abbracciato le novità dell’epoca e si rese responsabile d’avere strenuamente lottato per la libertà e le istituzioni liberali. Con spirito di dedizione e la consapevolezza della incommensurabile portata sociale degli innovatori concetti politici, affrontò la sua azione sfidando le incomprensioni, le resistenze e lo scetticismo alimentati dai pregiudizi e dalla gretta paura del nuovo che caratterizza ogni fase di avanzamento e di progresso. Fece parte del comitato rivoluzionario e fu in mezzo ai settari. Spedì emissari nel Cilento e nelle Calabrie per dare e ricevere notizie. Con la bandiera tricolore andò incontro ai rivoltosi Cilentani capitanati da Costabile Carducci e Stefano Passero ospitandoli in casa propria. Era in Chiesa quando l’arciprete di Sapri, don Nicola Timpanelli, celebrò Messa col canto del Te-Deum per ringraziamento. Con l’accordo del Sindaco di Sapri, Angelo Tinelli, fece loro dare cento ducati dalla casa comunale. Quando Carducci fu catturato ad Acquafredda minacciò di morte gli autori e spedì corrieri a Maratea per liberare i suoi amici. Un rapporto di Polizia dice che Giovanni Gallotti “non si astenne neppure dalla tracotanza di dire che il re doveva rinunciare al trono o fuggire, perché era prossima a proclamarsi la Repubblica”. Fu indicato come esaltato liberale e accusato di “cospirazione ed attentato contro la sicurezza interna dello Stato”. Insieme al figlio Salvatore fu tra i primi a cadere nella rete della polizia borbonica. La loro condanna fu una prima volta abbreviata da venti a dieci anni di ferri dopo aver goduto di una benevolenza sovrana nel 1852, e una seconda volta graziata con rescritto del 23 dicembre 1856, sei mesi prima che avvenisse la spedizione di Pisacane.”. Policicchio, a p. 215, nella nota (49) postillava: “(49) Sul vigilato politico Domenico Crocco Egineta, fu Carlo, di S. Marina, accusato di avere corrispondenza con gli emigrati Mazziotti e Mariconda (suo suocero), arrestato il tre marzo 1859 per i troppi e sospetti spostamenti tra Licusati e Napoli. (Ivi, b. 22, f. 38).”. Policicchio, a p. 216, racconta pure che: “Achille de Nicolais, militare di riserva del 3° Reggimento Cacciatori della Guardia Reale, detenuto a Salerno per falsità in scrittura privata, a cominciare da maggio 1856, più volte, con insistenza, alle diverse autorità domandò d’essere con riservatezza ascoltato avendo da rapportare cose rilevanti. All’Intendente denunciò: – che le prigioni centrali di Salerno erano diventate il centro delle riunioni politiche, particolarmente dopo la liberazione di Stefano Passero; – che giornalmente i detenuti politici, tra cui il barone Gallotti di Sapri, si riunivano nella stanza del custode; – che stampa estera, proclami anche del Mazzini, corrispondenza degli “emigrati” Mazziotti e de Dominicis annunciante una prossima ribellione, veniva loro portata dallo stesso Passero e dal figlio di de Dominicis (50). In una delle richieste diceva che “un gran deposito di armi vi era nel Cilento, bisognante ad armare quella Nazione non appena scoppiata la rivoluzione, e mettere in libertà tutti i carcerati”. Il de Nicolais, temendo per la vita, chiese di essere trasferito a Napoli. Una sì fatta deposizione doveva sommariamente giungere al Commissariato Provinciale di Polizia che, il 23 gennaio 1857, così concluse (51): “il de Nicolais ha sempre avuto per abituale occupazione nella sua prigionia quella d’inventar fandonie, esposte ai superiori, e forse anche per farsi giuoco della stessa col mantenerle in continuo esercizio per essere tradotto da un carcere ad un’altro, per vendicarsi con qualche detenuto o custode”. Sei mesi più tardi si ebbe la spedizione del “bel Capitano”! Addosso a Pisacane, ucciso come tutti sappiamo nel conflitto di Sanza il 2 luglio 1857, furono trovati due biglietti riguardanti Giovanni Gallotti. Uno recava la scritta: “CERCARE A SAPRI DEL BARONE GALLOTTI”. L’altro: “GIOVANNI GALLOTTI AL FORTINO”. Scattata l’inchiesta, il capo urbano di Sapri, Vincenzo Peluso, “che avrebbe voluto annientata la famiglia Gallotti”, sparse voce che Raffaele e Filomeno Gallotti ogni giono andavano ad affacciarsi sulla costa detta ‘Serralunga’ ed aspettavano il momento dello sbarco di rivoltosi. Dopo la disfatta di Padula e Sanza, da un filone di indagini emerse che a Sapri, Giovanni Gallotti, aveva presentato a Pisacane un cassettino con circa 15 rotoli di polvere da sparo e che altri della famiglia, al Fortino, ebbero contatti con i ribelli facendo sapere a Pisacane che tutto era pronto per la rivolta e che da 15 giorni la famiglia pagava gente con la diaria di 40 grana giornaliera. Inoltre, un membro della famiglia, incoraggiando le masse, asseriva che a Padula avrebbero trovato gente armata. Tutti sappiamo, che le cose così non andarono. Un altro filone d’indagine acclarò, invece, che giunto Pisacane a Sapri, nella notte tra il 28 e 29 giugno 1857, avveniva che: “Quando i faziosi occuparono l’abitato di Sapri si fecero giudare alla casa del Barone Gallotti in cui trovavasi D. Emanuele e D. Filomeno. All’analoga dimanda di quei tristi D. Emanuele disse che il padre, e il fratello D. Salvatore erano all’altra casina al Fortino, ed i rivoltosi lo incaricarono salutare il D. Giovanni in loro nome. Al sorgere poi del giorno 29 fu visto il Filomeno sulla piazza avvicinarsi all’orda, chiamatovi da Giovanni Nicotera, che lo abbrcciò e baciò con l’incarico di salutare il padre e il fratello D. Salavatore.”. Il 29 giugno, quando i rivoltosi erano a Torraca, effettivamente Giovanni Gallotti si trovava al Fortino con i figli Salvatore e Raffaele ed egli si allontanò portandosi a Lagonegro. Il figlio Salvatore lo seguì fino un certo punto, ma poi tornò al Fortino giustificando di non avere avuto forze sufficienti per raggiungere a piedi Lagonegro al seguito del padre. Filomeno, nel corso del medesimo giorno 29 giugno, si recò al Fortino e si riunì ai fratelli. Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi.“. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15.”.
Il barone di Battaglia, don Paolo Gallotti, proprietario della taverna del Fortino che ospitò Garibaldi ?
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”….Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti,…..”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 218-219 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, …..Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio ripete trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane.
CARLO PISACANE E LA SPEDIZIONE DI SAPRI
Pisacane, duca di San Giovanni (Napoli, 22 agosto 1818 – Sanza, 2 luglio 1857), è stato un rivoluzionario e patriota italiano, di ideologia socialista libertaria e di orientamento federalista d’impronta proudhoniana. Partecipò attivamente all’impresa della Repubblica Romana, assieme a Giuseppe Mazzini, Goffredo Mameli e Giuseppe Garibaldi, ma rimase particolarmente celebre per aver guidato il fallimentare tentativo di rivolta nel Regno delle Due Sicilie nel regno di re Ferdinando II, che ebbe inizio con lo sbarco sulla spiaggia dell’Oliveto, vicino Sapri, quasi di fronte all’attuale Cimitero di Sapri che all’epoca si trovava nel tenimento di Vibonati. Il tentativo di Pisacane diretto a Sapri fu represso nel sangue a Sanza. Il 25 giugno 1857, a Genova, Pisacane s’imbarcò con altri ventiquattro sovversivi, tra cui Giovanni Nicotera e Giovan Battista Falcone, sul piroscafo di linea Cagliari, della Società Rubattino, diretto a Tunisi. Pilo si occupò nuovamente del trasporto delle armi, e partì il giorno dopo su alcuni pescherecci. Ma anche questa volta Pilo fallì nel compito assegnatogli e lasciò Pisacane senza le armi e i rinforzi che gli erano necessari. Pisacane continuò senza cambiare piani, impadronitosi della nave durante la notte, con la complicità dei due macchinisti inglesi, si dovette accontentare delle poche armi che erano imbarcate sul Cagliari. Il 26 giugno sbarcò a Ponza dove, sventolando il tricolore, riuscì agevolmente a liberare 323 detenuti, poche decine dei quali per reati politici, per il resto delinquenti comuni, aggregandoli quasi tutti alla spedizione. Il 28, il Cagliari ripartì con Pisacane, i suoi compagni e i detenuti liberati e muniti delle armi sottratte al presidio borbonico. La sera i congiurati sbarcarono a Sapri, ma non trovarono ad attenderli quelle masse rivoltose che si attendevano, anzi furono affrontati dalle falci dei contadini ai quali le autorità borboniche avevano per tempo annunziato lo sbarco, descritto come opera di una banda di ergastolani e delinquenti comuni evasi dall’isola di Ponza. Il 1º luglio, a Padula, vennero circondati e 25 di loro furono massacrati dai contadini. Gli altri, per un totale di 150, vennero catturati e consegnati ai gendarmi.
(Fig….) Ritratto di Carlo Pisacane di Domenico Morelli esposto al Museo del Risorgimento di Roma
Nel 28 giugno 1857 “La spedizione di Sapri” dei “Trecento” di Carlo Pisacane
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: “Nove anni più tardi, nasce a Genova, in un’ambiente mazziniano, l’idea voluta da Mazzini, Fabbrizi, Fanelli e Nicotera, di una spedizione rivoluzionaria antiborbonica. D’accordo con il Comitato Napoletano, Carlo Pisacane decide di sbarcare a Sapri…..Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (ove attualmente è il cimitero di Sapri). Sulla storica spedizione, che aprì la strada a Garibaldi ed all’Unità d’Italia, esiste un’ampia trattazione bibliografica ma quello che ancora oggi risulta essere lo studio storico più completo ed attendibile è “La Spedizione di Sapri” di Leopoldo Cassese, pubblicato da La Terza (166), basato principalmente sullo studio delle fonti giudiziarie dei processi che in seguito agli avvenimenti i tribunali borbonici intentarono contro i superstiti. Noi riferiremo i fatti svoltisi a Sapri (167). Purtroppo la ‘Spedizione di Sapri’ nacque male, perchè liberando alcuni detenuti politici a Ponza, vennero liberati molti detenuti comuni, per cui si era sparsa la voce che sarebbe sbarcata una banda di delinquenti, consentendo alle autorità di aizzare le umili popolazioni contro Pisacane. Per tal motivo molti si unirono alle truppe Regie quando fu il momento di combattere, attirati anche dalla promessa di ricompense in danaro, che poi effettivamente furono date; alla popolazione di Sanza 2000 ducati e a quella di Torraca 300 ducati poi ridotti a 30 (168).”. Nella mia nota (165) postillavo che: “(165) Cassese L., op. cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B.77; vedi pure Bilotti P.E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, p. 195; vedi pure Fischietti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.”. Nella mia nota (166) postillavo che: “(166) Cassese L., La Spedizione di Sapri, Bari, La Terza, 1969.”. Nella mia nota (167) postillavo che: “(167) Archivio di Stato di Salerno, vedi Busta 197, vari volumi, incartamento; vedi pure Albini D., La Spedizione di Sapri e la Provincia di Basilicata, Roma, 1891; vedi pure Pifano Cesare, Pisacane da Sapri a Sanza, ed. Galzerano, 1977.”. Nella mia nota (168) postillavo che: “(168) Rosselli N., Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.”. Nella mia nota (169) postillavo che: “(169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Nasce a Genova, in un’ambiente mazziniano, l’idea voluta da Mazzini, Fabbrizi, Fanelli e Nicotera, di una spedizione rivoluzionaria antiborbonica. D’accordo con il Comitato Napoletano, Carlo Pisacane decide di sbarcare a Sapri. Un mese prima dello sbarco, apparvero sui muri di Sapri delle scritte come: “Muora il tiranno FerdinandoII. Viva Luciano Murat re di Napoli. Viva il governofrancese.Viva larepubblica napoletana” e si erano viste in circolazione monete di oro e di argento con l’effige di Luciano Murat e con la leggenda ‘Lucien Murat’ nel recto e ‘Roi de Naples’ al tergo (….). Sulla storica spedizione, che aprì la strada a Garibaldi ed all’Unità d’Italia, esiste un’ampia trattazione bibliografica ma quello che ancora oggi risulta essere lo studio storico più completo ed attendibile è “La Spedizione di Sapri” di Leopoldo Cassese, pubblicato da La Terza (…), basato principalmente sullo studio delle fonti giudiziarie dei processi (….) che, in seguito agli avvenimenti, i tribunali borbonici intentarono contro i superstiti (….). Purtroppo la ‘Spedizione di Sapri’ nacque male, perchè liberando alcuni detenuti politici a Ponza, vennero liberati molti detenuti comuni, per cui si era sparsa la voce che sarebbe sbarcata una banda di delinquenti, consentendo alle autorità di aizzare le umili popolazioni contro Pisacane. Per tal motivo molti si unirono alle truppe Regie quando fu il momento di combattere, attirati anche dalla promessa di ricompense in danaro, che poi effettivamente furono date; alla popolazione di Sanza 2000 ducati e a quella di Torraca 300 ducati poi ridotti a 30 (….). Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: “Trecentoventitre de’ relegati salirono a bordo; di altro numero non era capace la nave; e fu forza abbandonarli, dando voce che si tornerebbe a prenderli. Il Cagliari lasciò l’isola la notte del 27. E a bordo di esso Pisacane ordinò gli uomini in tre compagnie, nominò gli uffiziali; diè le istruzioni e le armi; prese gli ultimi concerti.”.
(Fig…..) Il piroscafo ‘Cagliari’, utilizzato da Carlo Pisacane per la sua storica impresa
Ruggero Orlando (…), nel 1935, nel suo “Pisacane” scrisse della Spedizine di Sapri, a p. 117 e ssg. ed a p. 135, in proposito scriveva che: “La sera di domenica, 28 giugno, il ‘Cagliari’ sostava a ridosso di un promontorio, presso la baia di Sapri, a notte, i rivoltosi scesero a terra. Fu gridata la parola d’ordine: ‘Italia degli Italiani’. Il grido fu ripetuto intorno a una casetta prescelta per l’appuntamento, ma non si ebbe risposta alcuna. Le inchieste giudiziarie e le ricerche degli storici nei mesi e negli anni successivi misero in evidenza la responsabilità, le leggerezze, gli equivoci, l’affrettata preparazione e le fallaci illusioni dei rivoluzionari; ma la notte di quella domenica sera, 28 giugno, vigilia della festa di San Pietro, sotto il cielo e al cospetto del mare di Sapri altro non v’era che la tristezza e lo sgomento di una tremenda delusione. Ad aspettarli non c’era nessuno. Pisacane, Nicotera, Falcone e gli altri provenienti da Genova erano ventuno, più alcuni relegati politici imbarcati a Ponza: il nucleo animatore era di una trentina di uomini in tutto. Gli altri erano delinquenti comuni, galeotti, avanzi dei tribunali civili e militari. Molti fuggirono subito, dandosi a ruberie o cercando la via dei propri paesi.”. Orlando, a p……, in proposito scriveva pure che: “Amiamo la memoria dell’eroe dagli occhi azzurri, dalle spoglie mortali disperse come quelle di Manfredi: non esiste la sua tomba contrassegnata dall’antica arma gentilizia “d’azzurro alla sbarra d’oro accompagnata in capo da tre stelle di sei raggi dello stesso, ordinate in banda ed in punta da un cane d’argento con la testa rivoltata”; la sua stirpe è estinta; etc…”. Ruggero Orlando (…), nel 1935, nel suo “Pisacane” scrisse della Spedizine di Sapri, a p. 137 e ssg. ed a p. 135, in proposito scriveva che: “Il console inglese Barbar stendeva al suo governo un dettagliato rapporto della situazione, pienamente confermato da indagini e da documenti raccolti successivamente e soprattutto dagli eventi di qualche anno dopo: “A giudicare da interviste che ho avuto con esponenti del partito liberale, dai sentimenti che per quanto a me consta animano in genere tuta la nazione, nonchè dal dubbioso stato d’animo prevalente dell’esercito, io ritengo che, essendo ormai spiazzata la scintilla, tutto il paese andrà in fiamme; prevedo che un attacco come questo, d’un’audacia senza precedenti, compiuto contro delle prigioni principali, di pieno giorno, vicino Gaeta, sotto gli occhi stessi del re, deciderà il popolo a ricorrere alle armi pur di liberarsi di quest’oppressivo governo.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a pp. 80-81, in proposito scriveva che: “Eccoli il 28 a Sapri. Nessuno entusiasmo, nessuno amico, nessuna guida: paura o segreto animo ostile in una terra, ove un prete Peluso aveva dominato trent’anni scherano dei Borboni, manigoldo agli onesti. Di buon mattino mossero per la prossima valle di Diano e di Padula; toccarono Torraca, Casalnuovo, il Fortino; non ebbero eco i loro passi, nessun senso le calde parole di patria di libertà. Traevano a Padula, ove grossa mano di amici armati sarebbero ad aspettarli, etc…La potenza del prete Peluso, e il cadavere sanguinolento e vendicativo del povero Carducci erano esca antica e memoria presente alla fantasia di quei miseri popoli; che troppi, in breve spazio di tempo, ebbero visto ad iniqui scempii di popoli succedere tramutamenti di fortuna meravigliosi, ed allo scempio del diritto il favor dei regnanti.”. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, a pp. 61-62, in proposito scriveva che: “These brave fellows, because conquered, are buried in the vaults of Favignana. Yet the cause, the undertaking, the audacity was the same….The first honours are due to Pisacane. He led the way and these brave fellows were our pioneers. Their leater, Nicotera, who ad been Pisacane’s lieutenant, was sent etc..”, che tradotto significa: “Questi coraggiosi, perché vinti, sono sepolti nelle volte di Favignana.Eppure la causa, l’impresa, l’audacia erano le stesse… I primi onori sono dovuti a Pisacane.Ha aperto la strada e questi coraggiosi sono stati i nostri pionieri.Il loro capo, Nicotera, che era stato luogotenente di Pisacane, è stato inviato ecc..”. Treveljan, a p. 61, nella nota (2) postillava: “(2) The Sapri expedition. See Garibaldi and the Thousand, p. 68-70”. Infatti, George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the Thousand (1909) (Garibaldi e i Mille), a p. 68-70, in proposito scriveva che: “….
Nel 18 febbraio 1857, la lettera di Ajossa a Gaetano Fischetti, giudice regio di Vibonati
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 51-52, in proposito scriveva che: “III. Da Sapri a Sanza…..E poiché la nave bordegiava a rilento, come volesse attendere la notte, il solerte giudice si insospettì, tanto più che l’intendente della provincia, Luigi Ajossa, con la sua lettera riservata del 18 febbraio ’57 lo aveva invitato a vigilare attentamente se qualche legno inglese effettuasse segnalazioni con i paesi rivieraschi. Si aggiunga che un mese prima dell’invasione apparvero sui muri delle abitazioni di Sapri etc…(2).”. Cassese, a p. 51, nella nota (2) postillava: “(2) Gabinetto dell’Intendenza, B., 77, fascicoli intitolati: “Sul voluto arrivo della corvetta inglese Malacca” e “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”; ibid., B. 76: “Voci allarmanti per l’arrivo del figlio di Murat”. Cfr. anche G. Fischetti, Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5 sgg.”.
Nel 27 giugno 1857, Sapri, il giorno prima dello sbarco
Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: “XIX. Sul vespro del 28 il piroscafo fu nel Golfo di Policastro alla vista di Sapri; – oggi povera borgata surta dove già ‘Scidro’ o ‘Sipro’, città che fu della Magna-Grecia, – e che tornerà nel non lontano avvenire alla grandezza di città, quando un porto sarà scavato nella quiete sue piagge ai commerci di quelle, oggi affatto inapprodabili, coste del Tirreno. La rada, nappo di acque se non amplo, tranquillo, s’ingolfa con purissima linea entro due colli, e di mezzo alla rada un seno entro terra s’incurva, natural porto nell’avvenire, oggi come in tutta quanta la spiaggia disagevole approdo. Gli ultimi poggi dell’Appennino chiudono da presso l’orizzonte di quella rada; dai quali dirompe un torrente, povero di acque, ricco di ghiaie, che di suoi lenti e secolari depositi ha creato il ripiano, ove tra lietissimi ulivi siede Sapri novella; e tra essi serpeggia. Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione.“. Nell’introdurre l’avvenimento dello storico sbarco a Sapri, il Racioppi ci parla di Sapri, accennando ad alcune notizie di natura storica, ci parla dell’ampiezza e capacità importante della sua baia, porto naturale e luogo di approdo privilegiato che ai suoi tempi era diventato per i commerci marittimi. Il Racioppi ci parla anche del Torrente Brizzi e dei detriti collinari che nei secoli scendendo a valle hanno modificato la linea di costa spostando la spiaggia più verso l’esterno. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 continuando il suo racconto scriveva che: “…e non conveniva quindi ritardare la Spedizione, si rinunciò al Cilento e si fissò diffinitivamente Sapri, punto strategico per la vicinanza alla Basilicata, ed opportuno perchè dava facile e diretto accesso al Vallo di Diano dove si aveva ragione di riporre larghe speranze. Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula da Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio etc…”. Michele Lacava (…), nel suo Capo III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, nel suo ‘Cronistoria della rivoluzione in Lucania e Basilicata del 1860′, nel 1870, a pp. 180-181, in proposito scriveva che: “Compiuto brillantemente questo audacissimo colpo di mano, si imbarcarono sul Cagliari in numero di 457; così divisi: relegati evasi da ponza 400 (2); equipaggio del Cagliari 32; patrioti congiurati 25. Furono divisi in tre compagnie etc…“. Andrea Guglielmini (…), nel 1877, nel suo “L’eroe superstite di Sapri – Schizzi storici per Andrea Guglielmini “, a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Sapri è un piccolo Comune che segna il confine tra le Provincie del Principato Citra e di Basilicata, facile allo approdo, e quivi giunsero giorno 28 verso le prime ore della sera e vi discesero senza ostacolo alcuno. Nell’entusiasmo creato da un fervente patriottismo che animava pure quei generosi, fuvvi però a osservare un primo e giustificato sconforto; perlocchè in quel posto non rinvennero aiuto alcuno che avvisati li avessero di incalcolate e subitanee novità; anzi fu manifesto che l’arrivo di quei prodi sulla spiaggia di Sapri non era peranco aspettato da qualcuno che poteva servir loro di necessaria guida in mezzo a contrade sconosciute ed a gente poco proclive ad infiammarsi per la libertà. Ad ogni modo Pisacane, Nicotera ed i di loro compagni erano decisi di vincere o morire, ed animati da un santo coraggio entrarono nell’abitato di Sapri e percorrendone le vie al grido di viva l’Italia invitavano quei naturali ad insorgere contro la tirannia che li opprimeva.”. Nell’introdurre l’avvenimento dello storico sbarco a Sapri, il Racioppi ci parla di Sapri, accennando ad alcune notizie di natura storica, ci parla dell’ampiezza e capacità importante della sua baia, porto naturale e luogo di approdo privilegiato che ai suoi tempi era diventato per i commerci marittimi. Il Racioppi ci parla anche del Torrente Brizzi e dei detriti collinari che nei secoli scendendo a valle hanno modificato la linea di costa spostando la spiaggia più verso l’esterno. Il generale W. Rustow (….), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, a p. 283, in proposito scriveva che: “Delle città della Basilicata non accenneremo che la Potenza con 10.000 abitanti, e Lagonegro sulla strada consolare, che ivi si avvicina molto al mare, per indi spostarsene di nuovo nel Principato. Lagonegro è unito con una buona strada nuova col mare presso il già celebre porto di Sapri adesso piccolo ma pur sempre buono. Sapri stà in parte sulle rovine di Vibona antica città romana, nota da ultimo per la funesta spedizione di Pisacane ivi sbarcato nel 1857. Esso giace giù nel Principato Citeriore dove trovasi le altre città di Padula, Sala, Diana, etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 51, in proposito scriveva che: “Si aggiunga che un mese prima dell’invasione apparvero sui muri delle abitazioni di Sapri vari cartelli con la scritta: “Muora il tiranno Ferdinando II. Viva Luciano Murat re di Napoli”. Viva il governo francese. Viva la repubblica napoletana”; e per di più si erano viste in circolazione monete di oro e di argento con l’effige di Luciano Murat e con la leggenda ‘Lucien Murat’ nel recto e ‘Roi de Naples’ al tergo (2).”. Cassese, a p. 51, nella nota (2) postillava: “(2) Gabinetto dell’Intendenza, B., 77, fascicoli intitolati: “Sul voluto arrivo della corvetta inglese Malacca” e “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”; ibid., B. 76: “Voci allarmanti per l’arrivo del figlio di Murat”. Cfr. anche G. Fischetti, Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5 sgg.”.
Nel 27 giugno, 1852, Vincenzo Peluso, Capourbano di Sapri e nipote del famigerato prete era fuggito da Sapri
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: “Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, etc…”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Secondo il sacerdote Luigi Tancredi (…), nella sua “Sapri giovane e antica” a p. 89 elenca i “Sindaci del Comune di Sapri” e cita il “12) Vincenzo Peluso nel 1852”. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) non si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Il Bilotti (…), dedica quattro pagine allo storico sbarco ed in proposito scriveva che: Essendo assente il capodegli urbani di Sapri,Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbaniGiuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, invece parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, all’epoca, i due nipoti del famigerato prete Vincenzo Peluso, uno era Leopoldo Peluso che era capourbano e l’altro, Vincenzo Peluso che era Sindaco di Sapri. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Il manipolo giudato da Nicotera e Falcone non ebbe miglior successo. Raggiunto il corpo della guardia urbana ne abbattè le insegne e invano cercò Vincenzo Peluso, il capourbano, per vendicare su di lui l’uccisione di Costabile Carducci (14); né ottenne armi e viveri nelle abitazioni in cui penetrò, col risultato di spaventare ancora di più gli abitanti non ancora fuggiti.“. Fusco, a p. 288, nella nota (14) postillava: “(14) Per vendicarsi dell’affronto subito quella notte il capourbano e i suoi congiunti asserirono poi di essere stati derubati di ben 113 ducati dai rivoltosi guidati da Nicotera (G. Fischetti, Cenno storico ecc.., cit., p. 39).”.
Nel 28 giugno, 1852, LEOPOLDO PELUSO, Sindaco di Sapri e nipote del famigerato prete
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, in proposito così scrivevo che: “I rivoltosi…Si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito.”. Nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: “Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, ecc..”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 55, in proposito scriveva che: “Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, ….di là passarono, sempre gridando, alla casa del sindaco d. Leopoldo Peluso, che era fuggito come gli altri dal paese, perché, essendo congiunto del prete uccisore del Carducci vedeva la sua vita più in pericolo di tutti. Vi furono pochi colpi di scure al portone ed il solito tentativo di appiccare il fuoco (19).”. Cassese, a p. 55, nella nota (19) postillava: “(19) B. 197, vol. IX.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci.
Nel 27 giugno 1857, a Sapri, il giorno prima dello sbarco dei “Trecento” a Sapri, alcuni erano già fuggiti
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: “Un mese prima dello sbarco, apparvero sui muri di Sapri delle scritte come: “Muora il tiranno Ferdinando II. Viva Luciano Murat re di Napoli. Viva il governo francese. Viva la repubblica napoletana” e si erano viste in circolazione monete di oro e di argento con l’effige di Luciano Murat e con la leggenda ‘Lucien Murat’ nel recto e ‘Roi de Naples’ al tergo (165).”. Nella nota (165) postillavo che: “(165) Cassese L., op. cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B.77; vedi pure Bilotti P.E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, p. 195; vedi pure Fischietti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.”. Un mese prima dello sbarco, apparvero sui muri di Sapri delle scritte come: “Muora il tiranno FerdinandoII. Viva Luciano Murat re di Napoli. Viva il governofrancese.Viva larepubblica napoletana” e si erano viste in circolazione monete di oro e di argento con l’effige di Luciano Murat e con la leggenda ‘Lucien Murat’ nel recto e ‘Roi de Naples’ al tergo ……..Nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, in proposito così scrivevo che: “Intanto, al comando del Nicotera e di Falcone, il gruppo più attivo dei rivoltosi, al grido di “Viva l’Italia, recatosi a casa del capo urbano Vincenzo Peluso allo scopo di vendicare la morte di Costabile Carducci non avendolo trovato perchè era fuggito a Sala, appiccano il fuoco alla porta di casa.”. Infatti, il giorno prima dello sbarco, il 28 giugno, alcuni realisti di Sapri, avendo avuto sentore dell’arrivo di Pisacane fuggirono sulle montagne vicine raggiungendo i nascondigli già usati in occasione dei moti del ’48. Dagli atti dei processi emerge che i “trecento” di Pisacane si recarono presso le residenze di Giuseppe Magaldi e del Sindaco di Sapri o Capourbano, Leopoldo Peluso ma essi erano fuggiti. Risultò introvabile anche il nipote del Sindaco, Annibale, che si erano machiati di orrendi delitti nei moti del ’48. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, in proposito così scrivevo che: “I rivoltosi…Si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito.”. Nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: “Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, ecc..”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Secondo il sacerdote Luigi Tancredi (…), nella sua “Sapri giovane e antica” a p. 89 elenca i “Sindaci del Comune di Sapri” e cita il “12) Vincenzo Peluso nel 1852”. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: “E quivi presso sbarcando i nuovi argonauti al buio della sera è fama ricercando anzitutto gli abitatori di quelle mura; perchè la nemesi della rivoluzione punisse il delitto, che la bieca giustizia sociale aveva già coronato di premio. Fu fortuna, che i sospettosi abitatori ai primi tumulti sgombrassero; e fu tolta alla nemesi del popolo l’occasione di un delitto; che, non che instaurare il diritto, aggravava l’antico; lavando sangue innocente con sangue innocente.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 186 continuando il suo racconto scriveva che: “Non trovarono che tenebre e solitudine, mentre non pareva che a Sapri non vi dovessero essere dei partigiani della rivoluzione, giacchè otto giorni prima dello sbarco si eran rinvenuti nella marina dei cartelli con la scritta: “Armatevi, chè la rivoluzione è vicina”. Bilotti, a p. 195, in proposito scriveva pure che: “Era invece atteso lo sbarco Murattiano, tanto che all’arrivo di Pisacane qualcuno esclamò: “Viva Murat”, e la voce si dovette subito coprirla col grido: “Viva l’Italia”. E che in favore del Murattismo si fosse fatta discreta propaganda in quei luoghi, si desume dal fatto che nel mese di maggio in sei diversi punti di Sapri si erano rinvenuti cartelli con la scritta: “Muoia il tiranno Ferdinando II. Viva luciano Murat Re di Napoli. Viva il Governo francese”; e nel tempo medesimo si erano vedute girare in Sapri, come in Napoli ed in Salerno, alcune monete di oro e di argento con l’effige del pretendente francese e la leggenda: ‘Lucien Murat, Roi de Naples’ (1).”. Bilotti, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri, – p. 6.”. In quel periodo e nei mesi precedenti furono diversi i segni che misero in allarme le autorità già da molto tempo prima. Infatti, il Bilotti, a p. 48, in proposito scriveva che: “Le preoccupazioni crebbero poi nel febbraio del 1857 in conseguenza dell’arrivo di una fregata inglese denominata “Malacca” della cui venuta nelle acque del golfo salernitano non si conosceva il motivo, e più ancora perchè in data 18 di quel mese l’intendente aveva mandata ai giudici regi, dei circondari posti lungo la intiera costa, la seguente circolare ordinatagli dalla direzione della polizia: “Laddove pervenisse nelle acque del litorale di sua giurisdizione qualche legno inglese etcc…La nave inglese si era fermata presso Pesto, ponendosi in panno alla cappa per mantenersi in pareggi e con una lancia avea messo a terra sei uomini armati di fucile….La preoccupazione era grande etc…E poichè quella fragata aveva tirato molti colpi a palla ed a mitraglia verso mare ed il capitano che era sceso a terra con gli altri armati, interrogato, aveva risposto che “trattavasi di un semplice simulacro di guerra”, le preoccupazioni aumentavano, etc….All’alba del giorno seguente il legno apparve ad Agropoli ed ivi produsse maggiore allarme, perchè lentamente procedendo e poi ritornando lungo le marine del Cilento, pareva cercasse ora e luogo opportuni per operare uno sbarco. Etc…”. Oltre a questi episodi, il Bilotti racconta che la Spedizione di Sapri era già da tempo decisa ed oltre al Pisacane vi doveva partecipare anche Giuseppe Garibaldi. Il Bilotti racconta che fu il Mazzini ad organizzare il tutto e che la prima volta la spedizione che doveva partire il 13 dovette saltare e quei preparativi avevano messo in allarme le autorità borboniche già da diverso tempo. Bilotti, a p. 67 in proposito scriveva: “Il ritiro di Garibaldi, il rifiuto di Cosenz, lo scoraggiamento di Medici che pur accettando di essere il tesoriere del fondo peri 10.000 fucili, etc..”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, a pp. 180-181, in proposito scriveva che: “Compiuto brillantemente questo audacissimo colpo di mano, si imbarcarono sul Cagliari in numero di 457; così divisi: relegati evasi da ponza 400 (2); equipaggio del Cagliari 32; patrioti congiurati 25. Furono divisi in tre compagnie etc….Giungono a Sapri alle 8 della sera del 28 giugno, sbarcarono la notte, e la mattina seguente alle ore 8 a. m. abbandonano Sapri e si rivolgono verso Torraca, ove giungono alle ore 10 a. m. etc…”. Il Lacava, a p. 180, nella nota (2) postillava: “(2) il numero esatto deli sbarcati a Sapri varia nei diversi autori che hanno scritto di questa spedizione. Noi abbiamo seguito il Fischietti, che da lo stato nominativo dei seguaci di Pisacane, e che trova conferma in diversi documenti.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “In realtà molti non volevano tele “mamma”, per i molteplici motivi che abbiamo già esposto, ed in seguito all’allarme dato dal Fischetti erano fuggiti (12) o si erano barricati in casa.“. Fusco, a p. 288, nella nota (11) postillava: “(11) Cfr. cap. V, n. 35.”. Fusco, a p. 288, nella nota (12) postillava: “(12) Fuggirono non solo i realisti (il capourbano Vincenzo Peluso col figlio Annibale, capourbano di Ispani, fuggì a Vallo: cfr. P. E. Bilotti: La Spedizione ecc., cit., p. 190; Giuseppe Magaldi; il sindaco Leopoldo Peluso; Giuseppe Gallotti che per ordine di Fischetti aveva guidato gli urbani contro i ‘rivoltosi’; ed altri ancora) e verosimilmente paurosi cittadini, ma anche gli ‘attendibili’ timorosi di compromettersi (ASS., P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. cc. 75 ss.).”.
Nel 28 giugno 1857, gaetano Fischetti, giudice regio del mandamento di Vibonati, prima a S. Cristofaro e poi a Sapri, l’arrivo e l’avvistamento della nave ‘Cagliari’ nel golfo di Policastro, che da Ponza trasportava Pisacane ed i suoi Trecento
Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 181-182, in proposito scriveva che: “Mentre tutto ciò si disponeva dai capi e dai principali patriotti, il piroscafo prendeva le acque di Sapri e si fermava, per non mettersi in vista, dietro un piccolo promontorio tra quella baia e la spiaggia detta dell’oliveto, sul limite del tenimento di Vibonati, per trattenervisi, come fece, fino all’ora fissata per lo sbarco. I primi a scoprirlo furono un tale Infranzi che suppliva il controlloro del distretto con residenza in Capitello (Ispani) e che si affrettò di spedire avviso al posto doganale perchè stesse in guardia, ed il signor G. Fischietti, giudice regio in Vibonati, il quale per ragioni di servizio si trovava in San Cristofaro in compagnia di tal D. Gennaro Campano. Il Fischietti che già da tempo aveva, come tutti gli altri suoi colleghi, avuto l’ordine di sorvegliare le coste, appena accortosi del legno estero, si fece accompagnare da un capitano mercantile e salì alla sommità del colle S. Cristoforo per distinguere meglio. Riunitisi in Capitello, egli e l’Infranzi, decisero di recarsi subito in Sapri per conoscere meglio da vicino di che si trattasse, e seguiti dal sostituto cancelliere D. Gioacchino Giffoni, dal commesso D. Saverio Cangiano, montarono in una piccola barca. Presso porto di Sapri però si accorsero che il legno estero muoveva loro incontro con l’evidente fine di investirli, sicchè temendo di venir sommersi, volsero la prora verso la riva e a forza di remi raggiunsero presto la spiaggia delle Camerelle, saltando a terra sollecitamente. Il loro sbarco fu salutato da un colpo di boccaccio partito dal vapore il quale per non dare in secco si era avvicinato solo fino a due tiri di pistola dalla spiaggia (1). Da Camarelle l’Infranzi si recò al posto doganale; il giudice Fischietti corse a Sapri, dove gli riuscì di raccogliere subito una trentina di urbani ai quali inculcò di prestare giuramento di fedeltà al Re, e fece coraggio perchè “affrontassero con fierezza i male intenzionati”. Bilotti, a p. 182, nella nota (1) postillava che: “(1) Nota 30 giugno 1857 del giudice regio di Vibonati al procuratore gen.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La mattina di quel lunedì del 29 giugno….Anche il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti, che era stato tra i primi a scorgere lo sbarco dei rivoltosi dal Cagliari, avvenuto presso la spiaggia dell’Oliveto, immediatamente aveva allertato i capourbani della zona.”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: “Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (ove attualmente è il cimitero di Sapri). Sin dalle prime ore del mattino la nave Cagliari era stata seguita dal Giudice del mandamento di Vibonati Gaetano Fischietti che allarmatosi e non potendo dare l’allarme poichè l’unico telegrafo presente della zona, quello di Capitello, era inservibile a quell’ora, a Sapri, riunì i pochi urbani e fattili giurare fedeltà al Re, li mandò incontro ai rivoltosi che incominciavano a sbarcare nel tratto di spiaggia di fronte all’attuale Cimitero di Sapri, indicato dal Nicotera, nei pressi dell’attuale casa degli eredi Stoppelli. (169).”. Nella mia nota (169) postillavo che: “(169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Il giorno dell’arrivo della nave di Pisacane, il regio giudice di Vibonati, Fischetti, era in missione a San Cristofaro, oggi San Cristoforo. Di là si ha una spettacolare visione del Golfo. A Fischetti non interessava la bellezza della veduta, ma una nave che nelle ore pomeridiane doppiava la Punta dei Rinfreschi (limite del Golfo verso tramonto), e andava avanti molto lentamente. Noi sappiamo perchè: non voleva arrivare a Sapri prima del buio. Fischetti vide immediatamente che questa nave non era un peschereccio, né il postale di Scario, ma la nave veniva di proposito, perchè Fischetti aspettava una promozione, e, quindi, occorreva dimostrarsi zelante. (Lo sappiamo dai ricordi che Fischetti pubblicò nel 1877). Egli corse giù alla spiaggia di Capitello, prese una barca della Dogana e seguì la nave. Visto l’approdo e lo sbarco di centinaia di uomini, corse a Sapri, avvertì i cattadini (anzi i sudditi e le autorità), e raccomandò a tutti di ritirarsi a Tortorella, fortezza naturale e facilmente difendibile. Il giorno dopo si vedrà con quale effetto. Sapri apparteneva alla sua giurisdizione.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 63, in proposito scriveva che: “Durante la notte il giudice Fischetti l’aveva preceduto, spargendo le stesse voci, come a Sapri. Poi tornò precipitosamente a Capitello, dove funzionava il telegrafo ottico, e all’alba inviò telegrammi al inistero di Grazia e Giustizia (che non c’entrava ma era utile ai fini della promozione), alla Polizia, all’Intendente della Provincia; oggi l’Intendente si chiama Prefetto, ma i suoi poteri non sono così ampi. Questo posto telegrafico, lo si vede ancora oggi a Capitello. Sopra l’abitato è una torre molto massiccia che gli abitanti chiamano Torre Normanna. Fu costruita mezzo millennio dopo l’occupazione normanna, da Filippo II, Re di Spagna, su piani di suo padre Carlo V, l’imperatore “nel cui regno il sole non tramontava”, e quando finì il pericolo saraceno, abbandonata. Sotto Gioacchino Murat c’era da temere un colpo di mano Inglese e le torri furono alzate e munite di cannoni, per tener la spiaggia sotto controllo. Le segnalazioni erano simboliche, come si usava fra le navi, prima dell’introduzione della telegrafia senza fili. Nel 1857 era già in uso l’alfabeto Morse e da Salerno a Brindisi esisteva il telegrafo elettrico che seguiva press’a poco l’antica via Appia. Nei calcoli di Pisacane il telegrafo elettrico era compreso. Appena arrivato a Fortino, lo mise fuori uso. Il telegrafo ottico di Capitello era sfuggito alla sua attenzione. Con i telegrammi del giudice Fischetti e l’arrivo etc…”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a pp. 71-72, in proposito scriveva che: “Quella domenica sera (e la notte e la giornata seguente) la figura centrale della prima fase della spedizione fu il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti, il quale vent’anni dopo si improvvisò pure storico scrivendo una memoria (3) sugli eventi. Per primo avvistò il Cagliari dalla collina di San Cristoforo, ne spiò le mosse, corse a Sapri a dare l’allarme e allertò tutti gli urbani che poté per impedire lo sbarco dei ‘rivoltosi (4), inviò messaggi ai capiurbani della zona, si portò (o fuggì ?) a Torraca etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: “Trecentoventitre de’ relegati salirono a bordo; di altro numero non era capace la nave; e fu forza abbandonarli, dando voce che si tornerebbe a prenderli. Il Cagliari lasciò l’isola la notte del 27. E a bordo di esso Pisacane ordinò gli uomini in tre compagnie, nominò gli uffiziali; diè le istruzioni e le armi; prese gli ultimi concerti. XIX. Sul vespro del 28 il piroscafo fu nel Golfo di Policastro alla vista di Sapri; – oggi povera borgata surta dove già ‘Scidro’ o ‘Sipro’, città che fu della Magna-Grecia, – e che tornerà nel non lontano avvenire alla grandezza di città, quando un porto sarà scavato nella quete sue piagge ai commerci di quelle, oggi affatto inapprodabili, coste del Tirreno. La rada, nappo di acque se non amplo, tranquillo, s’ingolfa con purissima linea entro due colli, e di mezzo alla rada un seno entro terra s’incurva, natural porto nell’avvenire, oggi come in tutta quanta la spiaggia disagevole approdo. Gli ultimi poggi dell’Appennino chiudono da presso l’orizzonte di quella rada; dai quali dirompe un torrente, povero di acque, ricco di ghiaie, che di suoi lenti e secolari depositi ha creato il ripiano, ove tra lietissimi ulivi siede Sapri novella; e tra essi serpeggia.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 51-52, in proposito scriveva che: “III. Da Sapri a Sanza. Sull’imbrunire del 28 giugno, dopo una giornata di navigazione durante la quale si corse pericolo di incappare nella squadra navale napoletana (1), il Cagliari giunse in vista del golfo di Policastro, la cui punta più avanzata nel mare, verso occidente è il capo di Infreschi. Appena doppiato questo, si presenta una teoria di digradanti colline dalle quali si affacciano S. Giovanni a Piro, Policastro, Ispani con la marina di Capitello, Vibonati e, più a sud, in una breve insenatura, Sapri, che dista dodici miglia circa in linea retta dalla punta degli Infreschi. Una nave che spunti da tale capo cade quindi subito in vista di chi guardi da uno di codesti paesi. Fu perciò facile al regio giudice di Vibonati, Gaetano Fischetti, scorgere il Cagliari dal villaggio di S. Cristofaro presso Ispani, dove si trovava per ragioni di servizio. E poiché la nave bordegiava a rilento, come volesse attendere la notte, il solerte giudice si insospettì, tanto più che l’intendente della provincia, Luigi Ajossa, con la sua lettera riservata del 18 febbraio ’57 lo aveva invitato a vigilare attentamente se qualche legno inglese effettuasse segnalazioni con i paesi rivieraschi. Si aggiunga che un mese prima dell’invasione apparvero sui muri delle abitazioni di Sapri etc…(2).”. Cassese, a p. 51, nella nota (2) postillava: “(2) Gabinetto dell’Intendenza, B., 77, fascicoli intitolati: “Sul voluto arrivo della corvetta inglese Malacca” e “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”; ibid., B. 76: “Voci allarmanti per l’arrivo del figlio di Murat”. Cfr. anche G. Fischetti, Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5 sgg.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 52, in proposito scriveva che: “Il Fischetti, dunque, ebbe fondati motivi per mettersi in allarme e per scendere sollecito dai monti di S. Cristofaro giù alla marina di Capitello, dove, appena giunto, ontò insieme ad altri impiegati del posto sulla scorridora doganale e si mise a seguire il Cagliari a rispettosa distanza per spiarne le mosse. Erano le otto di sera quando la nave gettò l’ancora in località detta ‘Spiaggia dell’Oliveto’ in tenimento di Vibonati, distante mezzo miglio circa dal confine del tenimento di Sapri e un miglio e mezzo dall’abitato di quest’ultimo paese (3).”. Cassese, a p. 52, nella nota (3) postillava: “(3) V. in B. 197, vol. I, c. 197, il verbale del sopralluogo effettuato dal procuratore Pacifico insieme con esperti nautici per assodare il punto preciso in cui approdò il Cagliari.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La mattina di quel lunedì del 29 giugno….Anche il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti, che era stato tra i primi a scorgere lo sbarco dei rivoltosi dal Cagliari, avvenuto presso la spiaggia dell’Oliveto, immediatamente aveva allertato i capourbani della zona. Successivamente si recò a Torraca, e qui spedì altri messaggeri a Tortorella e Casaletto per avvisare del pericolo imminente. La mattina del 29 giugno, da Capitello, inviò un accorato telegramma per avvisare il re di quanto stava accadendo in quella zona. Da questi episodi che coinvolsero il giudice Fischetti, si intuisce che il gruppo di Carlo Pisacane era atteso a Torraca il giorno precedente alla loro venuta, pertanto le autorità del paese ne erano al corrente.”.
Nella domenica del 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” secondo la testimonianza dei due domestici di Pisacane, salvatisi, arrestati e resa davanti all’Aiossa
Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, a pp. 204-205, in proposito scriveva che: “Interrogatorio di Antonio Ventorino e Domenico Catapano domestici ed attendenti di Pisacane (1). L’anno 1857 il giorno 4 luglio alle ore 5, ed un quarto p.m. Noi Comm. Luigi de’ Marchesi Aiossa Intendente della Provincia di Principato Citra, assistiti dal Capo del Gabinetto sig. Condò. Essendo arrivati da Sala i due arrestati che facean parte dell’orda sbarcata in Sapri, e volendone ricevere l’interrogatorio, etc…Entrato il primo di essi, …Antonio Venturino figlio della fu Fortuna, e di Padre incerto, di ani 36, nato in Napoli, di professione cocchiere. Come sorvegliato di Polizia, etc…Appartenente alla classe dei cosiddetti Camorristi, fin dal suo primo arrivo a Ponza, etc….(p. 206)….Degli individui della compagnia di punizione che appartenevano la maggior parte degli associati alla banda, è di circa un centinaio per reati Viaggiarono dalle 3 e mezzo della sera di sabato, fino a circa le 23 ore della giornata di domenica, quando arrivarono al paese in cui poi sbarcarono, dalle ore 23 fino ad un’ora di notte il legno bordeggiò nelle vicinanze di Sapri; verso quest’ora cominciò la gente a scendere, e finì il disbarco verso le ore 4 di quella notte. Come furono tutti sbarcati si trattennero per poco nel bosco, e quindi cominciarono a marciare: quelli che erano partiti da Ponza andavano innanzi, i forestieri chiudevan la marcia; serbano tutti un silenzio perchè ciò si era ordinato da’ capi dell’orda. Nel mattino dopo due o tre ore da che il giorno era comparso, entrarono in Sapri, suonarono le campane a gloria, perchè ricorreva la festività de’ SS. Pietro e Paolo. Non incontrarono che pochissima gente, perchè tutti erano fuggiti, e presero un vecchio, e lo volevano uccidere, perchè diceano che era stato l’uccisore di Carducci, ma le preghiere che vennero ad essi dirette, vennero a licenziarlo. Da Sapri andarono ad altro paese di cui si ignora il nome, dove non trovarono che pochissima gente, come nell’altro paese, perchè tutti erano fuggiti; elevavano le grida sediziose, cioè che avevano fatto eziando in Sapri, un’ora, andarono via. Si diressero quindi al fortino; precisamente al luogo ov’è la taverna. In quel punto i Capi comprarono quattro Castrati, e 49 pani, ognuno di un rotolo, e se ne divideva uno fra sette persone. Dal Fortino si avviarono al paese in cui ebbe luogo nel seguente mattino il conflitto; il sedicente Generale, etc…etc…Antonio Ventorino (p. 209)….Interrogatorio Catapano….Nel corso del giorno di Domenica esso era addetto a servire il Capo de’ ribelli sedicente Generale. Ad un’ora e mezzo di notte arrivati a Sapri cominciarono a sbarcare; finito lo sbarco rimasero appiattati in quelle boscaglie, e nel mattino si diressero verso il Pese di Sapri, di là andarono a Torraca, e fu allora che seppero quali erano le vedute de’ ribaldi. I Paesi di Sapri e di Torraca erano deserti, in Sapri i rivoltosi andavano in cerca della famiglia Peluso che volevano ammazzare, ed in Torraca si abbracciarono con un falegname che era un solo che vi si trova nel Paese. Da Torraca si diressero al così detto Fortino, ed ebbero Pane e Carne, ma nella quantità di non eccedere l’importo di un tornese. Mentre erano nel Fortino vi arrivava un Barone che se non erro era di cognome Gugliotti, o Gallotti, accompagnato da un vecchio, e dissero entrambi che si fossero avviati perchè li avrebbero raggiunti. Etc…”. Nell’interrogatorio, il Catapano parlando del Fortino accennava al barone di Battaglia don Giovanni Gallotti e dei suoi due figli.
Nel 2 luglio 1857 in Sala, l’interrogatorio di Luciano Marino
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a pp. 211-212, in proposito scriveva che: “10. Interrogatorio di Luciano Marino del 2 luglio 1857 in Sala (ASS, Processi politici, B. 207, vol. II, c. 21 sgg. Copia di questo interrogatorio trovasi in B. 214, Interrogatori, vol. I, c. 43 sgg.; v. anche la dichiarazione autografa del Marino, intitolata ‘Cose segrete riguardo alle sette di Napoli (Sala, 4 luglio), in B. 216, vol. I, c. 55 sgg.). ‘L’anno 1857 il giorno due luglio in Sala……Nella sera de’ 28 a circa mezz’ora di notte approdammo in un punto della marina di questa Provincia che intesi chiamarsi Sapri. Ivi sbarcati ci fecero rimanere in quella spiaggia, e Pisacane e Nicotera con una decina di esteri si diressero nel paese dicendo che dovevano avere nelle mani un tal Peluso, che nel 1848 aveva fatto uccidere il noto Carducci, non ché i parenti, cioè un Capo urbano e gli altri impiegati. Ritornati dopo un’ora o più condussero carcerato un vecchio con mustacchi e con un occhio guercio. Portarono un cappotto, e se non erro delle armi che dissero aver preso in un posto Doganale di quelle vicinanze. Nel seguente mattino 29 giugno entrammo tutt’in Sapri ove non trovammo che vecchi, ragazzi e donnicciuole. Gli altri abitanti erano fuggiti. Cominciammo a gridare come sopra giusta gli ordini de’ suddetti Capi, ed obbligammo quella gente di ripetere le grida, ma poco fummo corrisposti. Alcune donne a premura del Generale presentarono del pane, vino e formaggio che fu pagato. Mangiammo e subito si partì per l’altro paese che intesi chiamarsi Torraca. Quivi arrivati verso le ore 17 suonarono le campane a festa e vennero ad incontrarci una decina di galantuomini e Sacerdoti, i quali pieni di giubilo si insignirono di nocche tricolori al petto, come la maggior parte di noi altri andavamo, e gridarono con noi: “Viva l’Italia, Viva la Libertà, Viva la Repubblica”. Fecero delle cortesi esibizioni di viveri e quant’altro il Generale desiderava. Intanto fu somministrato da un un individuo, di anni 32 in 33 statura alta di condizione proprietario, del vino e taralli senz’aver voluto paga perché si mostrava molto confidente del Generale. Dopo circa un’ora di riposo proseguimmo il viaggio verso la taverna del Fortino sullastrada che mena a Calabria ove giungemmo alle ore ventidue. Ivi per ordine del capo Nicotera fu tagliato ed abbattuto la corda elettrica come intesi tra la banda medesima, dal tavernaro a nome Vincenzo, che si mostrò tutto nostro, dicendo che teneva il fucile nascosto e ci attendeva da più giorni, furono uccisi degli animali pecorini per farci mangiare. Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia dicendo che in Padula, Sala ed altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione. La nottata la passammo al Fortino anzidetto, e la seguente mattina de’ 30 proseguimmo il viaggio, e giunt’in Casalnuovo etc… (p. 215). D. – Essendo sbarcati in Sapri con chi si ebbe abboccamento da’ vostri capi tanto colà, che lungo la linea sino a Padula ? R. – Signore, da’ nostri Capi si diceva sempre che nel mettere piede a Sapri si trovavano pronti armi, munizioni, e più di mille individui che si sarebbero aggregati al nostro partito per promuovere la interna rivoluzione del Regno; che in Padula etc…In Sapri non mi accorsi se alcuno ebbe abboccamento con il Generale o altri Capi. In Torraca vi furono quei pochi come sopra che ci animarono a proseguire il viaggio. Al Fortino venne a conferire col Generale e diede le stesse prevenzioni a noi quel vecchio indicato, e fors’il figlio che io riconobbi perch’era stato con me detenuto nella Vicaria per imputazione politica. In Casalnuovo fummo incoraggiati da uno di Torraca che si spacciava per medicastro, e che aveva medicato la mano del compagno Colacicco. Egli aveva l’età di 34 in 35 anni, di statura piuttosta lata, barba nera, folta. Diceva che era fuggito da Torraca perché i realisti volevano ucciderlo, e che dietro grazia Sovrana si era ritirato e stava in Casalnuovo alla piazza.”.
Nel 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” secondo i foglietti trovati nel portafogli di Pisacane spiegati da Nicotera a Pacifico
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 191, in proposito scriveva che: “3. Portafogli di Carlo Pisacane (I documenti originali si trovano nel vol. VI dei ‘Documenti’ e furono restituiti nel 1861 alla figliuola di Pisacane, Silvia: cfr. L. Cassese, Note intorno alla figliuola di C. P., p. 761, nn. 1 e 4. I docc. che qui si pubblicano furono inviati in copia dal P.G. Pacifico al ministro di grazia e giustizia, con nota dell’11 luglio ’57, indicando le “spieghe” date dal Nicotera. Essi si trovano in ASN, Ministero di G. e G., F. 5268, fasc. II, parte 1°, cc. 2-16. “Spieghe” e note del Pacifico sono riportate qui di seguito in corsivo.).”. Stranamente il Cassese scrive del Proclama di Pisacane ma non scrive che esso si trovava nel portafogli di Pisacane ritrovato a Padula. Cassese, a p. 193, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 5° vi sono indicati i nomi di’: Giovanni Gallotti al Fortino. Venanzio Aldini. Antonio S. Elmo.”. ‘Per le spieghe date dallo stesso Nicotera eran quelli da cui si dovea far capo nello sbarcare a Sapri’. ‘Nel fol. 5° t. si leggono le circostanze relative allo sbarco in Sapri e sono le seguenti:’ Giunti a Sapri alle 8 di sera. Terminato lo sbarco alle 10. Su di una spiaggia alla destra di Sapri guardando il mare. Quindi si cambiò fronte, e si marciò in Sapri. Bivaccammo la notte innanzi Sapri. Un distaccamento comandato da Nicotera per prendere il Sindaco ed avere de’ viveri ed il Cpourbano Pelosi per ammazzarlo. Tutti erano fuggiti, si guadagnarono sette o otto pessimi fucili tolti agli urbani. La mattina alle 4 abbiamo potuto avere dei viveri pagandosi e mangiato un pezzettino di pane ed un poco di formaggio. Alle sette partimmo per Torraca con la certezza che bisognava attaccare.”.
Nel 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” sulla spiaggia dell’Oliveto (davanti il cimitero di Sapri) e sulla spiaggia del Buondormire di Sapri in località Fortino ?
Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari (Fig….), gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (di fronte al cimitero di Sapri). Sulla storica spedizione, che aprì la strada a Garibaldi ed all’Unità d’Italia, esiste un’ampia trattazione. Io riferirò i fatti svoltisi dallo sbarco nella vicina spiaggia dell’Oliveto, la notte del 29 a Sapri (….) e la risalita a Torraca. Sin dalle prime ore del mattino la nave Cagliari era stata seguita dal Giudice del mandamento di Vibonati Gaetano Fischetti (….), che allarmatosi e non potendo dare l’allarme poichè l’unico telegrafo presente della zona, quello di Capitello, era inservibile a quell’ora, a Sapri riunì i pochi urbani e fattili giurare fedeltà al Re, li mandò incontro ai rivoltosi che incominciavano a sbarcare nel tratto di spiaggia di fronte all’attuale Cimitero di Sapri indicato dal Nicotera, nei pressi dell’attuale casa dei Stoppelli (la casina bianca di fronte al centro commerciale)(….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: “D’accordo con il Comitato Napoletano, Carlo Pisacane decide di sbarcare a Sapri…..Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (ove attualmente è il cimitero di Sapri).”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: “Sin dalle prime ore del mattino la nave Cagliari era stata seguita dal Giudice del mandamento di Vibonati Gaetano Fischetti che allarmatosi e non potendo dare l’allarme poichè l’unico telegrafo presente della zona, quello di Capitello, era inservibile a quell’ora, a Sapri, riunì i pochi urbani e fattili giurare fedeltà al Re, li mandò incontro ai rivoltosi che incominciavano a sbarcare nel tratto di spiaggia di fronte all’attuale Cimitero di Sapri, indicato dal Nicotera, nei pressi dell’attuale casa degli eredi Stoppelli. (169).”. Nella mia nota (169) postillavo che: “(169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Purtroppo, sebbene su Pisacane vi sia un ampia trattazione anche su wikipedia leggiamo che lo storico sbarco avvenne a Vibonati. Su Wikipedia alla voce “Carlo Pisacane” leggiamo che: “ma rimase particolarmente celebre per aver guidato il fallimentare tentativo di rivolta nel Regno delle Due Sicilie, che ebbe inizio con lo sbarco a Vibonati diretto verso Sapri ecc…”. Anche Antonio Scarfone (…) ribadisce la verità storica artefatta da alcune Amministrazioni Comunali recenti che leggono i fatti storici in modo campanilistico e distorto. Antonio Scarfone (….), nel suo “Presenze geomitologiche ecc…” a p. 448, nella sua nota (2) in proposito postillava che: “(2) Ricordiamo, per verità storica, che lo “sbarco dei trecento” giovani eroi capeggiati da Carlo Pisacane avvenne precisamente la domenica del 28 giugno 1857, sulla spiaggia in contrada ‘Uliveto’ ubicata questa nel territorio attuale del Comune di Vibonati (SA) e quindi, invero, a 1,5 km. dalla cittadina di Sapri.”. Scarfone continua a postillare che: “(Archivio di Stato di Salerno, Verbale del sopralluogo ‘Processo Pisacane’, Vol. I, busta 197)”. In primo luogo il centro abitato di Sapri non si trovava distante dalla contrada Uliveto a 1,5 Km. di distanza ma il luogo dello sbarco è avvenuto di fronte all’attuale Cimitero di Sapri. I “Trecento” di Carlo Pisacane posarono le loro scialuppe sulla spiaggia detta dell’Uliveto. Inoltre, sebbene Scarfone dica “ubicata questa nel territorio attuale del Comune di Vibonati”, si vuole far credere che all’epoca dei fatti la spiaggia dell’Uliveto appartenesse al territorio di Vibonati. Non è così. All’epoca dei fatti tutto il territorio di Sapri apparteneva al “Mandamento” o Circondario Amministrativo di Vibonati dai tempi di Gioaccino Murat e tale restò fino alla Spedizione dei “Mille” di Garibaldi e del Ministero degli Interni retto da Giovanni Nicotera, superstite della storica spedizione del Pisacane. E’ certo che dal ‘500 e fino ai primi dell’800, il territorio dove era ubicata la “spiaggia dell’Uliveto”, in parte dipendeva dalla Contea di Policastro, dai Carafa di Policastro ed in parte dai Palamolla di Torraca ma sempre territorio della “Marina di Torraca” ovvero Sapri. L’equivoco è dovuto al semplice fatto che la “spiaggia dell’Oliveto”, luogo dello sbarco dei “Trecento”, oltre a rappresentare un luogo sicuro per i rivoltosi a causa dell’assenza di abitazioni, l’unica abitazione era la “casina bianca” segnalata dal Fanelli al Pisacane e che ancora oggi è ivi, una proprietà indivisa degli eredi Stoppelli, Sapienza ecc…, oggi si trova nel Comune di Vibonati ma all’epoca il grande spiaggione detto dai sapresi dell’Oliveto apparteneva al mandamento giurisdizionale di Vibonati, mandamenti creati da Gioacchino Murat nel 1809 ma, all’epoca il territorio in cui ricadeva la “spiaggia dell’Oliveto”, a parte che era molto distante da Vibonati, ricadeva negli ex territori del barone Palamolla di Torraca e del Principe Carafa di Policastro, territori di Sapri. Infatti, a riprova che la “casina bianca” segnalata dal Fanelli al Pisacane ricade in territorio saprese vi è il fatto che l’attuale Cimitero di Sapri è posto quasi di fronte. Il Cimitero di Sapri sorge con l’Unità d’Italia grazie alla volontà del dott. Nicola Gallotti. Mi chiedo come avrebbe fatto Gallotti a costruire ai primi del novecento il Cimitero di Sapri in un territorio di Vibonati se non perchè questo territorio facesse già parte di Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: “Sin dalle prime ore del mattino la nave Cagliari era stata seguita dal Giudice del mandamento di Vibonati Gaetano Fischietti che ecc…”. Vibonati era sede di mandamento ma era pure molto distante. Ritornando mia nota (169) dove postillavo che: “(169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”, in effetti, Giovanni Nicotera, uno dei pochi superstiti dell’impresa di Pisacane, dopo l’Unità d’Italia diventò Ministro degli Interni e in una visita a Vibonati, ancora sede di mandamento giurisdizionale, ribadì e chiarì dove fosse il luogo preciso dello storico sbarco dei “Trecento”.
Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 71, in proposito scriveva che: “Nel 2005 sorse una querelle tra Sapri e Villammare a proposito del luogo dello sbarco (1). Nei territori contigui di quale delle due cittadine costiere approdò il ‘Cagliari’, e dopo aver superato capo ‘infreschi’, la sera del 28 di giugno del 1857? In quello di Vibonati, esattamente nella contrada ‘Oliveto’, come appurò il procuratore generale Francesco Pacifico (nato a Napoli nel 1815) durante il sopralluogo effettuato nei primi giorni di settembre del ’57 nei borghi tocati dalla spedizione (2).”.
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 53, nella nota (10) postillava: “(10)….v. “Incartamento relativo al disbarco dei rivoltosi in Sapri nel 29 giugno 1857″ in B. 197, vol. XXVI.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 52, in proposito scriveva che: “Erano le otto di sera quando la nave gettò l’ancora in località detta ‘Spiaggia dell’Oliveto’ in tenimento di Vibonati, distante mezzo miglio circa dal confine del tenimento di Sapri e un miglio e mezzo dall’abitato di quest’ultimo paese (3).”. Cassese, a p. 52, nella nota (3) postillava: “(3) V. in B. 197, vol. I, c. 197, il verbale del sopralluogo effettuato dal procuratore Pacifico insieme con esperti nautici per assodare il punto preciso in cui approdò il Cagliari.”.
(Fig…..) “Porto di Sapri’,“Rilievo originale eseguito dal Ten.Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: “cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno”. Il disegno dipinto a colori che rappresenta Sapri è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, Sezione ‘Stampe Antiche’: (n. 141142). Particolare pubblicato da Giulio Schmiedt (…), tratto dal disegno: “Porto di Sapri’,“Rilievo originale eseguito dal Ten.Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”.
Nel 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” sulla spiaggia dell’“Oliveto del Fortino” (l’oliveto antistante la spiaggia del Buondormire, oggi nei pressi del Faro Pisacane non distante dall’Ospedale civile di Sapri
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: “…..prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino etc…”. Dunque, nella mia Relazione scrivevo che si trattava della “spiaggia dell’oliveto del Fortino”, ovvero la spiaggia antistante l’oliveto in località “Fortino” dove oggi si trova il piazzale parcheggio ed il Faro Pisacane. Scrivevo nella mia relazione che il Giuseppe Gallotti, in assenza del capourbano Vincenzo Peluso che era fuggito, prese il comando di una dozzina di sapresi e li lasciò sulla spiaggia di Sapri per recarsi nella vicina località “Fortino” dove vi era un oliveto e la stradina sterrata che portava a Villammare. Infatti vi sono foto del ‘900 che illustrano la località di S. Croce a Sapri, molto vicina alla località Fortino, dove si vede che tutta la fascia litoranea brullica di maestosi ulivi. Ivi vi era un Oliveto e la zona non era urbanizzata.La spiaggia è ancora detta “spiaggia del Buondormire”. Infatti, vi sono dei documenti che attstano che sul litorale della spiaggia del Buondormire vi era una grande torre detta appunto “Torre del Buondormire”, a cui ho dedicato ivi un mio saggio storico. La torre del Buondormire esisteva ai tempi del barone Antonini che nel 1745 scrisse “La Lucania – Discorsi”. Vi era un posto doganale per il passaggio verso i territori del vicino mandamento di Vibonati e di proprietà della principessa Carafa di Policastro. Nella mia Relazione, continuando il mio racconto scrivevo pure che: “I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di spiaggia dell’Oliveto, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri.”. Oggi, non molto distante dalla spiaggia detta del Buondormire vi è il ristorante di “Noè a mare”. All’epoca vi era il “posto doganale”, dove infatti si recò il capourbano (elettosi) Giuseppe Gallotti che fu arrestato dai trecento di Pisacane. Al posto doganale della spiaggia del Buondormire ho dedicato u mio saggio. Fu istituito dai francesi di Gioacchino Murat e poi in seguito dai Borbone di Napoli. Infatti, non molto distante sorse un Fortilizio borbonico da cui oggi la località viene detta “località Fortino”. Bilotti (…), nel suo Capo III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, nel suo ‘Cronistoria della rivoluzione in Lucania e Basilicata del 1860′, nel 1870, a p. 181, in proposito scriveva che: “Essendo assente il capodegli urbani di Sapri,Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbaniGiuseppe Gallotti,il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undiciall’oliveto del Fortinoove però otto di loro, insieme ai due impiegati del telegrafo, etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 184, in proposito scriveva che: “Anche i fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati telegrafici nel posto di Scialandro, erano stati tra i primi ad accorgersi che un legno estero sprovvisto di bandiera approdava nella spiaggia, accosto al Fortino. Etc…”. Dunque, anche il Bilotti sostiene che il primo sbarco avenne sulle due spiaggette molto vicine al “Fortino” dell’Oliveto. La località “Fortino” si trovava e si trova ai confini del mandamento di Vibonati, ovvero dove oggi è l’Ospedale Civile di Sapri e la spiaggetta è quella detta del “del Buondormire”, quella che oggi conosciamo vicina al ristorante “Noè a mare”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a p. 119, nella nota (1) postillava che: “(1) Nello stesso punto, al Fortino, sbarcò poi il Pisacane il 28 giugno 1857.”.
Nel 28 giugno 1857, a Sapri, la stazione telegrafica di ‘Scialandro’
Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 173, in proposito scriveva che: “Poco dopo il posto telegrafico dello Scialandro presso Sapri segnalava che alle ore 9 1/2 p.m. del 28 una fregata mista a vela ed a vapore ad elica, senza bandiera, con a bordo truppa di ribelli, avea dato fondo alla distanza di miglia due, ed era partita subito dopo lo sbarco, dirigendosi per nord-ovest. Annunziava anche che i ribelli si erano impadroniti di Sapri. Non vi era un minuto da perdere etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 52, in proposito scriveva che: “Due telegrafi ad asta erano nel golfo, uno al capo di Infreschi, ed un altro a Capitello, ma a quell’ora erano inservibili.”. Recentemente sul monte Ceraso è stato rinvenuto un edificio con una piccola torretta, posto non lontano dal posto o luogo chiamato “Casale del Confine”, ovvero non lontano dal luogo citato nella carta d’epoca Aragonese, una carta inedita e da me scoperta (vedi fig…..). Non posso dire se l’edificio recentemente rinvenuto sulle alture del monte Ceraso, segnalatoci dall’amico Domenico Smaldone, fosse un edificio borbonico che si trovasse sul luogo che esisteva già in epoca aragonese chiamato sulla carta in questione “Casale del Confine”. Recentemente, a seguito del rinvenimento sul monte Ceraso di un piccolo fabbricato, forse d’epoca borbonica, Angelo Gentile, in un suo saggio “Sapri, torna alla luce l’antica Stazione telerafica ad asta”, apparso a stampa su una rivista locale, scrive che: “Citazioni storiche a seguito dello sbarco di Pisacane, 1857, indicano l’esistenza di una stazione telegrafica a Sapri, detta dello Scialandro. Vengono anche citati i nomi dei fratelli Domenico e Giuseppe Montesano, ecc..ecc..”. Il Gentile (….) avanzava l’ipotesi che la piccola torre annessa a questo piccolo fabbricato recentemente rinvenuto da escursionisti di Sapri sulle falde del monte Ceraso, fosse adibito a posto telegrafico. Riguardo una probabile stazione telegrafica d’epoca borbonica esistente al tempo dei fati di Pisacane, nel 1857, sebbene Leopoldo Cassese (…), traendo le notizie dagli atti processuali (…), allorquando si avvicinò alla rada della ‘Spiaggia dell’Oliveto’ il Cagliari di Carlo Pisacane, esistevano nel Golfo di Policastro, a p. 52, in proposito scrivesse che: “Due telegrafi ad asta erano nel golfo, uno a capo degli Infreschi, ed un altro a Capitello.”, escludendo che vi fossero nel Golfo di Policastro altri telegrafi, ipotesi questa tutta da verificare e del Bilotti (…), del Pifano (…), che scriveva proprio sulla scorta del Bilotti (…). Cesare Pifano (…), a p. 38 del suo ‘Pisacane da Sapri a Sanza’, in proposito scriveva che: “La presenza di una imbarcazione, che, sotto vapore stava approdando nella zona, non era sfuggita ai fratelli Montesano, Domenico e Giuseppe, che espletavano l’ufficio di impiegati telegrafici dello Scialandro.”. Dunque, Pifano (…), senza riferire la fonte bibliografica, sosteneva che vi fosse una stazione telegrafica dello ‘Scialandro’. Notizia peraltro mai confermata dal Pesce (…). Il Pifano (…), nella sua nota (3), riferiva di una relazione che il ministro degli Interni, divenuto, Nicotera, in una visita a Vibonati, ribadì all’assessore al Comune, Giovannino Vita. La notizia di un posto telegrafico dello ‘Scialandro’, proviene da Paolo Emilio Bilotti (…), che, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, nel 1907, quindi più o meno della stessa epoca in cui scriveva il Pesce (…). Paolo Emilio Bilotti (…), sulla base di alcune deposizioni in atti processuali e, soprattutto su quanto scrisse nel 1887, il giudice di Vibonati Fischetti (…), parlando dello sbarco di Carlo Pisacane e, riferendosi all’arresto di alcuni cittadini sapresi che si erano portati a ‘Punta del Fortino’ (Noè a Mare per intenderci), dove si trovava il “Posto doganale’, in proposito scriveva che: “Anche i fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati telegrafici nel posto di Scialandro, erano stati ecc..”. Il Bilotti (…) sbagliando il cognome dei due “impiegati” chiamati ‘Montesanto’ ma era ‘Montesano’, dico io. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (ove attualmente è il cimitero di Sapri). I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di spiaggia dell’Oliveto, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri. I due impiegati, accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco e lì scoperti dai rivoltosi furono arrestati. Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni.”. Dunque, sulla scorta della cronaca di Nello Rosselli (…..) scrivevo che i due impiegati del “telegrafo dello Scialandro”, i fratelli Domenico e Giuseppe Montesano “accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco dove furono scoperti e arrestati dai rivoltosi. Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni.”. Nella mia nota (168) postillavo che: “(168) Rosselli Nello, Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.”. Nella mia nota (169) postillavo che: “(169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Dunque, la notizia che riportavo sul mio studio era stata tratta dal Daneri (….) che scrisse sulla “Spedizione di Sapri”. In questa notizia si fa cenno ai due fratelli Domenico e Giuseppe Montesano che figurano come “impiegati del telegrafo di Scialandro”. Altre notizie sulla stazione telegrafica dello ‘Scialandro’ esistente a Sapri all’epoca della “Spedizione di Sapri”, stazione probabilmente installata dal governo Borbonico sul Monte Ceraso e, di cui sono stati rinvenuti dei resti, si possono trarre ance dal libretto del giudice Fischetti (….). Il giudice del mandamento di Vibonati, Gaetano Fischetti (…), che nel suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857’, scritto nel 1877 per ingraziarsi il Ministro degli Interni da poco eletto e compagna della Spedizione, Nicotera, a p. 34, in proposito scriveva che: “Erano mal capitati ancora e fatti prigionieri Antonio Perazzo di Vibonati, Domenico e Giuseppe Montesano, come pure Francesco Eboli di Sapri.”. Ricordo che il giudice Fischetti (…), è stato un diretto testimone di quei tragici eventi che hanno segnato la storia di Sapri. Dunque, io credo che la notizia di un telegrafo allo ‘Scialandro’ sia ancora tutta da verificare. Riguardo il posto telegrafico, ricordo che il Pesce (…), sulla base del manoscritto del Timpanelli (…), nel suo ‘Costabile Carducci ed il dramma d’Aquafredda’, scriveva che il Peluso, trovandosi presso la ‘Rotondella’ ad Acquafreda, fece chiamare dalla vicina “Torre, residenza delle guardie doganali”, ma sappiamo che il Pesce (…), come altri, si rifacevano a ciò che avevano scritto altri confondendo alcune cose. Sarà proprio lui che nel suo ‘Storia della Città di Lagonegro’, edito nel 1905, a p. 382, parlando proprio del telegrafo elettrico ad asta dirà: “E Lagonegro ebbe in quell’anno stesso l’uffizio telegrafico, che fu innaugurato solennemente” e si riferiva al 1857. E poi ancora, il Pesce diceva che: “Per lo innanzi il solo telegrafo ad asta, impiantato su torri lunghesso le coste del mare, era servito per trasmettere le notizie più urgenti, mediante segnali, per conto del governo.”. Dunque non è escluso che a Sapri, come pure a Lagonegro, il Governo Borbonico, dopo l’occupazione del ventennio Napoleonico, abbia deciso di impiantare un telegrafo elettrico ad asta. Di sicuro possiamo dire che nei pressi dello scoglio o della scomparsa Torre costiera detta dello ‘Scialandro’, sul monte Ceraso, vi possa essere stato impiantato un piccolo edificio per il richiamo telegrafico e l’avvistamento. A tal proposito, vorrei citare Leopoldo Cassese (…) che, riguardo i fatti del Pisacane a Sapri, menzionava il “contadino Carmine Perazzo” che insieme a Francesco Eboli, furono costretti a fare marcia indietro ed accompagnare Pisacane a Sapri. Il Cassese (…), a p. 54, nella sua nota (11), riguardo le deposizioni di alcuni cittadini di Sapri postillava che: “(11) L’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a guidare i rivoltosi per la contrada, nonchè quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”, non mi fanno dubitare del Cassese (…), ma di certo la questione del telegrafo sul monte Ceraso andrebbe ulteriormente indagata, in quanto questo è proprio uno dei punti rimasti a mio parere non del tutto chiariti. Il Cassese, a p. 53, scriveva che il Fischetti (…) “corre sul far dell’alba da Vibonati a Capitello e fa trasmettere da quel telegrafo messaggi al Re.”. Dagli atti processuali, si evince che la deposizione del sacerdote di Sapri F.M. Timpanelli, furono confermate alcune circostanze.
Il 28 giugno 1857, primo scontro al posto doganale di Punta Fortino (attuale faro ‘Pisacane’, di fronte l’Ospedale), il gruppo di urbani comandati da Giuseppe Gallotti
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: “Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino ove però otto di loro, insieme ai due impiegati del telegrafo, furono accerchiati e fatti prigionieri, erano Domenico Esposito, Francesco Cajafa, Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale, Filippo Fiorentino, Alfonso Panico e Nicola Calderaro, nipote del Peluso, che nel 1848 aveva fatto parte della comitiva che aveva sacrificato la vita del Carducci; solo il Gallotti ed altri due si salvarono. I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di spiaggia dell’Oliveto, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri. I due impiegati, accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco e lì scoperti dai rivoltosi furono arrestati. Ecc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 52, in proposito scriveva che: “Il Fischetti, non potendo perciò dare l’allarme alle autorità centrali e provinciali, non aveva altra alternativa se non fronteggiare la situazione con mezzi propri, ed in questo spiegò un’attività sorprendente. Corse a Sapri, riunì i pochi urbani e, fattili giurare fedeltà al re, li mandò incontro ai rivoltosi che si accingevano a sbarcare. Essendo assente il capo, d. Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Peluso, ne prese il comando d. Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino, ma giunti colà furono immediatamente accerchiati, e tre di essi riuscirono a fuggire, otto rimasero prigionieri, ed il Gallotti sfuggì buttandosi a mare (4). Egualmente prigionieri caddero i due impiegati del telegrafo.”. Cassese, a p. 52, nella nota (4) postillava: “(4) B. 197, vol. I. c. 19 sgg.; Fischetti, op. cit., p. 34.”.Le piccole barche o scialuppe cariche dei rivoltosi, insieme al Pisacane lasciata la nave Cagliari che si trovava al largo e che fu avvistata dal posto telegrafico dello Scialandro posto sul monte Ceraso a Sapri sbarcarono pure verso l’attuale Ospedale Civile di Sapri dove, tra le due spiaggette del Buondormire e quella vicina al ristorante “Noè a mare”, nel luogo dove oggi vi è il “Faro Pisacane” ospitavano “il posto doganale” borbonico con un Fortino. Sempre nella mia Relazione (1) scrivevo che: “Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, ecc…”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Secondo il sacerdote Luigi Tancredi (…), nella sua “Sapri giovane e antica” a p. 89 elenca i “Sindaci del Comune di Sapri” e cita il “12) Vincenzo Peluso nel 1852”. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Riguardo lo sbarco di Pisacane, Michele La Cava (…), citato dal Bilotti (…), nel suo Capo III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, nel suo ‘Cronistoria della rivoluzione in Lucania e Basilicata del 1860′, nel 1870, a p. 181, si limitò a dire che: “Giungono a Sapri alle ore 8 della sera del 28 giugno, sbarcarono la notte, e la mattina seguente alle ore 8 a.m. abbandonarono Sapri e si rivolgono verso Torraca, ove giungono alle ore 10 a.m., ecc…”. Evidente il tentativo da parte del La Cava, di sminuire lo storico sbarco e gli avvenimenti svoltisi proprio nella cittadina che lo accolse, sia pure con pochi onori ma lo accolse. Invece, il Bilotti (…), dedica quattro pagine allo storico sbarco ed in proposito scriveva che: Essendo assente il capodegli urbani di Sapri,Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbaniGiuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino ove però otto di loro, insieme ai due impiegati del telegrafo, furono accerchiati e fatti prigionieri, erano Domenico Esposito, Francesco Cajafa, Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale, Filippo Fiorentino, AlfonsoPanico e Nicola Calderaro, nipote del Peluso, che nel 1848 aveva fatto parte della comitiva che aveva sacrificato la vita del Carducci; solo il Gallotti ed altridue si salvarono.I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto (sbaglia il cognome che non è Montesanto ma bensì Montesano), impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di ‘spiaggia dell’Oliveto’, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri. I due impiegati, accompagnati da Francesco Eboli (mio avo), si recaronosubito sul luogo dello sbarco e lì scoperti dai rivoltosi furono arrestati. Scrive il Bilotti (…), che: “Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni”. Nel frattempo, a mezzo dei corrieri, il pettinatore Giuseppe Pasquale ed il colono GiovanniMariosi, di Sapri, ordinava ai capiurbani del circondario di marciare con la metà della guardia su Sapri.
(Fig…..) Attanasio Francesco – Punta Fortino a Sapri – Faro Pisacane e spiaggia del Buondormire – disegno matita carboncino su carta – Archivio Attanasio
Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 182 e p. 184, in proposito scriveva che: “Da Camerelle l’Infranzi si recò al posto doganale; il giudice Fischietti corse a Sapri, dove gli riuscì di raccogliere subito una trentina di urbani ai quali inculcò di prestare giuramento di fedeltà al Re, e fece coraggio perchè “affrontassero con fierezza i male intenzionati”. Gli urbani si recarono all’Oliveto per tener d’occhio il piroscafo e spiarne le mosse, ma egli non ebbe tempo a resserenarsi, perchè i rivoluzionari erano sbarcati con sorprendente sveltezza e dato assalto al posto doganale e disarmatolo, avevano in un momento invasa larga zona gridando: Viva l’Italia…..(p. 184) Al primo incontro con gli sbarcati gli urbani temendo di essere accerchiati, si diedero a precipitosa fuga. I più svelti si posero subito al sicuro, gli altri raggiunti vennero disarmati (2), rimanendovi prigionieri Domenico Esposito, Francesco Coia (o Cajafa), Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale e Nicola Calderaro (3). Quest’ultimo nipote del Peluso, era stato uno della comitiva che aveva nel 1848 sacrificato il Carducci. Rimasero del pari prigionieri la guardia di dogana Filippo Fiorentino ed Alfonso Panico.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (3) postillava: “(3) Sentenza 19 luglio 1858 – p. 119.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 287, nella nota (7), postillava che: “(7) Fischetti fece in modo che tutte le persone da lui interrogate parlassero bene del suo operato; qualcuno, come il sacerdote saprese Francesco Maria Timpanelli, ebbe il merito se non di denunciare quantomeno di far conoscere il comportamento quasi intimidatorio tenuto dal giudice (ASS, P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. XII, c. 5).”. Ruggero Orlando (…), nel 1935, nel suo “Pisacane” scrisse della Spedizine di Sapri, a p. 117 e ssg. ed a p. 135, in proposito scriveva che: “La sera di domenica, 28 giugno, il ‘Cagliari’ sostava a ridosso di un promontorio, presso la baia di Sapri, a notte, i rivoltosi scesero a terra…cominciò la sfortunata marcia di quei trecento lungo il litorale tirreno all’alba del lunedì. Fu gridata la parola d’ordine: ‘Italia degli Italiani’. Il grido fu ripetuto intorno a una casetta prescelta per l’appuntamento, ma non si ebbe risposta alcuna. Le inchieste giudiziarie e le ricerche degli storici nei mesi e negli anni successivi misero in evidenza la responsabilità, le leggerezze, gli equivoci, l’affrettata preparazione e le fallaci illusioni dei rivoluzionari; ma la notte di quella domenica sera, 28 giugno, vigilia della festa di San Pietro, sotto il cielo e al cospetto del mare di Sapri altro non v’era che la tristezza e lo sgomento di una tremenda delusione. Ad aspettarli non c’era nessuno. Pisacane, Nicotera, Falcone e gli altri provenienti da Genova erano ventuno, più alcuni relegati politici imbarcati a Ponza: il nucleo animatore era di una trentina di uomini in tutto. Gli altri erano delinquenti comuni, galeotti, avanzi dei tribunali civili e militari. Molti fuggirono subito, dandosi a ruberie o cercando la via dei propri paesi.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 288, nella nota (12) postillava: “(12) Fuggirono non solo i ‘realisti’ (il capourbano Vincenzo Peluso col figlio Annibale, capourbano di Ispani, fuggì a Vallo: cfr. P. E. Bilotti, La Spedizione di Sapri ecc…, cit., pag. 190; Giuseppe Magaldi; il sindaco Leopoldo Peluso; Giuseppe Gallotti che per ordine di Fischetti aveva guidato gli urbani contro i ‘rivoltosi’; ed altri ancora) e verosimilmente paurosi cittadini, ma anche gli ‘attendibili’ timorosi di compromettersi (ASS, P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. I, cc. 75 ss.).”.
Nel 28 giugno 1857, NICOLA CALDERARO, nipote del capourbano Peluso contro i trecento di Pisacane
Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 184, in proposito scriveva che: “Al primo incontro con gli sbarcati gli urbani temendo di essere accerchiati, si diedero a precipitosa fuga. I più svelti si posero subito al sicuro, gli altri raggiunti vennero disarmati (2), rimanendovi prigionieri Domenico Esposito, Francesco Coia (o Cajafa), Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale e Nicola Calderaro (3). Quest’ultimo nipote del Peluso, era stato uno della comitiva che aveva nel 1848 sacrificato il Carducci. Rimasero del pari prigionieri la guardia di dogana Filippo Fiorentino ed Alfonso Panico.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (3) postillava: “(3) Sentenza 19 luglio 1858 – p. 119.”. Bilotti, a p. 184, in proposito scriveva pure che: “La notte intanto si avanzava. L’Infranzi, il giudice e gli altri che li seguivano, compreso di che si trattava, ripiegarono indietro e si misero in salvo ad un miglio circa da Sapri, dove si divisero quando giunse il Calderaro, malconcio per una caduta, ad annunziare che i ribelli nel numero di circa 500 si disponevano ad invadere Sapri, donde molti cittadini con le rispettive famiglie erano già fuggiti etc…”. Sui Calderaro ha scritto anche Matteo Mazziotti parlando dei fatti del ’48 e dell’orrenda uccisione di Costabile Carducci. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento nel 1848”, vol. II, a p. 15, in proposito scriveva pure che: “Ad un cenno del prete alcuni sapresi, afferrato il Carducci, lo spinsero fuori. I compagni di lui tentavano di seguirlo; ma la turba li ricacciava dentro il frantoio. IV. A scortare il prigioniero andavano Vincenzo Peluso, detto il ‘generale’, Giuseppe e Vincenzo Bello, Flaminio Canonico, Agostino Faraco, Felice e Domenico Caiafa, Daniele Calderaro, il sacerdote Giuseppe Calderaro, Fortunato Timpanelli e Michelangelo Peluso (2).”. Mazziotti, a p. 15, nella nota (2) postillava: “(2) Qualche testimone esclude questo ultimo.”. Dunque, nella ciurma dei dodici fidati del prete Peluso vi erano i due Calderaro, Daniele ed il sacerdote Giuseppe. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento nel 1848”, vol. II, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Compiuta l’istruzione comparve tutta la vanità del processo, non essendo possibile gabellare come delitto la ricerca che i liberali di Sapri e dei paesi vicini avevano fatta del Carducci. Il Procuratore Generale della Gran Corte di Salerno, vistosi a mal partito, andò indagando qualche fatto che avesse potuto qualificarsi come delitto e lo rinvenne. Risultava dagli atti che nei primi di luglio Daniele Calderaro, cancelliere comunale di Sapri (1), era partito da paese portando seco la chiave dell’ufficio (2). Giovanni Gallotti, funzionante da Sindaco, dovendo disbrigare alcune urgenti faccende comunali, aveva fatto scassinare la porta dell’ufficio ed affidate provvisoriamente, mediante verbale del 5 luglio, le funzioni di cancelliere al ‘decurione’ Domenico Bello (3).”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Ufficio corrispondente a quello attualmente di Segretario.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (2) postillava: “(2) Il Calderaro era accorso ad Acquafredda a premura del prete Vincenzo Peluso, come ho narrato nel Carducci, vol. 2°, pag. 8. Aveva preso parte all’assassinio del Carducci.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (3) postillava: “(3) I consiglieri comunali si chiamavano ‘decurioni’.”. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 18 riferendosi a Costabile Carducci fatto prigoniero, in proposito scriveva che: “…e si avviò coraggioso al suo destino, menato innanzi per l’alpestre sentiero dai dodici manigoldi, fra i quali era anche un prete, Don Giuseppe Calderaro. Lungo il cammino furono usate al prigioniero le più atroci sevizie, e rivolte le parole più oltraggiose. Giunto il triste corteo al punto designato detto della Scala, dove due alte rocce tagliate a picco restringono il varco a due chilometri da Acquafredda, Giuseppe Bello, più degli altri feroce, fatto sedere su d’un sasso il Carducci stanco ed affranto, tentò strangolarlo colle mani; l’infelice dopo breve letargo si riebbe, ed allora Domenico Calderaro lo finì con un colpo di pistola alla gola tirato a bruciapelo. Ognuno di quei carnefici volle disfogare la sua ferocia sul cadavere, al quale corse voce che furono apportate ben settantadue ferite. Consumato il martirio quei manigoldi tornarono nel villaggio, ed è fama che il Bello etc…(p. 22) Dopo la partenza del Tancredi, l’impudenza e l’alterigia dei Pelosiani giunse al colmo. Daniele Calderaro, che aveva una grossa macchia sulla gamba del calzone, la mostrava in pubblico ripetendo: “Questo è il sangue del Carducci”. Il ‘Generale’ Peluso che aveva avuto dallo zio etc… “.
Nel 28 giugno 1857, FRANCESCO EBOLI, insieme ai due fratelli DOMENICO e GIUSEPPE MONTESANO si recarono sul luogo dello sbarco dei rivoltosi di Pisacane e furono arrestati
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di spiaggia dell’Oliveto, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri. I due impiegati, accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco e lì scoperti dai rivoltosi furono arrestati. Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni.”. Dunque, sulla scorta della cronaca di Nello Rosselli (…..) scrivevo che i due impiegati del “telegrafo dello Scialandro”, i fratelli Domenico e Giuseppe Montesano “accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco dove furono scoperti e arrestati dai rivoltosi. Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni.”. Nella mia nota (168) postillavo che: “(168) Rosselli Nello, Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.”. Nella mia nota (169) postillavo che: “(169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Sulla figura di Francesco Eboli ha scritto pure dal libretto del Fischetti (….). Il giudice del mandamento di Vibonati, Gaetano Fischetti (…), che nel suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857’, scritto nel 1877 per ingraziarsi il Ministro degli Interni da poco eletto e compagna della Spedizione, Nicotera, a p. 34, in proposito scriveva che: “Erano mal capitati ancora e fatti prigionieri Antonio Perazzo di Vibonati, Domenico e Giuseppe Montesano, come pure Francesco Eboli di Sapri.”. Dunque, l’episodio viene riportato anche dal giudice Fischetti (….), che cita Francesco Eboli di Sapri. Perchè i due impiegati del telegrafo dello Scialndro, i fratelli Domenico e Giuseppe Montesano furono accompagnati da Francesco Eboli ? Chi era Francesco Eboli e perchè accompagnò i due sul posto dello sbarco dei rivoltosi di Pisacane ? Quale funzione o carica egli rivestiva ?. Riguardo il Francesco Eboli di Sapri ha scritto anche Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”. Il Cassese (…), che riguardo i fatti del Pisacane a Sapri, menzionava il “contadino Carmine Perazzo” che insieme a Francesco Eboli, furono costretti a fare marcia indietro ed accompagnare Pisacane a Sapri. Il Cassese (…), a p. 54, nella sua nota (11), riguardo le deposizioni di alcuni cittadini di Sapri postillava che: “(11) L’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a guidare i rivoltosi per la contrada, nonchè quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”. Dunque, stando al racconto del Cassese (…) agli atti processuali esiste l’interrogatorio di Francesco Eboli di Sapri. Leopoldo Cassese (…) a p. 54, nella sua nota (11) postillava che “(11) …..in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 184, in proposito scriveva che: “Anche i fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati telegrafici nel posto di Scialandro, erano stati tra i primi ad accorgersi che un legno estero sprovvisto di bandiera approdava nella spiaggia, accosto al Fortino. Spinti da zelo o da curiosità, si diressero subito verso il punto di approdo, accompagnati da un tal Francesco Eboli con cui si incontrarono per via; ma trovarono lo sbarco già in gran parte avvenuto. Obbligati a dichiarare la loro qualità, furono arrestati e dovettero seguire i rivoltosi, dalle mani dei quali riuscirono a fuggire solo a tarda ora, quando la stanchezza ed il sonno ebbero vinti i loro custodi. Fu unico loro pensiero quello di correre al posto telegrafico e mandare le prime segnalazioni.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 200, in proposito scriveva che: “Da Tommaso Eboli, nel 1818, il Comune di Sapri comprò etc….Egli, insieme ai figli Gaetano, Giuseppe e Domenico, era inserito nella terza classe degli attendibili politici perchè “nel 1848 aderirono alla corrente liberale senza eccedenza e senza decisa volontà”. Un altro figlio, Vincenzo, era incluso, invece, nella seconda classe degli attendibili: “nel 1848 spargeva notizie allarmanti ed esultava nel progresso del liberalismo”. Tommaso, anche a nome dei figli, chiese la cancellazione dalle “abominevoli liste” e, assicurando d’essere sempre stato attaccato al Re, così motivò la richiesta: “..quando l’Augusta persona del Sovrano si recò in Sapri, che spontaneamente gli esponenti, con i loro travagliatori, appianarono l’alpestre strada che da Sapri mena a Torraca (12) per dove S. M. passò e gli esponenti erano contenti per il solo bene di aver prestato a Lei.”. Le informazioni assunte sul conto della famiglia Eboli, facendo restare incompleto il carteggio, furono più lunghe e complicate del solito perché il Sottintendente si dovette rivolgere ai Giudici di Vibonati e Sanza in quanto la loro dimora era in ambo i Circondari (13). Avevano spostato i loro interessi economici a Sanza, dove vive ancora oggi la discendenza (14).”. Policicchio, a p. 200, nella nota (12) postillava: “(12) Il Re, prima di andare a Torraca, il 28 settembre 1852, fece sosta a Sapri per visitare il sacerdote, moribondo, Vincenzo Peluso, per i servigi resi durante i rivolgimenti del 1848 conclusisi con la morte di Costabile Carducci.”.
Nella notte del 28 giugno, 1852, i prigionieri Francesco EBOLI e Antonio PERAZZO dovettero accompagnare i rivoltosi in contrada Difesa
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 54, in proposito scriveva che: “Alla Spiaggia dell’Oliveto, intanto, mentre il grosso si appresta a trascorrere all’adiaccio, capi, guidati da uno del luogo fatto prigioniero, si aggirano per la contrada Difesa, una vasta località macchiosa, emettendo di tanto in tanto il grido convenuto: “L’Italia per gl’Italiani”. Ma nessuno risponde con la parola d’ordine convenuta: “Gl’Italiani per essa”(11).”. Cassese, a p. 54, nella nota (11) postillava: “(11) V. l’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a giudare i rivoltosi per la contrada, nonché quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. VII, cc. 19 sgg. e 21 sgg.”.
Nel 29 giugno 1857, partenza dal mare di Sapri del piroscafo CAGLIARI e sua cattura
Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 171, in proposito scriveva che: “Verso le 9 a.m. del giorno seguente (29 giugno) il “Cagliari” già di ritorno dal golfo di Policastro, dove avea sbarcati i rivoluzionari ad eccezione di tre rimasti a bordo perchè feriti e ad accezione anche di Giuseppe Daneri, si trovava all’altezza di Capri quando fu avvicinato dai due legni di guerra. Un capitano di vascello seguito da soldati e da marinai montò a bordo e dato ordine al comandante Sitzia di recarsi con le sue carte sulla nave ammiraglia, riceveva in consegna i tre feriti e le armi che eran rimaste sul vapore, cioè cento canne di fucili in due casse, otto fucili a due canne, sette ad una, tre pistole, una sciabola, venti razzi, un pacco di polvere ed altro. Il “Cagliari” fu quindi preso a rimorchio da una delle fregate e tornò indietro, girando fino all’occaso lungo la costa tra il golfo di Salerno e quello di Policastro ed ancorandosi poi a piccola distanza da terra dietro alla punta dove era avvenuto lo sbarco dei ribelli (1). La forza sceva ivi verso mezzogiorno, riceveva in consegna cinque dei relegati che erano stati tratti in arresto.”. Bilotti, a p. 172, nella nota (1) postillava: “(1) Giornalino di bitacola, del “Cagliari”. Bilotti, a p. 183, in proposito scriveva che: “A bordo del “Cagliari” la Spedizione aveva lasciato oltre ai tre rivoltosi feriti, sette passeggeri e parte dell’equipaggio (1), e il legno si era quindi allontanato di nuovo bordeggiando tra il golfo di Policastro e la punta di Licosa (1) pre riprendere più tardi la rotta, durante la quale, come sappiamo, cadde in potere delle fragate regie.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (1) postillava: “(1) Atto di accusa, p. 36”.
Nel 28 giugno 1857, l’INFRANZI ed il giudice GAETANO FISCHETTI
Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 184, in proposito scriveva che: “La notte intanto si avanzava. L’Infranzi, il giudice e gli altri che li seguivano, compreso di che si trattava, ripiegarono indietro e si misero in salvo ad un miglio circa da Sapri, dove si divisero quando giunse il Calderaro, malconcio per una caduta, ad annunziare che i ribelli nel numero di circa 500 si disponevano ad invadere Sapri, donde molti cittadini con le rispettive famiglie erano già fuggiti verso i monti. L’Infranzi si recò allora a Capitello richiamandovi anche la forza di Scario, e il giudice Fischietti credette utile di retrocedere sopra Torraca ed altri punti minacciati più da vicino, nel fine di procurar di sostenere lo spirito pubblico, giacchè una gran paura doveva aver invaso tutti, non escluso il vescovo di Policastro monsignor Laudisio (1) che si trovava allora in Torraca (2). Prima di allontanarsi però avea trasmesso gli ordini ai diversi comuni del circondario perchè le guardie urbane si raccogliessero tutte in un punto; i corrieri poi, e tra essi Giuseppe Pasquale e Giovanni Mariosi, caddero nelle mani dei rivoluzionari, i quali prima che il Fischietti ne uscisse avevano effettivamente circondato Sapri piantando nella piazza la bandiera tricolore e proclamando la rivolta (3).”. Bilotti, a p. 184, nella nota (2) postillava: “(2) Telegramma 1° luglio 1857, dell’Intend. al generale Scoti in Nocera.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (3) postillava: “(3) Sentenza 19 luglio 1858 – p. 119.”. Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Sulla ragione di temere che aveva monsignor Laudisio vedi l’Appendice.”. Bilotti, a p. 185, nella nota (2) postillava: “(2) Nota 30 giugno 1857 del giudice regio di Vibonati al procuratore generale.”. Bilotti, a p. 185, nella nota (3) postillava: “(3) Id. id. “. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 287, nella nota (7), postillava che: “(7) Fischetti fece in modo che tutte le persone da lui interrogate parlassero bene del suo operato; qualcuno, come il sacerdote saprese Francesco Maria Timpanelli, ebbe il merito se non di denunciare quantomeno di far conoscere il comportamento quasi intimidatorio tenuto dal giudice (ASS, P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. XII, c. 5).”.
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 52, in proposito scriveva che: “Due telegrafi ad asta erano nel golfo, uno al capo di Infreschi, ed un altro a Capitello, ma a quell’ora erano inservibili. Il Fischetti, non potendo perciò dare l’allarme alle autorità centrali e provinciali, non aveva altra alternativa se non fronteggiare la situazione con mezzi propri, ed in questo spiegò un’attività sorprendente. Corse a Sapri, riunì i pochi urbani e, fattili giurare fedeltà al re, li mandò incontro ai rivoltosi che si accingevano a sbarcare…..Mentre queste prime scaramucce avvenivano etc… (4)”. Cassese, a p. 52, nella nota (4) postillava: “(4) B. 197, vol. I. c. 19 sgg.; Fischetti, op. cit., p. 34.”.
Nel 28 giugno 1857, a Sapri, i rivoltosi arrestano Giovanni MARIOSI e Giuseppe PASQUALE di Sapri, corrieri del giudice regio Fischetti
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: “….il giudice Fischetti si affanna a scrivere ordini ai capiurbani del circondario, esponendo il suo piano. metà della guardia rimanga a difesa del proprio comune, l’altre metà marci su Sapri per ostacolare l’invasione dei rivoltosi (5). In caso di necessità occorre “far centro di unione il comune di Tortorella per generale difesa come luogo fortificato della natura”(6). Spedisce tali ordini a mezzo di due corrieri, il pettinatore Giuseppe Pasquale ed il colono Giovanni Mariosi entrambi di Sapri; ma costor vengono arrestati dai rivoltosi nelle cui mani cadono le lettere di cui sono latori (7).”. Cassese, a p. 52, nella nota (5) postillava: <“(5) Fischetti, op. cit., p. 33.”. Cassese, a p. 52, nella nota (6) postillava: “(6) B. 197, vol. I, c. 139. testimonianza dell’arciprete di Torraca Pietro Gravina, Fischetti, op. cit., p. 38”. Cassese, a p. 53, nella nota (7) postillava: “(7) B. 197, vol. I, cc. 59 sgg.; Fischetti, op. cit., p. 34”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) rifrendomi al Fischetti, in proposito così scrivevo che: “Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni. Nel frattempo, a mezzo dei corrieri, il pettinatore Giuseppe Pasquale ed il colono Giovanni Mariosi, di Sapri, ordinava ai capiurbani del circondario di marciare con la metà della guardia su Sapri. Ma i due corrieri del Fischietti vennero arrestati dai rivoltosi. Ecc…”.
Nel 28 giugno 1857, a Sapri, il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti sparge il panico
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 53, in proposito scriveva che: “Alla spiaggia intanto continua lo sbarco dei rivoltosi favorito dalla notte lunare. Sono le undici, e subito giunge la voce a Sapri che quelli si accingono ad invadere il paese. Fra i cittadini, già posti in allarme dal regio giudice, si sparge il panico: tutti coloro che han qualcosa da perdere fuggono precipitosamente nelle vicine campagne, e fra essi vi sono anche gli attendibili politici del paese (8). Il Fischetti non può far di meglio che scappare anch’egli, per via impraticabile, verso Torraca, etc…”. Cassese, a p. 53, nella nota (8) postillava: “(8) Deposizione dei sacerdoti Timpanelli e Immediato, B. 197, vol. I, cc. 75 sgg.”. Cassese, a p. 53, nella nota (9) postillava: “(9) B. 197, vol. I, c. 139; Fischetti, op. cit., p. 38”. Cassese, a p. 53, nella nota (10) postillava: “(10) Fischetti, op. cit., p. 39. A nulla valse al Fischetti, per farsi merito, l’avere indotto le autorità locali e gl’impiegati da lui interrogati, a fare affermazioni che suonassero elogio all’opera da lui svolta. Il sacerdote di Sapri F. M. Timpanelli, quando il 9 settembre fu interogato dal P.G. Pacifico, dichiarò esplicitamente: “Mi riporto del tutto alla mia dichiaazione già resa dinanzi al giudice del circondario, meno la parte elogistica del giudice, che ei volle far credere nella mia interrogazione, e che io firmai per riguardo” (B. 197, vol. XII, c. 5. Il precedente interrogatorio è nel vol. I, c. 75). Fischetti si rifece venti anni dopo con la pubblicazione (fatta in occasione del processo di Firenze, e quindi per ingraziarsi Nicotera divenuto ministro dell’interno) dell’opera già citata nella quale schizzò fiele contro tutti i suoi ex-colleghi, e specialmente contro Pacifico, senza risparmiare l sottointendente Calvosa ed il giudice Leoncavallo v. “Incartamento relativo al disbarco dei rivoltosi in Sapri nel 29 giugno 1857″ in B. 197, vol. XXVI.”.
Nel 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” sulla spiaggia di Sapri, antistante il palazzotto del Peluso, oggi in corso Garibaldi ed il punto d’incontro stabilito, “il casino bianco”
Giacomo Racioppi, però, sulla scorta del testo del Venosta (….), scriveva che la “casina bianca”, indicata negli Atti come luogo dello sbarco, non era quella sulla spiaggia dellOliveto ma, secondo la versione del Venosta doveva essere il palazzotto del prete Peluso a Sapri che si trovava, all’epoca, in prossimità della linea di costa della baia di Sapri. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: “XIX. Sul vespro del 28 il piroscafo fu nel Golfo di Policastro alla vista di Sapri; – etc…Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione. Quella casina apparteneva a un tale uomo, che ha legato alla nostra storia un nome infamato, e che riempe oggi il racconto, dimani forse la leggenda, de’ popoli a Sapri circostanti. Il Prete Peluso, etc….Su quella spiaggia, presso al casino bianco, invano levarono il grido – Italia degli Italiani – ; non fu chi rispose ‘e gl’ Italiani per essa’ – come l’aspettata guida avrebbe dovuto a segnale di riconoscimento. Con poco favorevoli auspici toccarono terra: etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: “E quivi presso sbarcando i nuovi argonauti al buio della sera è fama ricercando anzitutto gli abitatori di quelle mura; perchè la nemesi della rivoluzione punisse il delitto, che la bieca giustizia sociale aveva già coronato di premio. Fu fortuna, che i sospettosi abitatori ai primi tumulti sgombrassero; e fu tolta alla nemesi del popolo l’occasione di un delitto; che, non che instaurare il diritto, aggravava l’antico; lavando sangue innocente con sangue innocente. Su quella spiaggia, presso al casino bianco, invano levarono il grido – Italia degli Italiani – ; non fu chi rispose ‘e gl’ Italiani per essa’ – come l’aspettata guida avrebbe dovuto a segnale di riconoscimento. Con poco favorevoli auspici toccarono terra: non però scorati, occuparono il povero villaggio; e invano tentarono di svolgere nei suoi rari abitatori istinti generosi di patria e di libertà. L’ombra del prete brigante agghiadava tutti i cuori: non uno si unì ad essi. Procedetero, il mattino 29, da Sapri alla prossima Torraca.”. Dunque, il Racioppi, forse sulla scorta del Venosta (….) scriveva che il luogo dello sbarco non era la spiaggia dell’Oliveto, coe hanno scritto tanti, ma secondo il Racioppi, il luogo dello sbarco dei “Trecento” e di Carlo Pisacane fu davanti la “casina bianca” che egli indica come il palazzotto del prete Peluso, che all’epoca doveva trovarsi molto vicino alla spiaggia di Sapri. Ricordiamo che, nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) nella mia nota (169) io postillavo che: “(169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. La notizia merita ulteriori approfondimenti. La “casina bianca”, che molti indicarono come quella (attuale proprietà indivisa della famiglia Stoppelli, antistante il centro commerciale di Villammare, lungo la statale SS. 18) e all’epoca quasi vicino al futuro costruendo Cimitero di Sapri (dunque in territorio che apparteneva alla Principessa Carafa di Policastro e che il governo del Regno d’Italia dispose che questo territorio, conteso nel 1600, tra i Carafa e i Palamolla, rientrasse tra i confini del Comune di Vibonati, il quale in seguito cedette al Comune di Sapri, il terreno per costruire il Cimitero. E’ da approfondire la notizia del Racioppi, che sulla scorta del Venosta scriveva che: “Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione. Quella casina apparteneva…”, al prete Peluso. La casina del prete Peluso, come scrive il Racioppi era all’epoca il palazzotto che oggi vediamo in Corso Garibaldi a Sapri, ma che all’epoca doveva essere la “casina bianca” accosto al torrente Brizzi, prossima alla spiaggia ed al mare, sul lato orientale di Sapri, isolata e che, nel 1895 venne descritta anche dal Cav. Carlo Pesce (….) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci: ‘Costabile Carducci, Il dramma d’Acquafredda – Conferenza per un episodio della Rivoluzione Napolitana del 1848′, edito a Napoli, nel 1895 e, di cui ho pubblicato ivi in un altro mio saggio, e dove, a p……, in proposito scriveva che: “Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene. In mezzo al mare su d’uno scoglio aveva eretto il casino dei bagni; alla marina di Vibonati altra casetta, che chiamava la Babilonia, e ad Acquafredda l’altra villa piccola, per quanto deliziosa e pittoresca.”. Il vecchio palazzotto fortificato sito in C.so Garibaldi a Sapri, residenza dell’Avvocato Vincenzo Peluso e delle due sue sorelle, era di antica fattura.
(Fig….) Particolare del Palazzotto Peluso tratto dallo schizzo del 1817 “Croquì di Sapri“
(Fig….) Particolare tratto dal disegno del rilievo di Sapri del Ten. Blois del 1819, illustrato nell’immagine della Fig….., “Porto di Sapri’,“Rilievo originale eseguito dal Ten.Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000. In questo particolare si vede il centro abitato di Sapri come doveva apparire al Genio Militare Borbonico nel 1 gennaio 1819.
Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 185, in proposito scriveva che: “L’entrata in Sapri fu una delle più sconfortanti; nessuno sulla marina a ricevere i patriotti; nessuna casa aperta; gli uomini atti alle armi tutti fuori dall’abitato, solo donne, vecchi e fanciulli si affacciavano dalle finestre per curiosare. Si corse al ‘casino bianco’, punto convenuto, e si levò più volte il grido: Italia degli Italiani; non vi fu chi rispondesse: E gli Italiani per essa (4). Si tentò di destare sentimenti generosi di patria nei pochi cittadini che si rinvennero sulla piazza, usciti da una prossima osteria, ma non si ebbe risultato; forse il ricordo del feroce prete Peluso li atterriva, forse la paura dell’omonimo e non degenere nipote di lui ne agghiacciava i cuori; etc…”. Bilotti, a p. 185, nella nota (4) postillava: “(4) Il governo tenne una lunga corrispondenza per accertare quale fosse il casino bianco dove i ribelli avrebbero dovuto trovare persone note. I casini di quel colore erano tre, e le indagini rimasero quindi infruttuose.”.
Tra la notte del 28 ed il giorno del 29 giugno 1857 Pisacane è a Sapri
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “Il Fischetti fuggito a Torraca, riunisce gli urbani, li fa giurare fedeltà al Re, e avverte il Vescovo sanfedista Laudisio ed alle tre del mattino comunca al sottintendente del distretto di Sala, Calvosa, dell’avvenuto sbarco. Sempre il Fischietti, ligio al dovere ed agli onori, fa trasmettere dal telegrafo di Capitello, al Re ad altri organi dello Stato, messaggi con richieste di soccorso. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Intanto, al comando del Nicotera e di Falcone, il gruppo più attivo dei rivoltosi, al grido di “Viva l’Italia, viva la Repubblica” assaliva il corpo della Guardia urbana di Sapri e ne distruggeva gli stemmi, poi recatosi a casa del capo urbano Vincenzo Peluso allo scopo di vendicare la morte di Costabile Carducci non avendolo trovato perchè era fuggito a Sala, appiccano il fuoco alla porta di casa. Queste gesta ed i sequestri di armi e munizioni effettuate in numerose case di sapresi contribuirono non poco ad impaurire la popolazione che all’alba del giorno 29 non si mostrò particolarmente accogliente nei confronti di tutta la massa dei rivoltosi che penetrando nel paese con la bandiera spiegata gridava incitazioni alla rivolta. In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, che era ferito, ed incitò tutti a far buon viso per coloro che erano venuti per liberarli e poi li precedette al Fortino insieme a Filomeno Gallotti che pure aveva sposato la causa del Pisacane. I rivoltosi si recarono anche a casa dell’arciprete Nicola Timpanelli che li accolse offrendo loro pane e formaggio. Si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito. Pisacane, a questo punto decide di lasciare Sapri e la mattina di lunedì 29 risale a Torraca ove era già giunto Mansueto Brandi che in quei giorni fu infaticabile a rassicurare ed animare la popolazione impaurita. Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano. Ecc…”. I due corrieri del Fischetti (….) vennero arrestati dai rivoltosi. Mentre lo sbarco proseguiva nella notte alle undici di sera, a Sapri si diffuse la notizia che circa 500 rivoltosi volessero invadere il paese, il che provocò paura e panico ed indusse a fuggire nelle vicine campagne. Il Fischetti (….), fuggito a Torraca, riunisce gli urbani, li fa giurare fedeltà al Re, e avverte il Vescovo sanfedista Nicola Maria Laudisio (…) ed alle tre del mattino comunca al sottintendente del distretto di Sala, Calvosa, dell’avvenuto sbarco. Sempre il Fischietti, ligio al dovere ed agli onori, fa trasmettere dal telegrafo di Capitello, al Re ad altri organi dello Stato, messaggi con richieste di soccorso. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo divincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Intanto, al comando del Nicotera e di Falcone, il gruppo più attivo dei rivoltosi, al grido di “Viva l’Italia, viva la Repubblica”, assaliva il corpo della Guardia urbana di Sapri e ne distruggeva gli stemmi, poi recatosi a casa del capo urbano Vincenzo Peluso allo scopo di vendicare la morte di Costabile Carducci non avendolo trovato perchè era fuggito a Sala, appiccano il fuoco alla porta di casa. Queste gesta ed i sequestri di armi e munizioni effettuate in numerose case di sapresi contribuirono non poco ad impaurire la popolazione che all’alba del giorno 29 non si mostrò particolarmente accogliente nei confronti di tutta la massa dei rivoltosi che penetrando nel paese con la bandiera spiegata gridava incitazioni alla rivolta. In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, che era ferito, ed incitò tutti a far buon viso per coloro che erano venuti per liberarli e poi li precedette al Fortino insieme a Filomeno Gallotti che pure aveva sposato la causa del Pisacane. I rivoltosi si recarono anche a casa dell’arciprete Nicola Timpanelli che li accolse offrendo loro pane e formaggio. Si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito Pisacane, a questo punto decide di lasciare Sapri e la mattina di lunedì 29 risale a Torraca ove era già giunto Mansueto Brandi che in quei giorni fu infaticabile a rassicurare ed animare la popolazione impaurita. Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano. Nella mia nota (165) postillavo che: “(165) Cassese L., op. cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B.77; vedi pure Bilotti P.E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, p. 195; vedi pure Fischietti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.”. Nella mia nota (166) postillavo che: “(166) Cassese L., La Spedizione di Sapri, Bari, La Terza, 1969.”. Nella mia nota (167) postillavo che: “(167) Archivio di Stato di Salerno, vedi Busta 197, vari volumi, incartamento; vedi pure Albini D., La Spedizione di Sapri e la Provincia di Basilicata, Roma, 1891; vedi pure Pifano Cesare, Pisacane da Sapri a Sanza, ed. Galzerano, 1977.”. Nella mia nota (168) postillavo che: “(168) Rosselli N., Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.”. Nella mia nota (169) postillavo che: “(169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, riferendosi al giorno prima del 29 giugno, ovvero il 28, in proposito scriveva che: “A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al indaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Giacomo Racioppi, però, sulla scorta del testo del Venosta (….), scriveva che la “casina bianca”, indicata negli Atti come luogo dello sbarco, non era quella sulla spiaggia dellOliveto ma, secondo la versione del Venosta doveva essere il palazzotto del prete Peluso a Sapri che si trovava, all’epoca, in prossimità della linea di costa della baia di Sapri. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: “Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione. Quella casina apparteneva a un tale uomo, che ha legato alla nostra storia un nome infamato, e che riempe oggi il racconto, dimani forse la leggenda, de’ popoli a Sapri circostanti. Il Prete Peluso, vecchio ‘calderaro’, partiggiano anzi sicario di casa Borbone, spirito bizzarro, quanto feroce, cinico e manesco, quanto inculto e grossiero, che del sacerdote altro non si ebbe del crisma indelebile, e del brigante ebbe tutto, meno il capestro, vivea parte dell’anno in quelle mura tra cinici gusti e bizzarri; irrequito ed inquieto per mala coscienza. Quivi, agli assassini assueto, macchinò nel 1848 l’assassinio di Costabile Carducci; e l’eseguì poscia, di fredda mano, nella prossima di Acquafredda. Quivi infermo, qualche anno di poi, fu colpito da visita da Re Ferdinando di Borbone che il raccomando santamente a Nostra Donna di Novi, gli strinse la mano insanguinata; – grazia di Regio carnefice ad assassino da macchia. Quivi morì, legando l’ombra al loco e alle mura; cui poscia il cieco flusso della rivoluzione colle punite, quasi di ossa e di polpe, in memoria di chi li ebbe costrutte. E quivi presso sbarcando i nuovi argonauti al buio della sera è fama ricercando anzitutto gli abitatori di quelle mura; perchè la nemesi della rivoluzione punisse il delitto, che la bieca giustizia sociale aveva già coronato di premio. Fu fortuna, che i sospettosi abitatori ai primi tumulti sgombrassero; e fu tolta alla nemesi del popolo l’occasione di un delitto; che, non che instaurare il diritto, aggravava l’antico; lavando sangue innocente con sangue innocente. Su quella spiaggia, presso al casino bianco, invano levarono il grido – Italia degli Italiani – ; non fu chi rispose ‘e gl’ Italiani per essa’ – come l’aspettata guida avrebbe dovuto a segnale di riconoscimento. Con poco favorevoli auspici toccarono terra: non però scorati, occuparono il povero villaggio; e invano tentarono di svolgere nei suoi rari abitatori istinti generosi di patria e di libertà. L’ombra del prete brigante agghiadava tutti i cuori: non uno si unì ad essi. Procedetero, il mattino 29, da Sapri alla prossima Torraca. La stessa sorpesa, la stessa miserabile paura fra quei terrieri. Ma lessero un proclama sulla pubblica via (1); e il grido d’Italia trovò quivi un eco fra quella gente, che prese almeno i colori d’Italia, – fugace dimostrazione di povera gioia, che però nulla, neppure un compagno frutto agli arrivati.”. Racioppi, a p. 44, nella nota (1) postillava: “(1) E’ riferito nell’Atto di accusa….. a p. 37”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 54-55, in proposito scriveva che: “Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, dopo avere assalito al grido di “Viva l’Italia, Viva la Repubblica” il corpo della guardia urbana e distrutti gli stemmi (13), va a casa del capurbano d. Vincenzo Peluso con l’intenzione di vendicare con la sua uccisione la morte di Costabile Carducci (14), ma non avendolo rinvenuto, perché se ne era fuggito a Sala, appicca il fuoco alla porta di casa (15); indi, sempre al grido di “Viva la libertà”, percorre il paese penetrando qua e là nelle case per sequestrarvi armi e munizioni. Tutto ciò, invece di accendere e galvanizzare gli animi, valse ad atterrirli; sicché quando all’alba del 29 tutta la massa dei rivoltosi, con la bandiera spiegata ed emettendo grida incitanti alla rivolta, penetrò nel paese, lo trovò quasi deserto, ed i pochi rimasti fecero tutt’altro che buona accoglienza (16), nonostante le promesse di abolire tutti i pesi, cioè gabella e fondiaria. In piazza trovarono d. Filomeno Gallotti, il quale, dopo un abboccamento con i capi, partì per il Fortino, e Mansueto Brandi, attendibile per precedenti accuse politiche, il quale si prodigò a favore dei rivoltosi, medicò uno di essi, il Colacicco, che era ferito, incitò tutti a far buon viso a coloro che erano venuti per liberarli. Indi precedette al Fortino i rivoltosi (17), i quali,….si recarono poi, in tredici o quattordici, a casa del noto realista d. Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo, ma non lo rinvenero (18); di là passarono, sempre gridando, alla casa del sindaco d. Leopoldo Peluso, che era fuggito come gli altri dal paese, perché, essendo congiunto del prete uccisore del Carducci vedeva la sua vita più in pericolo di tutti. Vi furono pochi colpi di scure al portone ed il solito tentativo di appiccare il fuoco (19).”. Cassese, a p. 55, nella nota (13) postillava: “(13) B. 197, vol. XVI”. Cassese, a p. 55, nella nota (14) postillava: “(14) Sulla infelice fine di questo coraggioso patriota, che nel ’48 fu l’anima dei moti nel Salernitano, e che cadde ad Acquafredda ad opera specialmente del prete Peluso, cfr. M. Mazziotti, Costabile Carducci ed i moti del Cilento nel 1848, voll. 2, Roma-Milano, 1909 e L. Cassese, Contadini e operai del Salernitano nei moti del Quarantotto, in “Rassegna Storica salernitana”, IX (1948), pp. I-IV.“. Cassese, a p. 55, nella nota (15) postillava: “(15) B. 197, vol. IX.”. Cassese, a p. 55, nella nota (16) postillava: “(16) B. 197, vol. VI, c. 2.”. Cassese, a p. 55, nella nota (17) postillava: “(17) B. 199, voll. XLV e XLVI.”. Cassese, a p. 55, nella nota (18) postillava: “(18) B. 197, voll. VI e VII.”. Cassese, a p. 55, nella nota (19) postillava: “(19) B. 197, vol. IX.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 185, in proposito scriveva che: “L’entrata in Sapri fu una delle più sconfortanti; nessuno sulla marina a ricevere i patriotti; nessuna casa aperta; gli uomini atti alle armi tutti fuori dall’abitato, solo donne, vecchi e fanciulli si affacciavano dalle finestre per curiosare. Si corse al ‘casino bianco’, punto convenuto, e si levò più volte il grido: Italia degli Italiani; non vi fu chi rispondesse: E gli Italiani per essa (4). Si tentò di destare sentimenti generosi di patria nei pochi cittadini che si rinvennero sulla piazza, usciti da una prossima osteria, ma non si ebbe risultato; forse il ricordo del feroce prete Peluso li atterriva, forse la paura dell’omonimo e non degenere nipote di lui ne agghiacciava i cuori; etc…”. Bilotti, a p. 185, nella nota (4) postillava: “(4) Il governo tenne una lunga corrispondenza per accertare quale fosse il casino bianco dove i ribelli avrebbero dovuto trovare persone note. I casini di quel colore erano tre, e le indagini rimasero quindi infruttuose.”.
Nel 28 e 29 giugno 1857 Pisacane ed i “Trecento” arrivano a Sapri
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) rifrendomi al Fischetti, in proposito così scrivevo che: “Mentre lo sbarco proseguiva nella notte alle undici di sera, a Sapri si diffuse la notizia che circa 500 rivoltosi volessero invadere il paese, il che provocò paura e panico ed indusse a fuggire nelle vicine campagne. Ecc…”.
(Fig….) Lapide marmorea a ricordo dell’Amore per la Libertà e di Carlo Pisacane
(Fig….) Sapri – località S. Croce – banchina delle Cammerelle – Monumento in ricordo dello storico sbarco dei ‘300
Nel 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” secondo i foglietti trovati nel portafogli di Pisacane spiegati da Nicotera a Pacifico
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 191, in proposito scriveva che: “3. Portafogli di Carlo Pisacane (I documenti originali si trovano nel vol. VI dei ‘Documenti’ e furono restituiti nel 1861 alla figliuola di Pisacane, Silvia: cfr. L. Cassese, Note intorno alla figliuola di C. P., p. 761, nn. 1 e 4. I docc. che qui si pubblicano furono inviati in copia dal P.G. Pacifico al ministro di grazia e giustizia, con nota dell’11 luglio ’57, indicando le “spieghe” date dal Nicotera. Essi si trovano in ASN, Ministero di G. e G., F. 5268, fasc. II, parte 1°, cc. 2-16. “Spieghe” e note del Pacifico sono riportate qui di seguito in corsivo.).”. Stranamente il Cassese scrive del Proclama di Pisacane ma non scrive che esso si trovava nel portafogli di Pisacane ritrovato a Padula.Cassese, a p. 193, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 5° vi sono indicati i nomi di: ‘Giovanni Gallotti al Fortino. Venanzio Aldini. Antonio S. Elmo.”. ‘Per le spieghe date dallo stesso Nicotera eran quelli da cui si dovea far capo nello sbarcare a Sapri’. ‘Nel fol. 5° t. si leggono le circostanze relative allo sbarco in Sapri e sono le seguenti: ‘Giunti a Sapri alle 8 di sera. Terminato lo sbarco alle 10. Su di una spiaggia alla destra di Sapri guardando il mare. Quindi si cambiò fronte, e si marciò in Sapri. Bivaccammo la notte innanzi Sapri. Un distaccamento comandato da Nicotera per prendere il Sindaco ed avere de’ viveri ed il Capourbano Pelosi per ammazzarlo. Tutti erano fuggiti, si guadagnarono sette o otto pessimi fucili tolti agli urbani. La mattina alle 4 abbiamo potuto avere dei viveri pagandosi e mangiato un pezzettino di pane ed un poco di formaggio. Alle sette partimmo per Torraca con la certezza che bisognava attaccare.”.
Nella notte del 28 giugno, 1852, MANSUETO BRANDI, domestico di casa Gallotti medicò la ferita di un certo Colacicco
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “Queste gesta ed i sequestri di armi e munizioni effettuate in numerose case di sapresi contribuirono non poco ad impaurire la popolazione che all’alba del giorno 29 non si mostrò particolarmente accogliente nei confronti di tutta la massa dei rivoltosi che penetrando nel paese con la bandiera spiegata gridava incitazioni alla rivolta. In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, che era ferito, ed incitò tutti a far buon viso per coloro che erano venuti per liberarli e poi li precedette al Fortino insieme a Filomeno Gallotti che pure aveva sposato la causa del Pisacane. Etc…Pisacane, a questo punto decide di lasciare Sapri e la mattina di lunedì 29 risale a Torraca ove era già giunto Mansueto Brandi che in quei giorni fu infaticabile a rassicurare ed animare la popolazione impaurita. Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano. Ecc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 54-55, in proposito scriveva che: “In piazza trovarono d. Filomeno Gallotti, il quale, dopo un abboccamento con i capi, partì per il Fortino, e Mansueto Brandi, attendibile per precedenti accuse politiche, il quale si prodigò a favore dei rivoltosi, medicò uno di essi, il Colacicco, che era ferito, incitò tutti a far buon viso a coloro che erano venuti per liberarli. Indi precedette al Fortino i rivoltosi (17), etc…”. Cassese, a p. 55, nella nota (17) postillava: “(17) B. 199, voll. XLV e XLVI.”. Cassese, a p. 55, nella nota (18) postillava: “(18) B. 197, voll. VI e VII.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 215, in proposito scriveva che: “10. Interrogatorio di Luciano Marino del 2 luglio 1857 in Sala (ASS, Processi politici, B. 207, vol. II, c. 21 sgg. Copia di questo interrogatorio trovasi in B. 214, Interrogatori, vol. I, c. 43 sgg.; v. anche la dichiarazione autografa del Marino, intitolata ‘Cose segrete riguardo alle sette di Napoli (Sala, 4 luglio), in B. 216, vol. I, c. 55 sgg.). ‘L’anno 1857 il giorno due luglio in Sala……D. – Essendo sbarcati in Sapri con chi si ebbe abboccamento da’ vostri capi tanto colà, che lungo la linea sino a Padula ? R. – Signore, da’ nostri Capi si diceva sempre che nel mettere piede a Sapri si trovavano pronti armi, munizioni, e più di mille individui che si sarebbero aggregati al nostro partito per promuovere la interna rivoluzione del Regno; che in Padula etc…In Sapri non mi accorsi se alcuno ebbe abboccamento con il Generale o altri Capi. In Torraca vi furono quei pochi come sopra che ci animarono a proseguire il viaggio. Al Fortino venne a conferire col Generale e diede le stesse prevenzioni a noi quel vecchio indicato, e fors’il figlio che io riconobbi perch’era stato con me detenuto nella Vicaria per imputazione politica. In Casalnuovo fummo incoraggiati da uno di Torraca che si spacciava per medicastro, e che aveva medicato la mano del compagno Colacicco. Egli aveva l’età di 34 in 35 anni, di statura piuttosta lata, barba nera, folta. Diceva che era fuggito da Torraca perché i realisti volevano ucciderlo, e che dietro grazia Sovrana si era ritirato e stava in Casalnuovo alla piazza.”. Su Mansueto Brandi, il Marino parlando dell’arrivo a Torraca testimoniava pure (sempre da Cassese, v. p. 215: “10…..Torraca….Quivi arrivati verso le ore 17 suonarono le campane a festa e vennero ad incontrarci una decina di galantuomini e Sacerdoti, i quali pieni di giubilo si insignirono di nocche tricolori al petto, come la maggior parte di noi altri andavamo, e gridarono con noi: “Viva l’Italia, Viva la Libertà, Viva la Repubblica”. Fecero delle cortesi esibizioni di viveri e quant’altro il Generale desiderava. Intanto fu somministrato da un un individuo, di anni 32 in 33 statura alta di condizione proprietario, del vino e taralli senz’aver voluto paga perché si mostrava molto confidente del Generale.”. L’uomo di cui testimoniava il Marino era Mansueto Brandi. I rivoltosi, si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito Pisacane, a questo punto decide di lasciare Sapri e la mattina di lunedì 29 risale a Torraca ove era già giunto Mansueto Brandi che in quei giorni fu infaticabile a rassicurare ed animare la popolazione impaurita. Sulla figura del patriota e liberale Mansueto Brandi citato dal Bilotti, ho scritto nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, etc…“. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 185-186 parla dell’ingresso dei Trecento a Sapri e scriveva che: “….unico ad avvicinarsi fu Mansueto Brandi da Torraca, pregiudicato politico di vecchia data, il quale non solo simpatizzò subito coi capi, ma si offerse a medicare la mano ferita a Giuseppe Colacicco, e si unì poi alla Spedizione (1).”. Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Atto di accusa, p. 40”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a pp. 185-186, in proposito scriveva che: “L’entrata in Sapri fu una delle più sconfortanti; nessuno sulla marina a ricevere i patriotti; nessuna casa aperta; gli uomini atti alle armi tutti fuori dall’abitato, solo donne, vecchi e fanciulli si affacciavano dalle finestre per curiosare. Si corse al ‘casino bianco’, punto convenuto, e si levò più volte il grido: Italia degli Italiani; non vi fu chi rispondesse: E gli Italiani per essa (4). Si tentò di destare sentimenti generosi di patria nei pochi cittadini che si rinvennero sulla piazza, usciti da una prossima osteria, ma non si ebbe risultato; forse il ricordo del feroce prete Peluso li atterriva, forse la paura dell’omonimo e non degenere nipote di lui ne agghiacciava i cuori; ed unico ad avvicinarsi fu Mansueto Brandi da Torraca, pregiudicato politico di vecchia data, il quale non solo simpatizzò subito coi capi, ma si offerse a medicare la mano ferita a Giuseppe Colacicco, e si unì poi alla Spedizione (1).“. Bilotti, a p. 186, nella nota (1) postillava: “(1) Atto di accusa, p. 40.”. Infatti, Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II.”. Sulla figura del Brandi, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, etc…”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 64, in proposito scriveva che: “….c’era un uomo semplice, al quale il comitato di Napoli non aveva pensato, perchè non sapeva governare la penna per sostenere una corrispondenza: Mansueto Brandi. Conosciuto da tutti come brav’uomo, pieno d’entusiasmo e d’iniziativa, etc…”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)….Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (16) postillava: “(16) M. Mazziotti, La reazione borbonica, ecc.., cit., p. 157. Secondo l’intendente di Potenza il “domestico” era stato il “latore della corrispondenza dei Gallotti con l’efferato Carducci” (ivi).”. Dunque, il Fusco, postillando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti citava il Mazziotti, Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, a pp. 156-157 continuando il suo racconto scriveva pure che: “In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Sempre sui Gallotti e sul loro domestico, Mazziotti, a pp. 157-158 riferendosi al ’48, ai fatti per l’uccisione del Carducci, in proposito scriveva pure che: “Il processo venne limitato a gli autori di questo fatto ed a coloro che avevano preso parte o favorito lo sbarco in Acquafredda quali ‘promotori di guerra civile’. La Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 e 22 marzo 1852, mandò assolti tutti coloro che erano accorsi a Sapri per liberare il Carducci, tra cui il Brandi: leggittimò l’arresto e rinviò a giudizio soltanto il Falcone, i due Gallotti, il Ginnari ed il Mercadante. Etc… Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2).”. Mazziotti, a p. 160, nella nota (1-2) postillava: “(1-2) Archivio di Salerno, gabinetto anno 1859, s.z., n. 6, carte sfuse, fascio 14, n. 929.“.Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 90 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al indaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”.
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 56-57 riferendosi a Torraca, in proposito scriveva che: “Vi era già giunto Mansueto Brandi, che fu in quei giorni infaticabile. Egli ovunque incontrasse i fuggitivi li animava a tornare a casa fiduciosi assicurando che i rivoltosi non erano briganti, ma brava gente “che camminava per l’ordine”; e per disporre gli animi a fraternizzare con essi, sì da determinare l’impulso iniziale per una rivolta popolare, spargeva la voce che quelli erano i primi di varie migliaia di patrioti che stavano sbarcando a Policastro e a Palinuro (21).”. Cassese, a p. 56, nella nota (21) postillava: “(21) B. 199, Voll. XLV e XLVI.”.
A SAPRI, PALAZZO GALLOTTI in via Nicodemo Giudice
(Fig….) Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice – affresco di stemma posto nell’androne dell’ingresso – foto Attanasio
(Fig….) Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice – lapide commemorativa del passaggio di Giuseppe Garibaldi ospite – foto Francesco Attanasio
A Sapri, nell’attuale via Nicodemo Giudice vi è un’antico palazzotto che è da sempre appartenuto alla famiglia dei baroni Gallotti di Battaglia, su cui ho scritto in un altro mio saggio. La famiglia Gallotti di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, non è da confondere con l’altra famiglia dei Gallotti che abitavano e possedevano l’altro palazzotto che affaccia su Piazza del Plebiscito a Sapri, la famiglia del dr. Nicola Gallotti che fu uno dei primi Sindaci di Sapri. Non credo che vi sia stata parentela fra le due famiglie. La prima, dei baroni Gallotti di Battaglia possedevano anche vaste proprietà in località Fortino del Cervara che si trova non lontano dal piccolo casale di Battaglia. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Questo palazzo, sito a Sapri in via Nicodemo Giudice si trovò al centro di due fatti storici che hanno caratterizzato gli anni del Risorgimento italiano nel 1848, nel 1857 e nel 1860 a causa del loro principale inquilino, il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i suoi figli. Forse lo stemma di famiglia è quello che si trova dipinto sul soffitto dell’androne dell’ingresso principale in via Nicodemo Giudice a Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice etc….”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, nei cap. X e XI, a p. 189, in proposito scriveva che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre pisacane con altri uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. Etc…”. Secondo una recente segnalazione dell’amico Massimo Basilici, studioso di Pereto, un paese dell’Abruzzo, dai Registri conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, risultano alcune evidenze su alcuni Eboli di Sapri trasferitisi a Poggio Cinolfo. Basilici ha condotto delle ricerche anagrafiche e storiche sulle famiglie e cognomi comuni di Pereto servendosi della ricca documentazione conservata presso gli Archivi di Stato dell’Aquila ed altro. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente in proposito scriveva che: “Agli inizi dell’Ottocento a Poggio Cinolfo visse Francescantonio di professione ‘calderaro’. (66).”. Nella sua nota (66) egli postillava che: “(66) ASAq, Poggio Cinolfo, Nati, anno 1844. Da segnalare che in altre registrazioni anagrafiche di Poggio Cinolfo si trova distinta la professione di ‘ferraro’.”. Basilici (….) per “ASAq”, intende l’Archivio di Stato di Aquila. Basilici riferendosi a Francescantonio Eboli scriveva pure che: “Sposò Gallotti Rosa, di professione ‘filatrice’ (68), domiciliata in Poggio Cinolfo che sarebbe nata intorno all’anno 1811. (68).”. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente, a p. 117 in proposito scriveva che: “Da quanto rinvenuto nei registri di Poggio Cinolfo e quelli di Sapri, si possono estrarre delle considerazioni: – il cognome Eboli ad inizio Ottocento era presente in entrambi i paesi con un certo Francescantonio. A Sapri di Eboli ve ne erano diversi, mentre a Poggio Cinolfo uno solo. – a Sapri si trovano diverse persone che di professione erano ramaioli, ovvero era una professione diffusa che in altri paesi, come ad esempio Poggio Cinolfo, erano chiamati calderari. Ecc..”. Dunque, l’amico Basilici ci parla dell’antica Famiglia degli Eboli a Sapri e a Pareto. Basilici, nell’“Appendici” al suo testo, a p. 115 riferendosi agli “Eboli” in proposito scriveva che: “Le Origini. Di seguito sono riportate le ricerche condotte per trovare informazioni sulle origini degli Eboli di Poggio Cinolfo.”. In realtà ed inconsapevolmente, l’amico Basilici attraverso la sua ricerca trova diversi documenti interessantissimi sugli Eboli di Sapri. Il Basilici, a p. 116 egli in proposito scriveva che: “Prendendo in considerazione la provenienza da Sapri, è stata condotta una ricerca sui matrimoni a Sapri dal 1844, andando a ritroso fino all’anno 1828. Non si trova alcun matrimonio con Rosa Gallotti. Si trova invece il matrimonio di un certo Francescantonio Eboli, di professione pastore, il 6 giugno 1841 di anni 26. Era figlio di Biagio, anche lui pastore, e di Anna Maria Gerbasi. Sposò Maddalena Pasquale (Pasquale è il cognome) di 17 anni di Sapri (147).”. Basilici a p. 116 nella sua nota (147) postillava che: “(147) ASSa, matrimoni, anno 1841, registrazione numero 8.”. Infatti, all’Archivio di Stato dell’Aquila, troviamo al fascicolo 5762, registrazione n° 8 (immagine n° 36), il 6 giugno 1841 troviamo un certo “Francescantonio” Eboli, forse mio avo, di professione pastore e figlio di Biagio Eboli, anche lui pastore e Anna Maria Gerbasi. Sposò Maddalena Pasquale (Pasquale è il cognome), di 17 anni di Sapri.
(Fig….) Archivio di Stato di Salerno – Registri di Sapri: “Matrimoni”, anno 1841, n° d’ordine 8
Sempre il Basilici a p. 116 in proposito scriveva che: “Per celebrare il matrimonio fu predisposto un ‘processetto’; (148) in questo si trovano delle carte autografe che forniscono altre informazioni. Francescantonio sarebbe nato il 13 marzo 1815 da ‘Biase’ (scritto per Biagio), mentre Maddalena sarebbe nata il 22 marzo 1824 (149). Il registro delle nascite di Sapri dell’anno 1815 è mancante, quindi non si hanno altre informazioni sulle origini di Francescantonio. E’ stata svolta anche una ricerca nelle registrazioni delle nascite di Sapri per trovare riferimenti al cognome Gallotti, con l’obiettivo di trovare una eventuale Rosa Gallotti. Nell’anno 1823 trovo tre registrazioni di nascite con il cognome Gallotti. Trovo tra queste una Rosa Maria Gallotti, figlia di Domenico, di professione ‘ramaio’, e Milo Maria, nata il 31 agosto 1823 (150).”. Basilici, a p. 116, nella sua nota (150) postillava che: “(150) ASSa, nati, anno 1823, registrazione numero 36.”.
(Fig….) Archivio di Stato di Salerno – Registri di Sapri: “Nati”, anno 1823, n° d’ordine 36
Nel 29 giugno 1857, Pisacane, a Sapri cerca di Matteo GIORDANO, sarto di Omignano ed emissario di Michele del MAGNONI
A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Intanto il 14 maggio Fanelli era riuscito a riallacciare i rapporti con Michele Magnone, il quale dal carcere di Salerno, per mezzo di un nipote, dirigerà poi le operazioni nel Cilento con grande difficoltà e pericolo, ma con scarso risultato (54). A Genova, la sera del 4 giugno, alla presenza di Mazzini, viene fissata la data della spedizione per il 10 giugno. Si avverte Fanelli, il quale ne dà comunicazione a Magnone. Costui dovrà far trovare a Sapri, all’alba del 13 persona fidatissima (il sarto Matteo Giordano), che si presenterà ai capi appaena sbarcati facendosi riconoscere con la parola d’ordine: “L’Italia per gl’Italiani, e gl’Italiani per essa”; poi, dopo aver spedito messi in Basilicata e a Salerno, farà da guida alle forze rivoluzionarie: Magnone, appena appresa la notizia, invierà corrieri nel Cilento, che faranno insorgere quelle popolazioni (55).”. Purtroppo le cose non andranno così. Cassese, a p. 27, nella nota (54) postillava: “(54) De Monte, op. cit., pp. CCIX sgg.”. Cassese, a p. 28, nella nota (55) postilla: “(55) De Monte, op. cit., p. CCX.”. Il testo citato dal Cassese è di Luigi De Monte (….), ed il suo “Cronaca del Comitato Segreto di Napoli sulla Spedizione di Sapri accompagnata da etc…”, Napoli, 1877. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 191, in proposito scriveva che: “3. Portafogli di Carlo Pisacane (I documenti originali si trovano nel vol. VI dei ‘Documenti’ e furono restituiti nel 1861 alla figliuola di Pisacane, Silvia: cfr. L. Cassese, Note intorno alla figliuola di C. P., p. 761, nn. 1 e 4. I docc. che qui si pubblicano furono inviati in copia dal P.G. Pacifico al ministro di grazia e giustizia, con nota dell’11 luglio ’57, indicando le “spieghe” date dal Nicotera. Essi si trovano in ASN, Ministero di G. e G., F. 5268, fasc. II, parte 1°, cc. 2-16. “Spieghe” e note del Pacifico sono riportate qui di seguito in corsivo.).”. Cassese, a p. 199, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 18° vi è la descrizione delle forze del partito e degli ostacoli a doversi superare’….Condizioni generali”, ( e a p. 200) aggiungeva: “A Sapri. Matteo Giordano, sarto, con altri (scritto nel biglietto di carattere del socio: questa è la persona che desiderate). Italia per gli Italiani, e gl’Italiani per essa. Cercate a Sapri del Barone Gallotti.”. Dunque, secondo il biglietto (il n° 18) ritrovato nel portafogli di Carlo Pisacane a Sanza, si evince che egli doveva incontrare il sarto Matteo Giordano. Perché Pisacane voleva incontrare questa persona ? Chi era Matteo Giordano ?. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: “Esaurita l’azione in Sapri senza alcun risultato apprezzabile, Pisacane, avendo invano atteso quel Matteo Giordano che avrebbe dovuto incontrare colà, si mosse alla volta di Torraca (20).”. Cassese, a p. 56, nella nota (20) postillava: “(20) Il nome di Giordano fu trovato negli appunti di Pisacane. Questo bravo popolano il mese avanti compì puntualmente il suo dovere; questa volta, non essendo stato avvertito in tempo, rimase inattivo. V. l’incartamento che lo riguarda in B. 197, vol. 11.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri e, a p. 186, in proposito scriveva che: “Pisacane inoltre sapeva che al suo arrivo a Sapri si sarebbe dovuto trovare il sarto Matteo Giordano da Omignano, persona indicata dai corrispondenti, da cui avrebbe dovuto far capo, perchè fidatissimo dipendente della famiglia Magnone (2); ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottointendente di Sala a 16 giugno 1860.”. Bilotti, a p. 204, in proposito scriveva pure che: “…e, quindi scrisse ad Albini, a Libertini ed a Magnoni, il quale ultimo, specialmente, avrebbe dovuto a mezzo di suo nipote Ferdinando Vairo far trovare a Sapri, all’arrivo della Spedizione, uomini ed armi come aveva fatto, benchè inutilmente, in occasione del progettato e non effettuato sbarco del giorno 13 (1).”. Bilotti, a p. 204, nella nota (1) postillava: “(1) De Monte – Cronaca.”. Il Bilotti, a p. 205, in proposito scriveva ancora che: “Il Magnoni assicurò d’avere immediatamente scritto al nipote quanto occorreva, ma comunicò ancora che in Salerno vi era stato in quella giornata grande movimento di truppe dirette nel Cilento ed in Calabria dove “correva voce fosse avvenuto uno sbarco”. Il testo citato dal Bilotti è quello di Luigi De Monte (….), ovvero “Cronache del comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Non soltanto gli emissari di Magnone dovevano incontrarlo a Sapri, ma anche gli “attendibili” (sospetti politici) specialmente il sarto Matteo Giordano, e il possidente Giovanni Gallotti che dovevano sollevare la città, e ingrossare le file con numerosi amici.”. Andrea Guglielmini (…), nel 1877, nel suo “L’eroe superstite di Sapri – Schizzi storici per Andrea Guglielmini “, a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Sapri è un piccolo Comune che segna il confine tra le Provincie del Principato Citra e di Basilicata, facile allo approdo, e quivi giunsero giorno 28 verso le prime ore della sera e vi discesero senza ostacolo alcuno. Nell’entusiasmo creato da un fervente patriottismo che animava pure quei generosi, fuvvi però a osservare un primo e giustificato sconforto; perlocchè in quel posto non rinvennero aiuto alcuno che avvisati li avessero di incalcolate e subitanee novità; anzi fu manifesto che l’arrivo di quei prodi sulla spiaggia di Sapri non era peranco aspettato da qualcuno che poteva servir loro di necessaria guida in mezzo a contrade sconosciute ed a gente poco proclive ad infiammarsi per la libertà. Ad ogni modo Pisacane, Nicotera ed i di loro compagni erano decisi di vincere o morire, ed animati da un santo coraggio entrarono nell’abitato di Sapri e percorrendone le vie al grido di viva l’Italia invitavano quei naturali ad insorgere contro la tirannia che li opprimeva.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Effettuato lo sbarco, due manipoli guidati rispettivamente da Pisacane e da Nicotera entrano in Sapri quando ormai era già sera inoltrata. Pisacane cercò subito colui che doveva essere il suo punto di riferimento così come gli aveva comunicato Fanelli con la lettera (già riportata) del 27 di maggio, il sarto di Omignano Matteo Giordano, ed altri liberali, tra i quali essenzialmente i Gallotti, che si dovevano far conoscere “col motto ‘Italia per gli Italiani, e gli Italiani per essa” (10). Non si trovò né Giordano né Giovanni Gallotti, vecchio liberale tanto attivo nel ’48, probabilmente perchè non informati. Fanelli, nella lettera del 20 maggio a Pisacane, era stato, senza volerlo, giusto profeta: “L’insurrezione giungerà inattesissima, ma desiderata da tutti come la mamma…”(11). In realtà molti non volevano tale “mamma”, per i molteplici motivi che abbiamo già esposto, ed in seguito all’allarme dato dal Fischetti erano fuggiti (12) o si erano barricati in casa.”. Fusco, a p. 288, nella nota (10) postillava: “(10) Cfr. cap. V, n. 36. Negli scritti trovati addosso a Pisacane figurava il nome del sarto di Omignano (ivi, P. s.S., Atti Istruttori, b. 197, vol. XI).”. Fusco, a p. 288, nella nota (11) postillava: “(11) Cfr. cap. V, n. 35.”. Dunque, Matteo Giordano era il sarto di Omignano, dunque era fiduciario della famiglia patriottica di Magnone., in contatto con il Comitato Napoletano e col Fanelli.
Nel 29 giugno 1857, Pisacane, a Sapri si reca nella casa del barone di Battaglia don GIOVANNI GALLOTTI in via Nicodemo Giudice dove incontra solo i figli Emanuele, Raffaele ed il sacerdote don Filomeno e Salvatore
Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”. Infatti, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 191, in proposito scriveva che: “3. Portafogli di Carlo Pisacane (I documenti originali si trovano nel vol. VI dei ‘Documenti’ e furono restituiti nel 1861 alla figliuola di Pisacane, Silvia: cfr. L. Cassese, Note intorno alla figliuola di C. P., p. 761, nn. 1 e 4. I docc. che qui si pubblicano furono inviati in copia dal P.G. Pacifico al ministro di grazia e giustizia, con nota dell’11 luglio ’57, indicando le “spieghe” date dal Nicotera. Essi si trovano in ASN, Ministero di G. e G., F. 5268, fasc. II, parte 1°, cc. 2-16. “Spieghe” e note del Pacifico sono riportate qui di seguito in corsivo.).”. Cassese, a p. 199, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 18° vi è la descrizione delle forze del partito e degli ostacoli a doversi superare’….Condizioni generali”, ( e a p. 200) aggiungeva: “A Sapri. Matteo Giordano, sarto, con altri (scritto nel biglietto di carattere del socio: questa è la persona che desiderate). Italia per gli Italiani, e gl’Italiani per essa. Cercate a Sapri del Barone Gallotti.”. Su questo importante documento, il foglio n. 18 trovato nel portafogli di Pisacane, Cassese, a p. 201 aggiungeva la nota del Pacifico: “Non si è riuscito a trovare la chiave per leggere quest’importante documento, che svelerebbe l’organizzazione della setta, i nomi de’ principali che vi appartengono.”. Dunque, è in questo bigliettino trovato nel portafogli del Pisacane che si evince che egli avrebbe dovuto cercare a Sapri il barone Gallotti ed incontrare il sarto Matteo Giordano. Montesano, continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150).”. L’ultima parte del Montesano a me sembra impietosa e pretestuosa. Vedremo innanzi come il barone Gallotti, costantemente sorvegliato dalla polizia borbonica preferì non incontrare Pisacane ma la documentazione depositata presso gli Archivi di Stato di Salerno e di Napoli e dei Processi Politici attestano la partecipazione attiva del barone Giovanni Gallotti alla Spedizione di Pisacane. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque scrivevo che a Sapri, Pisacane recandosi a casa del noto liberale don Giovanni Gallotti trovò solo i fratelli Emanuele Gallotti ed il sacerdote don Filomeno Gallotti che spiegò a Pisacane che suo padre, il barone don Giovanni Gallotti, insieme ai due fratelli, Salvatore Gallotti e Raffaele Gallotti erano al Fortino. Ad esser sincero in questo passaggio non sono stato molto chiaro. In primo luogo non ho chiarito se i due fratelli, Salvatore e Raffaele Gallotti fossero i fratelli del barone don Giovanni Gallotti o fossero altri due fratelli del sacerdote don Filomeno Gallotti. Inoltre, il luogo dove si trovassero i due fratelli, Salvatore e Raffaele, insieme al padre, è sicuramente il Fortino di Casaletto in quanto sarebbe stato strano che i tre si sarebbero uniti al manipolo di urbani di Sapri per andare contro i rivoltosi a punta Fortino a Sapri. Altre notizie sui Gallotti ci vengono da Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Bilotti, a pp. 189-190, scriveva pure che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con alcuni uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…..Dalla casa Gallotti Pisacane ebbe polvere, alquante munizioni ed altri aiuti, ma non nelle proporzioni che si aspettava da un liberale notissimo, quantunque non legato ai nazionalisti (4).”. Infatti, il Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberli di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Sempre sui Gallotti, il Bilotti ne parla nel capitolo dedicato al Fortino. Il Bilotti, a p….., in proposito scriveva che: “….e vi si fermarono non soltanto per riposare e prendere un pò di cibo fornito alla meglio dal Cioffi, ma anche per attendere aiuti promessi o richiesti. Fu inutile però aspettare, perchè Pisacane da nessuno ebbe visite, fuorchè da due figli del barone Giovanni Gallotti, cioè da Raffaele e da Filomeno, i quali poco dopo si distaccarono, forse con la promessa di affrettare l’arrivo di uomini e di vetttovaglie. Il loro padre, e l’altro fratello, Salvatore, rimpatriati da appena un mese per sovrana indulgenza, si trovavano in Lagonegro, ivi forse fuggiti, come opina il Fischietti, alla notizia dello sbarco dei rivoltosi. Essi avevano molto sofferto ed avevano legittima paura di nuove compromissioni (1).”. Bilotti, a p. 200, nella nota (1) postillava che: “(1) Tale precauzione del resto non valse a preservarli da un nuovo arresto.”. Dunque, secondo il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Effettuato lo sbarco, due manipoli guidati rispettivamente da Pisacane e da Nicotera entrano in Sapri quando ormai era già sera inoltrata. Pisacane cercò subito colui che doveva essere il suo punto di riferimento così come gli aveva comunicato Fanelli con la lettera (già riportata) del 27 di maggio, il sarto di Omignano Matteo Giordano, ed altri liberali, tra i quali essenzialmente i Gallotti, che si dovevano far conoscere “col motto ‘Italia per gli Italiani, e gli Italiani per essa” (10). Non si trovò né Giordano né Giovanni Gallotti, vecchio liberale tanto attivo nel ’48, probabilmente perchè non informati. Fanelli, nella lettera del 20 maggio a Pisacane, era stato, senza volerlo, giusto profeta: “L’insurrezione giungerà inattesissima, ma desiderata da tutti come la mamma…”(11). In realtà molti non volevano tale “mamma”, per i molteplici motivi che abbiamo già esposto, ed in seguito all’allarme dato dal Fischetti erano fuggiti (12) o si erano barricati in casa. Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)….Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 288, nella nota (10) postillava: “(10) Cfr. cap. V, n. 36. Negli scritti trovati addosso a Pisacane figurava il nome del sarto di Omignano (ivi, P. s.S., Atti Istruttori, b. 197, vol. XI)”. Fusco, a p. 288, nella nota (11) postillava: “(11) Cfr. cap. V, n. 35.”. Fusco, a p. 288, nella nota (12) postillava: “(12) Fuggirono non solo i realisti (il capourbano Vincenzo Peluso col figlio Annibale, capourbano di Ispani, fuggì a Vallo: cfr. P. E. Bilotti: La Spedizione ecc., cit., p. 190; Giuseppe Magaldi; il sindaco Leopoldo Peluso; Giuseppe Gallotti che per ordine di Fischetti aveva guidato gli urbani contro i ‘rivoltosi’; ed altri ancora) e verosimilmente paurosi cittadini, ma anche gli ‘attendibili’ timorosi di compromettersi (ASS., P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. cc. 75 ss.).”. Fusco, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13) I due fratelli (Emanuele e Filiberto) precedettero Pisacane al Fortino dove col genitore e con Salvatore e Raffaele dovettero decidere se aggregarsi ai rivoltosi che stavano sopraggiungendo oppure defilarsi. Il vecchio Giovanni, forse stanco ormai di tante lotte e carcerazioni, consigliò di tenersi in disparte e di ritirarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli”, come sembrò di poter arguire il giudice istruttore di Sala Ferdinando Giannuzzi (ivi, b. 204, vol XL, c. 9; b. 199, voll. XLII e XLIII). La decisione, forse sofferta, non impedì il loro ennesimo arresto (31 ottobre 1857). Le tristi condizioni carcerarie dovettero indurli a confessare al procuratore generale Francesco Pacifico di non aver voluto associarsi ai “maledetti rivoltosi” (ivi, b. 199, vol. XLII, cc. 22 – 26). Furono liberati il 18 giugno del ’59. Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159″. Fusco, a p. 289, nella nota (14) postillava: “(14) …..
Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 290 , nella nota (22) postillava: “(22)…..Il rivoltoso Luciano Marino così dichiarò a Sala al giudice istruttore il 2 luglio: “….entrammo tutt’in Sapri ove non trovammo che vecchi, ragazzi e donnicciuole. Gli altri abitanti erano fuggiti. Cominciammo a gridare giusta gli ordini de’ capi, ….ma poco fummo corrisposti….” (Cfr. cap. VI, n. 72); e Nicotera al procuratore Pacifico il 9 dello stesso mese: “Discesi in Sapri nella notte del 28 al 29 non vi rinvenimmo la forza armata di mille a duemila compromessi, come il comitato napoletano aveva fatto credere a Pisacane. Pur tuttavia i rivoltosi, dopo aver chiesto notizie del barone Gallotti, e che per altro non si fece mica vedere, mossero verso il Fortino….” (cfr. n. 32) Così dichiarò Nicotera a Salerno al procuratore generale Francesco Pacifico il 9 luglio (ASS, P. s. S., Interrogatori, b. 214, vol. IV, c. 18).”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, a p. 211, in proposito scriveva che: “Interrogatorio di Antonio Ventorino e Domenico Catapano domestici ed attendenti di Pisacane (1). L’anno 1857 il giorno 4 luglio alle ore 5, ed un quarto p.m. Noi Comm. Luigi de’ Marchesi Aiossa Intendente della Provincia di Principato Citra, assistiti dal Capo del Gabinetto sig. Condò. Essendo arrivati da Sala i due arrestati che facean parte dell’orda sbarcata in Sapri, e volendone ricevere l’interrogatorio, etc…Mentre erano nel Fortino vi arrivava un Barone che se non erro era di cognome Gugliotti, o Gallotti, accompagnato da un vecchio, e dissero entrambi che si fossero avviati perchè li avrebbero raggiunti. Etc…”. Nell’interrogatorio, il Domenico Catapano parlando del Fortino accennava al barone di Battaglia don Giovanni Gallotti e dei suoi due figli. Domenico Catapano era di Napoli e stava relegato a Ponza. Aveva commesso un omicidio e si trovava tra i soldati che presero parte contro i rivoltosi della Sicilia nei fatti di Cefalù essendo all’epoca soldato borbonico. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 216-217, racconta pure che: “Sei mesi più tardi si ebbe la spedizione del “bel Capitano”! Addosso a Pisacane, ucciso come tutti sappiamo nel conflitto di Sanza il 2 luglio 1857, furono trovati due biglietti riguardanti Giovanni Gallotti. Uno recava la scritta: “CERCARE A SAPRI DEL BARONE GALLOTTI”. L’altro: “GIOVANNI GALLOTTI AL FORTINO”. Scattata l’inchiesta, il capo urbano di Sapri, Vincenzo Peluso, “che avrebbe voluto annientata la famiglia Gallotti”, sparse voce che Raffaele e Filomeno Gallotti ogni giono andavano ad affacciarsi sulla costa detta ‘Serralunga’ ed aspettavano il momento dello sbarco di rivoltosi. Dopo la disfatta di Padula e Sanza, da un filone di indagini emerse che a Sapri, Giovanni Gallotti, aveva presentato a Pisacane un cassettino con circa 15 rotoli di polvere da sparo e che altri della famiglia, al Fortino, ebbero contatti con i ribelli facendo sapere a Pisacane che tutto era pronto per la rivolta e che da 15 giorni la famiglia pagava gente con la diaria di 40 grana giornaliera. Inoltre, un membro della famiglia, incoraggiando le masse, asseriva che a Padula avrebbero trovato gente armata. Tutti sappiamo, che le cose così non andarono. Un altro filone d’indagine acclarò, invece, che giunto Pisacane a Sapri, nella notte tra il 28 e 29 giugno 1857, avveniva che: “Quando i faziosi occuparono l’abitato di Sapri si fecero giudare alla casa del Barone Gallotti in cui trovavasi D. Emanuele e D. Filomeno. All’analoga dimanda di quei tristi D. Emanuele disse che il padre, e il fratello D. Salvatore erano all’altra casina al Fortino, ed i rivoltosi lo incaricarono salutare il D. Giovanni in loro nome. Al sorgere poi del giorno 29 fu visto il Filomeno sulla piazza avvicinarsi all’orda, chiamatovi da Giovanni Nicotera, che lo abbracciò e baciò con l’incarico di salutare il padre e il fratello D. Salavatore.”.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 54, in proposito scriveva che: “…Fiducioso, perciò negli uomini, di cui porta scritti i nomi, li cerca, nella certezza di vincerne la titubanza. Ed innanzi tutto chiede dei Gallotti alla cui casa si reca, subito, guidato da una guardia doganale che era stata arrestata. Vi trova solo i fratelli, Emanuele ed il sacerdote d. Filomeno, il quale l’avverte che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele, si trovano al Fortino (12).”. Cassese, a p. 54, nella nota (11) postillava: “(11) V. l’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a guidare i rivoltosi per la contrada, nonché quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. VII, cc. 19 sgg. e 21 sgg.”. Cassese, a p. 54, nella nota (12) postillava: “(12) B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 54-55, in proposito scriveva che: “In piazza trovarono d. Filomeno Gallotti, il quale, dopo un abboccamento con i capi, partì per il Fortino, etc..(17)…”. Cassese, a p. 55, nella nota (17) postillava: “(17) B. 199, voll. XLV e XLVI.”. Cassese, a p. 55, nella nota (18) postillava: “(18) B. 197, voll. VI e VII.”.
Nella sera del 28 giugno, 1852, l’arciprete don NICOLA TIMPANELLI e la sua accoglienza ai rivoltosi
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “I rivoltosi si recarono anche a casa dell’arciprete Nicola Timpanelli che li accolse offrendo loro pane e formaggio.”. Paolo Emilio Bilotti (13), nel 1907, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, a pp. 186-187, parlando dei fatti dello Sbarco dei trecento di Carlo Pisacane a Sapri, così ricordava la figura dell’illustre arciprete e patriota don Nicola Timpanelli di Sapri, postillando nella sua nota (3), di p. 186, in proposito scriveva che: “Dopo l’avvenimento di Sapri si ridusse in Rivello, dove non cessò mai, fino alla morte, di favorire la causa della libertà, benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua. Arch. di Salerno – Fasc. 283 – Inv. di pol. In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio, ma non è vero poi quello che si compiaccque di asserire il Fischietti, che cioè egli fosse divenuto amico del Borbone per avere, col pane somministrato ai rivoltosi, evitato il sacco a Sapri. Aggiunge anzi il Fischietti che al Timpanelli fosse stata donata la medaglia d’oro dell’ordine di Francesco I; ma è falso, poichè le persone insignite di quella onoreficenza furono soltanto dieci e i loro nomi sono stati pubblicati da Michele La Cava a pagina 218 della sua ‘Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860.’.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, ai quali l’arciprete Nicola Timpanelli fornì pane e formaggio.”. Fusco, a p. 258, riferendosi al periodo dei moti del ’48 nel Cilento, nella nota (46) postillava: “(46) A Sapri Stefano Passaro fu accolto dal sindaco Angelo Tinelli, da Giovani Gallotti coi figli Salvatore e Raffaele, dal prete Nicola Timpanelli. Un altro prete, Vincenzo Peluso, ex sanfedista e fanatico realista, di cui abbiamo già detto e diremo ancora, era fuggito da Acquafredda appena saputo dell’arrivo dei liberali.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 55, in proposito scriveva che: “…..i rivoltosi (17), i quali, recatisi a casa dell’arciprete d. Nicola Timpanelli, ottennero, secondo alcuni volontariamente, a forza secondo altri, pane e formaggio, si recarono poi, etc…(18)…”. Cassese, a p. 55, nella nota (17) postillava: “(17) B. 199, voll. XLV e XLVI.”. Cassese, a p. 55, nella nota (18) postillava: “(18) B. 197, voll. VI e VII.”.
(Fig…..) Portale e stemma araldico del palazzo Timpanelli in C. so Umberto I a Sapri
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 57, in proposito scriveva che: “Mentre i rivoltosi si avviano al Fortino, il vescovo, verso le ore quindici italiane, si porta in chiesa con tutta la popolazione, per un rito di ringraziamento per lo scampato pericolo: celebra una messa “alla spaguola” e pronunzia poi un discorso per incitare il popolo ad essere fedele al sovrano, e le sue parole equivalgono nel tono concitato alla grande paura provata nelle ore trascorse (26). Eppure il Fra Diavolo della rivoluzione italiana ed i banditi al suo ordine avevano di proposito del tutto ignorato la sua presenza.”. Cassese, a p. 56, nella nota (21) postillava: “(21) B. 199, Voll. XLV e XLVI.”. Cassese, a p. 57, nella nota (26) postillava: “(26) B. 197, vol. I, interrogatorio dell’arciprete di Torraca Timpanelli.”. Timpanelli era si arciprete ed apparteneva al clero di Torraca ma era di Sapri e si era già distinto sia nei moti del ’48 con Carducci e sia in occasione dello sbarco di Pisacane. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 53, nella nota (8) postillava: “(8) Deposizione dei sacerdoti Timpanelli e Immediato, B. 197, vol. I, cc. 75 sgg.”. Cassese, a p. 53, nella nota (10) postillava: “(10) Fischetti, op. cit., p. 39. A nulla valse al Fischetti, per farsi merito, l’avere indotto le autorità locali e gl’impiegati da lui interrogati, a fare affermazioni che suonassero elogio all’opera da lui svolta. Il sacerdote di Sapri F. M. Timpanelli, quando il 9 settembre fu interogato dal P.G. Pacifico, dichiarò esplicitamente: “Mi riporto del tutto alla mia dichiaazione già resa dinanzi al giudice del circondario, meno la parte elogistica del giudice, che ei volle far credere nella mia interrogazione, e che io firmai per riguardo” (B. 197, vol. XII, c. 5. Il precedente interrogatorio è nel vol. I, c. 75). Fischetti si rifece venti anni dopo con la pubblicazione (fatta in occasione del processo di Firenze, e quindi per ingraziarsi Nicotera divenuto ministro dell’interno) dell’opera già citata nella quale schizzò fiele contro tutti i suoi ex-colleghi, e specialmente contro Pacifico, senza risparmiare l sottointendente Calvosa ed il giudice Leoncavallo v. “Incartamento relativo al disbarco dei rivoltosi in Sapri nel 29 giugno 1857″ in B. 197, vol. XXVI.”.
Nel 29 giugno, 1857, Nicotera e Falcone andarono a casa del capourbano Vincenzo PELUSO che però si era reso irreperibile
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: “Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, etc…”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Secondo il sacerdote Luigi Tancredi (…), nella sua “Sapri giovane e antica” a p. 89 elenca i “Sindaci del Comune di Sapri” e cita il “12) Vincenzo Peluso nel 1852”. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) non si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Il Bilotti (…), dedica quattro pagine allo storico sbarco ed in proposito scriveva che: Essendo assente il capodegli urbani di Sapri,Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbaniGiuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, invece parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, all’epoca, i due nipoti del famigerato prete Vincenzo Peluso, uno era Leopoldo Peluso che era capourbano e l’altro, Vincenzo Peluso che era Sindaco di Sapri. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Il manipolo giudato da Nicotera e Falcone non ebbe miglior successo. Raggiunto il corpo della guardia urbana ne abbattè le insegne e invano cercò Vincenzo Peluso, il capourbano, per vendicare su di lui l’uccisione di Costabile Carducci (14); né ottenne armi e viveri nelle abitazioni in cui penetrò, col risultato di spaventare ancora di più gli abitanti non ancora fuggiti.“. Fusco, a p. 288, nella nota (14) postillava: “(14) Per vendicarsi dell’affronto subito quella notte il capourbano e i suoi congiunti asserirono poi di essere stati derubati di ben 113 ducati dai rivoltosi guidati da Nicotera (G. Fischetti, Cenno storico ecc.., cit., p. 39).”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 193, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 5° vi sono indicati i nomi di’: Giovanni Gallotti al Fortino. Venanzio Aldini. Antonio S. Elmo.”. ‘Per le spieghe date dallo stesso Nicotera eran quelli da cui si dovea far capo nello sbarcare a Sapri’. ‘Nel fol. 5° t. si leggono le circostanze relative allo sbarco in Sapri e sono le seguenti: ‘Giunti a Sapri alle 8 di sera….Un distaccamento comandato da Nicotera per prendere il Sindaco ed avere de’ viveri ed il Capourbano Pelosi per ammazzarlo. Etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 54-55, in proposito scriveva che: “Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, dopo avere assalito al grido di “Viva l’Italia, Viva la Repubblica” il corpo della guardia urbana e distrutti gli stemmi (13), va a casa del capurbano d. Vincenzo Peluso con l’intenzione di vendicare con la sua uccisione la morte di Costabile Carducci (14), ma non avendolo rinvenuto, perché se ne era fuggito a Sala, appicca il fuoco alla porta di casa (15); indi, sempre al grido di “Viva la libertà”, percorre il paese penetrando qua e là nelle case per sequestrarvi armi e munizioni. Tutto ciò, invece di accendere e galvanizzare gli animi, valse ad atterrirli; sicché quando all’alba del 29 tutta la massa dei rivoltosi, con la bandiera spiegata ed emettendo grida incitanti alla rivolta, penetrò nel paese, lo trovò quasi deserto, ed i pochi rimasti fecero tutt’altro che buona accoglienza (16), nonostante le promesse di abolire tutti i pesi, cioè gabella e fondiaria.”. Cassese, a p. 55, nella nota (13) postillava: “(13) B. 197, vol. XVI”. Cassese, a p. 55, nella nota (14) postillava: “(14) Sulla infelice fine di questo coraggioso patriota, che nel ’48 fu l’anima dei moti nel Salernitano, e che cadde ad Acquafredda ad opera specialmente del prete Peluso, cfr. M. Mazziotti, Costabile Carducci ed i moti del Cilento nel 1848, voll. 2, Roma-Milano, 1909 e L. Cassese, Contadini e operai del Salernitano nei moti del Quarantotto, in “Rassegna Storica salernitana”, IX (1948), pp. I-IV.“. Cassese, a p. 55, nella nota (15) postillava: “(15) B. 197, vol. IX.”. Cassese, a p. 55, nella nota (16) postillava: “(16) B. 197, vol. VI, c. 2.”.
Nel 28 giugno 1857, domenica, a Sapri, Nicotera ed altri si recarono alla ricerca di Giuseppe MAGALDI per punirlo, ma egli era fuggito
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 55, in proposito scriveva che: “Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, ….si recarono poi, in tredici o quattordici, a casa del noto realista d. Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo, ma non lo rinvenero (18); di là passarono, etc…”. Cassese, a p. 55, nella nota (18) postillava: “(18) B. 197, voll. VI e VII.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221 parlando dei Peluso a Sapri, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calabresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di Cilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Dunque, Fusco scriveva: “…..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore…I Peluso e i Magaldi a Sapri, etc…(57).”. Dunque in questa lettera del Fanelli al comitato di Napoli si citavano per Sapri i Peluso e i Magaldi. Fusco, a p. 283, nella nota (57) postillava: “(57) L. Rossi, Gli statuti di Novi Velia ecc.., cit., pag. 49 – 96. Ivi altri possidenti filoborbonici.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 288, nella nota (12) postillava: “(12) Fuggirono non solo i ‘realisti’ (il capourbano Vincenzo Peluso col figlio Annibale, capourbano di Ispani, fuggì a Vallo: cfr. P. E. Bilotti, La Spedizione di Sapri ecc…, cit., pag. 190; Giuseppe Magaldi; il sindaco Leopoldo Peluso; Giuseppe Gallotti che per ordine di Fischetti aveva guidato gli urbani contro i ‘rivoltosi’; ed altri ancora) e verosimilmente paurosi cittadini, ma anche gli ‘attendibili’ timorosi di compromettersi (ASS, P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. I, cc. 75 ss.).”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: ….24. Giovanni Magaldi – ect….”. Dunque, il Bilotti scriveva che tra i liberali iscritti nei registri di polizia, nel 1848 vi era Giovanni Magaldi, che, a Sapri, presumibilmente apparteneva alla fazione dei Gallotti.
Nel 28 giugno 1857, domenica, a Sapri, Nicotera ed altri si recarono a casa del Sindaco di Sapri, Leopoldo PELUSO per punirlo, ma egli era fuggito
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 55, in proposito scriveva che: “Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, ….di là passarono, sempre gridando, alla casa del sindaco d. Leopoldo Peluso, che era fuggito come gli altri dal paese, perché, essendo congiunto del prete uccisore del Carducci vedeva la sua vita più in pericolo di tutti. Vi furono pochi colpi di scure al portone ed il solito tentativo di appiccare il fuoco (19).”. Cassese, a p. 55, nella nota (19) postillava: “(19) B. 197, vol. IX.”.
Nel 28 giugno 1857, domenica, a Sapri, Pisacane in casa Gallotti scrive il “Proclama”
Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 76, in proposito scriveva che: “La delusione per l’accoglienza ricevuta è palpabile nel ‘Proclama’ scritto durante la notte o nelle prime ore del mattino: “Noi abbiamo lasciato famiglie, ed agi di vita per gettarci in un’intrapresa che sarà il segnale della rivoluzione, e voi ci guardate freddamente, come se la causa non fosse la vostra ? Vergogna a chi potendo combattere non si unisca a noi, infamia a quei vili che nascondono l’armi piuttosto che consegnarle”(22). Pur deluso, Pisacane decise di andare avanti, anche perchè il Cagliari era ripartito (23).”. Dunque, come correttamente paventa il Fusco, è molto probabile che il “Proclama di Pisacane” sia stato scritto nella notte del 28 proprio a casa dei Gallotti a Sapri in via Nicodemo Giudice. Il ‘Proclama’ scritto da Pisacane a Sapri nella notte del 28 o nelle prime ore del mattino prima di risalire a Torraca, arrivati ivi il 29, lunedì fu letto da Pisacane agli astanti di Torraca. Ma come vedremo, anche quì, a Torraca, fu forte la sua delusione. Fusco, a p. 290 , nella nota (22) postillava: “(22) ASS, P. s. S., Documenti, b. 210, vol. X, c. 99. Questo il testo completo: “Cittadini ! E’ tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II. A voi basta volerlo; l’odio contro di lui etc…Noi abbiamo lasciato famiglie, ed agi di vita per gettarci in un’intrapresa che sarà il segnale della rivoluzione, e voi ci guardate freddamente, come se la causa non fosse la vostra ? Vergogna a chi potendo combattere non si unisca a noi, infamia a quei vili che nascondono l’armi piuttosto che consegnarle… Viva l’Italia…”. Il rivoltoso Luciano Marino così dichiarò a Sala al giudice istruttore il 2 luglio: “….entrammo tutt’in Sapri ove non trovammo che vecchi, ragazzi e donnicciuole. Gli altri abitanti erano fuggiti. Cominciammo a gridare giusta gli ordini de’ capi, ….ma poco fummo corrisposti….” (Cfr. cap. VI, n. 72); e Nicotera al procuratore Pacifico il 9 dello stesso mese: “Discesi in Sapri nella notte del 28 al 29 non vi rinvenimmo la forza armata di mille a duemila compromessi, come il comitato napoletano aveva fatto credere a Pisacane. Pur tuttavia i rivoltosi, dopo aver chiesto notizie del barone Gallotti, e che per altro non si fece mica vedere, mossero verso il Fortino….” (cfr. n. 32) Così dichiarò Nicotera a Salerno al procuratore generale Francesco Pacifico il 9 luglio (ASS, P. s. S., Interrogatori, b. 214, vol. IV, c. 18).”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 189, in proposito scriveva che: “1….Proclama di Carlo Pisacane alle popolazioni del Salernitano. (ASS, Processi politici, B. 210, Documenti, vol. X, c. 99. E’ la minuta autografa di Pisacane; alle cc. 41, 100, 102 vi sono copie di mano aliena, con firma autografa di Nicotera.). “Cittadini etc…”.”. Il testo completo del Proclama è riportato anche dal Fusco. Recentemente la minuta del Proclama di Pisacane è stata pubblicata anche da Carlo e Gaetano Bellotta (….), nel “Il Proclama di Torraca – Riflessioni sull’ultimo scritto di Carlo Pisacane”. Un piccolo librettino che contiene delle interessanti riflessioni sul Proclama di Pisacane. Differentemente dal Cassese che, riguardo questo documento storico conservato all’Archivio di Stato di Salerno e che, a p. 189 postillava essere: “1….Proclama di Carlo Pisacane alle popolazioni del Salernitano. (ASS, Processi politici, B. 210, Documenti, vol. X, c. 99.”, i due autori, padre e figlio, a pp. 10-11 postillano: “Busta 198, vol. 40”, probabilmente la nuova coeva collocazione del documento. I due autori, a p. 9, in proposito scrivono che: “Il testo, probabilmente scritto la notte precedente, in fretta e in condizioni di emergenza, come ci inducono a pensare le numerose cancellature contenute nel foglio originale, è importante perché è l’ultimo scritto di Carlo Pisacane, prima della sua tragica morte avvenuta a Sanza il 2 luglio 1857 etc…”. Sebbene i due autori abbiano scritto che il documento sia stato scritto la notte precedente all’arrivo a Torraca, ovvero la notte del 28 giugno 1857 e che io aggiungo sia stato scritto in casa del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti a Sapri, i due autori, sempre a p. 9 presentano il documento come “Il Proclama rivoluzionario di Torraca”. Il Proclama fu scritto per le genti del Salernitano ma solo per le contingenze del momento era notte ed il paese era deserto, pur essendo stato scritto a Sapri non fu letto a Sapri, fu poi, in seguito, il giorno dopo, il 29 giugno letto a Torraca. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 191, in proposito scriveva che: “3. Portafogli di Carlo Pisacane (I documenti originali si trovano nel vol. VI dei ‘Documenti’ e furono restituiti nel 1861 alla figliuola di Pisacane, Silvia: cfr. L. Cassese, Note intorno alla figliuola di C. P., p. 761, nn. 1 e 4. I docc. che qui si pubblicano furono inviati in copia dal P.G. Pacifico al ministro di grazia e giustizia, con nota dell’11 luglio ’57, indicando le “spieghe” date dal Nicotera. Essi si trovano in ASN, Ministero di G. e G., F. 5268, fasc. II, parte 1°, cc. 2-16. “Spieghe” e note del Pacifico sono riportate qui di seguito in corsivo.).”. Stranamente il Cassese scrive del Proclama di Pisacane ma non scrive che esso si trovava nel portafogli di Pisacane ritrovato a Padula.
Nel 28 giugno 1857, a Torraca, il giudice regio Fischetti sparge il panico ed avverte il Laudisio dell’arrivo dei rivoltosi
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 53, in proposito scriveva che: “Il Fischetti non può far di meglio che scappare anch’egli, per via impraticabile, verso Torraca, e giunto colà riunisce gli urbani, li fa giurare (la richiesta fatta in quel momento rivela la poca fiducia nella polizia civica), poi alla popolazione impaurita dà il consiglio di correre a rinchiudersi in Tortorella. Dopo aver conferito col vescovo Laudisio, che si trovava colà in santa visita, parte sollecitamente per Vibonati (9), dopo aver dato notizia, alle tre del mattino, all’ignaro sottointendente del distretto di Sala, Calvosa, dell’avvenuto sbarco. Fino a questo momento il giudice Fischetti è stato, secondo una sua espressione, l’unico centro di movimento contro i rivoltosi; ma da allora in poi la massima autorità amministrativa del distretto prende le redini del comando ed il Fischetti viene messo da canto. E’ il momento del giudice regio di Sanza, Leoncavallo, il padre del futuro musicista; ma il Fischetti, prima di abbandonare la partita, allo scopo di battere nel tempo il sottointendente e di attribuirsi un merito che avrebbe potuto schiudergli la via per una più rapida carriera, corre sul far dell’alba da Vibonati alla marina di Capitello e fa trasmettere da quel telegrafo messaggi al Re, ai direttori di polizia generale e di grazia e giustizia, nonché alle autorità provinciali, comunicando le disposizioni che aveva dato e chiedendo soccorso. Tutta la macchina difensiva dello Stato aveva ormai ricevuto il necessario abbrivo (10).”. Cassese, a p. 53, nella nota (8) postillava: “(8) Deposizione dei sacerdoti Timpanelli e Immediato, B. 197, vol. I, cc. 75 sgg.”. Cassese, a p. 53, nella nota (9) postillava: “(9) B. 197, vol. I, c. 139; Fischetti, op. cit., p. 38”. Cassese, a p. 53, nella nota (10) postillava: “(10) Fischetti, op. cit., p. 39. A nulla valse al Fischetti, per farsi merito, l’avere indotto le autorità locali e gl’impiegati da lui interrogati, a fare affermazioni che suonassero elogio all’opera da lui svolta. Il sacerdote di Sapri F. M. Timpanelli, quando il 9 settembre fu interogato dal P.G. Pacifico, dichiarò esplicitamente: “Mi riporto del tutto alla mia dichiaazione già resa dinanzi al giudice del circondario, meno la parte elogistica del giudice, che ei volle far credere nella mia interrogazione, e che io firmai per riguardo” (B. 197, vol. XII, c. 5. Il precedente interrogatorio è nel vol. I, c. 75). Fischetti si rifece venti anni dopo con la pubblicazione (fatta in occasione del processo di Firenze, e quindi per ingraziarsi Nicotera divenuto ministro dell’interno) dell’opera già citata nella quale schizzò fiele contro tutti i suoi ex-colleghi, e specialmente contro Pacifico, senza risparmiare l sottointendente Calvosa ed il giudice Leoncavallo v. “Incartamento relativo al disbarco dei rivoltosi in Sapri nel 29 giugno 1857″ in B. 197, vol. XXVI.”.
Nel 29 giugno 1857, lunedì, Carlo Pisacane, si recò a Torraca con i suoi Trecento
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 193, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 5° t. si leggono le circostanze relative allo sbarco in Sapri e sono le seguenti: ‘…..La mattina alle 4 abbiamo potuto avere dei viveri pagandosi e mangiato un pezzettino di pane ed un poco di formaggio. Alle sette partimmo per Torraca con la certezza che bisognava attaccare.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: “Esaurita l’azione in Sapri senza alcun risultato apprezzabile, Pisacane, avendo invano atteso quel Matteo Giordano che avrebbe dovuto incontrare colà, si mosse alla volta di Torraca (20). Vi era già giunto Mansueto Brandi, che fu in quei giorni infaticabile. Egli ovunque incontrasse i fuggitivi li animava a tornare a casa fiduciosi assicurando che i rivoltosi non erano briganti, ma brava gente “che camminava per l’ordine”; e per disporre gli animi a fraternizzare con essi, sì da determinare l’impulso iniziale per una rivolta popolare, spargeva la voce che quelli erano i primi di varie migliaia di patrioti che stavano sbarcando a Policastro e a Palinuro (21). Quella domenica Torraca offriva un aspetto insolito, perché ricorreva la festa dei ss. Pietro e Paolo e per di più aveva l’onore di ospitare il vescovo Laudisio, giunto in santa visita. In piazza, nonostante il timore creato dall’allarme del giudice Fischetti durante la notte, sostavano capannelli di persone, per lo più povera gente, perché i benestanti avevano preso il largo, quando giunse la colonna dei rivoltosi. Donne e vecchi ed i più timidi sono in chiessa a pregare, impauriti, insieme al Vescovo, come se da un momento all’altro dovessero cadere per mano dei feroci banditi, quando sentono un festoso suon di campane e forti grida di “Viva la libertà, Viva la repubblica”. In piazza, Biagio Filizzola, Giuseppe Falce, p. Luigi da Torraca ed altri fanno eco al grido rivoluzionario. L’attendibile Camillo Caccuri, un ebanista di Rovito che si trovava a Padula per motivi di lavoro, e Carmine Barra, un bottegaio di Torraca, si fanno incontro alla colonna e baciano, commossi, la bandiera. Il Barra, che aveva obbligato il sacrestano Carmine Cesarini a suonare le campane, offre vino ai rivoltosi e ai paesani nastri tricolore della sua bottega (22). Pisacane legge con voce forte il proclama rivoluzionario: “Cittadini, è tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II. A voi basta volerlo; l’odio contro di lui è universalmente inteso….”(23). Sembra che gli animi comincino a scuotersi perché le parole incitatrici vengono accolte con caldo consenso. Vi contribuisce l’allegra parlantina di un operoso uomo, Vincenzo Cioffi, tavernaro al Fortino, il quale, appena saputo dello sbarco, corse di filato a Torraca. Per istrada incontra gente che mentre stava per recarsi alla festa di S. Pietro a Torraca, saputo dell’arrivo colà della colonna rivoluzionaria, tornava indietro impaurita. Molti si lasciano convincere dalle sue incoraggianti parole: quelli sono uomini d’ordine che non fanno male a nessuno; sono venuti “per ribassare i pesi pel vantaggio di tutti e segnatamente pel bene dei poveri”. Giunto a Torraca, si abbraccia con molti rivoltosi che aveva conosciuto a Ponza durante la sua relegazione; si presenta a Pisacane, ed appena appreso da lui che era in procinto per dirigersi al Fortino, con grande allegrezza corre avanti per apprestare i viveri necessari (24). Diversamente da Sapri, Torraca ha offerto sentimenti di calorosa gentilezza, ma non più di questo: è tato un breve attimo di entusiasmo, ma una rivoluzione ha bisogno di altro. La seconda giornata della dura odissea sta per chiudersi senza che si verifichi l’auspicato scatto di ribellione di una popolazione oppressa desiderosa di libertà. La colonna si rimette in marcia, ma già emergono sintomi preoccupanti: tre uomini mancano all’appello. Il primo esempio di diserzione di fronte al pericolo imminente può avere conseguenze incalcolabili; occorre perciò imporre una disciplina ferrea (25). Mentre i rivoltosi si avviano al Fortino, il vescovo, verso le ore quindici italiane, si porta in chiesa con tutta la popolazione, per un rito di ringraziamento per lo scampato pericolo: celebra una messa “alla spaguola” e pronunzia poi un discorso per incitare il popolo ad essere fedele al sovrano, e le sue parole equivalgono nel tono concitato alla grande paura provata nelle ore trascorse (26). Eppure il Fra Diavolo della rivoluzione italiana ed i banditi al suo ordine avevano di proposito del tutto ignorato la sua presenza.”. Cassese, a p. 56, nella nota (21) postillava: “(21) B. 199, Voll. XLV e XLVI.”. Cassese, a p. 56, nella nota (22) postillava: “(22) B. 197, vol. I, c. 139 sgg.; B. 199, vol. XLIV”. Cassese, a p. 56, nella nota (23) postillava: “(23) Originale in B. 210, vol. XIV dei ‘Documenti’, c. 99.”. Cassese, a p. 56, nella nota (21) postillava: “(21) B. 199, Voll. XLV e XLVI.”. Cassese, a p. 57, nella nota (24) postillava: “(24) B. 199, vol. XLVII“. Cassese, a p. 57, nella nota (23) postillava: “(25) B. 197, vol. I, c. 137.“. Cassese, a p. 57, nella nota (26) postillava: “(26) B. 197, vol. I, interrogatorio dell’arciprete di Torraca Timpanelli.”. Timpanelli era si arciprete ed apparteneva al clero di Torraca ma era di Sapri e si era già distinto sia nei moti del ’48 con Carducci e sia in occasione dello sbarco di Pisacane. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La mattina di quel lunedì del 29 giugno a Torraca ci si accingeva a festeggiare San Pietro, eletto protettore nel 26 aprile del 1776. Nulla faceva supporre, specialmente a coloro dediti al solito lavoro dei campi e lontani dalla politica, che in quella solenne giornata potessero arrivare più di trecento persone tra cui anche due donne. Erano al seguito di un individuo dall’aspetto signorile, il quale si esprimeva correttamente in italiano, ma che si rivolgeva ai torracchesi con inflessione prettamente campana. Nella salita che da Sapri si inerpica fino al piccolo borgo di Torraca, quell’uomo che capeggiava la comitiva, ebbe l’occasione di ammirare il panorama che spaziava sul golfo, reso ancor più bello dalle prime luci del giorno. La splendida vista gli aprì l’animo verso un fiero ottimismo sulla missione che aveva intrapreso. Etc…”. Proseguendo il suo racconto, a p. 90, il Mallamaci scriveva: “Aveva riunito la gente in Piazza dell’Olmo, alla quale lesse il seguente proclama: “Cittadini. E’ tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II. A voi basta volerlo. L’odio contro di lui è universalmente inteso. L’esercito è con noi. La capitale aspetta dalle provincie il segnale della ribellione etc…era impossibile pertanto non chiedersi come mai individui come ‘Luigi Lazzaro’ di Policastro, ‘Luigi Smimmero’ e ‘Gaetano Tropeano di Polla, nonché quel tale saprese ‘Samuele Lacorte’, tutti personaggi di pessima nomea, invece di essere rinchiusi nel carcere di Ponza, circolassero liberamente in compagnia di quelle persone. Sicuramente, come asseriva il loro parroco, anche coloro con cui si accompagnavano erano gente della loro stessa risma. Comunque a sostenerli vi era anche la presenza del vescobo Nicola Maria Laudisio, noto per la sua fedeltà borbonica, giunto a Torraca per l’occasione della festività di S. Pietro, il quale dovette nascondersi per motivi di sicurezza. Solo dopo la partenza dei trecento diretti verso il Fortino, poté mostrarsi e celebrare una messa per lo scampato pericolo. A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al indaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote. Un’altra versione storica riguardante il vescovo Laudisio, è che accolse i rivoltosi con la dovuta diplomazia, e per aggraziarsi la loro simpatia, fece distribuire del buon vino locale e delle belle ciliege. Quest’ultima ipotesi, sicuramente non è tra le più credibili, poiché era nota la sua fama di fedeltà al Re, etc….A mettere in guarda la popolazione, intervennero anche alcune delle famiglie più in vista del paese e di consolidata fede Borbonica. Tra queste vi fu quella dei ‘Perazzi’, che circa un mese prima, in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante. Il vescovo, insieme al sacerdote ed ai Perazzi, convinse la popolazione di Torraca che i nuovi arrivati erano un’organizzata banda di briganti. Ad avvalorare la sua tesi intervennero anche incresciosi eventi. Alcuni dei nuovi arrivati, con la scusa di cercare armi, si introdussero nelle abitazioni, al solo scopo di effettuare dei furti. Ad un certo Carmine Viggiano vennero sottratte sei piastre e fu proprio la figlia Angela ad indicare al loro capo (Pisacane) chi li aveva derubati. Poiché le monete non furono tutte ritrovate, il Pisacane diede loro la parte mancante. Un altro furto fu denunciato da Giovanni Tancredi, un fattore della ferriera dei Perazzi situata a Morigerati, in questo caso si trattava della sottrazzione di un fucile. Oltre al Viggiano e al Tancredi, denunciano furti anche: Paolo Filizzola, Antonio Flora, Carmine Gallotti, Luigi Mercadante e Francesco Rocco. Anche il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti, che era stato tra i primi a scorgere lo sbarco dei rivoltosi dal Cagliari, avvenuto presso la spiaggia dell’Oliveto, immediatamente aveva allertato i capourbani della zona. Successivamente si recò a Torraca, e qui spedì altri messaggeri a Tortorella e Casaletto per avvisare del pericolo imminente. La mattina del 29 giugno, da Capitello, inviò un accorato telegramma per avvisare il re di quanto stava accadendo in quella zona. Da questi episodi che coinvolsero il giudice Fischetti, si intuisce che il gruppo di Carlo Pisacane era atteso a Torraca il giorno precedente alla loro venuta, pertanto le autorità del paese ne erano al corrente.”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a p. 44, in proposito scriveva che: “Procedetero, il mattino 29, da Sapri alla prossima Torraca. La stessa sorpesa, la stessa miserabile paura fra quei terrieri. Ma lessero un proclama sulla pubblica via (1); e il grido d’Italia trovò quivi un eco fra quella gente, che prese almeno i colori d’Italia, – fugace dimostrazione di povera gioia, che però nulla, neppure un compagno frutto agli arrivati.”. Racioppi, a p. 44, nella nota (1) postillava: “(1) E’ riferito nell’Atto di accusa….. a p. 37”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 215, in proposito scriveva che: “10. Interrogatorio di Luciano Marino del 2 luglio 1857 in Sala (ASS, Processi politici, B. 207, vol. II, c. 21 sgg. Copia di questo interrogatorio trovasi in B. 214, Interrogatori, vol. I, c. 43 sgg.; v. anche la dichiarazione autografa del Marino, intitolata ‘Cose segrete riguardo alle sette di Napoli (Sala, 4 luglio), in B. 216, vol. I, c. 55 sgg.). ‘L’anno 1857 il giorno due luglio in Sala……Mangiammo e subito si partì per l’altro paese che intesi chiamarsi Torraca. Quivi arrivati verso le ore 17 suonarono le campane a festa e vennero ad incontrarci una decina di galantuomini e Sacerdoti, i quali pieni di giubilo si insignirono di nocche tricolori al petto, come la maggior parte di noi altri andavamo, e gridarono con noi: “Viva l’Italia, Viva la Libertà, Viva la Repubblica”. Fecero delle cortesi esibizioni di viveri e quant’altro il Generale desiderava. Intanto fu somministrato da un un individuo, di anni 32 in 33 statura alta di condizione proprietario, del vino e taralli senz’aver voluto paga perché si mostrava molto confidente del Generale. Dopo circa un’ora di riposo proseguimmo il viaggio verso la taverna del Fortino sulla strada che mena a Calabria ove giungemmo alle ore ventidue.”.
Nel 29 giugno 1857, lunedì a Torraca, nella piazza dell’Olmo, Carlo Pisacane lesse il suo ultimo “Proclama”
Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a p. 44, in proposito scriveva che: “Procedetero, il mattino 29, da Sapri alla prossima Torraca. La stessa sorpesa, la stessa miserabile paura fra quei terrieri. Ma lessero un proclama sulla pubblica via (1); e il grido d’Italia trovò quivi un eco fra quella gente, che prese almeno i colori d’Italia, – fugace dimostrazione di povera gioia, che però nulla, neppure un compagno frutto agli arrivati.”. Racioppi, a p. 44, nella nota (1) postillava: “(1) E’ riferito nell’Atto di accusa….. a p. 37”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 56, in proposito scriveva che: “Pisacane legge con voce forte il proclama rivoluzionario: “Cittadini, è tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II. A voi basta volerlo; l’odio contro di lui è universalmente inteso….”(23). Sembra che gli animi comincino a scuotersi perché le parole incitatrici vengono accolte con caldo consenso.”. Cassese, a p. 56, nella nota (22) postillava: “(22) B. 197, vol. I, c. 139 sgg.; B. 199, vol. XLIV”. Cassese, a p. 56, nella nota (23) postillava: “(23) Originale in B. 210, vol. XIV dei ‘Documenti’, c. 99.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 189, in proposito scriveva che: “1….Proclama di Carlo Pisacane alle popolazioni del Salernitano. (ASS, Processi politici, B. 210, Documenti, vol. X, c. 99. E’ la minuta autografa di Pisacane; alle cc. 41, 100, 102 vi sono copie di mano aliena, con firma autografa di Nicotera.). “Cittadini etc…”.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 191, in proposito scriveva che: “3. Portafogli di Carlo Pisacane (I documenti originali si trovano nel vol. VI dei ‘Documenti’ e furono restituiti nel 1861 alla figliuola di Pisacane, Silvia: cfr. L. Cassese, Note intorno alla figliuola di C. P., p. 761, nn. 1 e 4. I docc. che qui si pubblicano furono inviati in copia dal P.G. Pacifico al ministro di grazia e giustizia, con nota dell’11 luglio ’57, indicando le “spieghe” date dal Nicotera. Essi si trovano in ASN, Ministero di G. e G., F. 5268, fasc. II, parte 1°, cc. 2-16. “Spieghe” e note del Pacifico sono riportate qui di seguito in corsivo.).”. Stranamente il Cassese scrive del Proclama di Pisacane ma non scrive che esso si trovava nel portafogli di Pisacane ritrovato a Padula. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 76, in proposito scriveva che: “La delusione per l’accoglienza ricevuta è palpabile nel ‘Proclama’ scritto durante la notte o nelle prime ore del mattino: “Noi abbiamo lasciato famiglie, ed agi di vita per gettarci in un’intrapresa che sarà il segnale della rivoluzione, e voi ci guardate freddamente, come se la causa non fosse la vostra ? Vergogna a chi potendo combattere non si unisca a noi, infamia a quei vili che nascondono l’armi piuttosto che consegnarle”(22).”. Fusco, a p. 290 , nella nota (22) postillava: “(22) ASS, P. s. S., Documenti, b. 210, vol. X, c. 99. Questo il testo completo: “Cittadini ! E’ tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II. A voi basta volerlo; l’odio contro di lui etc…Noi abbiamo lasciato famiglie, ed agi di vita per gettarci in un’intrapresa che sarà il segnale della rivoluzione, e voi ci guardate freddamente, come se la causa non fosse la vostra ? Vergogna a chi potendo combattere non si unisca a noi, infamia a quei vili che nascondono l’armi piuttosto che consegnarle… Viva l’Italia…”.”. Il testo completo del Proclama è riportato anche dal Fusco. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 198, nella nota (6) postillava: “(6) La storia orale tramanda che all’ombra di quest’albero, abbattuto non da molto, Carlo Pisacane, la mattina del 29 giugno 1857, lesse il suo proclama di libertà al popolo.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 90 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Aveva riunito la gente in Piazza dell’Olmo, alla quale lesse il seguente proclama: “Cittadini. E’ tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II. A voi basta volerlo. L’odio contro di lui è universalmente inteso. L’esercito è con noi. Etc…”. Recentemente la minuta del Proclama di Pisacane è stata pubblicata anche da Carlo e Gaetano Bellotta (….), nel “Il Proclama di Torraca – Riflessioni sull’ultimo scritto di Carlo Pisacane”. Un piccolo librettino che contiene delle interessanti riflessioni sul Proclama di Pisacane. Differentemente dal Cassese che, riguardo questo documento storico conservato all’Archivio di Stato di Salerno e che, a p. 189 postillava essere: “1….Proclama di Carlo Pisacane alle popolazioni del Salernitano. (ASS, Processi politici, B. 210, Documenti, vol. X, c. 99.”, i due autori, padre e figlio, a pp. 10-11 postillano: “Busta 198, vol. 40”, probabilmente la nuova coeva collocazione del documento. I due autori, a p. 9, in proposito scrivono che: “Il testo, probabilmente scritto la notte precedente, in fretta e in condizioni di emergenza, come ci inducono a pensare le numerose cancellature contenute nel foglio originale, è importante perché è l’ultimo scritto di Carlo Pisacane, prima della sua tragica morte avvenuta a Sanza il 2 luglio 1857 etc…”. Sebbene i due autori abbiano scritto che il documento sia stato scritto la notte precedente all’arrivo a Torraca, ovvero la notte del 28 giugno 1857 e che io aggiungo sia stato scritto in casa del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti a Sapri, i due autori, sempre a p. 9 presentano il documento come “Il Proclama rivoluzionario di Torraca”. Il Proclama fu scritto per le genti del Salernitano ma solo per le contingenze del momento era notte ed il paese era deserto, pur essendo stato scritto a Sapri non fu letto a Sapri, fu poi, in seguito, il giorno dopo, il 29 giugno letto a Torraca.
Nel 29 giugno 1857, lunedì, a Torraca, Vincenzo Cioffi
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 57, in proposito scriveva che: “Sembra che gli animi comincino a scuotersi perché le parole incitatrici vengono accolte con caldo consenso. Vi contribuisce l’allegra parlantina di un operoso uomo, Vincenzo Cioffi, tavernaro al Fortino, il quale, appena saputo dello sbarco, corse di filato a Torraca. Per istrada incontra gente che mentre stava per recarsi alla festa di S. Pietro a Torraca, saputo dell’arrivo colà della colonna rivoluzionaria, tornava indietro impaurita. Molti si lasciano convincere dalle sue incoraggianti parole: quelli sono uomini d’ordine che non fanno male a nessuno; sono venuti “per ribassare i pesi pel vantaggio di tutti e segnatamente pel bene dei poveri”. Giunto a Torraca, si abbraccia con molti rivoltosi che aveva conosciuto a Ponza durante la sua relegazione; si presenta a Pisacane, ed appena appreso da lui che era in procinto per dirigersi al Fortino, con grande allegrezza corre avanti per apprestare i viveri necessari (24).”. Cassese, a p. 57, nella nota (24) postillava: “(24) B. 199, vol. XLVII“. Cassese, a p. 57, nella nota (23) postillava: “(25) B. 197, vol. I, c. 137.“.
Nel 1808, il Fortino del Cervaro, un piccolo fortilizio fatto costruire dal generale francese Desvernois
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 139, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “Il Fortino è nel salernitano, in territorio di Casaletto, sito lungo la consolare o strada delle Calabrie. Più precisamente era la via Popilia dei romani, oggi la strada Statale n. 19. Il Fortino nacque come piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Nicolas Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio: “Una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro, un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri sul litorale ovest”. Intorno, oggi vi sono sorte una trentina di abitazioni, certamente correlate alle necessità dei naturali (15).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (15) postillava: “(15) F. Policicchio, Il Decennio francese nel golfo di Policastro, Gutemberg, Lancusi, 2001, pp. 151-164.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1)….etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pag. 325.”. Carlo Pesce (….), nel 1904, nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, nel suo cap…., a p. 325, in proposito scriveva che: “Quivi spesse volte le truppe francesi di passaggio erano aggredite e massacrate inesorabilmente, nè valse alla tutela ed alla sicurezza la prossima guarnigione del Fortino del Cervaro, che pure fu presa di mira. “Nel 1808 – scrive il Racioppi nel Vol. II pag. 461 della ‘Storia’ – una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia, al comando del Generale Inglese Sir Stuart e d’un principe reale, gittò sulle coste del golfo di Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, i quali furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno, e misero a fuoco e sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sanza. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata – il ‘Fortino’ sul Cervaro – ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; assaltano il piccolo forte e massacrano tutti i soldati”. Alcuni di questi – riferisce la tradizione popolare – fuggirono nei paesi vicini in cerca di ricovero, che fu loro negato, e tutti, francesi e napoletani, finirono nella stessa orrenda morte.”. Il Pesce riferisce altri episodi riguardo il brigantaggio nel Lagonegrese. Dunque, il Pesce cita l’episodio della flotta Inglese al comando dell’ammiraglio Sir Stuart e cita Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvisare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilcata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; ecc..”. Dunque, secondo il Racioppi, nel 1808, la flotta Inglese al comando del generale Inglese Sir Stuart, lasciò sulle coste del Golfo di Policastro diversi filo-borbonici che cercarono in tutti i modi di contrastare l’occupazione francese. Molti di questi erano galeotti o ex galeotti, fuoriusciti, come ad esempio l’oriundo Rocco Stoduti di Torraca (dicono alcuni) o di S. Cristoforo dicono altri. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 106-107, in proposito scriveva che: “La frazione del Fortino, che deve il suo nome ad un posto di guardia fortificato per il controllo della strada delle Calabrie ed eretto durante il periodo francese (146), etc…”. Montesano, a p. 106, nella nota (146) postillava: “(146) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse nel golfo di Policastro, ed. Gutemberg, 2011, pag. 139.”.
Nel 29 giugno, 1857, Pisacane, partenza da Torraca ed arrivo al Fortino del Cervaro (di Casaletto Spartano)
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano. Intanto, tutti a Corte già sapevano e si mise in moto la macchina repressiva borbonica.”. Oggi la “Taverna del Fortino”, il fabbricato dove si fermò, prima il Pisacane e poi in seguito Giuseppe Garibaldi è gestito ed è proprietà della famiglia Colombo. Nel 1975, il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 64, in proposito scriveva che: “Avanti va la marcia e a notte si arriva a Fortino, dove l’oste ha preparato pane, vino, formaggio e quattro pecore. Si abbatte il palo del telegrafo elettrico e si raccolgono notizie, brutte e belle. Il sacerdote Vincenzo Padula che ha organizzato la sommossa dell’intero Vallo di Diano, è stato arrestato col suo collaboratore, il sacerdote Cardillo.”. Oggi la strada che passa dal Fortino di Cervara (il Fortino frazione del Comune di Casaletto Spartano) è la Strada Provinciale 349. Il “Fortino” cosiddetto è una piccola borgata. Tra le poche case vi è una “Taverna”, da sempre gestita dalle famiglie Cioffi e Colombo. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 57-58, in proposito scriveva che: “….molti rivoltosi che aveva conosciuto a Ponza durante la sua relegazione; si presenta a Pisacane, ed appena appreso da lui che era in procinto per dirigersi al Fortino, con grande allegrezza corre avanti per apprestare i viveri necessari (24). Al Fortino, un modesto villaggio posto al confine tra la Provincia di Principato e quella di Basilicata sul fianco del monte Cervato, erano già giunti d. Filomeno Gallotti e Mansueto Brandi. Quest’ultimo, dopo rapido abboccamento con Giovanni Gallotti, parte alla volta di Casalnuovo, mente d. Filomeno si unisce a consiglio con i fratelli Salvatore e Raffaele e col padre. Evidentemente si fa il punto della situazione, si valutano le forze e le possibilità. Le conclusioni dovettero essere tutt’altro che rosee perché il vecchio Gallotti, che col figlio Salvatore da poco era tornato a casa a seguito di indulto, decise di rifugiarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli” (27), e per sfuggire quindi a nuove compromissioni. Un’altra speranza di aiuto veniva a mancare. La colonna giunse al Fortino alle 22 ore italiane: gli uomini erano stanchi e affamati, dopo aver percorso 12 miglia di strada disagevole. Li accoglie con entusiasmo Vincenzo Cioffi nella sua taverna. Quattro pecore lì per lì sgozzate, del pane impastato e cotto alla svelta, un pò di formaggio e qualche sorso di vino li rinfocillano parcamente; tra poco piomberanno nel sonno, mentre i capi si accordano sul da farsi. Intanto v’è un’operazione urgente: l’abbattimento dell’albero di sostegno della corda metallica del telegrafo. Nicotera impartisce l’ordine che viene eseguito da Cioffi. Pochi colpi d’ascia bene assestati e l’albero piomba giù tra gli evviva dei rivoltosi eccitati. Cioffi, soddisfatto della sua bravura, esclama: “Cos’ avria da i’ la capo de lu re!” (28). Etc….Intanto uno dei due rimasti, “un giovane dai 22 ai 23 anni, capelli biondi e lungi, alla nazarena, barba bionda e lunga” (30), dopo aver offerto della ricotta ai rivoltosi, li incoraggiava dicendo che da alcuni mesi erano stati assoldati 400 uomini, pronti ad insorgere; che gli urbani di Padula non appena il paese sarebbe stato attaccato avrebbero fatto causa comune con loro; che Sala ed altri paesi del Vallo erano pronti ad insorgere al minimo cenno; che appena scoppiata la rivolta a Padula tutto il Cilento si sarebbe messo in marcia, ed altre simili speranzose espressioni” (31).“. Cassese, a p. 57, nella nota (24) postillava: “(24) B. 199, vol. XLVII”. Cassese, a p. 57, nella nota (27) postillava: “(27) A tale convinzione giunse il giudice istruttore di Sala dopo aver bene vagliato tutte le prove: v. B. 204, vol. XL: “Prospetto sintetico dei risultamenti di tutte le processure” compilate nel distretto di Sala, c. 9. Secondo il Fischetti, op. cit., p. 53, padre e figlio Gallotti erano partiti dal Fortino già il giorno precedente, e gliene avevano dato avviso essendo soggetti a sorveglianza. V. anche bilotti, op. cit., p. 199 e B. 199, voll. XLII e XLIII. Secondo il giudice istruttore di Sala (l.c., c. 8 t.) il figliuolo Salvatore, fatta poca strada in compagnia del padre, se ne tornò al Fortino.”. Cassese, a p. 57, nella nota (28) postillava: “(28) B. 199, vol. XLVII”. Cassese, a p. 57, nella nota (29) postillava: “(29) B. 204, vol. XL.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie. Dopo un abboccamento con un monaco e con un prete dei quali non ci è giunto il nome (1), fu prescelta questa seconda, sia perchè offriva la possibilità ad una marcia forzata, ove fosse occorsa per giungere ad Auletta, sia perchè avrebbe facilitato un eventuale passaggio in Basilicata ed in ogni caso era meno esposta alle ostilità degli abitanti dal Fischietti e dal Laudisio. Fra balze e dirupi, attraversando sentieri alpestri e tortuosi per oltre sei ore, i militi della Spedizione giunsero alle ore 5 p.m. al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata e che era punto obbligato per chi sbarcando sulle marine del golfo di Policastro, avesse voluto dirigersi al Vallo di Teggiano. Ivi, stranchi, si fermarono il resto della giornata e l’intera notte, accampandosi intorno alla taverna di tal Vincenzo Cioffi, che trasformarono in quartiere generale, ponendovi intorno dele sentinelle con la parola d’ordine “Italia”: e si fermarono non soltanto per riposare e prendere un pò di cibo fornito alla meglio dal Cioffi, ma anche per attendere aiuti promessi o richiesti. Fu inutile però aspettare, perchè Pisacane da nessuno ebbe visite, fuorchè da due figli del barone Giovanni Gallotti, cioè da Raffaele e da Filomeno, i quali poco dopo si distaccarono, forse con la promessa di affrettare l’arrivo di uomini e di vetttovaglie. Il loro padre, e l’altro fratello, Salvatore, rimpatriati da appena un mese per sovrana indulgenza, si trovavano in Lagonegro, ivi forse fuggiti, come opina il Fischietti, alla notizia dello sbarco dei rivoltosi. Essi avevano molto sofferto ed avevano legittima paura di nuve compromissioni (1).”. Bilotti, a p. 200, nella nota (1) postillava che: “(1) Tale precauzione del resto non valse a preservarli da un nuovo arresto.”. Dunque, secondo il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Il monaco forse fu il cappuccino Padre Luigi da Torraca, sospetto in polizia e dimorante nel convento di Massa (Vallo). Egli si trovava in patria all’epoca dello sbarco. Fu denunziato nel 1859 con un anonimo partito dalle carceri di Vallo, dove si era recato a far visita a due detenuti, D. Antonio De Luca e Salvatore Castello, di Ceraso, “celebri rivoluzionari” come disse l’anonimo, ai quali avrebbe detto che la costituzione si sarebbe annunziata dopo la pasqua, con la morte di re Ferdinando. La morte di Ferdinando si verificò un mese dopo la pasqua, ma il nuovo re mal consigliato dalla matrigna Maria Teresa e dai più feroci sostenitori del dispotico governo, non accordò la costituzione. La offrì poi, ma senza frutto, quattordici mesi dopo.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 215, in proposito scriveva che: “10. Interrogatorio di Luciano Marino del 2 luglio 1857 in Sala (ASS, Processi politici, B. 207, vol. II, c. 21 sgg. Copia di questo interrogatorio trovasi in B. 214, Interrogatori, vol. I, c. 43 sgg.; v. anche la dichiarazione autografa del Marino, intitolata ‘Cose segrete riguardo alle sette di Napoli (Sala, 4 luglio), in B. 216, vol. I, c. 55 sgg.). ‘L’anno 1857 il giorno due luglio in Sala……Dopo circa un’ora di riposo proseguimmo il viaggio verso la taverna del Fortino sulla strada che mena a Calabria ove giungemmo alle ore ventidue. Ivi per ordine del capo Nicotera fu tagliato ed abbattuto la corda elettrica come intesi tra la banda medesima, dal tavernaro a nome Vincenzo, che si mostrò tutto nostro, dicendo che teneva il fucile nascosto e ci attendeva da più giorni, furono uccisi degli animali pecorini per farci mangiare. Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia dicendo che in Padula, Sala ed altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione. La nottata la passammo al Fortino anzidetto, e la seguente mattina de’ 30 proseguimmo il viaggio, e giunt’in Casalnuovo etc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 63, in proposito scriveva che: “Nel 1857 era già in uso l’alfabeto Morse e da Salerno a Brindisi esisteva il telegrafo elettrico che seguiva press’a poco l’antica via Appia. Nei calcoli di Pisacane il telegrafo elettrico era compreso. Appena arrivato a Fortino, lo mise fuori uso. Il telegrafo ottico di Capitello era sfuggito alla sua attenzione. Con i telegrammi del giudice Fischetti e l’arrivo etc…”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. Sul Fortino del Cervaro ha scritto pure Raffaele De Cesare (….) ed il suo “La fine di un Regno, ed. Longanesi, Milano, 1969, nel suo “capitolo II”, a p. 32 parlando del viaggio del Re Ferdinando II in Calabria. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II. Tra quest’ultimi che mostravano orgogliosamente la coccarda tricolore, si annoverano ‘Francesco Fiorito’, il quale guidò il gruppo di liberali incontro ai rivoltosi; ‘Carmine Barra’, un commerciante che aveva obbligato il sacrestano della chiesa di San Pietro a suonare a festa le campane; ‘Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino; ‘Vicenzo Cioffi’, gestore o proprietario della taverna del Fortino ed originario di Tortorella, il quale si prodrigò per fornire le cibarie ai rivoltosi. Il Cioffi, più volte fece sfornare il pane alla propria moglie per sfamare i liberatori. Ai predetti fecero seguito: ‘Michele Albano’, Pasquale e Nicola Bifano, Pasquale Brandi, Francesco Cesarino, Anna e Antonio Falce, Giuseppe Falce, Carmine Falco, Biagio Filizzola, Vincenzo Gallo, l’arciprete Pietro Gravina, Giovanni Lanza di Roccagloriosa, Nicola Mercadante, Vincenzo Mugno, Giuseppe Petrizzo originario di Padula, Raffaele Petrizzo, Carlo Viggiano, Domenico e Pasquale Zipparo. L’accoglienza da parte di costoro fu calorosa e spontanea, qualcuno ha anche gridato “Viva Murat e viva la Repubblica”, però nessuno di questi ebbe il coraggio di seguire i trecento nella loro impresa.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) etc…”. Pesce, a p. 398, nella nota (1) postillava: “(1) Nell’opuscolo ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda’ ho discorso della triste sorte toccata a quel glorioso patriotta, che può considerarsi come precursore di Carlo Pisacane, come questi, a sua volta, fu precursore di Garibaldi. Ed ecco come i nostri martiri della libertà si succedono e si riannodano in una unica catena, che mette capo al grande e fortunato Liberatore.”.”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pag. 325.”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382.”. Sulla liberazione di alcuni che il Pisacane fece, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 383, in proposito scriveva pure che: “Vari fuggiaschi furono arrestati qua e là per le campagne e mandati pel processo a Salerno, e tra le molte onoreficenze e pensioni concesse dal Re, va qui ricordata la medaglia d’argento del Real Ordine di Francesco I, conferita al nostro concittadino Agostino Ferraro, detto ‘scellerato’, il quale, trasportato a schiena la corrispondenza postale per Chiaromonte, potè fermare per le campagne, tradurre a Lagonegro e consegnare alle autorità due seguaci di Pisacane, i quali, dopo la sconfitta di Padula, eransi sbandati e dispersi. Questa fu l’unica onoreficenza cavalleresca, che s’ebbe in Lagonegro durante il governo borbonico.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 106-107, in proposito scriveva che: “La frazione del Fortino, che deve il suo nome ad un posto di guardia fortificato per il controllo della strada delle Calabrie ed eretto durante il periodo francese (146), etc…”. Montesano, a p. 106, nella nota (146) postillava: “(146) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse nel golfo di Policastro, ed. Gutemberg, 2011, pag. 139.”. Io posego un’altra edizione del Policicchio. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Montesano, a pp. 106-107 continuando il suo racconto scriveva: “…, fu tappa, il 29 giugno del 1857, della sosta notturna della sfortunata spedizione di Pisacane e dei suoi 300. Ce lo racconta così Leopoldo Cassese.”. Montesano, a p. 108, nella nota (147) postillava: “(147) Leopoldo Cassese, La spedizione di Sapri, Editori Laterza, 1969 – pagg. 57, 58 e 59.”.
Nel 29 giugno, 1857, la taverna del Fortino del Cervaro di proprietà del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti o di proprietà di Vincenzo Cioffi ?. I Gallotti erano proprietari di una casa di campagna in località S. Marco, non molto distante dal Fortino del Cervaro ?
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “La colonna giunse al Fortino alle 22 ore italiane: gli uomini erano stanchi ed affamati, dopo aver percorso 12 miglia di strada erta e disagevole. Li accoglie con entusiasmo Vincenzo Cioffi nella sua taverna.”. In questo passaggio il Cassese è molto chiaro quando dice che i rivoltosi vengono accolti da Vincenzo Cioffi nella sua Taverna. Inoltre, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “I fratelli Galotti, chiusi nella loro casina, non si fanno vivi, e solo l’indomani, all’alba, Pisacane, accompagnato dal Cioffi, si reca da loro, e dopo un breve colloquio torna al Fortino insieme a Raffaele e Filomeno.”. Dunque, secondo il Cassese, il Cioffi, che aveva ospitato i rivoltosi di Pisacane nella “sua Taverna” accompagnò Pisacane nella casina dei Gallotti che non doveva essere distante dal Fortino ma che appunto non deve confondersi con la Taverna del Fortino che era di proprietà di Vincenzo Cioffi. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 215, in proposito scriveva che: “10. Interrogatorio di Luciano Marino del 2 luglio 1857 in Sala (ASS, Processi politici, B. 207, vol. II, c. 21 sgg. Copia di questo interrogatorio trovasi in B. 214, Interrogatori, vol. I, c. 43 sgg.; v. anche la dichiarazione autografa del Marino, intitolata ‘Cose segrete riguardo alle sette di Napoli (Sala, 4 luglio), in B. 216, vol. I, c. 55 sgg.). ‘L’anno 1857 il giorno due luglio in Sala…..Dopo circa un’ora di riposo proseguimmo il viaggio verso la taverna del Fortino sulla strada che mena a Calabria ove giungemmo alle ore ventidue. Ivi per ordine del capo Nicotera fu tagliato ed abbattuto la corda elettrica come intesi tra la banda medesima, dal tavernaro a nome Vincenzo, che si mostrò tutto nostro, dicendo che teneva il fucile nascosto e ci attendeva da più giorni, furono uccisi degli animali pecorini per farci mangiare. Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia etc…”. Dunque, la Taverna del Fortino apparteneva a Vincenzo Cioffi, dai cui eredi, in seguito i Colombo hanno acquistato l’immobile. Dunque, la Taverna del Fortino non è da confondere con la proprietà o la casa in campagna dei baroni di Battaglia Gallotti. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p….., in proposito scriveva che: “….e vi si fermarono non soltanto per riposare e prendere un pò di cibo fornito alla meglio dal Cioffi, ma anche per attendere aiuti promessi o richiesti. Fu inutile però aspettare, perchè Pisacane da nessuno ebbe visite, fuorchè da due figli del barone Giovanni Gallotti, cioè da Raffaele e da Filomeno, i quali poco dopo si distaccarono, forse con la promessa di affrettare l’arrivo di uomini e di vetttovaglie. Il loro padre, e l’altro fratello, Salvatore, rimpatriati da appena un mese per sovrana indulgenza, si trovavano in Lagonegro, ivi forse fuggiti, come opina il Fischietti, alla notizia dello sbarco dei rivoltosi. Essi avevano molto sofferto ed avevano legittima paura di nuve compromissioni (1).”. Bilotti, a p. 200, nella nota (1) postillava che: “(1) Tale precauzione del resto non valse a preservarli da un nuovo arresto.”. Dunque, secondo il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “Come abbiamo già letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148). All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferrruccio Policicchio, Le camicie rosse nel golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011 – pag. 149.”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”. Montesano, a p. 109 continuando il suo racconto scriveva pure: “Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150). Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa. Malgrado ciò furono lo stesso arrestati ed indagati, anche se non risultano inseriti nell’atto di accusa del Procuratore Generale del Re Francesco Pacifico presentato contro “Giovanni Nicotera ed altri molti detenuti” utilizzato per imbastire il “megaprocesso” che si tenne nei mesi successivi, con enorme risalto sulla stampa no solo italiana ma di tutta Europa, a Salerno. Alla fine questa défailance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua.“. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 109 continuando il suo racconto scriveva pure: “Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno.”. Dunque, il Montesano, non so da dove prenda questa notizia, scriveva corrrettamente che la casina di famiglia dei baroni di Battaglia Gallotti si trovava in località “San Marco” che, si trovava sempre in contrada Fortino del Cervaro e che non doveva essere molto distante dalla Taverna del Fortino che ospitò i rivoltosi di Pisacane. La casa o la villa dei baroni di Battaglia, i Gallotti, non è da confondere con la “Taverna” del Fortino che molto probabilmente era di proprietà anch’essa dei baroni di Battaglia, Gallotti. Infatti, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “La colonna giunse al Fortino alle 22 ore italiane: gli uomini erano stanchi ed affamati, dopo aver percorso 12 miglia di strada erta e disagevole. Li accoglie con entusiasmo Vincenzo Cioffi nella sua taverna.”. In questo passaggio il Cassese è molto chiaro quando dice che i rivoltosi vengono accolti da Vincenzo Cioffi nella sua Taverna. Dunque, la Taverna del Fortino apparteneva a Vincenzo Cioffi, dai cui eredi, in seguito i Colombo hanno acquistato l’immobile. Dunque, la Taverna del Fortino non è da confondere con la proprietà o la casa in campagna dei baroni di Battaglia Gallotti. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Il barone di Battaglia, il vecchio don Giovanni Gallotti, il mattino del 30 giugno 1857, il generale Carlo Pisacane si recherà ad incontrarlo nella sua casina di famiglia in località S. Marco a circa un chilometro dal Fortino del Cervaro, dove non lo troverà. Questa notizia però distorce con la testimonianza di un rivoltoso liberato a Ponza e fatto prigioniero a Padula, Luciano Marino. Sulla deposizione del Marino, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 59, nella nota (31) postillava: “(31) Questo riferì Luciano Marino in un rapporto autografo del 4 luglio ’57: B. 216, vol. I, c. 55 sgg.”. Sulla testimonianza del Marino ha scritto Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 290 , nella nota (22) postillava: “(22) ….Il rivoltoso Luciano Marino così dichiarò a Sala al giudice istruttore il 2 luglio: “….entrammo tutt’in Sapri ove non trovammo che vecchi, ragazzi e donnicciuole. Gli altri abitanti erano fuggiti. Cominciammo a gridare giusta gli ordini de’ capi, ….ma poco fummo corrisposti….” (Cfr. cap. VI, n. 72); etc…”. Sempre sullo stesso argomento, sulla deposizione del rivoltoso Luciano Marino, Fusco, a p. 293, nella nota (39) postillava che: “(39) Nella deposizione del rivoltoso Luciano Marino già più volte citata si legge: “….proseguimmo il viaggio verso la taverna del Fortino sulla strada che mena a Calabria ove giungemmo alle ore 22. Ivi per ordine del capo Nicotera fu tagliata ed abbattuta la corda elettrica come intesi tra la banda medesima, dal tavernaro a nome Vincenzo, che si mostrò tutto nostro, dicendo che aveva il fucie nascosto e ci attendeva da più giorni,….furono uccisi degli animali pecorini per farci mangiare. Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione. La nottata la passammo al Fortino anzidetto, e la seguente mattina de’ 30 proseguimmo il viaggio….” (ASS, Processi politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.).”. Dunque, il rivoltoso Luciano Marino dichiarava nell’interrogatorio che “Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione.”. Dunque, secondo Luciano Marino, liberato da Pisacane a Ponza, il generale Pisacane si sarebbe recato nel casino di campagna dei Gallotti al Fortino e lì avrebbe incontrato il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i figli. Sempre il Fusco, a p. 295, nella nota (55) postillava: “(55) Così scrisse il giudice supplente Giuseppe De Filippis (ivi, b. 200, vol. I; G. Ranieri, Casalbuono ecc.., cit., p. 61). Il rivoltoso Luciano Marino nella deposizione più volte citata affermò: “….giunti in Casalnuovo niuni etcc…”. Sempre il Fusco, a p. 286, nella nota (72) postillava: “(72) Luciano Marino, scampato all’eccidio di Padula e consegnatosi agli urbani di Sassano, era nato nel 1827 a S. Maria di Capua. ‘Sartore’ ad Aversa, si era arrolato nel reggimento ‘Regina’ da cui aveva disertato, donde la relegazione a Ponza. Nella dichiarazione del 2 luglio a Sala dinanzi al giudice iistruttore Luigi Pizzicaro (ASS, Processi Politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.) oltre all’affermazione del ‘galantuomo’ riferì pure d’un altro personaggio, di un mugnaio di nome Rosario, che era rientrato nel Cilento perchè ‘sapeva’ che sarebbero arrivati i ‘rivoltosi’ (ivi, p. 216). Anche il “tavernaro del Fortino”, Vincenzo Cioffi, secondo Marino aveva affermato di attendere i rivoltosi “da più giorni” (ivi, p. 214).”. La versione della casetta in campagna dei baroni Gallotti distante dalla Taverna di proprietà di Vincenzo Cioffi contraddice l’altra versione che ne dà l’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, riferendosi alla “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva pure che Garibaldi: “….accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convenivano per la messa, dai propingui casolari, le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la bella ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta. Etc…”. Dunque, il Pesce riferendosi alla Taverna del Fortino scriveva che Garibaldi: “….accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi…..accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia.”. Pesce scriveva che, il fabbricato della “Taverna del Fortino” era di proporietà del barone don Paolo Gallotti. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “…“Salumeria Colombo”. Dentro in realtà c’è ben altro che una salumeria. Nella stanza adiacente c’è invece il bar vero e proprio. Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia. E da allora la famiglia Colombo è sempre stata un tutt’uno con la teverna in cui “sostavano il 29 giugno 1857 Carlo Pisacane, il 4 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, etc…”. Dunque, il Finelli sostiene che l’attuale famiglia dei Colombo, proprietari dell’immobile ne siano venuti in possesso dai baroni di Battaglia, i Gallotti, nel 1911. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 218-219 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, …..Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio ripete trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Nel 1978 fui incaricato dal Giudice Francesco Flora e dal Tribunale di Lagonegro per redigere, in qualità di Consulente Tecnico di Ufficio la Perizia di divisione erditaria dell’Immobile in questione e le parti in causa erano i Colombo contro i Cioffi. In seguito pubblicherò i resoconti della Perizia che provano in modo inconfutabile la precedente proprietà dei Cioffi. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)…”. Fusco, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13)… I due fratelli (Emanuele e Filiberto) precedettero Pisacane al Fortino dove col genitore e con Salvatore e Raffaele dovettero decidere se aggregarsi ai rivoltosi che stavano sopraggiungendo oppure defilarsi. Il vecchio Giovanni, forse stanco ormai di tante lotte e carcerazioni, consigliò di tenersi in disparte e di ritirarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli”, come sembrò di poter arguire il giudice istruttore di Sala Ferdinando Giannuzzi (ivi, b. 204, vol XL, c. 9; b. 199, voll. XLII e XLIII). La decisione, forse sofferta, non impedì il loro ennesimo arresto (31 ottobre 1857). Le tristi condizioni carcerarie dovettero indurli a confessare al procuratore generale Francesco Pacifico di non aver voluto associarsi ai “maledetti rivoltosi” (ivi, b. 199, vol. XLII, cc. 22 – 26). Furono liberati il 18 giugno del ’59. Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13) Il vecchio Giovanni, forse stanco ormai di tante lotte e carcerazioni, consigliò di tenersi in disparte e di ritirarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli”, come sembrò di poter arguire il giudice istruttore di Sala Ferdinando Giannuzzi (ivi, b. 204, vol XL, c. 9; b. 199, voll. XLII e XLIII). La decisione, forse sofferta, non impedì il loro ennesimo arresto (31 ottobre 1857). Le tristi condizioni carcerarie dovettero indurli a confessare al procuratore generale Francesco Pacifico di non aver voluto associarsi ai “maledetti rivoltosi” (ivi, b. 199, vol. XLII, cc. 22 – 26)……Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159″. Sui Gallotti ha scritto anche Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Dunque anche il Mazziotti parla di una villa al Fortino e di una Villa a Sapri. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 216-217, racconta pure che: “Sei mesi più tardi si ebbe la spedizione del “bel Capitano”! Addosso a Pisacane, ucciso come tutti sappiamo nel conflitto di Sanza il 2 luglio 1857, furono trovati due biglietti riguardanti Giovanni Gallotti. Uno recava la scritta: “CERCARE A SAPRI DEL BARONE GALLOTTI”. L’altro: “GIOVANNI GALLOTTI AL FORTINO”. Scattata l’inchiesta, il capo urbano di Sapri, Vincenzo Peluso, “che avrebbe voluto annientata la famiglia Gallotti”, sparse voce che Raffaele e Filomeno Gallotti ogni giono andavano ad affacciarsi sulla costa detta ‘Serralunga’ ed aspettavano il momento dello sbarco di rivoltosi. Dopo la disfatta di Padula e Sanza, da un filone di indagini emerse che a Sapri, Giovanni Gallotti, aveva presentato a Pisacane un cassettino con circa 15 rotoli di polvere da sparo e che altri della famiglia, al Fortino, ebbero contatti con i ribelli facendo sapere a Pisacane che tutto era pronto per la rivolta e che da 15 giorni la famiglia pagava gente con la diaria di 40 grana giornaliera. Inoltre, un membro della famiglia, incoraggiando le masse, asseriva che a Padula avrebbero trovato gente armata. Tutti sappiamo, che le cose così non andarono. Un altro filone d’indagine acclarò, invece, che giunto Pisacane a Sapri, nella notte tra il 28 e 29 giugno 1857, avveniva che: “Quando i faziosi occuparono l’abitato di Sapri si fecero giudare alla casa del Barone Gallotti in cui trovavasi D. Emanuele e D. Filomeno. All’analoga dimanda di quei tristi D. Emanuele disse che il padre, e il fratello D. Salvatore erano all’altra casina al Fortino, ed i rivoltosi lo incaricarono salutare il D. Giovanni in loro nome. Al sorgere poi del giorno 29 fu visto il Filomeno sulla piazza avvicinarsi all’orda, chiamatovi da Giovanni Nicotera, che lo abbrcciò e baciò con l’incarico di salutare il padre e il fratello D. Salavatore.”. Il 29 giugno, quando i rivoltosi erano a Torraca, effettivamente Giovanni Gallotti si trovava al Fortino con i figli Salvatore e Raffaele ed egli si allontanò portandosi a Lagonegro. Il figlio Salvatore lo seguì fino un certo punto, ma poi tornò al Fortino giustificando di non avere avuto forze sufficienti per raggiungere a piedi Lagonegro al seguito del padre. Filomeno, nel corso del medesimo giorno 29 giugno, si recò al Fortino e si riunì ai fratelli. Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi.“. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15.”. Policicchio, a p. 217, in proposito scriveva: “Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi. “All’indomani però dopo una mezz’ora fatto giorno alquanti faziosi andarono nella casina Gallotti, ed uno di essi, che D. Salvatore poscia disse essere il capo dell’orda, ascese sulla stanza superiore, i Gallotti si alzarono e vi discorsero qualche quarto d’ora, e quindi, rimasto in casa il solo Salvatore, Raffaele e Filomeno ne sortirono con quegl’insorti e quando la turba mosse per Casalnuovo i Gallotti rientrarono nel casino (52).”. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15”. Policicchio, a p. 216, nella nota (51) postillava: “(51) Ivi, b. 51, f. 15.”. Policicchio, a p. 217, nella nota (52) postillava: “(52) Ivi, b. 33, f. 64.”. Policicchio, a p. 217, in proposito aggiungeva: “in conseguenza dei fatti di Pisacane, Giovanni Gallotti e il figlio Salvatore furono arrestati il 6 luglio 1857. Raffaele e Filomeno, accusati di reità di Stato per aver attentato alla sicurezza interna, furono latitanti (53).”. Policicchio, a p. 217, nella nota (53) postillava: “(53) Al potere giudiziario, per gli avvenimenti del 1857, furono anche passati elementi che prevedevano l’arresto di Raffaele e Filomeno Gallotti. Ma la gran Corte, con decisione del 21 dicembre 1858 “riservata la provvidenza di giustizia sulla spedidizione il mandato d’arresto”, richiesto dal Pubblico Ministero, a quando sarebbe stato espletato il giudizio a carico di Giovanni Matina e altri 11 coimputati.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a pp. 57-58, in proposito scriveva che: “Al Fortino, un modesto villaggio posto al confine tra la provincia di Principato e quella di Basilicata sul fianco del monte Cervaro, erano già giunti d. Filomeno Gallotti e Mansueto Brandi. Quest’ultimo, dopo rapido abboccamento con Giovanni Gallotti, parte alla volta di Casalbuono, mentre d. Filomeno si unisce al consiglio con i fratelli Salvatore e Raffaele e col padre. Evidentemente si fa il punto della situazione, si valutano le forze e le possibilità. Le conclusioni dovettero essere tutt’altro che rosee perchè il vecchio Gallotti, che col figlio Salvatore da poco era tornato a casa a seguito di indulto, decise di rifugiarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli” (27), e per sfuggire quindi a nuove compromissioni. Un’altra speranza di aiuto veniva a mancare.”. Cassese, a p. 58, nella nota (27) postillava che: “(27) A tale convinzione giunse il giudice istruttore di Sala dopo aver ben vagliato tutte le prove: v. B. 204, vol. XL: “Prospetto sintetico dei risultamenti di tutte le processure” compilate nel distretto di Sala, c. 9. Secondo il Fischetti, op. cit., p. 53, padre e figlio Gallotti erano partiti dal Fortino già il giorno precedente, e gliene avevano dato avviso essendo soggetti a sorveglianza. V. anche Bilotti, op. cit., p. 199 e B. 199, voll. XLII e XLIII. Secondo il giudice istruttore di Sala (l.c., c 8 t.) il figliuolo Salavatore, fatta poca strada in compagnia del padre, se ne tornò al Fortino.”. Sempre sui Gallotti al Fortino il Cassese, a p. 58, in proposito scriveva che: “I fratelli Galotti, chiusi nella loro casina, non si fanno vivi, e solo l’indomani, all’alba, Pisacane, accompagnato dal Cioffi, si reca da loro, e dopo un breve colloquio torna al Fortino insieme a Raffaele e Filomeno. “I cennati d. Giovanni e d. Salvatore Gallotti son servi di pena espiata per fatti politici – scrive il giudice istruttore di Sala – ma da niuno antecedente son gravati gli altri germani d. Raffaele e d. Filomeno.” (29). Ecco la ragione dell’allontanamento dei primi: è una crisi di stanchezza che fa anteporre idee di moderazione e di prudenza alle decisioni richieste dalle drammatiche circostanze. Non considerarono i Gallotti che qualsiasi avversario, e tanto meno i Borboni, non avrebbero tenuto in conto il loro gesto di assenteismo e che li avrebbe gettati nelle carceri egualmente. Intanto uno dei due giovani rimasti, “un giovane dai 22 ai 23 anni, capelli biondi e lunghi, alla nazarena, barba bionda e lunga” (30), dopo aver offerto della ricotta ai rivoltosi, li incoraggiava dicendo che da alcuni mesi erano stati assoldati 400 uomini, pronti ad insorgere; pronti ad insorgere; che gli urbani di Padula non appena il paese sarebbe stato attaccato avrebbero fatto causa comune con loro; che Sala ed altri paesi del Vallo erano pronti ad insorgere al minimo cenno; che appena scoppiata la rivolta a Padula tutto il Cilento si sarebbe messo in marcia, ed altre simili speranzose espressioni (31).”. Cassese, a p. 58, nella nota (28) postillava: “(28) B. 199, voll. XLVII”. Cassese, a p. 58, nella nota (29) postillava: “(29) B. 204, vol. XL.”. Cassese, a p. 59, nella nota (30) postillava: “(30) V. deposizione di Rocco Lacava B. 216, vol. I, c. 38 t.”. Cassese, a p. 59, nella nota (31) postillava: “(31) Questo riferì Luciano Marino in un rapporto autografo del 4 luglio ’57: B. 216, vol. I, c. 55 sgg.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)….Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13) I due fratelli (Emanuele e Filiberto) precedettero Pisacane al Fortino dove col genitore e con Salvatore e Raffaele dovettero decidere se aggregarsi ai rivoltosi che stavano sopraggiungendo oppure defilarsi. Il vecchio Giovanni, forse stanco ormai di tante lotte e carcerazioni, consigliò di tenersi in disparte e di ritirarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli”, come sembrò di poter arguire il giudice istruttore di Sala Ferdinando Giannuzzi (ivi, b. 204, vol XL, c. 9; b. 199, voll. XLII e XLIII). La decisione, forse sofferta, non impedì il loro ennesimo arresto (31 ottobre 1857). Le tristi condizioni carcerarie dovettero indurli a confessare al procuratore generale Francesco Pacifico di non aver voluto associarsi ai “maledetti rivoltosi” (ivi, b. 199, vol. XLII, cc. 22 – 26). Furono liberati il 18 giugno del ’59. Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159″. Fusco, a p. 289, nella nota (14) postillava: “(14) ……”. Fusco, a p. 289, nella nota (15) postillava: “(15) Pizzolorusso riporta i nomi di Samuele La Corte, Mansueto Brandi, i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; etc…(A. Pizzolorusso, I martiri ecc.., cit., p. 220 sg., n. 1).”. Il testo citato è di Antonio Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885. Fusco, a p. 289, nella nota (16) postillava: “(16) M. Mazziotti, La reazione borbonica, ecc.., cit., p. 157. Secondo l’intendente di Potenza il “domestico” era stato il “latore della corrispondenza dei Gallotti con l’efferato Carducci” (ivi).”. Fusco, a p. 290 , nella nota (22) postillava: “(22) ….Il rivoltoso Luciano Marino così dichiarò a Sala al giudice istruttore il 2 luglio: “….entrammo tutt’in Sapri ove non trovammo che vecchi, ragazzi e donnicciuole. Gli altri abitanti erano fuggiti. Cominciammo a gridare giusta gli ordini de’ capi, ….ma poco fummo corrisposti….” (Cfr. cap. VI, n. 72); e Nicotera al procuratore Pacifico il 9 dello stesso mese: “Discesi in Sapri nella notte del 28 al 29 non vi rinvenimmo la forza armata di mille a duemila compromessi, come il comitato napoletano aveva fatto credere a Pisacane. Pur tuttavia i rivoltosi, dopo aver chiesto notizie del barone Gallotti, e che per altro non si fece mica vedere, mossero verso il Fortino….” (cfr. n. 32) Così dichiarò Nicotera a Salerno al procuratore generale Francesco Pacifico il 9 luglio (ASS, P. s. S., Interrogatori, b. 214, vol. IV, c. 18).”. Sempre sullo stesso argomento, sulla deposizione del rivoltoso Luciano Marino, Fusco, a p. 293, nella nota (39) postillava che: “(39) Nella deposizione del rivoltoso Luciano Marino già più volte citata si legge: “….proseguimmo il viaggio verso la taverna del Fortino sulla strada che mena a Calabria ove giungemmo alle ore 22. Ivi per ordine del capo Nicotera fu tagliata ed abbattuta la corda elettrica come intesi tra la banda medesima, dal tavernaro a nome Vincenzo, che si mostrò tutto nostro, dicendo che aveva il fucie nascosto e ci attendeva da più giorni,….furono uccisi degli animali pecorini per farci mangiare. Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione. La nottata la passammo al Fortino anzidetto, e la seguente mattina de’ 30 proseguimmo il viaggio….” (ASS, Processi politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.).”. Dunque, il rivoltoso Luciano Marino dichiarava nell’interrogatorio che “Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione.”. Dunque, secondo Luciano Marino, liberato da Pisacane a Ponza, il generale Pisacane si sarebbe recato nel casino di campagna dei Gallotti al Fortino e lì avrebbe incontrato il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i figli. Sempre il Fusco, a p. 295, nella nota (55) postillava: “(55) Così scrisse il giudice supplente Giuseppe De Filippis (ivi, b. 200, vol. I; G. Ranieri, Casalbuono ecc.., cit., p. 61). Il rivoltoso Luciano Marino nella deposizione più volte citata affermò: “….giunti in Casalnuovo niuni etcc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 217, in proposito scriveva che: “Il 29 giugno, quando i rivoltosi erano a Torraca, effettivamente Giovanni Gallotti si trovava al Fortino con i figli Salvatore e Raffaele ed egli si allontanò portandosi a Lagonegro. Il figlio Salvatore lo seguì fino un certo punto, ma poi tornò al Fortino giustificando di non avere avuto forze sufficienti per raggiungere a piedi Lagonegro al seguito del padre. Filomeno, nel corso del medesimo giorno 29 giugno, si recò al Fortino e si riunì ai fratelli. Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi.“. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15.”.
Nel 30 giugno 1857, la strada vicinale detta della “Verdesca” secondo il Fischetti
(Fig….) Ponte d’epoca medievale posto lungo un sentiero che da località Mocchie di Sapri risale verso Torraca. L’immagine ci è stata inviata dal Gruppo di escursionisti di Sapri “Golfo Trek”
Pare che questa strada vicinale o sentiero risalisse dalla località ‘Mocchie’ a Sapri, su per il monte Olivella, attraverso i territori nel Comune di Torraca e da lì proseguiva verso Torraca o verso il Fortino del Cervaro, si chiamasse “Verdesca”, forse la stessa strada carovaniera che attraversava la contrada della “Carnale”, dove furono trovati dai G.A.S., antichissimi insediamenti Enotri e Lucani, in gran parte distrutti dall’incuria delle autorità preposte per il passaggio della condotta del gas metano. Andrebbe ulteriormente indagata la presenza di alcune strade mulattiere presenti sul nostro territorio in quanto esse sono state frequentate in epoche in cui si è persa la memoria del tempo. Infatti, questa strada vicinale ed alpestre, prima che arrivasse nei pressi di Torraca, a metà strada, si trova un sito oggi chiamato “Agriturismo S. Fantino”. Io credo che l’intera area fosse stata anticamente l’area dove sorgeva la grancia di S. Fantino, di cui ho già parlato ivi in un altro mio saggio. La probabile epoca di fondazione della grancia di S. Fantino, può riferirsi molto probabilmente all’anno 1097, allorquando, secondo una pergamena d’epoca normanna, veniva concesso a Sergio, monaco di Vibonati, di costruire una cappella a S. Fantino, che doveva essere una località posta tra Sapri e Torraca, come risulta dall’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna) illustrata nella Fig. 2, di cui ho parlato. Nel 1916, il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, a pp. 1-2-3 in proposito scriveva che: “Per noi qui sottoscritti e crocosegnati rispettivi Notar Nicola Mariniello della terra di Tortorella e Biase Falco della terra della Torraca, esperti deputati delle cinque Università, cioè esso Biase Falco eletto dall’Università della Torraca e detto Notar Nicola Mariniello dell’Università della Tortorella, Vibonati, Casaletto e Battaglia per dividere i territorii controvertiti nel Sacro Regio Consiglio, cioè Vinosa, Verdesca, Giuliani e Ciglio della Mortella in virtù dei processi attitati in detto Sacro Consiglio e come che in detta Causa s’è attirata da più secoli il signor Consigliere Commissario si fossero divisi, ed essendosi proceduto da noi qui sottoscritti e crocesegnati rispettivi alla divisione di detti territori controvertiti. In primo luogo si è destinato una via pubblica che discende da detta Torraca da dove al presente vi è la confinazione delli territori suddetti, principia dalla casa di Scarpitta ossia Fanuele lo Vallone in suso, sale detta confinazione sino sotto le vigne di detta Torraca, e detta via per comune commodo si è stabilita di palmi quaranta da sopra la croce scolpita alli duri sassi in dove si debbono fare li pilastri di fabbrica; quale via per comune commodo debba andare traverso traverso per sotto dette vigne di Torraca insino al Vallone della Strecara da sotto la chiusa del Signor Barone con il commodo dell’acqua ecc……e sopra le croci scolpite che sono nella Finosa e vanno al Rocca del Craparizzo, che sono da tomola quattro in cinque in circa resti a benefizio dell’Università della Torraca, e del Varco suddetto della Strecara passare la suddetta via mezza costa, ed uscire addirittura alla croce scolpita del Signor Consigliere Cappellaro e proprio quella detta li Craparizzo, e da sopra detta croce debba camminare traverso traverso vie meditate, che va a Sapri sino al Valco che va alli Giuliani e da ivi passare per sopra le grotticelle, a basso; sgarrone di palmi quaranta e da dette grotticelle, della quale via possono servirsene tutte e cinque le Università, e da ivi addirittura passare mezza costa mezza costa pigliando il primo ciglio seu Sgarrone, e rupe rupe alte a dirittura giungere per sopra li Giuliani ed arrivare alle Rocche alte, che dividono a dirittura per la confinazione di Barba Nicola. E per quando pende acqua da dette rocche verso l’Olivella, resta a beneficio delle quattro Università, ed il sedente è tutto verso ponente a beneficio di detta Torraca, salendo poi a dirittura rocche rocche ad acqua pendente sino alla fontana della spina per detti ciglioni, e da ivi secondo vanno le croci antiche sino al manicone dell’aria della Cerasia, con dichiarazione però che in detta Cerasia vi è un piccolo pozzino al presente di Torraca verso il territorio delle quattro Università sia lecito a dette quattro Università di rifare detto pozzo per pigliare l’acqua per bere unomini in detti territorii con potervi abbeverare due paia di bovi, e cavalcature con espressa con espressa proibizione che non si possono abbeverare morre di animali, perchè farebbero incommodo alla mandra di detto signor Barone, e uomini di Torraca, e che il territorio debba sempre camminare da detta Cerasia sino alla Lupinara, siccome vanno le antiche croci, ove non vi è stato mai controversione, cioè si è convenuto e stabilito che andando li cittadini così delle quattro Università, come di Torraca a beverare li loro rispettivi animali nel fiume della Lupinara ecc….(1).”. Il Gaetani a p. 9 nella sua nota (I) postillava che: “(I) Limitazione e divisione fatta tra le Università di Tortorella, Vibonati, Casaletto e Battaglia del territorio alla Verdesca e Finosa con l’Università di Torraca – Vibonati, li 13 gennaio 1862.“. La testimonianza della strada vicinale e di campagna detta la “Verdesca”, ci è data da uno dei principali protagonisti dello sbarco a Sapri dei ‘trecento’ di Carlo Pisacane, il giudice di Vibonati Gaetano Fischetti (…), che nel suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857’, scritto nel 1877 per ingraziarsi il Ministro degli Interni, da poco eletto, Giovanni Nicotera. Il Fischetti (…), a p. 35, parlando della notte in cui Pisacane sostava a Sapri, in proposito scriveva che: “…ed io con pochi amici mi avviai sopra Torraca per la via cosiddetta della ‘Verdesca’, impraticabile quasi, montuosa ed alpestre assai, per evitare la solita via pubblica, laddove quelli avessero voluto inseguirmi.”. Nella tradizione orale popolare, nel nostro dialetto, il termine di “Verdesca”, stà ad indicare un pesce di mare, una specie di pescecane simile allo squalo. Sempre nella tradizione popolare orale, vi è un termine simile “Ventresca”, la pancia o la pelle del ventre di un certo tipo di squalotto di mare. La strada “Verdesca”, verrà poi in seguito, nel 1907, citata anche dal Bilotti (…), il quale a p. 198, in proposito al giudice scriveva che: “Il Fischietti.. (e anche quì il Bilotti erra il cognome del giudice Vibonatese), ….effettivamente aveva fatto prodigi di attività: partito da Sapri poco prima della mezzanotte, percorse a piedi e con la paura nell’anima, la quasi impraticabile via detta ‘Verdesca’, la quale benchè fatta di alpestri e pericolosi sentieri, era da preferire alla strada ordinaria….”. Con l’indagine geo-storica, possiamo stabilire quale e dove fosse questa stradina o sentiero di campagna, assai disagevole per i tempi a cui si riferiscono i fatti di Pisacane. Si trattava di un percorso o un sentiero di campagna che risaliva le campagne in direzione di Torraca, che partendo dalla località a Sapri detta le “Mocchie”, risalisse verso Torraca. Dalla località detta le “Mocchie” a Sapri, posta subito dopo la contrada saprese della “Marinella”, si inerpicano due sentieri che risalgono alle pendici del Monte dell’Olivella, verso i territorio di Torraca. Io credo che le “Mocchie”, dove ancora oggi è rimasto un gruppo di antichissime case, molte di queste solo recentemente ristrutturate, sia una contrada di Sapri prossima ad un molo o un antico porticciolo. La contrada delle “Mocchie”, infatti, si trova quasi a ridosso della vecchia spiaggia o insenatura formatasi del torrente detto “Brizzi”, di cui ancora oggi non si conosce l’esatto significato dell’etimo. Il torrente “Brizzi” e il suo alveo, dopo un lungo percorso dalle montagne poste nel Comune di Tortorella a confine con quello di Torraca e di Sapri, scende a valle e sversa le sue acque a Sapri e, lungo il suo percorso attraversa la contrada delle “Mocchie” che è posta quasi posta di fronte alla collina dell’altra antica contrada del “Timpone”. Recentemente, alcuni membri del locale gruppo di trekking di Sapri “Golfo Trek” hanno percorso e smacchiato questo vecchio sentiero che risale dalle Mocchie e si inerpica tra balze e dirupi verso il territorio un tempo di Torraca. Io credo che il nome di questo sentiero fosse proprio quello di “Verdesca”, il nome che citava il Bilotti (…) e prima ancora il giudice vibonatese Fischetti (…). Lungo questo percorso vi sono alcuni ruderi di un ponte medievale che lasciano pensare ad un’antichissima frequentazione e forse, come io credo, questo sentiero doveva essere quello che collegava il piccolissimo approdo delle Mocchie con l’antichissima grangia di “S. Fantino”, dipendente dal cenobio basiliano di San Giovanni a Piro. Della grangia di S. Fantino (…), come vedremo, ci parlano gli antichissimi documenti ma i suoi ruderi non sono stati mai individuati. Infatti, risalendo l’immagine satellitale con l’amico Giamberto del locale gruppo di escursionisti, si può vedere che nel territorio prossimo più a Sapri che a Torraca, si scorgono dei duderi o degli edifici che lasciano pensare all’antica grancia di S. Fantino, di cui parla il Di Luccia (…) e il Martire (…), ma che non è stata mai del tutto localizzata. L’antica grancia o masseria o addirittura l’Abbadia di S. Fantino di cui si parla in antichi testi, non solo esisteva dall’epoca Normanna come attesta l’antica pergamena del 1097 pubblicata dal Trinchera (…) e poi dal Cappelli (…), ma era posta nel territorio di Sapri, divenuto solo nei primi del ‘500 appartenente al feudo di Torraca. Credo pure che questo percorso sia proprio quello che percorrevano i monaci abitanti dell’antica grangia di S. Fantino per scendere al porto di Sapri che forse era posto proprio nella contrada detta le “Mocchie”, per il trasporto via mare delle merci essendo questo piccolo ma nascosto e sicuro approdo collegato con i piccoli porti della costa velina. Non sono mai state del tutto individuate alcune cappelle e costruzioni religiose di cui ci parlano alcuni studiosi locali nei primi del ‘900 come il Gallotti (…) e il Gaetani (…). Molte costruzioni si pensa fossero nel territorio di Torraca ma solo perchè il territorio di Sapri, fu delineato nei suoi attuali confini solo dopo l’Unità d’Italia, ma in realtà alcune costruzioni o manufatti citati dal Cappelli (…), dal Martire (…), ecc.., si trovavano prossimi al territorio saprese, ovvero posti si nella campagne ma molto prossimi al vicino piccolo approdo della costa saprese. Infatti, nell’antichità per il trasporto delle merci e per i traffici si preferiva percorrere le vie marittime anzicchè quelle sulla terra ferma molto più frequentate ed insicure. I monaci lo sapevano bene. Nell’anticihità le località e le comunità rivierasche erano molto più fiorenti e popolate rispetto a quelle interne che si ripopolarono specialmente dopo la Guerra del Vespro e sopratutto in epoca Vicereale a discapito di quelle rivierasche che al contrario si spopolarono. I documenti ci parlano di una grangia o di un piccolo cenobio di monaci basiliani o benedettini, la grangia di S. Fantino, che doveva essere attiva e fiorente all’epoca medievale ovvero XII-XIII secolo.
Nel 30 giugno, 1857, il maggiore Marulli e le fregate Ettore Fieramosca e Tancredi approdarono nella baia di Sapri
Intanto, tutti a Corte già sapevano e si mise in moto la macchina repressiva borbonica. La nave Cagliari (Fig….), appena doppiato il Capo Palinuro fu catturata e sei compagnie di cacciatori si mettevano in marcia da Salerno alla volta di Sapri. La mattina del 30 a Sapri sbarcarono le truppe provenienti da Gaeta, le stesse che a bordo delle fregate Fieramosca e Tancredi, avevano catturato il Cagliari. Da Sapri, circa 600 cacciatori, al comando del Maggiore Marulli. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano. Intanto, tutti a Corte già sapevano e si mise in moto la macchina repressiva borbonica. La nave Cagliari, appena doppiato il Capo Palinuro fu catturata e sei compagnie di cacciatori si mettevano in marcia da Salerno alla volta di Sapri. La mattina del 30 a Sapri sbarcarono le truppe provenienti da Gaeta, le stesse che a bordo delle fregate Fieramosca e Tancredi, avevano catturato il Cagliari. Da Sapri, circa 600 cacciatori, al comando del Maggiore Marulli, si avviavano in marcia verso Sala Consilina, per andarsi ad unire alle truppre Regie del maggiore De Liguoro e scontrarsi poi con i Trecento a Padula.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 95 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il giorno 30, a Sapri intanto erano sbarcati dalle fregate Ettore Fieramosca e Tancredi, 600 soldati provenienti da Gaeta, sotto il comando del maggiore Gennaro Marulli e del capitano Giuseppe Musitano, quast’ultimo vecchio amico di Pisacane. Dopo lo sbarco, l’intero battaglione, con il giudice Fisichetti (?) che gli indicava la strada, si avviarono per Torraca, dove vennero accolti festosamente dal vescovo Laudisio con tutto il codazzo del clero e da numerosi notabili.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 95 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il Liberale torracchese Mansueto Brandi, che aveva organizzato l’accoglienza a Torraca, si prodrigò anche per partecipare l’arrivo al Fortino e nel Vallo di Diano. Dalla parte avversa tutto era perfettamente organizzato anche per il tempestivo interessamento del giudice Fisichetti (?). Alla guardia urbana di Sapri, Torraca e Sala, raccolta dal giudice di Torchiara, forte di trecento uomini, vi si erano uniti anche duecento gendarmi, tutti schierati nei pressi di Padula per combattere i ribelli.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 230, riferendosi al maggiore De Liguoro, in proposito scriveva che: “Nelle vicinanze dell’abitato apprendeva che i rivoltosi erano passati di lì tranquilli, perchè le regie truppe, giunte a Sapri la sera innanzi, 29 giugno, quantunque sbarcate fin dalle 6 a.m., non erano ancora in vista. Spedì quindi subito senz’armi per la via dei monti e nella direzione di Sapri due urbani pratici dei luoghi etc…”. Bilotti, a p. 231, in proposito scriveva che: “Uno di tali gruppi, oltre a quello disertato subito da Sapri, formato da cinque uomini e caduto nelle mani degli urbani di Vibonati, fu condotto innanzi al contro ammiraglio De Roberti; di un altro, composto da quattro uomini, fu scritto che inseguito dagli urbani di Tortorella, Battaglia e Casaletto, si fosse messo in conflitto e che il suo capo fosse rimasto morto ed i suoi militi caduti prigionieri. La verità intorno a questo gruppo, guidato da tal Vito Jannuzziello da Casalnuovo di Conza (1), fu però falsata dai capiurbani di fede borbonica, sia per acquisirsi merito presso le autorità, sia per evitarsi il pericolo di un processo per assassinio, come era stato per capitare nel 1848 agli uccisori di Costabile Carducci (2)…”. Bilotti, a p. 231, nella nota (1) postillava: “(1) Cap. Vincenzo Cristini – Notamento sommario dei ribelli.”. Bilotti, a p. 233 scriveva ancora: “Le due navi da guerra che erano partite da Mola di Gaeta sotto il controllo dell’ammiraglio Roberti all’una a.m. del giorno 29 e che toccate successivamente le isole di Ventotene e S. Stefano, avevano catturato e rimorchiato il “Cagliari”, giunsero la sera stessa in Sapri; ma i cacciatori non mostrarono alcune premura di eseguire sollecito lo sbarco. Se ne diedero le disposizioni alla mattina seguente e dopo che il giudice Fischietti ebbe provveduto ai mezzi pel trasporto dei bagagli e di due e di due pezzi da campagna, e dopo pure che ebbe offerto il suo cavallo al maggiore Marulli e fatto offrire quello del suo cancelliere all’aiutante maggiore. Per ordine dello stesso Fischietti seguirono i cacciatori alcuni urbani che si erano raccolti ponendo una parodia di quartier generale in S. Giocondo, presso Sapri, cioè a 15 miglia di distanza dal punto in cui si trovavano i rivoltosi e quando già avevano appresa la partenza di questi da Torraca per la direzione del Fortino (1). Il maggiore Marulli si pose sulla via di Torraca, forse senza alcun disegno prestabilito, forse anche col fine di seguire il cammino della Spedizione ed assaltarla alle spalle, mentre i cacciatori partiti da Salerno l’avrebbero aggredita di fronte. In Torraca gli andò incontro monsignor Laudisio vestito di sacri paramenti e processionalmente seguito dal clero: il loro prolungato abbraccio espressione dell’alleanza dei loro padroni, fu salutato da entusiastiche grida di omaggio al re etc…I soldati ebbero dono di ciriege a spese del vescovo, i capi furono ricevuti in casa di D. Pietro Paolo Perazzi, dove furono consigliati di proseguire per Casaletto Spartano invece che volgere al Fortino etc…”. Bilotti, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p 46 e seg.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 171, in proposito scriveva che: “Poche ore dopo, cioè verso la mezzanotte, salpavano effettivamente da Mola di Gaeta (1), dirette nel Cilento, con quattro compagnie dell’11° caccciatori, ossia con 18 ufficiali e 418 uomini di truppa (2), le fregate “Tancredi” ed “Ettore Fieramosca”, comandate rispettivamente dai capitani Rodriguez ed Anguissola e sotto gli ordini del retro ammiraglio cav. Federico Roberti. Il re quantunque l’ora fosse inoltrata, si recò di persona a salutare i parenti ed a raccomandar loro di sparare a giusto tiro e colpire al segno (3). Altre due compagnie del medesimo 11° battaglione cacciatori partirono, pure da Mola di Gaeta, sul piroscafo il “Veloce” e giunsero in Sapri il giorno 30, alle ore 5 p.m.. Verso le 9 a.m. del giorno seguente (29 giugno) il “Cagliari” già di ritorno dal golfo di Policastro, dove avea sbarcati i rivoluzionari ad eccezione di tre rimasti a bordo perchè feriti e ad accezione anche di Giuseppe Daneri, si trovava all’altezza di Capri quando fu avvicinato….
Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 84, in proposito scriveva che: “Mentre i rivoltosi marciavano verso Padula l’accerchiamento delle truppe borboniche era già in atto. In mattinata, nelle ore in cui Pisacane dal Fortino si dirigeva verso Casalnuovo, cira 600 soldati dell’XI battaglione ‘Cacciatori’ erano sbarcati a Sapri dalle fregate ‘Ettore Fieramosca e Tancredi’ che, partite da Gaeta, durante la navigazione avevano intercercettato il Cagliari (65). I ‘cacciatori’ erano al comando del maggiore Gennaro Marulli, ai cui ordini militavano i capitani Giuseppe Musitano, già compagno di studi di Pisacane alla Nunziatella, e Luciani. L’ufficiale non affrettò la marcia per raggiungere i rivoltosi, così che non partecipò né allo scontro di Padula del primo luglio né all’eccidio di Sanza del giorno dopo. In pratica egli impiegò più di due giorni (martedì e meroledì e prime ore del giovedì) per raggiungere Sanza (quando tutto era già finito) attraverso Torraca (dove fu seguito dal giudice Fischetti e dove fu accolto festosamente dal presule monsignor Laudisio, dal clero e dai notabili (66), Tortorella (dove ai militi si unì una squadra di filoborbonici guidati da Felice pecorelli, già capourbano di Policastro), Casaletto (dove si accampò in contrada ‘Campo’ e (forse) Caselle. Del percorso non del tutto certo seguito da Marulli diremo ancora.”.
Nel 1857, don Pietro Paolo PERAZZI (io credo Perazzo), filoborbonco a Torraca all’arrivo delle truppe del maggiore Marulli
Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “A mettere in guarda la popolazione, intervennero anche alcune delle famiglie più in vista del paese e di consolidata fede Borbonica. Tra queste vi fu quella dei ‘Perazzi’, che circa un mese prima, in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante. Il vescovo, insieme al sacerdote ed ai Perazzi, convinse la popolazione di Torraca che i nuovi arrivati erano un’organizzata banda di briganti. Ad avvalorare la sua tesi intervennero anche incresciosi eventi. Alcuni dei nuovi arrivati, con la scusa di cercare armi, si introdussero nelle abitazioni, al solo scopo di effettuare dei furti…..Un altro furto fu denunciato da Giovanni Tancredi, un fattore della ferriera dei Perazzi situata a Morigerati, in questo caso si trattava della sottrazzione di un fucile.”. Dunque, secondo il Mallamaci, alcuni componenti della famiglia Perazzi, ma io credo fossero i “Perazzo”, che possedevano una ferriera a Morigerati, a Torraca si prodigarono, un mese prima prima dell’avvenuto sbarco, quindi nel mese di Maggio, a Sapri, “in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante.”. A Torraca, in occasione del passaggio di Pisacane, un loro dipendente della ferriera di Morigerati, il fattore Giovanni Tancredi, denunciò un furto a casa sua e chiese la restituzione del maltolto. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 233 scriveva ancora: “I soldati ebbero dono di ciriege a spese del vescovo, i capi furono ricevuti in casa di D. Pietro Paolo Perazzi, dove furono consigliati di proseguire per Casaletto Spartano invece che volgere al Fortino etc…”. Bilotti, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p 46 e seg.”. Dunque, il Bilotti, sulla scorta del libretto del giudice regio Fischetti scriveva che a Torraca, il giorno dopo l’arrivo e partenza del Pisacane, ovvero il giorno dell’arrivo delle truppe borboniche sbarcate a Sapri, i capi del drappello militare borbonico giunto da Sapri furono ricevuti in casa di don Pietro Paolo Perazzi. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 84, in proposito scriveva che: “…..attraverso Torraca (dove fu seguito dal giudice Fischetti e dove fu accolto festosamente dal presule monsignor Laudisio, dal clero e dai notabili (66), etc…”. Fusco, a p. 298, nella nota (66) postilllava: “(66) Si distinze don Pietro Perazzi.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi.”. Cassese, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2). Giusto tre anni dopo il De Petrinis, diventato maggiore delle truppe garibaldine, ebbe l’onore di ospitare Giuseppe Garibaldi quando giunse a Sala il 5 settembre. Cfr. M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860, in Arch. Stor. Sal., I (1921), p. 136.”.
L’epilogo e la morte di Pisacane
Da Sapri, circa 600 cacciatori, al comando del Maggiore Marulli, si avviavano in marcia verso Sala Consilina, per andarsi ad unire alle truppre Regie del maggiore De Liguoro e scontrarsi poi con i Trecento a Padula. Pochi si salvarono e Pisacane morì in circostanze poco chiare a Sanza. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “Pochi si salvarono e Pisacane morì in circostanze poco chiare a Sanza. A commemorazione delle eroiche gesta del Pisacane che aprirono la strada alla Unità d’Italia, Sapri, ospita a S. Croce un monumento che ne ricorda lo sbarco e, nella villa Comunale, la bella sta tua bronzea (fig. 57) che rappresenta la bella figura del valoroso patriota. Il sacrificio eroico del Pisacane e dei suoi valorosi uomini è ricordato nei commoventi versi della poesia di Luigi Mercantini: “La Spigolatrice di Sapri”, che ancora oggi, conosciuti in tutta la penisola insieme allo storico evento costituiscono l’emblema più usato per indicare Sapri. Oltre ai numerosi componimenti poetici ispirati alla Spedizione di Sapri (170), molti furono gli studiosi che si interessarono a questo triste evento della storia del Risorgimento italiano: tra questi figura anche Pier Paolo Pasolini. (171).”. Nella mia nota (162) postillavo che: “(171) Pasolini, Memorie raccolte da suo figlio, le impressioni destate su Pio IX, allora in viaggio nelle Legazioni, dalle notizie della Spedizione di Sapri.”. Giuseppe Pasolini. Memorie raccolte da suo figlio è un libro di Pier Desiderio Pasolini.
Nel 6 luglio 1857, il barone di Battaglia don Giovanni Gallotti ed il figlio Salvatore, furono arrestati a Lagonegro ed il 31 ottobre 1857 furono condannati
Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) La sentenza narrando l’avvenimento di Acquafredda, disse con solenne mendacio che il Carducci aveva gridato “Viva la Repubblica”.”. Mazziotti, a p. 159, nella nota (2) postillava: “(2) Venuti i nuovi tempi il Ginnari ebbe la nomina di tenente di dogana, il 13 novembre 1860. Morì a Lagonegro, come ricevitore delle privative, il 3 febbraio 1865, lasciando tre figli, un maschio a nome Casimiro, che divenne ispettore delle ferrovie, e due figlie. La moglie di Raffaele Ginnari morì di colera il 1855.”.Mazziotti, a p. 160, nella nota (1-2) postillava: “(1-2) Archivio di Salerno, gabinetto anno 1859, s.z., n. 6, carte fuse, fascio 14, n. 929.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, scriveva che i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. Il Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: “Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: “Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa. Malgrado ciò furono lo stesso arrestati ed indagati, anche se non risultano inseriti nell’atto di accusa del Procuratore Generale del Re Francesco Pacifico presentato contro “Giuseppe Nicotera ed altri molti detenuti” utilizzato per imbastire il “megaprocesso” che si tenne nei mesi successivi, con enorme risalto della stampa non solo italiana ma di tutta Europa, a Salerno. Alla fine di questa défaillance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua.“. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13) Il vecchio Giovanni, forse stanco ormai di tante lotte e carcerazioni, consigliò di tenersi in disparte e di ritirarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli”, come sembrò di poter arguire il giudice istruttore di Sala Ferdinando Giannuzzi (ivi, b. 204, vol XL, c. 9; b. 199, voll. XLII e XLIII). La decisione, forse sofferta, non impedì il loro ennesimo arresto (31 ottobre 1857). Le tristi condizioni carcerarie dovettero indurli a confessare al procuratore generale Francesco Pacifico di non aver voluto associarsi ai “maledetti rivoltosi” (ivi, b. 199, vol. XLII, cc. 22 – 26)……Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159″. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 216-217, racconta pure che: “Sei mesi più tardi si ebbe la spedizione del “bel Capitano”! Addosso a Pisacane, ucciso come tutti sappiamo nel conflitto di Sanza il 2 luglio 1857, furono trovati due biglietti riguardanti Giovanni Gallotti. Uno recava la scritta: “CERCARE A SAPRI DEL BARONE GALLOTTI”. L’altro: “GIOVANNI GALLOTTI AL FORTINO”. Scattata l’inchiesta, il capo urbano di Sapri, Vincenzo Peluso, “che avrebbe voluto annientata la famiglia Gallotti”, sparse voce che Raffaele e Filomeno Gallotti ogni giono andavano ad affacciarsi sulla costa detta ‘Serralunga’ ed aspettavano il momento dello sbarco di rivoltosi. Dopo la disfatta di Padula e Sanza, da un filone di indagini emerse che a Sapri, Giovanni Gallotti, aveva presentato a Pisacane un cassettino con circa 15 rotoli di polvere da sparo e che altri della famiglia, al Fortino, ebbero contatti con i ribelli facendo sapere a Pisacane che tutto era pronto per la rivolta e che da 15 giorni la famiglia pagava gente con la diaria di 40 grana giornaliera. Inoltre, un membro della famiglia, incoraggiando le masse, asseriva che a Padula avrebbero trovato gente armata. Tutti sappiamo, che le cose così non andarono. Un altro filone d’indagine acclarò, invece, che giunto Pisacane a Sapri, nella notte tra il 28 e 29 giugno 1857, avveniva che: “Quando i faziosi occuparono l’abitato di Sapri si fecero giudare alla casa del Barone Gallotti in cui trovavasi D. Emanuele e D. Filomeno. All’analoga dimanda di quei tristi D. Emanuele disse che il padre, e il fratello D. Salvatore erano all’altra casina al Fortino, ed i rivoltosi lo incaricarono salutare il D. Giovanni in loro nome. Al sorgere poi del giorno 29 fu visto il Filomeno sulla piazza avvicinarsi all’orda, chiamatovi da Giovanni Nicotera, che lo abbracciò e baciò con l’incarico di salutare il padre e il fratello D. Salavatore.”. Il 29 giugno, quando i rivoltosi erano a Torraca, effettivamente Giovanni Gallotti si trovava al Fortino con i figli Salvatore e Raffaele ed egli si allontanò portandosi a Lagonegro. Il figlio Salvatore lo seguì fino un certo punto, ma poi tornò al Fortino giustificando di non avere avuto forze sufficienti per raggiungere a piedi Lagonegro al seguito del padre. Filomeno, nel corso del medesimo giorno 29 giugno, si recò al Fortino e si riunì ai fratelli. Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi.“. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15.”. Policicchio, a p. 217, in proposito scriveva: “Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi. “All’indomani però dopo una mezz’ora fatto giorno alquanti faziosi andarono nella casina Gallotti, ed uno di essi, che D. Salvatore poscai disse essere il capo dell’orda, ascese sulla stanza superiore, i Gallotti si alzarono e vi discorsero qualche quarto d’ora, e quindi, rimasto in casa il solo Salvatore, Raffaele e Filomeno ne sortirono con quegl’insorti e quando la turba mosse per Casalnuovo i Gallotti rientrarono nel casino (52).”. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15”. Policicchio, a p. 216, nella nota (51) postillava: “(51) Ivi, b. 51, f. 15.”. Policicchio, a p. 217, nella nota (52) postillava: “(52) Ivi, b. 33, f. 64.”. Policicchio, a p. 217, in proposito aggiungeva: “In conseguenza dei fatti di Pisacane, Giovanni Gallotti e il figlio Salvatore furono arrestati il 6 luglio 1857. Raffaele e Filomeno, accusati di reità di Stato per aver attentato alla sicurezza interna, furono latitanti (53).”. Policicchio, a p. 217, nella nota (53) postillava: “(53) Al potere giudiziario, per gli avvenimenti del 1857, furono anche passati elementi che prevedevano l’arresto di Raffaele e Filomeno Gallotti. Ma la gran Corte, con decisione del 21 dicembre 1858 “riservata la provvidenza di giustizia sulla spedidizione il mandato d’arresto”, richiesto dal Pubblico Ministero, a quando sarebbe stato espletato il giudizio a carico di Giovanni Matina e altri 11 coimputati.”.
In seguito al 1857, l’arciprete Nicola Timpanelli, uno dei perseguitati dalle autorità borboniche
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Questo gruppo di sapresi furono soprattutto dei Sanfedisti. Essi furono molto attivi nella rivolta del 1799, ai tempi della “Repubblica Partenopea”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. Sulla figura di Giovanni Del Prete, Luigi Tancredi, a p. 118, in proposito scriveva che: “Giovanni Del Prete, liberale di provata fede, fu perseguitato in modo violento dai gendarmi; per sfuggire alle loro insidie, fu costretto ad emigrare in Brasile, ove morì. Si disse che, prima di partire, fu convocato con un pretesto da giudice Fischietti, nella Pretura di Vibonati, ove gli furono rivolte parole altamente offensive, ma egli seppe dignitosamente rispondere, senza affatto tradire la sua fede di liberale.”. Tancredi, per i fatti del Carducci, a p. 118, nella nota (5) citava il testo di Matteo Mazziotti (….), “Costabile Carducci e i moti del Cilento nel 1848”, Albrighi e Segati, Milano, 1909, vol. II, pag. 13 e ss. Tancredi, a p. 119, scriveva pure che: “Contro Sapri, forse unico paese liberale, più temuto, si rivolsero, nel tempo, i rigori più gravi. Riportiamo l’atto di accusa contro il Timpanelli, il Tinelli e il Del Prete, emesso dalla Gran Corte Criminale di Principato Citra. Copia autentica dell’atto fu rilasciata dalla Procura del Re presso il Tribunale di Salerno in data 28 marzo 1884, debitamente vistata. Suona così: “Imputati di attentato e cospirazione, aventi per oggetto il distruggere e cambiare il Governo e di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’autorità reale, nonché di aver eccitato la guerra civile fra gli abitanti di una stessa popolazione, discorsi tenuti in luoghi pubblici e in pubbliche adunanze, provocato direttamente gli abitanti del Regno a commettere i reati predetti e di altri discorsi sediziosi, tendenti allo stesso reo fine di cambiare il Governo”.”. Riguardo ai sobillatori e rivoltosi controllati dalla polizia, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel 1907, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, a pp. 186-187, parlando dei fatti dello Sbarco dei trecento di Carlo Pisacane a Sapri, così ricordava la figura dell’illustre arciprete e patriota don Nicola Timpanelli di Sapri, postillando nella sua nota (3), di p. 186, in proposito scriveva che: “(3) Arch. di Salerno – Fasc. 39 del 1850 – Atti politici. L’arciprete Timpanelli…. Dopo l’avvenimento di Sapri si ridusse in Rivello, dove non cessò mai, fino alla morte, di favorire la causa della libertà, benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua. Arch. di Salerno – Fasc. 283 – Inv. di pol….(p. 187) In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio, ma non è vero poi quello che si compiaccque di asserire il Fischietti, che cioè egli fosse divenuto amico del Borbone per avere, col pane somministrato ai rivoltosi, evitato il sacco a Sapri. Aggiunge anzi il Fischietti che al Timpanelli fosse stata donata la medaglia d’oro dell’ordine di Francesco I; ma è falso, poichè le persone insignite di quella onoreficenza furono soltanto dieci e i loro nomi sono stati pubblicati da Michele La Cava a pagina 218 della sua ‘Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860.’.”. Dunque, il Bilotti ci informa che dopo l’uccisione del Carducci, il Timpanelli preferì allontanarsi da Sapri e si stabilì a Salerno e poi in seguito a Rivello, dove non cessò mai, fino alla sua morte, di favorire la causa della libertà, “benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua.”. Infatti, anche in occasione della Spedizione di Carlo Pisacane, egli “In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio.”. Questa notizia si desume dagli Atti “Arch. di Salerno – Fasc. 283 – Inv. di pol..”. Dunque, l’arciprete don Nicola Timpanelli, non solo era perseguitato dai suoi nemici sapresi, la fazione dei Pelusiani, del prete Vincenzo Peluso e dei suoi accoliti che si contrapponevano alla nutrita fazione dei liberali vicini al barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, ma egli era insidiato fin dal 1851 dalle autorità borboniche. Il Bilotti, a pp. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. Giacomo Di Pietro – 3. Nicola Vita – 4. Antonio La Corte – 5. Salvatore Tinelli – 6. Francescantonio Vecchio – 7. Federico Vecchio – 8. Gaetano Vecchio – 9. Nicola Vecchio – 10. Giuseppe Guerra. – 11. Giuseppe Giffoni Fasanaro – 12. Giuseppe Pugliese – 13. Biagio Giffone – 14. Girolamo Giudice – 15. Clemente Giffoni – 16. Francesco Pugliese-Ciccone – 18. Angelo Tinelli – 23. Socrate Ant.à La Corte – 24. Giovanni Magaldi – 25. Francesco Timpanelli – 27. Carmine Timpanelli – 30. Francesco Colimodio – etc… – 37. Vincenzo La Corte – 38. Salvatore Gallotti – 45. Mansueto Brandi – 46. Giusepe M. Brandi – 54. Raffaele Gallotti – 55. Carlo Gallotti – ect….”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, ai quali l’arciprete Nicola Timpanelli fornì pane e formaggio.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: “Mentre i rivoltosi si avviano al Fortino, il vescovo, verso le ore quindici italiane, si porta in chiesa con tutta la popolazione, per un rito di ringraziamento per lo scampato pericolo: celebra una messa “alla spaguola” e pronunzia poi un discorso per incitare il popolo ad essere fedele al sovrano, e le sue parole equivalgono nel tono concitato alla grande paura provata nelle ore trascorse (26). Eppure il Fra Diavolo della rivoluzione italiana ed i banditi al suo ordine avevano di proposito del tutto ignorato la sua presenza.”. Cassese, a p. 57, nella nota (26) postillava: “(26) B. 197, vol. I, interrogatorio dell’arciprete di Torraca Timpanelli.”. Timpanelli era si arciprete ed apparteneva al clero di Torraca ma era di Sapri e si era già distinto sia nei moti del ’48 con Carducci e sia in occasione dello sbarco di Pisacane.
In seguito al 1857, Giovanni GIFFONI di Vibonati, perseguitato dalle autorità borboniche
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 208-209, in proposito scriveva che: “Un ricorso per risentimento, a nome Saverio Polito, accusava D. Giovanni Giffoni di Vibonati d’essere stato il “gran fabbro” dello sbarco di Pisacane. Egli, che esercitava la professione di cancelliere presso il Giudicato circondariale, nel 1848, si rese operoso nei processi politici, quindi, ben conosciuto dalle autorità (29). Consapevole dei malevoli sentimenti contro di lui nutriti per aver raccolto molta e profonda avversione, temendo effetti di reazione vendicativa a suo danno, quando sbarcò il “bel Capitano”, atterrito, il mattino del 29 giugno, si rifugiò a Camerota. ‘Raccoglieva larga messe di odiosità tra i suoi conterranei appunto per essersi reso operoso strumento in una processura politica qui compilata parecchi anni addietro a carico di molti individui; odiosità in cui incorsero seco lui per la stessa causa anche tre fratelli Perazzo nipoti di quel sacerdote D. Biase Perazzo, nella cui casa sarebbesi voluto trasformare in una settaria fucina, e non per questo la sua famiglia fu sempre ritenuta di sentimenti elevati al Real trono.”. Il sottointendente ritenne falsa la firma improntata al nome di Saverio Polito “per il niun risultato che si hanno avuto con le più efficaci investigazioni da me spiegate all’oggetto” e considero la denuncia “un complesso di abominevoli calunnie. La condotta del Giffoni in fatto di politica non soffre acciacco veruno”(30).”. Policicchio, a p. 208, nella nota (29) postillava che: “(29) Con missiva del 12 gennaio 1858 da Positano fu trasferito a Sanza.”. Policicchio, a p. 208, nella nota (30) postillava che: “(30) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 31, f. 42.”.
Nel 30 giugno 1857, il Cav. FELICE PECORELLI, capourbano di Policastro Bussentino e Santa Marina
Sul cav. Pecorelli filoborbonico di Policastro Bussentino (Santa Marina), ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 234, in proposito scriveva che: “I cacciatori quindi recatisi a Tortorella ed ivi raggiunti anche dal cav. Felice Pecorelli con la sua squadriglia, proseguirono per Casaletto dove giunsero nelle ore pomeridiane e si accamparono nel largo detto Campo (2) per passarvi la notte. Il giorno seguente ripresero il cammino per Buonabitacolo.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 68, in proposito scriveva che: “Il capourbano di Santa Marina cav. Felice Pecorelli, anche lui per chiedere una ricompensa, chiamava Pisacane “Socialista”, e altri l’hanno imitato. Dubitiamo che Pecorelli sapesse cosa fosse il socialismo, ma lo intendeva semplicemente come insulto. Il fatto storico è che Pisacane era mazziniano. E Mazzini era tanto poco marxista, quanto Marx era mazziniano. E’ tutt’è due non sono sospetti di fascismo”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969 parlando degli attendibili e delle famiglie potenti cilentane e del loro facile voltafaccia, a p. 80-81, in proposito scriveva che: “Il ricordo delle effervescenze del Quarantotto, quando le bande contadine del Cilento portarono nella lotta il peso dei loro più immediati interessi ed avanzarono rivendicazioni sulla terra di carattere “comunistico”, risvegliarono la paura dei “rossi” e paralizzarono il timido entusiasmo dei meno reazionari rappresentanti della borghesia locale (72).”. Cassese, a p. 81, nella nota (72) postillava: “(72) E’ interessante rilevare la determinazione di “socialisti” data ai compagni di Pisacane. Il capourbano di S. Marina e Policastro, cav. Felice Pecorelli, nel chiedere, come tanti altri, un premio per l’opera svolta, dice che, unitosi con le regie truppe, era corso a “tracciare le orme dei ‘rivoltosi socialisti’, che venian rotti in Padula” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. VIII, c. 183).”.
Nel 1858, la visita di Karl Witte a Sapri
Nel 1998, in occasione della redazione del mio studio “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, lo studio storico-Urbanistico per la redazione del nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, depositata al Comune di Sapri, approfondii alcune notizie circa i viaggi e le visite a Sapri e dintorni intrapresi da alcuni studiosi come Gianni Granzotto che ha lasciato delle pagine interessantissime che riguardano il nostro paese o del viaggio nel sud d’Italia intrapreso dall’umanista e dantista tedesco Johan Heinrich Friedrich Karl Witte che venne a Sapri e che nel 1858 ne pubblicò a Berlino il resoconto in un suo scritto poco conosciuto: ‘Alpinisches und Transalpinisches‘. Su uno scritto di Giovanni Domenico Brandolino e Domenico Mediati apparso recentemente su ‘ArcHistor’ leggiamo che nel volume “A classical Tour Through Italy” del 1802, il pastore anglo-irlandese John Chetwode Eustache (…) fornisce una generica notizia sulla presenza di una comunità grecofona in Italia Meridionale. E’ un’informazione rilevante ma rimane del tutto trascurata fino al viaggio del giovane filologo tedesco Karl Witte nel Sud Italia. Nel 1820 egli attraversa la Campania, Basilicata e Calabria, alla ricerca di una sperduta isola alloglotta di lingua “greca”, che alla fine individua nell’estrema punta meridionale della Calabria. Un anno più tardi, ne dà notizia in un articolo della rivista “Gesellshalter” (3), dove riporta anche il canto greco-calabro “Iglio pu olo ton cosmo portatì” (la cui traduzione è: “Sole per tutto il mondo cammini”) Nel 1856, il glottologo August Friedrich Pott (…) lo pubblica nuovamente sulla rivista “Philologus”, insieme ad altri due canti. L’interesse per la comunità grecofona calabrese a questo punto assume un respiro internazionale e coinvolge studiosi del calibro di Comparetti, Morosi, Pellegrini, Karanastasis, Rohlfs (…). Infatti, il filologo dantista tedesco, dopo trenta anni dal suo viaggio nel sud d’Italia che intraprese nel 1828 pubblicò il testo in tedesco ‘Alpinisches und Transalpinisches – neun Bortrage von Karl Witte‘, che tradotto è: ‘Alpine and Transalpine – nove tratti portuali di Karl Witte‘, con un illutrazione di San Marino ma l’edizione è stampata a Berlino nel 1858. Il giovane filologo dantista tedesco Karl Witte (…), nel 1828 intraprese un viaggio nel sud Italia, e si fermò anche a Sapri. Le sue memorie sono scritte nel testo pubblicato trenta anni dopo, nel 1858 nel testo ‘Alpinisches und Transalpinisches – neun Bortrage von Karl Witte‘, che tradotto è: ‘Alpine and Transalpine – nove tratti portuali di Karl Witte‘. Nell’indice del testo a p. VI del testo egli scrive: “Palinuro und Sapri – pp. 363 – 403” ed infatti ci parla anche di Sapri da p. 389 a p. 403, dove accenna anche a Maratea. In particolare Witte a p. 399 scriveva che:
Nel 29 gennaio 1859, il Processo ai rivoltosi superstiti
Alfredo De Crescenzo (….), nel suo saggio “La prima udienza del processo di Sapri”, in “Archivio Storico per la provincia di Salerno”, anno III, fasc. IV, a p. 249 e ssg., in proposito scriveva che: “”Di questo importante processo, ebbe un carattere politico, sia per le cause, che lo produssero, sia per gl’imputati che vi furono coinvolti, riportiamo una interessante descrizione dei preparativi e delle precauzioni che la Giustizia prese in questa circostanza, ricavandola dalla medesima Cronaca (1) del Mottola, di cui ho fatto menzione in fascicoli precedenti di questa Rivista. La precisazione e la minuzia dei particolari, nonchè le opinioni e i giudizi del pubblico, cose che non si rintracciano in altri documenti, rendono la narrazione simpatica e interessante.”. 1859 – 29 gennaio, S’è cominciata la causa di quelli che calarono a Sapri per mettere la rivolta, e siccome la sala della Gran Corte Criminale non era capace di contenere 400 circa imputati, così s’è prescelto il locale del Quartiere militare nelle circostanze di S. Domenico. Etc…”. De Crescenzo, a p. 250, nella nota (1) postillava: “(1) G. Mottola, Cronaca (Archivio Privato).”.
Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 63, in proposito scriveva che: “L’opera del Comitato di Napoli condusse alla sventurata ma gloriosa Spedizione di Sapri, a le stragi di Padula e di Sanza, al famoso processo di Salerno contro il Nicotera ed i suoi compagni. In tale processo vennero complicati ben cento sedici persone della Provincia di Salerno (3). Etc…”. Mazziotti, a p. 63, nella nota (3) postillava: “(3) Bilotti, La Spedizione di Sapri, p. 451.”.
Nel 18 giugno 1859, don Giovanni Gallotti ed il figlio Salvatore vennero scarcerati e rimessi in libertà vigilata
Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13)….Furono liberati il 18 giugno del ’59. Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159″. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) La sentenza narrando l’avvenimento di Acquafredda, disse con solenne mendacio che il Carducci aveva gridato “Viva la Repubblica”.”. Mazziotti, a p. 159, nella nota (2) postillava: “(2) Venuti i nuovi tempi il Ginnari ebbe la nomina di tenente di dogana, il 13 novembre 1860. Morì a Lagonegro, come ricevitore delle privative, il 3 febbraio 1865, lasciando tre figli, un maschio a nome Casimiro, che divenne ispettore delle ferrovie, e due figlie. La moglie di Raffaele Ginnari morì di colera il 1855.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, racconta pure che: “Il 13 agosto 1859, Giovanni Gallotti, dopo essere stato scarcerato insieme al figlio Salvatore in forza di reale indulgenza del 16 giugno 1859, al re domandò, per il trionfo della giustizia: “di richiamare il mandato d’arresto di Polizia a carico dell’altro figlio a nome Raffaele, il quale essendo stato giudicato, trovasi nella stessa condizione del supplicante” (54).”. Policicchio, a p. 218, nella nota (54) postillava: “(54) Il figlio Emanuele, perché in una lettera, scritta il primo novembre 1858 al padre in prigione, parlava di questo mandato d’arresto nei confronti di Raffaele in cui si diceva essere complkice di un omicidio a Lagonegro e dei rapporti con le famiglie del partito avverso, fu sospettato e dalla polizia denunciato. La Gran Corte Criminale, il 2 marzo 1859, decise non darsi luogo a procedimento penale per il contenuto nella corrispondenza tra figlio e padre.”. Policicchio, a p. 218, continuando il suo racconto scriveva che: “Il successivo 30 ottobre, invece, Raffaele fu ristretto per ordine della polizia ordinaria e destinato alle carceri distrettuali di Sala. Il 21 febbraio 1860, all’Intendente chiese di rivedere la sua posizione. Il seguente 29 rispose che l’istanza non poteva trovare accoglimento perchè il caso era in dipendenza del potere giudiziario. Con decisione 27 giugno 1860, dalla Gran Corte Criminale di Salerno, fu riabilitato (55) e, giunto Garibaldi in casa del padre si pose al suo seguito (56).”. Policicchio, a p. 218, nella nota (55) postillava: “(55) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 88, f. 33.”. Policicchio, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 123 e ssg., in proposito scriveva pure che: “….
(Fig……) Saggio di Alfredo De Crescenzo (….), sul Processo ai rivoltosi superstiti
1860, GARIBALDI a SAPRI
Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “L’anno 1860 fu l’anno glorioso per la nostra Italia, specialmente per il meridione. L’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi (1807-1882) capo della famosa “Spedizione dei Mille”, partito da Quarto (Genova) il 5 maggio con due navi, il Piemonte e il Lombardo, era sbarcato l’11 dello stesso mese a Marsala, in Sicilia, per conquistare il Regno di Napoli. Il re Francesco II tentò invano di fare opposizione per tre motivi: l’astuzia di Garibaldi nell’accerchiare il nemico o nell’evitarlo, senza toccare lo stretto di Messina e sbarcando a Melito di Portosalvo in Calabria; la dissoluzione dello Stato e la debolezza del re e l’abbandono dei soldati; il terreno infuocato della rivoluzione, repressa, ma accesa dall’eroismo dei martiri, tra cui il Carducci e il Pisacane, degni precursori del Garibaldi. Questo eroe camminò di vittoria in vittoria finché il I° ottobre, colla battaglia del Volturno, consegnò il Reame di Napoli a Vittorio Emanuele II, Re d’Italia. Francesco II, rifugiatosi nella fortezza di Gaeta, morì nel 1894.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a p. 78, in proposito scriveva che: “Questi ed altri avvenimenti si leggono nei volumi: – Michele Lacava: Cronistoria documentata della rivoluzione di Basilicata del 1860, Nap. 1895; Raffaele Riviello: Cronaca Potentina dal 1799 al 1882, Potenza, 1891; Mariano D’Ajala: Memorie 1808-1877, Roma, 1877; Sergio De Pilato: Il brigantaggio di Basilicata.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 898, in proposito scriveva pure: “Da Reggio a Napoli non fu tirato un colpo di fucile, e Garibaldi, dapprima con la sua avanguardia e poi procedendo questa, con poche guide e cavalieri e con Enrico Cosenz sempre vicino, da lui nominato ministro della guerra, proseguiva la sua marcia, acclamato come il Dio della vittoria. Trovava dunque lo Stato disciolto, e a lui si arrendevano generali abbandonati dai propri soldati. Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfale, attraverso le Calabrie, è stata narrata da me con documenti inediti e interessanti in un altro mio libro (8).”. De Cesare, a p. 1139, nella nota (8) postillava: “(8) Una famiglia di patrioti”. Il testo di De Cesare è “Una famiglia di patrioti – Ricordi di due rivoluzioni in Calabria”, dove però il De Cesare, sebbene il testo sia interessante per i tanti documenti trascritti, non parla affatto della marcia di Garibaldi da Paola verso Sapri ma egli postillava del testo di Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”. Oltre ai seguenti autori, Luigi Rossi (….), nel suo “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di…, ed. Plectica, Salerno, tip. Cava de Tirreni, 2005. F. Franco, La rivoluzione garibaldina del 1860 nel Salernitano, Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959. R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-8. L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabria dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, e a quelli che io stesso ivi citerò, sono stati consultati i seguenti: Mario Menghini, “La Spedizione garibaldina in Sicilia e di Napoli”, 1907; Maxime Du Camp, “La Spedizione delle due Sicilie”; Giuseppe Cesare Abba, “Storia dei Mille” e “Da Quato al Volturno”; John Witehead Peard, Journal, etc…Un’altro testo di cui consiglierei la lettura è Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”. Nella prefazione Raffaele De Cesare ci parla di un “Memor” un suo amico ma nel testo di Treveljan tradotto dall Dobelli, a p. 424 si postillava: “De Cesare, F. di P. = De Cesare (R.) – Una famiglia di patriotti. 1889. E’ la miglior narrazione, attinta alle fonti locali, della marcia di Garibaldi da Reggio a Napoli, e dell’insurrezione calabrese.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno eccettuati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abbastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e i Mille”, a p. 90, in proposito scrivendo della “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, diceva che: “Fra la spedizione Pisacane contro i Borboni e quella vittoriosa di Garibaldi tre anni dopo, corre esattamente la stessa relazione che fra la scorreria di John Brown su Harper’s Ferry e la guerra civile d’America. Per il momento il Pisacane fu condannato da quasi tutti gli amici della libertà per aver gettato l’onta sulla loro causa, ma pochi anni più tardi il suo nome diventava la nuova parola d’ordine della stessa causa trionfante, quando le ombre dei precursori parevano marciare alla testa delle colonne liberatrici vittoriose….ma il suo insuccesso aveva se non altro servito a provare che non era possibile condurre una spedizione efficace da Genova contro i Borboni, senza la connivenza segreta contro le autorità piemontesi. Nel 1860 Garibaldi non dimenticò questa lezione, e nemmeno Cavour.”.
Sapri, il 4 settembre 1860 nel racconto di un garibaldino
Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a p. 63 e ssg. trascriveva una lettera del 4 settembre e scriveva: “Sapri, le 4 Septembre. En nois reveillant, nous nous trouvons dans le golfe de Policastro. Nous débarquons à Sapri, charmant petit village de cinq cents àmes, situé dans une position ravissante. Les oliviers, les figuiers, les orangers, les citronniers les grenadiers, et les lauriers-roses y croissent avec une profussion sans pareille. Je rencontre là une foule de gens qui parlent francais; ce son de ces chaudronniers ambulants comme nous en rencontrons à chaque instant dans nos village de France. Ils m’apprennent que Garibaldi était ici meme hier soir et qu’il marche directement sur Salerne. A peine débarqués nous allons, mes deux compatriotes et moi, nous promener dans un bois d’oliviers, derriere la place. Une brave femme, – qui ne doit plus savoir le compte de ses années tant elles sont nombreuses, – vient nous y trouver et nous offre un panier de figues qu’elle nous force d’accepter. Nous voulons lui en payer la veleur. Impossible. La pauvre vieille se recrie au nom de som ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, ajoute la bonne vieille. Je crois decidement que la Calabre est animée d’un meilleur esprit que la Sicile. Ici tout le monde vous appelle frère (fratello); et chacun fait son devoir simplement avec une noblesse sans emphase. Aprèsse déjeuner, nous nous aventurons dans la champagne, où j’dmire quelques beaux types d’hommes et de femmes. Une figure vraiment céleste frappe soutout mes regards. C’est une jeune fille admirable de grace et d’e xpression; alle a une main posee sur la hanche et de l’autre elle tient sur satete une urne de forme antique. Son costume, qui rappelle la Grèce, s’allie merveilleusement au caractere de sa beauté. Elle porte une jube bleue, un corsage de meme couleur brodé d’or, ouvert sur le devant, ce qui permet de distinguer les delicates attaches et les formes de son cou, malgré les nombreux plis d’une chemise aussi blanche que fine. Quaunt aux pieds, comme ils son nus, je puis aussi en constater aisement la finesse et l’elégance. Je reste la quelque temps, plonge dans une muette exstase, car je n’ose faire un mouvement de preur de voir s’évanouvir cette brillante apparition, qui comptera parmi mes meilleurs souvenir d’artiste.”, che tradotto significa: “Sapri, 4 settembre.Al risveglio ci troviamo nel Golfo di Policastro.Sbarchiamo a Sapri, grazioso paesino di cinquecento abitanti, situato in una posizione deliziosa.Vi crescono ulivi, fichi, aranci, limoni, melograni e oleandri con una profusione senza pari.Lì incontro una folla di persone che parlano francese;questo suono di questi calderai itineranti che incontriamo ogni momento nei nostri villaggi in Francia.Mi dicono che Garibaldi è stato qui ieri sera e che sta marciando direttamente verso Salerno.Appena sbarcati io e i miei due connazionali andiamo a fare una passeggiata in un uliveto dietro la piazza.Una donna coraggiosa – che non deve più conoscere il numero dei suoi anni perché sono tanti – ci viene a trovare e ci offre un cesto di fichi che ci obbliga ad accettare.Vogliamo pagarlo per questo.Impossibile.La povera vecchia grida in nome di som ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, aggiunge la buona vecchia.Credo decisamente che la Calabria sia animata da uno spirito migliore della Sicilia.Qui tutti ti chiamano fratello;e ognuno fa il proprio dovere semplicemente senza enfasi.Dopo pranzo ci avventuriamo nello campagne, dove ammiro alcuni bellissimi tipi di uomini e donne.Ovunque una figura davvero celestiale colpisce il mio sguardo.È una giovane di grazia ed espressione ammirevoli;ha una mano sul fianco e con l’altra tiene sul sedile un’urna dalla forma antica.Il suo costume, che ricorda la Grecia, si combina meravigliosamente con il carattere della sua bellezza.Indossa una gonna blu, un corpetto dello stesso colore ricamato in oro, aperto sul davanti, che permette di distinguere le delicate allacciature e le forme del collo, nonostante le numerose pieghe di una camicia tanto bianca quanto fine.Quante volte sui piedi, poiché sono nudi, riesco anche a vederne facilmente la finezza e l’eleganza.Rimango lì per qualche tempo, immerso in un’estasi muta, perché non oso muovermi per paura di veder scomparire questa brillante apparizione, che annovererà tra i miei migliori ricordi di artista.”.
Nel 1859, prodromi dell’insurrezione
Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 138 e ssg., in proposito scriveva che: “…..
Nel 12 ottobre 1859,
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 120-121, in proposito scriveva che: “Dal Ministero di Polizia fu disposto “onde venga spedito in quel Circondario un Magistrato più idoneo”(3). Verrà trasferito con Rescritto del 28 settembre 1859. Pietro La Corte, di Sapri, sarto, la sera del 12 ottobre 1859 inventò d’aver visto nell’abitato una trentina di persone armate a delinquere e la notizia produsse inquietitudine tra la gente. Poiché il sarto era appartenente a famiglia di compromessi politici fu disposto essere fornito di elementi sovversivi e subito scattò l’attenzione della guardia urbana senza che approdasse ad alcun esito. Le autorità civili proposero una diecina di giorni di carcere da essere d’esempio anche per gli altri attendibili in politica (4).”. Policicchio, a p. 121, nella nota (4) postillava: “(4) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 44, f. 19.”.
Nel 16 agosto 1860, in Corleto Perticara si proclamò l’Unità e l’Indipendenza, la Brigata Lucana ecc…
L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 9-10, in proposito scriveva che: “A buon diritto alla Basilicata s’è dato il gran vanto di essere stata la prima, fra le provincie del continente, ad insorgere contro la Dinastia Borbonica ed a proclamare l’unità e l’indipendenza d’Italia nel 16 agosto in Corleto, centro del movimento e del Comitato insurrezionale, e nel 18 agosto in Potenza, prima ancora che Garibaldi, nel 20 agosto, avesse passato lo Stretto. Il Comitato di Corleto, di cui erano anima Carmine Senise e Giacinto Albini, alla dipendenza diretta ed immediata del Comitato Centrale dell’Ordine di Napoli, con larghe diramazioni per tutti i paesi della provincia aveva mantenuto qua e là desto il sacro fuoco della libertà negli ani antecedenti. La Basilicata, nei suoi 124 Comuni, era stata opportunamente suddivisa in 10 gruppi o ‘Sottocentri’, di cui tre, residenti a Rotonda, a Castelsaraceno ed a Senise, comprendevano il Distretto di Lagonegro, e d’essi erano rispettivamente capi e residenti i signori Berardino Fasanella, Vito Cascini e Giovanni Costanza. Il nostro Comune, assieme con Rivello, Nemoli, Trecchina, Maratea, Lauria, i due Castelluccio, Viggianello, S. Severino, facevano parte del Sottocentro di Rotonda; e bisogna pur riconoscere che se Lagonegro non fu, in quel glorioso periodo, focolare di congiure e centro d’un sottocomitato rivoluzionario, ciò non dipese da mancanza di spiriti liberali e di desiderio d’innovazioni, ma bensì dalla severa e sospettosa sorveglianza e persecuzione esercitata dalla Polizia etc…”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma già al 2 settembre l’avanguardo dell’esercito garibaldino in 2100 uomini in comando del generale Turr era sbarcato alle piagge di Sapri, e venuti nel Vallo Dianese. Questi, e il ritrarsi dei regii da Salerno, e i popoli levati in armi e fiero entusiasmo, e l’aure pregne di confidenza e di audacia spianarono la via al Dittatore. Il quale nel giorno 6 da Sala nominò il prodittatore Matina a governatore del Salernitano (con poteri illimitati”, e questi con esso lui procedendo in posta, venne il governo temporaneo da Sala a tramutarsi in Salerno. (1).”. Racioppi, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a pp. 123-124, in proposito scriveva che: “….
Alexandre Dumas padre avesse convinto Garibaldi a sbarcare nel Cilento ?
Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, sulla scorta del De Cesare, a p. 265, in proposito scriveva che: “Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece ce a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo”(93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli.”. Ed invece, come abbiamo visto per Garibaldi non è importato poco il luogo prescelto per il suo sbarco. Garibaldi seguì il suo intuito ed istinto e scelse di sbarcare a Sapri, dove peraltro aveva ordinato a Turr di fare sbarcare le altre truppe garibaldine. Tuttavia devo precisare che il Dumas, padre, aveva indicato semplicemente le coste del basso Cilento. Inoltre, come si è visto dal racconto dei testimoni diretti come Agostino Bertani che era al seguito di Garibaldi, la comitiva e la barca che li portò a Sapri non proveniva da “Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”, come scrive Ebner, (il 2 settembre forse salpò da Scalea, ma il 3 settembre imbarcò la comitiva a Castrocucco dove viaggiò per mare fino alla spiaggia di Sapri. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 129-130 , in proposito scriveva che: “VI. Nel circondario di Pollica si attendevano, per insorgere, armi ed un capo militare promessi dai Comitati, ma in vana attesa trascorsero varii giorni. Dovevano giungere ad Acciaroli, marina di qual Comune, per mezzo della goletta Emma per celebre romanziere Alessandro Dumas padre, racconta Oddo (3). Questa il 18 agosto era approdata nel golfo di Salerno. Il Curatolo descrive così l’autore dei “tree moschettieri “Un omaccione tutto vestito di bianco, dalla folta capigliatura di criolo ricoperta da un largo cappello di paglia adorno di una pezza azzurra, di una bianca e di una rossa (4). A bordo della goletta andò il suo compatriota dott. Weylandt, il quale gli comunicò che si aspettavano a Salerno soldati regi per recarsi in Basilicata a reprimere la rivoluzione. Il Dumas, per mezzo del suo connazionale, fornì sessanta fucili a due colpi e venticinque carabine ai montanari dei paesi per cui dovevano passare le truppe, per impedire tale passaggio. Difatti, continua l’Oddo, a Salerno il generale Scotto con 5000 svizzeri non potette passare….Soltanto il 5 settembre la goletta con il Dumas si avvicinò alla rada di Acciaroli. La attendevano Leonino Vinciprova che aveva preso parte alla spedizione dei mille e che era stato mandato da Garibaldi, col Mignogna e col Carbonelli, per promuovere la rivolta nelle provincie napoletane. Egli trovò a bordo della goletta il Dumas e Cristoforo Muratori, ardente patriota siciliano, già segretario del Crispi (1).”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (3) postillava: “(3) Giacomo Oddo, i Mille di Marsala, 1866, pag. 192.”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (4) postillava: “(4) Curatolo, A. Dumas nel 1860 – articolo nel Tempo del 19 giugno 1919.”. Da Wikipedia leggiamo che Alexandre Dumas, spesso chiamato Alexandre Dumas padre per distinguerlo dal figlio omonimo (Villers-Cotterêts, 24 luglio 1802 – Neuville-lès-Dieppe, 5 dicembre 1870), è stato uno scrittore e drammaturgo francese. Maestro del romanzo storico e del teatro romantico, ebbe un figlio omonimo, Alexandre Dumas, anch’egli scrittore. È famoso soprattutto per i capolavori Il conte di Montecristo e la trilogia dei moschettieri formata da I tre moschettieri, Vent’anni dopo e Il visconte di Bragelonne. Nel 1860 decise di realizzare Il grande viaggio di Ulisse e iniziò una crociera nel Mediterraneo; saputo però che Giuseppe Garibaldi era partito per la Spedizione dei Mille, lo raggiunse per mare, fornendogli, con i soldi messi da parte per il suo viaggio, armi, munizioni e camicie rosse. Fu testimone oculare della battaglia di Calatafimi, che descrisse ne I garibaldini, pubblicato nel 1861. Dumas, che era stato il contatto tra Garibaldi ed il ministro dell’interno del neocostituito governo liberale Liborio Romano, era al fianco di Garibaldi nel giorno del suo ingresso a Napoli: oltre che amico e ammiratore dello stesso Garibaldi, Dumas era come lui membro della massoneria, essendo stato iniziato nel 1862 nella Loggia napoletana “Fede italica” con Luigi Zuppetta. Nel 20 agosto quando nella baia di Salerno approda lo yacht Emma di Alessandro Dumas, inviato a Salerno da Garibaldi per conoscere la preparazione politica e militare degli insorti. Dai racconti dello stesso Dumas si capisce che la città svolge un ruolo strategico per la conquista di Napoli. «Viva Garibaldi! Viva Vittorio Emanuele!… Una delegazione del comune viene verso l’Emma e esprime il suo unanime consenso per la causa Italiana; Salerno s’illumina come un palazzo incantato» . L’episodio è raccontato in un libretto di Marciano Beniamino, Salerno nella Rivoluzione del 1860. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 97 e ssg., in proposito scriveva che: “La battaglia di Milazzo venne descritta da Alessandro Dumas, l’autore dei “Tre Moschettieri”, il quale – dal “faro” a Napoli – fu con Garibaldi, in quella vittoriosa marcia che venne conclusa con le armi al “Volturno”. Ed il Dumas, nella lettera inviata al Generale Carini, dopo la vittoriosa azione, così si espresse etc…”. L’impresa dei Mille, oltre che essere narrata nelle memorie di Giuseppe Cesare Abba (Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei mille ), fu seguita da reporters eccezionali come Friedrich Engels e Alexandre Dumas, padre (1803 – 1870). L’entusiastico reportage giornalistico di quest’ultimo ebbe una grande eco e fu pubblicato in volume col titolo Les Garibaldiens (1861). Questo libro è da considerare il risultato letterario di una parentesi marziale dell’autore, noto essenzialmente per drammi romantici in prosa come Henri III et sa cour (1829), Antony (1831), La Tour de Nesle (1832), e per romanzi storici popolari famosissimi come Les Trois Mousquetaires (1844) e Le Comte de Montecristo (1841-1845). Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 152, in proprosito scriveva che: “Ma Garibaldi non riposava in Calabria, ed a Napoli si seppe il 2 settembre che la Divisione Turr era sbarcata a Sapri, e che il giorno 3 il Dittatore si era ad esso unito marciando sopra Salerno. Questa marcia ingigantì le immaginazioni meridionali, più che il grido di rivolta scoppiato in molte provincie del Regno. Garibaldi, che continuava ad avanzarsi a grandi giornate, lo sbarco di alcune altre Brigate della Divisione Turr a Sapri, l’esitanza degli uomini di guerra a tentare battaglia con la capitale rumoreggiante alle spalle, e senza una base sicura di operazione, determnarono il Re di scegliere altrove il campo della sua guerra. Nella notte del 4 al 5 settembre si decise il ritiro dal campo di Salerno a quello di Sessa all’appoggio delle due fortezze Capua e Gaeta.”.
Nel 19 agosto 1860, a Reggio, il generale borbonico Gallotti, congiunto del barone di Battaglia Giovanni Gallotti ?
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 392, in proposito scriveva pure che: “I fausti avvenimenti delle Calabrie si succedevano con prodigiosa rapidità: dopo lo sbarco di Garibaldi sulla spiaggia di Melito nella notte dal 19 al 20 Agosto, la piazza ed il Castello di Reggio, comandati dal vecchio Generale Gallotti, si arresero nel giorno 23; etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo. Rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Chi fosse il congiunto del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, il quale era “vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse”, il Policicchio non lo dice. Sul generale Gallotti, George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, a pp. 128, in proposito scriveva che: “Old General Gallotti, in command at Reggio, was the most complete dotard of them all. When informed of the landing at Melito, he said that Garibaldi ha taken to the mountains and that Reggio could not by attacked from that side, etc…”, che tradotto è: “Il vecchio generale Gallotti, al comando a Reggio, era il più completo rimbambito di tutti. Quando fu informato dello sbarco a Melito, disse che Garibaldi si era ritirato in montagna e che Reggio non poteva essere attaccata da quella parte, ecc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 160, parlando della battaglia di Reggio e del generale borbonico Gallotti, in proposito scriveva che: “Presidiava la città stessa il 14° di linea, un battaglione cacciatori e una batteria da campo. Questa truppa era agli ordini del generale Gallotti. Il reggimento era comandato dal colonnello Dusmet, fedele e valoroso soldato, che appena avuta notizia dello sbarco di Melito era uscito da Reggio e si era collocato in avamposti sul predetto torrente. Qui avvenne a mezzogiorno del 20, il primo urto; i borbonici indietreggiarono un istante ma ripresa etc…Calata la sera i garibaldini tornarono all’assalto, respinsero le sentinelle e nonostante la resistenza opposta dalle truppe del Dusmet riuscirono a sopraffarle obligandole a ritirarsi nel castello. In questa mischia il Dusmet, mortalmente ferito al ventre, spirò fra le braccia del figlio, sottufficiale del 14° di linea. Il Gallotti non prese alcuna disposizione e le truppe senza un capo si videro perdute. Il generale Bixio, egli pure ferito, assumeva il comando della piazza, mentre dal castello si alzava la bandiera bianca.”. Da Wikipedia leggiamo che la battaglia di Piazza Duomo fu combattuta nell’omonima piazza di Reggio Calabria il 21 agosto 1860. L’episodio vide contrapposti i garibaldini della spedizione dei Mille all’Esercito delle Due Sicilie e si concluse con la sconfitta delle forze borboniche. Nei giorni precedenti la battaglia, vi erano stati vari sbarchi di forze garibaldine sulle coste calabre, l’ultimo (e più importante) fu lo sbarco a Melito, avvenuto il 19 agosto, con cui Giuseppe Garibaldi (accompagnato da un cospicuo contingente dell’Esercito meridionale) passò dalla Sicilia alla Calabria e si riunì alle forze precedentemente sbarcate. Nel frattempo, a Reggio, il generale Gallotti spedì dei messaggi al generale Briganti informandolo dell’avvenuto sbarco; la risposta fu di inviare tutte le forze disponibili contro Garibaldi. Contemporaneamente il maresciallo Vial, comandante in capo delle truppe in Calabria, ordinava al Briganti di muoversi verso Reggio e al Melendez di sostenerlo; mentre in città era di presidio il 14º reggimento, con al comando il colonnello Antonio Dusmet e si poteva inoltre contare sulla favorevole posizione del Castello, ben fortificato ed armato.Il 20 mattina, il Gallotti ordinò, quindi, al Dusmet di muovere verso il torrente Sant’Agata per attendervi l’arrivo di Garibaldi, ma, dopo alcune ore, le forze del Dusmet furono spostate al Calopinace; questo in quanto si era saputo che le colonne garibaldine avevano preso la via dei monti; successivamente gli uomini del Dusmet venivano nuovamente spostati in piazza Duomo, lasciando una sola compagnia di presidio presso il Sant’Agata e il Gallotti chiedeva intanto al generale Fergola di inviare dalla fortezza di Messina, ancora in mano ai napoletani, quanti più rinforzi fosse possibile. Anche se il parere dei militari di stanza a Messina fu positivo, questi non poterono intervenire in quanto sprovvisti di imbarcazioni. Il Dusmet, che aveva ricevuto dal Gallotti il divieto di attestarsi nel Castello (posizione preferibile rispetto alla piazza del Duomo, poco difendibile militarmente per i numerosi accessi che presentava), disponeva, quindi, le proprie forze nel miglior modo possibile e andava a dormire nel portone di palazzo Ramirez, sito nei pressi del Duomo ed in seguito (non vedendo giungere alcun rinforzo) si recò di persona presso il telegrafo elettrico per segnalare al Re Francesco II la situazione in cui si trovava. Alle ore 16, il generale Gallotti, vista la ritirata del Briganti e l’allontanamento dalla rada delle navi borboniche, firmò la resa del Castello, con l’onore delle armi, che comportò la consegna dello stesso con le sue artiglierie, gli animali da tiro e i materiali e le munizioni ivi presenti ai garibaldini, mentre i soldati borbonici, i loro famigliari e gli impiegati che desiderarono seguirli, furono liberi di andarsene e attendere l’imbarco per Napoli presso l’ospedale militare; parimenti i prigionieri presenti furono liberati. Dopo la vittoria, Antonino Plutino fu nominato governatore della provincia con «poteri illimitati» e Garibaldi scrisse a Sirtori il seguente messaggio: «Caro Sirtori, fate passare subito coi vapori quanta gente potete, imbarcateli ove volete, e sbarchino al sud di Villa S. Giovanni». Giuseppe Gallotti (Napoli, 13 aprile 1803 – Napoli, 31 gennaio 1879) è stato un politico italiano. Discendente da un’antica famiglia originaria del Cilento, il barone Giuseppe Gallotti, patriota meridionalista, figlio di Salvatore e di Maria Giuditta Parisio, espresse le sue critiche alla politica piemontese che aveva portato all’unità d’Italia nel pamphlet “Delle presenti condizioni delle Provincie Napoletane”, pubblicato nel 1861. Fu nominato senatore del Regno d’Italia (VIII legislatura) il 15 maggio 1862. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 132, in proprosito scriveva che: “I castello di Reggio era comandato dal generale Gallotti vecchio residuo dell’esercito di S. M. Siciliana durante il primo Impero, uomo irresoluto ed incapace di vigorosi partiti. Nella città comandava le truppe il colonnello Dusmet etc…”.
Nel 27 agosto 1860, i fratelli Magnoni di Rutino: Michele, Lucio e Salvatore
Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Con i Mille era sbarcato a Marsala anche Michele Magnoni, al quale il generale diede poi l’incarico (Messina 2 agosto) di promuovere a Salerno “la insurrezione a favore della causa nazionale”. Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto. Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939. L. Magnoni emise a Rutino, il 31 agosto, la seguente ordinanza valida per tutti i paesi controllati dalla sua rete: “Unità d’Italia // Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia // Il Generale Garibaldi Dittatore // etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 63, in proposito scriveva che: “Michele Magnoni di Rutino…Dal suo paese nativo si adoperava a procurare al Comitato numerosi proseliti. Michele Magnoni arrestato nel novembre del 1856 con il padre suo, Luigi, e con il fratello minore Nicola, per mezzo di suo nipote Ferdinando Vairo manteneva attiva corrispondenza con il Comitato di Napoli e con i liberali del Cilento. L’opera del Comitato di Napoli condusse alla sventurata ma gloriosa Spedizione di Sapri, a le stragi di Padula e di Sanza, al famoso processo di Salerno contro il Nicotera ed i suoi compagni. In tale processo vennero complicati ben cento sedici persone della Provincia di Salerno (3). Etc…”. Mazziotti, a p. 63, nella nota (3) postillava: “(3) Bilotti, La Spedizione di Sapri, p. 451.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 124-125 , in proposito scriveva che: “III. Nella provincia di Salerno le file erano ben formate. A disporle all’azione aveva molto giovato l’opera incessante di Giovanni Matina da Teggiano, anima ardente di cospiratore. Egli espulso dal Regno, era riuscito a tornare clandestinamente da Genova a Napoli ed a mettersi in corrispondenza con i principali nuclei liberali della provincia. Sorpreso ed imprigionato nel Castello dell’Ovo dalla polizia ne uscì per effetto del decreto di aministia che seguì la concessione dello statuto del 21 giugno 1860. Nel manoscritto citato nell’avvetenza a questa narrazione, leggo che Matina si recò allora a Palermo, previo accordi con il Comitato Unitario, per conferire e ricevere ordini da Garibaldi, e fece ritorno in Napoli verso la metà di Luglio. Il Comitato dell’Ordine diede il 10 agosto al Matina “autorità di promuovere l’insurrezione nei distretti di Sala e Campagna a favore della causa unitaria italiana in accordo col movimento di Basilicata: e a tale oggetto il Comitato provinciale metteva a disposizione le somme necessarie per l’iniziativa e prosiego (1). Prometteva inoltro il concorso di cospicui cittadini in altre parti della provincia; nel Vallo di Novi il sig. Stefano Passero e per l’indirizzo militare il colonnello Materazzo (2)….Il Matina, nel dissenso tra i due Comitati preferì seguire quello Unitario, il quale nominò il 23 agosto Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna avendo dato per altro distretto eguali poteri a Lucio Magnoni (4). Nominava in pari tempo Salvatore Magnoni comandante di un corpo di insurrezione nel distretto di Vallo. Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Mazziotti, a p. 124, nella nota (1 e 2) postillava: “(1-2) Racioppi, op. cit. pag. 192. Il col. Materazzo, poi generale, era stato uno dei valorosi difensori di Venezia nel 48.”. Mazziotti proseguendo il suo racconto a p. 125 scriveva: “Il Matina mosse da Napoli per Salerno il 23 agosto stesso, accompagnato da Luigi Fabrizi, scelto, disse egli stesso in una Relazione al Ministro della Guerra “dai capi che preparavano l’insurrezione nella provincia di Salerno”(5).”. Il Mazziotti si riferisce ad un manoscritto di De Meo, forse Ettore Di Meo. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle. In quest’ultimo borgo il decurionato fu costretto a consegnare cento ducati a De Dominicis: “Giunto in comune, il generale De Dominicis domandò tutto il denaro che si trovava in cassa, tanto che dell’esattore fondiario, quanto del Comune, onde sostenere le spese giornaliere….l’Amministrazione pensando ch’era inutile ogni ragione…con saviezza pensò di offrire al generale medesimo gratuitamente somma di docati 100, che accolse pacificamente e con ogni soddisfazione dell’amministrazione medesima, e così si salvò il residuo del denaro, che nel cennato fondo di cassa rinnovata”(83). Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro”(84)“. Fusco, a p. 355, nella nota (83) postillava: “(83) ACC, cart. 18 A, c.s. non n.”. Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); e a Torre Orsaia il sindaco aveva assicurato al maggiore Michele Pagano, agli ordini del De Dominicis, 4000 razioni di pane, carne vaccina per oltre 30 ducati, biada per 11 ducati, fieno per 1 ducato (ACT = Archivio Comunale di Torre Orsaia, Registro delle deliberazioni decurionali, p. 64 sg.). Anche il decurionato di Sassano dovette assicurare agli uomini di De Dominicis 3000 razioni e alloggi per tutti (P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 64). Teodosio era figlio di Ulisse, morto nel 1862, a sua volta figlio di Teodosio (nato nel 17773) fatto fucilare da Del Carretto nel 1828. Nel Collegio di Vallo Teodosio fu eletto deputato al parlamento nazionale nel 1876 e nel 1880.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Mentre il Vallo di Diano era presidiato a nord e a sud rispettivamente da Lorenzo Curzio da Sant’Angelo a Fasanella presso il ponte di Campestrino e da Francesco Galloppo da Polla presso la Certosa di San Lorenzo, Garibaldi il 3 settembre (un lunedì) sbarcò a Sapri (57). Qualche giorno prima (30 d’agosto) a Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro, aveva sbaragliato le truppe del generale Giuseppe Ghio, che nell’occasione non mostrò la sicurezza evidenziata nella “scaramuccia” di Padula (58).”. Fusco, a p. 352, nella nota (57) postillava: “(57) Il giorno prima erano già sbarcate a Sapri le truppe al comando di Stefano Turr e di Guglielmo Rustow.“. Fusco, a p. 352, nella nota (58) postillava: “(58) Giuseppe Ghio chiuse i suoi giorni assassinato a Napoli nel 1874 da mano ignota”. Fusco, a p….., nella nota (61) postillava: “(61) Ferruccio Policicchio, Le Camicie rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., Ivi, p. 32. Mette conto riferire anche d’un episodio mai del tutto chiarito. Il giorno 3 settembre, prima che Garibaldi sbarcasse a Sapri (verso le ore 15.30), passò (verso le ore 13.00) per Sala un suo sosia (!), il colonnelo inglese John Peard, che fu scambiato per il Generale (per maggiori ragguagli cfr. P. Russo, Un brandello ecc…, cit, p. 29 sg.; G. D’Amico, Vicende e figure ecc…, cit., p. 17).”. Riguardo il generale Stefano Turr e la brigata Milano comandata da Wihlelm Rustow, Felice Fusco, a p. 352, nella nota (62) postillava: “(62) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, Salvi, 1861, p. 20 ss. Etc… “. Nel 1928, il Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860) etc…”, a p. 163, in proposito scriveva che: “Il passaggio di Garibaldi e dei suoi sulla costa calabrese era stato intanto il segnale dell’insurrezione nel continente napoletano: Catanzaro, Cosenza, Castrovillari e Paola nelle Calabrie, Potenza e Sito nella Basilicata, Spinazzola e Bari nelle Puglie, Eboli e Sala nel Principato Citeriore, etc.., inalberarono quasi contemporaneamente la bandiera della rivolta in nome di Vittorio Emanuele e di Garibaldi. Furono istituiti governi provvisori, messi in carica impiegati di sentimenti nazionali ed organizzate grosse bande armate, principalmente nelle Calabrie per opera del barone Stocco, uno dei feriti di Calatafimi, ed in Basilicata per opera del colonnello Boldoni.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, parlando della battaglia di Reggio e del generale borbonico Gallotti, in proposito scriveva che: “…, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandante da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Curzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. In “Gli avvenimenti d’Italia del 1860 – etc…”, vol. I, a p. 160, in proposito è scritto che: “Ai primi di settembre, oltre alle provincie Calabresi era in movimento la Basilicata ed una parte del Pricipato Ulteriore. A Potenza e nella provincia di Salerno erano instituiti Governi provvisorii. Certo Giovanni Mutina aveva sollevato il distretto di Campagna ed assunto il titolo di prodittatore. Fatto questo movimento, tutta la provincia era insorta, meno il distretto di Salerno.”. Nel ……, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni con i fratelli Salvatore e Michele, quest’ultimo autorizzato da Garibaldi con disposizione del 2 agosto da Messina a recarsi nella provincia di Salerno per promuovervi l’insurrezione, la iniziarono il 27 agosto a Rutino formando una compatta colonna con gli insorti venuti da Castellabate al comando di Carlo De Angelis, da Laurana sotto la guida di Giudo Del Mercato e di Ignazio Cagnano, da Stella Cilento con Raffaele Zammarelli, da Sessa con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice, etc…L’intera colonna era al comando di Salvatore Magnoni. Nello stesso tempo, il giorno 28 agosto in piena intelligenza con Lucio Magnoni, Teodosio De Dominicis, dell’antica e patriottica famiglia d’Ascea, proclamava la rivolta nel suo comune ed organizzava masse d’Insorti. In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilizzava la guardia nazionale. Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordine dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Gennaro Pagano.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a p. 220, in proposito scriveva che: “A Lauria, la roue de notre veiture se brisa completement. Il fallut attendre quatre heures. J’etais assis à lombre d’un quartier de rocher qui surpomble la ruote, et je considerais un vieux bourrelier qui raccomodait un bat de mulet. Etc…”. Poi, a p….., in proposito scriveva: “La premiere fois, c’etait dans le mois d’aout 1806. Les gens du pays tenaient pour le roi Nasone, qui etait en Sicile, et recevaient de l’argent, des munitions, tout ce quil fallait enfin, du cardina Ruffo, qui fut un saint homme. Etc…”. Sempre il Du Camp proseguendo il suo racconto, a pp. 225-226, in proposito scriveva che: “Nous rencontrons, à quelques lieues de Lauria, une magnifique cascade qui moutonne, en ressauts blanchissants, et qui n’est autre que la source du fleuve Trecchena, qu’on nomme aussi Noce. A un détour du chemin, Lagonegro debusque tout à coup, debout sur une colline, avec sa grande rue si large qu’elle ressemble à une place immense. Là comme à Cosenza, nous nous trouvons dans l’impossibilité d’avoir des betes de trait, et nous sommes forces de garder le postillon qui nous mene depuis Rotonda, pauvre garcon plein de bonne volonté, mais qui nous demontre que, sous peine de tomber fourbus, ses chevaux ne pauvent plus aller. Partout nous nous enquerons des nouvelles; on dit que Garibaldi est a Sala ou à Eboli et que les royaux sont à Salerne. La ville est plein de soldats venus directement de Cosenza ou amenes par mer jusqu’à Sapri.” che tradotto significa: “Incontriamo, a poche leghe da Lauria, una magnifica cascata che gorgoglia, a salti bianchi, e che non è altro che la sorgente del fiume Trecchena, detto anche Noce.A una curva della strada emerge all’improvviso Lagonegro, adagiata su una collina, con la sua via principale così ampia da sembrare un’immensa piazza.Lì, come a Cosenza, troviamo impossibile avere animali da tiro, e siamo costretti a trattenere il postiglione che ci conduce dalla Rotonda, un povero ragazzo pieno di buona volontà, ma che ci mostra che, pena l’esaurimento, il suo i cavalli non possono più andare.Ovunque ci informiamo sulle novità;si dice che Garibaldi sia a Sala o ad Eboli e che i reali siano a Salerno.Il paese è pieno di soldati provenienti direttamente da Cosenza o portati via mare a Sapri.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 74 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra i volontari – quasi tutti “Cacciatori delle Alpi” – si trovavano pure nove salernitani, già cospiratori e incarcerati quali ‘attendibili’: Antonio Santelmo da Padula; C. Chizzolini da Capitello; Michele e Francesco Del Mastro da Ortodonico; Michele Magnoni da Rutino; Vincenzo Padula da Padula; Filippo Patella da Agropoli; Giuseppe Maria Pessolano da Atena Lucana; Leonino Vinciprova da Salerno. Due dei salernitani s’immolarono: Michele Del Mastro cadde nella battaglia di Palermo, e Vincenzo Padula cadde fulminato da una scarica di mitraglia a Milazzo. Di lui così scrive il patriota Antonio Alfieri d’Evandro: “Avrai, un dì, con gli altri, la gratitudine di una nazione, che è la tomba più bella, e l’apoteosi della immortalità”.”. Dunque, il Romagnano annoverava tra i “Mille” della Spedizione di Giuseppe Garibaldi anche il conterraneo C. Chizzolini di Capitello, ma egli errava perchè non si tratta di Capitello, paese rivierasco vicino Sapri ma si tratta di Camillo Chizzolini di Campitello di Marcaria (Mantova), figlio del conte Carlo e di Candida Baguzzi e studente di medicina al quarto anno, partecipò nel 1860 alla Spedizione dei Mille di Garibaldi. Si laureò in medicina.
L’invio di armi ed aiuti piemontesi ai rivoltosi del Cilento e della Basilicata
Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 68-69, in proposito scriveva che: “VI. Fin dal tempo dell’approdo di Garibaldi a Marsala un’attiva corrispondenza si era scambiata tra il Comitato di Napoli ed i nuclei lberali delle provincie per preparare in queste una insurrezione. Si venne all’intesa che essa sarebbe stata iniziata, alla notizia dello sbarco di Garibaldi sul continente, da parte della Basilicata. le altre provincie avrebbero seguito il movimento. “La provincia di Salerno” dicevano le istruzioni “dovrà lanciare i suoi alle spalle delle truppe, che per avventura muovessero su Potenza e Calabria” (1)…. Il Governo di Torino ed il Comitato di Azione di Genova promettevano invio di armi. Nel Diario di Persano si legge in data 10 agosto 1860 che sul legno Dora vi erano tremila fucili, di cui 2000 dovevano essere consegnati sulla spiaggia di Salerno a Francesco Stocco (2). Il giorno 12 la Dora tornò “dopo avere sbarcato felicemente le armi per la Calabria” (3). Il 23 agosto lo stesso Persano scrive “Mando il Tanaro a sbarcare il resto delle armi su la spiaggia di Salerno”, ma essendo avvenuta una avaria gli sostituì il Governolo. Questo legno tornò il 26, ma nel Diario non è detto se avesse, e su quale spiaggia avesse sbarcato le armi. “La spedizione del Dora” scrive il Nisco per lo sbarco delle armi non fu completamente felice: quelle sbarcate a Mondragone furono catturate dai gendarmi e dai doganieri ivi stanziati: le altre sbarcate sulla spiaggia salernitana furono trasportate opportunamente nella Basilicata e in Calabria etc…(4). Il ‘Comitato d’Azione’ di Genova aveva promesso di inviare nella provincia di Salerno, facendoli sbarcare in una delle marine del Cilento un buon numero di fucili. Nell’agosto del 1860 Giacinto Albini scriveva questa lettera: (5) “Abbiamo certezza di avere uno sbarco di 4000 fucili nel Cilento, 2000 saranno per Basilicata. Il Barone Mazziotti è partito per il Cilento (1) Da un’ora all’altra 1000 tra calibri siculi e napoletani approderanno in Calabria etc…”. Alla ricerca di queste armi il Lacava partiva il giorno 7 agosto per il Cilento e il suo viaggio è narrato in un Diario pubblicato nella detta Cronistoria della insurrezione lucana. niuna notizia di armi!…Il compianto Marchese Atenolfi mi riferiva che le armi furono sbarcate alla punta detta del Fico, presso il villaggio di Pioppi nel Comune di Pollica e quindi trasportate ad Ascea dove li ritirò Teodoro De Dominicis. La notizia trova perfetto riscontro in una nota scritta dallo stesso De Dominicis. Comando del primo corpo d’insurrezione del distretto di Vallo. Quartier generale in Centola, 1° settembre 1860 …Il Comandante il primo corpo d’insurrezione Teodoro De Dominicis (2)…etc…”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (1) postillava: “(1) La Cronistoria del Dott. Michele Lacava narra del lungo lavorio, che precedette questi accordi.“. Mazziotti, a p. 68, nella nota (2) postillava: “(2-3) Persano, opera citata, pag. 130 e 134”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (4) postillava: “(4) Nisco, Francesco 2°, pag. 97.”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (5) postillava: “(5) Lacava, opera citata, non è chiara a chi sia diretta.”. Mazziotti, a p. 69, nella nota (1) postillava: “(1) Il Mazziotti come ho narrato nel libro ‘Ricordi di famiglia’, dovette il 15 agosto recarsi a Torino a conferire col conte di Cavour per incarico ricevuto dal marchese Villamarina ministro del Piemonte in Napoli.”. Mazziotti, a p. 69, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente il governo provvisorio di Basilicata ed il Matina chiedeva conto di quelle armi”. Sempre il Mazziotti, a p. 70, in proposito scriveva: “Al cittadino Leonino Vinciprova in Omignano….Nell’elegante catalogo della ‘Mostra di ricordi storici del Risorgimento meridionale d’Italia’, a p. 319 si legge che Odoardo Moreno, già alunno di Tribunale in provincia di Salerno, imprigionato nel febbraio del 1860 e poi scarcerato per decisione della Gran Corte Criminale di Salerno, provvide alle armi occorrenti (per la sollevazione del Cilento) trasportandole con gran rischio della vita, in due volte alla spiaggia di Ascea sui piroscafi sardi il “Tanaro” ed il “Governolo”. Si trattava adunque delle armi spedite dal Cavour non di quelle promesse dal Comitato di Genova.”.
Nel 27 agosto 1860, Francesco Saverio Cajazzo, giudice regio di Vibonati proclamò l’insurrezione nel Golfo di Policastro
Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovani Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Sul giudice Regio del Circondario di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, ha scritto Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto l’insurrezione venne proclamata anche nel Golfo di Policastro, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati. Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ASS, Intendenza Gabinetto, b. 109, f. 74.”. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi…..Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”, “….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Il capo brigata della gendarmeria di Padula, etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati. Socrate Falcone di Policastro. Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”.
Nel 30 agosto 1860, in Calabria le truppe borboniche di Ghio e di Caldarelli si erano arrese ai Garibaldini
Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 107 e ssg., in proposito scriveva che: “Con una tattica sorprendente, basata sull’audacia, Garibaldi fu in grado d’imporre, in soli pochi giorni, la sua volontà al borbonico Generale Ghio – persecutore inesorabile di Pisacane – riuscendo ad ottenere la sua resa, nonostante una forza borbonica composta da ventimila uomini. E così, dal 18 al 30 agosto, in terra calabrese, tra uno scontro e l’altro, oltre 40.000 soldati di Francesco IIà abbandonarono i loro ufficiali. Dopo pochi giorni da quella resa, ovunque venne conosciuto il testo del famoso telegramma dettato da Garibaldi: “Dite al mondo che ieri, 30 agosto, coi miei prodi calabresi feci abbassare le armi a 10.000 soldati comandati dal Generale Ghio. Il trofeo della resa fu di 12 cannoni, 10 mila fucili, 300 cavalli, un numero poco minore di muli e immenso materiale da guerra. Trasmettete in Napoli ed ovunque la lieta novella”. Il 1° settembre il contenuto del telegramma già era conosciuto dagli ufficiali borbonici dei presidii di Napoli e di Salerno, ed aveva prodotto in tutti il suo effetto psicologico. Giustamente, si pensava che la storia, più che i cannoni, vince la guerra. E la storia, nel Regno di Napoli, aveva pagine veramente tormentate!”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 392, in proposito scriveva pure che: “I fausti avvenimenti delle Calabrie si succedevano con prodigiosa rapidità: dopo lo sbarco di Garibaldi sulla spiaggia di Melito nella notte dal 19 al 20 Agosto, la piazza ed il Castello di Reggio, comandati dal vecchio Generale Gallotti, si arresero nel giorno 23; nei giorni seguenti capitolarono le divisioni del generale Brigante, e Melendez con 9000 uomini; il Maresciallo Vial, che comandava un esercito di 12000 soldati nella forte posizione di Monteleone, non potendo resistere alla marea rivoluzionaria, partì per Napoli, lasciando il comando all’esercito avvilito e disfatto del generale Ghio; nel 27 agosto capitolava col Comitato insurrezionale di Cosenza il generale Caldarelli, che comandava 3500 soldati; e finalmente nel giorno 30 l’esercito di Ghio, forte di 10,000 soldati, accerchiato a Soveria Manelli da un manipolo di truppe garibaldine, alle quali oramai non si poteva più opporre resistenza, preferì arrendersi e sbandarsi confusamente qua e là etc….”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 163, in proposito scriveva che: “…mentre la brigata Caldarelli, composta dal reggimento carabinieri, di una batteria e di due squadroni di lancieri che trovavasi di presidio in Cosenza, capitolava dichiarando di non più combattere contro Garibaldi e di ritirarsi in un determinato numero di tappe, a Salerno, col suo bagaglio, lasciando i viveri, le armi e le munizioni al nemico. Il generale Vial deciso ad abbandonare egli pure la Calabria, lasciava infine al generale Ghio il comando delle poche truppe rimaste in quella regione.”.
Nel 30 agosto 1860, a Lagonegro giunse l’avv. Giuseppe Mango da poco nominato Commissario Civile
L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 16-17, in proposito scriveva che: “…”. Riguardo l’avv. Giuseppe Mango, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 143, in proposito scriveva che: “Intanto al Commissario Civile di Potenza, Giuseppe Mango (27), venuto appositamente da Lagonegro, il 5 settembre giunse l’ordine di far preparare 25 mila razioni di viveri per le truppe di artiglieria prossime a passare (28)”. Policicchio, a p. 143, nella nota (28) postillava: “(28) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, Tip. Lucana, Lagonegro, 1911, p. 49.”.
Nel 15 giugno 1860, Augier scrive a Garibaldi
Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, in proposito scriveva che: “Capitano Augier, ….il sentimento di amicizia che legava Garibaldi ad Augier, etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 186 e ssg., in proposito scriveva che: “Questo articolo vuole indagare su un particolare episodio dell’impresa dei Mille che ebbe per protagonista il capitano marittimo e piccolo armatore Paolo Augier (1) un conterraneo di Garibaldi e suo fraterno amico sin dall’infanzia. Nato nel 1815 a Villafranca, presso Nizza, Augier aveva navigato per oltre 15 anni sull’oceano Pacifico e, al rientro in Italia, era andato a risiedere con la famiglia a Genova, al quinto piano di uno stabile in salita San Francesco di Paola, numero 16, divenendo di fatto il portavoce del Generale presso Domenico Buffa, Intendente del Governo Piemontese in città (2). I due amici erano solito scambiarsi delle visite, e fu proprio nell’abitazione del Capitano che, nel 1854, Garibaldi trascorse un paio di settimane per curarsi i reumatismi da cui era afflitto (3). “. Moliterni, a p. 186, nella nota (1) postillava: “(1) Nella corrispondenza del conte di Cavour e del Viceconsole Sardo Francesco Astengo, lo troviamo menzionato, rispettivamente, come ‘Laugier’ e ‘Auger’ (cf. infra in narrativa).”. Moliterni, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Cf. L. Morabito (a cura di), Genova garibaldina e il mito dell’eroe nelle collezioni private, Genova, 2008, p. 19”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 188 e ssg., in proposito scriveva che: “Anche in questa casa, nei primi mesi del 1860, cominciò a prendere corpo l’idea della Spedizione delle Due Sicilie (4). Non supisce dunque che Camillo Benso conte di Cavour, in un frangente storico particolarmente complicato, abbia affidato proprio ad Augier una delicata missione per Garibaldi, un mandato la cui tempistica e la cui importanza si cercherà, ora, di inquadrare nel contesto più in gnerale in cui si svolse. Il Presidente del Consiglio del Regno di Sardegna, in più di un’occasione aveva tentato di smorzare l’entusiasmo del suo Re riguardo la progettata spedizione garibaldina in Italia meridionale.”. Moliterni, a p. 188, nella nota (4) postillava: “(4) Edizione Nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi, vol. II, Le memorie di Garibaldi nella redazione definitiva del 1872, a cura della Reale Commissione, Bologna, 1932, “Giunto a Genova ammalato di reumatismi, fui trasportato in casa del mio amico, capitano C. Paolo Augier, etc…, ivi p. 413: “Lasciai la Caprera etc…”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a p. 460, in proposito scriveva che: “Ed ecco la lettera portata dal capitano Laugier amico d’infanzia e di scuola del generale: “Torino, 31 agosto 1860, Al generale Giuseppe Garibaldi, Salerno. Signor generale, Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico il capitano Laugier, sono rimasto convinto essere, nonchè opportuno etc….”. E’ da notare però che la White ci parla del “capitano Laugier”, come il Cavour nella sua lettera. E’ da notare che “il capitano Laugier” non presenta il “de”, patronimico aggiunto da Policicchio. Nella postilla si cita il testo di Giacomo Emilio Curàtolo (….) ed il suo “Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria”, Bologna, Zanichelli, 1911. Nel testo in questione, si postilla che il Curàtolo, a p. 298 pubblica una lettera del 15 giugno 1860 del Capitano Augier (forse De Laugier) indirizzata a Garibaldi, dove però non si parla della missione segreta che il Cavour affiderà al De Laugier. E’ vero ciò che il Curàtolo dice nella nota. Infatti, Giacomo Emilio Curàtulo (….) ed il suo “Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria- Documenti inediti – Dieci lettere di Vittorio Emanuele a Garibaldi etc…”, a p. 298, in proposito scriveva che: “Un’altra voce sebbene più modesta, ammoniva in quei giorni il Generale di stare in guardia tanto dal Cavour, che dal Mazzini; quella del capitano Augier, una natura franca e leale di marinaro e grande amico di Garibaldi. Augier a Garibaldi…Genova 15 giugno 1860, Mio buon Generale, Tutti vi scrivono, tutti millandano l’intimitàe l’influenza che hanno sopra di voi, quindi trovandomi con l’amico Galin, etc…P.S. – E’ partito con voi Emilio Evangelisti, figlio della povera vedova mia vicina, che voi Generale conosceste: questo giovane è istruito e credo che sia nella prima compagnia. Vostro aff.mo servo ed amico AUGIER.”.”. Nel testo viene chiamato “Augier” e non De Laugier, latore della lettera di Cavour a Garibaldi. Nelle ‘Memorie’ di Garibaldi leggiamo che Garibaldi scriveva: “Giunto a Genova ammalato di reumatismi, fui trasportato in casa del mio amico, Capitano G. Paolo Augier – ove ricevetti ospitalità gentile per 15 giorni etcc…”. Dunque, l’amico d’infanzia di Garibaldi era il Capitano Giovanni Paolo Augier che viveva a Genova. Curàtulo, a p. 298, in proposito scriveva che: “Augier a Garibaldi….Genova 15 Giugno 1860, Mio buon Generale, Tutti vi scrivono tutti millantano l’intimità e l’influenza che hanno sopra di voi, etc….”. La giornalista White Mario (….) continuando il suo racconto, dopo aver parlato del Fortino del Cervaro, a pp. 460-461, in proposito aggiungeva: “Il capitano Lauger fece l’impossibile per persuadere il generale etc…Chiala mette in nota ‘Il capitano Laugier’.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 187 e ssg., in proposito scriveva che: “Quest’articolo vuole indagare su un particolare episodio dell’impresa dei Mille che ebbe per protagonista il capitano marittimo e piccolo armatore Paolo Augier (1), un conterraneo di Garibaldi e suo fraterno amico sin dall’infanzia.”. Moliterni, a p. 187, nella nota (1) postillava: “(1) La presente ricerca riprende, approfondisce una mia precedente ricerca etc…”. Moliterni, a pp. 188-189, in proposito scriveva: “Il 15 giugno, quando Garibaldi si era già impadronito di mezza Sicilia e si accingeva a conquistare l’altra metà, Augier sentì il dovere di scrivergli una lettera per informarlo sul clima che si respirava in particolare a Genova, intorno alla sua impresa: “Mio buon Generale, etc…”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” ed. Gutemberg, 2011, a pp. 142-143, in proposito scriveva che: “Il golfo di Policastro, o di Salerno, secondo un piano da lui architettato, avrebbe dovuto essere luogo di incontro tra Garibaldi e il il suo amico d’infanzia Cesare De Laugier latore della seguente missiva datata 31 agosto: Etc…”. Moliterni, a pp. 188-189, in proposito scriveva: “Il 15 giugno, quando Garibaldi si era già impadronito di mezza Sicilia e si accingeva a conquistare l’altra metà, Augier sentì il dovere di scrivergli una lettera per informarlo sul clima che si respirava in particolare a Genova, intorno alla sua impresa: “Mio buon Generale, etc…”. La menzione di Agostino Bertani da parte di Augier non fu certo casuale, dal momento che il medico e patriota milanese proprio a Genova aveva radunato la divisione Terranova, articolata in sei brigate e guidata dal conte Luigi Pianciani, con l’intento di invadere il territorio pontificio delle Romagne e ricongiungersi, da nord, ai Mille.”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “778. Cavour a Garibaldi (Copia Artom) 31 Agosto 1860, Signor Generale, Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico il Capitano Laugier (1), etc…”. Nel testo, a p. 191, nella nota (1) si postillava: “(1) Il Curatolo (Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour, ecc…, Bologna, Zanichelli, 1911, pag. 298) pubblica una lettera 15 Giugno del Capitano Augier a Garibaldi, ma non parla di questa missione.”.
Nel 31 agosto 1860, la lettera del Conte di CAVOUR che scrisse a Garibaldi e che gli fece pervenire tramite Augier
Da Wikipedia leggiamo che Cavour aveva successivamente tentato senza riuscirvi, di provocare una sollevazione a Napoli prima dell’arrivo dell’armata garibaldina, a questo proposito, già dal mese di agosto, due compagnie di Bersaglieri e due compagnie del primo reggimento della Brigata del re, si trovavano nella baia di Napoli a bordo delle navi dell’ammiraglio Persano, per essere eventualmente impiegate a Napoli nel caso in cui la città fosse insorta prima dell’arrivo di Garibaldi, ma vennero impiegate solo nel combattimento di Caserta del 2 ottobre 1860. A questo riguardo anche I mazziniani avevano evitato di provocare una sollevazione, nel timore che questo potesse dare a Cavour il pretesto per intervenire a Napoli prima dell’arrivo di Garibaldi. Con questo fine Cavour aveva scritto all’ammiraglio Persano: «non aiutate il passaggio del generale Garibaldi sul continente, ma piuttosto tentate di rallentarlo con mezzi indiretti per quanto è possibile.». Lo stesso Cavour aveva poi convinto il ministro britannico Russell a permettere a Garibaldi di oltrepassare lo Stretto di Messina, perché si era reso conto che senza la guerriglia garibaldina la rivoluzione a Napoli avrebbe perduto mordente e non sarebbe stato possibile attuare i piani unitari in caso di fallimento dei tentativi dello stesso Cavour di rovesciare a Napoli il governo di Francesco II. Quando Garibaldi oltrepassò lo Stretto di Messina e iniziò la sua marcia in Calabria, Cavour fece sbarcare armi a Salerno per distribuirle ai ribelli del Sud per aprire la strada all’avanzata di Garibaldi, ma il ministro piemontese fece anche un ultimo tentativo di prendere possesso di Napoli scrivendo il 27 agosto al Villamarina: «Fate tutto quello che potete per evitare un governo garibaldino, sul quale voi contate troppo.». Il 30 agosto, dopo la resa in Calabria del generale borbonico Ghio a Garibaldi, Cavour si convinse ad abbandonare ogni idea di rovesciare di sua iniziativa il governo borbonico a Napoli e scrisse al Villamarina: «Voi dovete agire francamente e all’unisono con lui (Garibaldi), tentando soltanto di prendere possesso della flotta e dei forti nelle nostre mani.». Anche se i tentativi cavourriani di rovesciare il governo di Francesco II erano falliti, il prestigio della monarchia borbonica era ormai compromesso e a Napoli gli ultimi giorni della monarchia borbonica furono caratterizzati da cospirazioni interne, che portarono all’allontanamento del Conte dell’Aquila. Liborio Romano aveva tentato di convincere Francesco II a lasciare “temporaneamente” il regno nominando un ministro reggente e il Conte di Siracusa, zio del re, con lettera pubblica aveva addirittura consigliato Francesco II di abbandonare il trono per il bene dell’Italia unita, fatto questo che scosse ulteriormente il prestigio del monarca di Napoli, generando l’impressione che tutto fosse perduto. Lo storico Trevelyan sottolinea come le fonti storiche conosciute dei retroscena di questo ultimo periodo del governo borbonico siano limitate ai resoconti di Liborio Romano, del generale Pianell e di sua moglie e che quindi restano oscuri molti altri aspetti degli avvenimenti interni alla corte e al governo borbonici. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, in proposito scriveva che: “Probabilmente in quello stesso giorno un altro emissario era partito da Torino per incontrarsi con il Dittatore. Era il Capitano Augier, reduce da un lungo incontro con Cavour, il quale lo aveva pregato di farsi intermediario presso il Generale per cercare di ripristinare quel clima di fiducia che – a suo dire – vi era stato tra i due nel periodo precedente lo scoppio della II guerra d’Indipendenza. Il Conte dunque non si avvalse di un politico, ne di un diplomatico, ma fece leva sul sentimento di amicizia che legava Garibaldi ad Augier, per cercare di stabilire – ora che non ne poteva fare a meno – un rapporto di collaborazione con il Dittatore. Non si conoscono i contenuti del colloquio torinese, ma resta la lettera per Garibaldi, dal tono conciliante e deferente, che il Presidente del Consiglio vergò il 31 agosto e consegnò al suo emissario: “Signor Generale, Avendo avuto l’occasione etc…Mi creda, Generale, suo devoto (17).”. Moliterni, a p. 194, nella nota (17) postillava: “(17) Cfr. Cavour, Epistolario, p. 1809, n. 2306.”. Il testo della lettera di Cavour a Garibaldi, indirizzatagli nelle mani di Augier, è stata pubblicata anche nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “778. Cavour a Garibaldi (Copia Artom) 31 Agosto 1860, Signor Generale, Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico il Capitano Laugier (1), sono rimasto convinto essere, non che opportuno, necessario il darle alcune spiegazioni intorno a molti fati passati ed alle presenti intenzioni del Governo del Re; epperò ho pregato quel buono e leale Italiano a recarsi presso a lei per riferirle una lunga nostra conversazione intorno a parecchi argomenti ch’Ella forse ignora, o sui quali non ebbe precisi e compiuti ragguagli. Desidero vivamente che questa missione del Laugier riesca a ristabilire fra noi quell’intera fiducia che esisteva or sono due anni quando io preparava la guerra, alla quale nessuno credeva, e molti (sic) paventavano; lo desidero pel più pronto e sicuro compimento della impresa alla quale Ella ha dedicato la gloriosa sua spada: la costituzione dell’Italia in monarchia libera e forte sotto lo scettro di Vittorio Emanuele. Qualunque sia l’effetto che le comunicazioni che le trasmetto produrranno sull’animo suo, io mi lusingo che Ella, Signor Generale, ravviserà in questo passo una prova non dubbia che io reputo la sua lealtà ed il suo patriottismo pari all’inarrivabile suo valore ed al suo singolare genio militare. Mi creda, Generale, ecc..”. Nel testo, a p. 191, nella nota (1) si postillava: “(1) Il Curatolo (Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour, ecc…, Bologna, Zanichelli, 1911, pag. 298) pubblica una lettera 15 Giugno del Capitano Augier a Garibaldi, ma non parla di questa missione.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 215-216, in proposito scriveva che: “Questa la ragione per cui ai primi d’agosto, scrivendo a Persano gli raccomandava di “non aiutare il passaggio del generale Garibaldi sul continente”, ma cercar piuttosto di “ritenerlo per via indiretta il più possibile”(1). Quando il Dittatore aveva superata le difficoltà e si accingeva a cominciar la sua marcia attraverso le Calabrie, Cavour aveva fatto pervenire a Salerno delle armi da distribuire fra i ribelli del sud, “affine di spianare la strada a Garibaldi”, (2) facendo d’altra parte contemporaneamente un ultimo sforzo per assicurare il possesso di Napoli al proprio partito, come si rileva da queste parole del 27 agosto, al Villamarina: “Faccia tutto quanto è in suo potere per evitare la dittatura di Garibaldi su cui Lei conta troppo”. Istruzioni pervenivano allo stesso tempo al Persano inducendol oad accettare la Dittatura, qualora gli venisse offerta. Pure, anche a questi estremi, Cavour indietreggiava davanti alla sola misura che avrebbe potuto sottrarre sicuramente Napoli al tanto temuto regime garibaldino – una dichiarazione di guerra a Re Francesco – per la semplice ragione che, come diceva Villamarina, lo “comprometterebbe senza scampo agli occhi di tutta l’Europa”.(1)….Pochi giorni ancora ed egli si accorse d’aver perduta la partita. Il 30 agosto mentre i 10000 uomini del Ghio, deponevan le armi, arrendendosi al Dittatore, Cavour vergava queste parole al Villamarina: etc…“. Treveljan (la Dobelli), a p. 215, nella nota (1) postillava: “(1) Persano, 123”. Treveljan (la Dobelli), a p. 215, nella nota (2) postillava: “(2) Persano, 157, 159; 21, 23 agosto.”. Treveljan (la Dobelli), a p. 216, nella nota (1) postillava: “(1) Chiala, III, 347; Persano, 182; D’Ayala, 310.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” ed. Gutemberg, 2011, a pp. 142-143, in proposito scriveva che: “La rapida marcia di Garibaldi nelle Calabrie, mentre procedeva il grosso dell’esercito, convinse Napoleone III e l’intera Europa della fine dei Borbone. Tra i meno lieti per questo evolversi delle cose vi fu indubbiamente Cavour, il quale, allarmato della presenza di Mazzini nella capitale sentì la situazione sfuggirgli di mano. Sperava di arrivare per primo a Napoli e togliere a Garibaldi il merito della liberazione della parte continentale del regno e temeva che il potere del Dittatore oltrepassasse il suo e quello Piemontese. In nessun modo rinunciò ad escludere Garibaldi da Napoli. Il golfo di Policastro, o di Salerno, secondo un piano da lui architettato, avrebbe dovuto essere luogo di incontro tra Garibaldi e il il suo amico d’infanzia Cesare De Laugier latore della seguente missiva datata 31 agosto: “Sig. Generale, (….) sono rimasto convinto essere, non chè opportuno, necessario il darle alcune spiegazioni intorno a molti fatti passati ed alle presenti intenzioni del Governo del Re; epperò ho pregato quel buono e leale italiano a recarsi presso lei per riferirle una lunga nostra conversazione intorno a parecchi argomenti ch’Ella forse ignora, o sui quali non ebbe precisi e compiuti ragguagli. Desidero vivamente che questa missione del Laugier riesca a ristabilire fra noi quell’intera fiducia che esisteva or sono due anni quando io preparavo la guerra, alla quale nessuno credeva, e molti (sic) paventavano; lo desidero pel più pronto e sicuro compimento della impresa alla quale Ella ha dedicato la gloriosa sua spada: la costruzione dell’Italia in monarchia libera e forte sotto lo scettro di Vittorio Emanuele. Qualunque sia l’effetto che le comunicazioni che le trasmetto produrranno sull’animo suo, io mi lusingo che Ella, signor Generale, ravviserà in questo passo una prova non dubbia che io reputo la sua lealtà ed il suo patriottismo pari all’inarrivabile suo valore ed al suo singolare genio militare. (25). Il fine, frutto del colloquio che avrebbe dovuto seguire alla missiva, doveva essere quello di persuadere Garibaldi a fargli accettare l’idea che il Conte di Cavour era suo amico e suo grande ammiratore; che volontari ed esercito, con Cavour e Vittorio Emanuele, sarebbero stati insieme e d’accordo nella liberazione dell’Italia tutta, e di strappargli la promessa di consegnare al Piemonte flotta e forti conquistati. Il Conte di Persano, il 3 settembre, sul giornale di bordo della nave ammiraglia, annotava: “In compagnia dell’Astengo è venuto un signore amico del Generale Garibaldi, con desiderio di poter andare da lui: il conte Cavour avendomi fatto dire dall’Astengo di fornirgli i mezzi, gli dò la Doria perché lo trasporti nel golfo di Salerno”.”. Policicchio, a p. 142, nella nota (25) postillava: “(25) La liberazione del mezzogiorno…., cit., vol. II, p. 191.”. Il testo citato da Policiccio è “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Categgio di Camillo Covour a cura della Commissione editrice” – vol. II, Agosto-Settembre 1860). Policicchio, a p. 143, nella nota (26) postillava: “(26) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, ….cit., pp. 576-577.”. Dunque, Cavour cita nella sua lettera il Capitano Paolo Augier, amico d’infanzia di Garibaldi e ne fa il latore della sua missiva al Generale dei due Mondi. L’Ammiraglio della flotta piemontese, il conte di Persano (….), nel suo “Diario privato-politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861”, Torino, 1870, vol. II, a pp. 89 e ssg., in proposito scriveva che: “3. – E’ arrivato il Signor Astengo latore di una lettera autografa di S.E. il conte di Cavour. E’ della massima importanza; Si giudichi. 31 agosto 1860 “Signor Ammiraglio, ….Il suo telegramma del 30 etc….”. (p. 90) In compagnia del signor ASTENGO è venuto un signore, amico del generale GARIBALDI, con desiderio di potere andare da lui: il conte di Cavour avendomi fatto dire dall’ASTENGO di fornirgliene i mezzi, gli dò la ‘Dora’ perchè lo trasporti alla spiaggia di Salerno. Ricevo il seguente telegramma di S.E. il conte di Cavour: “L’Authion parte questa sera con istruzioni per lei e per Villamarina. – Astengo è giunto ? – Risponda per telegrafo. Firmato C. Cavour.”. Persano a p. 91, in proposito scriveva che: “Rispondo tosto: Ricevuto la lettera di V.E. del 31 agosto ultimo. – Dora partirà domani con la mia risposta circostanziata di tutto quanto ella mi domanda….Ho dato la ‘Dora’ a quel signore che è venuto in compagnia dell’Astengo, per trasportarlo al Generale Garibaldi.”. Sempre il Persano, a p. 93, in proposito scriveva ancora: “4. – Rispondo alla lettera, che ho testè ricevuta, di S.E. il conte di Cavour, così: “Eccellenza….Prima di entrare nei particolari che formano oggetto della sua lettera del 31 agosto ultimo, recatami dal signor Astengo, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 402, nella nota (1) postillava: “”1) Dal libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Da Wikipedia leggiamo che Francesco Crispi fu una figura di spicco del Risorgimento, fu uno degli organizzatori della Rivoluzione siciliana del 1848 e fu l’ideatore e il massimo sostenitore della spedizione dei Mille, alla quale partecipò. Inizialmente mazziniano, si convertì agli ideali monarchici nel 1864. Anticlericale e ostile allo Stato Pontificio, dopo l’unità d’Italia fu quattro volte presidente del Consiglio: dal 1887 al 1891 e dal 1893 al 1896. Nel primo periodo fu anche ministro degli Esteri e ministro dell’interno, nel secondo anche ministro dell’interno. Fu il primo meridionale a diventare presidente del Consiglio del Regno d’Italia. Obiettivo di Crispi era ora l’unità della nazione attraverso il propagarsi dell’insurrezione. Il presidente del Consiglio piemontese Cavour, invece, voleva l’annessione della Sicilia al Regno di Sardegna e impedire che la rivoluzione si propagasse fino a Roma. Ciò perché lo Stato Pontificio era protetto dalla Francia, che era una potenza amica del Piemonte. Così, per controllare e rallentare l’azione di Garibaldi, Cavour spedì in Sicilia Giuseppe La Farina. Non appena arrivato a Palermo, La Farina si impegnò a denigrare Crispi, già in difficoltà per aver esposto le sue idee anticlericali. D’altro canto l’aristocrazia siciliana sperava che, annessa subito al Piemonte, l’isola avrebbe potuto godere di un’autonomia di fatto. Il contrario di quello che auspicava Crispi che vedeva la Sicilia integrata solo in una nazione italiana. In grave difficoltà, quando il 23 giugno 1860 venne organizzata a Palermo un’importante manifestazione contro di lui, Crispi diede le dimissioni, confermandole nonostante il parere contrario di Garibaldi. Quest’ultimo a sua volta ordinò l’espulsione di La Farina dalla Sicilia. Per consolidare le posizioni dei democratici, Crispi fondò allora un giornale, Il Precursore, che uscì agli inizi di luglio a Palermo. Per la lettera in questione si veda il 3 settembre 1860 e lo sbarco del Capitano marinaio, Paolo Augier a Sapri, nel giorno 3 settembre, a bordo del piroscafo della marina Piemontese Dora. Il Capitano marinaio Paolo Augier (1), amico d’infanzia di Garibaldi verrà imbarcato sul vapore “la Dora” messo a disposizione dall’Ammiraglio piemontese Conte di Persano che era di stanza nelle acque del golfo Napoletano e lo fa su sollecitudine di Cavour. L’Augier, in compagnia del Viceconsole Francesco Agresti arriverà a Sapri, a bordo del piroscafo la “Dora”, nelle ore pomeridiane del 3 settembre, lo stesso giorno che vi approderà Garibaldi con i suoi sei amici e collaboratori. Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni che, sulla base dei documenti e dei dispacci dell’epoca viene suffragata l’ipotesi dell’arrivo della ‘Dora’ a Sapri, il 3 sttembre e dell’incontro avvenuto tra Garibaldi ed il messo di Cavour. Della notizia, della lettera di Cavour indirizzata a Garibaldi e della missione che il Cavour affida al capitano Augier, ne parla la giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 459 e ssg., in proposito scriveva che: “Nel viaggio da Soveria a Napoli, Garibaldi ebbe vari messi da Cavour e Persano per indurlo a credere che oramai Re e lui, esercito e volontari, sarebbero andati d’accordo per la liberazione dell’Italia tutta. Eppure l’ultimo dispaccio di Cavour a Villarina (1), del 27 agosto, era recisamente ostile a Garibaldi : “Faites tout le possible etc…”. Non riuscito, risolse di combattere Garibaldi non più in Napoli, ma nel centro: quindi muove terra e cielo per fare che questi prometta la flotta e i forti, e manda un amico d’infanzia a persuaderlo che egli è il suo più grand’ammiratore e amico. Il seguente grano di lettera ad un intimo spiega il doppio gioco, prova che pur di riuscire ad escludere Garibaldi da Napoli, Cavour non riculava davanti la guerra civile (2): “Vous etc….”.”. White Mario, a p. 459, nella nota (2) postillava: “(2) A Nigra aveva scritto giorni prima: “Il est trop etc…”.”. La giornalista White Mario (….), continuando il suo racconto, a p. 460, in proposito scriveva che: “Ed ecco la lettera portata dal capitano Laugier amico d’infanzia e di scuola del generale: “Torino, 31 agosto 1860, Al generale Giuseppe Garibaldi, Salerno. Signor generale, Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico il capitano Laugier, sono rimasto convinto essere, nonchè opportuno etc….”. ll testo della lettera di Cavour è più o meno è lo stesso pubblicato nell’altro testo di Giacomo Emilio Curàtolo (….) ed il suo “Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria”, Bologna, Zanichelli, 1911. E’ da notare però che la White ci parla del “capitano Laugier”, come il Cavour nella sua lettera. E’ da notare che “il capitano Laugier” non presenta il “de”, patronimico aggiunto da Policicchio. Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni (…), che scrisse sulla scorta della notizia diffusa dal Policicchio. Moliterni, collaborando con la rivista “I Corsivi” (edizione postuma a quella diretta dall’amico Pier Libero che la Dirigeva), invitato da Angelo Guzzo scriveva due saggi nel 2017, partendo dalla notizia diffusa da Policicchio. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 187 e ssg., in proposito scriveva che: “Quest’articolo vuole indagare su un particolare episodio dell’impresa dei Mille che ebbe per protagonista il capitano marittimo e piccolo armatore Paolo Augier (1), un conterraneo di Garibaldi e suo fraterno amico sin dall’infanzia.”. Moliterni, a p. 187, nella nota (1) postillava: “(1) La presente ricerca riprende, approfondisce una mia precedente ricerca etc…”. Moliterni, a p. 186, nella nota (1) postillava: “(1) Nella corrispondenza del conte di Cavour e del Viceconsole Sardo Francesco Astengo, lo troviamo menzionato, rispettivamente, come ‘Laugier’ e ‘Auger’ (cf. infra in narrativa).”. Moliterni, a p. 190, scriveva pure: “La notizia che Garibaldi si accingeva ad attraversare lo Stretto di Messina gettò Cavour nello sconcerto. Fu allora che il Tessitore decise di spostare nella baia di Napoli il contrammiraglio della Marina Sarda Carlo Pelliòn, conte di Persano, che, a capo di alcune unità navali, etc….Tuttavia l’approdo del Dittatore sulle coste della Calabria e il suo veloce incedere verso Napoli rivelatosi più rapido del previsto, spinsero Cavour a cambiare strategia e a darne comunicazione a Persano con un telegramma cifrato spedito da Torino alle ore 10,00 del 30 agosto: “……..etc…”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “778. Cavour a Garibaldi (Copia Artom) 31 Agosto 1860, Signor Generale, Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico il Capitano Laugier (1), etc…”. Nel testo, a p. 191, nella nota (1) si postillava: “(1) Il Curatolo (Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour, ecc…, Bologna, Zanichelli, 1911, pag. 298) pubblica una lettera 15 Giugno del Capitano Augier a Garibaldi, ma non parla di questa missione.”. La giornalista White Mario (….) continuando il suo racconto, dopo aver parlato del Fortino del Cervaro, a pp. 460-461, in proposito aggiungeva: “Il capitano Lauger fece l’impossibile per persuadere il generale di mettersi d’accordo con Cavour, dimostrando, che, uniti i volontari coll’esercito, l’Italia in breve tempo sarebbe fatta. E Persano fece lo stesso; e questo col pieno consenso di Cavour: il messaggio li raggiunse tra Soveria e Salerno. Finora si è creduto che il generale non avesse avuto rapporti col Persano o con altri messi cavouriani, dacchè si trovava sul continente, se non dopo l’entrata a Napoli; ma colla pubblicazione delle lettere fatta dal Chiala, confrontanto la data di queste colle date di Persano, si trova che prima del giorno sei vide Laugier (1). Ora questa data rettificata spiega molti lati del suo agire, dei quali invano finora si è cercata la chiave. Visto Laugier, saputo che Persano aveva ricevuto ordine da Cavour di andare pienamente e francamente d’accordo con lui, Garibaldi disse tra sè e sè: il Re ha fatto capitolare Cavour, egli vuole l’Italia una, nè si sdegna di accettarla dalle mani del popolo per mezzo mio; così va bene e così andiamo d’accordo.”. La White, a p. 460, nella nota (1) postilava: “(1) Le date sono importanti. Il 31 agosto, Persano avverte Cavour avere significato a Garibaldi “gli ordini che avevo dato da parte del governo del nostro Re di procedere di pieno accordo con lui per l’unificazione d’Italia sotto lo scettro nazionale di Vittorio Emanuele e che quindi egli disponesse pure dell’opera mia;” e parla della flotta ec. Cavour a Persano, 3 settembre: “Approvo pienamente la sua comunicazione a Garibaldi; essa segue la nuova via che dobbiamo seguire.”. Persano a Cavour 3 settembre: “J’envole à Garibaldi avec Dora l’individu arrivé avec Astengo”. Chiala mette in nota ‘Il capitano Laugier’.”. Moliterni, dopo aver descritto i dispacci che si scambiarono il Cavour e l’Ammiraglio Persano, a pp. 191-192, in proposito scriveva che: “La gravità del contenuto della lettera e il comprensibile riserbo che doveva circondarla, indussero Cavour a inviare a Napoli il viceconsole Francesco Astengo affinché la consegnasse direttamente nelle mani del Contrammiraglio.”. A questo punto, Moliterni si sofferma sulla questione dell’annessione Siciliana al Governo Sabaudo, ed a p. 194, in proposito scriveva che: “Ne seguì una forte tensione del governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 194, nella nota (1) postillava: “(1) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. Piola Caselli, “Cronache marinare” di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. A questo punto, Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Moliterni, a pp. 198-199, in proposito aggiungeva: “Ma a influire sull’atteggiamento del Dittatore potrebbe essere stato anche il colloquio avuto con l’amico Augier, un colloquio che Jessie White Mario dà per avvenuto e nel corso del quale il capitano avrebbe fatto “l’impossibile per persuadere il generale di mettersi d’accordo con Cavour, dimostrando, che, uniti i volontari coll’esercito, l’Italia in breve tempo sarebbe fatta.” (23). La White, pur essendo stata in quel periodo molto vicina a Garibaldi, in questo caso sembra avvalersi di testimonianze documentali posteriori e, infatti, è al quanto vaga riguardo al tempo e al luogo dell’incontro, limitandosi a dire che si svolse “prima del giorno sei” settembre, “tra Soveria e Salerno” (24).”. A questo punto, Moliterni inizia ad articolare il suo assunto ragionando sulle date e sui documenti, i dispacci di Persano. Nel ……, nel testo di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, che ritroviamo on-line sulla rete, a p. 100 è scritto che: “50. L’ambasciata di Piola Caselli a Garibaldi. Il 1à settembre Crispi annota: “partenza del ministro Piola pel Campo”(616). Tutto dipende dalle decisioni di Garibaldi. Infatti il Capitano Piola, Min. della Mar., lascia Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al Gen. mentre la città rimane in sospeso sul tenore della risposta. Il Prodittatore spera che ottenga il permesso di ottenere nell’isola una votazione immediata giacché, spiega: “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti, non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli ma i mezzi non sono sempre sicuri e si compromettono con le potenze estere.” (617). Avendo Depretis scritto questa calda lettera a Garibaldi, pregandolo ad autorizzare il Plebiscito, affermando che ogni ulteriore ritardo sarebbe cagione di danni, etc…”(618)….Crispi venuto a sapere quale sia la missione di questi s’indigna dei maneggi di lui. Il 30 Agosto ha scritto a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour.. Si parla ormai di immediata annessione e si dà come voluta e comandata da Voi. Sarà mai vero?” (620)….Depretis è ansioso di sentire da Piola se Garibaldi approvi il suo nuovo atteggiamento poichè da questo dipende il successo o il fallimento della sua missione.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (616) postillava: “(616) Francesco Crispi, Il Diario dei Mille, Treves, 1910”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (617) postillava: “(617) Depretis a Garibaldi, 1° settembre; A. Colombo, p. 17; Smith, ibidem.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (618) postillava: “(618) CRISPI, Ibidem; Smith, Ibidem”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (620) postillava: “(620) Crispi; Agrati, Ibidem”. Sempre Adamoli, a pp. 100-101, in proposito scrive che: “La stessa ansia è di Cordova, il quale, il 4, da Palermo scrive a Cavour: “Eccellenza signor Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola dal Campo di Garibaldi, con l’oracolo del Dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del 29 Agosto, se non erro. Etc…” (624). Impetuosamente impegnato nel dirigere l’avanzata su Napoli, il 4 Garibaldi, rimessosi in cammino con tutta la sua gente, con i 1.500 uomini di Bertani e quelli di Stefano Turr, passato il monte Olivella scende a Levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonato alla Rotonda e sulla quale cammina l’avversario, il gen. Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino (625). Ecco quì Piola raggiungere finalmente l’esercito in marcia.”. Adamoli, a p. 101, nella nota (624) postilla che: “(624) LM, II, 828”. Adamoli, a p. 101, nella nota (625) postilla che: “(625)Agrati; Smith; L. Quandel Vial; etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 408-409 e ssg., in proposito scriveva che: “Cavour convintosi che il partito migliore era, per ora, di seguire il consiglio di Persano, non esita a stender la mano a Garibaldi, scrivendogli la seguente lettera: “Torino, 31 agosto 1860. Signor Generale – Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico capitano Laugier, l’ho incaricato di venire da Lei a darle spiegazione etc…Cavour…”. Questa lettera, non v’ha dubbio, dev’essere costata parecchio all’amor proprio di Cavour e poiché egli tale amor proprio l’ha saputo vincere, merita lode. Ma dopo quel che ha scritto ed ha fatto per creare ostacoli e difficoltà d’ogni sorta a Garibaldi nel suo cammino, è forse illogico supporre che abbia scritto in quel modo solo perché costrettovi dal suo stesso interesse, quando si fu convinto che ogni altra manovra era vana? Quando Garibaldi abbia avuta questa lettera e quale sia stato l’esito della missione Laugier non mi risulta; forse la rapidità degli avvenimenti rese la mossa del Cavour inutile. Certo la “completa fiducia” fra i due fu tutt’altro che ristabilita. Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. Etc…”.
Nel 31 agosto 1860, Garibaldi ordina a Turr di recarsi a Paola e di imbarcare le truppe per il golfo di Policastro (per Sapri) e Turr scrive a Bixio
Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, onde Garibaldi vi spedì immediatamente Turr con ordine, se possibile, d’imbarcarle per il golfo di Policastro, oppure di prendere la via di terra, per trovarsi al più presto sulla strada di Lagonegro, ed avanzare sopra Salerno. Lasciava infine la prodittatura a Donato Morelli e si avanzava con Cosenz.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Al mattino del primo settembre Garibaldi partì alla volta di Rogliano, fece sosta nella casa di Donato Morelli e in serata raggiunse Cosenza dove, intanto, era giunto Agostino Bertani proveniente da Paola. A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Inoltre, Policicchio riporta due testi: il primo è quello della nota (25), a p. 281 dove postillava: “(25) C. Pecorini-Manzoni, Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli, F.lli Bocca, Firenze, 1876, p. 148.”. L’altro testo è quello della nota (26) a p. 282, dove postillava: “(26) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Salvi, Milano, 1861, pp. 17-18”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 196, in proposito scriveva che: “All’estremo opposto del Campo Tenese Garibaldi salì l’erta d’un altro passo (1) e varcandolo abbandonò la Calabria per la Basiicata, facendo la sua prima sosta nella nuova regione, a Rotonda, un paesetto di montagna dove egli trovò già costituita la Guardia Nazionale e l’intiera gerarchia delle autorità rivoluzionarie nè più nè meno che se fosse stato Parigi o per lo meno Cosenza (2).”. Sempre la Dobelli (….), a p. 198, in proposito scriveva pure che: “A questo punto del suo viaggio Garibaldi cambiò metodo,…..Il Dittatore fu perciò persuaso dai suoi amici a non mettersi indifeso alla mercè di quegli uomini che avrebbero potuto piantargli due palle in corpo con la stessa prontezza con cui spacciavano i loro generali, ed a raggiungere Sapri con una deviazione traverso i monti e il mare. A Sapri troverebbe i 1500 uomini del Turr, arrivati allora da Paola e conducendoli con una marcia fino a Lagonegro, potrebbe occupare in forza la linea di ritirata del Caldarelli e aprire con lui i negoziati in condizioni più favorevoli.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 16, nelle sue memorie scriveva che: “Seguito da dodici bersaglieri, scesi a terra pel primo presso Paola, dove corsi pericolo di essere soffocato dalle entusiastiche espressioni di gioia dei Calabresi. Tutta la Calabria era libera fino alla frontiera settentrionale; soltanto alcuni residui di truppe regie andavano ancora erranti per la provincia. Col solo accompagnamento della nobiltà di Paola, fra le quali era a distinguersi il ricco fabbricante di seta, signor F. Tuzzi, su un focoso cavallo offertomi, dalla bassa spiaggia del mare salii alla elevata città, accolto su tutta la via da applausi che fino a quel momento mi erano ignoti. Qui ebbe principio la marcia trionfale della brigata Milano; etc…”. Rustow, a p. 17, in proposito scriveva pure che: “Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Il 1° settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow venne per ordine di Garibaldi riunita alla divisione comandata da Turr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma doveva venir dietro nel termine posibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione che sbarcò a Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell’armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza. Etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 337, in proposito scrivea che: “..andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’esercito, precedevano ora, mercè quella navigazione di due o tre marcie, l’avanguardia, avendo dovuto Garibaldi trattenersi una buona parte del 31 agosto in Soveria-Manelli, per mettere fine a quella capitolazione.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 212 e ssg., in proposito scriveva che: “Nelle Calabrie i regii, oltre al presidio di questa città, avevano le due divisioni Briganti e Melendez, in dodicimila uomini, che tenevano il paese tra Gallico e Punta del Pezzo; più innanzi, a Monteleone, era il maresciallo Vial con altrettanti; altri rinforzi approdavano a Paola; ed in Cosenza trentacinquemila uomini della brigata Caldarelli. Etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti pe mar dal Faro a Tropea, poi per tera sinoa Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mand subitoil Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il ressto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.
Il generale ISTVAN (STEFANO) TURR
Luigi Susani (….), nel suo “Giuseppe Garibaldi e l’epopea dei “Mille” (1860)”, a pp. 26-28, in proposito scriveva che: “Subito dopo la capitolazione dei regi, Garibaldi provvide alle necessità del governo dell’isola. Organizzò la Guardia nazionale in cinque legioni per il servizio d’ordine pubblico nella capitale e sciolse quelle squadre siciliane che non ritenev sicure per l’ordine pubblico. Ma suo maggior pensiero fu quello di costituirsi un piccolo esercito organizzato, formò pertanto, considerandola a suo avviso, come una appendice dell’esercito sardo, una Divisione alla quale, per l’appunto, diede il numero 15° Divisione (perchè 14 erano le divisioni dell’esercito sardo) e la affidò al comando del Generale ungherese (promuovendolo con ciò di grado) Stefano Turr. E’ qui doveroso ricordare la bella ed eroica figura di Soldato e di patriota del Generale Turr. Per quanto nato (nel 1825) in Ungheria da genitori ungheresi e perciò di nazionalità magiara, egli è pure annoverato nella storia del nostro Risorgimento come uno dei suoi prodi artefici. Egli fu di quella numerosa schiera di volontari magiari che nel 1849 disertarono dall’esercito austro-ungarico per passare nelle file di quello sardo-piemontese. Malgrado che per un complesso di circostanze la formazione dei volontari magiari avesse avuto uno scarsissimo impiego sul campo di battaglia della “fatal Novara”, pure una legione di volontari ungheresi, della quale faceva parte il Turr si ricostituì di nuovo in Piemonte nel 1859. Essa venne immessa tra le fila garibaldine dei “Cacciatori delle Alpi” e partecipò con essa attivamente alla nostra seconda guerra di Indipendenza. Nel combattimento del 16 giugno a Treponti l’allora colonnello Stefano Turr fu gravemente ferito; ciò diede modo a Giuseppe Garibaldi di renderlo ancora più caro e quando lo seppe ristabilito, lo invitò ad essere suo prezioso collaboratore nella spedizione dei “Mille”. Terminata la guerra nell’Italia meridionale il generale garibaldino Stefano Turr ottenne di essere inquadrato nell’Esercito piemontese e nel 1862 Vittorio Emanuele II lo volle suo aiutante in campo. Collocato in disponibilità quando nel 1867 fu definitivamente sciolta la legione ungherese, Stefano Turr, che già era passato a fauste nozze con Adelina Wjse Bonaparte, cugina di Napoleone III, rese ancora utili servizi al Governo italiano nel campo diplomatico, facendosi promotore di una sua idea di arrivare a conciliare l’Austria con l’Italia. Etc…”. Da Wikipedia leggiamo che István Türr, conosciuto in Italia come Stefano Turr (Baja, 10 agosto 1825 – Budapest, 3 maggio 1908), è stato un militare e politico ungherese. Divenne noto in Italia per la grande parte avuta nella campagna dei Cacciatori delle Alpi e nella spedizione dei Mille. Nel 1859 combatté in Italia come capitano dei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi, che lo tenne sempre in grande stima. L’anno successivo lo seguì alla spedizione dei Mille: fu promosso generale di divisione dell’Esercito meridionale e venne gravemente ferito. Scelto da Garibaldi quale governatore di Napoli svolse un certo ruolo nella preparazione e nello svolgimento del plebiscito del 21 ottobre 1860. Nominato generale di divisione dell’esercito sabaudo, fu collocato in aspettativa nel dicembre 1861 e un anno dopo fu nominato Aiutante di campo onorario di re Vittorio Emanuele II. Massone, fu membro della Loggia “Dante Alighieri” di Torino e Gran maestro del Grande Oriente Ungarico in esilio, di cui Lajos Kossuth fu Gran maestro onorario . Da Wikipedia leggiamo che Stefano Turr, nel 1859 combatté in Italia come capitano dei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi, che lo tenne sempre in grande stima. L’anno successivo lo seguì alla spedizione dei Mille: fu promosso generale di divisione dell’Esercito meridionale e venne gravemente ferito. Scelto da Garibaldi quale governatore di Napoli svolse un certo ruolo nella preparazione e nello svolgimento del plebiscito del 21 ottobre 1860. Nominato generale di divisione dell’esercito sabaudo, fu collocato in aspettativa nel dicembre 1861 e un anno dopo fu nominato Aiutante di campo onorario di re Vittorio Emanuele II. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Per tal modo le forze raccolte da Bertani a servizio partito estremo mazziniano cadevano sotto il governo del Turr, il più cavouriano degli ufficiali garibaldini.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 10, in proposito scriveva che: “Come Garibaldi decise di arrischiare l’impresa, chiamò a sè il colonnello ungherese Stefano Turr, nel quale riponeva tutta la sua fiducia e confidenza, e gli comunicò il suo pensiero….Lo stesso progetto Garibaldi confidava ad un suo provato d’armi, il colonnello Sacchi che fin dal 1842 aveva diviso con lui i pericoli, le fatiche e le glorie di un lungo assedio, e di una guerra eroica a Montevideo etc…”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 76, in proposito scriveva che: “Con Decreto del 14 nominò Sirtori, Turr e Orsini al grado di Maggiore Generale, e Bixio a Colonnello Brigadiere.”.
Il colonnello polacco WILHELM (GUGLIELMO) RUSTOW, ufficiale garibaldino, comandante del corpo “Rustow” che si unì alla Divisione Turr
Da Wikipedia leggiamo che Rüstow è nato a Brandeburgo sulla Havel nel Brandeburgo entrò nell’esercito prussiano e prestò servizio per alcuni anni, fino alla pubblicazione di Der deutsche Militärstaat vor und während der Revolution (Zurigo, 1850). Rüstow partecipò alla rivoluzione del 1848. Fu condannato da una corte marziale a 32 anni e mezzo di reclusione in fortezza, ma riuscì a fuggire in Svizzera, dove ottenne un incarico militare. Nel 1857 fu nominato maggiore. Tre anni dopo Rüstow partecipò alla spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi come colonnello e capo di gabinetto . A Rüstow si devono attribuire le vittorie di Capua (10 settembre 1860) e Volturno (1 ottobre 1860). Alla fine della campagna in italia meridionale si stabilì a Zurigo. Tre anni dopo Rüstow partecipò alla spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi come colonnello e capo di gabinetto . A Rüstow si devono attribuire le vittorie di Capua (10 settembre 1860) e Volturno (1 ottobre 1860). Alla fine della campagna in italia meridionale si stabilì a Zurigo. Allo scoppio della guerra franco-prussiana del 1870, offrì i suoi servigi alla Prussia, ma fu respinto. Nel 1878, alla fondazione di una cattedra militare a Zurigo, Rüstow fece domanda per il posto, ma insegnò solo per un breve periodo. La cattedra venne definitivamente data ad un altro ufficiale Emil Rothpletz, per questo motivo Rüstow si suicidò ad Aussersihl vicino a Zurigo. Scrisse numerose opere di storia militare, di strategia e tattica militare.
La Guerre Italienne (1862)
Della sua opera esistono alcune versioni tradotte di cui innanzi riporto i brani che interessano lo sbarco di Sapri. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861); Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860; il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alle ore 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare.“.
Nel 31 agosto 1860, a Cosenza, Agostino Bertani arriva da Paola e fa visita a Garibaldi che, apprendendo dell’arrivo dei volontari a Paola, nomina Turr, Capo di Stato Maggiore della 15° Divisione garibaldina al posto di Rustow
A Paola, Agostino Bertani aveva fatto concentrare le grigate Milano e Spinazzi che facevano parte della ex divisione Pianciani e, nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo del Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2). Apprendendo la presenza di quei 1500 uomini e delle loro imbarcazioni, Garibaldi inviò il Turr ad assumere il comando e condurli a Sapri per via di mare. Per tal modo le forze raccolte da Bertani a servizio partito estremo mazziniano cadevano sotto il governo del Turr, il più cavouriano degli ufficiali garibaldini. Il Bertani, ingoiando in silenzio l’amaro disinganno, s’attaccò alla persona del Dittatore e non appena ebbe scorso qualche giorno di viaggio al suo fianco ricominciò ad esercitare su lui l’ascedente che negli ultimi tempi sembrava avere perduto. Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, assumeva il comando delle truppe etc…“. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 195, in proposito scriveva che: “Il primo settembre alle tre del mattino, Garibaldi, il Cosenz e il Bertani lasciavano Cosenza in carrozza aperta, etc…”. Dunque, se Garibaldi e Bertani lasciarono Cosenza il 1° settembre, alle tre del mattino ci conferma che Bertani arrivò da Paola il giorno 31 agosto 1860. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 17, in proposito scriveva che: “Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, onde Garibaldi vi spedì immediatamente Turr con ordine, se possibile, d’imbarcarle per il golfo di Policastro, oppure di prendere la via di terra, per trovarsi al più presto sulla strada di Lagonegro, ed avanzare sopra Salerno. Lasciava infine la prodittattatura a Donato Morelli, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Maxime Du Camp (….), racconterà quegli avvenimenti nel suo “Expedition des Deux-Siciles”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alle ore 15. divisione comandata da Turr, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito scriveva pure che: “In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “….sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, etc…(18).“. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti pe mar dal Faro a Tropea, poi per tera sinoa Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mandò subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi.“.
Nel 31 agosto 1860, le divisioni Garibaldine, di cui disponeva il generale Giuseppe Garibaldi: la 15° Divisione (ex Divisione Pianciani), al comando del colonnello ungherese Stefano Turr che sbarcarno in Calabria
Luigi Susani (….), nel suo “Giuseppe Garibaldi e l’epopea dei “Mille” (1860)”, a pp. 26-28, in proposito scriveva che: “Subito dopo la capitolazione dei regi, Garibaldi provvide alle necessità del governo dell’isola. Organizzò la Guardia nazionale in cinque legioni per il servizio d’ordine pubblico nella capitale e sciolse quelle squadre siciliane che non riteneva sicure per l’ordine pubblico. Ma suo maggior pensiero fu quello di costituirsi un piccolo esercito organizzato, formò pertanto, considerandola a suo avviso, come una appendice dell’esercito sardo, una Divisione alla quale, per l’appunto, diede il numero 15° Divisione (perchè 14 erano le divisioni dell’esercito sardo) e la affidò al comando del Generale ungherese (promuovendolo con ciò di grado) Stefano Turr. Etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 97 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma per continuare la marcia sul Continente, era necessario gettare le basi per la organizzazione di un Esercito Meridionale. L’espediente dei “Cacciatori di Sicilia” non dette buoni risultati, e il Corpo fu sciolto. Fu sciolto anche perchè da Genova sbarcarono il 17 giugno ben 4000 volontari al comando del Gen. Medici del Vascello, e qualche giorno dopo, altri 2000 volontari toccarono il suolo di Sicilia, al comando del Gen. Cosenz: ufficiali garibaldini entrambi, rimasti a Genova per l’arruolamento di uomini e l’acquisto di armi. E così, l’8 luglio, ai piedi del Monte S. Pellegrino, Garibaldi potè passare in rassegna i primi battaglioni del nuovo esercito liberatore.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 212 e ssg., in proposito scriveva che: “Nelle Calabrie i regii, oltre al presidio di questa città, avevano le due divisioni Briganti e Melendez, in dodicimila uomini, che tenevano il paese tra Gallico e Punta del Pezzo; più innanzi, a Monteleone, era il maresciallo Vial con altrettanti; altri rinforzi approdavano a Paola; ed in Cosenza trentacinquemila uomini della brigata Caldarelli. Etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a pp. 130-131, in proposito scriveva che: “Questo esercito doveva subito costituirsi in una divisione composta di due brigate, ciascuna delle quali di quattro battaglioni. Il comando della divisione e della 2° brigata fu assunto dal Turr e quello della 1° brigata da Bixio. Capo di Stato maggiore fu nominato il maggiore Spangaro. La sua forza iniziale non superava i mille uomini, ma doveva ben presto essere aumentata dai contingenti di altre due spedizioni che si preparavano a Cornigliano ed a Sestri, la prima di 900 uomini guidati da Clemente Corte, sbarcata il giorno 8 sul clipper americano ‘Charles and Iane e la seconda imbarcata il 10 sui piroscafi ‘Washington, Oregon e Franklin’ al comando di Medici e forte di altri 2500 volontari. Un piccolo rinforzo era intanto giunto da Genova, guidato da Carmelo Agnetta, esule siciliano, che con 60 uomini e un migliaio di fucili era sbarcato a Marsala, aveva percorso la via battuta dai Mille ed era arrivato il giorno 7 a Palermo. Altri 1500 fucili aveva pure mandato il Fabrizi da Malta.”. Cesari, a p. 138, in proposito scriveva: “La spedizione Medici…..Col suo arrivo si formarono pertanto fra il 20 e il 22 giugno tre colonne, la prima guidata da Medici, destinata ad avviarsi per il litorale, obiettivo Messina, la seconda guidata da Turr, composta dalla 2° brigata Eber della sua divisione, diretta a Misilmeri, Caltanisetta e Catania, la terza, comandata da Bixio e composta dalla 1° brigata, diretta a Corleone e a Girgenti. Tutte, compiute il loro itinerario dovevano concentrarsi alla punta del Faro.”. Cesari, a p. 141, in proposito scriveva che: “Il Cosenz, nominato allora generale, fu da Garibaldi incaricato di formare subito coi suoi 1500 uomini e con altri che vi si aggiunsero, una divisione, che dopo quella di Turr (15°) assunse in conformità dell’ordine del giorno precisato la numerazione di 16°, in continuazione cioè a quelle dell’esercito regolare. Per il momento questa divisione si compose di una sola brigata su due reggimenti, più una compagnia di carabinieri genovesi. Il comando del 1° reggimento fu dato al colonnello Fazioli e quello del 2° al colonnello Filippo Borghesi.”. Questa descrizione riguarda le compagnie in stanza in Sicilia che andarono all’attaco. Cesari nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Detto questo, il Cesari descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore. Il primo scaglione partì da Genova nella notte dal 7 all’8 agosto, seguito a breve distanza da altri due, che si imbarcarono rispettivamente a Genova e a Laspezia. Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: “Secondo il piano prefissato, le truppe del pianciani dovevano dirigersi all’isola di Montecristo e gettarsi poi sulla costa di Montalto, etc…Garibaldi, edotto a sua volta di questo tentativo, che veniva a compromettere tutta l’opera sua, fece sapere al Pianciani che lo disapprovava e che sarebbe stato più gradito l’invio di rinforzi in Sicilia. Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.“. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 161, in proposito scriveva che: “Intanto il generale Cosenz imbarcava al Faro la compagnia francese De Flotte e la brigata Assanti, circa 1200 uomini, coi quali riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito scriveva che: “Spedita questa avanguardia, lo stesso Garibaldi ordinava alla brigata Eber di muovere verso Palmi, alle brigate Milano e Spinazzi di occupare Tropea ed alle truppe del Cosenz di raggiungere Tiriolo, dove egli aveva messo il suo quartiere generale, per incalzare di là, alle spalle, la colonna borbonica di Ghio. Questa infatti trovava a Soveria i calabresi, i quali però per dispaccio di Sartori, male interpretato nel senso di lasciar passare la colonna Ghio etc….Nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passarvi in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava per Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Quì rilevo l’errore di scrivere che Turr doveva condurre le truppe a Policastro mentre si trata di condurle a Sapri nel golfo di Policastro. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao. In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli altri aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148, in proprosito scriveva che: “Il sollecito e bene organizzato trasporto per mare delle truppe Garibaldine è dovuto tutto all’opera zelante ed intelligente degli ufficiali superiori della marina militare di Garibaldi, Piola, Anguissola, Castiglia, Sandri, Maldini ed altri.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva grran tempo per disporre la brigata Milano.”. Arrivati a Vibonati, Rustow racconta, nella traduzione di Porro, a p. 20 che: “Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri. Ometto qui molti e molti particolari interessanti, riservandomi di farne cenno in altre occasioni, lusingandomi per ora di fare cosa gradita al lettore soltanto col fargli conoscere quale fosse l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido. I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; etc…”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 73-74, in proposito scriveva che: “Capo II. Da Palermo a Napoli. Il Dittatore, come abbiamo narrato, in seguito alle discussioni per l’organizzazione del suo esercito, deliberò che esso fosse una continuazione dell’armata Sarda, e siccome l’ultima divisione di questa era la 14°, così egli diede alla sua Divisione il N° 15. La costituì in due Brigate e nominò Turr Comandante in Capo, affidandogliene l’organizzazione col seguente Decreto: “Palermo, 8 giugno 1860. Il Colonnello Turr è incaricato di organizzare una Divisione, composta di due Brigate, ed ogni brigata di quattro battaglioni. In tale organizzazione sia coadiuvato dal Capo di Stato Maggiore principalmente, e da tutt’i Capi dei Corpi per l’amamento, abbigliamento, personale ecc…firmato G. Garibaldi.”. Gli uomini per formare il primo nucleo dei quadri della Divisione furono scelti principalmente dai mille, che si erano ridotti appena a 600, mentre circa 500 erano caduti morti o feriti. Il comando della 1° Brigata fu dato a Bixio, ed il suo nucleo venne costituito dalle prima quattro Compagnie dei Mille, dai primi arrivati alla spicciolata dall’Alta Italia dopo la rea di Palermo, e da una scelta di squadriglieri Siciliani (forza complessiva 400 uomini circa.). Il nucleo della 2° venne costituito dalle seconde compagnie dei Mille, da altri arruolati formante un complessivo di 536, ed il comando fu tenuto dal Turr nel tempo stesso che teneva il Comando della Divisione; a Capo di Stato Maggiore fu destinato il Maggiore Spangaro. (Forza della intera Divisione 936 circa).”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 76, in proposito scriveva che: “Con Decreto del 14 nominò Sirtori, Turr e Orsini al grado di Maggiore Generale, e Bixio a Colonnello Brigadiere.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 126, in proposito scriveva che: “…il Dittatore avvisava a tutt’i mezzi per aumentare le sue forze di terra e di mare allo scopo di eseguire il suo sbarco in Calabria, una spedizione così detta di Terranova (1) già concertata dallo stesso Garibaldi, allestita da Bertani e comandata dal colonnello Conte Luigi Pianciani, trovavasi pronta a partire da Genova e Livorno per invadere gli Stati del Papa e suscitarvi la rivolta; essa componevasi di sei brigate: Intendenza, Ambulanza, Cacciatori, Guide, Genio, Artiglieria, in tutto 8940 uomini compresi gli uffiziali; tra i comandanti di brigata eravi Giovanni Nicotera giovane arditissimo, arrischiato fino alla temerità, patriota ardente, compagno di Carlo Pisacane nella spedizione di Sapri, dove ferito gravemente cadde in mano ai soldati di re Ferdinando, che per timore di aggiungere altre machie di sangue alla sua corona, lo mandò alla galera a vita.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 127, in proposito scriveva che: “Garibaldi….per ritirare sotto il suo comando quel forte corpo di volontari che con tanta cura era stato organizzato militarmente dal colonnello Pianciani coadiuvato da Rustow, mentre l’organizzazione amministrativa era devoluta all’intelligente lavoro dell’Intendente Sanni, coll’assistenza del Commissario di guerra Francesco della Lucia. Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 129, in proprosito scriveva che: “Il Dittatore non aveva soltanto lavorato per organizzare un esercito, egli aveva fatto in poco tempo la sua marina che, oltre un gran numero di piccole barche, si componeva del ‘Tukory’, del ‘Waschington’, il ‘Franklin’, l’Oregon, la ‘Città di Torino’, il Fernet, l’Annita, l’Indipendance’.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, in proprosito scriveva che: “Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria;….Il corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta da 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 134, in proprosito scriveva che: “Bixio nello stesso giorno che stipulava col generale Gallotti la convenzione di resa (Docum. 44, 45) mediante la quale cedevano in mano di Garibaldi 8 pezzi da compagna, due di grosso calibro, sei di trenta, 14 mortai, altri pezzi grossi e 5000 fucili con le relative munizioni, quindi trasmetteva a Sirtori Capo dello Stato Maggiore Generale, un interessante rapporto intorno etc…(Doc. 46.).”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. Poi, a pp. 147-148 aggiungeva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Caro Bixio, Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attacate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito oltre i signori accennati ieri, il colonnello Telky e Maxime du Camps….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Cosenza, 31 agosto 1860.”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 301, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “1° settembre….In quel giorno era noto a Salerno lo sbarco presso Sapri; le truppe ivi sbarcate si computavano perlomeno a 4000 uomini e secondo i calcoli più alti fino a 15,000. Caldarelli si diceva a Salerno…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “…Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2). Apprendendo la presenza di quei 1500 uomini e delle loro imbarcazioni, Garibaldi inviò il Turr ad assumere il comando e condurli a Sapri per via di mare. Per tal modo le forze raccolte da Bertani a servizio partito estremo mazziniano cadevano sotto il governo del Turr, il più cavouriano degli ufficiali garibaldini. Il Bertani, ingoiando in silenzio l’amaro disinganno, s’attaccò alla persona del Dittatore e non appena ebbe scorso qualche giorno di viaggio al suo fianco ricominciò ad esercitare su lui l’ascedente che negli ultimi tempi sembrava avere perduto. Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, assumeva il comando delle truppe e le metteva in mare, sbarcandole a Sapri, il 2 settembre, ventiquattr’ore avanti l’arrivo di Garibaldi in questo stesso posto. Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Infatti, Traveljan, nella traduzione della Dobelli, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “Dopo un’aspra contesa caratterizzata da reciproca mancanza di rispetto, fra il Nicotera e il Ricasoli, quest’ultimo la vinse e ottenne con la forza che l’ultimo residuo dei volontari partisse alla volta della Sicilia (1). Per tal modo tutte le forze raccolte dal Bertani a danno del Papa, più di 8000 uomini in tutto, finirono con l’andare ad accrescere le file di Garibaldi, rendendogli servizi indispensabili nell’opera di occupazione e poi di difesa di Napoli. Si può dire ch’essi fossero gli ultimi volontari che gli pervenissero dal nord giacchè, il 13 agosto, Cavour, allarmato…aveva proibito che si continuasse l’arruolamento…etc…Perciò le partenze di spedizioni in massa dal porto di Genova cessarono, e soltanto qualche centinaia di individui forniti di passaporti governativi raggiunsero separatamente il mezzogiorno (2).”. Treveljan, a p. 155, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, 313 e seg. (documenti M e N); Ricasoli, V, 171-224 passim.; Nicotera trascendeva nell’espressione del suo credo repubblicato anche più in là di quel che piacesse al Mazzini; vedi Mignona, 193. Appendice B.”. Treveljan, a p. 155, nella nota (2) postillava: “(2) Pittaluga, 159-161; Mem. Stor. Mil., II, 179; F.O. Sard., n. 332, Brown all’Hudson, 27 agosto 1860.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: “La mattina del 4 settembre, intanto, dopo la notizia dello sbarco della colonna Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era assai di men numerosa, ad unanimità, deliberò di potersi resistere etc…“. Il De Cesare, a p. 898, in proposito scriveva pure: “Da Reggio a Napoli non fu tirato un colpo di fucile, e Garibaldi, dapprima con la sua avanguardia e poi procedendo questa, con poche guide e cavalieri e con Enrico Cosenz sempre vicino, da lui nominato ministro della guerra, proseguiva la sua marcia, acclamato come il Dio della vittoria. Trovava dunque lo Stato disciolto, e a lui si arrendevano generali abbandonati dai propri soldati. Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfale, attraverso le Calabrie, è stata narrata da me con documenti inediti e interessanti in un altro mio libro (8).”. De Cesare, a p. 1139, nella nota (8) postillava: “(8) Una famiglia di patrioti”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti pe mar dal Faro a Tropea, poi per tera sinoa Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mand subitoil Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.
Nell’agosto 1860, le truppe garibaldine dell’ex divisione PIANCIANI (ora detta ex TERRANOVA) furono aggregate alla 15° Divisione Turr, creata da Garibaldi in Sicilia (tolta a Pianciani che si dimise e la diede a Turr)
Come è stato detto i garibaldini della spedizione Bertani sbarcarono in Sicilia dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. Essi parteciparono alle operazioni di Milazzo. Ma il conte Pianciani si dimise poco dopo rimettendo i suoi uomini a Garibaldi. Della Spedizione organizzata da Bertani faceva parte anche Nicotera. Da Wikipedia leggiamo che Luigi Pianciani era figlio primogenito del Conte Vincenzo Pianciani e di Amalia Ruspoli, figlia del Principe Ruspoli di Cerveteri. Partecipò alla campagna meridionale del 1860 guidando nell’agosto una spedizione a sostegno delle truppe garibaldine forte di circa 8.940 uomini che prese il suo nome. La spedizione si componeva del gruppo Pianciani di 6.000 uomini, che avrebbe dovuto sbarcare nel nord del Lazio e muovere verso l’Umbria, dove doveva congiungersi con altri 2.000 uomini di Nicotera provenienti dalla Toscana, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, il totale di circa 9.000 volontari avrebbe poi dovuto puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud, non vedendo attuato il piano inizialmente previsto il Pianciani si dimise. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860. …..corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino all’ora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a pp. 130-131, in proposito scriveva che: “Questo esercito doveva subito costituirsi in una divisione composta di due brigate, ciascuna delle quali di quattro battaglioni. Il comando della divisione e della 2° brigata fu assunto dal Turr e quello della 1° brigata da Bixio. Capo di Stato maggiore fu nominato il maggiore Spangaro. La sua forza iniziale non superava i mille uomini, ma doveva ben presto essere aumentata dai contingenti di altre due spedizioni che si preparavano a Cornigliano ed a Sestri, la prima di 900 uomini guidati da Clemente Corte, sbarcata il giorno 8 sul clipper americano ‘Charles and Iane e la seconda imbarcata il 10 sui piroscafi ‘Washington, Oregon e Franklin’ al comando di Medici e forte di altri 2500 volontari. Un piccolo rinforzo era intanto giunto da Genova, guidato da Carmelo Agnetta, esule siciliano, che con 60 uomini e un migliaio di fucili era sbarcato a Marsala, aveva percorso la via battuta dai Mille ed era arrivato il giorno 7 a Palermo. Altri 1500 fucili aveva pure mandato il Fabrizi da Malta.”. Cesari, a p. 138, in proposito scriveva: “La spedizione Medici…..Col suo arrivo si formarono pertanto fra il 20 e il 22 giugno tre colonne, la prima guidata da Medici, destinata ad avviarsi per il litorale, obiettivo Messina, la seconda guidata da Turr, composta dalla 2° brigata Eber della sua divisione, diretta a Misilmeri, Caltanisetta e Catania, la terza, comandata da Bixio e composta dalla 1° brigata, diretta a Corleone e a Girgenti. Tutte, compiute il loro itinerario dovevano concentrarsi alla punta del Faro.”. Cesari, a p. 141, in proposito scriveva che: “Il Cosenz, nominato allora generale, fu da Garibaldi incaricato di formare subito coi suoi 1500 uomini e con altri che vi si aggiunsero, una divisione, che dopo quella di Turr (15°) assunse in conformit dell’ordine del giorno precisato la numerazione di 16°, in continuazione cioè a quelle dell’esercito regolare. Per il momento questa divisione si compose di una sola brigata su due reggimenti, più una compagnia di carabinieri genovesi. Il comando del 1° reggimento fu dato al colonnello Fazioli e quello del 2° al colonnello Filippo Borghesi.”. Questa descrizione riguarda le compagnie in stanza in Sicilia che andarono all’attaco. Cesari nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc…Cesari, a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Detto questo, il Cesari descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore. Il primo scaglione partì da Genova nella notte dal 7 all’8 agosto, seguito a breve distanza da altri due, che si imbarcarono rispettivamente a Genova e a Laspezia. Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: “Secondo il piano prefissato, le truppe del Pianciani dovevano dirigersi all’isola di Montecristo e gettarsi poi sulla costa di Montalto, etc…Garibaldi, edotto a sua volta di questo tentativo, che veniva a compromettere tutta l’opera sua, fece sapere al Pianciani che lo disapprovava e che sarebbe stato più gradito l’invio di rinforzi in Sicilia. Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portari a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicila, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.“. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “…il 30 agosto…nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passare in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava da Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Qui rileviamo l’errore perchè Turr doveva condurre le truppe dei volontari da Paola al golfo di Policastro, anzi precisamente a Sapri, dove sbarcherà con Rustow il giorno 2 settembre. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte dell’impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere, del napoletano naviglio, passaggio del Faro. Aveva egli radunato a Torre di Faro, in comando del Generale Orsini, trentacinque pezzi d’artiglieria, e censassanta barche e ponti volanti opportuni a traghettare uomini e cavalli; e quivi fatto allestimenti, che vi attraessero l’attenzione dell’inimico. Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “…Bertani….Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia etc…(2)…”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Infatti, Traveljan, nella traduzione della Dobelli, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “Dopo un’aspra contesa caratterizzata da reciproca mancanza di rispetto, fra il Nicotera e il Ricasoli, quest’ultimo la vinse e ottenne con la forza che l’ultimo residuo dei volontari partisse alla volta della Sicilia (1). Per tal modo tutte le forze raccolte dal Bertani a danno del Papa, più di 8000 uomini in tutto, finirono con l’andare ad accrescere le file di Garibaldi, rendendogli servizi indispensabili nell’opera di occupazione e poi di difesa di Napoli. Si può dire ch’essi fossero gli ultimi volontari che gli pervenissero dal nord giacchè, il 13 agosto, Cavour, allarmato…aveva proibito che si continuasse l’arruolamento…etc…Perciò le partenze di spedizioni in massa dal porto di Genova cessarono, e soltanto qualche centinaia di individui forniti di passaporti governativi raggiunsero separatamente il mezzogiorno (2).”. Treveljan, a p. 155, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, 313 e seg. (documenti M e N); Ricasoli, V, 171-224 passim.; Nicotera trascendeva nell’espressione del suo credo repubblicato anche più in là di quel che piacesse al Mazzini; vedi Mignona, 193. Appendice B.”. Treveljan, a p. 155, nella nota (2) postillava: “(2) Pittaluga, 159-161; Mem. Stor. Mil., II, 179; F.O. Sard., n. 332, Brown all’Hudson, 27 agosto 1860.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “…due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, etc…”. La ex divisione Pianciani era la “spedizione Terranova” che Bertani aveva organizzato per l’invasione dello Stato Pontificio. Pecorini- Manzoni, a p. 126, nella nota (1) postillava: “(1) Significava la nuova terra da aggiungersi alle già fatte italiane”. Dunque, questo il significato che fu dato alla Spedizione organizzata da Agostino Bertani, “Terranova”, ovvero lo Stato Pontificio che bisognava conquistare. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 126, in proposito scriveva che: “…il Dittatore avvisava a tutt’i mezzi per aumentare le sue forze di terra e di mare allo scopo di eseguire il suo sbarco in Calabria, una spedizione così detta di Terranova (1) già concertata dallo stesso Garibaldi, allestita da Bertani e comandata dal colonnello Conte Luigi Pianciani, trovavasi pronta a partire da Genova e Livorno per invadere gli Stati del Papa e suscitarvi la rivolta; essa componevasi di sei brigate: Intendenza, Ambulanza, Cacciatori, Guide, Genio, Artiglieria, in tutto 8940 uomini compresi gli uffiziali; tra i comandanti di brigata eravi Giovanni Nicotera giovane arditissimo, arrischiato fino alla temerità, patriot ardente, compagno di Carlo Pisacane nella spedizione di Sapri, dove ferito gravemente cadde in mano ai soldati di re Ferdinando, che per timore di aggiungere altre machie di sangue alla sua corona, lo mandò alla galera a vita.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 127, in proposito scriveva che: “Garibaldi….per ritirare sotto il suo comando quel forte corpo di volontari che con tanta cura era stato organizzato militarmente dal colonnello Pianciani coadiuvato da Rustow, mentre l’organizzazione amministrativa era devoluta all’intelligente lavoro dell’Intendente Sanni, coll’assistenza del Commissario di guerra Francesco della Lucia. Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 129, in proprosito scriveva che: “Il Dittatore non aveva soltanto lavorato per organizzare un esercito, egli aveva fatto in poco tempo la sua marina che, oltre un gran numero di piccole barche, si componeva del ‘Tukory’, del ‘Waschington’, il ‘Franklin’, l’Oregon, la ‘Città di Torino’, il Fernet, l’Annita, l’Indipendance’.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, in proprosito scriveva che: “Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria;….Il corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta da 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 134, in proprosito scriveva che: “Bixio nello stesso giorno che stipulava col generale Gallotti la convenzione di resa (Docum. 44, 45) mediante la quale cedevano in mano di Garibaldi 8 pezzi da compagna, due di grosso calibro, sei di trenta, 14 mortai, altri pezzi grossi e 5000 fucili con le relative munizioni, quindi trasmetteva a Sirtori Capo dello Stato Maggiore Generale, un interessante rapporto intorno etc…(Doc. 46.).”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito scriveva che: “Dopo di che, continuava per Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Quì rilevo l’errore di scrivere che Turr doveva condurre le truppe a Policastro mentre si trata di condurle a Sapri nel golfo di Policastro. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fete disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva gran tempo per disporre la brigata Milano.”. Arrivati a Vibonati, Rustow racconta, nella traduzione di Porro, a p. 20 che: “Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Sulla composizione della sua brigata, la brigata Milano, il colonnello Wilhelm Rustow racconta (nella traduzione di Porro), a p. 20 che: “Ometto qui molti e molti particolari interessanti, riservandomi di farne cenno in altre occasioni, lusingandomi per ora di fare cosa gradita al lettore soltanto col fargli conoscere quale fosse l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido. I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; etc…”. Il colonnello Cesare Cesari (….), nel 1921, nel suo “Corpi volontari dal 1848 al 1870 con XXI tavole fuori testo”, a pp. 91-92, parlando dei “Volontari del 1860”, in proposito scriveva che: “Bersaglieri Garibaldini. Alcuni reparti che combatterono con Garibaldi presero l’appellativo di Bersaglieri e si distinsero dagli altri per il nome del loro comandante. Così nella campagna del 1860-61 combatterono al Volturno i battaglioni bersaglieri Menotti Garibaldi, Boldini, Specchi, etc…”. A p. 92, in proposito scriveva: “Brigata Milano. – Brigata dell’Esercito meridionale di Garibaldi nel 1860. Doc. E. Porro, La Brigata Milano. – Milano 1861. un vol. in 8° tradotto dal tedesco.”. Sempre a p. 92, in proposito scriveva: “Cacciatori (di) Bologna. Chiamati Cacciatori di Bologna, l’ordinamento loro fu stabilito su 4 battaglioni, il 1° fu quello del Cattabeni, che si trovò al fatto d’armi di Cajazzo, il 2° si riunì agli ordini de maggiore Luigi Bossi, il 3° agli ordini del maggiore Ferdinando Ferracini ed il 4° col capitano G. Battista Pontotti. Questi ultimi tre giunsero nell’agosto a Milazzo e si riunirono ai garibaldini nella loro marcia sul continente. L’intiero corpo era comandato dal colonnello Puppi di Siena, che morì poi sotto le mura di Capua, lasciando il comando al Pianciani. Col Pianciani i volontari si divisero; una parte andò a golfo Aranci assieme al Bertani e l’altra si aggregò alla divisione Turr che la destinò alla brigata Sacchi. Si veda Dallolio, Spedizione dei Mille nelle Memorie bolognesi.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti pe mar dal Faro a Tropea, poi per tera sinoa Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mand subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 13, in proposito scriveva che: “Giunto qui in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, etc…”. Dunque Rustow scriveva che il colonnello Gandini era comandante della Brigata Milano.
Nel 31 agosto 1860, Agostino Bertani e le truppe garibaldine della 15° Divisione Turr (ex Pianciani): Milano, Spinazzi, Parma e Bologna, al comando di Rustow, nominato da Garibaldi nuovo Capo di Stato Maggiore, sbarcarono a Paola
L’arrivo delle forze garibaldine provenienti dalla Sicilia e sbarcate a Paola è importante perchè queste forze saranno l’avanguardia garibaldina dell’Esercito Meridionale e saranno quelle che, fatte sbarcare a Paola dal generale Turr su ordine di Garibaldi, sbarcheranno a Sapri il giorno dopo. A Paola, Agostino Bertani aveva fatto concentrare le grigate Milano e Spinazzi che facevano parte della ex divisione Pianciani e, nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo del Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2). Apprendendo la presenza di quei 1500 uomini e delle loro imbarcazioni, Garibaldi inviò il Turr ad assumere il comando e condurli a Sapri per via di mare. Per tal modo le forze raccolte da Bertani a servizio partito estremo mazziniano cadevano sotto il governo del Turr, il più cavouriano degli ufficiali garibaldini. Il Bertani, ingoiando in silenzio l’amaro disinganno, s’attaccò alla persona del Dittatore e non appena ebbe scorso qualche giorno di viaggio al suo fianco ricominciò ad esercitare su lui l’ascedente che negli ultimi tempi sembrava avere perduto. Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, assumeva il comando delle truppe etc…“. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 13, in proposito scriveva che: “Giunto qui in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, etc…”. Infatti, Traveljan, nella traduzione della Dobelli, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “Dopo un’aspra contesa caratterizzata da reciproca mancanza di rispetto, fra il Nicotera e il Ricasoli, quest’ultimo la vinse e ottenne con la forza che l’ultimo residuo dei volontari partisse alla volta della Sicilia (1). Per tal modo tutte le forze raccolte dal Bertani a danno del Papa, più di 8000 uomini in tutto, finirono con l’andare ad accrescere le file di Garibaldi, rendendogli servizi indispensabili nell’opera di occupazione e poi di difesa di Napoli. Si può dire ch’essi fossero gli ultimi volontari che gli pervenissero dal nord giacchè, il 13 agosto, Cavour, allarmato…aveva proibito che si continuasse l’arruolamento…etc…Perciò le partenze di spedizioni in massa dal porto di Genova cessarono, e soltanto qualche centinaia di individui forniti di passaporti governativi raggiunsero separatamente il mezzogiorno (2).”. Treveljan, a p. 155, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, 313 e seg. (documenti M e N); Ricasoli, V, 171-224 passim.; Nicotera trascendeva nell’espressione del suo credo repubblicato anche più in là di quel che piacesse al Mazzini; vedi Mignona, 193. Appendice B.”. Treveljan, a p. 155, nella nota (2) postillava: “(2) Pittaluga, 159-161; Mem. Stor. Mil., II, 179; F.O. Sard., n. 332, Brown all’Hudson, 27 agosto 1860.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 13, in proposito scriveva che: “Giunto qui in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, etc…”. Dunque Rustow scriveva che il colonnello Gandini era comandante della Brigata Milano. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860. ……Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino all’ora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “…Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2). Apprendendo la presenza di quei 1500 uomini e delle loro imbarcazioni, Garibaldi inviò il Turr etc…”.Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi, passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”. Le grigate Milano e Spinazzi facevano parte della ex divisione Pianciani e nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. …Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 148, in proposito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr trovò Rustow con le brigate Milano e Spinazzi; etc…”. La ex divisione Pianciani era la “spedizione Terranova” che Bertani aveva organizzato per l’invasione dello Stato Pontificio. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “…il 30 agosto…nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passare in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava da Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Qui rileviamo l’errore perchè Turr doveva condurre le truppe dei volontari da Paola al golfo di Policastro, anzi precisamente a Sapri, dove sbarcherà con Rustow il giorno 2 settembre. Quì rilevo l’errore di scrivere che Turr doveva condurre le truppe a Policastro mentre si trata di condurle a Sapri nel golfo di Policastro. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fete disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva grran tempo per disporre la brigata Milano.”. Sulla composizione della sua brigata, la brigata Milano, il colonnello Wilhelm Rustow racconta (nella traduzione di Porro), a p. 20 che: “….ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 301, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “1° settembre….In quel giorno era noto a Salerno lo sbarco presso Sapri; le truppe ivi sbarcate si computavano perlomeno a 4000 uomini e secondo i calcoli più alti fino a 15,000. Caldarelli si diceva a Salerno…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: “La mattina del 4 settembre, intanto, dopo la notizia dello sbarco della colonna Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era assai di men numerosa, ad unanimità, deliberò di potersi resistere etc…“. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alle ore 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti pe mar dal Faro a Tropea, poi per tera sinoa Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mand subitoil Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il ressto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “…il 30 agosto…nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passare in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava da Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Qui rileviamo l’errore perchè Turr doveva condurre le truppe dei volontari da Paola al golfo di Policastro, anzi precisamente a Sapri, dove sbarcherà con Rustow il giorno 2 settembre. Cesari, a p. 172, in proposito scriveva pure che: “Il concentramento di queste forze a Sapri si era potuto effettuare in gran parte, come si è detto, per merito del Turr, il quale spostando rapidamente le sue unità, le aveva portate successivamente in aiuto a Garibaldi nelle varie operazioni di terraferma, e, valendosi di trasporti marittimi le aveva progressivamente sbarcate nei punti più importanti ed avanzati della costa tirrenica. Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao. In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 13, in proposito scriveva che: “Giunto qui in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, etc…”. Dunque Rustow scriveva che il colonnello Gandini era comandante della Brigata Milano.
Nel 1° settembre 1860, Garibald a Rotonda e a Lagonegro, le truppe borboniche del generale Caldarelli
Charles Stuart Forbes (….), nel suo “The campaign of Garibaldi in the two Sicilies”, a p. 215, in proposito scriveva che: “…….morning we arrived at Lauria……Garibaldi slept at Rotonda. Wandering in, out and over in the mountain peaks, and passing the like which names the town of Lagonegro, we fell in whit the Neapolitan rearguard at ten o’ clock on the point of intering the town. The main body, about 1500 strong, where in the Piazza. They had, with their General, just agreed to come over to the national army. Turr and his column had not yet arrived, but were hourly expected, having lanted at Sapri the previous evening. The mountain track between the two towns is, however, very arduous. The ‘Intendente’ invited us to breakfast, where we found Trecchi and Nullo, togeter whit Caldarelli and some of his officers…..support; but if ever men were justified in doing such a thing, they were. Somehow or another it jarred with my feelings; one could not respect them. I don’t know anything that struck me more forcibly throughout my tour than constantly hearing, “Oh, so-and-so, has behaved magnificently“ che tradotto significa: “….…la mattina arrivammo a Lauria……Garibaldi dormì alla Rotonda.Andando avanti e indietro per le vette dei monti, e oltrepassando quella che dà nome alla città di Lagonegro, ci imbattemmo nella retroguardia napoletana alle dieci, sul punto di invadere la città.Il corpo principale, forte di circa 1500 persone, si trovava nella Piazza.Avevano appena accettato, con il loro generale, di arruolarsi nell’esercito nazionale.Turr e la sua colonna non erano ancora arrivati, ma erano attesi di ora in ora, essendo stati a Sapri la sera prima.Il sentiero di montagna tra le due città è tuttavia molto arduo.L’Intendente ci invitò a colazione, dove trovammo Trecchi e Nullo, insieme a Caldarelli e ad alcuni suoi ufficiali. Etc… supporto;ma se mai gli uomini furono giustificati nel fare una cosa del genere, lo furono.In un modo o nell’altro strideva con i miei sentimenti;non si poteva rispettarli.Non c’è niente che mi abbia colpito più fortemente durante il mio tour che sentire costantemente: “Oh, così e così, si è comportato magnificamente…..etc…“. Forbes salta completamente la pausa a Sapri e va direttamente a descrivere l’arrivo ad Auletta il 5 Settembre. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 396, in proposito scriveva pure che: “E infatti la brigata del Generale Caldarelli, composta dal reggimento Carabinieri a piedi, dalla batteria N. 8, e da due squadroni del 5° lancieri, benché nei patti della resa di Cosenza si fosse ‘obbligata di non combattere più Garibaldi, i suoi soldati e le guardie cittadine del Regno, di ritirarsi a Salerno e non prendere parte in niuna spedizione che anche indirettamente potesse nuocere alla causa dell’Unità Italiana sotto Vittorio Emanuele, si ritraeva a piccole tappe, avvilita e scontenta, lungo la strada consolare, e dolente forse dell’onta patita, non mancava di commettere, fra le popolazioni ribelli, eccessi e rappresaglie. Questa brigata, già composta di 3500 carabinieri, gendarmi, lancieri ed artiglieria di montagna, giunse in Lagonegro nella sera del 1° Settembre, tuttora ben armata, per quanto fosse stremata di numero per le diserzioni che lungo la ritirata si verificarono; ed accampatasi nell’ampia piazza, dispose in fila, sulla zona del Timpone – non senza una certa trepidazione e sorpresa dei cittadini e della Colonna Lucana – i cannoni che ancora trainava.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 408, in proposito scriveva pure che: “…è uopo ricordare che la casa di Aldinio fu quasi il centro del gran movimento cittadino, e vi trovarono alloggio ed ospitalità Generali e capi d’ambo le fazioni, il Comandante Lavecchia ed il Generale Caldarelli, ed è fama che questi si fosse ivi incontrato con un Commissario del Dittatore ed avesse con lui rinnovata – ricevendone adeguato guidernone per bisogni urgenti delle truppe – la capitolazione della Brigata, la quale, proseguendo la marcia per la via consolare, fu internata nella Certosa di Padula per lasciare sgombro il passaggio alle trionfanti truppe Garibaldine.”. Sempre il Pesce, a p. 406 parlando della lettera di risposta del generale Garibaldi a Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: “…, ed il Generale rispose a Giacomo Racioppi nel 6 febbraio 1861: “Rammento che presso Lagonegro vidi i Prodittatori etc…(1).”. Il Pesce, a p. 406, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi nella ‘Cronistoria’ del Lacava i conti sommari dell’insurrezione lucana, nei quali a pag. 776 è riportata la lettera del Garibaldi.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 14-15, in proposito scriveva che: “…colonne e compagnie della Brigata Lucana, che era formata di tutte le truppe volontarie accorse da ogni parte sotto il vessillo della redenzione al comando del Colonnello Boldoni. La colonna di Tricarico, composta dai volontari di Tricarico, Montepeloso, Albano, Crassano, Tolve, Campomaggiore, S. Chirico Nuovo ed altri, e comandata da Francesco Paolo Lavecchia, fervente patriota di Tricarico, ebbe ordine di rcarsi a Lagonegro, e poi di proseguire per le Calabrie per raggiungere ed appoggiare le truppe del Generale Garibaldi provenienti dal Mezzogiorno. Infatti questa colonna, partita da Potenza ed ingrossata, lungo il cammino, da altri volontari di Calvello, Viggiano e Moliterno, giunse in Lagonegro con oltre 300 militi, nel 27 Agosto, ed entrava nella piazza grande della via S. Antuono, mentre dalla via opposta delle Calabrie giungevano le prime truppe borboniche in ritirata dal Mezzogiorno. Ambedue le fazioni s’accamparono nella piazza a debita distanza fra loro, ed era davvero quello uno spettacolo memorando: da una parte giovani baldi e audaci, accesi da un entusiasmo febbrile per la causa della libertà, vestiti in mille guise borghesi, ed armati alla meglio di schioppi, di pistoloni, di colubrine, di sciabole, di spiedi, di ronche di bastoni animati; e dall’altra parte le truppe regolari dell’esercito borbonico, bene equipaggiato ed armate, ma avvilite e depresse dalle dedizioni e capitolazioni volontarie più che dalle sconfitte in campo di battaglia. Sarebbe bastata forse, in tanto contrasto, una scintilla sola per far scoppiare, fra le due opposte fazioni, un sanguinoso conflitto fratricida; ma l’autorità e la prudenza dei comandanti rispettivi, la reciproca tolleranza, e quel giusto sentimento di generositàà del vincitore verso il vinto, tennero a freno ogni rancore ed ogni violenza.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 20, in proposito scriveva che: “….Così al Presidente del Comitato giunse, su foglio manoscritto, il rapporto in succinto della capitolazione di Caldarelli con la designazione dell’itinerario che dovevano percorrere le sue truppe in ritirata da Cosenza fino a Salerno, e con la raccomandazione ‘di non molestarle nella marcia, e di fornirle d’alloggio, di viveri, e di quanto altro possa loro abbisognare, dietro conveniente rimborso’. La notizia della resa del Generale Ghio giunse nel giorno stesso, nel 30 Agosto, per telegramma, spedito da un Fra Giovanni (?): “Vittoria- Garibaldi, vinte le truppe del Generale Ghio, le ha disarmate e fatte capitolare in Agrifoglio vicino Tiriolo”.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 48 riferendosi alla Brigata del Generale Caldarelli, in proposito scriveva che: “In quel rincontro, come in molte altre contingenze, è uopo ricordare che la casa Aldinio fu quasi il centro del gran movimento cittadino, e vi trovarono alloggio ed ospitalità generali e capi d’ambo le fazioni, il Comandante Lavecchia ed il Generale Caldarelli, ed è fama che questi si fosse ivi incontrato con un Commissario del Dittatore ed avesse con lui rinnovata – ricevendone adeguato guidernone pei bisogni urgenti delle truppe – la capitolazione della Brigata, la quale, proseguendo la marcia per la via consolare, fu internata nella Certosa di Padula per lasciare sgombro il passaggio alle trionfanti truppe Garibaldine.”. Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, a p. 776, in proposito riportava la lettera di Garibaldi a Racioppi. Dunque Garibaldi, nella lettera non parlava di Lagonegro ma scriveva “Rammento che presso Lagonegro”. Non doveva trattarsi neache del Fortino del Cervaro altrimenti Garibaldi l’avrebbe scritto. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli,i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi”, a p. 200 in proposito scriveva che: “Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Fin là per tutto il tragitto dallo Stretto in su, si era tenuto alla gran strada maestra, ma ora davanti a lui su quella strada si ritiravano le truppe del generale Caldarelli dirette a Napoli con le armi in pugno, secondo il patto convenuto fra esse e il comitato insurrezionale di Cosenza. Procedendo in quella direzione sarebbe arrivato a Castelluccio, capitando nel bel mezzo di quelle truppe demoralizzate, le cui intenzioni erano dubbie fors’anche a loro stesse. Un momento il Caldarelli mandava a dire a Garibaldi alla Rotonda: “Questo vostro esercito, si mette tutto ai vostri comandi”; (1) il momento dopo prometteva ai suoi soldati la vittoria della causa borbonica garantita dall’intervento austriaco. Il Dittatore fu perciò persuaso dai suoi amici a non mettersi indifeso alla mercè di quegli uomini che avrebbero potuto piantargli due palle in corpo con la stessa prontezza con cui spacciavano i loro generali, ed a raggiungere Sapri con una deviazione traverso i monti e il mare. A Sapri troverebbe i 1500 uomini del Turr, arrivati da Paola e conducendoli con una marcia fino a Lagonegro, potrebbe occupare in forza la linea di ritirata del Caldarelli e aprire con lui negoziati in condizioni più favorevoli. Così la notte del 2 settembre il Generale e la sua piccola comitiva, fra cui il Bertani e il Cosenz, lasciarono la Rotonda e la strada maestra, montati su muli, accingendosi a traversare i monti occidentali nella direzione della costa.“. La Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Bertani, II, 184; Ms. Peard, Journal, 2 settembre”. La Dobelli, a p. 198, sebbene non vi fosse, postillava la nota (2): “(2) Forbes, 214.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli dele macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 201-202, in proposito scriveva che: “Intanto militarmente si trattava di impossessarsi del Caldarelli e dei suoi tremila uomini (3). Il 3 settembre, prima di lasciare Lagonegro, il Caldarelli aveva confermata agli emissari di Garibaldi l’intenzione sua e dei suoi uomini di disertare per la causa nazionale (1), allo stesso tempo però egli aveva continuato la ritirata su Napoli, oltrepassando il Fortino alcune ore prima che Garibaldi sboccasse per di là sulla strada. Il 5 settembre, raggiunta a Padula, là dove tre anni prima Pisacane era stato sconfitto dalle truppe del Ghio, la colonna del Caldarelli, questa passò nominalmente all’esercito garibaldino, ma più che una vera diserzione, la cosa si risolse nella dissoluzione dei regi. Tant’era la lealtà delle truppe infatti che si sarebbe trascorso di assassinare il Generale traditore della causa, se i garibaldini non l’avessero strappato dalle mani di quei forsennati (2).”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, Brig. Mil., 20-22; Turr, Div. 149-150; Ire Pol., 72-77; Bertani, II, 185-186; Turr, Risposta, 16.”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (3) postillava: “(3) Vedasi addietro, pag. 198”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 202, nella nota (1) postillava: “(1) Forbes, 215-216.”. Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a p. 220, in proposito scriveva che: “A Lauria, la roue de notre veiture se brisa completement. Il fallut attendre quatre heures. J’etais assis à lombre d’un quartier de rocher qui surpomble la ruote, et je considerais un vieux bourrelier qui raccomodait un bat de mulet. Etc…”. Poi, a p….., in proposito scriveva: “La premiere fois, c’etait dans le mois d’aout 1806. Les gens du pays tenaient pour le roi Nasone, qui etait en Sicile, et recevaient de l’argent, des munitions, tout ce quil fallait enfin, du cardina Ruffo, qui fut un saint homme. Etc…”. Sempre il Du Camp proseguendo il suo racconto, a pp. 225-226, in proposito scriveva che: “Nous rencontrons, à quelques lieues de Lauria, une magnifique cascade qui moutonne, en ressauts blanchissants, et qui n’est autre que la source du fleuve Trecchena, qu’on nomme aussi Noce. A un détour du chemin, Lagonegro debusque tout à coup, debout sur une colline, avec sa grande rue si large qu’elle ressemble à une place immense. Là comme à Cosenza, nous nous trouvons dans l’impossibilité d’avoir des betes de trait, et nous sommes forces de garder le postillon qui nous mene depuis Rotonda, pauvre garcon plein de bonne volonté, mais qui nous demontre que, sous peine de tomber fourbus, ses chevaux ne pauvent plus aller. Partout nous nous enquerons des nouvelles; on dit que Garibaldi est a Sala ou à Eboli et que les royaux sont à Salerne. La ville est plein de soldats venus directement de Cosenza ou amenes par mer jusqu’à Sapri.” che tradotto significa: “Incontriamo, a poche leghe da Lauria, una magnifica cascata che gorgoglia, a salti bianchi, e che non è altro che la sorgente del fiume Trecchena, detto anche Noce.A una curva della strada emerge all’improvviso Lagonegro, adagiata su una collina, con la sua via principale così ampia da sembrare un’immensa piazza.Lì, come a Cosenza, troviamo impossibile avere animali da tiro, e siamo costretti a trattenere il postiglione che ci conduce dalla Rotonda, un povero ragazzo pieno di buona volontà, ma che ci mostra che, pena l’esaurimento, il suo i cavalli non possono più andare.Ovunque ci informiamo sulle novità;si dice che Garibaldi sia a Sala o ad Eboli e che i reali siano a Salerno.Il paese è pieno di soldati provenienti direttamente da Cosenza o portati via mare a Sapri.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “..: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 163, in proposito scriveva che: “…mentre la brigata Caldarelli, composta dal reggimento carabinieri, di una batteria e di due squadroni di lancieri che trovavasi di presidio in Cosenza, capitolava dichiarando di non più combattere contro Garibaldi e di ritirarsi in un determinato numero di tappe, a Salerno, col suo bagaglio, lasciando i viveri, le armi e le munizioni al nemico. Il generale Vial deciso ad abbandonare egli pure la Calabria, lasciava infine al generale Ghio il comando delle poche truppe rimaste in quella regione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 163, in proposito scriveva che: “…mentre la brigata Caldarelli, composta dal reggimento carabinieri, di una batteria e di due squadroni di lancieri che trovavasi di presidio in Cosenza, capitolava dichiarando di non più combattere contro Garibaldi e di ritirarsi in un determinato numero di tappe, a Salerno, col suo bagaglio, lasciando i viveri, le armi e le munizioni al nemico. Il generale Vial deciso ad abbandonare egli pure la Calabria, lasciava infine al generale Ghio il comando delle poche truppe rimaste in quella regione.”.
Nel 1° settembre 1860, il generale Turr, al mattino, arriva a Paola dove trova già sbarcate le brigate della ex divisione Pianciani, organizzate da Bertani ed al comando di Rustow che li aveva fatte sbarcare a Paola
Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Apprendendo la presenza di quei 1500 uomini e delle loro imbarcazioni, Garibaldi inviò il Turr ad assumere il comando e condurli a Sapri per via di mare….Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, assumeva il comando delle truppe etc…“. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 13, in proposito scriveva che: “Giunto qui in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, etc…”. Dunque Rustow scriveva che il colonnello Gandini era comandante della Brigata Milano. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, onde Garibaldi vi spedì immediatamente Turr con ordine, se possibile, d’imbarcarle per il golfo di Policastro, oppure di prendere la via di terra, per trovarsi al più presto sulla strada di Lagonegro, ed avanzare sopra Salerno. Lasciava infine la prodittatura a Donato Morelli e si avanzava con Cosenz.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148, in proprosito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr trovò Rustow con le brigate Milano e Spinazzi, diede l’ordine onde provvedere a tutto l’occorrente per mandare ad effetto il più presto possibile la partenza da quella spiaggia, etc…“. Maxime Du Camp (….), racconterà quegli avvenimenti nel suo “Expedition des Deux-Siciles”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alle ore 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2. settembre di buon ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito, che si avanzava nella strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “…il 30 agosto…nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passare in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava da Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Qui rileviamo l’errore perchè Turr doveva condurre le truppe dei volontari da Paola al golfo di Policastro, anzi precisamente a Sapri, dove sbarcherà con Rustow il giorno 2 settembre. Cesari, a p. 172, in proposito scriveva pure che: “Il concentramento di queste forze a Sapri si era potuto effettuare in gran parte, come si è detto, per merito del Turr, il quale spostando rapidamente le sue unità, le aveva portate successivamente in aiuto a Garibaldi nelle varie operazioni di terraferma, e, valendosi di trasporti marittimi le aveva progressivamente sbarcate nei punti più importanti ed avanzati della costa tirrenica. Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao. In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Su la spiaggia di Sapri accampava una schiera di volontari delle brigate Milano e Spinazzi, appartenenti alla Divisione Turr, sbarcate ivi all’alba del 2 settembre (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Turr aveva fatte sbarcare le truppe, reduci dalla Sicilia a Paola. Sbarcò a Sapri, riunì l’antica divisione Pianciani, marciò in modo di poter al bisogno passare tra Salerno ed Eboli, gettarsi su le montagne di Cava, attaccare i regi alle spalle e tagliare loro la via a Napoli se li avessero attesi a Salerno – Du Camp. – Expedition de deux Siciles, pag. 226.”. Infatti, Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a pp. 228-229, in proposito scriveva che: “Ce fut à Lagonegro que nous apprimes ce que le general Turr etait devenu depuis que nous l’avions quitté. Pendant que nous le poursuivions par la route de terre, il avait prise la voie plus rapide de la mer pour se rapprocher de Naples. De Cosenza, il s’etait rendu à Paola, et là, ayant reunì toutes les troupes qui arrivaient journellement sur la cote de Sicile, il les avait embarquees su six bateaux à vapeur. Au moment où il allait quitter le port, une fregate napolitaine s’etait montrée. Etc…De Paola Turr débarqua à Sapri, y rassembla l’ancienne division Pianciani, marcha de facon à pouvoir au besoin, passant entre Salerne et Eboli, se jeter sur le montagnes de la Cava, etc…” che tradotto significa: “Fu a Lagonegro che apprendemmo cosa ne era stato del generale Turr da quando lo avevamo lasciato.Mentre lo inseguivamo via terra, aveva preso la via marittima più veloce per avvicinarsi a Napoli.Da Cosenza si recò a Paola, e là, radunate tutte le truppe che quotidianamente giungevano sulle coste della Sicilia, le imbarcò su sei piroscafi.Proprio mentre stava per lasciare il porto, arrivò una fregata napoletana.Ecc…Da Paola Turr sbarcò a Sapri, vi radunò la vecchia divisione Pianciani, marciò in modo da poter, se necessario, passando tra Salerno ed Eboli, gettarsi sui monti di Cava, etc…”. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156, a p. 153, in proposito scriveva che: “Meanwile Turr rode down from Cosenza to Paola, took command of the troops collecter there and carried team by sea to Sapri, where they arrived on September 2, twenty-for hours fefore Garibaldi himself. In this way these 1500 men from the rear became the vanguard of the advance on Naples, owing to their good fortune in finding transport while the others had to march by land (2).”, che significa: “Intanto Turr scese da Cosenza a Paola, prese il comando delle truppe che vi erano radunate e trasportò la squadra via mare a Sapri, dove giunse il 2 settembre, ventiquattr’ore prima dello stesso Garibaldi.In questo modo questi 1500 uomini della retroguardia divennero l’avanguardia dell’avanzata su Napoli, grazie alla loro fortuna nel trovare un mezzo di trasporto mentre gli altri dovettero marciare via terra (2).”. Treveljan, a p. 153, nella nota (2) postillava: “(2) Rustow, 299-300. Rustow’s Brig. Milano, 11-18. Turr’s Div. 147-149. Forbes, 206. Bertani, ii, 179-184 (on pag. 179, line 23, read Cosenza for Rotonda). Peard MS. Journal. Turr who had been invalided from Sicily (see p. 66 above) had recently returned more or less cured from Aix-la-Capelle.” che significa: “(2) Rustow, 299-300. Brig. Milano di Rustow, 11-18. Div. 147-149 di Turr. Forbes, 206. Bertani, ii, 179-184 (a pag. 179, riga 23, leggi Cosenza per Rotonda). Peard MS. Journal. Turr che era stato invalido dalla Sicilia (vedi pag. 66 sopra) era tornato di recente più o meno guarito da Aquisgrana.”. Treveljan citava i tre testi di Rustow (uno è quello tradotto da Eliseo Porro, sulla Brigata Milano e l’altro sulla divisione Turr). Treveljan cita il Bertani, i due testi del Bertani (uno su Whait Mario). Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “Here also the Dictator found Turs’s, troops, who ad sailed in the day before from Paola (2). Etc…“, che tradotto significa: “Anche qui il Dittatore trovò le truppe di Turr, salpate il giorno prima da Paola (2).”. Treveljan, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) La Cava, p. 702. Bertani, ii. 184-185. Ire Politiche, 71-72. Racioppi, 200. Maison, 63-64. Rustow’s Brig. Mil. 18-19. Turr’s Div. 149.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe giunte il giorno prima. Vi giunse la mattina del primo settembre e, prima di mettersi in marcia, a Bixio che lo precedeva, scrisse: “…….”.”. Quì il Policicchio riporta due testi: il primo è quello della nota (25), a p. 281 dove postillava: “(25) C. Pecorini-Manzoni, Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli, F.lli Bocca, Firenze, 1876, p. 148.”. L’altro testo è quello della nota (26) a p. 282, dove postillava: “(26) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Salvi, Milano, 1861, pp. 17-18”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 51, in proposito scriveva che: “Giunse a Paola la mattina del primo settembre, imbarcò le truppe e alla sera salpò verso i nostri lidi. “Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice tentativo etc…(8)…”. “. Policicchio, a p. 51, nella nota (8) postillava del racconto di Rustow: “(8) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Salvi, Milano, 1861, p. 17.”. Devo però doverosamente fare la precisazione che, Policicchio, oltre a saltare tutto ciò che vi è di scritto su Sapri nei racconti di Bertani, di Rustow ecc…, egli scrive che il generale Turr, una volta rimessi in ordine le truppe garibaldine presenti a Paola: “…alla sera salpò verso i nostri lidi.”. Mi chiedo quali fossero i suoi lidi se non quello di Sapri. Turr, insieme a Rustow e le altre brigate garibaldine con cui salpò da Paola sbarcò a Sapri e non in altri lidi generici. Infatti, Rustow ne spiega i motivi. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 17, in proposito scriveva pure che: “Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “….sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti pe mar dal Faro a Tropea, poi per tera sinoa Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mandò subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.
Nel 1° settembre 1860, Alessandro Giuseppe Piola Caselli partì da Palermo con l’incarico di incontrare Garibaldi e portargli una lettera di Depretis (Prodittatore della Sicilia) per chiedergli l’autorizzazione all’annessione della Sicilia al Regno di Vittorio Emanuele II
Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Alessandro Piola Caselli (Alessandria, 16 giugno 1824 – Torino, 7 maggio 1910) è stato un ammiraglio italiano. Garibaldi il 14 maggio 1860 era sbarcato a Marsala. Piola si dimette in giugno dalla Marina del Regno di Sardegna per organizzare la futura Marina dittatoriale siciliana di Garibaldi, col grado di capitano di fregata. Con decreto dittatoriale del 13 giugno fu nominato da Garibaldi segretario di stato per la marina siciliana. Ai primi di settembre vi è un fortissimo braccio di ferro tra Crispi e il prodittatore Depretis poiché questi capisce che, senza la sicurezza che darebbe l’annessione, possidenti e capitalisti non si prestino a metter fuori denaro, come delucida scrivendone a Garibaldi. Francesco Crispi fu una figura di spicco del Risorgimento. Obiettivo di Crispi era ora l’unità della nazione attraverso il propagarsi dell’insurrezione. Il presidente del Consiglio piemontese Cavour, invece, voleva l’annessione della Sicilia al Regno di Sardegna e impedire che la rivoluzione si propagasse fino a Roma. Ciò perché lo Stato Pontificio era protetto dalla Francia, che era una potenza amica del Piemonte. Così, per controllare e rallentare l’azione di Garibaldi, Cavour spedì in Sicilia Giuseppe La Farina. Non appena arrivato a Palermo, La Farina si impegnò a denigrare Crispi, già in difficoltà per aver esposto le sue idee anticlericali. D’altro canto l’aristocrazia siciliana sperava che, annessa subito al Piemonte, l’isola avrebbe potuto godere di un’autonomia di fatto. Il contrario di quello che auspicava Crispi che vedeva la Sicilia integrata solo in una nazione italiana. In grave difficoltà, quando il 23 giugno 1860 venne organizzata a Palermo un’importante manifestazione contro di lui, Crispi diede le dimissioni, confermandole nonostante il parere contrario di Garibaldi. Quest’ultimo a sua volta ordinò l’espulsione di La Farina dalla Sicilia. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 Giuseppe Garibaldi, durante l’Impresa dei Mille, liberata la Sicilia, affidò a Depretis il governo dell’isola dietro suggerimento dell’ammiraglio Carlo Pellion di Persano. A metà luglio dello stesso anno Depretis si recò a Palermo per affrettare il plebiscito che avrebbe unito la Sicilia all’Italia, ma non vi riuscì per le resistenze fatte dai collaboratori di Garibaldi: alla metà di settembre rassegnò le dimissioni. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 193, si chiede: “Il 27 agosto Cavour scrisse al Prodittatore per sollecitarlo a prendere la tanto attesa decisione: “(…) Ora che il generale Garibaldi etc…”. De Pretis, cedendo alle pressioni, il 1° settembre si attivò per ottenere la necessaria autorizzazione da Garibaldi, affidando al suo Ministro della Marina, il capitano di vascello, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, una lunga lettera per il Generale nella quale si disse convinto che: “(….) è giunta l’epoca in cui bisogna torre via le dubbiezze etc…Io Crispi, Amari, tutti i Segretari di Stato, tutti i patrioti più sicuri siamo pienamente d’accordo (14)”.”. Moliterni, a p. 193, nella nota (14) postillava: “(14) Cf. A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, Saluzzo, 1911, pp. 15-18.”. Moliterni, a p. 193, scriveva pure: “E invece Crispi, d’accordo non lo era affatto, e già due giorni prima con chiaro riferimento a Bottero, aveva chiesto chiarimenti a Garibaldi con queste precise parole: “….”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, si sofferma sulla questione dell’annessione Siciliana al Governo Sabaudo, ed in proposito scriveva che: “Ne seguì una forte tensione del governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 194, nella nota (1) postillava: “(1) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. Piola Caselli, “Cronache marinare” di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia…(1).”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: “E là, nell’osteria del Fortino -….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando nella Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia.”.”. Le parole di Crispi le riporta anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 37, nella nota (1) postillava di Crispi: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Devo però precisare che Pesce si riferiva ad una lettera di Bertani che rivolse a Garibaldi mentre Moliterni dice essere una lettera spedita a Garibaldi da Crispi. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino…..ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola.“. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150, in proprosito scriveva che: “….Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal maggiore della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, …..Etc…”. Pesce, a p. 403, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani pag. 71.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “….con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; ……Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione…..Etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Nella taverna del Fortino, ….furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71-73 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….(p. 73)…..vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra via il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a soollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui fissata avvenuto.“. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 854, in proposito scriveva che: “..a prestar servizio nella nuova flotta, che Garibaldi organizzava. In questa entrarono pure, col grado di tenenti, gli ex alfieri di vascello napoletani, Accinni, Cottrau e Libetta, i quali si erano correttamente dimessi in luglio. Il prodittatore Agostino Depretis, divenuto uomo d’azione, nominò ministro per la marina sicula il Piol Caselli, anch’egli ufficiale della flotta sarda; ma organizzatore effetivo di quella improvvisata marina da guerra fu l’Anguissola. Il Tukery, che contribuì con successo della giornata di Milazzo, ebbe poi l’incarico di catturare le navi regie in rotta fra la sicilia e Napoli, e catturò infatti l’Elba, che da Messina portava uffiziali a Napoli,, e il ‘Duca di Calabria’, che veniva da Napoli; e divenne una minaccia per la marina da guerra….Il Persano comunicò il disegno al Depretis, il quale incaricò il Piola stesso dell’impresa: impresa assolutamente pazza, anche se fortunata, perchè il Monarca non era bastimento da poter servire in quelle circostanze, e perchè mezzo disarmato. Il tentativo non riuscì perchè il Tukery sbagliò manovra…..Il Tukery ebbe undici morti e molti feriti; ma, quel che fu più doloroso….Quasi tutti perirono. Erano a bordo del Tukery, in quella notte, che fu dal 13 al 14 agosto, oltre a Piola, etc…“.
Nel 1° settembre 1860, a Paola, di sera, il generale Stefano Turr ed il colonnello Wilhelm Rustow si imbarcano per Sapri
Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148, in proprosito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr trovò Rustow con le brigate Milano e Spinazzi, diede l’ordine onde provvedere a tutto l’occorrente per mandare ad effetto il più presto possibile la partenza da quella spiaggia, e finalmente riescì la sera del 1° sul tardi ad imbarcarsi colla sua colonna. Durante la navigazione, che si prolungò per tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri etc….”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alle ore 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2. settembre di buon ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito, che si avanzava nella strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “…il 30 agosto…nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passare in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava da Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Qui rileviamo l’errore perchè Turr doveva condurre le truppe dei volontari da Paola al golfo di Policastro, anzi precisamente a Sapri, dove sbarcherà con Rustow il giorno 2 settembre. Cesari, a p. 172, in proposito scriveva pure che: “Il concentramento di queste forze a Sapri si era potuto effettuare in gran parte, come si è detto, per merito del Turr, il quale spostando rapidamente le sue unità, le aveva portate successivamente in aiuto a Garibaldi nelle varie operazioni di terraferma, e, valendosi di trasporti marittimi le aveva progressivamente sbarcate nei punti più importanti ed avanzati della costa tirrenica. Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao. In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, a p. 17-18, traducendo il testo del generale Rustow, in proposito scriveva che: “La sera del 1° settembre con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su sei vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “…Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2). Apprendendo la presenza di quei 1500 uomini e delle loro imbarcazioni, Garibaldi inviò il Turr ad assumere il comando e condurli a Sapri per via di mare. Per tal modo le forze raccolte da Bertani a servizio partito estremo mazziniano cadevano sotto il governo del Turr, il più cavouriano degli ufficiali garibaldini. Il Bertani, ingoiando in silenzio l’amaro disinganno, s’attaccò alla persona del Dittatore e no appena ebbe scorso qualche giorno di viaggio al suo fianco ricominciò ad esercitare su lui l’ascedente che negli ultimi tempi sembrava avere perduto. Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, assumeva il comando delle truppe e le metteva in mare, sbarcandole a Sapri, il 2 settembre, ventiquattr’ore avanti l’arrivo di Garibaldi in questo stesso posto. Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 17, in proposito scriveva pure che: “Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Il 1° settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow venne per ordine di Garibaldi riunita alla divisione comandata da Turr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma doveva venir dietro nel termine posibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione che sbarcò a Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell’armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza. Mentre Turr il 3 mattina partiva per Lagonegro onde riccevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 337, in proposito scrivea che: “Nel 1° settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15° divisione comandata dal generale Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli ivi presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1° settembre cira 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avessero permesso il numero dei legni disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ ora a Sapri.”.Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Garibaldi….A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì il Policicchio riporta due testi: il primo è quello della nota (25), a p. 281 dove postillava: “(25) C. Pecorini-Manzoni, Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli, F.lli Bocca, Firenze, 1876, p. 148.”. L’altro testo è quello della nota (26) a p. 282, dove postillava: “(26) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Salvi, Milano, 1861, pp. 17-18”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “….sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mand subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il ressto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.
Nel 2 settembre 1860, a Lagonegro arrivano le truppe al comando di Pomarici
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “Nel giorno 2 Settembre, mentre ancora erano in piazza accampate le truppe del Caldarelli, giungeva da Moliterno, per la via di S. Antuono la colonna degli insorti di Potenza, comandata da Francesco Pomarici, il quale aveva ricevuto ordine dal Capo dello Stato Maggiore Senise di unirsi con Lavecchia in Lagonegro, di far quivi un concentramento di forze e d’appoggiare le truppe garibaldine provenienti dalle Calabrie (1).”. Pesce, a p. 397, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la ‘Cronistoria della rivoluzione di Basilicata del 1860 del dott. Michele Lacava, pregevole miniera di documenti e di notizie.”. Il passo del Pesce è tratto dall’altro suo testo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 26. Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, a p. 700 riporta alcuni documenti che attestano le notizie del Pesce. Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a pp. 225-226, in proposito scriveva che: “Nous rencontrons, à quelques lieues de Lauria, une magnifique cascade qui moutonne, en ressauts blanchissants, et qui n’est autre que la source du fleuve Trecchena, qu’on nomme aussi Noce. A un détour du chemin, Lagonegro debusque tout à coup, debout sur une colline, avec sa grande rue si large qu’elle ressemble à une place immense. Là comme à Cosenza, nous nous trouvons dans l’impossibilité d’avoir des betes de trait, et nous sommes forces de garder le postillon qui nous mene depuis Rotonda, pauvre garcon plein de bonne volonté, mais qui nous demontre que, sous peine de tomber fourbus, ses chevaux ne pauvent plus aller. Partout nous nous enquerons des nouvelles; on dit que Garibaldi est a Sala ou à Eboli et que les royaux sont à Salerne. La ville est plein de soldats venus directement de Cosenza ou amenes par mer jusqu’à Sapri.” che tradotto significa: “Incontriamo, a poche leghe da Lauria, una magnifica cascata che gorgoglia, a salti bianchi, e che non è altro che la sorgente del fiume Trecchena, detto anche Noce.A una curva della strada emerge all’improvviso Lagonegro, adagiata su una collina, con la sua via principale così ampia da sembrare un’immensa piazza.Lì, come a Cosenza, troviamo impossibile avere animali da tiro, e siamo costretti a trattenere il postiglione che ci conduce dalla Rotonda, un povero ragazzo pieno di buona volontà, ma che ci mostra che, pena l’esaurimento, il suo i cavalli non possono più andare.Ovunque ci informiamo sulle novità;si dice che Garibaldi sia a Sala o ad Eboli e che i reali siano a Salerno.Il paese è pieno di soldati provenienti direttamente da Cosenza o portati via mare a Sapri.”.
Nel 2 settembre 1860, a Sapri, sbarcano il colonnello polacco Stefano Turr ed il colonnello polacco Wilhelm Rustow, con la brigata MILANO comandata dal generale Gandini, e la brigata SPINAZZI ed una parte delle due brigate PARMA e BOLOGNA che pare Turr fece accampare in località ‘Cantine’
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “…..Tre anni dopo, il 2 settembre 1860, il Generale Rustow con la brigata Milano, composta da 900 uomini, e la Spinazzi, oltre 1500 uomini che il Generale Turr aveva concentrato a Sapri e che precedettero Giuseppe Garibaldi…(172).”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “A Sapri comunque erano già sbarcati il giorno prima il generale Rustow e le brigate Milano e Spinazzi. Garibaldi ordinò alla prima, composta da 900 uomini, di portarsi a Vibonati e successivamente proseguire per Padula, poi inviò, a breve distanze dalle prime, le brigate Puppi e Spinazzi. Il Turr concentrò tutte queste forze a Sapri (oltre 1500 uomini) per portarsi in avanti con rapidità e aiutare l’Eroe e l’esercito meridionale.“. Un testimone di eccezione del viaggio di Garibaldi è stato Agostino Bertani (….), che, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….. Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino allora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico, intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 148-149 riferendosi al generale Turr che da Paola trasportò le sue truppe garibaldine a Sapri, in proprosito scriveva che: “Durante la navigazione, che si prolungò per tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri etc…”. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156, a p. 153, in proposito scriveva che: “Meanwile Turr rode down from Cosenza to Paola, took command of the troops collecter there and carried team by sea to Sapri, where they arrived on September 2, twenty-for hours fefore Garibaldi himself. In this way these 1500 men from the rear became the vanguard of the advance on Naples, owing to their good fortune in finding transport while the others had to march by land (2).”, che significa: “Intanto Turr scese da Cosenza a Paola, prese il comando delle truppe che vi erano radunate e trasportò la squadra via mare a Sapri, dove giunse il 2 settembre, ventiquattr’ore prima dello stesso Garibaldi.In questo modo questi 1500 uomini della retroguardia divennero l’avanguardia dell’avanzata su Napoli, grazie alla loro fortuna nel trovare un mezzo di trasporto mentre gli altri dovettero marciare via terra (2).”. Treveljan, a p. 153, nella nota (2) postillava: “(2) Rustow, 299-300. Rustow’s Brig. Milano, 11-18. Turr’s Div. 147-149. Forbes, 206. Bertani, ii, 179-184 (on pag. 179, line 23, read Cosenza for Rotonda). Peard MS. Journal. Turr who had been invalided from Sicily (see p. 66 above) had recently returned more or less cured from Aix-la-Capelle.” che significa: “(2) Rustow, 299-300. Brig. Milano di Rustow, 11-18. Div. 147-149 di Turr. Forbes, 206. Bertani, ii, 179-184 (a pag. 179, riga 23, leggi Cosenza per Rotonda). Peard MS. Journal. Turr che era stato invalido dalla Sicilia (vedi pag. 66 sopra) era tornato di recente più o meno guarito da Aquisgrana.”. Treveljan citava i tre testi di Rustow (uno è quello tradotto da Eliseo Porro, sulla Brigata Milano e l’altro sulla divisione Turr). Treveljan cita il Bertani, i due testi del Bertani (uno su Whait Mario). Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “Here also the Dictator found Turs’s, troops, who ad sailed in the day before from Paola (2). Etc…“, che tradotto significa: “Anche qui il Dittatore trovò le truppe di Turr, salpate il giorno prima da Paola (2).”. Treveljan, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) La Cava, p. 702. Bertani, ii. 184-185. Ire Politiche, 71-72. Racioppi, 200. Maison, 63-64. Rustow’s Brig. Mil. 18-19. Turr’s Div. 149.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, assumeva il comando delle truppe e le metteva in mare, sbarcandole a Sapri, il 2 settembre, ventiquattr’ore avanti l’arrivo di Garibaldi in questo stesso posto. Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Però l’ebbero pregato a venire di Rotonda alla marina di Scalea; onde messosi in barca il giorno 3 settembre diresse a Sapri – Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, a p. 701, in proposito aggiungeva che: “Il 1° Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 và per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo etc…”. Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, a p. 707, in proposito aggiungeva che: “Crediamo opportuno riportare il passaggio delle schiere Garibaldine a traverso la nostra provincia e quella di Salerno, quando il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, giungeva al Fortino e si portava in Napoli, etc…. Le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tùrr sbarcarono a Sapri all’alba del 2 Settembre, etc…”. Sempre il Lacava, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, a p. 708, in proposito scriveva che: “La Brigata Puppi (divisione del pari di Tur) approdava a Sapri, alle 11 pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa Brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo…..“. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, dal racconto del Racioppi (….), che a sua volta si rifà al racconto di Agostino Bertani, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani: “….Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi dei volontari della legione da me preparata per invadere lo stato pontificio, alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino allora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare col cammino di Napoli l’incontro col nemico, intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III…., nella baia arenosa di Sapri, dove, nel giorno innanzi, erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano, e Spinazzi della Divisione Tùr; queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’.”. Il Pesce, a p…….. proseguendo il suo racconto scriveva che: “Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc….”. Pesce erra perchè il generale Stefano Turr non si trovava a Sapri con Garibaldi ma lo attendeva al Fortino. Credo che Pesce si riferisse al generale prussiano Wilhelm Rustow (….). Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alle ore 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2. settembre di buon ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito, che si avanzava nella strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza. Mentre Turr alle tre della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri (? è un errore perchè si tratta di Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 340, in proposito scrivea che: “Questo piano non durò che fino alle ore 4 di sera. Nel giorno stesso si conobbe in Salerno lo sbarco di Sapri; le truppe ivi sbarcate si pretendeva esssere almeno 4,000 uomini, e tutt’al più 15,000. Si diceva a Salerno, che Caldarelli si fosse unito colle truppe di Garibaldi e marciasse e arciasse con loro contro Salerno etc….”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “…il 30 agosto…nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passare in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava da Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Qui rileviamo l’errore perchè Turr doveva condurre le truppe dei volontari da Paola al golfo di Policastro, anzi precisamente a Sapri, dove sbarcherà con Rustow il giorno 2 settembre. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 170 riferendosi al Re Ferdinando II, in proposito scriveva che: “Se non che, appena seppe che Avellino era insorta e che il 2 settembre la divisione Turr (sbarcata a Sapri) si era congiunta al grosso delle forze garibaldine, accompagnate dalle grida festanti etc…”. Cesari, a p. 172, in proposito è scritto: “A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi. Il concentramento di queste forze a Sapri, si era potuto effettuare in gran parte, come si è detto, per merito del Turr, il quale spostando rapidamente le sue unità, le aveva portate successivamente in aiuto a Garibaldi nelle varie operazioni di terraferma, e, valendosi di trasporti marittimi le aveva progressivamente sbarcate nei punti più importanti ed avanzati della costa tirrenica.”. E’ chiaro che visto gli eventi in seguito, le truppe del Turr arrivarono a Sapri, non a Policastro. A p. 170, in proposito è scritto: “Se non che, apena seppe che Avellino era insorta e che il 2 settembre la divisione Turr (sbarcate a Sapri) si era congiunta al grosso delle forze garibaldine, accompagnata dalle grida festanti delle popolazioni, decise improvvisamente, contro il parere dei generali Pianell e Bosco, di etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi. Il concentramento di queste forze a Sapri si era potuto effettuare in gran parte, come si è detto, per merito del Turr, il quale spostando rapidamente le sue unità, le aveva portate successivamente in aiuto a Garibaldi nelle varie operazioni di terraferma, e, valendosi di trasporti marittimi le aveva progressivamente sbarcate nei punti più importanti ed avanzati della costa tirrenica. Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao. In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), per spingersi rapidamente avanti ad aiutare Garibaldi e l’esercito meridionale: tali forze si trovarono così cinque tappe innanzi al grosso dell’esercito che si moveva, per la via consolare, da Soveria Mannelli su Cosenza.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VI….Da Roccagloriosa, dove pernottò con i suoi, il de Dominicis il 2 settembre dirigeva quest’ordine del giorno alle truppe: “Soldati, etc…A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di quattromila garibaldini comandata dal generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati, il momento supremo per noi è venuto etc….”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia presso la strada per Lazongro (qui è errato perchè si tratta di Lagonegro), fu accampata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla parte della brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulle vestigia dell’antica e potente città marittima di Vibona. I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti. A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accellerare il cuoi arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro. Io aveva intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 288, in proposito scriveva che: “Alle otto del giorno 4 il ‘Brésil’ si trovava nelle acque di Sapri e il capitano, sul giornale di bordo, annotò: etc….”. Il Policicchio, a p. 289 trascrive il racconto del testo in nota (44) dove postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Policicchio, a p. 288 riporta un passo interessante tratto dal testo delle memorie del generle borbonico Ludovico Quandel-Vial. Da Wikipedia leggiamo che Ludovico Quandel col grado di primo tenente, il 28 luglio 1860 prese parte alla battaglia di Capua, alla battaglia del Volturno e alla battaglia del Garigliano, al comando della Batteria nº 5. Tra le sue opere più rappresentative si ricorda Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nelle Calabrie dal 25 luglio al 7 settembre 1860 (Napoli, Tipografia Artigianelli – 1900), nel quale descrive le operazioni militari che videro opposti gli eserciti garibaldino e del Regno delle Due Sicilie. Questa cronaca è uno dei documenti di riferimento di una delle scuole del Revisionismo del Risorgimento. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, che a pp. 576-577 ed in proposito scriveva che: “Qui ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La tuppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall’Elvetie si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea (43) era andato a Sapri ed aveva preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro o nel Vallo di Diano la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Muraglia di Maratea dava la stessa assicurazione (44).”. Policicchio, a p. 288, nella nota (43) postillava: “(43) Qui l’errore sta nella errata trascrizione (Ascea per Scalea) da parte dell’ex Capitano dell’esercito napoletano Quandel-Vial. Se preso alla lettera il generale avrebbe fatto il viaggio a ritroso.”. Policicchio, a p. 289, nella nota (44) postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Si tratta del testo di Ludovico Quandel-Vial, e del suo “Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860″, tipografia degli Artigianelli, Napoli, 1902. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Il 1° settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow venne per ordine di Garibaldi riunita alla divisione comandata da Turr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma doveva venir dietro nel termine posibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione che sbarcò a Sapri etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 337, in proposito scrivea che: “Turr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ ora a Sapri.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il 2 settembre Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. De Cesare, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Su la spiaggia di Sapri accampava una schiera di volontari delle brigate Milano e Spinazzi, appartenenti alla Divisione Turr, sbarcate ivi all’alba del 2 settembre (1). Il Dittatore accettò con i suoi compagni, per alcune ore, l’ospitalità di Giovanni Gallotti già condannato a venti anni di ferri dalla Gran Corte di Salerno per i moti del 1848 in Sapri (2).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Turr aveva fatte sbarcare le truppe, reduci dalla Sicilia a Paola. Sbarcò a Sapri, riunì l’antica divisione Pianciani, marciò in modo di poter al bisogno passare tra Salerno ed Eboli, gettarsi su le montagne di Cava, attaccare i regi alle spalle e tagliare loro la via a Napoli se li avessero attesi a Salerno – Du Camp. – Expedition de deux Siciles, pag. 226.”. Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a pp. 228-229, in proposito scriveva che: “Ce fut à Lagonegro que nous apprimes ce que le general Turr etait devenu depuis que nous l’avions quitté. Pendant que nous le poursuivions par la route de terre, il avait prise la voie plus rapide de la mer pour se rapprocher de Naples. De Cosenza, il s’etait rendu à Paola, et là, ayant reunì toutes les troupes qui arrivaient journellement sur la cote de Sicile, il les avait embarquees su six bateaux à vapeur. Au moment où il allait quitter le port, une fregate napolitaine s’etait montrée. Etc…De Paola Turr débarqua à Sapri, y rassembla l’ancienne division Pianciani, marcha de facon à pouvoir au besoin, passant entre Salerne et Eboli, se jeter sur le montagnes de la Cava, etc…” che tradotto significa: “Fu a Lagonegro che apprendemmo cosa ne era stato del generale Turr da quando lo avevamo lasciato.Mentre lo inseguivamo via terra, aveva preso la via marittima più veloce per avvicinarsi a Napoli.Da Cosenza si recò a Paola, e là, radunate tutte le truppe che quotidianamente giungevano sulle coste della Sicilia, le imbarcò su sei piroscafi.Proprio mentre stava per lasciare il porto, arrivò una fregata napoletana.Ecc…Da Paola Turr sbarcò a Sapri, vi radunò la vecchia divisione Pianciani, marciò in modo da poter, se necessario, passando tra Salerno ed Eboli, gettarsi sui monti di Cava, etc…”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “….unendosi ai contingenti sbarcativi nei giorni precedenti, fra i quali quello dei 1500 del gen. Turr (1), sbarcatovi il giorno prima da Paola.”. Pucci, a p. 102, nella nota (1) postillava: “(1) R. Finelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi”. Infatti, Riccardo Finelli (….), a p. 152, in proposito scriveva: “Vedi l’ultimo spicchio di sole affondare nel Tirreno, proprio a strapiombo sulla Secca di Castrocucco, il porticciolo naturale fra le roccie della scogliera. Da lì Garibaldi s’imbarcò per Sapri, aggirando via mare la zona di Acquafredda, resa transitabile via terra solo molti decenni dopo, con l’apertura della galleria sotto una cresta rocciosa che arriva fin dentro al mare. Più in alto, verso la valle della Fiumarella, si sa accendendo una luna color crema, allegra e meravigliata, che a passi veloci conquista la scena lungo la scia di mare che lambisce l’Isola di Dino e prosegue fino a capo Scalea. Hai trovato compagnia fino a Maratea.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Il 2 settembre erano approdate a Sapri, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tur per inseguire ed ostacolare, per via di terra, la Brigata borbonica del Cardarelli.“. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma già al 2 settembre l’avanguardo dell’esercito garibaldino in 2100 uomini in comando del generale Turr era sbarcato alle piagge di Sapri, e venuti nel Vallo Dianese. Questi, e il ritrarsi dei regii da Salerno, e i popoli levati in armi e fiero entusiasmo, e l’aure pregne di confidenza e di audacia spianarono la via al Dittatore. Il quale nel giorno 6 da Sala nominò il prodittatore Matina a governatore del Salernitano (con poteri illimitati”, e questi con esso lui procedendo in posta, venne il governo temporaneo da Sala a tramutarsi in Salerno. (1).”. Racioppi, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 143 e ssg., in proposito scriveva che: “….il Dittatore, trovò la colonna del generale Turr ad accoglierlo, composta da 1500 volontari, quegli stessi che Bertani aveva procurati per la invasione dello Stato Pontificio, inquadrati nelle brigate “Milano” e “Spinazzi”. Era quella l’avanguardia dell’armata garibaldina, che doveva rifare, in altre condizioni, il cammino dei “300.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa tetta d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ?”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “….sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri d’overa approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mand subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente.”.
Nella notte tra il 2 e il 3 settembre 1860, Garibaldi, con alcuni suoi compagni arriva a Rotonda, dove fu ospite della famiglia di don Bonaventura De Rinaldis
Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 148-149, in proprosito scriveva che: “…Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, ….etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 454 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: “…Arco trionfale a Casaletto. Si annuncia la truppa regia presso Castrocucco che dista dodici miglia. A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Etc…”. Michelangelo Pucci, a p. 102, nella nota (2) postillava: “(2) Amedeo Fulco – Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli 2002, pag. 129 e segg.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 217-218, in proposito scriveva: “La sera del 31 agosto il Dittatore entrò a Cosenza; il giorno 2 settembre toccò Rotonda, prima comunità della Basilicata ai confini delle Calabrie. Il Generale procedeva le sue schiere senza scorta di guardia o di onore: e poichè le vie erano ingombre dai soldati del Caldarelli, che si ritraevano a piccole giornate, e di ogni risma disertori o sbrancati, parve, ed era, non fuor di periglio che egli ne venisse di quei franchi e sciolti modi frammezzo a gente, cui subito sdegno o maltalento potea rendere infesta. Però l’ebbero pregato a venire di Rotonda alla marina di Scalea, onde messosi in barca il giorno 3 settembre discese a Sapri. – Quivi il giorno innanzi etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 132, in proposito scriveva che: “Il Dittatore trionfante partì da Cosenza nella notte tra il 2 e il 3 settembre, arrivò a Rotonda, ripartì in carrozza per la strada che mena da Castelluccio a Lagonegro; ma giunto a Laino abbandonò la rotabile. Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Fin là per tutto il tragitto dallo Stretto in su, si era tenuto alla gran strada maestra, ma ora davanti a lui su quella strada si ritiravano le truppe del generale Caldarelli dirette a Napoli con le armi in pugno, secondo il patto convenuto fra esse e il comitato insurrezionale di Cosenza. Procedendo in quella direzione sarebbe arrivato a Castelluccio, capitando nel bel mezzo di quelle truppe demoralizzate, le cui intenzioni erano dubbie fors’anche a loro stesse. Un momento il Caldarelli mandava a dire a Garibaldi alla Rotonda: “Questo vostro esercito, si mette tutto ai vostri comandi”; (1) il momento dopo prometteva ai suoi soldati la vittoria della causa borbonica garantita dall’intervento austriaco. Il Dittatore fu perciò persuaso dai suoi amici a non mettersi indifeso alla mercè di quegli uomini che avrebbero potuto piantargli due palle in corpo con la stessa prontezza con cui spacciavano i loro generali, ed a raggiungere Sapri con una deviazione traverso i monti e il mare. A Sapri troverebbe i 1500 uomini del Turr, arrivati da Paola e conducendoli con una marcia fino a Lagonegro, potrebbe occupare in forza la linea di ritirata del Caldarelli e aprire con lui negoziati in condizioni più favorevoli. Così la notte del 2 settembre il Generale e la sua piccola comitiva, fra cui il Bertani e il Cosenz, lasciarono la Rotonda e la strada maestra, montati su muli, accingendosi a traversare i monti occidentali nella direzione della costa.”. La Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Bertani, II, 184; Ms. Peard, Journal, 2 settembre”. La Dobelli, a p. 198, sebbene non vi fosse, postillava la nota (2): “(2) Forbes, 214.”. Forse riguarda il racconto dell’intinerario seguito da Garibaldi nella marcia verso il mare (verso l’estremità del Golfo di Policastro). Dunque, come si può leggere il Treveljan scriveva che: “Così la notte del 2 settembre il Generale e la sua piccola comitiva, fra cui il Bertani e il Cosenz, lasciarono la Rotonda e la strada maestra, etc…”. Treveljan vuole che Garibaldi avesse lasciato Rotonda nella notte del 2 settembre. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto. Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno eccettuati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abbastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri d’overa approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. “. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 98 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “Accettato il piano, Garibaldi, accompagnato dai fedelissimi Cosenz, Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, partì da Rotonda nella tarda serata, intorno alle 20:30 (1) ; Etc…”. Dunque, secondo il Pucci, Garibaldi a Rotonda era in compagnia dei suoi fedelissimi: Cosenz, Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908 parlando di Garibaldi a Rogliano e poi a Cosenza, in proposito scriveva che: “Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lo lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonio Callenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto. Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno accettati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Michelangelo Pucci (….), recentemente, nel suo “Tortora – Natura – Storia – Cultura etc…”, a p. 98, in proposito scriveva che: “A Rotonda. Garibaldi era arrivato a Rotonda il 2 settembre con la colonna del gen. Cosenz, etc…A Rotonda fu accolto da don Bonaventura de Rinaldis e fu ospite della famiglia della vedova di Bernardino Fasanelli. Una dei Rinaldis era sposa di don Francesco Maceri, figlio di don Biagio Maceri, uno dei notabili più in vista di Tortora che tifava per la causa garibaldina (2).”. Pucci, a p. 102, postillava di Amedeo Fulco. Questo testo è la ristampa recente del testo di Fulco, “Memorie storiche di Tortora con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 19…..Sul testo di Amedeo Fulco (….), Pucci, a p……, in proposito scriveva che: “Garibaldi “Aveva raggiunto Rotonda la sera dello stesso giorno accolto trionfalmente dalle autorità locali e dalla popolazione, era stato ospite della famiglia del cavalier Don Bonaventura De Rinaldis.”.…”Garibaldi, partito a cavallo da Rotonda verso le quattro del mattino del 3 settembre insieme con il generale Bixio, Cosenz, Medici e Bertani … venne a Tortora etc….”. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “Dopo una breve sosta a Cosenza e poscia a Castrovillari, Garibaldi entra nella Lucania, fermatosi a Rotonda in casa della vedova Fasanella. Una compagnia d’insorti lucani, guidata dal patriota Lavecchia e seguita da molti altri volontari, si dirige da Lagonegro incontro di Garibaldi per la via di Lauria e Castelluccio. Inoltre, Carmine Senise, capo dello Stato Maggiore ordina a Francesco Pomarici di recarsi a Lagonegro per occupare i punti strategici di quel distretto e precisamente le gole dei monti di Lauria, allo scopo d’impedire il passaggio delle truppe borboniche e di appoggiare invece quelle garibaldine provenienti dalle Calabrie.“.
Nel 2 settembre 1860, a Sapri, Stefano Turr scrive al generale Garibaldi del suo arrivo a Sapri
Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148 riferendosi a Turr, in proprosito scriveva che: “…, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri e mandava avviso del suo arrivo al Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva…etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Etc…”.
Nel 2 settembre 1860, a Rotonda, Garibaldi scrive a Turr (che si trovava a Sapri con le sue brigate) e cambia itinerario
Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 148-149, in proprosito scriveva che: “…Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva così: “Al generale Turr. Sapri. Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato G. Garibaldi.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 454 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: “…Arco trionfale a Casaletto. Si annuncia la truppa regia presso Castrocucco che dista dodici miglia. A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Etc…”. Michelangelo Pucci, a p. 102, nella nota (2) postillava: “(2) Amedeo Fulco – Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli 2002, pag. 129 e segg.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 218, in proposito scriveva: “Però l’ebbero pregato a venire di Rotonda alla marina di Scalea, onde messosi in barca il giorno 3 settembre discese a Sapri. – Quivi il giorno innanzi etc…”. Michelangelo Pucci (….), recentemente, nel suo “Tortora – Natura – Storia – Cultura etc…”, a p. 98, in proposito scriveva che: “A Rotonda. Garibaldi era arrivato a Rotonda il 2 settembre con la colonna del gen. Cosenz, aveva fretta di giungere a Napoli il più presto possibile, ma, a bloccargli la strada, a Castelluccio era attestato un contingente di 3.000 soldati borbonici agli ordini del gen. Caldarelli. In conformità alla politica adottata da Reggio Calabria in su, Garibaldi non aveva interesse a forzare il passo, ato di forza che sarebbe costato una inutile perdita di uomini e spreco di armamenti da ambo le parti. Ma ‘mirando a non lasciare entrare quella truppa e quei cannoni a Salerno (1) egli progettava di arrivare al disarmo dei borbonici attraverso due vie congiunte o alternative: attraverso la corruzione del comandante e/o attraverso la dissuasione per accerchiamento. Intanto che le trattative fra i garibaldini e i borbonici del generale Caldarelli approdassero alla resa di questi ultimi e alla loro adesione alla causa unitaria (1), Garibaldi pensò di accellerare l’accerchiamento con i corpi che convergevano via mare a Sapri. Per procedere più velocemente in direzione di Napoli, egli aveva bisogno di congiungersi a loro via mare il più rapidamente possibile…..(2).”. Pucci, a p. 102, postillava di Amedeo Fulco. Questo testo è la ristampa recente del testo di Fulco, “Memorie storiche di Tortora con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 19…..
Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “…nel primo pomeriggio raggiunsero il porto di Sapri, come lo stesso Generale scrisse in un messaggio a Turr, che in quel momento era in perlustrazione nella zona: “Sono qui giunto alle 3 1/2 pom. Etc…”(19).”. Moliterni, però scriveva che Turr, all’arrivo di Garibaldi: “….in quel momento era in perlustrazione nella zona: etc…”. Si potrebbe far credere che Turr, si trovasse in perlustrazione nella zona di Sapri, ma egli si era allontanato su ordine di Garibaldi e si era portato verso Lagonegro in perlustrazione ed in missione su ordine di Garibaldi (vedi telegramma di Garibaldi del giorno……), per sondare la posizione della brigata del Caldarelli. Turr, si era già allontanato da Sapri ed è proprio per questo che Garibaldi con il suo secondo dispaccio gli chiede informazioni e gli fa sapere di essere sbarcato a Sapri. Turr perlustrava la zona di Lagonegro e la via Consolare. Moliterni, a p. 195, nella nota (19) postillava: “(19) Cf. Edizione Nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi, vol. XI, Epistolario, vol. V, 1860, a cura di M. De Leonardis, Roma, 1988, p. 229, n. 1781.”.
Nel 2 settembre 1860, da Rotonda, il generale Garibaldi, insieme a Cosenz, Bertani, Rosagutti, Gusmaroli, Nullo e Basso viaggiando sulla groppa di muli arrivano a Scalea ?
Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 217-218, in proposito scriveva: “Però l’ebbero pregato a venire di Rotonda alla marina di Scalea, onde messosi in barca il giorno 3 settembre discese a Sapri. – Quivi il giorno innanzi etc…”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento” e, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 2 e il 3 settembre Garibaldi da Cosenza si portò a Rotonda, da qui si diresse alla marina di Scalea, poi nei pressi di Laino il sentiero del fiume Lao. Cavalcò tutta la notte per vie anguste e difficili su un mulo, sostò un attimo alla marina presso Torraca con i suoi compagni di viaggio: Cosenz, Gusmaroli, Basso, Nullo, Rosagutti e Bertani. Etc…”. Come si può leggere, Infante scrive “alla marina di Torraca” e qui fa un errore perchè si trattava di Tortora. Invece, Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “Ma il generoso Dittatore ad evitare combattimenti, che avrebbero causato spargimento di sangue fraterno, muta itinerario. Insieme a Bertani, Basso, Bixio, Cosenz, Medici, Sirtori e Turr parte da Rotonda e per un sentiero di montagna raggiunge Tortora, in provincia di Cosenza, etc…”. Dunque, Garibaldi a Rotonda cambia itinerario e decide di partire sulla groppa di muli per Laino. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il 2 settembre Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 24-25 riferendosi alla presenza a Lagonegro della brigata del generale borbonico Caldarelli, in proposito scriveva che: “Fu quindi prudente consiglio per Garibaldi, per evitare un increscioso incontro con quelle truppe ed un possibile conflitto con inutile spargimento di sangue cittadino, divergere dall’unica strada la sua marcia trionfale e piegare verso il mar Tirreno. Ed ecco perchè alla nostra Città non fu concesso l’ambito onore d’ospitare il Duce Supremo in quei giorni di febbrile entusiasmo, come era stato stabilito. Nella corrispondenza del Comitato di Lagonegro ho riscontrato un foglio etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con sei suoi fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, dove, per non imbattersi con la retroguardia del Generale Caldarelli, che era tuttavia a Castelluccio, lasciano la strada rotabile, e su cavalli e muli battono lo stretto sentiero del fiume Lao per scendere al mar Tirreno.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 131, in proposito scriveva che: “I. Garibaldi…Il Dittatore trionfante part’ da Cosenza la notte del 2 al 3 settembre arrivò a Rotonda, ripartì in carrozza per la strada che mena da Castelluccio a Lagonegro; ma giunto a Laino abbandonò la rotabile. Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1). Nella mattina di lunedì 3 settembre, etc…”. Mazziotti, a p. 131, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, pag. 702; Trevelyan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogno altro il viaggio del dittatore. Questi scese alla marina da un punto non molto discosto da Torraca e Maratea.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: “Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguiamo in silenzio. La luna splende sui monti; l’aria fresca ci tiene svegli. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, a pp. 455-456, in proposito scriveva che: “il Generale, io (Bertani), Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalcammo per strade orribili il generale alla testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende sui monti (due giorni dopo il plenilunio); l’aria fresca ci tiene svegli. Etc…”. Il racconto prosegue con l’arrivo a Tortora, dove è ospitato in casa Lomonaco-Melazzi. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Fin là per tutto il tragitto dallo Stretto in su, si era tenuto alla gran strada maestra, ma ora davanti a lui su quella strada si ritiravano le truppe del generale Caldarelli dirette a Napoli con le armi in pugno, secondo il patto convenuto fra esse e il comitato insurrezionale di Cosenza. Procedendo in quella direzione sarebbe arrivato a Castelluccio, capitando nel bel mezzo di quelle truppe demoralizzate, le cui intenzioni erano dubbie fors’anche a loro stesse. Un momento il Caldarelli mandava a dire a Garibaldi alla Rotonda: “Questo vostro esercito, si mette tutto ai vostri comandi”; (1) il momento dopo prometteva ai suoi soldati la vittoria della causa borbonica garantita dall’intervento austriaco. Il Dittatore fu perciò persuaso dai suoi amici a non mettersi indifeso alla mercè di quegli uomini che avrebbero potuto piantargli due palle in corpo con la stessa prontezza con cui spacciavano i loro generali, ed a raggiungere Sapri con una deviazione traverso i monti e il mare. A Sapri troverebbe i 1500 uomini del Turr, arrivati da Paola e conducendoli con una marcia fino a Lagonegro, potrebbe occupare in forza la linea di ritirata del Caldarelli e aprire con lui negoziati in condizioni più favorevoli. Così la notte del 2 settembre il Generale e la sua piccola comitiva, fra cui il Bertani e il Cosenz, lasciarono la Rotonda e la strada maestra, montati su muli, accingendosi a traversare i monti occidentali nella direzione della costa. Giunti in prossimità di Laino infilarono la gola del fiume Lao, che nessun sentiero tracciava e che essi discesero per parecchie miglia al chiaro di luna. “Eccoci qui – esclamò il Bertani – noi sette su sette muli incamminati alla conquista d’un Regno”. Dalla valle del Lao rimontano sulle alture toccando le più elevate, e di là, la mattina del 3, si calarono sulla costa a un punto non molto discosto da Tortora e da Maratea. Una piccola imbarcazione toltili di là, li portò a Sapri.”. La Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Bertani, II, 184; Ms. Peard, Journal, 2 settembre”. La Dobelli, a p. 198, sebbene non vi fosse, postillava la nota (2): “(2) Forbes, 214.”. Forse riguarda il racconto dell’intinerario seguito da Garibaldi nella marcia verso il mare (verso l’estremità del Golfo di Policastro). Dunque, come si può leggere il Treveljan scriveva che: “Così la notte del 2 settembre il Generale e la sua piccola comitiva, fra cui il Bertani e il Cosenz, lasciarono la Rotonda e la strada maestra, etc…”. Treveljan vuole che Garibaldi avesse lasciato Rotonda nella notte del 2 settembre. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 110 e ssg., in proposito scriveva che: “.; indi, seguendo il fiume Lao, arrivò a Scalea, sulle sponde del Tirreno, dove s’imbarcò per Sapri. Gli fecero compagnia il Bertani, il Cosenz, il Nullo, il Rosagutti, il Basso ed il Gusmaroli, tutti sui muli. “Eccoci quì – esclamò a quel punto il Bertani – noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un regno”.”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 98 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “Per raggiungere il mare don Bonaventura gli consigliò di risalire da Laino la valle del fiume Iannello seguendo la mulattiera fino al passo del Carro e di qui discendere la valle della Fiumarella lungo la mulattiera fino a Tortora, dove avrebbe trovato un ambiente favorevole preparato da don Bonaventura; un corriere con una lettera per Don Biagio Maceri l’avrebbe preceduto nella notte, da Tortora avrebbe potuto raggiungere il mare. Accettato il piano, Garibaldi, accompagnato dai fedelissimi Cosenz, Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, partì da Rotonda nella tarda serata, intorno alle 20:30 (1) ; forse nel timore di una qualche imboscata lungo la mulattiera solitamente frequentata dai locali, i sette misero in atto una manovra diversiva, fingendo di seguire per un tratto il corso del fiume Lao, presero ad un certo punto il sentiero che risale su per la valle del fiume Ianniello salendo su per le montagne (6) fino a raggiungere i Piani del Carro intorno alle ore 5:45 levata effettiva del sole nel nostro contesto orografico. Da quei punto si diramavano tre mulattiere (n.d.a. una per Aqualisparti, un’altra per Aieta, un’altra ancora per Tortora) incerti sulla via da prendere per Tortora, chiesero informazioni ad un pastorello: Paolo Maceri, che fino a tarda età avrebbe ricordato e raccontato i particolari dell’incontro a chiunque fosse stato disposto ad ascoltarlo (2). La mattina, intorno alle ore 7,30, il gruppo arrivò a Tortora dove trovò ad acclamarlo la schiera dei notabili, le autorità comunali e la folla dei paesani vestiti a festa organizzati e istruiti dai loro padroni. Era lunedì 3 settembre 1860. Dopo un discorso di benvenuto da parte di don Biagio Maceri, tra due ali di popolo festante e osannante, il gruppo di Garibaldi e quello dei notabili raggiunsero la casa dei Melazzi-Lomonaco in fondo al paese, dove Garibaldi e suoi sostarono per riposarsi e rifocillarsi (2). Le fonti non ci dicono se la sosta del Generale sia costata la consegna della cassa comunale, secondo il suo costume, documentato in più casi, di svuotare la tesoreria dei paesi di passaggio della truppa, ma è ragionevole pensare di sì, perché egli non si accontentava delle sole parole di adesione, questa doveva concretizzarsi o con il contributo in uomini o con quello finanziario (5).”. Pucci, a p. 102, nella nota (5) postillava: “(5) R. Fanelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi – Incontri Editrice – pag. 154 e segg.”. Pucci, a p. 102, nella nota (6) postillava: “(6) Agostino Bertani – Ire politiche d’Oltretomba, Tipografia G. Polizzi e CO – Firenze, 1869, pag. 71”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: ”Garibaldi, partito a cavallo da Rotonda verso le quattro del mattino del 3 settembre insieme con il generale Bixio, Cosenz, Medici e Bertani … venne a Tortora etc…”. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 78, in proposito scriveva che: “Nei primi di settembre del 1860 Scalea fu in gioiosa agitazione: venne annunziato l’arrivo di Garibaldi. Garibaldi che doveva dal Pollino raggiungere il Tirreno seguendo il corso del fiume Lao sbagliò strada e finì a Tortora.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 131, in proposito scriveva che: “Il Dittatore trionfante partì da Cosenza nella notte tra il 2 e il 3 settembre, arrivò a Rotonda, ripartì in carrozza per la strada che mena da Castelluccio a Lagonegro; ma giunto a Laino abbandonò la rotabile. Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”.
Nel 2 settembre 1860, il generale Garibaldi, insieme a Cosenz, Bertani, Rosagutti, Gusmaroli, Nullo e Basso viaggiando sulla groppa di muli arrivano a Tortora
Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: “Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguiamo in silenzio. La luna splende sui monti; l’aria fresca ci tiene svegli.”. Il racconto prosegue con l’arrivo a Tortora, dove è ospitato in casa Lomonaco-Melazzi. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 131, in proposito scriveva che: “Il Dittatore trionfante partì da Cosenza nella notte tra il 2 e il 3 settembre, arrivò a Rotonda, ripartì in carrozza per la strada che mena da Castelluccio a Lagonegro; ma giunto a Laino abbandonò la rotabile. Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 96 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva: “Bertani nel suo diario non nomina Tortora, né i vari personaggi tortoresi protagonisti dell’evento, ad eccezione della vicenda del notaio don Francesco Marsiglia, del quale era stata sollecitata da un prete a lui avverso una punizione, concretizzata da Garibaldi in un ordine di arresto, revocato poi per la disapprovazione della folla e per l’intervento del sindaco. L’episodio, interpretato dal Bertani come una bega tra famiglie, è effettivamente avvenuto a Tortora etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: “….Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto a Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la brigata Caldarelli era già partita”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 199, in proposito scriveva che: “Così la notte del 2 settembre il Generale e la sua piccola comitiva, fra cui il Bertani e il Cosenz, lasciarono la Rotonda e la strada maestra, montati su muli, accingendosi a traversare i monti occidentali nella direzione della costa. Giunti in prossimità di Laino infilarono la gola del fiume Lao, che nessun sentiero tracciava e che essi discesero per parecchie miglia al chiaro di luna. “Eccoci qui – esclamò il Bertani – noi sette su sette muli incamminati alla conquista d’un Regno”. Dalla valle del Lao rimontano sulle alture toccando le più elevate, e di là, la mattina del 3, si calarono sulla costa a un punto non molto discosto da Tortora e da Maratea. Una piccola imbarcazione toltili di là, li portò a Sapri.”. La Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Bertani, II, 184; Ms. Peard, Journal, 2 settembre”. La Dobelli, a p. 198, sebbene non vi fosse, postillava la nota (2): “(2) Forbes, 214.”. Forse riguarda il racconto dell’intinerario seguito da Garibaldi nella marcia verso il mare (verso l’estremità del Golfo di Policastro). Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 98 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “Per raggiungere il mare don Bonaventura gli consigliò di risalire da Laino la valle del fiume Iannello seguendo la mulattiera fino al passo del Carro e di qui discendere la valle della Fiumarella lungo la mulattiera fino a Tortora, dove avrebbe trovato un ambiente favorevole preparato da don Bonaventura; un corriere con una lettera per Don Biagio Maceri l’avrebbe preceduto nella notte, da Tortora avrebbe potuto raggiungere il mare. Accettato il piano, Garibaldi, accompagnato dai fedelissimi Cosenz, Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, partì da Rotonda nella tarda serata, intorno alle 20:30 (1) ; forse nel timore di una qualche imboscata lungo la mulattiera solitamente frequentata dai locali, i sette misero in atto una manovra diversiva, fingendo di seguire per un tratto il corso del fiume Lao, presero ad un certo punto il sentiero che risale su per la valle del fiume Ianniello salendo su per le montagne (6) fino a raggiungere i Piani del Carro intorno alle ore 5:45 levata effettiva del sole nel nostro contesto orografico. Da quei punto si diramavano tre mulattiere (n.d.a. una per Aqualisparti, un’altra per Aieta, un’altra ancora per Tortora) incerti sulla via da prendere per Tortora, chiesero informazioni ad un pastorello: Paolo Maceri, che fino a tarda età avrebbe ricordato e raccontato i particolari dell’incontro a chiunque fosse stato disposto ad ascoltarlo (2). La mattina, intorno alle ore 7,30, il gruppo arrivò a Tortora dove trovò ad acclamarlo la schiera dei notabili, le autorità comunali e la folla dei paesani vestiti a festa organizzati e istruiti dai loro padroni. Era lunedì 3 settembre 1860. Dopo un discorso di benvenuto da parte di don Biagio Maceri, tra due ali di popolo festante e osannante, il gruppo di Garibaldi e quello dei notabili raggiunsero la casa dei Melazzi-Lomonaco in fondo al paese, dove Garibaldi e suoi sostarono per riposarsi e rifocillarsi (2). Le fonti non ci dicono se la sosta del Generale sia costata la consegna della cassa comunale, secondo il suo costume, documentato in più casi, di svuotare la tesoreria dei paesi di passaggio della truppa, ma è ragionevole pensare di sì, perché egli non si accontentava delle sole parole di adesione, questa doveva concretizzarsi o con il contributo in uomini o con quello finanziario (5).”. Pucci, a p. 102, nella nota (5) postillava: “(5) R. Fanelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi – Incontri Editrice – pag. 154 e segg.”. Pucci, a p. 102, nella nota (6) postillava: “(6) Agostino Bertani – Ire politiche d’Oltretomba, Tipografia G. Polizzi e CO – Firenze, 1869, pag. 71”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “A casa di don Biagio Lomonaco-Melazzi, genero di don Biagio Maceri, gli ospiti furono fatti accomodare nel salone dove fu servita una colazione. Garibaldi si informò sul paese, sulle famiglie, soprattutto su quelle dei notabili e così emerse e fu notata l’assenza del notaio don Francesco Marsiglia, una delle maggiori personalità della comunità tortorese, devoto ai Borboni. Su questo episodio esistono due versioni che concordano sul se ma divergono sul come. La versione di A. Fulco (2) il quale riferisce, ripetendo la tradizione orale, che la denuncia contro il Marsiglia era partita dal sindaco che aveva balenato il timore di possibili attentati da parte di uomini fedeli al Marsiglia; egli riporta pure che Garibaldi, seduta stante, ne ordinò l’arresto e la fucilazione immediata; il medesimo continua attribuendo all’intercessione del sac. don Mansueto Perrelli la revoca dell’ordine. La versione di Agostino Bertani (1), presente al fatto, il quale invece afferma che la denuncia contro il Marsiglia era stata mossa da un prete che lo accusò di delitti reazionari, ma non fa cenno alla condanna a morte ma ad un semplice arresto; Bertani prosegue ascrivendo il rilascio dell’accusato all’intervento della folla, alla mediazione del sindaco e alla invocazione di una ‘vecchierella (1).”. Pucci, a p. 102, nella nota (1) postillava: “(1) Jessie White Mario in “Agostino Bertani e i suoi Tempi – ed. G. Barbera – Firenze 1888, pag. 455-456”. Sempre il Pucci, a p. 100, in proposito scriveva che: “Dopo la breve sosta di poco più di un paio d’ore a Casa Lomonaco, Garibaldi, a metà mattinata verso le ore 10, partì da Tortora prendendo precauzionalmente in ostaggio Domenico Marsiglia, giovane figlio di don Francesco Marsiglia, percorrendo la mulattiera che tuttora scende alla marina attraversando le contrade San Brancato, Crisose e Castrocucco. Etc…”. Pucci, a p. 102, nella nota (2) postillava: “(2) Amedeo Fulco – Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli 2002, pag. 129 e segg.”. Questo testo è la ristampa recente del testo di Amedeo Fulco, “Memorie storiche di Tortora con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 19…..Sul testo di Amedeo Fulco (….), Pucci, a pp. 101-102, in proposito scriveva che: “Fonti. Fra le prove sicure del passaggio di Garibaldi per Tortora ci sono anzitutto quelle orali raccolte nel corso della generazione successiva a quella dei protagonisti dell’avvenimento: 1) la tradizione popolare e quella familiare dei Lomonaco, attendibile poiché menziona fatti risalenti ad appena due generazioni prima che il Fulco la raccogliesse (2) (il figlio di don Biagio Lomonaco, Guglielmo, è vissuto fino al 1923); 2) la testimonianza di Paolo Maceri, che, allora adolescente pastorello, aveva visto, al passo del Carro, passare il gruppo dei generali capeggiati da Garibaldi, al quale aveva anche fornito informazioni sulla via per Tortora, racconto da lui ripetuto infinite volte nella sua lunga vita (1); la testimonianza è stata raccolta per ascolto diretto da Amedeo Fulco e riportata nell’opera citata (2); 3) la menzione dell’evento da parte dell’aietano don Pietro Lomonaco, fratello di don Biagio Lomonaco Melazzi, nel discorso tenuto il 9 luglio 1882 ai soci della Società Operaia ‘Silvio Curatolo’ della quale don Pietro era il Presidente (2), per commemorare la morte di Garibaldi, avvenuta il 2 giugno 1882.”. Pucci, a p. 102, nella nota (2) postillava: “(2) Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli, 2002, pag. 129 e ssg.”. Pucci, a p. 102, nella nota (3) postillava: “(3) ‘Edizione nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi’, vol. 11, Epistolario, vol. 5: 1860 (a cura di Massimo De Leonardis), Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, Roma, 1988, p. 229.)”. Pucci, ancora, a p……, in proposito trascriveva che: ”Garibaldi, partito a cavallo da Rotonda verso le quattro del mattino del 3 settembre insieme con il generale Bixio, Cosenz, Medici e Bertani … venne a Tortora preceduto da un corriere recante una missiva segreta per Don Biagio Maceri, medico umanista e filosofo, il cui figlio, Francesco, aveva sposato una De Rinaldis, donna Filomena, … dopo aver ricevuto assicurazione di non andare incontro a spiacevole avventura …il primo tortorese a veder Garibaldi e i suoi quattro compagni di viaggio fu mastro Paolo Maceri , allora adolescente che sullecolline del Carro badava all’armento” … “si era a due ore dall’alba … quando fui attratto dalla presenza di cinque uomini a cavallo ad un 30 metri circa da me … uno di essi mi chiamò … mi chiese se fossi di Tortora e quale il sentiero per giungevi … era Garibaldi in persona, … ne ho avuto conferma in seguito da ritratti. … Avute le informazioni richieste … ripresero il loro cammino in direzione del paese. … Era lunedi … verso le 10,30” giunsero alla piazzetta Sandu Jàculu … “seguirono le presentazioni dei ‘notabili’ del paese, del clero … andò in casa di Don Biagio Lomonaco Melazzi, genero di Don Biagio Maceri per averne sposato la figlia Teresa,” … qui fu però notata l’assenza …di Don Francesco Marsiglia, avvocato e notaio, … Si vuole che il Sindaco avesse fatto balenare nella mente degli ospiti l’eventualità di un’ imboscata da parte degli uomini (del Marsiglia) … si vuole che sarebbe stata questa la ragione per la quale Garibaldi avesse stilato … l’ordine di cattura e fucilazione di Don Francesco Marsiglia … lacerato per intercessione del dotto sacerdote don Mansueto Perrelli … il loro imbarco avvenuto nei pressi del promontorio della Gnola in territorio di Maratea alle ore 14 dello stesso giorno”. Michelangelo Pucci (….), recentemente, nel suo “Tortora – Natura – Storia – Cultura etc…”, a p. 99, in proposito scriveva che: “A casa Lomonaco-Melazzi. A casa di don Biagio Lomonaco-Melazzi, genero di don Biagio Maceri, gli ospiti furono fatti accomodare nel salone dove fu servita una colazione. Garibaldi si informò sul paese, sulle famiglie, soprattutto su quelle dei notabili e così emerse e fu notata l’assenza del notaio don Francesco Marsiglia, una delle maggiori personalità della comunità tortorese, devoto ai Borboni. Su questo episodio esistono due versioni che concordano sul se ma divergono sul come. La versione di A. Fulco (2) il quale riferisce, ripetendo la tradizione orale, che la denuncia contro il notaio era partita dal sindaco che aveva balenato il timore di possibili attentati da parte di uomini fedeli al Marsiglia, egli riporta pure che Garibaldi, seduta stante, ne ordinò l’arresto e la fucilazione immediata; il medesimo continua attribuendo all’intercessione del sac. don Mansueto Parrelli la revoca dell’ordine. La versione di Agostino Bertani (1), presente al fatto, il quale invece afferma che la denuncia contro il Marsiglia era stata mossa da un prete che lo accusò di delitti reazionari, ma non fa cenno alla condanna a morte ma ad un semplice arresto; Bertani prosegue ascrivendo il rilascio dell’accusato all’intervento del popolo, del sindaco e di una ‘vecchiarella’.”. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 78, in proposito scriveva che: “Nei primi di settembre del 1860 Scalea fu in gioiosa agitazione: venne annunziato l’arrivo di Garibaldi. Garibaldi che doveva dal Pollino raggiungere il Tirreno seguendo il corso del fiume Lao sbagliò strada e finì a Tortora.”. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “Dopo una breve sosta a Cosenza e poscia a Castrovillari, Garibaldi entra nella Lucania, fermatosi a Rotonda in casa della vedova Fasanella. Una compagnia d’insorti lucani, guidata dal patriota Lavecchia e seguita da molti altri volontari, si dirige da Lagonegro incontro di Garibaldi per la via di Lauria e Castelluccio. Inoltre, Carmine Senise, capo dello Stato Maggiore ordina a Francesco Pomarici di recarsi a Lagonegro per occupare i punti strategici di quel distretto e precisamente le gole dei monti di Lauria, allo scopo d’impedire il passaggio delle truppe borboniche e di appoggiare invece quelle garibaldine provenienti dalle Calabrie. Ma il generoso Dittatore ad esvitare combattimenti, che avrebbero causato spargimento di sangue fraterno, muta itinerario. Insieme a Bertani, Basso, Bixio, Cosenz, Medici, Sirtori e Turr parte da Rotonda e per un sentiero di montagna raggiunge Tortora, in provincia di Cosenza, ove fu accolto con entusiastiche manifestazioni. All’ingresso del paese si fece trovare una deputazione di gentili signore, fra le quali Isabella Laura Palagano. Il Generale, che fu ospitato in casa Lomonaco-Melazzi, scese quindi alla marina di Maratea.”. Raffaele De Casare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno etc…”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il 2 settembre Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 24-25 riferendosi alla presenza a Lagonegro della brigata del generale borbonico Caldarelli, in proposito scriveva che: “Fu quindi prudente consiglio per Garibaldi, per evitare un increscioso incontro con quelle truppe ed un possibile conflitto con inutile spargimento di sangue cittadino, divergere dall’unica strada la sua marcia trionfale e piegare verso il mar Tirreno. Ed ecco perchè alla nostra Città non fu concesso l’ambito onore d’ospitare il Duce Supremo in quei giorni di febbrile entusiasmo, come era stato stabilito. Nella corrispondenza del Comitato di Lagonegro ho riscontrato un foglio etc…”. Dunque, Garibaldi a Rotonda cambia itinerario e decide di partire sulla groppa di muli per Laino. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con sei suoi fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, dove, per non imbattersi con la retroguardia del Generale Caldarelli, che era tuttavia a Castelluccio, lasciano la strada rotabile, e su cavalli e muli battono lo stretto sentiero del fiume Lao per scendere al mar Tirreno. Dopo breve sosta, nel susseguente mattino, a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando d’evitare forse l’incontro dei doganieri della Praja d’Aieta – e di la, dopo breve sosta del vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia, che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico, etc….”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento” e, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 2 e il 3 settembre Garibaldi da Cosenza si portò a Rotonda, da qui si diresse alla marina di Scalea, poi nei pressi di Laino il sentiero del fiume Lao. Cavalcò tutta la notte per vie anguste e difficili su un mulo, sostò un attimo alla marina presso Torraca con i suoi compagni di viaggio: Cosenz, Gusmaroli, Basso, Nullo, Rosagutti e Bertani. Quest’ultimo scendendo dal mulo esclamò, tirando un respiro di sollievo: “Eccoci qui, noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un Regno”. Etc…”. Come si può leggere, Infante scrive “alla marina di Torraca” e qui fa un errore perchè si trattava di Tortora.
Nel 3 settembre 1860, a Tortora, il generale Garibaldi, insieme a Cosenz, Bertani, Rosagutti, Gusmaroli, Nullo e Basso, ospiti in casa Lomonaco-Melazzi
L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Dopo breve sosta, nel susseguente mattino (3 settembre), a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando d’evitare forse l’incontro dei doganieri della Praja d’Aieta – e di là, dopo breve sosta nel vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia…etc…”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 98 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “La mattina, intorno alle ore 7,30, il gruppo arrivò a Tortora dove trovò ad acclamarlo la schiera dei notabili, le autorità comunali e la folla dei paesani vestiti a festa organizzati e istruiti dai loro padroni. Era lunedì 3 settembre 1860. Dopo un discorso di benvenuto da parte di don Biagio Maceri, tra due ali di popolo festante e osannante, il gruppo di Garibaldi e quello dei notabili raggiunsero la casa dei Melazzi-Lomonaco in fondo al paese, dove Garibaldi e suoi sostarono per riposarsi e rifocillarsi (2). Le fonti non ci dicono se la sosta del Generale sia costata la consegna della cassa comunale, secondo il suo costume, documentato in più casi, di svuotare la tesoreria dei paesi di passaggio della truppa, ma è ragionevole pensare di sì, perché egli non si accontentava delle sole parole di adesione, questa doveva concretizzarsi o con il contributo in uomini o con quello finanziario (5).”. Pucci, a p. 102, nella nota (5) postillava: “(5) R. Fanelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi – Incontri Editrice – pag. 154 e segg.”. Pucci, a p. 102, nella nota (6) postillava: “(6) Agostino Bertani – Ire politiche d’Oltretomba, Tipografia G. Polizzi e CO – Firenze, 1869, pag. 71”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “A casa di don Biagio Lomonaco-Melazzi, genero di don Biagio Maceri, gli ospiti furono fatti accomodare nel salone dove fu servita una colazione. Garibaldi si informò sul paese, sulle famiglie, soprattutto su quelle dei notabili e così emerse e fu notata l’assenza del notaio don Francesco Marsiglia, una delle maggiori personalità della comunità tortorese, devoto ai Borboni. Su questo episodio esistono due versioni che concordano sul se ma divergono sul come. La versione di A. Fulco (2) il quale riferisce, ripetendo la tradizione orale, che la denuncia contro il Marsiglia era partita dal sindaco che aveva balenato il timore di possibili attentati da parte di uomini fedeli al Marsiglia; egli riporta pure che Garibaldi, seduta stante, ne ordinò l’arresto e la fucilazione immediata; il medesimo continua attribuendo all’intercessione del sac. don Mansueto Perrelli la revoca dell’ordine. La versione di Agostino Bertani (1), presente al fatto, il quale invece afferma che la denuncia contro il Marsiglia era stata mossa da un prete che lo accusò di delitti reazionari, ma non fa cenno alla condanna a morte ma ad un semplice arresto; Bertani prosegue ascrivendo il rilascio dell’accusato all’intervento della folla , alla mediazione del sindaco e alla invocazione di una ‘vecchierella (1).”. Pucci, a p. 102, nella nota (1) postillava: “(1) Jessie White Mario in “Agostino Bertani e i suoi Tempi – ed. G. Barbera – Firenze 1888, pag. 455-456”. Sempre il Pucci, a p. 100, in proposito scriveva che: “Dopo la breve sosta di poco più di un paio d’ore a Casa Lomonaco, Garibaldi, a metà mattinata verso le ore 10, partì da Tortora prendendo precauzionalmente in ostaggio Domenico Marsiglia, giovane figlio di don Francesco Marsiglia, percorrendo la mulattiera che tuttora scende alla marina attraversando le contrade San Brancato, Crisose e Castrocucco. Etc…”. Pucci, a p. 102, nella nota (2) postillava: “(2) Amedeo Fulco – Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli 2002, pag. 129 e segg.”. Questo testo è la ristampa recente del testo di Amedeo Fulco, “Memorie storiche di Tortora con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 19…..Sul testo di Amedeo Fulco (….), Pucci, a pp. 101-102, in proposito scriveva che: “Fonti. Fra le prove sicure del passaggio di Garibaldi per Tortora ci sono anzitutto quelle orali raccolte nel corso della generazione successiva a quella dei protagonisti dell’avvenimento: 1) la tradizione popolare e quella familiare dei Lomonaco, attendibile poiché menziona fatti risalenti ad appena due generazioni prima che il Fulco la raccogliesse (2) (il figlio di don Biagio Lomonaco, Guglielmo, è vissuto fino al 1923); 2) la testimonianza di Paolo Maceri, che, allora adolescente pastorello, aveva visto, al passo del Carro, passare il gruppo dei generali capeggiati da Garibaldi, al quale aveva anche fornito informazioni sulla via per Tortora, racconto da lui ripetuto infinite volte nella sua lunga vita (1); la testimonianza è stata raccolta per ascolto diretto da Amedeo Fulco e riportata nell’opera citata (2); 3) la menzione dell’evento da parte dell’aietano don Pietro Lomonaco, fratello di don Biagio Lomonaco Melazzi, nel discorso tenuto il 9 luglio 1882 ai soci della Società Operaia ‘Silvio Curatolo’ della quale don Pietro era il Presidente (2), per commemorare la morte di Garibaldi, avvenuta il 2 giugno 1882.”. Pucci, a p. 102, nella nota (2) postillava: “(2) Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli, 2002, pag. 129 e ssg.”. Pucci, a p. 102, nella nota (3) postillava: “(3) ‘Edizione nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi’, vol. 11, Epistolario, vol. 5: 1860 (a cura di Massimo De Leonardis), Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, Roma, 1988, p. 229.)”. Pucci, ancora, a p……, in proposito trascriveva che: ”Era lunedi … verso le 10,30” giunsero alla piazzetta Sandu Jàculu … “seguirono le presentazioni dei ‘notabili’ del paese, del clero … andò in casa di Don Biagio Lomonaco Melazzi, genero di Don Biagio Maceri per averne sposato la figlia Teresa,” … qui fu però notata l’assenza …di Don Francesco Marsiglia, avvocato e notaio, … Si vuole che il Sindaco avesse fatto balenare nella mente degli ospiti l’eventualità di un’ imboscata da parte degli uomini (del Marsiglia) … si vuole che sarebbe stata questa la ragione per la quale Garibaldi avesse stilato … l’ordine di cattura e fucilazione di Don Francesco Marsiglia … lacerato per intercessione del dotto sacerdote don Mansueto Perrelli … il loro imbarco avvenuto nei pressi del promontorio della Gnola in territorio di Maratea alle ore 14 dello stesso giorno”. Michelangelo Pucci (….), recentemente, nel suo “Tortora – Natura – Storia – Cultura etc…”, a p. 99, in proposito scriveva che: “A casa Lomonaco-Melazzi. A casa di don Biagio Lomonaco-Melazzi, genero di don Biagio Maceri, gli ospiti furono fatti accomodare nel salone dove fu servita una colazione. Garibaldi si informò sul paese, sulle famiglie, soprattutto su quelle dei notabili e così emerse e fu notata l’assenza del notaio don Francesco Marsiglia, una delle maggiori personalità della comunità tortorese, devoto ai Borboni. Su questo episodio esistono due versioni che concordano sul se ma divergono sul come. La versione di A. Fulco (2) il quale riferisce, ripetendo la tradizione orale, che la denuncia contro il notaio era partita dal sindaco che aveva balenato il timore di possibili attentati da parte di uomini fedeli al Marsiglia, egli riporta pure che Garibaldi, seduta stante, ne ordinò l’arresto e la fucilazione immediata; il medesimo continua attribuendo all’intercessione del sac. don Mansueto Parrelli la revoca dell’ordine. La versione di Agostino Bertani (1), presente al fatto, il quale invece afferma che la denuncia contro il Marsiglia era stata mossa da un prete che lo accusò di delitti reazionari, ma non fa cenno alla condanna a morte ma ad un semplice arresto; Bertani prosegue ascrivendo il rilascio dell’accusato all’intervento del popolo, del sindaco e di una ‘vecchiarella’.”. Pucci, a p. 96, in proposito scriveva che: “Bertani nel suo diario non nomina Tortora, né i vari personaggi tortoresi protagonisti dell’evento, ad eccezione della vicenda del notaio don Francesco Marsiglia, del quale era stata sollecitata da un prete a lui avverso una punizione, concretizzata da Garibaldi in un ordine di arresto, revocato poi per la disapprovazione della folla e per l’intervento del sindaco. L’episodio, interpretato dal Bertani come una bega tra famiglie, è effettivamente avvenuto a Tortora etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: “….il Generale, io (Bertani), Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalcammo per strade orribili il generale alla testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende sui monti (due giorni dopo il plenilunio); l’aria fresca ci tiene svegli. Scena caratteristica: un prete concitato vuole l’ordine di arresto del notaio Marsigli che accusa di delitti reazionari; reclama giustizia pel martirio sofferto; il popolo si affolla, mormora contro il prete, Entra il sindaco; risulta che il prete è cattivo e fanatico, che il fratello ha defraudato la sorella del notaio. “Fate far la pace, voi, mio bello,“ dice una buona vecchierella al generale il quale, ordinando il rilascio del notaio, raccomanda la pace fra le due famiglie; al popolo di armarsi per combattere. Il prete furioso! Nella sua faccia, nel suo inveire si vede il reazionario; chi sa quanto male ha fatto e farà. Etc…”. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “Insieme a Bertani, Basso, Bixio, Cosenz, Medici, Sirtori e Turr parte da Rotonda e per un sentiero di montagna raggiunge Tortora, in provincia di Cosenza, ove fu accolto con entusiastiche manifestazioni. All’ingresso del paese si fece trovare una deputazione di gentili signore, fra le quali Isabella Laura Palagano. Il Generale, che fu ospitato in casa Lomonaco-Melazzi, scese quindi alla marina di Maratea.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con sei suoi fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni del luogo, etc….Dopo breve sosta, nel susseguente mattino, a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando d’evitare forse l’incontro dei doganieri della Praja d’Aieta – etc….”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 244 parlando di Tortora, in proposito scriveva che: “Il miraggio giacobino e riformista durò meno d’un decennio, anche se, nonostante la restaurazione e le conseguenti repressioni borboniche, la fiammella della libertà alitò ancora sotto la cenere. E l’attesa ebbe il più ambito dei premi: il 3 settembre 1860, in pieno mattino, giunse fra questa gente, semplice e generosa, il più semplice e generoso degli eroi, Giuseppe Garibaldi (199).”. Campagna, a p. 244, nella nota (199) postillava: “(199) L’avvenimento è ricordato da una iscrizione su marmo, posto sulla facciata di casa Lomonaco.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 253 parlando di Tortora, in proposito scriveva che: “Tre anni dopo, da Tortora e dopo una sosta a Castrocucco nel castello del barone Labanchi, giunsero a Sapri, via mare, Garibaldi ed alcuni ufficiali della spedizione, erano le 14 del 3 settembre 1860 (50).”. Campagna, a p. 253, nella nota (50) postillava: “(50) G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro Bussentino, op. cit..; A. Fulco, Memorie storiche di Tortora, op. cit.; D. Damiano, Maratea nella storia e nella luce della Fede, op. cit. Il Dumas (padre) aveva proposto a Garibaldi di sbarcare nel basso Cilento, “la terra del patriottismo”, e non a Salerno, in “Rassegna Storica salernitana”, 1966. “.
Nel 3 settembre 1860, il generale Giuseppe Garibaldi, Agostino Bertani, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, da Tortora vanno alla secca di Castrocucco, vicino il castello del barone Labanca o Labanchi, dove il gruppo dei sette si imbarcò alla volta di Sapri
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “…….Tre anni dopo, …..Giuseppe Garibaldi che, il 3 settembre 1860, alle tre e mezzo del mattino, con Bixio, Bertani, Basso, Cosenz, Sirtori, reduci vittoriosi dalla Sicilia, e annientato l’esercito borbonico in Calabria, mentre il Re Francesco II di Borbone decideva di ritirarsi a Gaeta, giunsero, provenienti da Maratea su di una barca a vela sulla spiaggia di Sapri etc…(172). “. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Dunque, scrivevo che il 3 settembre 1860, Giuseppe Garibaldi sbarcò a Sapri, con il suo gruppetto di fidatissimi, provenienti dalla marina di Castrocucco, vicino Maratea e da li via mare si portarono con delle barchette alla spiaggia di Sapri, dove essi sbarcarono nelle prime ore del mattino. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, sull’importante episodio scrisse pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento” e, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 2 e il 3 settembre Garibaldi da Cosenza si portò a Rotonda, da qui si diresse alla marina di Scalea, poi nei pressi di Laino il sentiero del fiume Lao. Cavalcò tutta la notte per vie anguste e difficili su un mulo, sostò un attimo alla marina presso Torraca con i suoi compagni di viaggio: Cosenz, Gusmaroli, Basso, Nullo, Rosagutti e Bertani. Quest’ultimo scendendo dal mulo esclamò, tirando un respiro di sollievo: “Eccoci qui, noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un Regno”. Etc…”. Come si può leggere, Infante scrive “alla marina di Torraca” e qui fa un errore perchè si trattava di Tortora. Inoltre, Infante ci parla di Garibaldi, Bertani, Cosenz, Gusmaroli, Basso, Nullo e Rosagutti. Sull’importante fatto storico per la cittadina di Sapri, mio paese natio, si sa che gli uomini che sbarcarono a Sapri insieme al generale Giuseppe Garibaldi, provenienti dalla secca di Castrocucco in barca, erano in sette, compreso Garibaldi. Sui sette uomini al seguito di Garibaldi, gli altri cinque, tolto Garibaldi e Bertani si conoscono dal racconto che il Bertani stesso fece della cavalcata che fecero nella notte del 2 settembre 1860 per scendere dai monti della Basilicata alla marina di Tortora, Castrocucco. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo una cavalcata che durò più che un’intera notte, Garibaldi discendeva la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea….Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!.”. Bertani non diceva chi fossero gli altri cinque “cavalieri” che componevano il gruppo dei sette che si imbarcarono con Garibaldi. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguiamo in silenzio……Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. Etc…”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “….Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!.”. Bertani non diceva chi fossero gli altri cinque “cavalieri” che componevano il gruppo dei sette che si imbarcarono con Garibaldi. Dunque, secondo il racconto di Agostino Bertani riportato dalla giornalista Jessie White Mario, da Castroucco, in sette montarono su una barca fino a Sapri, Garibaldi, Bertani, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli. Di sicuro, insieme al Bertani vi era il segretario di Garibaldi, Giovan Battista Basso. Nato a Nizza nel 1824, fu compagno di Giuseppe Garibaldi sin dagli anni giovanili. Seguì il generale in tutte le sue imprese, persino in prigione e a Caprera negli ultimi anni di vita. Nel 1866 comandò il V Reggimento Volontari e venne decorato con la medaglia d’argento al valore militare. Durante la terza guerra di indipendenza fu aiutante di campo di Garibaldi e suo fedelissimo segretario: risulta che ne sapesse imitare benissimo la grafia e che scrisse numerose missive in sua vece. Riporto qui il passo di Carlo Pesce che però è di diverso avviso. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. – Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni patrioti del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, dove, per non imbattersi con la retroguardia del generale Cardarelli, che era tuttavia a Castelluccio, lasciano la strada rotabile, e su cavalli e muli battono lo stretto sentiero del fiume Lao per scendere al mar Tirreno. Dopo breve sosta, nel susseguente mattino, a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando di evitare, forse, l’incontro dei doganieri della Praia d’Aieta – e di là, dopo breve sosta nel vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico, carezzata dalle onde tranquille ed azzurre, baciata dagli infocati raggi del sole, cullata dalla brezza meridiana, scortata dal sorriso del cielo terso di cobalto, s’avanza a fatica rasentando le coste, quali degradanti e quali scendenti a picco nel mare, di Maratea, Cersuta ed Acquafredda fino all’insenatura di Sapri…..Quali tristi ricordanze! E parve allora, al fausto passaggio di Garibaldi per quei lidi pittoreschi, già fiorenti di città e di ville della Magna Grecia, che le ossa del gran Patriota ….etc…“. Pesce, a p. 397, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la ‘Cronistoria della rivoluzione di Basilicata del 1860’ del dott. Michele Lacava, pregevole miniera di documenti e di notizie.”. L’Avv. Carlo Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Dopo una cavalcata che durò più che intera notte, Garibaldi discendeva la mattina del 3 Settembre con sei compagni, fra i quali era anche io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia, ci indirizzammo con due remiganti, e costeggiando, a Sapri. Quante volte scherzando, io avevo detto ai compagni della lunga notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri, con sette muli, alla impresa di conquistare un Regno! Etc…”. L’Avv. Pesce si riferiva al narrato dei Diarii di Agostino Bertani (….). Riguardo il testo citato dal Pesce, i “Diarii” di Agostino Bertani, Felice Fusco, a p. 352, nella nota (64) postillava: “(64) Quanto fu detto e deciso nella taverna del ‘Fortino’ è riportato dallo stesso Bertani (A. Bertani, Ire politiche d’oltre tomba, Firenze, Polizzi, 1869, pp. 73 ss..). Per stralci più ampi del testo di Bertani cfr. P. Russo, Un brandello dell’impresa ecc…, cit., pp. 35-37”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Dopo breve sosta, nel susseguente mattino (3 settembre), a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando d’evitare forse l’incontro dei doganieri della Praja d’Aieta – e di là, dopo breve sosta nel vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia…etc…”. Da Wikipedia leggiamo che Agostino Bertani nel 1860 seguì l’Eroe dei due mondi a Palermo ed a Napoli. Ebbe un ruolo importante nel raccogliere cinque spedizioni in aiuto ai garibaldini, occupandosi anche di ottenere gli aiuti economici e rivestendo la qualifica di “segretario generale” che controfirmava i decreti del dittatore Garibaldi. In questa sua attività suscitò tuttavia sia l’avversità di Cavour, che lo riteneva contrario all’annessione diretta al regno di Sardegna, sia dei generali garibaldini. Fu sostituito pertanto dal Pallavicino. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri……Etc…Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!.“. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguendo in silenzio. Per la costa del monte arriviamo in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole, e là dorme pacifico chi porta in sè il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato mestamente s’affollano colle speranze del presente. Garibaldi si desta. Il nome di Pisacane è sulle labbra di tutti. Cosenz tace, visibilmente commosso. Si sbarca a Sapri. Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Etc…”. La White trascrive il testo di Agostino Bertani tratto dal testo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860. Dopo ua cavalcata, che durò più di un’intiera notte, Garibaldi discendeva la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal Monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri. Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino all’ora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico. Intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie. Quante volte, scherzando io avevo detto ai compagni, della lunga e notturna cavalcata: Eccoci sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno! E quando eravamo stretti nella barca che vogava per Sapri, mentre Garibaldi stava sdraiato a prora e coperto della vela per difesa dal sole, che ci cuoceva, dicevamo fra noi: – Chi mai supporrebbe che là, additando il Generale – sta accovacciato, quasi fosse un fuggente, chi porta in sè il futuro destino dell’Unità d’Italia ! “Ed andavano, ciascuno alla vostra volta e secondo i proprii sogni e i proprii piani, quasi fissando fra noi il giorno della vittoria nostra finale contro il Borbone. Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Etc…“. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 199, in proposito scriveva che: “Dalla valle del Lao rimontano sulle alture toccando le più elevate, e di là, la mattina del 3, si calarono sulla costa a un punto non molto discosto da Tortora e da Maratea. Una piccola imbarcazione toltili di là, li portò a Sapri.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, nel cap. VII, “Viaggio di Garibaldi a traverso la Lucania etc…”, che nella nota (1), a p. 701 postillava: “(1) Riportiamo dall’opera del Racioppi, Storia dei moti di Basilicata etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 31 Agosto, Pietro mio fratello partiva con Mignogna all’incontro con Garibaldi. Il 1° Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre con sei compagni scese a Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; etc…(1).”. Lacava, a p. 701, nella nota (1) postillava: “(1) Riportiamo dall’opera del Racioppi: Storia dei moti di Basilicata etc…”. Lacava, a p. 702, in proposito scriveva che: “La sera del giorno 2 il generale Garibaldi da Rotonda parte in carrozza e giunge nelle vicinanze di Laino; abbandona la rotabile e prende la via del fiume Lao, e scende al mare nella spiaggia tra Tortora e Scalea, per incontrarsi in Lagonegro con i soldati di Cardarelli, che ancorchè inermi, ed avessero capitolato, commettevano delle ruberie ed altri eccessi. Per mare si portò a Sapri e poi da Sapri si portò al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre giunge al Fortino di Lagonegro, confine tra la Provincia di Salerno e la Basilicata. Etc…”. Lacava, a pp. 703-704 e ssg., in proposito aggiungeva pure che: “Ed ora trascriviamo il Bertani: “Dopo una cavalcata che durò più che un’intera notte, Garibaldi discendeva la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia, ci indirizzammo con due remiganti, e costeggiando, a Sapri. Quante volte scherzando, io avevo detto ai compagni della lunga notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri, con sette muli, alla impresa di conquistare un Regno! E quando eravamo stretti nella barca, che vogava per Sapri, mentre Garibaldi stava sdraiato a prora e coperto della vela per difesa dal sole, che ci cuoceva, dicevamo fra noi: Chi mai supporrebbe che là – additando il Generale – sta accovacciato, quasi fosse un fuggente, chi porta in sè il futuro destino dell’Unità d’Italia ?! “Ed andavano, ciascuno alla vostra volta e secondo i proprii sogni e proprii piani, quasi fissando fra noi il giorno della vittoria nostra finale contro il Borbone. Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Etc…“. Lacava, a p. 707, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani, p. 71.”. Lacava, a p. 707, in proposito aggiungeva che: “Crediamo opportuno riportare il passaggio delle schiere Garibaldine a traverso la nostra provincia e quella di Salerno, quando il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, giungeva al Fortino e si portava in Napoli, etc…. Le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tùrr sbarcarono a Sapri all’alba del 2 Settembre, etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 131, in proposito scriveva che: “Il Dittatore trionfante partì da Cosenza nella notte tra il 2 e il 3 settembre, arrivò a Rotonda, ripartì in carrozza per la strada che mena da Castelluccio a Lagonegro; ma giunto a Laino abbandonò la rotabile. Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 110 e ssg., in proposito scriveva che: “.; indi, seguendo il fiume Lao, arrivò a Scalea, sulle sponde del Tirreno, dove s’imbarcò per Sapri. Gli fecero compagnia il Bertani, il Cosenz, il Nullo, il Rosagutti, il Basso ed il Gusmaroli, tutti sui muli. “Eccoci quì – esclamò a quel punto il Bertani – noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un regno!”. Il 3 settembre, di buon mattino, tutti insieme decisero di avviarsi a Sapri, allora povera borgata sorta dove un tempo era stata ‘Scidro’ o ‘Sipro’ città della Magna Grecia, oggi bella cittadina che si avvia a considerevole progresso. Garibaldi, che si sentiva abbastanza stanco per la cavalcata notturna, si sdraiò nella prua della barca guidata da due marinai e fu coperto con una vela dagli amici, perchè il sole cocente di mezzogiorno lo proteggesse. Non tardò poi ad addormentarsi e si destò allo arrivo a Sapri.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; con Giovanni Basso, suo segretario; etc…(61).”. Fusco, a p. 352, nella nota (64) postillava: “(64) Quanto fu detto e deciso nella taverna del ‘Fortino’ è riportato dallo stesso Bertani (A. Bertani, Ire politiche d’oltre tomba, Firenze, Polizzi, 1869, pp. 73 ss..). Garibaldi etc…Per stralci più ampi del testo di Bertani cfr. P. Russo, Un brandello dell’impresa ecc…, cit., pp. 35-37”. In questo passaggio, il Fusco scrive che Garibaldi si era incontrato con Stefano Turr e con Enrico Cosenz alla taverna del Fortino mentre io scrissi che Garibaldi insieme a loro viaggiò in una barchetta con la quale sbarcò a Sapri, dove insieme a loro si recò a casa del barone Giovanni Gallotti. Scrivere, come ha fatto il Fusco (riferendosi a Garibaldi): “…..si incontrò col medico Agostino Bertani, etc…, col generale Stefano Turr, etc…, con Enrico Cosenz, etc…”, potrebbe indurre a credere, oltre che essi si incontrarono al Fortino, che essi non erano insieme quando arrivarono e si incontrarono alla taverna del Fortino del Cervaro. Essi, come racconta lo stesso Agostino Bertani, nei suoi Diarii, si partirono insieme da Castrocucco ed insieme arrivarono a Sapri. Infatti, l’Avv. Carlo Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Dopo una cavalcata che durò più che intera notte, Garibaldi discendeva la mattina del 3 Settembre con sei compagni, fra i quali era anche io, dal monte al lido di Maratea.”. Nel suo racconto, il Bertani scrive che erano sei cavalieri che accompagnavano Garibaldi a Sapri, imbarcatisi con una barcaccia dopo aver visitato il castello del Labanca vicino Maratea. Secondo il Pesce, il Bertani, nel suo narrato dei suoi “Diarii” scriveva che Garibaldi, “….con sei compagni, fra i quali era anche io, dal monte al lido di Maratea.” ed il Pesce scriveva anche che Garibaldi “col suo gruppo…”. Chi erano i sei cavalieri con i quali Garibaldi sbarcò sulla spiaggia di Sapri, il 3 settembre 1860 e quindi mi chiedo chi fossero i sei ospiti, oltre al Garibaldi, del barone Giovanni Gallotti ?. Sono gli stessi che insieme a Garibaldi fecero il percorso descritto dall’Avv. Carlo Pesce che, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni patrioti del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, etc…”. Dunque, il gruppo che accompagnava Garibaldi a casa Gallotti era composto da Enrico Cosenz, Nino Bixio, Alfonso Medici, il generale Sirtori, il medico Agostino Bertani ed il segretario personale di Giuseppe Garibaldi, …….Basso. Non faceva parte del gruppo il generale Stefano Turr che, era arrivato con la sua divisione a Sapri già la mattina del 2 settembre e che il 3 settembre era salito a Lagonegro. Infatti, nella mia Relazione storica, nel 1998, Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“ scrivevo che: “A Sapri, Garibaldi con il suo gruppo, fu ospitato dal barone Giovanni Gallotti e fu proprio in questa casa che ‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco etc…(172).”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 283, in proposito scriveva che: “Il viaggio riprese la mattina del tre dalla Marina di Tortora, presso la foce del fiume Castrocucco, punto di confine tra la Calabria e Lucania. I “pochi distinti personaggi” passarono a Sapri in barca e la giornalista Jessie White Mario così racconta la traversata: “giunge una barca da Maratea. Tutti e sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela: i due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole, e là dorme pacifico chi porta in sé il futuro dell’Italia una”(30).”. Policicchio, a p. 283, nella nota (30) postillava: “(30) J. White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Barbera, Firenze, 1888, p. 456.”. Come ho già scritto l’editore della White non è “Barbera” ma “G. Barbèra”. Inoltre, Policicchio commette l’errore di scrivere che il passo è della giornalista White Mario. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 100, in proposito scriveva che: “Alla secca di Castrocucco. Dopo la breve sosta di poco più di un paio d’ore a Casa Lomonaco, Garibaldi, a metà mattinata verso le ore 10, partì da Tortora prendendo precauzionalmente in ostaggio Domenico Marsiglia, giovane figlio di don Francesco Marsiglia, percorrendo la mulattiera che tuttora scende alla marina attraversando le contrade San Brancato, Crisose e Castrocucco. Qui giunto alle ore 11 circa, liberò l’ostaggio e, in attesa dell’imbarcazione, sostò nella casa-torre della Secca, ospite della famiglia Labanchi. Intorno alle ore 11:30 si imbarcò nel porticciolo che si apre ai piedi della casa-torre.”. Pucci, a p. 102, nella nota (2) postillava: “(2) Amedeo Fulco – Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli 2002, pag. 129 e segg.”. Questo testo è la ristampa recente del testo di Fulco, “Memorie storiche di Tortora con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 19…..Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 78, in proposito scriveva che: “…finì a Tortora. Da qui andò alla foce del fiume Castrocucco: prese una barca che lo portò a Sapri dai legionari di Turr.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con sei suoi fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, dove, per non imbattersi con la retroguardia del Generale Caldarelli, che era tuttavia a Castelluccio, lasciano la strada rotabile, e su cavalli e muli battono lo stretto sentiero del fiume Lao per scendere al mar Tirreno. Dopo breve sosta, nel susseguente mattino, a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando d’evitare forse l’incontro dei doganieri della Praja d’Aieta – e di la, dopo breve sosta del vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia, che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico, etc….”. Intanto, nel 1664 la nobildonna Francesca Greco aveva sposato Antonio Labanchi, attraverso cui questa famiglia acquisì il titolo di barone di Castrocucco e che conserverà fino all’abolizione della feudalità. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 253 parlando di Tortora, in proposito scriveva che: “Tre anni dopo, da Tortora e dopo una sosta a Castrocucco nel castello del barone Labanchi, giunsero a Sapri, via mare, Garibaldi ed alcuni ufficiali della spedizione, erano le 14 del 3 settembre 1860 (50).”. Campagna, a p. 253, nella nota (50) postillava: “(50) G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro Bussentino, op. cit..; A. Fulco, Memorie storiche di Tortora, op. cit.; D. Damiano, Maratea nella storia e nella luce della Fede, op. cit. Il Dumas (padre) aveva proposto a Garibaldi di sbarcare nel basso Cilento, “la terra del patriottismo”, e non a Salerno, in “Rassegna Storica salernitana”, 1966.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “La mattina del 3 settembre 1860 con sei fidi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, e con altri patrioti locali, dopo una breve sosta a Tortora, dove era arrivato per via di terra,raggiunse il Castell del Barone Labanchi, alla Secca di Castrocucco, presso Praja a Mare, nel comune di Maratea; poi, imbarcatosi su un peschereccio, rasentate le amene coste di Marina di Maratea, Porto, Cersuta, e Acquafredda, approdò a Sapri verso le ore 14.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 141 e ssg., in proposito scriveva che: “Giunto a Maratea, in terra di Lucania, il 3 settembre, Garibaldi scese al mare. Ecco la ‘Costa del Sole’, illuminata dalle prime luci dell’alba, tutta brividi di arcobaleno. Qualche solitaria barca veleggiava come fantasma di poesia, e qualche canto marinaresco faceva udire la sua eco dalle incantevoli insenature della costa. Garibaldi ascoltò e seguì con lo sguardo l’impareggiabile scenario, tutto colori e musiche. Il Dittatore prese posto in una grossa barca da pesca, e veleggiò alla volta di Sapri. Eccolo, guardato da alcuni ufficiali del suo Stato Maggiore, addormentarsi per la stanchezza su un mucchio di cordami; e gli altri scrutare l’orizzonte ed a fissare, stupiti, le coste a strapiombo su di un mare denso di smeraldo. Tutto pareva fasciato di silenzio e di poesia. le grotte, i boschi, gli speroni della montagna ornati da ciuffi di bei fiori selvatici, offivano una visione di pace e di serenità. Ecco l’Acquafredda di Lucania, e poi il vallone di ‘Mezzanotte’; e finalmente, ecco la baia di Sapri,…..Etc…”.
Nel 3 settembre 1860, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, tenente di vascello della marina Sarda, comandante della Marina Siciliana e inviato dal Prodittatore della Sicilia Depretis per incontrare Garibaldi e consegnargli una lettera di Depretis sbarcò a Sapri per andare con Turr al Fortino ?
Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Alessandro Piola Caselli (Alessandria, 16 giugno 1824 – Torino, 7 maggio 1910) è stato un ammiraglio italiano. Garibaldi il 14 maggio 1860 era sbarcato a Marsala. Piola si dimette in giugno dalla Marina del Regno di Sardegna per organizzare la futura Marina dittatoriale siciliana di Garibaldi, col grado di capitano di fregata. Con decreto dittatoriale del 13 giugno fu nominato da Garibaldi segretario di stato per la marina siciliana. Ai primi di settembre vi è un fortissimo braccio di ferro tra Crispi e il prodittatore Depretis poiché questi capisce che, senza la sicurezza che darebbe l’annessione, possidenti e capitalisti non si prestino a metter fuori denaro, come delucida scrivendone a Garibaldi. Intanto si è deciso di mandare Piola Caselli da Garibaldi, che è in marcia, per chiedergli di far votare per l’annessione. Lo raggiunge all’Osteria del Fortino. Non conosciamo il percorso e la strada che fece Piola per raggiungere Garibaldi al Fortino del Cervaro il giorno 4 settembre ma ci sono motivi per ritenere che Piola raggiunse Sapri venendo da Palermo direttamente su un vascello della marina Sarda che approdò nella baia di Sapri. Forse il giorno 2 settembre egli risalì al Fortino e si spostò da Sapriinsieme al generale Turr che su ordine di Garibaldi si allontanò da Sapri e si portò nelle prime ore del mattino del 3 verso Lagonegro. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, ….vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia….”. …..(1).”. Pesce, a p. 403, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani pag. 71.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: “E là, nell’osteria del Fortino -….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, ….vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Il Generale si capacitò rapidamente dell’evidenza delle mie ragioni, oppose qualche parola alle insistenze di Turr, proferì dei nomi che allora gli apparvero quali suoi inconciliabili avversarii, e scosso il capo, gridò a me: Avete ragione, e rivoltosi a Basso, che stava sempre colla penna sospesa, soggiunse: ‘Basso, stracciate la lettera’. E poi con calma riprese a dettare: ‘Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti (1)’.” E la scena finì. Garibaldi si levò L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese, uscendo dalla stanza e passando accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni.”.”. Pesce, a p. 37, nella nota (1) postillava: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, ex garibaldino, nel 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:….Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr. La Lessie White Mario riferisce questa scena narratale dal Bertani “Garibaldi entra in una stanza etc….”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “….con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; ……Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione…..Etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Jesse White Mario: “….Erano infatti presenti, come abbiamo visto, oltre al dittatore Giuseppe Garibaldi e al segretario generale Agostino Bertani anche …..il Segretario di Stato della marina dittatoriale siciliana, l’alessandrino Giuseppe Alessandro Piola Caselli. Etc…”. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre….Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 114-115 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Al Fortino….Mentre la comitiva era lì radunata per accordarsi circa le mosse da prendere, arrivavano in continuazione deputazioni delle provincie, per annunziare liete notizie. Vi giunsero anche il dott. Mari di Auleta, il Mignogna, il Lacava, il Turr, il Piola, quest’ultimo ufficiale della flotta piemontese, capo della marina siciliana di Garibaldi, ed inviato dal Depretis con l’incarico di persuadere il Generale a dare il suo consenso all’immediata annssione della sola Sicilia al regno di Vittorio Emanuele. Costui fu sostenuto con tutto ardore dal Turr, e dal Cosenz, i quali supplicarono il Generale di concedere l’annessione a condizione che il Depretis rimanesse al governo come luogotenente di Vittorio Emanuele e ce non si cessasse di mandare dall’isola sussidi ai garibaldini, consistenti in forze ed in denari. In quella taverna si svolse un famoso episodio riflettente quanto abbiamo or ora accennato e che vale la pena riportare. Il Bertani lo narrò alla signora Iessie White Mario, che così lo riferisce in una sua opera (15): “Garibaldi entra in una stanza ove fumava etc…”. E la scena, dopo qualche minuto, finì. Io rimasi solo col Generale, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione (17). La lettera interrotta venne lacerata e in sua vece ne fu spedita una nuova che rimandava l’annessione ad altro tempo.”. De Crescenzo, a p. 115, nella nota (15) postillava: “(15) A. Bertani e i suoi tempi, vol. II.”. De Crescenzo, a p. 116, nella nota (17) postillava: “(17) Cfr. anche l’altra opera del Bertani: Ire politiche d’oltretomba.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “………..“. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “……………“. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…………….“. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “…………………….“. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a soollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui avvenuto etc….“. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Nella taverna del Fortino, ….furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Fusco, a p. 352, nella nota (63) postillava: “(63)…….”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino…..ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola.“. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150, in proprosito scriveva che: “….Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal maggiore della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, …..Etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “Ma dove si trovava Garibaldi in quel momento ? E i due messaggeri, Piola Caselli e Augier, riuscirono ad incontrarlo ?. Riguardo la prima domanda sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Turr….Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Moliterni, a p. 195, nella nota (18) postillava: “(18) Cf. E. Porro (a cura di) La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, 1861, p. 17.”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva che: “Più articolata è la risposta da dare al nostro secondo interrogativo. Infatti, dal Diario e dalle memorie di Bertani conosciamo esattamente i tempi, il luogo, le modalità e l’esito del colloquio di Garibaldi con Piola Caselli, mentre sull’incontro con Augier non si è mai indagato abbastanza, etc….”. Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.
Nel 3 settembre 1860, a Sapri, il generale Turr ricevette una lettera da Garibaldi che gli scriveva da Rotonda. Turr, ricevuto l’ordine da Garibaldi, lasciò le sue divisioni al comando del colonnello Rustow ed alle 3 del mattino, si allontana da Sapri portandosi con una piccola brigata verso Lagonegro
A Sapri, Turr ricevè un dispaccio di Garibaldi con l’ordine di portarsi a Lagonegro o al Fortino per raccogliere utili informazioni circa la posizione e le truppe del generale Caldarelli. Il 3 settembre, di buon mattino Turr si allontanò da Sapri e pare si portò verso Lagonegro, dove si trovavano alcune brigate garibaldine lì raccoltesi. Turr, prima di allontanarsi da Sapri lasciò le sue brigate (tra cui il generale Gandini), al comando del colonnello polacco Rustow, e che restarono in attesa dell’arrivo di Garibaldi e di nuovi ordini. L’avv. Carlo Pesce (….), nel 1921, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi etc….”. Devo però precisare che Pesce commette l’errore di scrivere a p. 132, che: “Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa Gallotti dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontato colà, partì per Vibonati, etc…”. E’ errata la ricostruzione del Pesce, in quanto, Turr partirà in perlustrazione per la zona di Lagonegro e rimarrà al Rustow le Brigate sue a Sapri dove in seguito arriverà Garibaldi. Molto più fedele la ricostruzione storica degli eventi di Matteo Mazziotti (….), che nel 1921, sebbene si rifacesse a molte notizie del Pesce, nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino o venite in quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”.“. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 148-149, in proprosito scriveva che: “…Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva così: “Al generale Turr. Sapri. Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato G. Garibaldi.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: “Turr nel ricevere questa lettera lesciò la sua colonna a Sapri per correre con un piccolo seguito a Lagonegro, dove seppe che il generale Caldarelli marciava sulla linea postale, onde gli mandò un’intimazione di attenersi strettamente alla capitolazione di Cosenza, ed alle marcie in essa stabilite, in contrario sarebbe stato costretto di attaccarlo dove lo trovasse fuor di luogo, e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Tuttavia, per quegli eventi la miglior ricostruzione storica è quella di un testimone d’eccezione, il colonnello Polacco Wilhelm Rustow (….) che, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Mentre Turr alle tre della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 18 riferendosi alle prime ore del mattino del 3 settembre 1860, a Sapri, in proposito scriveva pure che: “A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accelerare il cui arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro (qui vi è l’errore perchè si tratta di Lagonegro).”. Dunque, secondo il colonnello polacco Wilhelm Rustow, a Sapri, il generale Turr si partì per Lagonegro alle prime ore del mattino del 3 settembre 1860. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Mentre Turr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prendere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Generale Turr, avuta la notizia che sarebbe stato raggiunto da Garibaldi a Sapri, ignaro delle sue manovre, il 3 settembre, di buon mattino, con truppa limitata e a spese del comune di Torraca, si portò a Lagonegro sperando di incontrarlo, e non con l’intento di proteggerlo da eventuali sorprese che sarebbero potute sortire dalle truppe del Caldarelli in ritirata da Cosenza, dove, abbiamo visto, aveva capitolato (2).”. Policicchio, a p. 134, nella nota (2) postillava: “(2) In realtà, tra Castelluccio, Lauria e Lagonegro il territorio è impervio, idoneo a imboscate. Etc…”. Riguardo questa notizia, il Policicchio non è stato molto preciso. E’ vero che il Generale Turr, di stanza con le sue truppe a Sapri, di buon mattino si allontanò da Sapri per portarsi verso Lagonegro ma ciò avvenne per preciso ordine di Garibaldi che nella lettera a lui indirizzata, da Rotonda, il 2 settembre, gli annunciava l’arrivo a Sapri e gli ordinava di portarsi verso Lagonegro, probabilmente per coprirgli le spalle, al Fortino dove poi si incontrarono e, prendere informazioni sul Caldarelli. E’ nota a tutti la lettera che Garibaldi scrisse a Turr. La lettera è del 2 settembre scritta da Garibaldi a Rotonda. In secondo luogo non so dove Policicchio asserisca che il Turr “…con truppa limitata e a spese del comune di Torraca”. Tuttavia, anche per me, la documentazione che riguarda l’aministrazione del Comune di Sapri, nel 1860 è limitata. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “…nel primo pomeriggio raggiunsero il porto di Sapri, come lo stesso Generale scrisse in un messaggio a Turr, che in quel momento era in perlustrazione nella zona: “Sono qui giunto alle 3 1/2 pom. Etc…”(19).”. Moliterni, però scriveva che Turr, all’arrivo di Garibaldi: “….in quel momento era in perlustrazione nella zona: etc…”. Si potrebbe far credere che Turr, si trovasse in perlustrazione nella zona di Sapri, ma egli si era allontanato su ordine di Garibaldi e si era portato verso Lagonegro in perlustrazione ed in missione su ordine di Garibaldi (vedi telegramma di Garibaldi del giorno……), per sondare la posizione della brigata del Caldarelli. Turr, si era già allontanato da Sapri ed è proprio per questo che Garibaldi con il suo secondo dispaccio gli chiede informazioni e gli fa sapere di essere sbarcato a Sapri. Turr perlustrava la zona di Lagonegro e la via Consolare. Moliterni, a p. 195, nella nota (19) postillava: “(19) Cf. Edizione Nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi, vol. XI, Epistolario, vol. V, 1860, a cura di M. De Leonardis, Roma, 1988, p. 229, n. 1781.”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Moliterni, continuando il suo racconto su Garibaldi a Sapri, a p. 195, scriveva ancora che: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”.
Nel 3 settembre 1860, lunedì, chi erano i sei compagni che accompagnavano Giuseppe Garibaldi e con lui sbarcarono a Sapri ? I compagni di Garibaldi erano: Cosenz, Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli o erano: Bertani, Bixio, Medici, Sirtori, ……?
Chi erano i sei compagni del generale Giuseppe Garibaldi che approdarono con lui sulla spiaggia di Sapri e che con lui, passando e pernottando (forse) a Vibonati e forse per Torraca ripartirono insieme per il Fortino ?. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 132, in proposito scriveva che: “Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Di sicuro, insieme al Bertani vi era il segretario di Garibaldi, Giovan Battista Basso. Nato a Nizza nel 1824, fu compagno di Giuseppe Garibaldi sin dagli anni giovanili. Seguì il generale in tutte le sue imprese, persino in prigione e a Caprera negli ultimi anni di vita. Nel 1866 comandò il V Reggimento Volontari e venne decorato con la medaglia d’argento al valore militare. Durante la terza guerra di indipendenza fu aiutante di campo di Garibaldi e suo fedelissimo segretario: risulta che ne sapesse imitare benissimo la grafia e che scrisse numerose missive in sua vece. Riporto qui il passo di Carlo Pesce che però è di diverso avviso. E’ interessante ciò che scrisse Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908 parlando di Garibaldi a Rogliano e poi a Cosenza, in proposito scriveva che: “Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lo lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonio Callenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi etc…”. I compagni di Garibaldi, dunque, secondo il De Cesare, almeno fino a Rotonda, non erano gli stessi che poi lo seguirono a Sapri. Al seguito di Garibaldi, a Sapri, vi erano anche i giornalisti che lo seguirono da Cosenza ?. Un testimone di eccezione del viaggio di Garibaldi è stato Agostino Bertani (….), che, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea.”. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”, ma non diceva chi fossero i sei compagni di Garibaldi. Bertani scrive che vi era lui e Garibaldi, e gli altri cinque chi erano?. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!. …..Da Sapri, l’indomani martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo etc..”.
Nel 3 settembre 1860, lunedì, alla secca di Castrocucco, la partenza di Garbaldi ed i sei amici, ed il viaggio per mare, in barca, diretti a Sapri dove arrivarono alle 15,30
Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 199, in proposito scriveva che: “Dalla valle del Lao rimontano sulle alture toccando le più elevate, e di là, la mattina del 3, si calarono sulla costa a un punto non molto discosto da Tortora e da Maratea. Una piccola imbarcazione toltili di là, li portò a Sapri. Non c’è in tutta la linea costiera dell’Italia un tratto più bello di quello, dove i monti si protendono l’un dietro l’altro a gara e si tuffano precipitosi nell’acqua (1). Tanta aspra bellezza si contempla si contempla meglio dal mare, ma Garibaldi che la cavalcata notturna aveva stremato di forze, si adagiò e dormì nella prua, sotto la vela che i suoi amici gli gettarono addosso per proteggerlo dal cocente sole meridiano.”. La Dobelli, a p. 199, nella nota (1) postillava: “(1) Non c’è e non c’è mai stata una strada su questa costa, ma dal 1860 vi fu costruita una linea ferroviaria; quelli però che passano in treno per quei tunnel non hanno idea della magnifica bellezza del paese che traversano.”. La Dobelli, a p. 199, nella nota (2) postillava: “(2) V. Garibaldi e i Mille, 88-90.”. Treveljan, a p. 199, nella nota (3) postillava: “(3) La Cava, 702; Bertani, II, 184-185; Ire Pol., 71-72; Racioppi, 200; Maison, 63-64; Rustow, Brig. Mil., 18-19; Turr, Div., 149.”. Lo scittore inglese Treveljan riportò la notizia su Garibaldi a Sapri ma non lo fece sul testo Garibaldi and the Thousand (1909), dove, infatti, a p. 316, nell’Epilogo scriveva che: “the story of Garibaldi and the throusand down the taking of Palermo has an historical and artistic unity. In an later volume, entitled Garibaldi and the making of Italy, I have told the history of the following six months. The occupation of eastern Sicily, the battle of Milazzo, the crossing of the straits, the march throungh Calabria and the Basilicata etc…”. Dunque la notizia si trova nel testo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “…from Tortora and Maratea. Thence a small boat took them on to Sapri. There is no finer part in the whole coast-line of Italy than this unvisited riviera, where the precipitous ridges run hout one beyond another and sink into the waves (3). The rugged coast is best from a boat, but Garibaldi, exhausted by the night’s ride, lay asleep in the prow, while is friends covered him whit a sail tho protect him from the rais of the noonday sun. Etc…”, che tradotto significa: “…..da Tortora e Maratea.Di lì una piccola barca li portò a Sapri.Non c’è parte più bella in tutta la costa italiana di questa riviera inesplorata, dove le creste scoscese corrono l’una dietro l’altra e sprofondano nelle onde (3).La costa frastagliata si visita meglio da una barca, ma Garibaldi, stremato dalla cavalcata notturna, giaceva addormentato a prua, mentre i suoi amici lo coprivano con una vela per proteggerlo dal rais del sole di mezzogiorno. Etc…”. Treveljan, a p. 156, nella nota (3) postillava: “(3) There is not, and never was a coast road, but since 1860 a railway has been driven along this coast. But those who pas through its tunnels to Sicily have no idea under what magnificent scenery they are travelling.”, che tradotto significa: “(3) Non c’è, e non c’è mai stata, una strada costiera, ma dal 1860 è stata costruita una ferrovia lungo questa costa.Ma coloro che attraversano i suoi tunnel per raggiungere la Sicilia non hanno idea sotto quale magnifico scenario stanno viaggiando.”. Treveljan, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) See ‘Garibaldi and the Thousand’ p. 69.” che tradotto significa: “(1) Vedere Garibaldi and the Thousand’, p. 69.”. Un testimone di eccezione del viaggio di Garibaldi è stato Agostino Bertani (….), che, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri. Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino allora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico, intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie.”. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”, ma non diceva chi fossero i sei compagni di Garibaldi. Bertani scrive che vi era lui e Garibaldi, e gli altri cinque chi erano?. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!. E quando eravamo stretti nella barca che vogava per Sapri, mentre Garibaldi stava sdraiato a prora e coperto dalla vela per difesa dal sole che ci cuoceva, dicevano fra noi: – Chi mai supporrebbe che là, additando il generale, sta accovacciato, quasi fosse un fuggente, chi porta in sè il futuro destino dell’unità d’Italia! E andavamo, ciascuno alla nostra volta e secondo i propri sogni e i proprii piani, quasi fissando fra noi il giorno della vittoria nostra finale contro il Borbone. Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Da Sapri, l’indomani martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo etc..”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:….“. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a p. 455 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguiamo in silenzio……Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, a pp. 455-456, in proposito scriveva che: “il Generale, io (Bertani), Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalcammo per strade orribili il generale alla testa, noi seguendo in silenzio…..Etc… Per la costa del monte arrivammo in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole, là dorme pacifico chi porta in sé il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato mestamente si affollano le speranze del presente.”. Dunque, secondo il racconto di Agostino Bertani riportato dalla giornalista Jessie White Mario, da Castroucco, in sette montarono su una barca fino a Sapri, Garibaldi, Bertani, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi……e di la, dopo breve sosta del vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia, che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico, carezzata dalle onde tranquille ed azzurre, baciata dagli infuocati raggi del sole, cullata dalla brezza meridiana, scortata dal sorriso etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspettatamente verso le 2 pom. del 3 settembre nell’ampia baia arenosa di Sapri, etc…“. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Dopo breve sosta, nel susseguente mattino, a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando d’evitare forse l’incontro dei doganieri della Praja d’Aieta – e di là, dopo breve sosta nel vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso carico, carezzata dalle onde tranquille ed azzurrre, baciata dagli infuocati raggi del sole, cullata dalla brezza meridiana, scortata dal sorriso del cielo terso di cobalto, s’avanza a fatica rasentando le coste, quali degradanti e quali scendenti a picco nel mare, di Maratea, Cersuta ed Acquafredda fino all’insenatura di Sapri. Quasi lo stesso tragitto percorse già nel 4 luglio 1848, il gran patriotta Costabile Carducci co’ suoi sventurati compagni, quando egli, dopo le sconfitte di Campotenese, cercò raggiungere le natie balze del Cileno, ma costretto ad approdare, peri violenti marosi, alla spiaggia del villaggio di Acquafredda, quivi, fu catturato e trucidato infamemente dagli sgherri del Prete Peluso. Quali tristi ricordanze! E parve allora, al fausto assaggio per quei lidi pittoreschi, già fiorenti di città e ville dell’antica Magna Grecia, che le ossa del gran Patriotta del Cilento, le quali tuttora riposano dimenticate nella chiesetta del villaggio, si fossero destate dall’avello frementi di gioia pel compimento della tanta sospirata redenzione d’Italia (1). Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, etc…”. Pesce, a p. 28, nella nota (1) postillava: “(1) Nel nostro opuscolo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda’, abbiamo discorso della triste sorte toccata a quel glorioso patriotta, che può considerarsi come precursore di Carlo Pisacane, come questi, a sua volta, fu precursore di Garibaldi. Ecco come i nostri martiri della libertà si succedono e si riannodano in unica catena, che mette capo al grande e fortunato Liberatore.”. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge con i suoi seguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcacia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due Uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando.“. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Per i paesi del golfo di Policastro passò Garibaldi. La mattina del 3 settembre 1860 con sei fidi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, e con altri patrioti locali, dopo una breve sosta a Tortora, dove era arrivato per via di terra, raggiunse il Castello del Barone Labanchi, alla Secca di Castrocucco, presso Praja a Mare, nel comune di Maratea; poi, imbarcatosi su un peschereccio, rasentate le amene coste di Marina di Maratea, Porto, Cersuta, e Acquafredda, approdò a Sapri verso le ore 14. Quanti ricordi ! A molti sembrò che al passaggio di Garibaldi si fossero destate per la gioia le ossa del Carducci, sepolto nella chiesa di Acquafredda l’11 luglio 1848. Etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 141 e ssg., in proposito scriveva che: “Giunto a Maratea, in terra di Lucania, il 3 settembre, Garibaldi scese al mare. Ecco la ‘Costa del Sole’, illuminata dalle prime luci dell’alba, tutta brividi di arcobaleno. Qualche solitaria barca veleggiava come fantasma di poesia, e qualche canto marinaresco faceva udire la sua eco dalle incantevoli insenature della costa. Garibaldi ascoltò e seguì con lo sguardo l’impareggiabile scenario, tutto colori e musiche. Il Dittatore prese posto in una grossa barca da pesca, e veleggiò alla volta di Sapri. Eccolo, guardato da alcuni ufficiali del suo Stato Maggiore, addormentarsi per la stanchezza su un mucchio di cordami; e gli altri scrutare l’orizzonte ed a fissare, stupiti, le coste a strapiombo su di un mare denso di smeraldo. Tutto pareva fasciato di silenzio e di poesia. le grotte, i boschi, gli speroni della montagna ornati da ciuffi di bei fiori selvatici, offrivano una visione di pace e di serenità. Ecco l’Acquafredda di Lucania, e poi il vallone di ‘Mezzanotte’; e finalmente, ecco la baia di Sapri, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111-112 e ssg., in proposito scriveva che: “Gli facevano compagnia il Bertani, il Cosenz, il Nullo, il Rosagutti, il Basso ed il Gusmaroli, …..Il 3 settembre, di buon mattino, tutti insieme decisero di avviarsi a Sapri, allora povera borgata sorta dove un tempo era stata ‘Scidro’ o ‘Sipro’ città della Magna Grecia, oggi bella cittadina che si avvia a considerevole progresso. Garibaldi, che si sentiva abbastanza stanco per la cavalcata notturna, si sdraiò nella prua della barca guidata da due marinai e fu coperto con una vela dagli amici, perchè il sole cocente di mezzogiorno lo protegesse. Non tardò poi ad addormentarsi e si destò allo arrivo a Sapri.“. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, all’alba, i sette si avviarono verso Sapri. Garibaldi era molto stanco per la difficile cavalcata della passata notte, per cui durante tutto il tragitto si sdraiò sulla barca, guidata da due marinai e dormì destandosi nella baia saprese.“. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “Costeggiando al largo delle scogliere di Maratea e di Acquafredda, a bordo di una barca spinta da due rematori, nel pomeriggio sbarcò a Sapri alle ore 15:30 (3) etc…”. Pucci, a p. 102, nella nota (5) postillava: “(5) R. Finelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi”. Si tratta di Riccardo Finelli che, nel 2010 percorre in bici le principali tappe del tragitto che fece Garibaldi risalendo dalla calabra Soveria Manelli, Paola, Scalea, la Lucania, con Rotonda, etc…Il giovane autore fermandosi in questi luoghi raccoglie personali testimonianze e personali ed opinabili impressioni, non aggiungendo nulla di nuovo alle ricerche sullo storico evento. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “….scese quindi alla marina di Maratea. Con una vela peschereccia e, dopo una traversata di tre ore, sbarca a Sapri il tre settembre etc..”.
GARIBALDI a SAPRI
Nel 3 settembre 1860, lunedì, alle 15,30, a Sapri, l’arrivo e lo sbarco di Giuseppe Garibaldi, Nino Bixio, Agostino Bertani, Cosenz, Medici, Sirtori (?), Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “…….Tre anni dopo, …..Giuseppe Garibaldi che, il 3 settembre 1860, alle tre e mezzo del mattino, con Bixio, Bertani, Basso, Cosenz, Sirtori, ….giunsero, provenienti da Maratea su di una barca a vela sulla spiaggia di Sapri ove trovarono la gente che commossa alla vista del popolare eroe, sventolando fazzoletti tricolori lo salutava con trepidante gioia…Etc…(172).”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Sull’importante episodio scrisse pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento” e, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 2 e il 3 settembre Garibaldi da Cosenza si portò a Rotonda, da qui si diresse alla marina di Scalea, poi nei pressi di Laino il sentiero del fiume Lao. Cavalcò tutta la notte per vie anguste e difficili su un mulo, sostò un attimo alla marina presso Torraca con i suoi compagni di viaggio: Cosenz, Gusmaroli, Basso, Nullo, Rosagutti e Bertani. Quest’ultimo scendendo dal mulo esclamò, tirando un respiro di sollievo: “Eccoci qui, noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un Regno”. Etc…”. Come si può leggere, Infante scrive “alla marina di Torraca” e qui fa un errore perchè si trattava di Tortora. Dunque, scrivevo che il 3 settembre 1860, Giuseppe Garibaldi sbarcò a Sapri, con il suo gruppetto di fidatissimi, provenienti dalla marina di Castrocucco, vicino Maratea e da li via mare si portarono con delle barchette alla spiaggia di Sapri, dove essi sbarcarono nelle prime ore del mattino. Sull’importante fatto storico per la cittadina di Sapri, mio paese natio, si sa che gli uomini che sbarcarono a Sapri insieme al generale Giuseppe Garibaldi, provenienti dalla secca di Castrocucco in barca, erano in sette, compreso Garibaldi. Sui sette uomini al seguito di Garibaldi, gli altri cinque, tolto Garibaldi e Bertani si conoscono dal racconto che il Bertani stesso fece della cavalcata che fecero nella notte del 2 settembre 1860 per scendere dai monti della Basilicata alla marina di Tortora, Castrocucco. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 131, in proposito scriveva che: “Il Dittatore trionfante partì da Cosenza nella notte tra il 2 e il 3 settembre, arrivò a Rotonda, ripartì in carrozza per la strada che mena da Castelluccio a Lagonegro; ma giunto a Laino abbandonò la rotabile. Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908 parlando di Garibaldi a Rogliano e poi a Cosenza, in proposito scriveva che: “Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lo lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonio Callenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto. Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno accettati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri. Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino allora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico, intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie.”. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”, ma non diceva chi fossero i sei compagni di Garibaldi. Bertani scrive che vi era lui e Garibaldi, e gli altri cinque chi erano?. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!. E quando eravamo stretti nella barca che vogava per Sapri, mentre Garibaldi stava sdraiato a prora e coperto dalla vela per difesa dal sole che ci cuoceva, dicevano fra noi: – Chi mai supporrebbe che là, additando il generale, sta accovacciato, quasi fosse un fuggente, chi porta in sè il futuro destino dell’unità d’Italia! E andavamo, ciascuno alla nostra volta e secondo i propri sogni e i proprii piani, quasi fissando fra noi il giorno della vittoria nostra finale contro il Borbone. Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Da Sapri, l’indomani martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo etc..”. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”, ma non diceva chi fossero i sei compagni di Garibaldi. Bertani scrive che vi era lui e Garibaldi, e gli altri cinque chi erano?. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguiamo in silenzio……Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. Etc…”. Dunque, secondo il racconto di Agostino Bertani riportato dalla giornalista Jessie White Mario, da Castroucco, in sette montarono su una barca fino a Sapri, Garibaldi, Bertani, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli. Anche Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 110 e ssg., è dello stesso avviso ed in proposito scriveva che: “.; indi, seguendo il fiume Lao, arrivò a Scalea, sulle sponde del Tirreno, dove s’imbarcò per Sapri. Gli fecero compagnia il Bertani, il Cosenz, il Nullo, il Rosagutti, il Basso ed il Gusmaroli, tutti sui muli. “Eccoci quì – esclamò a quel punto il Bertani – noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un regno”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, a pp. 455-456, in proposito scriveva che: “il Generale, io (Bertani), Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalcammo per strade orribili il generale alla testa, noi seguendo in silenzio…..Per la costa del monte arrivammo in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole, là dorme pacifico chi porta in sé il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato mestamente si affollano le speranze del presente.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. – Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni patrioti del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, dove, per non imbattersi con la retroguardia del generale Cardarelli, che era tuttavia a Castelluccio, lasciano la strada rotabile, e su cavalli e muli battono lo stretto sentiero del fiume Lao per scendere al mar Tirreno. Dopo breve sosta, nel susseguente mattino, a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco etc…(1).”. Pesce, a p. 397, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la ‘Cronistoria della rivoluzione di Basilicata del 1860’ del dott. Michele Lacava, pregevole miniera di documenti e di notizie.”. Dunque, l’Avv. Carlo Pesce ci parla di sei compagni che insieme a Garibaldi approdarono a Sapri e sono, oltre a Bertani e Basso, vi sono Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori al posto di Nullo, Gusmaroli e Rosagutti. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 131, in proposito scriveva che: “Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “Insieme a Bertani, Basso, Bixio, Cosenz, Medici, Sirtori e Turr parte da Rotonda e per un sentiero di montagna raggiunge Tortora, etc…”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “….a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi ….etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con sei suoi fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia…..e di la, dopo breve sosta del vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia, che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico, carezzata dalle onde tranquille ed azzurre, baciata dagli infuocati raggi del sole, cullata dalla brezza meridiana, scortata dal sorriso etc…”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Per i paesi del golfo di Policastro passò Garibaldi. La mattina del 3 settembre 1860 con sei fidi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, e con altri patrioti locali, dopo una breve sosta a Tortora, dove era arrivato per via di terra, raggiunse il Castell del Barone Labanchi, alla Secca di Castrocucco, presso Praja a Mare, nel comune di Maratea; poi, imbarcatosi su un peschereccio, rasentate le amene coste di Marina di Maratea, Porto, Cersuta, e Acquafredda, approdò a Sapri verso le ore 14. Quanti ricordi ! A molti sembrò che al passaggio di Garibaldi si fossero destate per la gioia le ossa del Carducci, sepolto nella chiesa di Acquafredda l’11 luglio 1848. Etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 141 e ssg., in proposito scriveva che: “Ecco l’Acquafredda di Lucania, e poi il vallone di ‘Mezzanotte’; e finalmente, ecco la baia di Sapri, dominata da un anfiteatro di colline, coronate dal Monte ‘Olivella’. Era terra salernitana! Tre anni prima, all’improvviso, senza che alcuno sapesse nulla, sul mare era comparso un vapore: il “Cagliari”, dal quale, a tarda sera, erano scesi trecento uomini, al comando di ‘Carlo Pisacane’. Era il 28 giugno 1857. Lo sbarco di Garibaldi, venne, così, associato al ricordo della Spedizione dei “300”. Era stata quella, per prima, a far conoscere, nel salernitano, le vere aspirazioni dei cospiratori: cacciare lo straniero, conquistando la libertà e affrettando l’evento di una Italia unita, forte e temuta !. Nella storia, quella di Sapri era stata la via del martirio di Pisacane: la via della grande delusione! E Garibaldi fissò quella terra con animo commosso: una terra d’incanto, con i colli d’intorno coperti di uliveti. Tra quei colli, Pisacane s’era avviato verso una meta senza luce e senza speranza: solo, col suo cuore ardente e le sue illusioni ! Ma quando cammino, in soli tre anni, aveva registrato la storia ! E se Pisacane, in Sapri, non aveva trovato nessuno ad attenderlo, fuorchè l’ospitalità di un’osteria, Lui, il Dittatore, trovò la colonna del generale Turr ad accoglierlo, composta da 1500 volontari, quegli stessi che Bertani aveva procurati per la invasione dello Stato Pontificio, inquadrati nelle brigate “Milano” e “Spinazzi”. Era quella l’avanguardia dell’armata garibaldina, che doveva rifare, in altre condizioni, il cammino dei “300”. (p. 146) Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria ! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111-112 e ssg., in proposito scriveva che: “Gli facevano compagnia il Bertani, il Cosenz, il Nullo, il Rosagutti, il Basso ed il Gusmaroli, …..Il 3 settembre, di buon mattino, tutti insieme decisero di avviarsi a Sapri, allora povera borgata sorta dove un tempo era stata ‘Scidro’ o ‘Sipro’ città della Magna Grecia, oggi bella cittadina che si avvia a considerevole progresso. Garibaldi, che si sentiva abbastanza stanco per la cavalcata notturna, si sdraiò nella prua della barca guidata da due marinai e fu coperto con una vela dagli amici, perchè il sole cocente di mezzogiorno lo protegesse. Non tardò poi ad addormentarsi e si destò allo arrivo a Sapri. Entrando a vele spiegate, nella baia di Sapri, il Duce ed i suoi si levarono in piedi, non solo per ammirare la bella spiaggia che s’era presentata ai loro occhi, ma per rendere, in nome della Patria, onore alla memoria del condottiero dei Trecento che, tre anni prima, precorrendo gli eventi, era arrivato lì presso ad issare la bandiera della libertà; ma, incalzato da un fatale destino, aveva tramutato quel luogo in ara di martirio. III. L’arrivo a Sapri fu alle 3,30. Garibaldi scorse subito molti volontari accampati sulla spiaggia e gente che, rimossa dalla sorpresa, emozionata dalla vista delle camicie rosse, non credendo quasi alla cosa, era corsa entusiasta a curiosare e, passando dalla sorpresa alla gioia, ammirava e salutava il Condottiero dei Mille, per accogliere – come dicevano – il “fratello Garibaldi”, reduce vittorioso dalla Sicilia. Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi.”.
La testimonianza del generale borbonico Ludovico Quandel-Vial
Da Wikipedia leggiamo che Ludovico Quandel col grado di primo tenente, il 28 luglio 1860 prese parte alla battaglia di Capua, alla battaglia del Volturno e alla battaglia del Garigliano, al comando della Batteria nº 5. Si tratta del generale borbonico Ludovico Quandel-Vial che, in aggiunta alla sua attività come militare e politico, Ludovico Quandel fu anche autore di cronache militari. Tra le sue opere più rappresentative si ricorda Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nelle Calabrie dal 25 luglio al 7 settembre 1860 (Napoli, Tipografia Artigianelli – 1900), nel quale descrive le operazioni militari che videro opposti gli eserciti garibaldino e del Regno delle Due Sicilie. Questa cronaca è uno dei documenti di riferimento[senza fonte] di una delle scuole[quali/e?] del Revisionismo del Risorgimento. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 212 e ssg., in proposito scriveva che: “Nelle Calabrie i regii, oltre al presidio di questa città, avevano le due divisioni Briganti e Melendez, in dodicimila uomini, che tenevano il paese tra Gallico e Punta del Pezzo; più innanzi, a Monteleone, era il maresciallo Vial con altrettanti; altri rinforzi approdavano a Paola; ed in Cosenza trentacinquemila uomini della brigata Caldarelli. Etc…”. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge con i suoi seguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcaccia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due Uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando…Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte.”.
Nel 3 settembre 1860, lunedì, alle 15,30, a Sapri, l’arrivo e lo sbarco di Giuseppe Garibaldi, Agostino Bertani, Bixio (?), Enrico Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, Medici e Sirtori (?)
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “…….Tre anni dopo, …..Giuseppe Garibaldi che, il 3 settembre 1860, alle tre e mezzo del mattino, con Bixio, Bertani, Basso, Cosenz, Sirtori, ….giunsero, provenienti da Maratea su di una barca a vela sulla spiaggia di Sapri ove trovarono la gente che commossa alla vista del popolare eroe, sventolando fazzoletti tricolori lo salutava con trepidante gioia…Etc…(172).”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Sull’importante episodio scrisse pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento” e, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 2 e il 3 settembre Garibaldi da Cosenza si portò a Rotonda, da qui si diresse alla marina di Scalea, poi nei pressi di Laino il sentiero del fiume Lao. Cavalcò tutta la notte per vie anguste e difficili su un mulo, sostò un attimo alla marina presso Torraca con i suoi compagni di viaggio: Cosenz, Gusmaroli, Basso, Nullo, Rosagutti e Bertani. Quest’ultimo scendendo dal mulo esclamò, tirando un respiro di sollievo: “Eccoci qui, noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un Regno”. Etc…”. Come si può leggere, Infante scrive “alla marina di Torraca” e qui fa un errore perchè si trattava di Tortora. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908 parlando di Garibaldi a Rogliano e poi a Cosenza, in proposito scriveva che: “Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lo lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonio Callenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto. Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno accettati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri. Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino allora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico, intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie.”. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”, ma non diceva chi fossero i sei compagni di Garibaldi. Bertani scrive che vi era lui e Garibaldi, e gli altri cinque chi erano?. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!. E quando eravamo stretti nella barca che vogava per Sapri, mentre Garibaldi stava sdraiato a prora e coperto dalla vela per difesa dal sole che ci cuoceva, dicevano fra noi: – Chi mai supporrebbe che là, additando il generale, sta accovacciato, quasi fosse un fuggente, chi porta in sè il futuro destino dell’unità d’Italia! E andavamo, ciascuno alla nostra volta e secondo i propri sogni e i proprii piani, quasi fissando fra noi il giorno della vittoria nostra finale contro il Borbone. Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Da Sapri, l’indomani martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo etc..”. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”, ma non diceva chi fossero i sei compagni di Garibaldi. Bertani scrive che vi era lui e Garibaldi, e gli altri cinque chi erano?. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, all’alba, i sette si avviarono verso Sapri. Garibaldi era molto stanco per la difficile cavalcata della passata notte, per cui durante tutto il tragitto si sdraiò sulla barca, guidata da due marinai e dormì destandosi nella baia saprese. A Sapri si giunse alle tre e mezzo; molta gente e volontari accorsero sulla spiaggia per salutare il Generale, reduce vittorioso dalla Sicilia. La gente sorpresa ed emozionata sventolò fazzoletti e applaudì a lungo il leggendario Condottiero dei Mille, che a sua volta non senza emozione rispose al saluto commovente degli astanti. I sapresi lo aspettavano ansiosi, ma non così presto, per cui trovandosi al cospetto del più popolare eroe d’Italia rimasero sorpresi e piansero dalla gioia.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, a pp. 455-456, in proposito scriveva che: “…il Generale, io (Bertani), Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalcammo per strade orribili il generale alla testa, noi seguendo in silenzio…..Etc… Per la costa del monte arrivammo in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole, là dorme pacifico chi porta in sé il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato mestamente si affollano le speranze del presente.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 131, in proposito scriveva che: “Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111-112 e ssg., in proposito scriveva che: “Gli facevano compagnia il Bertani, il Cosenz, il Nullo, il Rosagutti, il Basso ed il Gusmaroli, …..Il 3 settembre, di buon mattino, tutti insieme decisero di avviarsi a Sapri, allora povera borgata sorta dove un tempo era stata ‘Scidro’ o ‘Sipro’ città della Magna Grecia, oggi bella cittadina che si avvia a considerevole progresso. Garibaldi, che si sentiva abbastanza stanco per la cavalcata notturna, si sdraiò nella prua della barca guidata da due marinai e fu coperto con una vela dagli amici, perchè il sole cocente di mezzogiorno lo protegesse. Non tardò poi ad addormentarsi e si destò allo arrivo a Sapri. Entrando a vele spiegate, nella baia di Sapri, il Duce ed i suoi si levarono in piedi, non solo per ammirare la bella spiaggia che s’era presentata ai loro occhi, ma per rendere, in nome della Patria, onore alla memoria del condottiero dei Trecento che, tre anni prima, precorrendo gli eventi, era arrivato lì presso ad issare la bandiera della libertà; ma, incalzato da un fatale destino, aveva tramutato quel luogo in ara di martirio. III. L’arrivo a Sapri fu alle 3,30. Garibaldi scorse subito molti volontari accampati sulla spiaggia e gente che, rimossa dalla sorpresa, emozionata dalla vista delle camicie rosse, non credendo quasi alla cosa, era corsa entusiasta a curiosare e, passando dalla sorpresa alla gioia, ammirava e salutava il Condottiero dei Mille, per accogliere – come dicevano – il “fratello Garibaldi”, reduce vittorioso dalla Sicilia. Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Mentre il Vallo di Diano era presidiato a nord e a sud rispettivamente da Lorenzo Curzio da Sant’Angelo a Fasanella presso il ponte di Campestrino e da Francesco Galloppo da Polla presso la Certosa di San Lorenzo, Garibaldi il 3 settembre (un lunedì) sbarcò a Sapri (57). Qualche giorno prima (30 d’agosto) a Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro, aveva sbaragliato le truppe del generale Giuseppe Ghio, che nell’occasione non mostrò la sicurezza evidenziata nella “scaramuccia” di Padula (58).”. Fusco, a p. 352, nella nota (57) postillava: “(57) Il giorno prima erano già sbarcate a Sapri le truppe al comando di Stefano Turr e di Guglielmo Rustow.“. Fusco, a p. 352, nella nota (58) postillava: “(58) Giuseppe Ghio chiuse i suoi giorni assassinato a Napoli nel 1874 da mano ignota”. Fusco, a p….., nella nota (59) postillava che: “(59) Cfr. cap. VII, n. 13”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. Si tratta del testo di George Macaulay Treveljan (….), Garibaldi and the Thousand (1909) (Garibaldi e i Mille). Docente di storia moderna all’Università di Cambridge (1927-40), poi rettore del Trinity College (1940-51), si dedicò inizialmente alla storia inglese del XIV secolo e dell’età degli Stuart, poi al Risorgimento italiano con una trilogia su Giuseppe Garibaldi. Ciò che scrive il De Crescenzo non è proprio corretto in quanto è vero che lo scittor inglese Treveljan riportò la notizia su Garibaldi a Sapri ma non lo fece sul testo Garibaldi and the Thousand (1909), dove, infatti, a p. 316, nell’Epilogo scriveva che: “the story of Garibaldi and the throusand down the taking of Palermo has an historical and artistic unity. In an later volume, entitled Garibaldi and the making of Italy, I have told the history of the following six months. The occupation of eastern Sicily, the battle of Milazzo, the crossing of the straits, the march throungh Calabria and the Basilicata etc…”. Dunque la notizia si trova nel testo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “…from Tortora and Maratea. Thence a small boat took them on to Sapri. There is no finer part in the whole coast-line of Italy than this unvisited riviera, where the precipitous ridges run hout one beyond another and sink into the waves (3). The rugged coast is best from a boat, but Garibaldi, exhausted by the night’s ride, lay asleep in the prow, while is friends covered him whit a sail tho protect him from the rais of the noonday sun. Only as they entered the bay of Sapri, they all stood up tho gaze on the beauty of the scene, and to honour the memory of Pisacane, who in 1857, had run into this bay to rise the Italian flag upon the mountains (1). On the beach where his forerunner had lanted under the shadow of doom, Garibaldi stepped ashore on the full tide of victory, welcomed as ‘fratello Garibaldi’ by the people of Sapri, who three years before had frowned on Pisacane and is more questionable following. Here also the Dictator found Turs’s, troops, who ad sailed in the day before from Paola (2). There is a fine beach, but no artificial landing-place at Sapri. Only there may be seen in the clear water the ruins of ancient pier. It runs out from the foundation of a palace built longe ago by some magnate of Imperial Rome, who discovered the beauty of the little bay, and carried thither the whole apparatus of ancient luxury, leaving less adventurous pleasure-seekers at Puteoli and Baiae. Some modern Lucullus will imitate him ere long. Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach. Etc…“, che tradotto significa: “…..da Tortora e Maratea.Di lì una piccola barca li portò a Sapri.Non c’è parte più bella in tutta la costa italiana di questa riviera inesplorata, dove le creste scoscese corrono l’una dietro l’altra e sprofondano nelle onde (3).La costa frastagliata si visita meglio da una barca, ma Garibaldi, stremato dalla cavalcata notturna, giaceva addormentato a prua, mentre i suoi amici lo coprivano con una vela per proteggerlo dal rais del sole di mezzogiorno.Solo quando entrarono nella baia di Sapri, tutti si alzarono per ammirare la bellezza della scena, e per onorare la memoria di Pisacane, che nel 1857, era corso in questa baia per issare la bandiera italiana sui monti (1).Sulla spiaggia dove il suo precursore era approdato all’ombra della sventura, Garibaldi sbarcò nel pieno della vittoria, accolto come ‘fratello Garibaldi’ dal popolo di Sapri, che tre anni prima aveva disapprovato Pisacane ed è più discutibile seguito.Anche qui il Dittatore trovò le truppe di Turr, salpate il giorno prima da Paola (2).A Sapri c’è una bella spiaggia, ma nessun approdo artificiale.Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo.Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto.Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Etc…“. Treveljan, a p. 156, nella nota (3) postillava: “(3) There is not, and never was a coast road, but since 1860 a railway has been driven along this coast. But those who pas through its tunnels to Sicily have no idea under what magnificent scenery they are travelling.”, che tradotto significa: “(3) Non c’è, e non c’è mai stata, una strada costiera, ma dal 1860 è stata costruita una ferrovia lungo questa costa.Ma coloro che attraversano i suoi tunnel per raggiungere la Sicilia non hanno idea sotto quale magnifico scenario stanno viaggiando.”. Treveljan, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) See ‘Garibaldi and the Thousand’ p. 69.” che tradotto significa: “(1) Vedere Garibaldi and the Thousand’, p. 69.”. Treveljan nell’esporre lo sbarco a Sapri del generale Garibaldi è chiaro: egli scriveva che Garibaldi si pose a riposare in una piccola capanna di paglia non lontana dal posto di sbarco, ovvero l’attuale “banchina delle Camerelle”, ovvero il luogo dove ancora oggi, il località S. Croce, ancora non era stata costruita la “Specola” o “Osservatorio Astronomico” e vi era e si vedeva: “A Sapri….Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo.Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 199-200, in proposito scriveva che: “Soltanto, entrando nella baia di Sapri essi si rizzarono tutti in piedi, a mirare lo spettacolo che si offriva ai loro occhi e ad onorare la memoria di Pisacane, che nel 1857, si era avventurato fin là per issare la bandiera italiana sui monti (2). Su quella stessa spiaggia, dove i precursori erano scesi incalzati da un triste fato, saltò a terra anche Garibaldi, ma sulle ali della vittoria, accolto come il “fratello Garibaldi”, da quella stessa gente di Sapri che tre anni prima aveva fatto il cipiglio a Pisacane e ai suoi sospetti compagni. Ivi erano giunte il giorno prima da Paola, anche le truppe del Turr (3). La spiaggia di Sapri è bella, ma no è provvista di uno scalo artificiale. Le sue limpide acque però, rivelano le rovine di un antico molo congiunto alle fondamenta d’un palazzo che un magnate dell’antica Roma imperiale, scoperta la bellezza della piccola baia, vi s’era fatto costruire, trapiantandovi tutto l’appannaggio del fasto romano e lasciando Puteoli e Baiae ai meno intraprendenti cacciatori del piacere. Qualche moderno Lucullo non tarderà ad imitarlo; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia.”. Treveljan, a p. 199, nella nota (1) postillava: “(1) Non c’è e non c’è mai stata una strada su questa costa, ma dal 1860 vi fu costruita una linea ferroviaria: quelli però che passano in treno per quei tunnel non hanno idea della magnifica bellezza del paese che traversano.”. Treveljan, a p. 199, nella nota (2) postillava: “(2) V. Garibaldi e i Mille, 88-90”. Treveljan, a p. 199, nella nota (3) postillava: “(3) La Cava, 702; Bertani, II, 184-185; Ire Pol., 71-72; Racioppi, 200; Maison, 63-64; Rustow, Brig. Mil., 18-19; Turr, Div., 149.”. Oltre alla narrazione dello storico Inglese, Treveljan, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 283, ci fa notare che: “Intanto a Sapri, secondo la narrazione del Rustow, etc…” e segue la narrazione del testo di Eliseo Porro che tradusse dal tedesco il testo di un eminente testimone e protagonista di quei avvenimenti, il generale Wilhelm Rustow. Infatti, Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a pp. 18 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane mi trovavo intento alla dolce occupazione del pranzo presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese, mi trovai interrotto da un rumore che indicava qualcosa di straordinario. Esso fu ben tosto spiegato coll’annuncio dell’approdo del Dittatore, che sollecitamente ci fu recato dal posto di guardia stabilito presso la marina. Mi recai immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare. Dopo breve saluto, mi chiese di quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini risposi. – Avete un corpo interamente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi.”. Dunque, la notizia che Garibaldi da poco approdato sulla spiaggia di Sapri, si fosse fatto ricoverare in una capanna di paglia sula spiaggia stessa, proveniva dal generale di brigata Wilhelm Rustow. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “…..de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre 1860, Garibaldi, proveniente da Scalea, in barca, accompagnato da due marinai ed alcuni amici, tra i quali il Cosenz ed il Bertani, entrò, a vele spiegate, nella baia di Sapri. L’eroe ed i suoi si levarono in piedi, non solo per ammirare la bella spiaggia che si era presentata ai loro occhi, ma per rendere, in nome della Patria, onore al condottiero dei Trecento, che tre anni prima, percorrendo gli eventi, era arrivato lì presso ad issare la bandiera della libertà; ma, incalzato da un fatale destino, aveva tramutato quel luogo in ara del martirio. Garibaldi sbarcò a Sapri verso le 15,30 e vi trovò molti volontari accampati sulla spiaggia e gente che, rimossa dalla sorpresa, emozionata dalla vista delle camicie rosse, non credendo quasi alla cosa, era corsa entusiasta a curiosare e, passando dalla sorpresa alla gioia, ammirava e salutava il condottiero dei Mille, per accogliere come dicevano, il “fratello Garibaldi, reduce vittorioso dalla Sicilia”….(31).”. Guzzo, a p. 186, nella nota (31) postillava: “(31) G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, 1960, pagg. 110-111.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 31 Agosto, Pietro mio fratello partiva con Mignogna all’incontro con Garibaldi. Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre con sei compagni scese a Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; etc…(1).”. Lacava, a p. 701, nella nota (1) postillava: “(1) Riportiamo dall’opera del Racioppi: Storia dei moti di Basilicata etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Proincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre. Lacava scriveva: “da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702. Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…“. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 707, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! ….il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, giungeva al Fortino e si portava in Napoli. Le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tùrr sbarcarono a Sapri all’alba del 2 Settembre, il 3 pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspettatamente verso le 2 pom. del 3 settembre nell’ampia baia arenosa di Sapri, etc…“. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; con Giovanni Basso, suo segretario; etc…(61).”. Al Fortino, Garibaldi, si incontrò sicuramente sia con il generale Turr che con Cosenz, ma essi erano arrivati prima di lui a Sapri con le loro rispettive brigate. Fusco, a p….., nella nota (61) postillava: “(61) Ferruccio Policicchio, Le Camicie rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., Ivi, p. 32. Mette conto riferire anche d’un episodio mai del tutto chiarito. Il giorno 3 settembre, prima che Garibaldi sbarcasse a Sapri (verso le ore 15.30), passò (verso le ore 13.00) per Sala un suo sosia (!), il colonnelo inglese John Peard, che fu scambiato per il Generale (per maggiori ragguagli cfr. P. Russo, Un brandello ecc…, cit, p. 29 sg.; G. D’Amico, Vicende e figure ecc…, cit., p. 17).”. In questo passaggio, il Fusco scrive che Garibaldi si era incontrato con Stefano Turr e con Enrico Cosenz alla taverna del Fortino mentre io scrissi che Garibaldi insieme a loro viaggiò in una barchetta con la quale sbarcò a Sapri, dove insieme a loro si recò a casa del barone Giovanni Gallotti. Scrivere, come ha fatto il Fusco (riferendosi a Garibaldi): “…..si incontrò col medico Agostino Bertani, etc…, col generale Stefano Turr, etc…, con Enrico Cosenz, etc…”, potrebbe indurre a credere, oltre che essi si incontrarono al Fortino, che essi non erano insieme quando arrivarono e si incontrarono alla taverna del Fortino del Cervaro. Essi, come racconta lo stesso Agostino Bertani, nei suoi Diarii, si partirono insieme da Castrocucco ed insieme arrivarono a Sapri. Infatti, l’Avv. Carlo Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Dopo una cavalcata che durò più che intera notte, Garibaldi discendeva la mattina del 3 Settembre con sei compagni, fra i quali era anche io, dal monte al lido di Maratea.”. Nel suo racconto, il Bertani scrive che erano sei cavalieri che accompagnavano Garibaldi a Sapri, imbarcatisi con una barcaccia dopo aver visitato il castello del Labanca vicino Maratea. Secondo il Pesce, il Bertani, nel suo narrato dei suoi “Diarii” scriveva che Garibaldi, “….con sei compagni, fra i quali era anche io, dal monte al lido di Maratea.” ed il Pesce scriveva anche che Garibaldi “col suo gruppo…”. Chi erano i sei cavalieri con i quali Garibaldi sbarcò sulla spiaggia di Sapri, il 3 settembre 1860 e quindi mi chiedo chi fossero i sei ospiti, oltre al Garibaldi, del barone Giovanni Gallotti ?. Sono gli stessi che insieme a Garibaldi fecero il percorso descritto dall’Avv. Carlo Pesce che, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni patrioti del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, etc…”. Dunque, il gruppo che accompagnava Garibaldi a casa Gallotti era composto da Enrico Cosenz, Nino Bixio, Alfonso Medici, il generale Sirtori, il medico Agostino Bertani ed il segretario personale di Giuseppe Garibaldi, …….Basso. Non faceva parte del gruppo il generale Stefano Turr che, era arrivato con la sua divisione a Sapri già la mattina del 2 settembre e che il 3 settembre era salito a Lagonegro. Infatti, nella mia Relazione storica, nel 1998, Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“ scrivevo che: “A Sapri, Garibaldi con il suo gruppo, fu ospitato dal barone Giovanni Gallotti e fu proprio in questa casa che ‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco etc…(172).”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “Costeggiando al largo delle scogliere di Maratea e di Acquafredda, a bordo di una barca spinta da due rematori, nel pomeriggio sbarcò a Sapri alle ore 15:30 (3) unendosi ai contingenti sbarcativi nei giorni precedenti, fra i quali quello dei 1500 del gen. Turr (1), sbarcatovi il giorno prima da Paola. Dopo aver pernottato tra il 3 e il 4 settembre a Vibonati in casa De Nicolellis, la mattina del 4 settembre, passando per Casaletto Spartano, Tortorella e Battaglia, attraverso il passo di monte Cucuzzo giunse e sostò alla taverna del Fortino, dove nel 1857 aveva pernottato Carlo Pisacane, dove si ebbe l’incontro del gruppo Garibaldi con un messaggero del Dittatore della Sicilia con la proposta di proclamere l’annessione della Sicilia al nascente Regno di Italia. L’intervento di Bertani dissuase Garibaldi di accogliere la richiesta. A sera Garibaldi si fermò e pernottò a Castelnuovo (oggi Casalbuono) ospite della famiglia di Raffaele Sabatini. La mattina del 5 settembre si fermò fugacemente a Sala Consilina. Il 6 settembre fu a Salerno e l’otto settembre raggiunse Napoli (5).”. Pucci, a p. 102, nella nota (5) postillava: “(5) R. Finelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi”. Si tratta di Riccardo Finelli che, nel 2010 percorre in bici le principali tappe del tragitto che fece Garibaldi risalendo dalla calabra Soveria Manelli, Paola, Scalea, la Lucania, con Rotonda, etc…Il giovane autore fermandosi in questi luoghi raccoglie personali testimonianze e personali ed opinabili impressioni, non aggiungendo nulla di nuovo alle ricerche sullo storico evento. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “….scese quindi alla marina di Maratea. Con una vela peschereccia e, dopo una traversata di tre ore, sbarca a Sapri il tre settembre dove già erano approdate le truppe del generale Turr, provenienti dalle Calabrie. Garibaldi è ospite della famiglia Gallotti in Sapri e poscia della famiglia Del Vecchio a Vibonati. Etc..”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “….a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi ….etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve etc…”. In “Gli avvenimenti d’Italia del 1860 – etc…”, vol. I, a p. 170, in proposito è scritto che: “Capitolo Settimo – Garibaldi entra in Salerno. I. In Salerno erano fortemente trincerati 20.000 uomini di truppe napoletane sotto gli ordini di Bosco e di Barbalunga. Il 4 settembre 4,000 insorti , comandati dal generale Torre, sbarcarono a Sapri (2). Garibaldi ce nel 20 agosto trovavasi a Palmi, marciava su Salerno appoggiato sulla destra da Cosenz.”. Dunque, come si può leggere, il generale Turr è ivi chiamato “Torre”. Il testo, a p. 170, nella nota (2) postillava: “(2) Sapri, piccola città del Principato Citeriore con porto sul Mediterraneo; popolazione 1500.”. Quese le uniche notizie sullo sbarco di Garibaldi a Sapri. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Arrivò la sera del 3 a Sapri.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 111, in proposito scriveva che: “Come si legge anche all’inizio dello stralcio delle memorie di Bertani sopra riportato, l’arrivo al Fortino rinvanga nella memoria di tutti gli eventi tragici seguiti alla spedizione del loro amico e sodale Carlo Pisacane. Etc…”. Dunque, ciò che scrive il Montesano parlando di Casaletto, è fuorviante in quanto, “Come si legge anche all’inizio dello stralcio delle memorie di Bertani sopra riportato” si evince che già nell’arrivo di Garibaldi e degli altri sei, in barca, a Sapri, Garibaldi “rinvanga nella memoria di tutti gli eventi tragici seguiti alla spedizione del loro amico e sodale Carlo Pisacane” e non al Fortino. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli,i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi etc….”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Per i paesi del golfo di Policastro passò Garibaldi. La mattina del 3 settembre 1860 con sei fidi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, e con altri patrioti locali, dopo una breve sosta a Tortora, dove era arrivato per via di terra,raggiunse il Castell del Barone Labanchi, alla Secca di Castrocucco, presso Praja a Mare, nel comune di Maratea; poi, imbarcatosi su un peschereccio, rasentate le amene coste di Marina di Maratea, Porto, Cersuta, e Acquafredda, approdò a Sapri verso le ore 14. Quanti ricordi ! A molti sembrò che al passaggio di Garibaldi si fossero destate per la gioia le ossa del Carducci, sepolto nella chiesa di Acquafredda l’11 luglio 1848.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 141 e ssg., in proposito scriveva che: “Ecco l’Acquafredda di Lucania, e poi il vallone di ‘Mezzanotte’; e finalmente, ecco la baia di Sapri, dominata da un anfiteatro di colline, coronate dal Monte ‘Olivella’. Era terra salernitana! Tre anni prima, all’improvviso, senza che alcuno sapesse nulla, sul mare era comparso un vapore: il “Cagliari”, dal quale, a tarda sera, erano scesi trecento uomini, al comando di ‘Carlo Pisacane’. Era il 28 giugno 1857. Lo sbarco di Garibaldi, venne, così, associato al ricordo della Spedizione dei “300”. Era stata quella, per prima, a far conoscere, nel salernitano, le vere aspirazioni dei cospiratori: cacciare lo straniero, conquistando la libertà e affrettando l’evento di una Italia unita, forte e temuta !. Nella storia, quella di Sapri era stata la via del martirio di Pisacane: la via della grande delusione! E Garibaldi fissò quella terra con animo commosso: una terra d’incanto, con i colli d’intorno coperti di uliveti. Tra quei colli, Pisacane s’era avviato verso una meta senza luce e senza speranza: solo, col suo cuore ardente e le sue illusioni ! Ma quando cammino, in soli tre anni, aveva registrato la storia ! E se Pisacane, in Sapri, non aveva trovato nessuno ad attenderlo, fuorchè l’ospitalità di un’osteria, Lui, il Dittatore, trovò la colonna del generale Turr ad accoglierlo, composta da 1500 volontari, quegli stessi che Bertani aveva procurati per la invasione dello Stato Pontificio, inquadrati nelle brigate “Milano” e “Spinazzi”. Era quella l’avanguardia dell’armata garibaldina, che doveva rifare, in altre condizioni, il cammino dei “300. (p. 146) Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria ! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri etc…”. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge con i suoi seguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcacia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due Uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando…Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto. Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno eccettuati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abbastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri d’overa approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. “. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre, il generale Giuseppe Garibaldi dopo essere sbarcato a Sapri, etc…”.
Nel Settembre 1860, Sapri all’arrivo di Garibaldi
Dell’aspetto della cittadina di Sapri, nei primi del mese di Settembre del 1860 abbiamo alcune testimonianze che in parte ne descrivono alcune sue caratteristiche che ancora oggi possiamo riscontrare. Una testimonianza delle condizioni del paese all’epoca è quella del colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione italiana di Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a p. 18 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane mi trovavo intento alla dolce occupazione del pranzo presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese, mi trovai interrotto da un rumore che indicava qualcosa di straordinario. Esso fu ben tosto spiegato coll’annuncio dell’approdo del Dittatore, che sollecitamente ci fu recato dal posto di guardia stabilito presso la marina.”. Dunque, Rustow ci parla di una casa “presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese, etc…“ dove pranzò, alle 16,00. La casa apparteneva al suo ospite don Antonio di Sapri. Non credo si trattasse di casa Gallotti, perchè tra i Gallotti non vi era un “Antonio”. Rustow scriveva anche del “posto di guardia stabilito presso la marina”, dove si trovava Garibaldi, intento a riposare in una capanna di paglia. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia presso la strada per Lazongro (qui è errato perchè si tratta di Lagonegro), fu accampata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla parte della brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulle vestigia dell’antica e potente città marittima di Vibona. I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, etc…”. Pare che tutte queste brigate garibaldine furono fatte accampare in località “Cantine”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III…., nella baia arenosa di Sapri”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 141 e ssg., in proposito scriveva che: “Ecco l’Acquafredda di Lucania, e poi il vallone di ‘Mezzanotte’; e finalmente, ecco la baia di Sapri, dominata da un anfiteatro di colline, coronate dal Monte ‘Olivella’.”. Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a p. 63 e ssg. trascriveva una lettera del 4 settembre e scriveva: “Sapri, le 4 Septembre. En nois reveillant, nous nous trouvons dans le golfe de Policastro. Nous débarquons à Sapri, charmant petit village de cinq cents àmes, situé dans une position ravissante. Les oliviers, les figuiers, les orangers, les citronniers les grenadiers, et les lauriers-roses y croissent avec une profussion sans pareille. Je rencontre là une foule de gens qui parlent francais; ce son de ces chaudronniers ambulants comme nous en rencontrons à chaque instant dans nos village de France. Ils m’apprennent que Garibaldi était ici meme hier soir et qu’il marche directement sur Salerne. A peine débarqués nous allons, mes deux compatriotes et moi, nous promener dans un bois d’oliviers, derriere la place. Une brave femme, – qui ne doit plus savoir le compte de ses années tant elles sont nombreuses, – vient nous y trouver et nous offre un panier de figues qu’elle nous force d’accepter. Nous voulons lui en payer la veleur. Impossible. La pauvre vieille se recrie au nom de som ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, ajoute la bonne vieille. Je crois decidement que la Calabre est animée d’un meilleur esprit que la Sicile. Ici tout le monde vous appelle frère (fratello); et chacun fait son devoir simplement avec une noblesse sans emphase. Aprèsse déjeuner, nous nous aventurons dans la champagne, où j’dmire quelques beaux types d’hommes et de femmes. Une figure vraiment céleste frappe soutout mes regards. C’est une jeune fille admirable de grace et d’e xpression; alle a une main posee sur la hanche et de l’autre elle tient sur satete une urne de forme antique. Son costume, qui rappelle la Grèce, s’allie merveilleusement au caractere de sa beauté. Elle porte une jube bleue, un corsage de meme couleur brodé d’or, ouvert sur le devant, ce qui permet de distinguer les delicates attaches et les formes de son cou, malgré les nombreux plis d’une chemise aussi blanche que fine. Quaunt aux pieds, comme ils son nus, je puis aussi en constater aisement la finesse et l’elégance. Je reste la quelque temps, plonge dans une muette exstase, car je n’ose faire un mouvement de preur de voir s’évanouvir cette brillante apparition, qui comptera parmi mes meilleurs souvenir d’artiste.”, che tradotto significa: “Sapri, 4 settembre.Al risveglio ci troviamo nel Golfo di Policastro.Sbarchiamo a Sapri, grazioso paesino di cinquecento abitanti, situato in una posizione deliziosa.Vi crescono ulivi, fichi, aranci, limoni, melograni e oleandri con una profusione senza pari.Lì incontro una folla di persone che parlano francese;questo suono di questi calderai itineranti che incontriamo ogni momento nei nostri villaggi in Francia.Mi dicono che Garibaldi è stato qui ieri sera e che sta marciando direttamente verso Salerno.Appena sbarcati io e i miei due connazionali andiamo a fare una passeggiata in un uliveto dietro la piazza.Una donna coraggiosa – che non deve più conoscere il numero dei suoi anni perché sono tanti – ci viene a trovare e ci offre un cesto di fichi che ci obbliga ad accettare.Vogliamo pagarlo per questo.Impossibile.La povera vecchia grida in nome di som ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, aggiunge la buona vecchia.Credo decisamente che la Calabria sia animata da uno spirito migliore della Sicilia.Qui tutti ti chiamano fratello;e ognuno fa il proprio dovere semplicemente senza enfasi.Dopo pranzo ci avventuriamo nello campagne, dove ammiro alcuni bellissimi tipi di uomini e donne.Ovunque una figura davvero celestiale colpisce il mio sguardo.È una giovane di grazia ed espressione ammirevoli;ha una mano sul fianco e con l’altra tiene sul sedile un’urna dalla forma antica.Il suo costume, che ricorda la Grecia, si combina meravigliosamente con il carattere della sua bellezza.Indossa una gonna blu, un corpetto dello stesso colore ricamato in oro, aperto sul davanti, che permette di distinguere le delicate allacciature e le forme del collo, nonostante le numerose pieghe di una camicia tanto bianca quanto fine.Quante volte sui piedi, poiché sono nudi, riesco anche a vederne facilmente la finezza e l’eleganza.Rimango lì per qualche tempo, immerso in un’estasi muta, perché non oso muovermi per paura di veder scomparire questa brillante apparizione, che annovererà tra i miei migliori ricordi di artista.”. Dunque, in una lettera pubblicata dal Maison e datata 4 settembre, un volontario garibaldino, sbarcando a Sapri ne descrive alcune sue caratteristiche dell’epoca. Egli racconta che Sapri è un “grazioso paesino” di mare che si affaccia sul golfo di Policastro “situato in una posizione deliziosa” che conta 500 abitanti. Il volontario, di cui non conosciamo il nome, scriveva che a Sapri “Vi crescono ulivi, fichi, aranci, limoni, melograni e oleandri con una profusione senza pari.Lì incontro una folla di persone che parlano francese;questo suono di questi calderai itineranti che incontriamo ogni momento nei nostri villaggi in Francia.”. Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, a pp. 65-66 e ssg. trascriveva una lettera del 5 settembre e scriveva: “Sapri, Acqua-Fredda, le 5 Septembre. Apres diner nous partons pour l’Acqua-Fredda (eau froide), à trois milles environ de Sapri, dance une barque danceuvrée par quatre matelots. L’expedition se compose de sept Italiens et de trois Francais, sous la conduite du capitaine du Benvenuto. Jamais je n’ai vu le ciel plus bleu et la mer plus calme. Les metelots, en soulevant leurs rames, font eclater toute la phosphorescence de cette mer toujours si belle et si poétique. Partis à huit heures, nous debarquons à neuf heures sur une plage tout à fait nue. Ne trouvant point de chemin, chacun escalade les rochers come il peut. Au bout d’une demi-heure, l’un de nous trouve une pauvre vielle femme, couchée en plein air davant la porte de sa maison, qui semble nous prendre pour des bandits. Enfin, tant bien que mal elle nous indique le chemis d’Acqua-Fredda, si toulefois on peut appeler chemin une especie de sentier impraticable, et bon tout au plus pour les chevres. Apres une heure de marche, nous apercevons quelches habitations et la point d’un clocher: nous poussons un soupir de saulagement; mais, helas! c’est en vain que nous frappons à toutes les portes: personne ne repond: nous pourrions nous croire, avec d’un peo d’imagination, danse quelque ville enchantée des ‘Mille et une Nuits’. Etc…“, che tradotto è: “Sapri, Acqua-Fredda, 5 settembre.Dopo cena partiremo per Acqua-Fredda, a circa tre miglia da Sapri, su una barca con quattro marinai.La spedizione è composta da sette italiani e tre francesi, guidati dal capitano della Benvenuto.Non ho mai visto il cielo più azzurro e il mare più calmo.I marinai, alzando i remi, fanno emergere tutta la fosforescenza di questo mare, sempre così bello e così poetico.Partiti alle otto, sbarcammo alle nove su una spiaggia completamente brulla.Non trovando alcuna via, ognuno scala le rocce come meglio può.Dopo mezz’ora uno di noi trovò una povera vecchia, stesa all’aperto davanti alla porta di casa, che sembrava prenderci per banditi.Alla fine, come può, ci indica il sentiero dell’Acqua-Fredda, se però sentiero possiamo chiamarlo una specie di sentiero impraticabile, e buono tutt’al più per le capre.Dopo un’ora di cammino vediamo alcune case e la punta di un campanile: tiriamo un sospiro di sollievo;ma sfortunatamente!invano bussiamo a tutte le porte: nessuno risponde: potremmo credere, con un po’ di fantasia, di ballare in qualche città incantata da ‘Mille e una notte’. Etc…”. Anche questa testimonianza del volontario garibaldino pubblicata da Maison, è interessante. Egli ci parla dello sbarco su una spiaggetta di Acquafredda e della marcia a piedi per la tradina mulattiera che portava a Sapri. Egli scriveva del sentiero che, da Acquafredda portava a Sapri: “….sentiero possiamo chiamarlo una specie di sentiero impraticabile, e buono tutt’al più per le capre.” e che la marcia durò un’ora. Oggi questo sentiero, che rasenta la statale SS. 18, è stato creato ex novo ed è stato chiamato “Appezzami l’asino” (toponimo mai esistito a Sapri. Il volontario scrive pure che arrivato a Sapri “Dopo un’ora di cammino vediamo alcune case e la punta di un campanile: tiriamo un sospiro di sollievo….“.E’ molto probabile che si trattasse del campanile della chiesa parrocchiale dell’Immacolata in piazza Plebiscito. Lo storico inglese, George Macaulay Treveljan (….), nel testo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “There is a fine beach, but no artificial landing-place at Sapri. Only there may be seen in the clear water the ruins of ancient pier. It runs out from the foundation of a palace built longe ago by some magnate of Imperial Rome, who discovered the beauty of the little bay, and carried thither the whole apparatus of ancient luxury, leaving less adventurous pleasure-seekers at Puteoli and Baiae. Some modern Lucullus will imitate him ere long. Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach. Etc…“, che tradotto significa: “A Sapri c’è una bella spiaggia, ma nessun approdo artificiale.Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo.Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto.Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Etc…“. Treveljan, a p. 156, nella nota (3) postillava: “(3) There is not, and never was a coast road, but since 1860 a railway has been driven along this coast. But those who pas through its tunnels to Sicily have no idea under what magnificent scenery they are travelling.”, che tradotto significa: “(3) Non c’è, e non c’è mai stata, una strada costiera, ma dal 1860 è stata costruita una ferrovia lungo questa costa.Ma coloro che attraversano i suoi tunnel per raggiungere la Sicilia non hanno idea sotto quale magnifico scenario stanno viaggiando.”. Treveljan, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) See ‘Garibaldi and the Thousand’ p. 69.” che tradotto significa: “(1) Vedere Garibaldi and the Thousand’, p. 69.”. Treveljan, nell’esporre lo sbarco a Sapri del generale Garibald, ci parla della “banchina delle Camerelle”, ovvero il luogo dove ancora oggi, il località S. Croce, “A Sapri….Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo.”. Inoltre, egli accennaal palazzo imperiale o villa di un importante magnate della Roma Imperiale e scrive che questa: “Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 199-200, in proposito scriveva che: “La spiaggia di Sapri è bella, ma no è provvista di uno scalo artificiale. Le sue limpide acque però, rivelano le rovine di un antico molo congiunto alle fondamenta d’un palazzo che un magnate dell’antica Roma imperiale, scoperta la bellezza della piccola baia, vi s’era fatto costruire, trapiantandovi tutto l’appannaggio del fasto romano e lasciando Puteoli e Baiae ai meno intraprendenti cacciatori del piacere. Qualche moderno Lucullo non tarderà ad imitarlo; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia.”. Treveljan, a p. 199, nella nota (1) postillava: “(1) Non c’è e non c’è mai stata una strada su questa costa, ma dal 1860 vi fu costruita una linea ferroviaria: quelli però che passano in treno per quei tunnel non hanno idea della magnifica bellezza del paese che traversano.”. Treveljan, a p. 199, nella nota (2) postillava: “(2) V. Garibaldi e i Mille, 88-90”. Treveljan, a p. 199, nella nota (3) postillava: “(3) La Cava, 702; Bertani, II, 184-185; Ire Pol., 71-72; Racioppi, 200; Maison, 63-64; Rustow, Brig. Mil., 18-19; Turr, Div., 149.”. Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, a pp. 68-68 e ssg. trascriveva una lettera dell’8 settembre ed in proposito scriveva che: “Sapri, Policastro, le 8 september. Garibaldi est à Naples. Il y est entré hier dans la journée, accompagné seulement de quelques-uns de ses amis (1). En de pit du temps qui parait vpouloir changer, je vais avec mes deux compatriotes faire une excursion à Policastro, au delà de Sapri, ville qui merite à peine aujourd’hui le nom de village, car elle ne renferme pas plus de quatre cents ames. On lui donne sans doite ce titre en souvenir de son importance passée, et parce qu’elle prete son nom au golfe qui s’etend devant elle. D’apres un historien digne de foi, elle fut, en 1055, entierement detruite par Robert Guiscard, etc…”, che tradotto significa: “Garibaldi è a Napoli.Vi è entrato ieri in giornata, accompagnato solo da alcuni suoi amici (1).Nonostante il tempo che sembra cambiare, vado con i miei due connazionali a fare un’escursione a Policastro, oltre Sapri, cittadina che oggi merita a malapena il nome di villaggio, perché non contiene più di quattrocento anime. .Le viene dato senza dubbio questo titolo in ricordo della sua passata importanza e perché dà il nome al golfo che si estende davanti ad essa.Secondo uno storico attendibile fu, nel 1055, completamente distrutta da Roberto il Guiscardo, etc…”.Il volontario garibaldino scriveva di Sapri che era un piccolo paesino di 400 anime. Maison, a p. 68, nella nota (1) postillava: “D’apres M. Edwin James, temoin oculaire etc…”.
Nel 3 settembre 1860, a Sapri, il Sindaco: don VINCENZO PELUSO, nipote del famigerato prete e Capo Urbano all’epoca di Carducci e di Pisacane
Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “9) Prospero La Corte 1822; 10) Francescantonio Peluso, 1834; 11) Pasquale Autuori, 1844; 12) Vincenzo Peluso, 1852; (13) Pasquale Autuori, 1865; (14) etc….(7)”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri.”. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi, a Sapri, all’epoca di Garibaldi, nel 1860, il Sindaco era Vincenzo Peluso che fu Sindaco di Sapri dal 1852 (1857, sbarco di Pisacane) al 1865, quando fu eletto Sindaco don Pasquale Autuori. Purtroppo notizie più precise in tal senso non vi sono a causa dei diversi roghi avvenuti presso il Municipio di Sapri, in occasione dei quali sono andati definitivamente persi i documenti municipali dell’epoca, in particolare le Delibere del Consiglio Decurionale. Riguardo il Comune di Sapri, sempre Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva: “Nel 1816 nel sigillo comunale sono introdotte le insegne borboniche (àncora e corona reale) con la scritta “Comune di Sapri”. L’istituzione del Comune nella struttura attuale, per i tempi cambiati, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810.”. Dunque, il Tancredi scriveva che al tempo di Garibaldi il Sindaco di Sapri era Vincenzo Peluso. Si tratta di Vincenzo Peluso, il vecchio prete pluriomicida ?, la cui fazione era filo-borbonica. No, si trattava del nipote del famigerato prete, e nel 1857 era Capo Urbano di Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: “Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, etc…”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) non si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Il Bilotti (…), dedica quattro pagine allo storico sbarco ed in proposito scriveva che: Essendo assente il capodegli urbani di Sapri,Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbaniGiuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, invece parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, secondo il Mallamaci, all’epoca di Pisacane il Sindaco di Sapri era Leopoldo Peluso, altro nipote del famigerato Prete Vincenzo. Dunque, all’epoca, i due nipoti del famigerato prete Vincenzo Peluso, uno era Vicenzo Peluso (omonimo dello zio prete) che era capourbano e l’altro, Leopoldo Peluso che era Sindaco di Sapri. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Il manipolo guidato da Nicotera e Falcone non ebbe miglior successo. Raggiunto il corpo della guardia urbana ne abbattè le insegne e invano cercò Vincenzo Peluso, il capourbano, per vendicare su di lui l’uccisione di Costabile Carducci (14); né ottenne armi e viveri nelle abitazioni in cui penetrò, col risultato di spaventare ancora di più gli abitanti non ancora fuggiti.“. Fusco, a p. 288, nella nota (14) postillava: “(14) Per vendicarsi dell’affronto subito quella notte il capourbano e i suoi congiunti asserirono poi di essere stati derubati di ben 113 ducati dai rivoltosi guidati da Nicotera (G. Fischetti, Cenno storico ecc.., cit., p. 39).”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 193, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 5° vi sono indicati i nomi di’: Giovanni Gallotti al Fortino. Venanzio Aldini. Antonio S. Elmo.”. ‘Per le spieghe date dallo stesso Nicotera eran quelli da cui si dovea far capo nello sbarcare a Sapri’. ‘Nel fol. 5° t. si leggono le circostanze relative allo sbarco in Sapri e sono le seguenti: ‘Giunti a Sapri alle 8 di sera….Un distaccamento comandato da Nicotera per prendere il Sindaco ed avere de’ viveri ed il Capourbano Pelosi per ammazzarlo. Etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 54-55, in proposito scriveva che: “Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, dopo avere assalito al grido di “Viva l’Italia, Viva la Repubblica” il corpo della guardia urbana e distrutti gli stemmi (13), va a casa del capurbano d. Vincenzo Peluso con l’intenzione di vendicare con la sua uccisione la morte di Costabile Carducci (14), ma non avendolo rinvenuto, perché se ne era fuggito a Sala, appicca il fuoco alla porta di casa (15); indi, sempre al grido di “Viva la libertà”, percorre il paese penetrando qua e là nelle case per sequestrarvi armi e munizioni. Tutto ciò, invece di accendere e galvanizzare gli animi, valse ad atterrirli; sicché quando all’alba del 29 tutta la massa dei rivoltosi, con la bandiera spiegata ed emettendo grida incitanti alla rivolta, penetrò nel paese, lo trovò quasi deserto, ed i pochi rimasti fecero tutt’altro che buona accoglienza (16), nonostante le promesse di abolire tutti i pesi, cioè gabella e fondiaria.”. Cassese, a p. 55, nella nota (13) postillava: “(13) B. 197, vol. XVI”. Cassese, a p. 55, nella nota (14) postillava: “(14) Sulla infelice fine di questo coraggioso patriota, che nel ’48 fu l’anima dei moti nel Salernitano, e che cadde ad Acquafredda ad opera specialmente del prete Peluso, cfr. M. Mazziotti, Costabile Carducci ed i moti del Cilento nel 1848, voll. 2, Roma-Milano, 1909 e L. Cassese, Contadini e operai del Salernitano nei moti del Quarantotto, in “Rassegna Storica salernitana”, IX (1948), pp. I-IV.“. Cassese, a p. 55, nella nota (15) postillava: “(15) B. 197, vol. IX.”. Cassese, a p. 55, nella nota (16) postillava: “(16) B. 197, vol. VI, c. 2.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 55, in proposito scriveva che: “Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, ….si recarono poi, in tredici o quattordici, a casa del noto realista d. Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo, ma non lo rinvenero (18); di là passarono, etc…”. Cassese, a p. 55, nella nota (18) postillava: “(18) B. 197, voll. VI e VII.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221 parlando dei Peluso a Sapri, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calabresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di Cilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Dunque, Fusco scriveva: “…..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore…I Peluso e i Magaldi a Sapri, etc…(57).”. Dunque in questa lettera del Fanelli al comitato di Napoli si citavano per Sapri i Peluso e i Magaldi. Fusco, a p. 283, nella nota (57) postillava: “(57) L. Rossi, Gli statuti di Novi Velia ecc.., cit., pag. 49 – 96. Ivi altri possidenti filoborbonici.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 288, nella nota (12) postillava: “(12) Fuggirono non solo i ‘realisti’ (il capourbano Vincenzo Peluso col figlio Annibale, capourbano di Ispani, fuggì a Vallo: cfr. P. E. Bilotti, La Spedizione di Sapri ecc…, cit., pag. 190; Giuseppe Magaldi; il sindaco Leopoldo Peluso; Giuseppe Gallotti che per ordine di Fischetti aveva guidato gli urbani contro i ‘rivoltosi’; ed altri ancora) e verosimilmente paurosi cittadini, ma anche gli ‘attendibili’ timorosi di compromettersi (ASS, P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. I, cc. 75 ss.).”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: ….24. Giovanni Magaldi – ect….”. Dunque, il Bilotti scriveva che tra i liberali iscritti nei registri di polizia, nel 1848 vi era Giovanni Magaldi, che, a Sapri, presumibilmente apparteneva alla fazione dei Gallotti.
Nel 3 settembre 1860, lunedì, a Sapri, Rustow, alle 16,00 pranzava col suo ospite don Antonio, in una casa posta nel mezzo del paese
Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione italiana di Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a p. 18 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane mi trovavo intento alla dolce occupazione del pranzo presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese, mi trovai interrotto da un rumore che indicava qualcosa di straordinario. Esso fu ben tosto spiegato coll’annuncio dell’approdo del Dittatore, che sollecitamente ci fu recato dal posto di guardia stabilito presso la marina.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….., mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, etc….”.
Nel 3 settembre 1860, lunedì, alle 16, Rustow si recò sulla spiaggia di Sapri dove trovò Garibaldi in una capanna di paglia attorniato dalla gente festosa
Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione italiana di Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a pp. 18-19 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane mi trovavo intento alla dolce occupazione del pranzo presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese, mi trovai interrotto da un rumore che indicava qualcosa di straordinario. Esso fu ben tosto spiegato coll’annuncio dell’approdo del Dittatore, che sollecitamente ci fu recato dal posto di guardia stabilito presso la marina. Mi recai immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare.”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “….a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi ….etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 283, ci fa notare che: “Intanto a Sapri, secondo la narrazione del Rustow, etc…” e segue la narrazione del testo di Eliseo Porro che tradusse dal tedesco il testo di un eminente testimone e protagonista di quei avvenimenti, il generale Wilhelm Rustow. Infatti, Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a pp. 18 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane….Mi recai immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare. Dopo breve saluto, mi chiese etc…”. Dunque, la notizia che Garibaldi da poco approdato sulla spiaggia di Sapri, si fosse fatto ricoverare in una capanna di paglia sulla spiaggia stessa, proveniva dal generale di brigata Wilhelm Rustow. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “III. L’arrivo a Sapri fu alle 3,30. Garibaldi scorse subito molti volontari accampati sulla spiaggia e gente che, rimossa dalla sorpresa, emozionata dalla vista delle camicie rosse, non credendo quasi alla cosa, era corsa entusiasta a curiosare e, passando dalla sorpresa alla gioia, ammirava e salutava il Condottiero dei Mille, per accogliere – come dicevano – il “fratello Garibaldi”, reduce vittorioso dalla Sicilia…(9), etc…”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri si giunse alle tre e mezzo; molta gente e volontari accorsero sulla spiaggia per salutare il Generale, reduce vittorioso dalla Sicilia. La gente sorpresa ed emozionata sventolò fazzoletti e applaudì a lungo il leggendario Condottiero dei Mille, che a sua volta non senza emozione rispose al saluto commovente degli astanti. I sapresi lo aspettavano ansiosi, ma non così presto, per cui trovandosi al cospetto del più popolare eroe d’Italia rimasero sorpresi e piansero dalla gioia.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi il 3 settembre (un lunedì) sbarcò a Sapri (57). etc…“. Fusco, a p. 352, nella nota (57) postillava: “(57) Il giorno prima erano già sbarcate a Sapri le truppe al comando di Stefano Turr e di Guglielmo Rustow.“. Fusco, a p….., nella nota (59) postillava che: “(59) Cfr. cap. VII, n. 13”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Infatti, George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…“, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…“. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. Si tratta del testo di George Macaulay Treveljan (….), Garibaldi and the Thousand (1909) (Garibaldi e i Mille). Docente di storia moderna all’Università di Cambridge (1927-40), poi rettore del Trinity College (1940-51), si dedicò inizialmente alla storia inglese del XIV secolo e dell’età degli Stuart, poi al Risorgimento italiano con una trilogia su Giuseppe Garibaldi. Ciò che scrive il De Crescenzo non è proprio corretto in quanto è vero che lo scittor inglese Treveljan riportò la notizia su Garibaldi a Sapri ma non lo fece sul testo Garibaldi and the Thousand (1909), dove, infatti, a p. 316, nell’Epilogo scriveva che: “the story of Garibaldi and the throusand down the taking of Palermo has an historical and artistic unity. In an later volume, entitled Garibaldi and the making of Italy, I have told the history of the following six months. The occupation of eastern Sicily, the battle of Milazzo, the crossing of the straits, the march throungh Calabria and the Basilicata etc…”. Dunque la notizia si trova nel testo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach. Etc…”, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia.Ecc…”. Dunque, come si può leggere, Treveljan scriveva che: “Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach.”, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “La spiaggia di Sapri è bella, ma non è provvista di uno scalo artificiale. Le sue limpide acque però, rivelano le rovine di un antico molo congiunto alle fondamenta d’un palazzo che un magnate dell’antica Roma imperiale, scoperta la bellezza della piccola baia, vi s’era fatto costruire, trapiantandovi tutto l’appannaggio del fasto romano e lasciando Puteoli e Baiae ai meno intraprendenti cacciatori del piacere. Qualche moderno Lucullo non tarderà ad imitarlo; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia.”. Treveljan nell’esporre lo sbarco a Sapri del generale Garibaldi è chiaro: egli scriveva che Garibaldi si pose a riposare in una piccola capanna di paglia non lontana dal posto di sbarco, ovvero l’attuale “banchina delle Camerelle”, ovvero il luogo dove ancora oggi, il località S. Croce, ancora non era stata costruita la “Specola” o “Osservatorio Astronomico” e vi era e si vedeva: “A Sapri….Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo.Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto.”.
Nel 3 settembre 1860, lunedì, a Sapri, Garibaldi, alle 16,15 diede l’ordine a Rustow di preparare la brigata Milano pronta per recarsi a Vibonati
Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino all’ora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico.”. Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, a p. 701, in proposito aggiungeva che: “Il 1° Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 và per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo etc…”. Il Lacava non dice nulla del passaggio di Garibaldi a Vibonati. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fete disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva grran tempo per disporre la brigata Milano. Alle 5 di matina la marcia fu intrapresa. Tutti gli ufficiali superiori e quelli dello stato maggiore furono provvisti di muli. Ritenni per me l’unico cavallo che si potè trovare; ma non pensate già che fosse un arabo ardente; non era che un grosso e forte cavallo di montagna, avvezzo ad andar sempre di passo o a lento trotto, che faceva un vero martire del suo cavaliere, poichè tra l’altre cose non sapeva procedere se non condotto per la cavezza da un ragazzo a piedi. Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi della Anabasi di Senofonte. Alla marina la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere. Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso alla colonna. Salimmo per una buona strada il vallone di etc…”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri ( è sbagliato ma è Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “…Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri comunque erano già sbarcati il giorno prima il generale Rustow e le brigate Milano e Spinazzi. Garibaldi ordinò alla prima, composta da 900 uomini, di portarsi a Vibonati e successivamente proseguire per Padula, poi inviò, a breve distanze dalle prime, le brigate Puppi e Spinazzi…” scrisse al Turr che a Sapri avrebbe dovuto lasciare “una solida base di uomini e mezzi.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “….Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Mentre Turr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prendere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi etc….”. Dunque, Pesce scriveva che Rustow rimase a Sapri e non partì da Sapri diretto a Vibonati il 3 settembre ma restò a Sapri con le sue divisioni. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111-112 e ssg., in proposito scriveva che: “III…..Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. ….La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.
Nel 3 settembre 1860, lunedì, a Sapri, il generale Giuseppe Garibaldi con Nino Bixio, Agostino Bertani, Medici e Basso, suo segretario particolare, furono ospitati tutti dal barone Gallotti in via Nicodemo Giudice e furono accolti da Enrico Cosenz ed il generale Sirtori ?
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Garibaldi con il suo gruppo, fu ospitato dal barone Giovanni Gallotti e fu proprio in questa casa che ‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco e che avrebbe proseguito con le brigate Spinazzi e Milano fino al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. (172) etc….”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri il barone Giovanni Gallotta ospitò il Generale e il suo seguito per poche ore ….”.
(Fig….) Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice – lapide commemorativa del passaggio di Giuseppe Garibaldi ospite – foto Francesco Attanasio
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc….”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi etc….”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111-112 e ssg., in proposito scriveva che: “III…..Il barone Giovanni Gallotti, già distintosi nei moti del 1848, vole ospitare in casa sua, per poche ore, Garibaldi ed il suo seguito (6). Di là il generale scrisse al Turr, informandolo del suo sbarco a Sapri ed avvisandolo che avrebbe marciato fino al Fortino con le colonne Milano e Spinazzi, dopo aver lasciato a Sapri un notevole distaccamento. Gli chiese poi dove si trovasse il generale borbonico Caldarelli e la di lui brigata (7). Lucio Magnoni, visto la necessità di un rapido movimento delle forze insurrezionali, ordinò alle colonne del distretto di Vallo di marciare per il Vallo di Diano, accompagnandole con questo ordine del giorno: “Compagni. Etc…”. De Crescenzo, a p. 111, nella nota (6) postillava che: “(6) La grande affabilità, con cui il Gallotti ed altri patrioti accoglievano il Generale, rappresentava un commovente gesto, che confermava il contributo di essi alla rivoluzione.”. De Crescenzo, a p. 111, nella nota (7) postillava che: “(7) Era sulla strada di Lagonegro alla testa di tremila uomini, con i quali aveva già iniziata la ritirata da Cosenza per passare nelle file Garibaldine.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Dopo ua breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi il 3 settembre (un lunedì) sbarcò a Sapri (57). Dopo essere stato ospite per qualche ora del barone Giovanni Gallotti, lo stesso che nel ’57 non aveva saputo assicurare a Pisacane l’aiuto richiesto (59), etc…“. Fusco, a p. 352, nella nota (57) postillava: “(57) Il giorno prima erano già sbarcate a Sapri le truppe al comando di Stefano Turr e di Guglielmo Rustow.“. Fusco, a p….., nella nota (59) postillava che: “(59) Cfr. cap. VII, n. 13”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre 1860, Garibaldi, ….Il barone Giovanni Gallotti, già distintosi nei moti del 1848, volle ospitare in casa sua, per poche ore, Garibaldi ed il suo seguito. …(31).”. Guzzo, a p. 186, nella nota (31) postillava: “(31) G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, 1960, pagg. 110-111.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo. Rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Policicchio, a p. 284, nella nota (31) postillava: “(31) Condannato a 20 anni di ferri per i fatti del 48 fu graziato una prima volta con rescritto del 23 dicembre 1856. Di nuovo arrestato il 6 luglio 1857 insieme al figlio Salvatore, dopo i fatti di Pisacane, fu condannato per effetto del decreto n. 30 del 16 giugno 1859.”. Chi fosse il congiunto del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, il quale era “vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse”, il Policicchio non lo dice. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 135, in proposito scriveva che: “A Sapri Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti, dei Baroni di Battaglia, un liberale d’antica data che conobbe le galere borboniche. In casa Gallotti sbrigò affari politici e di governo, rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane (4) e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata, etc…”. Dunque, Garibaldi, secondo il Bertani si recò insieme a lui da Sapri a Vibonati alle 5 di mattino, il giorno 4 settembre 1860. Vuol dire che Garibaldi e gli altri sei compagni, tra cui Bertani, restano a Sapri, ospite del barone di Battaglia Giovanni Gallotti, dalle ore 14 (ora di arrivo) del 3 settembre, fino alle ore 5 del mattino del giorno 4 Settembre 1860. Sul diario del Bertani, però l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 398, in proposito trascrivendo il testo del Bertani opinava che: “III. Garibaldi…., e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal generale Turr, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio.”. Sempre il Pesce, a p. 400, traendo dal Diario del Bertani scriveva: “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicina a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni etc…” arrivammo al Fortino. Dunque, secondo il Pesce, il Bertani si sbagliava scrivendo “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in propposito scriveva che: “Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta….“. Sempre il Pesce, a p. 407, in proposito scriveva che: “Da parte del Comune si dovè provvedere a svariate esigenze, alle quali attese egregiamente l’Avv. Antonio Ladaga, il quale fu assunto alla carica di Sindaco dopo le dimissioni di D. Antonio Gallotti e dopo breve sindacato di D. Felice Consoli, etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 67-68, in proposito scriveva che: “Il Dittatore accettò con i suoi compagni, per alcune ore, l’ospitalità di Giovanni Gallotti già condannato a venti anni di ferri dalla Gran Corte di Salerno per i moti del 1848 in Sapri (2).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (2) postillava: “(2) Delle vicende del Gallotti e dei suoi figli ho scritto ampiamente nel mio lavoro ‘Carducci e i moti del Cilento del 1848 e Reazione borbonica. Veggasi anche Pecorini-Manzoni – Storia della 15. Divisione Turr nella campagna del 1860, pag. 149.”.
Nel 3 settembre 1860, Filomeno Gallotti si pose al seguito di Garibaldi
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, continuando il suo racconto scriveva che: “Il successivo 30 ottobre, invece, Raffaele fu ristretto per ordine della polizia ordinaria e destinato alle carceri distrettuali di Sala. Il 21 febbraio 1860, all’Intendente chiese di rivedere la sua posizione. Il seguente 29 rispose che l’istanza non poteva trovare accoglimento perchè il caso era in dipendenza del potere giudiziario. Con decisione 27 giugno 1860, dalla Gran Corte Criminale di Salerno, fu riabilitato (55) e, giunto Garibaldi in casa del padre si pose al suo seguito (56).”. Policicchio, a p. 218, nella nota (55) postillava: “(55) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 88, f. 33.”. Policicchio, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”. Policichio, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”.
Nel 3 settembre 1860, Garibaldi, a Sapri, da casa Gallotti scrisse al generale Turr
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Garibaldi con il suo gruppo, fu ospitato dal barone Giovanni Gallotti e fu proprio in questa casa che ‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco e che avrebbe proseguito con le brigate Spinazzi e Milano fino al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. (172) etc….”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri il barone Giovanni Gallotta ospitò il Generale e il suo seguito per poche ore e fu proprio in questa casa che Garibaldi scrisse al Turr comunicandogli il suo sbarco nella cittadina cilentana, informandolo anche che avrebbe marciato fino al Fortino con le brigate Spinazzi e Milano, lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. Nella missiva gli chiese infine di comunicargli al più presto la pista seguita dalla brigata del generale borbonico Cardarelli.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, ….Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Il Pecorini, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Da casa Gallotti al generale Turr comunicò: “Sono giunto qui alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati (34).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (34) postillava: “(34) C. Pecorini Manzoni, Storia della 15° divisione Turr, cit., p. 149.”. Devo segnalare l’ulteriore notizia imprecisa del Policicchio che, nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 134 riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “….anche se è vero che da Sapri, a Turr domandò dov’era la brigata Caldarelli in ritirata sulla linea postale.”. E’ vero che Garibaldi, da Sapri domandò a Turr notizie sulla ritirata della colonna borbonica del generale Caldarelli ma gli scrisse una lettera da casa Gallotti perchè Turr aveva già lasciato Sapri portandosi nella zona del Lagonegrese. Nel ……, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino o venitein quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”.“. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “…nel primo pomeriggio raggiunsero il porto di Sapri, come lo stesso Generale scrisse in un messaggio a Turr, che in quel momento era in perlustrazione nella zona: “Sono qui giunto alle 3 1/2 pom. Etc…”(19).”. Moliterni, però scriveva che Turr, all’arrivo di Garibaldi: “….in quel momento era in perlustrazione nella zona: etc…”. Si potrebbe far credere che Turr, si trovasse in perlustrazione nella zona di Sapri, ma egli si era allontanato su ordine di Garibaldi e si era portato verso Lagonegro in perlustrazione ed in missione su ordine di Garibaldi (vedi telegramma di Garibaldi del giorno……), per sondare la posizione della brigata del Caldarelli. Turr, si era già allontanato da Sapri ed è proprio per questo che Garibaldi con il suo secondo dispaccio gli chiede informazioni e gli fa sapere di essere sbarcato a Sapri. Turr perlustrava la zona di Lagonegro e la via Consolare. Moliterni, a p. 195, nella nota (19) postillava: “(19) Cf. Edizione Nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi, vol. XI, Epistolario, vol. V, 1860, a cura di M. De Leonardis, Roma, 1988, p. 229, n. 1781.”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Moliterni, continuando il suo racconto su Garibaldi a Sapri, a p. 195, scriveva ancora che: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati.
Nel 3 settembre 1860, a Sapri, lunedì, alle ore 23, iniziarono le operazioni di sbarco della brigata PUPPI che si conclusero il giorno 4 settembre alle ore 8 del mattino
Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom. e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant. del 6, dove arrivava alle 4 pomeridiane. La brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina e l’8 si metteva in marcia. accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli, ove arrivava alle 5 pom. (p. 709) Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone. Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.“. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant., del 6, dove arrivava alle 4 pom. La Brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina, e l’8 si metteva in marcia: accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli…..Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava in Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.“. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito scriveva che: “Nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passarvi in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava per Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Quì rilevo l’errore di scrivere che Turr doveva condurre le truppe a Policastro mentre si trata di condurle a Sapri nel golfo di Policastro. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Da Wikipedia leggiamo che Luigi Bossi, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Il colonnello Cesare Cesari (….), nel 1921, nel suo “Corpi volontari dal 1848 al 1870 con XXI tavole fuori testo”, a p. 92, in proposito scriveva: “Cacciatori (di) Bologna. Chiamati Cacciatori di Bologna, l’ordinamento loro fu stabilito su 4 battaglioni, il 1° fu quello del Cattabeni, che si trovò al fatto d’armi di Cajazzo, il 2° si riunì agli ordini de maggiore Luigi Bossi, il 3° agli ordini del maggiore Ferdinando Ferracini ed il 4° col capitano G. Battista Pontotti. Questi ultimi tre giunsero nell’agosto a Milazzo e si riunirono ai garibaldini nella loro marcia sul continente. L’intiero corpo era comandato dal colonnello Puppi di Siena, che morì poi sotto le mura di Capua, lasciando il comando al Pianciani. Col Pianciani i volontari si divisero; una parte andò a golfo Aranci assieme al Bertani e l’altra si aggregò alla divisione Turr che la destinò alla brigata Sacchi. Si veda Dallolio, Spedizione dei Mille nelle Memorie bolognesi.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: “L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio etc…, Nino Bixio aveva rotto la testa etc…(2).”. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111 e ssg., in proposito scriveva che: “III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi.”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “A Sapri comunque erano già sbarcati il giorno prima il generale Rustow e le brigate Milano e Spinazzi. Garibaldi ordinò alla prima, composta da 900 uomini, di portarsi a Vibonati e successivamente proseguire per Padula, poi inviò, a breve distanze dalle prime, le brigate Puppi e Spinazzi. Il Turr concentrò tutte queste forze a Sapri (oltre 1500 uomini) per portarsi in avanti con rapidità e aiutare l’Eroe e l’esercito meridionale.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “…Garibaldi, ….diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Mentre Turr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prendere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giugendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Wikipedia leggiamo che Ludovico Quandel col grado di primo tenente, il 28 luglio 1860 prese parte alla battaglia di Capua, alla battaglia del Volturno e alla battaglia del Garigliano, al comando della Batteria nº 5. Si tratta del generale borbonico Ludovico Quandel-Vial che, in aggiunta alla sua attività come militare e politico, Ludovico Quandel fu anche autore di cronache militari. Tra le sue opere più rappresentative si ricorda Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nelle Calabrie dal 25 luglio al 7 settembre 1860 (Napoli, Tipografia Artigianelli – 1900), nel quale descrive le operazioni militari che videro opposti gli eserciti garibaldino e del Regno delle Due Sicilie. Questa cronaca è uno dei documenti di riferimento[senza fonte] di una delle scuole[quali/e?] del Revisionismo del Risorgimento. Ma l’ufficiale borbonico scriverà tutt’altra versione da quella fornitaci da Policicchio. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.“. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Le brigate garibaldine Milano e Spinazzi: “per tempo”, partono da Vibonati alla volta di Casalnuovo….All’alba, etc…All’istess’ora s’intraprende nelle acque di Sapri l’operazione del disbarco della Brigata garibaldina Puppi.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mandò subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Provincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: “da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:….Da Sapri, l’indomani, martedì 4 Settembre alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontarii già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpidi fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”.
Nel 3 settembre 1860, il colonnello polacco Rustow, su comando di Garibaldi lasciò Sapri e condusse le sue brigate della Divisione Turr a Vibonati dove poi si incontrò con il Generale il 4 settembre
Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, ripartire il 4 per il passo di monte Cocuzzo e Castelnuovo, e il 5 marciare su Sala e arrivare ad Eboli il giorno 7, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandate da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Cuzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Era di diverso avviso l’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi etc….”. Dunque, Pesce scriveva che Rustow rimase a Sapri e non partì da Sapri diretto a Vibonati il 3 settembre ma restò a Sapri con le sue divisioni. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Infatti, George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…“, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…“. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. Dunque, il Treveljan scriveva che Garibaldi non si mosse da Sapri e ivi pernottando. Inoltre, lo stesso Treveljan riferisce con la traduzione di Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi alla spiaggia di Sapri, in proposito scriveva che: “Qualche moderno Lucullo non tarderà ad imitarlo; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia.”. Treveljan nell’esporre lo sbarco a Sapri del generale Garibaldi è chiaro: egli scriveva che Garibaldi si pose a riposare in una piccola capanna di paglia non lontana dal posto di sbarco, ovvero l’attuale “banchina delle Camerelle”, ovvero il luogo dove ancora oggi, il località S. Croce, ancora non era stata costruita la “Specola” o “Osservatorio Astronomico” e vi era e si vedeva: “A Sapri….Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo.Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia. Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Dunque lo storico Treveljan scriveva che solo il giorno dopo, il 4 settembre, Garibaldi si mosse da Sapri per andare al Fortino del Cervaro e soprattutto Treveljan non parlò mai di Vibonati. Treveljan scriveva chiaramente che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Per disporre la brigata Milano non fu necessario molto tempo, da Sapri si iniziò a marciare alle 17, appena giunto Garibaldi il quale si pose alla testa della Colonna.”. Policicchio, a p. 286, riportando il testo, in proposito scriveva: “Alle 5 di mattina del giorno 4 – proseguiamo con Rustow – ripresimo etc…”. Si tratta del testo che Policicchio indica a p. 286, nella nota (38) dove postillava: “(38) E. Porro, La brigata Milano cit., pp. 20-3”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrando Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow, nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fete disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva gran tempo per disporre la brigata Milano. Alle 5 di matina la marcia fu intrapresa. Tutti gli ufficiali superiori e quelli dello stato maggiore furono provvisti di muli. Ritenni per me l’unico cavallo che si potè trovare; ma non pensate già che fosse un arabo ardente; non era che un grosso e forte cavallo di montagna, avvezzo ad andar sempre di passo o a lento trotto, che faceva un vero martire del suo cavaliere, poichè tra l’altre cose non sapeva procedere se non condotto per la cavezza da un ragazzo a piedi. Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi della Anabasi di Senofonte. Alla marina la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere. Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate. Una quantità di fuochi d’allegria erano stati accesi dagli abitanti lungo la via che sale a quell’eminenza e di notte ci illuminarono anche gli altri angusti viottoli. Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia etc…“. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…“, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…“. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. 150 anni dopo, il deludente Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 154-155, in proposito scriveva: “Probabilmente il Generale sbarcò in un punto di questa spiaggia ghiaiosa e questo deve bastarti. Del resto a Sapri rimase poco. Giusto il tempo di scendere dalla scialuppa e poi scappò subito verso l’interno, a Vibonati, dove dormì la sera del 3 settembre. Quindi anche tu punti verso Vibonati, distante appena otto chilometri. Etc… “. E’ molto probabile che il Finelli prima di passare da Sapri non si sia bene documentato. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mandò subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.
Nel 3 settembre 1860, da Sapri, il generale Gandini comandante della brigata Milano e la brigata Parma (appena raccolta a Sapri) marciarono per Vibonati dove pernottarono (le due Brigate Milano e Spinazzi col generale Gandini)
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “Garibaldi, ordinò alla brigata Milano di portarsi a Vibonati e successivamente di proseguire a Padula, e la sera del 3 settembre 1860, partì per Vibonati, ….(172) “. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri il barone Giovanni Gallotta ospitò il Generale e il suo seguito per poche ore e fu proprio in questa casa che Garibaldi scrisse al Turr comunicandogli il suo sbarco nella cittadina cilentana, informandolo anche che avrebbe marciato fino al Fortino con le brigate Spinazzi e Milano, lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi.”. Infatti, Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, ripartire il 4 per il passo di monte Cocuzzo e Castelnuovo, e il 5 marciare su Sala e arrivare ad Eboli il giorno 7, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandate da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Cuzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150, in proprosito scriveva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono al Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marcie alte e penosissime montagne. Il giorno 5 erano a Sala Consilina; in questo giorno raggiunsero Caldarelli, al quale fu mandato la Masa come Commissario del Dittatore per trattare la capitolazione di questa colonna regia. Etc…”. Il Pecorini si riferiva alle due brigate, la Milano e la Spinazzi come rilevasi a p. 149 quando scrive della lettera di Garibaldi a Turr “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Etc…”. Dunque, secondo il Pecorini, il forte distaccamento della brigata Milano e quella del maggiore Spinazzi che Turr, su ordine di Garibaldi aveva lasciato a Rustow a Sapri, si recarono a Vibonati dove pernottarono e dove non si recarono al Fortino, seguendo Garibaldi ma andarono direttamente a Casalnuovo dove arrivarono il 4 settembre. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fete disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva gran tempo per disporre la brigata Milano. Alle 5 di matina la marcia fu intrapresa. Tutti gli ufficiali superiori e quelli dello stato maggiore furono provvisti di muli. Ritenni per me l’unico cavallo che si potè trovare; ma non pensate già che fosse un arabo ardente; non era che un grosso e forte cavallo di montagna, avvezzo ad andar sempre di passo o a lento trotto, che faceva un vero martire del suo cavaliere, poichè tra l’altre cose non sapeva procedere se non condotto per la cavezza da un ragazzo a piedi. Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi della Anabasi di Senofonte. Alla marina la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere. Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi etc….Ometto qui molte e molti particolari interessanti, riservandomi di farne cenno in altra occasione, lusingandomi per ora di far cosa gradita al lettore soltanto col fargli conoscere qual fosse l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido. I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; per soprabbito avevano cappotti piemontesi. Quanto alle coperte, erasene potuto rinvenire soltanto una parte per le truppe. La calzatura era di pessima qualità, ciò che fu comprovato dalle poche marcie fatte, ed io mi trovava continuamente nell’apprensione di vedere dopo altre quattro cinque tappe le truppe letteralmente a piedi nudi. Sebbene ciascun soldato non si trovasse munito con più che venti cartucce, le quali era inoltre costretto di portar nel sacco del pane o in tasca, e che per deficienza di mezzi di trasporto non si potesse aver lusinga di una pronta rifornitura; pare nessuno se ne dava fastidio. I segni distintivi dei gradi erano per gli ufficiali delle striscie d’argento o d’oro all’ingiro del kepi: una pel sottotenente; due pel tenente; tre pel capitano; quattro pel maggiore. Il colonnello ne aveva cinque d’oro e due d’argento. I bersaglieri erano infine abbigliati alla foggia piemontese ed addestrati alla stessa scuola, inclusivamente al passo ginnastico, di cui solevano usare ogni volta le circostanze lo permettessero. E così era allestita la nostra piccola forza, oramai destinata all’insigne onore di formare la vanguardia dell’esercito meridionale. Essa precedeva di due o tre giornate le più vicine truppe della divisione Terranova, e di quattro o cinque la punta del corpo principale dell’esercito, e – cosa inaudita ma vera – fu essa che determinò lo sgombro della formidabile posizione di Salerno. Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo il Vallone del Mlinello, per poi salire di nuovo, arramicandoci con somma difficoltà etc…“. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: “Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri ( è sbagliato ma è Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”.Michele Lacava, nel suo “Cronistoria della rivoluzione nella Basilicata”, a p. 708, in proposito scriveva che: “La Brigata Puppi (divisione del pari di Tur) approdava a Sapri, alle 11 pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa Brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo…..“. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a pp. 338-339, in proposito scrivea che: “La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3. a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono da allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4. arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa; e nel giorno 5. marciò verso Sala, etc…”. Rustow a p. 349 proseguendo il suo racconto scriveva che: “Mentre Turr accorreva d’Auletta in seguito dal dittatore, per entrare con lui a Napoli, Rustow era arrivato ad Eboli il giorno 7 con la brigata Milano.”. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…“, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…“. Treveljan passa oltre il pernottamento di Garibaldi a Vibonati di cui non parla affatto. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “….Garibaldi…..e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa tetta d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ?”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino o venite in quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”.“. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri…..La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.
Nel 3 settembre 1860, il colonnello polacco Wilhelm Rustow ed il generale Gandini con le brigate Parma, Milano, le due Brigate Milano e Spinazzi arrivano a Vibonati dove pernottarono
Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, ripartire il 4 per il passo di monte Cocuzzo e Castelnuovo, e il 5 marciare su Sala e arrivare ad Eboli il giorno 7, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandate da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Cuzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 19-20-21-22, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate. Una quantità di fuochi d’allegria erano stati accesi dagli abitanti lungo la via che sale a quell’eminenza e di notte ci illuminarono anche gli altri angusti viottoli. Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia. Ometto qui molte e molti particolari interessanti, riservandomi di farne cenno in altra occasione, lusingandomi per ora di far cosa gradita al lettore soltanto col fargli conoscere qual fosse l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido. I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; per soprabbito avevano cappotti piemontesi. Quanto alle coperte, erasene potuto rinvenire soltanto una parte per le truppe. La calzatura era di pessima qualità, ciò che fu comprovato dalle poche marcie fatte, ed io mi trovava continuamente nell’apprensione di vedere dopo altre quattro cinque tappe le truppe letteralmente a piedi nudi. Sebbene ciascun soldato non si trovasse munito con più che venti cartucce, le quali era inoltre costretto di portar nel sacco del pane o in tasca, e che per deficienza di mezzi di trasporto non si potesse aver lusinga di una pronta rifornitura; pare nessuno se ne dava fastidio. I segni distintivi dei gradi erano per gli ufficiali delle striscie d’argento o d’oro all’ingiro del kepi: una pel sottotenente; due pel tenente; tre pel capitano; quattro pel maggiore. Il colonnello ne aveva cinque d’oro e due d’argento. I bersaglieri erano infine abbigliati alla foggia piemontese ed addestrati alla stessa scuola, inclusivamente al passo ginnastico, di cui solevano usare ogni volta le circostanze lo permettessero. E così era allestita la nostra piccola forza, oramai destinata all’insigne onore di formare la vanguardia dell’esercito meridionale. Essa precedeva di due o tre giornate le più vicine truppe della divisione Terranova, e di quattro o cinque la punta del corpo principale dell’esercito, e – cosa inaudita ma vera – fu essa che determinò lo sgombro della formidabile posizione di Salerno.“. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: “Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di Monte Cocuzzo oltrepassando oltre Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre la brigata Milano, forte di 900 uomini, era già sulla strada consolare presso Casalnuovo.“. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc….”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, etc.. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino o venitein quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”.“. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri….La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.
Nel 3 settembre 1860, a Villammare, alle 5 del mattino, in marcia per Vibonati, Rustow, mandò un uomo a Sapri per ordini al maggiore Spinazzi onde si mettesse in marcia con la brigata Parma riunita e seguita dall’imminente arrivo della brigata Bologna in viaggio per Sapri da Torre del Faro
Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, scaricabile da Google libri, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, il Rustow nelle sue memorie scriveva che, a Vibonati: “Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.
Nel 3 settembre 1860, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, maggiore di vascello della Marina Sarda e, comandante della Marina Siciliana, inviato dal Prodittatore della Sicilia Depretis sbarcò a Sapri e partì con Turr verso Lagonegro in missione segreta per incontrare Garibaldi
Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Alessandro Piola Caselli (Alessandria, 16 giugno 1824 – Torino, 7 maggio 1910) è stato un ammiraglio italiano. Garibaldi il 14 maggio 1860 era sbarcato a Marsala. Piola si dimette in giugno dalla Marina del Regno di Sardegna per organizzare la futura Marina dittatoriale siciliana di Garibaldi, col grado di capitano di fregata. Con decreto dittatoriale del 13 giugno fu nominato da Garibaldi segretario di stato per la marina siciliana. Ai primi di settembre vi è un fortissimo braccio di ferro tra Crispi e il prodittatore Depretis poiché questi capisce che, senza la sicurezza che darebbe l’annessione, possidenti e capitalisti non si prestino a metter fuori denaro, come delucida scrivendone a Garibaldi. Intanto si decise di mandare Piola Caselli da Garibaldi, che era in marcia, per chiedergli l’autorizzazione per l’annessione della Sicilia a Vittorio Emanuele II. Piola raggiunse e si incontrò con Garibaldi all’Osteria del Fortino. Non conosciamo il percorso e la strada che fece Piola per raggiungere Garibaldi al Fortino del Cervaro il giorno 4 settembre ma, vi sono motivi per ritenere che Piola, partito da Palermo il 1° settembre, molto probabilmente con un vascello della Marina Sarda raggiunse prima Paola, dove si trovava Turr e poi con questi si portò a Sapri. Da Sapri, Piola Caselli raggiunse Garibaldi partendo insieme a Turr che il 3, di buon mattino si allontanò per ordine di Garibaldi stesso che lo invitò a portarsi verso Lagonegro. Sappiamo che Piola Caselli partì da Palermo il 1° settembre ma non conosciamo il percorso del suo viaggio prima che arrivasse al Fortino. E’ molto probabile però che Piola Caselli, inviato da Depretis, arrivò la sera stessa a Paola e da lì, giorno 2 settembre arrivò con Turr a Sapri via mare. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 193, si chiede: “Il 27 agosto Cavour scrisse al Prodittatore per sollecitarlo a prendere la tanto attesa decisione: “(…) Ora che il generale Garibaldi etc…”. De Pretis, cedendo alle pressioni, il 1° settembre si attivò per ottenere la necessaria autorizzazione da Garibaldi, affidando al suo Ministro della Marina, il capitano di vascello, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, una lunga lettera per il Generale nella quale si disse convinto che: “(….) è giunta l’epoca in cui bisogna torre via le dubbiezze etc…Io Crispi, Amari, tutti i Segretari di Stato, tutti i patrioti più sicuri siamo pienamente d’accordo (14)”.”. Moliterni, a p. 193, nella nota (14) postillava: “(14) Cf. A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, Saluzzo, 1911, pp. 15-18.”. Moliterni, a p. 193, scriveva pure: “E invece Crispi, d’accordo non lo era affatto, e già due giorni prima con chiaro riferimento a Bottero, aveva chiesto chiarimenti a Garibaldi con queste precise parole: “….”. Le parole di Crispi le riporta anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 37, nella nota (1) postillava di Crispi: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Devo però precisare che Pesce si riferiva ad una lettera di Bertani che rivolse a Garibaldi mentre Moliterni dice essere una lettera spedita a Garibaldi da Crispi. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 Giuseppe Garibaldi, durante l’Impresa dei Mille, liberata la Sicilia, affidò a Depretis il governo dell’isola dietro suggerimento dell’ammiraglio Carlo Pellion di Persano. A metà luglio dello stesso anno Depretis si recò a Palermo per affrettare il plebiscito che avrebbe unito la Sicilia all’Italia, ma non vi riuscì per le resistenze fatte dai collaboratori di Garibaldi: alla metà di settembre rassegnò le dimissioni. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, ….vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia….”. …..(1).”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino…..ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola.“. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150, in proprosito scriveva che: “….Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal maggiore della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, …..Etc…”. Pesce, a p. 403, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani pag. 71.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “….con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; ……Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione…..Etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Nella taverna del Fortino, ….furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: “E là, nell’osteria del Fortino -….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando nella Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia.”.”. Infatti, dello storico incontro avvenuto nella locanda o taverna del Fortino del Cervaro o di Casaletto, ha scritto Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71-73 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….(p. 73)…..vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra via il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a soollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui fissata avvenuto.“. Sulla missione di Piola Caselli, nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto. Mi accorsi bensì di qualche imbroglio ma più di esso etc….(p. 74) vidi Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitava a mangiare; ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Turr, del cui intervento non compresi la necessità; poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz. Allora m’avvidi etc….”. Dunque, riguardo il viaggio di Piola Caselli che venne al Fortino ad incontrare Garibaldi, Bertani riferisce che egli si era partito da Palermo, e che egli arrivò al Fortino. Bertani scriveva nel suo Diario dello storico incontro al Fortino che “il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana”, aveva raggiunto la Taverna del Fortino del Cervaro “raggiunto per altra via”, intendendo che Piola non fece la stessa strada che aveva fatto Garibaldi e Bertani, ma ciò non esclude, come io credo, che Piola sia sbarcato a Sapri il 2 settembre con il generale Turr provenienti da Paola dove era arrivato il 1° settembre e che, con lui, , il giorno 3 settembre, di buon matino sia risalito verso Lagonegro e poi al Fortino. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pure che: “Ne seguì una forte tensione nel governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° Settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (16) postillava: “(16) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. C. Piola Caselli, “Cronache marinare” di Giuseppe Alessandro Piola Caselli – Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 37, riportando i passi di Bertani (….), in proposito scriveva che dopo il colloquio con Garibaldi al Fortino: “Poco dopo si partì. Piola si rivolse a mezzogiorno, e noi già rifatti allegri, ci siamo rimessi in carrozza diretti a Casalbuono (2).”. Pesce, a p. 37, nella nota (2) postillava: “(2) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani, pag. 71.”. E’ molto probabile che il maggiore Piola Caselli, in seguito allo storico incontro al Fortino ridiscese al porto di Sapri dove l’aspettava un piroscafo a vapore che lo riportò a Palermo per riferire a Depretis. Sappiamo che Piola giunto a Palermo e riferì al Depretis la mancata autorizzazione di Garibaldi all’annessione, tanto che in seguito Depretis si dimise. Infatti, Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “Ma dove si trovava Garibaldi in quel momento ? E i due messaggeri, Piola Caselli e Augier, riuscirono ad incontrarlo ?. Riguardo la prima domanda sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Turr….Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Moliterni, a p. 195, nella nota (18) postillava: “(18) Cf. E. Porro (a cura di) La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, 1861, p. 17.”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva che: “Più articolata è la risposta da dare al nostro secondo interrogativo. Infatti, dal Diario e dalle memorie di Bertani conosciamo esattamente i tempi, il luogo, le modalità e l’esito del colloquio di Garibaldi con Piola Caselli, mentre sull’incontro con Augier non si è mai indagato abbastanza, etc….”. Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riporta delle sue considerazioni ma pubblica le parole di Bertani e, non parla affatto di Piola. Sulla White, Moliterni, a p. 196, nella nota (21) postillava: “(21) Il patriota lombardo rievocò la scena nel suo diario, il cui relativo stralcio fu trascritto da Jessie White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, pp. 456-457, e nel suo libro Ire politiche d’oltre tomba. L’epistolario di Giuseppe La Farina, Firenze, 1869, pp. 72-77.”. Nel ……, nel testo di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, che ritroviamo on-line sulla rete, a p. 100 è scritto che: “50. L’ambasciata di Piola Caselli a Garibaldi. Il 1° settembre Crispi annota: “partenza del ministro Piola pel Campo”(616). Tutto dipende dalle decisioni di Garibaldi. Infatti il Capitano Piola, Min. della Mar., lascia Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al Gen. mentre la città rimane in sospeso sul tenore della risposta.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (616) postillava: “(616) Francesco Crispi, Il Diario dei Mille, Treves, 1910”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (617) postillava: “(617) Depretis a Garibaldi, 1° settembre; A. Colombo, p. 17; Smith, ibidem.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (618) postillava: “(618) CRISPI, Ibidem; Smith, Ibidem”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (620) postillava: “(620) Crispi; Agrati, Ibidem”. Sempre Adamoli, a pp. 100-101, in proposito scrive che: “La stessa ansia è di Cordova, il quale, il 4, da Palermo scrive a Cavour: “Eccellenza signor Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola dal Campo di Garibaldi, con l’oracolo del Dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del 29 Agosto, se non erro. Etc…” (624). Impetuosamente impegnato nel dirigere l’avanzata su Napoli, il 4 Garibaldi, rimessosi in cammino con tutta la sua gente, con i 1.500 uomini di Bertani e quelli di Stefano Turr, passato il monte Olivella scende a Levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonato alla Rotonda e sulla quale cammina l’avversario, il gen. Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino (625). Ecco quì Piola raggiungere finalmente l’esercito in marcia.”. Adamoli, a p. 101, nella nota (624) postilla che: “(624) LM, II, 828”. Adamoli, a p. 101, nella nota (625) postilla che: “(625)Agrati; Smith; L. Quandel Vial; etc…”. Adamoli, a p. 102, in proposito scriveva: “Poco dopo Piola parte; Garibaldi si rimette in carrozza con i suoi seguaci, etc…(628)….Ect…Intanto Piola il 5 rientra a Palermo con la risposta: trova la città agitata etc…”. Adamoli, curando il testo, a p. 102, nella nota (628) postillava: “(628) L. Quandel Vial, Ibidem”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 412-413, in proposito scriveva che: “Qui lo raggiunge, inviato del Depretis, il ministro della Marina siciliana Piola. Egli viene a chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione al Piemonte dell’Isola, ove la situazione è tutt’altro che lieta. …..Ma questa lettera molto probabilmente non era ancor giunta a Garibaldi quando al Fortino il Piola gliene presentò un’altra del Depretis, etc…E qui lascio la parola al Bertani: …etc…Così il Piola tornò a Palermo dal Depretis a mani vuote.”.
Nel 3 settembre 1860, lunedì, a Sapri, il piroscafo genovese la Dora, giunse nel porto di Sapri con a bordo il Capitano marinaro Paolo Augier, amico d’infanzia di Garibaldi, ed il Viceconsole Sardo Francesco Astengo, che lo accompagnava in missione segreta per conto del conte di Cavour che lo incaricò di consegnare una sua lettera indirizzata a Garibaldi
Il Capitano marinaio Paolo Augier (1), amico d’infanzia di Garibaldi verrà imbarcato sul piroscafo “Dora” messo a disposizione dall’Ammiraglio piemontese Conte di Persano che era di stanza nelle acque del golfo Napoletano e lo fa su sollecitudine di Cavour. L’Augier, in compagnia del Viceconsole Francesco Agresti arriverà a Sapri, a bordo del piroscafo la “Dora”, nelle ore pomeridiane del 3 settembre, lo stesso giorno che vi approderà Garibaldi con i suoi sei amici e collaboratori. Alcuni ritengono che la missione di Cavour fallì, ovvero che l’incontro con Garibaldi ed il suo amico d’infanzia, il Capitano Paolo Augier non vi fu essendo egli arrivato non in tempo, sostengono, in quanto a loro dire, non fece in tempo ad incontrare Garibaldi il quale, come vedremo in serata si organizzò per risalire al Fortino, forse passando per Capitello e per Vibonati. Altri, invece, sostengono il contrario, e cioè che non solo la lettera di Cavour fu consegnata da Augier a Garibaldi ma vi fu anche l’incontro in cui Augier rinnovò la stima e le sue raccomandazioni all’amico Garibaldi. Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni che, sulla base dei documenti e dei dispacci dell’epoca viene suffragata l’ipotesi dell’arrivo della ‘Dora’ a Sapri, il 3 sttembre e dell’incontro avvenuto tra Garibaldi ed il messo di Cavour. Nella nota (1) postillo che: “(1) Del Capitano Augier parlo nell’altro saggio dedicato alla lettera di Cavour del 31 Agosto 1860.”. Della notizia, della lettera di Cavour indirizzata a Garibaldi e della missione che il Cavour affida al capitano Augier, ne parla la giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 459 e ssg., in proposito scriveva che: “Nel viaggio da Soveria a Napoli, Garibaldi ebbe vari messi da Cavour e Persano per indurlo a credere che oramai Re e lui, esercito e volontari, sarebbero andati d’accordo per la liberazione dell’Italia tutta. Eppure l’ultimo dispaccio di Cavour a Villarina (1), del 27 agosto, era recisamente ostile a Garibaldi : “Faites tout le possible etc…”.”. La White, continuando il suo racconto, a p. 460, in proposito scriveva che: “Ed ecco la lettera portata dal capitano Laugier amico d’infanzia e di scuola del generale: “Torino, 31 agosto 1860, Al generale Giuseppe Garibaldi, Salerno, etc…”. Non riuscito, risolse di combattere Garibaldi non più in Napoli, ma nel centro: quindi muove terra e cielo per fare che questi prometta la flotta e i forti, e manda un amico d’infanzia a persuaderlo che egli è il suo più grand’ammiratore e amico. Il seguente grano di lettera ad un intimo spiega il doppio gioco, prova che pur di riuscire ad escludere Garibaldi da Napoli, Cavour non riculava davanti la guerra civile (2): “Vous etc….”.”. La giornalista White Mario (….) continuando il suo racconto, dopo aver parlato del Fortino del Cervaro, a pp. 460-461, in proposito aggiungeva: “Il capitano Lauger fece l’impossibile per persuadere il generale di mettersi d’accordo con Cavour, dimostrando, che, uniti i volontari coll’esercito, l’Italia in breve tempo sarebbe fatta. E Persano fece lo stesso; e questo col pieno consenso di Cavour: il messaggio li raggiunse tra Soveria e Salerno. Finora si è creduto che il generale non avesse avuto rapporti col Persano o con altri messi cavouriani, dacchè si trovava sul continente, se non dopo l’entrata a Napoli; ma colla pubblicazione delle lettere fatta dal Chiala, confrontanto la data di queste colle date di Persano, si trova che prima del giorno sei vide Laugier (1). Ora questa data rettificata spiega molti lati del suo agire, dei quali invano finora si è cercata la chiave. Visto Laugier, saputo che Persano aveva ricevuto ordine da Cavour di andare pienamente e francamente d’accordo con lui, Garibaldi disse tra sè e sè: il Re ha fatto capitolare Cavour, egli vuole l’Italia una, nè si sdegna di accettarla dalle mani del popolo per mezzo mio; così va bene e così andiamo d’accordo.”. La White, a p. 460, nella nota (1) postilava: “(1) Le date sono importanti. Il 31 agosto, Persano avverte Cavour avere significato a Garibaldi “gli ordini che avevo dato da parte del governo del nostro Re di procedere di pieno accordo con lui per l’unificazione d’Italia sotto lo scettro nazionale di Vittorio Emanuele e che quindi egli disponesse pure dell’opera mia;” e parla della flotta ec. Cavour a Persano, 3 settembre: “Approvo pienamente la sua comunicazione a Garibaldi; essa segue la nuova via che dobbiamo seguire.”. Persano a Cavour 3 settembre: “J’envole à Garibaldi avec Dora l’individu arrivé avec Astengo”. Chiala mette in nota ‘Il capitano Laugier’.”. Dunque, come abbiamo potuto leggere, la White scrive che l’incontro con l’emissario di Cavour vi fu e che il Laugier accompagnato dal viceconsole sardo Astengo avvenne “….: il messaggio li raggiunse tra Soveria e Salerno.”. La White non dice quale fosse il luogo preciso in cui Augier incontrò Garibaldi per consegnargli la lettera autografa del Conte di Cavour, ma tutto lascia pensare a Sapri. Il colonnello Ludovico Quandel -Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860” riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “L’Ammiraglio Sardo Conte di Persano scrive nel suo Giornale particolare di bordo: “In compagnia del signor Astengo è venuto un signore amico del generale Garibaldi, con desiderio di poter andare da lui: il conte di Cavour avendomi fatto dire dall’Astengo di fornirgliene i mezzi, gli dò la Dora perchè lo trasporti alla spiaggia di Salerno”.“. Dell’avvenimento ne ha parlato anche Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” ed. Gutemberg, 2011, a pp. 142-143 riferendosi al Conte di Cavour, in proposito scriveva che: “Il golfo di Policastro, o di Salerno, secondo un piano da lui architettato, avrebbe dovuto essere luogo di incontro tra Garibaldi e il il suo amico d’infanzia Cesare De Laugier latore della seguente missiva datata 31 agosto: “Sig. Generale, (….) etc…”. (25). Il Conte di Persano, il 3 settembre, sul giornale di bordo della nave ammiraglia, annotava: “In compagnia dell’Astengo è venuto un signore amico del Generale Garibaldi, con desiderio di poter andare da lui: il conte Cavour avendomi fatto dire dall’Astengo di fornirgli i mezzi, gli dò la Doria perché lo trasporti nel golfo di Salerno”.”. Policicchio, a p. 142, nella nota (25) postillava: “(25) La liberazione del mezzogiorno…., cit., vol. II, p. 191.”. Quandel-Vial scriveva essere il bastimento Piemontese la ‘Dora’ non la ‘Doria’. Il testo citato da Policiccio è “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Categgio di Camillo Covour a cura della Commissione editrice” – vol. II, Agosto-Settembre 1860). Cavour cita nella sua lettera “Cesare De Laugier”, amico d’infanzia di Garibaldi e ne fa il latore della sua missiva al Generale dei due Mondi. Policicchio, a p. 143, nella nota (26) postillava: “(26) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, ….cit., pp. 576-577.”. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.“. Quandel-Vial scriveva essere il bastimento Piemontese ‘la Dora’ non ‘la Doria’. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “778. Cavour a Garibaldi (Copia Artom) 31 Agosto 1860, Signor Generale, Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico il Capitano Laugier (1), etc…”. Nel testo, a p. 191, nella nota (1) si postillava: “(1) Il Curatolo (Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour, ecc…, Bologna, Zanichelli, 1911, pag. 298) pubblica una lettera 15 Giugno del Capitano Augier a Garibaldi, ma non parla di questa missione.”. Nella nota si cita il testo di Giacomo Emilio Curàtolo (….) ed il suo “Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria”, Bologna, Zanichelli, 1911. Nel testo in questione, si postilla che il Curàtolo, a p. 298 pubblica una lettera del 15 giugno 1860 del Capitano Augier indirizzata a Garibaldi, dove però non si parla della missione segreta che il Cavour affiderà all’Augier. E’ vero ciò che il Curàtolo dice nella nota. Infatti, Giacomo Emilio Curàtolo (….) ed il suo “Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria- Documenti inediti – Dieci lettere di Vittorio Emanuele a Garibaldi etc…”, a p. 298, in proposito scriveva che: “Un’altra voce sebbene più modesta, ammoniva in quei giorni il Generale di stare in guardia tanto dal Cavour, che dal Mazzini; quella del Capitano Augier, una natura franca e leale di marinaro e grande amico di Garibaldi. Augier a Garibaldi…Genova 15 giugno 1860, Mio buon Generale…etc…”.”. Nel testo viene chiamato “Augier” (e non De Laugier). Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni (…), che scrisse sulla scorta della notizia diffusa dal Policicchio. Moliterni, collaborando con la rivista “I Corsivi” (edizione postuma a quella diretta dall’amico Pier Libero che la dirigeva), invitato da Angelo Guzzo scriveva due saggi nel 2017, partendo dalla notizia diffusa da Policicchio. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 187 e ssg., in proposito scriveva che: “Quest’articolo vuole indagare su un particolare episodio dell’impresa dei Mille che ebbe per protagonista il capitano marittimo e piccolo armatore Paolo Augier (1), un conterraneo di Garibaldi e suo fraterno amico sin dall’infanzia.”. Moliterni, a p. 187, nella nota (1) postillava: “(1) La presente ricerca riprende, approfondisce una mia precedente ricerca etc…”. Moliterni, a p. 195, si chiede: “Ma dove si trovava Garibaldi in quel momento ? E i due messaggeri, Piola Caselli e Augier, riuscirono ad incontrarlo ?. Riguardo la prima domanda sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva che: “Più articolata è la risposta da dare al nostro secondo interrogativo. Infatti, dal Diario e dalle memorie di Bertani conosciamo esattamente i tempi, il luogo, le modalità e l’esito del colloquio di Garibaldi con Piola Caselli, mentre sull’incontro con Augier non si è mai indagato abbastanza, anche perchè da una lettura poco approfondita dei documenti, si sarebbe portati a credere che non vi sia mai stato.”. Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Moliterni, a pp. 198-199, in proposito aggiungeva: “Ma a influire sull’atteggiamento del Dittatore potrebbe essere stato anche il colloquio avuto con l’amico Augier, un colloquio che Jessie White Mario dà per avvenuto e nel corso del quale il capitano avrebbe fatto “l’impossibile per persuadere il generale di mettersi d’accordo con Cavour, dimostrando, che, uniti i volontari coll’esercito, l’Italia in breve tempo sarebbe fatta.” (23). La White, pur essendo stata in quel periodo molto vicina a Garibaldi, in questo caso sembra avvalersi di testimonianze documentali posteriori e, infatti, è al quanto vaga riguardo al tempo e al luogo dell’incontro, limitandosi a dire che si svolse “prima del giorno sei” settembre, “tra Soveria e Salerno” (24).”. A questo punto, Moliterni inizia ad articolare il suo assunto ragionando sulle date e sui documenti, i dispacci di Persano. Moliterni, a p. 201, in proposito aggiungeva la risposta di Persano a Cavour: “La seconda lettera ribadisce che il Viceconsole giunse a Napoli il giorno del 3 settembre, dopo aver viaggiato a bordo di un “postale”, e lascia chiaramente intendere che l'”individuo” giunto con Astengo – insieme al quale forse aveva compiuto il viaggio – altri non era che il capitano Augier: “(….) La Dora la ho mandata dal generale Garibaldi con la persona che Astengo mi disse aver incaricato la V.E. di recargli una sua lettera oltre a comunicargli a voce alcune cose di massima importanza. Dovrebbe essere di ritorno a momenti, e subito arrivata la farò muovere per Genova colla mia risposta alla lettera di V.E. del 31 agosto p.s., che non mi pervenne prima di ieri 3 andante per le fermate di postale a Livorno etc…”. Dall’esame congiunto di quest’ultimo frammento e del telegramma che lo stesso Persano aveva inviato a Cavour il giorno precedente, appare pertanto chiaro che il piroscafo ‘Dora’, con a bordo Augier, salpò dal porto di Napoli il giorno 3 e vi rientrò il 4 settembre, per poi prendere definitivamente il largo alla volta di Genova. Fu dunque in queste ore che si decisero le sorti della missione del Capitano, sul cui esito, i documenti finora esaminati tacciono. Piuttosto vaghi e per certi aspetti devianti, sono due appunti inseriti nel Diario di Persano, che, pur non essendo datati, ribadiscono quanto appena detto e, perciò risalgono certamente al 3 e al 4 settembre. Il primo si riferisce che: “In compagnia del signore Astengo è venuto un signore, amico del generale Garibaldi, con desiderio di poter andare da lui: il conte Cavour avendomi fatto dire dall’Astengo di fornirgli i mezzi, gli dò la Doria perché lo trasporti nel golfo di Salerno”(33).”. Questo, invece, il testo del secondo appunto: “E’ ritornata la Dora, riconducendo al suo bordo il signore che, giusta i miei ordini avea trasportato a Salerno per vedervi il generale Garibaldi suo amico. Ordino alla Dora di tenersi pronta per volgere a Genova etc…(34).”. Moliterni postillava nelle due note del Diario di Persano. Moliterni, a p. 202, aggiunge che: “Dalle due note sembrerebbe che Augier non riuscì ad incontrare Garibaldi, dal momento che, come viene specificato entrambe le volte, meta del viaggio del Dora fu Salerno, città nella quale il Generale giunse solo il 6 settembre. Tuttavia non è da escludere che per “Salerno” e per “spiaggia di Salerno”, il Contrammiraglio avesse voluto intendere, genericamente una qualche località posta lungo il litorale salernitano. Ipotesi questa che incomincia a concretarsi nelle parole del dispaccio riservato nelle quali Astengo, il 4 settembre, riferì a Cavour quanto aveva fatto il giorno prima: “Appena giunto in Napoli, consegnai i dispacci al loro indirizzo, mi occupai subito della partenza del Capitano. Non avendo rinvenuto mezzo di sorta per il suo trasporto sulla costa, fui costretto a raccomandarmi al sig. Conte Persano, che ordinò senza indugio la partenza del ‘Dora’. Il predetto Capitano fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione (35).”.”. Moliterni, a p. 202, nella nota (35) postillava: “(35) La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, n. 833.”. Infatti, nel testo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, n. 833, in proposito è scritto: “833. Francesco Astengo a Cavour. 4 Settembre 1860. Réservé. Eccellenza, Appena giunto in Napoli, consegnai i dispacci al loro indirizzo, mi occupai subito della partenza del Capitano. Non avendo rinvenuto mezzo di sorta per il suo trasporto sulla costa, fui costretto a raccomandarmi al sig. Conte Persano, che ordinò senza indugio la partenza del ‘Dora’. Il predetto Capitano fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione. Etc…”. Moliterni, a pp. 202-203, aggiunge che: “Vediamo così a sapere che il piroscafo ‘Dora’ gettò l’ancora in una località che, pur rimanendo imprecisata, è possibile identificare con ragionevole certezza sulla base dei due avverbi identificati dal Viceconsole Astengo per descrivere le modalità dello sbarco del Capitano avvenuto “felicemente” e “vicinissimo alla sua destinazione”. L’utlizzo del primo avverbio – felicemente – lascia intendere che l’obiettivo della missione è stato raggiunto e si giustifica solo se il piroscafo sardo attraccò nel porto di Sapri, all’estremità meridionale della costa salernitana, dove Garibaldi era giunto nel pomeriggio del 3 settembre. Il secondo avverbio “vicinissimo – serve invece a precisare che Augier non fu sbarcato nel luogo esatto in cui incontrò il Generale, bensì non lontano dallo stesso. Ciò significa che il Dora approdò a Sapri quando Garibaldi se n’era già andato, ed è pertanto assai probabile che il Capitano lo avesse poi raggiunto lungo la strada per Vibonati, se non proprio in quest’ultima località. La logica conseguenza di tutto ciò è che i due si incontrarono tra la sera del 3 e l’alba del 4 settembre. Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36)….Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al 3 settembre, a p. 576, in proposito scriveva che: “Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. Alle 6 (p.m.) per ordine del Ministro della Guerra parte da Napoli il Capitano di Stato Maggiore Garzia, prendendo imbarco sul vapore di commercio francese il ‘Brésil’ al Servizio del Real Governo. Il Capitano ha missione di toccare gli approdi da Sapri verso Sud a fine di tentare lo imbarco di Uffiziali, soldati ed Impiegati governativi, che vi troverà, e, naturalmente, altresì prendere tutte le notizie utili. Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi. Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 577, riferendosi al 4 settembre, in proposito scriveva che: “Poco dopo l’alba arriva in rada di Napoli il vapore Piemontese la Dora e l’Ammiraglio Persano scrive nel suo Giornale: “La Dora è ritornata riconducendo a bordo il Signore, che secondo i miei ordini essa avea trasportato a Salerno per vedere il Generale Garibaldi suo amico.”. Etc…”. Moliterni, a p. 203, nella nota (38) postillava: “(38) Ivi, pag. 581.”. Moliterni, a p. 203, aggiunge che: “Queste testimonianza conferma le conclusioni cui siamo finora pervenuti ed è perfettamente in linea con quanto dedotto da Ludovico Quandel-Vial, il quale identificò giustamente il “vapore sardo”, incrociato dal ‘Brésil’, proprio con il piroscafo ‘Dora’ che la mattina del 4 settembre stava ritornando nella baia di Napoli dopo essere approdato, la sera precedente, in quella di Sapri (39).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (39) postillava: “(39) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 581, Ibidem.”. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 577, riferendosi al 4 settembre, in proposito scriveva che: “Poco dopo l’alba arriva in rada di Napoli il vapore Piemontese la Dora e l’Ammiraglio Persano scrive nel suo Giornale: “La Dora è ritornata riconducendo a bordo il Signore, che secondo i miei ordini essa avea trasportato a Salerno per vedere il Generale Garibaldi suo amico.”. Etc…”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581, riferendosi al 5 settembre, in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “…….Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Questo è il brano riportato da Moliterni e che suffragava il suo ragionamento sul buon esito della missione di Augier. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 408-409 e ssg., in proposito scriveva che: “Cavour convintosi che il partito migliore era, per ora, di seguire il consiglio di Persano, non esita a stender la mano a Garibaldi, scrivendogli la seguente lettera: “Torino, 31 agosto 1860. Signor Generale – Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico capitano Laugier, l’ho incaricato di venire da Lei a darle spiegazione etc…Cavour…”. …..Quando Garibaldi abbia avuta questa lettera e quale sia stato l’esito della missione Laugier non mi risulta; ….Etc…”.
Nel 3 settembre 1860, nel tardissimo pomeriggio, Garibaldi, a Sapri (?) o a Capitello riceveva Michele Magnoni ?
Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “Le masse dei rivoltosi, così organizzate si recarono a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Sempre il De Crescenzo, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VI….Armata per ordine del Magnoni la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra le grida entusiastiche della popolazione di ‘Viva Vittorio Emanuele re d’Italia! Viva il dittatore Garibaldi! Da Roccagloriosa, dove pernottò con i suoi, il de Dominicis il 2 settembre dirigeva quest’ordine del giorno alle truppe: “Soldati, etc…A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di quattromila garibaldini comandata dal generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati, il momento supremo per noi è venuto etc….”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111-112 e ssg., in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni, visto la necessità di un rapido movimento delle forze insurrezionali, ordinò alle colonne del distretto di Vallo di marciare per il Vallo di Diano, accompagnandole con questo ordine del giorno: “Vallo 3 settembre 1860. Compagni, Io son contento di voi. Ieri avete fatta una marcia da vecchi soldati ed ora voglio dare un compenso alle vostre fatiche, sicuro che tornerà grato più che qualunquw altro premio. Eccovelo. Il genenale Turr è sbarcato con una brigata dell’invincibile armata del Dittatore sulle spiagge di Sapri. Etc…Lucio Magnoni.“. E difatti le forze, riunitesi con quelle di Diano e di Campagna ed ingrossate da molti volontari giunti da ogni parte, fugarono i quarantamila borbonici da Salerno, che erano risoluti a sgominare le schiere garibaldine, e poi li fugarono anche a Napoli (8).”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (8) postillava: “(8) Qualche storico invece dice, che i soldati borbonici partirono da Salerno dopo che giunse il telegramma di Garibaldi all’Intendente, inviato dal Fortino col quale desiderava trentamila razioni per i suoi soldati.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli.”. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’Appendice, in proposito scriveva che: “Recatoci sopra luogo, e preso concerti con tutt’i capi del movimento, il giorno 27 Agosto in Rutino si proclamava da noi l’insurrezione Nazionale, e congiundendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Il d’Evandro, a pp. 68-69, in proposito scriveva pure: “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori, in vista dei poteri conferitomi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso facevo partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo”(93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli. Dopo lo sbarco a Sapri, il Dittatore dispose “per la marcia nel Vallo di Diano” delle colonne De Dominicis-Pagano e Giordano che a Palinuro aveva dato finalmente sepoltura ai miseri resti di uno dei fratelli Capozzoli (RSS, 1966, PP. 63 e 78 e Pizzolorusso cit., p. 118, il quale, a p. 238 riporta i nomi di coloro che presero parte alla battaglia del Volturno).”. Ed invece, come abbiamo visto per Garibaldi non è importato poco il luogo prescelto per il suo sbarco. Garibaldi seguì il suo intuito ed istinto e scelse di sbarcare a Sapri, dove peraltro aveva ordinato a Turr di fare sbarcare le altre truppe garibaldine. Tuttavia devo precisare che il Dumas, padre, aveva indicato semplicemente le coste del basso Cilento. Inoltre, come si è visto dal racconto dei testimoni diretti come Agostino Bertani che era al seguito di Garibaldi, la comitiva e la barca che li portò a Sapri non proveniva da “Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”, come scrive Ebner, (il 2 settembre forse salpò da Scalea, ma il 3 settembre imbarcò la comitiva a Castrocucco.
Nella notte dal 3 al 4 settembre 1860, Garibaldi, secondo Agostino Bertani, Lacava Treveljan pernottò a Sapri in una capanna di paglia e solo alle 5 del mattino del 4 settembre lasciò Sapri spostandosi con il resto delle brigate per andare al Fortino passando per Vibonati
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 29, in proposito scriveva che: “….;la Divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr; queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò etc…”. Dunque, il Pesce racconta che Garibaldi si fermò a Sapri poche ore e che ripartì per Vibonati insieme al generale ungherese Stefano Turr. Devo però precisare che già la notizia della compagnia del Turr non ha conferma nel famoso telegramma che egli gli scrisse ordinandogli di portarsi verso Lagonegro. Turr era partito da Sapri, la mattina del giorno 3 settembre prima dell’arrivo di Garibaldi. Sulla scorta del Pesce, nel ……, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino o venite in quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”.”. Il Mazziotti, non conferma la notizia che Garibaldi partì da Sapri alle 5 del mattino del giorno 4 settembre ma avvalora l’altra notizia che Garibaldi partì da Sapri la sera del 3 settembre e di pernottare a Vibonati, dove a p. 132, in proposito scriveva che: “Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Dunque, la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati proveniva dal Pesce e su quella scorta anche il Mazziotti scriveva del pernottamento a Vibonati in casa Del Vecchio. Ricorre nello stesso errore anche Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Nel 1909, Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, per Giacomo Racioppi e con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; onde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel Vallo di Diano.”. Racioppi, nel 1909 scriveva solo che Garibaldi partì per il Fortino il giorno 4 settembre ma non dice se avesse pernottato a Sapri o a Vibonati. Nella notte dal 3 al 4 settembre 1860, Garibaldi, secondo lo storico Treveljan pernottò a Sapri in una capanna di paglia e solo alle 5 del mattino del 4 settembre lasciò Sapri spostandosi con il resto delle brigate per andare al Fortino passando per Vibonati. Leggendo ciò che scrive Pesce in merito all’arrivo e al pernottamento di Garibaldi in casa Del Vecchio, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 400, citando il “Diario del Medico Agostino Bertani” (riportato dalla giornalista inglese Jessie White-Mario), ed al testo del “Colonnello polacco Rustow, La guerra Italiana del 1860”, a p. 398 , in proposito trascriveva il testo del Bertani e scriveva che: “III. Garibaldi…., e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal generale Turr, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio.”. Sempre il Pesce, a p. 400, traendo dal Diario del Bertani scriveva: “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicina a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni etc…” arrivammo al Fortino. Infatti, nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò insieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima che si disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fotino’ etcc…“. Dunque, Agostino Bertani, nel suo postumo racconto a quello fatto alla White Mario, nel suo “Ire politiche d’oltre tomba”, a p. 72, rettificava e scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evvivaetc…”. Bertani, nel su Diario scrive chiaramente che lui e Garibaldi si partirono il 4 settembre da Sapri, alle 5 del mattino e non da Vibonati come scriveva il Pesce ed il Mazziotti. Anche il Lacava non dice nulla di Vibonati. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Proincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: “da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:….Da Sapri, l’indomani, martedì 4 Settembre alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontarii già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpidi fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. La notizia del pernottamento a Vibonati, anzicchè a Sapri fu rimessa in discussione anche dal De Crescenzo (….). Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113, in proposito scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio (9)…….Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, etc…“. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. Si tratta del testo di George Macaulay Treveljan (….), Garibaldi and the Thousand (1909) (Garibaldi e i Mille). Docente di storia moderna all’Università di Cambridge (1927-40), poi rettore del Trinity College (1940-51), si dedicò inizialmente alla storia inglese del XIV secolo e dell’età degli Stuart, poi al Risorgimento italiano con una trilogia su Giuseppe Garibaldi. Ciò che scrive il De Crescenzo non è proprio corretto in quanto è vero che lo scittore inglese Treveljan riportò la notizia su Garibaldi a Sapri ma non lo fece sul testo Garibaldi and the Thousand (1909), dove, infatti, a p. 316, nell’Epilogo scriveva che: “the story of Garibaldi and the throusand down the taking of Palermo has an historical and artistic unity. In an later volume, entitled Garibaldi and the making of Italy, I have told the history of the following six months. The occupation of eastern Sicily, the battle of Milazzo, the crossing of the straits, the march throungh Calabria and the Basilicata etc…”. Dunque la notizia si trova nel testo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach. Etc…”, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia.Ecc…”. Dunque, come si può leggere, Treveljan scriveva che: “Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach.”, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia.”. Infatti, George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…“, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…“. Dunque, il Treveljan scriveva che Garibaldi non si mosse da Sapri e ivi pernottò. Inoltre, lo stesso Treveljan riferisce con la traduzione di Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi alla spiaggia di Sapri, in proposito scriveva che: “Qualche moderno Lucullo non tarderà ad imitarlo; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia.”. Anzi, Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi al giorno 4 settembre, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. Etc…”. Treveljan nell’esporre lo sbarco a Sapri del generale Garibaldi è chiaro: egli scriveva che Garibaldi si pose a riposare in una piccola capanna di paglia non lontana dal posto di sbarco, ovvero l’attuale “banchina delle Camerelle”, ovvero il luogo dove ancora oggi, il località S. Croce, ancora non era stata costruita la “Specola” o “Osservatorio Astronomico” e vi era e si vedeva: “A Sapri….Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo.Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia. Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Dunque, lo storico Treveljan, in proposito scriveva: “….per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia. Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Lo storico Treveljan scriveva che solo il giorno dopo, il 4 settembre, Garibaldi si mosse da Sapri per andare al Fortino del Cervaro e soprattutto Treveljan non parlò mai di Vibonati. Treveljan scriveva chiaramente che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Dopo aver esaminato ciò che scrisse lo storico Treveljan, guardiamo ciò che scrisse il colonnello Rustow. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione italiana di Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a pp. 18-19 e ssg., in proposito scriveva che: “Mi recai immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare.”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “….a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi ….etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 283, ci fa notare che: “Intanto a Sapri, secondo la narrazione del Rustow, etc…” e segue la narrazione del testo di Eliseo Porro che tradusse dal polacco il testo di un eminente testimone e protagonista di quei avvenimenti, il generale Wilhelm Rustow. Infatti, Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a pp. 18 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane….Mi recai immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare. Dopo breve saluto, mi chiese etc…”. Dunque, la notizia che Garibaldi da poco approdato sulla spiaggia di Sapri, si fosse fatto ricoverare in una capanna di paglia sulla spiaggia stessa, proveniva dal generale di brigata Wilhelm Rustow. Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di Francesco Adamoli, 2014, che ritroviamo on-line sulla rete, a pp. 100-101, in proposito scrive che: “Impetuosamente impegnato nel dirigere l’avanzata su Napoli, il 4 Garibaldi, rimessosi in cammino con tutta la sua gente, con i 1.500 uomini di Bertani e quelli di Stefano Turr, passato il monte Olivella scende a Levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonato alla Rotonda e sulla quale cammina l’avversario, il gen. Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino (625).”. Adamoli, a p. 101, nella nota (625) postilla che: “(625)Agrati; Smith; L. Quandel Vial; etc…”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Arrivo così quasi ad un punto equidistante fra Maratea e Scalea, donde ua piccola barca porta lui e i suoi compagni – cinque in tutto, dice il Bertani – a Sapri. In questa cittadina l’aveva preceduto Turr, che aveva seco, come abbiam visto, anche i 1500 uomini di Bertani. Il giorno dopo, 4 settembre, Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella e scende a levante, sino a riprendere la carrozzabile, abandonata alla Rotonda e sula quale cammina il Caldarelli, in loclità dove sorge l’osteriadel Fortino.”. Dunque, Agrati scriveva che: “Il giorno dopo, 4 settembre, Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella e scende a levante, sino a riprendere la carrozzabile, abandonata alla Rotonda e sulla quale cammina il Caldarelli, in loclità dove sorge l’osteriadel Fortino.”.
Nel 4 settembre 1860, alle 5 del mattino, Garibaldi partito da Sapri incontrava a Capitello, Teodosio De Dominicis e Pietro Giordano
Gennaro De Crescenzo non parla affatto di Vibonati ma parla di Capitello. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “…..Le masse dei rivoltosi, …..divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Dunque, secondo il De Crescenzo, le masse di Teodosio De Dominicis si riannodavano con Giordano a Capitello dove incontrarono Garibaldi che si era spostato da Sapri e si recava a Vibonati. Il De Crescenzo scriveva che le “Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 117 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi….E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal de Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, e, secondo alcuni, incontrò Teodosio de Dominicis….(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “In casa Del Vecchio Garibaldi incontrò Teodosio de Dominicis il quale, ai compagni disse d’esser stato quello “il più bel giorno della sua vita”(9). V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (9) postillava: “(9) A. Sole, Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 242.”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Per Policastro passarono le colonne degli uomini del Magnoni e le forze del Maggiore De Dominicis, che si unirono a Capitello all’esercito del Maggiore Giordano; tutti questi attendevano Garibaldi e proteggevano eventuali sbarchi di “camicie rosse”. Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario. Camminando verso Policastro Garibaldi restò ammirato alla vista dei maestosi ulivi, molto più grandi di quelli della sua nativa riviera ligure. Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucdarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane. Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”.
Nel 4 settembre 1860, alle 5 del mattino, alcuni raggruppamenti di Cilentani tra cui Michele Magnoni si portarono verso Sapri
Matteo Mazziotti (….), nel 1902, nel suo “Memorie di Carlo De Angelis”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Le altre forze insurrezionali del Cilento, comandate dal Magnoni, che avevano preso la direzione di Sapri e Sanza, vennero man mano piegando verso Nocera, donde alcune altre erano etc…”. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, etc…”. Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, a p. 129, in proposito scriveva che: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Un nommé Savino Laveglia, que la voix pubblique designait comme ayant porté le premier coup à Pisacane, desarmé, fuit arretè chez lu et fusillé sans jugement dans la prison. C’etait repondre au meurtre par le meurtre…” che tradotto significa: “….Nell’agosto del 1860 una colonna dell’esercito garibaldino sbarcò a Sapri per operare nel Cilento parallelamente all’avanzamento del grosso;a comandarlo era il colonnello Pianciani.Mandò un distaccamento a Sanza. Etc…“. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Nello stesso tempo il giorno 28 agosto in piena intelligenza con Lucio Magnoni, Teodosio De Dominicis, della antica e patriottica famiglia di Ascea proclamava la rivolta nel suo comune ed organizzava masse di insorti. In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilitava la guardia nazionale. Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordini dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggiero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Giovanni Pagano. Il 28 agosto Stefano Passero, in esecuzione presi con il Comitato dell’Ordine, con i liberali di Vallo e di alcuni comuni vicini, tra cui Cristoforo Ferrara di S. Biase, promosse una adunanza numerosa di guardie nazionali di Novi, di Canalonga, etc…”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Intanto Garibaldi la sera del giorno 3 settembre partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio, e ove gli furono presentati da Michele Magnoni il De Dominicis e Gennaro Pagano.”. Secondo Infante (…), Garibaldi incontrò a Vibonati alcuni capi della colonna di Cilentani insorti come Michele Magnoni, il De Deminicis e Gennaro Pagano che, come ha scritto Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “…..Le masse dei rivoltosi, …..divise in due colonne: …..l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 398-399, in proposito scriveva pure che: “III…..Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure – s’imbattè in una colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure – s’imbatté in una Colonna d’insorti Celentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento, con quell’affabilità ed energia cha il caso richiedeva. I Celentani allora, dopo aver dato alle fiamme il palazzo del Cav. Pecorelli in Policastro, ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il Capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 1 luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Dopo ua breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Per Policastro passarono le colonne degli uomini del Magnoni e le forze del Maggiore De Dominicis, che si unirono a Capitello all’esercito del Maggiore Giordano; tutti questi attendevano Garibaldi e proteggevano eventuali sbarchi di “camicie rosse”. Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario. Camminando verso Policastro Garibaldi restò ammirato alla vista dei maestosi ulivi, molto più grandi di quelli della sua nativa riviera ligure. Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucidarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane. Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Con i Mille era sbarcato a Marsala anche Michele Magnoni, al quale il generale diede poi l’incarico (Messina 2 agosto) di promuovere a Salerno “la insurrezione a favore della causa nazionale”. Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto. Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939. L. Magnoni emise a Rutino, il 31 agosto, la seguente ordinanza valida per tutti i paesi controllati dalla sua rete: “Unità d’Italia // Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia // Il Generale Garibaldi Dittatore // etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo”(93).”. Devo però precisare che molto probabilmente non si trattava di “Teodosio de Dominicis” ma di “Teodoro”. Teodosio de Dominicis pare sia stato ucciso nei moti del 1828. Su questo punto, Felice Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84)….Teodosio era figlio di Ulisse, morto nel 1862, a sua volta figlio di Teodosio (nato nel 1773) fatto fucilare da Del Carretto nel 1828. Nel Collegio di Vallo Teodosio fu eletto deputato al parlamento nazionale nel 1876 e nel 1880.”. Dunque, il Fusco lo chiama “Teodosio” e non “Teodoro” de Dominicis. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli. Dopo lo sbarco a Sapri, il Dittatore dispose “per la marcia nel Vallo di Diano” delle colonne De Dominicis-Pagano e Giordano che a Palinuro aveva dato finalmente sepoltura ai miseri resti di uno dei fratelli Capozzoli (RSS, 1966, PP. 63 e 78 e Pizzolorusso cit., p. 118, il quale, a p. 238 riporta i nomi di coloro che presero parte alla battaglia del Volturno).”. Ed invece, come abbiamo visto per Garibaldi non è importato poco il luogo prescelto per il suo sbarco. Garibaldi seguì il suo intuito ed istinto e scelse di sbarcare a Sapri, dove peraltro aveva ordinato a Turr di fare sbarcare le altre truppe garibaldine. Tuttavia devo precisare che il Dumas, padre, aveva indicato semplicemente le coste del basso Cilento. Inoltre, come si è visto dal racconto dei testimoni diretti come Agostino Bertani che era al seguito di Garibaldi, la comitiva e la barca che li portò a Sapri non proveniva da “Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”, come scrive Ebner, (il 2 settembre forse salpò da Scalea, ma il 3 settembre imbarcò la comitiva a Castrocucco. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a pp. 265-266, in proposito scriveva che: “In esecuzione degli accordi intervenuti con il Comitato napoletano dell’Ordine, dal quale aveva avuto pieni poteri per la sua rete (94), Stefano Passero, d’intesa con Cristoforo Ferrara di S. Biase e altri notabili di Vallo, promosse un’adunanza delle guardie nazionali di Novi, Cannalonga, Castelnuovo, Moio, Stio e Sacco. Solo il 30, però, il Sottointendente inviò a Salerno un allarmatissimo rapporto urgente, che l’intendente trascrisse fedelmente nella sua relazione al ministro dell’Interno (95). Nel rapporto, tuttavia, non vi è cenno dei raduni, in corso nell’interno, in attesa delle colonne di Rutino verso convergenti verso la Valle del Tanagro e della marcia da Rutino verso Sapri. Ed è strano, tanto più che molti giovani di Vallo già si erano uniti alla colonna Giordano partita da Ceraso. Etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 355, nella nota (87) postillava: “(87) M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana del 1860, in “Archivio Storico della Provincia di Salerno”, I (1921), p. 128: “Vennero formate due colonne: una prima comandata da Stefano Passero etc..; la seconda guidata da Cristoforo Ferrara di S. Biase muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Etc…”. Fusco, a p. 356, a p. 356, nella nota (93) postillava: “(93 vedi nota 92). Il particolare fu rilevato da Stefano Macchiaroli nel 1868, Diano e l’omonima sua valle, Napoli, G. Rondinella, 1868, p. 72 sg……e da Francois Lenormant nel 1883, A travers l’Apulie ecc…, cit., II, p. 129 ss.: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Etc….”. Fusco, a p. 356, nella nota (94) postillava: “(94) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro ecc.., cit., p. 399: “(Lungo la strada per Vibonati Garibaldi) s’imbattè in una Colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La loro morte fu segnata non dalle truppe garibaldine che si erano limitate ad arrestarli, ma da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa. Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre anni prima….Etc…”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi nel viaggio a cavallo da Sapri a Vibonati incontrò “alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri….”. Gennaro De Crescenzo non parla affatto di Vibonati ma ci dice di Capitello. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea. Poco dopo, il Giordano, alla testa degli insorti, si recò anche lui ad Ascea aggregandosi a Teodosio de Dominicis incaricato dai due Comitati di Napoli di un comando superiore sulla colonna, come quello affidato a Salvatore Magnoni. Le masse dei rivoltosi, così organizzate si recarono a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovani Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle. In quest’ultimo borgo il decurionato fu costretto a consegnare cento ducati a De Dominicis: “Giunto in comune, il generale De Dominicis domandò tutto il denaro che si trovava in cassa, tanto che dell’esattore fondiario, quanto del Comune, onde sostenere le spese giornaliere….l’Amministrazione pensando ch’era inutile ogni ragione…con saviezza pensò di offrire al generale medesimo gratuitamente somma di docati 100, che accolse pacificamente e con ogni soddisfazione dell’amministrazione medesima, e così si salvò il residuo del denaro, che nel cennato fondo di cassa rinnovata”(83). Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro”(84)“. Fusco, a p. 355, nella nota (83) postillava: “(83) ACC, cart. 18 A, c.s. non n.”. Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); e a Torre Orsaia il sindaco aveva assicurato al maggiore Michele Pagano, agli ordini del De Dominicis, 4000 razioni di pane, carne vaccina per oltre 30 ducati, biada per 11 ducati, fieno per 1 ducato (ACT = Archivio Comunale di Torre Orsaia, Registro delle deliberazioni decurionali, p. 64 sg.). Anche il decurionato di Sassano dovette assicurare agli uomini di De Dominicis 3000 razioni e alloggi per tutti (P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 64). Teodosio era figlio di Ulisse, morto nel 1862, a sua volta figlio di Teodosio (nato nel 1773) fatto fucilare da Del Carretto nel 1828. Nel Collegio di Vallo Teodosio fu eletto deputato al parlamento nazionale nel 1876 e nel 1880.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, parlando della battaglia di Reggio e del generale borbonico Gallotti, in proposito scriveva che: “…, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” ed. Gutemberg, 2011, a pp. 142-143 riferendosi al Conte di Cavour, in proposito scriveva che: ”
Nel 4 settembre 1860, alle 5 del mattino, Garibaldi viaggiando da Sapri a Vibonati s’imbattè in un manipolo d’insorti Cilentani con alla testa Cristofaro Ferrara di S. Biase (o Cristoforo Falcone di Policastro ?), che dissuasi ad andare a Sapri a incendiare la casa dei Peluso si recarono a Policastro alla casa del Cav. Pecorelli e poi andarono a Sanza
Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, a p. 129, in proposito scriveva che: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Un nommé Savino Laveglia, que la voix pubblique designait comme ayant porté le premier coup à Pisacane, desarmé, fuit arretè chez lu et fusillé sans jugement dans la prison. C’etait repondre au meurtre par le meurtre…” che tradotto significa: “….Nell’agosto del 1860 una colonna dell’esercito garibaldino sbarcò a Sapri per operare nel Cilento parallelamente all’avanzamento del grosso;a comandarlo era il colonnello Pianciani.Mandò un distaccamento a Sanza.Un uomo di nome Savino Laveglia, che la voce pubblica nominava come colui che aveva inferto il primo colpo a Pisacane, disarmato, fuggì, fu arrestato a casa sua e fucilato senza processo nel carcere.Stava rispondendo all’omicidio con l’omicidio…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 398-399, in proposito scriveva pure che: “III…..Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure – s’imbattè in una colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento, con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Celentani allora, dopo aver dato alle fiamme il palazzo del Cav. Pecorelli in Policastro, ripiegarono su Sanza, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure – s’imbatté in una Colonna d’insorti Celentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento, con quell’affabilità ed energia cha il caso richiedeva. I Celentani allora, dopo aver dato alle fiamme il palazzo del Cav. Pecorelli in Policastro, ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il Capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 1 luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Per Policastro passarono le colonne degli uomini del Magnoni e le forze del Maggiore De Dominicis, che si unirono a Capitello all’esercito del Maggiore Giordano; tutti questi attendevano Garibaldi e proteggevano eventuali sbarchi di “camicie rosse”. Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario. Camminando verso Policastro Garibaldi restò ammirato alla vista dei maestosi ulivi, molto più grandi di quelli della sua nativa riviera ligure. Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucdarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 128, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto Stefano Passero, in esecuzione presi con il Comitato dell’Ordine, con i liberali di Vallo e di alcuni comuni vicini, tra cui Cristoforo Ferrara di S. Biase, promosse una adunanza numerosa di guardie nazionali di Novi, di Canalonga, etc….Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero, prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; la seconda guidata dal Ferrara muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. vi imprigionò Sabino Laveglia, il triste capourbano che aveva guidato la popolazione di Sanza contro Carlo Pisacane. Sembra che una mano di insorti avesse fucilato il Laveglia nello stesso locale della prigione. Dai Registri dello Stato Civile risulta morto il 7 settembre.“. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 355, nella nota (87) postillava: “(87) M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana del 1860, in “Archivio Storico della Provincia di Salerno”, I (1921), p. 128: “Vennero formate due colonne: una prima comandata da Stefano Passero etc..; la seconda guidata da Cristoforo Ferrara di S. Biase muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Etc…”. Fusco, a p. 356, a p. 356, nella nota (93) postillava: “(93 vedi nota 92). Il particolare fu rilevato da Stefano Macchiaroli nel 1868, Diano e l’omonima sua valle, Napoli, G. Rondinella, 1868, p. 72 sg……e da Francois Lenormant nel 1883, A travers l’Apulie ecc…, cit., II, p. 129 ss.: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Etc….”. Fusco, a p. 356, nella nota (94) postillava: “(94) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro ecc.., cit., p. 399: “(Lungo la strada per Vibonati Garibaldi) s’imbattè in una Colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento…”. Sempre sulla colonna di insorti Cilentani che diretti a Sapri, incontrarono Garibaldi a Vibonati, anche il Mallamaci omette il passaggio di Policastro dal cav. Pecorelli. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La loro morte fu segnata non dalle truppe garibaldine che si erano limitate ad arrestarli, ma da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa. Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre anni prima…., forse anche con il beneplacito delle truppe garibaldine che non intervennero a sedare il macabro sodalizio. Si racconta che per giorni si udirono urla strazianti, provenienti da una piccola apertura protetta da sbarre. Etc…”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi nel viaggio a cavallo da Sapri a Vibonati incontrò “alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri….”. Su alcuni componenti il manipolo d’insorti Cilentani che Garibaldi incontrò nel percorso che fece da Sapri recandosi a Vibonati, come ad esempio Cristoforo Falcone di Policastro, Matteo Mazziotti (…), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a p. 156, in proposito scriveva che: “Fin dalla metà del lugio 1848 il maggiore Vincenzo Manzi, spedito con un battaglione a reprimere la rivolta del Cilento, avea fatta sorprendere da un drappello dei suoi la casa di Cristoforo Falcone di Policastro, uno dei più devoti amici e cooperatori del Carducci.”. Forse il nome di Cristoforo Falcone di Policastro veniva confuso da alcuni storici con quello di Ferrara.
GARIBALDI a VIBONATI
Nella sera del 3 al 4 settembre 1860, da Sapri, Garibaldi diretto al Fortino, partì da Sapri giunse prima alla marina di Vibonati (Villammare) e, passando per Capitello proseguì per Vibonati dove pernottò ?
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “Garibaldi, ordinò alla brigata Milano di portarsi a Vibonati e successivamente di proseguire a Padula, e la sera del 3 settembre 1860, partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio. (172) e di lì proseguirà per il Vallo di Diano verso Napoli capitale ripercorrendo dopo tre anni lo stesso itinerario percorso dallo sfortunato Pisacane.”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Intanto Garibaldi la sera del giorno 3 settembre partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio, e ove gli furono presentati da Michele Magnoni il De Dominicis e Gennaro Pagano.”. Da Wikipedia leggiamo che “Vibonati è stato al centro dei sanguinosi moti cilentani del 1848 e, il 3 settembre 1860, ha ospitato Giuseppe Garibaldi, come ricorda una lapide posta sulla facciata del palazzo De Nicolelis.”. Nel 1998, sulla scorta dell’Infante riportavo la stessa sua notizia dell’arrivo di Garibaldi a Vibonati. Posto che la notizia dell’arrivo di Garibaldi a Vibonati, nel tardo pomeriggio (?), forse verso sera, del 3 settembre, è riportata da alcuni autori coevi e non, anche sulla scorta, come io credo, di ciò che scrisse un testimone d’eccezione quale è stato il colonnello Polacco, Wilhlelm Rustow. Oltre alla testimonianza diretta di Rustow, che tuttavia scrisse in……e, tradotto da Eliseo Porro (….) risulta l’unica testimonianza diretta di un testimone dell’epoca, sia pure nella traduzione del suo testo da parte di Eliseo Porro. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino o venite in quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”. Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Dunque, Mazziotti riportò la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati sulla scorta di una lettera scrittagli da Pier Paolo Perazzi di Torraca, che all’epoca era Sindaco di Torraca. Il Mazziotti scriveva anche sulla scorta del Pesce (….). L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 29, in proposito scriveva che: “….; nell’ampia e arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi, erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la Divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr; queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; etc…”. Pesce, proseguendo il suo racconto scriveva che: “….rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò etc…”. Devo però precisare che già la notizia della compagnia del Turr non ha conferma nel famoso telegramma che egli gli scrisse ordinandogli di portarsi verso Lagonegro. Turr era partito da Sapri, la mattina del giorno 3 settembre prima dell’arrivo di Garibaldi. Pesce scrisse queste notizie anche sulla scorta del testo del colonnello Rustow. Devo però precisare a riguardo che Pesce scrivendo: “….e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc…”, sbagliava in quanto sappiamo che Turr non era più a Sapri e quindi non poteva seguire Garibaldi a Vibonati. Tuttavia credo che la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati in casa Del Vecchio provenga da Pesce e dalla sua notizia, in seguito venne quella del Mazziotti. Riguardo il presunto pernottamento di Garibaldi a Vibonati e non a Sapri, ed al telegramma che Garibaldi, in suo dispaccio annunciava al Turr, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Così avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35). Per disporre la brigata Milano non fu necessario molto tempo, da Sapri si iniziò a marciare alle 17, appena giunto Garibaldi il quale si pose alla testa della Colonna.”. Dunque, Policicchio scriveva che “Così avvenne” cioè avvenne perchè era stato scritto nel dispaccio al Turr. Dunque, come ho già scritto, la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati e non a Sapri, potrebbe essere avvalorata da un testimone d’eccezione, il colonnello polacco Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….). Rustow incontrò Garibaldi sulla spiaggia di Sapri e ricevé l’ordine di organizzare le sue truppe, quelle affidategli da Turr che nel frattempo era partito da Sapri per andare a perlustrare la zona di Lagonegro. Nel 1861, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, a p. 19, riferendosi al colloquio che egli ebbe con il generale Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, intorno alle ore 16,30, in proposito scriveva che: ” – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi.”. Dunque, Rustow scriveva che Garibaldi gli ordinò di ordinare le sue truppe per mettersi in marcia per recarsi al Fortino, partire da Sapri con le truppe pronte per marciare verso il Fortino. Rustow scrive che Garibaldi oltre a dargli l’ordine di preparare le truppe gli disse pure: “Io stesso sarò con voi”. Rustow, a p. 29 continuando il suo racconto scrivevava: “Non occorreva gran tempo per disporre la brigata Milano. Alle 5 la marcia fu intrapresa.”. Dunque, Rustow scriveva che da Sapri si partì alle 5, presumo del pomeriggio del 3 settembre. A questo punto del racconto, Rustow, a p. 19 scriveva pure: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere. Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna.Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate , che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Questo passaggio è particolarmente interessante perchè è proprio in questo passaggio che Rustow testimonia l’aggregarsi di Garibaldi alle sue truppe che nel frattempo si erano fermate per riposarsi alla “marina di Vibonati” che presumo fosse Villammare. Dopo questo passaggio, Rustow testimonia e dice: “Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate.” e descrivendo l’evendo scriveva: “Una quantità di fuochi d’allegria erano stati accesi dagli abitanti lungo la via che sale a quell’eminenza ed inoltre ci illuminarono anche gli angusti viottoli.”. A questo punto, Rustow, a p. 20, in proposito scriveva che: “Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.” e poi, a p. 21, riprende il racconto della marcia per il Fortino: “Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, etc…”. Dunque, Rustow scriveva che egli e le sue truppe iniziarono a marciare per il Fortino, lasciando Vibonati il giorno 4 settembre alle 5 del mattino. Garibaldi era con loro ? Garibaldi era a Vibonati ?. Rustow, a p. 21 scriveva: “Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, etc…”. Dunque, Rustow scrive chiaramente che egli, le sue truppe e Garibaldi stesso iniziarono a marciare da Vibonati per recarsi verso il Fortino del Cervaro alle 5 del mattino del giorno 4 settembre. Del racconto di Rustow, un punto a me pare controverso ed è quando egli scrive, riferendosi alla marcia da Sapri e prima che giungesse Garibaldi: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. A quale luogo si riferiva Rustow, non molto distante dalla “buona strada vicina al Vallone del Molinello” prima di arrivare a Vibonati e, dove fu raccolta la truppa prima che arrivasse Garibaldi. Da Sapri, Rustow con le sue truppe sarebbe arrivato agevolmente alla “marina di Vibonate” (Villammare o Capitello) percorrendo la strada dell’Oliveto del Fortino di Sapri e l’Oliveto dove oggi si trova il Cimitero di Sapri per intenderci. Il percorso fatto da Rustow, ed il suo racconto non collima con il racconto di Agostino Bertani, anch’egli testimone d’eccezione perchè accompagnava Garibaldi e con lui si partì da Sapri. Agostino Bertani nel suo Diario, ovvero che Garibaldi ripartiva da Sapri e non Vibonati per andare al Fortino. Infatti, nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”, racconto che il Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 29, in proposito scriveva che: “Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò etc…”. Tuttavia, la versione di Eliseo Porro è diversa dalla versione del colonnello Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Mentre Turr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prendere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. In questa versione, la prima traduzione italiana del Rustow, non vi è scritto nulla di Garibaldi a Vibonati ma il passaggio delle truppe a Vibonati riguarda solo Rustow. Agostino Bertani nel suo Diario, ovvero che Garibaldi ripartiva da Sapri e non Vibonati per andare al Fortino. Infatti, nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima che si disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fotino’ etcc…“. Dunque, Agostino Bertani, nel suo postumo racconto a quello fatto alla White Mario, nel suo “Ire politiche d’oltre tomba”, a p. 72, rettificava e scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evvivaetc…”. Bertani, nel su Diario scrive chiaramente che lui e Garibaldi si partirono il 4 settembre da Sapri, alle 5 del mattino e non da Vibonati come scriveva Rustow. Al contrario, Rustow partì subito da Sapri, il giorno 3 settembre, su ordine stesso di Garibaldi e Garibaldi lo raggiunse solo il giorno dopo a Vibonati. Pesce, a p. 30 scriveva pure che Garibaldi: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, etc…”. Pesce, contraddicendosi, seguendo il racconto di Agostino Bertani nel suo Diario, a p. 32, in proposito scriveva: “Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina!. Da Sapri…etc…” e aggiunge lui stesso: “…(è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicino a Sapri), etc…” e prosegue il racconto di Bertani: “l’indomani mattina, martedì 4 Settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo etc….”.”. Stessa cosa, il Pesce, scriverà nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 400, citando il “Diario del Medico Agostino Bertani” (riportato dalla giornalista inglese Jessie White-Mario), ed al testo del “Colonnello polacco Rustow, La guerra Italiana del 1860”, a p. 400, traendo dal Diario del Bertani scriveva: “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicina a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni etc…” arrivammo al Fortino. Dunque, è un fatto che Pesce distorce e cambia la testimonianza di Bertani, che scriveva chiaramente “Da Sapri, l’indomani mattina, martedì 4 Settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo etc…”.”. Sulla scorta, presumo di questo autore, anche Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “Avvenne ciò che Garibaldi preannunciò: passò la notte a Vibonati e s’incontrò con Turr al Fortino….A Vibonati fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “Le masse dei rivoltosi, così organizzate si recarono a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Dunque, la versione dello storico Treveljan è differente da alcuni storici locali. Treveljan non scrive nulla del passaggio e del pernottamento a Vibonati ma scrive chiaramente che Garibaldi pernottò a Sapri e che solo il giorno dopo, il 4 settembre, Garibaldi si portò verso Lagonegro per andare al Fortino. Ovviamente passando per Vibonati ma non vi pernottò. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (10) postillava che: “(10) Ogni specie di trasporto era buono per proseguire nelle marcie: giumenti, cavallucci, muli, asini: quegli uomini di Garibaldi etc…”. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…“, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…“. Treveljan passa oltre il pernottamento di Garibaldi a Vibonati di cui non parla affatto. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi al giorno 4 settembre, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. Etc…”. Anche il Lacava non dice nulla di Vibonati. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Proincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: “da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:….Da Sapri, l’indomani, martedì 4 Settembre alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontarii già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpidi fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ? Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre, il generale Giuseppe Garibaldi dopo essere sbarcato a Sapri, si diresse verso Vibonati, ospite di Nicola Del Vecchi, da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Guzzo, a p. 186, nella nota (31) postillava: “(31) G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, 1960, pagg. 110-111.”. Anche la giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario” (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Martedì 4 settembre all’alba, … Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino etcc…”. Dunque, anche la giornalista Jessie White Mario trascrivendo il racconto del Bertani non parla di Vibonati ma passa direttamente alla tappa del Fortino. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 398, in proposito scriveva pure che: “III. Garibaldi…..partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure – s’imbattè in una Colonna etc…”. Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, che ritroviamo on-line sulla rete, a pp. 100-101, in proposito scrive che: “Impetuosamente impegnato nel dirigere l’avanzata su Napoli, il 4 Garibaldi, rimessosi in cammino con tutta la sua gente, con i 1.500 uomini di Bertani e quelli di Stefano Turr, passato il monte Olivella scende a Levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonato alla Rotonda e sulla quale cammina l’avversario, il gen. Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino (625).”. Adamoli, a p. 101, nella nota (625) postilla che: “(625)Agrati; Smith; L. Quandel Vial; etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.
Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Proincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: “da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702.
Nella notte del 3 al 4 settembre 1860, Garibaldi a Vibonati fu ospitato e pernottò in casa del patriota e liberale Nicola Del Vecchio ?
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “Garibaldi, ordinò alla brigata Milano di portarsi a Vibonati e successivamente di proseguire a Padula, e la sera del 3 settembre 1860, partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio. (172) e di lì proseguirà per il Vallo di Diano verso Napoli capitale ripercorrendo dopo tre anni lo stesso itinerario percorso dallo sfortunato Pisacane.”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Intanto Garibaldi la sera del giorno 3 settembre partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio, e ove gli furono presentati da Michele Magnoni il De Dominicis e Gennaro Pagano.”. Da Wikipedia leggiamo che “Vibonati è stato al centro dei sanguinosi moti cilentani del 1848 e, il 3 settembre 1860, ha ospitato Giuseppe Garibaldi, come ricorda una lapide posta sulla facciata del palazzo De Nicolelis.”. Nel 1998, sulla scorta dell’Infante (….) riportavo la stessa sua notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. In questo mio saggio vorrei approfondire la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati, ed in particolare alla notizia che, secondo il Pesce ed il Mazziotti egli pernottò nella casa del patriota liberale Del Vecchio. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Dunque, Mazziotti riportò la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati sulla scorta di una lettera scrittagli da Pier Paolo Perazzi di Torraca, che all’epoca era Sindaco di Torraca. Il Mazziotti scriveva anche sulla scorta del Pesce (….). L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 29, in proposito scriveva che: “….; nell’ampia e arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi, erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la Divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr; queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; etc…”. Pesce, proseguendo il suo racconto scriveva che: “….rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò etc…”. Dunque, il Pesce scrisse queste notizie anche sulla scorta del testo del colonnello Rustow. Devo però precisare a riguardo che Pesce scrivendo: “….e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc…”, sbagliava in quanto sappiamo che Turr non era più a Sapri e quindi non poteva seguire Garibaldi a Vibonati. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Così avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35). Per disporre la brigata Milano non fu necessario molto tempo, da Sapri si iniziò a marciare alle 17, appena giunto Garibaldi il quale si pose alla testa della Colonna.”. Dunque, Policicchio scriveva che “Così avvenne” cioè avvenne perchè era stato scritto nel dispaccio al Turr. Dunque, come ho già scritto, la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati e non a Sapri, potrebbe essere avvalorata da un testimone d’eccezione, il colonnello polacco Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….). Rustow incontrò Garibaldi sulla spiaggia di Sapri e ricevé l’ordine di organizzare le sue truppe, quelle affidategli da Turr che nel frattempo era partito da Sapri per andare a perlustrare la zona di Lagonegro. Nel 1861, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, a p. 19, riferendosi al colloquio che egli ebbe con il generale Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, intorno alle ore 16,30, in proposito scriveva che: ” – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi.”. Dunque, Rustow scriveva che Garibaldi gli ordinò di ordinare le sue truppe per mettersi in marcia per recarsi al Fortino, partire da Sapri con le truppe pronte per marciare verso il Fortino. Rustow testimonia del passaggio di Garibaldi e delle sue truppe a Vibonati ma non dice nulla sul pernottamento di Garibaldi in casa Del Vecchio. Dunque, la notizia del pernottamento in casa Del Vecchio proviene esclusivamente dal Pesce, ed in seguito ripetuta dal Mazziotti che cita una lettera dell’amico di Torraca Perazzi. Perazzi apparteneva ad una famiglia di attendibili. Inoltre, come ho già scritto nel precedente saggio, Rustow, nell’altra versione della sua traduzione è molto diversa da quella di Eliseo Porro. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “Avvenne ciò che Garibaldi preannunciò: passò la notte a Vibonati e s’incontrò con Turr al Fortino….A Vibonati fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Dunque, la versione dello storico Treveljan è differente da alcuni storici locali. Treveljan non scrive nulla del passaggio e del pernottamento a Vibonati ma scrive chiaramente che Garibaldi pernottò a Sapri e che solo il giorno dopo, il 4 settembre, Garibaldi si portò verso Lagonegro per andare al Fortino. Probabilmente Garibaldi raggiunse Rustow a Vibonati al mattino seguente dopo aver pernottato a Sapri. Della versione di Treveljan ho già parlato nel precedente saggio. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre, il generale Giuseppe Garibaldi dopo essere sbarcato a Sapri, si diresse verso Vibonati, ospite di Nicola Del Vecchi, da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. Dunque, Nicola Del Vecchio era il marito di Antonia Gallotti. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sulla visita alla famiglia Del Vecchio, però, alcuni vogliono che Garibaldi si sia recato a far visita alla famiglia De Nicolellis. A Vibonati vi è anche una lapide in ricordo dello storico evento. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Guzzo, a p. 186, nella nota (31) postillava: “(31) G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, 1960, pagg. 110-111.”. Dunque, il Guzzo ci parla della famiglia De Nicolellis e postilla di Gennaro De Crescenzo. Ma, Gennaro De Crescenzo non parla della famiglia De Nicolellis ma anch’egli ci dice della famiglia Del Vecchio. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, e, secondo alcuni, incontrò Teodosio de Dominicis. Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Policicchio, a p. 286, riportando il testo, in proposito scriveva: “Alle 5 di mattina del giorno 4 – proseguiamo con Rustow – ripresimo etc…”. Si tratta del testo che Policicchio indica a p. 286, nella nota (38) dove postillava: “(38) E. Porro, La brigata Milano cit., pp. 20-3”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Etc…”. Policicchio, a p. 381, nella nota (18) postillava: “(18) La casa era stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, a p. 393 pubblicò la foto della stanza e del letto su cui dormì Garibaldi nel Palazzo dell’ex famiglia Del Vecchio, oggi De Nicolellis. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, e, secondo alcuni, incontrò Teodosio de Dominicis. Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”, “….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36).”. La notizia del passaggio di Garibaldi è attestato dal Verbale del Decurionato del 14 ottobre 1860. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 290, in proposito scriveva che: “Dopo il passaggio di Garibaldi alcuni Decurionati cominciarono a dichiarare decaduta la dinastia Borbone e, ancor prima del Plebiscito, riconoscendo l’annessione immediata e incondizionata, proclamarono l’Unità facendo trasparire dalle deliberazioni l’entusiasmo del tempo. Le Camicie Rosse da Vibonati partirono all’alba di martedì 4 settembre e, lo stesso giorno, l’assemblea Decurionale testualmente deliberò: “Visto lo stato di oppressione sia morale partito dalle popolazioni del Continente….Essendo pure questo popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Uninamente, liberamente, etc…(46).”.”. Policicchio, a p. 291, nella nota (46) postillava: “(46) Archivio Comunale di Vibonati, b. 3, f. 1. Anche F. Policicchio, Vibonati nel secolo Decimonono, cit., p. 386.”. Infatti, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, a p. 381, in proposito scriveva che: “Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto che nella forma Costituzionale etc…” (19).”. Policicchio, a p. 381, nella nota (19) postillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata all’istituto Governo Pro-dittatoriale della Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) etc…“. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “Garibaldi è ospite della famiglia Gallotti in Sapri e poscia della famiglia Del Vecchio a Vibonati. Etc..”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati.
Nel 4 settembre 1860, a Vibonati, il palazzo del liberale Nicola Del Vecchio, in seguito palazzo De Nicolellis e, del figlio Fabrizio
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “Garibaldi, a Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio. (172) etc…”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Da Wikipedia leggiamo che “Vibonati è stato al centro dei sanguinosi moti cilentani del 1848 e, il 3 settembre 1860, ha ospitato Giuseppe Garibaldi, come ricorda una lapide posta sulla facciata del palazzo De Nicolelis.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Il 2 settembre erano approdate a Sapri, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tur per inseguire ed ostacolare, per via di terra, la Brigata borbonica del Cardarelli. Dopo ua breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Etc…”. Dove si trova questo palazzo storico di Vibonati ? Chi era la famiglia del liberale Nicola Del Vecchio ?. Garibaldi, arrivato a Vibonati fu ospitato nel palazzo de Nicollellis, nel centro storico, dove oggi vi è una lapide in ricordo dello storico evento. Qualcuno mi diceva che il de Nicolellis fosse sposato con una Del Vecchio originari di Casaletto Spartano e con grosse proprietà al Fortino di Cervara. Forse i Del Vecchio avevano forti legami, forse anche di parentela con il barone di Bataglia don Giovanni Gallotti. Percorrendo il paese su Corso Umberto I si possono ammirare i tanti pregevoli portali che decorano i palazzi nobiliari del borgo antico, tanto che è consuetamente definito il borgo dei portali. Tra i palazzi spiccano il Palazzo De Nicolellis, risalante al 1400 circa, il quale ospitò il 3 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi. Il Palazzo De Nicolellis è a Vibonati in c.so Umberto I, al civico 189. Dunque, il Palazzo dove fu ospitato Garibaldi vi abitava il liberale Nicola Del Vecchio con sua moglie Antonia Gallotti. La Gallotti era forse parente del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti anch’egli eminente liberale e referente della zona. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Dunque, Nicola Del Vecchio era il marito di Antonia Gallotti. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, riferendosi al passaggio di Garibaldi, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sulla visita alla famiglia Del Vecchio parò alcuni vogliono che Garibaldi si sia recato a far visita alla famiglia De Nicolellis. A Vibonati vi è anche una lapide in ricordo dello storico evento. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “…., Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Etc…”. Policicchio, a p. 381, nella nota (18) postillava: “(18) La casa era stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, ap. 393 pubblicò la foto della stanza con il letto su cui dormì Garibaldi nel Palazzo dell’ex famiglia Del Vecchio, oggi De Nicolellis. Eliseo Porro (….), nella sua traduzione del testo russo di Rustow “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, scaricabile da Google libri; egli a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate (….). I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate. Una quantità di fuochi d’allegria erano stati accesi dagli abitanti lungo la via che sale a quell’eminenza ed inoltre ci illuminarono anche gli angusti viottoli.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 154-155, in proposito scriveva: “Giusto il tempo di scendere dalla scialuppa e poi scappò subito verso l’interno, a Vibonati, dove dormì la sera del 3 settembre. Quindi anche tu punti verso Vibonati, distante appena otto chilometri. Le stradicciole di Vibonati sono talmente strette che anche con lo scooter ti tocca far manovra per poterti girare agli incroci. Ti arrampichi come puoi fino al budello su cui si affaccia palazzo De Nicolellis, il domicilio garibaldino del paese. Ne ammiri la facciata gentilizia mentre l’aria immobile di questo mezzogiorno assolato s’impregna di borotalco e soffritto. Dai tinelli che danno sul vicoletto escono frammenti domestici di un’estrema provincia a tavola. riesci a sentire il biascicare delle mandibole, il rumore delle posate che graffiano i piatti e l’immancabile tv. Una campana batte la mezza. Il palazzo, al cui interno si dice vi sia ancora il letto originale su cui dormì Garibaldi, però è evidentemente sbarrato e sta imboccando la via dell’abbandono. L’unica traccia della passata grandezza, è la solita lapide a futura memoria. Che questa volta esagera così: “In questa casa il 3 settembre 1860 sostò pernottandovi Giuseppe Garibaldi il cui grido, consonante con i sentimenti delle genti, si fece destino nel perseguimento dell’unità d’Italia e della conquista delle libertà che di lui furono pensiero, tormento e vita. Il comune di Vibonati a memoria pose, 16/1/1983”. Ti passa sotto il naso una signora di certa età che annaspa lungo la salita trascinando due pesanti borse della spesa. Decidi di fare il bel gesto in cambio, speri, di qualche informazione. Mentre le trasporti il carico davanti la porticina a piano terra cinquanta metri più avanti, in effetti riesci a farti raccontare che da alcuni mesi è morta anche Rosa, l’ultima discendente diretta dei De Nicolellis, fino all’ultimo residente nel palazzo. Prima assieme alla sorella Giuseppina e negli ultimi anni da sola. Ti spiega che il palazzo è finito ad una pletora di eredi che, almeno fino adesso, non si sono fatti vedere e qualcuno mormora addirittura possa essere in vendita.“. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico che, liberato dalla Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 per il reato politico attribuitogli, passò al potere della polizia e fu prima ‘emperato’ (7) a Sanza (8) e successivamente espatriato in Brasile dove morì il 4 febbraio 1868 all’età di anni 72.”. Policicchio, a p. 136, nella nota (7) postillava: “(7) Nel 1851, con R.R. del 7 ottobre, fu istituita in ogni provincia una commissione detta d’Empera, così definita dallo spagnolo ‘Emparar’ (relegare, confinare) etc…”. Policicchio, a p. 136, nella nota (8) postillava: “(8) Sul suo conto il Sottocapo Urbano onorario Sabino La veglia – dopo qualche anno più famoso Capo Urbano per aver combattuto Pisacane – nel 1852 relazionava: “Da circa otto mesi trovasi in questo comune confinato, qual imputato di politica reità un tale D. Federico del Vecchio da Vibonati. Etc…., e molto più perchè gode apertamente la protezione del Giudice e Capo Urbano i quali per aizzare gli animi si servono del cennato Del Vecchio come mezzo materiale; ….prudenza vuole che…., ma miglior sarebbe farlo menare sotto chiave per essere pernicioso alla società”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 39, f. 1.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 209, in proposito scriveva che: “A Vibonati, già lo abbiamo detto, la famiglia liberale per eccellenza fu quella del legale Clemente del Vecchio. Un Francescantonio del Vecchio (31), dopo essere stato varie volte membro del Decurionato, “sebbene scarso di istruzione”, fu indicato per l’impiego presso l’ufficio del registro e bollo di Vibonati. A scagionarlo dalle noie di polizia, accordandogli piena riabilitazione, il Sottointendente intervenne in questi termini (32): “D. Francescantonio del Vecchio di Vibonati, proposto per soprannumero del registro e bollo, è diverso da quello che fu Clemente che nel dì di due novembre 1850 fu arrestato (…) sacerdote da più anni defunto (33). Il primo dunque è di buona condotta politica, morale e religiosa, non avendo dato mai ad osservare cosa alcuna e le ultime informazioni ricevute mi accennano che sia anche sufficientemente idoneo per la carica.”. Ovviamente la famiglia Del Vecchio, a Vibonati, non fu l’unica di idee liberali. Una denuncia anonima del 18 aprile 1851, nei confronti di Francescantonio Pugliese di Nicolalfonso che aveva chiesto il posto nella pubblica amministrazione, rivela una pagina risorgimentale quarantottesca che si sperava essere punita dalla reazione borbonica, forse perchè il denunciante aspirava anch’egli al posto (34) etc…”. Policicchio, a p. 209, nella nota (31) postillava: “(31) Figlio di Domenico e Maddalena Giffoni, marito di Serafina Pugliese morto 74enne a Vibonati il primo giugno 1878.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (32) postillava: “(32) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 82, f. 27. Missiva del 24 febbraio 1858.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (33) postillava: “(33) Dal registro dei misfatti dell’anno 1850, esistenti presso la cancelleria della G. C.C. del Principato Citeriore, sul conto di Francescantonio figlio di Clemente, sacerdote di Vibonati, risulta che questi fu arrestato con l’imputazione “di cospirazione tendente a distruggere e cambiare il Governo, con eccitare i sudduti e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’Autorità Reale; e da voci sediziose ed allarmanti profferite in luogo pubblico contro il Governo in Luglio 1848″. Con decisione del 2.8.1851 venne disposto di scarcerarsi, e conservarsi gli atti in archivio. Il sacerdote morì 40enne il 2 marzo 1853, ma il fratello Nicola (1801-1873) ospitò Garibaldi quando, salpato dal lido di Tortora, approdò a Sapri e pernottò a Vibonati.”. Dunque, Francescantonio Del Vecchio ed il fratello Nicola Del Vecchio erano figli di Clemente Del Vecchio, il sacerdote che si tolse l’abito talare partecipando ai moti insurrezionali del ’48. Clemente Del Vecchio era figlio di Domenico Del Vecchio e di Serafina Giffoni. Clemente del Vecchio era marito di Serafina Pugliese e morì 74enne a Vibonati il 1° giugno 1878.
Nel 4 settembre 1860, a Sapri, alle 8 del mattino si concludevano le operazioni di sbarco della Brigata Puppi
Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Nel ……, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli….(2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao. In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli altri aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Da Wikipedia leggiamo che Ludovico Quandel col grado di primo tenente, il 28 luglio 1860 prese parte alla battaglia di Capua, alla battaglia del Volturno e alla battaglia del Garigliano, al comando della Batteria nº 5. Si tratta del generale borbonico Ludovico Quandel-Vial che, in aggiunta alla sua attività come militare e politico, Ludovico Quandel fu anche autore di cronache militari. Tra le sue opere più rappresentative si ricorda Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nelle Calabrie dal 25 luglio al 7 settembre 1860 (Napoli, Tipografia Artigianelli – 1900), nel quale descrive le operazioni militari che videro opposti gli eserciti garibaldino e del Regno delle Due Sicilie. Questa cronaca è uno dei documenti di riferimento[senza fonte] di una delle scuole[quali/e?] del Revisionismo del Risorgimento. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al 3 settembre, a p. 576, in proposito scriveva che: “Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. Alle 6 (p.m.) per ordine del Ministro della Guerra parte da Napoli il Capitano di Stato Maggiore Garzia, prendendo imbarco sul vapore di commercio francese il ‘Brésil’ al Servizio del Real Governo. Il Capitano ha missione di toccare gli approdi da Sapri verso Sud a fine di tentare lo imbarco di Uffiziali, soldati ed Impiegati governativi, che vi troverà, e, naturalmente, altresì prendere tutte le notizie utili. Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi. Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.”. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.“. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Le brigate garibaldine Milano e Spinazzi: “per tempo”, partono da Vibonati alla volta di Casalnuovo….All’alba, etc…All’istess’ora s’intraprende nelle acque di Sapri l’operazione del disbarco della Brigata garibaldina Puppi.”.
Nel 4 settembre 1860 (secondo Ferruccio Policicchio) Garibaldi, a Vibonati incontrò il giudice Regio del Mandamento di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva che: “In casa Del Vecchio Garibaldi……V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Dunque, mi par di capire che la notizia dataci dal Policicchio secondo cui Garibaldi avrebbe incontrato il Giudice Francesco Saverio Cajazzo in casa del Vecchio a Vibonati provenga dal verbale del Decurionato del Comune di Torraca. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto l’insurrezione venne proclamata anche nel Golfo di Policastro, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati. Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Il capo brigata della gendarmeria di Padula, etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (13) postillava: “(13) ASS, Intendenza Gabinetto, b. 109, f. 74.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati. Socrate Falcone di Policastro. Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Su questa notizia fornita da Policicchio, ovvero che Garibaldi incontrò a Vibonati sicuramente il giudice Cajazzo, Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (‘La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo: Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 285 sg.) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra gli altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. Sul Pietro Paolo Perazzo o Perazzi, nel ……, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, …..così: “….Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”. Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”.
Nel 4 (?) settembre, 1860, Garibaldi nominò i governatori di Vibonati
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, e, secondo alcuni, incontrò Teodosio de Dominicis. Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”, “….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”(36).”. La notizia del passaggio di Garibaldi è attestato dal Verbale del Decurionato del 14 ottobre 1860. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol. II, a p. 381, in proposito scriveva che: “Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto che nella forma Costituzionale etc…” (19).”. Policicchio, a p. 381, nella nota (19) postillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata all’istituto Governo Pro-dittatoriale della Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. La notizia dunque la si apprende da un verbale del Decurionato di Torraca. La notizia, in seguito fu ripresa dal Fusco. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “Il Generale, a Vibonati, lasciò una ‘Giunta Comunale Insurrezionale’ in commissione permanente composta dal Sindaco e da Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale. I due, insieme al giudice Francesco Saverio Chiazza, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il Plebiscito disposto con decreti dittatoriale dell’8 e 12 ottobre 1860.”. Credo che vi sia stato un errore di trascrizione perchè si tratta di Francesco Saverio Cajazza o Cajazzo. Dunque, il generale Garibaldi lasciò il governo del paese di Vibonati ai tre uomini di fede: il Sindaco, il barone Giuseppe Giffoni, Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale ed al giudice Regio del Circondario di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”.
Nei primi di settembre 1860, le lettere manoscritte autografe di alcuni garibaldini sbarcati a Sapri raccontati da Emile Maison
Uno dei testi citati dal Treveljan è quello di Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Su un sito in rete troviamo scritto in francese che: “Emile Maison, ancien officier de Garibaldi lors de l’expédition des Mille, fut l’un des premiers volontaires étrangers à avoir combattu en Pologne ( cf. Aleksander Gieystoz. Echanges entre la Pologne et la Suisse du XIVe au XIXe siècle… Genève, Droz, p. 224). Il est l’auteur notamment de: – Expédition de Chine. Lettres d’un volontaire au 102ème , recueillies et mises en ordre par Emile Maison. Paris : B. Duprat, 1861./ – Journal d’un volontaire de Garibaldi. Paris : A. de Vresse, 1861. Bibliothèque Arnauld de Vresse . / – Une page d’histoire : Inès de Castro, par Émile Maison . Annecy : impr. de J. Dépollier, 1885. / – Caprera : les Loisirs de Garibaldi, par Émile Maison . Paris : E. Dentu, 1861. / – Le Parti hispano-prussien. Paris : A. Sagnier, 1876… ( Cl Gr) “, che tradotto è: “Emile Maison, già ufficiale di Garibaldi durante la spedizione dei Mille, fu uno dei primi volontari stranieri ad aver combattuto in Polonia (cfr. Aleksander Gieystoz. Scambi tra Polonia e Svizzera dal XIV al XIX secolo… Ginevra, Droz, p. 224).È autore in particolare di: – Spedizione dalla Cina.Lettere di un volontario del 102°, raccolte e ordinate da Emile Maison.Parigi: B. Duprat, 1861./ – Diario di un volontario garibaldino.Parigi: A. de Vresse, 1861. Biblioteca Arnauld de Vresse./ – Una pagina di storia: Inès de Castro, di Émile Maison.Annecy: stampa.di J. Dépollier, 1885. / – Caprera: Ozio di Garibaldi, di Émile Maison.Parigi: E. Dentu, 1861. / – Il partito ispano-prussiano Parigi: A. Sagnier, 1876… (Cl Gr)”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giungendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”.
Nel 4 settembre 1860, il racconto di un Garibaldino che sbarcato a Sapri racconta che:
Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a p. 63 e ssg. trascriveva una lettera del 4 settembre e scriveva: “Sapri, le 4 Septembre. En nois reveillant, nous nous trouvons dans le golfe de Policastro. Nous débarquons à Sapri, charmant petit village de cinq cents àmes, situé dans une position ravissante. Les oliviers, les figuiers, les orangers, les citronniers les grenadiers, et les lauriers-roses y croissent avec une profussion sans pareille. Je rencontre là une foule de gens qui parlent francais; ce son de ces chaudronniers ambulants comme nous en rencontrons à chaque instant dans nos village de France. Ils m’apprennent que Garibaldi était ici meme hier soir et qu’il marche directement sur Salerne. A peine débarqués nous allons, mes deux compatriotes et moi, nous promener dans un bois d’oliviers, derriere la place. Une brave femme, – qui ne doit plus savoir le compte de ses années tant elles sont nombreuses, – vient nous y trouver et nous offre un panier de figues qu’elle nous force d’accepter. Nous voulons lui en payer la veleur. Impossible. La pauvre vieille se recrie au nom de som ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, ajoute la bonne vieille. Je crois decidement que la Calabre est animée d’un meilleur esprit que la Sicile. Ici tout le monde vous appelle frère (fratello); et chacun fait son devoir simplement avec une noblesse sans emphase. Aprèsse déjeuner, nous nous aventurons dans la champagne, où j’dmire quelques beaux types d’hommes et de femmes. Une figure vraiment céleste frappe soutout mes regards. C’est une jeune fille admirable de grace et d’e xpression; alle a une main posee sur la hanche et de l’autre elle tient sur satete une urne de forme antique. Son costume, qui rappelle la Grèce, s’allie merveilleusement au caractere de sa beauté. Elle porte une jube bleue, un corsage de meme couleur brodé d’or, ouvert sur le devant, ce qui permet de distinguer les delicates attaches et les formes de son cou, malgré les nombreux plis d’une chemise aussi blanche que fine. Quaunt aux pieds, comme ils son nus, je puis aussi en constater aisement la finesse et l’elégance. Je reste la quelque temps, plonge dans une muette exstase, car je n’ose faire un mouvement de preur de voir s’évanouvir cette brillante apparition, qui comptera parmi mes meilleurs souvenir d’artiste.”, che tradotto significa: “Sapri, 4 settembre.Al risveglio ci troviamo nel Golfo di Policastro.Sbarchiamo a Sapri, grazioso paesino di cinquecento abitanti, situato in una posizione deliziosa.Vi crescono ulivi, fichi, aranci, limoni, melograni e oleandri con una profusione senza pari.Lì incontro una folla di persone che parlano francese;questo suono di questi calderai itineranti che incontriamo ogni momento nei nostri villaggi in Francia.Mi dicono che Garibaldi è stato qui ieri sera e che sta marciando direttamente verso Salerno.Appena sbarcati io e i miei due connazionali andiamo a fare una passeggiata in un uliveto dietro la piazza.Una donna coraggiosa – che non deve più conoscere il numero dei suoi anni perché sono tanti – ci viene a trovare e ci offre un cesto di fichi che ci obbliga ad accettare.Vogliamo pagarlo per questo.Impossibile.La povera vecchia grida in nome di som ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, aggiunge la buona vecchia.Credo decisamente che la Calabria sia animata da uno spirito migliore della Sicilia.Qui tutti ti chiamano fratello;e ognuno fa il proprio dovere semplicemente senza enfasi.Dopo pranzo ci avventuriamo nello champagne, dove ammiro alcuni bellissimi tipi di uomini e donne.Ovunque una figura davvero celestiale colpisce il mio sguardo.È una giovane di grazia ed espressione ammirevoli;ha una mano sul fianco e con l’altra tiene sul sedile un’urna dalla forma antica.Il suo costume, che ricorda la Grecia, si combina meravigliosamente con il carattere della sua bellezza.Indossa una gonna blu, un corpetto dello stesso colore ricamato in oro, aperto sul davanti, che permette di distinguere le delicate allacciature e le forme del collo, nonostante le numerose pieghe di una camicia tanto bianca quanto fine.Quante volte sui piedi, poiché sono nudi, riesco anche a vederne facilmente la finezza e l’eleganza.Rimango lì per qualche tempo, immerso in un’estasi muta, perché non oso muovermi per paura di veder scomparire questa brillante apparizione, che annovererà tra i miei migliori ricordi di artista.”.
Nel 4 settembre 1860, a Sapri, il piroscafo Sardo la Dora, con a bordo il viceconsole sardo Francesco Astengo ed il Capitano marinaro Paolo Augier, amico d’infanzia di Garibaldi, latore di una lettera del conte di Cavour, salparono per far ritorno alla base navale piemontese dell’ammiraglio Persano nella baia di Napoli
Il Capitano marinaio Paolo Augier (1), amico d’infanzia di Garibaldi ed il Viceconsole Sardo Francesco Astengo, dopo aver “felicemente” compiuta la missione affidata da Cavour, salperanno da Sapri alla volta di Napoli, dove arriveranno con il piroscafo Sardo, la Dora, giorno 4 settembre. La Dora con Astengo e Augier, il giorno 4 agosto 1860 ripartirono da Sapri e ritornarono a Napoli, da dove eran salpati il giorno 3 settembre. Infatti, Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.“. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” ed. Gutemberg, 2011, a pp. 142-143, in proposito scriveva che: “La missione fallì perchè Garibaldi aveva ripreso la via interna. Sullo stesso documento, il giorno dopo annotò:“La Doria è ritornata riconducendo a bordo il Signore, che secondo i miei ordini essa avea trasportato a Salerno per vedere il Generale Garibaldi su amico” (26).”. Policicchio, a p. 143, nella nota (26) postillava: “(26) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, ….cit., pp. 576-577.”. Infatti, Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Poco dopo l’alba arriva in rada di Napoli il vapore Piemontese la Dora e l’Amiraglio Persano scrive nel suo Giornale: “La Dora è ritornata riconducendo a bordo il Signore, che secondo i miei ordini essa avea trasportato a Salerno per vedere il Generale Garibaldi su amico”.”. L’Ammiraglio della flotta piemontese, il conte di Persano (….), nel suo “Diario privato-politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861”, Torino, 1870, vol. II, a p. 95, in proposito scriveva ancora: “E’ ritornata la ‘Dora’ riconducendo al suo bordo il signore che, giusta i miei ordini, avea trasportato a Salerno per vedervi il generale Garibaldi suo amico.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.“. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI) inizia ad articolare il suo assunto ragionando sulle date e sui documenti, i dispacci di Persano. Moliterni, a p. 201, in proposito aggiungeva la risposta di Persano a Cavour: “La Dora la ho mandata dal generale Garibaldi con la persona che Astengo mi disse aver incaricato la V.E. di recargli una sua lettera oltre a comunicargli a voce alcune cose di massima importanza. Dovrebbe essere di ritorno a momenti, e subito arrivata la farò muovere per Genova colla mia risposta alla lettera di V.E. del 31 agosto p.s., che non mi pervenne prima di ieri 3 andante per le fermate di postale a Livorno etc…”. Dall’esame congiunto di quest’ultimo frammento e del telegramma che lo stesso Persano aveva inviato a Cavour il giorno precedente, appare pertanto chiaro che il piroscafo ‘Dora’, con a bordo Augier, salpò dal porto di Napoli il giorno 3 e vi rientrò il 4 settembre, per poi prendere definitivamente il largo alla volta di Genova. Fu dunque in queste ore che si decisero le sorti della missione del Capitano, sul cui esito, i documenti finora esaminati tacciono. Piuttosto vaghi e per certi aspetti devianti, sono due appunti inseriti nel Diario di Persano, che, pur non essendo datati, ribadiscono quanto appena detto e, perciò risalgono certamente al 3 e al 4 settembre. Il primo si riferisce che: “In compagnia del signore Astengo è venuto un signore, amico del generale Garibaldi, con desiderio di poter andare da lui: il conte Cavour avendomi fatto dire dall’Astengo di fornirgli i mezzi, gli dò la Doria perché lo trasporti nel golfo di Salerno”(33).”. Questo, invece, il testo del secondo appunto: “E’ ritornata la Dora, riconducendo al suo bordo il signore che, giusta i miei ordini avea trasportato a Salerno per vedervi il generale Garibaldi suo amico. Ordino alla Dora di tenersi pronta per volgere a Genova etc…(34).”. Moliterni, a pp. 202-203, aggiunge che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36)….Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (38) postillava: “(38) Ivi, pag. 581.”. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al 3 settembre, a p. 576, in proposito scriveva che: “Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. Alle 6 (p.m.) per ordine del Ministro della Guerra parte da Napoli il Capitano di Stato Maggiore Garzia, prendendo imbarco sul vapore di commercio francese il ‘Brésil’ al Servizio del Real Governo. Il Capitano ha missione di toccare gli approdi da Sapri verso Sud a fine di tentare lo imbarco di Uffiziali, soldati ed Impiegati governativi, che vi troverà, e, naturalmente, altresì prendere tutte le notizie utili. Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi. Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 577, riferendosi al 4 settembre, in proposito scriveva che: “Poco dopo l’alba arriva in rada di Napoli il vapore Piemontese la Dora e l’Ammiraglio Persano scrive nel suo Giornale: “La Dora è ritornata riconducendo a bordo il Signore, che secondo i miei ordini essa avea trasportato a Salerno per vedere il Generale Garibaldi suo amico.”. Etc…”. Moliterni, a p. 203, nella nota (38) postillava: “(38) Ivi, pag. 581.”. Moliterni, a p. 203, aggiunge che: “Queste testimonianza conferma le conclusioni cui siamo finora pervenuti ed è perfettamente in linea con quanto dedotto da Ludovico Quandel-Vial, il quale identificò giustamente il “vapore sardo”, incrociato dal ‘Brésil’, proprio con il piroscafo ‘Dora’ che la mattina del 4 settembre stava ritornando nella baia di Napoli dopo essere approdato, la sera precedente, in quella di Sapri (39).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (39) postillava: “(39) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 581, Ibidem.”. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 577, riferendosi al 4 settembre, in proposito scriveva che: “Poco dopo l’alba arriva in rada di Napoli il vapore Piemontese la Dora e l’Ammiraglio Persano scrive nel suo Giornale: “La Dora è ritornata riconducendo a bordo il Signore, che secondo i miei ordini essa avea trasportato a Salerno per vedere il Generale Garibaldi suo amico.”. Etc…”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581, riferendosi al 5 settembre, in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “…….Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Questo è il brano riportato da Moliterni e che suffragava il suo ragionamento sul buon esito della missione di Augier. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 268-269, in proposito è scritto che: “877. F. Astengo a Cavour. Napoli, 9 Settembre 1860…Eccellenza, Il Capitano Auger farà conosere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi à di lei desiderii. Garibaldi ha deciso di non arrestarsi che a Roma e proclamare colà V. Emanuele Re d’Italia. Spera che al suo approssimarsi il Papa e le Truppe Francesi se ne anderanno. L’altro ieri rispose negativamentea Depretis che gli domndava istantaneamente l’annessione immediata della Sicilia. Etc.. Il Capitano Auger è riuscito a mettere Bertani in sospetto di Garibaldi al quale d’altra parte il Generale non può perdonare d’aver trasgredito à suoi ordini riguardo all’ultima spedizione fatta, giacchè il Dittatore l’aveva destinata per Napoli, mentre Bertani voleva dirigerla verso le Romagne e fare da sè. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 408-409, in proposito scriveva che: “….
Nel 4 settembre 1860, Garzia, Capitano di Stato Maggiore del governo Piemontese arrivò a Sapri a bordo del vapore commerciale Brésil, con l’incarico di imbarcare volontari, ufficiali e governativi
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 288, in proposito scriveva che: “Intanto, alle 18 del tre settembre, per ordine del Ministro della Guerra torinese, alla volta del Golfo partì da Napoli il capitano Grazia imbarcatosi sul vapore commerciale francese ‘Brésil’, al servizio dei Piemontesi, con missione di toccare gli approdi da Sapri in giù e imbarcare soldati, ufficiali, volontari, impiegati governativi e reperire ogni utile notizia. Alle otto del giorno 4 il ‘Brésil’ si trovava nelle acque di Sapri e il capitano, sul giornale di bordo, annotò: etc….”. Il Policicchio, a p. 289 trascrive il racconto del testo in nota (44) dove postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 141, in proposito scriveva che: “Nel frattempo alle ore 18 del 3 settembre, per ordine del Ministro della guerra torinese partì da Napoli il capitano Grazia. S’imbarcò sul vapore commerciale francese ‘Brésil’, al servizio dei Piemontesi, con missione di toccare gli approdi da Sapri in giù, imbarcare soldati, ufficiali, volontari e reperire ogni utile notizia. Alle otto del giorno 4 si trovava nelle acque di Sapri, il capitano sul giornale di bordo annotò: “Qui ho trovato cinque vapori etc…”. Policicchio, a p. 142, nella nota (24) postillava: “(24) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al 3 settembre, a p. 576, in proposito scriveva che: “Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. Alle 6 (p.m.) per ordine del Ministro della Guerra parte da Napoli il Capitano di Stato Maggiore Garzia, prendendo imbarco sul vapore di commercio francese il ‘Brésil’ al Servizio del Real Governo. Il Capitano ha missione di toccare gli approdi da Sapri verso Sud a fine di tentare lo imbarco di Uffiziali, soldati ed Impiegati governativi, che vi troverà, e, naturalmente, altresì prendere tutte le notizie utili. Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi. Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.”. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Grazia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Qui ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea (43) era andato a Sapri ed aveva preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro o nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Muraglia di Maratea dava la stessa assicurazione (44).”. Policicchio, a p. 288, nella nota (43) postillava: “(43) Qui l’errore sta nella errata trascrizione (Ascea per Scalea) da parte dell’ex Capitano dell’esercito napoletano Quandel-Vial. Se preso alla lettera il generale avrebbe fatto il viaggio a ritroso.”. Policicchio, a p. 289, nella nota (44) postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Sulla notizia scrisse anche Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (38) postillava: “(38) Ivi, pag. 581.”. Moliterni, a p. 203, aggiunge che: “Questa testimonianza conferma le conclusioni cui siamo finora pervenuti ed è perfettamente in linea con quanto dedotto da Ludovico Quandel-Vial, il quale identificò giustamente il “vapore sardo”, incrociato dal ‘Brésil’, proprio con il piroscafo ‘Dora’ che la mattina del 4 settembre stava ritornando nella baia di Napoli dopo essere approdato, la sera precedente, in quella di Sapri (39).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (39) postillava: “(39) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 581, Ibidem.”. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581, riferendosi al 5 settembre, in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “…….Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Questo è il brano riportato da Moliterni e che suffragava il suo ragionamento sul buon esito della missione di Augier.
Nel 4 settembre 1860, Turr e forse insieme a Piola e Augier, arrivati al Fortino del Cervaro si fermarono per attendere il generale Garibaldi
Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.
Nel 4 settembre 1860, il colonnello polacco Wilhelm Rustow, il generale Gandini con le brigate Parma, Milano, le due Brigate Milano e Spinazzi partirono da Vibonati per raggiungere la strada Consolare verso il Vallo di Diano
Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Contemporaneamente la brigata Puppi….si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, ripartire il 4 per il passo di monte Cocuzzo e Castelnuovo, e il 5 marciare su Sala e arrivare ad Eboli il giorno 7, etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”.
Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 19-20-21-22, nelle sue memorie scriveva che: “Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia. Ometto qui molte e molti particolari interessanti, riservandomi di farne cenno in altra occasione, lusingandomi per ora di far cosa gradita al lettore soltanto col fargli conoscere qual fosse l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido. I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; per soprabbito avevano cappotti piemontesi. Quanto alle coperte, erasene potuto rinvenire soltanto una parte per le truppe. La calzatura era di pessima qualità, ciò che fu comprovato dalle poche marcie fatte, ed io mi trovava continuamente nell’apprensione di vedere dopo altre quattro cinque tappe le truppe letteralmente a piedi nudi. Sebbene ciascun soldato non si trovasse munito con più che venti cartucce, le quali era inoltre costretto di portar nel sacco del pane o in tasca, e che per deficienza di mezzi di trasporto non si potesse aver lusinga di una pronta rifornitura; pare nessuno se ne dava fastidio. I segni distintivi dei gradi erano per gli ufficiali delle striscie d’argento o d’oro all’ingiro del kepi: una pel sottotenente; due pel tenente; tre pel capitano; quattro pel maggiore. Il colonnello ne aveva cinque d’oro e due d’argento. I bersaglieri erano infine abbigliati alla foggia piemontese ed addestrati alla stessa scuola, inclusivamente al passo ginnastico, di cui solevano usare ogni volta le circostanze lo permettessero. E così era allestita la nostra piccola forza, oramai destinata all’insigne onore di formare la vanguardia dell’esercito meridionale. Essa precedeva di due o tre giornate le più vicine truppe della divisione Terranova, e di quattro o cinque la punta del corpo principale dell’esercito, e – cosa inaudita ma vera – fu essa che determinò lo sgombro della formidabile posizione di Salerno.“. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: “Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di Monte Cocuzzo oltrepassando oltre Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre la brigata Milano, forte di 900 uomini, era già sulla strada consolare presso Casalnuovo.“. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc….”. Dunque, Pesce scriveva che Rustow rimase a Sapri e non partì da Sapri diretto a Vibonati il 3 settembre ma restò a Sapri con le sue divisioni. Più convincente la versione del 1921 del senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, etc.. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri….La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Felice Fusco, a p. 352, nella nota (62) postillava: “(62) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, Salvi, 1861, p. 20 ss. Aggiunse ancora Rustow: “Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata” (ivi). La citazione è in F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e Garibaldini in provincia di Salerno, Salerno, Plectica, 2005., cit., p. 286.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113 e ssg., in proposito scriveva che: “IV…. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri.”. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (10) postillava che: “(10) Ogni specie di trasporto era buono per proseguire nelle marcie: giumenti, cavallucci, muli, asini: quegli uomini di Garibaldi etc…”.
Nel 4 settembre 1860, la partenza di Garibaldi da Vibonati, dove avrebbe pernottato, per risalire al Fortino del Cervaro
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Garibaldi…..scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco e che avrebbe proseguito con le brigate Spinazzi e Milano fino al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. Garibaldi, …e di lì proseguirà per il Vallo di Diano verso Napoli capitale ripercorrendo dopo tre anni lo stesso itinerario percorso dallo sfortunato Pisacane.”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca),….”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 29, in proposito scriveva che: “….e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Etc…”. La ricostruzione storica che fece il Pesce non risponde a verità in quanto Pesce scriveva che il generale Garibaldi aveva incontrato il generale Turr a Sapri a casa del Gallotti, e con questi si recherà a Vibonati. Sappiamo invece che Garibaldi aveva inviato un dispaccio a Turr che da Sapri si era allontanato prima del suo arrivo. Turr non era a Sapri il 3 settembre quando arrivò Garibaldi. Pesce, proseguendo il suo racconto, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, etc….ivi nel 29 giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poco buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, ed ivi, dopo soli tre anni, quel nuovo fausto ed insperate avvenimento veniva a cancellare tutti i tristi ricordi del passato! E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Dopo una cavalcata etc…”.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Infatti, nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72-73 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima che si disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’ e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenenente di vascello della marina sarda signor Piola, etc….“. La ricostruzione storica di quegli eventi che fa il Pesce è arbitraria anche in un altro punto controverso e cioè se Garibaldi avesse pernottato e quindi si partì da Sapri o avesse pernottato a Vibonati e quindi si partì da Vibonati. Infatti, Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicina a Sapri), l’indomani, martedì 4 Settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro Duce di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpi di fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati dal Pisacane (1). Etc…”. Sempre l’avv. Carlo Pesce (….), nel 1921, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 32, si permette di cambiare “Sapri” e non in “Vibonati”, ed in proposito scriveva che: “narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme alla descrizione di quel viaggio etc…”Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicino a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo etc…”.”. Pesce, a p. 32, corregge il Bertani scrivendo “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicino a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre etc…”. Credo che sia stata proprio questa correzione che abbia dato origine alla notizia che Garibaldi, per recarsi al Fortino fosse partito da Vibonati, dove avrebbe pernottato in casa Del Vecchio e non da Sapri, dove come attesta Bertani, e poi lo storico Treveljan, avesse pernottato a Sapri. Più convincente la versione del 1921 del senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. Felice Fusco, a p. 352, nella nota (62) postillava: “(62) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, Salvi, 1861, p. 20 ss. Aggiunse ancora Rustow: “Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata” (ivi). La citazione è in F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e Garibaldini in provincia di Salerno, Salerno, Plectica, 2005., cit., p. 286.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113 e ssg., in proposito scriveva che: “IV…. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato. Tutta la gente affluiva alla consolare della Calabria, perchè sapeva che Garibaldi l’avrebbe percorsa dal Fortino a Polla. Uno studioso di memorie patrie (11), in alcune sue pagine inedite, ricorda l’entusiasmo provato nell’attesa e nell’arrivo dell’Eroe: “Anch’io, con Raffaele Caputo marito della mia zia materna Rosa Santoro, con costei, con Vincenzo Caputo, di lei cognato, con l’armaiuolo (vulgo, armiere), Caggiano, del quale mi sfugge il nome, e qualche altro parente o amico che non ricordo bene, il 4 ci recammo giù giù, alla contrada del Carrara dell’Arena, donde ben si poteva osservare il passaggio dell’atteso corteo. Fermatici in un nostro fondo rasentato dalla consolare delle Calabrie, invano attendemmo il vincitore di Calatafini, Palermo ecc…, che quel giorno non passò. Il domani tutti giù di buon’ora. Oh, l’ansiosa aspettazione ! Splendeva un bel sole. Il viale formicolava di gente d’ogni età e condizione, non esclusa una buona rappresentanza del clero e dei minori osservanti. Finalmente il corteo apparve. Tanto calpestio sollevava nugoli di polvere. Sguardi, braccia tese, acclamazioni interminabili verso chi veniva, su bianco cavallo, in nome di Italia. Quanto fascino emanava da lui e da tutte le camicie sosse! E tra esse, che già ne contavano due partiti da Quarto (12), si confuse l’armiere con altri sedici di questo paese (13). Etc..”.“. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (10) postillava che: “(10) Ogni specie di trasporto era buono per proseguire nelle marcie: giumenti, cavallucci, muli, asini: quegli uomini di Garibaldi etc…”. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (11) postillava che: “(11) Il sacerdote Angelo Rotunno, nato a Padula il 31 gennaio 1851, che contava allora otto anni sette mesi e pochi giorni”.“. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (12) postillava che: “(12) Vincenzo Padula ed Antonio Santelmo, di cui già si è parlato.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Proincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: “da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:….Da Sapri, l’indomani, martedì 4 Settembre alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontarii già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpidi fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato al Fortino il 4 settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso. Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal maggiore della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino….Nella taverna del Fortino, a cui Garibaldi giunse verso mezzogiorno dopo essersi arrampicato “con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati” (62), etc…”. Felice Fusco, a p. 352, nella nota (62) postillava: “(62) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, Salvi, 1861, p. 20 ss. Aggiunse ancora Rustow: “Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata” (ivi). La citazione è in F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e Garibaldini in provincia di Salerno, Salerno, Plectica, 2005., cit., p. 286.”. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “Il 4 Garibaldi è al Fortino di Lagonegro, una taverna situata tra un gruppo di casette coloniche, ai confini lucani con la provincia di Salerno. Ivi, il prodittatore Mignogna accompagnato da Pietro Lacava, porge il saluto della nostra regione al leggendario condottiero. Il Mignogna gli consegna una cassettina contenente seimila ducati, raccolti con sottoscrizioni fra i lucani (vi concorse anche il nostro paese). Garibaldi ringrazia per l’offerta, la quale, in momenti così gravi e decisivi, provvederebbe alle esigenze militari dei suoi soldati e dei fuggiaschi borbonici, privi anch’essi del necessario.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ? Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per riconsegnarla all’Italia.”.
Nel 4 settembre 1860, Garibaldi, per salire al Fortino passò per Torraca ?
L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pare che la notizia che Garibaldi, partitosi da Vibonati, per risalire al Fortino del Cervaro abbia percorso una strada che passasse per Torraca. La notizia trova riscontro solo in Pesce. Infatti, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. Devo però precisare che il Mazziotti, riguardo a Torraca scriveva di una lettera del suo caro amico, don Paolo Perazzi ed a p. 132, in proposito scriveva che: “Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. In effetti, Pier Paolo Perazzi di Torraca, era Sindaco di Torraca e si attivò con il Decurionato della ridente cittadina per le truppe Garibaldine di stanza a Sapri. Sull’attività del Decurionato e del Sindaco di Torraca ne ha parlato Ferruccio Policicchio. Sulle attività svolte a Torraca in quei frangenti,ed in particolare su alcune notizie su Torraca, provenienti dal Sindaco Pier Paolo Perazzi, il tutto ruota intorno all’alacre attività del giudice di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo che raccolse fondi presso le casse comunali tra cui anche quella di Torraca. I fondi raccolti dal giudice Cajazzo furono devoluti a Magnoni che in seguito li consegnò a Garibaldi. Le notizie che riguardano Torraca sono conservate presso l’Archivio di Stato di Salerno e di Napoli ma riguardano soprattutto le attività nel periodo successivo al Plebiscito. In quel periodo, tutti i comuni e i decurionati del Circondario di Vallo e di Vibonati si attivarono con la Dittatura di Garibaldi per la restituzione dei fondi spesi nei primi di Settembre per le truppe e non è difficile che molti Sindaci iniziarono a millantare fesserie. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 124-125, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro…etc…Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15). Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (13) postillava: “(13) ASS, Intendenza Gabinetto, b. 109, f. 74.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva che: “In casa Del Vecchio Garibaldi……V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Dunque, mi par di capire che la notizia dataci dal Policicchio secondo cui Garibaldi avrebbe incontrato il Giudice Francesco Saverio Cajazzo in casa del Vecchio a Vibonati provenga dal verbale del Decurionato del Comune di Torraca. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Sulla figura del sindaco di Torraca, Paolo Perazzi, che a mio avviso era Perazzo, ha scritto, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969 che, parlando degli attendibili e delle famiglie potenti cilentane e del loro facile voltafaccia, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2). Giusto tre anni dopo il De Petrinis, diventato maggiore delle truppe garibaldine, ebbe l’onore di ospitare Giuseppe Garibaldi quando giunse a Sala il 5 settembre. Cfr. M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860, in Arch. Stor. Sal., I (1921), p. 136.”.
GARIBALDI al FORTINO DEL CERVARO, FRAZIONE DI CASALETTO SPARTANO
Nel 1808, il Fortino del Cervaro, un piccolo fortilizio fatto costruire dal generale francese Desvernois
Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1)….etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pag. 325.”. Carlo Pesce (….), nel 1904, nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, nel suo cap…., a p. 325, in proposito scriveva che: “Quivi spesse volte le truppe francesi di passaggio erano aggredite e massacrate inesorabilmente, nè valse alla tutela ed alla sicurezza la prossima guarnigione del Fortino del Cervaro, che pure fu presa di mira. “Nel 1808 – scrive il Racioppi nel Vol. II pag. 461 della ‘Storia’ – una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia, al comando del Generale Inglese Sir Stuart e d’un principe reale, gittò sulle coste del golfo di Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, i quali furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno, e misero a fuoco e sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sanza. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata – il ‘Fortino’ sul Cervaro – ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; assaltano il piccolo forte e massacrano tutti i soldati”. Alcuni di questi – riferisce la tradizione popolare – fuggirono nei paesi vicini in cerca di ricovero, che fu loro negato, e tutti, francesi e napoletani, finirono nella stessa orrenda morte.”. Il Pesce riferisce altri episodi riguardo il brigantaggio nel Lagonegrese. Dunque, il Pesce cita l’episodio della flotta Inglese al comando dell’ammiraglio Sir Stuart e cita Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvisare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilcata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; ecc..”. Dunque, secondo il Racioppi, nel 1808, la flotta Inglese al comando del generale Inglese Sir Stuart, lasciò sulle coste del Golfo di Policastro diversi filo-borbonici che cercarono in tutti i modi di contrastare l’occupazione francese. Molti di questi erano galeotti o ex galeotti, fuoriusciti, come ad esempio l’oriundo Rocco Stoduti di Torraca (dicono alcuni) o di S. Cristoforo dicono altri. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 106-107, in proposito scriveva che: “La frazione del Fortino, che deve il suo nome ad un posto di guardia fortificato per il controllo della strada delle Calabrie ed eretto durante il periodo francese (146), etc…”. Montesano, a p. 106, nella nota (146) postillava: “(146) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse nel golfo di Policastro, ed. Gutemberg, 2011, pag. 139.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 139, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “Il Fortino è nel salernitano, in territorio di Casaletto, sito lungo la consolare o strada delle Calabrie. Più precisamente era la via Popilia dei romani, oggi la strada Statale n. 19. Il Fortino nacque come piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Nicolas Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio: “Una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro, un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri sul litorale ovest”. Intorno, oggi vi sono sorte una trentina di abitazioni, certamente correlate alle necessità dei naturali (15).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (15) postillava: “(15) F. Policicchio, Il Decennio francese nel golfo di Policastro, Gutemberg, Lancusi, 2001, pp. 151-164.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 147 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare.”.
Nel 4 settembre 1860, la taverna del Fortino del Cervaro (Casaletto Spartano) di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti o di proprietà di Vincenzo Cioffi ?, (poi in seguito dei Colombo)
Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) ed ivi, dopo soli tre anni, quel nuovo fausto ed insperato avvenimento veniva a cancellare tutti i tristi ricordi del passato !.“. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convenivano per la messa, dai propingui casolari, le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la bella ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi….accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 218-219 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, …..Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio ripete trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72-73 e ssg., in proposito scriveva che: “Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’ e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, etc….“. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Eravamo affamati. – Occupammo la sola stanza disponibile nell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di qua, sovra un tavolo, contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo.”. Nel ……, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno. Il nome di quella località deriva da un antico fortilizio, di cui il mio caro amico il Com. Roberto Gaetani di Sapri mi scriveva nel 1907 che si scorgevano ancora i ruderi (3). La comitiva si fermò in una taverna, divenuta già celebre perché ivi si fermò nel 1857 la spedizione di Pisacane la quale purtroppo vi decise la partenza nefasta per Padula e per Sanza, andando incontro a tragica fine. Il sacerdote Arcangelo Rotunno di Padula, ispettore onorario dei monumenti e scavi nel circondario di Sala Consilina, uno studioso modesto e valoroso, ha redatto su quella taverna ormai storica due relazioni nel 1914 le quali chiariscono le poche modificazioni avvenute in quel rustico locale dopo la fermata del dittatore, e ne ha rilevate due fotografie, di cui cortesemente mi inviò copia.”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (3) postillava: “(3) I ruderi sono a cinquanta metri dalla taverna.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “La taverna del Fortino si trova nel punto esatto in cui la terra di mezzo si riconcilia con al civiltà del motore a scoppio, quando la stradina che hai risalito da Vibonati va a sbattere contro la Statale 19, esattamente sul confine fra Campania e Basilicata. Fuori dall’edificio un gruppo di ragazzi si sollazza al sole delle due e mezza, discutendo di calcio, proprio sotto l’insegna della taverna, incollata a lettere adesive sulla vetrata: “Salumeria Colombo”. Dentro in realtà c’è ben altro che una salumeria. Nella stanza adiacente c’è invece il bar vero e proprio. Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia. E da allora la famiglia Colombo è sempre stata un tutt’uno con la teverna in cui “sostavano il 29 giugno 1857 Carlo Pisacane, il 4 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, movendo l’uno alla morte e l’altro a la vittoria”, come recita diligentemente l’enorme lapide posta sotto la tettoia. Tanto che sia Nicola che suo fratello Mario sono nati nell’appartamento al primo piano, sopra il bar. E’ contento Nicola della tua visita. E’ l’occasione buona, ad esempi, per tirare giù dalla parete una cornice a giorno in cui sono piazzate le foto delle adunate garibaldine che si facevano alla taverna fino a una decina d’anni fa. Te l’appoggia sul vecchio bilardino, sotto la lapide, toglie lo straccio una ditata abbondante di polvere e mostra le foto una per una: gruppi di camice rosse col bicchiere in mano festanti, in festanti, in mezzo alle quali spunta addirittura un sosia del generale. Però c’è anche altro da vedere. Come la stanza-bunker in cui riposò Garibaldi, con una feritoia che dà sull’ingresso del locale, per prendere eventualmente a fucilate ospiti sgraditi.”.
Nel 4 settembre 1860, il barone di Battaglia, don Paolo Gallotti, proprietario della taverna del Fortino del Cervaro che ospitò Garibaldi
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”….Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti,…..”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 218-219 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, …..Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio ripete trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Infatti, l’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi…..accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro; ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poco buona accoglienza, Carlo Pisacane, etc…. E là, nell’osteria del Fortino – etc…narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Eravamo affamati – occupammo la solita stanza disponibile dell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di quà, sovra un tavolo contro l’uscita, etc…Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso, e dal comandante piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta…Ho ancora davanti agli occhi quella stanzuccia e il posto occupato dalle cinque persone che ebbero parte etc…”. Dunque, Agostino Bertani descrive i due ambienti di cui era costituito il piccolo fabbricato della Taverna. Sempre il Pesce, a p. 38, in proposito scriveva pure: “….risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quela di Salerno tra il territorio di Lagonegro e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano”. Sempre il Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 41-42, in proposito scriveva che: “Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, etc…”.
Nel 4 settembre 1860, Garibaldi alla taverna del Fortino del Cervaro, piccola frazione di Casaletto Spartano
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “….‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco e che avrebbe proseguito con le brigate Spinazzi e Milano fino al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. Garibaldi, …e di lì proseguirà per il Vallo di Diano verso Napoli capitale ripercorrendo dopo tre anni lo stesso itinerario percorso dallo sfortunato Pisacane.”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) ed ivi, dopo soli tre anni, quel nuovo fausto ed insperato avvenimento veniva a cancellare tutti i tristi ricordi del passato !.“. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: “E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso coralo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la taverna del Fortino, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Gnerale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; con Giovanni Basso, suo segretario; con Giacinto Albini e Nicola Mignogna, prodittatori della Basilicata; con Pietro Lacava, segretario del governo provvisorio lucano; con Giuseppe Mango, commissario organizzatore del circondario di Lagonegro; con la giornalista inglese Jessie White ed il marito Alberto Mario (61). Nella taverna del Fortino, a cui Garibaldi giunse verso mezzogiorno dopo essersi arrampicato “con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati” (62), furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Devo però precisare che ciò che scrive il Fusco, a pp. 146-147, in proposito scriveva che Garibaldi: “….salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; etc..”. Al Fortino, Garibaldi, si incontrò sicuramente sia con il generale Turr e Cosenz, ma essi erano arrivati prima di lui a Sapri con le loro rispettive brigate. Inoltre, è errato quando scrive che Garibaldi, “….nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione;” è corretto solo che Garibaldi, al Fortino incontrò Stefano Turr, al quale aveva scritto da Sapri, ma Fusco sbaglia a scrivere che Garibaldi, al Fortino incontrò anche il Bertani e Cosenz. Secondo il racconto del Bertani (….), riportato anche dalla giornalista Jessie White Mario, Bertani stesso arrivò con Garibaldi a Sapri, insieme a Cosenz e con essi si portò a Vibonati, e con essi salì al Fortino. Garibaldi si incontrò al Fortino con Bertani e Cosenz ma essi erano con lui a Sapri ed insieme proseguirono al Fortino. Insieme a Garibaldi, a Bertani, a Cosenz, salì al Fortino anche il generale Gandini della Brigata Milano. Al Fortino, Garibaldi, si incontrò sicuramente sia con il generale Turr e Cosenz, ma essi erano arrivati prima di lui a Sapri con le loro rispettive brigate. Infatti, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. – Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare etc…”. Dunque, a Sapri, Garibaldi arrivò con Cosenz, Bixio, Medici, Sartori e Basso, essi erano in sette come scrisse pure il Bertani ed è plausibile che essi si recarono al Fortino. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Questi porsero al generale gli omaggi del Governo lucano e della sua popolazione e come riconoscenza gli consegnarono seimila ducati. Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.“. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Dopo poco tempo, poco più di tre anni, Fortino fu di nuovo protagonista della storia risorgimentale. In questo caso è Agostino Bertani, tra i principali protagonisti dell’impresa dei Mille in qualità di Segretario Generale del dittatore Garibaldi, a raccontarci gli eventi per mezzo della sua biografa Jesse White Mario: “Martedì 4 settembre all’alba Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buona ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva etc….” (151). Quella che si tenne nella taverna di Fortino fu, dunque, un vero e proprio consiglio di guerra. Erano infatti presenti, come abbiamo visto, oltre al dittatore Giuseppe Garibaldi e al segretario generale Agostino Bertani anche il generale di divisione dell’Esercito Meridionale, l’ungherese Istvàn (italianizzato Stefano Turr, il maggiore generale Enrico Cosenz, il segretario personale, oltre che fedelissimo amico, di Garibaldi, il nizzardo Giovanni Battista Basso, ed infine il Segretario di Stato della marina dittatoriale siciliana, l’alessandrino Giuseppe Alessandro Piola Caselli. Etc…”. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre….Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitamente con Turr giunto anche lui. Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo. Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Garibaldi e i suoi tempi illustrato da Edoardo Matania” (ed. Treves, 1905, nuova edizione) parlando di Garibaldi e dell’annessione della Sicilia riporta il racconto di Agostino Bertani delo storico incontro che avvenne con Ghio alla taverna del Fortino. La White Mario, a p. 283 e ssg., nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Il generale Gandini, …..ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in propposito scriveva che: “….rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Il Pecorini, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso.”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Eravamo affamati. – Occupammo la sola stanza disponibile nell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di qua, sovra un tavolo, contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto; ma ben altro si occupavano eglino in quei momenti. Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “…..insieme a Rustow…..La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa tetta d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ? Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 147-148 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare……Ad una certa ora, intorno al “Fortino” si fece silenzio. Garibaldi si concesse un pò di riposo.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.
Nel 4 settembre 1860, al Fortino, il lucano garibaldino Giambattista Pentasuglia alle prese col telegrafo
Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Etc…”. Da Wikidepia leggiamo che Giovanni Battista Pentasuglia, noto come Giambattista (Matera, 3 novembre 1821 – Matera, 4 novembre 1880), è stato un patriota e politico italiano. Noto per essere stato l’unico lucano a prendere parte, sin dal principio, alla spedizione dei Mille, partecipò anche alle guerre d’indipendenza italiane e svolse importanti incarichi nel campo della nascente telegrafia. A seguito dell’Unità d’Italia, fu insignito del titolo nobiliare di Conte, nominato ispettore generale ai telegrafi ed eletto deputato (1861)[2]. Ideò e pose in opera il cavo telegrafico sottomarino tra Sicilia e Sardegna e sullo stretto di Messina. Partecipò anche alla terza guerra d’indipendenza e, una volta terminata, fece ritorno alla sua natia Matera, lavorando come ispettore capo dei telegrafi e passandovi il resto della sua vita. La città lo premiò con una medaglia d’oro per le sue gesta patriottiche. È sepolto nel cimitero di Matera di via IV Novembre.
Nel 4 settembre 1860, Francesco II abbandonò l’idea di una battaglia nel Salernitano
Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 152, in proprosito scriveva che: “Ma Garibaldi non riposava in Calabria, ed a Napoli si seppe il 2 settembre che la Divisione Turr era sbarcata a Sapri, e che il giorno 3 il Dittatore si era ad esso unito marciando sopra Salerno. Questa marcia ingigantì le immaginazioni meridionali, più che il grido di rivolta scoppiato in molte provincie del Regno. Garibaldi, che continuava ad avanzarsi a grandi giornate, lo sbarco di alcune altre Brigate della Divisione Turr a Sapri, l’esitanza degli uomini di guerra a tentare battaglia con la capitale rumoreggiante alle spalle, e senza una base sicura di operazione, determnarono il Re di scegliere altrove il campo della sua guerra. Nella notte del 4 al 5 settembre si decise il ritiro dal campo di Salerno a quello di Sessa all’appoggio delle due fortezze Capua e Gaeta.”.
Nel 4 settembre 1860, alla taverna “Osteria” del Fortino (o a Casalnuovo ?), Garibaldi incontrò Nicola Mignogna e Pietro Lacava e forse anche Giacinto Albini
Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV…..“. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. Etc….A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: “E là, nell’osteria del Fortino – etc….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sempre il Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia, e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso nelle contingenze in cui il Dittatore si trovava. Infatti, buona parte di quella somma fu fatta distribuire ai soldati borbonici del Caldarelli, i quali, marciando fra popoli nemici, invano avevano chiesto denaro alle casse pubbliche ed ai privati, e spesso qua e là erano costretti a stendere la mano per chiedere l’elemosina ai citadini ed agli stessi soldati di Garibaldi. Di quella somma pochi mesi diopo si volle ricevuta dal Generale Garibaldi, al quale si fecero giungere fino al romito scoglio di Caprera le querule note di riprorevoli dissidi, edil Generale rispose a Giacomo Racioppi nel 6 Febbraio 1861: “Rammento che presso Lagonegro vidi i Prodittatori provvisori della Lucania, frai quali il nostro Nicola Mignogna, che mi offrirono spontanei ducati 6 mila pei bisogni della Patria. Queste parole sgannino gli illusi, e facciano zittire quei parchi nel fare, e nel dire così alteri, che volentieri azzannano ogni qualunque reputazione” (1).”. Pesce, a p. 43, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi nella ‘Cronistoria’ del Lacava i conti sommari dell’insurrezione lucana, nei quali a pag. 776 è riportata la lettera di Garibaldi.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Alla taverna arrivarono Michele Mignogna e Pietro Lacava mandati dal governo provvisorio di Basilicata per consegnare al Generale la somma di sei mila ducati. Garibaldi accettò ben volentieri quella somma, rispondendo al Mignogna “Gradisco più questa somma che un esercito.”. Difatti urgeva denaro per provvedere ai bisogni di quelle colonne insurrezionali. Una parte di esso servì per alimentare le truppe del generale Caldarelli, che non aveva potuto ottenere dal governo i mezzi necessari (1). Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr. La Lessie White Mario riferisce questa scena narratale dal Bertani “Garibaldi entra in una stanza etc….”. Mazziotti, a p. 133, nella nota (1) postillava: “(1) Lacava Michele, opera citata, pag. 701 – Discorso di Pietro Lacava tenutosi in Napoli nel maggio 1911, nel Congresso dei patri superstiti delle patrie battaglie, p. 17.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre….Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Garibaldi e i suoi tempi illustrato da Edoardo Matania” (ed. Treves, 1905, nuova edizione) parlando di Garibaldi e dell’annessione della Sicilia riporta il racconto di Agostino Bertani delo storico incontro che avvenne con Ghio alla taverna del Fortino. La White Mario, a p. 283 e ssg., nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 405-406, in propposito scriveva che: “Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso nelle contingenze in cui il Dittatore si trovava. Infatti, buona parte di quella somma fu fatta distribuire ai soldati borbonici del Cardarelli, i quali, marciando fra popoli nemici, e spesso qua e là erano costretti a stendere la mano per chiedere l’elemosina ai cittadini ed agli stessi soldati di Garibaldi. Di quella somma pochi mesi dopo si volle ricevuta dal Generale Garibaldi, al quale si fecero giungere fino al romito scoglio di Caprera le querule note di riprovevoli dissidi, ed il Genenare rispose a Giacomo Racioppi nel 6 Febbraio 1861: “Rammento che spesso Lagonegro vidi i Prodittatori provvisori della Lucania, fra i quali il nostro Nicola Mignogna, che mi offrirono spontanei ducati 6 mila pei bisogni della Patria. Queste parole sgannino gli illusi, e facciano zittire quei parchi nel fare, e nel dire così alteri, che volentieri azzannano ogni qualunque riputazione”. Da questa lettera del Generale si vede che anche in lui rimase saldo nella mente il grato ricordo di quei luoghi pittoreschi, che per gli importanti avvenimenti sono ormai consacrati alla storia.”. Pesce, a p. 406, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi nella ‘Cronistoria del Lacava i conti sommari dell’insurrezione lucana, nei quali a pag. 776 è riportata la lettera di Garibaldi.”.Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre a Casalnuovo Garibaldi si vide venire incontro il Mignogna, governatore in suo nome della provincia di Basilicata, che si era dichiarato per lui più di due settiane avanti, mentre egli attendeva varcare lo Stretto. I lucani gli mandavano in attestato di affetto il dono di 6000 ducati (25000 lire) e arruolarono una brigata Lucana che seguì Garibaldi fino a Napoli, dove 900 si sbandarono, mentre gli altri 1200 parteciparono alla campagna del Volturno (3). Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 202, nella nota (3) postillava: “(3) Racioppi, 217; Mignogna, 214-215”. Dobelli, a p. 436, postillando di “Mignogna = Carbonelli (G. Pupino) – Nicola Mignogna, Napoli, 1889.”. Infatti, Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo “Nicola Mignogna”, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre Garibaldi giunge a Casalnuovo, confine tra la Calabria e la Basilicata. Ivi Nicola Mignogna, in nome della provincia, gli dà il benvenuto; presentandogli l’offerta pecuniaria de’ Lucani (1). Garibaldi gli stende la mano, gli ripete con voce incantevole: “Bravo, Mignogna, voi avete ben meritato della Patria!”. A cui il Mignogna: “Tutto è possibile, Generale, quando voi volete.” E si dicendo, gli porge un foglio. E’ un telegramma di Giuseppe Libertini presidente del ‘Comitato Unitario che annunzia: “Francesco II, preso congedo da’ Napoletani s’imbarca per Gaeta….” etc…”. Pupino, a p. 215, nella nota (I) postillava: “(1) Bertani rilasciò a Napoli la seguente ricevuta (vedi documento XXXI). “Dal sig. avv. Nicola Mignogna ho ricevuto Ducati seimila (pari a L. 25,500), offerta fatta dalla Provincia di Basilicata al Dittatore. Il Segretario Generale della Dittatura Agostino Bertani.” “. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pP. 147-148 e ssg., in proposito scriveva che: “Lo attendevano Nicola Mignogna e Pietro La Cava: due cospiratori audacissimi, i cui nomi erano segnati a carattere di fuoco nel libro nero della polizia borbonica. Il colloquio sulla effervescenza della Basilicata – sollevatasi dopo il 20 luglio – avvenne nella storica “Osteria”, ove Pisacane radunò il suo minuscolo Stato Maggiore nella notte del 30 giugno 1857. Ed a Garibaldi i suddetti cospiratori lucani consegnarono, in nome del loro Governo provvisorio, ben seimila ducati in ‘piastre e colonnati’. Ad una certa ora, intorno al “Fortino” si fece silenzio. Garibaldi si concesse un pò di riposo”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Questi porsero al generale gli omaggi del Governo lucano e della sua popolazione e come riconoscenza gli consegnarono seimila ducati. Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.“.
Nel 4 settembre 1860, Garibaldi alla taverna del Fortino del Cervaro decise di non annettere la Sicilia al Regno Sabaudo
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia. Eravamo affamati, ed occupammo la sola stanza disponibile dell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di quà, sovra un tavolo contro l’uscio, veniva recato allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto, ma ben d’altro si occupavano eglino in quei momenti. Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico, e gli venne agevolmente fatto di impegnarli in suo aiuto. M’accorsi bensì di qualche imbroglio, ma più di esso in me potè il digiuno, e mi posi intorno al capretto. Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso, e del comandante Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitai a mangiare: ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Tur, del cui intervento non compresi la necessità, poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz. Allora mi avvidi che potevo entrare anche io, quant’unque non rivestito di alcun carattere ufficiale. Era tempo. Ho ancora davanti agli occhi quella stanzuccia e il posto occupato dalle cinque persone che ebbero parte nella scena interessante che descrivo. Appena al di là dal piccolo uscio a dritta stava seduto Garibaldi su d’una rustica sedia, al suo fianco destro Tur, all’estremità sinistra della camera, in piedi appoggiato ad un letto stava Cosenz. Rimpetto a Garibaldi, chi aspetta la dettatura, Basso. Al suo fianco, e proprio in faccia a Garibaldi ed in piedi, Piola. Io mi posi all’estremità destra della camera sotto una finestra e ritto. Il discorso durava da pochi minuti, quand’io entrai con qualche sorpresa dei presenti. Garibaldi, sempre sereno e tanto più quando crede far atto di compiacenza, disse forte: Basso, scrivete, e dettò: ‘Caro Depretis, fate l’annessione quando volete’. La gran parola era slanciata….E la scena finì. Garibaldi si levò. L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese, uscendo dalla stanza e passandomi accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni. Io rimasi per poco solo nella cameretta con Garibaldi. Avevo compiuto ciò che credevo mio dovere allora, e non ricordo se rimanessi solo anche a mangiare il capretto allo spiedo. Poco dopo si partì. Piola si rivolse a mezzogiorno, e noi, già rifatti allegri, ci siamo rimessi in carrozza diretti a Casalbuono (1).”.”. Pesce, a p. 403, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani pag. 71.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: “E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “…..Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr. La Lessie White Mario riferisce questa scena narratale dal Bertani “Garibaldi entra in una stanza etc….”. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riporta delle sue considerazioni ma pubblica le parole di Bertani e, non parla affatto di Piola. Sulla White, Moliterni, a p. 196, nella nota (21) postillava: “(21) Il patriota lombardo rievocò la scena nel suo diario, il cui relativo stralcio fu trascritto da Jessie White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, pp. 456-457, e nel suo libro Ire politiche d’oltre tomba. L’epistolario di Giuseppe La Farina, Firenze, 1869, pp. 72-77.”. Infatti, Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Garibaldi invero, per quella sua incauta ed imperiosa tendenza di abbandonare il potere, per l’indifferenza sua di governo e per la noia de gl’intrighi, avrebbe forse concessa l’annessione della Sicilia prima dell’ingresso a Napoli, se una voce di amico, per quanto poco autorevole, non gli avesse mostrato la sconvenienza di compiere quell’atto e tanto più in quei giorni. E quella voce allora ascolta fu la mia.”. Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a soollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui avvenuto etc….“. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Nella taverna del Fortino, ….furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Fusco, a p. 352, nella nota (63) postillava: “(63)…….”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Dopo poco tempo, poco più di tre anni, Fortino fu di nuovo protagonista della storia risorgimentale. In questo caso è Agostino Bertani, tra i principali protagonisti dell’impresa dei Mille in qualità di Segretario Generale del dittatore Garibaldi, a raccontarci gli eventi per mezzo della sua biografa Jesse White Mario: “Martedì 4 settembre……“. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra), nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre……Entro anch’io, etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Garibaldi e i suoi tempi illustrato da Edoardo Matania” (ed. Treves, 1905, nuova edizione) parlando di Garibaldi e dell’annessione della Sicilia riporta il racconto di Agostino Bertani delo storico incontro che avvenne con Ghio alla taverna del Fortino. La White Mario, a p. 283 e ssg., nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV…..“. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino va ricordata nella storia del Risorgimento italiano per due avvenimenti importantissimi che vi si verificarono con opposti eventi. Ivi fu disgraziatamente deciso, nel consiglio tenuto da pisacane con Nicotera e Falcone, di restare nella provincia di Salerno piuttosto che passare nella Basilicata e di lì, occorrendo, in Calabria; ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola. Se Pisacane avesse ceduto ai suggerimenti dei compagni, la sua impresa avrebbe forse avuto men triste fine; se Garibaldi avesse ceduto alle richieste del Depretis si sarebbe perduta forse per sempre, o almeno ritardata di molto, l’opportunità di unificare l’Italia. I tempi erano diversi. Su proposta dell’on. M. Mazziotti il consiglio prov. di Principato citeriore nell’adunanza del 1° ottobre ultimo, deliberò l’apposizione di una lapide che ricordasse i due avvenimenti.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi”, a p. 200 in proposito scriveva che: “Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. E il 5 settembre etc….A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150, in proprosito scriveva che: “Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal maggiore della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, senza di che, organizzare la Sicilia era impossibile. Garibaldi chiamò a consiglio Cosenz e Turr, il cui parere fu l’annessione, purchè il Governo soccorresse apertamente le operazioni sul continente, ed il Depretis restasse in Sicilia come Luogotenente del Re. Garibaldi dopo alcuni istanti di riflessione cominciò a dettere al suo segretario Basso questa risposta: “Fate l’annessione quando volete”. In quel momento entrò Bertani etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Il Generale si capacitò rapidamente dell’evidenza delle mie ragioni, oppose qualche parola alle insistenze di Turr, proferì dei nomi che allora gli apparvero quali suoi inconciliabili avversarii, e scosso il capo, gridò a me: Avete ragione, e rivoltosi a Basso, che stava sempre colla penna sospesa, soggiunse: ‘Basso, stracciate la lettera’. E poi con calma riprese a dettare: ‘Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti (1)’.” E la scena finì. Garibaldi si levò L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese, uscendo dalla stanza e passando accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni.”.”. Pesce, a p. 37, nella nota (1) postillava: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni (…),che scrisse sulla scorta della notizia diffusa dal Policicchio. Moliterni, collaborando con la rivista “I Corsivi” (edizione postuma a quella diretta dall’amico Pier Libero che la Dirigeva), invitato da Angelo Guzzo scriveva due saggi nel 2017, partendo dalla notizia diffusa da Policicchio. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 203-204 e ssg., riferendosi alla lettera di Cavour e indirizzata a Garibaldi di cui ho già detto, in proposito scriveva che: “Diventa allora plausibile, anche se non dimostrata, l’ipotesi che la lettera e, soprattutto il messaggio di Cavour, di cui era latore Augier, possono avere influenzato il repentino e temporaneo cambio di atteggiamento di Garibaldi riguardo all’anticipata annessione della Sicilia al Regno di Vittorio Emanuele II. Va infatti tenuto presente che l’incontro con il Capitano precedette di poche ore la drammatica riunione tenutasi il 4 settembre al Fortino di Casaletto Spartano, che avrebbe impresso alla politica del Generale una svolta nella direzione auspicata dal Tessitore se, all’ultimo momento, non fosse intervenuto Bertani a capovolgerne l’esito. Che Augier e Bertani fossero attestati su posizioni opposte è peraltro provato dalla già citata lettera del Capitano aveva indirizzato il 15 giugno all’amico generale. In quella missiva, come abbiamo visto, sembrerebbe, egli diffidava del medico milanese e dei mazziniani…..Sembrerebbe però che, nella locanda del Fortino, le idee del marinaio ligure non avessero fatto presa nell’animo di Garibaldi, il quale finì per accogliere quelle di cui era portatore Bertani. Infatti, dopo l’incontro con Garibaldi Augier non tornò a Torino, per riferire a Cavour, ma si fermò a Napoli, rimanendo comunque in stretto contatto con il Conte, tramite Astengo, anche dopo l’arrivo del Generale in città. Lo conferma la lettera che il Viceconsole scrisse al Conte il 9 settembre, nella quale tra le altre cose gli comunicava che: “Il Capitano Auger farà conoscere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi à di lei desiderii. Garibaldi, etc…..(40).”. Moliterni, a p. 204, nella nota (40) postillava: “(40) La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 268-269, n. 877.”. Infatti, nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 268-269, in proposito è scritto che: “877. F. Astengo a Cavour. Napoli, 9 Settembre 1860…Eccellenza, Il Capitano Auger farà conosere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi à di lei desiderii. Garibaldi ha deciso di non arrestarsi che a Roma e proclamare colà V. Emanuele R d’Italia. Spera che al suo approssimarsi il Papa e le Truppe Francesi se ne anderanno. L’altro ieri rispose negativamente a Depretis che gli domndava istantaneamente l’annessione immediata della Sicilia. Etc.. Il Capitano Auger è riuscito a mettere Bertani in sospetto di Garibaldi al quale d’altra parte il Generale non può perdonare d’aver trasgredito à suoi ordini riguardo all’ultima spedizione fatta, giacchè il Dittatore l’aveva destinata per Napoli, mentre Bertani voleva dirigerla verso le Romagne e fare da sè. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 114-115 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Al Fortino….Mentre la comitiva era lì radunata per accordarsi circa le mosse da prendere, arrivavano in continuazione deputazioni delle provincie, per annunziare liete notizie. Vi giunsero anche il dott. Mari di Auleta, il Mignogna, il Lacava, il Turr, il Piola, quest’ultimo ufficiale della flotta piemontese, capo della marina siciliana di Garibaldi, ed inviato dal Depretis con l’incarico di persuadere il Generale a dare il suo consenso all’immediata annssione della sola Sicilia al regno di Vittorio Emanuele. Costui fu sostenuto con tutto ardore dal Turr, e dal Cosenz, i quali supplicarono il Generale di concedere l’annessione a condizione che il Depretis rimanesseal governo come luogotenente di Vittorio Emanuele e ce non si cessasse di mandare dall’isola sussidi ai garibaldini, consistenti in forze ed in denari. In quella taverna si svolse un famoso episodio riflettente quanto abbiamo or ora accennato e che vale la pena riportare. Il Bertani lo narrò alla signora Iessie White Mario, che così lo riferisce in una sua opera (15): “Garibaldi entra in una stanza ove fumava etc…”. E la scena, dopo qualche minuto, finì. Io rimasi solo col Generale, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione (17). La lettera interrotta venne lacerata e in sua vece ne fu spedita una nuova che rimandava l’annessione ad altro tempo.”. De Crescenzo, a p. 115, nella nota (15) postillava: “(15) A. Bertani e i suoi tempi, vol. II.”. De Crescenzo, a p. 116, nella nota (17) postillava: “(17) Cfr. anche l’altra opera del Bertani: Ire politiche d’oltretomba.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 408-409 e ssg., in proposito scriveva che: “Cavour convintosi che il partito migliore era, per ora, di seguire il consiglio di Persano, non esita a stender la mano a Garibaldi, scrivendogli la seguente lettera: “Torino, 31 agosto 1860. Signor Generale – Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico capitano Laugier, l’ho incaricato di venire da Lei a darle spiegazione etc…Cavour…”. Questa lettera, non v’ha dubbio, dev’essere costata parecchio all’amor proprio di Cavour e poiché egli tale amor proprio l’ha saputo vincere, merita lode. Ma dopo quel che ha scritto ed ha fatto per creare ostacoli e difficoltà d’ogni sorta a Garibaldi nel suo cammino, è forse illogico supporre che abbia scritto in quel modo solo perché costrettovi dal suo stesso interesse, quando si fu convinto che ogni altra manovra era vana? Quando Garibaldi abbia avuta questa lettera e quale sia stato l’esito della missione Laugier non mi risulta; forse la rapidità degli avvenimenti rese la mossa del Cavour inutile. Certo la “completa fiducia” fra i due fu tutt’altro che ristabilita. Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 412-413, in proposito scriveva che: “Qui lo raggiunge, inviato del Depretis, il ministro della Marina siciliana Piola. Egli viene a chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione al Piemonte dell’Isola, ove la situazione è tutt’altro che lieta. Per ben comprendere ciò, bisogna sapere che fra Crispi – è egli stesso che ce lo dice – e il Depretis non regna l’accordo migliore. Il Depretis, è stato inviato in Sicilia dal Re e dal Cavour, sia pure a richiesta di Garibaldi, col programma di proclamare al più presto l’annessione dell’Isola. Non che egli sia nel fondo cavouriano fervente, ma – scrive al Crispi l’amico Asproni – si mostra ligio a Cavour etc…Il Crispi etc…Il 30 agosto egli scrive a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour…etc…” Ma questa lettera molto probabilmente non era ancor giunta a Garibaldi quando al Fortino il Piola gliene presentò un’altra del Depretis, nella quale il Prodittatore di Sicilia dipingeva a foschi colori la situazione di Palermo e dell’Isola intera, che invocava l’immediata annessione al Piemonte come rimedio a tutti i suoi mali. A sua volta il Piola – ministro di Garibaldi agli ordini di Cavour – caricò le tinte, e parlò della pubblica sicurezza ridotta a un mito, della situazione finanziaria prossima al fallimento, della disoccupazione generale: di tanti mali insomma che Garibaldi finì col cedere. E qui lascio la parola al Bertani: …etc…Così il Piola tornò a Palermo dal Depretis a mani vuote.”. Ma come si sa, Garibaldi non cedette.
Nel 4 settembre 1860, da Vibonati, le brigate Parma, Milano e Bologna marciarono per Casalnuovo (oggi comune di Casalbuono), le due Brigate Milano e Spinazzi col generale Gandini
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “Garibaldi, ordinò alla brigata Milano di portarsi a Vibonati e successivamente di proseguire a Padula, e la sera del 3 settembre 1860, partì per Vibonati, ….(172) “. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Il generale Gandini, comandante della brigata Milano, era arrivato anch’egli a Vibonati, da dove il giorno dopo ripartì attraversando il Passo del Monte Cocuzzo e Casalbuono, al fine di ostacolare eventuali spostamenti di forze nemiche.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr)….Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150, in proprosito scriveva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono al Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marcie alte e penosissime montagne. Il giorno 5 erano a Sala Consilina; in questo giorno raggiunsero Caldarelli, al quale fu mandato la Masa come Commissario del Dittatore per trattare la capitolazione di questa colonna regia. Etc…”. Il Pecorini si riferiva alle due brigate, la Milano e la Spinazzi come rilevasi a p. 149 quando scrive della lettera di Garibaldi a Turr “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Etc…”. Dunque, secondo il Pecorini, il forte distaccamento della brigata Milano e quella del maggiore Spinazzi che Turr, su ordine di Garibaldi e di Turr, il 4 settembre 1860, di mattina marciarono, ma non si recarono al Fortino, seguendo Garibaldi ma andarono direttamente a Casalnuovo dove arrivarono il 5 settembre. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri ( è sbagliato ma è Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”.Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a pp. 338-339, in proposito scrivea che: “La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3. a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono da allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4. arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa; e nel giorno 5. marciò verso Sala, etc…”. Rustow a p. 349 proseguendo il suo racconto scriveva che: “Mentre Turr accorreva d’Auletta in seguito dal dittatore, per entrare con lui a Napoli, Rustow era arrivato ad Eboli il giorno 7 con la brigata Milano.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, ripartire il 4 per il passo di monte Cocuzzo e Castelnuovo, e il 5 marciare su Sala e arrivare ad Eboli il giorno 7, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandate da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Cuzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Cesari, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi…..si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri. Etc…“. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Nel ……, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giugendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore….(2)”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.
Nel 4 settembre 1860, la partenza di Rustow da Vibonati per raggiungere Garibaldi al Fortino del Cervaro
Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia etc…“. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 21-22, il Rustow nelle sue memorie, per bocca del Porro scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione del dei gelati. Giungevano fino a noi le acclamazioni di giubilo ed il rumore dei mortaletti con cui si salutava il tricolore italiano. I bersaglieri erano in testa e come di consueto avevano incominciato la marcia al passo ginnastico, che furono ben tosto costretti di moderare fra quei viottoli montani aspri, angusti e pericolosi. Garibaldi si era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi costò pure il sacrificio di alcuni uomini e alcuni muli caduti fra i precipizi. inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata. Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, raggiunsi l’aspra e selvaggia cresta del Feralunga sotto il monte Cocuzzo, dalla quale si discende poi nella gola del Gauro che sbocca verso la solitaria taverna di Forlino sulla gran strada consolare…..Giunta a Forlino alle 11 e mezzo, la brigata a poco a poco si riunì, e raccolta a bivacco, ricevette delle vettovaglie di pane etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese dovette schierarsi la colonna di sicurezza che precedeva il Generale, anche perchè al di là della ‘Cerreta di Montesano’ si erano accampati durante la notte tremila borbonici, al comando del Generale Cardarelli. E quando le avanguardie garibaldine fecero sentire da ogni dove la loro presenza, e migliaia di volontari presero, qua e là, a bloccare la marcia di quei reparti, Cardarelli capitolò. La colonna era arrivata proprio all’altezza della “Certosa” di Padula, quella località che Mercantini aveva già immortalata nella drammatica epopea de la “Spigolatrice”. E nella “Certosa”, Cardarelli venne internato, visitato più tardi dal Gen. La Masa.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a pp. 138-139, in proposito scriveva che: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta principale dell’esercito e, cosa inaudita ma vera, essa determinò lo sgombero della formidabile posizione di Salerno. Dalle memorie del Rustow ancora riprendiamo: “Garibaldi si era recato avanti fino al Forl(t)ino; io ero rimasto indietro per sorvegliare etc…(14).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (14) postillava: “(14) E. Porro, La brigata Milano ….cit., p. 22. “. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “Una delle tante “persone del luogo”, ossia guide, fu il ‘vavu’ (nonno) Marcello di Gioacchino Vaiano. Lui stesso lo racconta in una lirica (12). E proprio durante una di quelle marce si verificò un episodio increscioso; Antonio Alfieri D’Evandro, segretario del Governo provvisorio di Sala, il 7 settembre al sindaco di Vibonati scrisse: “Cittadino Sindaco, il cittadino Tenente Crivellari dell’Armata del Dittatore Garibaldi marciando da Vibonati per qui prese una guida di costà da voi datale. Costui sull’atto di un momento consegnò la Compagnia ad altra guida di un paese vicino che il Tenente non conosce, si è saputo essere Castelluccio. In questo scambiarsi di guida l’Ufficiale essendosi addormentato, l’uomo da lui datoli portò seco una valigia contenente carte interessantissime. Non sappiamo se costui consegnò la valigia (….). Bisogna riavere la valigia ad ogni costo, la guida da voi stabilita deve occuparsene, voi dunque userete che sia al più presto possibile rimess qui e per espresso.”. Policicchio, a p. 138, nella nota (12) postillava: “(12) G. Vaiano, All’aria aperta (poesie), s.c.e., Sapri, 2008, p. 101.”. Policicchio, a p. 138 aggiunge: “Il secondo eletto di Vibonati, Francesco Curzio, (1801-1885) nel darne notizia ai sindaci del Circondario aggiunse: “Io quindi nel trascrivervi quanto di sopra interessato le LL.SS., ad occuparsi seriamente perché la valigia perduta sia rinvenuta facendo menare i bandi per gli abitati con pene rigorose contro colui che avesse rinvenuto la detta valigia o portata via senza presentarla (13).”. Policicchio, a p. 138, nella nota (13) postillava: “(13) ACTLL (Archivio Comunale di Vallo), Documenti d’esito che figurano nel conto materiale dell’anno 1860, vol. III.”. Sempre Policicchio, a p. 138, in proposito scriveva pure: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta punta principale dell’esercito e, cosa inaudita ma vera, essa determinò lo sgombero della formidabile posizione di Salerno.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 139, in proposito scriveva che: “Rustow si mantenne sempre in testa alla colonna per scegliere i luoghi più idonei e opportuni ai bivacchi e provvedere alla compattezza delle truppe.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.
Nel 4 settembre 1860, a Vibonati, le neviere per la preparazione del ghiaccio e dei gelati
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 286, nella nota (37) postillava che: “(37) Sulle neviere di Vibonati, cfr. F. Policicchio, Vibonati nel secolo Decimonono, Gutemberg, Penta di Fisciano, 2003, parte II, p. 519”. Policicchio postillando sulle “neviere di Vibonati”, ovvero sulla scorta di ghiaccio che le donne di Vibonati andavano a prendere sul monte Cervato, presso il Fortino, a p. 519 del suo volume “Vibonati nel secolo Decimonono, Gutemberg, Penta di Fisciano, 2003, parte II”, spiegava che: “Una volta a rendere questo servizio c’erano le neviere: località poste sui monti atte alla conservazione della neve di cui, poi, i Comuni concedevano la vendita a privati per i bisogni e la rivendita al pubblico. Anche Vibonati, quindi, aveva le sue neviere. La consuetudine era che, nei vari Comuni, la vendita si concedeva ad una sola persona per non aversi danni, al pubblico e al privato, etc…Il rivendicatore (ilconcessionario) si impegnava a non far mancare, giornalmente, la neve pena una ammenda, pari a lire 10 giornaliere agli inizi degli anni Ottanta. Etc…”. Del trasporto di neve dalle vicine montagne al tempo di Garibaldi vi è la testimonianza diretta del colonello Wilhelm Rustow. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 21-22, il Rustow nelle sue memorie, per bocca del Porro scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione del dei gelati. Etc..”.
Nel 4 settembre 1860, alla taverna del Fortino (o a Casalnuovo ?), il generale Turr manda un telegramma con richiesta di vettovaglie
Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; etc….”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 408, in proposito scriveva che: “Non mancò allora, da parte del Comune, il contributo pecuniario per le spese dell’insurrezione etc….Al Commissario Civile Mango giunse, nel 5 settembre, un telegramma del Dittatore di tener pronte 25 mila razioni di viveri per le truppe di passaggio; le razioni furono bensì tutte preparate a spese del Comune, ma non tutte furono consumate per le truppe garibaldine, perchè quella notizia conteneva, forse, il solito stratagemma di far credere alle popolazioni ed all’esercito borbonico che Garibaldi disponesse d’un numero assai maggiore di militi (1).”. Pesce, a p. 408, nella nota (1) postillava: “(1) Rilevasi dalla deliberazione del Decurionato del 10 Gennaio 1861: “Il Sindaco Ladaga ha dato lettura d’un uffizio del Commissario Civile del 5 settembre 1860, contenente un telegramma del Generale Garibaldi, che ordinava di tener pronto questo Comune 25 mila razioni viveri per le truppe da passare….Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 399, in proposito scriveva che: “…si debba datare dalla mattina del 5 settembre e si debba considerare come risultante dai telegrammi, dagli allarmi e dalle corse della notte 4-5 settembre durante la quale si tenne un ultimo consiglio dei Ministri fino all’alba (Pianel, 194-195, dal diario della moglie) e il Forbes e il Gallenga sparsero i loro telegrammi per Napoli e Salerno. Uno di questi telegrammi è così riprodotto nel MONNIER, 273: “Gallenga a….(nome mancance): Eboli, 5 sett., 1 e mezza antim. La brigata Caldarelli è passata a Garibaldi. A Sapri 4,000 uomini comandati da Turr sono sbarcati. Altri sbarchi saranno operati più vicini a noi”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Si riferisce al telegramma scritto dal generale Turr il 4 settembre ed indirizzato al Comandante Civile Mango di Lagonegro, in cui Turr chiedeva la preparazione di 25 razioni di viveri. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 16-17, in proposito scriveva che: “…”. Riguardo l’avv. Giuseppe Mango, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 143, in proposito scriveva che: “Intanto al Commissario Civile di Potenza, Giuseppe Mango (27), venuto appositamente da Lagonegro, il 5 settembre giunse l’ordine di far preparare 25 mila razioni di viveri per le truppe di artiglieria prossime a passare (28)”. Policicchio, a p. 143, nella nota (28) postillava: “(28) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, Tip. Lucana, Lagonegro, 1911, p. 49.”.
Nel 4 settembre 1860, a Lagonegro le truppe garibaldine e le truppe borboniche del gen. Caldarelli
Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Percorreva la provincia di Salerno la brigata del generale Caldarelli che il 27 agosto aveva capitolato con il Comitato rivoluzionario di Cosenza. Secondo gli accordi contenuti nella capitolazione, in cui era stabilito l’itinerario che la brigata doveva percorrere, essa, traversati vari paesi della Calabria e della Basilicata, partì il 2 settembre da Lagonegro dirigendosi a S. Lorenzo di Padula, d’onde dopo una giornata di riposo (il giorno 3) avrebbe dovuto continuare per Auletta, Eboli e Salerno (1). Narra il Delli Franci che il Cardarelli minacciato di morte dai suoi soldati, dovette impetrare protezione da Garibaldi e perciò restò parecchi giorni acquartierato con armi e munizioni da guerra nel celebre monastero della Certosa di Padula (3), ora monumento Nazionale. Per evitare qualsiasi inconveniente tra i garibaldini e le truppe borboniche colà acquartierate il generale Giuseppe Lamasa, in seguito di ordine del dittatore, rimase parimenti nella Certosa, finchè il giorno 7 il dittatore gli telegrafò di raggiungerlo in Eboli.“. Mazziotti, a p. 138, nella nota (1) postillava: “(1) Manoscritto De Meo già citato. – Racioppi, op. cit, pag. 195 e relazione Fabrizi etc…”. Si tratta di un manoscritto di Giuseppe De Meo. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “….seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 408 , in proposito scriveva pure che: “In quel riscontro, come in molte altre contingenze, è d’uopo ricordare che la casa Aldinio fu quasi il centro del gran movimento cittadino, e vi trovarono alloggio ed ospitalità Generali e capi d’ambo le fazioni, il Comandante Lavecchia ed il Generale Caldarelli, ed è fama che questi vi fosse ivi incontrato con un Commissario del Dittatore ed avesse con lui rinnovata – ricevendone adeguato guidernone pei bisogni urgenti delle truppe – la capitolazione della Brigata, la quale, proseguendo la marcia per la via consolare, fu internata nella Certosa di Padula per lasciare sgombro il passaggio alle trionfanti truppe Garibaldine.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 409 , in proposito scriveva pure che: “Così nei giorni seguenti continuò il passaggio delle truppe regolari ed irregolari, che nelle case private, negli edifizi pubblici e nelle chiese trovarono alloggio ed ospitalità; e spesso sotto lo stesso tetto furono accolte le truppe regie afflitte ed avvilite, e le schiere Garibaldine balde ed audaci, senza che fra le une e le altre fosse sorto conflitto o discordia. La stessa subblime idea della libertà della Patria comune fugava dall’animo dei vincitori ogni odio e rancore verso i vinti, e quasi affratellava gli uni e gli altri, ‘figli tutti d’un solo riscatto’. E qui si affaccia alla mia mente un soave ricordo infantile, appreso dalle dolci labbra della cara Mamma mia – educata ed ispirata ai sensi liberali di casa Aldinio – la quale, nel descrivermi il turbine vertiginoso di quei giorni memorandi, mi narrava che, essendo io allora lattante tra le fasce adorne di nastri e coccarde tricolori, alcuni Garibaldini, alloggiati nella nostra casa, mi sballottavavano vivamente – etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.“. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli dele macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 201-202, in proposito scriveva che: “Intanto militarmente si trattava di impossessarsi del Caldarelli e dei suoi tremila uomini (3). Il 3 settembre, prima di lasciare Lagonegro, il Caldarelli aveva confermata agli emissari di Garibaldi l’intenzione sua e dei suoi uomini di disertare per la causa nazionale (1), allo stesso tempo però egli aveva continuato la ritirata su Napoli, oltrepassando il Fortino alcune ore prima che Garibaldi sboccasse per di là sulla strada. Il 5 settembre, raggiunta a Padula, là dove tre anni prima Pisacane era stato sconfitto dalle truppe del Ghio, la colonna del Caldarelli, questa passò nominalmente all’esercito garibaldino, ma più che una vera diserzione, la cosa si risolse nella dissoluzione dei regi. Tant’era la lealtà delle truppe infatti che si sarebbe trascorso di assassinare il Generale traditore della causa, se i garibaldini non l’avessero strappato dalle mani di quei forsennati (2).”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, Brig. Mil., 20-22; Turr, Div. 149-150; Ire Pol., 72-77; Bertani, II, 185-186; Turr, Risposta, 16.”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (3) postillava: “(3) Vedasi addietro, pag. 198”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 202, nella nota (1) postillava: “(1) Forbes, 215-216.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 139, in proposito scriveva che: “Intanto: “In quel giorno era noto a Salerno lo sbarco presso Sapri; le truppe ivi sbarcate si computavano per lo meno a 4000 uomini e secondo i calcoli più alti fino a 15,000. Caldarelli, si diceva a Salerno, erasi riunito colle truppe di Garibaldi e con esse marciava contro Salerno. Nuovi sbarchi di distaccamenti dell’esercito nazionale dovevano aver luogo ancora più presso a Napoli. Perciò si accrebbe l’inquietitudine e lo spirito di rivolta nelle truppe riunite a Salerno (….)(16).”.”. Policicchio, a p. 139, nella nota (16) postillava: “(16) La guerra italiana del 1860….cit., p. 301.”. Policicchio si riferiv al testo tradotto di Rustow, ovvero il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 301 (secondo la postilla di Policicchio ma è sbagliato perchè si tratta di pag…..), in proposito scrivea che: “In quel giorno era noto a Salerno lo sbarco presso Sapri; le truppe ivi sbarcate si computavano per lo meno a 4000 uomini e secondo i calcoli più alti fino a 15,000. Caldarelli, si diceva a Salerno, erasi riunito colle truppe di Garibaldi e con esse marciava contro Salerno. Nuovi sbarchi di distaccamenti dell’esercito nazionale dovevano aver luogo ancora più presso a Napoli. Perciò si accrebbe l’inquietitudine e lo spirito di rivolta nelle truppe riunite a Salerno Etc….”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono al Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la loro marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marce alte e penosissime montagne. Il giorno 5 erano a Sala Consilina; n questo giorno raggiunsero Caldarelli, al quale fu mandato La Masa come Commissario del Dittatore per trattare la capitolazione di questa colonna regia. Caldarelli si fece incontro a La Masa scortato da poca cavalleria, e dopo uno scambio di trattative, dichiarò che non avrebbe adoperate le armi contro il movimento nazionale, quindi fu internato a Padula.”. Su questo punto, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 141, in proposito scriveva che: “L'”invito” fu conseguente all’accordo appena fatto tra il Commissario di Garibaldi, La Masa, e lo stesso Caldarelli che decise di rimanere internato a Padula (20). Ciò risulta anche, confermando la tesi da noi sostenuta, delle memorie del Colonnello Rustow, il quale, informato da un ufficiale della Guardia Nazionale di Padula che un’intera brigata borbonica si trovava in S. Lorenzo, dice: “(….) ci giunge avviso da Garibaldi che un parlamentario di Caldarelli era stato da lui e che non ci dessimo fastidio alcuno per quella forza debole, sebbene numericamente il triplo della nostra”(21)”. Policicchio, a p. 141, nella nota (21) postillava: “(21) E. Porro, La brigata Milano…cit., p. 23.”. Policicchio si riferiva al testo tradotto di Rustow, di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 23, che in proposito scrivea che: “”(….) ci giunge avviso da Garibaldi che un parlamentario di Caldarelli era stato da lui e che non ci dessimo fastidio alcuno per quella forza debole, sebbene numericamente il triplo della nostra”.”.
Nel 5 settembre 1860, da Vibonati, la Brigata Puppi passando da Vibonati risalì a Casalnuovo (odierno Casalbuono)
Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli….(2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr)….Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao. In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli altri aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.
Nel 5 settembre 1860, Rustow e le sue brigate garibaldine erano a Casalnuovo (odierno Casalbuono)
Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia etc…“. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 21-22, il Rustow nelle sue memorie, per bocca del Porro scriveva che: “Giunta a Forlino alle 11 e mezzo, la brigata a poco a poco si riunì, e raccolta a bivacco, ricevette delle vettovaglie di pane etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese dovette schierarsi la colonna di sicurezza che precedeva il Generale, anche perchè al di là della ‘Cerreta di Montesano’ si erano accampati durante la notte tremila borbonici, al comando del Generale Cardarelli. E quando le avanguardie garibaldine fecero sentire da ogni dove la loro presenza, e migliaia di volontari presero, qua e là, a bloccare la marcia di quei reparti, Cardarelli capitolò. La colonna era arrivata proprio all’altezza della “Certosa” di Padula, quella località che Mercantini aveva già immortalata nella drammatica epopea de la “Spigolatrice”. E nella “Certosa”, Cardarelli venne internato, visitato più tardi dal Gen. La Masa.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“.
GARIBALDI a CASALBUONO
Nel 4 e 5 settembre 1860, Garibaldi, a Casalnuovo (odierno Casalbuono) fu ospitato in casa Sabatini ed incontrò Giacinto Albini
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a p. 406, in propposito scriveva che: “Dopo sole tre o quattro ore – poichè era di supremo interesse alla causa della rivoluzione correre fulmineamente nella Capitale – proseguendo dal Fortino in carrozza la marcia trionfale, il Dittatore giunse la sera di quel giorno 4 Settembre nel vicino Comune di Casalbuono, dove pernottò, gradito ospite, in casa Sabatino, e dove, nel mattino seguente, nominò il Colonnello Bertani Segretario Generale, forse in premio dell’ottimo consiglio avutone nell’inciente del Piola, e fece ordine, scrive il Racioppi, “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato,d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, etc..”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. E il 5 settembre da Casalnuovo pubblicò per telegrafo: – “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale”; e la storia vuol ricordare la data uffiziale di quella anomala podestà, famosa nel nome di Segreteria, che, al nuovo governo, fu la Dittatura della Dittatura. Da Casalnuovo fece ordine a tutti i municipii, che accomodassero, a coloro dello Stato, di una porzione di viveri e denari ogni soldato dell’esercito borbonico che tornassero sbrancati a lor focolari: poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosissimi infelici, che, persa per fame la dignità del soldato, chiedevano a viandanti e alle truppe stesse garibaldine la limosina di un pane, che spesso, con durezza imprudente e schernevole, venia negata. A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontanente pagare al general Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli avea chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri di suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione col Dittatore. Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini etc…”. Dunque, Racioppi, dopo aver premesso dell’osteria del Fortino del Cervati fa incontrare Garibaldi ed il Mignogna nel piccolo borgo di Casalnuovo e non all’osteria del Fortino come vogliono altri. Tuttavia, Garibaldi ed il suo piccolo seguito si recarono in carrozza a Casalnuovo, oggi Casalbuono, un piccolo brogo non molto distante dal Fortino. Dal 1811 al 1860 fece parte del circondario di Montesano, appartenente al Distretto di Sala del Regno delle Due Sicilie. Dal 1860 al 1927, durante il Regno d’Italia, fece parte del mandamento di Montesano sulla Marcellana, appartenente al Circondario di Sala Consilina. Casalnuovo si trovava sulla via per le Calabrie. Il Racioppi scriveva: “….e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “…..al Fortino,…..dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre a Casalnuovo Garibaldi si vide venire incontro il Mignogna, governatore in suo nome della provincia di Basilicata, che si era dichiarato per lui più di due settimane avanti, mentre egli attendeva varcare lo Stretto….”. Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo “Nicola Mignogna”, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre Garibaldi giunge a Casalnuovo, confine tra la Calabria e la Basilicata. Ivi Nicola Mignogna, in nome della provincia, gli dà il benvenuto; presentandogli l’offerta pecuniaria de’ Lucani (1). Etc…”. Pupino Carbonelli, a p. 215, nella nota (I) postillava: “(1) Bertani rilasciò a Napoli la seguente ricevuta (vedi documento XXXI). Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 116-117 e ssg., in proposito scriveva che: “VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalnuovo (18) – paese che segue il confine tra la Provincia di Salerno e la Basiicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 pm. del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti Carlo Arrivabene ed Antonio Gallenga, volontari e corrispondenti di giornali inglesi. Il Dittatore scese dalla carrozza presso la piazzetta Croce (20) e salì al paese a cavallo, salutando tre volte il popolo, e propriamente presso il palazzo del municipio e davanti alla chiesa principale. Scese da cavallo presso il portone del palazzo di Raffaele Sabatini, nel quale fu ospitato e vi passò la notte. Il Turr, insofferente del caldo, si pose a dormire sotto un pergolato del giardino presso lo stesso palazzo. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, odinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni -andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga di armi; vivendo etc….”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal de Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Etc…”. L’opera di Giuseppe Guerzoni citata dal De Crescenzo è “Garibaldi”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese dovette schierarsi la colonna di sicurezza che precedeva il Generale, anche perchè al di là della ‘Cerreta di Montesano’ si erano accampati durante la notte tremila borbonici, al comando del Generale Cardarelli. E quando le avanguardie garibaldine fecero sentire da ogni dove la loro presenza, e migliaia di volontari presero, qua e là, a bloccare la marcia di quei reparti, Cardarelli capitolò. La colonna era arrivata proprio all’altezza della “Certosa” di Padula, quella località che Mercantini aveva già immortalata nella drammatica epopea de la “Spigolatrice”. E nella “Certosa”, Cardarelli venne internato, visitato più tardi dal Gen. La Masa. Il 5 settembre, così, Garibaldi fu nel ‘Vallo di Diano’, in marcia su quella consolare fiancheggiata da una policroma geometria di poderi. Indossava il “poncho”, e sembrava un Dio tutelare, ….A destra e a manca della consolare – che un tempo si chiamava “Aquilia” – si vedevano,, aggrappati o accoccolati sulle colline, gl’incantevoli paesi del “Vallo”. Ecco Montesano, Padula, Monte S. Giacomo, Sassano; etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 140, in proposito scriveva che: “A Casalnuovo Garibaldi con i suoi “distinti personaggi” passò la notte dal 4 al 5 settembre e, oltre ad aver nominato Bertani segretario generale della dittatura, affidò il comando dell’esercito al Generale Sirtori che rimase nelle retrovie per organizzare le truppe (19).”. Policicchio, a p. 141, nella nota (19) postillava: “(19) Anche in Sicilia fu sempre suo vice. Etc…”. Policicchio nella nota si riferiva ad Agostino Bertani. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“.
Nel 5 settembre 1860, da alcuni telegrammi si evince che:
Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 399, in proposito scriveva che: “…si debba datare dalla mattina del 5 settembre e si debba considerare come risultante dai telegrammi, dagli allarmi e dalle corse della notte 4-5 settembre durante la quale si tenne un ultimo consiglio dei Ministri fino all’alba (Pianel, 194-195, dal diario della moglie) e il Forbes e il Gallenga sparsero i loro telegrammi per Napoli e Salerno. Uno di questi telegrammi è così riprodotto nel MONNIER, 273: “Gallenga a….(nome mancance): Eboli, 5 sett., 1 e mezza antim. La brigata Caldarelli è passata a Garibaldi. A Sapri 4,000 uomini comandati da Turr sono sbarcati. Altri sbarchi saranno operati più vicini a noi”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Si riferisce al telegramma scritto dal generale Turr il 4 settembre ed indirizzato al Comandante Civile Mango di Lagonegro, in cui Turr chiedeva la preparazione di 25 razioni di viveri. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; etc…”.
Nel 5 settembre 1860, l’avv. Giuseppe Mango, Commissario Civile di Potenza ricevè l’ordine di preparare 25 mila razioni di rancio
L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 16-17, in proposito scriveva che: “…”. Riguardo l’avv. Giuseppe Mango, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 143, in proposito scriveva che: “Intanto al Commissario Civile di Potenza, Giuseppe Mango (27), venuto appositamente da Lagonegro, il 5 settembre giunse l’ordine di far preparare 25 mila razioni di viveri per le truppe di artiglieria prossime a passare (28)”. Policicchio, a p. 143, nella nota (28) postillava: “(28) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, Tip. Lucana, Lagonegro, 1911, p. 49.”.
Nel 5 settembre 1860, il racconto di un Garibaldino che sbarcato a Sapri racconta che:
Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 65-66 e ssg. trascriveva una lettera del 5 settembre e scriveva: “Sapri, Acqua-Fredda, le 5 Septembre. Apres diner nous partons pour l’Acqua-Fredda (eau froide), à trois milles environ de Sapri, dance une barque danceuvrée par quatre matelots. L’expedition se compose de sept Italiens et de trois Francais, sous la conduite du capitaine du Benvenuto. Jamais je n’ai vu le ciel plus bleu et la mer plus calme. Les metelots, en soulevant leurs rames, font eclater toute la phosphorescence de cette mer toujours si belle et si poétique. Partis à huit heures, nous debarquons à neuf heures sur une plage tout à fait nue. Ne trouvant point de chemin, chacun escalade les rochers come il peut. Au bout d’une demi-heure, l’un de nous trouve une pauvre vielle femme, couchée en plein air davant la porte de sa maison, qui semble nous prendre pour des bandits. Enfin, tant bien que mal elle nous indique le chemis d’Acqua-Fredda, si toulefois on peut appeler chemin une especie de sentier impraticable, et bon tout au plus pour les chevres. Apres une heure de marche, nous apercevons quelches habitations et la point d’un clocher: nous poussons un soupir de saulagement; mais, helas! c’est en vain que nous frappons à toutes les portes: personne ne repond: nous pourrions nous croire, avec d’un peo d’imagination, danse quelque ville enchantée des ‘Mille et une Nuits’. Nous allions en venire aux moyens extremes, quand tout à coup un campagnard s’approche de nous avec force saluts et génuflexions. Peu d’istants apres, sa femme le rejoint et nous offre de l’eau pour nos rafraichir, puis …..de la paille pour faciliter notre campement à la belle etoile. On demand alors à ces braves gens commend il se fait toutes les maison restent fermées. Ils nous repondent qu’à notre aproche tout le monde s’est sauvé dans la montagne, le curé en tete. Le capitaine du navire ajoute: “Mais saviez-vous que nous etions des soldats de Garibaldi ?” – Signor, si! répondent-ils, seulement on disait que vous étiez de mechantes gens”, che tradotto è: “Sapri, Acqua-Fredda, 5 settembre.Dopo cena partiremo per Acqua-Fredda, a circa tre miglia da Sapri, su una barca con quattro marinai.La spedizione è composta da sette italiani e tre francesi, guidati dal capitano della Benvenuto.Non ho mai visto il cielo più azzurro e il mare più calmo.I marinai, alzando i remi, fanno emergere tutta la fosforescenza di questo mare, sempre così bello e così poetico.Partiti alle otto, sbarcammo alle nove su una spiaggia completamente brulla.Non trovando alcuna via, ognuno scala le rocce come meglio può.Dopo mezz’ora uno di noi trovò una povera vecchia, stesa all’aperto davanti alla porta di casa, che sembrava prenderci per banditi.Alla fine, come può, ci indica il sentiero dell’Acqua-Fredda, se però sentiero possiamo chiamarlo una specie di sentiero impraticabile, e buono tutt’al più per le capre.Dopo un’ora di cammino vediamo alcune case e la punta di un campanile: tiriamo un sospiro di sollievo;ma sfortunatamente!invano bussiamo a tutte le porte: nessuno risponde: potremmo credere, con un po’ di fantasia, di ballare in qualche città incantata da ‘Mille e una notte’.Stavamo per ricorrere a mezzi estremi, quando all’improvviso un connazionale si avvicinò a noi con molti saluti e genuflessioni.Pochi istanti dopo, la moglie lo raggiunge e ci offre dell’acqua per rinfrescarci, poi…paglia per facilitare il nostro accampamento sotto le stelle.Abbiamo poi chiesto a queste persone coraggiose come mai tutte le case fossero rimaste chiuse.Ci hanno detto che mentre ci avvicinavamo tutti fuggivano sulla montagna, con il sacerdote in testa.Il capitano della nave aggiunge: “Ma lo sapevate che eravamo soldati di Garibaldi?”– Signore, sì!rispondono: “solo loro hanno detto che eravate persone cattive”.
GARIBALDI a SALA CONSILINA
Nel 5 settembre 1860, Garibaldi, a Sala Consilina, dove fu ospitato in casa del maggiore De Petrinis
Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “A destra e a manca della consolare – che un tempo si chiamava “Aquilia” – si vedevano, aggrappati o accoccolati sulle colline, gl’incantevoli paesi del “Vallo”. Ecco Montesano, Padula, Monte S. Giacomo, Sassano; etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Quasi tutte le Giunte Insurrezionali furono presentate in Sala al Dittatore, il quale indossava la divisa garibaldina ed un cappello a larghe falde. E fu nominato Delegato Civile e Militare A. Alfieri d’Evandro, venuto nel “Vallo” da Napoli con molti volontari, ed al quale venne affidato l’incarico di vettovagliare l’esercito che sarebbe giunto, nei giorni di poi, diretto a Napoli. Il ricevimento ebbe luogo nel Palazzo del Governo provvisorio, ove Garibaldi riposò venti minuti, e fu ospitate, poi, col seguito, di Giuseppe De Petrinis, nella cui casa fu messo “vangale”, ed a tavola, lo stesso De Petrinis – nominato Maggiore della Guardia Nazionale – volle servire il ‘Dittatore’, del quale, per lungo tempo, venne conservato gelosamente un mozzicone di sigaro, lasciato da Garibaldi in quella felicissima occasione. Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 219 e ssg., in proposito scriveva che: “…..“. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò casa Depetrinis, etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, ex garibaldino, nel 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “…..”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Il giorno di mercoledì 5 il generale partì con il suo seguito, in carrozza da Casalbuono per Sala, accolto da le più insistenti ovazioni…..Il Dittatore riposandosi alquanto nel palazzo municipale, ricevè alcune deputazioni e pranzò alle 2 con il generale Turr e Cosenz, il Matina, il Mignogna, il colonnello Trecchi e Missori, il maggiore Stagnetta, ed i segretari Alfieri d’Evandro, Lacava e De Meo, in casa del maggiore Giuseppe De Petrinis (2)…“. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2) postillava di Treveljan e di Iessie Whitte Mario, op. cit., p. 188. Si tratta di Jessie White Mario. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Il generale Pianell (….), nel suo “Il Generale Pianell – Memorie (1859-1892)”, Firenze, C. Barbera editore, 1902, a p. 194, riferendosi al 3 settembre, nel suo Diario scriveva che: “Aimè, gli Uffiziali sono incerti e sgomenti del loro avvenire! A Sala vi è già un governo provvisorio, e Garibaldi è giunto ad Auletta.Etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969 parlando degli attendibili e delle famiglie potenti cilentane e del loro facile voltafaccia, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2). Giusto tre anni dopo il De Petrinis, diventato maggiore delle truppe garibaldine, ebbe l’onore di ospitare Giuseppe Garibaldi quando giunse a Sala il 5 settembre. Cfr. M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860, in Arch. Stor. Sal., I (1921), p. 136.”.
Nel 5 settembre 1860, a Sala, Garibaldi ordinò di erigere un monumento a Sapri in onore di Carlo Pisacane e dei Trecento
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 135, in proposito scriveva che: “In casa Gallotti sbrigò affari politici e di governo, rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane (4) e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore. Infatti, subito dopo la partenza di Garibaldi da Sala, il Segretario del Governo provvisorio, nonché delegato interino civile e militare del Distretto, Antonio Alfieri d’Evandro si adoperò per delle sottoscrizioni volontarie, anche a mezzo del giornale ‘Il Popolo d’Italia’, per un monumento a Pisacane: “…a modo di riparazione Nazionale in questo Distretto più specialmente ove ebbe tomba il prode dei prodi Carlo Pisacane ed i suoi generosi compagni, si promuova una soscrizione Nazionale per erigere loro un monumento.”. Un garibaldino nel suo diario annotò: “Chiuderò questa mia con darvi una notizia che conforterà il vostro cuore italiano, ed è che Garibaldi ha dato ordine che si eriga un monumento ai fratelli Bandiera a Cosenza, ed un altro a Pisacane a Sapri “(….)(5).”. Policicchio, a p. 135, nella nota (5) postillava: “(5) Bertani e Garibaldi, il 25 settembre assegnarono “una pensione di ducati sessanta al mese vita durante, a contare dal primo ottobre prossimo, a Silvia Pisacane figlia dell’eroico Carlo Pisacane trucidato a Sanza nel luglio 1857 mentre combatteva per la liberazione dei fratelli”.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969 parlando degli attendibili e delle famiglie potenti cilentane e del loro facile voltafaccia, a p. 80, nella nota (….) postillava: “….
GARIBALDI ad AULETTA
Nel 6 settembre 1860, Garibaldi, ad Auletta fu ospitato in casa Mari e proclamò Giacinto Albini Governatore della Basilicata
Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Questi, e il ritrarsi dei regii da Salerno, e i popoli levati in armi e fiero entusiasmo, e l’aure pregne di confidenza e di audacia spianarono la via al Dittatore. Il quale nel giorno 6 da Sala nominò il prodittatore Matina a governatore del Salernitano (con poteri illimitati”, e questi con esso lui procedendo in posta, venne il governo temporaneo da Sala a tramutarsi in Salerno. (1).”. Racioppi, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 219 e ssg., in proposito scriveva che: “Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini, capo del governo temporaneo della Lucania, a governatore di Basilicata con quella podestà che disse illimitata, e che meglio sarebbe a dirsi indefinita. Etc…”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, nel mattino del 6 Settembre, convenne la Deputazione Potentina con l’altro Prodittatore Giacinto Albini, il quale fu nominato allora, cessato il breve concorde duumvirato della Prodittatura, ‘Governatore della Basilicata con poteri illimitati’.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso. Lo accompagnava, in carrozza, Giovanni Matina, il quale – nominato Governatore della Provincia – doveva raggiungere il capoluogo. E la colonna, tra un popolo delirante, si avviò per la “Consolare”, scortata da uomini in armi, a cavallo. Garibaldi, troppo sicuro di sè, precedeva l’Armata, sfidando i pericoli di eventuali imboscate. Difatti, la Brigata Cosenz giunse nel Vallo solamente l’11 settembre, e cos’ pure la Brigata di Artiglieria, composta da 200 uomini e 150 cavalli. Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; in marcia di avvicinamento era anche la colonna di Rustow, e reparti del Battaglione “Lucania” sarebbero giunti l’8 settembre. Alla taverna di “Ciccio” sul ponte di Auletta, si dovevano far trovare viveri e venditori di pane. Solo il giorno 6 settembre, il Generale Burr, notificava al Tenente Fraissignano di Lagonegro, di avanzare coi cavalli sulla strada di Salerno, e il 15 settembre vi fu il passaggio dell’artiglieria nazionale, al comando del Generale Grasini, in marcia verso Napoli.”. Credo che qui vi è un errore di trascrizione perchè si trattava del generale Turr non Burr. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 132, in proprosito scriveva che: “Il giorno 6 le due brigate Milano e Spinazzi col generale Turr erano ad Auletta,e si preparavano ad avanzare verso Salerno mentre che il Dittatore partiva per Eboli con una piccola scorta.”. Il generale Pianell (….), nel suo “Il Generale Pianell – Memorie (1859-1892)”, Firenze, C. Barbera editore, 1902, a p. 194, riferendosi al 3 settembre, nel suo Diario scriveva che: “Aimè, gli Uffiziali sono incerti e sgomenti del loro avvenire! A Sala vi è già un governo provvisorio, e Garibaldi è giunto ad Auletta.Etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…“. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: “All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. Ricevé pure Salvatore Tommasi e Raffaele Piria, delegati del comitato d’Azione, i quali andarono da lui per ottenere ch’egli, arrivando a Napoli, prendesse consiglio e ispirazione dai rispettivi comitati; ma Garibaldi, in quella guisa che a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, un caldo invito alla concordia, con queste parole: “Ai signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Cammillo Caracciolo di Bella, Giuseppe Ricciardi e Andrea Colonna: Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il Comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo”.”.
Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di garibaldini. Le brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giungendo a Sala il 5. Seguivano il Dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà s’imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”.Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882.
Nel 7 settembre 1860, Rustow è a Eboli e riceve l’ordine di marciare verso Salerno e poi a Napoli
Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 349, in proposito scrivea che: “Mentre Turr accorreva d’Auletta in seguito del Dittatore, per entrare con lui a Napoli, Rustow era arrivato ad Eboli il giorno 7 colla brigata Milano. Ivi ricevette a tarda sera l’ordine di andare a Napoli colla detta brigata, affinchè il Dittatore etc…”.
Nel 7 settembre 1860, a Sanza, venerdì, un manipolo d’insorti Cilentani, agli ordini di Cristoforo Ferrara uccisero per vendetta i responsabili del massacro dei Trecento di Carlo Pisacane, tra cui Sabino Laveglia
Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, a p. 129, in proposito scriveva che: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Un nommé Savino Laveglia, que la voix pubblique designait comme ayant porté le premier coup à Pisacane, desarmé, fuit arretè chez lu et fusillé sans jugement dans la prison. C’etait repondre au meurtre par le meurtre…” che tradotto significa: “….Nell’agosto del 1860 una colonna dell’esercito garibaldino sbarcò a Sapri per operare nel Cilento parallelamente all’avanzamento del grosso;a comandarlo era il colonnello Pianciani.Mandò un distaccamento a Sanza.Un uomo di nome Savino Laveglia, che la voce pubblica nominava come colui che aveva inferto il primo colpo a Pisacane, disarmato, fuggì, fu arrestato a casa sua e fucilato senza processo nel carcere.Stava rispondendo all’omicidio con l’omicidio…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 128, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto Stefano Passero, in esecuzione presi con il Comitato dell’Ordine, con i liberali di Vallo e di alcuni comuni vicini, tra cui Cristoforo Ferrara di S. Biase, promosse una adunanza numerosa di guardie nazionali di Novi, di Canalonga, etc….Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero, prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; la seconda guidata dal Ferrara muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. vi imprigionò Sabino Laveglia, il triste capourbano che aveva guidato la popolazione di Sanza contro Carlo Pisacane. Sembra che una mano di insorti avesse fucilato il Laveglia nello stesso locale della prigione. Dai Registri dello Stato Civile risulta morto il 7 settembre.“. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 111, in proposito scriveva che: “Come si legge anche all’inizio dello stralcio delle memorie di Bertani sopra riportato, l’arrivo al Fortino rinvanga nella memoria di tutti gli eventi tragici seguiti alla spedizione del loro amico e sodale Carlo Pisacane. E infatti Garibaldi, memore, non rinuncia a vendicarne la morte avvenuta tre anni prima ordinando l’arresto dei sanzesi don Filippo Greco Quintana, Primo eletto e farmacista, reo, secondo i garibaldini, di aver allertato la popolazione della presenza di Pisacane nei pressi di Sanza facendo sfondare la porta della torre campanaria per suonare le campane a martello, di Sabino Laveglia sottocapo delle guardie urbane del comune e esecutore materiale, secondo le sue stesse dichiarazioni negli atti dibattimentali del processo che ne seguì, dell’omicidio di Pisacane, oltre che di Domenico Laveglia e Giuseppe Citera, anche essi ritenuti in qualche modo responsabili del delitto. L’otto settembre, quindi dopo pochi giorni, dopo un processo ovviamente sommario, i quattro vengono messi a morte nelle carceri circondariali di Sanza (152).”. Dunque, il Montesano scriveva che fu Garibaldi che ordinò sia l’arresto dei quattro e la loro esecuzione. Montesano, a p. 111, nella nota (152) postillava: “(152) Leopoldo Cassese, La spedizione di Sapri, op. cit., pagg. 72-73.”. Verificherò che la notizia provenga dal Cassese però devo opinare su ciò che scrive il Montesano in quanto “Come si legge anche all’inizio dello stralcio delle memorie di Bertani sopra riportato” si evince che già nell’arrivo di Garibaldi e degli altri sei, in barca, a Sapri, Garibaldi “rinvanga nella memoria di tutti gli eventi tragici seguiti alla spedizione del loro amico e sodale Carlo Pisacane” e non al Fortino. Leopoldo Cassese (….), nel 1969, nel suo “La spedizione di Sapri”, a p. 73, nella nota (60) postillava che: “(60) V. il verbale della cremazione, e v. gli interrogatori del Laveglia e dell’Inter, che si pubblicano per la prima volta in ‘Appendice’. Essi chiariscono definitivamente i particolari della morte, della cremazione e del seppellimento di Pisacane e dimostrano quanto poco veritiere fossero le affermazioni del Bilotti (op. cit., p. 327) che diede credito a poco attendibile fonte orale. Nel 1860 le schiere garibaldine, giunte nel Vallo di Diano, vollero vendicare la morte di Pisacane punendo quelli che la voce pubblica accisava come esecutori materiali del delitto. Sabino Laveglia, don Filippo Greco Quintana, Domenico Laveglia e Giuseppe Citera, furono difatti arrestati e poi l’8 settembre messi a morte nelle carceri circondariali di Sanza. V. ASS, Stato civile, Atti di morte del Comune di Sanza, 1860, B. 6810.”. Dunque, l’accusa della morte dei quattro a Sanza, che Montesano indirizza al generale Garibaldi non è corretta. Il Cassese, sulla scorta della documentazione in Atti, non dice fu Garibaldi a far uccidere i quattro ordinandone la loro esecuzione ma dice che: “Nel 1860 le schiere garibaldine, giunte nel Vallo di Diano, vollero vendicare la morte di Pisacane punendo etc…”. Il Cassese parla correttamente delle truppe Garibaldine non di Garibaldi. Garibaldi ne ordinò solo il loro arresto ma non ordinò le sevizie inflitte. Stefano Macchiaroli nel 1868, nel suo “Diano e l’omonima sua valle”, Napoli, G. Rondinella, 1868, pp. 72-73 sg, in proposito scriveva che: “Finalmente nel luglio del detto anno del 1860 la colonna Cilentana, che plaudente operava con Giuseppe Garibaldi il nuovo ordine di cose, credendo vendicare i loro fratelli restati vittime in Sanza, dopo d’avere imprigionato Sabino la Veglia, voluto retrivo, e colpevole della morte di quelli, senza giudicatura di sorta, venne archibugiato da una scarica di moschetteria nella stessa prigione. Noi come cronisti, riferiamo, scevri di passione, questi fatti, etc…”. In effetti Macchiaroli non dice gran chè. Macchiaroli scrive sulla scorta di Felice Venosta (…) e del suo “Carlo Pisacane”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 149 parlando dell’uccisione di Sabino Laveglia e di altri, in proposito scriveva che: “Ciò che non scrisse l’impiegato d’anagrafe negli Atti di Morte lo annotò con cura l’arciprete Francesco Bianco nel ‘Liber Defunctorum’ negli anni 1823-1861 (89)….L’esposizione dell’archiprèsbyter consente di chiarire non pochi aspetti della morte di Sabino e degli altri arrestati. Gli ‘homines Cilentani’ che misero in atto tanta atrocità nei confronti di tutt’e quattro i detenuti furono i volontari giunti dal distretto di Vallo agli ordini di Cristoforo Ferrara, non i garibaldini al seguito del generale come qualcuno ha scritto (93) etc…”. Dunque, il Fusco scrive che “Gli ‘homines Cilentani’ che misero in atto tanta atrocità nei confronti di tutt’e quattro i detenuti furono i volontari giunti dal distretto di Vallo agli ordini di Cristoforo Ferrara, non i garibaldini al seguito del generale come qualcuno ha scritto (93)”. Fusco, a p. 356, nella nota (93) postillava: “(93 vedi nota 92). Il particolare fu rilevato da Stefano Macchiaroli nel 1868, Diano e l’omonima sua valle, Napoli, G. Rondinella, 1868, p. 72 sg……e da Francois Lenormant nel 1883, A travers l’Apulie ecc…, cit., II, p. 129 ss.: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Un nommé Savino Laveglia, que la voix pubblique designait comme ayant porté le premier coup à Pisacane, desarmé, fuit arretè chez lu et fusillé sans jugement dans la prison. C’etait repondre au meurtre par le meurtre…”).”. Fusco, a p. 149 continuando a scrivere sulla colonna d’insorti Cilentani a Sanza aggiungeva che: “….né – come ha affermato qualche altro (94) – un manipolo di insorti che, portandosi a Sapri per vendicare l’uccisione di Costabile Carducci, ne fu dissuaso dallo stesso Garibaldi e ripiegò verso Sanza per punire gli uccisori di Pisacane.”. Fusco, a p. 356, nella nota (94) postillava: “(94) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro ecc.., cit., p. 399: “(Lungo la strada per Vibonati Garibaldi) s’imbattè in una Colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento……….I Celentani allora……, ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 2 Luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. In effetti, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 398-399, in proposito scriveva pure che: “III…..I Celentani allora, dopo aver dato alle fiamme il palazzo del Cav. Pecorelli in Policastro, ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 2 Luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. Dunque, Felice Fusco, a p. 148 correttamente spiegava che la colonna d’insorti Cilentani che si recarono a Sanza era: “…l’altra capitanata da Cristofaro Ferrara da San Biase (frazione di Ceraso) che, attraverso Cuccaro, Laurito e Rofrano, si accampò a Sanza (85). Ferrara, già combattente dei moti del ’48 e membro del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valiante, Teodosio De Dominicis e Raffaele Passarelli (86), intese vendicare l’uccisione di Pisacane e dei suoi rivoltosi (87).”. Fusco, a p. 355, nella nota (85) postillava: “(85) Cfr. Il Lampo del 3 settembre; F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., cit., p. 279. Nella colonna di Ferrara c’era un amico personale di Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905) di Vincenzo, amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Cfr. G. Di Capua, etc…”. Fusco, a p. 355, nella nota (87) postillava: “(87) M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana del 1860, in “Archivio Storico della Provincia di Salerno”, I (1921), p. 128: “Vennero formate due colonne: una prima comandata da Stefano Passero etc..; la seconda guidata da Cristoforo Ferrara di S. Biase muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Ivi imprigionò Sabino Laveglia etc…”. Fusco, a p. 356, nella nota (89) postillava: “(89) Il registro (Liber Defunctorum, 1823 – 1861), che si trova tra le carte dell’archivio Campolongo, si è potuto consultare solo in questi ultimi tempi. L’arciprete Bianco (è il caso di ribadirlo) è lo stesso che nel ’57 si era messo in luce più per i contrasti con Sabino Laveglia che per la partecipazione all’eccidio di Pisacane.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La loro morte fu segnata non dalle truppe garibaldine che si erano limitate ad arrestarli, ma da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa. Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre anni prima, forse anche con il beneplacito delle truppe garibaldine che non intervennero a sedare il macabro sodalizio. Si racconta che per giorni si udirono urla strazianti, provenienti da una piccola apertura protetta da sbarre. Etc…”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi nel viaggio a cavallo da Sapri a Vibonati incontrò “alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri..etc…”.
Nell’8 Settembre 1860, da Lauria, la brigata garibaldina SACCHI del Maggiore Chiassi si porta a Lagonegro
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Sacchi proveniente dalla Calabria, arrivava in Rotonda alle ore 9 del giorno 6. Alle 4 ant. del 7 riprendeva la marcia per Castelluccio dove arrivava alle 8, passando a spalle d’uomo il fiume Lao. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom. Alle 2 e mezza del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709) Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc…“. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Si tratta del testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Soriga, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere mezzi di trasporto di mare per Napoli. Alle quattro e mezza pom. si parte da Lauria per Lagonegro, un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e dirottissima pioggia, vento, grandine e tutti gli accessori di conseguenza, cioè strade rotte, pozzanghere da per tutto, alberi svelti e gettati sulla colonna etc.. Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 50-51, in proposito scriveva che: “Esaminando inoltre i registri dello stato civile del Municipio, m’è occorso di riscontrare che parecchi soldati garibaldini, durante quella marcia trionfale, lasciarono la giovane vita – credo per morte naturale in conseguenza dei disagi e delle sofferenze della vita militare, etc….E in seguito morirono pure qui, nel 26 Ottobre, Giovanni Gino di Torino appartenente all’Artiglieria dell’Italia Meridionale, e nel 2 Novembre ‘Rocco Pagliariello’ di Palermo della Brigata Sacchi. A tutti essi vada ora il mio pensiero grato e riconoscente anche a nome della Patria et…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giugendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Clement Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 175, in proposito scriveva che: “On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la Vittoria, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait déjà à bord la division Sacchi. Entassés pele-mele sur le point, nous pomes du moins laiser reposer nos jamber et dormir à la belle etoile, car la nuit etait magnificque. Au point du jour, on signala un steamer sous pavillon anglais qui venait sur nous à contre-bord. Parvenù à une demi-encablure par notre traverse, etc…”, che tradotto significa: “Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata.A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno;aveva già a bordo la divisione Sacchi.Affollati alla rinfusa sul punto, abbiamo almeno potuto riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte era magnifica.All’alba segnalammo un piroscafo battente bandiera inglese che veniva verso di noi contro la fiancata.Avendo raggiunto la metà della lunghezza del cavo attraverso la nostra traversata, etc…”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 112, in proposito scriveva che: “Il colonnello Sacchi che noi abbiamo lasciato al Comando del 46° Fanteria, …., e il colonnello Sacchi potè senza tema di disordini nel Reggimento, chiedere la dimissione dal servizio con altri uffiziali, e riunire in Genova 2000 e più uomini, che forniti di tutto il necessario sì di armi che di vestiario ed altro occorrente, si imbarcavano con lui sul ‘Torino’ la sera del 14 luglio. Egli lasciava in Genova l’attivo ed energico Pellegrini pure capitano dimissionario del 46° per attendere all’imbarco di altra gente etc…Dopo qualche giorno Pellegrini lo raggiunse con altri 400 uomini.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi il 3 agosto alle 4 ant. partiva da Soveria Mannelli, si fermava a Carpenzano, ed alle 3 pom. del 1° settembre si riuniva tutta a Rogliano, ove in seguito a sentenza di un Consiglio di Guerra fu passato per le armi il caporal (tromba a nome Canepa Luigi reo di furto. Lo stesso giorno partiva la brigata da Rogliano alle ore 4 pom., e arrivava a Cosenza alle ore 10 pom. accolta con festa dalla popolazione. Alle 2 del giorno 3 la Brigata Sacchi riprendeva da Cosenza la marcia, giungeva a Taverna Nuova alle 4 ant., riposava fino alle 4 pom., da dove partiva per Tarzia, e vi giungeva alle 10 e mezzo pom. Riposava fino alle 5 pom del giorno 4, da dove partiva per Camerata passando per Spezzano Albanese. Alle 4 ant. del 5 settembre la Brigata Sacchi si muoveva per Castrovillari, alle 5 pom. dello stesso giorno riprendeva la marcia per Morano, dove giungeva alle 8 trovando tutto il paese illuminato. Alle 2 ant. del 6 partiva per Campotenese. Alle 9 ant. dello stesso giorno arrivava alla Rotonda. Alle 4 ant. del 7 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia per Castelluccio, dove arrivava alle 8 passando a spalle d’uomo il fiume Merenzo. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom. Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: “L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio etc…, Nino Bixio aveva rotto la testa etc…(2).”. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di garibaldini. Le brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giungendo a Sala il 5. Seguivano il Dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà s’imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”.Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882.
Nel 7, o nell’8 Settembre 1860, una porzione della brigata SPANGARO giungeva a Sapri, via mare da Palermo e poi ripartì per Napoli ma dovette fermarsi a Salerno e proseguire con il treno
Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7. pom. e trovava ordine di continuare per Napoli, se non chè per mancanza carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi partiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli alle ore 9. Il giorno 8 il resto della stessa brigata partiva da Palermo direttamente da Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, e riunita sul Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si aqquartierava.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri, dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, senonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualce ora, e poi partiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, che riunita sul largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.“. Clement Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 175, in proposito scriveva che: “On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la Vittoria, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait déjà à bord la division Sacchi. Entassés pele-mele sur le point, nous pomes du moins laiser reposer nos jamber et dormir à la belle etoile, car la nuit etait magnificque. Au point du jour, on signala un steamer sous pavillon anglais qui venait sur nous à contre-bord. Parvenù à une demi-encablure par notre traverse, etc…”, che tradotto significa: “Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata.A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno;aveva già a bordo la divisione Sacchi.Affollati alla rinfusa sul punto, abbiamo almeno potuto riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte era magnifica.All’alba segnalammo un piroscafo battente bandiera inglese che veniva verso di noi contro la fiancata.Avendo raggiunto la metà della lunghezza del cavo attraverso la nostra traversata, etc…”. Nel ……, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2)”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Si tratta del testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di garibaldini. Le brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giungendo a Sala il 5. Seguivano il Dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà s’imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”.Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882.
Nel 9 Settembre 1860, la Brigata EBER muoveva per Paola dove arriva alle ore 10 del mattino e riparte da Paola alle ore 9 del mattino per Napoli
Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Quella Eber arrivava alle 10 ant. del 1° settembre da Marcellinara a Catanzaro accolta con feste dalla popolazione; ivi veniva alloggiata nelle caserme e nelle chiese. In detta città raggiungevano il corpo molti volontari rimasti indietro nelle marce. La forza della Brigata era di 2966, dai quali presenti 2462, assenti 504, cioè ammalati 344, dispersi 160. Alle 5 pom. del 3 la Brigata Eber, percorrendo la consolare, marciava per Tiriolo, dove arrivava alle 11 pom., ed accampava al di qua del villaggio fino alla mattina del 4 (ore 6 ant.), che passava ad altro accampamento al di là del paese, ale 3 pom. muoveva per S. Pietro a Tiriolo, ove giungeva alle 10 pom. e si accampava sulla strada. Alle 2 ant. del 5 la Brigata Eber continuava per Soveria Mannelli, vi arrivava alle 7 ant., da dove riprendeva la marcia all’1 ant. del 6, ed un’ora dopo accapava a Rogliano al di qua del paese. La Brigata Eber alle 2 ant. del 7 lasciava Rogliano, ed alle 8 ant. giungeva in Cosenza. La Brigata Eber (5 ant. del giorno 8) riprendeva la marcia, ed arrivava alle 10 pom. in S. Fili, ivi pernottava, ed alle 5 ant. del 9 muoveva per Paola, dove giungeva alle 10 ant. del giorno medesimo. Alle 9 ant. del 10 davano fondo l’ancora dirimpetto a Paola i battelli a vapore destinati al trasporto in Napoli della Brigata Eber. Alle 6 pom. aveva luogo la partenza; ….”.
Nel 10 Settembre 1860, da Lagonegro arrivano a Sapri le due brigate garibaldine: quella del Maggiore Chiassi e la brigata SACCHI
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “….la Brigata Garibaldina Sacchi – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli …(1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “….la Brigata Garibaldina Sacchi, che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sbombra – ripartì nel mattino del 10 per Sapri, dove s’imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 49, nella nota (2) postillava che: “(2) Vedi la surriferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708”. Nel 1928, il Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860) etc…”, a p. 172, in proposito è scritto: “Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Sacchi proveniente dalla Calabria, arrivava in Rotonda alle ore 9 del giorno 6. Alle 4 ant. del 7 riprendeva la marcia per Castelluccio dove arrivava alle 8, passando a spalle d’uomo il fiume Lao. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom….Alle 2 e mezza del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.“. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 112, in proposito scriveva che: “Il colonnello Sacchi che noi abbiamo lasciato al Comando del 46° Fanteria, …., e il colonnello Sacchi potè senza tema di disordini nel Reggimento, chiedere la dimissione dal servizio con altri uffiziali, e riunire in Genova 2000 e più uomini, che forniti di tutto il necessario sì di armi che di vestiario ed altro occorrente, si imbarcavano con lui sul ‘Torino’ la sera del 14 luglio. Egli lasciava in Genova l’attivo ed energico Pellegrini pure capitano dimissionario del 46° per attendere all’imbarco di altra gente etc…Dopo qualche giorno Pellegrini lo raggiunse con altri 400 uomini.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi….Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: “L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio etc…, Nino Bixio aveva rotto la testa etc…(2).”. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Si tratta del testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Soriga, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri.”. Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia che riesce molto faticosa; dopo sette ore di marcia ci si accampa in un bosco fuori paese e si fa il rancio con carne salata.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Clement Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 175, in proposito scriveva che: “On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la Vittoria, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait déjà à bord la division Sacchi. Entassés pele-mele sur le point, nous pomes du moins laiser reposer nos jamber et dormir à la belle etoile, car la nuit etait magnificque. Au point du jour, on signala un steamer sous pavillon anglais qui venait sur nous à contre-bord. Parvenù à une demi-encablure par notre traverse, etc…”, che tradotto significa: “Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata.A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno;aveva già a bordo la divisione Sacchi.Affollati alla rinfusa sul punto, abbiamo almeno potuto riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte era magnifica.All’alba segnalammo un piroscafo battente bandiera inglese che veniva verso di noi contro la fiancata.Avendo raggiunto la metà della lunghezza del cavo attraverso la nostra traversata, etc…”.
Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di garibaldini. Le brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giungendo a Sala il 5. Seguivano il Dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà s’imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”.Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882.
Nell’11 Settembre 1860, a Sapri, i Garibaldini della Brigata SACCHI e il maggiore Chiassi si imbarcarono e l’11 arrivarono a Napoli
Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709) Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….“. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Nel ……, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Si tratta del testo di Clement Caraguel (….) e del suo “Souvenirs et aventures d’un volontaire Garibaldien” (1882), che, a p. 175, in proposito scriveva che: “On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne, il avait déjà a bord la division Sacchi. Entasses pèle-mele sur le pont etc…”, che tradotto significa: “Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata.A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno, con a bordo già la divisione Sacchi.Mucchi uno sull’altro sul ponte etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Si tratta del testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Soriga, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impegna nell’imbarcare la truppa, per insufficienza di mezzi resta a terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie.“. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di garibaldini. Le brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giungendo a Sala il 5. Seguivano il Dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà s’imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Clement Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 175, in proposito scriveva che: “On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la Vittoria, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait déjà à bord la division Sacchi. Entassés pele-mele sur le point, nous pomes du moins laiser reposer nos jamber et dormir à la belle etoile, car la nuit etait magnificque. Au point du jour, on signala un steamer sous pavillon anglais qui venait sur nous à contre-bord. Parvenù à une demi-encablure par notre traverse, etc…”, che tradotto significa: “Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata.A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno;aveva già a bordo la divisione Sacchi.Affollati alla rinfusa sul punto, abbiamo almeno potuto riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte era magnifica.All’alba segnalammo un piroscafo battente bandiera inglese che veniva verso di noi contro la fiancata.Avendo raggiunto la metà della lunghezza del cavo attraverso la nostra traversata, etc…”.
Nell’11 Settembre 1860, i garibaldini del Maggiore Grioli restarono a Sapri
Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 708, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Si tratta del testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Soriga, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impegna nell’imbarcare la truppa, per insufficienza di mezzi resta a terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie. Alle quattro circa ant. (11 sett.) si salpa da Sapri, alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di garibaldini. Le brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giungendo a Sala il 5. Seguivano il Dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà s’imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”.Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882.
Nel 11 Settembre 1860, la brigata del gen. Cosenz arriva nel Vallo di Diano
Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155, in proposito scriveva che: “Garibaldi, troppo sicuro precedeva l’Armata sfidano i pericoli di eventuali imboscate. Difatti, la Brigata ‘Cosenz’ giunse nel “Vallo” solamente l’11 settembre, e così pure la Brigata di Artiglieria, composta da 200 uomini e 150 cavalli.”.
Nel 14 Settembre 1860, a Sapri anche i garibaldini della seconda spedizione di Gaetano Medici
Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”. Si tratta di un testo di un manoscritto del Castellini che suo nipote pubblicò dopo averne lette le pagine sgualcite dal tempo. Nicostrato Castellini fu diretto testimone, al’epoca giovane volontario garibaldino che si trovò a Paola e a Sapri. Il nipote, a pp. 63-64, inproposito scriveva: “14 settembre. – …mostrino di conoscere l’esistenza nostra a Paola. E questo deve essere il capo di stato maggiore etc…Ma ritorniamo alla parte storica. Verso le undici del mattino, mentre già si aveva rinunciato a speranza, vediamo due colonne di fumo spuntare dietro la punta di Sapri e poco dopo spuntare due vapori. Come giungono, al solito io mi reco abbasso per ricevere gli ordini e si sa che il Mongibello porterà 700 uomini, e 400 l”Archimede’, che i comandanti ebbero ordine di recarsi a Sapri per levar gente, e – se non ve ne fosse – di recarsi a Paola allo stesso effetto. Ci ragguagliamo che l”Amalfi’, che potrebbe portare 200 uomini, e la ‘Maria Teresa’ capace di altri 400, sono a Sapri e che ne ritorneranno vuoti a Napoli per mancanza d’istruzioni di recarsi a Paola, a Sapri assicurandosi che a Paola non vi è truppa. Si ordina che s’imbarchi Eberhardt. Io domando d’andare e infatti, ricevuto l’ordine di tutela l’imbarco, reco con me l’equipaggio (1).”. Il nipote di Castellini, a p. 64, nella nota (1) postillava: “(1) Cioè gli attezzi e le munizioni della divisione, rimorchiati per poche ore in uno sciabecco dal Mongibello. – La brigata Eberhardt apparteneva con quella Simonetta alla 17° divisione.”.
Nel 14 Settembre 1860, a Sapri fu sottoscritto l’atto deliberativo del Municipio di Sapri per l’adesione al Governo Unitario
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 171, in proposito scriveva che: “A Sapri l’atto deliberativo del Municipio per l’adesione al Governo Unitario fu sottoscritto il 14 settembre. In quella circostanza, curiosità, Sapri mutò anche la numerazione del protocollo. L’atto assunse il n. 1 di spedizione. Ma, presso la sede del Sotto Governatore non giunse e, il 24 successivo, dal sindaco, il Sotto Governatore fu assicurato d’averlo spedito in triplice copia e che un eventuale reclamo andava avanzato alla Direzione Postale (6). In ogni caso: “mi onoro farvene arrivare altre copie”. Policicchio, a p. 171, nella nota (6) postillava: “(6) Il Direttore dell’ufficio primario delle poste di Casalbuono, traslocando a Sala, in questi termini si congedava dal Sindaco e cittadinanza di Vibonati il 17 novembre 1861: “Parto sapendo di non aver dispiaciuto in qualche riscontro, la sua gentil persona, e cotesti Patrioti, poiché per mia fortuna veruna doglianza fin’ora mi è arrivata”. ACVBN (Archivio Comunale di Vibonati) b. 14, f. VI (categoria: Governo dal 1860 al 1865).”.
Nel 1860, il barone Giovanni Gallotti nominato maggiore nell’Esercito Meridionale e Capitano della Guardia Nazionale
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 172, in proposito scriveva che: “Il Capitano della Guardia Nazionale, Giovanni Gallotti, al “Cittadino Governatore Civile della P.à di Salerno”, facendosi avallare lo scritto dal sindaco Francesco Gaetani, il 22 settembre 1860 scrisse: “Giusto la circolare con cui si ordinava tre giorni di feste per l’adesione al nuovo Governo di Vittorio Emanuele Rè d’Italia, etc….”. Policicchio, a pp. 179-180 pubblicava l’interessante documento, e a p. 180, a margine postillava: “Missiva di Giovanni Gallotti con cui si rendono noti i festeggiamenti a Sapri. Su concessione dei Beni Culturali e Ambientali, Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto di Prefettura, b. 1, f. 1.”. L’interessante documeento, il dispaccio del Gallotti, in cui si scrive che il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti organizzò a Sapri, insieme ad altre autorità per i giorni 15, 16 e 17 tre giornate di giubilo e di festeggiamenti, rivela anche che all’epoca dello sbarco delle truppe Garibaldine a Sapri, il barone don Giovanni Gallotti ricopriva l’importante carica di Capitano Nazionale della Guardia Nazionale. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovani Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella (….), e del suo “Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870)”, Lodi, Ellebi, 2000; oppure Amicarella Romolo, “Il Risorgimento in Basilicata. I Lucani nelle guerre di indipendenza dal 1848 al 1870″. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Sul giudice Regio, Cajazzo ha scritto anche Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi…..Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”, “….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 155, in proposito scriveva che: “A Buonabitacolo “il colegio decurionale” etc….; e a Vibonati: “Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosi interprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al governo unitario nazionale etc…”(105). A Montesano, …a Torre Orsaia (grande l’entusiasmo per Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo”), a Sapri (l’adesione fu festeggiata con tre giornate di festa)(106). Gli atti di adesione al nuovo governo etc…”. Fusco, a p. 358, nella nota (105) postillava: “(105) ACV (= Archivio Comunale di Vibonati), b. 3, f. 1; F. Policicchio, Le Camicie Rosse, cit., p. 291.”. Fusco, a p. 359, nella nota (106) postillava: “(106) ASS, Gab. di Prefettura, b. 1, f. 5; AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 22. Etc…”. Infatti, Roberto Parrella (…) che, nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica all’iniziativa garibaldina” (sta in Rossi Luigi, AA.VV., “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “Anche a Torre Orsaia, “universale” nel circondario fu l’esultanza per il nuovo governo (23) e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo” che per tanti anni aveva gravato su di loro (24). Etc…”. Parrella si riferisce alla sua nota (21) dove postillava: “(21) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 12 settembre 1860.”, che contiene ciò che è postillato nella nota (25), ovvero che: “(25) Ivi, rapporto del 22 settembre 1860.”. L’Av. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 75, nella nota (1) postillava: “(1) Il Lacava resse le sorti del Distretto di Lagonegro, in quei tempi turbinosi e difficili, fino al Marzo 1861, quando fu richiamato per più importanti uffizi a Potenza, lasciando in tutti gli atti il ricordo del suo zelo e della sua energia e rettitudine. E qui è d’uopo ricordare il seguente episodio di quel periodo: Essendo stato disciolto il benemerito esercito garibaldino, la schiera del Colonnello Pace di Castrovillari si ritirava da Napoli passando nel 17 Dicembre 1860 per Lagonegro, dove trovavasi di guarnigione un distaccamento di soldati lucani, quando surse improvvisamente, fra le due fazioni, per na certa inconsulta rivalità, un vivace alterco, che presto degenerò in aperto conflitto con vivace scambio di molte fucilate, per cui rimase morto un soldato lucano, certo Costantino Brescia, che stava di sentinella avanti al Palazzo Corradi, ora sede del Tribunale. Il Lacava, a quel rumoroso conflitto fratricida, accorse immediatamente insieme col Dottor Giovancrisostomo Buraglia di Rivello, e lasciandosi etc…”.
Nel 15, 16 e 17 settembre 1860, a Sapri si fecero tre giorni di festa ed il barone Giovanni Gallotti offrì un pranzo per i Sapresi
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 172, in proposito scriveva che: “Il Capitano della Guardia Nazionale, Giovanni Gallotti, al “Cittadino Governatore Civile della P.à di Salerno”, facendosi avallare lo scritto dal sindaco Francesco Gaetani, il 22 settembre 1860 scrisse: “Giusto la circolare con cui si ordinava tre giorni di feste per l’adesione al nuovo Governo di Vittorio Emanuele Rè d’Italia, le assicuro che il giorno 15, 16 e 17 corrente (e non prima a causa degli embarchi Garibaldini) di già ebbero luogo in questa popolazione. Esse sono state celebrate col massimo entusiasmo di gioja, allegrezza, spari, colpi di cannone, toselli eretti all’invitto Vittorio Emanuele, e ‘l Dittatore Garibaldi nella Piazza, toselli ornati con ricche ceri, e Musica. La Chiesa illuminata a giorno nel canto del Te Deum coll’intervento del Municipio, Guardia Nazionale, Guardia Doganale comandata dallo Tenente D. Giuseppe Monaco, nonchè tutta la popolazione accorsa, riempiva di vaghezza gli occhi che la miravano, soprattutto un’allucuzione di entusiastica favella spiccata nella Chiesa dell’avvocato Salvatore Gallotti figlio del Capitano, compiva la nobile arringa col grido Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Rè d’Italia e Viva Garibaldi. Applausi immensi. Diè compimento al fausto giorno un lauto banchetto ordinato dalla filantropia del Capitano Nazionale Barone Gallotti, che dava agli indigeni, venendo assisto dal d° Tenente Monaco, e situati innanzi ai detti Toselli era bello il vedere ed il sentire il grido di quei tutti, nel mentre che gustavano del pranzo Viva Italia una, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi, nonché accorse da Vibonati il Giudice Regio D. Francesco Saverio Cajazzo, che fece cerchio con la G° Nle e l’ammonì sulle nobili ideee di condotta.”. Policicchio, a pp. 179-180 pubblicava l’interessante documento, e a p. 180, a margine postillava: “Missiva di Giovanni Gallotti con cui si rendono noti i festeggiamenti a Sapri. Su concessione dei Beni Culturali e Ambientali, Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto di Prefettura, b. 1, f. 1.”. L’interessante documento, il dispaccio del Gallotti, in cui si scrive che il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti organizzò a Sapri, insieme ad altre autorità per i giorni 15, 16 e 17 tre giornate di giubilo e di festeggiamenti, rivela anche che all’epoca dello sbarco delle truppe Garibaldine a Sapri, il barone don Giovanni Gallotti ricopriva l’importante carica di Capitano Nazionale della Guardia Nazionale. Sui tre giorni di festa tenutisi a Sapri, in seguito al passaggio di Garibaldi ed al ruolo, sempre più mortificato e bistrattato che tenne il barone di Battaglia don Giovanni Gallotti ed i suoi figli, Roberto Parrella (…) che, nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica all’iniziativa garibaldina” (sta in Rossi Luigi, AA.VV., “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “Anche a Torre Orsaia, “universale” nel circondario fu l’esultanza per il nuovo governo (23) e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo” che per tanti anni aveva gravato su di loro (24). A Sapri per celebrare l’occasione vennero ordinati tre giorni di festa, durante i quali, oltre ai tradizionali canti organizzati in chiesa, furono sparati colpi di cannone ed eretti in piazza “toselli ornati di ricche cere” al sovrano e al dittatore, mentre fu offerto agli indigenti un “lauto banchetto” dal barone Gallotti, capitano della locale Guardia Nazionale (25).”. Roberto Parrella (…) che, nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica all’iniziativa garibaldina” (sta in Rossi Luigi, AA.VV., “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “A Sapri per celebrare l’occasione vennero ordinati tre giorni di festa, durante i quali, oltre ai tradizionali canti organizzati in chiesa, furono sparati colpi di cannone ed eretti in piazza “toselli ornati di ricche cere” al sovrano e al dittatore, mentre fu offerto agli indigenti un “lauto banchetto” dal barone Gallotti, capitano della locale Guardia Nazionale (25).”. Parrella si riferisce alla sua nota (21) dove postillava: “(21) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 12 settembre 1860.”, che contiene ciò che è postillato nella nota (25), ovvero che: “(25) Ivi, rapporto del 22 settembre 1860.”. L’Archivio di Stato di Salerno, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 12 settembre 1860, contiene il rapporto del 22 settembre 1860. Storia archivistica: Il fondo era già conservato nell’antico Archivio provinciale a cui era pervenuto dalla Prefettura di Salerno a partire dal 1873 e poi ancora all’inizio del sec. XX. Un ulteriore versamento risale al 1940 e l’ultimo, relativo al Cemento armato, al marzo 2013. Ad oggi è parzialmente riordinato e consultabile sulla base di inventari, per le serie sistemate, e di elenchi di versamento per le serie ancora in corso di ordinamento. Le carte del Gabinetto della Prefettura di Salerno sono giunte all’Archivio di Stato di Salerno per versamenti, il primo effettuato all’inizio del secolo e il secondo nel 1940. La documentazione è stata inventariata nel 1954. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 155, in proposito scriveva che: “A Montesano, …a Torre Orsaia (grande l’entusiasmo per Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo”), a Sapri (l’adesione fu festeggiata con tre giornate di festa)(106). Gli atti di adesione al nuovo governo etc…”. Fusco, a p. 358, nella nota (105) postillava: “(105) ACV (= Archivio Comunale di Vibonati), b. 3, f. 1; F. Policicchio, Le Camicie Rosse, cit., p. 291.”. Fusco, a p. 359, nella nota (106) postillava: “(106) ASS, Gab. di Prefettura, b. 1, f. 5; AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 22. Etc…”.
Nel 14 ottobre 1860, a Torraca, il Decurionato ed il Sindaco ringraziarono il Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo
Sul giudice Regio del Circondario di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, ha scritto Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto l’insurrezione venne proclamata anche nel Golfo di Policastro, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati. Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Il capo brigata della gendarmeria di Padula, etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (13) postillava: “(13) ASS, Intendenza Gabinetto, b. 109, f. 74.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva che: “In casa Del Vecchio Garibaldi……V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Dunque, mi par di capire che la notizia dataci dal Policicchio secondo cui Garibaldi avrebbe incontrato il Giudice Francesco Saverio Cajazzo in casa del Vecchio a Vibonati provenga dal verbale del Decurionato del Comune di Torraca. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati. Socrate Falcone di Policastro. Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”.
Nel 22 settembre 1860, il Sindaco di Sapri era Francesco GAETANI
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 172, in proposito scriveva che: “Il Capitano della Guardia Nazionale, Giovanni Gallotti, al “Cittadino Governatore Civile della P.à di Salerno”, facendosi avallare lo scritto dal sindaco Francesco Gaetani, il 22 settembre 1860 scrisse: “Giusto la circolare con cui si ordinava tre giorni di feste per l’adesione al nuovo Governo di Vittorio Emanuele Rè d’Italia, etc…”. Policicchio, a pp. 179-180 pubblicava l’interessante documento, e a p. 180, a margine postillava: “Missiva di Giovanni Gallotti con cui si rendono noti i festeggiamenti a Sapri. Su concessione dei Beni Culturali e Ambientali, Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto di Prefettura, b. 1, f. 1.”. Parrella si riferisce alla sua nota (21) dove postillava: “(21) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 12 settembre 1860.”, che contiene ciò che è postillato nella nota (25), ovvero che: “(25) Ivi, rapporto del 22 settembre 1860.”. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “13) Pasquale AUTUORI; 14) Francesco GAETANI 1870 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”.
Nel 24 settembre 1860, a Torraca fu arrestato Francesco Torre di Vibonati
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 198, in proposito scriveva che: “Appena dopo il passaggio di Garibaldi, il 24 settembre 1860, il Capo Brigata della Guardia Nazionale di Torraca, Vincenzo Gaetani di Saverio, ordinò l’arresto, eseguito da Domenico Zipparro (5) e Carmine Barra, “in contrada Olmo (6), nella piazza, dell’abitato di Torraca” a danno di Francesco Torre di Vincenzo, di Vibonati, accusato d’aver pronunciato parole contro Vittorio Emanuele e Garibaldi. Francesco Torre, guardaboschi (7) del demanio promiscuo dei comuni di Casaletto, Tortorella e Vibonati, perché emissario delle autorità borboniche, fu destituito dalla carica con la seguente motivazione: “i boschi comunali a lui affidati sono stati sempre devastati, e precisamente le contrade nelle vicinanze dei Comuni di Torraca, e Sapri, e la legna di siffatti devastamenti con lui consenso, pe per suo profitto si sono venduti ad abitanti di Sapri, ed ai padroni di bastimenti siciliani ancorati al lido di detto comune, ed egualmente ha praticato cogli abitanti di Torraca. Etc…(8).”. Policicchio, a p. 198, nella nota (5) postillava: “(5) Insieme a Francesco Brandi, il 6 dicembre 1856 richiese di essere cancellato dall’elenco degli attendibili. Le informazioni prese dal Sotto Intendente fecero ritenere ce la loro condotta “non sia stata buona per modo che non convenga di depennarli dallo elenco degli attendibili. Essi figurano nella 2° categoria dello elenco dei sorvegliati, ed io riportandomi a quella biografia, reputo non secondabile la loro domanda” (ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 86, f. 24).”. Policicchio, a p. 198, nella nota (6) postillava: “(6) La storia orale tramanda che all’ombra di quest’albero, abbattuto non da molto, Carlo Pisacane, la mattina del 29 giugno 1857, lesse il suo proclama di libertà al popolo.”. Policicchio, a p. 198, nella nota (7) postillava: “(7) L’amministrazione forestale agli amministratori di Scalea chiese se i guardaboschi facessero o no il loro dovere. Il Decurionato “non trova motivi per rimuovere etc…” (ACSCL, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 5 dicembre 1860, p. 117v).”. Policicchio, a p. 198, nella nota (8) postillava: “(8) ACVBN (Archivio Comunale di Vibonati), b. 3, f. 1, Delibera Decurionale del 2 dicembre 1860.”.
Nel 21 ottobre 1860, si votò per il PLEBISCITO unitario, a Sapri, in Piazza del Plebiscito
Da Wikipedia leggiamo che il 3 novembre 1860 in Piazza regia (in seguito Piazza del Plebiscito) il presidente della corte suprema di giustizia di Napoli, Vincenzo Niutta, proclamò il risultato del plebiscito che sancì l’annessione del Regno di Napoli al Regno di Sardegna: «Proclamo che il popolo delle province meridionali d’Italia vuole l’Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele, Re costituzionale e suoi legittimi discendenti». Il 4 novembre lo stesso fece il presidente della Corte suprema di giustizia siciliana, Pasquale Calvi. I plebisciti risorgimentali sono i plebisciti tenuti nel corso del XIX secolo per ratificare l’annessione di territori, in particolare in relazione al Regno di Sardegna e al Regno d’Italia, portando così all’Unità d’Italia. I plebisciti furono indetti per la legittimazione di annessioni e variazioni territoriali relative al Regno di Sardegna e successivamente al Regno d’Italia. Il plebiscito delle province napoletane del 1860 si svolse il 21 ottobre 1860 nelle province continentali del Regno delle Due Sicilie, già sottoposte alla dittatura garibaldina, e sancì la fusione con il costituendo Regno d’Italia. Il plebiscito, indetto dal prodittatore per le province napoletane Giorgio Pallavicino, si tenne il 21 ottobre 1860, con il quesito: «Il Popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale, e suoi legittimi discendenti?». Il Cavour, che non si fidava di Agostino Bertani, segretario generale del dittatore Garibaldi, favorì la nomina del Pallavicino come prodittatore a Napoli da parte di Garibaldi subito dopo l’ingresso nella città (settembre 1860). Pallavicino si batté, contro il volere dello stesso Garibaldi, per l’annessione immediata delle province napoletane al Regno di Sardegna e dopo il plebiscito del 21 ottobre, venne decorato con il collare dell’Annunziata. L’annessione fu formalizzata con regio decreto 17 dicembre 1860, nn. 4498 «Le province napoletane fanno parte del Regno d’Italia». Le annessioni furono formalizzate con regi decreti 17 dicembre 1860, n. 4498 («Le province napoletane fanno parte dello Stato Italiano») e 4499 («Le province siciliane fanno parte del Stato Italiano»). Il plebiscito è una forma di consultazione popolare su questioni politiche fondamentali, poste di solito sotto la forma di un’alternativa fra due possibilità. Nato nel diritto romano, è stato utilizzato diverse volte anche in età moderna e contemporanea. Anche a Sapri si votò. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 415, in proposito scriveva pure che: “Benchè già il Regno delle Due Sicilie fosse stato occupato in nome di Vittorio Emanuele dal Generale Garibaldi, tuttavia, a sperimentare meglio l’opinione e lo spirito pubblico, si volle procedere ad un generale plebiscito, che, in effetti, ebbe luogo in tutti i Comuni del Regno a giorno stabilito, nel 21 Ottobre 1860.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 219-220, in proposito scriveva che: “I “Municipisti” di Sapri, al Governatore, esposero: “che con scandalo, e meraviglia osservano che uno ancora di coloro che furono i carnefici del fu Deputato Carducci, cioè il Brigatiere dei Dazj Indiretti Francesco Antonio Peluso….Ora va spargendo voce che Francesco 2° deve tornare che egli colla forza venne obbligato fare la votazione mentre la sua intenzione era quella del no.”. A conclusione dell’istruttoria, il Policicchio, a p. 221, nella nota (61) postillava: “(61) ASS, Governatorato, b. 15, f. 706.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “Il Generale, a Vibonati, lasciò una ‘Giunta Comunale Insurrezionale’ in commissione permanente composta dal Sindaco e da Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale. I due, insieme al giudice Francesco Saverio Chiazza, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il Plebiscito disposto con decreti dittatoriale dell’8 e 12 ottobre 1860. Il Regno venne chiamato, il 20 e 21 ottobre, a rispondere sul quesito: ‘Il Popolo vuole l’Italia una, ed indivisibile con Vittorio Emmanuele Re costituzionale, e suoi legittimi discendenti’ ? A Vibonati si votò il 21 ottobre, ma non fu un vero e proprio voto popolare. Intervennero solo 551 individui perché un (….) ‘considerevole numero di ascendenti a più di centinaia si sono trovati assenti dal Comune perchè emigrati etc…”. In questo passaggio del testo del Policicchio vi è l’errore di stampa perchè si tratta del giudice regio di Vibonati Cajazza non “Chiazza”. Riguardo il Plebiscito svolto a Scalea, Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 78, in proposito scriveva che: “La gente delusa fu, in parte compensata, pochi giorni dopo, dalla visita di molti garibaldini. Una delibera comunale del 18 ottobre 1860 omologò le spese per il soggiorno dei garibaldini. Il nuovo consiglio comunale legalmente costituito, formato da G. de Cesare, Francesco Cupido, Giovanni Cupido, Emanuele Pepe, deliberò, nel 1861, d’intitolare il monte pecuniario che portava il nome di Ferdinando di Borbone a Giuseppe Garibaldi. Omologò inoltre le spese dei festeggiamenti per la proclamazione del regno d’Italia. Conferì la cittadinanza onoraria ad Alessandro Dumas padre che aveva a Scalea amici e ammiratori. Donato Cupido fu liberato e mandato a combattere il colera a Lagonegro.”. L’Av. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 61-62, in proposito scriveva che: “Benché già il Regno delle Due Sicilie fosse stato occupato in nome di Vittorio Emanuele dal Generale Garibaldi, tuttavia, a sperimentare meglio l’opinione e lo spirito pubblico, si volle procedere ad un generale plebiscito, che, in effetti, ebbe luogo in tutti i Comuni del Regno a giorno stabilito, nel 21 Ottobre 1860. In Lagonegro la solenne funzione, bene organizzata dal Vice Governatore Lacava e dal Sindaco Ladaga, procedè in mezzo al più vivo entusiasmo, e senza qui descriverla, é pregio riportare integralmente il verbale, redatto e conservato nell’Archivio Municipale: “L’anno 1860, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 75, in proposito scriveva che: “Col plebiscito del 21 ottobre si può considerare come chiusa la gloriosa epopea dell’insurrezione napolitana, durata – come nelle classiche tragedie greche, dense d’azione per quanto rapide – breve tempo, nel quale i più grandiosi avvenimenti si successero con prodigiosa rapidità, mentre le popolazioni qui, come altrove, diedero prove mirabili di concordia, etc…(1).”. Pesce, a p. 75, nella nota (1) postillava: “(1) Il Lacava resse le sorti del Distretto di Lagonegro, in quei tempi turbinosi e difficili, fino al Marzo 1861, quando fu richiamato per più importanti uffizi a Potenza, lasciando in tutti gli atti il ricordo del suo zelo e della sua energia e rettitudine. E qui è d’uopo ricordare il seguente episodio di quel periodo: Essendo stato disciolto il benemerito esercito garibaldino, la schiera del Colonnello Pace di Castrovillari si ritirava da Napoli passando nel 17 Dicembre 1860 per Lagonegro, dove trovavasi di guarnigione un distaccamento di soldati lucani, quando surse improvvisamente, fra le due fazioni, per na certa inconsulta rivalità, un vivace alterco, che presto degenerò in aperto conflitto con vivace scambio di molte fucilate, per cui rimase morto un soldato lucano, certo Costantino Brescia, che stava di sentinella avanti al Palazzo Corradi, ora sede del Tribunale. Il Lacava, a quel rumoroso conflitto fratricida, accorse immediatamente insieme col Dottor Giovancrisostomo Buraglia di Rivello, e lasciandosi etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 62, in proposito scriveva che: “….dal Sindaco Ladaga, procedè in mezzo al più vivo entusiasmo, e senza qui descriverla, è pregio riportare integralmente il verbale, redatto e conservato nell’Archivio Municipale: “L’anno 1860, il giorno 21 Ottobre in Lagonegro. Il Decurionato del Comune suddetto, composto dai Signori….Biase Gallotti, etc…”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 257 e ssg., in proposito scriveva che: “Ai 21 di ottobre fu proposto il Plebiscito; e nella Basilicata e sul numero di 98, 312 votanti, 98, 202 lo affermarono, 110 votanti il respinsero. Di cinque comunità del circondario di Lagonegro mancano i suffragii, avvegnacchè contristate da selvaggi e sanguinosi tumulti in quello stesso giorno, i comizii o non si adunarono o si disperero. Lo scrutinio generale dei voti di tutte le napoletane provincie diede il risultamento di 10,302,034 voti affermativi, e di 10,312 voti negativi.”. Sempre il Racioppi, a p. 261, nel cap. XX, in proposito scriveva che: “Il Plebiscito, che si votava ordinatamente il ventunesimo giorno di ottobre, interruppero fescennine tragedie plebee nel distretto di Lagonegro.”. Sempre il Racioppi, a p. 271, nel cap. XXI, in proposito scriveva che:“Le reazioni del Lagonegrese al 21 ottobre del 1860 non furono che un brigantaggio urbano; subiti imbestiamenti di plebi che parodiarono, in farse fescennine e sanguinose la rivoluzione politica della borghesia del 18 di agosto. Il brigantaggio, che debacca da sei anni nella provincia, non nacque, per vero dire, dai plebei commovimenti dell’ottobre: etc…”.
Nel 24 ottobre 1860, a Capitello si faceva contrabbando di sale
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 250, in proposito scriveva che: “Oltre che debellare il brigantaggio, alla Guardia Nazionale furono assegnate altre funzioni. Nella baia di Capitello, il 24 settembre 1860, approdò un brigantino siciliano i cui marinai, in assenza temporanea del Ricevitore Doganale, Raffaele Falcone, a cui doveva eseguirsi la consegna del sale, si posero a contrabbandare il prodotto trasportato. Il 27 marzo il funzionario di dogana segnalava “l’arresto avvenuto di quattro somari con circa cantaja due di sale contrabbando, e con essi tre individui”(23).”. Policicchio, a p. 250, nella nota (23) postillava: “(23) ASS, Governatorato, b. 15, f. 713”.
Nel 1860, l’accusa all’ex Cancelliere del Regio giudicato di Vibonati, Giuseppe di(e) Leo
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 206, in proposito scriveva che: “il Cancelliere del Regio giudicato, Giuseppe di(e) Leo, al contrario, fu accusato di essere stato: “vivo persecutore degli imputati politici e di non essere affatto onesto (….) egli nell’epoca del 1857, e nel 1858 fu anche colla cennata qualità di cancelliere presso il Regio giudicato di questo Mandamento di Vibonati vivo persecutore degli imputati politici, teneva corrispondenza epistolare col sig. D. Salomone Peluso di Sapri impiegato, e domiciliato in Napoli, a solo oggetto di tenere sorveglianza ai sorvegliati politici, e comprimerli. Che nella sua carriera di cancelliere non era affatto onesto, e nelle cause assumeva un’interesse attivo sinistramente, ed occultamente a grave danno della giustizia, ed a pregiudizio degli interessi dei litiganti. Ora questo Municipio per le sue qualità si augurava sentirlo destituito, ed invece con meraviglia assoluta che nella sua carriera è stato promosso e migliorato.”. I Decurionato domandò: “che le autorità tenghino presente le qualità, e gli andamenti del nominato di Leo, e nella rettitudine giudichino se egli è meritevole a rimanere in carriera”(22).”. Policicchio, a p. 206, nella nota (22) postillava che: “(22) ACVBN (Archivio Comunale di Vibonati), b. 3 f. 1, delibera del 16 luglio 1861; F. Policicchio, Vibonati….cit., p. 385.”.
Nel 3 luglio 1861, don Paolo GALLOTTI fu proclamato Consigliere Provinciale
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 219, in proposito scriveva che: “Legale di pofessione, morì settentenne il 21 aprile 1893. Durante il periodo del Governatorato, il 3 luglio 1861 fu proclamato Consigliere Provinciale, eletto per il Mandamento di Vibonati (59) Circondario di Sala, (Mandamento numero 29)(60) con 130 preferenze.”. Policicchio, a p. 219, nella nota (59) postillava: “(59) Il comune di Vibonati, con delibera dell’8 agosto 1860 propose le terne dei candidati: Pugliesi Vincenzo, etc…”. Policicchio, a p. 219, nella nota (60) postillava: “(60) Per il mandamento di Sanza (n. 28) fu eletto Giuseppe Picinni fu Filippo con voti 70; per il Mandamento di Montesano (n. 27) Francesco Gervasio fu Federico, voti 29; per il Mandamento di etcc…”. Nel ……, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, …..così: “….Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”. Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”.
Nel 4 febbraio 1861, Francescantonio PELUSO, brigatiere dell’Ufficio Doganale (Fondaco de’ Dazj indiretti) di Capitello
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 219-220, in proposito scriveva che: “I “Municipisti” di Sapri, al Governatore, esposero: “che con scandalo, e meraviglia osservano che uno ancora di coloro che furono i carnefici del fu Deputato Carducci, cioè il Brigatiere dei Dazj Indiretti Francesco Antonio Peluso che trovasi fin dalla sua ammissione da circa dieci anni posto in questa dogana, che colle sue estorsioni complimentava i suoi parenti in Napoli D. Salomone e D. Moisè Peluso; che non ha mai prestato servizio avendo dormito in sua casa. In tutta la permanenza che qui fecero i Garibaldini più di giorni 40 fu latitante. Ora va spargendo voce che Francesco 2° deve tornare che egli colla forza venne obbligato fare la votazione mentre la sua intenzione era quella del no. Ed intanto costui non ostante vedesi nello impiego, ma anche fisso nel posto di Sapri avendo figurato nei passati tempi, e continua in simile riprevovevole condotta in epoca di sospirato risorgimento e di benessere protetto nelle sue scelleratezze. In punto in sua casa la Guardia Nazionale di Sala vi fa una visita domiciliare, ed egli è in fuga vi replichiamo ch’è la pietra di scandalo, almeno che venchi campiato fuori controllo. Una simile se ne diretta al Direttore.”. L’interessato, il 4 febbraio 1861, rivolgendosi alla stessa autorità cui si erano rivolti i sapresi, così giustificò: “Francescantonio Peluso del Comune di Sapri da molti anni trovasi in servizio in qualità di Brigatiere in questo Fondaco dei Dazi indiretti di Capitello. Il medesimo sarebbe appartenuto in legame di parentela a quegli altri Peluso etc…”. Della questione il Governatore ne interessò il sottoposto di Sala che, esperite le indagini, il 16 marzo 1861 rispose: “La supplica del Brigatiere de’ D. I. Francescantonio Peluso dimorante in Sapri, (….) con la quale lo stesso vorrebbe rimanere nella Dogana ove rattrovasi etc…”. A conclusione dell’istruttoria, il Policicchio, a p. 221, nella nota (61) postillava: “(61) ASS, Governatorato, b. 15, f. 706.”.
Nel …………, 1861, a Sapri, Tommaso EBOLI
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 200, in proposito scriveva che: “Sul conto del Torre risultò un precedente: un danno volontario di tre ducati in pregiudizio di D. Tommaso Eboli di Sapri; nulla sul conto di Michele Fusco. Il giudice Francesco Saverio Cajazzo, per affetto della sovrana indulgenza del 17 febbraio 1861, dichiarò abolita l’azione penale del procedimento (11). Da Tommaso Eboli, nel 1818, il Comune di Sapri comprò il terreno su cui venne realizzato, nei pressi dell’odierna Trovatella, il primo camposanto del paese, poi dismesso dopo essere stato interessato da una frana. Egli, insieme ai figli Gaetano, Giuseppe e Domenico, era inserito nella terza classe degli attendibili politici perchè “nel 1848 aderirono alla corrente liberale senza eccedenza e senza decisa volontà”. Un altro figlio, Vincenzo, era incluso, invece, nella seconda classe degli attendibili: “nel 1848 spargeva notizie allarmanti ed esultava nel progresso del liberalismo”. Tommaso, anche a nome dei figli, chiese la cancellazione dalle “abominevoli liste” e, assicurando d’essere sempre stato attaccato al Re, così motivò la richiesta: “..quando l’Augusta persona del Sovrano si recò in Sapri, che spontaneamente gli esponenti, con i loro travagliatori, appianarono l’alpestre strada che da Sapri mena a Torraca (12) per dove S. M. passò e gli esponenti erano contenti per il solo bene di aver prestato a Lei.”. Le informazioni assunte sul conto della famiglia Eboli, facendo restare incompleto il carteggio, furono più lunghe e complicate del solito perché il Sottintendente si dovette rivolgere ai Giudici di Vibonati e Sanza in quanto la loro dimora era in ambo i Circondari (13). Avevano spostato i loro interessi economici a Sanza, dove vive ancora oggi la discendenza (14).”. Policicchio, a p. 200, nella nota (11) postillava: “(11) Testimonianza di D. Emmanuele Gaetani fu Vincenzomaria, di anni 75, proprietario di Torraca.”. Policicchio, a p. 200, nella nota (12) postillava: “(12) Il Re, prima di andare a Torraca, il 28 settembre 1852, fece sosta a Sapri per visitare il sacerdote, moribondo, Vincenzo Peluso, per i servigi resi durante i rivolgimenti del 1848 conclusisi con la morte di Costabile Carducci.”.
Nel 13 gennaio 1862, la divisione dei territori sapresi della “Verdesca” e della “Finosa”
Nel 1916, il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, a pp. 1-2-3 in proposito scriveva che: “Per noi qui sottoscritti e crocosegnati rispettivi Notar Nicola Mariniello della terra di Tortorella e Biase Falco della terra della Torraca, esperti deputati delle cinque Università, cioè esso Biase Falco eletto dall’Università della Torraca e detto Notar Nicola Mariniello dell’Università della Tortorella, Vibonati, Casaletto e Battaglia per dividere i territorii controvertiti nel Sacro Regio Consiglio, cioè Vinosa, Verdesca, Giuliani e Ciglio della Mortella in virtù dei processi attitati in detto Sacro Consiglio e come che in detta Causa s’è attirata da più secoli il signor Consigliere Commissario si fossero divisi, ed essendosi proceduto da noi qui sottoscritti e crocesegnati rispettivi alla divisione di detti territori controvertiti. In primo luogo si è destinato una via pubblica che discende da detta Torraca da dove al presente vi è la confinazione delli territori suddetti, principia dalla casa di Scarpitta ossia Fanuele lo Vallone in suso, sale detta confinazione sino sotto le vigne di detta Torraca, e detta via per comune commodo si è stabilita di palmi quaranta da sopra la croce scolpita alli duri sassi in dove si debbono fare li pilastri di fabbrica; quale via per comune commodo debba andare traverso traverso per sotto dette vigne di Torraca insino al Vallone della Strecara da sotto la chiusa del Signor Barone con il commodo dell’acqua ecc……e sopra le croci scolpite che sono nella Finosa e vanno al Rocca del Craparizzo, che sono da tomola quattro in cinque in circa resti a benefizio dell’Università della Torraca, e del Varco suddetto della Strecara passare la suddetta via mezza costa, ed uscire addirittura alla croce scolpita del Signor Consigliere Cappellaro e proprio quella detta li Craparizzo, e da sopra detta croce debba camminare traverso traverso vie meditate, che va a Sapri sino al Valco che va alli Giuliani e da ivi passare per sopra le grotticelle, a basso; sgarrone di palmi quaranta e da dette grotticelle, della quale via possono servirsene tutte e cinque le Università, e da ivi addirittura passare mezza costa mezza costa pigliando il primo ciglio seu Sgarrone, e rupe rupe alte a dirittura giungere per sopra li Giuliani ed arrivare alle Rocche alte, che dividono a dirittura per la confinazione di Barba Nicola. E per quando pende acqua da dette rocche verso l’Olivella, resta a beneficio delle quattro Università, ed il sedente è tutto verso ponente a beneficio di detta Torraca, salendo poi a dirittura rocche rocche ad acqua pendente sino alla fontana della spina per detti ciglioni, e da ivi secondo vanno le croci antiche sino al manicone dell’aria della Cerasia, con dichiarazione però che in detta Cerasia vi è un piccolo pozzino al presente di Torraca verso il territorio delle quattro Università sia lecito a dette quattro Università di rifare detto pozzo per pigliare l’acqua per bere unomini in detti territorii con potervi abbeverare due paia di bovi, e cavalcature con espressa con espressa proibizione che non si possono abbeverare morre di animali, perchè farebbero incommodo alla mandra di detto signor Barone, e uomini di Torraca, e che il territorio debba sempre camminare da detta Cerasia sino alla Lupinara, siccome vanno le antiche croci, ove non vi è stato mai controversione, cioè si è convenuto e stabilito che andando li cittadini così delle quattro Università, come di Torraca a beverare li loro rispettivi animali nel fiume della Lupinara ecc….(1).”. Il Gaetani a p. 9 nella sua nota (I) postillava che: “(I) Limitazione e divisione fatta tra le Università di Tortorella, Vibonati, Casaletto e Battaglia del territorio alla Verdesca e Finosa con l’Università di Torraca – Vibonati, li 13 gennaio 1862.“. Sulla divisione delle areee demaniali promisque ha scritto anche Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “…..
Nel 1865, Pasquale AUTUORI, Sindaco di Sapri
Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “13) Pasquale AUTUORI etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”.
Dal 1867 al 1872, Filomeno GALLOTTI fu Esattore del Comune di Sapri
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”.
Nel 1867 muore Biagio Palamolla e Francesco Palamolla diventa il 7° Barone di Torraca e marchese di Poppano
Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “….Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Come ha scritto Rocco Gaetani (….), Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca aveva sposato in seconde nozze donna Marianna Caputo dei marchesi di Cerreto. In rete in “Nobili-Napoletani” troviamo che: “Salvatore, marchese della Petrella come erede per la morte di suo padre Giuseppe, sposato ad Ippolita Mascaro, figlia di Luigi († 1812), marchese di Acerno, e di Vittoria Carafa di Montecalvo (1758 † 1792), generarono due figlie femmine: Vincenza, sposata al marchese Ferdinando Rohrlach, Gentiluomo di Camera di S.A.R. l’Infante di Lucca, e Marianna († 1861) sposata al marchese di Poppano Biagio Palamolla (1796 † 1867); con esse questo ramo si estinse.”. Dunque, secondo il sito dei ‘Nobili Napoletani’, Marianna Caputo, marchese di Cerreto, morì nel 1861 e fu sposa a Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca e marchese di Poppano, nato nel 1796 e morto nel 1867. Infatti, sul sito è scritto che Biagio Palamolla nasce il 1796, un anno dopo il matrimonio tra il padre Vespasiano Palamolla e la madre Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “L’ultimo barone don Francesco Marchese di Poppano, cavaliere di giustizia del Sovrano Ordine di Malta, si addormentava nel bacio del Signore la sera del 19 febbraio 1910, nella città di Napoli. Il chiaro sangue delle tre volte secolare famiglia continua nei Parente di Castellabate, Pecorelli di Castel Ruggiero, nei Lombardi di Roccagloriosa e nei Marigliano di Napoli, i quali ultimi, il 6 settembre 1907, compiansero la dolora pedita della contessa Teresa Palamolla, che ebbe nella sua casa, fede operosa, glorie e ricchezze, il cui figlio, Filippo, Duca di Canzano, conte di Marigliano, ha ereditato i titoli di nobiltà della famiglia paterna. I baroni Palamolla ebbero poi uomini notevoli nelle armi ecc…”.
Nel 1877, la tradica ‘Spedizione di Sapri’ nel racconto di Gaetano Fischetti, giudice del mandamento di Vibonati
Nel 1877, Gaetano Fischetti (…), giudice del mandamento di Vibonati che ebbe un ruolo fondamentale all’epoca della tragica e sfortunata “Spedizione di Sapri” dei “Trecento” di Carlo Pisacane del 28 e 29 giugno 1857 pubblicò il libretto ‘Cenno storico dell’invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti Giudice allora di quel circondario con note e osservazioni, Tip. Italiana, Liceo V.E. al Mercatello, Napoli. Pare che il Fischetti avesse publlicato il suo ricordo di quelle tragiche giornate in cui Carlo Pisacane sbarcò a Sapri sulla spiaggia dell’Oliveto per ingraziarsi l’allora Ministro degli Interni Giovanni Nicotera che si salvò dalla repressione borbonica e che nell’Italia Unitaria fu nominato Ministro.
(15) Fischetti Gaetano, Cenno storico dell’invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti Giudice allora di quel circondario con note e osservazioni, Tip. Italiana, Liceo V.E. al Mercatello, Napoli, 1877.
Nel 1877, l’eroe supertite di Sapri di Andrea Guglielmini (racconta di Nicotera)
(Fig….) Andrea Guglielmini, L’eroe superstite di Sapri – schizzi storici per Andrea Guglielmini, Salerno, Stab. Tip. Migliaccio, 1877 (Archivio Attanasio)
Nel 17 maggio 1873, a Sapri morì il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”.
Nel 1878 fino al 1905, Filomeno Gallotti (figlio di Giovanni) Sindaco di Sapri
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”. Policichio, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”.
Nel 1897, Rocco Baldanza pubblicò il testo “La signora di Sapri: storia dei nostri tempi”, dove egli racconta di Sapri e della contessa Gioconda Walvescky
In questi anni, tramite il mio amico Alfonso Monaco, un libraio del Vallo di Diano, sono venuto a conoscenza del testo di Rocco Baldanza, “La Signora di Sapri: storia dei nostri tempi”, ed. A. Paolini, Roma, 1879.Baldanza ha pubblicato alcuni testi dedicati all’epopea del Risorgimento Italiano, (si veda bibliografia in fondo) ed in particolare in questo testo egli racconta della giovane Gioconda Walvescky, che amò lo sfortunato Gian Battista Falcone che rimase ucciso nell’eccidio dei “Trecento” di Carlo Pisacane a Sanza. Secondo il Baldanza, la giovane amante seguì il giovane calabrese Falcone fino all’epilogo di Sanza ed il Falcone, prima di morire l’affidò alle cure del suo servitore di un tempo, il mugnaio di Sapri Matteo. Gioconda, malata di tisi si trasferì a Sapri nel 1858, un anno dopo, per poter andare spesso a Sanza. Nel testo, nel vol. I, Baldanza ci parla del Laveglia, definendolo “abietto e scaltro”. Il testo di Baldanza è molto interessante in quanto essendo stato pubblicato nel 1879, non solo ci racconta dell’eccidio dello sbarco dei Trecento di Carlo Pisacane, ma in esso sono raccolte molte notizie di Sapri e su alcuni personaggi a Sapri in quei tempi. Venni a conoscenza che l’amico e giornalista Tonino Luppino era in possesso del volume primo, di cui ho una copia scansita in pdf. Subito mi misi a cercare questo volume che sembrava introvabile sul mercato librario. Notai che, uno dei pochi testi originali si trova presso la Biblioteca Centrale del Risorgimento a Roma e ne richiesi copia scansita. Ottenni ed ho il volume II sconosciuto ai più.
Nel 1879 lo scrittore Rocco Baldanza (…) pubblicò una serie di racconti romanzati sull’epopea Garibaldina e Risorgimentale. Nel volume II della sua trilogia pubblicò a Roma, per i tipi di Adolfo Paolini, il volumetto II dal titolo ‘La signora di Sapri: storia dei nostri tempi‘. In questo piccolo volumetto il Baldanza racconta della permanenza a Sapri della compagna di Giovan Battista Falcone, che morì a Sanza insieme a Carlo Pisacane. Il Baldanza parla della giovane contessa Gioconda Valvescky o Walvescky figlia di Ignazio Walvescky parente di Napoleone III. La Walvescky, compagna di Giovan Battista Falcone venne ad abitare a Sapri dove morì di tubercolosi. Spesso si recava al sepolcro di Giovan Battista Falcone e Pisacane a Sanza devolvendo le sue ricchezze ai poveri bambini di Sanza. Il testo è conservato presso tre biblioteche, di cui anche la Biblioteca di storia moderna e contemporanea – Roma – RM. Pare che una copia del vol. II sia di proprietà dell’amico Tonino Luppino che lo segnalò per la prima sul blog Golfonetwork su indicazione dell’amico ALfonso Monaco. Bellissimo e commovente il racconto del Baldanza che scrive una pagina di storia del nostro paese, citando personaggi e luoghi dell’epoca postuma a Pisacane. Io posseggo una scansione di una parte del libretto per gentile concessione della Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma.
(Fig….) Baldanza Rocco, La Signora di Sapri, Roma, Tipografia di Adolfo Paolini, 1879 (Archivio Attanasio)
Nel 1881, secondo il Rizzi (…) a Sapri si contavano 1963 abitanti
Nel 1881, secondo il Rizzi (….), a Sapri si convano 1963 abitanti.
Nel 1883, lo stemma civico del Comune di Sapri con il toro marino, divinità fluviale della colonia magno-greche di Lao
Recentemente Antonio Scarfone (….), nel suo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri” sebbene abbia riportato pedissequamente notizie storiche di prima mano perloppiù tratte da storici locali che spesso hanno inventato fatti senza peraltro documentarli, nel suo capitolo “3 – IL TORO MARINO DI SAPRI” ci parla degli stemmi civici del Comune di Sapri. Scarfone a p. 456 in proposito scriveva che: “In seguito, più di un ventennio dopo l’Unità d’Italia, nel 1883, per la prima volta nello stemma del Comune è possibile rintracciare ufficialmente nella sua effige il misterioso ritratto di un toro marino; in realtà si tratta di un misterioso tremendo animale con le corna taurine e la coda di pesce a tre lobi o protuberanze che sembra provenire direttamente dal mare. La sua immagine più antica deriverebbe da un originario timbro usato dal Municipio nel 1883, effige che purtroppo oggi, condizionata dal tempo trascorso, ci appare poco chiara e sembra anche essere stata modificata successivamente in alcuni dei suoi elementi.”. Dunque, scarfone presenta un timbro del Municipio di Sapri del 1883 per poi dilungarsi sul tema del “Toro marino” e chiedersi il perchè della rappresentazione di un toro marino negli stemmi successivi del 1890, 1985 e 2010. Scarfone, senza sapersi spiegare i motivi della rappresentazione si dilunga su eventuali miti e leggende da cui l’autore dello stemma di Sapri si è ispirato. Volendo cercare di approfondire questo tema di cui non mi sono mai tanto appassionato, dall’elenco dei “Sindaci di Sapri” pubblicato a p. 89 dal Tancredi (…), notiamo che nel 1883 doveva essere Sindaco di Sapri “16 Filomeno Gallotti, 1880” che restò in carica fino al 1895 con “17) Nicola Gallotti, 1895“. Il dott. Nicola Gallotti, oltre ad essere un noto e benemerito filantropo conosceva la Storia di Sapri avendola studiata attentamente anche attraverso le innumerevoli testimonianze archeologiche che proprio in quegli anni a Sapri si andavano meglio delineando. Ritornando all’immagine del “toro marino” rappresentato nello stemma del Comune di Sapri, forse fu proporio Filoomeno Gallotti prima e Nicola Gallotti dopo che vollero dargli quell’impronta.
(Fig…) Stemmi del “Comune di Sapri”, immagine tratta da Antonio Scarfone (…), op. cit.
Il cosiddetto “Toro marino”, un animale con testa di toro e coda di pesce o Sirena, nasce dalla storia del toro rappresentata su alcune monete greche (stadere) scoperte a Palinuro con la leggenda “PAL – MOL”. Il tema del toro marino nasce dalla storia raccontata dell’origine di Sapri dalle colonie Sibaritiche che si stanziarono sulle nostre coste e fondarono le tre colonie di Poseidon, Scidro e Lao. Giulio Giannelli (….), nel 1924, nel suo “Culti e miti della Magna Grecia – contributo alla storia più antica delle colonie greche dell’Occidente”, a pp. 134-135 parlando della colonia Magno-Greca di Lao e della sua monetazione, in proposito scriveva che: “Sul significato fluviale del toro androprosopo nessuno potrebbe ormai affacciare seri dubbi (1): e anche se non ne trovassimo la conferma nella moneta del IV secolo, esibendo la testa cornuta del dio fluviale (2), potremmo affermare senza esitazione che il Laos. il fiume omonimo della città edificata sulla sua riva destra (3), era ivi venerato fin dai primordi della sua esistenza (4). Quando all’epoca dell’emissione delle monete laine, non posso ammettere che esse siano anteriori a quelle di Sibari; e perciò il tipo di Lao è evidentemente la copia di quello sibarita (identico a quello di Siri), con la sostituzione però del toro androcefalo al toro ordinario, che doveva essere considerato fin d’allora un “arcaismo”, se usato come simbolo di divinità fluviali (5).”. Sempre il Giannelli, a p. 123, in proposito scriveva che: “la figura del toro rappresenta il tipo generale delle monete incusa di Sibari antica; essa continua leggermente modificata, dopo la distruzione della città, sui conì di Posidonia e, per riflesso, su quelli di Posidonia in alleanza con la seconda Sibari e quindi ricomparisce sotto forma di toro gradiente, di toro galoppante poi – sul rovescio delle monete di Turii…..Sul significato di questa figura taurina si è molto discusso,…..è stato da tutti riconosciuto il carattere fluviale etc…”. Giulio Giannelli (….), nel 1924, nel suo “Culti e miti della Magna Grecia – contributo alla storia più antica delle colonie greche dell’Occidente”, a pp. 138-139 (Appendice III) parlando di Sibari e della sua monetazione, in proposito scriveva che: “Non si può fare a meno di pensare alla tradizione della Ktisis di Sibari, conservataci da Aristotele (2), la quale faceva arrivare sulle sponde dell’Ionio, insieme agli Achei, anche un nucleo di coloni Trezenii, che dovettero poi sloggiare da Sibari; ed è felice ipotesi quella secondo la quale propro questi Trezenii sarebbero i fondatori della colonia alle bocche del Silaro, ove probabilmente già i Sibariti avevano uno stabilimento commerciale (3). A sostegno di questa teoria viene appunto la testimonianza delle monete, della grande diffusione del culto di Posidone in quella città e dell’onore in cui questo dio era ivi tenuto (1). ecc…ecc…Sulle monete del secondo periodo, esibendi anch’esse la figura del dio di Trezene, troviamo però sul retro, il tipo del toro sibarita: è il portato dell’emigrazione a Posidonia dei fuggiaschi di Sibari, i quali evidentemente, oltre che a Lao e a Scidro (4), dovettero trovar rifugio anche in questa città (5). Il significato fluviale del toro, che già ci apparve manifesto sui coni^ di Sibari, permane sulle monete Posidoniati: cambia però il fiume simbolizzato dalla figura taurina. Non è più il Crati, bensì il Silaro, un fiume che i coloni di Posidonia già verosimilmente veneravano ecc…”. Il Giannelli, a p. 143, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Così vuole la tradizione; le fonti in Byvanck, p. 126, n. 2”, in cui il Byvanck ci parla della monetazione di Sibari. Il Byvanck (…) parla di Scidro a pp. 108-109.
(Fig….) Da Romanelli (…), p. 97: “Statere di Siri e Pyxous con leggenda EIPINOE, 550-530 a.C. (da P.R. Franke – M. Hirmer)”
Nel 1891, Sapri in alcuni testi a stampa del dott. Nicola Gallotti, Sindaco di Sapri dell’Italia Unitaria
(Fig….) Dott. Nicola Gallotti- dipinto su tela – conservato dalla famiglia Gallotti – foto Attanasio
Nel 1891, il Dott. Nicola Gallotti (36), il secondo Sindaco di Sapri dell’Italia Unitaria, in alcuni suoi scritti su Sapri, riportava interessanti notizie storiche su Sapri e così scriveva: “Devo ricordare, a titolo di cronaca locale, l’esistenza di un vecchio fortino, munito pure un tempo di diversi cannoni, e sito sul lembo occidentale estremo dell’antica Sapri. Ora il Fortino è del tutto smantellato, dappoichè parecchi anni indietro ne furono tolti financo i cannoni. Intanto vi fu un momento, in cui nel 1860, Garibaldi voleva attivare a difesa questo vecchio spaldo.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89 riporta l’elenco dei “Sindaci di Sapri” da cui risulta il “17) Nicola Gallotti 1895” fino al “18) Filomeno Gallotti 1880”. Dunque, secondo il Tancredi (….), il dott. Nicola Gallotti eletto Sindaco nel 1895 e rimase in carica fino al 1880. Durante la sua sindacatura il dott. Gallotti pubblicò diversi studi e ricerche su Sapri che ho riportato in un altro mio saggio. Nell’elenco dei “Sindaci di Sapri” pubblicato a p. 89 dal Tancredi (…), notiamo che nel 1883 doveva essere Sindaco di Sapri “16 Filomeno Gallotti, 1880” che restò in carica fino al 1895 con “17) Nicola Gallotti, 1895“. Quest’ultimo è il dott. Nicola Gallotti che, oltre ad essere un noto e benemerito filantropo conosceva la Storia di Sapri avendola studiata attentamente anche attraverso le innumerevoli testimonianze archeologiche che proprio in quegli anni a Sapri si andavano meglio delineando. Nel suo Palazzotto in Piazza del Plebiscito, gli eredi conservano documenti e testimonianza del passato Saprese. Io stesso ho pubblicato ivi diverse immagini. La casa Gallotti dovrebbe diventare un Museo viste le opere, le monete antiche, i dipinti ed i documenti storici che ivi si conservano che spero non vadano disperse e destinate all’oblio tel tempo. A Sapri, purtroppo si sa, non esiste il senso civico della tutela e conservazione dei beni comuni. A Sapri, risulta difficile tutelare il patrimonio storico e ambientale. Il recente intervento di ripristino della Piazza del Plebiscito ha visto mutilati alcuni elementi storici di questa bella Piazza come ad esempio l’olmo che si trovava in piazza che era stato ivi piantato in epoca francese come “Albero della Libertà”.
(Fig….) Portale marmoreo di Palazzo Gallotti in Piazza del Plebiscito a Sapri – foto Attanasio
(Fig…) Foto dei primi dell’900 – “Sapri, La Marina”, (spiaggia di S. Croce) un vecchio ‘gozzo’ dell’epoca (Archivio Attanasio)
Nel 1800, i Farano di Sapri e la zecca del Brasile dell’Imperatore Pedro II
(Fig….) Filizola – Palazzo Gallotti – eredi Gallotti – dipinto su tela – foto Attanasio
Sapri in un dipinto del XIX secolo
(Fig….) Sapri ai primi del XIX secolo – dipinto conservato nell’ufficio del Sindaco al Municipio di Sapri in villa Comunale – olio su tela – foto Attanasio
Nel 1924, Sapri diventa capoluogo di Mandamento
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 740 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Libonatorum, Bonatorum, Bonati seu Bonatorum, li Bonati, Libonati, Vibonati. Università autonoma fino alla sua elevazione a Comune. Sede di distretto con 12 comuni dipendenti fino al 4 maggio 1811 (Legge da Parigi n. 122) quando venne sostituito da Vallo come sede di Distretto (1). Capoluogo di mandamento poi fino al 1924 quando venne sostituito con Sapri. Ecc..”. Ebnr a p. 740 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Con la Legge 19 gennaio 1807, n. 14 (Napoli), Giuseppe Napoleone divise la Provincia di Principato Citeriore ecc…”.
Nel 19 novembre 1935, a Sapri inaugurato il monumento a Carlo Pisacane di Gaetano Chiaromonte
A commemorazione delle eroiche gesta del Pisacane che aprirono la strada alla Unità d’Italia, Sapri, ospita a S. Croce un monumento che ne ricorda lo sbarco e, nella villa Comunale, la bella statua bronzea (Fig….) che rappresenta la bella figura del valoroso patriota. Qui di seguito riporto e ripubblico alcune pagine del saggio del saggio di Carlo Carucci (23), dal titolo “Il Monumento a Carlo Pisacane a Sapri” raro ed introvabile ed in mio possesso che il Carucci dedicò al Monumento a Carlo Pisacane, nella Villa Comunale di Sapri che ho ripubblicato in un altro mio saggio dedicato a Carlo Pisacane.
(Fig…..) Monumento a Carlo Pisacane – opera dello scultore Gaetano Chiaromonte (Foto Attanasio) – Sapri villa Comunale
Nel 10 febbraio 1909 (o 1910 ?), muore Francesco Palamolla, il 7° barone di Torraca
Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “L’ultimo barone don Francesco Marchese di Poppano, cavaliere di giustizia del Sovrano Ordine di Malta, si addormentava nel bacio del Signore la sera del 19 febbraio 1910, nella città di Napoli.”. Il Gaetani dunque scriveva che il sangue della famiglia Palamolla di Torraca si estinse ma chiaramente continuava a scorrere nella famiglia Parente di Castellabate, Pecorelli di Castel Ruggiero, nei Lombardi di Roccagloriosa e nei Marigliano di Napoli. In rete, nel blog “Nobili-Napoletani” troviamo che: “Salvatore, marchese della Petrella come erede per la morte di suo padre Giuseppe, sposato ad Ippolita Mascaro, figlia di Luigi († 1812), marchese di Acerno, e di Vittoria Carafa di Montecalvo (1758 † 1792), generarono due figlie femmine: Vincenza, sposata al marchese Ferdinando Rohrlach, Gentiluomo di Camera di S.A.R. l’Infante di Lucca, e Marianna († 1861) sposata al marchese di Poppano Biagio Palamolla (1796 † 1867); con esse questo ramo si estinse.”. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”.
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(1) Attanasio Francesco, “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)
(1 bis) Frontino Giulio, De Coloniis,
(….) Cesarino Felice, “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri”, stà in L’attività archeologica del Golfo di Policastro, n. 2, a cura del GAS, Sapri, 1979, p. 25-26. Vedi anche: Cesarino F., Sapri Archeologica, I Corsivi, 5, Marzo,1987, n. 3, p. 5 e Guzzo A., p. 22. Si veda pure Magaldi E., Lucania romana, Roma, 1947
(2) Incitti Mario, Relazione redatta in occasione del rilevamento subacqueo delle rovine “Le Cammarelle”, organizzato dal locale Gruppo Archeologico di Sapri nell’estate del 1982
(3) Natella Pasquale, Peduto Paolo, ‘Pixous – Policastro’, stà in “Universo”, I.G.M., Firenze
(4) Tancredi Luigi, Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 280. Il Tancredi, nel pubblicare il documento notarile al posto di “Velia”, riporta “Avenia”, p. 34
(5) Barni G., I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974; oppure si veda Ravegnani G., I bizantini in Italia, Ed. il Mulino, 2004, pp. 146 e si veda pure: Ostrogorsky G., Storia dell’Imperobizantino, Einaudi, 1968
(6) Questo documento proviene da un’antica pergamena della Chiesa Arcivescovile di Salerno d’onde fu tratta copia e autenticata il 14 Ottobre ‘1737 e conservata presso l’Archivio Arcivescovile di Policastro e citata anche da Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G., ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, pp. 70, 72 e citata anche da Ebner P., Chiesa, baroni epopoli del Cilento, vol. II, pp. 591, 592
(7) “Restaurazione della Diocesi di Policastro, centri che la costituiscono, confini, beni.“, è stato riportato dal Laudisio (Laudisio N. M., op. cit.). Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno: Ludovico Muratori, Tomo I, “Antiquitate Italiae”, diss., V, col. 219 e seq. Alphanus Archieps An. 1080; Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 (rist.), pp. 371-372
(6 bis) Racioppi Giacomo, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata; di questo documento egli dice: “Ma io dubito dell’autenticità di questa carta“.
(6 tris) Cesarino Felice, op. cit., p. 28
(8) B.N.N. Sezione Manoscritti e Rari ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2), idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3) Archivio di Stato di Napoli, pandette Ministero Guerra e Segreteria di Guerra, fasci: 2306, 2409, 1960, 2325, 2364, 2325, 442, 437
(8) (Figg……) “Croquì’ di Sapri”. Questi disegni e carte sono state tratte da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti ad un Fondo non inventariato appartenente all’ex Biblioteca Provinciale di Salerno, oggi custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari‘ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli – B.N.N. Sezione ‘Manoscritti e Rari’ ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2) idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3). Si veda nota bibliografica (160), dello studio per il P.R.G. del Comune di Sapri (1). Lo schizzo “Croquì di Sapri” (Figg. 1-7), ha la seguente collocazione: coll. Ba 25a (71. e 2, mentre il Progetto, illustrato in Figg. 4-5-6, è collocato come segue: coll. Ba 25a (32. I resoconti storici e bibliografici della documentazione in questione, sono stati da me pubblicati nello studio: “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcunidisegni inediti”, nella rivista a stampa “Progetto”, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3-4 (Figg. 6-7). Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro Adriano, op. cit. (8). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro, e fa una buona disamina di questo carteggio inedito conservato alla BNN
(23) Archivio di Stato di Napoli, Cancelleria Angioina, Reg. 31°, p. 236. Il documento pubblicato dal Volpe F., Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981
(9) Ebner Pietro, Chiesa Baroni e Popoli nel Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592-593
(10) Archivio della Badia di Cava dei Tirreni, Aprile 1481, XV, LXXXV, 98; e citata da Ebner P., op.cit., vol. II, p. 592
(11) Gaetani Rocco, Gian Giacomo Palamolla, Roma, 1914, p. 42; la notizia è tratta da un documento: “Visitatio Episcopi Felicei“, datato 16 dic. 1629, che il Gaetani riporta integralmente
(12) Di Luccia Pietro Marcellino, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, Roma, 1700
(13) Donatone Guido, La maiolica napoletana dalle origini al sec. XV., stà in “Storia di Napoli”, vol. IV, Napoli, 1975
(14) Sinno Andrea, Commercio e industria nel Salernitano dal XIII secolo ai primordi del XIX secolo’, Salerno, 1954, vol. I-II, si veda, parte II, p. 130 (Archivio Attanasio)
(15) Mazzella Napolitano Scipione, Descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1568, p. 79
(16) Gaetani Rocco, op. cit., p. 9. Il documento citato dal Gaetani si trova in: Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro“, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta
(17) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P.O. “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore delS.C. ad istanza di D. F. Palamolla.“
(18) Gaetani Rocco, Gian Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, 1914, p. 11
(19) Archivio di Stato di Napoli, Gravamina etc., 38, fol. 6, citato dal Gaetani R., op. cit., (Gian Giac…) p. 12.
(20) ibidem, fol. 7
(21) Gaetani Rocco, “La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca“, Roma, 1906, pp. 152, 153, 154, vedi nota 4 al testo; cita il documento
(….) Gaetani Rocco, Gian Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, 1914, p. 42; la notizia è tratta da un documento: “Visitatio Episcopi Felicei“, datato 16 dic. 1629, che il Gaetani riporta integralmente
(…) Anonimo di Ravenna, lib. 4 e 5. L’Anonimo di Ravenna, detto anche Geografo di Ravenna, fu autore di un elenco di dati geografici riuniti in cinque libri nel VII o nell’VIII sec. sotto il titolo di Cosmografia ravennate. Il testo, basato su una prima compilazione del IV sec., venne più volte aggiornato nel corso dei sec.; numerosi sono i punti in comune con la Tavola peutingeriana.
(….) (Fig…..) La Tabula peuntingheriana, Itineraria militare, riproduzione fattane da Stefano Bellinio è tratta dal testo di Sacco E., op. cit. La Tavola Peutingeriana o Tabula Peutingeriana è una copia del XII-XIII secolo di un’antica carta romana che mostra le vie militari dell’Impero romano. È attualmente conservata presso la Hofbibliotechek di Vienna, in Austria, e per ciò è detta Codex Vindobonensis. Ne esiste anche una copia in bianco e nero negli archivi della cartothèque de l’IGN, a Parigi; ed un’altra riproduzione è conservata presso il museo sotterraneo dell’Arena di Pola in Istria. La sua datazione è problematica, così come la sua provenienza. La Tabula fu infine stampata nel 1591 ad Anversa con il nome di Fragmenta tabulæ antiquæ dal famoso editore Johannes Moretus. Il manoscritto è generalmente datato al XIII secolo. Sarebbe opera di un anonimo mo- naco copista di Colmar, che avrebbe riprodotto verso il 1265 un documento più antico. Per quanto attiene a talune specifiche indicazioni, l’originale deve essere posteriore al 328, perché mostra la città di Costantinopoli, che fu fondata in quell’anno; mentre per altre (come ad esempio nella Pars IV – Liguria di Levante) potrebbe essere antecedente al 109 a.C. data di costruzione della via Emilia Scauri, che non vi è indicata. Porta il nome dell’umanista e antichista Konrad Peutinger che la ereditò dal suo amico Konrad Celtes, bibliotecario dell’imperatore Massimiliano I; Peutinger avrebbe voluto pubblicare la carta, ma morì prima di riuscirci. La Tabula è probabilmente basata sulla carta del mondo preparata da Marco Vipsanio Agrippa ( 64 a.C.- 12 a. C.), amico e genero dell’imperatore Augusto e, tra l’altro, costruttore del primo Pantheon , in seguito ricostruito totalmente da Adriano nel 123. Si pensa che la sua redazione fosse finalizzata ad illustrare il cursus pubblicus (cioè la rete viaria pubblica sulla quale si svolgeva il traffico dell’impero, dotata di stazioni di posta e servizi a distanze regolari, che era stata appunto rior- dinata da Augusto). Dopo la morte dell’imperatore, la carta fu incisa nel marmo e posta sotto il Porticus Vipsaniæ, non lontano dall’Ara Pacis, lungo la Via Flaminia. Un altra carta che si può definire tematica è la cosiddetta Tabula Peutingeriana. Disegnata probabilmente a metà del IV secolo, copiata dettagliatamente nel pieno Medioevo e riscoperta nel 1508 da quel K. Peutinger da cui ha tratto il nome, la Tabula è una striscia di pergamena lunga quasi 7 metri ma alta soltanto 35 centimetri, che rappresenta tutto il mondo allora conosciuto.
(…) Mazzella Napolitano Scipione, Descrizione del Regno di Napoli, ed. Gio. Battista Cappelli, Napoli, 1586 (I° edizione) e 1601, p…
(….) Bacco Alemanno Enrico, Il Regno di Napoli diviso in dodici Provincie, con una breve descrizione delle cose più notabili ecc…, Napoli, Giacomo Carlino e Costantino Vitale, 1609 (Archivio Attanasio)
(….) Sulla biografia di Giuseppe Campanile le notizie sono scarse. Figlio del genealogista Filiberto Campanile, membro di una famiglia nobile originaria di Tramonti, nacque a Diano (l’odierna Teggiano) intorno al 1616, ma visse a Napoli, dove venne avviato alle attività letterarie e fondò con Giovanni Battista Manso, Ascanio Filomarino, Michele Cavaniglia, Giovan Battista Marino e Francesco Brancaccio l’Accademia degli Oziosi. Nel 1660 pubblicò la sua prima opera letteraria, le Lettere capricciose, dove si raccontano le varietà degli huomini di bel humore, e diversi avvenimenti succeduti all’autore o a’ suoi amici, nelle quali descrive in maniera satirica le caratteristiche di vari personaggi del suo tempo e racconta diversi avvenimenti accadutigli in vita. Con tale opera Giuseppe Campanile rese omaggio al novellismo barocco, ma allo stesso tempo denigrò pesantemente i personaggi da lui presentati, col risultato di compiacere ad una parte del suo pubblico e di inimicarsi la restante parte. La sua seconda opera è costituita dai Dialoghi morali, pubblicata nel 1666 all’età di circa cinquant’anni, comprendente delle orazioni sulla corruzione politica dell’epoca lette dal Campanile nei circoli letterari napoletani. Dello stesso filone letterario risultano le sue Poesie liriche e le sue Prose varie, pubblicate nel 1666 e nel 1674. Nel 1672 pubblicò la sua ultima ma più celebre opera, le Notizie di nobiltà, che tratta del significato degli stemmi delle famiglie nobili del Regno di Napoli e della loro origine e genealogia. Con essa Giuseppe Campanile cercò di ottenere riconoscimenti eruditi invece che artistici, ma l’opera alla fine risultò un falso per buona parte dei contenuti in essa presenti, come provato dallo storico Niccolò Toppi. Tale comportamento del Campanile scosse alcune potenti famiglie nobili del Regno, le quali chiesero ed ottennero contro di lui l’intervento delle autorità: fu imprigionato nel Castel Capuano, presso le carceri della Gran Corte della Vicaria, e quivi morì il 24 marzo 1674.
(….) In esso, come nelle precedenti raccolte italiane, sono eliminate le carte tolemaiche e incluse soltanto carte di autori contemporanei, dei quali è quasi sempre indicato il nome su ciascuna carta; le carte fatte dallo stesso Ortelio, all’infuori del mappamondo, sono pochissime. A differenza delle raccolte italiane, le carte sono ridotte tutte a formato uniforme e organicamente coordinate. Ciò bastò ad assicurare il successo dell’opera, la cui richiesta fu tale che l’anno stesso essa si dovette ristampare. Non meno di 25 edizioni si susseguirono nei vari paesi d’Europa, vivente l’autore, e molte di esse sono integrate da Additamenta (17 carte nuove nell’edizione 1573; 26 nell’edizione 1580; 24 in quella del 1590), mentre non di rado carte vecchie furono sostituite da nuove migliori. Anche dopo la morte dell’autore furono pubblicate fino al 1612 altre edizioni ampliate; un’edizione italiana fu curata da Filippo Pigafetta. Un Catalogus auctorum di carte geografiche note ad Ortelio è premesso a ogni edizione. Nel 1578 Ortelio pubblicò una Synonimia geographica (elenco di concordanze fra i nomi geografici classici e i moderni) seguita da un supplemento al Theatrum col titolo di Parergon sive veteris geographiae aliquot tabulae (1583), contenente carte storiche (10 nella 1ª edizione, altre 10 in quella del 1595) e infine, nel 1587, un Thesaurus geographicus, ampliamento della Synonimia, in forma di vero e proprio dizionario di geografia storica. Ortelio può perciò essere considerato uno dei fondatori della geografia storica, alla quale ha contribuito anche con un suo Itinerarium per nonnullas Galliae Belgicae partes pubblicato nel 1584, mentre, come autore di carte moderne, la sua fama è dovuta soprattutto al fatto che egli fu il primo a comporre un atlante vero e proprio, che sostituì le meno organiche raccolte italiane di carte moderne.
(…) Battisti Carlo, Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi “, vol. XXXII, Firenze, 1964.
(….) Greco Giovanna, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia- I- ricognizioni e ricerche, 1982--1988″, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, p. 19
(….) Greco G., Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32
(….) La Greca Fernando, L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana, Agropoli, 2010, pp. 19-25
(….) Nissen Heinrich, Italianische Landeskunde, Berlino, vol. II, p. 899, n. 8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche LageGrossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p. 22.
(….) Mommsen Theodor, C.I.L., Il ‘Corpus Inscriptionum Latinarum’ (CIL), X, 461 (descrizione del cippo marmoreo in piazza del Plebiscito a Sapri, descritto pure dall’Antonini
(….) Russi A., la “Lucania”, in ‘Dizionario Epigrafico di antichità romane’ di Ettore De Ruggiero (…), vol. IV, p. 1897 poi in seguito pubblicato anche per i tipi ed. Istituto Italiano per la Storia Antica, Roma, 1959
(….) (Fig….) Carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm.36 x 51, riprodotta da Mazzetti Ernesto, op. cit., (….), vol. II, tav. XVII
(….) (Fig…..) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita ed è stata da me pubblicata nell‘Analisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)(1)
(22) “Platea dei beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Si veda in proposito: Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda in proposito anche il Gaetani Rocco, La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, 1906 , pp. 152, 153, 154, vedi nota 4 al testo; cita il documento. Il documento fu citato dal Gaetani R., op. cit., p…e, dal Cataldo (…) che, nelle sue note in proposito scrive che il documento Ms (manoscritto) stà in A.D.P. (Archivio della Diocesi di Policastro). Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, si veda pure Cataldo (…). Sulla scorta di questa notizia, il Tancredi (Tancredi L., Il Golfo di Policastro, Napoli, 1976, e pure in ‘Sapri giovane e antica’ , ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 23, nel pubblicare il documento notarile (22) al posto di “Velia“, riporta “Avenia“, p. 23 e, successivamente il Guzzo, Da Velia a Sapri, Itinerario costiero tramitoe storia, ed Palumbo, Cava dei Tirreni,1978, p. 220, affermavano, che tra i rioni di S. Croce e della Marinella sarebbe sorta “Avenia” di origine etrusca.
(23) Gaetani Rocco, Gian Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, 1914, p. 41
(24) Antonini Giuseppe, La Lucania – I Discorsi, ed. Tomberli, Discorso XI, parte II, Napoli, 1745, da p. 428 a p. 438 e pure II° edizione Gessari, 1795, pubblicata postuma da Mazzella Farao (Archivio Attanasio)
(25) Rizzi Filippo, Notizie statistiche sul Cilento, 1809; si veda pure ristampa ed. Galzerano, p. 39 (Archivio Atanasio)
(26) Giustiniani Lorenzo, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli , tomo II, 1797, p. 341
(27) Ramage Craufurd Tait, Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, vedi ristampa Ed. Galzerano, oppure vedi ed. De Luca, Roma, 1966 (Archivio Attanasio)
(29) Alfano G.M., Istorica descrizione del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1823, p. 135
(30) Beltrano Ottavio, Breve descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1644 (I° edizione); recentemente Forni ha pubblicato la ristampa anastatica dell’edizione del 1671 forse più attendibile.
(…) Tancredi Luigi, Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985 (Archivio Attanasio)
(31) Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743
(32) Duchesne L., I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde), in Mélanges d’archéologie et d’hi- storique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367), stà in Barni G., I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383-384; Si veda pure: Paul Fridolin Kehr, Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, p. 370
(33) Romanelli Domenico, Antica topografia istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815, vol. I,
(34) Troyli P.P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53; si veda pure: Troyli Placido Abate, op. cit. tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135; si veda pure: Paolo Diacono, Historia, miscellanea, Lib. XIII; oppure Laudisio N. M., Sinossi della Daiocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Roma, edizioni di Storia e letteratura, 1976, egli sostiene che il Bussento detto Basentium dal Diacono Paolo, sia il nostro Bussento. Si veda pure: Attanasio F., Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà in ” I Corsivi”, n. 12, 1978
(35) Gregorio Magno papa, Epistola 2, 42 o 43 (?), datata Luglio 592, stà in ‘MonumentaGermanica Historica’, stà in Gregorii I papaeRegistrum epistolarum; oppure si veda pure: Ebner P., op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736
(….) Carta d’Italia di Jacques Signot, del 1515, pare che in questa carta fosse segnato un Bibone ed un Vicus, forse il Vicus Saprinum di Frontino in de Coloniis. Stampata a Parigi, è annessa al ‘La totalle et vraye description des tous les passaiges qui sont de Gaules en Italie’. Questa carta è stata pubblicata da Borri A., Carta 17, p. 33. Pubblicata anche da Almagià Roberto, op. cit. (….), tav. VI, 3).
(Fig…..) “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, tratto da Giulio Schmiedt, op. cit., p. 78-79. Schmiedt, alla nota 173 di p. 78, scrive in proposito: “un vecchio schizzoeseguito nel 1819 a cura delTenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentaledella baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500eseguito nel 1819 dal Tenente Bloisdel Genio Militare Napoletano. Si notano iresti dell’antico molo di “Le Cammerelle”. (Archivio Attanasio)
(…) (Fig….) Il disegno originale è conservato all’I.G.M. di Firenze – Nuovo Archivio, Sede S. Marco, classificazione catastale, 75-11, armadio 93, cartella 82, doc. n. 52, scans. 93 (Archivio Attanasio)
(….) Holstenio Luca, Annotationes in geographiam sacram Caroli à S. Paulo Italiam Antiquam Cluverii et Thesaurum aurum geographicum Ortelii, Roma, 1666 (Archivio Attanasio)
(….) (Fig…..) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno diNapoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, PrincipatoCitra,Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“.Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta ed ottenuta il 16 maggio 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81, come dall’immagine di Fig. 4 che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che volentieri pubblichiamo (Fig. 1); la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Recentemente abbiamo chiesto all’ASN, sulla segnatura e collocazione di questa carta da noi rintracciata nel 1981 e dall’ASN, ci è pervenuta la seguente risposta dal funzionario Dr. Palmieri: “Gent.le Prof. Attanasio, in risposta alla sua email datata 30 gennaio u.s., pervenuta allo scrivente in data 5 febbraio 2018, si comunica che la scheda riporta: ” Campo all’isola di S. Giovanni: pianta topografica fatta riprodurre dall’Abate Galiano dall’ originale francese. (sec. XVIII, 1756 ?) – Biblioteca Nazionale di Parigi.“. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (7). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (7) scrive: “Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’.
(…..)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig. 1 (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981
(….) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napolinelsec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Attanasio)
(….) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio), p….
(….) Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativava, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione; si veda:
(….) Cisternino Riccardo, Torri costiere e torrieri del Regno di Napoli (1521-1806), edizione realizzata da ‘Typos Lissone’, 1978 per l’Istituto Italiano dei Castelli, Roma, 1977 (Archivio Attanasio); contiene anche un saggio di Vittorio Faglia
(….) ibidem, Parc. Prov. Fascio 119, fol. 138
(….) Acciarino Mario, Segreteria di Guerra e marina – Ramo Guerra – Inventario dei documenti riguardanti gli edifici militari e le fortificazioni – anni 1723-1823, Napoli, Arte Tipografica, 1974 (Archivio Attanasio)
(….) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831
(….) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976
(….) Vassalluzzo Mario, Castelli, torri e borghi della Costa Cilentana, edizioni Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24
(22) Scarfone Antonio, “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in ‘Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA (Archivio Attanasio)
(….) (Figg…..) Carta geografica di “Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto, Calabria et Basilicata’ – Italiae sclavoniae et Graeciae tabulae geographicae”, del cartografo olandese Gerardo Mercatore, del 1589, riprodotta poi nell’”Atlas”, “Atlas sive cosmographicae meditationes de fabrica mundi et fabricati figura”, Duisburgo (Duysburgi), 1595, in cui viene riportato il toponimo “Sapri ruinata”, oggi conservata alla BIBLIOTECA NAZIONALE MARCIANA DI VENEZIA. Collezione di Celico Valente, Celico, dim. cm. 34 x 45,5. Questa carta a stampa è stata citata dall’Almagià (4) in un suo pregevole studio ed è stata pubblicata anche dal Mazzetti E. (3). (Fig. 3), Tav. X. L’Italia nell’Atlas sive Cosmographicae Meditationes de Fabrica Mundi et Fabricati Figura, di Gerardo Mercatore, pubblicato a Duisburgo nel 1595. Le immagini illustrate nelle Figg. 1-3, sono tratte dalla carta in questione pubblicata dal Mazzetti (3), Tav. X, mentre l’immagine illustrata nella Fig. 2 è un particolare della carta in questione tratta da una ristampa dall’originale originale in mio possesso: ed. Congedo, Galatina, Collezione Attanasio.
(….) Mazzetti Ernesto, Cartografia generale del mezzogiorno edella Sicilia, scritti di Almagià R., Pontieri E., De Luca R., a cura di Mazzetti E., edizioni Scientifiche Italiane (ESI), Napoli, 1972, Tomo I-II, Tav. X.
(….) Almagià Roberto, Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in “Monumenta Italia Cartographica”, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Tav. n. …., p…..
(….) Cesarino Felice, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988. Il Cesarino citò il mio studio ed in proposito scriveva: “Una attenta disamina della cartografia di età medioevale è stata proposta da Franco Attanasio, …nell’articolo al quale rinviamo per gli opportuni approfondimenti.”.
(….) Archivio della Badia di Cava dei Tirreni, Aprile 1481, XV, LXXXV, 98; e citata da Ebner P., op.cit., vol. II, p. 592.
(….) Di Luccia Pietro Marcellino, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, Roma, 1700
(….) Archivio Diocesi di Policastro – Ufficio Amm.vo diocesano, Sapri, Capp. SS. Rosario, 1706
(…) Blessich Aldo, per le carte aragonesi si veda per questo autore: ‘La geografia alla corte aragonese di Napoli’, Roma, 1897 (Archivio Attanasio); stà in ‘Napoli Nobilissima’, a. VI, 1897, pp. 59-63 e, pp. 73-77 e, pp. 92-95.
(…) Schmiedt Giulio, Antichi porti d’Italia – Gli scali fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Firenze, Istituto Geografico Militare, 1975 (Archivio Attanasio)
(…) Avv. Pesce Carlo, Storia della città di Lagonegro, Napoli, Reale Stabilimento Tipografico Pansini, 1913 (Archivio Attanasio). Dello stesso esiste la ristampa anastatica a cura delle Tip. Dino Ricca, Lagonegro (PZ), (con la prefazione del 1913), ristampa a cura delle Tip. Neograf, Diamante, p. 398 e s. (Archivio Attanasio)
(…) Valente Angela, Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino, ed. Einaudi 76, 1965, ristampa del 1976, pp…… (Archivio Attanasio)
(….) Monnier M., Notizie storiche documentate sul brigantaggio nelle provincie napoletane dai tempi di Frà Diavolo sino ai nostri giorni (1862) – Napoli – 1965, pagg. 20-21
(….) Barra Francesco, Principato Citra Storia 1806, stà in ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, anno 1992, anno LXXIX – Fascicolo III – Luglio Settembre 1992, ed. Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, pp. 304 e s.; si veda pure dello stesso autore: Barra Francesco, Cronache del brigantaggio meridionale – 1806-1815, ed. Società Editrice meridionale, 1981; si veda pure: Il Decennio francese nel Regno di Napoli – 1806-1815 – studie ecc…, Napoli. F. Barra, ‘Cronache’, cit., Id., ‘Cronache del brigantaggio del Decennio francese in Principato Citra’, II: ‘il brigantaggio nell’agro nocerino-sarnese’, in ‘Bollettino storico di Salerno e Principato Citra, 1988, n. 2. (sarebbe a. 6, 1988) (Archivio Attanasio); si veda pure: F. Barra, ‘Cronache del brigantaggio meridionale 1806-1815’, Salerno Catanzaro, 1981
(…) Du Casse A., Mémoires et correspondance politique et militaire du roi Joseph, Paris, 1854 voI. III, pp. 116-121
(….)Giuseppe Ferrari, L’insurrezione calabrese e l’assedio di Amantea del 1806, Roma, Officina poligrafica editrice, 1911
(…) Strutt Arthur John, A pedestrian tour in Calabria & Sicily, 1842; si veda anche ristampa edizione Galzerano con traduzione
(…) Gallotti Nicola, Sapri nella storia e nella tradizione popolare – Brevi cenni del dott. Nicola Gallotti, Napoli, Tipografia Giuseppe Golia, 1899 (Archivio Attanasio)
(….) Pesce Carlo, ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848′, Napoli, 1895, Stabilimento Tipografico – Palazzo della Cassazione, p. 9 e s. Gran parte delle notizie storiche ivi riportate sono state tratte dall’Archivio del Tribunale di Lagonegro (PZ) (Archivio Attanasio). Il testo si trova conservato presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. Questo libro fu ristampato nel 1905, per i tipi della Tip. Lucana (Archivio Attanasio)
(….) Caffaro Adriano, Le prime fortificazioni della costa cilentana, ed. Palladio, 1989. Vedi anche: Caffaro A., Le fortificazioni primo-ottocentesche della costa Cilentana attraverso alcuni disegni inediti, ed. ‘Ricerca 3’, Palladio editrice, Salerno, 1989. Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro A., op. cit. (8). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro
(….) La Cava Michele, Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860,
(….) Mazziotti Matteo, Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848, ed. Società editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati & C., Milano-Roma, vol. I-II, 1909. Oggi l’originale in mio possesso. Si veda pure la ristampa anastatica di Galzerano. Quello illustrato in figura è il vol. I (Archivio Attanasio)
(….) Nisco Nicola, Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli, vol. I-II-III, ed. Morano, Napoli, 1889. Originale in mio possesso (Archivio Attanasio).
(….) Ferrari Giovannipaolo, “Relazione socio-economica e demografica”, redatta per il PUC del Comune di Sapri parlando dell’“5.6 – L’Ottocento” a p. 22
(….) Maldonato Franco, Teste mozze – Romanzo storico, ed. Iride, Soveria Mannelli, 2015
(….) Sacco Francesco, “Dizionario Geografico-Istorico-Fisico del Regno di Napoli”, Napoli, 1896, vol. III, pp. 380-381
(….) Guzzo Angelo, Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia, ed. Palumbo & Esposito, Cava de Tirreni, 1978. Si veda pure dello stesso autore: Sulla rotta dei Saraceni – La difesa anticorsara sulla costa del Cilento, ed. Palladio, Aprile 1991
(…) Cavalcanti Pier Luigi, ‘Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie’, Napoli, 1846, a p. 45, nel suo portolano, così descriveva la costa la costa che da Policastro arriva fino alla secca di S. Janni, località costiera nei pressi di Castrocucco (Archivio Attanasio)
(….) Cassese Leopoldo, La Spedizione di Sapri, ed. La Terza, Bari, 1969, vedi nota al testo n. 14, p. 55 e vedi pure Cassese L., Contadini e operai nel Salernitano nei moti del Quarantotto, stà in “Rassegna storica salernitana”, IX, 1948, pp. I-IV; Cassese Leopoldo, op.cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B. 77; si veda pure dello stesso autore: “La “Statistica” del Regno di Napoli del 1810 – Relazioni sulla Provincia di Salerno”, Salerno, 1955 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: “Il Cilento al principio del secolo XIX”, a cura di Leopoldo Cassese, Salerno, 1956, Collana Storico Economica del Salernitano, Fonti III (Archivio Attanasio)
(…) Demarco Domenico, La Statistica del Regno di Napoli nel 1811, a cura di Domenico Demarco, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, Voll. 4, 1988
(….) Cestaro Francesco Paolo, Il vescovo di Policastro e la reazione borbonica del 1799: con saggio di poesie sanfediste
(….) La Greca Amedeo, Di Rienzo Antonio, La Greca Emilio, pubblicarono “Viaggio nel Cilento”, Agropoli, 1984 (Archivio Attanasio)
(….) Calà-Ulloa Pietro, Duca di Lauria, ‘Della sollevazione delle Calabrie contro a’ francesi, Roma, 1871, pp. 239-240
(….) Magaldi Josè, Cenno storico archeologico della città di Sapri e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni – Per incarico della Regia Soprintendenza alle Antichità e Scavi della Campania, Sapri, 1928, Anno VI (Archivio Attanaso)
(….) Bilotti Paolo Emilio, La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, Stab. Tip. Fratelli Jovane, 1907, p. 195
(….) Fischetti Gaetano, Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.
(…) Settembrini Luigi, Ricordanze della mia vita, con prefazione di Francesco De Sanctis, a cura di Francesco Torraca, Napoli, ed. A. Morano, 1916 (Archivio Attanasio)
(….) Acton Harold, Gli ultimi Borboni di Napoli (1825-1861), Milano, ed…., p. 418
(….) De Cesare Raffaele, La fine di un Regno, Città di Castello, 1900 (Archivio Attanasio)
(….) Capone A., La polemica sulla spedizione di Sapri – un aspetto della crisi del mazzinianismo nel Mezzogiorno, in Rassegna Storia Salernitana, anno XXVII
(….) Romagnano Domenico, Garibaldi nel Salernitano, Salerno, 1860, p. 143 (Archivio Attanasio)
(…) Cortese N., Memorie di un generale della repubblica e dell’impero. Francesco Pignatelli principe di Strongoli, Bari 1927
(Fig…)
(….) Cavalcanti Pier Luigi, Guida del Pilota,
(…) Nissen Heinrich, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902,
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico restano di estremo interesse. In questo mio saggio vorrei fare il punto di quanto emerso circa il periodo in cui queste terre furono interessate da progettazione e opere di rinforzo e consolidamento, opere di costruzione, di batterie e fortini. Si tratta del ventennio francese e quello successivo prima della definitiva caduta del Regno Borbonico delle Due Sicilie. Nel presente studio, pubblichiamo una serie di documenti originali manoscritti e rari tratti dall’Archivio di Stato di Napoli e dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, le cui fotoriproduzioni digitali tratte dagli originali richieste ed ottenuto recentemente. Esse rappresentano parte della documentazione da me rinvenuta oltre trenta anni fa, presso l’Archivio di Stato di Napoli e la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. Nel 1981, ancora studente, iscritto alla Facoltà di Architettura dell’Università ‘Federico II’ di Napoli, frequentavo spesso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, ed in particolare le due sue Sezioni: la “Napoletana” e “Manoscritti e Rari”, che custodivano diversi documenti inediti che riguardano la nostra storia passata. E’ proprio alla Biblioteca Nazionale di Napoli che trovai una serie di documenti inediti che, in seguito ne pubblicai a stampa su alcune riviste, i resoconti storici in alcuni miei studi, come “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, pubblicato a stampa sulla rivista ‘Progetto‘, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3, 4 (1) (Figg…..) e, quello pubblicato già nel lontano 1987 sulla rivista “I Corsivi”, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“. Molti dei miei studi, in seguito sono stati riassunti nel 1998, allorquando mi occupai della redazione della Relazione di Analisi Urbana: sull'”Evoluzione storico-urbanistica di Sapri“, redatta per il nuovo Piano Regolatore Generale del Comune di Sapri, di cui fui incaricato e, depositata in Comune. In questi articoli, frutto di studi e ricerche durati anni, pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri e sul Golfo di Policastro ed in particolare alcune carte manoscritte ed inedite da me rinvenute alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. In particolare, rinvenni due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, custoditi presso la Sezione “Manoscritti e Rari“. Questi disegni, da una parte ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, da sempre prima linea di difesa alla conquista del Regno e causa principale dello spopolamento delle sue coste, dall’altra, costituiscono testimonianze che contribuiscono a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca (3).
La conquista del Regno delle due Sicilie e le fortificazioni costiere a Sapri ed i disegni del Genio militare Napoletano Napoleonico alla Biblioteca Nazionale di Napoli
Durante il decennio dell’occupazione francese del Regno delle due Sicilie (1806-1815), il meridione d’Italia visse una vera e propria guerriglia civile, che si manifestò col cosiddetto “brigantaggio”, alimentato dai borboni e dagli inglesi, respinti ed arroccati in Sicilia. Anche il Cilento venne coinvolto, tanto dalle operazioni terrestri tanto da quelle navali, per la difesa delle coste (7). Nel Regno delle due Sicilie, durante il breve periodo di occupazione napoleonica di Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo, il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. Il rafforzamento e l’ingrandimento delle fortificazioni militari esistenti, fu certamente oggetto di particolare attenzioni del governo napoleonico, in epoca Murattiana, come risulta da alcuni disegni manoscritti, da me ritrovati e conservati presso la Biblioteca Nazionale di Napoli (2) che, pubblicai nel lontano 1987. Alcuni disegni manoscritti simili e di simile provenienza, furono pubblicati molti anni dopo, nel 1989, in uno studio di Antonio Caffaro (8). Molti di questi disegni , ma non quelli trovati da me ed ivi pubblicati, erano stati citati da Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa cilentana” (9) e poi successivamente, nel 1989 pubblicati da Adriano Caffaro, “Le fortificazioni della costa cilentana attraverso alcuni disegni inediti” (8). Il Caffaro (8), sebbene si fosse limitato ai documenti che riguardavano le sole batterie e fortificazioni progettate fino a Palinuro, rimane di estremo interesse in quanto fa luce su alcuni aspetti storiografici dell’ampia documentazione conservata presso gli Archivi della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. Questa ricca documentazione pare che provenga da alcuni fondi della Biblioteca Provinciale di Salerno. La particolare attività di rilievo lungo la costa del litorale saprese a fini militari, sia durante il decennio francese (1806-1815), durante il breve periodo di occupazione napoleonica, con Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo, il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. L’Esercito del Regno di Napoli, attivo durante il decennio francese, ovvero allorquando il regno fu conquistato e governato dai napoleonidi, fu una forza armata di terra che prese parte, al fianco della Grande Armata, a molte delle principali campagne delle guerre napoleoniche. Con l’occupazione napoleonica del 1806 il trono napoletano venne affidato in un primo momento a Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone. Nel 1808, fino al 1815, il trono napoletano fu occupato invece da Gioacchino Murat, uno dei più brillanti comandanti militari dell’impero napoleonico.
Nel 1813, Sapri in uno schizzo del Genio Militare Napoletano inedito: “Croquì’ di Sapri”
Il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. Nel 1891, il Dott. Nicola Gallotti (5), uno tra i primi Sindaci di Sapri dell’Italia unitaria, in alcuni suoi scritti su Sapri, riportava interessanti notizie storiche su Sapri e così scriveva: “Devo ricordare, a titolo di cronaca locale, l’esistenza diun vecchio fortino, munito pure un tempo di diversi cannoni, e sito sul lembooccidentale estremo dell’antica Sapri. Ora il Fortino è del tutto smantellato, dappoichèparecchi anni indietro ne furono tolti financo i cannoni. Intanto vi fu un momento, in cui nel 1860, Garibaldi voleva attivare a difesa questo vecchio spaldo.”. Il Gallotti, medico, in un suo pregevole scritto dell’epoca, riferiva che il Re “GioacchinoMurat, visitò il paese per ispezionare il Fortino situato nell’omonima zona, la quale eraguarnita di cannoni“ (5), mentre il Pesce, ricordava che, “moschetti, cannoni e mortaretti, alcuni dei quali furono mandati nel sec. XVII a guarnire il Fortino presso il mare di Sapri e Vibonati“ (6). Si trattava di una piccola fortificazione borbonica, costruita ove attualmente si trova il Faro ‘Pisacane’ a Sapri o nei pressi dell’attuale Ospedale civile di Sapri, in località ‘Fortino’, forse rinforzato durante il decennio Napoleonico sotto il Regno dei francesi di Gioacchino Murat. La ricca documentazione inedita, conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, da me ritrovata e pubblicata nel 1994 (1-3), attesta come anche con il ritorno della Monarchia Borbonica, dal 1819 al 1833, le fortificazioni di Sapri furono oggetto di vari movimenti e lavori di trasformazione rivolti a trasformare i riferimenti costieri come si può vedere anche dal documento (Fig. 7), in mio possesso. Si tratta di una Carta di Passaggio (lasciapassare) rilasciata dall’Intendente borbonico della Provincia di Bari a Giuseppe Immediato, nativo di Sapri. Nel presente studio, pubblichiamo una serie di documenti originali manoscritti e rari tratti dall’Archivio di Stato di Napoli e dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, le cui fotoriproduzioni digitali tratte dagli originali richieste ed ottenuto recentemente. Esse rappresentano parte della documentazione da me rinvenuta oltre trenta anni fa, presso l’Archivio di Stato di Napoli e la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. Nel 1981, ancora studente, iscritto alla Facoltà di Architettura dell’Università ‘Federico II’ di Napoli, frequentavo spesso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, ed in particolare le due sue Sezioni: la “Napoletana” e “Manoscritti e Rari”, che custodivano diversi documenti inediti che riguardano la nostra storia passata. E’ proprio alla Biblioteca Nazionale di Napoli che trovai una serie di documenti inediti che, in seguito ne pubblicai a stampa su alcune riviste, i resoconti storici in alcuni miei studi, come “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, pubblicato a stampa sulla rivista ‘Progetto‘, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3, 4 (1) (Figg…..) e, quello pubblicato già nel lontano 1987 sulla rivista “I Corsivi”, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“. Molti dei miei studi, in seguito sono stati riassunti nel 1998, allorquando mi occupai della redazione della Relazione di Analisi Urbana: sull'”Evoluzione storico-urbanistica di Sapri“, redatta per il nuovo Piano Regolatore Generale del Comune di Sapri, di cui fui incaricato e, depositata in Comune. In questi articoli, frutto di studi e ricerche durati anni, pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri e sul Golfo di Policastro ed in particolare alcune carte manoscritte ed inedite da me rinvenute alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. In particolare, rinvenni due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, custoditi presso la Sezione “Manoscritti e Rari“. Questi disegni, da una parte ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, da sempre prima linea di difesa alla conquista del Regno e causa principale dello spopolamento delle sue coste, dall’altra, costituiscono testimonianze che contribuiscono a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca (3).
(Fig. 1) ‘Croquì di Sapri’, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Sezione “Manoscritti e rari” della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (2)
Si tratta di un disegno (2) tratto da una ricca documentazione grafica e topografica, redatta dal corpo del Genio Militare Napoletano Murattiano, nel decennio francese (1806-1815), del Regno delle due Sicilie. In particolare, il disegno manoscritto quì riportato in Fig. 10, riporta la scritta: “Croquì di Sapri”. Il significato in lingua francese di ‘croquis‘ o croquì o croqui è ‘schema o schizzo‘ (Fig. 10). Questo disegno documenta la particolare attività di rilievo lungo la costa del litorale saprese a fini militari, sia durante il decennio francese (1806-1815), durante il breve periodo di occupazione napoleonica, con Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo e, il programma di organizzazione strategico militare che promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la progettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. Lo schizzo all’impronta, manoscritto detto “Croquì’ di Sapri” è uno dei disegni e carte tratte da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti ad un Fondo non inventariato appartenente all’ex Biblioteca Provinciale di Salerno, oggi custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari‘ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli – B.N.N. Sezione ‘Manoscritti e Rari’ ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2) idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3). Si veda nota bibliografica (160), dello studio per il P.R.G. del Comune di Sapri (1). Lo schizzo “Croquì di Sapri” (Figg. 1-7), ha la seguente collocazione: coll. Ba 25a (71. e 2, mentre il Progetto, illustrato in Figg. 4-5-6, è collocato come segue: coll. Ba 25a (32. I resoconti storici e bibliografici della documentazione in questione, sono stati da me pubblicati nello studio: “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcunidisegni inediti”, nella rivista a stampa “Progetto”, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3-4 (Figg. 6-7). Alcuni disegni e carte simili, nel 1089, circa dieci anni dopo la mia scoperta furono pubblicate da Caffaro Adriano, op. cit. (8). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro, e fa una buona disamina di questo carteggio inedito conservato alla BNN. Questo disegno conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli proviene dalla Sezione “Manoscritti e Rari” dove nella sua collocazione è scritto “manoscritto inizio sec. XIX”. Infatti, questo schizzo all’impronta non è datato, non riporta data e sulla sua probabile datazione possiamo solo riferirci a ciò che è scritto nella sua collocazione “manoscritto inizio sec. XIX”. Dunque, secondo la sua collocazione, il disegno in questione doveva essere datato intorno ai primi anni del 1800. E’ molto probabile che questo disegno o schizzo all’impronta sia un disegno militare. Infatti, in esso vengono riportate alcune utili informazioni militari come ad esempio la linea di costa e le batterie militari esistenti e quelle proposte come ad esempio si legge nella leggenda “C. batteria proposta”. Dunque, non vi è alcun dubbio sulla paternità di questo disegno che è stato redatto ed eseguito sicuramente da qualche rilevatore militare appartenuto al Genio Militare Napoletano. Mi chiedo a questo punto quale fosse il Genio Militare Napoletano, quello Borbonico oppure quello dell’occupazione militare del Regno di Napoli da parte di Giuseppe Bonaparte che poi in seguito con Gioacchino Murat diventò del Regno delle Due Sicilie. La collocazione parla di “….inizio secolo XIX”, dunque potrebbe trattarsi del Genio Militare Napoleonico di Giuiseppe Bonaparte. Infatti, oltre al titolo del lavoro “Croquì di Sapri” che è un evidente francesismo rileggendo il testo di Adriano Caffaro (…), “Le fortificazioni della costa cilentana attraverso alcuni disegni inediti”, pubblicato nel 1989, dieci anni dopo il mio rinvenimento alla BNN e, dove Adriano Caffaro (…) si occupò di documenti simili che riguardavano solo le batterie esistenti o da costruirsi sulla costa da Palinuro ad Agropoli, a pp. 22 e pp. 24-25, si può vedere un disegno simile che riguarda Agropoli datato 4 marzo 1807. Il Caffaro a pp. 22-25 in proposito scriveva che: “La fortificazione complessiva della zona è rappresentata da un altro disegno del 4 marzo 1807 di mm. 275 x 385, nel quale non viene riportata la scala; è schedato B (a) 5 (b) (3. Lo schizzo visualizza i “contorni di Agropoli”, evidenzia la strada d’accesso e di ecc….In alto a sinistra è la scritta “Croquì dei / Contorni di Agropoli / Il 4 marzo 1807 ecc…(13)”. Caffaro a p. 25, nella sua nota (13) postillava che: “(13) La costruzione della torre dei ecc……Questi due disegni di Agropoli sono stati già pubblicati senza schede e commento dal Vassalluzzo, Castelli….., op. cit., pp. 6, 24. Un altro simile disegno ha la collocazione B (a) 28 (48.”. Dunque il Caffaro nella sua nota (13) postillava e citava Mario Vassalluzzo (…) ed il suo Castelli, torri e borghi della costa cilentana, ma devo precisare che il Caffaro si sbagliava in quanto a pp. 6 e 24 il Vassalluzzo non pubblicava nessun documento. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. E’ un disegno manoscritto, una sorta di schizzo disegnato a mano libera e in bianco e nero con inchiostro su carta, redatto all’impronta su carta bianca, di dimensioni cm. 27,5 x 28, senza indicazione di scala che, documenta l’assetto topografico ed urbano di Sapri e della baia, agli inizi dell’800 ed illustra una sommaria veduta planimetrica di Sapri, della baia, del porto naturale e del suo immediato entroterra. Nello schizzo planimetrico, una veduta planimetrica d’insieme e dall’alto di Sapri all’epoca. In esso vengono riportate alcune informazioni utili alla ricostruzione urbana del paese del tempo – primo decennio dell”800. Nello schizzo (Fig. 10), viene indicata una batteria costiera che esisteva sul lato occidentale del paese (Fig. 11). Si vede l’orografia del sito, con l’indicazione della larghezza della baia naturale a mare (T. 200), l’indicazione dei contorni (litorale saprese), dei toponimi dei luoghi e dei torrenti, con la dislocazione delle fortificazioni esistenti e quelle proposte. In basso a sinistra vi è, la scritta ‘Croquì di Sapri’, in basso a destra vi è riportata una leggenda: “C. Batteria proposta’, posta all’altezza della contrada del ‘Rosario’ ad occidente, ‘D. Ridotto, idem’; E. F. idem;A.B. linea del buon ancoraggio.“. All’interno dello schizzo si vede ad oriente una ‘T. Scialandro‘ e dall’altra parte ad occidente un’ antica batteria con una ‘T. Buondormire‘, (la Torre del Buondormire), torre cavallara Vicereale oggi scomparsa ma che doveva essere posta dove attualmente si trova l’Ospedale civile di Sapri o dove oggi si vede il Faro Pisacane, presso l’omonima località ‘Fortino’. Inoltre si vede come la strada di comunicazione con l’interno fosse la vecchia postale borbonica che risaliva a Torraca e da li a Vibonati.
La Torre costiera detta “Torre del Buondormire” a Sapri
E’ molto probabile che il luogo fosse lo stesso dove nel ‘600 vi era una Torre di avvistamento costiera detta la ‘Torre del Buondormire’, come si può ben vedere rappresentata nel disegno del Genio militare francese, inedito e da noi scoperto di Fig. 8 (partilare tratto dallo schizzo di Fig. 10, di cui parliamo in un altro nostro studio ivi pubblicato. Nel 1815 la Torre del Buondormire era ancora visibile tanto che il Romanelli (5), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: “ di due miglia di circonferenza, e di un miglio didiametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una adoccidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta diLubertino.” (5). Della Torre del Buondormire, ne ha parlato anche l’Antonini (6) ed il Gallotti (3) in seguito. La torre del ‘Buondormire’, torre cavallara Vicereale (oggi scomparsa), costruita alla fine del 1600 dai Vicerè spagnoli insieme alla Torre dello Scialandro e di Capobianco a difesa delle coste e come si può vedere nella carta geografica di Mario Cartaro e Stelliola (Fig. 8). La Torre del Buondormire, si trovava dove attualmente è l’Ospedale civile di Sapri o dove si trova il Faro. Sarebbe interessante guardare i progetti dell’Ospedale, realizzato “sulla collina nominata Torricella”, forse il rilevato stradale o collinetta dove attualmente sorge l’Ospedale di Sapri. Infatti è lì che ai primi dell”800, sorse un piccolo ‘Villaggio’.
(Fig. 2) Particolare della “Torre Buondormire” tratto dallo schizzo ‘Croquì di Sapri’ eseguito dal Genio militare Napoletano, disegno a mano libera – particolare della Batteria costiera “antica Batteria” e della “Torre Buondormire” (2). Il Palazzotto Peluso in C.so Garibaldi a Sapri
Il Palazzo della famiglia Peluso in C.so Garibaldi a Sapri, si può vedere dall’alto della veduta satellitale. Il palazzotto dei Peluso, a Sapri fu citato dal Cav. Carlo Pesce (8) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci. Il Pesce (8) descrive la figura e le proprietà di un avo dell’Avvocato Vincenzo Peluso. Si tratta del prete Vincenzo Peluso autore di orrendi misfatti di cui si macchiò quale filoborbonico convinto che era. Secondo il Pesce, fu proprio il prete Vincenzo Peluso – che l’aveva fatto costruire. Il Pesce (8), a proposito del prete Vincenzo Peluso e del Palazzotto in C.so Garibaldi, nel 1895, scriveva: “Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene. In mezzo al mare su d’uno scoglio aveva eretto il casino dei bagni; alla marina di Vibonati altra casetta, che chiamava la Babilonia, e ad Acquafredda l’altra villa piccola, per quanto deliziosa e pittoresca.”. Noi crediamo fosse proprio quello contrassegnato con la lettera ‘C’ – Batteria proposta (Figg. 3), dello schizzo “Croquì di Sapri” – schizzo manoscritto dei primi dell”800, disegnato dal Genio militare Napoletano, inedito e da noi scoperto (9). Il vecchio palazzotto fortificato sito in C.so Garibaldi a Sapri, residenza dell’Avvocato Vincenzo Peluso e delle due sue sorelle, era di antica fattura. Insieme all’Archivio del Comune di Sapri (forse perso), esso doveva essere la memoria storica del paese. In esso si dovevano custodire documenti della famiglia Peluso ma nel contempo la memoria di secoli in cui la stessa famiglia ha partecipato attivamente alle vicende storiche del Regno. In alcuni miei articoli e studi , pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri ed in particolare due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari’ della Biblioteca Nazionale di Napoli (Fig. 3). Questi disegni (9), da una parte costituiscono una testimonianza che contribuisce a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca su queste terre, da sempre in prima linea per la difesa o la conquista del Regno di Napoli Angioino ed Aragonese prima e del Regno delle due Sicilie dei Borboni in seguito, ma ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, ed in particolare del centro abitato di Sapri all’epoca dell’occupazione napoleonica del Regno delle due Sicilie. Proprio in uno di questi schizzi eseguiti dal Genio Militare Napoletano, al tempo dell’occupazione francese (Fig. 3), si può vedere al centro del paese ed in prossimità della linea di costa, una costruzione militare, quella che si vede nell’immagine ingrandita di Fig. 3. Noi crediamo fosse proprio il Palazzotto del prete Vincenzo Peluso, di cui parleremo (9).
(Fig. 3) Particolare dello schizzo di Fig. 2, ‘Croquì di Sapri‘ – da me scoperto – si vede segnato che un edificio che noi crediamo sia il Palazzo di Peluso in C.so Garibaldi a Sapri. Nello schizzo del Genio militare Napoletano, l’edifico disegnato è contrassegnato in leggenda con la lettera ‘C’ = Batteria proposta (9)
(Fig….) Particolare di “Villa Pelusi”, tratto dal disegno acqurellato del rilievo di Sapri del 1819 del Ten. Blois (…). Giulio Schmiedt, nel suo studio sui “Antichi porti d’Italia” (4) sui porti della Magna Graecia pubblicava un interessante disegno “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, che scrive in proposito: “….dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”. In questo interessante disegno di rilievo planimetrico dell’area di S. Croce a Sapri, come doveva apparire al giovane Tenente del Genio Militare Napoletano nel 1819, si vede anche la “Torre del Fortino” (oggi non più visibile), ove si vede scritto “la marinella” (….), forse proprio il vecchio fortino di cui ci parla il Gallotti (…) e del Progetto, da noi scoperto (Fig. 4), che voleva rinforzarlo, a cui rimandiamo ad un altro nostro studio ivi pubblicato: “Il Fortino Borbonico di Sapri”.
(Fig. 12) Particolare tratto dalla Carta manoscritta e inedita “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2., da me scoperta e da me pubblicata nell‘Analisi: “Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1978 (1)
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(Figg. 13-14) Attanasio F., Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, pubblicato a stampa sulla rivista ‘Progetto‘, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3, 4 (1).
(2) Valente A., Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino (1965), 1976.
(3) (Figg. 1-4-5-6-7) “Croquì’ di Sapri”. Questi disegni e carte sono state tratte da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti ad un Fondo non inventariato appartenente all’ex Biblioteca Provinciale di Salerno, oggi custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari‘ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli – B.N.N. Sezione ‘Manoscritti e Rari’ ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2) idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3). Si veda nota bibliografica (160), dello studio per il P.R.G. del Comune di Sapri (1). Lo schizzo “Croquì di Sapri” (Figg. 1-7), ha la seguente collocazione: coll. Ba 25a (71. e 2, mentre il Progetto, illustrato in Figg. 4-5-6, è collocato come segue: coll. Ba 25a (32. I resoconti storici e bibliografici della documentazione in questione, sono stati da me pubblicati nello studio: “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcunidisegni inediti”, nella rivista a stampa “Progetto”, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3-4 (Figg. 6-7). Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro Adriano, op. cit. (8). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro, e fa una buona disamina di questo carteggio inedito conservato alla BNN
(….) Schmiedt G., Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79
(5) Gallotti Nicola, Sapri nella storia e nella tradizione popolare, Napoli, 1899. Si veda pure: Gallotti N., Condizioni igienico sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lagonegrese, 1891, p. 8
(6) Pesce Carlo, Storia della città di Lagonegro, Lagonegro, ristampa anastatica a cura delle Tip. Dino Ricca, Lagonegro (PZ), (prefazione del 1913), p. 9
(7) Vassalluzzo Mario, Castelli, torri e borghi della Costa Cilentana, edizioni Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24
(8) Caffaro Adriano, Le prime fortificazioni della costa cilentana, ed. Palladio, 1989. Vedi anche: Caffaro Adriano, Le fortificazioni primo-ottocentesche della costa Cilentana attraverso alcuni disegni inediti, ed. Palladio, Salerno, 1989. Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro A., op. cit. (8). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro.
(9) Barra Francesco, Cronache del brigantaggio meridionale 1806-1815, Salerno-Catanzaro, 1981, pp. 123-125. Si veda pure: Cortese N., Corpi e scuole militari dell’esercito napoletano dal 1806-1815, Estratto da “Rassegna storica Napoletana”, a. I, n. 4, 1933, pp. 27-28
(13) Beguinot Carlo, Il Cilento – Problemi urbanistici, ed. del Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, collana diretta da Ruggero Moscati, VIII, Napoli, 1960
(…) Cassese Leopoldo, La “Statistica” del Regno di Napoli del 1811 – Relazioni sulla provincia di Salerno, Salerno, 195
Nel 1987 pubblicai a stampa lo studio: “I Villaggi deserti del Cilento” (1). Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini o ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli.
(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘ (27), di probabile epoca Aragonese, inedita e da me scoperta, conservata all’Archivio di Stato di Napoli.
LA GEO-STORIA NEL GOLFO DI POLICASTRO ATTRAVERSO L’INDAGINE DEMOGRAFICA ATTRAVERSO I DOCUMENTI DELL’IMPOSIZIONE FISCALE
I villaggi deserti del basso Cilento negli anni bui del medioevo
Con la progressiva e definitiva dissoluzione dell’Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico, gli Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. Molte delle cause che produssero i ‘villaggi deserti‘ del Cilento, vanno ricercate nel rapporto mare-terra-incursioni barbaresche, nelle guerre, le cui operazioni militari si svolsero, in quei secoli, principalmente sulle nostre plaghe e, per le conseguenze dovute alle pestilenze, alle carestie, al banditismo ed alla ripresa feudale. Nei secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del Cilento si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un piccolo porto. Successivamente, ai longobardi e ai bizantini, nel XI secolo, subentrarono i Normanni che assoggettarono questo territorio al Principato di Salerno. Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato Longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo, il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passò a Ruggero Sanseverino e tale rimase fino al 1552, anno della fellonia di Ferrante Sanseverino. Nel XIII secolo la guerra del ‘Vespro’, ovvero la guerra tra Carlo II d’Angiò e Pietro d’Aragona, si sviluppò a lungo sotto le mura di Castellabate e nel Cilento in generale, ove incise sulle condizioni già precarie delle popolazioni. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle Calabrie tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. Il piccolo porticciolo di Sapri, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare tanto che, Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Infatti, nel documento tratto dalla Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci e dal Del Mercato (2), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi (focolai, famiglie): “…Cedola de focolaribus queinveniuntur diminuta per collationem factam: ( riportiamo solo i centri del Golfo di Policastro) San Severinus de Camerota 9, Cornetum 2, Camarota 77, Rofranum 2, Sansa33, Rocca de Gloriosa 88, Johannes ad Pirum 6, Policastrum.” (2).
Le strade all’epoca Sveva
Riguardo le vie di comunicazione, le strade dell’epoca, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando delle strade in epoca romana, a pp. 43-44, nella sua nota (14), postillava che: “Tralasciando la viabilità minore tra la Puglia e la Campania ricordiamo che i collegamenti di queste regioni con la Calabria e la Sicilia avvenivano attraverso la strada costiera da Taranto a Reggio Calabriae la ‘via Popilia’. Quest’ultima partiva da Napoli proseguendo da Pompei, Nocera, Salerno, Auletta, Rotonda, Morano, Tarsia, Cosenza, Nicastro, Monteleone, (ora Vibo Valentia), Nicotera, Regio. Da Salerno c’era il raccordo (per Paestum, Policastro, Sapri) attraverso il Cilento fino alla ‘Popilia’, mentre su questa (presso Rotonda) esisteva il bivio con la strada (per Laino, Cirella, Amantea) che si ricollegava alla ‘Popilia’ a sud di Nicastro. Ecc…”. La Via Capua – Regium (Via ab Regio ad Capuam), nota anche come Via Popilia o Via Annia o Via Popilia Lenate , è un’importante strada romana costruita nel 132 a.C. In quell’anno infatti la magistratura romana decretò la costruzione di una strada che congiungesse stabilmente Roma con la “Civitas foederata Regium”, estrema punta della penisola italica. La strada si staccava dalla via Appia a Capua e raggiungeva Nola, Nuceria Alfaterna (Nocera Superiore) e poi Salernum (Salerno) sul mare Tirreno. Da qui la strada si dirigeva verso la piana del Sele attraversando la città di Eburum, l’odierna Eboli. Dopo aver toccato la confluenza tra il fiume Sele e il Tanagro, la via Popilia puntava a sud risalendo il percorso di quest’ultimo fino a raggiungere il Vallo di Diano, un altopiano dove all’epoca erano situate le città romane di Atina (Atena Lucana), Tegianum (Teggiano), Consilinum (Padula), Sontia (Sanza) e i pagi di Marcellianum e Forum Anni, poi Forum Popilii. Molti di questi insediamenti furono devastati da Alarico nel 410 e solo alcuni sono stati ricostruiti in epoca medievale, come per esempio Forum Popilii ricostruita in posizione più difendibile con il nome usato anche modernamente di Polla. Lasciato il Vallo di Diano, la strada si dirigeva a sud verso la antica città, ora scomparsa, di Nerulum e da qui Muranum, l’odierna Morano Calabro. Nel percorso fino a Regium, la strada attraversava il territorio di Interamnium (San Lorenzo del Vallo) e le città di Caprasia, individuata nella posizione della C.da Ciparsia del Comune di Castrovillari, Consentia (Cosenza) e Mamertum, la città oggi conosciuta come Martirano e nota nelle cronache romane per la resistenza dei suoi abitanti alleati di Roma contro Pirro nelle guerre dette guerre pirriche e per aver dato origine al nome di Mamertini, soldati mercenari famosi soprattutto per aver giocato un ruolo di primo piano nello scoppio della Prima guerra punica. Da Mamertum, percorrendo la via Popilia continuando verso sud, si raggiungeva l’importante nodo fluviale di Ad Sabatum Flumen, un passaggio obbligato e di importanza strategica per i collegamenti nella zona e per raggiungere l’antica Vibona, ora Vibo Valentia.[2] Proseguendo lungo l’antica strada romana, si raggiungeva Hipponium, città ribattezzata dopo le guerre pirriche Valentia e unita con Vibo nel comune moderno di Vibo Valentia. Prima di raggiungere la sua città di arrivo, la via Capua-Regium toccava Nicotera e l’importante porto di Scyllaeum (Scilla).
I dati demografici sulla popolazione dai dati fiscali delle diverse imposizioni nel tempo
Il ‘Liber censuum’
Per l’indagine demografica e storiografica un utile ma non esaustivo strumento d’indagine è il ‘Liber censuum’ che, nel Medioevo, titolo di vari registri di censi, e per antonomasia del registro dei censi dovuti alla Chiesa di Roma da chiese e monasteri dipendenti dalla Curia romana, composto secondo un piano organico dal cardinale Cencio Savelli (o Cencio Camerario, poi Onorio III) nel 1192, valendosi di precedenti raccolte (Polypticus di Gelasio I, De privilegiis romanae Ecclesiae di Deusdedit), e con l’aggiunta di cartulari monastici e registri pontifici inerenti alla materia; fu aggiornato fino al tempo di Bonifacio VIII (1294-1303). Fondamentale per la conoscenza dell’organizzazione economica e finanziaria della Santa Sede di quel tempo. La parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. Il ‘Liber Censuum Romanae Ecclesiae’ (per antonomasia, ‘Liber Censuum’) è un documento medievale contenente l’annotazione delle entrate finanziarie dalle rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, nel periodo dal 492 al 1192. Il libro, in diciotto volumi, è noto anche, come Codice di Cencio, dal nome dell’autore, il cardinale Cencio Savelli (Cencio camerario), all’epoca camerarius dei papi Clemente III e Celestino III ed egli stesso destinato a diventare papa con il nome di Onorio III. Il ‘catalogo di Cencio Camerario’ è un elenco delle chiese di Roma, redatto da Cencio Savelli, camerarius dei papi Clemente III e Celestino III, a sua volta futuro pontefice eletto al soglio pontificio col nome di papa Onorio III (1216-1227). Esso costituisce uno dei più antichi e completi elenchi di chiese romane, risalente alla fine del XII secolo. Si veda in proposito Ferdinand Gregorovius, (….), 1896, p. 645, nella sua opera su Roma.
Nel 1239-1240, le Fonti per l’epoca Federiciana: ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240’
Dal sito dell’Archivio di Stato di Napoli, alla voce sulla Ricostruzione dei Registri della Cancelleri Angioina’, epoca Federiciana leggiamo che: Dalla seconda metà del XVI secolo, lo studio dell’archivio della Cancelleria Sveva (l’unico registro superstite di Federico II per gli anni 1239-1240) e della Cancelleria Angioina (all’epoca ancora ricco di scritture, soprattutto per i regni di Carlo I, Carlo II e Roberto) ha prodotto spogli e lavori archivistici sistematici come i repertori e i notamenti: – il repertorio dell’unico registro di cancelleria di Federico II dell’anno 1239-1240, opera degli archivisti Vincenti/Sicola e Chiarito; – i 4 volumi (originariamente 11) di notamenti di Carlo de Lellis; – i 13 volumi di repertori dell’archivista Pietro Vincenti (1610-1614); – gli 8 volumi di supplementi ai precedenti repertori compilati dall’archivista Sigismondo Sicola (1673-1710); – i 2 repertori di Carlo Borrelli, l’indice delle famiglie e delle città del Grifo e i due volumi di Onofrio Sicola (1710) contenenti l’index monasterium; – i 18 volumi di Michelangelo Chiarito (1759-1763). Sopravvissuti alle distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, oggi possono essere consultati in digitale presso le postazione della sala studio. Nel 2002, Cristina Carbonetti Vendittelli (…), con i tipi dell’Istituto Storico Italiano, ha pubblicato ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240‘. Leggiamo dalla Treccani on-line che: CANCELLERIA, REGISTRO DELLA (1239-1240). – Conservato fino al 1943 come unico cimelio superstite della cancelleria di Federico II, il registro degli anni 1239-1240 andò distrutto nel rogo del deposito antiaereo che era stato istituito in una villa dell’entroterra campano (Villa Montesano in S. Paolo Belsito, presso Nola), dove, a partire dal dicembre 1942, si era provveduto a trasferire i fondi più antichi del “Grande Archivio” di Napoli, nel timore che potessero subire danni durante eventuali bombardamenti e cannoneggiamenti della città. Nell’incendio, appiccato deliberatamente, per rappresaglia, il 30 settembre di quell’anno per ordine del comando tedesco del luogo, pienamente consapevole dell’importanza del materiale che vi era stato depositato, andarono bruciate tutte le serie più preziose dell’Archivio napoletano, compreso il ricchissimo archivio della cancelleria angioina. Del registro di Federico II del 1239-1240, l’unico della cancelleria sveva che fosse noto alla storiografia, rimanevano tuttavia le riproduzioni fotografiche (nove pellicole conservate oggi nell’archivio dell’Istituto Storico Germanico di Roma), la trascrizione pubblicata nel 1786 dall’archivista napoletano Gaetano Carcani (…) in appendice alla sua edizione del Liber Augustalis e quella, dattiloscritta, realizzata a metà degli anni Venti del Novecento da Eduard Sthamer e in seguito parzialmente riveduta da Wilhelm Heupel. Del Gaetano Carcani, la sua opera è “Constitutiones Regum Regni Utriusque Sicilae”, Napoli, 1786 o si veda Liber Augustalis, sui registri della Cancelleria di Federico II di Svevia dal 1239 al 1240 perduti. Si veda pure i Repertori di Sigismondo Sicola, che si possono scaricare gratuitamente dal sito della Biblioteca Nazionale di Francia. La Jole Mazzoleni (…), nel vol. IV a p. 113 postillava che: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; Ms. Biblioteca Nazionale, IX C. 16 (Borrelli), f. 455; Ms. Società storia napol. XXV, A. 15, f. 440 t.; Scandone, Notizie biog. di rimatori siciliani, p. 177.”. La Mazzoleni, fra i riferimenti bibliografici cita il manoscritto del Borrelli (…), IX C. 16, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Riguardo il Borrelli si riferiva a Carlo Borrelli (…), ed al suo ‘Repertorium universale ex registris R. Syclae’, trascritto dal Sicola Sigismondo, voll. II, ovvero Sicola Sigismondo, Repertori del registro di Federico II e dei registri angioini, vol. 21. Basterà riflettere che in tali Repertorii trovansi riassunti varii Registri angioini già … Neap. nobil. dopo il Catalogus Baronum, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Reale Zecca allora superstiti; onde il Sicola Siismondo del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. I manoscritti trascritti dal Sicola, e tuttavia sono scritti su carta … riassunti varii ‘Registri angioini’ già perduti nel 1653, in cui il Carlo Borrelli (…) nel suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, un testo del 1653, dopo il ‘Catalogus Baronum’, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Real Zecca di Napoli allora superstiti; onde il Sicola, che … vol. coevo pei cognomi con le iniziali da L a Z, del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. In questo testo il Borrelli (…), dopo aver trascritto il “Catalogus baronum”, da p. 184 e s., elencò tutti i registri della Real Zecca di Napoli. Il Filangieri cita il testo del Borrelli e poi scrive “f. 455”. Dissertando sulle citazioni bibliografiche dell’Ebner e della Mazzoleni, nel vol. IV dei Registri Angioini ricostruiti (il registro XIV), riguardo l’anno 1270 in cui re Carlo I d’Angiò per punire i partigiani “i ribelli proditores” di Manfredi o di Corradino citava i riferimenti bibliografici di Michele Chiarito (…), del Carlo Borrelli (…) e di Francesco Scandone (…). Per la citazione dei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito (…), ove la Mazzoleni a p. 113 postillava: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; ecc..”. Per i repertori raccolti da Michelangelo Chiarito ha scritto il Filangieri in Filangieri Riccardo (…), nel suo ‘Scritti di palegrafia e diplomatica, di archivistica e di erudizione’, pubblicato a ristampa nel 1970 e dove a p. 189 riportava i “Notamenti e repertori delle cancellerie napoletane” tra cui i repertori raccolti da Michele Chiarito (…) che raccolse i “Notamenti e repertori delle Cancellerie napoletane compilati da Carlo de Lellis e da altri eruditi dei secoli XVI e XVII” pubblicati da Riccardo Filangieri di Candida Gonzaga (…). In un testo di Vargas-Macchiucca (…), del 16…., troviamo citato i Cedolaria di Michelangelo Chiarito. In un testo della ricostruzione della Cancelleria Angioina troviamo “Chiarito Michelangelo, Repertori diversi, voll. 24; Repertori di autori diversi, voll. 6“. Scrive il Filangieri nel vol. I della ricostruzione dei registri angioini, nella sua Introduzione che: “Dalla rovina furon salvi, per essere rimasti in sede, gli antichi Repertori di Pietro Vincenti, di Sigismondo Sicola e di Michelangelo Chiarito, oltre una parte di quelli più ampi e completi di Carlo de Lellis ecc..”. Per Scandone si veda F. Scandone, ‘Notiziebiografichedi rimatoridella scuolasiciliana’. In Scandone Francesco, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti’, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904. Rimanevano inoltre notizie e repertori, trascrizioni, copie ed excerpta: lacerti di una tradizione più antica e in origine sicuramente ben più ricca, testimoni tutti del grande interesse che il registro aveva suscitato negli eruditi napoletani del Seicento e del Settecento, i quali, animati da curiosità di tipo prettamente antiquario e genealogico, furono i primi a sfogliarlo e leggerlo, vedendo in esso una sorta di grande contenitore dal quale attingere una enorme quantità di notizie sulle antiche famiglie del Regno. Una tradizione nel complesso ricca, anche se piuttosto singolare, che ha consentito di ricostruire la storia e la fisionomia del registro, e da ultimo di stabilirne e pubblicarne il testo. Per lungo tempo unico e prezioso cimelio conosciuto e conservato della cancelleria federiciana, il registro di Federico II andò distrutto, com’è noto, nel rogo che è passato alla storia come uno dei più gravi disastri archivistici dell’ultimo secolo, appiccato alla fine del settembre 1943 dalle truppe tedesche in ritirata dal meridione d’Italia al deposito dove erano stati trasferiti per motivi di sicurezza i fondi più antichi e preziosi del Grande Archivio di Napoli. A sessant’anni dalla sua distruzione e dopo vicende editoriali protrattesi per un circa un ottantennio, vede la luce l’edizione del registro, condotta sulla base delle riproduzioni fotografiche, di estratti e copie erudite, di precedenti trascrizioni. Il registro, strettamente riservato agli affari del Regno (vi erano cioè registrate soltanto le lettere che la corte inviava ai funzionari provinciali per comunicare le misure prese in merito alla gestione del regno), era frammentario fin dalla sua prima apparsa sulla scena delle fonti archivistiche napoletane, alla fine del Cinquecento, ed abbracciava solo un breve arco cronologico, che andava dai primi giorni di ottobre 1239 agli inizi di maggio 1240. Tuttavia l’elevato numero di lettere registrate (quasi milleduecento) e l’ampio ventaglio di argomenti trattativi ne fanno una fonte di eccezionale importanza per la storia del regno di Sicilia nei mesi cruciali successivi alla scomunica di Federico II e all’indizione della crociata contro di lui da parte di Gregorio IX. L’edizione è stata condotta adattando le tecniche ormai comunemente accolte per la pubblicazione dei documenti latini alle peculiarità di questo particolare tipo di fonte, dando ampio spazio, soprattutto, ai regesti e alle parti introduttive, là dove si ricostruisce l’iter di formazione delle lettere (per questo è stata introdotta una breve sezione dove compaiono i nomi del personale di cancelleria coinvolto nella loro produzione) e si evidenziano i nessi di vario genere che legano missive accomunate da una comune origine (prodotte cioè a seguito di uno stesso ordine). Inoltre si è tenuto massimo conto della struttura del registro e del suo carattere di unicità e insieme di coerenza e uniformità che lo contraddistingue, carattere che è stato mantenuto ed evidenziato al meglio, non solo conservando l’ordine col quale le registrazioni si susseguono al suo interno, ma anche, ad esempio, adottando caratteri diversi per le registrazioni e le note (coeve o posteriori) che le incorniciano, attribuendo un numero d’ordine a ciascuna registrazione indipendentemente dal fatto che fosse relativa a una o più lettere e considerando quindi come unità minima documentaria la registrazione in quanto tale, accorpando sotto un unico regesto le sequenze di lettere registrate “a catena”, ovvero le similes spedite nella stessa forma a diversi destinatari. Nell’introduzione (pp. IX-CIII), oltre alle consuete note relative alla storia del registro ed alle modalità di trasmissione del testo, si affronta in particolare il tema della sua funzionalità, che viene analizzata e vista attraverso una particolare lente, quella delle forme, ossia del modo in cui il registro era stato pensato e costruito e degli accorgimenti redazionali che erano stati adottati per ottenere non tanto un contenitore di documenti, quanto uno strumento di lavoro realizzato in cancelleria per la cancelleria e per la corte, improntato in funzione della massima visibilità e dell’immediata reperibilità della notizia, al fine di facilitarne la consultazione per poter ricostruire in qualsiasi momento lo stato di ciascuna questione della quale la corte si era occupata tramite la corrispondenza scritta.
Le fonti per l’epoca Angioina: i Registri della Cancelleria Angioina e la loro recente ricostruzione
(…) Gli Archivi Angioini, conservati nel Grande Archivio di Napoli. Il 30 settembre del 1943 una squadra di guastatori dell’esercito tedesco in ritirata appiccava il fuoco al deposito antiaereo ubicato a San Paolo Belsito presso Nola e in quel rogo andò perduta tutta la documentazione più antica dell’Archivio di Stato di Napoli. Il fondo più importante e meglio noto del Diplomatico era quello della cancelleria angioina, dove era conservato ciò che era rimasto dell’antico Archivio della Reale Zecca, tradizionalmente articolato in tre serie distinte, i Registri, i Fascicoli e le Arche, a loro volta ripartite in Arche in pergamena e Arche in carta bambagina. Esso conteneva non solo gli atti amministrativi, ma anche quelli politici del regno dal 1265 al 1435, constava di una serie principale di 378 registri di cancelleria, più 4 volumi composti dai frammenti fatti rilegare da Capasso, i così detti «Registri angioini nuovi», per un totale di 382 unità, delle quali 379 in pergamena e 3 in carta, di 42 volumi cartacei nei quali erano stati rilegati i fascicoli superstiti (più alcuni frammenti conservati a parte in 12 buste) e 69 volumi di atti originali rilegati, 49 in pergamena e 20 in carta, che costituivano le due serie delle Arche. Si è calcolato che i documenti tràditi prima che andassero perduti nel rogo di San Paolo Belsito fossero più di cinquecentomila. Queste stesse serie fin dal secolo XVI erano state tra le più studiate tra quelle napoletane: Filangieri calcolò, sulla base dei registri della Sala di studio dell’Archivio, che nei primi quarant’anni del secolo XX ben trecentocinquanta studiosi avevano lavorato su questo materiale, una cifra enorme, se pensiamo al limitato numero di domande di studio di quegli anni. Furono questi dati a indurre il sovrintendente a concepire l’ardito disegno di una ricostruzione dell’archivio della cancelleria angioina. Dal 1944 è in corso un paziente lavoro di ricerca mirante a ricostruire il contenuto dei registri dell’archivio della Cancelleria angioina, attraverso le testimonianze, i regesti, le descrizioni e le riproduzioni fotografiche di quei documenti. Nel 1943 Jole Mazzoleni dirigeva la Sezione politico-diplomatica dell’Archivio, la più duramente colpita dalle offese belliche, praticamente privata di tutto il diplomatico, e perciò trasformata in un ufficio di ricostruzione. La ricerca sulla scorta della tradizione indiretta, manoscritta e bibliografica, di documenti tratti dall’Archivio della r. zecca fu coordinata e realizzata da lei in prima persona, insieme con i suoi più diretti collaboratori, funzionari di quella Sezione. Si costituì così il primo gruppo di studiosi che attese fin dal 1944 al lavoro sui repertori degli antichi archivari e poi sulle trascrizioni degli archivisti napoletani, le copie legali tratte dai registri perduti, la tradizione manoscritta indiretta antica (erudita, ecclesiastica, gentilizia e comunale), sparsa negli archivi e nelle biblioteche d’Europa, e quella più recente costituita dagli archivi personali di studiosi dei secoli XIX e XX, le pergamene originali spedite dall’antica cancelleria e conservate negli archivi dei destinatari di provvedimenti regi, l’immensa letteratura sul periodo, oltre, ovviamente, gli svariati codici diplomatici editi e, non da ultimo, l’ingente patrimonio di fotografie, microfilm e trascrizioni, raccolto a Napoli, grazie all’appello del Filangieri, rivolto agli studiosi, allora ancora in vita o morti da poco, che avevano lavorato sulle carte d’età angioina nei primi quarant’anni del secolo. Queste sono le principali direttive del lavoro del Filangieri e della Mazzoleni, che con ininterrotta continuità di metodo continua ancor oggi, e che ha consentito di acquisire un’immensa congerie di trascrizioni, fotografie o semplici notizie di atti perduti delle tre serie che costituivano un tempo l’archivio della cancelleria, e ora custodite sulla scorta delle segnature archivistiche originarie. Con il ritorno della Sezione politico-diplomatica dell’Archivio alle normali attività d’Istituto, già negli anni della Direzione Mazzoleni (1956-1973), l’Ufficio della ricostruzione della cancelleria angioina è diventato una struttura di ricerca comune all’Archivio di Stato di Napoli e all’Accademia pontaniana, coordinato dal responsabile della collana di «Testi e documenti di storianapoletana», Filangieri prima, al quale subentrò nel 1959 la stessa Mazzoleni e dal 1993 Stefano Palmieri, alla cui attività editoriale attendono principalmente gli allievi più meritevoli della Scuola di paleografia, diplomatica e archivistica dell’Archivio di Stato di Napoli. Le schede dei ricostruttori non sono messe in consultazione, dal momento che non costituiscono un fondo d’archivio, ma sono frutto dell’attività di ricerca di chi negli anni ha atteso all’intrapresa, tuttavia l’Ufficio fornisce informazioni bibliografiche e archivistiche sul materiale di studio accumulato a chiunque ne faccia richiesta. A riguardo, riportiamo la risposta del Dott. Fernando Salemme, funzionario dell’Archivio di Stato di Napoli, che riguardo un’antica pergamena d’epoca Normanna così ci rispondeva: : “Gentile Professore, Il fondo Pergamene Greche, originali tratti effettivamente dagli archivi di Cava, Montecassino e Montevergine, un tempo sezioni del nostro Istituto, era composto da 326 volumi con documenti dall’anno 885 all’anno 1304: il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andata distrutta, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera, in accordo col progetto di pubblicare integralmente i documenti anteriori alla Monarchia Normanna: in questo modo la distruzione del fondo avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, per le notisime vicende dell’incendio della villa di San Paolo Belsito, ci ha lasciato almeno la conoscenza del testo ma pochissime immagini pubblicate in appendice all’opera stessa. Di questo importantissimo fondo per la storia medievale dell’Italia Meridionale restano nel nostro Museo alcuni repertori antichi: – Museo 99 C 49 – Regesti dei Voll. 3-7 delle pergamene anteriore alla monarchia.”.
Le fonti: dal ‘Liber inquisitionum Caroli Primi Pro Feudatariis Regni’,
Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “(8) L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc… Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto di Tortorella, ecc…”. La Pollastri (…), suggerisce pure di vedere S. Pollastri, ‘La noblesse napolitaine sous la dynastie angevine: l’aristocratie des comtes (1265-1435)’, tesi di dottorato Parigi, X- ecc….Di Federico Lancia leggiamo su wikipidia che era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello. Riguardo il testo citato sia da Ebner (…) e dalla Pollastri (…), il ‘liber donationum etc..’, il ‘Liber Donationum Caroli Primi’, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando dei Registri Angioini, a p. 46 in proposito scriveva che: “Sono di particolare interesse, per il nostro studio, sia l’elencazione dei feudi, contenuta nel ‘Liber donationum Caroli Primi’, che il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni, i quali, malgrado varie vicissitudini ed anche se incompleti, erano – come è noto – conservati nell’Archivio di Stato di Napoli e distrutti durante l’ultimo conflitto mondiale (3). Il ‘Liber donationum Caroli Primi’, testimonia il totale rivolgimento che avvenne nel regno allorquando il sovrano angioino, dopo aver sconfitto Corradino, volle creare una nuova nobiltà tra i seguaci (4) a discapito dei feudatari locali ai quali, per la maggior parte, furono confiscati i beni perchè considerati ribelli. (5). Esso, già analizzato in passato dagli storici (6) non era uno degli ordinari registri della Cancelleria; vi erano stati annotati, infatti, con precisione e dettaglio i feudi ed i beni di ciascuna donazione, il loro valore, le condizioni particolari imposte al feudatario e i diritti che il sovrano si riservava (7). Tale registro, che doveva seguire la situazione dei feudi e regolarne i rapporti amministrativi, e finanziari con la Regia Corte, fu istituito dal Maestro Razionale Jazzolino Della Marra di Barletta e, in seguito, aggiornato da altra mano che annotò le variazioni che si verificavano nel possesso dei feudi. (8). La porzione che si era conservata del ‘Liber donationum’ concerne solo alcune province del regno di Sicilia (9), ma ci è sufficiente per capire che vi era stabilito, in maniera esplicita, l’obbligo del servizio militare imposto ai possessori dei feudi. Il feudatario, infatti a quell’epoca era tenuto a fornire al re un contingente di armati in ragione di un cavaliere per ogni venti once d’oro di reddito annuale del suo feudo, intendendosi il cavaliere completamente armato ed equipaggiato (con quattro cavalli, di cui uno da battaglia completamente bardato), accompagnato da uno scudiero a cavallo (anch’esso armato) e da due serventi (10). L’altro documento, il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni’, non era un registro di Cancelleria, bensì un registro di note per uso dei Maestri Razionali (11), del genere del ‘Liber donationum’. Tali documenti sono solo frammenti di un testo che potrebbe essere paragnato ad un “libro di conquista”, essendo un ricordo preciso dello stabilimento dei Francesi nell’Italia meridionale; infatti, i personaggi menzionati nel ‘Liber, che beneficiarono della liberalità del re, erano tutti, salvo qualche rara eccezione, compagni d’arme del sovrano angioino il quale intese, in tal modo, da un lato, premiare coloro che lo avevano sostenuto nella conquista e, dall’altro, sostituire la maggior parte dei grandi feudatari locali, ostili o sospetti.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Per i danni avvenuti nel tempo e le parziali distruzioni degli atti cfr. J. Mazzoleni, Fonti, cit., p. 36; per gli studiosi che nel passato se ne sono occupati, id.; p. 40; per gli studi compiuti sui documenti angioini ed attraverso i quali è stata possibile la loro ricostruzione cfr. la bibliografia, id., pp. 53-58.”. Il Santoro, citava il testo di ‘Le Fonti documentarie e bibliografiche dal sec. X al sec. XX conservate presso l’Archivio di Stato di Napoli’ (parte I), Napoli, 1974. Infatti veniva citato dal Santoro anche a p. 30 nella sua nota (3). Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Il registro fu creato con atti che iniziano dal dicembre 1268 e cioè subito dopo la battaglia di Tagliacozzo.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Scipione Ammirato, Delle Famiglie nobili napolitane, Firenze, 1580-1651; P. Durieu, Etudes, cit.”. Il Santoro, citava il testo di Durrieu P., Etudes sur la dynastie angevine de Naples: Le “Liber donationum Caroli primi”, in “Mélanges d’archeologie et hiistorie de l’Ecole francaise de Rome”, VI, 1886; P. Durrieu, Les Archives angevines de Naples. Etude sur les registres du roi Carles I” (1265-1285), Paris, 1886-1887. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’intstazione: QUATERNUS DE PRINCIPATIBUS, COMITATIBUS, HONORIBUS, BARONIIS, PHEODIS ET BURGENSATICIS, CONCESSIS (DE NOVO PER) ILLUSTREM REGEM KAROLUM, REGEM SICILIE AB ANNO DOMINI M° CCLXVIIII° IN ANTEA, ecc.., riportato sul frontespizio, che era andato perduto ancor prima della recente distruzione, è stata conservata da G.B. Bolvito, Variarum rerum, mss (1585) della Società di Storia Patria.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Per la cronistoria del documento e le loro vicissitudini, cfr. ‘Registri’, cit., II, pp. 231-233.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Il testo è trascritto in ‘Registri’, cit., II, pp. 234-270.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. C. Minieri-Riccio, Saggio di Codice Diplomatico, formato sulle antiche scritture dell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1878-1883, I, p. 181; cfr. pure N. Vincenzio, Del servizio militare dè Baroni nel tempo di guerra, Napoli 1796, doc. n. III e R. Moscati, Ricerche e documenti sulla feudalità napoletana nel periodo angioino, in ‘Archivio Storico per le province Napoletane’, XX, n.s., 1934, pp. 224-256; XXII, 1936, pp. 1-14, che ha analizzato l’organizzazione del regime feudale, il servizio militare e l’adoa (tassa sostitutiva da pagarsi quando il feudo non raggiungeva l’unità prevista delle venti once).”. Bartolomeo Capasso (….), nel suo “Historia Diplomatica Regni Siciliae – inde ab anno 1250 ad annum 1266”, a p. 349 pubblicava il “Liber Inquisitionum di Caroli I pro feidataris Regni”, a p. 344, nella sua nota (1) popstillava che: “(1) Iste liber signatus litt. I olim servabatur in archivio Regiae Camerae Summariae, et a Ferrante de Marra, duce Guardiae, saepe laudatur in opere Delle famiglie forestiere etc., p. 151, 379, 416 et alibi. Caesar Paganus, vir patriae historiae studiosissimus, circa finem saeculi XVI illum excerpsit, et compendio in suis neapolitani archivi ‘Notamentis’ transcripsit. Postea Philibertus Campanilis saeculo XVII, et Lucas Iohannes de Alicto a. 1760, nescio an ex ipso ‘Libro inquisitionum’ vel ex ejusdem Caesaris Pagani opere, excerpta fecerunt, quae habentur in ejusdem Campanilis ‘Repertorio nobilium familiarum ap. bibliothecam Nazionale VIII, B. 4, et in Lucae de Alicto cod. Ms. autographo (‘Vetusta regni Neapolis monumenta), quem servat cl. vir Aloysius Volpicella. Eorum excerptorum aliqua ex memoratis ‘Notamentis’ De Saint- Priest, ‘Hist. de Charles d’Anjou’ t. IV, p. 314 (Hist. dipl. Frid. II, VI, 917) eddit; ego autem illa integra ex texta amborum codd. inter se collato hic exhibeo.”.
Nel 1300, la tassazione fiscale in epoca Angioina
Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Il lungo conflitto angioino aragonese ebbe come teatro di combattimento il basso Cilento, e gli effetti disastrosi si perpetueranno per diverso tempo in tutto il territorio. La stessa Policastro, ed i castelli del circondario, compreso quello di Torraca, dopo il conflito, vengono defiscalizzati in virtù delle misere condizioni i cui erano precipitati. Un dato preciso si ricava dagli archivi Vaticani, nei quali viene riportata la tassa cosiddetta dei “servizi comuni” pagata dai vescovi, infatti, negli anni successivi al conflitto la diocesi di Policastro risultava la più povera, poichè pagava appena 84 fiorini l’anno, contro i 350 di Capaccio e i 1.500 di Salerno.”.
Nel 1269, il ‘Liber Donationum Caroli Primi’
Probabilmente databile al 1269 è il ‘Liber Donationum Caroli Primi’, un registro fatto istituire da Carlo I d’Angiò dove venivano meticolosamente annotati i feudi concessi dal re e le relative adoe o diritti feudali che i concessinari avrebbero dovuto dare alla Regia Curia Angioina ogni anno. Anche da questo antico testo il cui originale è andato distrutto si possono desumere alcuni dati demografici. Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nel ‘Liber Donationum Caroli Primi’ databile alla seconda metà del XIII secolo (probabilmente 1269) si legge che il Re Carlo I d’Angiò concede il castrum di Tortorella, insieme a quello di Sanza e di Roccagloriosa, a Onorato di Moliers (33). Successivamente passò per la somma di 40 once d’oro, nelle mani del milite Nasone Galarato o Galanzano (Galeran) in cambio del Casale di Trecase, che si trovava nel Giustizierato di Terra d’Otranto, e di altri beni a Brindisi (34).”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Liber donationum, Reg. 7, f 96: Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa uncias VII et tarenos VII, wt bona quond, Costantie de Loriano, frumenti salma II, valoris tar. II (Et nominanturvaxalli dicti Guglielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basiluis de Agata, Philippa de Comite, Giulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, eg bona Roberti de Turturella, proditoris.”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Del ‘Liber Donationum Regni Caroli Primi’, ho parlato nel capitolo precedente dal titolo: “I documenti tratti dalla Cancelleria Angioina”.
La tassazione focatica nel Regno di Sicilia poi Regno di Napoli
Nel mio studio “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, a pp. 19-20, ed in altri miei studi come “I villaggi deserti del Cilento”, pubblicato sulla rivista “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16, in proposito all’andamento demografico della popolazione di Sapri nel tempo, scrivevo che: “L’indagine demografica ci permette di procedere ad attendibili verifiche sull’andamento della popolazione. Paradossalmente, proprio negli anni in cui il toponimo di Sapri và gradualmente scomparendo sulle carte vanno aumentando le testimonianze sulla presenza di un centro abitato. Negli ultimi anni, oltre ad alcuni reperti, alle fonti archivistiche ed alla storiografia del tempo, si sono rivelati utili alcuni documenti diocesani e parrocchiali. Inoltre, l’indagine effettuata attraverso la raccolta e lo studio delle fonti fiscali, eseguita sul controllo focatico, resta però il metodo più utilizzato. Le numerazioni focatiche ed il censimento erano “una specie di calcolo statistico sulla percentuale di reddito medio da esigere per ogni abitante” (133) per cui, anche se costituisce una fonte approssimativa, esso ci permette di poter rilevare l’andamento demografico nei vari anni (134). I primi censimenti, secondo la numerazione dei fuochi (nuclei familiari) si ebbero fin dagli anni 1443, durante il regno di Alfonso I d’Aragona. Nel periodo aragonese ebbero luogo diversi censimenti volti ad accertare il numero dei nuclei familiari (fuochi) allo scopo puramente fiscale e militare. I più importanti censimenti furono quelli del 1443, 1472, 1489 e quello del 1508 nel periodo del viceregno spagnolo (135). Operando un confronto anime-fuochi per gli anni tra il 1648 ed il 1669, saremo in grado di stabilire, sia pure approssimativamente, l’entità del calo demografico subìto da queste popolazioni e dovuto principalmente alla peste che investì il Regno di Napoli nel 1656 e nel 1664. Per il 1500 utilizzeremo il moltiplicatore 5, proposto dal Galanti (136), e dal Silvestri (137); per il 1648, non andremo al di là del 4,5; ed infine per il 1669, adotteremo il 6.”. Nel mio studio a p. 19, nella nota (133) postillavo che: “(133) Volpe F. op. cit., p. 14.”. Nel mio studio a p. 19, nella nota (134) postillavo che: “(134) Purtroppo oggi possiamo utilizzare solo pochi frammenti pervenutici dopo le note vicende belliche del 1943. Esistono le cifre dei fuochi, per ciascun centro abitato del Regno, per gli anni 1532, 1545, 1561, 1595, 1648, 1669, che non furono condotti ostiatim, ma furono redatti in base alle informazioni che furono forniti dai Baroni e dalle Università sui fuochi ad essi soggetti. La numerazione dei fuochi che ebbe inizio in seguito alla convenzione stipulata tra Alfonso I d’Aragona ed i Baroni durante il Parlamento tenutosi nel 1443.”. Nel mio studio a p. 19, nella nota (135) postillavo che: “(135) Silvestri A., La popolazione del Cilento nel 1489, Salerno, 1956; vedi pure Attanasio F., I villaggi deserti del Cilento, stà i “I Corsivi”, pp. 12, 13; e vedi Vassalluzzo M., op. cit..”. Nel mio studio a p. 20, nella nota (136) postillavo che: “(136) Galanti G.M., Nuova descrizione storica e geografica del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1788.”. Nel mio studio a p. 20, nella nota (137) postillavo che: “(137) Silvestri A., op. cit.”. Il prelievo dell’imposta diretta rappresenta un tassello importante della politica fiscale angioina. La ‘generalis subventio’ o colletta fu formalmente richiesta come tassazione straordinaria per la difesa del Regno ; tuttavia per la frequenza dell’esazione, essa si configurò, sostanzialmente, come un vero e proprio tributo ordinario e annuale. Nel solco dei cambiamenti già apportati dalla monarchia normanno-sveva, furono i primi due sovrani angioini, Carlo I e Carlo II, a intervenire nel sistema fiscale, precisando più compiutamente le funzioni degli ufficiali preposti alla riscossione dell’imposta e le procedure legate al prelievo. Le pratiche fiscali messe in atto nel corso del XIII secolo sono state ampiamente studiate nei lavori di Romolo Caggese, Giuseppe Galasso, Jean-Marie Martin, Serena Morelli e Giovanni Vitolo. Meno note sono invece le situazioni che si vennero a creare con i sovrani successivi, i quali non intervennero in maniera significativa in ambito fiscale, ma adottarono la politica già tracciata dai loro predecessori, declinandola secondo i contesti e le contingenze. Il presente lavoro si propone, pertanto, di offrire una panoramica sulle diverse modalità di applicazione del prelievo diretto nelle ancora poco studiate periferie del regno tra XIV e XV secolo, soffermandosi in particolare sulle due province di Terra di Bari e di Terra d’Otranto, sulla scorta della documentazione offerta dai Registri ricostruiti della Cancelleria Angioina, dai Libri Rossi e dai Codici Diplomatici. Verranno presi in considerazione alcuni interessanti aspetti dell’amministrazione fiscale : le competenze degli ufficiali preposti alla riscossione ; la serrata contrattazione tra la monarchia e le università ; le concessioni di riduzioni e remissioni di una parte o dell’itera somma da versare e infine la ripartizione dell’onere fiscale all’interno delle comunità.
I ‘Quinternioni’ feudali del Regno di Napoli
(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc…..Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.
Il metodo di calcolo
Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 35, sulla scorta del Vitolo (…), ma soprattutto di Fausto Cozzetto (….) parlando dell’epoca angioina nel 1320 e del “Generalis Subventio” angioino, enumerando i dati per Torraca nel 1320 descrive più o meno correttamente il calcolo per desumere i dati demografici di un luogo tassato e, in proposito scriveva che: “Nel ‘Generalis Subventio Angioino’ del 1320 vengono riportati per ciascuna “università”, ovvero per ogni attuale comune della provincia di Salerno, i valori dell’imposta applicata in proporzione al numero dei nuclei familiari e del loro reddito. Ogni nucleo familiare rappresentava un “fuoco”. Per risalire dal dato finanziario espresso in moneta del tempo, ossia “Once”, “Tari” e “Grana” a quello del numero dei fuochi, occorre adottare un moltiplicatore pari a circa 35 grani che rappresentava la tassazione focatica per ogni nucleo familiare di un piccolo centro come il nostro paese. Poichè ogni fuoco era composto da 6 persone è possibile ricavare il numero degli abitanti. Dal predetto documento si ricava che Torraca (e quindi anche il territorio di Sapri che ne faceva parte) nel 1320 veniva tassato per 1 oncia, 27 tarì e 10 grana. Poichè: 1 Oncia = 30 Tari = 600 Grana, nel nostro caso si ha per 1.27.10 1 Oncia = 600 Grana; 27 Tari = 540 Grana; 10 Grana = 10 Grana; Tot. = 1.150 Grana. Come si è già precisato, ogni fuoco era tassato con 35 Grana, si ottiene così: 1.150: 35 =32,86, ossia circa 33 fuochi che moltiplicato per 6, otteniamo: 33 fuochi x 6 (persone per fuoco) = 198 abitanti. Da quando sopra esposto è possibile tentare una stima del totale di abitanti; aggiungendone un 10 % di quelli non considerati nella tassazione focatica, arriviamo ad un numero complessivo di circa 220 anime.”.
Nel 1 dicembre 1271, re Carlo I d’Angiò chiede una tassa per ogni paese del basso Cilento
A causa delle operazioni militari della guerra del ‘Vespro’, la guerra intrapresa dagli Aragonesi che volevano conquistare il Regno di Napoli angioino. In un mio studio (1) che pubblicavo nel 1987, scrivevo: “Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. “(1). Il piccolo borgo marinaro di Sapri, subì notevoli danni, tanto che Sapri, non compare su un documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i ‘fuochi’ dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Il Carucci (…) e Del Mercato (…), riportano interessanti documenti dell’epoca angioina. Il Carucci (…) nel suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo, cita un interessantissimo documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina e che il Del Mercato (…), riporterà più tardi in stralcio. Il Del Mercato (5), scriveva in proposito: “Per quantificare l’entità dei danni, prodotti dalla Congiura e dalle operazioni militari, basti pensare che in un documento del 1271, relativo alle terre del Regno, la cui popolazione era diminuita, è citato il Cilento che risultava avereuna popolazione di 110 fuochi (5)“. Infatti, nel documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (12) e dal Del Mercato (13), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie). Il Carucci (12), nel suo pregevole studio, il vol. I, “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), del suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (12), a p. 400 e s., scriveva in proposito al documento: “1271, (a. VII di Carlo d’Angiòre di Sicilia)” (riferendosi a re Carlo I d’Angiò), “, XV indizione, 1 dicembre, Napoli. Carlo d’Angiò ordina l’esazione dei residui della tassa sui fuochi imposta per l’anno della XII indizione, e il 1° dicembre 1271 manda al giustiziere del Principato e della Terra Beneventana la cedola dei fuochi delle due provincie. Dell’odierna provincia di Salerno sono nella cedola notati i seguenti paesi: Pissotta 27 (Pisciotta), Cuculum 477 (Cuccaro vetere ?), S. Severinus de Camerota 9 (S. Severino di Camerota), Cornetum 2 (Corneto), Camarota 77 (Camerota), Rofranum 2 (Rofrano), Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88 (Roccagloriosa), S. Johannes ad Pirum 6 (S. Giovanni a Piro), Policastrum 124 (Policastro).“. Poi, come possiamo vedere dall’immagine ivi, postillava: “Napoli, archivio di Stato, reg. ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, ed. MINIERI-RICCIO, Il regno di Carlo I, ecc. p. 41”e alla sua nota (3), postillava: ” V. l’elenco di tutti i paesi del Principato Citra nel 3° vol. in un doc. del 9 Agoso 1299″. A causa delle operazioni militari della guerra del ‘Vespro’, la guerra intrapresa dagli Aragonesi che volevano conquistare il Regno di Napoli angioino, il piccolo porticciolo di Sapri, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare tanto che, Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Infatti, nel documento tratto dalla Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (…) e dal Del Mercato (….), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi (focolai, famiglie): “…Cedola de focolaribus que inveniuntur diminuta per collationemfactam: ( riportiamo solo i centri del Golfo di Policastro) San Severinus de Camerota 9, Cornetum 2, Camarota 77, Rofranum 2, Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88, Johannes ad Pirum 6, Policastrum.” (…). Nel XIII secolo, alcuni centri del ‘basso Cilento‘ come Policastro e la baia ed il porto naturale di Sapri, subìrono notevoli danni. Infatti, Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina, datato 1271 (…), riportato in stralcio dal Carucci (…) e dal Del Mercato (…), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie): “…Cedola de focolaribus que inveniuntur diminuta per collationem factam: (riportiamo solo i centri del Golfo di Policastro) San Severinus de Camerota 9, Cornetum 2, Camarota 77, Rofranum 2, Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88, Johannes ad Pirum 6, Policastrum 124” (…). Il maniero dei Sanseverino a S. Severino di Centola (SA), grazie alla sua posizione strategica fece sì che durante la guerra del Vespro diventasse teatro di guerra, in particolare innumerevoli sofferenze soffrì la popolazione per le scorrerie degli Almugaveri, tanto che nel 1291 per disposizione di Carlo I d’Angiò, l’attuale paese di S. Severino di Centola, assieme ad altri centri del Cilento, venne esentato dal pagamento delle tasse. La tradizione orale parla con riferimento a questo triste periodo di un grande battaglia nella valle del Mingardo, con grande numero di morti e feriti, scontro che portò alla caduta di San Severino e alla sua presa da parte degli Aragonesi. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. La baia naturale di Sapri, ha sempre costituito un approdo sicuro e naturale alle imbarcazioni di una certa portata ed il suo piccolo porticciolo, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro, che era porto franco, riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare. In un mio studio (1) che pubblicavo nel 1987, scrivevo: “Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri.”(1). Il piccolo borgo marinaro di Sapri, subì notevoli danni, tanto che Sapri, non compare su un documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i ‘fuochi’ dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Il Carucci (…) e Del Mercato (…), riportano interessanti documenti dell’epoca angioina. Il Carucci (…) nel suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo, cita un interessantissimo documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina e che il Del Mercato (…), riporterà più tardi in stralcio. Il Del Mercato (5), scriveva in proposito: “Per quantificare l’entità dei danni, prodotti dalla Congiura e dalle operazioni militari, basti pensare che in un documento del 1271, relativo alle terre del Regno, la cui popolazione era diminuita, è citato il Cilento che risultava avereuna popolazione di 110 fuochi (…)“. Infatti, nel documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (…) e dal Del Mercato (…), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie). Il Carucci (…), nel suo pregevole studio, il vol. I, “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), del suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (…), a p. 400 e s., scriveva in proposito al documento: “1271, (a. VII di Carlo d’Angiòre di Sicilia)” (riferendosi a re Carlo I d’Angiò), “, XV indizione, 1 dicembre, Napoli. Carlo d’Angiò ordina l’esazione dei residui della tassa sui fuochi imposta per l’anno della XII indizione, e il 1° dicembre 1271 manda al giustiziere del Principato e della Terra Beneventana la cedola dei fuochi delle due provincie. Dell’odierna provincia di Salerno sono nella cedola notati i seguenti paesi: Pissotta 27 (Pisciotta), Cuculum 477 (Cuccaro vetere ?), S. Severinus de Camerota 9 (S. Severino di Camerota), Cornetum 2 (Corneto), Camarota 77 (Camerota), Rofranum 2 (Rofrano), Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88 (Roccagloriosa), S. Johannes ad Pirum 6 (S. Giovanni a Piro), Policastrum 124 (Policastro).“. Poi, come possiamo vedere dall’immagine ivi, postillava: “Napoli, archivio di Stato, reg. ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, ed. MINIERI-RICCIO, Il regno di Carlo I, ecc. p. 41″e alla sua nota (3), postillava: ” V. l’elenco di tutti i paesi del Principato Citra nel 3° vol. in un doc. del 9 Agoso 1299″.
(Fig….) Documento (…) d’epoca Angioina, del 1271, pubblicato dal Carucci (…) e citato dal Del Mercato (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.
Il Carucci (…), trae il documento (…) dal Minieri-Riccio (…), che lo pubblicava a p. 41 (Fig…). Il Minieri-Riccio, nel documento (…), in questione che pubblicò nel 1852, scriveva in proposito come si può leggere nell’immagine di Fig….: “1 Dicembre. Ivi. Re Carlo ordina a Gualtiero di Collepietro Giustiziere di Principato e Terra Beneventana, di raccogliere il residuo della esazione de’ fuocolari dell’anno della 12° indizione, ed all’uopo gli manda la ‘Cedola de focolaribus quae invenientur diminuita per collactionem factam de quaternis particularibus generalis subventionis ad quaternos de focolaribus pro quibus subscripte terre et loca tenentur ad rationem de augustali uno proquo libet foculari pro primo et secundo mense sub magistratu Gualterii de Collepetro Iustidiarii Principatus et Terre Beneventane in anno XII Indictionis. Le quali terre sono: Ecc…per i seguenti focolari:” ed elenca i centri con la nota (172)(…). I paesi con i relativi corrispondenti focolari registrati che riguardano le nostre terre, sono: “Cilento f. 110. on. 27 t. 15, Pisciotto f. 27. on. 6. t. 22 1/2, Alfano f. 3 t. 22 1/2, Cucculo f. 477. on. 119. t. 7 1/2, S. Severino di Cammarota f. 9. on. 2. t. 7 1/2, Cammarota (Camerota) f. 77. on. 19. t. 7 1/2, Corneto f. 2. t. 15, Tropano f. 3 t. 22 1/2, Rofrano f. 2. t. 15, Sansa f. 33. on. 8. t. 7 1/2, Padula f. 78. on. 19 t. 15, Rocca Gloriosa f. 88. on. 22., S. Giovanni a Piro f. 6. on. 1. t. 15, Policastro f. 124. on. 31.”. Poi aggiunge: “Et pro secundo mense in subscriptis terris ribelibus de prescriptis videlicet: – Policastro f. 124 ecc..”(26).
(Figg….) Stesso documento Angioino del 1271 (…), pubblicato Minieri-Riccio Camillo (…), nel suo ‘Il Regno di Carlo I d’Angiò negli anni dal 1271 ecc…’ , pp. 41 e s., dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano
Il documento Angioino (…) è stato citato da Del Mercato Pier Francesco, Infante A. (…), Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (25). Il Del Mercato, (…), dice a p. 39, nota (25) che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”.
(Figg….) Documento (…) d’epoca Angioina, del 1271, pubblicato dal Del Mercato (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.
Nel documento angioino, alcuni centri non vengono citati ma è chiaro che il piccolo centro costiero di Sapri che aveva il porto, rientrava nella popolazione di Policastro che non aveva un porto ma era centro demaniale o porto franco essendo più importante segnato sulle carte nautiche dell’epoca in rosso. Il centro di Sapri e la sua popolazione, con la sua ampia baia naturale, essendo il porto o scalo marittimo di Policastro, pur non figurando nel documento angioino, aveva subito una sensibile diminuzione della popolazione e diversi danni, come è accaduto per gli altri centri. Sapri, nel XIII secolo, pur non figurando nel documento era un piccolo centro con il suo porto al servizio del centro demaniale e regio di Policastro. Infatti, è probabile che intorno ai primi decenni del ‘300, la presenza genovese nella zona, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca, come poi vedremo. Forse a quei tempi, le strutture portuali e l’ampia baia naturale di Sapri, costituivano il ‘Portus saprorum‘ di Policastro (…).
Nel 1277, i dati demografici attraverso i ‘Cedolaria’ Angioini
Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 35, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Dai ‘Cedolari Angioini’ del 1277 si possono rilevare i dati demografici della popolazione del paese, ma questi sono da ritenersi largamente approssimativi, poichè trattasi di rilevamenti ai fini fiscali. Nel calcolo non si prendevano in considerazione varie categorie di abitanti, come i nobili, gli ecclesiastici ed i militari.”.
Nel 1270, vengono occultati i fuochi per il censimento
Da un documento angioino in cui si rileva l’occultamento di sei fuochi (12), per cui l’ordine di pagamento all’università di un’oncia e 15 tarì. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (12), postillava che: “(12)Cfr. ad Agropoli.”.
Nel 15 novembre 1306, Roberto d’Angiò
Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, nel vol. I, nel cap. III: “Classi e conflitti sociali”, a p. 280 in proposito scriveva che: “Gli appaltatori della gabella “auripellis, tintorie sete et cuculli” di Salerno, affermano, sula fine del 1306, che i neofiti Salernitani, hanno deciso di assumere alcuni detestabili atteggiamenti in pregiudizio grave dei gabellieri, e quindi del pubblico erario, esercitando “segretamente nelle loro case l’arte loro e incettando gran quantità di seta, per tutto il Salernitano fino a Policastro, per rivenderla alla fiera di S. Matteo, liberamente in frode dei diritti fiscali” (4).”. Il Caggese, a p. 280 del vol. I, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Reg. Ang., n. 164, c. 84-84t, 15 novembre 1306: “…..condixerunt setam et cucculum ecc…ecc..”.
Nel 1308, il ‘castrum Turricelle’ (Tortorella)
Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, e dell’unione di Ilaria di Lauria e Tommaso Sanseverino, in proposito scriveva che: “Del ‘castri Turricelle’ viene fatto menzione anche nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, raccolta delle decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto fino a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.“. Nicola Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38) postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di ) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana- 1948, pag. 479.”.
Nel 1310, i dati demografici ecclesiastici delle decime vesate dai Vescovi attraverso i ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae
Nicola Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Del ‘casti Turticelle’ viene fatto menzione anche nel Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”.
Foglio 250 IN EPISCUPATU POLICASTRENSI (38)
Mensa episcopalis policastrensis valet unc. XXV solvit unc. II.
Presbiteri et clerus policastrensis ecclesie tar. XII
Archidiaconus policastrensis pro bonis, que habet in Rocca gloriosa, que valent unc. II tar. VII, tar. III gr. XV
Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”.
Nel 1320, i dati demografici attraverso il “Generalis Subventio Angioino”
Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 35, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Nel ‘Generalis Subventio Angioino’ del 1320 vengono riportati per ciascuna “università”, ovvero per ogni attuale comune della provincia di Salerno, i valori dell’imposta applicata in proporzione al numero dei nuclei familiari e del loro reddito. Ogni nucleo familiare rappresentava un “fuoco”. Per risalire dal dato finanziario espresso in moneta del tempo, ossia “Once”, “Tari” e “Grana” a quello del numero dei fuochi, occorre adottare un moltiplicatore pari a circa 35 grani che rappresentava la tassazione focatica per ogni nucleo familiare di un piccolo centro come il nostro paese. Poichè ogni fuoco era composto da 6 persone è possibile ricavare il numero degli abitanti. Dal predetto documento si ricava che Torraca (e quindi anche il territorio di Sapri che ne faceva parte) nel 1320 veniva tassato per 1 oncia, 27 tarì e 10 grana. Poichè: 1 Oncia = 30 Tari = 600 Grana, nel nostro caso si ha per 1.27.10 1 Oncia = 600 Grana; 27 Tari = 540 Grana; 10 Grana = 10 Grana; Tot. = 1.150 Grana. Come si è già precisato, ogni fuoco era tassato con 35 Grana, si ottiene così: 1.150: 35 =32,86, ossia circa 33 fuochi che moltiplicato per 6, otteniamo: 33 fuochi x 6 (persone per fuoco) = 198 abitanti. Da quando sopra esposto è possibile tentare una stima del totale di abitanti; aggiungendone un 10 % di quelli non considerati nella tassazione focatica, arriviamo ad un numero complessivo di circa 220 anime.”. Il prelievo dell’imposta diretta rappresenta un tassello importante della politica fiscale angioina. La generalis subventio o colletta fu formalmente richiesta come tassazione straordinaria per la difesa del Regno ; tuttavia per la frequenza dell’esazione, essa si configurò, sostanzialmente, come un vero e proprio tributo ordinario e annuale. Nel solco dei cambiamenti già apportati dalla monarchia normanno-sveva, furono i primi due sovrani angioini, Carlo I e Carlo II, a intervenire nel sistema fiscale, precisando più compiutamente le funzioni degli ufficiali preposti alla riscossione dell’imposta e le procedure legate al prelievo. Le pratiche fiscali messe in atto nel corso del XIII secolo sono state ampiamente studiate nei lavori di Romolo Caggese, Giuseppe Galasso, Jean-Marie Martin, Serena Morelli e Giovanni Vitolo. Meno note sono invece le situazioni che si vennero a creare con i sovrani successivi, i quali non intervennero in maniera significativa in ambito fiscale, ma adottarono la politica già tracciata dai loro predecessori, declinandola secondo i contesti e le contingenze. Il presente lavoro si propone, pertanto, di offrire una panoramica sulle diverse modalità di applicazione del prelievo diretto nelle ancora poco studiate periferie del regno tra XIV e XV secolo, soffermandosi in particolare sulle due province di Terra di Bari e di Terra d’Otranto, sulla scorta della documentazione offerta dai Registri ricostruiti della Cancelleria Angioina, dai Libri Rossi e dai Codici Diplomatici. Verranno presi in considerazione alcuni interessanti aspetti dell’amministrazione fiscale : le competenze degli ufficiali preposti alla riscossione ; la serrata contrattazione tra la monarchia e le università ; le concessioni di riduzioni e remissioni di una parte o dell’itera somma da versare e infine la ripartizione dell’onere fiscale all’interno delle comunità.
L’indagine demografica ed i primi censimenti della popolazione in epoca Aragonese
L’indagine demografica ci permette di procedere ad attendibili verifiche sull’andamento della popolazione. Inoltre, l’indagine effettuata attraverso la raccolta e lo studio delle fonti fiscali, eseguita sul controllo focatico, resta però il metodo più utilizzato. Le numerazioni focatiche ed il censimento erano “una specie di calcolo statistico sullapercentuale di reddito medio da esigere per ogni abitante“ (3) per cui, anche se costituisce una fonte approssimativa, esso ci permette di poter rilevare l’andamento demografico nei vari anni. Purtroppo oggi possiamo utilizzare solo pochi frammenti pervenutici dopo le note vicende belliche del 1943. Esistono le cifre dei fuochi, per ciascun centro abitato del Regno, per gli anni 1532, 1545, 1561, 1595, 1648, 1669, che non furono condotti ostiatim, ma furono redatti in base alle informazioni che furono forniti dai Baroni e dalle Università sui fuochi ad essi soggetti. La numerazione dei fuochi che ebbe inizio in seguito alla convenzione stipulata tra Alfonso I d’Aragona ed i Baroni durante il Parlamento tenutosi nel 1443. I primi censimenti, secondo la numerazione dei fuochi (nuclei familiari) si ebbero fin dagli anni 1443, durante il regno di Alfonso I d’Aragona. Nel periodo aragonese ebbero luogo diversi censimenti volti ad accertare il numero dei nuclei familiari (fuochi) allo scopo puramente fiscale e militare (3). I più importanti censimenti furono quelli del 1443 , 1472, 1489 e quello del 1508, nel periodo del Viceregno Spagnolo (4). Nel 1975, lo studioso Mario Vassalluzzo (9), sulla scorta di precenti studi del Silvestri (3), pubblicò un interessante saggio ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, da cui abbiamo tratto alcune interessanti considerazioni. Il Vassalluzzo, scriveva in proposito: “Innanzitutto occorre notare che i primi censimenti, secondo la numerazione dei ‘fuochi’ (così si denominarono i nuclei familiari fino al XVIII secolo), si ebbero fin dall’anno 1443, durante il Regno di Alfonso I d’Aragona. Essendo, però, tale indagine volta ad accertare il numero dei nuclei familiari allo scopo puramente fiscale o militare, essa non potrà fornire di certo che dati approssimativi, ma sempre utilissimi a quanti vogliono rendersi conto del cammino compiuto dall’uomo attraverso i secoli. Nel periodo della dominazione aragonese, che si protrasse per circa sessanta anni, ebbero luogo varie numerazioni. Le più importanti furono quelle rilevate negli anni 1443, 1472, e 1489.”.Infatti, il Silvestri (3), in un suo pregevole studio sulla popolazione del Cilento in epoca Aragonese, scriveva: “I censimenti della popolazione del Regno di Napoli, attuati col sistema della numerazione dei focolari, trassero origine dalla convenzione intercorsa tra Alfonso I d’Aragona ed i baroni del parlamento del febbraio-marzo 1443. Scopo precipuo dell’indagine demografica, adottata in tal modo da circa tre secoli, fu di accertare la reale esistenza dei nuclei familiari in tutte le terre abitate per imporre ad essi l’annuo tributo di un ducato, in luogo di quanto precedentemente si riscuoteva con l’incerto sistema delle collette (33).”.Mario Vassalluzzo (9), nel 1975, sulla scorta di precenti studi del Silvestri (3), pubblicò un interessante saggio ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, riguardo al periodo del Viceregno Spagnolo del Regno di Napoli:
(Fig. 5) ‘Tavola sulla popolazione dei centri costieri cilentani dal XV al XVI secolo’ – tratta da Vassalluzzo M., op. cit. (27).
Dalla tavola del Vassalluzzo desumiamo che nel censimento focatico del 1489, troviamo solo i dati della popolazione di Agropoli, Catellabate, Montecorice, Pollica e, Casalvelino. Stessa cosa per il dati del censimento del 1508.
Nel 1443, con Alfonso I d’Aragona, il primo censimento focatico della popolazione
Nel 1975, lo studioso Mario Vassalluzzo (…), sulla scorta di precenti studi del Silvestri (…), pubblicò un interessante saggio ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, da cui abbiamo tratto alcune interessanti considerazioni. Il Vassalluzzo, scriveva in proposito: “Oggi per nostra fortuna, se siamo in possesso di dati demografici per il sessantennio aragonese e per il primo censimento vicereale, lo dobbiamo alla pazienza e alla solerzia di Alfonso Silvestri (…), il quale raccogliendo in volume le carte risparmiate dalla distruzione che subì l’Archivio di Stato di Napoli nell’ultima guerra, ha messo alla portata di tutti la ‘Numeratio terre Castris Abbatis Casalibus’, dalla quale attingiamo le notizie dei fuochi del periodo Aragonese e del primo censimento vicereale, limitatamente ai Casali dipendenti al Castello dell’Abate, e la ‘Numerazione Rocce Cilenti cum Casalibus’”. Ebner (…), però, sempre a p. 592, aggiungeva che: “La contea di Policastro, avocata al fisco per fellonia, dopo l’arresto e la decapitazione di Antonello venne poi concessa da re Ferdinando (25 ottobre 1496) a Giovanni Carafa.”. Dunque, in seguito ai fatti della “Congiura dei Baroni”, la contea di Policastro ed il porto di Sapri, sarebbero appartenuti ai Petrucci solo fino al 1496, quando re Ferrante d’Aragona la concede in feudo ai Carafa che la possedettero fino alla fine del ‘700. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, sulla scorta dell’Ebner (…), a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “L’anno prima che Amerigo fosse nominato Conte di Capaccio iniziava la dominazione Aragonese (1442-1504) nel Regno di Napoli. Uno dei primi atti della nuova dinastia fu il primo censimento generale del Regno (1443) basato sui ‘fuochi’ ecc..ecc..”. Nel 1975, lo studioso Mario Vassalluzzo (…), sulla scorta di precenti studi del Silvestri (…), pubblicò un interessante saggio ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, da cui abbiamo tratto alcune interessanti considerazioni. Il Vassalluzzo, scriveva in proposito: “Innanzitutto occorre notare che i primi censimenti, secondo la numerazione dei ‘fuochi’ (così si denominarono i nuclei familiari fino al XVIII secolo), si ebbero fin dall’anno 1443, durante il Regno di Alfonso I d’Aragona. Essendo, però, tale indagine volta ad accertare il numero dei nuclei familiari allo scopo puramente fiscale o militare, essa non potrà fornire di certo che dati approssimativi, ma sempre utilissimi a quanti vogliono rendersi conto del cammino compiuto dall’uomo attraverso i secoli. Nel periodo della dominazione aragonese, che si protrasse per circa sessanta anni, ebbero luogo varie numerazioni. Le più importanti furono quelle rilevate negli anni 1443, 1472, e 1489.”. Mario Vassalluzzo (…), nel 1975, nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, riportava un interessante ricerca sulla ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, Cap. V, p. 207 e s., pubblicava un interessante prospetto sui dati demografici della popolazione dei centri che vediamo elencati dal 1489 (i dati del Silvestri), del 1508, ecc…ecc…:
(Fig….) Tavola sulla popolazione dei centri costieri cilentani dal XV al XVI secolo – tratta da Mario Vassalluzzo, op. cit. (…).
Infatti, il Silvestri (…), in un suo pregevole studio sulla popolazione del Cilento in epoca Aragonese, scriveva: “I censimenti della popolazione del Regno di Napoli, attuati col sistema della numerazione dei focolari, trassero origine dalla convenzione intercorsa tra Alfonso I d’Aragona ed i baroni del parlamento del febbraio-marzo 1443. Scopo precipuo dell’indagine demografica, adottata in tal modo da circa tre secoli, fu di accertare la reale esistenza dei nuclei familiari in tutte le terre abitate per imporre ad essi l’annuo tributo di un ducato, in luogo di quanto precedentemente si riscuoteva con l’incerto sistema delle collette (…).”.
Nel 1483, la tassazione del ‘Liber rationum’
(…) Il ‘Liber rationum’ del 1483 consente di accertare la consistenza dello ‘Stato’ di Sanseverino, formato dalle seguenti località, città e terre: Rocca Imperiale, difesa di Tresaie, Noia, Colobraro, Garaguso, Atena, Polla, Salerno, Castellabate, Sala, Marsico, San Severino, Agropoli, difesa di San Teodoro, Cilento. La gran parte delle entrate (provenienti dalle rendite agrarie e dai ricavi dell’allevamento) era assorbita da spese correnti (lavori, salari, manutenzione), ma un sostanzioso impegno finanziario era costituito dall’armamento di galee (in parte ammortizzato da assegnazioni e prestiti) e dalla cura di fortificazioni e difese terrestri, che Sanseverino teneva sempre in efficienza. Nei feudi l’amministrazione fu affidata anche a competenti ufficiali stranieri, come esattori e fattori legati ai banchieri fiorentini Strozzi. In effetti il controllo sugli aspetti economici e finanziari fu rigoroso: Raffaele Colapietra (1999) ha visto nella gestione di Sanseverino un modello di «ruralizzazione tardofeudale», che investì in particolar modo il Cilento: ad Agropoli, ad esempio, egli concesse (1483) capitoli che rappresentano un evidente tentativo di circoscrivere l’iniziativa locale. Forti invece le resistenze a Salerno, dove l’attività commerciale e finanziaria si mantenne fiorente – alla fiera del 1478 presero parte ancora molti operatori, anche forestieri –, supportata oltretutto dalle politiche della monarchia.
Nel 1447, il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’
Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “….nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria ecc..“. Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Stessa cosa scriveva Fernando La Greca (…) nel saggio scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, che illustrava una delle carte scoperte da Ferdinando Galiani (…) a Parigi e conservate alla Biblioteqhe Nationale di Francia a Parigi. Si tratta della carta collocata “Carteset Plans, GE AA 1305-6, part. e GE AA 1305-6, part.”. Il La Greca (…) a p. 47, in proposito scriveva che: “In generale per una verifica dell’antichità dei toponimi, possiamo utilmente consultare il ‘Codex Diplomaticus Cavensis (66) con testi e atti dal 792; …..La Statistica del Regno (69) del 1444, di epoca aragonese, con un elenco di feudatari e di terre; il ‘Liber Focorum Regni Neapolis (70), datato 1447, con l’elenco dei feudi dei paesi e dei fuochi ; la numerazione dei fuochi di Castellabate e Rocca Cilento con i suoi casali (71), del 1489, dettagliata ma riguardante solo una parte del principato Citra; il diario di Joampiero Leostello che segue passo passo, dal 1489 al 1491, gli spostamenti di Alfonso Duca di Calabria (72).”. Riguardo il ‘Liber focorum ecc..’, il La Greca (…) a p. 47, nella sua nota (70) postillava che: “(70) G. Da Molin, La popolazione del Regno di Napoli a metà Quattrocento (Studio di un focolario Aragonese), Bari, 1979, in sigla L.F.”. Secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della conte dei Sanseverino di Lauria. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza.
(Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova
Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), ecc…A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447), ecc..”. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale manoscritto che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Ad ogni centro corrisponde di solito una numerazione di fuochi ed una imposizione fiscale, ma talvolta sono riportati anche dati demografici e fiscali riferibili a una rilevazione precedente. La fonte, che non reca alcuna indicazione di tempo, si limita a suggerire con un est e un erat i dati coevi alla redazione del documento e quelli relativi a un periodo antecedente. Sposando la cronologia proposta da Fausto Cozzetto, uno studioso che alcuni decenni fa si è occupato dell’edizione della fonte, collochiamo la stesura del documento tra il 1449 e il 1456 e sosteniamo che la più antica tassazione risale al 1447 e la più recente al 1449 calcolata, però, sui dati demografici del 1443. Cozzetto, infatti, spiega che nel 1449, “in cambio dell’aumento delle funzioni fiscali, l’amministrazione aragonese concesse il ritorno ad una base d’esazione più bassa, quella appunto del 1443” (Cozzetto, p. 22). Dall’analisi del documento si ricavano anche altre informazioni: una croce anteposta al nome dell’università indica le sedi vescovili, mentre le lettere T.M. che seguono il toponimo, designano le Terre Mamalia ossia, come spiega la fonte stessa, le Terre Materne o “loca dicata aut propria matribus hoc est Reginis” (c. 92r). All’elenco delle università seguono, inoltre, due appendici, una relativa alla geografia ecclesiastica del Regno (in cui sono elencate le arcidiocesi con le diocesi ad esse suffraganee); l’altra costituita da un elenco di terre che il documento definisce sconosciute, disabitate o poco abitate, con i relativi dati fiscali (ma non quelli demografici), organizzati per province ma non per circoscrizioni feudali o demaniali. Si rimanda ad un successivo aggiornamento il caricamento delle elaborazioni cartografiche. Sicuramente i 40 fogli manoscritti, conservati a Genova, costituivano il registro generale della Numerazione, mentre tutte le numerazioni comunali sono andate perdute. Queste 40 pagine manoscritte sono state, ignorate per secoli. Solo nel 1979 è stata pubblicata ”La popolazione del Regno di Napoli a metà quattrocento (Studio di un focolario aragonese)” da Giovanna Da Molin, attualmente professore ordinario di Demografia Storica e Sociale e di Storia Moderna nell’Università di Bari mentre un’altra pubblicazione è stata edita nel 1986 “Mezzogiorno e demografia nel secolo XV” di Fausto Cozzetto, attualmente professore associato di Storia Moderna nell’Università di Calabria. Dal momento che per alcune terre sono riportati due dati il primo indicato come “erat” (era), l’altro come “est” (è), sembra che il documento citi con “erat” i dati del 1443 e con “est” quelli del 1447, periodo in cui regnava a Napoli Alfonso I d’Aragona, detto il Magnanimo, che nel 1443 ordinò che fosse eseguita la prima delle numerazioni dei fuochi. Nel documento sono riportate tutte le Terre (città e casali, anche quelli abbandonati), tutte le province del regno, tutti i feudi con relativi possessori, le diocesi, le arcidiocesi, il numero dei fuochi e la tassazione. Un altro interessante ed utile documento che possiamo utilizzare per attingere notizie storiche è il ‘Liber rationum’ del 1483 consente di accertare la consistenza dello ‘Stato’ di Sanseverino, formato dalle seguenti località, città e terre: Rocca Imperiale, difesa di Tresaie, Noia, Colobraro, Garaguso, Atena, Polla, Salerno, Castellabate, Sala (Consilina), Marsico, San Severino, Agropoli, difesa di San Teodoro, Cilento. La gran parte delle entrate (provenienti dalle rendite agrarie e dai ricavi dell’allevamento) era assorbita da spese correnti (lavori, salari, manutenzione), ma un sostanzioso impegno finanziario era costituito dall’armamento di galee (in parte ammortizzato da assegnazioni e prestiti) e dalla cura di fortificazioni e difese terrestri, che Sanseverino teneva sempre in efficienza. Nei feudi l’amministrazione fu affidata anche a competenti ufficiali stranieri, come esattori e fattori legati ai banchieri fiorentini Strozzi. In effetti il controllo sugli aspetti economici e finanziari fu rigoroso: Raffaele Colapietra (1999) ha visto nella gestione di Sanseverino un modello di «ruralizzazione tardofeudale», che investì in particolar modo il Cilento: ad Agropoli, ad esempio, egli concesse (1483) capitoli che rappresentano un evidente tentativo di circoscrivere l’iniziativa locale. Forti invece le resistenze a Salerno, dove l’attività commerciale e finanziaria si mantenne fiorente – alla fiera del 1478 presero parte ancora molti operatori, anche forestieri – supportata oltretutto dalle politiche della monarchia. Ancora, utili documenti fiscali e non per la ricostruzione storica di alcuni centri del ‘basso Cilento’, possono essere rappresentati dai ‘Quinternioni’, tratti dalle Cancellerie Angioina e Aragonese per gran parte conservati all’Archivio di Stato di Napoli e presso alcuni Archivi privati, non del tutto conosciuti e studiati.
Nel 1455, la tassazione nel ‘Liber Focorum Regni Neapolis’
Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), ecc…A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447), ecc..”. Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Ad ogni centro corrisponde di solito una numerazione di fuochi ed una imposizione fiscale, ma talvolta sono riportati anche dati demografici e fiscali riferibili a una rilevazione precedente. La fonte, che non reca alcuna indicazione di tempo, si limita a suggerire con un est e un erat i dati coevi alla redazione del documento e quelli relativi a un periodo antecedente. Sposando la cronologia proposta da Fausto Cozzetto, uno studioso che alcuni decenni fa si è occupato dell’edizione della fonte, collochiamo la stesura del documento tra il 1449 e il 1456 e sosteniamo che la più antica tassazione risale al 1447 e la più recente al 1449 calcolata, però, sui dati demografici del 1443. Cozzetto, infatti, spiega che nel 1449, “in cambio dell’aumento delle funzioni fiscali, l’amministrazione aragonese concesse il ritorno ad una base d’esazione più bassa, quella appunto del 1443” (Cozzetto, p. 22). Dall’analisi del documento si ricavano anche altre informazioni: una croce anteposta al nome dell’università indica le sedi vescovili, mentre le lettere T.M. che seguono il toponimo, designano le Terre Mamalia ossia, come spiega la fonte stessa, le Terre Materne o “loca dicata aut propria matribus hoc est Reginis” (c. 92r). All’elenco delle università seguono, inoltre, due appendici, una relativa alla geografia ecclesiastica del Regno (in cui sono elencate le arcidiocesi con le diocesi ad esse suffraganee); l’altra costituita da un elenco di terre che il documento definisce sconosciute, disabitate o poco abitate, con i relativi dati fiscali (ma non quelli demografici), organizzati per province ma non per circoscrizioni feudali o demaniali. Si rimanda ad un successivo aggiornamento il caricamento delle elaborazioni cartografiche.
(Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (Archivio Storico e Digitale Attanasio)
Nel 1455, la popolazione di Torraca ed il suo territorio
Secondo Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura dei Baroni’, a p. 39, in proposito all’epoca aragonese scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV sec., Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che venivano tassati.”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), che nel 1445 Francesco Sanseverino era duca di Scalea, 3° Conte di Lauria e signore di Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Verbicaro, Trebisacce, Laino, Orsomarso. A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria.”. Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Dunque, secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della conte dei Sanseverino di Lauria. Il Malamaci però, sulla scorta del Gaetani si ferma al secolo XVI quando si hanno notizie dei baroni di Torraca che acquistano il feudo o il suffeudo. Stessa cosa devo dire per Pietro Ebner (…), che nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Torraca all’epoca Aragonese non riporta significative notizie. Oltre alle notizie demografiche della popolazione di Torraca e del suo territorio per l’epoca aragonese riportate dal Mallamaci sula scorta del ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova, notizie di Torraca, del suo territorio e del porto di Sapri, si hanno a partire dal 1500 in poi. Tuttavia, una notizia che riguarda il territorio saprese incluso nel suffeudo di Torraca all’epoca post-angioina e della metà del ‘400 è quella della citazione di un cimitero di fanciulli a “S. Fantino“, grancia dell’Abbazia di S. Giovanni a S. Giovanni a Piro, una grancia oggi scomparsa ma che probabilmente esisteva nel territorio saprese anche grazie alla presenza del porto da cui partivano le barche per i traffici dei monaci dell’Abbazia. La citazione viene nell’art. 41 degli Statuti del 1466 dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro redatti dall’allora Abate Commendatario dell’Abbazia Teodoro Gaza nel 1466. L’articolo n° 41, forse è uno di quelli aggiunti dagli altri abbati commendatari proprio in epoca aragonese. Oltre a questa notizia di cui parlo innanzi vi è l’altra dell’anno 1481 della bolla vescovile di Gabriele Guidano che concesse la costruzione di una cappella nel teritorio saprese allora unito a quello di Torraca.
Nel 1485, la tassazione ecclesiastica nel ‘Liber taxarum’
Il Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, ‘Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211.
I censimenti durante il Viceregno
Nel mio studio “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, a pp. 19-20, ed in altri miei studi come “I villaggi deserti del Cilento”, pubblicato sulla rivista “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16, in proposito all’andamento demografico della popolazione di Sapri nel tempo, scrivevo che: “Dall’epoca del Regio decreto del 1871, nella Italia unita, si sono avuti 13 censimenti. Operando un confronto anime-fuochi per gli anni tra il 1648 ed il 1669, saremo in grado di stabilire, sia pure approssimativamente, l’entità del calo demografico subìto da queste popolazioni e dovuto principalmente alla peste che investì il Regno di Napoli nel 1656 e nel 1664. Per il 1500 utilizzeremo il moltiplicatore 5, proposto dal Galanti (136), e dal Silvestri (137); per il 1648, non andremo al di là del 4,5; ed infine per il 1669, adotteremo il 6. E’ chiaro che per quanto possano apparire sospette e discutibili le cifre, il ‘500, fù secolo di crescita, mentre il ‘600 fu secolo di calo demografico. Il Villani (138), in proposito così scrive: “la numerazione del 1595 registra il culmine dell’espansione demografica”: Nel nostro caso, si registra una sensibile ripresa dal 1532 al 1545 (si registra oltre il doppio della popolazione); mentre, si ha uno spopolamento nel 1561, a cui segue una ripresa nel 1595, che culmina nel 1648 e ha poi ancora uno spaventoso calo nel 1669 (139). Sapri non rifigura tra quei centri censiti per i soli anni 1648 e 1669, riportati dal Beltrano (140). I dati sulla popolazione di Sapri, dal 1532 al 1669, sono certamente quelli inseriti all’interno dei dati che riguardano l’Università di Torraca ( da cui dipendeva Sapri in quegli anni, essendo il suo territorio parte del feudo baronale), desunti dalla ” Tavola comparativa sulla distribuzione demografica dei centri costieri cilentani dal XV al XX secolo”, pubblicata dal Vassalluzzo (141) e i cui fuochi sono stati ricavati dal Giustiniani (142) e che per quanto riguarda Sa pri vanno dagli anni 1790 al 1971. A questi, aggiungiamo i dati sulla popolazione di Sapri degli anni 1714, 1719, 1761, 1794, 1795, ricavati da fonti storiografiche dell’epoca. Nella visita pastorale del Vescovo di Policastro De Robertis del 9 maggio 1714 “lo stato delle famiglie di Sapri nel 1714 segnava 345 anime, oltre tre case di Vibonati” (143). Sempre da un documento del Vescovo De Robertis, “nel 1719, il Porto di Sapri contava 414 abitanti “(ad numerum quatuor centum quattrordecim in simul cohabitantibus) (144). Nel 1761 le anime di Sapri ascendevano a 1131. Nel 1790, Sapri contava 1500 abitanti. Nel 1794, il Galanti, riferisce che Sapri contava 1423 anime. Nel 1795, secondo l’Alfano, Sapri contava 1465 anime. Riportiamo i dati relativi alla popolazione di Sapri, ricavati dai censimenti che dall’anno 1790 si sono tenuti ogni dieci anni sino al censimento del 1971:1790-1809-1811-1861-1871-1881-1901-1911-1921-1931-1936-1940-1948-1500-1455-1368-2018-1811-2352-2475-3490-4300-5145-4900-4608-5629e poi ancora quelli degli anni 1951,1961 e 1971, quando abbiamo rispettivamente 5825 e 6925 e 7430.”. Nel mio studio a p. 20, nella nota (136) postillavo che: “(136) Galanti G.M., Nuova descrizione storica e geografica del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1788.”. Nel mio studio a p. 20, nella nota (137) postillavo che: “(137) Silvestri A., op. cit.”. Nel mio studio a p. 20, nella nota (130) postillavo che: “(138) Villani P., Mezzogiorno tra riforme e rivoluzioni – La Tera, Bari, 1974, p. 96.”. Nel mio studio a p. 20, nella nota (139) postillavo che: “(139) Sono compresi sotto questa voce gli attuali Comuni di Celle di Bulgheria, Ispani, Santa Marina e Sapri, non censiti nei secoli scorsi perchè disabitati oppure inseriti nella popolazione di centri vicini perchè popolati da pochi individui.”. Nel mio studio a p. 20, nella nota (140) postillavo che: “(140) Beltrano O., Breve descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1671.”. Nel mio studio a p. 20, nella nota (141) postillavo che: “(141) Vassalluzzo M., op. cit.”. Nel mio studio a p. 20, nella nota (142) postillavo che: “(142) Giustiniani L., Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1802.”. Nel mio studio a p. 20, nella nota (143) postillavo che: “(143) Archivio Arcivescovile Bussentino,”Vsitatio De Robertis, 9 maggio 1714″: “Visitatis Acolytum Ianuarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras testimoniales ordiumium et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”, citata dal Gaetani R., op. cit. , p. 13.”. Nel mio studio a p. 20, nella nota (144) postillavo che: “(144) ibidem, bollarium, fol. 17, “Andreas Arcipiescopius De Robertis, dei et Apostolicae sedis gratia Episcopus Policastren, Baro etiam Terrarum Turris Ursaie, Castri Rogerii, Feudi Seleucii, etc.”. Operando un confronto anime-fuochi per gli anni tra il 1648 ed il 1669, saremo in grado di stabilire, sia pure approssimativamente, l’entità del calo demografico subìto da queste popolazioni e dovuto principalmente alla peste che investì il Regno di Napoli nel 1656 e nel 1664. Per il 1500 utilizzeremo il moltiplicatore 5, proposto dal Galanti (5) e, dal Silvestri (3); per il 1648, non andremo al di là del 4, 5; ed infine per il 1669, adotteremo il 6. E’ chiaro che per quanto possano apparire sospette e discutibili le cifre, il ‘500, fù secolo di crescita, mentre il ‘600 fu secolo di calo demografico. Il Villani (6), in proposito così scrive: “la numerazione del 1595 registra il culmine dell’espansione demografica“. Nel nostro caso, si registra una sensibile ripresa dal 1532 al 1545 (si registra oltre il doppio della popolazione); mentre, si ha uno spopolamento nel 1561, a cui segue una ripresa nel 1595, che culmina nel 1648 e ha poi ancora uno spaventoso calo nel 1669 (7).
(Fig. 8) La popolazione di centri del Basso Cilento tratta da: Attanasio F., “I villaggi deserti del Cilento”, studio pubblicato sulla rivista “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16.
Scrive sempre lo studioso Mario Vassalluzzo (9), nel 1975, sulla scorta di precenti studi del Silvestri (3), pubblicò un interessante saggio ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, riguardo al periodo del Viceregno Spagnolo del Regno di Napoli: “Durante il Viceregno, si continuò a censire gli abitanti sempre secondo il sistema dei ‘fuochi’, e la prima numerazione sotto gli Spagnoli, ebbe luogo nell’anno 1508. Questa rilevazione, confrontata con l’ultima del periodo aragonese, ci fornisce un indice di notevole decremento demografico. E la ragione di esso è da ricercarsi nel contesto delle guerre e delle pestilenze che, dal XIV al XV secolo, si succedettero senza tregua nel Regno di Napoli. Verso la metà del 1700, però, dandosi inizio ai primi censimenti modernamente intesi (anche se l’Italia dovrà attendere al 1861 per vedersi censita nella sua popolazione secondo il nuovo sistema), i dati fornitici sono molto più vicini alla realtà. Da allora, anche in forza del Regio Decreto del 20 giugno del 1871, integrato poi nel 1930 e 1951 da successive leggi, in Italia si sono avuti undici censimenti, abitualmente alla distanza di dieci anni uno dall’altro. E cioè: 1861, 1871, 1881 (non si ebbe nel 1991), 1901, 1911, 1921, 1931, 1936 (non si ebbe nel 1941), 1951, 1961, 1971 ecc…Per i dati del periodo che va dal 1545 all’anno 1811 abbiamo avuto a disposizione il Giustiniani (10), il Galanti (5), l’Alfano (18), il Marzolla (…), il Rizzi (17), il Gatto (…) e il Cassese (…). Le notizie riguardanti i dati dal 1828 al 1900 le abbiamo attinte dal Franciosa (…), dal Santoro (…) e dall’Annuario Statistico della Provincia di Salerno per il 1866 e il 1974 (…). Dal confronto delle cifre a nostra disposizione (vedi tavola comparativa che segue) sono scaturiti i seguenti dati: a) Fino al secolo XVI, per ragioni di sicurezza, gli abitanti sono accertati nei borghi posti sulle alture; b) nel secolo XVII a causa delle lotte, della miseria e delle pestilenze e della miseria si verificherà, tranne per Pollica e Centola, un abbassamento demografico rilevante, fino ad arrivare, nel 1669 (a 13 anni dalla violentissima peste del 1656), a vedere decimate le popolazioni; c) dal secolo XVIII, cessato ormai il periclo dei pirati, si constaterà un graduale e costante popolamento della zona litoranea ecc..”.
(Fig. 5) ‘Tavola sulla popolazione dei centri costieri cilentani dal XV al XVI secolo’ – tratta da Vassalluzzo M., op. cit. (27).
Nel 1988 (…) e poi nel 1995, pubblicai a stampa, uno studio dal titolo “I Villaggi deserti del Cilento”, dove facevo una disamina sull’indagine demografica dei piccoli centri del basso Cilento.
(Figg. 4) Attanasio F., “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13 (1).
L’andamento demografico della popolazione a Sapri
Come abbiamo cercato di dimostrare nei precedenti studi ivi pubblicati, pubblicando do-cumenti e testimonianze che attestano la presenza di un porto, di uno scalo marittimo conosciuto e di un piccolo borgo prima marinaro ma poi in seguito cresciuto, il paese di Sapri che più tardi verrà denominato ‘Portum Saprorum’ e poi ‘Terra Saprorum’, ha origini antichissime. Le testimonianze che abbiamo riportato nei precedenti studi ivi pubblicati sono molteplici e non stiamo quì a ricordarli. Lo studioso della maiolica napo-letana Guido Donatone (19), si è interessato ad un pavimento napoletano del ‘400, attual-mente conservato nel Museo dell’Istituto d’Arte di Napoli, che reca la firma del suo esecutore: un certo ‘Dimera’ di Sapri. Il Sinno (20) in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, a proposito di Sapri, scrive: “Circa 400 individui di questo centrovivono girando dentro e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare“, sono una delle tantissime testimonianze che il piccolo centro di Sapri era conosciuto. Anche se la numerazione dei ‘fuochi’ con i primi Censimenti nel Regno di Napoli non ci danno notizie certe sulla popolazione prima del ‘600, crediamo che il piccolo borgo marinaro di Sapri, con il suo porto e la sua grande baia, abbia da sempre avuto un importante ruolo nella storia del Regno di Napoli. Anche se, come scrive il Villani (6): “la numerazione del 1595 registra il culminedell’espansione demografica“ e, nel nostro caso, si registrerà più avanti uno spaventoso calo della popolazione nel 1669, tanto che sono compresi sotto questa voce gli attuali Comuni di Celle di Bulgheria, Ispani, Santa Marina e Sapri, non censiti nei secoli scorsi perchè disabitati oppure – come noi pensiamo – inseriti nella popolazione di centri vicini perchè popolati da pochi individui (7). Infatti, Sapri non figura tra quei centri censiti per i soli anni 1648 e 1669, riportati dal Beltrano (8). Il Beltrano (8) che nel 1644, scrive ‘Breve descrizione del Regno di Napoli’, riporta la popolazione di Torraca e non di Sapri. Infatti, i dati sulla popolazione di Sapri, dal 1532 al 1669, sono certamente quelli inseriti all’interno dei dati che riguardano l’Università di Torraca – da cui dipendeva Sapri in quegli anni, essendo il suo territorio parte del feudo baronale – desunti dalla “Tavola comparativa sulla distribuzione demografica dei centri costieri cilentani dal XV alXX secolo”, pubblicata dal Vassalluzzo (9)(Fig. 4, vedi nota 28), e i cui fuochi sono stati ricavati dal Giustiniani (10) e che per quanto riguarda Sapri vanno dagli anni 1790 al 1971. L’Ebner (21), in proposito della popolazione di Sapri, riferisce che il Giustiniani (10), non riporta le numerazioni dei due censimenti del 1532 e del 1595. Il Giustiniani (10), non riporta le numerazioni di Sapri, Celle di Bulgheria, Santa Marina e Ispani e, l’Ebner aggiunge in proposito: “Probabilmente queste due ultime con Sapri, unite a Policastro.”. Il Giustiniani (10), nel suo ‘Dizionario geografico ragionato del Regno di Na-poli’, del 1804, riporta i dati di Sapri credo del censimento del 1790 e dice: “Gli abitanti al numero di circa 1500 in parte sono addetti all’agricoltura ed in parte alla pastorizia.”. Lo Ebner (21), riferisce anche che il Pacicchelli (22), non figura Sapri nelle numerazioni dei fuochi dei due censimenti del 1648 e 1669. Il Pacicchelli, riporta le numerazioni di Libonati (Vibonati)(camera riservata) vecchia = 348 e nuova 145, mentre la numerazione di Torraca – anch’essa diminuita – è di 317 nel censimento del 1648 e 62 nel censimento del 1669. A questi dati, desunti dal Giustiniani e Pacicchelli, aggiungiamo i dati sulla popolazione di Sapri degli anni 1714, 1719, 1761, 1794, 1795, ricavati da fonti storiografiche dell’epoca. Nella visita pastorale del Vescovo di Policastro De Robertis del 9 maggio 1714, “lo stato delle famiglie di Sapri nel 1714 segnava 345 anime, oltre tre case di Vibonati”(14). Sempre da un documento del Vescovo De Robertis, “nel 1719, il Porto di Sapri contava 414abitanti “ad numerum quatuor centum quattrordecim in simul cohabitantibus” (14-15). Nel 1761 le anime (abitanti) di Sapri ascendevano a 1131. Nel 1790, Sapri contava 1500 abitanti. Nel 1788, il Galanti (5), riferisce che Sapri contava 1423 anime. Nel Nel 1745, nella sua pubblicazione sulla ‘Lucania’, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (16), così descrive Sapri: “nelle campagne intorno al Porto e Marina di Vibonati (che sono deliziosissime) abitano sparsamente da 500 persone, che le coltivano assai bene, specialmente per le viti e fichi e olivi, oltre di quei che sono addetti alla pesca, che vi è abbondantissima e di squisito sapore”. (16). Riportiamo i dati relativi alla popolazione di Sapri, ricavati dai censimenti che dall’anno 1790 si sono tenuti ogni dieci anni sino al censimento del 1971: Censimenti: 1790-1809-1811-1861-1871- 1881-1901-1911-1921-1931-1936-1940-1948-1951. Popolazione: 1500-1455-1368-2018-1811-2352-2475-3490-4300-5145-4900-4608-5629-5825 e poi ancora quelli degli anni 1961 e 1971, quando abbiamo rispettivamente 6925 e 7430. Quindi, dal ‘700 in poi, la popolazione a Sapri ha registrato una costante crescita. Nel 1809, secondo il Rizzi (17), Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti. L’Alfano (18), nel suo ‘Istorica descrizione del Regno di Napoli’, del 1823, a proposito di Sapri, dice: . “Fa dipopolazione 1489.” . Nel 1881, si contavano 1963 abitanti. Il 1836 è l’anno del più antico registro dei nati e dei defunti esistente, custodito dalla curia nella parrocchia di Sapri, il paese viene denominato “Terra Saprorum.”.
Nel 1811, 400 calderai di Sapri giravano dentro e fuori il Regno di Napoli
Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 225, parlando di Sapri ci informava che: “Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, a proposito di Sapri, scrive: “Circa 400 individui di questo centro vivono girando dentro e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (15)“. Il Guzzo (…), a p. 225, nella sua nota (15) postillava che: “(15) A. Sinno – Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo“, 1954, Parte II, del 1955, Pag. 130”. Il Guzzo ci informava della curiosa notizia di Andrea Sinno (…). Il Guzzo non dice a quale epoca il Sinno si riferisca ma dice solo dei 400 individui di Sapri. Angelo Guzzo (…) nel suo ‘Il Golfo di Policastro etc…’, a pp. 182-183, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Ma la maggior rovina per questa ridente plaga costiera fu quella operata dai pirati barbareschi e musulmani di Khair Ed – Din (Ariadeno) Barbarossa nel 1534 e dai corsari turchi di Dragut-Rais-Bassà nel 1552 (21). Le case furono saccheggiate ed incendiate, gli abitanti parte uccisi e parte condotti schiavi. I pochi superstriti ripararono sulle colline, sui monti e nei paesi circonvicini, dove trovarono fraterna accoglienza in attesa di un ritorno in tempi di pace. La marina di Sapri divenne, così, completamente deserta ed i suoi abitanti, dediti un tempo alla pesca, furono costretti ad esercitare i mestieri più svariati ed i più umili servizi artigianali. Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, a proposito di Sapri, scrive: “Circa 400 individui di questo centro vivono girando dentro e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare” (22).”. Il Guzzo (…), a p. 183, nella sua nota (21) postillava che: “(21) G. Volpe – ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento – Salerno – 1881 – pag. 118.”. Il Guzzo (…), a p. 183, nella sua nota (22) postillava che: “(22) A. Sinno – Commercio e Industria nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo – Salerno – 1954 – Parte II – Pag. 130.”. Il Guzzo (…) riporta la stessa notizia anche nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, ed. dell’Autore, Battipaglia, 1997. Dunque il Guzzo (…) riportava l’interessante notizia dei 400 uomini che andavano girando dentro e fuori il Regno di Napoli e scriveva che tale notizia era tratta dall’Andrea Sinno (…), ma probabilmente egli si sbagliava. Il Guzzo (…), accostava la notizia dei “400 individui di Sapri che andavano accomodando caldare” alle incursioni barbaresche del ‘500 e soprattutto a quella del 1552 di Dragut. Il testo del Sinno (…) è in mio possesso ma a p. 130 della sua Parte II, non ho trovato la notizia. Andrea Sinno (…) nel suo “Commercio e Industria nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo”, parlava si di Sapri ma dicendo altro. Il Sinno (…), a p. 130, nella sua Parte II, in proposito scriveva che: “In altri paesi costieri del Salernitano, da Agropoli a Sapri, si ebbe egualmente il fenomeno dello spopolamento, determinato dalla stessa causa, cioè dalla malaria, e per di più dal pericolo di incursioni di pirati. Ma quelle popolazioni, raggiunsero in passato i vicini paesi montani, dove trovarono fraterno accoglimento, e si assicurarono maggiori possibilità di vita, da qualche tempo hanno pigliata la via del ritorno per raggiungere il piano, dove vissero i loro antenati, e rifarsi una casa con maggiori agi, e formarsi coll’industria e coll’agricoltura una posizione più vantaggiosa, oppure un certo benessere col lavoro. Agropoli e Sapri e la stessa Pesto sono oggi centri importantissimi di vita, dove le popolazioni, discese dalle zone montane, svolgono le loro ecc…”. Dunque, il Sinno citava Sapri ma non citava la notizia. Dunque, il Guzzo (…), a mio avviso probabilmente errava i riferimenti bibliografici. Insomma pare che la notizia non sia del Sinno (…). Da una ricerca effettuata mi sono accorto che la notizia fu ricavata dal sacerdote Mario Vassalluzzo (…) che, nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, a p. 200, parlando di Sapri, scriveva che: “All’anno 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne contava 1368 (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 200, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Rizzi F., Osservazioni statistiche sul Cilento, op. cit., p. 69; Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281. Sinno A., Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo, parte II, 1954, p. 130. A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)”. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), (da cui il Guzzo aveva tratto l’interessante notizia del Sinno), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, a p. 200, parlando di Sapri, scriveva che: “All’anno 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne contava 1368 (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 200, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Rizzi F., Osservazioni statistiche sul Cilento, op. cit., p. 69; Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281. Sinno A., Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo, parte II, 1954, p. 130. A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)”. Dunque, mi sembra chiaro che il Vassalluzzo (…), non si riferisse alle incursioni del ‘500 ma si riferisse all’anno 1811 e scrivesse chiaramente che la notizia del Sinno (…) era riferita al 1811 e non al 1552 come pare che si legga dal Guzzo. Il Vassalluzzo (…), infatti, nella sua nota (4) a p. 200 postillava che: “A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto ecc..ecc…”. Posseggo il testo del Sinno (…), ma a p. 130 non ho trovano nulla della citazione del Vassalluzzo (…). Nel Sinno (…), si parla di Sapri a pp. 130 e 131, dove egli scriveva che: “In altri paesi costieri del Salernitano, da Agropoli a Sapri, si ebbe egualmente il fenomeno dello spopolamento, determinato dalla stessa causa, cioè della malaria e per di più il pericolo di incursioni di pirati. Ma quelle popolazioni, che raggiunsero in passato i paesi vicini montani, dove trovarono fraterno accoglimento, ecc…, da qualche tempo hanno pigliata la via del ritorno per raggiungere il piano, dove vissero i loro antenati, ecc..ecc…”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (4), citava anche Leopoldo Cassese (…), e credo che la notizia sia contenuta nel suo La «statistica» del Regno di Napoli del 1811. Relazioni sulla Provincia di Salerno, Salerno, 1955 a cui il Vassalluzzo si riferiva quando a p. 200, nella sua nota (4) postillava che: “Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281″ e quando scriveva che: “A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)”. Dunque, la notizia venne tratta dalla p. 281 di Leopoldo Cassese (…) che scriveva di Sapri all’anno 1811. Leopoldo Cassese (…), nel 1955 pubblicò ‘La «statistica» del Regno di Napoli del 1811. Relazioni sulla Provincia di Salerno, Salerno, Tip. Ispirato e Cuomo. Il saggio del Cassese (…) riguarda la Relazione di Gennaro Primicerio Guida (…) che nel 1811, presentò per il ‘Pricipato Citra’, scritto in un inchiesta per il Governo Murattiano. L’inchiesta o lo studio o la Relazione ‘statistica’ di cui si parla è una delle tante che all’epoca del governo Murattiano del decennio francese fiorirono nel Regno di Napoli, visto le difficoltà economiche in cui versava gran parte della popolazione del Regno. Leopoldo Cassese (…), ha scritto anche ‘Il Cilento al principio del secolo XIX’, edito nel 1956, in cui pubblicò il testo di Filippo Rizzi (…), ‘Osservazioni statistiche sul Cilento’ (che posseggo entrambi), un’altra delle inchieste di quel periodo che riguarda il Cilento e le sue condizioni economiche. Il Cassese (…), pubblicò l’inchiesta sul Principato Citra in epoca Murattiana. La Relazione sulla «statistica» del Regno di Napoli del 1811 è un’opera letteraria redatta per il governo Napoleonico di Gioacchino Murat che la commissionò in quegli anni. Il colto sacerdote, come scrivono nell’introduzione al testo i due studiosi Gabriele De Rosa e Antonio Cestaro (…), nel 1973, dove pubblicano solo la parte che riguarda l’Agricoltura. L’inchiesta prese l’avvio nel 1811, con circolare datata 15 maggio, che individuava per ogni provincia un redattore scelto tra i componenti delle Società di Agricoltura (tranne che a Napoli dove venne incaricato ufficialmente l’Istituto di incoraggiamento) e nominato dal ministro su proposta degli intendenti. Sull’inchiesta commissionata dal Governo Murattiano nel decennio francese nel Regno di Napoli ha scritto nel 1988, Domenico Demarco (…), nel suo, ‘La Statistica del Regno di Napoli nel 1811’, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, Voll. 4. I redattori furono Paolo Aquila (Abruzzo Citeriore), Giovanni Thaulero (Abruzzo Ulteriore 1°), Giuseppe Alferi Casorio (Abruzzo Ulteriore 2°), Giulio Girolamo Corbo (Basilicata), Francesco De Roberto (Calabria Citra), Giuseppe Grio (Calabria Ulteriore), Serafino Gatti (Capitanata), Vitangelo Bisceglia (Terra di Bari), Raffaele Pepe (Molise), Gennaro Guida (Principato Citra), Marcia De Leo (Principato Ulteriore), Reale istituto di Incoraggiamento (Napoli), Oronzo Gabriele Costa (Terra d’Otranto) e Francesco Perrini per Terra di Lavoro. Il canonico Francesco Perrini era membro del Consiglio generale della Beneficenza della Provincia di Terra di Lavoro e socio corrispondente della Commissione di Agricoltura. Nel 1811 Gioacchino Murat lo aveva nominato Direttore generale della Statistica della Provincia di Terra di Lavoro. Oltre al nome del redattore Perrini, sono noti, per la provincia di Terra di Lavoro, anche i nomi di alcuni collaboratori locali tra i quali Nicola Pilla per Venafro, Francesco Antonio Notarianni di Lenola per il comprensorio di Gaeta, Vincenzo di Lorenzo per Sessa, Gennaro de Quattro per il circondario di Teano, il canonico e storico Michele Broccoli per Vairano, Fabrizio d’Amore per Roccamonfina, Michele Fusco per Mondragone, Filippo Duratorre di Castelforte, Francescantonio Notarianni di Lenola. E, aggiungiamo, l’amministratore e storico Pasquale Cayro, per il territorio di San Giovanni Incarico e Pico. Dunque, per quanto riguarda il “Principato Citra”, dove ricadevano gran parte dei nostri centri del basso Cilento, il redattore dell’Inchiesta incaricato fu Gennario Guida Primicerio (…). La sua inchiesta e Relazione conservata all’Archivio di Stato di Napoli fu pubblicata integralmente dal Leopoldo Cassese che a p. 281 riportava la notizia dei “400 individui di Sapri che giravano dentro e fuori il Regno di Napoli andando accomodando caldare”. I quesiti in ordine a cui si doveva rispondere si articolavano in quattro sezioni generali: Notizie relative allo stato fisico; Sussistenza e conservazione della popolazione; Notizie sull’economia rurale; Le manifatture. Alla fine di maggio i questionari furono inviati in tutte le universitates del Regno, e venne assegnata ai redattori una gratifica per il lavoro da svolgere.
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10
(Fig. 7) Attanasio F., “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia e, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri.
(Fig. 8) Attanasio Francesco, “I villaggi deserti del Cilento”, studio pubblicato sulla rivista “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16.
(2) (Figg. 9) “…Cedola de focolaribus queinveniuntur diminuta per collationem factam: “, datato 1 Dicembre 1271, era conservato al Grande Archivio di Napoli, oggi Archivio di Stato di Napoli. E’ un documento d’epoca Angioina, “….in cui si enumerano i fuochi dei feudila cuipopolazione era diminuita”. Il documento Angioino è stato citato da Del Mercato P.F., Infante A. (…), Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (25). Il Del Mercato, dice a p. 39, nota (25) che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Il documento è stato pubblicato anche dal Carucci C., Codice diplomatico salernitano del secolo XIII, (…), vol. I, ovvero ” 1201-1281- Salerno durante la dominazione sveva e quella del primo angioino – a cura diCarlo Carucci”, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, p. 400 e 401, che postillava a p. 400 che era stato tratto da Minieri-Riccio che a sua volta l’aveva tratto da “Napoli. Archivio di Stato. Reg. Ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, in Minieri Riccio, p. 41”. Minieri-Riccio (…), op. cit. p. 41 e s., pubblica il documento a p. 41 sotto “Anno 1271, indizione 15°, dal 1 Settembre 1271 al 31 Agosto 1272”, e che nella sua nota (172), a p. 118, postillava che il documento era così collocato: “Reg. 1272 A. n. 13 fol. 186-187 t.”. Purtroppo, questo documento angioino non esiste in originale. Gli autori come il Minieri Riccio o il Filangieri, hanno pubblicato, solo la loro trascrizione integrale che è quella che ci resta. Purtroppo, la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzioneangioina”. Riguardo i Registri Angioini all’Archivio di Stato di Napoli, i Registri di Carlo I d’Angiò, si veda Filangieri R., I registri della Cancelleria angioina ricostruiti, vol. I, a cura di R. Filangieri, Napoli 1950, reg. VI, 427 p. 299; si veda pure: Dierreu Paul, LesArchives Angevines de Naples, etude sur les Registres du Roi Charles I (1265-1285), par Paul Durrieu, Tomo I, Paris, ed. E. Thorin, 1886; Mazzoleni Jole……………………………………………
(3) Silvestri Alfonso, ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, a cura della Società Salernitana di Storia Patria – Fonti II – Salerno, 1956 e, l’edizione del 1965 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: “La contrastata giurisdizione feudale del vescovo di Policastro sulla terra di Torre Orsaia”, stà in “Rassegna Storica Salernitana”, n. 27, pp. 279 e sgg. in ‘Documenti’, Nuova serie, n. 27, XIV, 1, giugno 1997, fasc. 27 (annata LVII dalla fondazione), ripubblicata da Pietro La Veglia editore (Archivio Storico Attanasio)
(3) Silvestri Alfonso, ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, a cura della Società Salernitana di Storia Patria – Fonti II – Salerno, 1956 e, l’edizione del 1965; si veda pure: Silvestri Alfonso, Aspetti di vita economica nel Cilento alla fine del Medioevo, Società Salernitana di Storia Patria, ed. Pietro Laveglia, Nocera Inferiore, 1989 (Archivio Storico Attanasio)
(3) Si veda pure: Attanasio F., ‘I villaggi deserti del Cilento’, stà i “I Corsivi”, pp. 12, 13; si veda pure: Pasanisi O., La costruzione generale delle torri marittime della Real Camera di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926; vedi pure Santoro L., Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI; vedi pure: Vassalluzzo M., Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, vedi cap. V – Distribuzione demografica sulla costa Cilentana, Cap. V, p. 207 e s. ; vedi pure Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amm.va, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.
(4) ibidem, Parc. Prov. Fascio 119, fol. 138. Si veda pure: Galasso G., Mezzogiorno medievale e moderno, ed. Einaudi, Torino, 1975.
(5) Galanti G.M., Nuova descrizione storica e geografica del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1788, ed edizione del 1790, Napoli, Tomo IV, p. 234.
(6) Villani P., ‘Mezzogiorno tra riforme e rivoluzioni‘., Ed. La Terza, Bari, 1974, p. 96.
(7) Sono compresi sotto questa voce gli attuali Comuni di Celle di Bulgheria, Ispani, Santa Marina e Sapri, non censiti nei secoli scorsi perchè disabitati oppure inseriti nella popolazione di centri vicini perchè popolati da pochi individui.
(8) Beltrano O., Breve descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1644.
(9) Vassalluzzo Mario, ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, Cap. V, p. 207 e s., stà in ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975 (Archivio Storico Attanasio)
(10) Giustiniani L., Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, VII, pp. 341-342.
(11) Granzotto G., La Battaglia di Lepanto, Milano, ed. Mondadori, pp. 128, 129.
(12) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831. Si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976; si veda pure Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114; Si veda pure: Natella P., Peduto P., ‘Pyoxus – Policastro’, stà in “L’Universo”, ed. I.G.M., 1973, , Anno LIII, n. 3, Firenze.
(13) Rohlfs G., Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria, Ravenna, 1974; si veda pure: Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996.
(14) Archivio Arcivescovile Bussentino, ‘Visitatio De Robertis, 9 maggio 1714’: “VisitatisAcolytum Ianuarium Eboli Portus Saprorum,qui produxit Sacras testimoniales ordiumiumet fuitapprobatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.“, citata dal Gaetani R., op. cit., p. 13.
(15) ibidem, bollarium, fol. 17, “Andreas Arcipiescopius De Robertis, dei et Apostolicaese-disgratia Episcopus Policastren, Baro etiam Terrarum Turris Ursaie, Castri Rogerii, Feudi Seleucii, etc.”.
(16) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.
(17) Rizzi F., Notizie statistiche sul Cilento, 1809, ristampa ed. Galzerano, p. 39.
(18) Alfano G.M., Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1823, p. 135.
(19) Donatone G., La maiolica napoletana dalle origini al sec. XV., stà in “Storia di Napoli”, vol. IV, Napoli, 1975.
(20) Sinno A., Commercio e industria nel Salernitano dal XIII secolo ai primordi del XIX secolo, Salerno, 1954, parte II, p. 130 (vol. I o vol. II lo cita Guzzo più volte ma io non ho trovato nulla) (Archivio Attanasio)
(…) Ebner Pietro, Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, ed. di Storia e Letteratura Italiana, 1973, Roma, 1973 (Archivio Storico Attanasio)
(21) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 591, 592. Si veda pp. 538 e s. su Policastro; si veda pure vol. I, p. 592-593; si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II.
(22) Pacicchelli G.B. , Il Regno di Napoli in prospettiva, Napoli, 17…, parte I, pp. 337-338;
(23) (Figg. 2-3) “Principato Citra” di Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590- 1594), cm.36 x 51, riprodotta e tratta da Mazzetti E., op. cit. (25), tav. XVII.
(24) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.
(25) Mazzetti E., Cartografia Generale del Mezzogiorno e della Sicilia, a cura di Mazzetti e scritti di E. Pontieri, Almagià R., Rosario La Duca, ed. ESI, Napoli, 1972
(26) (Fig. 1) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno diNapoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, PrincipatoCitra,Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“.Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81, come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante edisegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, (…) e il Valerio (…), in un suo pregevole saggio. Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio scrive: “Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’.
(27) (Fig. 5) Vassalluzzo Mario, op. cit. (9), p. 228.
(28) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906, ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 2000; si veda pure: Gaetani R., Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, Tip. del Senato, 1914, ristampa a cura di Rossella Gaetani, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento Salerno, 2000.
(29) Santoro G., Le Torri costiere della Campania, stà in ‘Napoli Nobilissima’, anno 1967, vol. VI, pag. 38; si veda pure: Santoro G., L’Economia della Provincia di Salerno nell’operadella Camera di Commercio(1862-1962), Salerno, 1966.
(30) Franciosa L., Il Cilento, ed. ‘Ipocratica’, Serie II, n. 1, Salerno
(31) Cassese Leopoldo, La statistica ecc.., stà in ‘Il Cilento al principio del secolo XIX’, Salerno (Archivio Storico Attanasio)
(32) Marzolla B., Atlante corografico storico-statistico del Regno delle due Sicilie, Napoli
(33) Bianchini L., Storia delle finanze del Regno di Napoli, Napoli, 1859, pp. 139-40; si veda pure Cassandro G.I., Lineamenti del diritto pubblico del regno di Sicilia citra farum sottogli Aragonesi, Bari, 1934; Le fonti si trovano tutte nell’Arcivio di Stato di Napoli.
(34) Volpe Francesco, Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981
(35) Carucci Carlo, ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, si veda vol. I, p. 223 e p. 236, dai seguenti titoli: il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo” (“a. 1201-1281”), p. 400 e 401 (Archivio Storico Attanasio – copia digitale. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito). Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Sicilianonella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII. Il vol. III ha il seguente titolo: ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946. Il vol. IV ha il seguente titolo: ‘Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV’, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994.
(36) Amari Michele, La Guerra del Vespro siciliano, Torino, ed. Cugini Pompa, 1852 (Archivio Attanasio)
(37) (Figg. 9) Minieri-Riccio, Il Regno di Carlo I di Angiò negli anni 1271 e 1272 per Camillo Minieri-Riccio, Napoli, Tip. di R. Rinaldi e G. Sellitto, 1875, pp. 41 e s. (Archivio Attanasio)
(38) Del Mercato P.F., Infante A., Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (24-25). Nella sua nota (25), a p. 39, postilla che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Ho scritto era perchè purtroppo la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzioneangioina”.
(39) Hillard-Breholles J.L.A., Historia diplomatica di Federici Secundi, Paris, 1852; si veda questo testo fondamentale per i documenti Federiciani-Svevi dal 1215 al 1220
(….) Gregorovius Ferdinand, Geschichte der Stadt Rom im Mittelalter (Storia della città di Roma nel Medioevo, Roma 1942; Torino Einaudi, 1973), 1896, p. 645
(…) Volpe Francesco, Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981 (Archivio Storico Attanasio)
(….) Avv. Pesce Carlo, Storia della Città di Lagonegro, Reale Stabilimento Tipografico Pansini, Napoli, 1913, pp. 200 e sgg. (Archivio Storico Attanasio)
(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napolinelsec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concesi dal vescovo di Policastro, stà in “Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 32 e sgg.. (Archivio Storico Attanasio)
(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio)
(…) Santoro G., Le Torri costiere della Campania, stà in ‘Napoli Nobilissima’, anno 1967, vol. VI, pag. 38; si veda pure: Santoro G., L’Economia della Provincia di Salerno nell’operadella Camera di Commercio(1862-1962), Salerno, 1966; si veda pure: Santoro G., ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, ed. Rusconi immagini, 1982 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Franciosa L., Il Cilento, ed. ‘Ipocratica’, Serie II, n. 1, Salerno
(…) Amari Michele, La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari, Torino, ed. Cugini Pompa, 1852 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure Amari Michele, La Guerra del Vespro Siciliano, ed. Mazara, Società Editrice Siciliana, scuola Tip. Italo Orientale di S. Nilo, Grottaferrata, 1947 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Minieri-Riccio, Il Regno di Carlo I di Angiò negli anni 1271 e 1272 per Camillo Minieri-Riccio, Napoli, Tip. di R. Rinaldi e G. Sellitto, 1875, pp. 41 e s. (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore, per il ‘Liber Donationum Regni Caroli Primi’, si veda pure: C. Minieri-Riccio, Saggio di Codice Diplomatico, formato sulle antiche scritture dell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1878-1883, I, p. 181.
(…) Galasso Giuseppe (…), nel suo ‘Mezzogiorno medievale e moderno’, ed. Einaudi, Torino, 1965 (Archivio Storico Attanasio); si veda pp. 141-142,
(…) Croce Benedetto, Storia del Regno di Napoli, (Archivio Storico Attanasio), si veda cap. I
(…) Liber Focorum Regni Neapolis, una tabella messa in rete dall’Università di Bari che fa riferimento ad un manoscritto, il “Liber Focorum Regni Neapolis” (cioè il Libro dei nuclei famigliari fiscali del Regno di Napoli) conservato a Genova. La Biblioteca Berio di Genova nel 1900 ha ricevuto una donazione libraria tra cui un volume, con copertina di cartone e dorso pergamenaceo, contenente nella prima parte la storia di alcune famiglie nobili di Venezia e nell’ultima parte, allegato, un manoscritto originale non datato di 40 fogli, di epoca aragonese, schedato come “Liber Focorum Regni Neapolis”. Sicuramente i 40 fogli manoscritti, conservati a Genova, costituivano il registro generale della Numerazione, mentre tutte le numerazioni comunali sono andate perdute. Queste 40 pagine manoscritte sono state, ignorate per secoli. Solo nel 1979 è stata pubblicata ”La popolazione del Regno di Napoli a metà quattrocento (Studio di un focolario aragonese)” da Giovanna Da Molin, attualmente professore ordinario di Demografia Storica e Sociale e di Storia Moderna nell’Università di Bari mentre un’altra pubblicazione è stata edita nel 1986 “Mezzogiorno e demografia nel secolo XV” di Fausto Cozzetto, attualmente professore associato di Storia Moderna nell’Università di Calabria. Dal momento che per alcune terre sono riportati due dati il primo indicato come “erat” (era), l’altro come “est” (è), sembra che il documento citi con “erat” i dati del 1443 e con “est” quelli del 1447, periodo in cui regnava a Napoli Alfonso I d’Aragona, detto il Magnanimo, che nel 1443 ordinò che fosse eseguita la prima delle Numerazioni dei Fuochi. Nel documento sono riportate tutte le Terre (città e casali, anche quelli abbandonati), tutte le province del regno, tutti i feudi con relativi possessori, le diocesi, le arcidiocesi, il numero dei fuochi e la tassazione. Considerata la grande importanza del documento per la storia di Capracotta, abbiamo deciso come Associazione di acquistare gli ottanta file contenenti le scansioni elettroniche dell’originale. Molte sono le informazioni che si ricavano dall’originale in latino con molte abbreviazioni; prima di tutto i fuochi sono inseriti in undici circoscrizioni provinciali: Terra Laboris e Contado Molisii, Abruzo Citra, Abruzo Ultra, Principato Citra, Principato Ultra, Terra de Bari, Capitanata, Basilicata, Ydronti, Vallis Gratis e Terre Iordani e Calabria Ultra. La più estesa delle province era quella della Terra del Lavoro e del Contado del Molise e in essa sono registrate 282 Terre e 38.000 fuochi; la più piccola era la provincia della Terra di Bari con 10.250 fuochi e 49 Terre. In ogni provincia sono registrati dapprima le terre demaniali, poi sono elencati in ordine alfabetico i feudatari e i rispettivi feudi; una croce rossa anteposta alla terra indica che la terra era una diocesi o arcidiocesi; le terre sono ordinate in un ordine del tutto particolare:dapprima è specificata la provincia di appartenenza,poi sono elencate le terre demaniali,se c’erano in quella provincia, poi sono elencati i feudatari con i relativi feudi; poi sono annotati i fuochi ed infine la tassazione. Sono elencate nelle varie province anche le terre mammalie, cioè della regina. La Numerazione dei Fuochi era dunque un vero e proprio censimento fiscale, in particolare il Liber Focorum Regni Neapolis è molto importante perché, attualmente, è l’unico documento che dà una visione approfondita dell’assetto feudale del Regno di Napoli per l’epoca aragonese.
(…) Da Molin Giovanna, La popolazione del Regno di Napoli a metà Quattrocento: (studio di un focolario Aragonese), Bari, ed. Adriatica, 1979
(…) Cozzetto Fausto, Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986 (Archivio Attanasio)
(…) Bianchini L., Storia delle finanze del Regno di Napoli, Napoli, 1859, pp. 139-40; si veda pure Cassandro G.I., Lineamenti del diritto pubblico del regno di Sicilia citra farum sottogli Aragonesi, Bari, 1934; Le fonti si trovano tutte nell’Arcivio di Stato di Napoli.
(…) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, v. pag. 479
(…) Mallamaci Giorgio, Torraca –Storia di un borgo del Cilento, ed. e-book, e a stampa, ed. Universitarie Romane, Roma, 2009 (Archivio Attanasio)
(…) Montesano Nicola, Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, Napoli, 2018, ed. e-book (Archivio Storico Attanasio)
(…) Caggese Romolo, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, vedi vol. I, pp. 442-443; vedi vol. II, p. 191- 554; dello stesso autore si veda: Caggese Roberto, L’Alto Medioevo, ed. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, 1937 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Moscati R., Ricerche e documenti sulla feudalità napoletana nel periodo angioino, in ‘Archivio Storico per le province Napoetane’, XX, n.s., 1934, pp. 224-256; XXII, 1936, pp. 1-14, che ha analizzato l’organizzazione del regime feudale, il servizio militare e l’adoa (tassa sostitutiva da pagarsi quando il feudo non raggiungeva l’unità prevista delle venti once).”.
(…) Fusco Felice, Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento, a cura di Raffaele Ferdinando Marino, ed. Graf. Cantarella, Sala Consilina, 1996 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Fusco Felice, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in “Euresis”, VIII (1992); ‘Capitulationes et Pacta Terrae Rofrani, ovvero gli antichi Statuti municipali di Rofrano, ivi, XI (1995)
(…) Riccardo Filangieri, Introduzione, in Gli atti perduti della cancelleria angioina transuntati da Carlo De Lellis, pubblicati sotto la direzione di Idem, parte I, vol. I («Regesta chartarum Italiae»), Roma, Istituto storico italiano per il Medio Evo, 1939, pp. VII-LII; Idem, Programma di ricostruzione dell’archivio della Cancelleria Angioina, in «Notizie degli Archivi di Stato», VIII (1948), pp. 36-38; Idem, Prefazione, in I registri della cancelleria angioina ricostruiti, vol. I, a cura di Idem, Napoli, Accademia Pontaniana, 1950, pp. V-XII; Idem, Notamenti e repertori delle cancellerie napoletane compilati da Carlo De Lellis e da altri eruditi dei secoli XVI e XVII (1927), ora in Idem, Scritti di paleografia e diplomatica, di archivistica e di erudizione, Roma, Ministero dell’interno 1970, pp. 173-200; Jole Mazzoleni, Storia della ricostruzione della cancelleria angioina, Napoli, Accademia Pontaniana, 1987; Stefano Palmieri, Degli archivi napolitani. Storia e tradizione, Bologna, il Mulino, 2002, pp. 250 sgg.
(….) Carbonetti Vendittelli Cristina, ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240‘, ed. dell’’Istituto Storico Italiano’, 2002 (Archivio Storico Attanasio)
(…) La Greca Ferdinando Valerio Vladimiro, Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra, ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 2008 (Archivio Attanasio)
(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)
(…) Sinno Andrea, Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo”, Salerno, 1954, si veda parte II, 1955 (Archivio Attanasio), p. 130
(…) Cassese Leopoldo, La «statistica» del Regno di Napoli del 1811. Relazioni sulla Provincia di Salerno, Salerno, Tip. Ispirato e Cuomo, 1955 (Archivio Attanasio), p. 281
(…) Demarco Domenico, La Statistica del Regno di Napoli nel 1811, a cura di Domenico Demarco, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, Voll. 4, 1988
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Nel presente studio, pubblichiamo una serie di documenti originali manoscritti e rari tratti dall’Archivio di Stato di Napoli e dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, le cui fotoriproduzioni digitali tratte dagli originali richieste ed ottenuto recentemente. Esse rappresentano parte della documentazione da me rinvenuta oltre trenta anni fa, presso l’Archivio di Stato di Napoli e la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli.
(Fig. 1) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno diNapoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9).
Le Torri costiere sul litorale saprese all’epoca Angioina-Aragonese nel XV e XVI sec.
(Fig. 1) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno diNapoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9).
Molte delle cause che produssero i ‘villaggi deserti‘ del Cilento, vanno ricercate nel rapporto mare-terra-incursioni barbaresche, nelle guerre, le cui operazioni militari si svolsero, in quei secoli, principalmente sulle nostre plaghe e, per le conseguenze dovute alle pestilenze, alle carestie, al banditismo ed alla ripresa feudale. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del Cilento si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un piccolo porto. Nel XIII secolo la guerra del ‘Vespro’ cioè la guerra tra Carlo II d’Angiò e Pietro d’Aragona che, si sviluppò a lungo sotto le mura di Castellabate e nel Cilento in generale, incise sulle condizioni già precarie delle popolazioni. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle Calabrie tentavano di risalire verso Napoli, capipitale del regno angioino. Il piccolo porticciolo di Sapri, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare. Infatti, nel XVIII sec., erano frequenti le scorrerie saracene (arabi o Almugaveri) su tutta la costa del Regno di Napoli, prima con la guerra del ‘Vespro‘, cioè la guerra sorta nel Regno di Napoli tra i dominatori francesi di Carlo II d’Angiò che combattevano contro gli spagnoli di Pietro d’Aragona e poi nel ‘500 sotto la dominazione della Corona Spagnola che disponeva del Regno di Napoli attraverso la reggenza di Vicerè (tutti spagnoli). Durante l’alto medioevo gli abitanti furono spinti verso l’interno della regione sia dalle pestilenze che dalle incursioni piratesche, una vera minaccia per gli insediamenti costieri, continuata fino alla fine del XVIII secolo. Numerose furono infatti le fortificazioni collinari e montuose nell’entroterra calabrese, costituita da villaggi arroccati in posizione sufficientemente arretrata e inaccessibile da poter avvistare in tempo le navi nemiche e sbarrare prontamente le vie d’accesso ai centri abitati. Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i bizantini e gli arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (San Nilo da Rossano, san Gregorio da Cerchiara ecc). La notevole influenza araba per le popolazioni locali dell’epoca, si può desumere dalla presenza di alcuni usi e termini dialettali. Infatti, ancora oggi si possono notare negli usi e nei costumi, come pure nel dialetto di queste popolazioni, l’esistenza di residui di civiltà araba. Per esempio l’uso che hanno i pescatori per la lavorazione delle reti da pesca, che si poteva vedere ancora a Sapri fino a pochi anni fa. La tipica posizione, poggiando tutto il peso del corpo sui talloni dei piedi. Vi sono poi pure, alcuni termini dialettali di origine araba ancora in uso a Sapri: ‘Tumminu’ (tomolo), ‘zerreiare’ (chiudere), ‘cammisa’ (camicia), ‘sceddecare’ (il battere le ali della gallina), ‘catu’ (secchio), ‘alliffato’ ( attillato), ‘scimmuzzo’ ( tuffo nell’acqua del mare), ecc…(2).
(Fig. 1) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno diNapoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9).
Le Torri costiere preesistenti e molto più antiche di quelle costruite nel Regno di Napoli dai Vicerè del governo Spagnolo
Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a p. 432, parlando del porto e della baia di Sapri, in proposito scriveva che: “Vien di presente la bocca del porto guardata da due Torri una chiamata di Lubertino ad oriente, l’altra detta Buondormire ad occidente.”. Dunque, nel 1745, anno della sua prima edizione, l’Antonini ci parla solo di due torri poste a guardia dell’ampia baia di Sapri, ma nessuno accenno alla Torre dello Scialandro, che alcuni confondono e la chiamano “Torre Mezzanotte”. L’Antonini (…), dopo aver parlato di Sapri e di Torraca, proseguendo il suo viaggio geo-storico verso Acquafredda, a p. 436, in proposito scriveva che: “Ritornati al mare di Sapri, ed ad oriente secondo l’intrapreso corso, camminando, trovasi vicino allo scoglio detto Scialandro, sorgere in mare un non mediocre fiume, chiamato Obertino, la di cui acqua nè giorni di calma si può bere senza che sia con quella del mare mischiata, ma nè tempi di mediocre agitazione è coverto, e econfuso, nè si vede, che ‘l solo suo gorgogliare. Or da quì fino alla marina di Maratea, che n’è sette miglia lontano, è ch’è una catena di continuati dirupatissimi scogli, si trovan varie sorgive, e ruscelli, di dolcissime acque, e da quando in quando delle grotte, ove i colombi fanno lor nidi, e l’està vi è deliziosa caccia di essi, che anche io due volte con sommo piacere ho fatta. ‘Ferrario’ fa erroneamente di dodici miglia questa distanza, e dice, che va in mare sott’acqua, poco sopra accennato, non saprei qual altro potesse essere.”. In questi passi, il barone Antonini (…), benchè ci parlasse delle numerose grotte, presenti lungo la linea di costa ad oriente di Sapri, ovvero verso Acquafredda e dicendo addirittura che egli stesso avrebbe fatto deliziosa caccia di falchetti e uccelli che ivi nidificano e si vedono in queste grotte e fuori i “dirupatissimi scogli”, non aveva visto o non si era accorto che dopo la località ‘Scifo’, dall’altra parte dello sperone roccioso, appollaiata su uno di questi, vi era la vecchia torre dello Scialandro. Antonini, pur andandoci a caccia per mare, non accenna affatto alla Torre di Scialando. Forse nel 1745, questa torre, come io credo, era stata abbandonata già dal 1566, anno questo dei primi programmi di ricostruzione di torri lungo la costa nel Regno di Napoli al tempo del governo Spagnolo. Forse da mare non la vedeva. Io credo che, avendone parlato nel 1568 Scipione Mazzella Napolitano (…), come dirò e, non ne avesse parlato l’Antonini nel 1745, è dovuto al fatto che la Torre dello Scialandro, ai tempi dell’Antonini, probabilmente era dismessa e abbandonata da secoli, solo un rudere. Un rudere importante per la nostra storia, su cui bisognerà ulteriormente indagare. Dunque, come io penso, la Torre dello Scialandro, è molto più antica delle torri d’epoca Vicereale ancora visibili sulle nostre coste. Sin dall’antichità furono costruite sui litorali marittimi torri costiere con funzioni di avvistamento contro la pirateria corsara, ma dobbiamo arrivare al X–XI secolo perché esse abbiano una connotazione più specificamente antisaracena. In diverse località dell’Italia meridionale vennero edificate torri di vedetta a difesa dei porti e delle principali città. Furono gli Angioini a pensare a un sistema permanente e completo di difesa e di segnalazione con fumo e fuochi dall’alto di torri collocate in promontori e in vista una dell’altra. Tale sistema fu realizzato solo in minima parte, anche a causa dei continui cambiamenti politici e finì per passare sotto il controllo dei feudatari e delle famiglie che intendevano proteggere i propri territori, piuttosto che le popolazioni dei centri abitati. Non è facile stabilire l’epoca di costruzione delle Torri marittime, esistenti all’epoca sulla costa Saprese ma ritengo che moltissime di esse, già esistessero e che fossero da molto tempo funzionanti. Sulle Torri cosiere costruite all’epoca di Federico II di Svevia e quelle successive costruite in epoca Angioina, al tempo della disastrosa per le nostre terre “Guerra del Vespro”, che le interessò particolarmente, poco si è scritto e, poco si è detto e si è indagato. Le nostre zone, e soprattutto le nostre coste, costituirono il primo vero baluardo nella Guerra del Vespro tra Angioini ed Aragonesi e già prima Federico II, aveva fatto costruire sulle nostre coste diferse fortificazioni. Non a caso le nostre Torri, nella tradizione orale popolare vengono chiamate “Torri Normanne”. Non è facile stabilire l’origine di questa o di queste Torri, ma di certo possiamo dire che questa Torre, figura nella carta di probabile epoca Aragonese da noi scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig….), di cui parleremo. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, sulla scorta degli studi del Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata ricostruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II ed in seguito dai Vicerè Spagnoli. Amedeo La Greca, scriveva che: “Nel 1233 Fedrico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Il La Greca (…), nell’elencare alcune delle Torri fatte costruire a difesa dall’Imperatore Svevo Federico II, si ferma a San Giovanni a Piro, ovvero ad alcune torri costruite lungo la costa di Scario. Ma l’elenco continua e, poco si è scritto su di esse. Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (…), vi erano alcune Torri preesistenti. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “La contea di Policastro fu sempre considerata un caposaldo difensivo e per le comunità del Cilento e per Salerno, infatti, anche sotto Federico II il “castrum” subì rifacimenti, finanche col contributo della baronia di Camerota (79). Il campanile a torre, nel XI secolo (80), contribuiva alla difesa del centro (81). Contro l’avanzata degli Almugaveri, durante la guerra del Vespro, fu preposto alla difesa della costa, da Salerno a Policastro, Tommaso Sanseverino (82).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Nel Codice Diplomatico Salernitano, I.”; sempre il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (80), postillava che: “(80) E’ nota una iscrizione del 1167, in G. Cataldo, op. cit.”. . Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(81) O. Siviero, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925. Il colonnato della cripta fa risalire il tempio originario ad epoca costantiniana.”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) Gli Almugaveri o Almugavari erano soldati di fanteria, velocissimi nell’attacco, feroci contro la popolazione della costa. Erano alle dipendenze di un “adil” (duce). Inizialmente erano costituiti da arabi catalani, guasconi, aragonesi, navarresi, majorchini. Furono apprestate fortificazioni anche a S. Maria, a Capitello, a Bosco, a Camerota, e presso il monte Bulgheria. A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”. Continuando il suo racconto il Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata. Nella seconda metà del XV secolo, i Petrucci ne avevano notevolmente ampliato il territorio nel basso Cilento (85). Dopo la congiura dei Baroni e il sequestro dei beni ai congiurati (86), la contea di Policastro he era stata avocata a sè dalla Corona, fu acquistata da Giovanni Carafa della Spina (87).”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (85), postillava che: “(85) E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il conte di Policastro’, Bari 1926.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (86), postillava che: “(86) ASN, Privilegi della Sommaria, nei voll. 18 e sgg.; E. Perito, ‘La congiura ….’, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(88) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F. A. Vanni, ‘Cronica di Majerà, ms, cit.”. Sui Sanseverino e sui Carafa ha scritto anche Carlo Pesce (…), nella sua ‘Storia della città di Lagonegro’. Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. Sempre Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, continuando il suo racconto su Policastro, a p. 260, in proposito scriveva che: “In realtà, lo affermano le relazioni ad S. Limina, aprile 1592, era una “civitas desolata et inhabitalis”, sia a causa della malaria, sia a causa delle continue devastazioniprovocate da incursioni di corsari barbareschi.”. Sebbene non avessimo trovato testimonianza diretta nella scarna documentazione Angioina ed Aragonese, oggi possiamo dire che alcune torri già esistevano lungo la costa del Golfo di Policastro, come attestano alcune carte corografiche inedite da me scoperte. L’unico studioso che si sia occupato delle Torri costiere costruite anteriormente a quelle fatte costruire dai Vicerè Spagnoli, verso la fine del ‘500, è stato il Pasanisi (…) che però non fa luce su alcune Torri costiere – di cui abbiamo testimonianza – preesistenti lungo il litorale costiero del Golfo di Policastro. Tuttavia, sarà proprio il Pasanisi (…), come dirò, che oltre al Mazzella (…), citerà un’interessantissima notizia storica, forse l’unica, sulla ‘Torre di Scialandro’. Abbiamo ritenuto di indagare ulteriormente su questa torre diruta, vicenda in quanto crediamo che vadano ulteriormente approfondite alcune fonti e notizie in merito, come ad esempio la citazione di un toponimo arabo che dovrebbe indicare il luogo di Sapri, o un luogo vicino ad esso. Alcune torri cavallare litoranee e di avvistamento, costruite in epoca Vicereale, non venivano comprese nel territorio di Sapri, in quanto il territorio di Sapri all’epoca dell’edizione di Scipione Mazzella Napolitano (…), era compreso nel territorio del feudo della baronia dei Palamolla di Torraca e sotto la giurisdizione più ampia del marchesato dei Carafa di Policastro. Infatti, tra le Torri esistenti lungo la fascia costiera saprese che si protende fino ad Acquafredda, vi erano ad esempio anche la torre costiera detta dello ‘Scialandro’ (vedi immagine di Fig….), costruita verso il confine tra le due Regioni e poco prima il Canale di Mezzanotte. Più avanti, sulla costa saprese, procedendo verso Acquafredda, abbiamo la ‘Torre dello Scialandro’ e la ‘Torre diMezzanotte’ (…), oggi diroccata e posta nelle vicinanze del ‘Canale di Mezzanotte’, detta pure ‘Torre delle Grive o dei Grivi’, di cui parlerò. La nostra costa è costellata di castelli e rocche dirute ed ormai dimenticate. Erano i castelli costruiti in epoca Federiciana, come ad esempio il castello di Policastro. A Castrocucco, vi sono i ruderi del Castello feudale di Castrocucco, dopo Maratea. Credo che la Torre dello Scialandro, sia l’unica costruzione e testimonianza del passato nelle nostre terre, che si perde nella notte dei tempi.
Federico II, nel 1233, ordina la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni
Amedeo La Greca (13), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, sulla scorta degli studi del Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata costruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II. La Greca, scriveva che: “Nel 1233 Fedrico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Ecco perchè le torri costiere presenti sul nostro litorale, vengono chiamate dalla tradizione popolare orale “Torri Normanne”.
Le Torri costiere sul litorale saprese costruite prima di quelle Vicereali
Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (14), vi erano alcune Torri preesistenti. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 260, in proposito scriveva che: “Subì, a più riprese, assedi e distruzioni da parte di barbareschi, nonostante le torri costiere di Capitello e di Villammare, dell’Olivo e del Garagliano a Scario, dello Zancale a Marina di Camerota, oltre alle torri di Molpa e di Palinuro (88). Fu saccheggiata nel 1532 e nel 1544. L’11 luglio del 1552 la distruzione ad opera di Dragut Raìs Bassà fù pressocchè totale, tanto che gli abitanti si ridussero ad appena 30 uomini (89). La ripresa avvenne dal 1562, come dovrebbero attestare una iscrizione e la data incise sul capannone della chiesa (90). Gli stessi vescovi, per quasi tre secoli ad iniziare dal 1300, scelsero come dimora Torre Orsaia (91), più sicura contro le incursioni e la malaria. Nonostante ciò, la diocesi fu, nominalmente, detta di Policastro, come risulta dalla “rationes decimarum” dei secoli XIII e XIV e dalle “taxae pro communibus servitiis” (92).”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (88), postillava che: “(88) M. Vasalluzzo, Castelli torri e borghi nel Cilento, op. cit.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (89), postillava che: “(89) N.M. Laudisio, ‘Paleocastren Dioceseos ecc.., op. cit.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (88), postillava che: “(90) G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro ecc.., op. cit.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Ciò rivela una iscrizione sotto l’arco del campanile di Torre Orsaia.”. Sebbene non avessimo trovato testimonianza diretta nella scarna documentazione Angioina ed Aragonese, oggi possiamo dire che alcune torri già esistevano lungo la costa del Golfo di Policastro, come attestano alcune carte corografiche inedite da me scoperte. Come si può vedere dall’immagine della Fig. 1, che illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno diNapoli‘, d’epoca Aragonese, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9), nel tratto di costa limitrofo a Sapri, troviamo quattro torri. La carta citata è di probabile epoca Aragonese e quindi d’epoca anteriore a quella Vicereale in cui furono realizzate o fortificate alcune Torri marittime Vicereali e di cui parleremo. La carta da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli, di cui ho ivi pubblicato lo studio: “Sapri in una carta manoscritta e inedita d’epoca Aragonese”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti, è di estremo interesse per la toponomastica ivi citati. Come possiamo ben vedere nell’immagine della Fig. 1, che illustra il particolare della baia di Sapri in una carta d’epoca Aragonese- si notano due Torri, disegnate di colore rosso carminio che sono poste alle due estremità della baia naturale di Sapri. Anzi a me pare vi fosse una terza fortificazione o torre posta sopra le colline. In particolare sulla parte occidentale della Baia di Sapri, corrispondente all’attuale Punta del Fortino, dove oggi si trova il Faro Pisacane, troviamo segnata la “Bondormire”, di cui parleremo. Sempre nella carta in questione, lungo il litorale che va verso Maratea e, dopo il “fiume Lubertino” e il “Scialandro Sc.” (scoglio dello Scialandro), quasi sotto un luogo segnato con il toponimo di “Casale del Confine”, troviamo segnata un’altra Torre marittima di cui però non si vede il nome. Un’altra Torre marittima, posta lungo il medesimo litorale, è segnata più giù e corrispondente al luogo segnato con il toponimo di “Casale del Corbo”, che non sappiamo cosa essi siano ma di sicuro non sono Acquafredda, perchè troppo vicini al fiume Lubertino. Il fatto che queste Torri, come la Torre del Buondormire, segnalata con il toponimo di “Bondormire”, denota che la carta è molto più antica del ‘500, epoca di costruzioni delle Torri marittime Vicereali. Già lo Schmiedt, nel suo studio sui “Antichi porti d’Italia” (11) sui porti della Magna Graecia, pubblicava un interessante disegno “Particolare della costa occidentaledella baia di Sapri“ e, scriveva in proposito: “….dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dalTenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di“Le Cammerelle.” (Fig. 2). Nell‘interessante disegno di rilievo planimetrico dell’area di S. Croce a Sapri, come doveva apparire al giovane Tenente del Genio Militare Napoletano nel 1819, si vede anche la “Torre del Fortino”, oggi scomparsa, indicata ove si vede scritto “laMarinella” (4). Forse proprio il vecchio Fortino di cui ci parla il Gallotti (12). La batteria costiera preesistente disegnata nello schizzo del 1819 del Tenente C. Blois (Fig. 2), là dove oggi è il Faro “Pisacane”, di fronte all’Ospedale civile di Sapri, è un’antica batteria borbonica costiera che i Borboni volevano rinforzare. Il Genio militare Borbonico – dopo il decennio di occupazione francese diede incarico al Tenente C. Blois, del Genio militare Napoletano, di disegnare lo schizzo del rilievo planimetrico delle preesistenze del luogo, come si vede nella Fig. 1: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, dedotto da un rilievo a scala 1:5000 e tratto dal testo di Schmiedt (11), ove a p. 79, scrive: “Si notino i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle””, di cui abbiamo ivi pubblicato lo studio “Sapri in due studi di Giulio Schmiedt”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti.
(Fig. 2) Vecchio schizzo (disegnato a mano libera): “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, eseguito nel 1819 a cura del Tenente C. Blois del Genio militare Napoletano, dedotto da un rilievo a scala 1:5000 e tratto dal testo di Schmiedt, ove a p. 79, scrive: “Si notino i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”” (11).
(Fig. 3) ‘Croquì di Sapri’, Genio militare Napoletano, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Sezione “Manoscritti e rari” della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (13). In questa carta d’epoca Borbonica, sono segnate le due Torri esistenti, la Torre del Buondormire e la Torre dello Scialandro.
(Fig. 3) Particolare tratto da ‘Croquì di Sapri’, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Sezione “Manoscritti e rari” della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (13).
La “Torre del Buondormire” a Sapri
La Torre detta del Buondormire, ora del tutto scomparsa, che era posta ove oggi è il faro nei pressi dell’ospedale civile, ancora visibile nel 1888 dal dott. Nicola Gallotti (12), che ne parla in un suo scritto del tempo.Dalla documentazione della Camera della Sommaria Vicereale del Regno di Napoli, pubblicata dal Pasanisi (2), si evince che la costruzione delle Torri cavallare fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli per la difesa delle coste e delle umili popolazioni dell’epoca, non interessavano alcune Torri costiere che già dovevano essere preesistenti. La Torre del Buondormire, preesisteva a Sapri già da molto tempo prima del ‘500. Come si può vedere dall’immagine della Fig. 3, la Torre del Buondormire doveva essere visibile ancora alle truppe del Genio Militare Napoletano del Regno delle due Sicilie. Si tratta di uno dei due disegni (13) tratti da una ricca documentazione grafica e topografica, redatta dal corpo del Genio Militare Napoletano, nel decennio francese (1806-1815), del Regno delle due Sicilie. In particolare, il disegno manoscritto quì riportato in Fig. 3, riporta la scritta: “Croquì di Sapri”. Il significato in lingua francese di ‘croquis‘ o croquì o croqui è ‘schema o schizzo‘. Nello schizzo planimetrico (Fig. 3), una veduta planimetrica d’insieme e dall’alto di Sapri all’epoca. In esso vengono riportate alcune informazioni utili alla ricostruzione urbana del paese del tempo – primo decennio dell”800. Si vede l’orografia del sito, con l’indicazione della larghezza della baia naturale a mare (T. 200), l’indicazione dei contorni (litorale saprese), dei toponimi dei luoghi e dei torrenti, con la dislocazione delle fortificazioni esistenti e quelle proposte. All’interno dello schizzo si vede ad oriente una ‘T. Scialandro‘ e dall’altra parte ad occidente un’ antica batteria con una ‘T. Buondormire‘, (la Torre del Buondormire). Nello schizzo (Fig. 3), viene indicata una batteria costiera che esisteva sul lato occidentale del paese (Fig. 3). La Torre del Buondormire, oggi scomparsa, era una torre costiera che doveva essere posta dove attualmente si trova l’Ospedale civile di Sapri o dove oggi si vede il Faro Pisacane, presso l’omonima località ‘Fortino’, come si può ben vedere nel particolare della Fig. 3 e di Fig. 2. E’ molto probabile che il luogo fosse lo stesso dove nel ‘600 vi era una Torre cavallara di avvistamento detta la ‘Torre del Buondormire’, come si può ben vedere rappresentata nel disegno del Genio militare Napoletano, inedito e da me scoperto di Fig. 3 (partilare tratto dallo schizzo di Fig. 3), di cui parliamo in un altro nostro studio ivi pubblicato. Il Vassalluzzo (14), sulla scorta dell’Alfano (17), scriveva in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni. “. Della Torre del Buondormire, ne ha parlato anche il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (20), che nella sua prima edizione della ‘Lucania’, nel 1745 e poi nel 1795 (III edizione), parlando del porto di Sapri, accennava alla Torre del Buondormire che ancora si vedeva: “….di questo riparo pochissimo oggi n’è rimasto, ed appena si vede sott’acqua, essendo il di più stato consumato, e roso; ma se mai al Governo piacesse di fare stendere un piccolo braccio, o di scogli, o di fabbrica verso la Torre chiamata Buondormire, che sta ad occidente, lo che costerebbe pochissimo, si farebbe allo Stato ed a’ forestieri ancora un gran benefizio, perché i navilj, che vanno, o vengono da Calabria, da Sicilia, da Puglia, da Malta, avrebbero ove ricoverarli; non essendoci adesso da Messina fino a Baja porto né così capace, né più opportuno; ed in tal caso converrebbe ancor nettar il porto stesso, che presentemente ecc..”. Le Torri costruite sul litorale saprese le troviamo segnalate nella carta geografica regionale del “Principato Citra”, del 1613, delineata intorno al 1590-1594, dal cartografo Mario Cartaro (Fig. 4) (5). Il disegno del Tenente C. Blois pubblicato dallo Schmiedt (11) (Fig. 2), è particolarmente interessante in quanto rappresenta il particolare della batteria costiera di cui più tardi parlerà il Gallotti (12) in un suo pregevole scritto. Il disegno del Tenente C. Blois, riporta la sagoma architettonica del Fortino preesistente le cui basi e fondamenta ancora si vedono sotto il Faro “Pisacane”, in località ‘Fortino’, costituendo le preesistenti fondazioni poste sulla scogliera adiacente la battigia del mare. Nel 1815 la Torre del Buondormire era ancora visibile tanto che il Romanelli (7), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: “ di due miglia di circonferenza, e di un miglio didiametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una adoccidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta diLubertino.” (7). Dall’altra parte del paese, verso Acquafredda, troviamo altre tre torri. La torre alla foce del torrente ‘Rubertino’ (ricordata dall’Antonini e dal Pacicchelli come quella del fiume ‘Obertino’) è una di queste. La Torre del Buondormire, era ancora visibile nel 1828, allorquando il viaggiatore inglese Craunfurd Tait Ramage, la vide. Ecco cosa scriveva in proposito lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (21), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria: “Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due Torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino.”. La Torre del Buondormire, oggi scomparsa, era ancora visibile nel primo quarto di secolo XIX, al delineatore della carta manoscritta “Golfo di Policastro“ (Fig. 5)(10), senza indicazione di scala, a colori, inedita e da me scoperta e, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, dove la rinvenni in un copioso cartegggio sul Cilento.
(Fig. 4) Carta geografica: “Principato Citra” di Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590- 1594), cm. 36 x 51, riprodotta e tratta dal Mazzetti (5).
(Fig. 5) Particolare tratto dalla carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Napoli (10), inedita e da me scoperta.
Sebbene lo schizzo d’epoca borbonica, ad oriente di Sapri, segnasse una ‘Torre delloScialandro’, non credo che questa citazione fosse del tutto corretta. La ‘Torre dello Chialandro’, segnata nei ‘Croquì di Sapri’, schizzo d’epoca murattiana, non è quella dello Scialandro ma era la ‘Torre di Capobianco’, già precedentemente denominata ‘Torre dell’Obertino o del Lubertino, dall’omonimo fiume carsico che ivi scorre, citata anche dall’Antonini. E’ probabile che il delineatore dello schizzo detto ‘Croquì di Sapri’, un militare del Genio Murattiano all’epoca dell’occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, l’abbia confusa con l’altra torre che pure esisteva. Nel 1815 la Torre del Buondormire era ancora visibile tanto che il Romanelli (…), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: “di due miglia di circonferenza, e di un miglio didiametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una adoccidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta diLubertino.” (…). Dall’altra parte del paese, verso Acquafredda, troviamo altre tre torri. La torre alla foce del torrente ‘Rubertino’ (ricordata dall’Antonini e dal Pacicchelli come quella del fiume ‘Obertino’) è una di queste. La Torre del Lubertino, era ancora visibile nel 1828, allorquando il viaggiatore inglese Craunfurd Tait Ramage, la vide. Ecco cosa scriveva in proposito lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (…), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria: “Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due Torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino.”. Quasi sempre vengono annoverate: la ‘Torre diCapobianco’, ancora visibile dopo il porto di Sapri, all’altezza dello scoglio dello Scialandro a mare (Fig….). Il Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, nella sua interessante disamina sulle “torri costiere nel Viceregno”, si ferma all’ultima Torre costruita sulle coste del Principato Citra che, peraltro, nella sua tav. 6, chiama erroneamente “Torre Mezzanotte”, riferendosi probabilmente alla “Torre di Scialandro”. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), a p. 200, parlando di Sapri, scriveva che: “All’anno 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne contava 1368 (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 200, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Rizzi F., Osservazioni statistiche sul Cilento, op. cit., p. 69; Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281. Sinno A., Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo, parte II, 1954, p. 130. A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)”. Io posseggo il testo del Sinno (…), ma non ho trovato a p. 130, tutto ciò che riporta il Vassalluzzo. Nel Sinno (…), si parla di Sapri a pp. 130 e 131, dove egli scriveva che: “In altri paesi costieri del Salernitano, da Agropoli a Sapri, si ebbe egualmente il fenomeno dello spopolamento, determinato dalla stessa causa, cioè della malaria e per di più il pericolo di incursioni di pirati. Ma quelle popolazioni, che raggiunsero in passato i paesi vicini montani, dove trovarono fraterno accoglimento, ecc…”, ma come si può leggere non dice nulla circa i suoi abitanti nel 1811. Inoltre credo che il Sinno (…), semmai avesse scritto questa notizia, si sia confuso con gli abitanti di Rivello. Il Vassalluzzo, nella sua nota (4), citava anche Leopoldo Cassese, e credo che la notizia sia contenuta nel suo La «statistica» del Regno di Napoli del 1811. Relazioni sulla Provincia di Salerno, Salerno, 1955. Il saggio del Cassese riguarda la Relazione di Gennaro Primicerio Guida che nel 1811, presentò per il Pricipato Citra, il colto sacerdote, come scrivono nell’introduzione al testo i due studiosi Gabriele De Rosa e Antonio Cestaro (…), nel 1973, dove pubblicano solo la parte che riguarda l’Agricoltura. La Relazione sulla «statistica» del Regno di Napoli del 1811 è un’opera letteraria redatta per il governo Napoleonico di Gioacchino Murat che la commissionò in quegli anni. Leopoldo Cassese (…), ha scritto anche ‘Il Cilento al principio del secolo XIX’, edito nel 1956, in cui pubblicò il testo di FIlippo Rizzi (…), ‘Osservazioni statistiche sul Cilento’, che ho. Il Vassalluzzo nella sua nota (4), parla di p. 281, ma il saggio del Cassese arriva a p. 124. Le notizie tratte dal Vassalluzzo, circa gli abitanti di Sapri nel 1811, sono state citate anche dal Guzzo (…). Come ci fa notare Antonio Scarfone (…), nel suo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri” che, segnalava alcune notizie tratte da Scipione Mazzella Napolitano (…) e che in proposito affermava che: “nell’elenco dei centri abitati del Principato di Citra, così come nell’elenco delle torri costiere, viene segnalata solo una struttura litoranea, Scilandro nel territorio di Policastro (Guzzo, 1999) senza nessun accenno a Sapri come elemento di scalo.”, la prima citazione in assoluto di una ‘Torre dello Scialandro’ è di Scipione Mazzella Napolitano (…), che la citò a p. 87, del suo elenco delle Torri costruite nel Principato Citra, del suo ‘Descrittione del Regno di Napoli’, edito nel 1568:
(Fig….) Scipione Mazzella Napolitano (…), p. 87, elenco delle Torri nel Principato Citra
Scipione Mazzella Napolitano, nel 1568, citava l’antica Torre dello Scialandro. Scipione Mazzella Napolitano (…), nel suddetto elenco che vediamo illustrato nell’immagine della Fig…, citava due torri dello Scialandro ed in proposito scriveva che: “37 Torre di Scilandro in territorio di Policastro” e, poi scriveva pure: “58 Torre del Crivo di Scilandro in territorio di Camerota”. Dunque, il Mazzella, citava e le chiamava Torri di “Scilandro” , sia in territorio di Policastro e sia in territorio di Camerota. Non mi risulta che a Camerota o a Palinuro, vi sia una “58 Torre del Crivo di Scilandro”. Nell’elenco delle Torri costiere costruite a seguito delle ordinanza dei Vicerè spagnoli, non risulta questa torre nel territorio di Camerota. Scipione Mazzella (…), non cita solo la Torre dello Scilandro, come invece scrive Antonio Scarfone (…), ma cita anche la “42 T. di Capobene in terr. di Policastro”. Il Mazzella, cita pure un’altra torre che a noi pare strana: “64. T. della Fenosa detta Capo delle Gatte in terr.”. Il Mazzella la chiamava “Torre di Scilandro”, ponendola nel territorio di Policastro. Dunque, il Mazzella, per tutte le torri che cita e che conosciamo a Sapri o nei suoi pressi, dice essere nel territorio di Policastro. Perchè ?. Scipione Mazzella Napolitano (…), a p…., parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Appresso Policastro col suo Golfo, che gli antichi chiamavano Seno Saprico dalla città di Sapri hoggi nominata li Bonati.”. Scipione Mazzella Napolitano (…), sebbene citasse delle interessanti notizie, non conosceva bene i luoghi e dunque non poteva sapere che all’epoca in cui egli scriveva, nel 1568, sebbene Sapri, appartenesse alla giurisdizione del mandamento di Vibonati, le sue coste erano quelle sapresi e non di Policastro. Infatti, le Torri costiere esistenti al tempo di Scipione Mazzella (…), nel 1568, non erano solo quella dello ‘Scialandro’, ma lungo la fascia costiera che da Sapri va verso Acquafredda, le torri erano diverse. Tuttavia, la citazione di Scipione Mazzella (…), che scriveva nel 1568 è di estrema importanza per la ricostruzione storiografica di alcune torri preesistenti sul nostro territorio già in epoca, io credo, angioina. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, racconta della richiesta che Don Sancio Martinez, nel 1554, fece alle Università del luogo per la costruzione di due nuove Torri a Molpa e Palinuro. Ma, l’opera più esaustiva che al momento sia stata scritta sulla costruzione delle Torri costiere nel periodo Vicereale è quella di Onofrio Pasanisi (…): ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napolinelsec. XVI’, pubblicata nel 1926. Infatti, Onofrio Pasanisi (…), è l’unico che riporta una notizia storica interessante e documentata sulla ‘Torre dello Scialandro’. Il Pasanisi (…), a p. 428, in proposito scriveva che: “Nel 1567 infatti venne imposta per la fabbrica una tassa di grana 22 per tutti i fuochi del regno (3), ecluse le terre lontane 12 miglia dalla marina ed alcune categorie di abitanti, schiavoni ed albanesi che pagavano la metà (4). L’aveva preceduta il 1° maggio 1566 una tassa di grana 7 ed 1 cavallo per il servizio di una guardia (5). L’adozione di questo sistema apportò immediatamente immensi benefici. Non solo permise una giusta ed ecqua ripartizione di questi pubblici pesi, non solo pose fine ai continui litigi delle università, ma quando, – e ciò fu assai notevole – col copioso affluire del danaro nelle casse dello Stato, diede modo a queste di essere rivalse delle spese di fabbrica e di quelle assai gravose del servizio di guardia, (queste ultime a datare dal 1° maggio 1566). Innumerevoli sono infatti gli ordini di rimborso dati dalla R. Camera ai percettori provinciali (1).”. Il Pasanisi (…), a p. 429, nella sua nota (1), postillava in proposito che: “(1) ad es. ‘Partium S., vol. 548, f. 150: rimborso dei ducati 93 a Guardiagrele pagati nel 1563 per la tassa del Sangro. Idem vol., fol. 122 per l’università di Rivello (Basilicata) per contribuzione torre Scialandro (Policastro).”. Il documento che cita il Pasanisi (…), è un documento tratto dai registri “Partium” della Real Camera della Sommaria del Regno di Napoli Vicereale. Dunque, questa notizia è di estrema importanza in quanto conferma la mia ipotesi circa l’esistenza (documentata) di una Torre dello Scialandro, che secondo questa notizia fornitaci dal Pasanisi che la cita, per la sua costruzione, le imposizioni fiscali pagate precedentemente dall’università di Rivello, il 1° maggio 1566, dovevano essere restituite a causa della nuova ordinanza emessa nel 1567, che escludeva dal pagamento tutte quelle università (i comuni dell’epoca) ed in questo caso l’università di Rivello, che distavano più di 12 miglia dalla torre costiera da costruire. Insomma, secondo quanto scrive il Pasanisi (…), nella sua nota (1), di p. 429, che cita il documento “Partium S., vol. 548, f. 150”, risulta che l’università di Rivello, prima del 1567, aveva contribuito al pagamento delle imposizioni fiscali per la “Torre Scialandro”. Tuttavia, non sono in grado di affermare il vero motivo per cui l’università di Rivello, pagava le imposizioni fiscali per la ‘Torre Scialandro’. Il Pasanisi (…), scrive che i motivi per i quali, nel 1567, il governo spagnolo Vicereale nel Regno di Napoli, imponesse il pagamento di pesi fiscali erano diversi. Infatti, i motivi addotti per il pagamento delle tasse poteva essere la: 1- costruzione della torre (imposta per la fabbrica), 2 – servizio di guardia per le torri già funzionanti; 3 – la costruzione di opere di rifacimento e ammodernamento su fabbriche già esistenti. Dunque, alla luce del documento citato dal Pasanisi, posso solo affermare che dopo il 1567, a seguito della nuova ordinanza emessa per “tutti i fuochi del regno” (tutti i nuclei familiari presenti e rilevati nell’ultimo censimento), l’università di RIvello verrà esentata dal pagamento di qualsiasi tassa. Dal documento citato si può anche affermare che la ‘Torre dello Scialandro’, nel 1567, già esisteva, anche se non posso dire quando è iniziata la sua costruzione. Per l’epoca di fondazione o costruzione della Torre dello Scialandro, bisognerebbe trovare i documenti, semmai vi fossero, che ci dicono quando ne fu ordinata la sua costruzione. Inoltre, non possiamo dire quando l’università di Rivello, insieme alle altre università, contribuirono per la fabbrica o per il suo servizio di guardia. Il documento citato dal Pasanisi, ci dice quando furono restituiti i pesi pagati all’università di Rivello che probabilmente come altre università aveva presentato ricorso alla Real Camera della Sommaria. Inoltre, interessante è la citazione di “l’università di Rivello (Basilicata) per contribuzione torre Scialandro (Policastro).”. Il documento dunque, fa luce anche sulla citazione del Mazzella (…), che nel suddetto elenco scriveva che: “37 Torre di Scilandro in territorio di Policastro”. Il Mazzella, nel 1568, proprio l’anno dopo l’ordinanza vicereale del 1567, elencava le torri costruite ed esistenti nel Principato Citra e la torre dello Scialandro la poneva nel territorio di Policastro. Dunque, mi chiedo cosa centrasse l’università di Rivello ?. Nel 1567, l’università di Rivello, faceva parte della Diocesi di Policastro e forse apparteneva alla vasta contea dei Carafa della Spina di Policastro. Sull’epoca di fondazione della ‘torre dello Scialandro’, come pure di altre torri come quella della ‘Petrosa’ a Villammare, questa pure citata dal Pasanisi, o della ‘torre del Buondormire a Sapri, non abbiamo notizie documentate ma credo si tratti di torri molto più antiche risalenti all’epoca anteriore della guerra del Vespro tra Angioini ed Aragonesi. Le Torri diguardia o di avvistamento (guardiole), più piccole, con pochi uomini di guardia ed un solo cannone, erano disposte sulle alture, oppure lungo la costa, spesso in località difficilmente raggiungibili, ma in ottima posizione per sorvegliare molte miglia di mare. ogni torre era in vista delle due limitrofe, in modo da poter comunicare, sia durante il giorno (segnali di fumo) che di notte (con l’accensione di fuochi). Il numero di fuochi corrispondeva a quello delle navi in arrivo e la fumata, (nei limiti delpossibile…..) era rivolta nella direzione da cui queste provenivano. entrambi i tipi di segnalazione erano preceduti da un suono di campana. Le Torri angioine, più antiche, di forma cilindrica, con basamento a tronco di cono che rappresenta i 2/3 dell’altezza dell’intera torre ed è sormontato da una cordonatura (redondone o toro) di tufo grigio in piperno (roccia vulcanica proveniente dalle cave napoletane poste ai piedi dei Camaldoli) o materiale simile, e mura poco spesse. Avevano funzione, essenzialmente “di avvistamento”. Le torri circolari, quelle d’epoca Angioina, caddero in disuso con l’avvento della polvere a sparo. Fu l’avvento dell’artiglieria a segnare il passaggio dalla forma circolare a quella quadrata, per meglio resistere alle cannonate. Le nuove Torri, costruite con criteri più moderni, erano così in grado di assolvere a funzioni di avvistamento, riparo ed anche offesa. Talvolta, due o più Torri venivano unite da ballatoi. L’ingresso veniva aperto sul lato a monte, al piano superiore (3-6 m. di altezza) e poteva essere dotato di una scala retraibile., anziché in muratura. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo pregevole studio sui ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, nel capitolo III: “Le Torri costiere nel Viceregno”, a p. 45, mostrava un disegno tratto dalle Carte e stampe, conservate all’Archivio di Stato di Napoli, da cui io stesso, trassi diversi documenti inediti:
In questo disegno, si vedono le due principali tipologie di torri costiere. La torre dello Scialandro, appartenente al sistema difensivo costiero del Regno di Napoli, ma di sicuro non faceva parte del programma di costruzione promosso dal Governo Vicereale. Situata su uno sperone roccioso nei pressi del “Canale di Mezzanotte”, non conosciamo l’epoca di fondazione, ma essendo la sua struttura di foma a pianta e sezione circolare, dunque con base e tronco cilindrico, rappresentando ed assumendo la quasi perfetta forma di un cilindro, essa si configura tra le tipologie costruttive usate molti secoli prima dell’epoca Vicereale. Io credo che la sua forma cilindrica, può avvalore l’ipotesi che essa sia una Torre molto più antica e forse risalente al periodo Angioino. Per le torri Vicereali, ovvero le torri costiere, oggi in parte ancora visibili anche se dirute, al contrario è stato scritto molto. Le torri costiere vicereali sono le torri costruite lungo la costa del Regno di Napoli ed in particolare quelle Tirreniche, dal Governo dei Vicerè Spagoli, ce tra gli anni 1555 e 1582, intrapresero un programma di costruzione molto vasto. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, racconta della richiesta che Don Sancio Martinez, nel 1554, fece alle Università del luogo per la costruzione di due nuove Torri a Molpa e Palinuro. Il Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta dell’Alfano (…), a p. 197, scriveva in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella diObertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni.“. Dunque, secondo il Vassalluzzo (…), ad oriente di Sapri, l’unica Torre esistente e costruita era quella di Capobianco, anticamente detta Torre dell’Obertino. Dal sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nessuna citazione delle torri costiere più antiche ed in particolare della ‘Torre di Scialandro’, di cui parlerò. Nel 1978, e nel 1991, Angelo Guzzo (…), pubblicò due libri di estremo interesse per la ricostruzione storiografica delle nostre zone. Nei suoi ‘Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia‘ e, nel postumo ‘Sulla rotta dei Saraceni – La difesa anticorsara sulla costa del Cilento’, il Guzzo, anche sulla scorta del Pasanisi e del Vassalluzzo, fa una disamina della costruzione delle Torri marittime Vicereali costruite sul finire del XVI secolo, lungo le noste coste, da tempo oppresse dalle incursioni barbaresche. Secondo la ricostruzione che il Guzzo (…) fa, anche sulla scorta dei documenti di Archivio raccolti e citati dal Pasanisi (…) “Solo nel 1566 venne l’ordine della costruzione delle torri nelle rimanenti parti del Principato Citra, nel tratto cioè, che da Agropoli si estende fino a Sapri e non comprese nel precedente bando. Le torri da edificarsi o da accomodarsi ed indicate dall’Ingegnere Tortelli, che era stato inviato in quella provincia dal Duca d’Alcalà, furono le seguenti: 35) Una allo Scialandro, presso Sapri”. Dunque, il Guzzo (…), a p. 247, scriveva che la Torre dello Scialandro, veniva costruita a seguito dell’orinanza vicereale del 1566. Ma rileggendo il Pasanisi (…), abbiamo visto che l’epoca di costruzione di quella torre non si evince. Dal documento citato a p. 429 nella sua nota (1), si evince che l’università di Rivello, nel 1567, veniva esentata dal pagamento dei pesi per la Torre dello Scialandro, ma non si evince da nessun documento che la ‘Torre dello Scialandro’ rientrasse nel programma dell’ordinanza del 1566. Ancora il Guzzo (…), a pp. 248-250, in proposito scriveva che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località (e continua l’elenco delle torri a p. 250): “alla Petrosa, a Villammare; al Buondormire, presso Sapri, alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri, allo Scialandro, presso Sapri.”. Il Guzzo, racconta che, sebbene la richiesta di tasse per la costruzione delle due nuove torri fosse stata negata dalle Università del posto, queste due nuove torri erano operanti nel 1557. Il Guzzo (…), a p. 248, scriveva in proposito che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località:………………….”. Anzi il Guzzo (…), a p. 250, scriveva che: “Alla fine del 1570 sulla costa cilentana, di tutte le torri progettate e comprese nel bando del 1566, solo le seguenti erano effettivamente compiute, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati: – ………………. (35).”. Il Guzzo (…), a p. 252, nella sua nota (35), sulla scorta del Vassalluzzo (…), che a p. 197, del suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, nella sua nota (…), postillava la stessa cosa “……………………“. Il Guzzo (…), nelle pagine seguenti, parla del programma di costruzione attuato nel Regno di Napoli dal governo Vicereale Spagnolo e a p. 250, a proposito della Torre del Buondormire, dice che questa era una delle torri che furono completate alla fine del 1570 e a p. 252, nella sua nota (35), postillava che: “(35) La Torre del Buondormire ora del tutto scomparsa, era ancora visibile nel 1888. Vi furono come torrieri: ecc..ecc..”. Il Guzzo (…), riguardo la documentazione attestante la notizia che alla fine del 1570, ricavata dal Pasanisi (…), la costruzione della Torre del Buondormire, presso Sapri, era effettivamente compiuta, in proposito postillava che: “(22) Perc. Prov. Fascio 119, fol. 138- citato da Pasanisi O., op. cit., pag. 433.”. Dunque, se notiamo bene, il Guzzo, sulla scorta del Pasanisi e dei documenti di Archivio citati, scrivendo che detta suffraga la costruzione “effettivamente compiuta”,“come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati”. Dunque, il Guzzo, sulla scorta del Pasanisi (…), comprendeva nell’elenco delle torri che venivano costruite nel 1566, anche quella dello Scialandro. Il Guzzo, nel suddetto elenco, citava la ‘Torre dello Scialandro’ e la citava dopo la Torre alla foce del torrente Rubertino che abbiamo visto essere poi stata chiamata Torre di Capobianco che è ancora visibile davanti lo scoglio dello Scialandro. Dunque, stando a ciò che lo stesso Guzzo scrivesse a p. 250, la Torre dello Scialandro seguiva in successione quella del torrente Rubertino, e dunque, questa torre doveva essere una torre posta lungo la costa dopo quella del torrente Rubertino. Sempre il Guzzo (…), a p. 253, scriveva che con la nuova tassa imposta nel 1582, e per effetto di essa furono portate a termine anche la torre alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri. Dunque, della torre dello Scialandro, non si dice più nulla. Forse perchè era una torre già preesistente, come io credo, ma in rovina e dunque giudicata non idonea al programma di costruzione portato a termine dall’Ingegnere Tortelli. Dalla documentazione della Camera della Sommaria Vicereale del Regno di Napoli, pubblicata dal Pasanisi (…), si evince che la costruzione delle Torri cavallare fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli per la difesa delle coste e delle umili popolazioni dell’epoca, non interessavano alcune Torri costiere che già dovevano essere preesistenti, se non per il solo loro rafforzamento. Ma se il Guzzo (…), sulla scorta di Onofrio Pasanisi, a proposito di questa torre, a pp. 248-250, in proposito scriveva che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località (e continua l’elenco delle torri a p. 250): “alla Petrosa, a Villammare; al Buondormire, presso Sapri, alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri, allo Scialandro, presso Sapri.”. Dunque, anche in questo caso il Guzzo (…), ci dà un quadro distorto della realtà dei fatti, in quanto secondo quanto asserisce, la torre dello Scialandro, si costruiva nel 1567. Come ho avuto già modo di ribadire, la torre dello Scialandro, nel 1567, era già preesistente ma dal documento citato dal Pasanisi non si evince che fosse in costruzione. Forse nel 1567, la Torre dello Scialandro, come altre torri già preesistenti, erano state oggetto di interventi di manutenzione. Sempre il Guzzo, a p. 253, scrive che nel programma di costruzione attuato nel Regno di Napoli dal governo Vicereale Spagnolo, per effetto della nuova tassa imposta nel 1582, fu portata a termine alcune torri ma nel suo elenco non figura quella dello Scialandro. Infatti, se la Torre dello Scialandro, veniva citata da Scipione Mazzella Napolitano, nella sua prima edizione del 1568, mi chiedo come fosse possibile che questa torre, pur essendo compresa nel programma di ricostruzione del 1566, non fosse stata ultimata a seguito del programma attuato a seguito della tassa del 1582. L’unica spiegazione logica è quella, come io credo, che la Torre dello Scialandro, fosse una torre già peesistente ancora prima della costruzioni vicereali e che poi in seguito, fu compresa nel programma di ricostruzione per rinforzarla ma, come io credo, i lavori non furono del tutto ultimati a causa del fatto che mancavano i fondi per ricostruirla o rinforzarla. Infatti, il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta del Pasanisi (…), a p. 197, scriveva in proposito che: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella diObertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco(Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni.“. Dunque, secondo l’elenco che fa il Vassalluzzo (…), tra il 1568 e il 1584, sulla ‘Torre dello Scialandro’, a sua guardia non risulta nessun torriere ma risultano torrieri a guardia delle torri di Buondormire e di Capobianco. Ovviamente il fatto che non risultassero torrieri a guardia della ‘Torre dello Scialandro, nel secolo XVI, non significa che questa torre non fosse già preesistente. Il Guzzo (…), sulla scorta del Pasanisi (…), a p. 253, scriveva che nel 1580, la vicina Università di Maratea, “ricorreva al Vicerè per la mancata costruzione di una torre, già ordinata dal Governatore Conte di Briatico, nel luogo detto di Acquafredda, presso la grotta della Scala, approdo e dimora dei corsari (39).”. La “Grutta d’a Scala” (il nome significa ‘grotta della scala’). Il Guzzo, a p. 253, in proposito a questa torre in Acquafredda, nella sua nota (39), postillava che: “(39) O. Pasanisi, op. cit. p. 435.”. Infatti, Onofrio Pasanisi (…), a p. 435, aveva scritto che: “Nel 1580 l’università di Maratea ricorreva al vicerè per la mancata costruzione d’una torre già ordinata dal governatore Conte di Briatico nel luogo detto dell’Acqua fredda presso la grotta della Scala, approdo e dimora dei corsari (2).“. Il Pasanisi (…), a p. 435, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Proc. R. Cam. (p.a.) n. 3037, vol. 277.”. Ma in questo caso il Pasanisi (…), non si riferiva alla ‘Torre di Scialandro’, ma si riferiva ad una torre costruita ad Acquafredda, nel luogo, dove io credo, oggi vi è la Villa Nitti. La vicina spiaggetta della grotta della Scala si trova ad Acquafredda di Maratea in Provincia di Potenza, ed è molto probabilmente la spiaggetta dove sbarcò il gruppetto al seguito di Costabile Carducci. Non sappiamo se il 10 marzo 1577, secondo quando scrive Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, a p. 281: “il regio misuratore delle Torri delle cinque provincie di Terra di Lavoro, Principato Citra (il nostro) Basilicata, Terra di Bari e Capitanata, Liberato Lucido, ecc..”, l’avesse visitata insieme alle altre preesistenti lungo il litorale costiero del nostro Principato Citra. Certo è che se fosse ritrovato l’antico verbale di visita di Liberato Lucido, Regio misuratore del Regno di Napoli al tempo del governo dei Vicerè Spagnoli, sarebbe un ulteriore testimonianza dell’esistenza, anzi preesistenza della ‘Torre di Scilandro‘. A tal proposito stò cercando i registri ‘Quinernioni’, dove si annotavano le Sentenze e delibere della Regia Corte della Sommaria, come ci dice il Capasso. Riguardo la torre marittima della Molpa, requisita dal duca d’Alcalà, al De Leyna, e in seguito, il 10 marzo 1577, dunque dopo la prima edizione del Mazzella, secondo quanto il Pasanisi postillasse nella sua nota (3), si riferiva al “(3) Proc. R. Camera, n. 3749, vol. 315, p.a.”. Come pure, potrebbe risultare interessante il documento citato dal Guzzo (…), a p. 258: “Carta n. 41 del Volume 104 dell’Archivio di Stato di Napoli, Sommaria Diversi, I numerazione, in cui è ben chiaro il numero ed anche la dislocazione di tutte le torri marittime del Regno.”. Forse la ‘Torre dello Scialandro’ era una torre già preesistente, come io credo, ma in rovina e dunque giudicata non idonea al programma di costruzione portato a termine dall’Ingegnere Tortelli. Mazzella (…), a p. 87, elencava le torri costiere esistenti nel 1568, ed in proposito citava solo la torre dello ‘Scialandro’, scrivendo: “37 T. di Scilandro in Territorio di Policastro”. Scipione Mazzella (…), nel suo elenco delle Torri di Principato Citra, citava anche la “58 T. del Crivo di Scilandro in territorio di Cammerota”, confondendola con l’altra ‘Torre del Crivo‘, e confondendola il luogo, dicendola a Camerota. La torre dello Scialandro è una torre molto più antica delle altre visibili che la tradizione popolare orale chiama ‘Normanne’ ma, costruite in epoca Vicereale. Le torri vicereali, non sono di forma circolare come quella dello Scialandro, ma esse hanno una sezione a base quadrata e, in elevato assumono una quasi perfetta forma cubica. La Torre dello Scialandro, invece, diversamente dalle altre e unico esempio esistente fino a Novi Velia, ha una sezione a base circolare ed in elevato, assume una forma quasi cilindrica, rastremandosi verso l’alto, forma questa tipica delle Torri d’epoca Angioina, dunque molto più antica delle altre. Inoltre, molti scrittori che l’anno citata, l’hanno confusa con la vecchia Torre dell’Obertino poi detta di Capobianco. La Torre dello Scialandro, come si può ben vedere in tutte le altre carte geografiche citate, è sempre segnata lungo la costa che da Sapri va verso Acquafredda ma posta in successione alla Torre di Capobianco. Credo che la Torre di Scialandro, sia la seconda torre ad oriente di Sapri e del fiume Lubertino, che si vede disegnata in rosso nella carta d’epoca Aragonese. Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848′, edito nel 1909, parlando dei fatti che accaddero nel 1848, e sul Carducci, nel suo vol. II, a p. 5, in proposito alla torre che io credo fosse dello Scialandro, scriveva che: “Alcuni corsero ad avvertire le guardie doganali in una antica torre posta a ridosso della collina e addetta a caserma. Il brigatiere delle guardie, Salvatore Miggiani, raccolti i suoi pochi dipendenti ecc..”. A tal proposito, devo però citare il racconto dell’episodio e dei luoghi che fa Franco Maldonato (…), nel suo ‘Teste mozze’, edito recentemente, che a p. 104, in proposito allo sbarco di Carducci ad Acquafredda scriveva che: “Messo al sicuro il gozzo, si inerpicano in cerca di cibo verso l’abitato, un borgo di duecento anime, noto come Acquafredda perchè nelle acque rivierasche affiora, una bolla visibile solo in tempo di bonaccia, una sorgente sotterranea di acqua dolce, più fredda delle altre correnti in ogni periodo dell’anno. Quivi si era rifugiato il sacerdote Vincenzo Peluso, che in gennaio ..”. Maldonato (…), a p. 105 continuando il suo racconto scriveva che: “ritenne più prudente ritirarsi ad Acquafredda, poco più di cinque chilometri da Sapri, in una casina a forma circolare situata su un colle che guarda direttamente verso il mare ma dal lato opposto del Porticello.”. Dunque, secondo il Maldonato, il vecchio prete Vincenzo Peluso, nel gennaio del 1848, si era ritirato o “rifugiato” in una “una casina a forma circolare situata su un colle che guarda direttamente verso il mare ma dal lato opposto del Porticello.”.
La ‘Cronaca’ su Pisciotta del notaio Giovanni Antonio Ferrigno
Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta scriveva che: “In un ‘ms’ conservato nella Cancelleria della SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7).”. Ebner per SRC si riferiva alla Real Camera della Sommaria di Napoli. Ebner (…), a p. 318, nella sua nota (7) scriveva che: “(7) G.A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ‘ms’ della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Riguardo l’antico documento citato da Ebner nella sua nota (7), ovvero il ms. del notaio G.A. Ferillo o Ferrigno, un cronicon sull’origine di Pisciotta, ha postillato anche il Gaetani (…) a p. 28, nella sua nota (9): “(9) Pisciotta fu accresciuta da Molpesi nel 1474 quando la Molpa fu saccheggiata e ditrutta da Corsari d’Africa. Riferisce l’Antonini (vol. I, p. 330) che allora Pisciotta era un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una Relazione fatta da Notar Gio. Antonio Ferrigno, suo cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territori, tutto essendo della Molpa.”. Il Barone Antonini (…), infatti, a p. 330, in proposito scriveva che: “Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV. fu dà Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora che Pisciotta un picciolo Casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2) suo Cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc..”.
Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 parlando di “Pisciotta”, in proposito scriveva che: “Due miglia poi sul mare, è la grossa Terra di Pisciotta (I), con un Monistero di Frati Francescani….ed a’ giardini danno, malamente dal Signor Gatta allogata nel ‘Vallo di Novi’ al fol. 300 della sua ‘Lucania Illustrata’. Tutte le frutta, e l’oglio sopra tutto, che in quantità grande produce, io lo ripongo fra i più belli del Regno. Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV fu da Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora Pisciotta un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno suo Cittadino (2), avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc..“. L’Antonini a p. 330 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”. Riguardo questo documento o relazione, l’Antonini ne parla anche a p. 348. Pietro Ebner (…), ne accenna anche nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 322 parlando di Pisciotta in proposito scriveva che: “L’Antonini (37) contesta al Gatta ecc…e le rovine di Molpa distrutta nel 1494 dai “Corsari d’Africa”. Allora Pisciotta era, secondo il Ferrigno, casale della Molpa e contava pochi abitanti.”. Riguardo la relazione del Ferrino citata dall’Ebner a p. 322, vol. II, sempre parlando di Pisciotta egli a p. 318 nella sua nota (7) postillava che: “(7) In un ms conservato nella Cancelleria del SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7) G. A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ms della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Il Ducato di Monteleone fu un’entità feudale esistita in Calabria tra il XVI secolo e gli inizi del XIX secolo. Il suo territorio corrispondeva agli odierni comuni di Vibo Valentia e di San Gregorio d’Ippona, nella medesima provincia. Istituito nel 1527, fu dominio della famiglia Pignatelli, fino all’abolizione del feudalesimo avvenuto nel Regno di Napoli nel 1806.
Due torri costiere, in una carta inedita d’epoca Aragonese
In particolare per i casali citati, ci conforta l’immagine Fig…. (…), della carta d’epoca aragonese – dove essi vengono citati. La carta inedita, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, riveste una particolare importanza per i nomi dei luoghi o toponimi in essa citata, inoltre essa, è forse l’unica testimonianza cartografica dei due toponimi in questione che, ritroviamo solo in questa carta. Come si può vedere, nell’immagine sopra che illustra la carta in questione, nelle campagne poste a ridosso della fascia costiera di Sapri, e dopo il centro abitato di Sapri, andando verso Acquafredda, si possono leggere alcuni nomi di luogo, dei quali non conosciamo l’origine e che oggi sono del tutto scomparsi o di cui rimangono pochi ruderi. Nella carta in questione sono segnate con il colore rosso dei piccoli centri urbani o gruppi di costruzioni, che stanno ad indicare piccoli casali o borghi. Guardando la carta corografica: ‘Principato Citra – Regno di Napoli’, d’epoca Aragonese, dunque molto più antica del ‘Croquì’, ci accorgiamo che, all’altezza e di fronte lo scoglio dello Scialandro, che pure è segnato, vediamo riportata solo la figura colorata in rosso di una torre ma senza l’indicazione del suo nome. Nella stessa carta d’epoca aragonese, all’altezza dell’attuale Canale di Mezzanotte, vediamo indicata un’altra torre (sempre di colore rosso) che anche quì non è scritto il suo nome ma io credo fosse propio la Torre dello Scialandro. Le due torri, segnate lungo la costa ad oriente di Sapri e sul monte Ceraso, nella carta d’epoca Aragonese, indicate solo con il disegno di una torre ma senza i nomi, io credo siano proprio le torri citate da Scipione Mazzella Napolitano (…), segnalate nel suo ‘Descrittione del Regno di Napoli’, edito nel 1568.
(Fig….) Particolare tratto dalla carta corografica: ‘Principato Citra – Regno di Napoli’, carta manoscritta e dipinta a colori, d’epoca Aragonese, di autore Anonimo e non datata, inedita e da me rintracciata all’Archivio di Stato di Napoli il 16 maggio 1981 e pubblicata nel 1987, in un mio saggio a stampa (…).
Come ho già precedentemente detto, l’indagine geo-storica si può condurre anche attraverso l’indagine cartografica. A tal proposito, dopo aver illustrato ivi la carta inedita d’epoca Aragonese, aggiungo anche quest’altra carta simile ma non identica, che avvalora ed attesta quanto riportato nella precedente, inedita e da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli. Nel 2008, Ferdinando La Greca e Vladimiro Valerio (…),nel loro pregevole studio sul ‘Paesaggio antico e medioevale nelle mappe aragonesi di Giovanni Pontano – Le terre di Principato Citra’, pubblicarono in appendice una serie di carte rinvenute alla Biblioteca Nazionale di Francia. In un altro mio precedente studio, ho parlato della carte inedita e da me scoperta, illustrata nelle due immagini di Figg…… In questo mio saggio, dal titolo “Sapri, in una carta inedita d’epoca Aragonese”, dove ho cercato di spiegare che questa seconda carta, pubblicata dai due studiosi, in realtà, io credo, che si tratti di una copia della carta inedita da me scoperta. I due studiosi, nel loro saggio, scrissero di alcune mappe d’epoca Aragonesi, forse provenienti dalla cercia del Pontano (…), poi in seguito trafugate da Carlo VIII in Francia ed ivi rinvenute nella Bibliote Nazionale di Francia dall’abbate Ferdinando Galiani che nel 1756, ebbe l’ordine di ricercarle dal ministro borbonico Tanucci e li trafugò a Napoli. Queste antichissime carte, furono, molto probabilmente, fatte compilare dal Pontano per conto del governo Aragonese, per motivi fiscali e risultano essere ad oggi tra i documenti importantissimi di quell’epoca. Si vede chiaramente che le due carte si somigliano ma la mia, inedita, io credo sia molto più antica di quelle conservate alla Biblioteca Nazionale di Francia, pubblicate da Ferdinando La Greca in Appendice del testo citato. Si tratta delle carte: 1- T3.3 – Cilento (BNF, Cartes et Plans, GE AA 1305-6, particolare), pubblicata a p. 102; 2 – T3.7 – Cilento, part. con la valle del Bussento (BNF, Cartes et Plans, GE AA 1305-6, particolare), pubblicata a p. 106.Le due carte pubblicate in Appendice da Ferdinando La Greca (…), a pp. 102 e 106, provengono dalla stessa carta francese: GE AA 1305, Feuille 6. Nel 2013, ho richiesto ed ottenuto dalla Biblioteque National de France, la carta in questione, citando la stessa collocazione indicata da La Greca (…): GE AA 1305, Feuille 6 (foglio 6) ed ho ottenuto la copia digitale, di cui ivi pubblico un particolare.
(Fig…) La carta parigina, pubblicata da Valerio e La Greca (…)
Come possiamo vedere, anche nella carta corografica illustrata nell’immagine sopra, sono segnati e riportati i due Casali di cui si ci è occupati in questo saggio. Il toponino (nome di luogo) del “Casale del Corbo”, anche qui, viene segnato sulle alture ad oriente di Sapri, tra lo scoglio dello Scialandro, che pure è segnato, e il centro abitato di Maratea. Dunque, come io credo, questo antichissimo casale oramai scomparso e che non so se vi sono ruderi o resti, doveva sorgere grosso modo all’altezza dell’attuale linea di confine tra le due Regioni, prima del piccolo centro abitato di Acquafredda, oppure, come io non credo, potebbe trattarsi dello stesso centro di Acquafredda. Ricordiamo che nei pressi del luogo dove le due carte ivi illustrate riportano il toponimo “Casale del Corbo”, si trova la linea di confine attuale tra le due Regioni del vecchio ‘Principato Citra’ e Basilicata, confine corrispondente al “Canale di Mezzanotte”, che in queste carte non viene segnato. Nelle due carte in questione, si vede segnata un’altra torre, senza l’indicazione del nome, ma successiva a quella segnata non molto distante dal “Casale del Confine” e dal “Fiume lubertino”, dove ho già scritto che si trattava dell’omonima torre del Lubertino o dell’Obertino, a cui ho dedicato ivi un mio saggio. L’altra torre segnata in queste due carte, all’altezza di Acquafredda, come io credo, è l’antichissima “Torre dello Scilandro”, citata nel 1568 da Scipione Mazzella Napolitano. Recentemente, nel 2008, i due studiosi, Ferdinando La Greca (recentemente scomparso) e Vladimiro Valerio (…), in un loro pregevole studio, ‘Paesaggio antico e medioevale nelle mappe aragonesi di Giovanni Pontano – Le terre di Principato Citra’, edito nel 2008, a p. 30, pubblicavano uno stralcio della carta corografica o geografica del ‘Principato Citra’ (Fig. 1.16) di Nicola Antonio Stigliola (…), delineata tra il 1583 e il 1595. Dunque, i dati statistici di cui si servì lo Stelliola (…), nel delineare la carta del Regno, venivano raccolti poco dopo quelli pubblicati da Scipione Mazzella Napolitano (…), nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli’, la cui prima edizione risale al 1568. Come si può ben vedere anche in questa carta corografica del Regno di Napoli delineata nel ‘600 (…), la carta di Mario Cartaro-Stelliola (…), delineata dai due cartografi del Regno di Napoli, nel 1613. Nell’immagine illustrata pubblico la carta corografica del ‘Principato Citra’, con l’indicazione di tutte le torri vicereali costruite lungo le coste al 1613. In questa carta, oltre a citarsi la “Torre del bondormire”, e “Torre lo Scilandro”, si citava anche l’altra torre esistente lungo la costa saprese ad oriente del porto, la “Torre del Capobianco”, che è quella attualmente visibile ed esistente e, possiamo leggere chiaramente, a seguire la “Torre lo Scilandro” e, la “Torre lo Crivo”.
(Fig…) “Principato Citra” di Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590- -1594), cm. 36 x 51, riprodotta e tratta da Mazzetti E., Cartografia del Mezzogiorno d’Italia, ESI, Napoli, tav. XVII.
I due cartografi Stelliola e Mario Cartaro (…), addirittura segnano la Torre del Crivio, all’interno dei confini geografici del “Principato Citra”, tanto che ci fa pensare che la linea di confine tra le due Regioni di Campania con il Principato Citra e la Basilicata (si vede la Torre di Acquafredda), all’epoca del 1613, sia stata diversa da quella attuale. Oggi la linea di Confine tra le due Regioni, corrisponde al vallone o Canale di Mezzanotte, come si può ben vedere sull’immagine del satellite di googgle maps, ma la carta in questione, include la “Torre lo Crivo” nel ‘Principato Citra’, che corrisponde all’attuale Campania. Nella carta ‘Provincia del Principato Citra’, delineata dal Magini nel ‘600 e poi ampliata dal cartografo Domenico De Rossi (…), del 1714, si vede chiaramente una “Torre dello Scialandro”. In questa carta, non viene indicato Sapri, ma viene correttamente indicato il confine tra le due Regioni. Inoltre, nella carta, possiamo leggere un toponimo strano “Elcerosa” e poi anche un “S. Giorgio”, due casali di cui non abbiamo ben capito l’esistenza.
(Fig…) D. De Rossi, carta corografica di ‘Provincia di Principato Citra’, del 1714, prima delineata dal Magini (Archivio Storico Attanasio), la carta è tratta da E. Mazzetti (…)
Un’altra carta geografica, la ‘Carta Geografica della Sicilia Prima’, edita a Parigi nel 1771 da Rizzi Zannoni (…), dunque dopo la prima edizione della ‘Lucania’ di Antonini (…), nelle campagne sopra Sapri, oltre a “Torraca”, riporta anche un “S. Giorgio”. Inoltre, faccio notare che, in questa carta, a differenza della precedente, la linea di confine tra le due Regioni, è riportata lungo la frattura che corrisponde al fiume Lubertino. La carta in questione, non riporta o indica nessuna torre costiere, in quanto questa è stata una precisa scelta del delineatore Rizzi-Zannoni. L’unica carta che ad oggi mi risulta correttissima nella sua delineazione cartografica e topografica è l’interessante carta manoscritta “Golfo di Policastro“, inedita e da me scoperta in un carteggio alla Biblioteca Nazionale di Napoli. La carta, senza indicazione di scala, a colori, (del 1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli (…), dove, ad oriente di Sapri, vediamo segnate delle Torri e dei luoghi, non più visibili o esistenti. Anche questa carta è una delle poche testimonianze del passato. La carta inedita, che rinvenni in un copioso carteggio sul basso Cilento, ad oriente di Sapri, indicava la “T. di Capobianco”, “Lo scoglietto”, corrispondente all’attuale scoglio dello Scialandro, “Foce Obertino”, e poi ancora più giù, proseguendo lungo il crinale del monte Ceraso, si legge “T. Scialandro”. Come possiamo vedere in questa carta del primo quarto del secolo XIX, la Torre di Scialandro, è posta molto più in basso e ad oriente di Sapri, dove la linea di costa segna la profondità del mare a mt. 14 e, poco distante dall’attuale confine corrispondente al ‘Canale di Mezzanotte’. La carta, dopo la ‘Torre di Scialandro’, indica a poca distanza una “Torre delle Grive”.
(Fig….) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita, e fu da me pubblicata nell‘Analisi: “Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1998 (1)
Giulio Schmiedt (…), a p. 63, parlando di Punta Campanella e Punta Licosa, cita il ‘Compasso de Navigare’ (132) e poi a p. 79, lo cita nuovamente nella sua nota (176), citando anche il testo che ne parla: di P. Luigi Cavalcanti (…) ‘Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie’, del 1846 (…). Pier Luigi Cavalcanti (…), nella sua ‘Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie’, nel 1846, a p. 45, nel suo portolano, così descriveva la costa la costa che da Policastro arriva fino alla secca di S. Janni, località costiera nei pressi di Castrocucco:
Le Torri marittime costiere costruite durante il Viceregno Spagnolo lungo il litorale Saprese
La costruzione delle Torri cavallare, si rese necessaria, verso la fine del ‘500 a causa delle frequenti scorrerie dei saraceni (almugaveri, arabi), che infestavano queste coste saccheggiando i paesi rivieraschi. In quegli anni, gli Arabi o Almugaveri o Saraceni, occupavano parte della Sicilia ed avevano un avamposto ad Agropoli. Forse fu proprio la presenza dei Normanni e degli Arabi in Sicilia che ha determinato il fatto che la tradizione orale locale indicasse queste Torri cavallare come ‘Torri ‘Normanne’, anche se, le Torri ‘cavallare‘, costiere, a cui ci riferiamo in questo studio, sono state costruite con le decime (tasse) imposte alle popolazioni locali dai Vicerè ( Governatori del Regno di Napoli) spagnoli, per la difesa delle coste dalle frequenti scorrerie degli Arabi. Purtroppo come vedremo, la costruzione delle Torri nel ‘basso Cilento’ ed in particolare proprio quelle del Golfo di Policastro, avvenne con totevole ritardo e quando le popolazioni locali erano già state vessate sia dalle tasse per la loro costruzione che dalle scorrerie saracene, tanto da determinare un fenomeno tipico dei luoghi, ovvero la costituzione di centri abitati posti in collina quasi sempre corrispondenti ai centri rivieraschi preesistenti. Infatti, Sapri, Torraca; Villammare, Vibonati; Capitello, Ispani; Policastro, Santa Marina ecc..ecc…Accadde che le popolazioni locali, che abitavano in origine solo i centri rivieraschi come Sapri che era un piccolo borgo marinaro, si spostarono nei vicini luoghi posti più in alto da cui si poteva scorgere il mare e tenere sotto controllo eventuali arrivi indesiderati e quindi prepararsi alla difesa o nascondersi. Il 1552, segna l’avvio di un radicale mutamento nella geografia feudale della regione con inevitabili riflessi sulla vita sociale, economica e civile di quelle popolazioni. I terremoti (quello fortissimo del 1647), le carestie, le pestilenze (quelle che colpirono tutto il Regno di Napoli nel 1656 e 1664). Le incursioni saracene e turche, come quella del 1543, ad opera del turco Khair-Ed Din e la seconda del 1552 ad opera di Dragut Pascià, e quelle che si susseguirono lungo le nostre coste fino al XVIII secolo, depredando e devastando questi umili borghi, furono tanto funeste da indurre nel 1532, il Vicerè spagnolo Don Pedro da Toledo a costruire lungo tutta la costa del Regno, una serie ininterrotta di torri vedette. Secondo il Granzotto, a Sapri vennero reclutati molti uomini tra la popolazione del luogo stremata dalle frequenti incursioni di saraceni, tra cui certamente quella terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (5) ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore. Purtroppo, la costruzione di queste torri, non solo fu deleteria per le umili finanze di queste popolazioni, ma si rivelarono inutili poichè furono realizzate troppo tardi, quando ormai le popolazioni della costa si erano spostate all’interno. In particolare queste torri sono tutte annoverate nella carta geografica regionale del ‘Principato Citra’, del 1613, delineata intorno al 1590-1594, dal cartografo Mario Cartaro (Fig. 3) (4). Impropriamente chiamate “Torri Normanne” nella tradizione orale locale, la costruzione delle torri continuò anche sotto la reggenza del Vicerè spagnolo Don Parafan de Ribera. Purtroppo solo nel 1566 arrivò l’ordine della costruzione delle rimanenti torri da costruirenel tratto di costa del Principato Citra che va da Agropoli a Sapri. Della costruzione delle Torri marittime Vicereali lungo il litorale del Golfo di Policastro fino a Maratea, ne hanno parlato alcuni studiosi come il Romanelli (7), il Pasanisi (2), il Vassalluzzo (14) ed infine il Guzzo (16). Delle torri progettate e da realizzare, sul finire del 1570 solo quattro erano quelle completate ed operanti, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati (2). Il Vassalluzzo (14), sulla scorta dell’Alfano (17), scriveva in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni. “. Dall’altra parte del paese, verso Acquafredda, troviamo altre tre torri. La torre alla foce del torrente ‘Rubertino’ (ricordata dall’Antonini e dal Pacicchelli come quella del fiume ‘Obertino’) è una di queste. Fu la nuova tassa di grano 7 1/2, imposta dalla Real corte, che permise di terminare la torre alla foce del torrente ‘Rubertino’ che oggi è chiamata Torre di ‘Capobianco’. La ‘Torre dell’Obertino‘, detta anche dell’Obertino diroccata’, fu costruita intorno al 1568 ed ebbe come torrieri: nel 1569 Bernardo Rey; nel 1584, il suo torriere era Giovanni De Colis; nel 1598 Alfonso Gomez e nel 1605 Fernando Gomez. Poi abbiamo la ‘Torre dello Scialandro’ detta pure da alcuni ‘Torre di Mezzanotte’(3), oggi diroccata e posta nelle vicinanze del ‘Canale di Mezzanotte’. Nel XVIII secolo, Sapri, non viene più menzionato in alcune carte geografiche regionali, ma in alcune di queste carte troviamo riportate alcune torri cavallare costruite nel periodo del viceregno spagnolo del Regno di Napoli lungo la costa del Golfo di Policastro, tra cui, anche quelle costruite lungo il tratto di costa del litorale saprese, in prossimità del piccolo borgo marinaro di Sapri. Quasi sempre vengono annoverate: la ‘Torre di Capobianco’, ancora visibile dopo il porto di Sapri, all’altezza dello scoglio dello Scialandro a mare (Fig. 7).
(Fig. 6) Torre di Capobianco posta sul crinale che corre lungo la S.S. 18 e, di poco distante al tratto di costa con lo ‘scoglio dello Scialandro’
Un saggio di Onofrio Pasanisi
La Torre della Petrosa a Villammare
Molto simili sono le Torri cavallare a Villammare e a Capitello ( Figg. 4-5) che nella forma e struttura assomigliano a tutte le altre fatte costruire dai vicerè spagnoli lungo la costa del Golfo di Policastro fino ad Ascea, a difesa delle popolazioni locali.
(Fig. 7) Torre della Petrosa a Villammare, in località ‘Petrosa’.
(Fig. 8) Torre della Petrosa a Villammare, in località ‘Petrosa’.
Atrabis’ o ‘Petrosa’ nel Libro di Re Ruggero dell’anno 1154
Dunque, abbiamo visto come nella traduzione del testo in arabo del Libro di Re Ruggero, il toponimo di Sapri, dovrebbe identificarsi con il toponimo di ‘Petrosa’. In effetti, questo toponimo, ci fa ricordare che a Villammare – una frazione di Vibonati – vi è una Torre vi-cereale, costruita verso la fine del ‘500, detta appunto Torre della Petrosa. Essa prende il nome dalla medesima località dove essa è posta. La Torre della Petrosa è una delle nu- merose Torri cavallare e di avvistamento, marittime e costiere, costruite durante il Vice-regno spagnolo nel Regno di Napoli, per difendere le popolazioni locali dalle frequenti incursioni saracene. La Torre della Petrosa, figura tra quelle segnate nella carta geografi-ca “Principato Citra” di Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594) di Fig. 3. La località ‘Petrosa’, è citata in una carta d’epoca aragonese da noi scoperta al-l’Archivio di Stato di Napoli, di cui abbiamo parlato in un altro nostro scritto, ivi (Fig. 6).
(Fig. 1) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno diNapoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9).
In questa carta corografica (Fig. 1), vengono indicati i toponimi principali dei luoghi, l’orografia del territorio, fiumi e montagne, alture e poi si vedono indicate anche le Torri marittime che a quel tempo si vedevano. Nella carta in questione, di cui quì pubblichia-mo uno stralcio della zona limitrofa all’abitato di Sapri e della sua costa, si vede segnato in nero un toponimo ‘Petrasia’, e poi – un pò più spostato di una Torre – che pure figura – lungo la costa – all’altezza di Villammare – attuale frazione del Comune di Vibonati. La ‘Petrasia’, citata, figura proprio dove oggi è segnata la località ‘Petrosa‘, dove oggi – per intenderci – è segnata la contrada del ‘Parco Le Ginestre’. La presenza del toponimo di ‘Petrasia’ e, di una Torre della ‘Petrosa’, vicinissime, in epoca aragonese, ci fa pensare che il toponimo ‘Petrosa’ – secondo la traduzione del testo in arabo dei due studiosi Amari e Schiapparelli, del Libro di Re Ruggero del 1154 – non indichi un toponimo o nome di luo-go di un Porto o di uno scalo marittimo – in questo caso Sapri – ma, il toponimo ‘.tr.b.s (Petrosa) – noi crediamo – stia ad indicare i toponimi di alcune Torri costiere di difesa conosciute dagli Arabi al tempo del Re Normanno Ruggero e, che la distanza indicata dal geofrafo al-Idrisi (Edrisi) – “Da Policastro a Petrosa (2) ( Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri)… conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) seimiglia.” – si riferisse alla distanza tra due Torri di avvistamento, di cui gli Arabi dovevano ben guardarsi nel caso di attacco. Infatti, la citazione del geografo del toponimo di ‘Capo Bianco’, quando più avanti – nella nota (2), Amari e Schiapparelli scrivono: “Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corris-ponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.” credo, si riferiscano alla località ad oriente di Sapri, dove alla fine del 1500, fu costruita la ‘Torre di Capobianco‘, altra Torre cavallara di avvistamento, costruita per la difesa delle coste in epoca Vicereale. Il Vassalluzzo (13), sulla scorta dell’Alfano (16), scriveva in proposito: “Siamo a Capitello, che ci attende di mostrarsi la torre omonima (Tav. VI, fig. 4), conservatasi discretamente nella struttura dell’epoca. I torrieri, posti alla sua guardia nei secoli XVI e XVIII, furono Rey Bernardo (1569), Gomez Alfonso (1598) e Gomez Fernando (1605). Essa fu costruita dopo il 1563. Capitello, una volta comune autonomo, oggi è frazione di Ispani. Eccoci a Villammare. La Torre (Tav. VI, fig. 5), incorporata nell’abitato, almeno esternamente si conserva bene ed è adibita a civile abitazione. Anch’essa compare nel piano della costruzione delle torri del 1563 (1- Archivio di Stato di Napoli e Pasanisi, p. 440), All’anno 1598 si trovano come torriere Pugliese Carlo (1). Villammare fa parte come frazione, del Comune di Vibonati. Quest’ultimo Comune fu Feudo dei Caracciolo, di Francesco Pertinet, di Fabio di Bologna, di Francesco Galluppo, di Giovanni Camillo Greco. Nel 1797 si trovava infeudato alla Principessa D. Teresa Carafa di Policastro. Intorno a questo centro, detto anche Bonati o Libonati, sono state fatte numerose polemiche.
Note bibliografiche:
(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ” Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sapri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.
(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10
(…) (Fig….) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno diNapoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, PrincipatoCitra,Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81, come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (…). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (…) scrive: “Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’.
(…) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – RegnodiNapoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante edisegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio)
(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981
(2) Rohlfs G., ‘Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria’, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996.
(3) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napolinelsec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio)
(3 bis) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio), p….
(3) Santoro Lucio, Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI
(3) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e borghi della costacilentana, ed. Edicon, Castel S. Giorgio, 1975, p. 39
(3) Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativava, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione; si veda pure:
(3) Cisternino Riccardo, Torri costiere e torrieri del Regno di Napoli (1521-1806), Istituto Italiano dei Castelli, Roma, 1977 (Archivio Attanasio)
(4) ibidem, Parc. Prov. Fascio 119, fol. 138
(5) (Fig. 4) Carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm.36 x 51, riprodotta da Mazzetti E., op. cit., (19), vol. II, tav. XVII.
(6) Granzotto Gianni, La Battaglia di Lepanto, ed. Mondadori, Milano, pp. 128, 129.
(7) Romanelli Domenico, Antica topografia Istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815, Stamperia Reale, ristampa de: Il Cilento, Paestum e il Picentino, a cura di La Greca F., ed. Galzerano, 1990, p. 101.
(8) Brancaccio G., Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda: 1- Il libro del Re Ruggero di al-Idrisi, cap. 4, p. 79; Per il Libro di Re Ruggero di al-Idrisi si veda: Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ com- pilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Ro- ma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition; si veda anche: Edrisi, Il Libro di Ruggero, nella traduzione di U. Rizzitano, ed. Flaccovio, Palermo, 1994, pp. 91-92; si veda pure il testo del francese Jaubert nel 1840, che si basò su diversi manoscritti del Libro di Re Ruggero, ha fatto una mirabile traduzione del testo scritto in arabo; si veda pure: Santagati L., La Sicilia di al-Idrisi ne il Libro di Re Ruggero, ed. Salvatore Sciascia, Caltanisetta, 2010.
(9) (Fig. 1) L’immagine illustra uno stralcio della riproduzione digitale fatta da me eseguire della carta corografica manoscritta “Principato Citra – Regno diNapoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatica-Politica, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, PrincipatoCitra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiano.”. Sul retro della riproduzione da me richiesta ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81.
(10) (Fig. 5) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita, fu da me pubblicata nell‘Analisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, , per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1998 (1).
(11) (Fig. 2) “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, tratto da Schmiedt G., ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia’, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79. Schmiedt, alla nota 173 di p. 78, scrive in proposito: “un vecchio schizzo eseguito nel 1819 a cura delTenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentaledella baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Bloisdel Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”. Il disegno originale è conservato all’I.G.M. di Firenze – Nuovo Archivio, Sede S. Marco, classificazione catastale, 75-11, armadio 93, cartella 82, doc. n. 52, scans. 93.
(12) Gallotti Nicola, Condizioni igienico sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lagonegrese, 1891, pp. 8-10-16. Si veda pure Gallotti N., Sapri nella storia e nella tradizione popolare, Napoli, 1899.
(13) (Fig. 3) ‘Croquì di Sapri’, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli. Questo documento, è stato tratto da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti alla ex Biblioteca Provinciale, oggi custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari‘ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli – B.N.N, ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2). Questa carta manoscritta e inedita da me scoperta fu da me pubblicata nell”Analisi sull’Evoluzione Storico-Urbanistica’, per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1998 (1) (vedi Attanasio F., op. cit., nota 1).
(14) Vassalluzzo M., Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s. (Archivio Storico Attanasio)
(15) Valente A., Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino (1965), 1976.
(16) Guzzo Angelo, Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia, ed. Palumbo & Esposito, Cava de Tirreni, 1978. Si veda pure dello stesso autore: Sulla rotta dei Saraceni – La difesa anticorsara sulla costa del Cilento, ed. Palladio, Aprile 1991.
(17) Alfano G.M., Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1795, fol. 135, pp. 43.
(18) Caffaro Adriano, Le prime fortificazioni della costa cilentana, ed. Palladio, 1989. Vedi anche: Caffaro A., Le fortificazioni primo-ottocentesche della costa Cilentana attraverso alcuni di- segni inediti, ed. Palladio, Salerno, 1989. Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro A., op. cit. Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro.
(19) Mazzetti Ernesto, Cartografia generale del Mezzogiorno e della Sicilia, a cura di E. Mazzetti, scritti di Roberto Almagià, Ernesto Pontieri, Rosario La Duca, ESI, Napoli, 1972.
(20) Antonini Giuseppe, La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, discorso XI, p….
(21) Ramage C.T., Viaggio nel Regno delle due Sicilie – a cura di E. Clay, ed. De Luca, Roma, 1966, ristampa, p. 113 e s.; si veda pure dello stesso autore, la ristampa del libretto: ‘Il viaggio di C.T. Ramage da Paestum a Policastro nel 1828′, a cura di Raffaele Riccio, Roma, ed. dell’Ippogrifo, 2014, p. 137
(22) Scarfone Antonio, “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in ‘Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA.
(23) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, p. 176
(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Attanasio)
(…) Cavalcanti P.L., ‘Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie’, Napoli, 1846, a p. 45, nel suo portolano, così descriveva la costa la costa che da Policastro arriva fino alla secca di S. Janni, località costiera nei pressi di Castrocucco.
(…) Valente Angela, Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino, ed. Einaudi 76, 1965, ristampa del 1976, pp…… (Archivio Attanasio)
(…) Schmiedt Giulio, ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia’, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79 (Archivio Storico Attanasio)
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Con la progressiva e definitiva dissoluzione dello Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico e, Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli, le sue origini e l’evoluzione storico-urbana del centro costiero. Questo saggio vuole fare il punto di tutte le notizie storiche raccolte e documentate sulla cittadina di Sapri suntate anno per anno che sono ivi trattate in questo blog in maniera organica e approfondita con altri miei saggi a cui si rimanda per gli opportuni approfondimenti.
La formazione della piana costiera di Sapri
Nel 1998, nella mia Relazione sull’ “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“ redatta su incarico del Comune di Sapri per la redazone del nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), a p. 3, in proposito scrivevo che: “Il territorio del “basso Cilento”, del Golfo di Policastro e del suo entroterra, ha un paesaggio impervio, ricco di montagne, lacchi amenomati, ora brulli ora coperti da folti boschi, che ci donano un senso di pace e di commozione in uno spettacolo, talvolta, di atavica so-litudine e d’immortale bellezza. La fascia costiera si rivela totalmente diversa rispetto al suo entroterra. Si scorgono numerose grotte, cale dirute ed uliveti che, dalle balze a ridosso del mare, si rispecchiano nelle acque di un limpidissimo azzurro. La costa è ricca di paesi, ieri piccoli borghi marinari di pescatori, oggi affollati di turisti nei tre mesi estivi. L’ampio Golfo di Policastro, costituisce l’estremo lembo della Campania, al confine con la Basilicata, l’antica “Lucania”. Esso, comprende la piccola pianura costiera di Sapri che è posta ai margini sud-orientali del Golfo di Policastro, stretta tra le propaggini del Monte Coccovello ad est, dal Monte Olivella a nord e dalle colline ad ovest e nord-ovest. Al limite della piana costiera, troviamo il rilevato ferroviario che lambisce la corolla di colline (mediamente lungo la curva di livello a quota +15 sopra il livello del mare). So-stanzialmente, il rilevato ferroviario, costituisce anche il limite alle aree urbanizzate, poste quasi tutte fra il rilevato ferroviario e la linea costiera che, con la sua fascia lito-ranea, lambisce il mare e la caratteristica baia antistante. La formazione e la conforma-zione che la pianura costiera di Sapri ha assunto nei secoli, può avvalorare alcune ipotesi sulle sue origini. Il paesaggio che oggi vediamo è stato modellato dalle significative variazioni climatiche che si sono avvicendate nel corso del Quaternario ed Olocene e dalle recenti oscillazioni del livello del mare. Il Cesarino, al riguardo, credeva che il Torrente Brizzi ” oggi modesto, scarica in mare le ultime acque di quell’immenso serbatoio idrico che fù la Valle del Noce: l’antico lago pleistocenico si svuotò nel corso dei millenni sia attraverso la vallata di Castrocucco in Calabria, sia attraverso la vallata di S. Costantino che incombe su Sapri. E la profonda gola scavata dal Torrente Brizzi nella roccia rivela la notevole portata che dovette avere nell’antichità. Se si aggiunge che la zona è interessata da quel movimento bradisismico che riguarda la Calabria costiera, e che i detriti alluvionali hanno depositato una coltre di parecchi metri.” (1) I deterioramenti climatici succedutisi nei secoli, hanno causato una serie di ciclici alluvionamenti che hanno provocato notevoli trasformazioni al paesaggio. Tali fenomeni hanno determinato l’accumulo di ingenti quantità di detriti fluviotorrenziali, causando un’aggradazione del piano di campagna ed una progradazione costiera. L’urbanizzazione del centro abitato è andato adeguandosi alle periodiche esondazioni che talvolta si sono rivelate di notevole portata. Sono testimonianza i molti antichi fabbricati della ‘Marinella’, che presentano porzioni di ambienti e gli ingressi dei fronti principali al di sotto del piano di campagna o stradale. In seguito a scavi effettuati per lavori edilizi, sono stati ritrovate pavimentazioni e manu-fatti edilizi completamente interrate e ricoperti da terreni alluvionali. I fenomeni alluvionali che nelle varie epoche, hanno interessato gran parte della pianura costiera di Sapri, hanno determinato anche fenomeni di progressivo impaludamento dalla piana. I toponimi ‘Skidros’ o ‘Sapros’ (pantano, palude), richiamano senza ombra di dubbio ad un fenomeno di impaludamento. Inoltre, devo aggiungere che, sul lato nord-est della piana, tra la località ‘Mocchie’ e le colline del Timpone, nell’antichità, doveva aprirsi una piccola insenatura perfettamente navigabile per le leggere barche dell’epoca.
SAPRI, TERRITORIO, L’AMPIA BAIA, IL PORTO NATURALE, LA COSTA
Alcune notizie sulla formazione geologica del territorio
Nel 1966, nel Bollettino della Società dei Naturalisti in Napoli (…), vol. LXXV, 1966, pubblicato a Napoli nel 1967, a pp. 188-189, leggiamo di Sapri e della formazione geologica del territorio circostante.
Giulio Schmiedt (….), nel 1975, pubblicò un interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, dal titolo ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Parte II- I Porti delle Colonie Greche’ pubblicato a Firenze nel 1975. Schmiedt (2), gà molti anni prima, nel 1972 aveva pubblicato un altro interessante studio sui porti della Magna Grecia ed aveva citato quello di S. Croce a Sapri. Si tratta dello studio ‘Il livello antico del Mar Tirreno – Testimonianze dei resti archeologici, a cura di’ (2.1). Nello studio ‘Antichi porti d’Italia’, lo Schmiedt (2), riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicam e che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino” (riferendosi al punto ove sitrova ilFaro Pisacane) (2), a cui ho dedicato lo studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti e che vediamo illustrato nella foto del satellite. Al limite della piana costiera, troviamo il rilevato ferroviario che lambisce la corolla di colline (mediamente lungo la curva di livello a quota +15 sopra il livello del mare). Sostanzialmente, il rilevato ferroviario, costituisce anche il limite alle aree urbanizzate, poste quasi tutte fra il rilevato ferroviario e la linea costiera che, con la sua fascia litoranea, lambisce il mare e la caratteristica baia antistante. La formazione e la conformazione che la pianura costiera di Sapri ha assunto nei secoli, può avvalorare alcune ipotesi sulle sue origini. Il paesaggio che oggi vediamo è stato modellato dalle significative variazioni climatiche che si sono avvicendate nel corso del Quaternario ed Olocene e dalle recenti oscillazioni del livello del mare. Il Cesarino, al riguardo, credeva che il Torrente Brizzi ”oggi modesto, scarica in mare le ultime acque di quell’immenso serbatoio idrico che fù la Valle del Noce: l’antico lago pleistocenico si svuotò nel corso dei millenni sia attraverso la vallata di Castrocucco in Calabria, sia attraverso la vallata di S. Costantino che incombe su Sapri. E la profonda gola scavata dal Torrente Brizzi nella roccia rivela la notevole portata che dovette avere nell’antichità. Se si aggiunge che la zona è interessata da quel movimento bradisismico che riguarda la Calabria costiera, e che i detriti alluvionali hanno depositato una coltre di parecchi metri.” (1). I deterioramenti climatici succedutisi nei secoli, hanno causato una serie di ciclici alluvionamenti che hanno provocato notevoli trasformazioni al paesaggio. Tali fenomeni hanno determinato l’accumulo di ingenti quantità di detriti fluviotorrenziali, causando un’aggradazione del piano di campagna ed una progradazione costiera. L’urbanizzazione del centro abitato è andato adeguandosi alle periodiche esondazioni che talvolta si sono rivelate di notevole portata. Sono testimonianza i molti antichi fabbricati della ‘Marinella’, che presentano porzioni di ambienti e gli ingressi dei fronti principali al di sotto del piano di campagna o stradale. In seguito a scavi effettuati per lavori edilizi, sono stati ritrovate pavimentazioni e manufatti edilizi completamente interrate e ricoperti da terreni alluvionali. I fenomeni alluvionali che nelle varie epoche, hanno interessato gran parte della pianura costiera di Sapri, hanno determinato anche fenomeni di progressivo impaludamento dalla piana. I toponimi ‘Skidros’ o ‘Sapros’ (pantano, palude), richiamano senza ombra di dubbio ad un fenomeno di impaludamento. Inoltre, devo aggiungere che, sul lato nord-est della piana, tra la località ‘Mocchie’ e le colline del Timpone, nell’antichità, doveva aprirsi una piccola insenatura perfettamente navigabile per le leggere barche dell’epoca. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Mezzogiorno”, vol. II parlando di Velia e della scomparsa di gran parte della città, delle sue vestigia, a p. 729, in proposito scriveva: “Così, il succedersi di non comuni fenomeni atmosferici fu causa delle catastrofiche alluvioni che, nel III sec. a.C. e nella seconda metà del I sec. (62 d.C.), travolsero il quartiere meridionale ripetutamente seppellendolo. Ambedue furono determinate dal diverso volume del materiale detritico d’un subito dalla Fiumarella di S. Barbara e deviato sulla città dalla contemporanea furia del mare, da un’erta barriera di onde tempestose. Da ciò la singolare ubicazione di marmi e sculture e lo spostarsi del letto dell’irruente fiumara sempre più verso l’odierno. L’ultimo interramento, e piuttosto sensibile, si ebbe alla fine del V secolo d. C. (scomparsa della basilica paleocristiana e della villa della famiglia Gavinio).”. Dunque, sappiamo che all’epoca dell’eruzione pliniana del Vesuvio, si ebbero sulla costa ingenti precipitazioni atmosferiche che determinarono l’accumulo di detriti, modificando la linea costiera della già ampia baia di Sapri con le sue insenature naturali.
Il bradisismo della fascia costiera del Cilento, e gli effetti sulle città costiere ormai scomparse
Nel 1947, Emilio Magaldi (…..), nel suo “Lucania Romana”, a p. 43 e ssg. parlando di Paestum, in proposito scriveva che: “Profondamente mutate dalle condizioni di un tempo sono le condizioni attuali della piana di Pesto, che però si vanno risollevando con la bonifica. Una volta l’aria vi odorava di fiori, ed ora vi è greve morbosa; ….le zanzare malariche insidiano la salute dei butteri, e le mandre di bufali tengono il campo. E’ interessante approfondire questo mutamento che si è verificato, perchè esso riguarda la sparizione di Pesto, di cui è stata data, solo di recente, la spiegazione giusta. Si credeva, fino a poco tempo addietro, che quella sparizione fosse dovuta alla malaria e alle incursioni dei Saraceni, che nel IX secolo avrebbero spinto i Pestani ad abbandonare la città e a riparare a Capaccio Vecchio, che sorge sui monti retrostanti (p. 15). Già il Gunther, studiando il bradisismo del Golfo di Napoli, aveva avuto l’intuizione che la scomparsa di Pesto fosse da attribuirsi allo stesso fenomeno, che avrebbe avuto come conseguenza la malaria, e, quindi, l’abbandono. Gli scavi recenti hanno dimostrato che la città è rimasta sepolta sotto una spessa coltre di materiali di origine palustre, fortemente cementati fra loro. In base a questa osservazione il DE LORENZO, e dopo di lui il D’ERASMO, hanno così ricostruito il fenomeno (3). Nel VI sec. a.C., e forse anche prima, la piattaforma di travertino su cui posa Pesto dovè iniziare un lento movimento di discensione per effetto del bradisismo del litorale tirrenico. All’epoca di Augusto, questo movimento doveva essere giunto a tal punto che cominciava a formarsi il pantano in prossimità di Pesto. Strabone dice che il fiume, impaludando, rendeva la città malsana (4). Il movimento discendente continuò ancora durante l’Impero e il Medio Evo, si che alla fine di questo il livello del mare doveva essere superiore all’attuale di più di 10 m., e la piattaforma su cui poggia Pesto doveva emergere pochissimo. Impediti di correre liberamente al mare, il Sele e i prossimi corsi d’acqua – fra cui è “Capo di fiume”, che scorre vicino a Pesto – ristagnando, formarono l’acquitrinio e così prepararono a poco a poco alla città antica il funereo manto – che presso Porta Marina mostra uno spessore di oltre cinquanta metri. Naturalmente è da connettere con questi movimenti di bradisismo la variazione della linea di spiaggia, la quale si è avvicinata o si è allontanata, a seconda della direzione discendente o ascendente del movimento.”. Il Magaldi, a p. 43, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. De Lorenzo, Sulla causa geologica della scomparsa dell’antica città di Paestum, in “Rendiconti R. Accademia dei Lincei”, Cl. Sc. fis. s. 6°, vol. XI (1930); G. D’Erasmo, Il bradisismo di Paestum, in “Rendiconti R. Accademia Scienze fis. e mat.” s. 4à, vol. IV (1934), (ripubblicato per cura dell’Ente per le antichità e i monumenti della provincia di Salerno”, ivi, 1935).”. Felice Crippa (….), nel suo “Sapri – Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 85 e ssg., in proposito scriveva: “21. Lineamenti di geologia saprese. La baia di Sapri costituisce una depressione morfostrutturale attualmente colmata da una potente pila sedimentaria di depositi alluvionali recenti e delitizii-littorali. Questi depositi legati alla trasgressione “versiliana”, avvenuta progressivamente all’ultimo stadio glaciale, il Wurm III, a partire cioè da 15.000 anni fa (1). In parole povere Sapri giace su fanghi, limi, sabbie e pietre via via accumulatisi nei millenni trascorsi ai piedi delle montagne circostanti in seguito ai dilavamenti dei pendii e per il deposito congiunto di materiali marini rilasciati dalle acque sia in fase di avanzata – verso l’interno- che di ritirata – verso il largo. Materiali diversi scesero dalle montagne da tre bacini principali (tav. 7) e gradualmente vennero convogliati verso il sottostante specchio d’acqua marino. Il mare, a sua volta, sia per i fenomeni di avanzata e ritirata dalla costa che per effetto delle correnti e delle mareggiate, accumulò altro materiale, determinando successive linee di contenimento dei materiali che scendevano dai monti. Ecc..”. Il Magaldi, a p. 91, nella nota (1) postillava: “(1) L. Brancaccio, Geologia regionale della Campania”. Il fenomeno del bradisismo ha interessato gran parte della fascia litoranea della costiera Tirrenica ed ha influito sulle numerose ed al tempo floride città magno-greche sorte sulle costa del basso Cilento. Come si è detto per l’esempio di Paestum, la maggior parte di queste città sono in seguito scomparse. La tradizione popolare ed i racconti settecenteschi attribuscono cause varie, maremoti, terremoti, distruzioni vandaliche e saraceniche ecc.., ma le rovine d’epoca romana che ancora oggi si possono vedere nell’area di S. Croce a Sapri non sono mai state rilevate con cura scientifica e soprattutto non sono state mai studiate. Gli studi sulle preesistenze dell’antichità possono rivelare risvolti inattesi, come ad esempio si è potuto fare nel “Serapo” a Pozzuoli. La ricostruzione dell’andamento del bradisimo ai Campi Flegrei, a partire dal IV sec. d.C. nel corso dei secoli fino ai tempi moderni è stata possibile grazie a osservazioni compiute sulle rovine di una costruzione di epoca romana, situata a poche decine di metri dal porto di Pozzuoli: il Serapeo. Erroneamente considerato come un tempio dedicato al dio egizio Serapide (da cui il nome) è stato in realtà un mercato romano dal I al II secolo AD. La peculiarità di questa costruzione è la presenza, a varie altezze sulle tre colonne ancora erette, di fori prodotti da molluschi marini (litodomi) che vivono nella fascia intertidale (tra la bassa e l’alta marea) e che quindi sono indicativi del livello marino nel passato. Grazie alla datazione di tali fori è stato possibile ricostruire le oscillazioni del livello del mare nel tempo dovute al sollevamento o abbassamento del suolo a Pozzuoli per effetto del Bradisimo. Avendo studiato ed osservato da Architetto la tipologia costruttiva adottata in epoca romana allorquando vennero costruiti i piloni frangiflutti oggi detti “Pila” a mare, in località S. Croce, sono stato sempre convinto che in quel punto il mare esisteva ed è per questo motivo che i romani costruirono l’antico molo costituito da piloni posti in successione. Ma, come dicevo la tipologia costruttiva dei piloni è differente perchè essa cambia. La costruzione delle fondamenta dei piloni appoggiata al suolo marino presenta una malta pozzolanica, ovvero una malta a base di calce e pozzolana che è una malta idraulica, ovvero una malta adatta ad indurirsi nelle costruzioni sottomarine, o per meglio dire nelle costruzioni dentro l’acqua. Infatti, i piloni, oggi dette “Pila” sono immersi nell’acqua del mare. Dunque, il mare in quel tratto litoraneo della costa saprese vi è sempre stato. E’ per questo motivo che i Romani costruirono quell’opera idraulica e portuale. Se questo è vero, ed è vero, come io credo, dimostra che la linea di costa della baia saprese veniva si a modificarsi ma non nel modo come è stato affermato in recenti studi. Grazie alla datazione di tali fori è stato possibile ricostruire le oscillazioni del livello del mare nel tempo dovute al sollevamento o abbassamento del suolo a Pozzuoli per effetto del Bradisimo. Avendo studiato ed osservato da Architetto la tipologia costruttiva adottata in epoca romana allorquando vennero costruiti i piloni frangiflutti oggi detti “Pila” a mare, in località S. Croce, sono stato sempre convinto che in quel punto il mare esisteva ed è per questo motivo che i romani costruirono l’antico molo costituito da piloni posti in successione. Ma, come dicevo, la tipologia costruttiva dei piloni è differente perchè essa cambia. La costruzione delle fondamenta dei piloni appoggiata al suolo marino presenta una malta pozzolanica, ovvero una malta a base di calce e pozzolana che è una malta idraulica, ovvero una malta adatta ad indurirsi nelle costruzioni sottomarine, o per meglio dire nelle costruzioni dentro l’acqua. Infatti, i piloni, oggi dette “Pila” sono immersi nell’acqua del mare. Dunque, il mare in quel tratto litoraneo della costa saprese vi è sempre stato. E’ per questo motivo che i Romani costruirono quell’opera idraulica e portuale. Se questo è vero, ed è vero, come io credo, dimostra che la linea di costa della baia saprese veniva si a modificarsi ma non nel modo come è stato affermato in recenti studi. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Questo cippo funerario da Sapri, del I sec. d.C., menziona il duovir des(ignatus) Lucio Sempronio Prisco (71), e attesta che la colonia (Vibo) era retta da magistrati annuali, i duoviri, tipici delle colonie latine; forse la città ricevette anche una colonia di veterani al tempo delle guerre civili. L’iscrizione porta un buon sostegno all’ipotesi della colonia di Vibo, e non occorre attribuire il personaggio, come è stato fatto, a Blanda o a Bussento. Etc…”. E’ interessante l’ipotesi del La Greca sulle origini della città di Vibone, che in sostanza riprende ciò che aveva in precedenza scritto e creduto l’Antonini.Non è chiaro se il La Greca, nel riferirsi alle rovine di S. Croce si riferisca ad una città di origine sabellica o Lucana o si riferisca alla colonia latina di Vibona. Si è visto che, sebbene si propenda per l’ipotesi della Villa romana di S. Croce appartenente come proprietà ai “Sempronii”, duumviri, probabilmente parenti a Tiberio Sempronio Longo, della colonia romana di Buxentum, non ritengo valida l’ipotesi che i “Sempronii”, probabilmente proprietari della villa di Sapri, ricoprissero la carica di duumviri (o duumviro edile) per disporre della colonia di Vibo ma essi disponevano della colonia romana e Sillana di Buxentum. Il La Greca, a p. 34 continuando il suo discorso sull’area di S. Croce scriveva pure che: “Ricerche recenti nell’area della villa romana di Santa Croce a Sapri (72) hanno stabilito che il livello del mare in epoca storica era più basso dell’attuale di circa 1,80 m. La linea di costa tuttavia presentava qui un andamento particolare, e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto, l’area successiva del lungomare, che oggi ospita edifici abitativi moderni, costituiva allora una piccola insenatura marina.”. Il La Greca, a p. 34, nella nota (72) postillava: “(72) Toccaceli 2003”. Il La Greca, a p. 34, nella nota (72) si riferiva al testo del geologo Romeo Toccaceli (….), ed a p….., nella bibliografia scriveva: “(72) TOCCACELI 2003 = R. M. TOCCACELI, Evidenze geoarcheologiche della variazione del livello del mare in età storica: l’insediamento romano di S. Croce (Sapri – Golfo di Policastro), in ALBORE LIVADIE – ORTOLANI 2003, pp. 255-264. TRA LAZIO E CAMPANIA 1995 = AA. VV., Tra Lazio e Campania.”, su cui contenuto nutro dei dubbi. Il La Greca si riferisce ad uno studio geomorfologico del geologo Romeo Toccaceli di Sapri che, nel 2003 riteneva che “…il livello del mare in epoca storica era più basso dell’attuale di circa 1,80 m.”. Il Toccaceli (ed in questo caso il La Greca, ritenevano che in epoca storica, senza peraltro specificare quale epoca storica a cui si riferisse, il livello del mare era più basso di circa mt. 1, 80. Dunque, essi ritenevano che nell’antichità, l’area delle rovine di S. Croce, il livello del mare era molto più basso dell’attuale, tanto che, il La Greca affermava che in epoca antica: “La linea di costa tuttavia presentava qui un andamento particolare, e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto, l’area successiva del lungomare, che oggi ospita edifici abitativi moderni, costituiva allora una piccola insenatura marina.”. Il La Greca riteneva che il molo frangiflutti (le pilae) e le “cammerelle”, in epoca antica non erano bagnate dal mare, ovvero erano all’asciutto. Se pur ammettendo l’evidenza geologica che nell’antichità la linea costa presentasse un andamento particolare, non mi pare possibile, invece che “un andamento particolare”, l’avesse pure la linea orografica del sottosuolo di Sapri e della baia di Sapri. Inoltre, ammettendo per buona l’ipotesi e gli studi del Toccaceli (….), da cui risuta che tutta la villa ed il molo (le pilae), rovine che insistono nell’area di S. Croce, in parte sommersi dall’acqua, siano state in epoca antica “e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto”, mi chiedo come sia stato possibile che, la tipologia costruttiva del molo frangiflutti (dalla tradizione chiamato le “Pile” (da “Pilae”, ovvero pilone), denoti una diversa tipologia costruttiva adatta alle costruzioni marine ?. Mi spiego meglio. Dall’analisi della costruzione della Pilae, un molo frangiflutti costruito a protezione delle opere prossime alla battigia del mare a S. Croce, si vede chiaramente quale sia stato sempre il livello del mare. Le “Pilae”, di Sapri sono costituite da una porzione posta sotto l’acqua del mare e, un’altra porzione che affiora dal livello del mare, visibile al visitatore. Esse sono state costruite con due tipologie costruttive diverse tra loro. La porzione di opera sottomarina è stata infatti costruita usando una malta idraulica a base di pozzolana. Questo dimostra che i romani costruirono le “Pilae” nell’acqua del mare che, all’epoca, già era presente. Infatti, l’opera serviva a proteggere la piccola insenatura dai flutti marini, marosi, che in certi giorni di burrasca si vedono infrangersi proprio verso la Pilae. Dunque, se a S. Croce, il livello del mare è stato, come io credo, almeno dall’epoca romana come è attualmente, ne va da se che l’ipotesi del La Greca e di altri non hanno fondamento. A S. Croce, il mare c’è sempre stato così come lo vediamo ora e con lo stesso livello. Era talmente sostanziale la presenza del mare che i romani dovettero costruire il molo frangiflutti a divesa dei venti di mezzogiorno particolarmente rovinosi nelle giornate di burrasca. Felice Crippa (….), nel suo “Sapri – Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 73 e 74, venivano pubblicati due disegni ricostruttivi della villa d’epoca romana che mostrano chiaramente la Villa disposta all’asciutto e su un pianoro leggermente rialzato rispetto alla linea della battigia del mare. La ricostruzione dell’autore dei disegni, però, nella sua ricostruzione a volo d’uccello (dall’alto) della villa di S. Croce, non tiene minimamente conto delle opere portuali, del criptoportico delle “Camerelle” e del molo frangiflutti. Le evidenze archeologiche in sito denotano, è vero, delle opere murarie ad un livello superiore a quello marino ma queste costituiscono un tutt’uno con le opere murarie sottostanti, quelle cioè che si vedono dalla battigia del mare, che sono opere portuali e che, nel caso del molo frangiflutti (detto Pila), posto un pò più avanti, erano opere costruite con le loro fondamenta nel mare stesso, dunque opere portuali.
La faglia tettonica Sapri-Nocara
Felice Crippa (….), nel suo “Sapri – Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 85 e ssg., in proposito scriveva: “22. Profilo strutturale e sismico di Sapri. Assetto strutturale. Sapri è compresa nella catena sud-appenninica che si è formata attraverso sollevamento del Pliocene (sette milioni di anni fa) e nel Quaternario (due milioni di anni fa). Peculiarità di Sapri è quella di essere al vertice di ben due linee di faglia. Una si sviluppa da Sapri alla piana del Sele, la seconda – denominata proprio Sapri-Nocara – si sviluppa in direzione della costa jonica. Quest’ultima è importante in quanto trasversale rispetto alla catena sud-appenninica. Le faglie non sono altro che fratture entro le masse rocciose all’interno della crosta terrestre. Ecc…”. Il Magaldi, a p. 91, nella nota (1) postillava: “(1) L. Brancaccio, Geologia regionale della Campania”. Giovannipaolo Ferrari (….), nella Relazione per il P.U.C. redatto per il Comune di Sapri, a p. 12, in proposito recentemente scriveva: “L’attuale conformazione della baia di Sapri e del suo immediato retroterra – dunque – è il risultato di numerosi fattori geologici e climatici, succedutisi soprattutto nell’arco del Quaternario, da circa due milioni di anni fa. Tali fattori interagenti e avvenenti in fasi morfogenetiche successive, hanno lasciato scarse tracce bene identificate e databili, sicchè le indicazioni concernenti le più significative tappe evolutive possono essere ricavate dallo studio generale della più vasta dinamica del margine tirrenico della catena appenninica. Il disegno generale della costa, nelle linee fondamentali, risale al Quaternario Antico (Pleistocene Inferiore), che, nella cronologia assoluta, può essere posto tra un milione e 700.000 anni dal presente. La forma circolare o tozzamente quadrata della baia è sicuramente attribuibile ai movimenti tettonici che hanno interessato le successioni rocciose del Mesozoico e del Terziario ed hanno accompagnato il lento sollevamento dell’area durante l’ultima era. Il successivo modellamento è stato determinato dalle variazioni climatiche tipiche dell’era quaternaria, i cui più marcati effetti sono stati le oscillazioni del livello marino per cause glacioenstatiche (avanzamento e ritiro dei ghiacci polari). Altro effetto notevole delle fasi fredde è stato la produzione di grandi quantità di detriti lungo i versanti montuosi, che, come si è detto, hanno dato origine alla piana su cui insiste l’abitato. Evidenti nei dintorni sono le tracce di antiche spiagge fossili sollevate anche a diverse decine di metri dal livello marino odierno, i cui affioramenti, compresi tra i 50 e 70 metri s.l.m., sono disposti a forme di tipici terrazzi a morfologia subpianeggiante. L’emersione dei depositi marini antichi è stata seguita da una fase lacustre e palustre, che ha interessato l’intera baia. In tempi storici, il lento arretramento della linea di riva è stato accompagnato dall’interramento e sovralluvionamento delle aree costiere.”.
La baia naturale di Sapri e il porto
L’Antonini, della baia di Sapri in proposito scriveva che: ” che è di figura semicircolare, ha quasi due miglia di circonferenza, e la sua bocca di circa mezzo miglio, guardando per diritto a mezzogiorno; quindi è che spirando quei venti non sono sicuri nel porto;”. Il Troyli, nel 1675, parlando dei porti del Cilento, dice: “Con vedersi col medesimo seno di Policastro il Porto che di Saprioggigiorno s’appella: il quale sebbene alquanto ripieno, è di solito di piccioli bastimenti capace, comecchè da Scirocco gagliardamente battuto; pure fù dalla natura cotanto ben disposto, che rassembra uno dei più bei porti, che abbia mai veduto. E se fosse ugualmente profondo nelle sue acque capace sarebbe di una grandissima armata navale.” (2). Nel 1815, Romanelli (6), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva:“di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (6).
(Fig. 3) Croquì di Sapri, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Biblioteca Nazionale di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (8).
(Fig….) “Porto di Sapri’,“Rilievo originaleeseguito dal Ten.Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’anticoporto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno; vecchio schizzo pubblicato dallo Schmiedt (4), è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, Sezione ‘Stampe Antiche’: (n. 141142)(9).
La baia naturale di Sapri, una cassa armonica naturale
Come si può vedere dall’immagine satellitale tratta da google maps ed in un disegno del Genio militare napoletano che pubblicai anni fa, il litorale del paese di Sapri, ha la forma di un ferro di cavallo. La particolare conformazione orografica del territorio ed in particolare del litorale saprese, può annoversarsi tra le poche ed uniche baie naturali esistenti al mondo. Simile alla baia di Sapri è la baia di Acapulco in Messico. La particolare conformazione a ciampa di cavallo della baia di Sapri, oltre a donarle la particolare caratteristica di un porto naturale conosciuto e citato nei primi portolani esistenti, le dona anche la particolare caratteristica di naturale cassa armonica di risonanza acustica. Infatti, questa particolare conformazione naturale quasi ad emiciclo (un semicerchio con un angolo di 180°) è stato prima adottato negli Odeon greci (teatri) e poi in seguito proprio come la baia di Sapri a forma di ‘ciampa di cavallo’ la pianta dei primi teatri lirici come il San Carlo di Napoli o la Scala di Milano, rinomati per la loro risonanza acustica. In certe particolari giornate ventose, ma anche non particolarmente ventose, si può ascoltare il rumore del mare e dei gabbiani a centinaia di metri di distanza dalla battigia del mare. Nella mia abitazione che è posta nel centro abitato ma a ridosso della linea ferroviaria cioè a 600 metri dalla spiaggia, mi risveglio spesso con il rumore del mare. Il Rizzi (3), parlando dei porti cilentani, così dice del porto di Sapri: “8 -, In distanza di 15 miglia dall’Infrischi è situato il porto di Sapri, dove si avvisano dei notabili avanzi di anti-che fabbriche. Ha la circonferenza di circa 2 miglia, di maniera che possono restare nume-rosi navali. Quando spirano i venti di libeccio-mezzogiorno, e ponente-libeccio, si stà mal sicuro……Il porto di Sapri, che è di figura circolare, ha la bocca verso mezzogiorno della grandezza di mezzo miglio circa. Mercè un braccio di fabbrica, che si farebbe stendere dalla parte di occidente, verrebonsi a riparare in parte gli inconvenienti ai quali è soggetto.”. Secondo il Rizzi, nel 1809, Sapri aveva un’attrezzatissima flotta per la pesca formata da 7 pescherecci di 3 tonnellate cadauno e da un numero imprecisato di barche.
Il fiume sotterraneo ‘Lubertino’ e u’ vull j l’acqua, in località Sciarapotamo
Già l’Antonini nel 1795, nella sua ‘Lucania’ a pag. 430, chiamava questo fiume sotterraneo ‘fiume Obertino‘. Nei pressi di questo fiume, oggi si vede solo la Torre cavallara vicereale ‘di Capobianco’, ma all’epoca ve ne era un altra oggi scomparsa la Torre ‘Obertino’. Gli antichi scrittori e viaggiatori, raccoglievano sul posto informazioni dagli abitanti del luogo ma prendevano sempre spunto da vecchie mappe o carte manoscritte come ad esempio la carta che quì pubblichiamo. Antonini (4) nei sui discorsi, così scriveva nel 1795: “Ritornati al mare di Sapri, e ad oriente secondo l’intrapreso corso, camminando, trovasi allo scoglio detto Scialandro, sorgere in mare un notevole fiume, chiamato Obertino, la di cui acqua nei giorni di calma si può bere senza che sia con quella del mare mischiata, ma nei tempi di mediocre agitazione è coverto o confuso, ne si vede, che il solo suo gorgogliare. Or da quì sino alla marina di Maratea, che n’ è sette miglia lontano, e ch’ è una catena di continuati dirupatissimi alti scogli ( i frontoni), si trovan varie sorgive, e ruscelli di dolcissime acque, e da quando in quando delle grotte, ove i colombi fanno lor nidi, e l’està vi è deliziosa caccia di essi, che anche io due volte con sommo piacere ho…” (4 – p. 435). Lo scrittore e viaggiatore inglese Craunfurd Tait Ramage. Il Ramage (….), nel suo “Attraverso il Cilento”, parlando del suo viaggio e della sua visita a Sapri, dopo aver descritto alcune cose viste a Sapri fornendo interessanti ed utili notizie storiche, lasciando il paese, in proposito scriveva che: “Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino. Fui felice di risalire in barca, perchè il riverbero del sole sulla sabbia rendeva pesante qualsiasi sforzo. Mentre avanzavamo le montagne si avvicinavano sempre di più alla riva, fino a sovrastare il mare. Il sentiero tortuoso si snodava lungo i pendii dei monti, ma a quest’ora del giorno sarebbe stata una vera follia tentare di percorrer la piedi. Non vi era un filo di aria ed il caldo era il più intenso che avessi provato; eppure i marinai non sembravano accorgersene, nonostante che i loro torsi nudi fossero esposti direttamente ai raggi del sole. Ora sono diventato prudente, perchè l’estate scorsa, mentre salivo lungo la strada che portava al palazzo di Tiberio nell’isola di Capri, ecc…”. Sempre il Ramage continuando il suo racconto e, mentre viaggiava in barca in direzione di Acquafredda e Maratea scriveva che: ”Mentre stavamo procedendo in direzione di Maratea i marinai mi parlarono dell’esistenza di un curioso fenomeno, e mi rammaricai di non averlo potuto vedere, prima di lasciare Sapri. Mi dissero che, vicino a Sapri, nei pressi di una roccia chiamata Scialandro, una polla d’acqua ribolle dal fondo del mare con tale forza da creare una corrente d’acqua dolce nel bel mezzo di quella salata e mi dissero pure che, quando il mare è calmo è possibile bere l’acqua dolce perchè questa non si mischia con quella salata, quando invece tira il vento essa si vede solo ribollire in mezzo al mare.”. Il Ramage si riferiva al fiume sotterraneo di natura carsica, che ancora oggi scorre nei pressi dello scoglio dello Scialandro, che l’Antonini (4) chiamava “fiumeObertino“, in prossimità della torre vicereale omonima, oggi scomparsa. Il fiume ‘Lubertino’, figura anche sulla carta geografica inedita, da me ritrovata presso l’Archivio di Stato di Napoli (5). Nella carta, figura il fiume ‘Lubertino’. Si tratta di un fiume di natura carsica che scorre sotto terra e che sfocia in mare aperto quasi di fronte allo scoglio dello ‘Scialandro‘. La tradizione popolare lo ha sempre chiamato ‘ u vull j l’acqua‘ ( il significato dialettale di ‘u vull‘ è di bollire), ovvero il ribollire di polle di acqua sul pelo dell’acqua di mare, proprio nel tratto di mare antistante lo scoglio dello Scialandro e dovuto alla sorgente d’acqua dolce del fiume carsico e sotterraneo che in quel punto sgorga direttamente con tale forza da fare ribollire il pelo del mare e visibile ad occhio nudo. Oggi l’acqua del fiume carsico viene captata e va ad alimentare un acquedotto per Sapri. Tutto il territorio che si affaccia sulla costa saprese e soprattutto quello che va verso Acquafredda, ha una natura ed una conformazione geologica di natura carsica con corsi d’acqua sotterranei e sorgenti che qua e la affiorano e che in passato hanno permesso il diffondersi di masserie in quelle aspre montagne come all’Orto delle canne o in località Fenosa e Vigne ecc..ecc..
(Fig. 4) Lo scoglio dello Scialandro dopo il porto e la baia di Sapri.
Il Ramage si riferiva al fiume sotterraneo di natura carsica, che ancora oggi scorre nei pres si dello scoglio dello Scialandro, che l’Antonini (4) chiamava “fiumeObertino“, in prossi- mità della torre vicereale omonima, oggi scomparsa. Il fiume ‘Lubertino’, figura anche sulla carta geografica inedita, da me ritrovata presso l’Archivio di Stato di Napoli (5).
Nella carta, figura il fiume ‘Lubertino’. Si tratta di un fiume di natura carsica che scorre sotto terra e che sfocia quasi di fronte allo scoglio dello ‘Scialandro‘. La tradizione popola- re lo ha sempre chiamato ‘ u vull j l’acqua‘ ( il significato dialettale di ‘u vull‘ è di bollire), ovvero il ribollire di polle di acqua sul pelo dell’acqua di mare, proprio nel tratto di mare antistante lo scoglio dello Scialandro e dovuto alla sorgente d’acqua dolce del fiume carsico e sotterraneo che in quel punto sgorga direttamente con tale forza da fare ribollire il pelo del mare e visibile ad occhio nudo. Oggi l’acqua del fiume carsico viene captata e va ad alimentare un acquedotto per Sapri.
Il fiume carsico ‘Obertino’ o ‘Lubertino’ e il fenomeno a mare detto “u vull’ j l’acqua”
Nel 1815 la Torre detta di “Capobianco” era ancora visibile tanto che il Romanelli (7), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: “di due miglia di circonferenza, e di un miglio didiametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una adoccidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta diLubertino.” (7). Dunque, il Romanelli (…), nel 1815 scriveva di Sapri e del suo Porto che vi erano due torri che chiamava 1) Torre del “Buondormire” e l’altra Torre detta del “Lubertino”. Dunque, il Romanelli non la chiamava Torre di “Capobianco” ma la chiamava Torre del “Lubertino”. Il toponimo “Lubertino” deriva molto probabilmente dalla vicina foce del fiume carsico e sotterraneo chiamato dall’Antonini (…) “Obertino” e da altri “Lubertino”. Si tratta di un fiume carsico che a mare da origine al fenomeno carsico detto dalla tradizione popolare “u vull’ j l’acqua”, di cui mi sono occupato in un altro mio saggio. La Torre detta di “Capobianco” o di “Capo Bianco“, era ancora visibile nel 1828, allorquando il viaggiatore inglese Craunfurd Tait Ramage (21), la vide e la citò nel suo ‘Viaggio nel Regno delle due Sicilie’. Ecco cosa scriveva in proposito lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (21), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria: “Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due Torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino.”. Il fenomeno carsico del “Vullo di acqua”, venne bene descritto dallo scrittore e viaggiatore scozzese Croufurd Tait Ramage (….), che nel 1828, nel suo “Viaggio nel Regno delle due Sicilie“, lo descriveva. Leggendo la sua traduzione in “Attraverso il Cilento” con introduzione di Raffaele Riccio, edizione dell’ippogrifo il Ramage (….) a pp. 137-138, dopo aver parlato di Sapri, del suo porto e delle sue Torri, continuando il suo racconto ci descrive quando è sulla barca diretto a Maratea. Ramage in proposito scriveva che: “Fui felice di risalire in barca, perchè il riverbero del sole sulla sabbia rendeva pesante qualsiasi sforzo. Mentre avanzavamo le montagne si avvicinavano sempre più alla riva, fino a sovrastare il mare. Il sentiero tortuoso si snodava lungo i pendii dei monti, ecc…Mentre stavamo procedendo in direzione di Maratea i marinai mi parlarono dell’esistenza di un curioso fenomeno, e mi rammaricai di non averlo potuto vedere, prima di lasciare Sapri. Mi dissero che vicino a Sapri, nei pressi di una roccia chiamata Scialandro, emerge dal fondo del mare una polla d’acqua, che esce con tale forza da creare una corrente d’acqua dolce nel bel mezzo di quella salata e mi dissero pure che, quando il mare è calmo, è possibile bere l’acqua dolce, perchè questa non si mischia con quella salata, quando invece tira il vento essa si vede solo ribollire in mezzo al mare.”. Il Ramage si riferiva al fiume sotterraneo di natura carsica, che ancora oggi scorre nei pressi dello scoglio dello Scoglio dello ‘Scialandro’, ed in particolare parla della polla d’acqua che ribolle sul pelo dell’acqua del mare prospiciente il tratto di costa che lo separa dallo scoglio detto dello ‘Scialandro’ (Fig. 2), che figura e viene indicato anche nella carta che abbiamo pubblicato (Fig. 1). La polla d’acqua di cui ci riferisce C.T. Ramage (4), la tradizione popolare l’ha sempre chiamato ‘ u vull jl’acqua‘ ( il significato dialettale di ‘u vull‘ è di ‘bollire’), ovvero il ribollire di polle di acqua sul pelo dell’acqua di mare, proprio nel tratto di mare antistante lo scoglio dello Scialandro e dovuto alla sorgente d’acqua dolce del fiume carsico e sotterraneo che in quel punto sgorga direttamente con tale forza da fare ribollire il pelo dell’acqua del mare e visibile ad occhio nudo. Altri eruditi che, nel 1700, riferirono alcune notizie su Sapri è stato Beltrano (5) e Pacicchelli (6). Un altro erudito del tempo che ci ha parlato del fiume Lubertino o Obertino e del ‘U vull jl’acqua‘ è stato il dott. Nicola Gallotti, che, dopo l’Unità d’Italia, fu eletto primo Sindaco di Sapri, esercitando nel contempo la professione medica a Sapri e di cui oggi ci restano testimonianze alcuni suoi scritti a stampa (di cui ne posseggo due). Al di là delle osservazioni prettamente mediche che il dottore Gallotti faceva e descriveva, risultano essere un’interessante testimonianza del nostro passato in quanto in essi vengono raccontate alcune notizie di storia locale ed altro. Ad esempio si parla di un fiume carsico sotterraneo che nasce dalla vicina montagna e che sfocia a mare all’altezza dello scoglio dello “Scialandro”, nei pressi della località detta “Sciarapotamo”, dove passando dal mare si può vedere ancora a pelo d’acqua “u vull’ j l’acqua”, in dialetto il ribollire dell’acqua del mare (7). La natura carsica dei luoghi nei pressi della baia saprese, la presenza del Monte Ceraso è attestato dalla presenza di numerose sorgenti come ad esempio la sorgente dell’“Acqua media“ nei pressi del porto. Questa sorgente di acqua dolce, mista a quella salata di mare, che sgorga ai piedi del costone roccioso nei pressi del porto, si mischiava con l’acqua di mare salata ed è per questo motivo che veniva utilizzata nell’antichità dalle popolazioni locali per le sue qualità purgative. Tutto il territorio che si affaccia sulla costa saprese e soprattutto quello che va verso Acquafredda, ha una natura ed una conformazione geologica di natura carsica con corsi d’acqua sotterranei e sorgenti che qua e la affiorano e che in passato hanno permesso il diffondersi di masserie in quelle aspre montagne come all’Orto delle canne o in località Fenosa e Vigne ecc… Da ragazzo, mio nonno mi mandava a prendere quest’acqua in quanto essa aveva notevoli qualità purgative e depurative. La particolare salinità di questa acqua, gli donava proprietà depurative e purgative. Alla fonte sgorga un’acqua leggermente salina a causa della vena d’acqua carsica che arriva dalla montagna e si mischia con quella salata del mare. La prima citazione che ritroviamo sul fiume di cui parliamo è quello della carta corogra- fica illustrata nella prima immagine (Fig. 1) Carta del’Principato Citra – RegnodiNapoli‘, di probabile epoca Aragonese (2). Nella carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – RegnodiNapoli‘, di probabile epoca Aragonese (XV secolo), da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig. 1)(2), il fiume figura come “Fiume Lubertino” o ‘Obertino’. La carta di Fig. 1, è di notevole importanza per l’entroterra saprese e per la sua storia, in quanto in essa figurano tantissimi toponimi interessanti. Nella carta, dunque, viene citato questo fiume carsico sotterraneo che scorre nella montagna e sfocia in mare aperto e, la carta lo chiama “Fiume “Lubertino”, che si vede disegnato sulla terra ferma, lungo la costa di Sapri in direzione di Acquafredda e proprio di fronte allo Scoglio dello ‘Scialandro‘ (Fig. 3). Guardando la carta (di probabile epoca aragonese) (Fig. 1), il fiume Lubertino, doveva nascere da due sorgenti, una è nei pressi di Torraca e l’altra invece è la ‘Serra Corbara’, delle montagne poste prima di Lagonegro, forse in località ‘Fortino’. In seguito, il fiume, sarà citato anche dall’Antonini (3) che, nella sua ‘Lucania’ del 1745 (I edizione) e poi nel 1797, per i tipi di Tomberli, lo chiamava ‘Obertino’. Nei pressi di questo fiume, oggi si vede solo la Torre cavallara vicereale di ‘Capobianco’ ma, più anticamente vi era nello stesso luogo la Torre detta dell’ ‘Obertino’. Io credo che la Torre ‘Obertino’, che nel XIX secolo era chiamata Torre di Capobianco, prendesse il nome proprio dal fiume carsico sotterraneo. Antonini (3) nei sui Discorsi (XI), nel 1745, così scriveva: “Ritornati al mare di Sapri, e ad oriente secondo l’intrapreso corso, camminando, trovasi allo scoglio detto Scialandro, sorgere in mare un notevole fiume, chiamato Obertino, la di cui acqua nei giorni di calma si può bere senza che sia con quella del mare mischiata, ma nei tempi di mediocre agitazione è coverto o confuso, ne si vede, che il solo suo gorgogliare. Or da quì sino alla marina di Maratea, che n’ è sette miglia lontano, e ch’ è una catena di continuati dirupatissimi alti scogli( i frontoni), si trovan varie sorgive, e ruscelli di dolcissime acque, e da quando in quando delle grotte, ove i colombi fanno lor nidi, e l’està vi è deliziosa caccia di essi, che anche io due voltecon sommo piacere ho…” (3). L’Antonini (3) si riferiva al fiume sotterraneo di natura carsica, che ancora oggi scorre nei pressi dello Scoglio dello Scialandro, che l’Antonini (3) chiamava “fiumeObertino“, in prossimità della torre Vicereale omonima, oggi scomparsa. Come l’Antonini (3) che pure era stato a visitare Sapri e questi luoghi, gli antichi scrittori e viaggiatori, raccoglievano sul posto informazioni dagli abitanti del luogo ma prendevano sempre spunto da vecchie mappe o carte manoscritte come ad esempio la carta che quì pubblichiamo (Fig. 1) che è di sicuro una copia di una carta molto più antica e risalente all’epoca Aragonese (2).
Felice Crippa (….), nel suo “Sapri – Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 75 e ssg., in proposito scriveva: “Forse nessun individuo, una volta arrivato a Sapri in un modo o nell’altro, è sfuggito al racconto della catastrofe che, in epoca imprecisata, avrebbe colpito l’antica città di Sapri facendola scomparire tra i flutti. Sapri, secondo una radicata memoria popolare, “s’aprì”. Il Crippa si chiedeva quali fossero state le cause della scomparsa dell’antica città di Sapri, al di là dei toponimi che essa ha avuto nei secoli, ovvero si chiedeva se l’antica memoria paesana avesse un fondamento. Riguardo l’ipotesi di un maremoto, il Crippa, a p. 78 e 79 scriveva: “Dato che le località marine molto spesso possono risentire delle conseguenze idrodinamiche di terremoti, non è dunque possibile che Sapri, più che un terremoto, possa essere stata cancellata da un maremoto. Un indizio potrebbe ritrovarsi nelle contrade del “terremoto che accompagnò il sollevamento del Mare Novo presso Pozzuoli, il 25 settembre 1538”, quando “il mare si ritirò, così che l’intero golfo di baia rimase per qualche tempo all’asciutto, quindi ritornò, tutto rovinando” (1). Il maremoto di Pozzuoli del 1538 fu solo un fenomeno localizzato o si estese fino alle coste di Sapri ?. Fu per effetto di quel maremoto che la Carta Nautica del Mercatore, cinquantuno anni dopo, nel 1589, segnalò Sapri con la denominazione di “Sapri ruinata” ?.”. La carta citata dal Crippa, la carta del 1589, di Gerardo Mercatore, cartografo olandese, italianizzato, ed il toponimo che riportava di “Sapri roui nata”, da cui ho tratto il nome al presente blog che curo, ha citato Sapri come luogo conosciuto dagli eruditi, sia per il noto scalo marittimo rappresentato dall’ampia baia e per la presenza di notevoli costruzioni d’epoca antica, che all’epoca erano moltissime più numerose e ancora non depredate dagli antiquari campani che ivi venivano a rifornirsi. Il luogo era ben conosciuto agli eruditi come il Mommsen e l’Antonini che in seguito visitarono Sapri e ne denunciarono le indebite spoliazioni. Che un’antica città vi fosse stata nell’anticihità non vi sono dubbi. Del resto molte città antiche esistevano in antichità lungo la costa ma esse sono tutte scomparse. Ne sono testimonianze le città di Pesto e di Velia, quasi del tutto ricoperte da ua coltre di detriti alluvionali.
Recentemente, Antonio Luppino ha pubblicato sul sito web “Golfonetwork” (http://www.golfonetwork.it/newsarchivio20112012/news_commenti.asp?NewsID=3128), ha pubblicato il saggio “Sapri, foto del bombardamento nel 1943 del ponte Brizzi”, dove appaiono due di queste interessanti immagini, la Figg. 2-5 fornitigli dal Prof. Antonio Scarfone (1). Questa forse è la più antica foto aerea di Sapri. In essa possiamo vedere come era Sapri nel settembre del 1943. E’ un documento di estrema importanza per la storia di Sapri.
(Fig…..) Sapri, 9 Agosto 1943, ore 11,34, bombardamento del “Ponte Brizzi”
(Fig….) Sapri, 7 Settembre 1943, il centro abitato e la baia di Sapri dopo il bombardamento delle tuppe aeree anglo-americane
(Fig….) Sapri, fotografia erea del bombardamento del 7 settembre 1943 in cui si vede colpito il ponte e la galleria della linea ferroviaria Sapri-Reggio a ridosso della collinetta del Timpone
La fascia costiera di Sapri, dalla protostoria all’epoca romana
Nel 1995, in occasione della stesura del nuovo Piano Regolatore Generale del Territorio di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, fui incaricato dal Comune di Sapri di redigere uno studio di Analisi e Storia. Nell’Aprile del 1995, consegnai a mia firma la Relazione sull’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“. Nello studio, raccoglievo e citavo tutti i miei precedenti studi fatti sulla zona di Sapri, i documenti e le testimonianze del passato che da anni erano stati oggetto dei miei studi. Nella Relazione, a p. 7, parlando di alcuni rinvenimenti riferibili ad un’epoca precedente a quella romana, citavo le archeologhe Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone, che in un loro pregevole studio sulle ricognizioni e ricerche nel Golfo di Policastro (…) così si esprimevano: “La lettura globale dei dati raccolti lascia immediatamente intravvedere una documentazione straordinariamente ricca per le fasi più antiche della presenza umana dell’ambito in esame. Essa, infatti, si estende per lungo periodo che va dal Paleolitico inferiore sino all’età del Bronzo.”(7). Nella mia nota (7), postillavo che: “(7) Fiammenghi C.A., Maffettone R., ‘Ricognizioni e ricerche effettuate nel Golfo di Policastro’, stà in “A Sud di Velia – I, Ricognizioni e ricerche 1982-1988.”, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, pag. 36.”. Continuando il mio racconto in proposito scrivevo che: “La carenza di documentazione dal Bronzo finale e per la successiva età del Ferro, peraltro più volte sottolineata, sembra allo stato attuale dalle indagini, da connettere probabilmente più alla lacunosità delle ricerche che non ad una effettiva mancanza di testimonianze.”. Continuando il mio racconto, citavo ciò che in proposito scriveva l’archeologa Giovanna Greco (…) e scrivevo che significativo in proposito è quanto scriveva a p. 18, dell’op. cit: “; ed infine, estremamente significative sono le tombe recuperate a Torraca (22) i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte (23).”. Giovanna Greco, a p. 18, nella sua nota (22), postillava che: “(22) W. Johannowsky, Atti, XXII, CSMG, Taranto, 1982, p. 422.”. Johannowski, citato dalla Greco, si riferiva ai ritrovamenti fatti in località Madonna dei Cordici. La Greco (…), nella nota (23), postillava che: “(23) Il modello di “colonizzazione indigena della costa” proposto per la prima volta da E. Greco va sfumato ed articolato in quel più complesso fenomeno di incontro-scontro tra le diverse realtà cantonali indigene e quella greco-coloniale dove la possibilità di una comune gravitazione tirrenica consente la partecipazione alle grandi vie di traffico commerciale marittimo ed all’interno, con il controllo dei valichi, forme di contratatto e grado di intensità di traformazioni di volta in volta differenti ed articolati.”. A p. 7, continuavo il mio racconto e parlando di ‘Scidro’, citando l’Archeologa Giovanna Greco (…), in proposito scrivevo che ella, in un suo scritto, sosteneva che: “Il recente recupero a Sapri alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase arcaica ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro.” (…). Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà:“Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (…). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…). “. Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone, nello stesso testo, a p. 38, in proposito ai rinvenimenti nell’area scrivevano che: “I rinvenimenti di ceramica a vernice nera della fine del V sec. a. C. da Vibonati (loc. S. Lucia), Tortorella (loc. Reggiano), Torraca (loc. Madonna dei Cordici) e Sapri stessa (loc. S. Croce), sono già da correlare ad una trasformazione dell’assetto territoriale legata al fenomeno della “sannitizzazione”.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a p. 20, in proposito scriveva che: “Nell’area sono stati identificati molti insediamenti preistorici, dal paleolitico al neolitico: c’è una notevole densità di abitati lungo la costa, in grotta; importanti sono le grotte di Camerota e di Praia a Mare (7). Più scarse le testimonianze relative all’età del bronzo e all’età del ferro, ma probabilmente solo per la mancanza di indagini sistematiche. In particolare, nella Grotta di Mezzanotte ad est di Sapri, e nella vicina loc. Chiappaliscia, sono stati individuati giacimenti paleolitici; sempre nel comune di Sapri, nella Grotta Cartolano, è stata segnalata la presenza di testimonianze dell’età del bronzo (8). Nella località Carnale di Sapri, su un’altura, sono state rinvenute ceramiche d’impasto della media età del bronzo, relative ad un insediamento agricolo-pastorale; tale ceramica evidenzia rapporti culturali con l’insediamento della Grotta del Noglio presso Porto Infreschi (9). Nell’insieme, la documentazione preistorica e protostorica può essere definita “una tenebra interrotta da improvvisi sprazzi di luce”: è quasi impossibile tracciare un quadro complessivo, ma i singoli siti dei ritrovamenti, sprazzi di luce, sono preziose fonti di conoscenza, sia pure lacunose, per determinate epoche o culture (10)”. Il La Greca, a p. 20, nella nota (7) postillava: “(7) Vd. GRECO G. 1990b, p. 16; LA TORRE – COLICELLI 1999.”. Il La Greca, a p. 20, nella nota (8) postillava: “(8) Vd. FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 36.”. Il La Greca, a p. 20, nella nota (9) postillava: “(9) Vd. FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 34”. Il La Greca, a p. 20, nella nota (10) postillava: “(10) Vd. ARCURI – TORRE 1998”.
(Fig…..) Sapri, località “Carnale” soprale colline del Timpone lungo la statale che oprta a S. Costantino di Rivello
Nel 75 a.C., secondo il Guzzo ed il Tancredi, la frase “PARVA GEMMA MARIS INFERI” attribuita a Cicerone, come io credo, una delle tante bufale menzoniere su Sapri ricorre spesso nei blog pubblicitari sulla rete
Negli scritti di alcuni storici locali ricorre spesso la notizia di una lettera di Cicerone che scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il ‘Vicus’ come “Parva gemma maris inferi”, la cui traduzione letterale è “piccola gemma dei mari del Sud”. In questi scritti, però non vengono mai riferiti i riferimenti bibliografici. Questa notizia non è stata mai sufficientemente indagata. In questo blog che curo da pochi anni stò cercando di approfondire ed ulteriormente indagare alcuni temi e notizie. Questa notizia storica, come io credo è stata inventata di sana pianta, non è nuova nel panorama delle tante menzogne che via via si stratificano negli scritti locali e nelle storielle che vengono ripetute pedissequamente sulla rete. A questa si può affiancare il percorso chiamato “Appezzami l’asino”, appellativo o toponimo mai esistito nella sentieristica saprese. Al contrario, accade che la toponomastica antica, desumibile da documenti certi, non viene fatta conoscere. Da tempo ormai è invalso l’uso di epigrafi e cartelli non documentati. Ancora oggi non riesco a capire l’esatta provenienza della notizia ed ad individuare la lettera di Cicerone in cui egli, nel 75 a.C. scrive all’amico di Velia Caio Trebazio Testa. Nel 1998, nella mia Relazione sull’ “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“ redatta su incarico del Comune di Sapri per la redazone del nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito scrivevo che: “Sulla scorta dell’Antonini, la storiografia locale, credeva riferirsi a Sapri Marco Tullio Cicerone, quando come questore in viaggio per la Sicilia occidentale, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, nel 75 a.C., diceva: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma del mare del sud). Marco Tullio Cicerone, nel I sec. navigò ripetute volte per le nostre coste; infatti nella lettera scritta nel 44 ad Attico (60) si legge: “perveni enim Vibonem ad Siccam”.”. Nella mia nota (60) postillavo che: “(60) Cicerone M.T., Lettere ad Attico, libro 16, epistola 6.” riferendomi all’altra notizia e lettere ad Attico. Ancor prima, nel 1987, pubblicavo un mio saggio “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10 che fu citato da Felice Cesarino (…), nel suo saggio, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988. Nel 2014, lo studioso Antonio Scarfone (….), sulla scorta di alcuni scrittori locali, sul sito dell’ISPRA pubblicò il saggio dal titolo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, dove non troviamo nessun contributo o citazione a Cicerone, se non la frase: “Gli Autori del passato hanno avuto un forte interesse verso la storia di Sapri, definita da Cicerone come ‘parva gemma maris inferi’, ecc…“, senza indicarne i riferimenti bibliografici. Nella mia Relazione riportavo la notizia dataci in precedenza da due storici locali, Angelo Guzzo e Luigi Tancredi. Riportavo la loro notizia della frase da loro attribuita a Marco Tullio Cicerone il quale, nell’anno 75 a.C., citava “Vibone”, appellandola con la seguente frase: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma del mare del sud).“. I due autori non hanno mai specificato quali fossero i reali riferimenti bibliografici riferiti alla frase di Cicerone e come io credo essi non esistono. Insomma la notizia è una delle solite e tante invenzioni dette su Sapri. Nella mia nota (60), della citata Relazione postillavo che: “(60) Cicerone M.T., Lettere ad Attico, libro 16, epistola 6.” ….., dove, correttamente mi riferivo ad una lettera di Cicerone in “ad Atticum” dove Cicerone cita il sito di “Vibone ad Siccam”. La notizia dei due autori citati non è e non può essere tratta da un’epistola di Cicerone contenuta “ad Atticum”, opera di Cicerone, essendo una notizia che, come loro scrivono riguarda l’anno 75 a.C., quando Cicerone era in viaggio, di ritorno da Lilibeo (odierna Marsala in Sicilia), alla fine del suo mandato di questore dell’isola. Nella lettera, che riguarda l’anno 44 a.C., quando Cicerone si trova a Velia ospite della moglie dell’amico Talna (assente) e, che commenterò in avanti, Cicerone dice che egli perviene dalla località che chiama “Vibone ad Siccam”. Cicerone scrive pure che egli, da quella località si recò via mare a Velia, dove poi si troverà, ospite nella casa di Talna (assente). Dunque, gli storici locali, come io credo, giustamente hanno interpretato la località “Vibonem ad Siccam” come “Sapri”, a differenza della maggioranza degli studiosi che pone questa località quale “Vibo Valenzia” ma, hanno aggiunto la frase “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma del mare del sud)” che Cicerone, come vedremo non scrisse in quella lettera né come mi pare in nessun’altra. Resta comunque un dubbio sull’anno che i due autori locali pongono. La lettera da me citata riguarda l’anno 44 a.C., mentre i due autori ci parlano dell’anno 75 a.C.. In ogni caso, Cicerone scrive nel 75 a.C. ma non conosciamo l’esatto riferimento bibliografico e dunque non siamo sicuri della notizia. Vediamo la notizia dei due autori. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri – giovane e antica” parlando del “Vicus Saprinus” menzionato da Frontino, a p. 25, in proposito scriveva che: “Nel 75 a.C. Marco Tullio Cicerone, noto oratore e filosofo romano, passando per le coste tirreniche, durante il viaggio di andata nella Sicilia Occidentale, per svolgere il suo compito di Questore, si fermò al “Saprinus” e di qui scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il Vicus ‘Parva gemma maris inferi’, “Piccola gemma dei mari del Sud”.”. Il Tancredi riferisce la notizia di una “parva gemma maris inferis” scritta da Cicerone riferendosi ad un “Saprinus” in una lettera scritta all’amico Caio Testa Trebazio ma il Tancredi non dice altro e non da alcun riferimento bibliografico di questa lettera. Nell’Antonini (….) non si fa cenno della notizia. Nel 1997, Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” a p. 175 parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Altra testimonianza della notevole importanza raggiunta da Sapri ci viene fornita da Marco Tullio Cicerone, il quale, durante uno dei suoi numerosi viaggi per le nostre coste, nell’anno 75 a.C., diretto in Sicilia in qualità di questore, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, gli parlò di Sapri, dove si era fermato, concentrandone in quattro parole tutta la bellezza: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma dei mari del Sud).”. Anche in questo caso il Guzzo non fornisce nessun riferimento bibliografico. Il Guzzo, a p. 175, dopo aver parlato della stele funeraria in piazza del Plebiscito nella sua nota (11) cita Werner Johannowsky (….), nel suo “Appunti sulla tipologia e lo sviluppo architettonico della “villa urbana” – in ‘Apollo’ (rivista), n. IX, 1933. Dunque, il Tancredi (….) prima ed il Guzzo (….) in seguito ci informano di un’altra lettera scritta da Cicerone all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa. Questa però è una lettera che Cicerone scrive nel 75 a.C., molti anni prima, quando cioè Cicerone, in qualità di Questore di Roma si recò in viaggio nella Sicilia Occidentale. Il Tancredi scrive che in occasione del viaggio di andata, Cicerone si fermò a “Saprinus” e da quì scrisse all’amico di Velia Caio Testa Trebazio “appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. Angelo Guzzo (….), storico locale, nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a p. 222, in proposito scriveva che: “Altra testimonianza della notevole importanza raggiunta da Sapri ci viene fornita da Marco Tullio Cicerone, il quale, durante uno dei suoi numerosi viaggi per le nostre coste, nell’anno 75 a.C., diretto in Sicilia in qualità di questore, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, gli parlò di Sapri, dove si era fermato, concentrandone in quattro parole tutta la bellezza: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma dei mari del Sud).”. Il Guzzo ripete la stessa frase nell’altro suo lavoro. Anche in questo caso il Guzzo non fornisce nessun riferimento bibliografico. Il Guzzo, a p. 175, dopo aver parlato della stele funeraria in piazza del Plebiscito nella sua nota (11) cita Werner Johannowsky, ‘Appunti sulla tipologia e lo sviluppo architettonico della “villa urbana” – in ‘Apollo’ (rivista), n. IX, 1933. Dunque, il Tancredi (….) prima ed ancora prima il Guzzo (….), in seguito ci informano di un’altra lettera scritta da Cicerone all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa. Questa però è una lettera che Cicerone scrive nel 75 a.C., molti anni prima, quando cioè Cicerone, in qualità di Questore di Roma si recò in viaggio nella Sicilia Occidentale. Il Tancredi scrive che in occasione del viaggio di andata, Cicerone si fermò a “Saprinus” e da quì scrisse all’amico di Velia Caio Testa Trebazio “appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. Angelo Guzzo (….), storico locale, nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a p. 222, in proposito scriveva che: “Altra testimonianza della notevole importanza raggiunta da Sapri ci viene fornita da Marco Tullio Cicerone, il quale, durante uno dei suoi numerosi viaggi per le nostre coste, nell’anno 75 a.C., diretto in Sicilia in qualità di questore, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, gli parlò di Sapri, dove si era fermato, concentrandone in quattro parole tutta la bellezza: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma dei mari del Sud).”. Il Guzzo ripete la stessa frase nell’altro suo lavoro. Anche in questo caso il Guzzo non fornisce nessun riferimento bibliografico. Il Guzzo, a p. 175, dopo aver parlato della stele funeraria in piazza del Plebiscito nella sua nota (11) cita Werner Johannowsky, ‘Appunti sulla tipologia e lo sviluppo architettonico della “villa urbana” – in ‘Apollo’ (rivista), n. IX, 1933. Dunque, il Tancredi (….) prima ed ancora prima il Guzzo (….), in seguito ci informano di un’altra lettera scritta da Cicerone all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa. Questa però è una lettera che Cicerone scrive nel 75 a.C., molti anni prima, quando cioè Cicerone, in qualità di Questore di Roma si recò in viaggio nella Sicilia Occidentale. Il Tancredi scrive che in occasione del viaggio di andata, Cicerone si fermò a “Saprinus” e da quì scrisse all’amico di Velia Caio Testa Trebazio “appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. Tornato a Roma dopo la morte di Silla, Cicerone iniziò la sua vera e propria carriera politica, in un ambiente sostanzialmente favorevole: nel 76 a.C., dopo aver pronunciato la celebre orazione Pro Roscio comoedo, si presentò come candidato alla questura, la prima magistratura del cursus honorum. I questori, eletti per un massimo di venti membri, si occupavano della gestione finanziaria o assistevano propretori e proconsoli nel governo delle province. Eletto alla carica per la città di Lilibeo (l’odierna Marsala), nella Sicilia occidentale, svolse il proprio lavoro con scrupolo e onestà (tanto da guadagnarsi la fiducia degli abitanti del luogo). Durante la permanenza in Sicilia, visitò la tomba di Archimede a Siracusa: grazie al suo interesse per l’uomo, sono state rinvenute alcune importanti informazioni sullo scienziato (in particolare, per quanto riguardi il suo planetario). Dunque, secondo i due autori locali, nell’anno 75 a.C., allorquando cioè, Cicerone, trovandosi in viaggio da Lilibeo (Sicilia Occidentale, odierna Marsala), “diretto in Sicilia in qualità di questore”, come scrive Angelo Guzzo, “durante il viaggio di andata nella Sicilia Occidentale, per svolgere il suo compito di Questore”, come scrive il Tancredi, che, tuttavia è la stessa cosa, egli scrisse all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa “si fermò al “Saprinus” e di qui scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il Vicus ‘Parva gemma maris inferi’.”. E’ molto probabile che il “Saprinus” citato dal Tancredi è riferito al luogo di “Vibone”. Dunque, secondo i due autori, Cicerone, nell’anno 75 a.C., in viaggio, diretto in Sicilia, essendo stato nominato Proconsole della Sicilia Occidentale, si era fermato a “Vibone” e, secondo i due autori, Cicerone, scrivendo all’amico di Velia, Trebazio Testa appellava Sapri o Vibone come la “gemma dei mari del Sud”. Esiste questa notizia ?. Esiste questa lettera di Cicerone a Trebazio ?. Se la notizia fosse veritiera, forse troviamo queste notizie nelle “Vite” di Plutarco. In Wikipedia leggiamo che i fatti del consolato in Sicilia vengono racontati in “Plutarco, Vita di Cicerone, 6, 1″. Ma, potrebbe trattarsi anche della “Historia” di Sallustio (….), oppure in “Bruto”, opera dello stesso Cicerone. Carlo Felice Crispo, I viaggi di M. Tullio Cicerone a Vibo, «ASCL» XI, 1941, pp. 1-20; 183-199; 225-233: “Si fermò Cicerone nella marina di Vibo la prima volta, nella primavera del 75 a.C. quando era in viaggio per raggiungere Lilybaeum sede della sua questura nella Sicilia Occidentale. Aveva 34 anni e cominciava allora la sua vita politica……Nel 76 Cicerone, già salito ad alta fama per l’orazione ‘pro Roscio’ e per importanti lettere politiche (2), era stato eletto ‘quaestor’ e nel 75 destinato alla Sicilia al seguito del pretore Sesto Peduceo.”.
Il Crispo, a pp. 1-2-3-4, ci parla però di “Vibone” (l’antica Hipponion) o si riferisce alla vicina “Bivona” che ospitava una masnada di fuggiaschi che vivevano di ladrocini. In ogni caso, il Crispo, del viaggio d’andata da Roma a Lilibeo, nel 75 a.C., il Crispo non dà riferimenti bibliografici ma ci parla di “Vibo Valentia”, l’antica “Vibo-Hippo”. Sulla questione ha scritto anche Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Cicerone e i suoi tempi”, dove, nel vol. I, a p. 38, in proposito scriveva che: “Fu destinato in Sicilia come questore del propretore Sesto Peduceo, con sede a Lilibeo (4). La Sicilia, come le altre provincie, era retta da un solo governatore, ma con lui erano due questori, l’uno a Siracusa e l’altro a Lilibeo…..Nessuno oggi può revocare in dubbio le affermazioni di Cicerone sulla bontà della sua opera di Questore in Sicilia. Ne fa fede il fatto che i Siciliani stessi gli rimasero graditissimi ed affezionati.”. Il Ciaceri, a p. 38 del cap. III, nella nota (4) postillava: “(4) ‘Brut.’, 92, 318: interim me quaestorem Siciliensis excepit annus.”. Il Ciaceri però continua il suo racconto a p. 39 passando direttamente al viaggio di rientro a Roma da Lilibeo e non dice nulla sul viaggio di andata a Lilibeo. Dunque, abbiamo solo il passo del Crispo che aveva scritto: “Si fermò Cicerone nella marina di Vibo la prima volta, nella primavera del 75 a.C. quando era in viaggio per raggiungere Lilybaeum sede della sua questura nella Sicilia Occidentale.”, di cui non abbiamo alcun riferimento bibliografico, forse perchè la notizia dataci dai due autori locali non esiste o, come io credo, è acclarata la notizia intorno al viaggio di Cicerone che dovette recarsi in Sicilia ma non ci sono notizie del viaggio e della sosta alla “Vibone Lucana” come la chiama il Tancredi che aggiunge la frase “appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. E’ probabile che la notizia di una lettera a Trebazio, non sia esatta, mentre, come io credo, notizie intorno a “Vibone” sono contenute nelle orazioni che Cicerone fece e ricordò nella sua opera “In Verrem”, di cui parlerò per l’anno 70 a.C.. Dunque, ritornando alla lettera di Cicerone ed al suo viaggio, l’arrivo il 24 luglio nel fondo dell’amico Sicca a “Vibone ad Siccam”, alla sosta di un giorno a Velia a casa dell’amico Talna, gli storici locali, come io credo, giustamente hanno interpretato la località “Vibonem ad Siccam” come “Sapri”, a differenza della maggioranza degli studiosi che pone questa località quale “Vibo Valenzia”. Resta comunque un dubbio sull’anno che i due autori locali pongono. La lettera da me citata riguarda l’anno 44 a.C., mentre i due autori, ci parlano dell’anno 75 a.C.. Tuttavia, è vero che Cicerone, nel 75 a.C., si recò in viaggio in Sicilia ed in una lettera del 71 a.C. scrisse di “Vibone”, dove era ospite dell’amico Sicca o Vibio Sicca, ma, riguardo il viaggio di andata di Cicerone in Siciliano non si sa molto.
La sorgente dell’“Acqua media” al Porto di Sapri
La natura carsica dei luoghi nei pressi della baia saprese è attestato dalla presenza di nu- merose sorgenti come ad esempio la sorgente dell’“acqua media“ nei pressi del porto. Que- sta sorgente di acqua dolce che sgorga ai piedi del costone roccioso nei pressi del porto, si mischiava con l’acqua di mare salata ed è per questo motivo che veniva utilizzata nell’an- tichità dalle popolazioni locali per le sue qualità purgative.
Tutto il territorio che si affaccia sulla costa saprese e soprattutto quello che va verso Ac- quafredda, ha una natura ed una conformazione geologica di natura carsica con corsi d’acqua sotterranei e sorgenti che qua e la affiorano e che in passato hanno permesso il diffondersi di masserie in quelle aspre montagne come all’Orto delle canne o in località Fenosa e Vigne ecc..ecc..
Alcune pubblicazioni a stampa del Dott. Nicola Gallotti
Il dott. Nicola Gallotti, dopo l’Unità d’Italia, fu eletto primo Sindaco di Sapri esercitando nel contempo la professione medica a Sapri e di cui oggi ci restano testimonianze alcuni suoi scritti a stampa che ivi riportiamo: “Condizioni igienico-sanitarie di Sapri”, Ed. Tipo- grafia Lagonegrese, 1891; “L’aqua potabile di Sapri – (Ricordi) per il Dott. Nicola Gallotti”, Tipolitografia Francesco Graniti, Napoli, 1901 (di mia proprietà); “L’aqua potabile in Sapri – osservazioni e proposte del Dott. Nicola Gallotti”, Napoli, Ed. Tipografia dell’Accademia Reale delle Scenze, 1902; “Sull’influenza ricomparsa in Sapri- dal Febraio all’Aprile del 1894”, Napoli, Ed. Tipografia di Michele Gambella, 1894; “Per l’inaugurazione del nuovo cimitero in Sapri – discorso del Sindaco Dott. Nicola Gallotti, pronunziato il 31 luglio 1904”, Lagonegro, Tipografia lucana, 1904 ( erano i tempi dei noti meridionalisti lucani come Giustino Fortunato).
Questi libretti, di cui ne posseggo due, al di là delle osservazioni prettamente mediche che il dottore Gallotti faceva e di cui parlava, risultano essere un’interessante testimonianza del nostro passato in quanto in essi vengono raccontate alcune interessanti notizie di storia locale ed altro. Ad esempio si parla del valore terapeutico dell’“acqua media”, la cui fonte i trova ai piedi del costone roccioso del porto di Sapri, sistemata in tempi recenti ma irrimediabilmente compromessa dai lavori e dalle masserizie del porto. Da piccolo mio nonno mi mandava a prendere questa acqua in quanto essa aveva notevoli qualità purgative e depurative. Alla fonte sgorga un’acqua leggermente salina a causa del fatto che la vena d’acqua carsica che arriva dalla montagna si mischia con quella salata del mare il tutto però da un connubio naturale ed assolutamente. Oggi viste le condizioni di completo degrado in cui si trova la sorgente sconsiglio chiunque la sua raccolta e ber- la. Altra particolarità che ci racconta il dott. Gallotti nei suoi scritti è quella di un fiume carsico sotterraneo che nasce dalla vicina montagna e che sfocia a mare all’altezza dello scoglio dello “Scialandro” dove passando dal mare si può vedere ancora a pelo d’acqua “ u vull’ j l’acqua”, in dialetto il ribollire dell’acqua del mare. L’acqua in quel punto è dol- ce ed è freddissima proprio perché proviene da un fiume carsico sotterraneo che veniva annoverato come Fiume lubertino” nella carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – RegnodiNapoli‘, d’epoca Aragonese, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig. Nella carta in questione il fiume “lubertino” si vede disegnato proprio di fronte allo scoglio dello ‘Scialandro‘ (Fig. 5) (5).
Via S. Paolo sulle colline di Sapri
(Fig…) l’antichissima via S. Paolo che dal territorio saprese nei pressi del locale “le Capannelle” e, della Madonna dei Cordici, corre sul crinale collinare e arriva oltre Vibonati
Mia zia, Maria Attanasio raccontava che sua nonna Teresa Eboli (la “vava”), gli diceva che andava con sua madre a pregare nella Cappella di Santa Maria di Porto Salvo, sita nelle contrade sopra le colline di Sapri, nei pressi della Madonna dei Cordici e poco dopo l’attuale locale chiamato “le Capannelle”. In quei luoghi, vi era anticamente una chiesetta intitolata a “Santa Maria di Porto Salvo”. Mia zia Maria, racconta che, molte famiglie Sapresi, si recavano a piedi, a far visita alla Madonna di Porto Salvo, una statuetta lignea di cui si sono perse le tracce, per farsi benedire. Oggi, di quella cappella si sono perse le tracce e sono rimati in piedi i suoi ruderi. Proprio in quelle contrade, oltre ai ruderi della chiesetta di Santa Maria di Porto Salvo che vediamo illustrati nell’immagine, vi è anche una strada interpoderale e sterrata, sulle mappe chiamata “via San Paolo”. Questa contrada è stata sempre nel territorio della Baronia di Torraca, prima Universitas Aragonese e poi infine Comune, ma come si può ben vedere nell’immagine del satellite essa è posta non molto distante dalla costa di Sapri, con la sua ampia baia. Nei pressi di queste collinette vi è il Santuario dedicato a Santa Maria dei Cordici e il Seminario vescovile di ‘Pietradama’ che, Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, scriveva a p. 248 (v. ristampa curata da Rossella Gaetani): “…guardando in alto, vedo il colossale e incompleto Seminario di Pietradama, che spaventò il dittatore d’Italia nelle acque di Sapri.”. Oggi, guardando le mappe, la località è chiamata “Torrette Tempe”. Vibonati, è stato da secoli collegato con il territorio Saprese, da una strada interpoderale, di campagna, che corre lungo la dorsale costiera, all’altezza del locale le ‘Capannelle’. Proprio l’attuale località denominata ‘le Capannelle’, molto vicina alla contrada dei ‘Cordici’ , è limitrofa ad un’altra località che un tempo doveva essere abitata e, nelle cui prossimità dovevano preesistere diverse necropoli. Proprio nei pressi, negli anni ’70, furono scoperti diversi sacelli, tanto da farci ipotizzare la preesistenza di città scomparse. Le località di ‘S. Martino’ e del ‘Fortino’, ecc.., poste sulle alture di Sapri, a metà strada con la vicina Torraca, la località dei ‘Cordici’, scende dal crinale ……….del versante saprese e in alto, verso le ‘Capannelle’, esiste una stradina, indicata sulle mappe come ‘via S. Paolo’, che corre lungo il crinale, oltrepassa l’attuale Cimitero di Sapri, arriva fino alle ‘Ginestre’ e si prolunga fino al cimitero di Vibonati. Doveva essere la strada che in origine collegava le campagne interne dei due centri. Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (…), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella sua descrizione del ‘Principato Citra (o Citeriore), a pag. 79, scrive anche di Sapri: “Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano‘Seno Saprico’dalla città di Sapri , oggi nominata Li Bonati…” (…). Scipione Mazzella Napolitano, forse sulla scorta di altri che lo precedettero, affermava che il luogo di Sapri nel 1568, fosse nominato ‘Li Bonati’. La carta d’epoca aragonese dell’immagine Fig. 1, riveste una particolare importanza ed interesse non solo perchè riporta nomi di luoghi, alcuni dei quali ancora oggi poco conosciuti, ma anche in quanto è forse l’unica testimonianza scritta del luogo citato ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘. Probabilmente i resti dell’antica città di cui parlava Cicerone nelle sue famose lettere allo amico Attico. ‘Bibo ad Siccam odieruin.‘, cosa significa questo termine o toponimo citato nella carta?. E’ sicuramente un toponimo, ovvero un nome di un luogo. ‘Bibo’ stà per Vibo o Bibone o Vibone. ‘Ad Siccam odie ruin.‘, si riferisce ad un luogo ove si vedono delle rovine, odie ruinata, oggi rovinata, forse un’antica città in rovina ed abbandonata. Letteralmente la scritta in latino ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘ si traduce: ‘Bevo alla spada oggi rovinata’ (?). La carta in questione da noi pubblicata (Fig. 1), colloca il toponimo Bibo ad Siccam odie ruin. tra un Bibone novo, forse l’odierna cittadina di Vibonati, Torraca e Sapri. E’ forse da collegare a questa antica carta d’epoca aragonese la curiosa prima citazione di Sapri. La carta in questione colloca il toponimo tra le campagne delle odierne Vibonati, Sapri e Torraca. Sappiamo di resti antichi, forse di un’antica città, rinvenuti nelle campagne tra Sapri e Torraca, nell’area dell’antico ‘Seminario‘ vescovile ‘Fanuele’. Infatti nella carta in questione il luogo viene posto nell’entroterra saprese, sulla dorsale che sale verso Torraca. Sappiamo anche di reperti archeologici rinvenuti nelle campagne che da Sapri vanno sulla dorsale verso Torraca ed in particolare in località Madonna dei Cordici. Sappiamo di inportanti rinvenimenti anche recenti rimasti occultati in località Seminario Arcivescovile (abbandonato dalla Curia da due secoli), oggi nella proprietà dei Borea che ivi hanno costruito e che si sono sapute voci di scorribande di tombaroli in quei luoghi. Questo territorio, presenta delle importanti fonti sorgive che alimentavano certamente in epoca romana, le ville romane e le strutture portuali a S. Croce in epoca romana, attraverso gli acquedotto che scendono al Porto di Sapri. Inoltre, dobbiamo segnalare che le fonti sorgive presenti nella località dove oggi è presente una chiesetta detta la Madonna dei Cordici, potrebbero avvalorare l’ipotesi del significato dell’etimo: ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘. Alla luce di queste considerazioni, andrebbe ulteriormente indagata e rivista tutta la politica archeologica delle autorità Sapresi e della Soprintendenza della Campania, al fine di mettere in luce e di meglio valorizzare tutta l’area archeologica compresa fra il Seminario ‘Fanuele’ e ‘Madonna dei Cordici’, e le colline che degradano fino ai versanti sapresi delle contrade di ‘Fortino’, di ‘S. Martino’ e forse ‘Fenosa’. L’attuale documentazione dei rinvenimenti in quell’area, attesta e conforta la tesi di una città sepolta e scomparsa tesi questa suffragata dagli innumerevoli ritrovamenti puntualmente occultati dalle stesse autorità deputate alla tutela del patrimonio.
Il “FIUME SAPRI”, ricordato da Leandro Alberti, Collenuccio, Antonini e Lacava
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel “Discorso XII”, dopo aver parlato di Scalea, a pp. 446-447 parlando del fiume Lao, in proposito scriveva che: “I meno accorti nel nono secolo credettero, che, ‘l fiume, che passa per Lauria, fosse il Lao; e perciò così la chiamarono, quasi ‘Laus rivus’. A tempi vicini Leandro Alberti, non avendo affatto veduto questi luoghi, scrive che ‘l fiume Sapri (che mai non fu al mondo) divide Laino, e la Lucania da Bruzj; poi lo chiama Lao, e quindi taccia ‘Strabone’ e ‘Tolomeo’ di aver quì allogato questo fiume: ‘quando’ (dice) ‘in queste contrade (vedete che altra confusione) non si trova altro che il fiume Melfe’. Egli peraltro copiò questa torta, e non vera sentenza dal ‘Collenuccio’, nel lib. 1 della ‘Storia del Regno di Napoli’, dove scrisse: “Continua poi la Lucania per una gran parte, detta oggi Basilicata, dal Silaro fino al fiume chiamato Sapri, che anticamente era detto Lao.”. L’Antonini, quando scriveva che “I meno accorti nel nono secolo credettero, che, ‘l fiume, che passa per Lauria, fosse il Lao; e perciò così la chiamarono, quasi ‘Laus rivus’.”. L’Antonini non sbagliava quando diceva che gli storici antichi del IX secolo sbagliavano perchè credevano che il fiume “Lao”, cioè il fiume che chiamarono “Laus rivus” fosse il fiume che passava per Lauria. Infatti il fiume che passa vicino Lauria è il fiume Noce, che sfocia nelle vicinanze della marina di Castrocucco. L’Antonini cita pure il Collenuccio (….) e la sua “Storia del Regno di Napoli”, vol. I dove scrisse dei confini della Basilicata che va dal fiume Silaro “Continua poi la Lucania per una gran parte, detta oggi Basilicata, dal Silaro fino al fiume chiamato Sapri, che anticamente era detto Lao.”. Il Colenuccio scriveva che il “fiume Sapri” anticamente era chiamato “fiume Lao”. La notizia tratta dall’Antonini merita ulteriori approfondimenti. Dunque, l’Antonini cita Leandro Alberti. Interessante è ciò che scrisse Giuseppe Antonini nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 376, dove in proposito scriveva che: “Ci lasciò la stessa notizia ‘Leandro Alberti’, che cominciò a scrivere dell’Italia nel MDXXV., ecc…”. La notizia che Leandro Alberti scrisse del fiume Sapri ci è riferita anche da Michele Lacava (….), “Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana”, Napoli, 1891, a p. 35 riferendosi al fiume Lao, in proposito scriveva che: “E Stefano Bizantino sull’autorità di Apollodoro disse di aver dato il nome alla città di Lao: Laos urbs Lucaniae, Auctore Apollodoro….A Lao amne (1).”. Sempre il Lacava (…), a p. 38, in proposito a Lao scriveva: “Stefano Bizantino, nel suo dizionario, de Urbibus, scrisse: Laos, urbs Lucaniae, de qua Apollodorus lab. 2 de Terra, sic dicta a Lao fluvio, gentile Lainus. Questi i testi antichi etc…”. Il Lacava, a p. 35, nella nota (1) postillava: “(1) Il Negro nel 7° comment. della Geografia chiamollo col nome di fiume Lucano. Leandro Alberti col nome di fiume di Sapri, e dice: è sempre l’acqua di esso fiume chiara, ne mai torbida per alcun caso si vede. Il Merola scrive del pari che le sue acque sieno sempre chiare: aquas habet perpetua claras, adeo ut nullo unquam casu turbentur. Lo stesso disse il Ferrario.“. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel “Discorso XII”, dopo aver parlato di Scalea, a p. 447 parlando del fiume Lao, in proposito scriveva che: “Mario Negro nel 7° comnento della Geogr. chiamalo coll’antico, e col medesimo nome di Laino, ma gli dà anche l’altro di Lucano. “Postea Lucanus amnis in mare vadit, Laino modo nomine, in quò ager Lucanus finis. Merola e il Ferrario scrivono di questo fiume: che mai non abbia le sue acque torbide: “Nun quam turbari ajuno”, ma essa è una bella favoletta, avendolo io veduto, anche dastà torbido quando avea piovuto. Il Citato Merola nella sua Geografia, ebbe giustissime notizie del fiume, e della terra; etc…”. Infatti, Leandro Alberti (…..), nel suo “Descrittione di tutta Italia, nella quale si contiene il sito di essa, l’origine et le Signorie delle Città et delle Castella”, Bologna, 1550, a pp. 198-199 parla della Basilicata e dei nostri luoghi e, a p. 201, riferendosi all’attuale fiume Lao (che pare in antichità fosse detto fiume Mercure) e di Laino Castello (che egli chiama “Faino cast.”), in proposito scriveva che: “Poscia più avanti si dimostra Faino cast. col borgo. Partisce il Cast. dal Borgo il fiume Sapri che anche divide la Lucania dai Brutij, overo la Basilicata dalla Calabria. Imperò che il Borgo è di quà dal detto fiume nella Basilicata, & il Cast. di là, nella Calabria. Esce questo fiume vicino a Vincinello, Cast. della Basilicata & scedendo fra gli alti, e strani balci di queste montagne verso ‘l Mezzogiorno & partendo la Basilicata dalla Calabria al fine sbocca nel mar Tirreno. Ella è sempre l’acqua di esso fiume chiara, ne mai torbida alcun caso si vede. Credo sia questo Laino il Cast. Lauo, nomato da Pli. & similmente esso fiume sia il Lauo, pur da quello membrato, per la vicinità d’amendui insieme, & altresì per la conformità del nome Lauo, et Laino avenga che dica il corrotto testo di Plinio. Saus. Et nomeno credo sia da quel Tolomeo addimandato Laus, & da Strabone Talauus, & Lauus perchè in questi luoghi non si trova altro fiume che il Melfe avanti nominato. Etc…”.
(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199
Quella dell’Alberti è una notizia molto interessante che andrebbe ulteriormente indagata. Quella dell’Alberti è una notizia molto interessante che andrebbe ulteriormente indagata. Dunque, l’Alberti, a p. 201 scriveva che: “Poscia più avanti si dimostra Faino cast. col borgo. Partisce il Cast. dal Borgo il fiume Sapri che anche divide la Lucania dai Brutij, overo la Basilicata dalla Calabria.”. Dunque, l’Alberti scriveva che il “fiume Sapri” divide i due borghi medievali di Laino Castello e Laino Borgo e dice pure che questo fiume, che chiama “Sapri” divideva, la Lucania, ovvero la Basilicata dei suoi tempi dai Bruzi, ovvero la Calabria dei suoi tempi. Dunque, l’Alberti si riferiva all’attuale fiume Lao che sfocia nel mare Tirreno. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a p. 68 e ssg. parlando degli antichi popoli della Basilicata ed in particolare degli Enotri, in proposito scriveva: “I nomi dei fiumi sono quelli che più resistono alle mutazioni delle genti rivierasche, nel corso dei tempi. Il nome del fiume Siri o Sinno, del Serrante, del Sarmento, del Sera-potamo, del Sauro, della Sciàura o Sora, del Silaro o Sele che scorrono per la regione lucana, quello di Esaro, che ripete due volte presso Sibari e Crotone, rampollano manifestamente dalle radici sanscrite “sar” ire e fluere; “sol e sel” ire (onde “salila” e “sara” acqua) e “snu” fluo…”. Dunque, il Racioppi ravvisava l’importanza dei toponimi locali dei fiumi, che essi avevano nell’antichità per conoscere le origini dei luoghi che essi attraversano con il loro corso antico. E’ per questo motivo che la notizia dell’Alberti, sebbene destasse qualche dubbio, resta molto interessante. L’Alberti, a p. 201 scriveva che dal borgo di Laino Castello, un paese della Calabria, non molto distante dalla costa e da Scalea, nasceva il “fiume Sapri” e dice che questo fiume: “Poscia più avanti si dimostra Faino cast. col borgo. Partisce il Cast. dal Borgo il fiume Sapri che anche divide la Lucania dai Brutij, overo la Basilicata dalla Calabria.“. L’Alberti spiega che il “fiume Sapri” divide il casale di “Laino borgo”, che cade in Basilicata ed il casale di “Laino castello” che invece si trova dall’altra parte del fiume e che cade in Calabria. Inoltre, l’Alberti spiega che il “fiume Sapri” “esce” (nasce) nei pressi di Viggianello (che egli chiama “Vincinello”), scende dalla Basilicata e va a sfociare nel mare Tirreno. Qui però devo precisare che a mio avviso, l’Alberti, si riferisce proprio all’attuale fiume Lao. Si potrebbe pensare che l’Alberti abbia confuso il fiume Lao con l’attuale fiume Noce, ma siccome egli a p. 199 parla del fiume “Cocco” che corrisponde al fiume Noce (e che sfocia nei pressi della marina di Castrocucco), non può non essere il fiume Lao, quello che egli chiama “fiume Sapri”. L’Alberti, però, è vero che non si riferisse al fiume Lao, ed è vero, come scrive l’Antonini che avesse fatto confusione. Lo dimostra il fatto che egli aveva già parlato del fiume Lao nelle pagini precedenti. L’Alberti, a p. 198 e ssg., in proposito al confine tra la Basilicata e la Calabria, ovvero tra la Lucania ed il Bruzio, in proposito scriveva: “Credo che questo fosse Melfi castello, da gli antichi castello, dal qual’è nominato il fiume che corre sotto esso Molfe in vece di Molfe, descritto da Plinio. Dicono alcuni esser questo fiume quel ch’è discosto da Policastro da due miglia, et quell’altro esser il Lauo, hora Cocco addimandato, ch’è lontano da questo Melfi da 30 miglia (come scrive Pietro Razzano) il qual Lauo è termine della Lucania, come io dissi. Vero è, che soggiunge detto Razzano parere à lui essere in contrario le parole di Strabone, dicendo che dopo Pissunto, ui è il Golfo Talauo, col fiume Talauo, et l’ultima città della Lucania poco dal mar discosto già colonia dei Sibariti; et che erano 400 stadij, overo 50 miglia fra Elea, o Velia, et questa città. Et che questi tali pensano fosse l’antedetta città, ove hora si vede la nobile città di Policastro. Il che se vero fosse, nò sarebbe il fiume Talavo, del qual ne fa menzione Strab. et quivi sarebbe il termine di Lucania. Cociosia cosa che secondo Strabone Plinio et Tolomeo il detto fiume Talauo, ò sia Lauo, partisce la Lucania da i Brutij, hora Calabria detta. Et così non si annoverebbe Policastro nella Lucania, ma nè Brutij. Etc…”.
Mi chiedo però come mai l’Alberti facesse tanta confusione e dicesse che il fiume, che chiama “Sapri” passasse fra i due borghi di Laino ?. Si riferiva forse all’attuale fiume Noce e non al fiume Lao ?. Mi chiedo se egli avesse confuso il fiume Noce con il fiume Lao. Non saprei, ma posso dire che nella confusione dei nomi egli dice pure dell’attuale fiume Noce perchè accenna al fiume Cocco. L’Alberti scriveva di questo fiume, che chiama “Sapri” e che dividesse i due borghi di Laino, essere un fiume “Ella è sempre l’acqua di esso fiume chiara, ne mai torbida alcun caso si vede.”. A questo punto, l’Alberti, aggiunge che di questo fiume parlarono Plinio e Tolomeo, scrivendo che “Credo sia questo Laino il Cast. Lauo, nomato da Pli. & similmente esso fiume sia il Lauo, pur da quello membrato, per la vicinità d’amendui insieme, & altresì per la conformità del nome Lauo, et Laino avenga che dica il corrotto testo di Plinio. Saus. Et nomeno credo sia da quel Tolomeo addimandato Laus, & da Strabone Talauus, & Lauus perchè in questi luoghi non si trova altro fiume che il Melfe avanti nominato. Etc…”. In questo passaggio troviamo un errore dell’Alberti che scriveva, ad es. del fiume “Cocco” e del fiume Bussento ma qui dice che in questi luoghi “…non si trova altro fiume che il Melfe avanti nominato.”. Ancora, però, non riesco a capire perchè l’Alberti citi il “fiume Sapri”. L’Alberti, a p. 198 cita più volte l’opera geografica di Pietro Razzano (….) (Pietro Ransano, umanista palermitano). Il fiume Lao, come si può vedere dalla vista satellitare, nasce nei pressi di Laino e sfocia nei pressi di Scalea. Oggi il fiume che attraversa Laino borgo, un comune del Cosentino in Calabria e non molto distante da Scalea e dalla costa Tirrenica, viene chiamato Lao. Guardando l’immagine satellitale di google maps si vede che da Laino Borgo passa il fiume Lao che va a sfociare nel mar Tirreno a Scalea nei pressi di S. Maria del Cedro. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel “Discorso XII” parlando di Laino, a p. 448 e del fiume Lao, in proposito scriveva che: “Il Signor Gatta, parendogli forse, che Lao fosse malamente detto, ha voluto aggiungervi un V, e chimarlo Lavo, ingannato peraltro da Leandro Alberti, che pure (I) così inettamente chiamollo.“. L’Antonini, a p. 448, nella nota (1) postillava: “(I) Altri pretendono, che si chiami Lao corrottamente per un Lago grandissimo, che colà stato fosse. Etc…”. Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 1743 pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 28 e ssg. nel cap. II: “Dei fiumi etc…”, in proposito scriveva che: “Il fiume ‘Lavo’, termine da molti Geografi assegnato a questa Provincia di Lucania con quella de’ Bruzj, benche al dire di ‘Strabone’ s’estendesse fino alla Cirella, che ora è compresa fra detti Bruzj: Ed a tempo de’ Normandi dilatavasi fino alla Terra della Scalea, che pur’ora è annoverata ne’ Bruzj, come scrisse Goffredo Malaterra. Nasce detto Fiume dalle contrade del famoso Monte Apollino, nelle cui vicinanze, e nella terra di Viggianello, e scorrendo verso mezo giorno depone le sue acque nel mar Tirreno fra la Scalea, e Cirella. Intorno al Fiume Siri, e del menzionato Lavo si ricovrarono i Sibariti scampati dalle rovine della loro Città, ed in questi luoghi ove aveano avuto l’Imperio si ritirarono per sfuggire l’odio implacabile de’ Crotoniesi loro Nemici, e vi popularono una Terra, che dal detto Fiume ‘Lavo’ si disse ‘Laino’, e ‘Strabone’ (a), facendo memoria di detti Sibariti esprime esser fra i Lucani ricovrati, e l’istesso confirma Gio: Giovane (b).”. Il Gatta, a p. 29, nella nota (b) postillava che: “(b) Gio: Giovane de varia Tarantinorum fortuna: Sibaritae a Crotoniatis subacti ad Lucanorum non durissimam servitutem sunt tracti.”. Il Monte “Apollino” è il monte Pollino in Calabria. Si tratta di un testo di Giovanni Giovine o Iuvene (…), ed il suo “De antiquitate, et de Varia Tarentinorum fortuna” edito a Napoli, nel 1589. Il testo è dedicato al Cardinale di Lauria Brancati. Il Iuvene, ci racconta dell’episodio della guerra dei Tarantini contro i Lucani e della battaglia di Lao. Il Gatta, non conoscendo questi luoghi ci parla del fiume Lao che forse anticamente veniva detto “Lavo” come scrisse Leandro Alberti. A quali cartografi, nel 1550, l’Alberti si riferiva ? Da dove nasce la notizia secondo cui il fiume Lao venne da lui chiamato “fiume Sapri” ?. Da Wikipedia leggiamo che l’opera più importante dell’Alberti, dedicata ai sovrani francesi Enrico II e Caterina de’ Medici, è senz’altro la Descrittione di tutta Italia, pubblicata a Bologna nel 1550. Ad essa seguirono in ottanta anni altre dieci edizioni a Venezia e due traduzioni latine a Colonia: nell’edizione veneziana del 1561 si aggiungono per la prima volta le Isole pertinenti ad essa, mentre quella del 1568 è arricchita dalle incisioni di sette carte geografiche. Opera di geografia e di storia, ricalca in gran parte la Italia illustrata di Flavio Biondo, ampliandola e migliorandola nell’esposizione e nella citazione delle fonti, ma mostrando scarso spirito critico, attenendosi egli «ai dati dei geografi antichi o, per la parte storico-antiquaria, ad autori moderni di dubbia attendibilità come Raffaele Volterrano o Annio da Viterbo: e solo quando vengono a mancare testi precedenti ricorre a elementi di più diretta esperienza […] parimenti nella critica storica preferisce riferire insieme le differenti versioni, anche di tempi e di valore molto diversi, senza prendere posizione”. Tuttavia, non riesco a capire l’origine della notizia sul fiume Sapri citata dall’Alberti. Esaminando alcuni scritti di alcuni autori, ci si imbatte nell’altro fiume, il fiume Sinni, molto conosciuto in antichità, di cui un suo affluente passa per Lauria. L’Alberti citando il “fiume Sapri” e, riferendosi al fiume Lao, nei pressi di Laino Borgo e di Laino Castello, (quindi non alla confluenza del fiume Lao con il fiume Argentino che si trova verso Orsomarso, che oggi si trova nel Parco della Valle del fiume Argentino), si riferiva al fiume Lao, che in atichità veniva detto “fiume Mercure”. Biagio Cappelli (….), ha parlato molto di quell’area geografica nella Calabria settentrionale a confine con la Basilicata e, dovendo parlare della regione ascetica dell’antico “Mercurion” ha detto pure alcuni riferimenti geografici della Valle del fiume Lao. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 262 e ssg., in proposito scriveva che: “….la confluenza del fiume Argentino con il Mercure-Lao (2), quasi ai confini attuali della Calabria settentrionale.“. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (1) postillava: “(1) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia, auctore ORESTE patriarca Hierosolimitani (…edidit et adnotationibus illustrant I. Cozza-Luzi), Romae, MDCCCXCIII, p. 138, n. 0.”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (2) postillava: “(2) V. in questo volume: Voci del Mercurion e Il Mercurion. E’ strano come assai di recente A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi proenienti dall’archivio Aldobrandini, (Studi e Testi, 1971, Città del Vaticano, 1958, p. 528, erroneamente situi Mercurion “nella valle del Crati”. Ivi ancora a pag. 484: la località Caricchio non si trova sita nel territorio di Morano Calabro, bensì in quello di Mormanno.”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 313, nella nota (56) postillava che: “A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, (Studi e Testi, 197), Città del Vaticano, 1958, pp. 5; 9. E’ per lo meno strano come nel ricchissimo indice di questo volume (p. 528), il Pratesi, dopo tanti studi al riguardo, (v. in questo volume ‘Il Mercurion’), erroneamente situi il Mercurion nella valle del Crati; tanto più strano perchè il documento del 1065 da lui edito specifica che il monastero di S. Pietro, ricordato, ed altri erano situati “in valle que Mercuri nuncupatur”. Ora anche se attualmente il fiume Lao non è più detto Mercurion o Mercuri per tutto il suo corso, come nel medioevo, mantiene sempre la sua denominazione ufficiale di Mercure almeno nel suo primo tratto: e cioè dalle sue sorgenti fino allo scalo ferroviario di Laino Borgo (v. Carta d’Italia del T.C.I. al 25.000).”. Da Wikipedia leggiamo che il Lao è un breve fiume a corso perenne del versante tirrenico della Calabria. Nasce in Basilicata con il nome di Mercure. Prende il nome dall’antica colonia greca di Laos, polis della Magna Grecia. Nell’antichità il fiume era chiamato Laus (o Laos, Λαός in greco); era uno dei fiumi che segnava il confine tra i lucani e i bruzi. L’altro era il Chratis (Crati) nella parte terminale della foce, ma soprattutto lungo il corso del suo affluente Sybaris (Coscile), che nasce nel massiccio del Pollino, relativamente vicino alle sorgenti del Lao. Sboccava nel Sinus Laus (golfo di Policastro), nel Inferum mare. L’Alberti, a p. 201, ci dice pure che del fiume Lao parlò anche Plinio il Vecchio. Riguardo a Plinio il Vecchio (….) ed il suo “Naturalis Historia”, il Lacava a p. 46, in proposito scriveva che gli scrittori del passato sbagliavano ad ubicare Lao a Laino in quanto si basavano su una errata interpretazione di Plinio. Egli scrive che Plinio parla di Lao come di una città marittima, e quindi non può essere Laino. I passi di Plinio vengono scritti da Michele Lacava (….), nel suo “Blanda, Lao e Tebe Lucana”, che a p. 38, in proposito scriveva che: “Plinio il naturalista diceva: Oppidum Helia. Quae nunc Velia. Promontorium Palinurum; a quo sinu recedente…..Laus amnis: fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium litius III.”.
La baia naturale ed il porto di Sapri, forse uno dei Porti Velini cantati da Virgilio nell’Eneide
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi” della baia di Sapri in proposito scriveva che: ”che è di figura semicircolare, ha quasi due miglia di circonferenza, e la sua bocca di circa mezzo miglio, guardando per diritto a mezzogiorno; quindi è che spirando quei venti non sono sicuri nel porto;”. Il Troyli (…), nel 1675, parlando dei porti del Cilento, dice: “Con vedersi col medesimo seno di Policastro il Porto che di Saprioggigiorno s’appella: il quale sebbene alquanto ripieno, è di solito di piccioli bastimenti capace, comecchè da Scirocco gagliardamente battuto; pure fù dalla natura cotanto ben disposto, che rassembra uno dei più bei porti, che abbia mai veduto. E se fosse ugualmente profondo nelle sue acque capace sarebbe di una grandissima armata navale.” (2). Nel 1815, Romanelli (6) parlando della baia naturale di Sapri così scriveva:“di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (6).
Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, a p. 6 parlando di Velia scriveva che: “Tra l’altre città della Lucania veniva annoverata Bussento…..Velia era la terza città detta Veleia, & in Greco detta Eleia,…..Haveva questa Città bellissimi porti, mentre ‘Virgilio nel lib. 6 dell’Enead. dice ‘Portusque require Velinos’.”. Ancora, il Di luccia, a p. 7 parlando di Bussento scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che, Policastro fosse stata edificata per le sue ruine della suddetta Velia; E benché tra l’antichi Scrittori, sia controversia se Policastro sia nella Lucania, o pure ne’ Bruzij, nientedimeno io aderendo all’opinione del sudetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “E’ Policastro città della Lucania, nobile Città, ornata della dignità Ducale, la qual passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus termine della Lucania, così dice Alfonso Bonaccioli nella prima parte della Geografia di Strabone nel lib. 6 e tanto narra Ferdinando Vghelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo dice Virgilio “Portusque require Velinos”. E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”. Nel 1595, Scipione Mazzella Napolitano (…), nel suo “Descrittione del Regno di Napoli” (per i tipi di Stigliola) parlando del Principato Citra, a p. 79 in proposito scriveva che: “Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamavano seno saprico dalla città di sapri, oggi nominata Libonati.”. E’ interessantissima la notizia del Mazzella (…) a cui ho accennato per alcune torri oggi scomparse ma che vi erano lungo la nostra costa da lui citate e descritte, il Mazzella scriveva che il golfo di Policastro anticamente era chiamato “seno Saprico”, ovvero golfo di Sapri. Il Mazzella fa derivare la parola di seno Saprico dalla “città di Sapri oggi nominata Libonati”. Questa notizia attesta che nel 1595, il territorio di Sapri era compreso nel tenimento di Vibonati allora detto “Libonati”.
Scipione Mazzella Napolitano lo chiamava “SENO SAPRICO”
Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (4), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella sua descrizione del ‘Principato Citra (o Citeriore), a pag. 79, scrive anche di Sapri: ”Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano ‘Seno Saprico’ dalla città di Sapri, oggi nominata Li Bonati…”.
La Torre dello Scialandro figura pure nella carta dell’ “Atlante Geografico del Regno di Napoli” o“Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, in quattro fogli’, delineata nel 1769 (I edizione) dal cartografo Filippo Rizzi-Zannoni. Dunque in questa carta si può vedere chiaramente il nucleo urbano di Sapri e le sue Torri.
(Fig…) Rizzi-Zannoni – Particolare dell’“Atlante Geografico del Regno di Napoli” o“Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, in quattro fogli (1769) (Archivio Attanasio)
Come possiamo vedere nella carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. ‘Manoscritti e rari‘, Ba 5d (2, che pubblicai nel 1998), in essa vengono riportate le tre torri esistenti e visibili all’epoca della stesura della carta. La carta citata riporta le tre torri conosciute e posto lungo il litorale di Sapri, ovvero essa riporta la Torre di “T. Buon Dormire”, posta ad occidente di Sapri, oggi località Fortino; la Torre di “T. Capobianco”, la “Foce Obertino”, entrambi toponimi segnati sul Monte Ceraso; a mare poi troviamo segnato “Lo Scoglio” e un pò distante troviamo infine la Torre “T. Scialandro” e subito dopo, poco distante la Torre “T. delle Grive”. Questa carta è interessantissima in quanto essendo del primo quarto del secolo XIX, ovvero 1815 testimonia che nel 1815, lungo la costa di Sapri ancora erano visibili le tre torri cavallare e di avvistamento di cui si è parlato e che la Torre detta oggi di “Mezzanotte”, all’epoca invece era detta con il suo toponimo originario ovvero Torre “T. Scialandro”. Dunque, l’attuale denominazione di “Torre di Mezzanotte” è errata.
(Fig…..) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita ed è stata da me pubblicata nell‘Analisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)
Nel 4 settembre 1860, il racconto di un Garibaldino che sbarcato a Sapri racconta che:
Uno dei testi citati dal Treveljan è quello di Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a p. 63 e ssg. trascriveva una lettera del 4 settembre e scriveva: “Sapri, le 4 Septembre. En nois reveillant, nous nous trouvons dans le golfe de Policastro. Nous débarquons à Sapri, charmant petit village de cinq cents àmes, situé dans une position ravissante. Les oliviers, les figuiers, les orangers, les citronniers les grenadiers, et les lauriers-roses y croissent avec une profussion sans pareille. Je rencontre là une foule de gens qui parlent francais; ce son de ces chaudronniers ambulants comme nous en rencontrons à chaque instant dans nos village de France. Ils m’apprennent que Garibaldi était ici meme hier soir et qu’il marche directement sur Salerne. A peine débarqués nous allons, mes deux compatriotes et moi, nous promener dans un bois d’oliviers, derriere la place. Une brave femme, – qui ne doit plus savoir le compte de ses années tant elles sont nombreuses, – vient nous y trouver et nous offre un panier de figues qu’elle nous force d’accepter. Nous voulons lui en payer la veleur. Impossible. La pauvre vieille se recrie au nom de som ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, ajoute la bonne vieille. Je crois decidement que la Calabre est animée d’un meilleur esprit que la Sicile. Ici tout le monde vous appelle frère (fratello); et chacun fait son devoir simplement avec une noblesse sans emphase. Aprèsse déjeuner, nous nous aventurons dans la champagne, où j’dmire quelques beaux types d’hommes et de femmes. Une figure vraiment céleste frappe soutout mes regards. C’est une jeune fille admirable de grace et d’e xpression; alle a une main posee sur la hanche et de l’autre elle tient sur satete une urne de forme antique. Son costume, qui rappelle la Grèce, s’allie merveilleusement au caractere de sa beauté. Elle porte une jube bleue, un corsage de meme couleur brodé d’or, ouvert sur le devant, ce qui permet de distinguer les delicates attaches et les formes de son cou, malgré les nombreux plis d’une chemise aussi blanche que fine. Quaunt aux pieds, comme ils son nus, je puis aussi en constater aisement la finesse et l’elégance. Je reste la quelque temps, plonge dans une muette exstase, car je n’ose faire un mouvement de preur de voir s’évanouvir cette brillante apparition, qui comptera parmi mes meilleurs souvenir d’artiste.”, che tradotto significa: “Sapri, 4 settembre.Al risveglio ci troviamo nel Golfo di Policastro.Sbarchiamo a Sapri, grazioso paesino di cinquecento abitanti, situato in una posizione deliziosa.Vi crescono ulivi, fichi, aranci, limoni, melograni e oleandri con una profusione senza pari.Lì incontro una folla di persone che parlano francese;questo suono di questi calderai itineranti che incontriamo ogni momento nei nostri villaggi in Francia.Mi dicono che Garibaldi è stato qui ieri sera e che sta marciando direttamente verso Salerno.Appena sbarcati io e i miei due connazionali andiamo a fare una passeggiata in un uliveto dietro la piazza.Una donna coraggiosa – che non deve più conoscere il numero dei suoi anni perché sono tanti – ci viene a trovare e ci offre un cesto di fichi che ci obbliga ad accettare.Vogliamo pagarlo per questo.Impossibile.La povera vecchia grida in nome di som ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, aggiunge la buona vecchia.Credo decisamente che la Calabria sia animata da uno spirito migliore della Sicilia.Qui tutti ti chiamano fratello;e ognuno fa il proprio dovere semplicemente senza enfasi.Dopo pranzo ci avventuriamo nello champagne, dove ammiro alcuni bellissimi tipi di uomini e donne.Ovunque una figura davvero celestiale colpisce il mio sguardo.È una giovane di grazia ed espressione ammirevoli;ha una mano sul fianco e con l’altra tiene sul sedile un’urna dalla forma antica.Il suo costume, che ricorda la Grecia, si combina meravigliosamente con il carattere della sua bellezza.Indossa una gonna blu, un corpetto dello stesso colore ricamato in oro, aperto sul davanti, che permette di distinguere le delicate allacciature e le forme del collo, nonostante le numerose pieghe di una camicia tanto bianca quanto fine.Quante volte sui piedi, poiché sono nudi, riesco anche a vederne facilmente la finezza e l’eleganza.Rimango lì per qualche tempo, immerso in un’estasi muta, perché non oso muovermi per paura di veder scomparire questa brillante apparizione, che annovererà tra i miei migliori ricordi di artista.”.
Nel 5 settembre 1860, il racconto di un Garibaldino che sbarcato a Sapri racconta che:
Uno dei testi citati dal Treveljan è quello di Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 65-66 e ssg. trascriveva una lettera del 5 settembre e scriveva: “Sapri, Acqua-Fredda, le 5 Septembre. Apres diner nous partons pour l’Acqua-Fredda (eau froide), à trois milles environ de Sapri, dance une barque danceuvrée par quatre matelots. L’expedition se compose de sept Italiens et de trois Francais, sous la conduite du capitaine du Benvenuto. Jamais je n’ai vu le ciel plus bleu et la mer plus calme. Les metelots, en soulevant leurs rames, font eclater toute la phosphorescence de cette mer toujours si belle et si poétique. Partis à huit heures, nous debarquons à neuf heures sur une plage tout à fait nue. Ne trouvant point de chemin, chacun escalade les rochers come il peut. Au bout d’une demi-heure, l’un de nous trouve une pauvre vielle femme, couchée en plein air davant la porte de sa maison, qui semble nous prendre pour des bandits. Enfin, tant bien que mal elle nous indique le chemis d’Acqua-Fredda, si toulefois on peut appeler chemin une especie de sentier impraticable, et bon tout au plus pour les chevres. Apres une heure de marche, nous apercevons quelches habitations et la point d’un clocher: nous poussons un soupir de saulagement; mais, helas! c’est en vain que nous frappons à toutes les portes: personne ne repond: nous pourrions nous croire, avec d’un peo d’imagination, danse quelque ville enchantée des ‘Mille et une Nuits’. Nous allions en venire aux moyens extremes, quand tout à coup un campagnard s’approche de nous avec force saluts et génuflexions. Peu d’istants apres, sa femme le rejoint et nous offre de l’eau pour nos rafraichir, puis …..de la paille pour faciliter notre campement à la belle etoile. On demand alors à ces braves gens commend il se fait toutes les maison restent fermées. Ils nous repondent qu’à notre aproche tout le monde s’est sauvé dans la montagne, le curé en tete. Le capitaine du navire ajoute: “Mais saviez-vous que nous etions des soldats de Garibaldi ?” – Signor, si! répondent-ils, seulement on disait que vous étiez de mechantes gens”, che tradotto è: “Sapri, Acqua-Fredda, 5 settembre.Dopo cena partiremo per Acqua-Fredda, a circa tre miglia da Sapri, su una barca con quattro marinai.La spedizione è composta da sette italiani e tre francesi, guidati dal capitano della Benvenuto.Non ho mai visto il cielo più azzurro e il mare più calmo.I marinai, alzando i remi, fanno emergere tutta la fosforescenza di questo mare, sempre così bello e così poetico.Partiti alle otto, sbarcammo alle nove su una spiaggia completamente brulla.Non trovando alcuna via, ognuno scala le rocce come meglio può.Dopo mezz’ora uno di noi trovò una povera vecchia, stesa all’aperto davanti alla porta di casa, che sembrava prenderci per banditi.Alla fine, come può, ci indica il sentiero dell’Acqua-Fredda, se però sentiero possiamo chiamarlo una specie di sentiero impraticabile, e buono tutt’al più per le capre.Dopo un’ora di cammino vediamo alcune case e la punta di un campanile: tiriamo un sospiro di sollievo;ma sfortunatamente!invano bussiamo a tutte le porte: nessuno risponde: potremmo credere, con un po’ di fantasia, di ballare in qualche città incantata da ‘Mille e una notte’.Stavamo per ricorrere a mezzi estremi, quando all’improvviso un connazionale si avvicinò a noi con molti saluti e genuflessioni.Pochi istanti dopo, la moglie lo raggiunge e ci offre dell’acqua per rinfrescarci, poi…paglia per facilitare il nostro accampamento sotto le stelle.Abbiamo poi chiesto a queste persone coraggiose come mai tutte le case fossero rimaste chiuse.Ci hanno detto che mentre ci avvicinavamo tutti fuggivano sulla montagna, con il sacerdote in testa.Il capitano della nave aggiunge: “Ma lo sapevate che eravamo soldati di Garibaldi?”– Signore, sì!rispondono: “solo loro hanno detto che eravate persone cattive”.
Nel 1959 il viaggio diAlberto Moravia e il mare di Sapri
Nel 1987, il sacerdote Mario Vassalluzzo (2), nel suo “Cilento ad occhio nudo” – una raccolta di saggi di alcuni autori che parlarono del Cilento – ripropose e trascrisse un saggio scritto e pubblicato a stampa da Alberto Moravia dal titolo “Il Mare fra Sapri e Paola” (1), pubblicato nel lontano 1959 sulla rivista bimestrale “Le vie d’Italia” (la n° 5 del Maggio 1959) edita nel Maggio dal Touring Club d’Italia (1). Nel 1959, lo scrittore Alberto Moravia dopo un soggiorno per motivi di lavoro, in un suo articolo invitava tutti a visitare la costa cilentana:
Note bibliografiche:
(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10 (Archivio digitale Attanasio)
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(1) Vedi: G.A.S., L’attività archeologica nel Golfo di Policastro 2, Sapri, 1979. vedi anche: Troyli P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1747, Tomo I, XVII, pag. 19
(3) Rizzi Filippo, Notizie statistiche sul Cilento, 1809, rist. ed. Galzerano, p. 39
(4) Antonini Giuseppe, La Lucania – I Discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1795, parte II, discorso XI, p. 430 e p. 435.
(5) (Fig. 5) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – RegnodiNapoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me sco- perta all’Archivio di Stato di Napoli nel 1975 – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante edisegni“, C. XXXII, 2, di cui sappiamo che una copia, fatta riprodurre da Ferdinan- do Galia- ni, è conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi.
(6) Romanelli D., Antica topografia Istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815, Stamperia Reale, ristampa de: Il Cilento, Paestum e il Picentino, a cura di La Greca F., ed. Galzerano, 1990, p. 101.
(Fig. 2) Giulio Schmiedt, Antichi porti d’Italia, scali fenicio-punici, i porti della Magna Grecia (7).
(7) Giulio Schmiedt, Antichi porti d’Italia, scali fenicio-punici, i porti della Magna Grecia, stà nella rivista ‘L’Universo’, ed. I.G.M., 1975, a pag. 78. Alla voce ‘il Portolano del mediter- raneo’, l’autore mette la nota (172) Cfr. op. cit., supra, p. 166 e quindi si riferisce alla nota (171): “Nel Portolano del Mediterraneo (Basso Tirreno e Ionio occidentale) a p. 166 viene esplicitamente ricordato che le isobate dei m 5 passano a m 600 da Policastro.”.
(8) (Fig. 3) ‘Croquì di Sapri’, disegno del Genio militare francese, a mano libera su carta (all’impronta). Tratto da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti alla ex Bi- blioteca Provinciale di Napoli, oggi custoditi presso la Sezione Manoscritti e Rari della Bi- blioteca Nazionale di Napoli – B.N.N. Sezione Manoscritti e Rari ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2) idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3) Archivio di Stato di Napoli, pandette Ministero Guerra e Segreteria di Guerra, fasci: 2306, 2409, 1960, 2325, 2364, 2325, 442, 437. Questa carta manoscritta è stata scoperta da me e da me pubblicata nel lontano 1975.
(9) (Fig. 1) “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, tratto da Schmiedt G., op. cit. (7), p. 78-79. Schmiedt, alla nota 173 di p. 78, scrive in proposito: “un vecchio schizzoeseguito nel 1819 a cura delTenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentaledella baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500eseguito nel 1819 dal Tenente Bloisdel Genio Militare Napoletano. Si notano iresti dell’antico molo di “Le Cammerelle”. Il disegno originale è conservato all’I.G.M. di Firenze – Nuovo Archivio, Sede S. Marco, classificazione catastale, 75-11, armadio 93, cartella 82, doc. n. 52, scans. 93, e si può ottenere la sua fotoriproduzione digitale andando sul sito: https://www.igmi.org/carte-antiche/digitale_300_dpi/carta-1507626269.46?searchterm=Genio+Napoletano.
(…) Scarfone Antonio, “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in “Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia”, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA.
(Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta e inedita ‘Principato Citra – Regno diNapoli‘, d’epoca Aragonese, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (8).
Il territorio del basso Cilento, del Golfo di Policastro e, del suo entroterra ha un paesaggio impervio, ricco di montagne, lacchi amenomati, ora brulli ora coperti da folti boschi, che ci donano un senso di pace e di commozione in uno spettacolo, talvolta, di atavica solitudine e d’immortale bellezza. Questo paesaggio, è animato, di tanto in tanto, dalla presenza di qualche pastore con il suo gregge, e i suoi antichissimi borghi aggrappati alle roccie o spar- si sulle pendici delle colline, sembrano isolati dal mondo. La fascia costiera si rivela total- mente diversa rispetto al suo entroterra. Si scorgono numerose grotte, cale dirute ed uli- veti che, dalle balze a ridosso del mare, si rispecchiano nelle acque di un limpidissimo az- zurro. La costa è ricca di paesi, ieri piccoli borghi marinari di pescatori, oggi affollati di tu- risti nei tre mesi estivi. L’ampio Golfo di Policastro, costituisce l’estremo lembo della Campania, al confine con la Basilicata, l’antica “Lucania”. Esso, comprende la fascia cos- tiera che va da Punta degli Infreschi che, con il Monte Bulgheria chiude il suo entroterra a nord, lambisce a sud il monte Coccovello e si protende sino alla costa calabra. Anche dopo la conquista longobarda dell’Italia meridionale, questa parte di territorio veniva considerato appartenente alla Lucania. Anche se non se ne conosce la ragione, alla luce della documentazione archivistica, si può desumere che il Golfo di Policastro sia stato territorio di confine fra i vari Gastaldati longobardi e che sia stato autonomo a causa della presenza bizantina. Con la costituzione del Regno borbonico delle due Sicilie, il Cilento allarga i suoi confini sino al Golfo di Policastro e viene inglobato nel Principato Citeriore o Citra, mentre dall’Unità d’Italia in poi, farà parte della Provincia di Salerno. Solo da pochi anni, esso, è divenuto fonte d’interesse per gli studi preistorici. Infatti, la costa del Basso Cilento, ha fornito sinora la documentazione principale per il Paleolitico in Campania. Nonostante sia scomparsa con la trasgressione versiliana, la vasta pianura che emergeva di fronte all’attuale costa durante la glaciazione Wurmiana, i rinvenimenti degli ultimi anni hanno chiarito l’importanza di questo territorio. Nel Golfo di Policastro, il locale Gruppo Archeologico, diretto dal prof. Felice Cesarino, concentrando la sua ricerca nel basso Cilento, ed in particolare sulla costa, esplorava la Grotta grande di Scario, che si rivelava di enorme interesse, infatti nel 1979, si dava l’avvio ad una campagna di scavi diretta dal prof. Gambassini. Le attuali conoscenze si restringono ad una ‘facies musteriana, la fase protostorica, nella fattispecie dell’età del Bronzo. Questo territorio, fu il regno degli Enotri e degli Opici, ma di queste civiltà restano ben poche tracce. Tra il VI e il V sec.a.C., vi si stabilirono alcu- ne colonie greche ed enotrie di cui si conoscono solo i nomi tramandatici dalla letteratura classica. Di queste una è nota, Pyxus, ovvero Pixunte, l’odierna Policastro Bussentino. Altre sono introvabili: Blanda, molti la collocano a Maratea, Molpa, Lao, Scidro. A testimonianza della loro presenza, vi sono alcuni toponimi di origine e derivazione greca. In epoca greco-romana, i traffici economici si svolgevano prevalentemente per via mare e da quì l’importanza che assunsero a quell’epoca, alcuni scali marittimi, ed è ipotizzabile che queste piccole comunità abbiano avuto contatti con altre colonie greche situate sullo Ionio. Ma sono da indagare anche le probabili vie di penetrazione interne che collegavano il territorio del Golfo di Policastro sul Tirreno con i territori posti lungo la costa del mare Ionio. Il Cesarino, riteneva che una parte del vecchio tracciato stradale romano a Sapri “è esattamente allo sbocco di quella antica via carovanierache da ‘Pixunte‘ portava a ‘Siris‘ sullo Ionio, lungo la Valle del Sinni“, tesi questa, sostenuta anche dall’illustre archeologo e storico Mario Napoli. Queste colonie furono soggiogate da genti sebelliche e si fusero con loro: i lucani, intorno al ‘400 a. C. assoggettarono tutta la zona sino alle foci del fiume Sele. Tale territorio, fu poi conquistato dai romani che, intorno al 194 a. C., inviarono una colonia a Buxentum. Questo territorio, nell’Ordinamento territoriale Augusteo, in epoca imperiale, era annesso al Brutium. Il Golfo era chiamato Sinus Laus o Sinus Talaus. Esistono moltissime vestigia di opere romane che ne testimoniano la presenza, ed è rimasto molto anche della cultura e dei cos- tumi romani nella tradizione di queste popolazioni, tanto che ancora oggi se ne avverte l’influenza. Nel periodo medioevale, in seguito alla sconfitta gota, i greci bizantini, occuparono queste terre, come dimostrano alcuni toponimi greci ancora in uso nella terminologia dialettale di queste popolazioni, che però rimasero sempre longobarde sino alla conquista normanna. La presenza di monaci basiliani che scelsero queste terre solitarie, è testimoniata da chiese, lauree, cenobi e monasteri da essi fondati. Uno di questi ultimi si trovava a S. Giovanni a Piro, ove visse il famoso umanista Teodoro Gaza e dove forse passò un periodo della sua vita S. Nilo. Molti storici hanno voluto individuare in questo territorio il nucleo del ‘Mercurion’. E’ nel periodo iconoclasta che, si deve fare attribuire la formazione delle cittadelle ascetiche, appartate e silenziose del Mercurion e di Monte Bulgheria. Così pure a Policastro (toponimo di derivazione bizantina), vi è una ‘Triphora‘ (chiesa di architettura bizantina), individuata nella parte absidale del Duomodi Policastro, forse risalente al VI sec. d. C., ed il campanile che, prima del recente restauro, dimostrava nella fabbrica l’inconfondibile gusto bizantino. Il titolo di Odeghitria, dato alla Chiesa madre di Policastro, doveva la sua denominazione ai monaci Iconoduli fuggiaschi da Costantinopoli, che ne diffusero il culto nell’Italia meridionale. Già nel X sec. d.C., a S.Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente facendone risalire la fondazione al ‘990 dai monaci di San Basilio Magno. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto: ” il rito greco doveva essere presente nella chiesa madrepolicastrense“. Tuttavia, il Vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al ritogreco”. Nel IX sec. d. C., quando incominciarono a sussistere su questo territorio i primi elementi di rito greco ed imperversavano le orde longobarde, Papa S. Gregorio Magno, decise di riattivare le sedi episcopali vacanti di Velia, Bussento e Blanda, affidandole al Vescovo Felice di Agropoli. Queste terre dominate dai longobardi, furono controllate dai bizantini ed è ipotizzabile che costituirono una zona di confine tra i castaldati longobardi con una loro autonomia. E’ ipotizzabile che questo territorio appartenesse al Castaldato longobardo della Lucania occidentale detto ‘Bricia’. Abbiamo visto come si può essere certi che quest’area fu interessata in modo rilevante dalla penetrazione di monaci provenienti dall’Oriente, mentre il vescovado bussentino era un enclave cattolico in una zona bizantina (1); ma, poco si sa dello sviluppo della feudalità laica su queste terre sotto il dominio dei Longobardi (2). Queste terre dominate dai longobardi, furono controllate dai bizantini ed è ipotizzabile che costituirono una zona di confine tra i castaldati longobardi con una loro autonomia. Nel IX sec. d.C., quando iniziarono a sussistere su questo territorio i primi elementi di rito greco ed imperversavano le orde longobarde, Papa S. Gregorio Magno, decise di riattivare le sedi episcopali vacanti di Velia (Ascea), Bussento (Policastro) e Blanda (forse Maratea), affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (probabilmente il Vescovo di Paestum). Notizia che va ulteriormente indagata. E’ ipotizzabile che nel X sec. questo territorio appartenesse al Castaldato longobardo della Lucania occidentale detto “Bricia”. Sulla metà del IX secolo – quando il ducato di Benevento è diviso in due parti, e sorge, autonomo, il Principato di Salerno – la zona maritima della della bassa Italia e molti centri restarono sotto l’egida dell’Impero Bizantino, mentre l’interno fu dominato e controllato dai Longobardi, meno che l’estrema penisola della Cala- bria di oggi (l’antico Bruzio) che restarono bizantini (3). In un primo momento troviamo Policastro che appartiene al ducato di Benevento (Radelchi) e si delimita il nuovo Principato di Salerno mediante l’indicazione dei Castaldati che giacevano ai confini del nuovo Principato. Infatti Policastro, dall’839 al 1076, fu assegnato al Principe Siginulfo (3). Pertanto ancora dubbio è il confine con il territorio bizantino. Dobbiamo tener presente che queste terre sono ancora confinanti con la Calabria occidentale – che a quell’epoca appartennero all’Impero di Bisanzio – pertanto, volendo accreditare l’ipotesi secondo cui il fiume Alento fu il confine tra il Castaldato di Lucania (4) e quello di Laino ( in Calabria), dobbiamo ritenere che questo territorio – anche in epoca più tarda – cioè quando i Longobardi si impossessarono dell’intera Italia Meridionale – non doveva essere controllato direttamente dai Longobardi (4). Il loro dominio durò oltre cinque secoli, ed a testimonianza della loro presenza, vi sono alcuni toponimi dialettali il cui etimo è chiaramente di derivazione longobarda (5). E’ significativo notare, che ancora oggi, negli usi e nel linguaggio dialettale di queste popolazioni, esistono tra noi residui di civiltà araba (5),visto che tutta l’area fu continuamente disturbata dalle orde di Agareni (Arabi, Saraceni) che infestavano queste coste depredando ed impaurendo le umili popolazioni. Arriviamo così alla conquista Normanna. Successivamente, ai longobardi e ai bizantini, nel XI secolo, subentrarono i Normanni che assoggettarono questo territorio al Principato di Salerno. Essi arrivarono nel Regno di Napoli intorno al XI secolo, e più precisamente tra il 1041 e il 1044, a cui si deve far riferire la riforma ecclesiastica bussentina e un rafforzamento totale delle mura urbiche di Policastro. Con la politica dei Normanni che voleva isolare la religione e i culti orientali, assistiamo alla ripresa cattolica-romana della chiesa di Policastro che certamente condizionerà i culti bizantini di tutta l’area. Pertanto il culto basiliano venne permesso in ambiti isolati, ma resta nel nostro territorio ancora molto forte, persistendovi sino a tutto il 1600, sia pur con un carattere tipicamente monastico. Certamente Policastro, dovette rappresentare per il Regno un’importante testa di ponte, per cui i Normanni non permisero in questa città nessun tipo di autonomia nemmeno in campo religioso e lo si può vedere anche dagli interventi che ebbe in questa città il grande poeta latino Alfano. Durante questo periodo riscontriamo il matrimonio di Sirca, figlia di Landolfo (figlio secondo genito di Guaimario e pertanto fratello minore di Gisulfo) con Ruggero Sanseverino mentre Rug- gero d’Altavilla era impegnato nella conquista della Sicilia e Roberto il Guiscardo control- lava faticosamente i suoi domini in Puglia e in Calabria. Intanto Guglielmo loro fratello conquistava le terre pperdute da Gisulfo nel Cilento ed ancora più a sud. Nel 1070 il confine era ben precisato: ai Longobardi restavano solo i passi di Tresino, S. Arcangelo, Lauriana, Trentinara di Camella e Capaccio; il territorio a sud di queste terre era dei Normanni (6).Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo, il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passò a Ruggero Sanseverino e tale rimase fino al 1082, anno in cui il feudo passò alla famiglia dei Sanseverino – e vi sono motivi per ritenerlo – tanto che, nel 1082 Ruggero di Sanseverino, capostipite della famiglia in Italia, fa donazione alla Badia di Cava dei Tirreni dei Casali di Selofonte e di San Mauro Cilento ed altre terre del Cilento (7). Il Cilento restò nelle mani dei Sanseverino fino al 1552, anno della fellonia di Ferrante Sanseverino, che alleatosi con il Re di Francia ed i turchi si preparava per la guerra contro la Spagna dello zio Carlo V, imperatore d’Austria. Da questo momento ebbe inizio la lunga crisi economica del territorio bussentino: gli storici – ed è questa la “communis opinio” – hanno spiegato l’inizio del declino con la dissoluzione della “Baronia del Cilento“, e con la fine della famiglia Sanseverino nel 1552, indicando in quell’anno la linea di demarcazione tra due grandi epoche storiche: quella caratterizzata da un lento e continuo processo di aggregazione politico-economica e sociale e quella invece successiva dominata dalla frammentazione del potere feudale e della conseguente disgregazione sociale. Il 1552, segna l’avvio di un radicale mutamento nella geografia feudale della regione con inevitabili riflessi sulla vita sociale, economica e civile di quelle popolazioni. I terre- moti (quello fortissimo del 1647), le carestie, le pestilenze (quelle che colpirono tutto il Regno di Napoli nel 1656 e 1664). Le incursioni saracene e turche, come quella del 1543, ad opera del turco Khair-Ed Din e la seconda del 1552 ad opera di Dragut Pascià, e quelle che si susseguirono lungo le nostre coste fino al XVIII secolo, depredando e devastando questi umili borghi, furono tanto funeste da indurre nel 1532, il Vicerè spagnolo Don Pedro da Toledo a costruire lungo tutta la costa del Regno, una serie ininterrotta di torri vedette. Purtroppo, le costruzioni di queste torri, non solo fu deleteria per le umili finanze di queste popolazioni, ma si rivelarono inutili poichè furono realizzate troppo tardi, quando ormai le popolazioni della costa si erano spostate all’interno. Infatti, si spiega così lo spopolamento di moltissimi centri costieri e del conseguente ripopolamento dei centri collinari limitrofi. Dal 1700 in poi, tutti i processi storici che hanno avuto come protagonisti le popolazioni di questo territorio,possono essere ricondotti alle vicende storiche che caratterizzarono la cultura e le lotte dell’Italia. Nel 1799, scoppiò la reazione sanfedista ivi guidata dal Vescovo di Policastro, mons. Ludovisi, plenipotenziario del Cardinale Ruffo. Nel decennio francese (1806-1815), vi furono esempi di murattismo. Nel 1820, il Canonico Antonio Maria De Luca di Celle di Bulgheria, organizzò un movimento clandestino legato ad una setta massonica che sfociò in un’azione rivoltosa, poi repressa nel sangue dal generale borbonico Del Carretto, che fece radere al suolo l’intero paese di Bosco. Nel 1848, tra Sapri ed Acquafredda, alcuni fedeli borbonici, trucidarono barbaramente l’ex deputato Costabile Carducci, vendicandosi del moto di rivolta che aveva costretto Ferdinando II di Borbone a concedere lo Statuto. Nel 1857, Carlo Pisacane sbarcò sulla spiaggia dell’Uliveto, nei pressi di Sapri, con più di trecento rivoltosi, liberati a Ponza, che attraverso l’interno, avrebbero dovuto conquistare il Regno delle due Sicilie. Ma, la sfortunata ‘Spedizione dei trecento‘, che si concluse tristemente a Padula ed a Sanza, diede l’inizio ai moti risorgimentali che porta- rono all’Unità d’Italia. Nel 1860, di Giuseppe Garibaldi, sbarcando a Sapri, ripercorrerà lo stesso itinerario dello sfortunato Pisacane, ma con un differente risultato. Purtroppo,nei primi anni dell’avvento dell’unificazione d’Italia, in queste terre, si verificarono preoccu- panti fenomeni di brigantaggio ed il potenziamento della linea ferroviaria Napoli-Reggio, non mutò le povere condizioni economiche di questo territorio che, a seguito del forte esodo migratorio verso i paesi d’oltreoceano, subì un preoccupante fenomeno di spopo- lamento.
(Fig. 2) Stralcio della carta corografica manoscritta e inedita ‘Principato Citra – Regno diNapoli‘, d’epoca Aragonese, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (8).
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ” Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sapri, 1978, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, A- gosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale sa- prese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.
(2) Natella P., Peduto P., ‘Pyxus – Policastro’, stà in “Universo”, I.G.M., Firenze, pp. 508 e p. 510, 512 si riferisce alla notizia dataci dal Volpe, op. cit. (4). Si veda anche Porfirio (10).
(3) Shipa M., Storia del Principato longobardo diSalerno , sta in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane, 12, 1887, vol. II, p. 4.
(4) Racioppi G., Storia dei Ppopoli della Lucania e della Basilicata, p. 12
(5) Vassalluzzo M., Castelli, torri e borghi della costa Cilentana, ed. Econ., 1973, p. 28, tratto dal libro di Amari M., Storia dei musulmani in Sicilia, vol. III, p. 886.
(6) Mazziotti M., Le baronie del Cilento, p. 114.
(7) Acocella N., Salerno medievale ed altri saggi, p. 485.
(8) L’immagine illustra uno stralcio della riproduzione fatta da me eseguire della carta corografica manoscritta “Principato Citra – Regno diNapoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatica-Politica, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, PrincipatoCitra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiano.”. Sul retro della riproduzione da me richiesta ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81.
Recentemente, in occasione della redazione e stesura del nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, ho ricevuto l’incarico per la stesura di una relazione di Anali- si dal titolo: “L’evoluzione storico-urbanistica di Sapri”.
Questo studio è il frutto di anni di ricerche condotte presso innumerevoli biblioteche, archivi e musei, in cui ho raccolto una serie di notizie e testimonianze sulla storia del Golfo di Policastro ed il suo entroterra, con particolare attenzione a quelle che sono state le vicende storiche del mio paese. Sin dai primi anni di Liceo, quando a Salerno conducevo le mie prime ricerche storiche e quando frequentandolo, collaboravo con il Gruppo Archeolo- gico di Sapri (GAS), ravvisavo l’esigenza di raccogliere nuove notizie e testimonianze sulla storia di Sapri. In quegli anni, il Comune di Sapri , custodiva in stanza abbandonata vecchi testi e quel che restava di una biblioteca, ed in un altra stanza, invece, si conservava quel poco che restava del vecchio archivio comunale. Ebbi uno speciale permesso dal Sindaco dell’epoca, ormai scomparso, Pinuccio Agostini che mi autorizzò ad accedere nell’Archivio tra quei scaffali polverosi. Oggi non so in che condizioni versi e se ancora esista. In seguito, dai primi anni di studio a Napoli, quando frequentavo la Facoltà di Architettura, ho avuto modo di raccogliere e documentare una serie di testimonianze nuove ed inedite, che in parte ho publicato in alcuni articoli su riviste specialistiche a stampa. Nel corso delle mie ricerche, condotte attraverso lo studio delle fonti storiche e degli storici regionali, ho potuto constatare che tranne alcune eccezioni, risultano del tutto assenti i riferimenti storici riferiti all’ambito del Golfo di Policastro e del suo entroterra. Gli storici locali, tranne alcune eccezioni, avevano invalso l’uso di non citare le fonti e documentare poco ciò che veniva scritto e nei loro scritti, a volte con notizie interessanti, vi era l’assenza di riferimenti bibliografici o di fonti certe. Inoltre a causa della mancanza di documentazione e di testimonianze, negli studi degli storici locali, erano del tutto assenti i riferimenti al periodo successivo all’epoca romana, saltando il periodo medioevale e facendo risalire direttamente l’epoca di fondazione del centro abitato ai primi del sec. XVII. Ma, tranne alcune gravi manomissioni storiche, come quella dell’episodio del Carducci, la storiografia locale ha il grande merito di aver risvegliato l’interesse nella storia di Sapri. Un doveroso plauso deve andare all’opera del locale Gruppo Archeologico di Sapri con i rinvenimenti effettuati all’epoca della direzione del Prof. Felice Cesarino che ha contribuito non poco alla ricostruzione di alcune vicende storiche-archeologiche per l’epoca preistorica e ro- mana. In questo studio, la scelta di evitare il tentativo di una ricostruzione storica vera e propria, a quella preferita di connettere, citandone le fonti, le storie scritte, parlate e tramandate dalle fonti, vuole essere un contributo più squisitamente storiografico che storico. La ricostruzione o le ricostruzioni delle vicende storiche di Sapri, resta un’ipotesi. Il mio studio deve essere visto sotto questo profilo. Talvolta, però, tali ipotesi, sono state da me suffragate da valide testimonianze documentate. Questo mio studio, ha il merito di proporre documenti e fonti, talvolta inediti e mai pubblicati, e talvolta da me scoperti, di estrema importanza per la ricostruzione delle vicende storiche di Sapri. Interessante è la notizia tratta da Kantarowitz (…), secondo cui Venezia avrebbe dovuto avere il porto di Sapri. Interessanti sono pure le due notizie dateci da Gianni Granzotto (74 e 127). Questi studi, nel capitolo che seguirà: “Sapri in alcuni portolani, cartenautichee carte geografiche“, è il frutto di una ricerca in parte da me pubblicata (1), condotta attraverso lo studio della cartografia antica. Nello studio redatto per il P.R.G. di Sapri, al cp. 9, sono state pubblicate 32 carte ove figura il toponimo di Sapri. Purtroppo, non in tutte queste riproduzioni si riesce a leggere chiaramente ‘Sapri’ (segnato sempre in nero), posto sempre al di sotto del toponimo di ‘Policastro’ (segnato sempre in rosso). Certo è che il toponimo di Sapri,talvolta modificato in ‘Saprì ‘ o ‘Safri’ o ‘Saperi’, figura quasi sempre sulle antiche carte nautiche, portolani e carte geografiche, sin dalle prime come la ‘Carta pisana’ antica carta nautica che conosciamo, facendo invecchiare di molti secoli l’origine di Sapri e collocandolo tra quei centri costieri che insieme a Policastro erano conosciuti sin dall’antichità. Le scoperte che, nel 1817 a Sapri vi era un Consolato Britannico, di cui pubblichiamo il timbro ed il cartiglio del Regolamento Generale; tre carte manoscritte, inedite e, conservate alla Biblioteca Nazionale di Napoli; il ricco carteggio d’epoca borbonica, conservato alla sezione militare dell’Archivio di Stato di Napoli, contribuiscono a chiarire alcuni aspetti della storia di Sapri nel sec. XIX.
Il ritorno dei Cesarino a Sapri e le costruzioni a S. Croce
Ai primi del ‘900, con il ritorno dei Cesarino dal Brasile, dove erano emigrati e da dove questa famiglia di commercianti sapresi che aveva accumulato ingenti fortune, fecero ritorno nella loro terra natia, a Sapri, tanto che al suo ritorno definitivo a Sapri, furono donate alla popolazione e furono costruite alcune costruzioni di grande bellezza e di mirabile fattura di cui parleremo. Il Cav. Giuseppe Cesarino, al rientro definitivo nel suo paese natio, decise di far costruire alcuni edifici che poi donerà alla popolazione di Sapri. Decise di farlo proprio nel luogo detto oggi ‘Largo dei trecento’, ovvero il luogo dove, nel 1857, gli atti del processo dicono fosse sbarcato buona parte dei ‘trecento’ e di Carlo Pisacane. In questo luogo ameno, posto lungo il litorale orientale Saprese, chiamato S. Croce, da secoli vi erano delle preesistenze archeologiche e, ruderi di grandi infrastrutture portuali, forse annesse ad una grande e fastosa villa patrizia romana.
(Fig. 1) Sapri – S. Croce, l’Istituto dei Padri Bigi ed il criptoportico d’epoca romana detto le ‘Cammerelle’.
Il luogo è posto a ridosso del crinale argilloso della collinetta di S.Croce, già nota agli antichi ed agli studiosi del ‘700, tanto da meritargli l’appellativo di “Sapri rui nata” o luogo di rovine, come si può vedere in una carta del ‘500 (Fig. 2) (6).
(Fig. 2) Particolare della Carta geografica di ‘Puglia piana, Terra di Bari,Terra d’Otranto, Calabria et Basilicata’ del cartografo olandese Gerardo Mercatore, del 1589, contenuta nell”Atlas’, stampato a Duisburgo dall’autore nel 1589 (…). L’immagine è tratta da una stampa in mio possesso.
Questo ameno luogo, chiamato all’epoca “Banchina delle Camerelle”, proprio per la presenza dei ruderi archeologici e delle grandi infrastrutture d’epoca romana, fu dichiarato Monumento nazionale da Vittorio Emanuele III Re d’Italia che firmò la Legge Regia n. 635 del 22 Giugno 1911, promulgata dall’allora Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti (Fig….).
(Fig. 3) Sapri – S. Croce, i resti di parte delle strutture in acqua e del criptoportico d’epoca romana detto le ‘Cammerelle’.
(Fig. 4) Vecchio schizzo (disegnato a mano libera): “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio militare Napoletano, dedotto da un rilievo a scala 1:5000 e tratto dal testo di Schmiedt (3), ove a p. 79, scrive: “Si notino i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle””.
Il Cav. Giuseppe Cesarino di Sapri
In quell’ameno luogo, al rientro definitivo dal Brasile, il Cav. Giuseppe Cesarino, nel 1923 e 1924, fece costruire gli edifici illustrati nella foto dell’epoca: l’Istituto dei Padri Bigi di Frate Ludovico da Casoria che ivi avevano una piccola scuola; l’edificio della “Specola” e la Chiesa di S. Croce, di cui parleremo in seguito in un altro articolo. Gli edifici saranno ultimati il 25 Agosto 1925, come recita la lapide marmorea a suo ricordo. All’epoca il Sindaco era il dott. Nicola Gallotti, autore di notevoli studi e pubblicazioni a stampa.
(Fig. 5) Sapri – S. Croce – Lapide marmorea ed epitaffio in ricordo del Cav. Giuseppe Cesarino sulla facciata dell’Istituto dei Fadri Bigi, datata 1925.
Le opere di sistemazione stradale ai primi del ‘900, sull’area Archeologica di S. Croce.
All’epoca, da poco si era da poco insediato il Governo Fascista che decise la costruzione della S.S. 18 ( oggi Tirrenica Inferiore) e di farla passare proprio in quel punto.
(Fig. 6) Sapri – S.Croce – foto dei primi del ‘900 che illustra l’area come era ai tempi dei lavori di sistemazione stradale.
In occasione dei lavori di sistemazione stradale e degli scavi per la preparazione del letto stradale allora chiamata “rotabile stradale” della statale s.s. 104, tutta l’area archeologica ed i ruderi d’epoca romana, compresi le infrastrutture marittime e portuali ivi preesistenti subirono notevoli danni. Occasione mancata quindi sia da parte del Cesarino che da parte dello stesso Sindaco di Sapri il dott. Nicola Gallotti per l’avallo del passaggio e della conseguente distruzione di quei ruderi archeologici poi rivelatisi una delle poche risorse del paese, non ancora del tutto sufficientemente valorizzata. Non conosciamo i reali motivi che spinsero il Cesarino ed il Sindaco di allora di sistemare quell’area in quel modo ed in particolare la costruzione del tracciato stradale e dell’Istituto di S.Croce che ha occultato in parte l’area archeologica d’epoca romana ivi preesistente da secoli. Infatti, in occasione degli scavi per la sistemazione stradale della nascente strada rotabile s.s. 104 (oggi S.S. 18), la Regia Soprintendenza alle Antichità e Scavi per la Campania, affidò all’Ing. Josè Magaldi la sovrintendenza sui lavori per la repertazione delle opere rinvenute. A conclusione dei lavori, nel Marzo del 1928, l’Ing. Josè Magaldi, consegnò una Relazione di cui quì publichiamo il cartiglio ed un’estratto da me ricopiato del rilievo dell’intera area di scavo. Ebbi l’onore di avere nelle proprie mani lo scritto dell’Ing. Magaldi che dovetti raggiungere nella sua residenza salernitana prima della sua scomparsa. Oggi ne posseggo le copie.
(Fig. 7) Magaldi Josè, “Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderiivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni” (8).
La foto che segue illustra un mio disegno copia del rilievo dell’intera area di scavo per le opere di sistemazione stradale nell’area a ridosso della collinetta di S.Croce redatta dall’Ing. Josè Magaldi. Il Magaldi, segna in rosso tutte le costruzioni ivi preesistenti e rinvenute d’epoca antica, mentre quelle d’epoca moderna le segna in nero. Questo rilievo allegato alla Relazione dell’Ing. Josè Magaldi (oggi in possesso del Ministero) ci rivela alcune strutture che ancora non possiamo vedere in quanto non sono state oggetto di scavo in occasione dell’ultimo intervento fatto dalla locale Soprintendenza di Salerno.
(Fig. 8) Magaldi J., Rilievo degli scavi eseguiti nel 1928, dell’area di S. Croce a Sapri
Le costruzioni sono state realizzate a ridosso del crinale argilloso della collinetta di S.Croce Vediamo alcune strutture d’epoca antica preesistenti posteriormente all’Istituto di S.Croce ( l’ex Scuola Media Statale di S. Croce). Sarà il Ministero per i Beni Archeologici e paesaggistici che molto tempo dopo sancirà il vincolo ambientale sull’intera area di S. Croce. E’ stata forse una manna che ha evitato i futuri scempi che si andavano delineando dagli anni ’60 in poi.
(Fig. 9) Decreto del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, del 29 marzo 1962, che approvava lo Statuto del nascente Consorzio per l’Industrializzazione del Golfo di Policastro.
La costruzione del tratto panoramico della S.S. 18 che ai primi del ‘900 divise definitivamente le strutture d’epoca romana che ivi insistevano sull’area a ridosso della collinetta di S.Croce, provocando un notevole danno alle antiche strutture che hanno visto nei secoli attraversare quel punto da miriadi di auto. Il tratto della statale in quel punto non è molto felice. L’interruzione causata da quel tratto stradale, impedisce attualmente qualsiasi progetto serio di recupero dell’intera area che invvece dovrebbe essere isolata, recuperata e restituita alla popolazione come isola archeologica con la creazione di un Parco Archeologico. Da sempre convinto della necessità di un Parco Archeologico a S.Croce e di una seria politica di recupero, appena laureatomi, ho sostenuto questa battaglia ideologica e di pensiero anche con pubblicazioni a stampa.
(Fig. 10) Attanasio Francesco – Per una politica di recupero, studio pubblicato a stampa sulla rivista ‘Progetto’ (1).
In occasione dell’incarico che ricevetti dal Comune di Sapri per la redazione della “Relazione Storico-Urbanistica del Comune di Sapri”.
(Fig. 10) Attanasio F., Cartiglio della Relazione di Analisi “Evoluzione Storico-Urbanistica”, redatta per il P.R.G. del Comune di Sapri (1).
del nascente Piano Regolatore Generale da adottare, allegai il Progetto di riqualificazione dell’area Archeologica della collinetta di S. Croce che prevedeva il recupero dell’intera area archeologica e la nascita del Parco Archeologico di S. Croce. Il mio progetto di recupero e valorizzazione di quell’area, prevedeva la completa eliminazione del tratto stradale di collegamento ivi esistente S.S. 18, e quindi la creazione di un parco pensato come isola archeologica di godibilità; l’abbattimento del brutto edificio dell’Istituto di S.Croce ( l’ex Scuola Media) e, la creazione di Antiquarium nell’attuale Specola da restaurare. Il mio progetto e proposta prevedeva anche la creazione di una bretella stradale costruita ad hoc per isolare completamente tutta l’area e renderla pedonale. Per la bretella dell’attuale collegamento stradale proponevo il riuso e l’ammodernamento del vecchio tunnel ferroviario, oggi abbandonato, che corre al di sotto dell’attuale depuratore comunale (dietro l’attuale Caserma dei Carabinieri), proseguendo fino allo sbocco dietro gli attuali campeggi per la costruzione di un nuovo tracciato stradale di collegamento con la città di Villammare all’altezza dell’attuale centro commerciale. Il nuovo tracciato stradale da me previsto come variante stradale dell’attuale S.S. 18, farebbe da bretella a quest’ultima per il collegamento stradale con il resto del tracciato all’altezza dell’attuale centro commerciale. Il nuovo accesso alla nuova bretella stradale creato ad hoc con uno svincolo stradale posto nei pressi della caserma dei Carabinieri di Sapri, permetterebbe di isolare l’intera area archeologica a ridosso della collinetta di S. Croce. Solo isolando l’intera area archeologica di S. Croce dall’attraversamento ed al traffico stradale si potrebbe pensare ad una serie campagna di scavo e di recupero serio delle preesistenti rovine d’epoca romana con la conseguente sistemazione ad un Parco Archeologico che consenta una seria politica di recupero e di valorizzazione dell’intera area archeologica con la creazione di strutture museali e spazi espositivi, percorsi didattici ed itineranti. Un grande museo a cielo aperto che è quello che gia esiste a S. Croce a Sapri. Basterebbe valorizzarlo adeguatamente.
Note bibliografiche:
(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10
(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., ‘La Lucania del barone Antonini’, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(2) Magaldi Josè, Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderiivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni, Incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, Sapri, Marzo 1928, Anno VI; questo scritto di cui noi possediamo una copia donataci dall’autore, è inedita ma depositata a Salerno. Il Magaldi scrisse la sua relazione a seguito dei lavori di scavo per conto della Regia Soprintentenza che si tennero a S. Croce nel 1928. Nello scritto, il Magaldi racconta che i rinvenimenti maggiori si ebbero nel 1884, in occasione delle opere e lavori che portavano a compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, con Sindaco Prospero La Corte e del dott. Gallotti che nel 1899, scrisse diversi libretti (3).
(3) Gallotti Nicola, Sapri nella storia e nella tradizione popolare – brevi cenni del Dott. Nicola Gallotti, Napoli, Tip. G. Golia, 1899, pp. 39-40. Si veda pure Gallotti N., Condizioni igienico sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lagonegrese, 1891; si veda pure: L’Acqua potabile di Sapri – ricordi per il Dott. Nicola Gallotti, Tip. Francesco Graniti, Napoli (Foto e Archivio Storico Attanasio)
(4) Antonini G., La Lucania – I Discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, Discorso XI, p. 430 e s.
(5) (Fig….) “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, tratto da Schmiedt G., Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “Universo”, I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79. Schmiedt, alla nota 173 di p. 78, scrive in proposito: “un vecchio schizzo eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”.
(5) Romanelli Domenico, Antica topografia Istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815, Stamperia Reale, ristampa: Il Cilento, Paestum e il Picentino, a cura di La Greca F., ed. Galzerano, 1990, p. 101.
(6) (Fig….) carta geografica di ‘Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto, Calabria et Basilicata’ – Italiae sclavoniae et Graeciae tabulae geographicae, del cartografo olandese Gerardo Mercatore, del 1589, riprodotta poi nell’”Atlas”, Duisburgo, 1595, ristampa ana- statica, ed. Congedo, Galatina, collezione Attanasio. Collezione di Celico Valente, Celico, dim. cm. 34 x 45,5. Questa carta a stampa è tratta da Mazzetti E. (7).
(7) Mazzetti Ernesto, Cartografia generale del mezzogiorno edella Sicilia, scritti di Almagià R., Pontieri E., De Luca R., a cura di Mazzetti E., edizioni Scientifiche Italiane (ESI), Napoli, 1972, Tomo I-II, Tav. X.
Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archi-vistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse.
La carta geografica del 1589, di Gerardo Mercatore
(Fig. 1) Carta geografica di ‘Puglia piana, Terra di Bari,Terra d’Otranto, Calabria et Basilicata’ del cartografo olandese Gerardo Mercatore, del 1589, contenuta nell”Atlas’, stampato a Duisburgo dall’autore nel 1589. L’immagine è tratta da una ristampa pubblicata nel testo del Mazzetti (3).
(Fig. 2) Particolare della carta geografica ‘Puglia piana, Terra di Bari,Terra d’Otranto, Calabria et Basilicata’ del cartografo olandese Gerardo Mercatore, del 1589, contenuta nell”Atlas’, stampato a Duisburgo dall’autore nel 1595, tratta da una ristampa dall’originale originale in mio possesso: ed. Congedo, Galatina, Collezione Attanasio (2).
(Fig. 3) Particolare della carta ‘Puglia, Calabria et Basilicata’ del cartografo olandese Ge- rardo Mercatore, del 1589, contenuta nell”Atlas’, stampato a Duisburgo dall’autore nel 1595 (2), tratta dal Mazzetti (3), Tav. X.
(Fig. 3) Particolare della carta ‘Puglia, Calabria et Basilicata’ del cartografo olandese Ge- rardo Mercatore, del 1589, contenuta nell”Atlas’, stampato a Duisburgo dall’autore nel 1595 (2), tratta dal Mazzetti (3), Tav. X.
“Sapri roui nata”
Il titolo di ‘Sapri roui nata’, dato alla pagina web di studi sulla Storia locale e che curo personalmente, è stato scelto a causa della sua evidente antifona. Nel 1987, in un mio studio pubblicai a stampa (1), la notizia di una ‘Sapri roui nata’, che trassi da una carta geografica del 1589 del cartografo Gerardo Mercatore. A Napoli, allora studente, acquistai una ristampa originale della carta in questione, che ancora posseggo e, mi accorsi che essa citava il toponimo di ‘Sapri roui nata’, come si può ben vedere nel particolare illustrato nell’immagine di Fig. 2. Nel 1987, ancora studente, pubblicai la notizia su diversi miei studi (1) ed in particolare su un mio studio dal titolo: “Sapri, incursioni nella notte dei tempi” (1). Le immagini (Figg. 1-2-3), illustrano un particolare del nostro litorale, tratto dalla Carta geografica di ‘Puglia piana, Terra di Bari,Terra d’Otranto, Calabria et Basilicata’ del cartografo genovese Gerardo Mercatore, del 1589, riprodotta nell’”Atlas”, Duisburgo, datata 1595 (3), che si vede nelle Figg. 1-2-3. L’immagine della Fig. 2, illustra la nostra zona all’altezza del Golfo di Policastro e, si legge il toponimo di ‘Sapri roui nata’ che indica il luogo di Sapri. In seguito, la notizia fu ripresa dal Cesarino (5) che, scriveva in proposito: “Una carta geografica di G. Mercatore del 1589 reca l’indizioneSapriruinata“ e, aggiungeva: “Una attenta disamina della cartografia di età medioevale è stata proposta da Franco Attanasio, …nell’articolo al quale rinviamo per gli opportuni approfondimenti.” . Trovai questa carta geografica (2), nella quale vidi annoverato il nome (toponimo di luogo) di Sapri, riportato: ‘Sapri rouinata’, a seguito di mie ricerche sulla toponomastica locale attraverso la Cartografia medievale, le carte geografiche manoscritte e a stampa, peripli e portolani o carte nautiche medioevali che attestavano la presenza di Sapri tra i luoghi conosciuti all’epoca della loro redazione. Il toponimo di Sapri, figura in diverse carte medioevali ma, sebbene figurasse con diversi toponimi, Portum, Sapri, Saprì, Sapra, Anves, quello di ‘Sapri roui nata’, riveste un particolare interesse storiografico in quanto Sapri, al tempo della redazione della carta in questione, 1589, epoca del Viceregno spagnolo sul Regno di Napoli, doveva essere conosciuto come luogo di rovine. Infatti, Sapri roui nata, sta per ‘rovinata’ o ‘rovine rinate’ o ‘luogo di antiche rovine’. Del resto, come vedremo in seguito in altri mie studi che ivi pubblico, il toponimo di Sapri, assumerà spesso, nelle nuove carte geografiche e corografiche, nuovi connotati e sarà indicato in diversi modi e, la citazione di una Sapri “roui nata”, non è la sola. Troviamo un’altra citazione simile del toponimo di Sapri, anche nella carta da noi scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, dove essa è conservata (6): la ‘Bibo ad sicam odie ruinato’, citato in una carta corografica del Regno di Napoli, di autore ignoto ma risalente all’epoca Aragonese (Fig. 6), di cui abbiamo ivi pubblicato lo studio: “Sapri in una carta inedita d’epoca Aragonese”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti (6).
(Fig. 6) Particolare della carta corografica manoscritta ed inedita: ‘Principato Citra – Regno diNapoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (6).
L’ipotesi della catastrofe sismica
Nel nostro studio del 1998, per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri (1), scrivevo in proposito: “Un’interessante testimonianza per la storia del paese è la carta geografica di “Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto, Calabria et Basilicata” (Fig. 42), del noto cartografo Gerardo Mercatore, del 1589 (122), ove leggiamo: “Sapri rovinata”. Il Cesarino, (123) suffragava “l’ipotesi di unacatastrofe sismica,..e che il nostro paese, all’epoca, doveva di fatto essere scomparso”.Sulla base dei documenti precedentemente ritrovati e citati e documentati, su tale ipotesi, nutro dei seri dubbi.”. Sempre nello stesso studio del 1998 (1), nella nota (123), citavo il Cesarino (5) che in proposito al toponimo di “Sapri roui nata”, che figura sulla carta in questione (Figg. 1-2-3), – da noi individuata – in un due suoi studi “Sapri archeologica”, del 1987 e del 1988 (stà nella rivista “I Corsivi”, 5) e, pure ‘La Lucania del Barone Antonini’ (stà in “I Corsivi”, 3, 1988), così si esprimeva in proposito: “L’ipotesi di una catastrofe sismica viene suffragata da una carta geografica delMercatore, recante l’indicazione ‘Sapri ruinata’.”. Recentemente, sul sito dell’ISPRA, è apparso uno studio su Sapri, dove abbiamo ritrovato diverse inesattezze e citazioni errate. Nel 2014, lo studioso Scarfone (7), sulla scorta del Cesarino (5), proprio riferendosi alla carta Geografica del Mercatore, di cui nel lontano 1987, pubblicavo la citazione di una “Sapri roui nata”, così si esprimeva in proposito all’ipotesi di una catastrofe sismica: “Questa volta l’ipotesi dell’impatto di una catastrofe areale (8), probabilmente di natura sismica, viene suffragata da una carta geografica di Mercatore del 1589 recante l’indicazione di “Sapri rovinata” (fig. 2).”, e nelle sue note scriveva: “(8) Un indizio relativo all’evento naturale potrebbe ritrovarsi nella narrazione delle cronache del “terremoto che accompagnò il sollevamento del Mare Novo presso Pozzuoli, il 5 settembre del 1538“ quando a seguito degli effetti sismici “il mare si ritirò, così che l’intero Golfo di Baia rimase per qualche tempo all’asciutto, quindi ritornò, tutto rovinando (GATTA, 1984) verosimilmente con effetti anche lungo le coste del Golfo di Policastro.”.E’ vero che la carta del Mercatore fu delineata intorno agli anni 1585-89, ovvero gli anni in cui avvenne l’evento che cita Scarfone (7) ma è anche vero che l’evento è stato circoscritto alla sola area puteolana per gli effetti bradisismici. Infatti, Gatta, affermava: “verosimilmente con effetti anche lungo le coste del Golfo di Policastro”. E’ anche vero che quello era proprio il periodo in cui fu delineata la carta del Mercatore, ma se così fosse stato, mi chiedo, se non fosse rimasta citazione alcuna nella bibliografia antiquaria degli eruditi del tempo come ad esempio il Laudisio nella sua ‘Sinopsy della Diocesi di Policastro ecc..’ (9-10). Scarfone afferma, a supporto della sua tesi, che: “Un ultimo aspetto arricchisce di ulteriore mistero l’antica storia di Sapri: risale al 1586, quando il toponimo di Sapri non viene mai riportato da Scipione Mazzella Napolitano nella sua opera Descrittione del Regno di Napoli. Infatti, nell’elenco dei centri abitati del Principato di Citra, così come nell’elenco delle torri costiere, viene segnalata solo una struttura litoranea, Scilandro nel territorio di Policastro senza nessun accenno a Sapri come elemento di scalo.”. E’ vero che l’ipotesi di una brutta catastrofe ambientale – forse anche sismica e/o di un violento maremoto – è stato da secoli nella memoria del popolo e nella tradizione orale locale che voleva la “Città d’Avenia”, scomparsa e distrutta in seguito ad un violento maremoto, ma non credo che il toponimo di “Sapri roui nata”, sia stato usato dal cartografo Olandese per indicare un luogo distrutto a causa di una catastrofe sismica, come sostiene il Cesarino (5) e Scarfone (7). Credo che il toponimo “roui nato” o “rovinato”, stia ad indicare un luogo di rovine di una città scomparsa o di antichi edifici diruti. Nel dialetto popolare, il termine ‘ruinato’, o ‘ruina’ voleva significare ‘rovina’. Il termine ‘ruinato’, nel dialetto locale Saprese, può essere espresso anche con la parola ‘arruinato’, che più si addice ad un’evento calamitoso che ne ha determinato la causa della rovina. Secondo la Treccani, la derivazione etimologica di ruinare v. intr. e tr. (io rüino, ecc.). – Variante ant. o letter. di rovinare. Sapri, all’epoca della delineazione della Carta geografica del Mercatore, intorno e prima del 1589, doveva essere conosciuto come scalo marittimo di sicuro ancoraggio per i legni dell’epoca, a causa della sua baia e del porto naturale. Ma, all’epoca della delineazione della carta del Mercatore (Fig. 1), era proprio l’epoca in cui la Real Camera della Sommaria Vicereale del Regno di Napoli, chiedeva alle Università del posto, continue gabelle per la costruzione di Torri di guardia costiere che all’epoca risultarono inutili e dannose alla già fragile economia dell’area. All’epoca, molti centri – soprattutto alcuni centri costieri, poveri villaggi – registravano una forte diminuzione focatica, ovvero della popolazione effettiva, per pagare meno tasse e, a seguito della forte pestilenza che si ebbe in quegli anni, e quindi, i pochi abitanti del piccolo villaggio di Sapri, vennero annessi nella popolazione di Torraca – da cui esso dipendeva. Ecco perchè, la popolazione di alcuni centri, come Sapri o Porto di Sapri, o Porto di Torraca, al tempo del Mazzella Napolitano (8), non figurava. Sapri però, era anche conosciuto agli eruditi del tempo per le numerose preesistenze archeologiche o di città scomparse. Non crediamo si possa suffragare l’ipotesi del Cesarino di una catastrofe sismica – che pure c’è stata e forse anche violenta nei secoli addietro – ma che non riguarda il significato dato al toponimo di ‘Sapri roui nata’. Il toponimo ‘roui nata’, indica le preesistenze archeologiche già conosciute in antichità, ruderi e rovine di un’antica città scomparsa, di cui bisognerebbe meglio indagare. Il toponimo di “Sapri roui nata” – che leggiamo sulla carta in questione, posto nel Golfo di Policastro e vicino ad un fiume – ci ricorda un luogo di rovine o antichi ruderi forse di una città scoparsa (Fig. 1-2-3), ipotesi che dovrebbe essere ulteriormente indagata sul posto, cercando di individuare manufatti e preesistenze su tutta l’area della collina che risale da S. Croce e da Punta del Fortino verso Contrada Pietradame come illustrato nell’immagine di Fig. 7 tratta dal satellite che dovrebbe corrispondere più o meno all’indicazione della “Bibo ad Siccam odie ruinata” dell’altra carta d’epoca Aragonese da noi scoperta (Fig. 6), di cui, in parte abbiamo già accennato nel nostro studio ivi pubblicato sulla “Necropoli Lucana sulla collina di S. Martino”.
(Fig. 7) La collina di località Fortino a Sapri che risale verso contrada Pietradame
La carta corografica del Mercatore
Il cartografo olandese Gerardo Mercatore, nel 1589, redasse la carta geografica dell’Italia (Figg. 1-2-3) (2), di cui posseggo una copia a stampa e, la riprodusse e, la pubblicò a stampa nel 1595 nell’Atlante “Atlas” di Duisburgo (2-3-4). Il cartografo fiammingo-olandese Gerardo Mercatore, in olandese Gerhard Kremer, latinizzato in Gerardo Mercator, oltre ad essere un matematico e scienziato, egli è stato un grande cartografo, diventato famoso per aver inventato un sistema di proiezione cartografica che porta il suo nome.
(Fig. 4) L’Italia nell’Atlas sive Cosmographicae Meditationes de Fabrica Mundi et Fabricati Figura, di Gerardo Mercatore, pubblicato a Duisburgo nel 1595.
(Fig. 5) L’Italia nell’Atlas sive Cosmographicae Meditationes de Fabrica Mundi et Fabricati Figura, di Gerardo Mercatore, pubblicato a Duisburgo nel 1595.
(Fig. 6) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno diNapoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (6).
Note bibliografiche:
(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10
(2) (Figg. 1-2-3) Carta geografica di “Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto, Calabria et Basilicata’ – Italiae sclavoniae et Graeciae tabulae geographicae”, del cartografo olandese Gerardo Mercatore, del 1589, riprodotta poi nell’”Atlas”, “Atlas sive cosmographicae meditationes de fabrica mundi et fabricati figura”, Duisburgo (Duysburgi), 1595, in cui viene riportato il toponimo “Sapri ruinata”, oggi conservata alla BIBLIOTECA NAZIONALE MARCIANA DI VENEZIA. Collezione di Celico Valente, Celico, dim. cm. 34 x 45,5. Questa carta a stampa è stata citata dall’Almagià (4) in un suo pregevole studio ed è stata pubblicata anche dal Mazzetti E. (3). (Fig. 3), Tav. X. L’Italia nell’Atlas sive Cosmographicae Meditationes de Fabrica Mundi et Fabricati Figura, di Gerardo Mercatore, pubblicato a Duisburgo nel 1595. Le immagini illustrate nelle Figg. 1-3, sono tratte dalla carta in questione pubblicata dal Mazzetti (3), Tav. X, mentre l’immagine illustrata nella Fig. 2 è un particolare della carta in questione tratta da una ristampa dall’originale originale in mio possesso: ed. Congedo, Galatina, Collezione Attanasio.
(3) Mazzetti E., Cartografia generale del mezzogiorno edella Sicilia, scritti di Almagià R., Pontieri E., De Luca R., a cura di Mazzetti E., edizioni Scientifiche Italiane (ESI), Napoli, 1972, Tomo I-II, Tav. X.
(4) Almagià R., Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in “Mo- numenta Italia Cartographica”, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Tav. n. …., p…..
(5) Cesarino F., ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988. Il Cesarino citò il mio studio ed in proposito scriveva: “Una attenta disamina della cartografia di età medioevale è stata proposta da Franco Attanasio, …nell’articolo al quale rinviamo per gli opportuni approfondimenti.”.
(6) (Fig. 6) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – RegnodiNa-poli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli nel 1975 – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante edisegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanuc- ci. Della carta in questione, abbiamo ivi pubblicato lo studio: “Sapri in una cartamanoscritta e inedita dell’epoca Aragonese”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti.
(7) Scarfone A., “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in ‘Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA.
(8) Mazzella Napolitano Scipione, Descrizione del Regno di Napoli, ed. Gio. Battista Cappelli, Napoli, 1586 (I° edizione) e 1601, p…
(9) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos hi- storico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831.
(10) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Ro- ma, 1976.